Il POPULISMO che cresce in EUROPA (dove ci sono le ELEZIONI DEL PARLAMENTO EUROPEO in primavera) – il Populismo razzista e xenofobo che si diffonde, ma anche un POPULISMO BUONO, necessità di democrazia diretta e nuova spinta di entusiasmo per il progetto degli STATI UNITI D’EUROPA

Nel fotomontaggio, da sinistra in alto, in senso orario: 1- NIGEL FARAGE, presidente del PARTITO PER L’INDIPENDENZA DEL REGNO UNITO (UKIP); 2- MARINE LE PEN, del FRONTE NAZIONALE (Fn) francese, 3- NIKOLAOS MICHALOLIAKOS, presidente del partito greco di estrema destra ALBA DORATA; 4- BERND LUCKE, leader tedesco di ALTERNATIVE FUER DEUTSCHLAND  (Immagine tratta dal sito www.rischiocalcolato.it/)
Nel fotomontaggio, da sinistra in alto, in senso orario: 1- NIGEL FARAGE, presidente del PARTITO PER L’INDIPENDENZA DEL REGNO UNITO (UKIP); 2- MARINE LE PEN, del FRONTE NAZIONALE (Fn) francese, 3- NIKOLAOS MICHALOLIAKOS, presidente del partito greco di estrema destra ALBA DORATA; 4- BERND LUCKE, leader tedesco di ALTERNATIVE FUER DEUTSCHLAND (Immagine tratta dal sito http://www.rischiocalcolato.it/)

   Populiste sono le classi dirigenti, di governo o più spesso di opposizione, che tentano di cavalcare sentimenti sociali per ricavarne benefici elettorali. Adesso però populismo vuol dire tutto e niente: vuol anche dire il desiderio di superare condizioni di vita fattesi più difficili, la ricerca di rappresentanza, la richiesta di politiche economiche che facciano uscire dall’immobilismo di questa crisi: aspirazioni tanto normali in tempi di crisi se non di emergenza. Altro populismo è quello dei nuovi gruppi xenofobi e fascisti: in Grecia avanza un partito neonazista come Alba Dorata; oppure l’odio verso gli immigrati, il rifiuto di forme veramente democratiche e di valori di uguaglianza. Servirebbero statisti democratici da tempo di crisi (ma son difficili da individuare). E non si vede la volontà di migliorare organizzazioni internazionali rapidamente invecchiate, obsolete, fuori dal tempo e dalle necessità nuove (pensiamo all’Onu…).

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     A pochi mesi dalle elezioni europee (tra il 22 e il 25 maggio 2014 si terranno le elezioni nei 28 stati membri per eleggere i 766 deputati del Parlamento Europeo), molti sono convinti (e lo si percepisce bene) che i partiti antieuropeisti, o i più critici nei confronti dell’esperienza dell’Unione Europea, questi partiti faranno il pieno di voti (e così di deputati). Mettendo nei guai ancor di più il progetto di unificazione europea.

   Ma anche chi crede ancora nell’Europa unita che superi i nazionalismi (e noi siamo tra questi) non può che constatare che qualcosa non va nel progetto europeo: burocrazie e immobilismi, alti costi ingiustificati delle megastrutture a Bruxelles, Strasburgo, incapacità di decidere e di evolversi verso un ruolo autorevole nel mondo… tutto dimostra come la “vecchia Europa” lo sia, vecchia, non solo nella sua storia politica e culturale (culla della modernità, ma anche purtroppo delle tragedie degli ultimi 200 anni, dal colonialismo alle due guerre mondiali, al fascismo e nazismo…), ma anche nel non saper esprimere una nuova spinta propulsiva verso la “NUOVA STORIA” che si è aperta dopo il 1989 con il crollo del muro di Berlino (cioè con la fine della contrapposizione globale in due blocchi).

   E nella stagnazione europea, è ovvio che nascono e proliferano gruppi, partiti, che contestano e si oppongono al progetto unitario di Stati Uniti d’Europa.

il tedesco MARTIN SCHULZ, attuale presidente del Parlamento europeo
il tedesco MARTIN SCHULZ, attuale presidente del Parlamento europeo

   Nasce così la PAURA POPULISTA in Europa (ma anche in altre parti del mondo). Il populismo non è un’ideologia, è un modo di fare politica, pertanto ha un suo senso pratico nell’opporsi a forme di integrazione sociale, culturale, economica nel nostro continente…. Come dice la parola, il populismo è un attacco all’esistente facendo leva sul Popolo, che viene visto come una vittima innocente delle istituzioni o di chi le sta conducendo nel contesto presente. Ma stiamo attenti a dire che il populismo è solo e in ogni caso negativo.

   Il populismo può così sì avere una connotazione molto negativa, specie quando parliamo

della coniugazione fra populismo e fascismo o ideologie di tipo xenofobo, reazionario, ma tuttavia può anche avere delle connotazioni positive, quando invece sorgono dei movimenti che si richiamano al popolo per chiedere maggiori istituti di democrazia partecipativa o diretta rispetto agli istituti di democrazia  rappresentativa.

Lo slogan AGIRE.REAGIRE.DECIDERE. sottolinea che gli elettori europei possono esercitare il loro potere recandosi alle urne, per determinare il futuro assetto dell'Europa
Lo slogan AGIRE.REAGIRE.DECIDERE. sottolinea che gli elettori europei possono esercitare il loro potere recandosi alle urne, per determinare il futuro assetto dell’Europa

   In questo post in alcuni articoli descriviamo e parliamo dei tanti partiti “populisti”, antieuropei, che ci sono nel 28 stati membri dell’UE. E la possibilità che essi vincano le elezioni del maggio prossimo, o perlomeno che facciano molti deputati (si parla di un 30%…), fa pensare che il prossimo Parlamento Europeo sarà molto instabile. E proprio in un momento che, sembra, incomincerà a contare qualcosa: infatti è previsto che il neo-eletto Parlamento nominerà il nuovo Presidente della Commissione europea, cioè il governo dell’Unione.

   E il populismo, come dicevamo, ha buon gioco e ottime ragioni per criticare l’attuale Europa. Tre sono a nostro avviso i suoi elementi di “presa” sull’elettorato: 1- l’immigrazione che interessa l’Europa dai paesi poveri e in guerra (proprio nella fase di difficoltà occupazionale degli stessi europei autoctoni); 2- la burocrazia elefantiaca e poco comprensibile degli apparati europei; 3- il rigore di bilancio imposto dai paesi forti dell’Unione (in primis la Germania, ma in parte anche del Nord Europa) agli altri paesi (specie quelli della cosiddetta Europa Latina cui ci siamo anche noi) che strangola ancor di più ogni tentativo di ripresa economica. Questi tre fattori quando vengono mescolati possono diventare esplosivi….. pensiamo alla libera circolazione come una minaccia per l’occupazione (il malessere verso gli immigrati…)….. oppure come con la crisi e stagnazione economica i paesi del sud, mediterranei (Italia, Spagna, Francia, Grecia) sono persuasi che quello che succede loro è colpa di Berlino (appunto si sta consolidando un fronte anti-Merkel e anti-troika – cioè Fondo Monetario Internazionale, Unione Europea e Banca centrale europea -), mentre dall’altra i paesi del nord ritengono che è colpa di Bruxelles se devono del denaro al sud….

ERASMUS: UN PROGETTO EUROPEO RIUSCITO - 14 miliardi di euro per Erasmus sono stati approvati per il 2014-2020 dalla commissione cultura ed educazione del Parlamento Europeo, e consentiranno a più di 5 MILIONI DI GIOVANI DI STUDIARE ALL'ESTERO, formarsi e lavorare anche nel volontariato e nello sport. (da http://www.europarl.it/ )
ERASMUS: UN PROGETTO EUROPEO RIUSCITO – 14 miliardi di euro per Erasmus sono stati approvati per il 2014-2020 dalla commissione cultura ed educazione del Parlamento Europeo, e consentiranno a più di 5 MILIONI DI GIOVANI DI STUDIARE ALL’ESTERO, formarsi e lavorare anche nel volontariato e nello sport. (da http://www.europarl.it/ )

   Pertanto i partiti populisti, quando non esprimono razzismo e xenofobia, potrebbero avere qualche ragione seria su cui riflettere e porsi in posizione di voler fare azione positiva.

   Sul termine bivalente di “populismo”, il filosofo e giornalista Marco d’Eramo, ha scritto su Micromega del maggio scorso una sua “Apologia del populismo” dove già nell’introduzione tracciava il carattere importante e provocatoriamente positivo del populismo:Sono sempre di più i movimenti politici e sociali che vengono sprezzantemente tacciati di ‘populismo’ da governi specializzati in misure antipopolari. L’etichetta di populista viene di fatto assegnata a chiunque osi criticare i diktat delle oligarchie economico-finanziarie. Eppure, fino alla seconda guerra mondiale, molti partiti erano fieri di dirsi ‘populisti’. Lo stesso linguaggio usato da un Franklin Delano Roosevelt era in realtà assolutamente assimilabile a quello che oggi viene denigrato come ‘populista’…”. Pertanto etichettare come populisti-reazionari tutti i movimenti di protesta che nascono significa eludere le radici del problema….. perché in Europa è cresciuta e sta crescendo un’umanità così infelice, disgustata, chiamarla populista o reazionaria è fermarsi alle soglie del perché. La domanda sulle radici del grido è elusa.

    Spesso il populismo è intriso di aspetti deleteri, riprovevoli, come il nazionalismo e la conservazione, che vediamo di fatto in ciascuno degli Stati dell’Unione: ma non è solo questo a dar origine al fenomeno populista; come detto ci sono ragioni vere di disagio, di critica a un sistema che fino a qualche anno fa era una chimera, un sogno (l’unità europea) e ora si dibatte nella mediocrità e difficoltà della crisi economica. E allora rinascono ancora di più, dentro l’ambito populista, la voglia di localismo visto come dimensione ideale della rappresentanza democratica e della buona governance: appunto ambizioni localistiche, tenaci identità culturali, linguistiche o religiose, nuove e più forti richieste di rappresentanza…… la ricerca di una via d’uscita da quella che potrebbe essere definita “impotenza democratica”. Abbiamo fin qui riassunto e ripreso quel che potete leggere negli articoli di approfondimento che vi proponiamo in questo post.

   Pertanto non diamo un mero giudizio negativo al populismo: spesso nasce da una critica radicale (e a volte macchiata da riprovevoli razzismi e sentimenti xenofobi) del progetto europeo arenatosi sulla mediocrità ed egoismo di classi dirigente inadeguate che fin qui ci son state nei paesi europei coinvolti nel progetto dell’Unione. Rifiutiamo così i nuovi beceri fascismi populisti (come quello di Alba Dorata in Grecia, ma anche in Ungheria, in altri Paesi…), ma diamo risposte concrete a una Europa che non può più non scegliere nel diventare un soggetto geopolitico autorevole e credibile. Dove poter tutti vivere con entusiasmo in un unico territorio europeo fatto di luoghi diversi che molti dei quali ancora noi dobbiamo scoprire e sicuramente ameremo. (s.m.)

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I NUOVI POPULISMI POSSONO DISGREGARE L’UNITA’ DELL’EUROPA?

di Sergio Romano, dall’inserto “la Lettura” del “Corriere della Sera” del 20/10/2013

   Anche nei Paesi in cui il sistema elettorale è tradizionalmente maggioritario, il voto per le elezioni europee sarà proporzionale. Nel 2009 questa scelta, resa necessaria dal trattato di Amsterdam del 1997, ha avuto l’effetto di modificare la geografia elettorale della Gran Bretagna.

   Il partito della destra nazionalista e antieuropea (United Kingdom Indipendence Party) non è rappresentato alla Camera dei Comuni, ma ha conquistato 13 seggi a Strasburgo con una percentuale di voti (16,5%) superiore a quella dei laburisti (15%). Il suo leader, Nigel Farage, non siede a Westminster, ma può parlare al suo popolo da Strasburgo e attaccare l’Europa dall’interno del suo cuore parlamentare.

   Anche il partito di Marine Le Pen, pasionaria dell’antieuropeismo gallico, compenserà largamente a Strasburgo la sua assenza a Palazzo Borbone, sede dell’Assemblea nazionale della V Repubblica. Secondo gli ultimi sondaggi il gruppo parlamentare del Fronte Nazionale al Parlamento europeo potrebbe essere più numeroso di quello del partito socialista e del movimento gollista.

   Lo stesso accadrà verosimilmente nel caso di altri partiti della famiglia “populista” europea. Con la proporzionale l’Europa offre ai suoi avversari più rappresentanza di quanta ne abbiano conquistata nel loro Paese.

   Esisterà dunque, dopo le elezioni europee del 22-25 maggio 2014, una coalizione dei partiti antieuropei in cui confluiscano anche il Partito della libertà austriaco, il Movimento per un Ungheria migliore (Jobbik), i Veri finlandesi, i Demokraten svedesi, il Partito della Libertà di Geert Wilders nei Paesi Bassi, il Vlaams Belang belga, il Partito del popolo danese, la Lega Nord e, forse, il Movimento 5 Stelle?

   Se questa coalizione verrà costituita, assisteremo a un fenomeno interessante. I membri della famiglia populista hanno tratti comuni. Con diverse sfumature da un paese all’altro, non amano Bruxelles e la Banca centrale europea; sono convinti che le malattie dei loro Paesi debbano essere imputate all’euro; vogliono indire referendum sull’Europa e sulla moneta unica; considerano l’immigrazione una minaccia all’identità nazionale; vogliono “nazionalizzare” le politiche economiche; vogliono svuotare le istituzioni europee dei poteri conquistati dopo i trattati di Maastricht e Lisbona.

   Dicono le stesse cose in lingue diverse e potrebbero unirsi per scalare insieme le mura del castello europeo. Ma tutti dichiarano di volere l’ “interesse nazionale” e scopriranno rapidamente che gli interessi nazionali sono spesso difficilmente compatibili.

   Saranno sempre disposti a dormire nello stesso letto o si divideranno non appena capiranno quanto sia difficile costruire una federazione degli egoismi? Toccherà ai partiti europei fare esplodere le loro contraddizioni. Vi riusciranno, tuttavia, soltanto se dimostreranno di avere, sulla costruzione dell’Europa integrata, gli stessi propositi.

   Forse gli storici diranno un giorno che il massiccio ingresso dei populisti nell’aula di Strasburgo ha reso l’Europa più unita. (Sergio Romano)

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UNO SPETTRO SI AGGIRA PER L’EUROPA: LO SPETTRO DEL POPULISMO

di Christian Rocca, da “il Sole 24ore”, 12/4/2013

   Nel nuovo disco di Johnny Marr, l’anima musicale dei favolosi Smiths, c’è una bella canzone intitolata European Me, «Io europeo». Il testo è sufficientemente criptico da potersi prendere la libertà di interpretarlo, soprattutto dopo aver ascoltato il primo verso: «Now there is no turning back».

   Già, cari europei, ora non si può tornare indietro. Non si può, nonostante la consapevolezza dei tanti misfatti compiuti in nome dell’Europa: primo fra tutti la scelta di separare l’unione economica da quella politica, ovvero di cedere la sovranità monetaria a Francoforte senza acquisire quella decisionale a Bruxelles.  (…)

   Quasi tre anni fa, il Sole 24ore ha pubblicato una lunga, dettagliata e rigorosa inchiesta dalle capitali europee sull’inarrestabile crescita dei nuovi populismi, quegli stantii minestroni ideologici resi ulteriormente indigeribili dalla rabbia sociale e dalla distanza abissale tra i cittadini e la burocrazia di Bruxelles.

   Tre anni dopo siamo arrivati al redde rationem: ora c’è un vero attacco al cuore dell’Unione europea, un attacco sferrato dall’interno del continente, una reazione endogena alla crisi economica. L’Europa è diventata il nostro stesso nemico, la colpa di ogni male nazionale, il bersaglio di ogni lamentela corporativa.

   Non è stato sempre così. Fino a vent’anni fa, l’Europa era il sogno, la speranza, la scommessa di un nuovo inizio: la liberazione pacifica dei Paesi dell’Est, l’unificazione delle due Germanie, l’abolizione delle frontiere, la libera circolazione delle idee e delle persone, il progetto Erasmus. Ora è rimasta soltanto la Champions League a ricordarci che siamo ancora un’Unione. Per il resto benvenuti a Euroland, l’arida terra dell’Euro, l’Unione monetaria dove le nove parole più spaventose che un europeo possa sentirsi rivolgere sono: «Salve, sono dell’Europa e sono qui per aiutarti».

   Quando si è deciso di puntare sulla moneta unica, a Maastricht nel 1992, più o meno dieci anni prima dell’effettiva adozione della single european currency, erano in molti a prevedere guai per la società europea in mancanza di un’analoga espansione dell’Unione politica e democratica. Più Europa, più Europa, si diceva allora.

   E lo si è ripetuto anche quando si è provato ad eleggere come presidente del Consiglio europeo un politico globale come Tony Blair, qualcuno capace di interpretare il ruolo di rappresentante unitario dell’Europa, invece di un oscuro burocrate come Herman Van Rompuy (chi?, appunto).

   Ma nemmeno i più tenaci federalisti potevano immaginare che dieci anni dopo l’adozione della moneta unica l’intero progetto europeo fosse sul punto di saltare. Gli eurocrati troveranno il modo di salvare l’Euro e i Paesi in difficoltà, almeno si spera.

   Ma il tempo non è trascorso senza aver sfilacciato la bandiera stellata dell’Unione. Gli strappi sono evidenti. Oggi la minaccia maggiore all’esperimento europeo è la perdita di legittimità dello spirito europeo, la sua scarsa credibilità, ancora più delle banche troppo esposte e degli Stati troppo indebitati. Questa volta cavarsela con la solita invocazione «più Europa, ci vuole più Europa» non sarà sufficiente. (Christian Rocca)

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ELEZIONI EUROPEE 2014, LA MINACCIA DEL VOTO DI PROTESTA

di ALAIN  SALLES, intervento pubblicato da “Presseurop” il 14 ottobre 2013 (articolo ripreso dal sito http://www.ilnord.it/)

   L’affermazione del partito anti-euro in Germania, la crescita dell’estrema destra in Austria, la pressione degli eurofobi di Nigel Farage sui conservatori britannici e il disastro elettorale del partito di governo alle elezioni amministrative portoghesi a causa delle misure di rigore, rappresentano una sorta di introduzione alla campagna elettorale per le elezioni europee del maggio 2014, che rischia di essere caratterizzata dai gruppi ostili all’ortodossia di Bruxelles.

   Ai tradizionali voti contro l’immigrazione e contro Bruxelles, che hanno alimentato le campagne euroscettiche in occasione delle precedenti elezioni, si aggiunge un voto anti-Merkel e anti-troika rafforzatosi con la crisi dell’euro e con i successivi piani di rigore. Spesso questi fronti anti-Europa si mescolano tra di loro. Da un lato gli euroscettici sono preoccupati dello sviluppo dell’immigrazione, dall’altro il rigore alimenta il rifiuto di un’Europa liberista.

   Mentre i partiti di governo sono più preoccupati per elezioni nazionali che per quelle europee a scarsa partecipazione, queste forze “contro” vogliono capitalizzare i loro voti sull’elezione del 22 e del 25 maggio 2014 per rafforzare la loro influenza.

   Inoltre questo movimento arriva nel momento in cui il Parlamento europeo ottiene poteri più importanti, in particolare sulla scelta del presidente della Commissione. Il presidente del Partito per l’indipendenza del Regno Unito (Ukip) Nigel Farage ha fatto delle elezioni europee il suo principale obiettivo per imporsi nel Regno Unito e cambiare il rapporto di forza a Bruxelles. Questa è anche la priorità dei Veri Finlandesi o del Fronte Nazionale (Fn) francese, così come di Beppe Grillo in Italia o di Syriza, il principale partito di opposizione in Grecia. Tutte queste forze politiche sperano di raccogliere i voti “contro”, che si esprimono più facilmente in questo genere di elezioni. «Le europee sono tradizionalmente favorevoli ai partiti periferici», spiega il politologo Dominique Reynié. «Sono a scrutinio proporzionale e l’astensione è molto forte, soprattutto fra i moderati».

   Gli ingredienti del cocktail sono noti: l’immigrazione, la burocrazia e il rigore. E quando vengono mescolati possono diventare esplosivi. La polemica sui Rom in Francia mostra che l’immigrazione – sia verso l’Europa che all’interno dell’Unione – sarà uno dei temi della campagna elettorale. Questo è uno dei cavalli di battaglia dell’estrema destra, dalla Danimarca alla Grecia, dai Paesi Bassi all’Austria o alla Francia.  Si tratta di un argomento spesso trattato dagli euroscettici dell’Ukip o da parte del nuovo partito anti-euro “Alternativa per la Germania” (Afd).

   Una parte degli europei preoccupati dalla crisi vede la libera circolazione come una minaccia per l’occupazione. Il lavoratore romeno o bulgaro sta sostituendo l’idraulico polacco. L’euroscetticismo approfitta della crisi. Alle critiche nei confronti della burocrazia di Bruxelles si aggiunge la cattiva gestione della tempesta finanziaria. «Dopo la crisi del debito i paesi del sud sono persuasi che quello che succede loro è colpa di Berlino, mentre i paesi del nord ritengono che è colpa di Bruxelles se devono del denaro al sud», spiega il deputato del Partito popolare europeo (Ppe) Alain Lamassoure.

   I Veri Finlandesi vedono nell’aiuto alla Grecia la giustificazione del loro euroscetticismo, così come il Partito della Libertà di Geert Wilders nei Paesi Bassi, che nei sondaggi raggiunge il 30 per cento. Accanto a queste due opposizione tradizionali, la crisi ha dato vita a un fronte anti-Merkel e anti-troika molto attivo nell’Europa meridionale, tanto a sinistra quanto a destra.

   In Grecia, Syriza e il partito populista dei Greci Indipendenti vogliono approfittare del rifiuto delle misure imposte da Bruxelles e dal Fondo Monetario Internazionale (Fmi) per imporsi a Strasburgo. In Spagna il movimento degli Indignados vuole presentare delle liste alle elezioni di maggio. Finora l’estrema destra e i movimenti euroscettici, molto divisi, hanno avuto un’influenza limitata al Parlamento Europeo.

   «Il progetto europeo corre un grave pericolo», riconosce Anni Podimata, vicepresidente del Parlamento ed esponente del Partito socialista Nationalgreco (Pasok). «L’avversione all’Europa è sempre più forte. Questo deve spingere i partiti a farsi carico di un messaggio europeista».

   I deputati dell’Fn non sono iscritti, mentre gli altri movimenti si ritrovano nel gruppo “Europa libertà democrazia” intorno a Nigel Farage e ai membri della Lega Nord. Il sogno dell’Fn è quello di creare un gruppo con l’Fpö austriaco, che ha superato il 20 per cento alle elezioni politiche del 29 settembre.

   «Tra un quarto e un terzo dei deputati voterà “no” a tutto, ma questo non impedirà al Parlamento di funzionare. L’intesa fra il Ppe e i socialdemocratici sarà più necessaria che mai», sostiene Lamassoure. I due partiti hanno annunciato che faranno una campagna destra-sinistra, ma l’inizio della campagna elettorale dei socialdemocratici è coincisa con la decisione dell’Spd di partecipare al governo Merkel. (Alain  Salles)

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EUROPA, L’UFFICIO DELLE LETTERE SMARRITE

di Barbara Spinelli, da “la Repubblica” del 6/11/2013

– Etichettare come populisti e reazionari tutti i movimenti di protesta che nascono significa eludere le radici del problema. L’Ue così com’è oggi non è minacciata dalla rabbia dei propri cittadini, ma dai governi restii a delegare sovranità nazionali –
   Sono d’accordo con l’auspicio espresso domenica da Eugenio Scalfari: che l’Europa federale nasca, e la moneta unica si salvi. In caso contrario avremo, al posto dell’Unione, tanti staterelli senza lode ma non senza infamia, non amici ma più che mai vassalli della potenza Usa. Torneremo alla casella di partenza: vinti dai nostri nazionalismi come nelle guerre mondiali del ‘900.
Sono meno d’accordo con il giudizio severo sui movimenti di protesta che ovunque nascono contro l’Europa come oggi è fatta, e ho un’opinione assai meno perentoria su 5 Stelle. Chi ascolti Grillo con cura sarà certo colpito dalle sue incongruenze; specie quando indulge alla xenofobia, procacciatrice di voti. Ma non s’imbatterà nel nazionalismo, né in vero antieuropeismo.

   Populismo è un’ingiuriosa parola acchiappatutto che non spiega nulla. Come spesso nella nostra storia, è sotterfugio autoassolutorio di chiuse oligarchie: lo spiega Marco D’Eramo in uno dei migliori saggi usciti in Europa sul populismo come spauracchio (Micromega 4-13). Serve a confondere l’effetto (la rabbia dei popoli, il suo uso) con la causa (l’Europa malfatta, malmessa). Letta fa la stessa confusione, nell’intervista alla Stampa di venerdì.
Qualche giorno fa Grillo ha detto sulla crisi dell’Unione cose sensate, che nessun nazionalista direbbe: un’Europa che si dotasse di strumenti finanziari (tra cui gli eurobond), e che mettesse in comune i debiti, potrebbe far molto per superare le difficoltà e salvare se stessa. Purtroppo c’è nel M5S chi propugna l’uscita dell’Italia dall’Euro, fantasticando di rimettere sul trono i re nazionali. Questo significa che Grillo esita a compiere scelte forti, quasi fosse già stanco all’idea di divenire un leader che educhi, unifichi. Non significa che i 5 Stelle siano assimilabili a Marine Le Pen, o ai neo-nazisti in Grecia e Ungheria. Anche se il protezionismo mentale li tenta, è difficile immaginare che un movimento nato dalla congiunzione di iniziative cittadine del tutto estranee al nazionalismo sfoci in destra estrema.
La questione di fondo è dunque un’altra. Non il nome interessa sapere, ma perché in Europa cresca un’umanità così infelice, disgustata. Chiamarla populista o reazionaria è fermarsi alle soglie del perché. La domanda sulle radici del grido è elusa. E la risposta è inservibile, se proteste e proposte tra loro tanto dissimili vengono espulse come grumo compatto che intasa chissà quale progresso.
Bollare un intrico di sdegni e rifiuti vuol dire ignorare che l’Europa di oggi distilla veleni cronici. Non basta dirla per farla, alla maniera performativa dei governi attuali. Vuol dire nascondere quel che pure è evidente: nazionalismo e conservazione sono vizi che affliggono i vertici stessi e le élite degli Stati dell’Unione.

   Anche qui vale la pena andare oltre le parole: se si esclude la Francia, Federazione non è più vocabolo tabù. Molti oggi l’invocano. Ma senza che al verbo seguano atti concreti: la messa in comune dei debiti, una crescita alimentata da eurobond e da risorse europee ben più consistenti di quelle odierne. E ancora: un Parlamento europeo con nuovi poteri, e una Costituzione comune che sia espressione dei cittadini. Un’Europa che sia per loro un rifugio in tempi di angoscia, e non il guscio che protegge un’endogamica oligarchia di potenti che si blindano a vicenda.
L’Europa così com’è non è minacciata dalla rabbia (di destra e sinistra) dei propri cittadini. È minacciata da governi restii a delegare sovranità nazionali non solo finte ma usurpate, visto che sovrani in democrazia sono i popoli. La crisi del 2007-2008 la tormenta smisuratamente a causa di tali storture. Un’austerità che accentua povertà e disuguaglianze, un Patto di stabilità ( Fiscal Compact) che nessun Parlamento ha potuto discutere: l’Europa che si vuol ripulire dai populismi è questa. È la miseria greca; sono gli occhi che spiano il debole, come nei Salmi. È la corruzione dei governi, che si ciba di disuguaglianze e di falsa stabilità.
Il caso delle sinistre radicali in Grecia è esemplare. Il Syriza, una coalizione di movimenti cittadini e gruppi di sinistra, fu bollato come antieuropeo e populista, nelle due elezioni del maggio-giugno 2012. Le cancellerie europee si mobilitarono, dipingendo Syriza come orco da abbattere. Berlino minacciò di chiudere i rubinetti degli aiuti. Ma né Syriza né Alexis Tsipras che lo guida sono antieuropei. Chiedono un’altra Europa, sì, e questo atterrisce l’establishment.
Il 20 settembre, presentando il proprio programma al Kreisky Forum di Vienna, Tsipras ha sorpreso chi l’aveva infangato. Ha detto che l’architettura dell’euro e i piani di salvataggio hanno sfasciato l’Unione, invece di bendarne le ferite. Ha ricordato la crisi del ’29, i dogmi neoliberisti con cui fu gestita. Proprio come accade oggi, “i governi negarono l’architettura aberrante dei loro disegni, insistendo sull’austerità e sul mero rilancio dell’export”. Ne risultò miseria, “e l’ascesa del fascismo in Sud Europa, del nazismo in Europa centrale e del nord”. È il motivo per cui l’Unione va fatta da capo. Riprendendo le idee dei sindacati tedeschi, Syriza propone un Piano Marshall per l’Europa, un’autentica unione bancaria, un debito pubblico gestito centralmente dalla Banca centrale europea, e un massiccio programma di investimenti pubblici lanciato dall’Unione.
Ma Tsipras dice qualcosa di più: c’è un nesso che va denunciato, tra la crisi europea e le corrotte democrazie di Atene e di tanti Paesi del Sud. “La nostra cleptocrazia ha stretto una solida alleanza con le élite europee”, e il connubio si nutre di menzogne sulle colpe greche o italiane, sui salari troppo alti e lo Stato troppo soccorrevole. Le menzogne “servono a trasferire la colpa delle debolezze nazionali dalle spalle dei cleptocrati a quelle del popolo che lavora duramente”.
È un’alleanza che non ha più opposizione da quando la sinistra classica ha adottato, negli anni ’90, i dogmi neoliberisti. Gran parte della popolazione è rimasta così senza rappresentanza: smarrita, dismessa, punita da manovre recessive che paiono esercitazioni militari. È questa parte (una maggioranza, se contiamo anche gli astensionisti) che protesta contro l’Europa: a volte sognando un irreale ritorno alle monete e alle sovranità nazionali; a volte chiedendo invece un’altra Europa, che non dimentichi il grido dei poveri come seppe fare tra il dopoguerra e la fine degli anni ’70. Questo dice Tsipras. Cose simili, anche se più caoticamente, dice Grillo.
Se nulla si muove l’Europa sarà non più riparo, ma luogo che ti espone, ti denuda. Tenuto in piedi da élite di consanguinei  – che campano di favori personali fatti e ricevuti senza che dubbio li sfiori (è il caso Cancellieri); che annunciano una ripresa smentita dai fatti  –  l’edificio somiglia sempre più all’Ufficio delle Lettere morte custodito da Bartleby lo scrivano, nel racconto di Herman Melville. È sfogliando e gettando al macero migliaia di lettere spedite e mai recapitate che Bartleby matura il suo impallidito rifiuto, che a un certo punto lo indurrà a rispondere “Preferirei di no”, con cadaverica tranquillità, a qualsiasi ordine o domanda.
Ecco, l’Europa è oggi quell’Ufficio che ha trasformato il suo impiegato in un infelice: “Lettere morte! (…) Talvolta dalle pieghe del foglio il pallido impiegato estrae un anello: e il dito cui era destinato forse già imputridisce nella tomba; una banconota inviata con la più tempestiva delle carità: e colui che ne avrebbe ricevuto giovamento ormai non mangia più, non soffre più la fame; un perdono per coloro che morirono nello scoraggiamento; una speranza per quelli che morirono senza sperare; buone notizie per quelli che morirono soffocati da non alleviate calamità. Messaggere di vita, queste lettere precipitano nella morte. O Bartleby! O umanità!“. (Barbara Spinelli)

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UN SINDACO ALL’ONU

di FRANCO VENTURINI, da “LA LETTURA”, inserto domenicale del Corriere della Sera del 3/11/2013

– Istituzioni democratiche in crisi di rappresentanza e l’ombra dei populisti stimolano opzioni estreme – Governi e parlamenti nazionali (ma anche sovranazionali) sono malati e paralizzati dai veti – In cerca di nuove soluzioni –

   Nella sua ultima opera, destinata a far discutere quanto il bestseller Jihad vs. McWorld pubblicato nel ’96, il politologo americano Benjamin Barber porta alle estreme conseguenze una tendenza socio-politica vecchia quanto il mondo e tornata alla ribalta negli ultimi decenni: il localismo visto come dimensione ideale della rappresentanza democratica e della buona governance.

   Sfiorando la provocazione, Barber suggerisce nel suo If Mayors Ruled the World («Se i sindaci governassero il mondo») di far fronte al caos globale dei tempi nostri affidando il potere decisionale agli amministratori delle città.

   La manutenzione delle fognature, esemplifica l’autore con riferimento agli Usa, non è né democratica né repubblicana. E con il loro approccio libero dagli schieramenti i sindaci potrebbero rivelarsi assai più efficaci degli attuali governi e parlamenti nazionali, sostituendosi — in America come nel resto del mondo democratico — a classi dirigenti ormai paralizzate dalla dimensione delle sfide.

   Andrebbe davvero meglio così, con i sindaci al timone? Ho l’impressione che non sia questo pur fondamentale quesito a ispirare Barber. La sua fuga in avanti vuole piuttosto farci riflettere, con l’efficacia di una proposta radicale, sulla perdita della «giusta rappresentanza» che affligge le nostre democrazie nazionali, e non trova nelle istituzioni internazionali, anch’esse malate, alcuna rete di protezione.

   Converrà tornare con la memoria al paradosso che seguì l’evento-simbolo dell’ultima parte del Novecento: la caduta del Muro di Berlino nel 1989. Allora un altro politologo statunitense, Francis Fukuyama, sbagliò ad annunciare nel nome di Hegel «la fine della storia», ma capì come tanti altri che stava per nascere una storia diversa. Con il superamento dei blocchi militari e ideologici in Europa e nel mondo divenne possibile, e fu presto realizzata, una globalizzazione economica sostenuta e incoraggiata dal libero utilizzo delle tecnologie informatiche. Ma in perfetta contemporaneità, quasi si volesse riequilibrare quella corsa ad abbattere le frontiere, riemersero un po’ ovunque antiche ambizioni localistiche, tenaci identità culturali, linguistiche o religiose, nuove e più forti richieste di rappresentanza.

   In realtà due cambiamenti precisi soffiavano nelle vele della reazione anti-globalizzatrice e delle sue varie espressioni. Il primo fu la scomparsa della minaccia: l’esaurirsi della contrapposizione ideologico-missilistica rendeva improvvisamente superflua una disciplina di appartenenza prima resa obbligatoria dal prioritario bisogno di sicurezza. Il secondo fu la rivincita dell’economia sui cannoni: l’irruzione sulla scena della grande finanza globalizzata, la non più imbrigliata corsa delle banche al profitto, l’esplosione dei commerci, ma anche, ancora una volta per reazione, il ritorno delle spinte localiste o regionaliste talvolta concepite, come in Italia dalla Lega, per inserirsi nella globalizzazione senza doverne incassare i contraccolpi.

   Queste premesse aiutano a capire quando e come i sistemi nazionali e internazionali abbiano cambiato rotta sotto la doppia spinta del fallimento del comunismo realizzato e del trionfo della tecnologia del profitto.

Ma Benjamin Barber va oltre, e avanza una formula che è utopica prima di essere giusta o sbagliata.  Quanti muri dovrebbero cadere nel mondo per consentire ai bravi sindaci di diventare governanti? Non occorre evocare la bancarotta di Detroit per sapere che anche le città, molte città, vivono problemi amministrativi, paralisi decisionali, litigi tra quei partiti politici che comunque negli organismi municipali conservano una influenza non indifferente.

   Non sarà la proposta di Barber a toglierci d’impaccio. Ma la sua sciabolata è utile là dove stimola il dibattito e incoraggia la ricerca di una via d’uscita da quella che Moisés Naím chiama «vetocrazia» (la paralisi imposta dalle minoranze alle maggioranze) e che potrebbe più semplicemente essere definita impotenza democratica.

   Gli Stati Uniti hanno appena fornito una dimostrazione di «vetocrazia» e di disordine decisionale. I danni di immagine e di credibilità provocati dallo shutdown sono stati gravi, ma è ancora più grave non sapere con certezza se l’accordo sul bilancio concluso alla venticinquesima ora andrà in archivio, oppure se nuove ricadute intaccheranno più seriamente la prima economia mondiale, contribuendo a quello che molti osservatori considerano già il «declino» dell’America.

   E poi, vogliamo dare una occhiata in giro? L’anno che sta finendo ha portato in piazza proteste di massa dal Brasile alla Turchia, aspirazioni democratiche sono state variamente soppresse nel mondo arabo (diverse sono le cause del bagno di sangue siriano), e soprattutto ci siamo noi, c’è il laboratorio Europa. Populismo, questa è la parola che fa paura. Ma su questa parola bisognerebbe intendersi.

   Populiste sono le classi dirigenti, di governo o più spesso di opposizione, che tentano di cavalcare sentimenti sociali per ricavarne benefici elettorali. Ma nella base che poi (forse) andrà alle urne, cioè nel popolo, il termine populismo non ha molto senso. A meno che per populismo non si voglia intendere il desiderio di superare condizioni di vita fattesi più difficili, la ricerca di rappresentanza, la richiesta di politiche efficaci almeno nell’ambito di un «possibile» che nella Unione Europea si è fatto molto stretto. Le colpe dei politici populisti non dovrebbero essere identificate o addirittura nascoste dietro aspirazioni tanto normali in tempi di crisi se non di emergenza.

   Il discorso però cambia, e deve cambiare, quando in Grecia avanza un partito neonazista come Alba Dorata, quando la ricerca del benessere diventa odio verso l’immigrato-concorrente, quando la corruzione si mangia ogni anno una fetta consistente del Pil comunitario, quando la disoccupazione diventa il trampolino di formazioni politiche organizzate che dietro il rifiuto dell’Europa tengono in serbo un rifiuto almeno potenziale della democrazia e dei suoi valori fondanti.

   Anche questi non andrebbero chiamati populisti, bensì eversori o semplicemente anti-democratici. Ed è pensando a loro che Jonathan Birdwell, al termine di una lunga ricognizione, ha scelto un sottotitolo tremendo per il rapporto Backsliders. Measuring Democracy in the Eu che ha da poco presentato a Londra: «La democrazia in Europa non è più un fatto acquisito».

   Beninteso, resta molto difficile distinguere di volta in volta tra chi protesta contro l’Europa dell’austerità e chi invece sarebbe disposto o vorrebbe andare oltre, impugnando la bandiera di un ambiguo nazionalismo o di tardivi soprassalti sovranisti. Ma il pericolo esiste, perché i due vasi sono comunicanti e la democrazia elettorale offre essa stessa lo strumento che sulla carta ha la capacità di ucciderla.

   Come è già accaduto dalle parti di Berlino. Al dibattito sui pericoli per la democrazia, europea in questo caso, dovrebbe seguire una domanda forte: che fare, come prevenire il peggio? È in fondo l’interrogativo che ci pone tra le righe anche Benjamin Barber. Ma purtroppo le risposte non ci sono, o non meritano di essere considerate tali nella visione, oggi assai rara, di un bene comune.

   Talvolta i decisori politici si affidano a forme varie di demagogia che poi accrescono, quando le promesse si dimostrano false, la delusione e la rabbia. Talaltra governi e parlamenti scelgono di difendere il proprio residuo benessere negando solidarietà ai più deboli. Ma sempre risulta evidente un desiderio di non affrontare la minaccia più grave, di non guardare in faccia il pericolo di uno tsunami antidemocratico.

   È vero che nell’Europa di oggi non molto si potrebbe fare. Comunicare meglio, a cominciare da Bruxelles, questo sì. Convincere la Germania a trovare un migliore equilibrio tra vantaggi ricevuti e pagamenti effettuati o da effettuare, anche. Ma soprattutto servirebbero statisti democratici da tempo di crisi, capaci di guidare invece di dormire con i sondaggi sotto il cuscino. E oggi non se ne vedono.

   Così come non si vede da parte degli Stati democratici o delle unioni di Stati la volontà di migliorare organizzazioni internazionali rapidamente invecchiate dopo il 1989, occasionalmente utili (si pensi alla Siria e all’Onu, ma soltanto dopo un accordo di vertice tra americani e russi), eppure non in grado di tenere sotto controllo le tante micce accese nel mondo post-blocchi.

   In realtà il sistema del dopo-Muro non c’è ancora, «negli» Stati democratici come «tra» gli Stati. E non lo si vede nemmeno all’orizzonte, a meno di credere che il modello pronto a conquistarci sia quella efficace ma assai poco attraente combinazione tra capitalismo e comunismo che Deng Xiaoping inventò per la Cina.  (Franco Venturini)

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SCENARI DI GOVERNABILITA’ EUROPEA

SIAMO TUTTI POPULISTI

di DAVID CARRETTA, da “Il Foglio”, del 30/10/2013

– A Bruxelles va forte l’horror-fantasy sull’Europarlamento in mano ai partiti antieuropei. La paura è fortemente esagerata, pure se qualche guaio c’è –

   Noi parliamo alla pancia della gente, siamo populisti veri, non dobbiamo vergognarci”, ha detto Beppe  Grillo per ricompattare i suoi dopo le liti e gli strappi nel Movimento 5 stelle, secondo la ricostruzione del  Fatto quotidiano ché la riunione di martedì sera era rigorosamente a porte chiuse.

   Il populismo non è una malattia, è un punto di forza, tanto che nei corridoi di Bruxelles va forte un horror-fantasy che è sceneggiato più o meno così: nell’ultima settimana del maggio 2014, centinaia di milioni di europei vanno alle urne per eleggere i nuovi deputati dell’Europarlamento.

   Stanchi di una crisi economica senza fine e spaventati dai continui sbarchi di migranti, dopo una campagna elettorale fiacca e incentrata sui temi nazionali, gli elettori europei decidono comunque di andare a depositare la scheda nell’urna. E infliggono uno schiaffo all’Europa.

   Alle dieci della sera di domenica 25 maggio i risultati sono senza appello: il Front national di Marine Le Pen è il primo partito in Francia, il Partito della libertà di Geert Wilders è in testa in Olanda, il Movimento 5 stelle di Beppe Grillo ha fatto il pieno di voti in Italia, i Veri finlandesi sono la principale forza politica in Finlandia. Nel Regno Unito, l’Ukip ha superato i Tory e il Labour al grido di “fuori il Regno Unito dall’Unione europea!”.   In Grecia, Alba dorata e Syriza – insieme – raccolgono la maggioranza assoluta. In Germania, Alternative für Deutschland supera lo sbarramento del 3 per cento necessario a entrare all’Europarlamento. In Ungheria, il Fidesz del neonazionalista Viktor Orbán ha sfiorato il 50 per cento, mentre i neonazisti del Jobbik hanno ottenuto più del 20 per cento. In Polonia torna uno dei terribili gemelli Kaczynski, Jaroslaw, con il suo partito ultracattolico e antieuropeo della Legge e della Giustizia.

   Alle tre del mattino di lunedì 26 maggio, dopo la ripartizione dei seggi tra i gruppi politici, il verdetto è definitivo: l’Europarlamento, e dunque l’Europa, sono ingovernabili. Anche uniti in una Grande coalizione, i partiti tradizionali – i popolari del Ppe, i socialisti del Pse, i liberali dell’Alde – non hanno la maggioranza. Nazionalisti, populisti, xenofobi, eurocritici, euroscettici, eurofobici, estremisti di destra e sinistra hanno ucciso il progetto di integrazione del continente.

   Nelle menti e nelle dichiarazioni delle classi dirigenti europee, questo horror-fantasy sulla catastrofe politica dell’Unione europea ha sostituito la molto più concreta catastrofe economica della zona euro come  principale minaccia per i destini dell’Europa. Enrico Letta lo ha detto in un’intervista al New York Times la scorsa settimana: il prossimo Europarlamento rischia di non funzionare, se gli euroscettici otterranno più del 25 per cento dei seggi.

   Nel discorso sullo stato dell’Unione in settembre, il presidente della Commissione, José Manuel Barroso, ha lanciato un appello a tutti gli europeisti affinché si uniscano per difendere l’Europa, invece di continuare a criticare la sua persona. Le elezioni europee del prossimo anno potrebbero rappresentare “un momento di svolta per un European Tea Party”, ha scritto Gideon Rachman del Financial Times. Quando era presidente del Consiglio, Mario Monti aveva più volte chiesto ai leader europei di convocare un vertice straordinario a Roma per fermare l’ondata dell’euroscetticismo.

   La tendenza è confermata dai risultati di elezioni locali e sondaggi. Dopo aver conquistato Brignoles, il Front national (Fn) francese supera i gollisti dell’Ump e i socialisti di François Hollande nelle intenzioni di voto per le europee. In Austria, il Partito della libertà (Fpo) fondato da Jörg Haider ha conquistato più del 20 per cento dei voti nelle legislative di settembre. In Grecia, Syriza tallona nei sondaggi i conservatori del premier Antonis Samaras.

   Come se non bastasse, alcuni populisti antieuropei di destra si preparano a creare una grande Alleanza europea di “brutti, sporchi e cattivi”: una riunione organizzata da Le Pen e Wilders all’Aia in novembre potrebbe trasformarsi nel congresso di fondazione del “Partito europeo dei patriottici”. La Sinistra unitaria europea – la famiglia politica dei comunisti – ha scelto il più anti Bruxelles dei suoi leader come suo candidato alla presidenza della Commissione: il greco Alexis Tsipras.

   A sette mesi dalle elezioni europee, la ripresa economica è fragile e diversi paesi sono ancora in recessione. Cinque anni di crisi finanziaria hanno alimentato le tensioni politiche tra nord e sud. L’Europa viene abitualmente usata dai governi in carica come capro espiatorio dei fallimenti nazionali, oltre che europei. Insomma, la progressione delle forze populiste è reale. E il lavoro del prossimo Europarlamento, che con il trattato di Lisbona ha acquisito nuovi poteri, potrebbe complicarsi con l’arrivo di nuovi deputati antieuropei di destra e sinistra. Ma lo scenario di un’orda di euroscettici che nel maggio 2014 paralizzi o travolga Bruxelles e Strasburgo appare comunque improbabile.
“Il successo degli euroscettici, se ci sarà, non sarà paneuropeo ma nazionale”, spiega al Foglio Thomas Klau, direttore dell’ufficio di Parigi dell’European Council on Foreign Relations. Merito dell’aritmetica elettorale nazionale e dello strano modo di funzionare delle istituzioni europee che, di fatto, hanno istituzionalizzato la Grande coalizione dei pro europei.

   Inoltre, “i nazionalisti hanno un problema. Sono nazionalisti”, come ha spiegato al Financial Times il politologo francese Joël Gombin: “E’ sempre difficile per loro allearsi con nazionalisti di altri paesi”. Il primo tentativo di formare un gruppo dell’estrema destra all’Europarlamento – Identità Tradizione e Sovranità – fallì miseramente nel 2007, quando Alessandra Mussolini insultò i rumeni che invadevano l’Italia, provocando la furia del partito Grande Romania.

   Il “tutti uniti per trasformare le prossime elezioni europee in un trionfo elettorale europeo contro Bruxelles” – l’obiettivo dichiarato di Wilders – potrebbe infrangersi contro le frontiere nazionali. Ma in Francia e nel Regno Unito un successo delle forze euroscettiche “rischia di porre un problema a livello nazionale”, dice Klau. E così i “commentatori francesi e inglesi sollevano l’allarme” per “riproporre i timori delle loro classi politiche”, salvo produrre una “distorsione della realtà”. Perché alla fine, “se si guarda alla situazione concreta paese per paese, non è scritto da nessuna parte che il numero globale di deputati europei di questa famiglia politica debba aumentare in modo così consistente”.

   Tra Le Pen e Wilders galeotto fu un pranzo ad aprile al ristorante la Grande Cascade del Bois de Boulogne a Parigi. Da mesi il leader del Partito della libertà in Olanda stava corteggiando l’erede del Front national. Entrambi sono finti biondi, carismatici, anti immigrazione e anti islam: dopo più di due ore di discussione a tavola, è scoppiato l’amore anche sull’odiata Europa. Le Pen e Wilders hanno messo da parte le loro molte divergenze per tentare di unire i populisti di destra nella “Alleanza europea per la libertà”. “L’embrione di un gruppo parlamentare è già costituito”, dice Marine Le Pen: l’obiettivo è riunire i “patrioti” per “combattere l’Ue che impone i suoi diktat contro l’opinione dei popoli”.

   Le discussioni coinvolgono i Democratici svedesi, la Fpo austriaca, il Vlaams Belang belga e alcuni esponenti della Lega nord (anche se il partito di Roberto Maroni è spaccato). “Abbiamo contatti con un membro dell’Ukip – aggiunge Le Pen – Accarezziamo la speranza di formare un gruppo nel prossimo Europarlamento. Sono molto ottimista”.

   In realtà, l’esercizio si sta dimostrando complicato, perché la geografia dell’anti-europeismo in Europa è molto varia e spesso contraddittoria. L’Ukip ufficialmente ha declinato l’invito del duo Le Pen-Wilders. Il suo leader, Nigel Farage, preferirebbe Beppe Grillo e la sua “narrazione molto euroscettica”: il “non leader” del Movimento 5 stelle era stato invitato (invano) a Londra per “un piatto di roast-beef e una pinta di birra”. “L’Ukip è un partito molto giovane: non ha la nostra maturità – spiega Le Pen – Ha paura di essere demonizzato, ma prima o poi si convincerà che siamo davanti a un appuntamento con la storia”.

   Ma nemmeno il Partito popolare danese e i Veri finlandesi vogliono avere nulla a che fare con il Fn francese, la Fpo austriaca o il Jobbik ungherese: troppo estremisti e vicini ai neonazisti, agli occhi degli scandinavi.

   Il partito neonazista greco di Alba dorata e il Jobbik ungherese sono messi al bando perfino da Le Pen figlia, nonostante il padre Jean-Marie sia ancora membro dell’alleanza di estrema destra europea. Alla fine, Alba dorata e Jobbik saranno esclusi dalla “Alleanza europea per la libertà” perché “non sono le nostre idee politiche”, annuncia Le Pen. Una parte della Fpo austriaca, dopo aver epurato gli elementi più estremisti, fatica ad allearsi con la Lega nord. Il malcelato razzismo dei padani è mal tollerato anche dall’Ukip: per continuare l’esperienza di un gruppo parlamentare comune a Strasburgo, Farage ha preteso l’espulsione di Mario Borghezio.

   La mappa dell’euroscetticismo è ancor più confusa, se si guardano gli estremi dello spettro politico a livello nazionale. In Francia, oltre al Fn di Le Pen, un elettore su dieci sembra intenzionato a votare per il Front de Gauche del tribuno Jean-Luc Mélenchon. In Olanda, i maoisti del Partito socialista sono la versione di sinistra del Partito della libertà di Wilders. In Germania, l’estrema sinistra della Linke è la formazione più antieuropeista presente nel nuovo Bundestag. In Austria, la lista del miliardario Frank Stronach (quasi il 6 per cento alle ultime elezioni) contende la bandiera antieuro alla Fpo, ma è aperta all’immigrazione e ha un programma liberal-libertario.

   I sistemi elettorali nazionali, inoltre, chiuderanno le porte dell’Europarlamento a diverse forze euroscettiche. Con la soglia di sbarramento al 4 per cento, la Lega è in bilico. Alba dorata è in caduta nei sondaggi. Gli euroscettici dei piccoli paesi invieranno a Bruxelles e Strasburgo al massimo un paio di parlamentari.

   A contare sono soprattutto i grandi paesi e, tra “quelli che pesano demograficamente”, alcuni non invieranno alcun europarlamentare anti Europa, ricorda Thomas Klau. “La Germania è il caso tipico: anche se Alternative für Deutschland dovesse entrare all’Europarlamento, l’immensa maggioranza dei deputati tedeschi verrà dai partiti tradizionali e pro europei. La Spagna – secondo Klau – è un altro esempio di paese che non manderà alcun deputato veramente euroscettico nella sua versione più dura”. In Polonia, il partito dei gemelli Kaczynski è più affine ai Tory di David Cameron che all’Ukip di Nigel Farage. Anche se in Francia dovesse vincere Le Pen, “nella maggior parte dei paesi membri, una maggioranza schiacciante di elettori voterà partiti che sostengono il principio dell’integrazione europea e che chiedono altri passi in avanti”, dice Klau.

   Le fortune elettorali e demoscopiche di nazionalisti, populisti ed estremisti sono cicliche. Il Fn aveva ottenuto il 10 per cento nelle elezioni europee del 2004, salvo dimezzare i suoi voti cinque anni dopo. I sondaggi in Olanda dicono che Wilders è allo stesso livello del 1999: attorno al 17 per cento. In Belgio, i nazional-regionalisti fiamminghi della Nva hanno preso il posto dell’estrema destra fiamminga del Vlaams Belang. Nel Regno Unito la ripresa dell’economia è stata accompagnata da una ripresa dei conservatori di David Cameron ai danni dell’Ukip di Farage. In Francia, la progressione di Marine Le Pen nei sondaggi è direttamente proporzionale al tracollo della popolarità del presidente François Hollande. Infine, ogni volta che l’appuntamento elettorale è stato presentato come un referendum sull’Ue o sull’euro – come le elezioni politiche in Olanda e quelle presidenziali in Finlandia nel 2012 – gli anti-europeisti sono stati schiacciati dai grandi partiti tradizionali pro europei.

   A rendere quasi immune l’Europa è anche il suo modo di funzionare. “L’Ue è governata da una grande coalizione politica, come la Svizzera, che si nasconde dietro a finzioni come l’interesse generale europeo o la somma di interessi nazionali”, dice Thomas Klau: all’Europarlamento, alla Commissione e al Consiglio “di fatto c’è un cartello dei partiti tradizionali di centrodestra e centrosinistra”, che “si rafforzerà dopo le elezioni europee” in caso di successo degli euroscettici. I popolari del Ppe, i socialisti del Pse e i liberali dell’Alde continueranno ad avere la maggioranza nelle tre istituzioni e a lavorare insieme per forgiare compromessi.

   Perfino i Tory britannici e i Verdi partecipano al gioco: le forze politiche che sono presenti nei governi nazionali sono costretti a muoversi nel gioco europeo. Ma il “cartello” degli europeisti rappresenta anche un pericolo, avverte Klau: “Se la Svizzera rende equilibrato il suo modello con il referendum, l’Europa non ha questa valvola di sicurezza democratica”. Risultato: “Se i grandi partiti classici fanno cartello, l’opposizione si può cristallizzare solo con i partiti di rigetto” dell’Europa, come quelli di Le Pen e Wilders.

   C’è un altro effetto secondario “politicamente nocivo” legato alla progressione degli antieuropei. “Se in paesi influenti come Francia e Regno Unito ci sarà uno choc euroscettico, gli altri partiti saranno tentati di reagire andando verso una posizione di reticenza ancora più forte sui passi supplementari dell’integrazione europea”, avverte Klau. Il britannico Cameron ha già ceduto alle pressioni dell’ala euroscettica dei Tory, promettendo un referendum “dentro o fuori” dall’Ue nel 2017, dopo che avrà rinegoziato la relazione del Regno Unito con Bruxelles. Il francese Hollande, rimasto scottato dal “no” di una parte dei suoi socialisti nel referendum del 2005 sul trattato costituzionale, non ha ancora presentato una dottrina coerente sull’Europa. Anzi, di fronte alla crescita di Le Pen nei sondaggi, Hollande si è rinchiuso in un mutismo assoluto sui temi europei. Il finlandese Jyrki Katainen, pur aspirando a una delle massime cariche europee in vista del grande ricambio ai vertici delle istituzioni del 2014, ha indurito le sue posizioni sui salvataggi, dopo il successo elettorale dei Veri finlandesi. Durante tutta la crisi, la cancelliera tedesca, Angela Merkel, ha dovuto mediare tra l’europeismo ufficiale della classe dirigente della Cdu e un elettorato molto più scettico.

   Secondo Gideon Rachman, in un’Ue che sta ancora faticando a ricostruire la fiducia nell’euro, l’emergere di un Tea Party europeo potrebbe rivelarsi “un disastro”. (David Carretta)

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POPULISMO IN EUROPA E NELL’UNIONE EUROPEA

di Francesco Violi, del MFE (Movimento Federalista Europeo), da www.mfe.it/ 

CHE COS’È IL POPULISMO?

La prima domanda che dobbiamo cominciare a porci è che cosa sia il populismo. Il populismo non è un’ideologia, è un modo di fare politica. Pur essendo due cose fondamentalmente diverse, attualmente, la parola populismo viene usato fondamentalmente come sinonimo di demagogia.

   Ovvero, si intende un approccio alla politica nel quale, una volta individuato un nemico nelle istituzioni statuali o nella classe dirigente o anche in una classe qualsiasi di cittadini, talvolta reputate altolocate o ricche, un politico rivolge ad essi il proprio attacco facendo leva sul Popolo, che viene visto come una vittima innocente delle istituzioni o di chi le sta conducendo in quel frangente.

   Il populismo può così avere una connotazione molto negativa, specie quando parliamo della coniugazione fra populismo e reazionarismo, ma tuttavia può anche avere delle connotazioni positive, quando invece  sorgono dei movimenti che si richiamano al popolo per chiedere maggiori istituti di democrazia partecipativa o diretta rispetto agli istituti di democrazia rappresentativa.

   Daniele Albertazzi e Duncan McDonnell Nel loro libro Twenty-First Century Populism, (Il populismo del Ventunesimo secolo) definiscono il populismo un’ideologia che “contrappone un popolo virtuoso e omogeneo contro una serie di èlites e pericolosi “altri” che sono descritti come uniti nel privare (o nel cercare di privare) il popolo sovrano dei suoi diritti, valori, prosperità, identità e voce”.

   Il concetto di populismo, posto in questi termini, si distingue da quello di demagogia, che secondo Tarchi “è l’abilità dei politici ad assicurarsi dei vantaggi raggirando il popolo con discorsi ingannevoli e quindi  spingendolo ad agire contro i propri interessi.

   Ecco allora che di volta in volta si alimenta l’odio verso gli immigrati, si aumenta la paura verso uno Stato autoritario, si fanno promesse irrealizzabili, ci si dichiara contro la droga; si tratta di una tecnica molto antica conosciuta sin dai tempi dell’antica Grecia e già allora veniva vista come una degenerazione della  democrazia”.

   Secondo Taguieff invece è ” uno stile politico” che fà delle virtù innate del popolo la fonte esclusiva di legittimazione dell’azione politica e del governo. Quindi la demagogia è una tecnica cosciente del discorso politico, l’altra è una mentalità o uno stile o piuttosto una Weltanschauung che può essere cosciente o incosciente, l’una si basa su una strumentalizzazione del popolo ai fini personali, l’altro su un’idea positiva del popolo inteso come unico e solo soggetto “pulito” ed “originario” della politica.

   Talvolta, un demagogo può essere anche populista e può riuscire a coniugare sia la capacità di farsi trascinatore e di portare l’elettorato dalla propria parte facendo leva su paure e pregiudizi, sia la convinzione della superiorità e della purezza della massa della gente comune o della società civile contro le élite.

   Nella storia dell’occidente, da quando la democrazia rappresentativa si è imposta come modello politico di riferimento, ciclicamente sono comparsi movimenti che si richiamavano al popolo o ad una volontà popolare pura, integra, incorrotta, contrapposta ad un’élite percepita come corrotta ed incapace di far fronte ai problemi concreti del “popolo”.

   Si va dal Voelkisch Bewegung nella Germania si inizio ‘800 al populist party americano di fine ‘800 passando attraverso la Narodnaja Volja Russa sorta nella seconda metà del XIX secolo, al qualunquismo e al poujadismo degli anni ’50, dal populismo argentino e brasiliano di Peron e di Vargas, per arrivare al contemporaneo socialismo bolivarista di Hugo Chavez, Tea Party negli USA e alle destre europee di Umberto Bossi, Geert Wilders, Timo Soini, Marine Le Pen, Heinz Christian Strache, Jaroslaw Kaszinsky, per citare alcuni degli esponenti maggiormente di spicco.

   Il populismo è fisiologico in un sistema di democrazia rappresentativa. Grandi leader non populisti in più di un’occasione hanno fatto leva sul popolo contro un gruppo di potere, una lobby o anche un partito o un sindacato.

   I movimenti populisti tuttavia, ovvero quei movimenti estremisti che fanno continuamente leva sul concetto di popolo contro il sistema, cominciano a raccogliere un certo grado di successo elettorale e ad emergere quando c’è una situazione di malessere. Se paragonassimo il sistema politico ad un corpo umano, l’emergere di movimenti populisti e di protesta può essere paragonabile alla percezione di dolore che si ha quando ci si ferisce o ci si ammala. Il dolore serve affinché il cervello di una persona percepisca la presenza di qualcosa che non va nel corpo, ad esempio una ferita, un virus, un tumore.

   Se però la persona in questione non ne prende atto e non agisce in modo da curarsi, la ferita  s’incancrenisce, la malattia si evolve in forme più acute, il tumore consuma lentamente il corpo. Allo stesso modo, i movimenti populisti servono a far capire alla classe dirigente che è presente un malessere nella società, nell’economia e nella politica.

   Se la classe dirigente al governo reagisce positivamente non ignorando il problema, può risolverlo togliendo ad eventuali movimenti populisti la possibilità di alimentarsi e di crescere. Storicamente infatti, di fronte ad una risposta ferma e sicura da parte delle istituzioni e della classe dirigente, volta alla risoluzione dei problemi e delle insicurezze contingenti, moltissimi di questi movimenti scomparvero come un fuoco di paglia, ad esempio l’Uomo Qualunque in Italia, il movimento poujadista in Francia o il partito rurale finlandese, o si sono posizionati su posizioni più moderate, come il People’s Party americano, che si lasciò incorporare dal Partito Democratico.

   In altri casi, di fronte a delle risposte non date o sbagliate ai problemi contingenti questi movimenti non solo hanno consolidato la loro posizione nel panorama politico del paese in cui operavano, ma sono anche riusciti a diventare maggioritari nel paese, imponendo regimi di vario genere, (il partito Giustizialista in Argentina, ma lo stesso Partito Nazionale Fascista in Italia o il Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi e a tutti gli altri partiti nazional-socialisti e conservatori europei degli anni ’20 e ’30, il partito socialista bolivariano in Venezuela oggi così come altri partiti di estrema sinistra ora al governo in Bolivia, in Ecuador, in Nicaragua) o comunque ad influenzare i processi di policy making.

   Pensiamo ad esempio alle recenti difficoltà che ha avuto Obama nell’innalzamento del tetto del debito pubblico americano, o anche l’influenza che ha oggi il Partito della Libertà nelle decisioni del governo olandese o come i Veri Finlandesi siano capaci di condizionare il dibattito politico nel loro paese.

IL POPULISMO NELLA UE E IN TUTTA EUROPA OGGI.

Attualmente, nello scenario politico europeo sono individuabili varie forme di populismo, che uniscono insieme varie istanze sia di matrice statalista ed antiglobalista, sia libertaria. In alcuni di questi partiti è prevalente l’una o l’altra, in molti sono presenti entrambe e si bilanciano fra loro.

   Quando parliamo di matrice statalista, s’intende un partito o un movimento la cui offerta politica può essere collocata in qualsiasi estremo dello spettro partitico ed ha come punto fermo il ruolo dello stato. In questa visione la salvezza e la liberazione del popolo dal nemico, che ne insidia i valori ed il benessere, consiste nell’intervento dello stato e nella rinazionalizzazione dello spazio politico ed economico.

   In questo caso, il nemico viene individuato nelle classi politiche nazionali cosmopolite e liberiste “traditrici” dei valori tradizionali della nazione e l’Unione Europea, concepita come una creazione figlia della cultura che loro rifiutano. La UE è un nemico da abbattere, il ladro della sovranità nazionale violata, colei che vuole annacquare, omologare o cancellare le tradizioni e le culture differenti, colei che vuole rubare ai popoli la loro sovranità col placet dei burocrati e delle classi dirigenti decadenti e corrotte, colei cha fa l’interesse delle grandi multinazionali e delle grandi lobby finanziarie contro il benessere della gente comune. Il piano che queste correnti populiste propongono è la restaurazione di frontiere economiche e politiche, che siano esclusivamente nazionali. Lo stato, restituito al popolo, è l’unico depositario della sovranità e la esercita in tutte le sue forme.

   Non a caso alcuni osservatori hanno catalogato tutte queste forme di movimenti politici nella categoria “nazional-socialismo” non solo, per il contenuto anti-semita o i collegamenti con la galassia neo-fascista, quanto per il contenuto delle proposte che essi sostengono.

   Questa visione si collega fortemente con l’antiglobalismo della destra estrema e si basa sulla dicotomia data dalla contrapposizione fra la globalizzazione/male da una parte e lo stato nazionale/bene dall’altra. Questa visione è prevalente nelle destre dei paesi dell’Europa orientale, dove giocano un ruolo importantissimo due componenti: l’incontenibile riemergere del sentimento nazionale dopo cinquant’anni di egemonia sovietica, la diffidenza o l’ostilità verso l’economia di mercato e verso i valori della democrazia liberale da parte di molti membri delle classi dirigenti ex comuniste ed infine l’antisemitismo e l’antiziganismo presente tuttora in vasti settori della società.

   Oltre all’Europa Orientale anche in Francia, dove storicamente lo stato centrale ha sempre giocato un ruolo fondamentale e dove tradizionalmente, ritroviamo le medesime le istanze conservatrici e reazionarie, che non sono mai venute meno e son tuttora presenti nella società. Tra i partiti populisti di destra estrema, attualmente presenti al Parlamento Europeo e nel proprio parlamento nazionale, che portano avanti questi valori, ci sono: Diritto e Giustizia in Polonia (cha a sua volta ha assorbito suo malgrado altri partiti estremisti quali la Lega delle famiglie Polacche e “Autodifesa per la Repubblica Polacca”), l’Unione Nazionale ATTACCO in Bulgaria, JOBBIK- Movimento per l’Ungheria migliore, il Partito della Grande Romania, il Partito Nazionale Britannico, il raggruppamento popolare Ortodosso in Grecia, il Front National Francese, il partito nazionale slovacco ed alcune correnti interne alla Lega Nord.

   Un’altra forma di populismo è di matrice libertarian (ovvero la destra liberista ed antistatalista), nazional-liberale e conservatrice e si sposa in pieno con la visione di populismo sostenuta da Albertazzi e McDonnell.

   Questa forma di populismo, prende a riferimento come valore supremo la libertà, non tanto dell’individuo in quanto uomo, ma dell’individuo in quanto contribuente e cittadino di un determinato stato e quindi membro di una determinata collettività linguistica e statale ben definita. In questo caso l’attuale classe dirigente ed il potere statale vengono viste non solo come incapaci di difendere i valori fondanti della nazione, ma anche come degli irresponsabili incapaci di gestire le finanze pubbliche e sempre pronti a prendere soldi dal cittadino onesto, allo scopo di pagare burocrati incapaci o corrotti ed istituzioni mal funzionanti o di finanziare politiche economiche o di welfare reputate fallimentari.

   Il loro obiettivo è opporsi al “Leviatano” la politica, il potere centrale, sia esso a Washington o a Bruxelles o in qualsiasi altra capitale nazionale: il Leviatano è il nemico a cui la comunità dei cittadini/contribuenti deve opporsi.

   Spesso, questo atteggiamento di rivolta fiscale non rimane confinato all’aspetto fiscale, ma si unisce a delle istanze conservatrici. Sia negli USA che in Europa, movimenti di destra conservatrice son riusciti a cavalcare quest’onda di protesta imponendo il loro carico ideologico.

   Negli USA, il Tea Party, movimento originariamente costituitosi come protesta ai soldi spesi per il  salvataggio delle banche, si è trasformato ben presto in una corrente del partito repubblicano, la cui destra n’è diventata la principale promotrice. Il Tea Party rappresenta normalmente questo modello di americano: credente, conservatore sui diritti civili, diffidente verso il mondo al di fuori degli USA, ostile a qualunque cosa provenga dallo stato.

   In Europa, il discorso anti-statalista e libertarian presente negli USA è molto più annacquato. Storicamente, l’Europa non è mai stata antistatalista, ed anzi partiti e movimenti europei che potremmo, con diverse declinazioni, paragonare al Tea Party, portano avanti anche proposte interventiste nella politica economica, volte soprattutto al mantenimento dello stato sociale e al mantenimento del livello di occupazione. In Olanda troviamo il “Partito della Libertà”. In Austria ci sono il “Partito della libertà” e la “Lega per il futuro dell’Austria” entrambi creazioni del defunto Joerg Heider.

   Si va dal partito irlandese “Libertas”, che guidò il voto contrario al referendum sul Trattato di Lisbona in Irlanda nel 2008, salvo poi non riuscire a concretizzare quel successo in consenso alle Europee del 2009, allo UKIP nel Regno Unito, un partito che come programma politico ha sia l’uscita della Gran Bretagna dall’UE, sia la realizzazione di uno stato minimo nel Regno Unito. Nella realtà scandinava troviamo il Partito del Popolo Danese, i Democratici Svedesi i Veri Finlandesi e il Partito del Progresso in Norvegia, di cui fu membro anche Breivik, l’autore del massacro di Utoya.

   In Europa Orientale, in controtendenza rispetto allo scenario precedentemente illustrato, abbiamo il partito “Sloboda a Solidarita” slovacco, che coniuga sia istanze liberiste sia “anti-politiche”. “Per la patria e la libertà” in Lituania, passando per personalità quali il presidente ceco Vaclav Klaus, che oltre ad essere famoso per aver cercato di sabotare fino all’ultimo la ratifica del trattato di Lisbona da parte della Repubblica Ceca, è famoso anche per essere uno dei maggiori “negazionisti” del riscaldamento globale ed essere un grande sostenitore della Scuola Economica Austriaca.

   Ognuno dei partiti citati meriterebbe un discorso a parte, ma alcuni caratteri comuni sono facilmente individuabili. Oltre l’istanza fiscale, viene vista nell’immigrazione islamica un pericolo fondamentale per le libertà dei cittadini e per il sistema di sicurezza sociale. Si reputa che gli immigrati di fede mussulmana siano incapaci o nolenti di apprendere la cultura nazionale dei diritti e delle libertà e vengono visti come una categoria parassitaria verso il Welfare-state nazionale e pronta a soverchiare i cittadini autoctoni attraverso la demografia e ad abolire conseguentemente tutti i diritti e le libertà costituzionali e ad imporre la shaaria.

   Non a caso, il Freiheitspartei e il Partij van de Vrijheid sono entrambi favorevoli a maggiori diritti civili e sono entrambi fortemente filoisraeliani. Sulla carta tutti questi partiti sono favorevoli a sistemi fiscali leggeri, ma anche, fatta eccezione per lo UKIP, Sloboda a Solidarita e personalità come Vaclav Klaus cui va riconosciuto il merito di essere “genuinamente” liberista, gli altri partiti, soprattutto i partiti populisti scandinavi e del continente, compresa la nostra Lega Nord sono contrari a qualsiasi norma che vada a riformare in senso più restrittivo o più severo il sistema sociale del proprio paese.

   Allo stesso modo nell’opposizione alle Istituzioni comunitarie non c’è solo un discorso di furto di sovranità statale, di libertà e di diritti civili, ma anche il non credere al progetto comunitario e l’accusa di incapacità o la non volontà da parte dell’UE, di salvare l’Europa e la civiltà occidentale dall’invasione islamica, di mettere a repentaglio il benessere dei cittadini o col mercato unico o con l’eccesso di burocrazia.

   Nel primo caso abbiamo quindi un populismo che vede nel popolo lo strumento per ricostruire la sovranità statale e creare una dimensione nazionale e semiautarchica nel quale sovranità statale e cittadinanza coincidano, mentre nel secondo caso si vuole rinazionalizzare la dimensione della politica per preservare a livello nazionale, l’identità, le libertà ed i diritti del cittadino/contribuente, creando uno stato che allo stesso tempo difenda i cittadini da tutte le minacce, dall’altra intervenga il minimo indispensabile nella vita dei cittadini, se non per preservarne il benessere e mantenere lo stato sociale.

QUALE FORMA DI POPULISMO PIÙ PERICOLOSA IN QUESTA CONTINGENZA STORICA?

La domanda che occorre porsi è: quale di queste forme di populismo è più pericolosa? Se l’oggetto è la pericolosità verso il processo di integrazione federale dell’Unione Europea o verso l’esistenza stessa delle istituzioni comunitarie, la risposta è: tutte queste forme di populismo sono pericolose.

Ma ognuna di queste è “diversamente pericolosa”.

   Una forma di populismo si coniuga con un discorso nazional-socialista, etnonazionalista, autoritario, illiberale che non mette solo in dubbio l’esistenza dell’Unione Europea, ma anche l’assetto democratico e liberale interno a quegli stati.

   Ciò è dovuto principalmente al fatto che le istituzioni democratiche in quei paesi sono ancora molto giovani e le ferite del nazionalismo sono ancora vive, soprattutto nei paesi dell’area ex-jugoslava.

   Nei paesi dell’Europa Occidentale, dove i valori della democrazia liberale e parlamentare sono oggi condivisi da tutti, questi partiti si richiamano ad una dimensione nazionale alla difese del benessere e delle tasche dei cittadini dallo stato. La diffidenza verso le istituzioni comunitarie è data non solo dalla loro lontananza o dal bisogno di un avversario, ma anche per il motivo che esse sono viste come un potenziale leviatano pronto a prendersi libertà e risorse dai cittadini.

   Abbiamo quindi a che fare con un populismo all’antica, che trae giovamento dalla giovinezza e non  maturità delle istituzioni democratiche e dall’altra di una forma di populismo che accetta e trae stimolo dalle regole del gioco democratico. Non a caso Nigel Farage, leader dello UKIP, sostiene che i populisti del ventunesimo secolo siano “gli unici veri democratici”.

   Questa recente crisi, con tutto ciò che ha comportato, dalla crisi dell’Euro a quella dei debiti sovrani, non ha fatto altro che dare coraggio e consensi a questi movimenti. Per la prima volta, il Front National veniva indicato come il partito più votato al primo turno delle elezioni presidenziali francesi del 2012. Nello stesso periodo, anche in Austria, il Freiheitspartei registrava il maggior numero di consensi nei sondaggi elettorali, in vista di future elezioni.

   In Belgio, nonostante il protrarsi della crisi di governo, l’alleanza libera fiamminga continuava a mietere consensi nei sondaggi. In Svezia, per la prima volta i Democratici Svedesi riuscivano ad entrare in parlamento, in Finlandia i Veri finlandesi ottenevano il 19% risultando il terzo partito più votato e scavalcando il Partito di centro. In Ungheria, lo Jobbik otteneva il 16,6% ed è il terzo partito.

   Sempre in Ungheria, lo stesso partito FIDEZS, che dovrebbe portare avanti i valori della destra moderata, liberale e centrista, ha fatto propri, pur moderandoli ed annacquandoli, i toni nazionalisti ed identitari della destra estrema ed ha fatto approvare una riforma costituzionale che contiene più di una norma liberticida.

   Che si fa’? Come federalisti europei, che facciamo? Come sostenitori di forze non populiste, che  facciamo? Qualora esistesse una forza populista di dimensione europea e che ragionasse seguendo uno spirito europeo appellandosi al sentimento di una cittadinanza comune europea e che si battesse per trasformare l’attuale assetto delle istituzioni comunitarie in una forma federale, nessuno di noi si porrebbe la questione. Purtroppo, non è così. L’unica forma di europeismo che unisce alcune di queste forze è l’europeismo alla Breivik, l’europeismo dell’odio, l’europeismo del “noi, società aperta e libera” contro loro “chiusi, pericolosi” l’europeismo del bene contro il male.

   Una visione inconciliabile contro una visione universalistica dell’umanità, come vuol essere la proposta federalista. L’unica cosa che ci resta da fare è indicare la via su come affrontare questo fenomeno in modo frontale, sia a livello europeo,sia a livello di singoli stati nazionali.

   Andiamo nel dettaglio. Cosa vuole la gente che vota questo movimenti? Vuole essenzialmente che il proprio livello di benessere non venga sconvolto e che continui a crescere. Vuole che rimanga l’occupazione. Vuole che i propri soldi non vengano sperperati. Vuole che la sicurezza continui ad essere garantita. Non vuole che le proprie libertà vengano toccate.

   Sono intimoriti da un possibile allontanamento del centro decisionale, e conseguentemente dalla perdita della possibilità di poter influire nei processi democratici e decisionali. Sono intimoriti da una crisi che voglio che abbia un termine.

   Da una parte, è dovere dei governi europei isolare questi partiti, in modo tale da lanciare un segnale inequivocabile agli elettori, dall’altra bisogna dare delle risposte forti in modo da disinnescare queste  pulsioni.

   Aumentare la trasparenza nella pubblica amministrazione, agire affinché vengano risolti i nodi legati alla mancata integrazione degli immigrati, implementare politiche volte alla creazione di nuovi posti di lavoro e nuove attività imprenditoriali che siano sostenibili nel tempo, continuare ad investire nell’economia della conoscenza, ottimizzare l’uso delle risorse pubbliche rendendo più efficiente l’apparato statale, investire su un nuovo parasigma di sviluppo finanziario ed ambientale sostenibile.

   A livello europeo invece, dove la denuncia del deficit democratico è più forte, cioè il distacco fra la cittadinanza da una parte e dall’altra le volontà dei governi e delle lobby più forti, deve essere assolutamente colmato. Per colmarlo si può intervenire sul funzionamento delle istituzioni comunitarie.

   Già il trattato di Lisbona mette alcune tessere nel mosaico, ma molto di più si può e si deve fare, intervenendo sulla riforma del consiglio dell’Unione Europea e sulla riforma del regolamento sugli Europartiti, per creare veramente uno spazio politico europeo. Creare un governo economico e politico. Implementare gli strumenti di politica diretta quali la ICE. Ciò non basterebbe a far scomparire l’euroscetticismo o l’antifederalismo, ma almeno a togliere terreno alle istanze antieuropeiste o antifederaliste portate avanti da questi partiti.

   Tuttavia, questi problemi si intrecciano fra loro. La crisi del Welfare state è un problema di dimensioni europee. Il problema dell’occupazione, della flessibilità, del terrorismo e della diffusione della criminalità organizzata su tutto il continente sono tutti problemi che riguardano in primo luogo il mercato unico e l’intera Unione Europea.

   L’economia della conoscenza, l’abbattimento del costo dei brevetti, la libera circolazione delle menti, son tutti pezzi del mosaico della strategia di Europa 2020.

   La battaglia quindi è solo all’inizio. Siamo di fronte ad una svolta epocale. L’Europa non decadrà e non scomparirà, ma questi movimenti sono la risposta di persone che hanno bisogno di sicurezza di fronte ad un mondo in cui l’Europa rischia di scivolare ai margini e in cui tutte le certezze del passato sembrano essere sconvolte. Sta a noi il compito di dare una risposta che faccia sì, che questa gente, che ora vota populista, ricominci a vedere all’Europa e al mondo con positività e speranza e non con negatività e paura. (Francesco Violi)

Bibliografia:

• Paul Taggart, Il populismo, Troina, Città aperta, 2002.

• Pierre André Taguieff, et al., Cosmopolitismo e nuovi razzismi. Populismo, identità e neocomunitarismi, Milano, Mimesis, 2003.

• Pierre-André Taguieff, L’illusione populista. Dall’arcaico al mediatico, Milano, B. Mondadori, 2003.

• Marco Tarchi, L’Italia populista. Dal qualunquismo ai girotondi, Bologna, Il Mulino, 2003.

• Yves Meny et al., Materiali per un lessico politico europeo. Populismo, Bologna, Il mulino, 2004.

• Daniele Albertazzi e Duncan McDonnell, Twenty-First Century Populism, the spectre of western democracy , Palgrave 2007

• Grigorij Mesežnikov Oľga Gyárfášová Daniel Smilov: Populist Politics and Liberal Democracy in Central and Eastern Europe Institute for Public Affairs, Bratislava 2008

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L’EUROPA LATINA NON BALLA

di Lanfranco Pace, da “IL FOGLIO” del 6/11/2013

– C’è pure l’acronimo, Fis, ma non scalda né i cuori né l’economia. Prodi ha ragione, ma Francia, Italia e Spagna non hanno grinta e politica per resistere a Berlino –

(…..)

UNA PROPOSTA FATTA QUALCHE GIORNO FA DA ROMANO PRODI.

   Scrive l’ex presidente del Consiglio ed ex presidente della Commissione che l’Italia dovrebbe fare fronte comune con Francia e Spagna per contrastare, qui e ora, lo strapotere economico della Germania, sconfiggere la linea dell’austerità a oltranza.

   Si tratta di imporre che più o meno l’equivalente di quanto versato da ogni singolo stato al fondo di solidarietà possa essere speso nazionalmente per investimenti produttivi e infrastrutture, ovviamente al di fuori del vincolo di stabilità.

   Solo così si potrebbero gettare le basi per un periodo di crescita significativa, almeno del 2 per cento, perché un ritmo anche positivo ma inferiore non solo non creerebbe nuovi posti di lavoro ma farebbe addirittura fatica a salvare quelli che già ci sono.

   Come in una sorta di riedizione della cooperazione rafforzata, dunque, le “tre sorelle” dovrebbero forzare la mano e strappare il permesso di spendere di più senza incappare in sanzioni. Ma in questa famiglia in crisi permanente, riottosa e rissosa, di ventisette membri, si può pensare davvero che ci si comporti da sorella e non da sorellastra avida, ripiegata sul proprio interesse e abituata a guardare le altre o con invidia o con disprezzo?

   Per ora di certo c’è l’acronimo: Fis, Francia, Italia, Spagna. Non è Brics che abbiamo imparato a conoscere e che, comunque lo si scomponga, dal Brasile alla Russia alla Cina all’India al Sudafrica, evoca popoli lontani e di robusta costituzione che non si piangono addosso, vasti spazi con tante ricchezze nascoste sotto terra ed è portatore di ragionevoli speranze. Fis non scoppietta, semmai ha assonanza con qualche parola napoletana ben nota e per niente esaltante. Evoca popoli stanchi e vicoli angusti, inique rendite fondiarie e l’imperio del mattone. Porta con sé l’olezzo stantio di vecchi imperi coloniali. Di stati nazionali. Di cui non importa nemmeno l’efficienza: nel Fis lo stato è tutto, esiste e resiste, non c’è progetto di decentralizzazione che sia stato degnamente concepito e realizzato.

   Se la Germania è la bestia nera dell’economia dell’Unione, la Francia, tanto per dire, lo è nettamente della politica. Fra i soci fondatori è quello che più si è opposto a qualsiasi delega di sovranità, che non vuole nemmeno sentir parlare di Europa federale. Non riesce a vedersi in uno specchio se non per rimirarsi, non si accorge che grandi leader come quelli del passato non ci sono più, è convinta che sia la grandezza dell’istituzione a fare grande un paese, ma un mediocre è un mediocre anche se sta all’Eliseo e tiene il dito sul bottone nucleare: e una successione di due mediocri, forse addirittura tre, fanno più di un indizio.

   Eppure il mito dell’eccezionalità di destino nel mondo e nell’Europa delle patrie aleggia ancora. Per cinque anni Sarkozy si è fatto bellamente prendere in giro, credeva di essere capo meccanico ai box del motore franco-tedesco, si scoprì che stava lì a gonfiare le gomme. Hollande se possibile ha fatto di peggio: ha parlato tanto come nel suo carattere, ci ha messo anche passione e convinzione intellettuale, ma nei fatti si è accucciato sul tappetino della cancelliera a fare gesticolazione.

   Perché un’azione concertata con Rajoy e Letta dovrebbe avere migliore fortuna, solo perché sommando, che so, pil produzione industriale esportazioni e altro secondo i calcoli dell’economista della Cattolica, Marco Fortis, le “tre sorelle” sarebbero più ricche e potenti della sola Germania? E’ vero, insieme sono forti: anche nel calcio lo sono, ma messe insieme non credo che oggi come oggi riuscirebbero a sconfiggere i bianchi di Joachim Löw. Uno spagnolo con poco appeal e vagamente noioso, un francese intristito dalla dieta, un italiano che non conosce la falcata: a volte in un’unione non si sommano le forze ma le debolezze.

   Romano Prodi sembra scommettere su un comprensibile risentimento, su un legittimo desiderio di rivincita.  E sull’urgenza del momento, una sorta di ultima finestra di opportunità. Nemmeno lui si fida troppo di Angela Merkel. Sa che non sarà mai come il gigante Helmut Kohl che in una notte prese la decisione folle di cambiare alla pari il marco dell’est con quello dell’ovest e con l’idea “una sola moneta, un solo paese” inaugurerà l’èra della nuova Germania unita.

   Scrive Prodi: “Sarà difficile attenderci una politica diversa anche perché la cancelliera tedesca non è certo nota per prendere decisioni coraggiose durante le campagne elettorali, di qualsiasi tipo esse siano”. A Berlino sono ancora in corso le negoziazioni per formare la Grosse Koalition, il nuovo governo si insedierà a gennaio, qualche mese dopo si rivoterà in tutta l’Unione per il rinnovo del Parlamento europeo.

   Chi pensa di dover mettere in campo forza comune sufficiente a vincere la battaglia e a schiodarla dalle sue certezze effettivamente dovrebbe provarci ora. Ma non troverà né la ragazza dell’est, né la figlia del pastore né la pupilla di Kohl: troverà la “signora delle betteraves” come dicono i francesi, leader vincente e vittorioso che mai arrufferà il pelo dei produttori di barbabietole suoi elettori e mai chiederà loro altre tasse per tappare i buchi lasciati da popoli sconsiderati.

   Piuttosto che lasciar fare decine di miliardi di investimenti pubblici straordinari al di fuori del Fiscal compact, farà saltare il banco: in fondo è “frau Merkiavelli” come l’ha definita il politologo Ulrich Beck che esitando, dicendo e non dicendo, facendo e non facendo, ha tratto forza e vitalità proprio dall’indeterminatezza e dallo stato di sospensione in cui vive l’Unione e in pochi anni è riuscita a cambiare la forma del potere.

   Prodi ha proposto questa mini Europa latina, contingente e a tempo, come ultima ratio per far tornare la ragione nel quadro esistente. Ma nemmeno lui sembra credere che fare opere pubbliche basti a ritrovare gli antichi spiriti. Che si possa uscire dalla crisi dell’Europa e dell’Unione senza sconquassi e senza rimettere molte cose in discussione. (Lanfranco Pace)

…………………………..

NON BASTA DIRE NO AI POPULISTI

L’ ONDATA DI MALESSERE ANTI EUROPEO

di Angelo Panebianco, da “il Corriere della Sera” del 04.11.2013

   Nelle capitali europee è oggi allarme rosso: molti partiti antieuropeisti, secondo i sondaggi, potrebbero trionfare nelle prossime elezioni europee. In Francia, in Gran Bretagna, in Olanda, ma forse anche in Italia, in Austria e in altri Paesi ancora, gli antieuropeisti potrebbero ottenere più consensi dei partiti tradizionali. Il presidente del Consiglio Enrico Letta ha dato voce, nei giorni scorsi, alle preoccupazioni condivise da tutti i capi di governo.

   È probabile dunque che il prossimo Parlamento europeo sia fortemente connotato in senso antieuropeista. Bisognerà però fare la tara ai risultati, bisognerà ricordare che se quei successi ci saranno, si dovranno in larga misura alla astensione dei votanti che, normalmente, sostengono i partiti tradizionali. Bisognerà ricordare che quelle europee sono elezioni sui generis nelle quali manca la posta presente nelle altre elezioni, nazionali o locali: non si vota per influenzare la composizione del governo.

   Ciò spiega quanto tradizionalmente accade nelle elezioni per il Parlamento europeo: gli altissimi tassi di astensione, e il fatto che chi va a votare lo faccia, molto spesso, più per tirare uno schiaffo al proprio governo nazionale che per un vero interesse per le questioni europee.

   Non bisognerà insomma commettere l’errore di vedere nei risultati delle consultazioni europee un’anticipazione di quanto in seguito accadrà nelle diverse elezioni nazionali. Fatta la tara, però, resta che una «grande abbuffata » antieuropeista è dietro l’angolo, attende di manifestarsi nelle europee di primavera.  E resta il fatto che questa volta, gli strali avranno come bersaglio l’Unione più che i rispettivi governi nazionali (come invece accadeva in passato).

   L’Europa è vittima del suo successo: poiché l’integrazione è andata molto avanti si è anche «politicizzata», è una questione che ora divide i cittadini dei Paesi membri. Naturalmente, il previsto forte successo degli antieuropeisti avrà conseguenze: obbligherà i partiti tradizionali, e i governi, a tenerne conto. Il modo in cui ne terranno conto inciderà sulle sorti del Continente negli anni a venire.

   La prima cosa da evitare sarà la criminalizzazione dei cittadini che voteranno contro l’Europa: gli elettori, in democrazia, non hanno mai torto. Il torto è sempre di coloro, le élite politiche, che non li hanno convinti delle loro buone ragioni (ammesso che avessero buone ragioni). Bisognerà anche evitare di esorcizzare l’ondata antieuropeista usando sciocchi e logori termini passepartout (che non spiegano nulla) come il termine «populista ».

   Questi partiti sono contro le élite esistenti? Certo che lo sono. Tutti i nuovi partiti, da quando esiste la democrazia, sono, per definizione, contro le élite esistenti. Altrimenti, come farebbero a calamitare consensi e ad affermarsi? Soprattutto, bisognerà riconoscere che la responsabilità dell’ondata antieuropeista ricade interamente sulle spalle di quelle élite che con le loro politiche e i loro errori l’hanno provocata.

   L’Unione Europea va ripensata. Bisogna prendere atto che le divisioni che l’attraversano sono ormai troppo profonde e che l’unico modo per non esasperarle ulteriormente è cambiare registro. È inutile, e controproducente, continuare a spendere vuota retorica a favore di una ipotesi di super Stato — gli Stati Uniti d’Europa — che probabilmente non nascerà mai e che, comunque, in questa fase storica, non interessa alla maggioranza degli europei.

   Tanto vale ridefinire la direzione di marcia e piegare le istituzioni verso una più realistica e fattibile soluzione «confederale» (le confederazioni, a differenza degli Stati federali, sono state assai frequenti nella storia umana). Ciò significa accettare che gli Stati europei mantengano il controllo su quasi tutto tranne che su poche cose essenziali, le quali devono ricadere sotto l’autorità degli organi confederali. Occorre stipulare un nuovo «patto europeo», di netta impronta confederale.

   È assurdo, ad esempio, che non esista una vera politica europea per l’immigrazione (una materia questa sì vitale) mentre, in compenso, da decenni, si rompono le scatole ai cittadini dell’Unione sfornando infiniti regolamenti su questioni inessenziali e sulle quali gli unici titolati a metter becco dovrebbero essere gli Stati nazionali e i governi locali.

   Una soluzione confederale è compatibile con la moneta unica? Forse sì e forse no. Ma chi vuole mettere in sicurezza l’euro (e bisognerebbe fare il possibile per metterlo in sicurezza) ha l’onere di individuare soluzioni realisti- che, accettabili per i diversi Stati nazionali, rinunciando alle solite fughe in avanti, rinunciando a perorare l’idea di un impossibile Stato sovranazionale.

   Forse, il vero salvataggio dell’Unione verrà alla fine dall’accordo per il libero scambio con gli Stati Uniti. Se oggi il più grave problema europeo, che alimenta tanta parte dell’antieuropeismo, è quel- lo di una Germania troppo potente economicamente (e quindi politicamente) perché gli altri, a torto o a ragione, non se ne risentano, diluire quella potenza entro una più vasta area economica integrata potrebbe alleviare, col tempo, le difficoltà.

   Può essere che l’ondata antieuropei- sta colpisca a morte l’Unione. Ma può anche essere che si tratti di una sfida salutare. Le stanche élite europeiste potrebbero trovare la forza, il coraggio e l’immaginazione per fare i cambiamenti in grado di riconciliare gli europei con l’Europa. (Angelo Panebianco)

……………………………..

CAMPAGNA INFORMATIVA SULLE ELEZIONI DEL PARLAMENTO EUROPEO 2014

(dal sito www.europarl.europa.eu/)

   E’ partita anche in Italia la campagna di informazione sulle elezioni del Parlamento europeo 2014. Il lancio ufficiale della campagna per le elezioni europee è avvenuto il 10 settembre, con la presentazione da parte del Parlamento europeo della propria campagna di sensibilizzazione e informazione. Questa campagna proseguirà dopo le elezioni stesse, fintanto che il neo-eletto Parlamento nominerà il nuovo Presidente della Commissione europea.
L’unica strada per legittimare e influenzare il processo decisionale dell’UE passa attraverso il Parlamento europeo“, ha dichiarato Anni Podimata (S&D, EL), uno dei due Vicepresidenti del Parlamento europeo responsabili per la comunicazione. “Vi è la percezione che, nel corso dell’attuale crisi economica, al processo decisionale politico dell’UE sia mancata un’adeguata legittimazione. Solo i cittadini, gli elettori UE, detengono l’esclusiva possibilità di determinare le maggioranze politiche del Parlamento, che indicherà la strada per forgiare la legislazione, sfidando la cattiva politica e portando avanti il dibattito nei cinque anni successivi alle elezioni“.
Il Parlamento europeo è la Camera dei cittadini dell’UE – noi diamo voce ai cittadini nel processo decisionale dell’UE“, ha sottolineato Othmar Karas (PPE, AT), l’altro Vicepresidente responsabile per la comunicazione. “Questa volta è diverso. La campagna ci condurrà alle elezioni europee del 22-25 maggio 2014, ma anche oltre, fino a quando il Parlamento eleggerà il Presidente della Commissione europea e approverà l’agenda politica della nuova Commissione“.
Attualmente, la maggioranza delle leggi sono ormai decise a livello europeo e il Parlamento europeo ha gli stessi poteri di qualsiasi parlamento nazionale. Da qui, l’importanza per gli elettori di conoscere quali decisioni sono prese e come possono essi stessi influire su tali decisioni.

La campagna si svolge in 4 fasi:1) La prima fase inizia ora, con la presentazione dello slogan AGIRE.REAGIRE.DECIDERE. Questa fase si propone di spiegare i nuovi poteri del Parlamento europeo e le loro implicazioni per le persone che vivono nell’Unione europea.
2) La fase due, da ottobre a febbraio 2014, metterà in evidenza cinque temi chiave – economia, lavoro, qualità della vita, denaro e UE nel mondo – con una serie di eventi interattivi nelle città europee.
3) La fase tre, la campagna elettorale vera e propria, inizierà a febbraio e si concentrerà sulle date elettorali (22-25 maggio), che saranno aggiunte al logo, con l’avvicinarsi delle elezioni.
4) Dopo le elezioni, la fase finale si concentrerà sul neo-eletto Parlamento europeo che verrà chiamato a eleggere il prossimo Presidente della Commissione europea e sull’inaugurazione della nuova Commissione.
Lo slogan AGIRE.REAGIRE.DECIDERE. sottolinea che gli elettori europei possono esercitare il loro potere recandosi alle urne, per determinare il futuro assetto dell’Europa.

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Il Parlamento europeo è composto da 766 deputati eletti nei 28 Stati membri dell’Unione europea allargata. Dal 1979 i deputati sono eletti a suffragio universale diretto per una periodo di cinque anni.

Ogni paese stabilisce le proprie modalità elettorali ma deve garantire l’uguaglianza di genere e la segretezza del voto. Per le elezioni europee vige il sistema proporzionale. L’età del voto è fissata a 18 anni, salvo in Austria dove si vota a 16 anni.

I seggi sono ripartiti in base alla popolazione di ciascuno Stato membro. Le donne rappresentano un po’ più di un terzo dei deputati europei. I deputati europei sono raggruppati per affinità politiche e non per nazionalità.

I deputati europei dividono il loro tempo tra le loro circoscrizioni elettorali, Strasburgo – dove il Parlamento europeo si riunisce in seduta plenaria 12 volte all’anno – e Bruxelles, dove partecipano a ulteriori tornate, nonché a riunioni di commissione e dei gruppi politici. (da www.europarl.europa.eu/)

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