PARADISE:LOVE – ALLA RICERCA DELLA FELICITA’ IN KENYA

Estate: stagione di mare,sole, creme solari, occhiali, spiaggia, tormentoni musicali, vestitini, pantaloni corti, discoteche, mojito,  e di “beach boy” e “beach girl”… o per esprimere il concetto in italiano partner occasionali o che durano qualche mese.

Il WTO definisce “turista” chi “ viaggia in paesi diversi dalla sua residenza abituale e al di fuori del proprio ambiente quotidiano, per un periodo di almeno una notte ma non superiore ad un anno e il cui scopo abituale sia diverso dall’esercizio di ogni attività remunerata all’interno del paese visitato”. E in questa definizione vengono inclusi coloro che viaggiano per svago, riposo, vacanza, per visitare parenti e amici, per affari, motivi di saluti, pellegrinaggi e altro.

In questo post vorrei dedicare la mia attenzione sull’altro, cioè su un altro motivo per cui ci sono persone che decidono di spostarsi dalla loro dimora abituale. In poche parole vorrei parlare del turismo sessuale. Per parlare di questo argomento mi aggancio a un film uscito nel 2012 Paradise: Love del regista austriaco Ulrich Seidl. Racconta la storia di Teresa, una signora 50enne che viaggia in Kenya come turista sessuale. Il film fa parte della “Trilogia del Paradiso” (Love, Faith, Hope).  La trilogia del Paradiso, si concentra sulla vita di tre donne provenienti dalla stessa famiglia e tutte alla ricerca del proprio paradiso personale, ovvero della ricerca dell’amore e di come si può’ raggiungerlo.

Nel primo film la protagonista è Teresa, che viaggia come turista sessuale in Kenya;  nel secondo la protagonista è Anna Teresa una donna sola, sorella di Teresa per la quale il paradiso è Gesù’ e dedica le sue vacanze a delle missioni religiose; nel terzo film la protagonista è Melanie la figlia della Teresa che trascorre le sue vacanze in centro dietetico per ragazzi in sovrappeso e che tra lezioni di educazione fisica e consulenze nutrizionali si innamora di un medico di quarantanni più’ vecchio di lei.

Ogni anno almeno 3 milioni di persone partono per viaggi a scopo sessuale, di cui un sesto è alla ricerca di minorenni, con un volume di affari complessivo intorno agli 80/100 milioni di dollari (WTO). Tra le destinazioni più’ frequentate dagli uomini compaiono , il Brasile, il Nepal, il Bangladesh, la Colombia, l’Ucraina, la Bulgaria, la Thailandia. Per le donne, le destinazioni primarie sono l’Europa meridionale: Italia, Ex Yugoslavia, Turchia, Grecia, Spagna, i Caraibi, parte dell’Africa e le Filippine. (http://www.osservatoriopedofilia.gov.it/dpo/it/turismo_sessuale.wp;jsessionid=CEE549662575282D92E5C180146A3EA2.dpo1)

Il turismo sessuale ha radicalmente cambiato turisticità dei luoghi , ovvero la potenzialità di attrazione turistica di un territorio. Questo concetto è apparso alla fine del XX secolo e ci ricorda che il prodotto principale ma non unico del turismo resta il territorio (inteso come insieme di risorse,  naturali, sociali e culturali). Oggi il turismo, ha ampliato i tipi di attività e le rappresentazioni dei luoghi con potenzialità turistiche sono tre: a. l’immagine globale: ovvero l’idea generica e superficiale che ci facciamo di un paese o città; b. l’immagine culturale che diventa dominante fino ad arrivare ad essere immagine globale c. la nuova immagine che sostituisce la vecchia  aggiungendone qualità e comfort, modernità legata ai sogni. Ad esempio il turismo sessuale maschile ha cambiato la l’immagine di Pattaya in Thailandia, che di certo  non è più’ famosa per l’Underwater World, un acquario composto da un tunnel lungo 105 metri. (http://www.video.mediaset.it/video/iene/puntata/389796/golia-turismo-sessuale-in-thailandia.html)

In uno studio, Sanchez Taylor e O’Connell Davidson, due sociologhe inglesi, hanno analizzato nello specifico il turismo sessuale femminile in Giamaica intervistando 240 donne in vacanza e hanno scoperto che almeno un terzo di loro, pur ammettendo di aver avuto una relazione con ragazzi del luogo , ha escluso di aver pagato dei “prostituti” pur finanziandoli con regali e cene. Secondo le due sociologhe, la ragione per cui le donne si convincono di non aver pagato è il pregiudizio che gli uomini neri amino fare sesso con chiunque, anche con donne più’ anziane e che siano dei grandi amatori, ma il pensiero di essere utilizzate solamente per i soldi non le sfiora nemmeno. (http://27esimaora.corriere.it/articolo/turismo-sessuale-al-femminile-le-donne-sono-cosi-diverse-dagli-uomini/)

Wikipedia
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Paradise: Love racconta della ricerca della felicità di una signora 50enne appassita, flaccida, abbattuta dal destino, che all’inizio della sua avventura sembra divertirsi, pensa davvero di essere attraente per quei ragazzi costretti a prostituirsi, ma alla fine capisce di essere diventata una sugar mamas (turista caucasica di mezz’età)  che “compra” i beach boys ( i gigolo’ africani) . Teresa , in Kenya cerca una rivalsa contro il tempo, è alla ricerca di una felicità perduta con uomini più’ giovani e più’ attraenti di lei.  Capisce di essere entrata a far parte di un esercito di donne che aspettano di essere salvate da un principe di colore, uno straniero che le coinvolga in avventure esotiche, perché hanno capito che la vera felicità non è nei soldi: le sugar mamas di Seidl sono donne che non dipendono economicamente dagli uomini, che possono permettersi gioielli e vacanze in luoghi lontani, che usano quei ragazzi per divertirsi, ma che dipendono da quegli uomini provenienti dal “terzo mondo” per sentirsi di nuovo valorizzate, ringiovanite…che utilizzano i soldi per cercare soddisfazioni che avevano quando erano giovani e belle. Ma che dai quei stessi ragazzi vengono considerate solamente come “bottigliette di latte da riempire”.

WIkipedia
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Sono donne che si illudono di aver trovato l’amore pagandolo.

Sorge ovvia, la domanda da geografo: Le sugar mamas rovinano il paesaggio? Le larghe e placide spiagge africane, culle di grandi civiltà, che hanno sorvegliato la nascita di schiavi e guerrieri negli ultimi decenni sono state attaccate da “balene caucasiche” che si, hanno rovinato il paesaggio, forse più’ dei villaggi turistici perché l’hanno reso scena della mercificazione delle persone, quel magnifico paesaggio paradisiaco è reso scena dell’abbrutimento morale e umano di donne che cercano rivalsa dai problemi di tutti i giorni con i soldi. E quando il ciclo di vita di quei luoghi turistici finirà lascerà negli abitanti di quei posti rimarranno solo stereotipi non del tutto lusinghieri sui turisti europei. Quei luoghi tropicali e lontani, sono inferni in cui le “ben rinomate” donne europee  sfogano i loro istinti per poi tornare nei loro paradisiaci paesi europei. A qualcuno appassionato di Discovery Channel, questo film di Seidl, probabilmente sembrerà di guardare un documentario naturalistico.

Questo film mostra, ancora una volta, un’umanità divisa in caste dove le attempate turiste bianche sono divise dai fisicati autoctoni neri, da prospetti di tipo spaziale, in cui una vera integrazione è del tutto impossibile: ad esempio basta pensare alla spiaggia del resort in cui alloggia Terese.

Questo film di Seidl è drammatico, rilascia tanta tristezza perché mostra senza troppe ipocrisie un tipo di turismo di cui si parla poco perché è scomodo, perché rovina l’immagine stereotipata della donna focolare, solo intenta a far pulizie di casa e badar bambini.

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