LA BELLEZZA TRADITA DELLA SARDEGNA – ABUSIVISMO EDILIZIO e CARENTI PREVISIONI METEREOLOGICHE (su eventi atmosferici nuovi ed eccezionali, ma prevedibili), ripropongono ancora una volta la mancata politica di tutela ecologica del territorio – che fare per rimediare al DISSESTO IDROGEOLOGICO?

il CICLONE MEDITERRANEO su METEOWEB (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)
il CICLONE MEDITERRANEO su METEOWEB (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

il CICLONE MEDITERRANEO che su METEOWEB era stato annunciato più di 24h prima che arrivasse in Italia (da www.meteoweb.eu ) – CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA – “Quello che si è verificato LUNEDÌ (18 novembre) IN SARDEGNA è stato un evento meteorologico estremo. Intenso e raro, sul Mediterraneo. Lo hanno battezzato ciclone Cleopatra ed è stato causato da un VORTICE DI ARIA FREDDA. Quel vortice si è staccato da una grossa perturbazione PROVENIENTE DALLE ZONE ARTICHE e, A CONTATTO CON IL CALDO MEDITERRANEO, ha fatto sì che si formasse e si scaricasse sulla Sardegna UNA «BOMBA D’ACQUA». Tecnicamente potremmo definire il fenomeno che ha interessato la Sardegna un ciclone: UN CICLONE EXTRATROPICALE, per la precisione. Ma la definizione tecnica dice poco…” (Pietro Greco, da “l’Unità”) (v. 1°articolo al completo su questo post)

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(…..)  L’evento climatico è stato senza dubbio eccezionale. Secondo gli esperti è stata una bolla isolata di aria fredda staccata da una perturbazione proveniente dalla regioni artiche, a innescare il ciclone che ha travolto la Sardegna. «E’ un fenomeno possibile, ma inusuale- ha osservato Alfonso Sutera, del dipartimento di Fisica dell’università Sapienza di Roma- Così come sono insoliti i 459 millimetri di pioggia caduti in Sardegna nell’arco di poche ore, contro la media annuale di circa 900 millimetri di pioggia che si registra in Italia. La bolla di aria fredda, dal raggio compreso fra 300 e 400 chilometri, si è staccata dalla perturbazione ed è penetrata nel Mediterraneo. Una volta nel Mediterraneo, la bolla è stata spinta dal vento verso Est e ha raggiunto la Spagna, portando maltempo. In seguito il vento ha cambiato direzione ed è allora che la bolla ha risentito dell’afflusso di aria umida e calda proveniente dall’Africa. In questo periodo dell’anno il Mediterraneo è ancora caldo – ha aggiunto Sutera – e l’aria calda e umida ha rafforzato il ciclone. Purtroppo, arrivato sulla Sardegna, il ciclone ha toccato terra, scaricando tutta la sua forza». –  (da: http://www.greenreport.it/news/ciclone-in-sardegna-evento-eccezionale-le-cause-secondo-gli-esperti/#sthash.2RMIuiUb.dpuf  (19/11/2013)

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   “Non possiamo lasciare inascoltato il tragico monito che questa disgrazia porta con sè. Da quello che è successo non è estranea la mano dell’uomo. Ci sarebbero stati esiti meno devastanti se avessimo imparato a rispettare i ritmi del creato”, questo ha detto il vescovo Sanguinetti di Tempio ai primi funerali delle vittime dell’alluvione che lunedì 18 novembre ha colpito la Sardegna distruggendo case, strade, e uccidendo 16 persone. Riprendiamoci il nostro futuro, rimbocchiamoci le maniche, basta con le divisioni”, ha esortato il vescovo.

OLBIA, Gallura, lunedì 18 novembre 2013 - Sedici persone sono morte in Sardegna a causa del ciclone che lunedì ha portato sull’isola piogge copiose e venti molto forti. Le province maggiormente interessate sono quelle di OLBIA-TEMPIO, NUORO e di ORISTANO, dove si sono verificate le esondazioni di diversi fiumi e torrenti, con conseguenti inondazioni di paesi e città. Le persone evacuate dalle loro case sono oltre 2700
OLBIA, Gallura, lunedì 18 novembre 2013 – Sedici persone sono morte in Sardegna a causa del ciclone che lunedì ha portato sull’isola piogge copiose e venti molto forti. Le province maggiormente interessate sono quelle di OLBIA-TEMPIO, NUORO e di ORISTANO, dove si sono verificate le esondazioni di diversi fiumi e torrenti, con conseguenti inondazioni di paesi e città. Le persone evacuate dalle loro case sono oltre 2700

   E il sindaco di Olbia (uno dei territori tra i più colpiti dal ciclone, dall’alluvione), Gianni Giovannelli, ha detto, in alcune interviste, che “I problemi di Olbia partono dai tre condoni edilizi degli ultimi 30 anni, che hanno sanato situazioni di palese e pericolosa illegalità in una città che si era ampliata in modo selvaggio, a rimorchio del successo della Costa Smeralda, con case costruite nell’alveo dei fiumi. La città ha 16 quartieri abusivi. Adesso dovrei espropriare le case di migliaia di persone e abbatterle: è impossibile”.

   Insomma niente fatalità dovuta a eventi imprevedibili, ma la mano dell’uomo che ha costruito, lasciato costruire, in luoghi che creavano, creano squilibrio.

   E anche sulla “imprevedibilità” degli eventi molti hanno denunciato che questo è un termine inadatto: che ci sono state carenze di informazione che non sono scusabili in un contesto storico come il nostro dove le previsioni metereologiche hanno fatto consistenti progressi, ma, appunto come in questo caso, rischiano di non servire a evitare morti e situazioni calamitose.

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   In questo post proviamo sommariamente a fare sintesi, negli articoli che proponiamo, di questi fatti: 1-abusivismo edilizio (o meglio, scellerata politica urbanistica di comuni e della Regione Sardegna); 2-conseguente dissesto idrogeologico di cui finora non si è fatto niente per rimediare; 3-effettiva “prevedibilità” di eventi naturali seppur straordinari (e, nelle mutazioni climatiche, sempre più insidiosi).

   Su tutto un “governo del territorio” che non crede ancora nel fatto che investimenti e tutele nella conservazione dei luoghi, nel paesaggio, nel ripristino ambientale, possano essere un concreto volano di una “nuova economia” che crea ricchezza, posti di lavoro, benessere…. Tutti lo dicono, ma niente (o assai poco) si fa.

i soccorsi lunedì 18 a TERRALBA (provincia di Oristano) - foto tratta da www.qn.quotidiani.net
i soccorsi lunedì 18 a TERRALBA (provincia di Oristano) – foto tratta da http://www.qn.quotidiani.net

   E, per chi ama la Terra Sarda (indigeni o “stranieri” visitatori occasionali come noi), la tragedia del ciclone e dell’alluvione di lunedì 18 novembre può essere percepita come una specie di tradimento di una terra riservata, nobile, un po’ misteriosa e molto affascinate. Un ulteriore motivo per rimediarne agli errori (urbanistici, edilizi) del presente e del passato. Ma questo, in Sardegna o nelle altri regioni d’Italia, del “governo virtuoso del territorio”, fa parte di quel “cambiamento”, di quelle riforme che sono più che mai necessarie, ma ancora non si esprimono concretamente, non si realizzano: è più facile “far cemento”, grandi opere che rimarrano magari inutilizzate, impattanti e di scarso utilizzo, mentre forse la GRANDE OPERA da fare è in quel recupero ambientale che darebbe lavoro a molti e creerebbe virtuose sinergie in tutti i settori economici, culturali, di relazioni sociali positive…. E’ dunque necessario invertire un declino nella geografia italica, declino che questo sì appare concreto, visibile. La Sardegna ferita e “tradita” speriamo sia un monito al cambiamento (speriamo…). (s.m.)

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LA PROPOSTA (CHE FACCIAMO NOSTRA):

UN PAESE VULNERABILE

di Pietro Greco, da “l’Unità” del 20/11/2013
   Quello che si è verificato lunedì (18 novembre) in Sardegna è stato un evento meteorologico estremo. Intenso e raro, sul Mediterraneo. Lo hanno battezzato ciclone Cleopatra ed è stato causato da un vortice di aria fredda. Quel vortice si è staccato da una grossa perturbazione proveniente dalle zone artiche e, a contatto con il caldo Mediterraneo, ha fatto sì che si formasse e si scaricasse sulla Sardegna una «bomba d’acqua».

   Il nome Cleopatra non ha alcun significato scientifico. E «bomba d’acqua» è una pura invenzione giornalistica. Mentre tecnicamente potremmo definire il fenomeno che ha interessato la Sardegna un ciclone: un ciclone extratropicale, per la precisione. Ma la definizione tecnica ci dice poco, perché ogni depressione atmosferica è tecnicamente un ciclone.

   Dunque dovremmo chiamare ciclone (anzi, ciclone extratropicale) ogni perturbazione che giunge in Italia, che porta con sé vento e pioggia e che è causata dalla bassa pressione. Il che ci aiuta a capire poco quello che è successo ieri sull’isola dove, in alcune zone, sono caduti anche 470 millimetri di acqua a causa di una pressione bassa.

   Inoltre per ciclone, nell’uso comune, intendiamo ormai i fenomeni meteorologici estremi che si verificano nell’Atlantico (mentre i tifoni sono quelli dell’Indopacifico). In definitiva, dovremmo stabilire una nomenclatura più chiara e precisa per dare un nome chiaro e non ambiguo a questi fenomeni meteorologici estremi che, a quanto pare, vanno aumentando per frequenza e intensità a causa dell’aumento della temperatura media del pianeta.
Ma il problema nominalistico non è che l’indizio dell’impreparazione che abbiamo ad affrontare i cambiamenti climatici,

con il previsto aumento, per numero e intensità, dei fenomeni meteorologici estremi.  Un aumento che è già in atto.
L’aumento dei fenomeni meteorologici estremi in Italia si trasforma in aumento del rischio idrogeologico a causa della vulnerabilità del Paese. Una vulnerabilità demografica la densità della popolazione è alta e una vulnerabilità orografica: il territorio di quello che Antonio Stoppani chiamava il Bel Paese è montuoso, collinoso e soprattutto fragile.

   Ma i danni causati dai fenomeni meteorologici estremi non sarebbero così alti se accanto alla frequenza dei fenomeni e alla vulnerabilità dei luoghi non si abbinasse la scarsa percezione del rischio. Facciamo troppo poco per ridurre il rischio idrogeologico e proteggere noi stessi e le nostre cose. Sappiamo che il numero di morti in Sardegna a causa del dissesto idrogeologico è più alto della media nazionale. Ma non abbiamo fatto nulla per cercare di ridurla, quella tragica frequenza statistica.

   Dunque, non meravigliamoci se una ottantina di terribili tornado negli Stati Uniti nei giorni scorsi abbiano fatto meno vittime di un unico evento meteo, per quanto intenso, in Sardegna.
Evitare che a pagare il prezzo dell’alta vulnerabilità e della bassa percezione del rischio siano persone con la loro vita è un valore in sé. Tuttavia accanto a questo valore che non ha prezzo, cambiare nei fatti la nostra percezione del rischio idrogeologico ne ha anche uno, di valori, economico. Anzi, a ben vedere, si tratta di un doppio valore. Uno è, per così dire, passivo: se investiamo dieci, nel giro di pochi anni, otteniamo trenta o quaranta solo perché evitiamo dei danni, alle persone e alle cose. E i morti, e i danni materiali hanno un forte valore economico.
Ma c’è di più. Se modifichiamo la nostra percezione del rischio e trasformiamo la vulnerabilità demografica e orografica in un’opportunità, possiamo creare lavoro. E lavoro qualificato.

   Abbiamo un territorio fragile? E allora iniziamo a studiarlo e a utilizzare le migliori tecnologie possibili, materiali e immateriali, per renderlo sempre più adatto a sopportare eventi estremi. Abbiamo una fragile cultura del rischio? E allora mobilitiamo i nostri esperti, ecologi, ingegneri, maestri per rafforzare il territorio; per creare sistemi coordinati di pronto allerta (early warning) e pronta azione.
Si calcola che per la sola messa in sicurezza del territorio occorrano oltre 40 miliardi di euro. E che ce ne vogliano altri per creare una solida cultura del rischio. Troviamo le risorse e attiviamole. Questo è un progetto uno dei migliori e più utili progetti possibili per uscire dal declino avviando un percorso di sviluppo sostenibile che offre lavoro, utile e qualificato. Proviamoci. Lo dobbiamo a coloro che sono morti e ai loro figli. A noi e ai nostri figli. (Pietro Greco)

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OLBIA, LA NATURA E IL CEMENTO ANARCHICO

di FRANCESCO GIORGIONI, martedì 19 novembre 2013, da http://www.globalist.it/

– Nelle ore drammatiche di morte e distruzione in Sardegna, un bravissimo giornalista sardo, Francesco Giorgioni, parla di cemento e speculazione nella sua Olbia –

   Ventitré quartieri e diciassette piani di risanamento. Significa che l’ottanta per cento della città è nata fuori dalla regole, un mattone abusivo sopra l’altro. Questa città si chiama Olbia ed ha visto triplicare la sua popolazione in cinquant’anni, un’ipertrofia demografica indotta dal grande fenomeno turistico e dai servizi nati attorno ad esso.

OLBIA e le abitazioni sul canale
OLBIA e le abitazioni sul canale

   Olbia è la città che, caso più unico che raro, ha visto un magistrato disporre il sequestro di un intero piano di risanamento: quello di Pittulongu, pregiato tratto di costa violentato da una feroce speculazione edilizia. Era il 2005 ed il pubblico ministero Renato Perinu fece sigillare un intero quartiere, In quel momento, erano in essere 270 licenze edilizie e si continuava a costruire selvaggiamente, sfruttando una singolare permuta di metri cubi con un’area del centro. Tolti di là per essere aggiunti di qua, vicino al mare, dove valgono molto di più.

   Per convincere i più dubbiosi sugli effetti devastanti provocati dalle barriere di cemento sul naturale corso delle acque, prendete uno di questi scettici e portatelo proprio sulla collina alle spalle di Pittulongu. Vedranno un fiume scendere giù a valle, in un percorso ad ostacoli tra villette e urbanizzazioni improvvisate, esplodere con una rabbia mostruosa quando le precipitazioni diventano uragano tropicale. Pittulongu è l’emblema della sciagurata corsa all’edificazione senza criterio, Pittulongu è il luogo dove ho visto case e prati costruiti sul corso del torrente e dove, con i miei occhi, ho visto giardini perimetrati da alti muri di cinta trasformarsi in piscine, in catini riempiti d’acqua in poche ore, abbandonati precipitosamente dai residenti al primo acquazzone violento.

   Il resto della città non è molto diverso. Si dirà che contro la furia devastatrice della natura nessuno nulla può. Forse è proprio così. Sarà anche scontato ed odioso dirlo adesso, ma non era difficile prevedere che prima o poi Olbia sarebbe stata vittima di un disastro come quello avvenuto nelle ultime ore. Non è mica la prima volta che si vede la città sommersa, travolta dalle piogge torrenziali e inerme contro l’esplodere del cielo.

   Però Olbia un piano urbanistico non ce l’ha. Per le vittime ci saranno funerali solenni e i carri funebri saranno accompagnati da rabbia e recriminazioni. Poi ce ne dimenticheremo, come sempre, tornando a convincerci di poter piegare la natura ai nostri voleri. (Francesco Giorgioni)

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COS’E’ IL METEO-NOWCASTING

   In meteorologia con il termine nowcasting (dall’inglese da now, “adesso“, e [fore]casting, “previsione“) si intendono le previsioni del tempo a brevissima scadenza (entro poche ore) su un particolare territorio d’interesse. La tecnica è particolarmente utilizzata sia a livello amatoriale sia nella prevenzione di eventi meteorologici estremi quali temporali, alluvioni, uragani, tornado da parte di esperti del settore per pubblica sicurezza monitorando il ciclo idrogeologico.

   È una tecnica spesso empirica e con buoni risultati che mette a frutto le conoscenze specifiche acquisite da meteofili e meteorologi professionisti sui microclimi locali, sull’influsso dell’orografia ecc. laddove non si ha disponibilità di run da parte dei modelli meteorologici all’interno dell’intervallo di acquisizione tra due corse del modello stesso o come controllo e correzione dei possibili errori da parte dei modelli stessi.

   Essa va dunque di pari passo con l’osservazione immediata real-time delle condizioni atmosferiche e fa uso di strumenti e informazioni meteorologiche opportune quali dati forniti da stazioni meteorologiche sulla superficie terrestre, radiosondaggi verticali atmosferici, radar meteorologici, osservazioni libere, immagini da satellite, circolazione atmosferica locale ecc… (da Wikipedia)

meteo e nowcasting

MA LA SCIENZA PUO’ PREVENIRE

di Franco Prodi, da “il Messaggero” del 20/11/2013

   «Bombe d’acqua», «evento imprevedibile», «fatale conseguenza del cambiamento climatico» sono espressioni che non vorrei sentire dai telegiornali o leggere nei quotidiani, perché non sono vere e servono magnificamente a nascondere responsabilità ben precise.

   Non sono vere, comunque non adeguate, dal momento che la meteorologia fisica, detta di “nowcasting”, ha fatto progressi enormi negli anni recenti. E ha consentito di chiamare gli eventi col loro nome, non con termini vaghi presi dal linguaggio comune.

   Il maltempo che ha causato danni in Sardegna e li sta causando in Puglia e serie preoccupazioni nel resto della penisola è originato dal ciclone extratropicale, che si comincia a ben conoscere nella sua struttura generale. Al suo interno i fenomeni di convezione profonda si classificano secondo la loro evoluzione osservata dal radar meteorologico: abbiamo temporali a cella singola, a supercella con eventualmente tornado o tromba d’aria sottostante, abbiamo strutture a multicella di minore durata ma rigenerantesi.

   I temporali possono insistere sullo stesso territorio oppure muoversi con velocità misurabili su traiettorie osservabili. Poi ci sono strutture convettive più ampie detti “sistemi convettivi alla mesoscale”. Ebbene non si è visto, per quanto ne so, una immagine radarmeteorologica di quanto stava succedendo. Non si è avuta una descrizione scientificamente adeguata dell’evento. Qualcuno dovrà dire perchè ciò non è avvenuto.

   Anche le osservazioni satellitari consentono di seguire i fenomeni anche se con una grande incertezza sugli aspetti quantitativi connessi (intensità di precipitazione). Il Nowcasting, come combinazione delle osservazioni radar e satellite è il centro della moderna gestione dei rischi meteorologici. I modelli numerici danno una previsione attendibile che consente un preallarme, ma non sono in grado di dire dove avverrà la precipitazione e la precisa quantità. A questo punto entra in azione la previsione di Nowcasting che segue i fenomeni col radar e da satellite e può emettere ogni venti minuti una previsione per le ore successive, specifica per le zone di interesse.

   Questa viene anche inserita nei modelli idrologici per i bacini idrici interessati e viene prodotta un’allerta di superamento di livello nelle diverse sezioni dei torrenti e dei fiumi. Sulla base di questo e su altri dati che devono essere sempre tenuti aggiornati (viabilità, se sono giornate feriali o festive ecc.) le autorità preposte emettono un’allerta alla popolazione. Tutta questa catena non si vede in azione nelle nostre calamità, ogni volta si parla di ineluttabilità e di imprevedibilità.
Non si vede poi perché gli enti preposti non si servono adeguatamente degli istituti scientifici che svolgono le loro ricerche a livello internazionale. Posso dire questo con cognizione di causa essendo stato il responsabile scientifico del progetto “Prosa”, che ha prodotto un sistema di previsioni di Nowcasting di alto livello, ad opera delle migliori unità di ricerca del Paese. Ebbene questo sistema giace inutilizzato nel disinteresse dell’utente finale, il Dipartimento della Protezione civile, per incomprensibili disaccordi fra il Dpc e l’Agenzia spaziale nazionale.
Il tema della meteorologia in Italia aspetta di essere affrontato da decenni. Permangono duplicazioni incomprensibili, inefficienze e costi spropositati. C’è da riflettere profondamente, ne ho parlato in numerose occasioni e mi riprometto di riparlarne senza essere sotto l’urgenza dell’ennesimo evento calamitoso. Anche i media poi dovrebbero collaborare attingendo informazioni dalle fonti ufficiali della conoscenza scientifica e aiutando questa a trasferire al servizio del Paese i risultati delle ricerche. (Franco Prodi)

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ritardi, miopie, responsabilita’

URLA INASCOLTATE DELLA TERRA FERITA

di Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 21/11/2013

   «Ma chi doveva intervenire, la cavalleria delle giubbe blu?», si è sfogato il capo della Protezione civile, Franco Gabrielli. C’è da capirlo. Centinaia di uomini che hanno lavorato giorno e notte, bagnati fradici nel fango, il fiato rotto e gli occhi gonfi di fatica per salvare più persone possibili dal diluvio che ha sconvolto la Sardegna, non meritano tutti i dubbi, le polemiche e i veleni sulla tempestività degli allarmi e dei soccorsi.

i danni dell'alluvione a TERRALBA (da www.unionesarda.it)
i danni dell’alluvione a TERRALBA (da http://www.unionesarda.it)

   Niente giubbe blu. E onore a quei soccorritori che hanno speso ogni energia nel pantano sardo.

   Quando la terra avrà riassorbito le acque e le lacrime per tutti quei morti, però, si dovrà fare un bilancio.  Non ne possiamo più di queste tragedie.
Certo, non è colpa del governo se piove a dirotto. Men che meno se vengono giù «440 millilitri di pioggia in 24 ore». Ma un mese fa, alla Commissione Ambiente della Camera, lo stesso Gabrielli aveva denunciato che sei Regioni non avevano neppure avviato i Cdf (Centri Funzionali Decentrati) destinati a coordinare i soccorsi in caso di bisogno. Tra queste, la Sardegna. Che dal ciclone Cleopatra ha ricevuto, dopo anni di crisi nera, una botta durissima.

   Nel periodo 1900-2002, scrive il geologo Claudio Margottini nel volume in uscita su L’Italia dei disastri curato da Emanuela Guidoboni e Gianluca Valensise, «si sono verificati 4.016 eventi con gravi danni e ci sono state 5.202 vittime per frane e 2.640 per alluvioni». Cioè 39 frane e inondazioni gravi con 77 morti l’anno. Ai quali bisogna aggiungere i disastri successivi a Ischia, Giampilieri, Borca di Cadore, Vicenza, Genova…

   Dice l’ultima risoluzione votata alla Camera poche settimane fa da tutti (tutti) i gruppi della Commissione Ambiente che «le aree a elevata criticità idrogeologica (rischio frana e/o alluvione) rappresentano circa il 10% della superficie del territorio nazionale (29.500 chilometri quadrati) e riguardano l’89% dei Comuni».

   Di più: in un Comune su cinque «sono state costruite in aree a rischio idrogeologico strutture pubbliche sensibili come scuole e ospedali». Di più ancora: «Il 68% delle frane europee si verifica in Italia».
Sfortuna? È una tesi indifendibile. Alla fragilità naturale del territorio, già esposto come pochi altri ai terremoti, si son sommati errori e orrori. I disboscamenti selvaggi, i quartieri costruiti negli alvei, l’oblio infastidito sui disastri del passato, i rinvii di spese indispensabili (aspettiamo la carta geologica in scala 1:50.000 dal lontano 1988), il taglio progressivo dei fondi per il rischio idrogeologico: da 551 a 84 milioni tra il 2009 e il 2012. Solo 20 quest’anno. Un quarto dei soldi buttati per convertire l’ospedale militare alla Maddalena in un hotel mai aperto per il G8 mai fatto.

   Una miopia fatale: i quattrini «risparmiati» prima si spendono, moltiplicati, dopo. Con l’aggiunta, intollerabile, dei lutti. Non lo dicono gli ambientalisti in sandali infradito, lo dice l’Ance: «Il costo complessivo dei danni provocati in Italia da terremoti, frane e alluvioni, dal 1944 al 2012, è pari a 242,5 miliardi di euro».  Quanti ne avremmo risparmiati, con una saggia prevenzione? E quanti morti non avremmo pianto?
Eppure, accusa la Cgia di Mestre, i vari governi non hanno fatto che accumulare imposte «ecologiche» sull’energia, sui trasporti e sulle attività inquinanti e le emissioni di anidride solforosa eccetera raccogliendo dal 1990 in qua 801 miliardi e mezzo di euro. Sapete quanti sono stati spesi davvero in interventi di risanamento per l’ambiente? Meno di sette. Lo 0,9 per cento… (Gian Antonio Stella)

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ALLUVIONE IN SARDEGNA, SCIACALLI E NUOVA ALLERTA METEO. IL PM: “FATALITÀ? CI SONO RESPONSABILI” (il punto al 23/11/2013)

da http://notizie.tiscali.it/

   901 ancora sfollati – li sfollati sono ancora 901 di cui 290 assistiti nelle strutture di accoglienza e 611 ricoverati presso amici e conoscenti. Tutta la macchina dei soccorsi è in piena attività. Ieri sono stati impegnati sul campo 360 uomini dell’Ente Foreste con 121 mezzi, 122 uomini del Corpo Forestale con 59 mezzi, 375 uomini dei Vigili del fuoco e 63 mezzi. Inoltre continuano lavorare a stretto contatto le forze militari dislocate su tutte le zone colpite, i volontari delle associazioni e tanti cittadini che stanno portando solidarietà alle popolazioni. Mentre è ripresa all’alba la ricerca del pastore di Bitti ancora disperso, interrotta durante la notte per via delle avverse condizioni atmosferiche.

Lupi in Sardegna: entro 3-4 mesi ripristino di strade e ponti – Il Consiglio dei ministri valuterà la possibilità di concedere ai Comuni che hanno già delle risorse aggiuntive la possibilità di derogare al Patto di stabilità. Lo ha detto il ministro delle Infrastrutture, Maurizio Lupi, durante la sua visita a Olbia sottolineando che, in ogni caso, le risorse per intervenire “immediatamente su strade e viadotti in Sardegna sono già disponibili”. “Dobbiamo smettere di vivere in emergenza” perché “se andiamo avanti così le responsabilità saranno di tutti e gli sconfitti saranno tutti”, ha aggiunto il ministro al termine del vertice nel capoluogo gallurese con i sindaci sardi, sottolineando che il Governo, nel decreto del Fare, ha stanziato “per la prima volta 1,2 miliardi per la prevenzione. Di questi 300 milioni sono per la manutenzione di ponti e viadotti, 300 per le ferrovie, 500 per le scuole e 100 per la riqualificazione dei piccoli comuni”. Per far fronte all’emergenza in Sardegna, ha detto Lupi, le risorse ci sono ed “entro 3-4 mesi” è ipotizzabile che si possano ripristinare strade e ponti distrutti dall’alluvione.

L’indagine della procura di Tempio – ”Stiamo indagando su tre fronti. Il primo: il crollo sulla Olbia-Tempio. Il secondo: la morte della famiglia brasiliana di Arzachena. Il terzo: il disastro di Olbia. E quest’ultima indagine può allargarsi a dismisura”. Per il sostituto procuratore del Tribunale di Tempio Pausania Riccardo Rossi, intervistato dalla Stampa, quanto accaduto in Sardegna non è solo una fatalità, ”ci sono dei responsabili”. ”Forse si può parlare di destino per chi è stato ingoiato da un cratere o travolto dall’acqua. Se fosse passato nello stesso punto 10 minuti dopo magari si sarebbe salvato. Ma pensare a una fatalità per tutto il resto è sbagliato”, dice Rossi. ”La Procura si muove senza pregiudizi. L’obiettivo è quello di ridurre i rischi in futuro”, spiega il Pm. ”Ci interessa individuare le responsabilità non solo penali, ma anche politiche. È necessario invertire la rotta. Gli argini dei fiumi sono pieni di case. Non basta piangersi addosso, bisogna intervenire”.

Sindaco Olbia: “Condoni devastanti” – I problemi di Olbia partono ”dai tre condoni edilizi degli ultimi 30 anni, che hanno sanato situazioni di palese e pericolosa illegalità in una città che si era ampliata in modo selvaggio, a rimorchio del successo della Costa Smeralda, con case costruite nell’alveo dei fiumi. La città ha 16 quartieri abusivi. Adesso dovrei espropriare le case di migliaia di persone e abbatterle: è impossibile”. A dirlo il sindaco di Olbia, Gianni Giovannelli, in due interviste alla Stampa e all’Unità. ”In cassa ci sono cinquanta milioni, ma per il patto di stabilità non li possiamo usare. Il piano per la limitazione del rischio c’è, e se il governo ci desse la possibilità potremmo intervenire per mitigare il danno, ma l’esecutivo ha paura di sforare il rapporto deficit-Pil”, afferma Giovannelli. ”Già due anni fa chiesi al governo Berlusconi di liberarci dal vincolo del patto per mettere in sicurezza il territorio. E ho fatto la stessa richiesta anche a Monti. Niente da fare”.

L'alluvione nel Medio Campidano (provincia sud occidentale della Sardegna)
L’alluvione nel Medio Campidano (provincia sud occidentale della Sardegna)

Nuova allerta meteo – L’ultimo aggiornamento meteorologico dell’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente, riferisce cielo molto nuvoloso con precipitazioni diffuse a carattere di rovescio o temporalesco, anche di forte intensità sulla Sardegna settentrionale. Nevicate previste oltre gli 800 metri sui rilievi della Sardegna centro-settentrionale. I venti saranno moderati o forti da Ovest Nord-Ovest con rinforzi di burrasca sulle coste settentrionali nelle prime ore del mattino. I mari sono previsti agitati o molto agitati. Per queste ragioni una nuova allerta meteo è stata diffusa dalla Protezione civile a partire per tutta la giornata di sabato. I quantitativi di pioggia più rilevanti sono attesi nella notte su Anglona e Gallura, con precipitazioni che potranno raggiungere localmente gli 80 millimetri in 12 ore. Previste anche raffiche di burrasca prevalente da nordovest e nevicate nelle zone montuose.
Sciacalli e acque inquinate –
In queste ore i carabinieri stanno valutando la posizione di una decina di persone che, in gruppo, sui social network e nelle strade dissestate della città, avrebbero portato avanti delle iniziative di solidarietà non autorizzate. Tanto da spingere sia il Comune che i militari a lanciare degli appelli, invitando la popolazione a diffidare dai soggetti che non sono stati preventivamente individuati dalla stessa amministrazione comune e dalla Protezione civile. Stesso discorso vale per le richieste di risarcimento, le cui procedure non sono state ancora formalizzate. E’ ancora emergenza anche sul fronte idrico: cinque impianti di potabilizzazione dell’acqua fermi e quindici depuratori fognari bloccati. Lo segnala Abbanoa, il gestore idrico sardo. Risultano fermi gli impianti di potabilizzazione di San Teodoro, Budoni, Torpè, Marfili (Siniscola) e Pranu Monteri (Nurri e Orroli). Sono bloccati gli impianti di depurazione fognaria nel nuorese a Torpè, compreso quello di Brunella-Talava, Posada, Sologo, Bitti-Lula-Onani e Lodè. In provincia di Olbia Tempio quelli di Padru e due nel Comune di Loiri Porto San Paolo e Berchideddu. Nella zona Villacidro-Sanluri fermo il depuratore di Pabillonis. In provincia di Oristano ancora bloccato per mancanza di corrente elettrica il depuratore di Palmas Arborea, come quello di Pimentel nel cagliaritano, dove è fermo anche quello di Ballao.

Fondi per gli aiuti – Ora qualcosa si muove dalla legge di stabilità: un emendamento approvato in commissione Bilancio al Senato stanzia per la Sardegna poco più di 103 milioni di euro, a cui vanno aggiunti quelli non quantificati relativi all’Anas. E le risorse assegnate all’Isola da delibera Cipe non sono assoggettate per il 2014 al patto di stabilità interno. Altri finanziamenti in arrivo dalla Sardegna: il Consiglio regionale ha dato il via libera al cambio di destinazione dei fondi per i gruppi consiliari per 530mila euro. Ma il pacchetto è più sostanzioso: 1,350 milioni complessivi che comprendono 200 mila euro recuperati dalle spese di rappresentanza della Presidenza, altri 110 mila euro dai contributi che il Consiglio destina per iniziative “idonee a valorizzarne il ruolo”, 40 mila euro dalle spese per interventi di carattere assistenziale e 470 mila euro dai contributi a sostegno delle situazioni di crisi economico-sociale, già utilizzati anche per alcune delle vertenze ancora aperte nell’Isola.

(da http://notizie.tiscali.it/ , 23/11/2013)

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LA BELLEZZA TRADITA DELLA MIA SARDEGNA: COSÌ ABBIAMO CONSUMATO OGNI SPERANZA
di Marcello Fois, da “la Repubblica” del 21/11/2013
– Nelle vie più colpite di Olbia, dove gli abitanti si sono messi al lavoro per rimediare ai danni causati dal ciclone – Il fango e cumuli di detriti invadono ancora strade e marciapiedi. – Da via Cina a via Ungheria –
   IO SONO venuto al mondo perché mio padre e mia madre avevano una prospettiva di vita abbastanza stabile da potersi permettere un figlio. Erano gli anni Sessanta. Si ragionava in questi termini allora. Mio padre aveva esperienza di carpentiere, ed era scolarizzato. Mia madre era stata in continente, aveva studiato da puericultrice. Abitavano in Sardegna quando abitare in Sardegna significava vivere altrove, ma non se ne accorgevano. Abitavano a Nuoro, in una città che era ancora un paesone, e che confinava armonicamente con la campagna.
Qualche anno prima, da ragazzo, mio padre aveva lavorato per la Fondazione Rockfeller, era stato cioè uno di quei guardiani splendenti, armati di pompe al piretro, che avevano contribuito a liberare le coste della Sardegna dall’odiosa zanzara culex portatrice di malaria. Quei viaggi di lavoro cambiarono la vita di mio padre e anche, in seguito, la mia vita.

   S’innamorò perdutamente della sua terra, come non gli era mai successo, fino alla commozione. Le spiagge erano smaglianti allora, il mare era puro cristallo. Tutto era reso meraviglioso dallo sguardo della giovinezza. A ogni ritorno raccontava di una cala, di una baia, di un passaggio fra gli oleandri. E ogni volta prometteva di portarci mia madre. La stagione del loro innamoramento coincise in tutto con l’apice della purezza e dello splendore. Penso che mio padre pensasse a quanto era stato fortunato di amare una donna bellissima in una terra bellissima.
Io sono nato qualche tempo dopo. E da subito sono stato educato a sentirmi parte della natura che mi circondava. I miei si erano amati in mezzo alla bellezza e pensarono di amarmi insegnandomi a coltivare la bellezza. Spessissimo si organizzavano gite in campagna che da casa nostra si poteva raggiungere agevolmente a piedi; ed eravamo l’unica famiglia di tutto il quartiere che avesse l’abitudine di passare le vacanze al mare. Nei riservati barbaricini quell’abitudine attecchì più tardi.

   Così si partiva si caricavano le vettovaglie e si raggiungeva la spiaggia. Il paese costiero era dimesso, lindo, come disegnato dai bambini. Eravamo gli unici “cittadini” che si spingessero fino a quelle zone. Ci mostravano i terreni a mare sorpresi che ci piacessero a loro sembravano solo zolle sterili, i patrimoni formali per le figlie zitelle. Ai maschi di famiglia spettavano i terreni buoni, quelli in altura, da pascolo. Negli anni quell’abitudine ha prodotto le zitelle più ricche del Mediterraneo.

   Un giorno a mio padre proposero la vendita di un terreno a Ottiolu per cinque lire al metro quadro ed egli rifiutò perché certo amava la meravigliosa bellezza di quei posti, ma non pensava che avessero una prospettiva.
E questo è il motivo per cui per vivere devo fare lo scrittore. Esisteva una gratuità in quella bellezza che oggi si è definitivamente consumata, ma credo derivi dal fatto che in pochissimi anni il brutto ha totalmente preso il sopravvento.

   È stato un processo lento ma inesorabile. Erano gli inizi degli anni Ottanta quando mio padre mi propose di ripercorrere le strade della sua giovinezza, voleva che vivessi la sua meraviglia, nell’età stessa in cui lui l’aveva vissuta. Ma più che dai posti, che per me erano ancora bellissimi, compresi il mutamento dagli occhi di mio padre. A lui quei posti sembrarono improvvisamente cambiati, ma non, come si potrebbe pensare, perché il suo sguardo era cambiato, ma perché in quella natura si erano innestate le prime, costruzioni.

   Erano case spudoratamente in riva al mare, spesso lambivano la spiaggia. Erano alberghi imponenti a due passi dalla battigia. Erano edifici che si opponevano allo sguardo con arroganza. La sicumera dei pionieri che godevano di una completa deregulation.
I paesi costieri, ora presi d’assalto dal turismo di massa, parvero improvvisamente disegnati da geometri ripetenti. Quei terreni in altura si trasformarono da miniere d’oro a territori di massacro: si guadagnava di più con due giorni di affitto che con un mese di pastorizia.

   Nello sguardo di mio padre imparai a riconoscere la paura per una mutazione antropologica che ci stava afferrando, che stava spostando il nostro baricentro di sardi dall’identità vera a quella presunta, dalla memoria al folk, dall’autentico alla copia. Mio padre mi confessò di sentirsi tradito e io da quella confessione non sono mai più riuscito a liberarmi neanche adesso che le sue paure apparentemente incomprensibili si sono realizzate in tutta la loro drammaticità.
Credo che allontanarci dalla passione di quella bellezza semplice sia stato l’errore fatale. Perché oggi, che ogni possibilità di salvezza pare consumata, si vorrebbe ritornare a quell’infanzia lontana e irraggiungibile che ci faceva vivere la meravigliosa e delicatissima complessità del nostro territorio senza che ne avessimo una precisa coscienza. Era come respirare, era come quando ci si innamora. (Marcello Fois)

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SALVIAMO IL PAESAGGIO DELLA SARDEGNA

da http://www.greenreport.it/news/  (21/11/2013)

– Un appello di Fai, Italia Nostra, Inu, Legambiente e Wwf.  Il “piano paesaggistico dei sardi” del presidente Cappellacci «propone di annullare molte delle misure a tutela del nostro territorio, costruite in decenni di lavoro e crescente attenzione della comunità sarda». –
«La devastazione provocata dall’alluvione in Sardegna, con la tragedia della perdite di vite umane, impone alla Regione il radicale cambiamento nella gestione del territorio, con il blocco di ulteriori compromissioni e l’adozione di efficaci interventi di riassetto idrogeologico e paeseggistico». E’ questo il succo dell’appello unitario lanciato da Fondo ambiente italiano (Fai), Italia Nostra, Istituto nazionale di urbanistica (Inu), Legambiente e Wwf che spiegano: «La Giunta Regionale ha approvato un nuovo Ppr, che stravolge il precedente, proponendo di annullare molte delle misure a tutela del nostro territorio, costruite in decenni di lavoro comune e di crescente attenzione della comunità sarda».
Le 5 associazioni il 23 novembre terranno una conferenza stampa a Cagliari, e intanto lanciano l’appello “Salviamo il Paesaggio della Sardegna” che parte da un assunto: «La salvaguardia dei suoli e dei paesaggi delle coste e delle zone interne deve costituire la risorsa strategica per promuovere uno sviluppo che sia sostenibile».
Inu ed ambientalisti invitano a partecipare studiosi, esperti, amministratori, rappresentanti delle istituzioni e tutti i cittadini che hanno a cuore la tutela del patrimonio paesaggistico ambientale della Sardegna a quella che, dopo il disastro del ciclone “Cleopatra” si presenta come una rinascita culturale e politica della Sardegna che metta al centro la tutela ed il recupero della sua più grande risorsa: il territorio e l’ambiente.
Le associazioni concludono: «Siamo fiduciosi che i sardi sapranno scegliere di difendere il proprio territorio per promuovere nuove politiche del lavoro basato sulla salvaguardia ambientale, su un esteso programma di riassetto idrogeologico e sulla riqualificazione dell’edificato esistente. Rafforzare la qualità del territorio e la sua attrattiva nel panorama internazionale con il restauro del sistema paesaggistico costiero, la riqualificazione dei tanti villaggi costieri e dei centri urbani, con migliaia di seconde case e di edifici invenduti o inutilizzati, il recupero alle grandi tradizioni produttive agroalimentari dei terreni abbandonati sono la grande sfida per la generazione vivente e per quelle future, con decine di migliaia di posti di lavoro e garanzia di vita delle comunità insediata».

LA STATALE OLBIE-TEMPIO (da www.notizie.tiscali.it)
LA STATALE OLBIE-TEMPIO (da http://www.notizie.tiscali.it)

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«Centri funzionali decentrati»: sono attivi solo in 10 Regioni

SUOLO E RISCHI, UNA BABELE DI COMPETENZE.  COSÌ FALLISCE IL FEDERALISMO AMBIENTALE

di Sergio Rizzo, da “il Corriere della Sera” del 21/11/2013

– Consumo di territorio abnorme – Gabrielli: La prevenzione diventa impossibile –

   «Centri funzionali decentrati»: con questo nome astruso si chiamano le strutture regionali che dovrebbero essere i pilastri del sistema di allerta in caso di alluvioni. Ieri si è scoperto che nella Sardegna funestata dal ciclone Cleopatra quel «Centro» non era attivo.

   Anche se non è stata proprio una scoperta. Si sapeva dal 9 ottobre scorso, quando il capo della Protezione civile Franco Gabrielli aveva denunciato, in un’audizione alla Camera dei deputati, che a dieci anni di distanza dal provvedimento che le ha istituite, il 24 febbraio 2004, soltanto in dieci Regioni quelle strutture funzionano a pieno regime.

   Quali sono? «Piemonte, Liguria, Valle D’Aosta, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, Marche, Campania e le Province autonome di Trento e Bolzano. Le Regioni non ancora attive sono sei: Friuli Venezia Giulia, Abruzzo, Basilicata, Puglia, Sicilia e Sardegna. Umbria, Lazio, Molise e Calabria hanno invece attiva solo la parte idro e hanno il supporto del Dipartimento per la parte meteo». Parole del medesimo Gabrielli.
Il Friuli Venezia Giulia potrà rivendicare di avere una struttura regionale di Protezione civile assolutamente eccellente, mentre la Puglia ha già rispedito l’accusa al mittente, sostenendo che la colpa dei ritardi è tutta dell’apparato nazionale. Replica non incassata a sua volta da Gabrielli, che ha invitato le autorità pugliesi a non girare la frittata.

   Episodio, a prescindere dalle ragioni di ciascuno, che fa ben capire come il nostro federalismo pasticcione non abbia risparmiato nemmeno la Protezione civile: vittima di quella che il suo capo ha bollato come «una Babele di competenze» capace di frenare la prevenzione dei disastri ambientali. «Sul dissesto idrogeologico hanno competenze Autorità di bacino, Province, Regioni e Comuni», ha spiegato Gabrielli, aggiungendo che davanti a un alluvione come quella del 1966 a Firenze saremmo indifesi come allora.

   Si è forse dimenticato qualcuno, il capo della Protezione civile: i consorzi di bonifica, per esempio. Ma il quadro è ugualmente disarmante. Tanto più che in questa Babele chi ha il compito di prevenire i dissesti fa esattamente il contrario.

   Dal febbraio del 2004 a oggi, quando sono stati formalmente istituiti i «Centri funzionali», i Comuni e le Regioni hanno continuato nell’opera di selvaggio e scriteriato consumo di suolo, ponendo le basi per future catastrofi più gravi.

   Se i cambiamenti climatici producono con sempre maggiore frequenza eventi estremi, i loro effetti «sono stati esacerbati», denuncia anche Gabrielli, «dagli ormai ben noti caratteri di elevata antropizzazione del territorio, dall’aumento del consumo di suolo alla conseguente notevole impermeabilizzazione delle superfici».

   Un allarme simile a quello lanciato nel rapporto 2012 perfino dall’Istat, che mai si era spinto prima di allora in valutazioni tanto critiche sulle questioni ambientali. E qui l’abusivismo c’entra ben poco.
C’entrano invece i piani regolatori sfornati con leggerezza dai Comuni e vidimati con altrettanta leggerezza dalle Regioni. C’entrano programmi territoriali e piani paesistici regionali spesso insensati.  C’entrano le sconsiderate variazioni di destinazione d’uso delle superfici che hanno fatto perdere all’Italia negli ultimi quarant’anni qualcosa come 5 milioni di ettari di terreni agricoli. E qui le responsabilità sono tutte delle classi dirigenti locali, spesso coinvolte nel torbido intreccio di interessi affaristici e speculativi.

   Dice una indagine di Legambiente che «negli ultimi quindici anni il consumo di suolo è cresciuto in modo abnorme e incontrollato», con il risultato che nel 2011 il 7,6% del territorio italiano non era più naturale: parliamo di una superficie superiore a quella dell’intera Toscana. Si tratta di una percentuale nettamente superiore a quella della media europea (4,3%) e della stessa Germania (6,8%), Paese pressoché interamente pianeggiante (mentre un terzo del territorio italiano è montuoso) e con una densità abitativa superiore di circa il 15 per cento alla nostra.
Ancora. Nel 2007 a Napoli e Milano il 62% del suolo comunale era impermeabilizzato. A Roma, nei 15 anni fra il 1993 e il 2008, ben 4.800 ettari di terreno agricolo sono stati resi edificabili e occupati da abitazioni inutili. Nel 2009 si contavano nella capitale 245.142 abitazioni vuote: record nazionale assoluto. Ma al secondo posto c’era Cosenza con 165.398 case vuote, numero superiore di quasi due volte e mezzo a quello degli abitanti della città.
E mentre si prosegue a tirare su dappertutto palazzine e centri commerciali al ritmo (stime del ministero dell’Agricoltura) di cento ettari al giorno, un anno fa il Dipartimento della Protezione civile informava che ben quindici Regioni non avevano presentato l’elenco dei Comuni con i piani d’emergenza aggiornati: questo in un Paese come l’Italia che ha ben 6.600 enti locali su poco più di 8 mila sui quali incombe il rischio idrogeologico.

   Per non parlare poi delle scaramucce fra il centro e la periferia che vanno avanti dal 2001, anche a colpi di ricorsi alla Corte costituzionale.
Al verificarsi di tragedie come quelle di Sardegna 2013, Maremma 2012 e Liguria e Toscana 2011, contribuisce certo la cronica mancanza di denari da destinare alla prevenzione. Trenta milioni l’anno, quanti ne sono stanziati dalla legge di stabilità, in effetti sono pochini per un Paese che avrebbe bisogno di un miliardo e mezzo l’anno per almeno un decennio.

   Ma siamo sicuri che la carenza di risorse non sia in qualche caso una scusa per pietose autoassoluzioni? Ha fatto scalpore in Liguria una denuncia del gruppo regionale del Popolo della Libertà, spalleggiato dall’allora capogruppo del partito all’europarlamento, l’attuale ministro della Difesa Mario Mauro, secondo cui appena il 7 per cento dei fondi europei venivano impiegati per prevenire il dissesto, in una delle Regioni più a rischio. Argomentazioni «pretestuose», per l’assessore regionale Enzo Guccinelli.
E ricordate invece la tragedia di Messina del 2009, quando un alluvione provocò la morte di 37 persone? Mentre infuriavano «pretestuose» polemiche la Regione siciliana, punta sul vivo, diramò un comunicato nel quale sosteneva che in dieci anni aveva speso 200 milioni di euro allo scopo di prevenire il dissesto idrogeologico nel solo messinese. Ma qualcuno dei solerti dirigenti regionali si era forse accorto delle palazzine spuntate come funghi nell’alveo dei torrenti (Sergio Rizzo)

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UNA REGIONE GIÀ IN GINOCCHIO

di Paolo Bricco, da “il Sole 24ore” del 20/11/2013

– Dall’Alcoa a Portovesme: 14 tavoli di crisi – Anche il turismo frena –

   La pioggia che cade violenta. Il belare delle pecore. Sono questi i suoni che fanno da sottofondo alla voce inaspettatamente squillante di Felice Floris, leader del Movimento Pastori Sardi, che parla al telefonino con Il Sole 24 Ore da Siliqua, uno degli epicentri della bomba d’acqua abbattutasi su una Sardegna già fragile e prossima, in molti settori produttivi, a una regressione strutturale.

LE MAGGIORI CRITICITA' (da www.lettera43.it)
LE MAGGIORI CRITICITA’ DELL’ALLUVIONE (da http://www.lettera43.it)

   «Siamo in mezzo al disastro – dice Floris – ma c’è la possibilità di ripartire, proprio da questo dramma, per costruire un nuovo modello economico, basato sull’agricoltura e sull’ambiente». Nei giorni della calamità naturale, un’intera regione riflette sulla fisionomia – debolissima – della propria economia. Fra passato e presente. Sostenitori di un ritorno al primario e assertori di una convinta svolta verso il turismo. Difensori e critici della manifattura, eredità dell’industrializzazione novecentesca. Tutti però d’accordo nel giudicare, questo 2013, l’annus horribilis per eccellenza. Le statistiche sono disperanti.

   Secondo l’Istat il tasso di occupazione è sceso dal 52,6% del 2012 al 48,3 per cento. Il tasso di disoccupazione è salito dal 15% al 18,6%, contro il 12% italiano. Hai fra i 15 e i 34 anni? Nella tua fascia di età la disoccupazione è al 34,6 per cento. Per la Banca d’Italia le esportazioni, nel primo semestre dell’anno, sono scese del 4,9% (-0,4% a livello nazionale). La qualità del credito è peggiorata. Non di poco. L’incidenza dei crediti scaduti, incagliati e ristrutturati sul totale dei prestiti è aumentata dall’8,6% del dicembre 2012 al 9,6 per cento.

   Il manifatturiero, nelle sue strutture portanti, si sta disgregando. L’elenco dei tavoli di crisi attivati al ministero dello Sviluppo Economico sembra una litania triste: Alcoa, Eurallumina, Portovesme Srl, Eon, Vinyls, Matrica, Carbosulcis, Fidion, Keller, Ottana Energia, Ottana Polimeri, Abbeynet. Cinquemila lavoratori in mobilità, cassintegrazione ordinaria e straordinaria e – quando va bene – lavoro a singhiozzo. Alluminio, carbone, energia e chimica.

   La Sardegna della chimera industriale, dunque. Segnata non solo dal crescente psicodramma dell’Alcoa. Ma anche dalla procedura di infrazione attivata dall’Unione Europea verso la Carbosulcis, la società per l’estrazione del carbone di proprietà della Regione Sardegna su cui la Procura e la Corte dei Conti di Cagliari hanno peraltro acceso più di un faro per abusi di ufficio e sprechi. Se si considerano le procedure aperte al Mise per Meridiana e Tirrenia, ecco che i tavoli di crisi sardi salgono a quattordici.

   I trasporti: un nodo essenziale, nell’ordito che alcuni vorrebbero rinforzare per un futuro fatto soprattutto di turismo. Un ordito che, negli ultimi tre anni, anche a causa del caro-traghetti, si è invece sfilacciato. Secondo Confesercenti le presenze turistiche, che nel 2011 avevano sfiorato gli 11,5 milioni, nel 2012 sono scese a 9,6 milioni e, quest’anno, a 8,4 milioni.

   «La nostra modernità – osserva Roberto Frongia, assessore regionale al Turismo, all’Artigianato e al Commercio dal 1999 al 2004 (giunte di centrodestra) – consiste in un mix di turismo, di agricoltura e di agrindustria. L’avventura industriale è ormai tramontata. Ma, qualunque opzione si scelga, una cosa è certa: bisogna iniziare a fare seriamente le bonifiche delle aree minerarie dismesse. Per il turismo. E per la salute».

   Sulla Igea, la società regionale incaricata di questo, è stata aperta una inchiesta giudiziaria. «In realtà – riflette l’economista di Nomisma Concetta Rau, assessore all’Industria dal 2004 al 2009 nella giunta Soru – la manifattura può coesistere, in una miscela di specializzazioni produttive, con l’agropastorizia e con il turismo». Una posizione su cui è d’accordo Floris: «Mica dobbiamo fare una cosa sola, su questa isola benedetta da mille ricchezze che non riusciamo a sfruttare. Non era il paradiso l’economia di sussistenza di settant’anni fa. Né è stata il paradiso l’industria di Stato. Tutti possiamo dare il nostro contributo. Le piccole imprese. Chi si dedica al turismo. E chi come noi, con i nostri animali, non produce solo valore economico, ma anche beni ambientali. Ripariamo i danni del disastro di questi giorni. E, poi, ripartiamo da qui». (Paolo Bricco)

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ORLANDO: “LA LOTTA AL DISSESTO DIVENTI UNA PRIORITÀ”

Intervista a Andrea Orlando di Daniele Pernigotti, da “l’Unità” del 21/11/2013

   All`interno dello stadio nazionale di Varsavia i ministri giunti da tutto il mondo stanno discutendo le sorti del pianeta. Mentre la conferenza sul clima procede nel consueto clima di incertezza, gli eventi climatici estremi di questi giorni sembrano rafforzare il senso di urgenza per decisioni concrete. Il tifone Hayian nelle Filippine pochi giorni prima dell`avvio della COP19, poi i numerosi tornadi nel midwest in USA e infine l`evento alluvionale che ha messo in ginocchio la Sardegna.

Ministro Orlando, cosa sta succedendo? 

«È innegabile che gli episodi che siamo stati abituati a vedere come eccezioni, quali le abbondanti piogge in tempi limitati che hanno colpito la Sardegna in questi giorni, stanno diventano la regola. È ormai un dato strutturale che impone consapevolezza e capacità di adattamento».

Ma il clima è l`unico responsabile di quanto accaduto nell`isola? 

«Se da una parte c`è un aumento di violenza dei fenomeni atmosferici, dall`altra esiste un problema di gestione del territorio. A partire dalla minore manutenzione delle aree extraurbane legata all`abbandono delle attività agricole, a come sono stati forzatamente irregimentate le acque o a come e quanto abbiamo cementificato il territorio in questi anni».

Secondo WWF Italia, a ogni miliardo stanziato nel nostro Paese per la prevenzione sul territorio vi è stata una spesa di oltre 2,5 miliardi per riparare i danni. Non è il caso di invertire la rotta e iniziare a investire nella prevenzione? 

«Sicuramente sì. La prevenzione è un modo per evitare il debito futuro. Sul dissesto idrogeologico stiamo ripetendo l`errore fatto in passato con la finanza pubblica. Si accumula un debito che viene scaricato sulle generazioni future».

Su questo s`innesta la bozza della Strategia nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, presentata lo scorso ottobre. 

«Il documento resterà aperto fino a dicembre alla consultazione delle parti interessate. Deve poi essere sopportato, anche economicamente, come la più grande vera opera infrastrutturale del paese. Dobbiamo cambiare paradigma. A cosa serve realizzare nuove infrastrutture, se poi ogni anno una parte di strade, case, versanti, ponti e ferrovie viene distrutta a causa del dissesto idrogeologico. Per non parlare delle vite umane».

Ma non è che la strategia nazionale di adattamento rischi di restare il libro delle buone intenzioni? Stridono le cifre. Per il 2014 sono stati stanziati 30 milioni per il rischio idrogeologico nazionale, quando per gestire l`emergenza dei soccorsi in Sardegna ne sono stati spesi 20. 

«Vi è senza dubbio un problema di risorse. Sarebbe stato, infatti, ragionevole stanziare quest`anno 500 milioni di curo, invece di 30. Però vi è anche il problema della gestione della spesa. Solo una parte dei due miliardi messi a disposizione è stata poi effettivamente speso. Questo è legato anche al Patto di Stabilità, che ritengo debba essere rivisto in modo più intelligente. A livello Ue deve essere modificato, in modo di non conteggiare la parte relativa alla lotta al dissesto idrogeologico. Ma in attesa che ciò possa essere realizzato, dobbiamo a livello nazionale fare si che la lotta al dissesto idrogeologico diventi una priorità. In questo momento tra la realizzazione di una piazza e gli interventi di sistemazione di un fiume, sono più importanti quest`ultimi. Anche se possono garantire dei minori ritorni in termini di consenso immediato».

Cosa sarebbe cambiato in Sardegna se fosse già stata applicata la Strategia nazionale di adattamento? 

«Molto. Perché la Strategia punta a costruire una convivenza con il rischio legato ai cambiamenti climatici. Ciò porta a modificare l`organizzazione delle attività sociali, l`utilizzo dei mezzi di informazione e il modo in cui si costruisce, si produce e ci si muove. Alcune cose le abbiamo introdotte con la legge presentata a giugno sul consumo del suolo. Il testo prevede che si possa costruire solo se prima è stato utilizzato il patrimonio edilizio esistente e non consente l`utilizzo degli oneri di urbanizzazione per finanziare la spesa corrente degli enti locali».

   C`è bisogno di coniugare il tema di un nuovo modello di sviluppo, che guardi nel lungo periodo. E non c`è tempo da perdere. (Daniele Pernigotti)

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LA TRAGEDIA DELLA MIA ISOLA

di Paolo Fresu, da “l’Unità” del 20/11/2013
   Continuavo a guardare le immagini in tv ma presto mi sono staccato. Perché al di là degli aggiornamenti c’è un’unica realtà: sono morte delle persone, in un’isola già profondamente martoriata che vive uno dei momenti più difficili della sua storia. Una terra che esprime un’incredibile dicotomia tra come viene vista all’esterno simbolo di bellezza, consumo, leggerezza e la sua realtà del quotidiano. Dicotomia forse più.
Credo che quasi tutti se la possano prendere con il malcostume del mattone nel nostro territorio e certo c’è una responsabilità oggettiva della cementificazione, ma in questo momento vorrei tentare una riflessione più ampia. La Sardegna è una sorta di laboratorio. Da noi nel 2011 si è tenuto il primo referendum sul nucleare, da noi internet è arrivata prima che altrove in Italia.

   Ma è anche il luogo che nell’immaginario collettivo ha rappresentato la ricchezza favolosa dell’Aga Khan, il luogo pronto a vendersi per poco, e che ha ceduto una delle sue perle come l’isola di Budelli una cosa ridicola, perché il cielo e il mare non sono solo dei politici che l’hanno venduta, sono anche miei. Ciò che accaduto allora è il simbolo di una contraddizione che è tipica della Sardegna, ma non solo sua. La tragedia che l’ha colpita poteva verificarsi in qualsiasi altro luogo non dimentichiamo gli effetti dell’alluvione in Liguria -, perché la nostra isola è l’emblema di un’economia capitalista che vacilla.
E allora potremmo prendercela con il governo o con la Regione, facciamolo pure ma non basta. Dobbiamo ripensare al modo in cui abbiamo vissuto, sapendo che oggi tutto è collegato, e che ad esempio quello che compriamo qui può sconvolgere gli assetti di un altro continente. Quello che voglio dire è che temo ci sia molta colpa di tutti in quanto successo: abbiamo costruito un enorme castello, un altissimo grattacielo, ma senza fondamenta. E ora sta crollando, lasciando danni enormi e una ferita profonda.
Mi chiedo e chiedo, insomma, se non ci siano altre strade per costruire un grattacielo più piccolo, più ospitale e soprattutto funzionale alle nostre vere esigenze. Oggi la nostra società pensa solo in grande ma l’attenzione per se stessi passa da questa alle piccole cose fino al territorio: basta un tombino dimenticato a creare un problema. E se non pensi al tuo territorio, anche nelle sue più piccole pieghe, sapendo che oltretutto le scelte sbagliate ricadono sul tuo vicino, non potrai essere in grado di pensare al resto.

   Così però le persone muoiono. È come quando un fiume scorre a valle, se si getta una bottiglia a monte non importa se tu non c’entri perché quella bottiglia ti arriverà addosso. È la somma di piccole azioni sbagliate a provocare un’onda enorme. E così mi domando se la pioggia eccezionale caduta sulla Sardegna non abbia avuto per questo conseguenze molto più gravi.
Per essere chiaro: a mio vedere non può esistere l’idea di modificare il Piano paesaggistico regionale e di togliere dei vincoli. Capisco la necessità di creare un’economia che dia sollievo alla fame di lavoro, ma non è sulla cementificazione che dobbiamo puntare. La Sardegna è un paradiso che va preservato, lo dico da persona che gira tutto il mondo e che ha visto le grandi città dai Caraibi alle Mauritius. In un mondo in cui ormai i luoghi tendono a essere tutti uguali quest’isola ha un’identità e delle tradizioni che sono beni da scambiare. Esistono insomma tanti modi per fare un turismo più intelligente e contemporaneo.
Noi ci abbiamo provato con il festival che abbiamo organizzato a Berchidda, il mio paese, a 20 chilometri da Olbia dove incredibilmente non ci sono stati danni: ogni anno qui arrivano 30 mila persone, che creano un indotto da 1,5 milioni, ma il guadagno non è solo economico. Noi investiamo sulle persone, sui giovani che così possono aprirsi al mondo, portando avanti una riflessione sul consumo di energia (siamo stati appena premiati come festival «green» per il nostro ridotto impatto ambientale).

   Ecco, c’è un economia verde da sviluppare, partendo da quello che possediamo realmente: territorio, identità, tradizioni. Lo facciano i politici, di destra o di sinistra. L’unico che ha provato a arrestare la cementificazione è stato Renato Soru, subito fermato, e si è chiusa una finestra.

   Le scelte economiche per la Sardegna inoltre non sono mai state in mano ai sardi. E siamo stati anche un po’ codardi, diciamolo: ci hanno imposto industrie e miniere, abbiamo contribuito al benessere dell’Italia e cosa abbiamo avuto in cambio? Forse solo un calcio, siamo davvero l’ultima colonia, e su questo la nostra classe politica non è stata all’altezza.

   E noi ci siamo accontentati dell’elemosina. Spero allora che quanto accaduto ci spinga almeno a cercare strade di sviluppo diverso. E al governatore Cappellacci chiedo: dia finalmente ai sardi gli strumenti per valorizzare quello che veramente siamo. La nostra storia, la nostra creatività, beni e prodotti locali. È questo di cui abbiamo bisogno, e non altro. (testo raccolto da Adriana Comaschi)

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LIBERIAMO I FIUMI DAL CEMENTO

di MARIO TOZZI, 21/11/2013,

da http://www.globalist.it/

– Dice il geologo: le aree fluviali vanno sgomberate da ogni insediamento, perché contro queste nuove alluvioni istantanee non c’è barriera che tenga e non c’è tempo per fuggire. –

   C’è una sola risposta alle alluvioni che ogni anno, puntualmente, massacrano la penisola italiana. Non solo quella di chi studia il territorio, ma anche il recupero della conoscenza antica dei popoli del mondo che vivono in regioni a rischio naturale elevato, vulcani, frane o alluvioni che sia: un passo indietro da parte degli uomini rispetto alla natura. La liberazione di fiumi, torrenti e corsi d’acqua dalle catene di cemento e asfalto che abbiamo imposto loro negli ultimi duecento anni.
Lo abbiamo visto nel 2011 a Genova, che ha intombato e dimenticato la ricchezza delle sue acque, e lungo il fiume Vara, un tempo largo quasi un chilometro e oggi ridotto a poco più di cento metri. Lo abbiamo toccato con mano alle Cinque Terre, dove, se non continui a spezzarti la schiena in montagna, la scommessa di sopravvivere nel posto meno indicato del mondo la perdi senza pietà. E lo abbiamo provato sulla pelle viva all’isola d’Elba, a Messina, in Calabria e perfino a Roma.
E, non ultima, in Sardegna, bersagliata dalle bombe d’acqua figlie di un cambiamento climatico cui ci siamo quasi rassegnati. Più ingessi i bacini fluviali, più usi cemento e briglie, più innalzi gli argini, tanto peggio starai in caso di piena ragguardevole: un territorio sclerotizzato è preda del rischio idrogeologico molto più di uno vergine.
Un sistema di allerta davvero efficace, veloce e di lettura univoca, accoppiato alla rinaturalizzazione dei bacini idrografici: di questo ha bisogno l’Italia del terzo millennio. Certo, qualche lavoro si deve fare: sistemi di ingegneria naturalistica e rimboschimenti possono tenere sotto controllo le acque selvagge in montagna. Qualche barriera imposta oculatamente a monte dei centri abitati a rischio, la pulizia dai rifiuti (non dagli alberi), ma specialmente lo sgombero delle aree di pertinenza fluviale da ogni insediamento, perché contro queste nuove alluvioni istantanee non c’è barriera che tenga e, soprattutto, non c’è tempo per fuggire.
Perché se ci ostiniamo a vivere nei territori del fiume, il fiume prima o poi se li riprende. (Mario Tozzi)

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ORA BASTA SILENZI. NON È STATA UNA FATALITÀ
di Michela Murgia, da “la Stampa” del 20/11/2013
   Davanti a un padre morto affogato abbracciando il figlio di tre anni non si possono scrivere editoriali ponderati. Pensando a un giovane precipitato con l’auto nella voragine di un ponte, o a una famiglia annegata in un seminterrato, non vien fuori altro che rabbia: l’insensatezza di quelle perdite ammutolisce tanto quanto la campagna devastata, i paesi sfollati, i sopravvissuti ospitati in palestre e scuole elementari dove per giorni non si farà lezione.
La Sardegna il silenzio lo sa fare bene da sempre, tanto che è da due giorni che siamo senza parole. Le uniche che abbiamo usato sono state quelle necessarie a riconoscerci vicini, fratelli e solidali. Eppure il bisogno di dire qualcosa in più sulle ragioni di questo disastro nazionale comincia a vincere anche il più sgomento dei silenzi.
Tiene sempre di meno il muro di educata omertà che vorrebbero imporci, come se fosse una prova di buon gusto non parlare di responsabilità delle morti davanti ai morti stessi. «Lasciamo a dopo le polemiche, adesso c’è l’emergenza», dirà chi aveva in carico la responsabilità che l’emergenza non si verificasse. Come se chiedere giustizia sui fatti fosse fare polemica.

   Come se pretendere risposte fosse un’offesa ai defunti. L’offesa vera davanti a quelle morti è altra: sarebbe affidarsi per l’ennesima volta a un dopo che non arriverà mai, come non è arrivato nelle alluvioni sarde precedenti: disastri ciclici tutt’altro che millenari, al punto che la mia generazione ne ha già viste tre. Quindi stavolta, ci dispiace, ma no: il silenzio beneducato di chi rimanda tutto a dopo non ci sta bene.

   Li sentiamo già mentre in giacca e cravatta dicono che l’alluvione in Sardegna è stata una terribile fatalità, un evento imponderabile, una disgrazia senza preavviso, una catastrofe fuori da ogni immaginazione, di quelle che accadono una volta ogni mille anni.

   Lo diranno di sicuro ma non lo dicono sempre? abusando cinicamente della parola «destino» per nascondere dietro quell’alibi la responsabilità di tutte le loro ignavie. Questi signori non lo sanno che il destino è una cosa seria, fuori dalla loro portata, una cosa complessa che richiede di avere la misura del presente, il coraggio di ricordarsi del passato e abbastanza generosità per proiettare i propri sforzi nel futuro.

   La categoria del destino è quella che ci permette di sognare i figli, di cercare un lavoro, di costruire una casa, piantare un albero, fare un prestito a un amico e amare gli occhi di una donna o di un uomo per tutta la vita o solo per un attimo.

   Il destino in questi atti è un bene collettivo: non appartiene mai ai singoli, ma sempre alle comunità e vive della consapevolezza che siamo custodi della sorte altrui in qualunque nostro gesto e che quello che accade a ciascuno peserà prima o poi sulla vita di tutti. Il destino non è quindi la pioggia che cade, ma è l’argine invaso dai detriti non sgomberati.

   Non è il torrente che ingrossa, ma è senz’altro la casa che gli è stata costruita nel letto dove doveva scorrere. Non è il fango che scende a valle, ma di sicuro è la via chiusa tra villette a schiera che gli fa da diga dove non dovevano esserci altro che le braccia aperte della terra, pronte ad assorbire la furia del cielo. Il destino è un progetto con nomi e cognomi e non è cieco né baro: dipende da noi.

   Chi oggi chiede spiegazioni non è quindi uno sciacallo inopportuno; è il sindaco lasciato solo che non tollera di sentir chiamare casualità il taglio di tutti i fondi per il piano di adeguamento idrogeologico, una decisione scellerata che appena quattro mesi fa ha lasciato i comuni senza i mezzi per curarsi del dissesto della terra.

   Chi chiede spiegazioni oggi è il geologo che non vuol più permettere che venga chiamata fatalità l’assenza di un piano regionale di protezione civile, anche se la Sardegna ha una legge che glielo impone dal 1989: in questi ventiquattro anni ci sono state molte alluvioni, l’ultima appena cinque anni fa con quattro morti, ma nessuna giunta regionale ha mai trovato il tempo di farlo.

   Il destino non è il futuro, questo ci piacerebbe dire ai signori con la giacca e la cravatta che lo stanno usando come alibi, però lo costruisce, prevedendolo. Peccato che la prevenzione non porti alcun consenso politico: è risparmio, non spesa, quindi non fa rumore, non procura alcuna audience emotiva, non ripaga nell’urna.

   La disgrazia invece vale molte cose: fondi in gran quantità, appalti per la ricostruzione e soprattutto occhi chiusi sulle responsabilità, sempre ipocritamente chiesti in nome del rispetto dei morti. I sardi e le sarde, che oggi hanno dato di sé stessi al mondo una prova di solidarietà che avrebbero di certo preferito risparmiarsi, se guardano l’orizzonte forse non vedranno solo le nubi ancora cariche di pioggia, ma anche il tramonto di un modello di sviluppo fondato sul mattone e sulla speculazione. Davanti a questa evidenza, pagata a prezzo carissimo, la comunità di destino che insieme rappresentiamo non può chiedere a sé stessa l’ennesimo silenzio. (Michela Murgia)

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ORA NON DATE LA COLPA AL CIELO: LA MIA TERRA È MALEDETTA PERCHÉ NON L’ABBIAMO DIFESA
di Gavino Ledda, da “la Repubblica” del 20/11/2013
   NON è l’acqua che uccide, ma l’uomo che non difende la terra.
Da quando ho scritto “Padre padrone”, negli anni Settanta, come pastore ho cantato la letizia della terra, sia pure con una lingua come quella italiana che non era del tutto in grado di esprimere questa gioia, tant’è vero che adesso sto rielaborando quel poema con uno spirito e un linguaggio diversi, più liberi.

   Ecco: con un’impostazione analoga si dovrebbero muovere politici, ingegneri, geologi, architetti. Invece oggi, così come troppo spesso è avvenuto nel recente passato in Sardegna e in altri luoghi, quel canto si è trasformato in pianto di morte. E la stessa questione si ripropone ogni volta che il cielo si deve sfogare: perché il cielo naturalmente ha tutto il diritto di sfogarsi.
L’uomo invece non si decide mai a prendere le misure giuste per salvaguardare la propria terra, l’ambiente naturale. Spesso costruisce le case lungo i fiumi o, come a Olbia, sotto il livello del mare. Non è la prima volta che accade. Cinque anni fa c’è stata la tragedia di Capoterra, vicino a Cagliari, con quattro morti.

   Ancora prima, nel 2004, c’è stato il disastro di Villagrande Strisaili, in Ogliastra. Ma non è solo l’isola a soffrire. Ovunque, con preoccupante ciclicità, si ripetono sciagure: dalla Liguria al Piemonte e alla Toscana. Bisogna essere meno egoisti. Tutto questo equivale a una forma di mancato rispetto nei riguardi della terra, una madre vivente che deve poter cantare senza costrizioni.
In passato, anche nel mio passato, quando sino a 20 anni stavo nell’ovile, per fortuna non ho assistito alla cementificazione selvaggia. Parlo del periodo tra la fine degli anni Quaranta e i primi anni Sessanta.

   E per capirlo basta pensare che in quell’epoca la strada tra la zona dove portavo le pecore al pascolo, Baddhevrùstana, e il mio paese, Siligo, non era neppure asfaltata. Sì, ho visto bonifiche ben fatte: interventi dell’uomo per aiutare la terra, canalizzazioni e opere di drenaggio che la rispettavano. E allora i boschi erano salvaguardati, protetti.

   Oggi invece gli alberi non fanno più da freno, non consentono più di evitare gli smottamenti, non contribuiscono alla salvaguardia dei suoli. E tutto questo perché non sicomprende quanto continuiamo a forzare la natura.
Come si fa a pensare che l’acqua debba risalire la montagna e non andare a valle sino al mare? Per quale ragione non si tiene conto dell’esigenza di assecondare la natura quando si fanno opere per l’agricoltura, per l’architettura, per le urbanizzazioni? Perché la gente deve fare come le scimmie e arrampicarsi sugli alberi per salvarsi dall’acqua? Come si fa a vivere in cantine e poi ritenere che non si allagheranno?
Io resto convinto che l’uomo debba dormire nella propria casa, non nel letto dei fiumi o in luoghi soggetti alle forze del mare. E se oggi faccio questi discorsi è solo per evitare che tragedie del genere si ripetano, che si ritorni al solito punto: perché, non mi stanco di riaffermarlo, il cielo non ha colpe.

   Le responsabilità di queste tragedie che abbiamo sotto gli occhi e che si ripresentano in maniera così ricorrente sono degli uomini. E più precisamente dei politici, che non adottano giusti provvedimenti assecondando la natura, e degli imprenditori, che non si preoccupano del canto della terra perché pensano soltanto a facili arricchimenti. Ma così alla fine tutti noi siamo costretti al lutto, al dolore, al pianto. (testo raccolto da Pier Giorgio Pinna)

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4 thoughts on “LA BELLEZZA TRADITA DELLA SARDEGNA – ABUSIVISMO EDILIZIO e CARENTI PREVISIONI METEREOLOGICHE (su eventi atmosferici nuovi ed eccezionali, ma prevedibili), ripropongono ancora una volta la mancata politica di tutela ecologica del territorio – che fare per rimediare al DISSESTO IDROGEOLOGICO?

  1. Andrea domenica 24 novembre 2013 / 19:23

    Vorrei farti notare che il PPR della Sardegna voluto da Soru è il migliore d’italia. Io l’ho spulciato e studiato in toto per la mia tesi magistrale. Nonostante si speculi tanto la Sardegna è ancora una terra per molti versi intatta. Io andrei cauto a scrivere un titolo forte come “bellezza tradita”. Anche in questo caso, dopo quello di Milano, parlo con cognizione di causa, e spero anche tu.

    • deledda sabato 8 ottobre 2016 / 16:42

      sono tutte cazzate! Quí in Olanda un paese poco piú grande della Sardegna in piú si trova sotto il livello del mare con 17 milioni di abitanti si puó dire affollato, ma niente di tutto questo la Sardegna é mal gestita con una infrastruttura che non funziona , non son capaci di gestire una Sardegna sucura e liberarla dalle acque che viena dal cielo… scusate il mio italiano

  2. Andrea domenica 24 novembre 2013 / 19:29

    PPR = Piano Paesaggistico Regionale. Italia maiuscolo*

  3. Andrea mercoledì 11 dicembre 2013 / 21:51

    Ringrazio chi ha messo insieme questo bellissimo decupage (non so come si scrive e non mi interessa) di riflessioni squisitamente frutto di “menti geografiche”, riguardo la grande superficialità con cui l’uomo ha si è preso il lusso di autorizzare il vero e proprio “sfregio” della nostra ricchezza paesaggistica e idro-geologica nel corso dei tempi.
    Come da tutti gli articoli evinco un chiaro messaggio, che mi preme ribadire personalmente: i danni ambientali causati da crimini umani a cui oramai assistiamo quotidianamente, sono frutto di una mancata ragionevole pianificazione territoriale prima che ci si costruisse sopra e che è stata nascosta da interessi e volontà che ben sappiamo…Poi ci sono stati gli Ingegneri…i “meri esecutori” del disegno…(non me ne vogliano gli ingegneri, figure sicuramente fondamentali e fondanti la struttura portante della nostra società, ma di certo non competenti e sensibili alle questioni di tutela dell’ambiente…)…
    Questa logica ha funzionato e funziona ancora anche se fortunatamente con meno impeto, per via delle speculazioni, abusi edilizi, appalti truccati etc etc…Tutte cose che ormai fanno parte del Dna del nostro Paese e che tutti bene o male conosciamo…
    Ma oramai siamo davanti a una tale evidenza in cui gli eventi climatici si dimostrano sempre più imponenti e incontrollabili, che anche la logica descritta inizia a vacillare…All’estero è oramai addirittura tramontata o quasi, per dare spazio a un nuovo concetto, che si rifà sempre a una politica “capitalistica” ma che lo fa in modo costruttivo e cioè trae guadagno dalla riqualificazione sostenibile di tutto ciò che in passato ha generato i disastri dell’oggi…

    Il problema è che da noi in Italia ho sempre l’impressione che si voglia rimanere senza occhiali…Volendo ragionare anche in termini economici, i crimini ambientali vengono a costare al nostro Paese, contando anche quelli sociali connessi, cifre di notevole entità…Cifre che se avessero comportato un utilizzo di un terzo delle risorse economiche a disposizione direttamente per la prevenzione (=riqualificazione sostenibile), sarebbe state di molto contenute..ma davvero di molto!!

    e allora mi chiedo ancor di più e lo farò anche in futuro; che senso ha tutto ciò??

    Lo Stato fa Piani su piani…ma se tra l’applicazione di uno o dell’altro c’è di mezzo quello che sappiamo, questi “grandi progetti di valorizzazione e tutela ambientale” non diventano altro che la solita e dannata burrocrazia..carta su carta e basta….

    E aggiungo un’ultima cosa; ora, non è per esaltare la Geografia e la mia laurea ma mi sembra il caso, che finalmente il Geografo professionista venga riconosciuto, dato che nel suo percorso accademico ma anche nella sua ottica di vedere le cose, le loro relazioni etc, è dotato di quelle competenze e di quella sensibilità che sarebbe davvero necessaria!!

    Poi magari la Geografia andrà avanti ad essere giudicata qualcosa di “inutile”, o un “hobby alla stregua dell’alpinismo”, o una disciplina culturale-letterale….

    All’estero però questo non succede e quello che io faccio osservare e che magari qui può sembrare “utopia” e fantascienza, è pienamente condiviso e scontato…

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