I molteplici MALESSERI DELLE CITTA’ – Modi e valori per ritrovare una “MANO INTELLIGENTE” nel ridare felicità e senso alle nostre città – Il caso di alcune città del Nordest del nostro Paese, e la crisi nei loro valori essenziali (bellezza urbanistica compromessa, centri storici svuotati, lavoro manifatturiero che se ne va…)

PORCIA (paese della cintura urbana di PORDENONE): rischio di chiusura dello stabilimento ELECTROLUX con 1.200 lavoratori -  Continuano le proteste dei lavoratori nei quattro stabilimenti della multinazionale Electrolux contro i tagli in Italia (circa 4.500 posizioni, più l’indotto) e annunciati dall'azienda lo scorso 25 ottobre con l'obiettivo di spostare volumi di produzione e occupazione nell'est Europa.    In Italia Electrolux ha stabilimenti per i diversi settori produttivi in Friuli, in Veneto, in Emilia Romagna e in Lombardia. L'Italia, per numero di fabbriche e per numero di occupati, è uno dei Paesi europei dove è più concentrata l'attività dell'azienda. Le fabbriche sono quattro: Forlì, dove sono occupate 800 unità e si producono piani cottura e forni; Porcia (Pordenone), con 1200 occupati e produzione di lavatrici; Solaro (Milano) con 900 unità e produzione di lavastoviglie e Susegana (Treviso), 1.000 occupati e produzione di frigoriferi e congelatori da incasso
PORCIA (paese della cintura urbana di PORDENONE): rischio di chiusura dello stabilimento ELECTROLUX con 1.200 lavoratori – Continuano le proteste dei lavoratori nei quattro stabilimenti della multinazionale Electrolux contro i tagli in Italia (circa 4.500 posizioni, più l’indotto) e annunciati dall’azienda lo scorso 25 ottobre con l’obiettivo di spostare volumi di produzione e occupazione nell’est Europa.
In Italia Electrolux ha stabilimenti per i diversi settori produttivi in Friuli, in Veneto, in Emilia Romagna e in Lombardia. L’Italia, per numero di fabbriche e per numero di occupati, è uno dei Paesi europei dove è più concentrata l’attività dell’azienda. Le fabbriche sono quattro: Forlì, dove sono occupate 800 unità e si producono piani cottura e forni; Porcia (Pordenone), con 1200 occupati e produzione di lavatrici; Solaro (Milano) con 900 unità e produzione di lavastoviglie e Susegana (Treviso), 1.000 occupati e produzione di frigoriferi e congelatori da incasso

Prendiamo spunto da un incontro a Padova con un famoso pianificatore di città intelligenti (Charles Landry, di cui parliamo nel primo e nell’ultimo articolo di questo post) per fare un casuale excursus in alcune città del Nordest (Padova, Vicenza, Treviso, Venezia, Pordenone), e di alcune problematiche che sono sorte (un massacrante intervento urbanistico a VICENZA, la crisi del centro storico e la protesta dei commercianti a TREVISO, VENEZIA con lo sciopero del trasporto merci nella città, PORDENONE città cresciuta sul lavoro manifatturiero e ora in crisi per perdita del lavoro con l’Electrolux che se ne va…).

Dei vari “malesseri” qui descritti (di commercianti, operai, trasportisti…) alcuni sembrano forse opinabili (forse… altri proprio no): contro provvedimenti di limitazione dell’inquinamento da smog (a Treviso), o di modernizzazione a Venezia del servizio trasporti… ma tutti denotano la latente crisi di obiettivi, che sembra non far più distinguere il bene dal male: e il patto sociale tra istituzioni e categorie economiche è in forte difficoltà.

VICENZA: IL CANTIERE DI BORGO BERGA -  VICENZA come GOTHAM CITY? A Vicenza SCOPPIA IL CASO “BORGO BERGA”, complesso mastodontico che ospita anche il TRIBUNALE, costruito in un'area ad alto rischio idrogeologico - Costruito nell’area che ospitava il lanificio Cotorossi, il nuovo tribunale è stato fin da subito oggetto di critiche e contestazioni. Per la sua collocazione geografica, ma non solo: IL COMPLESSO SORGE SU UNA SPECIE DI ISOLOTTO, POSTO ALLA CONFLUENZA TRA IL BACCHIGLIONE E IL RETRONE, i due fiumi principali della città. Il progetto prevede oltre alla costruzione del tribunale con la facciata e tre bracci, con parti dedicate al commerciale e al direzionale, una GRANDE LOTTIZZAZIONE DA 1500 NUOVI ABITANTI, 13000 METRI QUADRATI DI NUOVI CONDOMINI (DODICI IN TUTTO, superiori ai dieci metri d’altezza)
VICENZA: IL CANTIERE DI BORGO BERGA – VICENZA come GOTHAM CITY? A Vicenza SCOPPIA IL CASO “BORGO BERGA”, complesso mastodontico che ospita anche il TRIBUNALE, costruito in un’area ad alto rischio idrogeologico – Costruito nell’area che ospitava il lanificio Cotorossi, il nuovo tribunale è stato fin da subito oggetto di critiche e contestazioni. Per la sua collocazione geografica, ma non solo: IL COMPLESSO SORGE SU UNA SPECIE DI ISOLOTTO, POSTO ALLA CONFLUENZA TRA IL BACCHIGLIONE E IL RETRONE, i due fiumi principali della città. Il progetto prevede oltre alla costruzione del tribunale con la facciata e tre bracci, con parti dedicate al commerciale e al direzionale, una GRANDE LOTTIZZAZIONE DA 1500 NUOVI ABITANTI, 13000 METRI QUADRATI DI NUOVI CONDOMINI (DODICI IN TUTTO, superiori ai dieci metri d’altezza)

Ma qui ci interessa ribadire anche che non ci convincono del tutto le classifiche-graduatorie che abbastanza spesso appaiono sulla qualità della vita delle città, misurandone in modo chiaro la felicità che esse (città) possono dare ai cittadini nel senso del vivere in una comunità urbana.

Ovvio che elementi fondanti come il minor inquinamento da traffico, lo smaltimento virtuoso dei rifiuti, la sicurezza personale, i servizi sociali erogati, e altri parametri di tal tipo, non possono che essere considerati prioritari e importanti per il buon vivere in una città. Ma questo, a nostro avviso, non può bastare. Città ora difficili spesso hanno in sè passione, coinvolgimento di vita, monumenti, piazze, viottoli di inestimabile valore… sopravissuti allo loro stessa storia difficile, che fanno sì che, queste stesse città esprimano felicità nel viverci oltre ogni parametro di efficientismo, PIL economico e buona amministrazione pubblica (che, sia chiaro, noi consideriamo cose importanti).

CHARLES LANDRY - "Una città non dovrebbe cercare di essere la più creativa del mondo, bensì dovrebbe sforzarsi di essere la migliore e più ricca di immaginazione per il mondo. Questo semplice slittamento di preposizione – da un “di” a un “per” – ha implicazioni cruciali in merito alle dinamiche operative urbane. Conferisce al city making un fondamento etico. Contribuisce a far sì che le città divengano luoghi di solidarietà. Così concepite, le città potranno esprimere al tempo stesso passione e compassione." (Tratto da: CHARLES LANDRY, “CITY MAKING. L’ARTE DI FARE LA CITTÀ”, ed. Codice, € 31,45, IBS.it.)
CHARLES LANDRY – “Una città non dovrebbe cercare di essere la più creativa del mondo, bensì dovrebbe sforzarsi di essere la migliore e più ricca di immaginazione per il mondo. Questo semplice slittamento di preposizione – da un “di” a un “per” – ha implicazioni cruciali in merito alle dinamiche operative urbane. Conferisce al city making un fondamento etico. Contribuisce a far sì che le città divengano luoghi di solidarietà. Così concepite, le città potranno esprimere al tempo stesso passione e compassione.” (Tratto da: CHARLES LANDRY, “CITY MAKING. L’ARTE DI FARE LA CITTÀ”, ed. Codice, € 31,45, IBS.it.)

Ma che la città sia qualcos’altro di identificabile da ogni persona (anziano, bambino, donna e uomo di qualsiasi età…) come elemento positivo del proprio vivere e delle proprie esperienze passate lontane e recenti, rende una città adatta a proseguire contenti nel viverci, oppure a non riconoscerla più, a sentirla estranea. E parliamo di città grandi, medie e anche piccole se si vuole: più arduo e difficile è parlare di piccoli paesi e comuni medio-piccoli, dove però qui la città è “identificabile” in un più largo territorio di vita, di scambi, esperienze, che necessariamente sconfina dal proprio singolo comune e identifica “la città” in un bacino geografico di luoghi di quotidianità fatto di più comuni (dove si ha l’abitazione, si va a lavorare o a scuola, si portano i bambini all’asilo, dove abitano i genitori o gli amici abituali, dove si frequenta il tempo libero…) (da qui nasce la nostra ripetuta insistenza sulla necessità di fare “vere città”, mettendo assieme oramai improbabili comuni ora entità ciascuno separata istituzionalmente dall’altra, come adesso accade).

Ebbene in ogni caso la città unica o fatta di vari comuni è un’entità in difficoltà che subisce attacchi nel desiderio che ogni cittadino può avere nel viverci armoniosamente: non basta garantire servizi, bisogna anche garantire esperienze e ricordi di paesaggi, piazze, armonie architettoniche vissute nel tempo, lavori manifatturieri che davano vigore all’economia cittadina e che ora se ne vanno in altri luoghi del mondo (o spariscono per la crisi economica)…. Insomma la “città vissuta” con l’orgoglio di una macchina che ogni mattina si sveglia e ciascuno trova un suo posto di vita positiva, tutto questo sembra non più appartenere a molti.

Per questo, nel piccolo esempio del Nordest, ci adattiamo così a brutture urbanistiche (Vicenza e il nuovo Tribunale), a fabbriche che “avevano fatto la città” e se ne vanno (Pordenone e l’Electrolux), centri storici sempre più vuoti e abbandonati (Treviso che ha trasferito i servizi fuori dal centro storico e i negozi e bar in centro devono chiudere…).

Noi pensiamo che ci vuole una “MANO INTELLIGENTE” per evitare ulteriori impoverimenti delle città, del loro vissuto, della pulsione sanguigna che fa di esse luoghi di vita vissuta in un mirabile spostamento di persone (cittadini) (lavoratori, pensionati, studenti, bambini…) che su di essa città hanno fatto un investimento della propria vita quotidiana. Questa “mano intelligente” ora fa fatica ad esserci, l’ “Anima” di ciascuna città tende a scomparire, e la qualità della vita urbana diminuisce, nonostante parametri di più o meno efficienza messi in campo (pur meritevolmente) da indagini giornalistiche o di associazioni culturali ed economiche. (s.m.)

……………………..

Padova

«È LA PASSIONE L’INTELLIGENZA DELLA CITTÀ»

di Aldo Comello, da “IL MATTINO di Padova” del 15/11/2013

PADOVA – Al Centro Congressi Papa Luciani di Padova – l’urbanista inglese Charles Laundry ha tenuto la quarta conferenza del ciclo Segnavie, promossa dalla Fondazione Cariparo. Ieri, questo esperto internazionale nella progettazione di città intelligenti (ha fatto un check-up a Bilbao, ad Adelaide, alle grandi città cinesi) ha illustrato in anteprima il suo pensiero nella sede della Fondazione in piazza del Duomo, dopo un sopralluogo per le vie di Padova, a quelle tortuose del centro storico sature di storia ma anche ai rettifili senza identità delle periferie.

L’ha impressionato al Bo la statua di Elena Cornaro Piscopia, la prima laureata al mondo; l’ha incantato il ghetto, con le altane e i piccoli negozi. Segnali di cultura, ma anche di apertura sociale. Antichi spazi di libertà attorno all’Ateneo.

Poi l’hanno accompagnato alla Stanga, avrebbe potuto essere a Milano, un fiume di traffico tra due muraglie. In un ambiente così la comunicazione è impossibile. Dove far pulsare allora il cuore della città?

   Occorre mettere insieme passione e intelligenza. Un cenno all’Auditorium: si sente davvero il bisogno di un tempio della musica? Ci si aspetta una audience di dimensioni almeno regionali? Altrimenti sarebbe meglio accendere una decina di incubatori per piccole e medie aziende, far sbocciare fiori nell’aiuola dell’economia cittadina.

   È intelligente una città in cui sia possibile passeggiare, riempirsi gli occhi con la bellezza dei monumenti o con gli scorci del paesaggio, godere del colore della stagioni. Una perla di saggezza: se restauro un palazzo debbo già sapere che cosa intendo farne e come si inserisce nel contesto urbano. Una volta i rioni vecchi della città, in tempi di fame, spartivano la solidarietà della pentola, del focolare, dell’osteria, della festa, il tutto ne rafforzava l’identità, oggi è possibile un avvicinamento di tipo hi-tech, ma bisogna difendersi dall’eccesso di informazione che confonde e acceca.

«Ho preso un taxi che è stato bloccato da una festa di studenti. “Sono bestie”,- ha detto il tassista. Gli ho detto che no, sono ragazzi che si divertono. Nel viaggio sui binari era tutto uno squillare di telefonini. Uno informava “Adesso sono in treno”. Affermazione inutile, pletorica, un blocco di percezione». Fasti e nefasti della città metropolitana.

La Pa-Tre-Ve in un’economia capitalista globalizzata, una troika di città offre vantaggi o danneggia le identità cittadine? Venezia è unica, un capolavoro, ma è una città in agonia, Padova è viva, una grande area di servizi che convive con l’arte e gode di una grande tradizione storica. «Io consiglio i miei amici» dice il professore. «Visitate Padova prima di Venezia. Fate provvista di vita». (Aldo Comello)

….

Charles Landry è l’ispiratore del movimento globale, per la rinascita degli spazi urbani, della “città creativa”, secondo un’espressione da lui coniata nei tardi anni ’80 e fonte d’ispirazione del suo testo “The Creative City: A Toolkit for urban innovators”. CHARLES LANDRY è stato ospite a Padova il 15 novembre scorso nel ciclo di incontri SEGNAVIE DELLA Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo

…………………………………..

Vicenza

L’IRRAZIONALITÀ DEL CEMENTO NELLA CITTÀ DEL PALLADIO

di Roberto Biagi, da VENEZIE POST del 10/11/2013

– Vicenza, Scoppia il caso Borgo Berga, complesso mastodontico che ospita anche il Tribunale, costruito in un’area ad alto rischio idrogeologico. Il procuratore ha aperto un’indagine esplorativa (paradossale) per capire se la cittadella della giustizia sia stata realizzata violando la legge –

   Una città ferita. La capitale dell’architettura, la Vicenza del Palladio, l’archistar ante litteram numero uno al mondo, rubata a se stessa. L’ingresso da sud-est nel capoluogo veneto, lungo la Riviera Berica, lasciata Villa Capra (La Rotonda) sulla sinistra, prima di entrare in Viale Margherita, prima delle famose scalette che conducono da Porta Monte al Santuario di Monteberico, una volta era confortevole.

   Casette colorate, il fiume sulla sinistra, la cornice delle colline dei monti berici, che custodiscono ville signorili e in stile Liberty. Ora questo pezzo di città veneta di rara bellezza è rubato allo sguardo. Perché oggi la prospettiva è cambiata. La visuale è invasa – è la parola corretta – da un mastodonte di cemento a picco sul fiume, in parte costruito, in parte no. Si vede un ponticello in acciaio e la megastruttura del nuovo tribunale.

   Un complesso residenziale, direzionale e commerciale gigantesco, che spacca la porta ideale della città, e la ingloba con prepotenza. Una struttura sproporzionata anche per la stessa strada che entrando nella città, in quel tratto, infatti si restringe molto, dando il senso di un passerella che ora sembra solo un errore urbanistico. La svista di qualche geometra che progettando la viabilità cittadina ha fatto male i conti. E invece no, i conti sono stati fatti tutti, e a tempo debito.
   Per molti vicentini non è nemmeno più il “tribunale”, ma “Gotham City” oppure “Montecarlo”, a seconda che ci si riferisca all’edificio oppure alla viabilità interna che ricorda quella del circuito monegasco.
Costruito nell’area che ospitava il lanificio Cotorossi, il nuovo tribunale è stato fin da subito oggetto di critiche e contestazioni. Per la sua collocazione geografica, ma non solo: il complesso sorge su una specie di isolotto, posto alla confluenza tra il Bacchiglione e il Retrone, i due fiumi principali della città, molto vicino al passaggio del sedime della linea ferroviaria Vicenza-Padova. Una zona ad altissimo rischio idrogeologico, tra le prime ad andare sott’acqua anche in occasione dell’ultima grande alluvione, nei giorni del ponte di Ognissanti del 2010.
   Sarebbero state insomma moltissime le ragioni a spingere a non costruire in quella sede: non ultima la necessità di effettuare la bonifica del sito industriale (che secondo una recente interrogazione del senatore Cappelletti, del M5S, non è mai stata fatta). Senza contare che il fatto che la zona non fosse assolutamente urbanizzata, ha costretto l’amministrazione comunale a sborsare ingenti risorse per creare da zero una viabilità che collegasse il nuovo complesso al resto della città.
   Ma se la questione si fermasse qui a non essere rispettate sarebbero state solo le norme non scritte del buonsenso. In realtà, il dubbio è quelle “non scritte” non siano state le uniche ad essere trasgredite, tanto della vicenda si sono occupate sia Repubblica.it, che ha pubblicato una lunga ed approfondita inchiesta, sia il Fatto Quotidiano.
   Il procuratore della Repubblica di Vicenza Antonino Cappelleri ha infatti aperto un’indagine esplorativa, a seguito dell’esposto presentato il 17 luglio scorso da Legambiente e dal Comitato anti-abusi di Vicenza. Nel ricorso si sostiene che l’edificio che ospita il tribunale e alcune attività direzionali e commerciali (un grande ipermercato, un ristorante) sarebbe stato costruito a picco sul fiume, quando un regio decreto del 1904 ancora in vigore prevede che la minima distanza tra il corso d’acqua e gli edifici debba essere di 10 metri.
   Analizzando bene la questione si scopre che il problema non era sfuggito al Genio Civile, che dapprima aveva espresso pesanti perplessità con un parere inviato il 29 luglio 2009 (come raccontato dal quotidiano online Nuova Vicenza) al dipartimento Territorio del Comune e a Sviluppo Cotorossi, la società costruttrice. Non sfuggirà il paradosso della possibilità che un tribunale, in teoria tempio della legalità e del diritto, sia stato costruito violando le norme.
   Ma il dibattito attorno al nuovo Palazzo di Giustizia non si limita a questioni strettamente legali. La storia della sua costruzione è stata travagliata fin dal principio. Tutto inizia nel 2002, quando il sindaco forzista Enrico Hullweck individua nella zona dell’ex Cotorossi il luogo giusto per far sorgere il complesso. L’area è di proprietà di Fin.Vi., una finanziaria controllata dalla famiglia Berlusconi, la quale in cambio della concessione dell’area per costruire il tribunale chiede l’edificabilità di tutta la restante parte (con vocazione in parte residenziale, in parte direzionale e commerciale).
   In quegli anni Berlusconi è primo ministro, mentre il dicastero della Giustizia è occupato dal leghista Castelli. Il governo crea un fondo per la costruzione di nuovi tribunali: Vicenza, secondo il racconto del sindaco Hullweck, “grazie ad uno straordinario lavoro ed impegno”, nonostante sia partita molto in ritardo, scala la graduatoria e ottiene il finanziamento. Il legame tra il sindaco di Vicenza e il premier è molto solido: al punto tale che proprio in quei mesi (parliamo del 2003), Berlusconi fa da testimone alle nozze di Hullweck con la dirigente del settore Urbanistica del Comune Lorella Bressanello. Qualcuno in città, compresi alcuni esponenti dell’opposizione di centrosinistra, parla di “trasferimento del conflitto di interessi in terra vicentina”. Tra gli altri si fa sentire anche quello che qualche anno dopo diventerà sindaco della città, Achille Variati, all’epoca capogruppo in Consiglio Regionale della Margherita, che definisce l’edificio un “mostro”.
   Il terreno viene nel frattempo venduto alla neo costituita società Sviluppo Cotorossi, formata da Maltauro e dalla Codelfa di Marcellino Gavio. Il progetto prevede oltre alla costruzione del tribunale con la facciata e tre bracci, con parti dedicate al commerciale e al direzionale, una grande lottizzazione da 1500 nuovi abitanti, 13000 metri quadrati di nuovi condomini (dodici in tutto, superiori ai dieci metri d’altezza).
Nel 2008 il centrosinistra vince le elezioni e Achille Variati diventa sindaco, trovandosi di fronte al tradizionale dilemma dell’amministratore locale: bloccare l’opera, rischiando quasi certamente una causa con il privato, o provare a limitare i danni, modificando il progetto? Viene scelta questa seconda via: in realtà i cambiamenti saranno molto pochi (le volumetrie resteranno intatte), nonostante vengano chiamati a mettere la firma sul nuovo progetto i due archistar portoghesi Joao Nunes e Goncalo Byrne.
   Il secondo progetto è del 2009, ma le polemiche non sono mai cessate, fino all’esplosione degli ultimi mesi. Proprio in questi giorni si discute della mozione della consigliera di SEL Valentina Dovigo (storica esponente della Legambiente vicentina), che chiede l’istituzione di una commissione speciale di inchiesta, per far luce sugli aspetti ancora oscuri della vicenda. Ultima tappa, fino ad oggi, della vicenda è l’esposto presentato il 31 ottobre scorso da 23 dipendenti del tribunale di Bassano del Grappa, in procinto di essere trasferiti in quello di Vicenza: nel documento si fa riferimento a sarcofagi con amianto e scorie inquinanti nel sottosuolo, a causa della mancata bonifica del terreno. Il rischio paventato è addirittura quello del sequestro penale dell’area. Ma la sensazione è che la fine della storia sia ancora tutta da scrivere. (Roberto Biagi)

……………………………

LE MIGLIORI PAGELLE VERDI ALLE CITTÀ DEL NORD-EST

da “il Sole 24ore” del 28/10/2013
– L’indagine. Dallo smog alla differenziata leggeri progressi, ma restano le criticità –

Sono il nodo delle emergenze, ma anche il teatro delle possibili soluzioni: questa la situazione delle città italiane secondo il rapporto Ecosistema urbano 2013, realizzato da Legambiente e Ambiente Italia e presentato a Bologna.

   Centoquattro comuni capoluogo di provincia sono stati come ogni anno – questo è il 20° – sottoposti ai test delle statistiche sotto una pluralità di angolazioni: la qualità dell’aria, le risorse idriche, la diffusione di fonti innovative, la gestione intelligente dei rifiuti, la disponibilità di verde, la mobilità alternativa.

MIGLIORI
Una classifica per ciascun indicatore e una pagella finale. Che non offre tante sorprese rispetto alle precedenti edizioni: tra le grandi città (oltre 200mila abitanti) prima per ecosostenibilità si conferma Venezia (avvantaggiata per natura dalla sua particolare conformazione); tra le medie spicca Trento (da sempre alla ribalta quando si parla di qualità ambientale); mentre tra i centri sotto gli 80mila abitanti è Belluno a riprendersi il gradino più alto del podio, ceduto lo scorso anno a Verbania.

A guardare il punteggio a prescindere dalla classe dimensionale, sono i centri piccoli e medi nonché le zone montane a esercitare l’impronta ambientale più leggera: prima assoluta è infatti Belluno (72 punti), seguita da Trento e Bolzano, quindi da Verbania, Nuoro e, in 5ª posizione, da Venezia (65). Ai buoni risultati di queste realtà hanno contribuito le performance in alcuni ambiti chiave: il contrasto all’inquinamento atmosferico e alla dispersione idrica, la riduzione della produzione rifiuti e l’incremento della differenziata, lo sviluppo di una rete di trasporti pubblici e della mobilità alternativa.

PEGGIORI
Anche il fondo classifica non sorprende: ultime in tutte le classi dimensionali sono le realtà meridionali, in particolare le siciliane, con Caltanissetta a chiudere la lista delle piccole (19 punti), Catania quella delle grandi (25) e Siracusa in coda alle medie (29). Per queste città, come per il Mezzogiorno in generale, gli indicatori più preoccupanti sono quelli riferiti a rifiuti, acqua, mezzi pubblici e mobilità alternativa. Sulla qualità dell’aria, invece, il Sud si prende una leggera rivincita, piazzando diverse realtà nei posti migliori posti delle relative classifiche (polveri sottili, biossido di azoto e ozono).

INDICATORI
Nel complesso quel che emerge dall’indagine di Ecosistema urbano è una situazione che fatica a migliorare. A un ritmo lento sembrano infatti evolversi – sottolinea il rapporto di Legambiente – sia il quadro e l’attuazione delle misure avviate da amministrazioni centrali e locali sia i comportamenti della collettività.

I dettagli di questo quadro generale emergono dalle statistiche dei singoli indicatori che portano alla pagella finale. Partiamo dall’inquinamento atmosferico, che resta sempre a livelli di emergenza, soprattutto nelle città grandi della Pianura padana: sebbene le concentrazioni di PM10 e NO2 risultino in discesa, sono in aumento i giorni di superamento dei limiti per l’ozono (da 37,7 della scorsa edizione a 41). Quanto all’acqua, si continua a perdere in media un terzo di quella immessa in rete e l’efficienza della depurazione migliora di poco.
Ed è vero che cala la produzione di rifiuti solidi urbani (ma anche a causa della crisi e dei conseguenti minori consumi) e che sale la quota di raccolta differenziata, con alcuni casi di eccellenza (come Pordenone, Verbania, Belluno, Novara o Salerno) ma è anche vero che solo nove città raggiungono il target del 65% imposto per il 2012 dalla normativa comunitaria e che alcune (Enna e Siracusa) non arrivano al 5 per cento.
Quanto al traffico, l’Italia mantiene tra le capitali europee il negativo primato della densità automobilistica (con 64,4 auto ogni 100 abitanti, indice pure in costante crescita), il trasporto pubblico perde passeggeri (giustificati forse dai minori spostamenti causa crisi occupazionale) ed è praticamente in stallo la mobilità alternativa (Ztl, isole pedonali, ciclabilità).
Infine – fa notare il rapporto – solo undici città ottengono nella pagella finale un punteggio superiore a 60/100, il che equivale appena a un attestato di sufficienza. Infatti basterebbe solo rispettare tutti i limiti di legge (quindi senza nessuna extra performance) per ottenere un punteggio vicino a 100/100.

Vedi:

http://www.legambiente.it/contenuti/comunicati/la-debacle-delle-citta-ecco-la-foto-di-ecosistema-urbano-2013

…………………………..

TREVISO: VETRINE SPENTE IN CENTRO STORICO. LA PROTESTA DEI COMMERCIANTI

di Federico Cipolla, da “la Tribuna di Treviso” del 16/11/2013

– Black out riuscito a metà. Gli esercenti si scagliano contro il blocco auto e la pedonalizzazione. Ma tiene banco soprattutto il trasferimento degli uffici all’ex Appiani: «Il Comune deve ascoltarci» –

Un black out a metà. Moltissimi i commercianti che hanno aderito all’iniziativa di protesta “Al buio per vederci più chiaro”, appendendo i cartelli gialli fuori dalla vetrina. Molti meno però quelli che hanno effettivamente spento le luci dopo le 19.30.

Ma se l’effetto doveva essere quello di una città morente, in qualche zona l’obiettivo è stato raggiunto: in vicolo Barberia quasi tutti hanno lasciato al buio le vetrine all’orario di chiusura, anche in Calmaggiore, tra Cappelletto e Intimissimi, lo scenario non era diversa.

Certamente però non è stato raggiunto il numero annunciato di 200 negozi spenti. Quello dei commercianti è un grido di allarme, dopo l’ordinanza antismog della giunta Manildo che avrebbe inciso negativamente sugli incassi.

Ma quello che emerge chiaramente parlando con i negozianti, è che la protesta va ben oltre un’ordinanza: denuncia una situazione che è andata aggravandosi negli anni.

«Qui siamo ancora più penalizzati che altrove», spiega Luciana Ghedina, del negozio Durance, in vicolo Trevisi, «Nonostante sia uno degli scorci più caratteristici della città e la scorciatoia per andare da piazza dei Signori alla pescheria, passa poca gente. Il presupposto è che i trevigiani sono un po’ pigri, pretendono di arrivare con la macchina davanti alla porta del negozio. Quindi, rendendo difficile raggiungere il centro in auto, lo uccidi».

Ma i commercianti il momento in cui il centro è stato colpito duramente ce l’hanno ben presente: «Il danno è stato fatto quando hanno portato fuori dalla città tutti gli uffici. A ciò si aggiunga il fatto», prosegue Luciana Ghedina, «che i parcheggi sono troppi cari, quasi il triplo di Conegliano, e gli autobus sono insufficienti. Non sono contraria alla pedonalizzazione, ma si può fare solo riuscendo a portare la gente in città. Non abbiamo nemmeno i posti per le biciclette, li hanno tolti proprio a due passi da qui». Autobus e parcheggi, sono questi i leit motiv dei negozianti della città, che devono vedersela con la concorrenza dei centri commerciali. Dove il parcheggio c’è ed è gratis.

«Treviso si sta svuotando sempre di più», aggiunge Lucia Volanti di Disegual, «e chiuderlo alle auto come si è fatto con l’ordinanza antismog, o peggio come si vuole fare con la pedonalizzazione, è impensabile. Dopo aver trasferito tutti gli uffici all’Appiani sarebbe una mazzata. Si può fare solo se sei in grado di portare la gente in città in altro modo.

Per esempio perché in certe fasce orarie non rendono gratuito il trasporto pubblico, o i parcheggi? Sarebbe un’idea per invogliare la gente a venire in città». Non solo ponte Malvasia soffre: anche quello che era per antonomasia il vicolo dello shopping non sta meglio. In Barberia hanno chiuso in molti, e il turn over sembra bloccato.

«La situazione è difficile, basta guardare questa strada per rendersene conto. Ormai», sostiene Arianna Barbirato, del negozio “Via delle Rose”, «si punta a sopravvivere. Io abito fuori città, e se non dovessi lavorare non avrei alcun motivo per venire in città. È triste, ma questa è la realtà. Non c’è nulla, e se prendo l’autobus con i miei due bambini, solo per arrivare e tornare a casa dovrei spendere quasi 10 euro. C’è tutto da fare per questa città, prima di chiuderla alle auto».

   Sulla stessa lunghezza d’onda Susanna Ferraro di Box 3, in via Lombardi: «Emanare un’ordinanza così magari non incide subito sugli incassi di tutti, perché chi ha una clientela fissa ne risente meno. Ma comporta meno gente in città, quindi anche meno shopping. La pedonalizzazione è inutile se non ci sono i pedoni». In via XX settembre e in corso del Popolo non hanno spento le luci in molti, quasi tutti invece in via Cadorna. Oggi e domani si replica. Antonio Bottegal di Treviso Sos, che con Rivivere ha organizzato l’iniziativa: «È stato un successo a prescindere». (Federico Cipolla)

……………………………

L’INDUSTRIA E PORDENONE

di GIUSEPPE RAGOGNA, dal sito:

http://www.propordenone.it/

– L’industria resta centrale nel futuro di Pordenone – È indispensabile difendere la presenza di Electrolux –

Cosa resterà della grande fabbrica che ha consolidato la crescita di Pordenone? L’Electrolux è destinata a fare inesorabilmente la fine dei cotonifici e delle filande che hanno avviato l’industrializzazione nel Friuli Occidentale?

E’ inevitabile che le trasformazioni globali modifichino anche gli scenari produttivi locali, determinando nuovi criteri di sviluppo. Tuttavia sarebbe pericoloso disancorare il territorio provinciale dalle sue solide radici, alimentate negli anni dalla forte presenza dell’attività manifatturiera, per rincorrere avventure che non appartengono alle nostre tradizioni di conoscenze e di lavoro.

Pertanto, è bene che gli inarrestabili processi di ristrutturazione interessino direttamente l’estesa rete delle imprese, per garantire la competitività sui mercati internazionali, senza però stravolgere l’articolazione della nostra economia. Nel nostro futuro, probabilmente, ci sarà meno Electrolux, ma non per questo gli equilibri dello sviluppo dovranno essere compromessi.

E’ importante, infatti, dare continuità alla storia. Nel passato, quando le ciminiere smisero di fumare, una nuova classe di imprenditori assunse in proprio la responsabilità di dare un seguito ai processi avviati. Zanussi, Savio, Locatelli e i numerosi industriali e artigiani che formavano il ricco “capitalismo familiare” friulano seppero saldare le tradizioni con le nuove potenzialità della crescita. L’effervescenza economica fu alimentata dalla caparbietà di chiudere i conti con un passato di miseria.

Alla base del successo c’era, infatti, la condivisione delle priorità dei valori ritenuti fondamentali: l’impegno, il lavoro, la voglia di riscatto sociale. Senza un simile “mix” di condizioni non ci sarebbe stato uno sviluppo così “virtuoso”.

Nulla nacque quindi per caso, il cammino fu corale. La Zanussi seppe potenziare il nucleo originario dell’officina di stufe, avviata dal capostipite Antonio in corso Garibaldi, per inseguire la modernità che, nel dopoguerra, entrava prepotentemente nelle abitazioni attraverso una serie completa di elettrodomestici.  Savio riuscì ad agganciare la sua passione per la meccanica alla grande tradizione pordenonese del tessile. Locatelli ebbe l’intuizione di riconvertire l’arte dei Galvani per le scodelle nella più promettente, ovviamente sotto il profilo economico, produzione di ceramiche a uso igienico-sanitario molto richieste dal boom edilizio degli anni Cinquanta e Sessanta. I mobilieri completarono, infine, la gamma degli arredamenti per la casa, che era il nuovo sogno degli italiani.

   Si sviluppava così un “core business”, tutto industriale, che fece raggiungere al territorio provinciale invidiabili record di crescita.

   Mancava tutto in Friuli, anche il sorriso. Poi il “miracolo economico”, ben più sostenuto di quello nazionale, saldò le piccolissime aziende alle poche grandi imprese, che erano delle vere enclavi produttive nella sterminata area agricola, tra l’altro di quasi sussistenza. Ed è bene ricordare che soprattutto la Zanussi aiutò la “gemmazione” di numerosissima imprenditoria locale (e di quadri professionali elevati), fino a garantire un’ottima diversificazione delle attività, consolidando il tessuto produttivo dell’intera provincia per metterlo al riparo dalle ricorrenti crisi, sia strutturali che congiunturali.

Si può ben sostenere, quindi, che si ramificò progressivamente nel territorio un’altra “Zanussi”, polverizzata in aziendine a conduzione familiare. Così numerose micro-realtà produttive si innestarono alle grandi; altre mantennero una propria autonomia, in alcuni casi diventando leader in settori di nicchia e di alta specializzazione; altre ancora diedero vita ad aree di eccellenza, sviluppando dei veri e propri distretti industriali, che si imposero come strumenti di traino per l’economia del Nordest.

È doveroso ricordare pure che la crescita produttiva si intrecciò strettamente con i borghi, i campanili, le famiglie, le osterie, le sagre, assicurando straordinari tassi di sviluppo per effetto di una bassa conflittualità, frutto di un tacito “patto” sociale, una sorta di “do ut des” che distribuì in maniera uniforme il benessere sul territorio.

E, in effetti, la fabbrica attorniata dai campi di mais rappresentò efficacemente la saldatura dell’industria con la società, punto-cardine di un “modello” che permise una crescita senza strappi, senza cioè quei traumi sociali che si verificarono, anche in forme violente, in altre aree a più forte densità urbana.

Non a caso, il compianto Giorgio Lago, profondo analista del Nordest, ha scritto più volte che “questo capitalismo, di tipo familiare, post-contadino, postemigrante, post-dipendente, era la prima cellula del benessere diffuso, schei per tanti dopo la rendita per pochi”.

E’ chiaro, però, che quel “patto” sociale ora ha bisogno di essere rinnovato, con serietà, per mantenere i livelli diffusi di benessere, prima che si indebolisca ulteriormente il legame tra le imprese, linfa vitale per la nostra economia, e la comunità locale.

In realtà, per passare attraverso la cruna dell’ago, costituita dalle nuove sfide, è necessario ancora una volta sfruttare il talento della “flessibilità”, in virtù del quale la struttura produttiva pordenonese si è stratificata per processi successivi di transizione, con grande capacità di assorbimento delle novità. Infatti, le crisi sono sempre state gestite come fasi di passaggio verso nuovi equilibri.

Così, oggi, la flessibilità è ancora indispensabile per ridurre l’impatto economico e sociale delle delocalizzazioni. E, considerato il peso dell’industria, la nostra provincia è particolarmente vulnerabile, in quanto aggredita dai fenomeni che minacciano di compromettere le conquiste ottenute con sacrifici e sudore.

E’ sufficiente analizzare le strategie di Electrolux per cogliere le insidie del futuro. Da alcuni anni, lo spostamento di “pezzi di fabbrica” nell’Europa centro-orientale è oggetto di una meticolosa pianificazione da parte della multinazionale degli elettrodomestici. Per effetto di ciò, gli scenari del sistema industriale pordenonese sono destinati a mutare.

E’ chiaro che la consistenza dei tradizionali settori manifatturieri diminuirà progressivamente. Infatti, la logica dei cambiamenti è dettata da un incontrovertibile fattore economico: i cosiddetti processi produttivi “labour intensive”, cioè ricchi di lavoro ma scarsi di tecnologia, sono destinati ai Paesi emergenti, avvantaggiati dalle migliori condizioni offerte sul mercato, a partire dal costo della manodopera molto più basso, inferiore anche di 6-7 volte rispetto a quello praticato in Italia, soprattutto se si tengono in  considerazione gli oneri sociali e previdenziali da noi particolarmente elevati.

Ma alle favorevoli condizioni economiche vanno aggiunte anche le strategie di commercializzazione, perché i mercati in via di sviluppo sono appetibili anche sotto il profilo della crescente domanda di “beni del benessere”.

   In vaste aree del mondo si sta verificando quanto accadde in Italia nel dopoguerra, cioè si stanno allargando situazioni favorevoli per un’ondata lunga di crescita. Così, spostando le fabbriche, il produttore va a giocarsi la partita direttamente in casa dei nuovi acquirenti, sfruttando le favorevoli opportunità economiche e risparmiando pure sui costi di trasporto, che da noi costituiscono un’altra pesante palla al piede.

È chiaro, quindi, che non può fare scalpore se una multinazionale, come l’Electrolux, introduce nelle sue strategie aziendali processi di delocalizzazione al pari dei suoi concorrenti. L’italianissima Merloni, per esempio, ha aperto da tempo delle filiali nelle aree dell’Est europeo.

Per la verità, la politica degli spostamenti delle produzioni adottata da Electrolux è alquanto datata, ma è passata inosservata perché non ha toccato le nostre fabbriche, anzi le ha interessate positivamente in quanto hanno potuto ottenere sensibili benefici, incrementando i volumi produttivi e gli investimenti determinati dalle chiusure di altri stabilimenti non più competitivi. Ma si trattava di conquiste effimere, perché anche l’area pordenonese cominciava a entrare nel vortice dei cambiamenti di rotta, che  evidenziavano i primi preoccupanti segnali. Infatti, in un breve lasso di tempo, il nucleo storico del management italiano si è quasi evaporato.

Il primo addio eccellente, a cui ne sono seguiti altri in rapida successione, è stato quello di Gian Mario Rossignolo, punto di riferimento dei Wallenberg, la potente famiglia svedese che controlla il colosso industrial-finanziario. Poi, quasi di nascosto, il marchio Zanussi, che radicava ancora la presenza degli stabilimenti nell’area d’origine, è scomparso sostituito da quello di Electrolux. E, ancora, il quartier generale è stato trasferito a Bruxelles, in una città che non ha certamente cultura nell’ambito della produzione di elettrodomestici, bensì più potere politico rispetto a Pordenone.

In effetti, quest’ultima mossa può essere letta come uno “schiaffo” al governo italiano, reo di aver sminuito le ambizioni del Gruppo a causa del progressivo abbassamento dei livelli di competitività del “sistema Italia”. Gli svedesi si sono sempre dimostrati insofferenti verso i “balletti” inconcludenti e i bizantinismi della politica. Così lo “strappo” è stato successivamente completato con l’inserimento delle nostre fabbriche in una gara fratricida e spregiudicata, protesa a migliorare all’infinito la produttività.

In realtà, ciò che ora più preoccupa è la sfida permanente tra gli stabilimenti della stessa “casa madre”, una conflittualità interna che fa vacillare le certezze di una stabile presenza sul territorio e compromette la serenità dei dipendenti, a tutti i livelli della scala gerarchica. Si tratta di un vero e proprio “ricatto strisciante” che il sociologo Luciano Gallino, nel suo ultimo libro (“L’impresa irresponsabile” edito da Einaudi), non esita a classificare “tra le azioni socialmente poco responsabili attribuite a grandi aziende”. In particolare, l’ultimo piano di ristrutturazione di Electrolux ha fissato alcuni paletti, che hanno di fatto elevato la tensione nelle relazioni industriali dopo un lungo periodo di “pax Zanussiana”, perché la concorrenza interna è stata considerata di fatto permanente.

Nessuna fabbrica, infatti, è più al sicuro. E qualora ci fossero investimenti sugli impianti, com’è stato annunciato per Porcia, essi comporteranno la progressiva riduzione dei posti di lavoro. Dovremo assistere impotenti al progressivo abbandono?

È il caso di ammettere che la fase espansiva dell’Electrolux è finita, almeno nei Paesi dove più è alto il costo del lavoro. Ma non per questo motivo dovrà prevalere la rassegnazione alla perdita di una presenza importante, perché un disimpegno più accentuato della multinazionale dalla nostra provincia andrebbe ben al di là dei posti cancellati, in quanto provocherebbe un corto circuito nell’immagine che la fabbrica automatizzata e tecnologicamente avanzata sa dare in termini di stimoli nuovi per la ricerca e l’innovazione. Essa rappresenta, infatti, una sfida continua, “contagiosa” per l’intero sistema produttivo. Come d’altra parte la Zanussi ha svolto negli anni precedenti un importante ruolo di “impresa seminale”, capace cioè di fare da incubatrice di altre aziende, tanto da favorire le ricadute dell’alta tecnologia sull’intero territorio.

Per Pordenone è stata (e per certi versi lo è ancora) una vera università, perché ha diffuso sapere,  conoscenze professionali, competenze, oltre che lavoro, tanto lavoro. Pertanto, il rischio che venga spezzato anche l’ultimo filo, che lega ancora il Gruppo degli elettrodomestici alla città, intensifica i timori di una perdita complessiva di stimoli a investire sulla ricerca e sulla innovazione, in quanto la grande fabbrica aiuta l’intera comunità a crescere, anche per il solo fatto di essere presente.

Per queste ragioni, si tratta quindi di difendere la presenza di Electrolux con le unghie, con il cervello e con il cuore, smentendo la favola di una città ormai riconvertita ad altre funzioni economiche. E’ evidente che il sistema produttivo della nostra provincia non è più “monosettoriale”, ma l’attività industriale è ancora  preminente nella produzione di ricchezza e di posti di lavoro. Pertanto, è bene difendere la Zanussi (la vogliamo chiamare ancora così, perché è sempre una creatura pordenonese), in quanto è patrimonio del nostro territorio.

Ma per produrre fatti concreti, è evidente la necessità di giungere a un “nuovo patto” con l’Electrolux, cioè a un accordo lungimirante tra le parti, per elevare la qualità del lavoro e delle produzioni. Tuttavia, per la natura complessa dei rapporti, le relazioni non potranno più essere limitate alle tradizionali trattative tra il Gruppo industriale e i sindacati. E’ importante, invece, che il Governo e la Regione, che hanno assicurato negli anni Ottanta il passaggio indolore dell’azienda pordenonese, sull’orlo del fallimento, in mani straniere, reso praticabile anche attraverso consistenti iniezioni di denaro pubblico, si rendano ora protagonisti di una rinnovata intesa per mantenere la presenza della multinazionale in Friuli Occidentale. E’ solo il caso di ribadire il rispetto degli impegni assunti, perché l’Electrolux ha anche incassato. Infatti, la multinazionale ha dato, in termini di investimenti sugli impianti e sui processi produttivi, e ha ricevuto attraverso copiosi profitti, sfruttando la lunga tradizione industriale locale. In realtà, ora occorre tessere forti alleanze per smuovere dal torpore le istituzioni pubbliche, che sono le sole in grado di garantire al sistema economico un programma di interventi strutturali per guidare il delicato passaggio dalle produzioni “labour intensive”, cioè a scarso contenuto tecnologico, a quelle con un più consistente valore aggiunto.

L’obiettivo è di ricreare le condizioni per uno stretto rapporto tra economia e società in grado di consentire a Electrolux, come all’intero sistema produttivo, di continuare a trovare nella nostra provincia quei valori immateriali, fatti di tradizioni, di cultura, di formazione e di professionalità, difficilmente rintracciabili nei Paesi emergenti. Proprio per questo motivo Governo e Regione non possono restare neutrali di fronte alle sfide strutturali, che, se non affrontate adeguatamente, rischiano di impoverire l’intero territorio. Si tratta, quindi, di riannodare il filo del dialogo tra tutte le parti economiche, sociali e politiche per far crescere la competitività del “sistema Pordenone”. E’ chiaro ormai che il solo lavoro non è più sufficiente a garantire i livelli di sviluppo, se non viene arricchito con nuovi contenuti. Ma il nostro destino è ancora segnato dal lavoro. (Giuseppe Ragogna)

ELECTROLUX: PORCIA VERSO LA CHIUSURA. DIVAMPA LA PROTESTA
La rabbia degli operai: “Questa fabbrica ce la terremo”

di Elena Del Giudice, da “IL MESSAGGERO VENETO” del 25/10/2013

PORDENONE. La notizia più temuta è arrivata. Electrolux ha annunciato oggi, insieme alla trimestrale, l’avvio dell’investigazione sulla produzione di elettrodomestici in Italia, ovvero su tutti e 4 gli stabilimenti.

Porcia per le lavatrici, Susegana per i frigoriferi, Solaro per le lavastoviglie, Forlì per forni e piani cottura. Complessivanete sono a rischio oltre 4.500 posti di lavoro escluso l’indotto.

Sino a oggi, storicamente, il termine “investigazione” è sempre stato usato da Electrolux come sinonimo di “chiusura”.

   Le dichiarazioni di Keith McLoughlin, Ceo della multinazionale. «L’Europa continua a soffrire di una domanda debole – spiega McLoughlin nel commento alla trimestrale – mentre il gruppo in Nord America continua a a registrare forti vendite e la crescita degli utili. In risposta alla situazione attuale del mercato europeo – prosegue il ceo di Electrolux – inizieremo una serie di attività finalizzate ad adeguare ulteriormente la struttura dei costi del Gruppo».

E tra queste azioni strategiche rientra “l’investigazione”, che è la modalità consueta della multinazionale svedese per avviare una sorta di indagine sulla struttura dei costi e sulle modalità per incidervi in modo significativo. In passato ogni “investigazione” annunciata si è sempre conclusa con la dismissione delle fabbriche indagate.

E’ accaduto in Germania con lo storico stabilimento Aeg, al pari della Svezia, della Spagna, degli Usa e dell’Italia dove, nel ’94, Electrolux fermò la produzione di frigoriferi nello stabilimento di Scandicci dove tentò un progetto di reindustrializzazione poi naufragato (ma per responsabilità altrui). Va detto che nella trimestrale luglio-settembre la crescita organica del Gruppo in Europa si è attestata al 4,9%, «superiore al nostro obiettivo del 4% – riconosce McLoughlin – e dimostra che continuiamo a fornire la nostra innovazione e strategia di crescita. I mercati emergenti hanno continuato a mostrare una forte crescita del fatturato, mentre i guadagni sono stati influenzati dai movimenti valutari negativi».

Continuando a riferirsi al vecchio continente «le nostre operazioni in quest’area hanno continuato ad essere influenzate dalle condizioni di mercato difficili soprattutto in sud Europa (e al primo posto c’è l’Italia) con un impatto negativo sui volumi e sui ricavi. Le vendite organiche sono rimaste invariate anno su anno con alcuni segnali positivi nel Regno Unito, nei Paesi nordici e in Germania. In risposta alla situazione attuale del mercato europeo abbiamo avviato un nuovo programma di riduzione del sovraccarico di produzione e finalizzato ad adattare la struttura dei costi del Gruppo».

Non ci sono aspettative positive per i prossimi mesi. «ci attendiamo – ha dichiarato a questo proposito McLoughlin – che la domanda europea di elettrodomestici a fine 2013 si attesti a-1/2%». Oggi «stiamo annunciando anche la prossima fase del piano per migliorare la competitività del Gruppo rispetto ai costi, sulla base di un piano avviato nel 2011 e che prevede di essere completato tra il 2014 e il 2016.

   Chiusure in Australia. Abbiamo deciso di chiudere lo stabilimento di frigoriferi e congelatori a Orange (Australia) e concentrare la produzione nella fabbrica di Rayong in Thailandia. In aggiunta a questo – è il passaggio che riguarda direttamente gli stabilimenti ex Zanussi – sarà avviata l’inchiesta sulle unità produttive Electrolux Major Appliance in Italia». Il costo dell’operazione e stimato in 3,4 miliardi di corone svedesi e dovrebbe determinare un «beneficio totale» di 1,8 miliardi di corone su base annua. Nella relazione il Ceo di Electrolux rimarca i buoni risultati ottenuti dal Gruppo negli Usa, in Sud America e nell’area Asia-Pacifico.

McLoughlin conclude dichiarando: «le misure difficili annunciate oggi, combinate con il focus strategico sulla crescita nei mercati emergenti e un aumento dei consumi, le rilevanti innovazioni di prodotto ci rendono convinti che Electrolux è ben posizionata per soddisfare e superare i nostri obiettivi finanziari chiave a lungo termine».

   Electrolux in Italia. L’Italia, per numero di fabbriche e per numero di occupati, è uno dei Paesi europei dove più è concentrata l’attività della Electrolux. Le fabbriche sono quattro: Forlì, dove sono occupate 800 unità e si producono piani cottura e forni; Porcia, con 1200 occupati e produzione di lavatrici; Solaro (Milano) con 900 unità e produzione di lavastoviglie e Susegana (Treviso), 1.000 occupati e produzione di frigoriferi e congelatori da incasso.

   Lavoratori fuori dalla fabbrica. A Porcia è già divampata la protesta. I lavoratori sono usciti dalla fabbrica per una prima manifestazione spontanea.

…………………………..

VENEZIA, SCIOPERO DELLE MERCI. CITTÀ FERMA. ORSONI: «INAFFIDABILI»

da “il Corriere del Veneto” del 13/11/2013

– Consegne azzerate. In arrivo solo latte e farmaci. Controlli dei manifestanti contro chi «sgarra» e abusivi –

VENEZIA— Consegne azzerate, a Venezia arrivano solo latte e farmaci. Il fermo contro il piano anti-traffico del Comune è iniziato. A mezzanotte di martedì motoscafisti e trasportatori hanno raggiunto stazi e darsene e promettono di rimanerci a oltranza a meno di un dietro front dell’amministrazione. Che però non arriverà.  «È una vergogna – tuona il sindaco Giorgio Orsoni -. La città non può essere vittima di corporazioni: ne risponderanno ai cittadini». Tra categorie e amministrazione è muro contro muro. Le prime accusano il Comune di non aver mai aperto il confronto dopo la tragedia del 17 agosto. Ca’ Farsetti però non ci sta: «Sono inaffidabili, agli incontri hanno falsamente dichiarato di essere disponibili – sbotta Orsoni – la verità è che ci sono in gioco interessi diversi».

Venezia senza motoscafi
Venezia senza motoscafi

Il sindaco si riferisce al gps: trasportatori e tassisti sono contrari all’obbligo di averlo a bordo come tir e taxi di terra. In questo pesante braccio di ferro, ieri è intervenuta la Prefettura. «Il Prefetto ha invitato Comune, forze di polizia e Capitaneria di porto a disporre adeguate misure di vigilanza per garantire che il diritto di manifestazione sia contemperato con la libertà di movimento e di circolazione – si legge in una nota di Ca’ Corner -. In particolare, sono state impartite precise direttive affinché sia garantita la libertà di svolgere attività di trasporto da parte di chi non intenda aderire al fermo e si prevengano eventuali iniziative estemporanee tendenti a provocare turbative all’ordine ed alla sicurezza pubblica».

I trasportatori hanno infatti annunciato che controlleranno che nessun mezzo passi. Sul fronte taxi invece è stato verificato che le norme che regolano il servizio in terraferma e che impongono limiti al diritto di sciopero non hanno equivalenti sull’acqua: i motoscafisti sono liberi di fermarsi senza conseguenze. Sempre ieri, la Questura ha convocato i manifestanti e i tassisti hanno chiesto controlli contro gli abusivi. «Effettueranno verifiche a San Marco e al Tronchetto», spiegano i motoscafisti. Nei prossimi giorni potrebbero dunque venire meno gli approvvigionamenti in supermercati, negozi, edicole, ristoranti, bar e hotel. È già successo nel 1989, quando il sindaco Antonio Casellati provò a introdurre limiti in Canal Grande. Dopo tre giorni di fermo, ritirò l’ordinanza. Orsoni però non seguirà l’esempio del predecessore. «Sono disposto a incontrarli, ma niente dietrofront», dice.

La riprova che il Comune è intenzionato a procedere con i 26 punti è stata la pubblicazione, avvenuta proprio ieri, delle prime 7 ordinanze con limitazioni orarie e di circolazione per granturismo (devono attraccare all’ex palazzo compartimentale), Veritas (non può raccogliere i rifiuti a Rialto), taxi, mototopi e gondole (tra le 9.30 e le 10.30 non possono passare in zona realtina). «Con il fermo arrechiamo innanzitutto un danno alle nostre aziende – dice Giovanni Grandesso, trasportatori di Confartigianato – le misure del Comune sono frutto di condivisione fasulla, colpiscono il trasporto salvando le lobby della città, Actv e gondolieri». I trasportatori contestano il divieto di carico e scarico al pontile «Cerva» di Rialto tra le 11 e le 14.30, i tassisti lo stop a chi non è in turno tra le 8 e le 15. Entrambe le categorie poi dicono no alle multe di Argos e al gps. Abbraccia le ragioni del fermo Fratelli d’Italia. «La giunta annulli le azioni annunciate e convochi le parti», dice il capogruppo in Comune Sebastiano Costalonga. Ieri infine Renzo Scarpa ha protocollato un’interpellanza. «Come si pensa di evitare il blocco dei servizi? – chiede – È vero che è mancato il confronto?».

………………………………

CHARLES LANDRY : LA CITTA’ CREATIVA “PER” IL MONDO .

da http://portale.democraticinelmondo.eu/

e da FORUM PA

(http://portal.forumpa.it/)

– FORUM PA, il Forum italiano che si occupa di Pubblica Amministrazione, sta dando sempre più spazio ai nuovi orientamenti internazionali in materia di governace e modernizzazione, scoprendo che al primo posto c’è l’intelligenza umana, il pensiero, la creatività. – La prospettiva delle smart cities, delle città intelligenti, ha bisogno di nuove tecnologie ma anche, se non soprattutto, di persone che le sappiano usare in una visione e in una pratica amica dell’ambiente, della salute dei cittadini, della buona occupazione per i giovani. – L’urbanista Charles Landry è uno dei grandi saggi che ha disegnato percorsi e lavorato per questo futuro più umano e solidale : la città del futuro è “nel” mondo, ma soprattutto “per” il mondo.

Charles Landry è l’ispiratore del movimento globale, per la rinascita degli spazi urbani, della “città creativa”, secondo un’espressione da lui coniata nei tardi anni ’80 e fonte d’ispirazione del suo testo “The Creative City: A Toolkit for urban innovators”. Il movimento si basa sul concetto di “infrastruttura creativa” della città, connubio tra hardware o componente fisica, e software o componente immateriale. Obiettivo: suscitare quel coinvolgimento psicologico che è “l’elemento base per promuovere la creatività” e realizzare il potenziale nascosto in ogni città. Landry collabora da “amico critico” con spazi urbani di tutto il mondo e ha saputo aggiornare le sue teorie al passo con i tempi, elaborando da ultimo un nuovo Indice della Città Creativa.

(…..)

L’urbanista Charles Landry è uno dei maggiori esperti mondiali sull’uso della creatività e dell’immaginazione per la rinascita delle città, con lo scopo di aiutarle a scoprire le loro specifiche risorse e a raggiungere il loro potenziale, diventando così più resilienti, autosostenibili e capaci di futuro.

Landry si concentra su come la cultura dello spazio urbano possa rivitalizzarne l’economia, innalzando il senso di sé. Ufficialmente vive a Gloucester, nel sud-ovest dell’Inghilterra, ma in realtà è sempre in viaggio in giro per il mondo, lavorando da consulente al fianco di decisori e leader locali e tenendo key note e workshop. Insegna inoltre per il Master in Creatività Urbana Internazionale presso la Beijing DeTao Masters Academy (DTMA), nella sede di Shanghai. I suoi libri sono considerati delle vere Bibbie per tutti gli amministratori che sognano una rinascita del loro spazio urbano. Tra le città più importanti con cui ha collaborato, Helsinki, in cui si è occupato della capacità di attrarre immigrati, e Bilbao, dove ha misurato i tassi di creatività e gli effetti indotti dall’high tech.

La città creativa“, il concetto da lui coniato nei tardi anni ’80 in risposta ai drammatici cambiamenti economici e sociali dell’epoca, è divenuto nel tempo un vero movimento planetario per ripensare la pianificazione e la gestione delle città. Contro il modello dello “urban engineering”, che si concentra esclusivamente sulle infrastrutture fisiche, ovvero l’hardware dello spazio urbano, egli crea il concetto di “infrastruttura creativa”, che è un connubio tra tale componente e quella software, quali le dinamiche umane di un luogo, le sue connessioni e relazioni, la sua atmosfera. Rispetto al rapporto tra le due componenti, secondo Landry ” ciò che è fisico deve incoraggiare l’immateriale”.

Gli oggetti della quotidianità come strade, piloni elettrici, cassonetti della spazzatura possono diventare molto più attraenti, in modo da suscitare quel coinvolgimento psicologico che è “l’elemento base per promuovere la creatività” e valorizzare le risorse specifiche di ogni città.

Dopo essere cresciuto ed essere stato educato tra Gran Bretagna, Germania e Italia, nel 1978 Landry fonda il think tank la Comedia, che per primo teorizza la connessione tra cultura, creatività e trasformazione della città, e che ancora oggi è un’organizzazione o meglio un network di collaboratori del settore da lui guidata.

Nei tardi anni ’80 egli conia appunto l’espressione “la città creativa”. Landry sostiene che di fronte alla drammatica situazione economica e sociale la soluzione viene proprio dalla creatività: è necessario realizzare quelle condizioni che permettano alla persone di pensare ed agire con l’immaginazione per far così fronte a quei problemi urbani che sembrano irrisolvibili.

Nel suo saggio ” The Creative City : A Toolkit for urban innovators ( 2000) , procede così verso un completo cambio di paradigma nel modo in cui le città sono gestite, per attingere completamente dal talento e dalla creatività dei suoi stessi residenti. Viene inoltre indicato un chiaro e dettagliato elenco di metodi attraverso cui gli spazi urbani possono essere rigenerati, sono inoltre presentati casi studi ed esempi di innovazione urbana da tutto il mondo.

Con il sopraggiungere del 21esimo secolo, Landry si dimostra capace di adattare le sue teorie ai nuovi tempi. Dapprima, nel nuovo testo The Art of City Making (2006), sottolinea che ora le città devono essere “le più creative per il mondo”, e non “nel” mondo, in modo tale che la creatività venga ad assumere un fondamento etico.

Il rischio, per Landry, è che la popolarità del termine lo svuoti di significato, per questo è necessario che si indirizzi verso questioni globali come il cambiamento climatico e il divario tra ricchi e poveri. Le città diventano così luoghi di solidarietà in cui gli individui, i gruppi, gli outsider si sentono allineati e responsabili a livello globale.

Nel 2007 è invece la volta del testo ” The Intercultural City : Planning for Diversity Advantage ” scritto in collaborazione con Phil Wood, che analizza, attraverso numerosi casi studio, il legame esistente tra il cambiamento urbano e la diversità culturale, indicando i “dieci step per la Città Interculturale“. Obiettivo: la necessità di un nuovo pensiero e una nuova politica, per capire come comunità diverse possono cooperare verso un’armonia produttiva piuttosto che verso esistenze parallele o antagoniste.

Nel 2011, infine, Landry realizza un nuovo Indice della Città Creativa, insieme al collega Jonathan Hyams. E’ uno strumento che misura la forza immaginativa delle città, in modo da aiutarle nella loro strategia di gestione, ideato d’intesa con la provincia basca Biscaglia e la sua città capoluogo Bilbao. Sono tre le valutazioni su cui si basa: esterna, interna e una ricerca online, a cui le città possono accedere autonomamente. Dieci gli indicatori che sono stati identificati, per misurare la creatività, la resilienza e la capacità di futuro. Le città a cui l’indice è stato applicato sono finora: Friburgo, Canberra, Perth, Ghent, Fremantle, Penang e Oulu. Da ultimo Landry ha invece cominciato ad occuparsi esclusivamente di città e regioni europee: Bologna, Lille, Bilbao, la Ruhr, Cracovia e Liverpool. Sul fronte italiano, nel 2009, non sembrava avere una grande opinione dei nostri spazi urbani, tanto da affermare in un‘intervista che le città peggiori “ora sono in Italia, ovunque vada nel vostro Paese sento un livello altissimo di frustrazione: ho soprannominato il tutto “bureaucratic spaghetti”. Equivale all’assenza di una chiara politica urbanistica”.

Pubblicato sul sito di FORUM PA

(http://portal.forumpa.it/ )

One thought on “I molteplici MALESSERI DELLE CITTA’ – Modi e valori per ritrovare una “MANO INTELLIGENTE” nel ridare felicità e senso alle nostre città – Il caso di alcune città del Nordest del nostro Paese, e la crisi nei loro valori essenziali (bellezza urbanistica compromessa, centri storici svuotati, lavoro manifatturiero che se ne va…)

  1. gengis kan kan kan martedì 19 novembre 2013 / 11:43

    l’italia e degli italiani, non delle banche, non dei borghesotti prenditori di banane, non dei politicozzoli nostrani venduti, non delle mafie, non delle multinazionali ecc. solo il popolo puo tentare di riequilibrare questo paese con opera colossale di mutazione genetica-sociale. Giustizia, uguaglianza, serieta, impegno, meritocrazie ecc. le parole d’ordine della rinascita. Un discolo danneggia un segnale stradale ??? è un problema collettivo, Un passante amante del bau bau immancabilmente si gira dall’altra parte mentre passi ed il 4 zampe sta defecando = problema sociale ecc. passando per problematiche di sperpero, menefreghismo e ingiustizia e tutto cio che degrada questo paese malato cronico prossimo alla metastasi. Gli scioperetti a puntate non servono ad un accidente, senza parlare dei fiumi di parole gettate al vento dai tanti venduti di turno. E necessaria una mobilitazione generale che blocchi tutto e rivendichi la propria padronanza del paese, poi faccia pulizia totale e generale di tutta la poltiglia parassitaria in tutte le sue forme i tempi rapidissimi. Lla poltiglia si puo benissimo usare come combustibile per produrre energia a basso costo. Poi in tempi ancor piu rapidi si realizza una nuova forma di governo terra terra molto essenziale non burocratica che ve controllata perennemente per avvianìre la politioca interna e d esterna verso nuove strade. Stoy kto Koba.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...