NELSON MANDELA che non c’è più, e il MONDO in cerca di leader “portatori di speranza” – La politica di RICONCILIAZIONE SOCIALE come messaggio di MADIBA, possibile suo lascito per superare le difficoltà attuali, globali e personali

NELSON MANDELA, MADIBA (il suo nome di appartenenza), leader sudafricano simbolo della lotta all’apartheid e premio Nobel per la pace, si è spento mercoledì 5 dicembre all’età di 95 anni
NELSON MANDELA, MADIBA (il suo nome di appartenenza), leader sudafricano simbolo della lotta all’apartheid e premio Nobel per la pace, si è spento mercoledì 5 dicembre all’età di 95 anni

   Tutti i grandi leader politici che ci sono stati avevano in se una formazione personale e capacità che spesso si intendono separate, specialistiche: Gandhi era considerato un santo, un visionario, ma pure aveva una cultura giuridica notevole (era pure avvocato) e una capacità politica di porsi nei suoi obiettivi molto efficace. Quel che appare di Nelson Madela (anche lui con studi giuridici…), morto a 95 anni il 5 dicembre scorso, è stata quella, dopo una vita da oppositore all’apartheid sudafricano e per il riconoscimento dei diritti dei neri, la capacità di costruire e volere la pace con i “nemici” bianchi. Il capolavoro di Nelson Mandela è stato il processo di riconciliazione nazionale in Sudafrica, superando ogni desiderio dei suoi di vendette per i decennali soprusi subiti dai neri nel regime dell’apartheid. Mandela, inoltre, va visto per la sua capacità di riuscire a dialogare e “piacere a tutti” (non per opportunismo).

“MI PIACE LA FOTOGRAFIA IN CUI MANDELA TIENE UN GOMITO SUL RIPIANO DELLA FINESTRA, E GUARDA OLTRE LE SBARRE: NON FUORI DALLE SBARRE, MA OLTRE” (Adriano Sofri, “la Repubblica” del 6/12/2013)
“MI PIACE LA FOTOGRAFIA IN CUI MANDELA TIENE UN GOMITO SUL RIPIANO DELLA FINESTRA, E GUARDA OLTRE LE SBARRE: NON FUORI DALLE SBARRE, MA OLTRE” (Adriano Sofri, “la Repubblica” del 6/12/2013)

   Leader mondiali sempre tra loro contrapposti, nazioni che non si parlano, tutti hanno avuto un dialogo sereno con il leader sudafricano, dal momento della sua liberazione e ascesa al potere a partire dal 1990. Capacità sua di mediazione politica, di “andare incontro al nemico” pur ribadendo i diritti degli oppressi… Ma su tutto si denota in Mandela quel che appare l’elemento principale di un leader: cioè l’essere un “PORTATORE DI SPERANZA”, qualcosa che da entusiasmo ed energia nel progetto di futuro di un paese e individuale delle persone. Il “metodo Mandela”, nella geografia mondiale di crisi che stiamo vivendo, può dare ottimismo nel trovare “quel modo positivo” che lui aveva, per uscirne fuori. Per questo vi invitiamo qui a leggere alcune riflessioni sulla personalità, storia e figura di Mandela, che, oltre ad essere un omaggio all’uomo che ora non c’è più, può essere un modo importante di porsi di ciascuno sulle problematiche attuali. (s.m.)

MANDELA E LA SUA BATTAGLIA ANTI-AIDS
MANDELA E LA SUA BATTAGLIA ANTI-AIDS

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IL GENIO POLITICO DI NELSON MANDELA

di Alessandro Carrera, da “Europa” del 6/12/2013

– Ci vorranno decenni per apprezzare fino in fondo l’esercizio del suo carisma, così potente da non inimicarsi nessuno, nonostante i suoi amici fossero tra loro nemici –

   Se soltanto gli Stati Uniti avessero avuto un Mandela, al momento giusto e negli anni giusti, o se avessero lasciato il tempo a Martin Luther King jr di diventarlo, oggi forse non avremmo l’incredibile risorgere di sentimenti sudisti nel sud degli Stati Uniti, né la cocciuta resistenza di un revisionismo aberrante, tendente ad affermare che la schiavitù non era poi quel problema che sembrava, che presto sarebbe finita per conto suo in perfetta armonia, e che la Guerra di Secessione fu solo un trucco di Lincoln per distruggere l’economia del sud.

   Per quanto sembri incredibile, questi si sentono ancora negli stati al di sotto della cosiddetta linea Mason-Dixon che separa il nord dal sud. La riconciliazione nazionale, quella per cui Mandela ha lottato una volta divenuto presidente, negli Stati Uniti sembra essere messa in discussione ora che hanno il loro primo presidente nero.

   Non va dimenticato che furono anche le manifestazioni anti-apartheid negli Stati Uniti, all’inizio degli anni Novanta, a galvanizzare l’opinione pubblica mondiale e a decretare la fine morale dell’apartheid, ancora prima di quella storica. Senza l’apporto dei militanti americani, Mandela avrebbe fatto più fatica a porre fine al brutale sistema di discriminazione che vigeva nel suo paese.

   Ma le proteste americane avvennero senza nessun appoggio dall’alto, senza la partecipazione attiva di chi allora era alla Casa Bianca. Ronald Reagan non aveva dubbi sulla “chiarezza morale” (in America il termine moral clarity ha una connotazione pressoché religiosa) da esercitare nei confronti del comunismo, ma di dubbi ne aveva fin troppi quando si trattava di esercitarla contro il regime sudafricano dell’apartheid.

   Per anni, molti leader che sostennero apertamente la lotta di Mandela lo fecero per ragioni apertamente anti-occidentali: Fidel Castro, Gheddafi; questi erano gli amici di Mandela quando uscì dai suoi ventisette anni di prigione. E lui non li rinnegò, anzi andò a stringergli la mano, facendo temere all’occidente che il nuovo Sudafrica avrebbe potuto incamminarsi verso la stessa strada, e che il risultato sarebbe stata un’atroce guerra civile.

   Qui intervenne il genio politico di Nelson Mandela, che ci vorranno forse decenni per apprezzare in tutta la sua portata, nonché nelle sue moltissime e attualissime implicazioni. Riuscì a non inimicarsi nessuno. Certo, non tutti gli furono amici, ma non sorse nessuno che avesse una statura o un carisma tale da contestare la sua leadership.

   La vita di Nelson Mandela, o Madiba, che era il suo nome di appartenenza, è stata costellata da sconfitte, errori, ripensamenti, un passo avanti e molti indietro, delusioni, difficoltà spaventose. Ma se si è conclusa in un trionfo, ciò è dovuto alla sua capacità di comprendere e incarnare il principio più difficile della politica. Il vero leader non è responsabile solo dei valori della sua “parte”, fosse anche la più giusta del mondo, ma anche dei valori del proprio avversario, e perfino di quelli che non si possono condividere in alcun modo.

   La responsabilità politica non è relativismo e non significa condivisione. Qui tocchiamo l’etica del Politico. E la politica è un’arte greca. Nata in una cultura politeista, non può e nemmeno deve scrollarsi di dosso, pena la sua fine, il fatto di dover rendere conto a molti dèi, e non a uno solo. Ogni parte adora il suo Dio, e nessuna intende convertirsi alle ragioni dell’altro Dio. Ma dove la conversione e l’abiura sono impossibili, il politeismo può venire in soccorso.

   Il capolavoro di Nelson Mandela fu il processo di riconciliazione nazionale, la constatazione che il Sudafrica era essenzialmente un paese “politeista”, vale a dire multiculturale, fatto di molte lingue e molte razze, incluse le lingue e le razze dei bianchi oppressori (Mandela imparò perfino l’Afrikaan, la lingua dei colonizzatori, per poter entrare in sintonia con loro).

   Il processo non fu indolore. Nella commozione determinata dalla sua scomparsa le tensioni tra Mandela e De Klerk non vengono ricordate, ma ci furono, e il contrario sarebbe stato impossibile. La sua ex moglie, Winnie, lo accusò di volersi ingraziare i bianchi più che difendere i neri. Ma il risultato fu che un paese di ventisette lingue e chissà quante tribù ed etnie conobbe momenti durissimi, ma non piombò in una guerra interna che l’avrebbe isolato dal mondo e forse distrutto.

   La pace si fa con i nemici, non con gli amici. Ma per far pace con il nemico bisogna sapere chi ė. O, con le parole di Sun Tzu, l’antico autore dell’Arte della guerra, “Se conosci il nemico e conosci te stesso, non dovrai temere il risultato di cento battaglie. Se conosci te stesso e non il tuo nemico, per ogni vittoria conquistata soffrirai una sconfitta. Se non conosci né il tuo
nemico né te stesso, soccomberai in ogni battaglia
”.

   “Ho vissuto per gli ideali di Mandela e ho cercato di farli vivere” ha detto Obama non appena appresa la notizia, ricordando che la sua prima azione politica da adolescente fu la partecipazione a una  manifestazione contro l’apartheid. “Il mondo ha perso un uomo influente, coraggioso e buono, dotato di una fiera dignità. Il suo tragitto da prigioniero a presidente ė l’essenza di tutto quello a cui un uomo può aspirare. Non sono un santo, diceva, a meno che un santo non sia un peccatore che non smette di cercare di migliorarsi. Mandela era un uomo guidato dalle sue speranze e non dalle sue paure. Non vedremo altri uomini come lui. Ha preso la storia tra le mani e l’ha piegata ai suoi fini. Ora appartiene alle epoche.” Alessandro Carrera)

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IL CARCERE E POI LA LIBERTÀ SENZA VENDETTA. ADDIO ALL’ULTIMO GRANDE DEL ’900

di Angelo Ferrari, da “Europa” del 5/12/2013

– I ventisei anni di carcere hanno segnato profondamente la vita del futuro presidente: «La libertà non si conquista una volta sola, va custodita» –

   «La cella è il luogo ideale per imparare a conoscersi, per esplorare realisticamente e con regolarità i propri processi mentale ed emotivi». Sono parole di Nelson Mandela, parole che ha scritto alla moglie Winnie nel 1975 dal carcere di Robben Island. Parole di un uomo, nato nel 1918, destinato a cambiare il volto del suo paese, il Sudafrica, l’Africa e il mondo intero.

   E così è stato e continuerà ad essere anche ora che non c’è più. Rimane il ricordo, ma soprattutto la memoria di anni di lotta contro il segregazionismo razziale, la sua lotta che lo ha condotto in carcere nel 1964, a 46 anni, per uscirne nel 1990 a 72, ventisei anni passati in cella. Ma quelle parole scritte alla moglie fanno capire, più di ogni altra speculazione cosa ha voluto dire, oltre agli orrori e alle privazioni, il carcere per Nelson Mandela.

   Quasi volesse dirci che ciò che è accaduto dopo non sarebbe potuto succedere senza le lotte, sue e di migliaia di sudafricani neri, ma anche senza quei 26anni che hanno scosso il mondo, indignato l’opinione pubblica mondiale, senza l’esultanza e il tenace lavoro degli anni della libertà, della presidenza e della vita privata dedicata allo studio, al lavoro incessante con i suoi collaboratori, perché la libertà non si conquista una volta sola, ma bisogna custodirla, farla crescere come una piantina fragile che ha bisogno di cure.

Mandela, l’uomo che anche da libero si sentiva ancora in carcere e scherzando con i suoi interlocutori, visitatori e amici, sosteneva di non essere ancora libero e aggiungendo, mentre con un dito indicava i suoi assistenti: «E questi sono i miei carcerieri». Scherzava ovviamente.

   Barack Obama nella prefazione del libro Io, Nelson Mandela (Sperling & Kupfer), scrive: «Un prigioniero è diventato un uomo libero; un simbolo di emancipazione è diventato una voce appassionata a favore della riconciliazione; un leader di partito è diventato un presidente che ha promosso la democrazia e lo sviluppo. Anche dopo avere lasciato gli incarichi ufficiali, Mandela continua a lavorare per l’uguaglianza, l’ampliamento delle opportunità e la dignità umana. Ha fatto così tanto per cambiare il proprio paese, e il mondo, che è difficile riuscire a immaginare la storia degli ultimi decenni senza di lui».

   E poi ancora, ricordando i numerosi colloqui con lui: «Ma sempre, durante queste conversazioni, ci sono momenti in cui traspaiono la gentilezza, la generosità e la saggezza dell’uomo. Quei momenti mi ricordano che dietro la storia che è stata scritta c’è un essere umano che ha scelto di far vincere la speranza sulla paura e di guardare avanti, oltre le prigioni del passato. E mi rammentano che, per quanto sia diventato una leggenda, conoscere l’uomo – Nelson Mandela – significa rispettarlo ancora di più».

   Appena scarcerato diventa presidente dell’African National Congress (Anc) e inizia a girare il mondo ed è accolto ovunque come un eroe, il simbolo vivente della lotta dei neri sudafricani contro l’apartheid. Ma l’uomo Mandela ha sempre messo da parte la vendetta per far prevalere il dialogo. Dialogo ricercato a tutti i costi anche e soprattutto con il presidente Frederik De Klerk, per fare in modo che il Sudafrica raggiunga definitivamente la pace. Trova in De Klerk un interlocutore capace di ascoltare le proteste dei neri e di trovare il coraggio di voltare pagina.

   Nel 1993 i due leader vengono insigniti del premio Nobel per la pace. Il 1994 è l’anno storico, quello che segna la svolta per il paese, l’anno in cui comincia il cammino verso la democrazia e l’uguaglianza nel paese, Mandela diventa il primo presidente nero del Sudafrica. Carica che ricopre fino al 1999. Per Mandela si realizza un sogno, il voto ai neri, la presidenza, ma soprattutto la storia del suo paese ha preso un’altra strada più libera, più democratica.

   Chissà se gli eredi, politici e spirituali, saranno in grado di tener fede all’insegnamento di Mandela. Chissà se per Nelson Madela c’è stata una fine “perfetta”. È la preghiera dell’arcivescovo di Città del Capo Thabo Makgoba al capezzale dell’ultimo grande del ‘900. C’è pudore, riserbo, rispetto intorno all’uomo che ha scelto la riconciliazione e non si è voluto vendicare di 27 anni di prigione.

Chissà dove sarà sepolto. Il privilegio se lo disputano due villaggi: Qunu, dove Madiba ha trascorso gli ultimi anni da pensionato, oppure Mvezo, dove Mandela è nato. Di certo rimarrà nella memoria una frase che Mandela ha pronunciato nel 1996 parlando agli studenti: «Vorrei dormire per l’eternità con un grande sorriso sul volto sapendo che chi resta avrà a cuore l’unità della nazione». (Angelo Ferrari)

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MANDELA: IO SONO IL PADRONE DEL MIO DESTINO. IO SONO IL CAPITANO DELLA MIA ANIMA

di Ugo Tramballi, da “il Sole 24ore” del 6/12/2013

   Deceduto per le ferite riportate nella lotta contro l’apartheid, scriverà il coroner della Storia. E’ un’infezione polmonare causata da una polmonite contratta nella prigione di Robben Island, che lo ha ucciso insieme all’età. Con quella lesione ha vissuto per quasi cinquant’anni, ignorandola, combattendo fino all’ultimo istante pur conoscendo l’esito della battaglia.
Tante cose sono state dette e molte ancora se ne scriveranno per raccontare Nelson Rolihlahla Mandela, nato fra le colline del Transkei il 18 luglio 1918. Tuttavia, per sintetizzare il carattere dell’uomo bastano due versi di una poesia, “Invictus”, la sua preferita anche se piena della retorica vittoriana dell’autore, William Ernest Henley: “I am the master of my fate. I am the captain of my soul”.

   A dispetto del colonialismo inglese, del razzismo, dell’apartheid degli afrikaners bianchi che avevano metodicamente codificato la separazione razziale sudafricana. A dispetto dell’esilio e della prigione, nessuno è mai riuscito a privare Mandela del controllo del suo destino e del possesso della sua anima.
“Ndiyindoda!” fu la parola che Nelson gridò a 16 anni il giorno in cui fu circonciso sulle rive del fiume Mbashe, nell’Eastern Cape. “Sono un uomo”, parte della tribù thembu, della nazione xhosa, dell’Africa intera. Madiba, il nome che indicava l’origine tribale, finiva la prima stagione della sua vita, quella delle radici. Iniziava quella dell’uomo.

   Sono due le scuole principali che hanno fatto di Mandela l’uomo che conosciamo. L’Università di Fort Hare, la prima che gli inglesi aprirono per i neri del loro impero africano. Vi avrebbero studiato anche Robert Mugabe dello Zimbabwe, il tanzaniano Julius Nyerere, il presidente dello Zambia Kenneth Kaunda e del Botswana Seretse Khama. Per un certo periodo il cappellano dell’università fu Desmond Tutu.
La seconda fu l’ “Università di Robben Island”. La chiamarono così i dirigenti e gli attivisti dell’African National Congress rinchiusi nell’isola prigione davanti a Capetown. Mandela vi passò vent’anni, dal 1962 all’82. Altri sette, gli ultimi, li fece nel carcere di Pollsmoor.

   Fu qui che maturarono il leader e la politica che avrebbero creato un modello rivoluzionario per l’Africa e il mondo: la Rainbow Nation, la nazione arcobaleno, la società multirazziale nella quale la maggioranza nera avrebbe vissuto insieme ai suoi antichi persecutori. In pace, cittadini della stessa nazione, con gli stessi diritti. Robben Island non fu solo scuola di vita per la durezza dei carcerieri. Rischiando punizioni severe, i detenuti studiavano testi di politica ed economia entrati clandestinamente in carcere, discutevano di quale sistema e quale Paese avrebbero costruito, convinti che un giorno vi sarebbero riusciti.
In mezzo, tra Fort Hare e Robben Island, ci fu la pratica da avvocato, la lega giovanile dell’Anc, le prime battaglie, la crescita di Johannesburg come prima officina metropolitana politica e sociale d’Africa; i processi in difesa dei compagni di lotta e quelli contro di lui, sostenuti dal regime boero che nel 1948 aveva vinto le elezioni (solo per bianchi) e imposto l’apartheid.

   La separazione razziale prevedeva anche che nelle scuole dei neri non si dovesse insegnare la matematica: il ruolo che avrebbero avuto nella società non lo richiedeva.
E’ un miracolo che da tanto odio potesse nascere il Sudafrica che conosciamo oggi. Prima di essere processato e condannato definitivamente, Mandela aveva creato e comandato l’Umkhonto we Sizwe, la Lancia della nazione, l’ala militare dell’Anc. Senza passare attraverso la lotta armata e l’uso del terrorismo, forse non ci sarebbe stata una Rainbow Nation né la riconciliazione razziale.

   Nel 1988, appena uscito da 27 anni di prigione, Mandela incontrò l’uomo che non avrebbe voluto liberarlo, l’allora primo ministro P.W. Botha, un uomo duro, incapace di capire il mutare dle tempo. Lo affrontò e lo stese “con una robusta stretta di mano e un gran sorriso”.
Tanti anni fa Albert Einstein scrisse del Mahatma Gandhi: “Le generazioni che verranno a fatica crederanno che un uomo così abbia camminato in carne e ossa su questa Terra”. Abbiamo avuto la fortuna di averne un altro di questi uomini straordinari. Forse è una ragione di ottimismo in questa nostra solitudine, senza Madiba Mandela. (Ugo Tramballi)

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IL BUON MAESTRO DELLA LIBERTÀ

di Adriano Sofri, da “la Repubblica” del 6/12/2013

   MANDELA nacque nel 1918, quando quella che noi chiamiamo Prima Guerra Mondiale stava per finire. Nel 1914 Gandhi aveva lasciato il Sudafrica in cui per ventun anni aveva svolto il suo tirocinio nonviolento, ed era arrivato a Londra nel momento in cui la Grande Guerra scoppiava.

   Il tirocinio militante di Mandela fu non violento, a ridosso di quella che chiamiamo la Seconda Guerra Mondiale, quando l’apartheid segregò ferocemente la comunità indiana e asiatica e il bantustan dei neri africani.

   Nel giro di pochi anni Mandela e i suoi reagirono alla spietatezza afrikaner scegliendo di lottare con le armi, né il lungo cammino successivo, anche dopo la liberazione e la riconciliazione, fece di Mandela un fautore assoluto della nonviolenza (cui lo stesso Gandhi riconosceva estreme eccezioni). Ma un filo lega la testimonianza e il mito di questi due campioni della libertà, che uno stesso carcere di Johannesburg ebbe detenuti.
La prigione ha segnato ben diversamente Mandela, lungo quasi 27 anni, e 18 trascorsi nell’isolamento crudo di Robben Island. La vita lunghissima di Mandela ha incastonato quella micidiale prigionia fra passato e futuro, fino al distacco protratto degli ultimi mesi: al contrario della fine di Gandhi tradito e assassinato. I due destini diversi e complementari disegnano a gara le magliette dei ragazzi.

   In tempi di distanza rancorosa fra le generazioni, Mandela è fatto per essere amato dai ragazzi come un buon maestro, per la testimonianza fiera di una vita, e la distanza presa dal potere. E per non essersi ridotto a un monumento, e aver tenuto memoria del suo bel primo nome di Rolihlahla — il piantagrane, l’attaccabrighe. Dalla presidenza si allontanò dopo un mandato.
I ragazzi hanno bisogno di maestri molto vecchi, che abbiano tenuto a distanza il potere, che corrompe piuttosto i loro eredi. L’Africa va avanti, benché continuino guerre mondiali di milioni di morti senza più alibi anticoloniali, fra rivoluzionari trasformati in despoti dinastici e capibanda in proprio o al soldo degli insospettabili.

   La condizione peculiare del Sudafrica, con la sua tribù bianca afrikaner e il lungo colonialismo britannico, ha mostrato alla fine l’assurdità della disputa su che cosa sia indigeno e che cosa straniero. Il guerrigliero ed ergastolano Mandela, eletto presidente, si indirizza in afrikaans ai funzionari spaventati e pronti ad abbandonare: scena esemplare per tanti posti del mondo, a cominciare da Israele e Palestina. Nei libri di Andrè Brink l’umanità degli afrikaner e delle tribù nere si scopre affine e anzi parente.

   Israeliani e palestinesi si conoscono a fondo, dice Grossman, e si riconoscono somiglianti, possono specchiarsi gli uni negli altri. La controversia fra chi è indigeno e chi è straniero, per mostrarsi assurda e superstiziosa, ha però bisogno che lo schiacciante divario di forze si equilibri.
Quando Botha inaugurò un dialogo con lui, Mandela era in una cella, e ci sarebbe restato ancora a lungo, e da lì aveva maturato la sua apertura senza cedimenti, e personalmente integerrima. Un riequilibrio dei rapporti di forza, suscitato dalla resistenza dei più deboli e dalla lenta reazione della comunità internazionale, ha a che fare, più ancora che con l’interesse materiale dei più forti, con la riottosità dei loro cervelli e pregiudizi, senza di che basterebbe la persuasione.

   Il genio cordiale di Mandela dubitò di poter contare sulla propria forza fino al punto di rovesciare quella avversaria, e soprattutto decise che quella vittoria sarebbe stata una sconfitta per ambedue. «Oppressore e oppresso sono derubati entrambi della propria umanità».
Il Sudafrica del passaggio dall’apartheid alla democrazia scambiò la guerra civile con lo sforzo di verità e riconciliazione — come l’India dell’indipendenza, lacerata però dalla secessione, che fu per Gandhi il dolore irreparato e la morte. La Commissione, che guardava al Cile del dopo-Pinochet, e sarebbe stata guardata da tanti paesi martoriati, e mancata in altri dove più occorre, come la Bosnia, mise la verità umana davanti a quella giudiziaria, e la riconciliazione al posto della vendetta, senza far torto alle vittime.

   Fu piena di simboli, la vicenda sudafricana, e non a caso fonte formidabile di racconti e film e canzoni — è soprattutto nella musica dei grandi concerti che la leggenda di Mandela ha incontrato i giovani. Mandela ricevette il premio Nobel uscendo da una galera in associazione con De Klerk che usciva dal palazzo, e per rientrarvi grigiamente da suo vice.

   Guardate la pagina di Wikipedia, in fondo, dov’è la lista delle medaglie e onorificenze assegnate a Mandela: appese tutte insieme a un petto, avrebbero fatto stramazzare un gigante. Era inevitabile che diventasse anche un marchio, e del resto pure lui teneva famiglia, anzi famiglie, e ne era tenuto, e il mondo si inondò di cianfrusaglie e perfino delle sue impronte digitali carcerarie controfirmate: lezione istruttiva ai carcerieri, se sapessero apprenderle, a cominciare da quella croce che doveva essere segno di infamia, e diventò di martirio e devozione.
Mi piace la fotografia in cui Mandela tiene un gomito sul ripiano della finestra, e guarda oltre le sbarre: non fuori dalle sbarre, ma oltre. È molto ufficiale, e magari è stata presa in una visita da libero al suo vecchio carcere, e vuole significare la lungimiranza tenace dell’uomo che sa guardare comunque al futuro. Mi piace lo stesso, per una ragione che so, e che mi ha appena confermato il racconto di una visita estiva all’Asinara, dove i gitanti vanno richiamati, oltre che dalla bellezza naturale, dal richiamo torbido del carcere speciale.

   C’è, a guidarli, un uomo che fu a lungo agente penitenziario, e ha voluto restarci e per la sua competenza ne è diventato custode, e avverte le allegre comitive curiose dei prigionieri più famigerati: «Ci sono stati qui i colpevoli di crimini efferati, e tuttavia questo era un luogo di dolore e sofferenza, e solo un cretino potrebbe desiderare di venirci per farsi la foto con la faccia dietro le sbarre e le mani che vi si aggrappano».
Era bello esser vivi in un mondo in cui era vivo Mandela. Penso a chi, della generazione meno giovane, morì al tempo delle cose che non avremmo mai creduto di vedere cambiate: non so, la fine dell’Urss, l’uscita di Madiba dall’ergastolo, la fine dell’apartheid.

   Certo, sono durate così a lungo. Ma quello fu il più grande equivoco della nostra generazione: di crederle incrollabili, e che la resistenza contro di loro fosse solo un fulgido esempio morale, e che invece la lotta capace di cambiare le cose, e trascinare un giorno nei propri successi il trinceramento progressivo e infine il soffocamento delle dittature, potesse avvenire solo nelle democrazie.

   Scoprire che le cose infrangibili vanno improvvisamente in frantumi per un urto inaspettato è stata la lezione, che dunque incombe sulle altre muraglie che vogliono sembrare perenni, fino alla Cina dell’ultracapitalismo socialista. Tutto cambia.

   Mandela muore mentre il mondo va esplodendo per motivi drammatici, tragici, futili e belli. Non si prevengono i motivi drammatici e futili se non facendo larga giustizia, e però tenendo sempre la valigia pronta. Pensino questo, nella tribuna d’onore del funerale del piantagrane ammiraglio Nelson Rolihlahla Mandela: nessun potente può scommettere sulla propria durata. (Adrano Sofri)

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UN MITO DEL VENTESIMO SECOLO E LA GENERAZIONE DEI NATI LIBERI

di Michele Farina, da “il Corriere della Sera” del 6/122013

– Metà dei sudafricani non ha vissuto l’apartheid: per loro Mandela è ancora un simbolo? –

   «Wat verby is, is verby». Il passato è passato. Queste parole, pronunciate dal primo presidente nero del Sudafrica nella lingua dell’antico nemico, forse non passeranno alla storia. Ma per molti (non solo) bianchi della generazione di Schalk Van Heerden, per chi aveva vent’anni nei giorni in cui cadde il Muro di Pretoria, questa frase è cucita nella memoria come l’immagine di Nelson Mandela con lo stemma degli Springb ok, la nazionale di rugby per decenni simbolo degli oppressori: con la maglia verde numero 6 del capitano Pinaar, Mandela festeggiò il trionfo ai Mondiali 1995.

   Una vittoria che sancì la fine dell’isolamento (da Paese paria a nazione faro), una frase che tracciò la via della pacificazione sulla quale 50 milioni di sudafricani camminano ancora oggi: «Mandela aveva imparato l’afrikaans in carcere» ricorda Schalk, quarantenne che vive in un grattacielo in centro Johannesburg, viene da una famiglia di boeri duri e puri, lavora per un gruppo che porta palloni e computer ai ragazzi più disagiati in ogni angolo del Paese che l’arcivescovo Desmond Tutu battezzò «nazione arcobaleno».

   A casa Tutu il prigioniero politico più famoso al mondo trascorse la prima notte di libertà dopo 27 anni. Già il mattino seguente l’ex ergastolano rassicurava i bianchi: lasciamo perdere le ferite del passato. Una massima che allora voleva dire riconciliazione e che oggi racconta un po’ anche il destino dell’uomo (il superuomo) che l’ha pronunciata. «Wat verby is, is verby»: prima che i polmoni lo tradissero, il sipario si era chiuso da un pezzo sul venerando papà (Tata) dei sudafricani, the old man come lo chiamano i compagni governanti dell’Anc che fino all’ultimo hanno usato il suo volto inespressivo nelle photo opportunity, le finte rimpatriate di partito nel salotto di casa Mandela nel quartiere di Houghton a Johannesburg. In quel salotto la sua vita pubblica si è chiusa una decina di anni fa.

   «Non cercatemi, mi farò vivo io» scrisse nel 2004. Da quel ritiro l’uomo Mandela non è più tornato. In circolazione è rimasto il simbolo: i ragazzi bianchi e neri che non l’hanno mai visto dal vivo sciamano ai piedi della sua statua nella piazza dello shopping center più chic, i turisti passano in rassegna i suoi sorrisi lungo i murales di Soweto, una Fondazione di amici fidati tiene viva l’eredità morale mentre la famiglia, le figlie a cui non ha mai mostrato molto affetto, già da un pezzo litigano per quella monetaria.

   Non si è più fatto vivo. Anche la stagione del potere era stata breve (un mandato presidenziale fino al 1999). Forse anche questo ha tenuto accesa la fiamma del suo mito trasversale. Per i ragazzi che hanno l’età della democrazia, Madiba è un nonno a cui si porta un vago rispetto. Il 40% dei sudafricani è nato dopo il 1994, l’anno delle prime elezioni libere. «Ai bianchi della generazione post apartheid — dice Schalk — non importa nulla della politica, la storia, l’apartheid: roba vecchia di cui non vogliono sentir parlare. Se proprio insisti, ti dicono che Mandela è stato un grande, ha fatto il bene del Sudafrica, che è poi ciò che pensa il 70% dei bianchi in generale». Come ripete al Corriere lo scrittore Wilbur Smith: «Mandela è il più grande africano della storia».

   I neri «nati liberi» amano più il calcio che il rugby, a Wilbur preferiscono l’«Isola dei Famosi», ma per Tata Madiba provano la stessa distante venerazione dei bianchi che vent’anni fa tirarono un sospiro di sollievo davanti alle parole concilianti del presunto terrorista (il regime fino all’ultimo temeva «uno scenario iraniano» in cui il galeotto 46664 una volta fuori si sarebbe trasformato in rivoluzionario come l’ayatollah Khomeini di ritorno dall’esilio).

   «Madiba un’icona dei più giovani? Non esageriamo — ride il dottor Mabila Mdokisi, che segue progetti per i ragazzi emarginati —. I miti dei born free sono semmai il rapper americano Jay-Z o la star del calcio locale Teko Modise. Forse Pistorius, prima che uccidesse la fidanzata. Ma in fondo i ragazzi pensano più ai soldi e allo smartphone che ai miti. E’ la generazione precedente, la mia, dai 21 ai 35 anni a nutrire sentimenti più accesi per il padre della patria».

   Una fetta, minoritaria ma consistente, «crede che Mandela ha tradito i neri dimostrandosi remissivo con i vecchi padroni», sostiene il dottor Mabila. La stessa ex moglie, Winnie, nel 2010 disse: «Ci ha abbandonato. E’ entrato in prigione da rivoluzionario, è uscito cambiato, accettando un accordo che ha lasciato i neri ai margini della società». Ma il crescere delle disuguaglianze non è imputabile all’ old man. Anche se, come ricorda al Corriere lo scrittore Zakes Mda, «la corruzione della politica è cominciata sotto gli occhi (distratti) di Mandela presidente». Anche Mda è convinto che i nati dopo il 1994 non abbiano il dente avvelenato con Madiba, tesi contestata dal commentatore Roy Robins secondo cui i born free, non avendo con lui un debito di riconoscenza, sono nella condizione di rinfacciargli le promesse infrante e la disoccupazione (al 50% tra i più giovani).

  Altri vedono già the old man sul piedestallo della storia: come sarà ricordato? Per il giornalista e scrittore Allister Sparks, veterano dell’opposizione anti apartheid, Mandela è come Abramo Lincoln per gli americani, un leader che ha superato le barriere di razza e di partito.

   Davanti a casa Mandela, una via fino a 20 anni fa abitata da soli bianchi, quando si è diffusa la notizia dell’ultima crisi la gente ha ripreso a deporre sassi con messaggi d’affetto. «Guarisci presto Tata». «Sei il migliore». Tra certe frange estremiste circolano ipotesi apocalittiche sulla «notte dei lunghi coltelli»: morto Mandela i neri scateneranno la vendetta. Una signora vicina di casa di Nelson, la mattina del ricovero, aveva preoccupazioni più normali mentre giornalisti e fans cominciavano a radunarsi: «Speriamo che torni presto, così finirà la confusione qui davanti». (Michele Farina)

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«MIO FIGLIO È MORTO DI AIDS», MANDELA E LA BATTAGLIA CONTRO L’EPIDEMIA IN AFRICA

da “il Messaggero” del 6/12/2013

   «Mio figlio è morto di Aids». Aveva 86 anni Nelson Mandela quando ha convocato una conferenza stampa nella sua casa di Johannesburg per annunciare che il suo unico erede maschio, Makgatho Mandela, 54 anni,era stato ucciso dal virus Hiv.
«Diamo pubblicità all’infezione – ha detto ai cronisti -. E’ l’unico modo che abbiamo per farla apparire come una normale malattia. Soltanto così la gente smetterà di considerarla una cosa straordinaria, di vedere chi ne è colpito come qualcuno che è destinato all’inferno e non al paradiso». Makgatho Mandela, avvocato, dirigente del Diners Club South Africa era stato ricoverato qualche giorno prima della morte ma un portavoce della famiglia non aveva voluto rivelare da quale malattia l’uomo fosse affetto.
Voleva essere Madiba, dunque, a parlare al mondo del suo dramma condiviso e capito da migliaia e migliaia di famiglie nel suo Paese. Primo, al mondo, per numero di casi di Aids.
Il rapporto socio-politico di Mandela con la malattia è stato molto travagliato. Tanto che, nonostante i suoi appelli al mondo per permettere anche ai suoi concittadini di avere un libero accesso alle cure, oggi si dice che la battaglia contro l’infezione il grande leader l’abbia persa.
Appena rientrato in politica, nei primi anni Novanta, ebbe un approccio cauto: «Temo che parlare di sesso ostacoli la mia rielezione», disse con chiarezza nel ’94. Nel ’96 noni si presentò al congresso mondiale contro l’Aids perché temeva ancora ripercussioni sul suo cammino politico.
Solo un anno dopo al Forum di Davos, in Svizzera, Mandela lancia la sua sfida. Non ha favori da chiedere ma esorta la platea: «Uniti per sconfiggere l’Aids». E propone di organizzare a Durban, nel suo Paese, il congresso Mondiale sull’Aids. Una lotta iniziata bene che, purtroppo, ha dovuto cozzare contro una società impreparata ad affrontare il virus. Nonostante i progetti e gli investimenti.
I medici americani decidono in massa di disertare. Il resto del mondo, dai medici, ai ricercatori, alle associazioni dei pazienti, non mancano all’appuntamento del giugno del Duemila. Un evento che illumina il dramma dei piccoli villaggi, delle case dove le madri colpite dal virus partoriscono e vengono accudite da volontari di ogni parte del mondo. Sul palco dell’auditorium del congresso (relazioni scientifiche ma anche una marcia in favore dei malati in cui a fianco al medico tedesco ballava lo stregone, con le infermiere di Londra si accompagnavano vestite in costume donne di un villaggio dello Zambia) il 1 giugno sale Nkosi Johnson un bimbetto di 12 anni nato sieropositivo. In un lampo è simbolo della lotta all’Aids in Africa. Un anno dopo si spegne nel sonno.
Al congresso si aspetta Mandela per l’ultimo giorno. Ma nessuno del suo staff conferma né il giorno né l’ora. Intorno alle 12 quando gli incontri scientifici sono finiti e si è pronti a ripartire una folla silenziosa si va a sedere nell’auditorium. Non si sa se Madiba arriverà. Si canta, si applaude, si invoca il suo nome.
Nessuno esce. Dopo quasi un’ora di attesa arriva la macchina, lui scende vestito con uno dei suoi camicioni colorati. Un boato. Tutti dentro. Dai portieri del palzzo dei congressi alle donne delle pulizie con camici e guanti di gomma in mano fino a quelli che fuori cucinavano hot dog. Stipati all’inverosimile. In due sulle poltrone, seduti a terra.
Silenzio. Un saluto in inglese e poi un saluto nella sua lingua. Ancora un boato. «Chiediamo l’accesso immediato al trattamento anti-Aids, qui muore una persone ogni dieci minuti. La gente prima del profitto. la vita prima del debito». «Organizza, mobilita, salva. O l’Aids ti ucciderà» risponde la sala. Parla ancora, silenzio e lacrime. Anche lui china la testa e sta muto per qualche minuto. Piange i morti di Aids.

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I 10 video da vedere su Nelson Mandela

Dalla prima intervista al giorno della libertà. E poi i concerti, i film, i talk show

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IL SUDAFRICA DEL DOPO-MANDELA: UN PAESE IN CRISI E POLITICAMENTE A RISCHIO 

di Giovanni Zagarella, dal sito www.epipaideia.com/ del 6/12/2013

“Tata, come facciamo a dirti addio?” Queste e molte altre sono state le parole urlate ieri sera dalla grande folla radunatasi attorno alla casa di Nelson Mandela, dopo l’annuncio della sua morte. Uomini, donne e bambini hanno omaggiato a lungo il leader sudafricano cantando e vegliando, chiedendosi come faranno ad andare avanti senza di lui. La morte di Mandela lascia infatti un vuoto spaventoso nella politica del Paese: non solo leader, ma fondatore, eroe e Padre del Paese, semplicemente restando in vita Mandela permetteva al Sudafrica di mantenersi politicamente unito. E adesso?

Adesso la situazione rischia di precipitare. L’African National Congress,  reso potente da Mandela e oggi diretto dal Presidente del Paese, Jacob Zuma, è in difficoltà. Nonostante quasi 20 anni di dominio sul Sudafrica, i politici dell’ANC non sono riusciti ad imprimere una svolta positiva alle condizioni di vita dei cittadini. Gli analisti esteri non vedono di buon occhio Zuma, reputato ormai da anni incapace di trovare una soluzione ai problemi cronici della Nazione Arcobaleno.

Il ritratto che il Human Rights Watch fa del Paese è tutt’altro che lusinghiero: i diritti dei lavoratori non sono adeguatamente tutelati, così come quelli delle donne e degli omosessuali; la mortalità infantile è decuplicata dal 1997 al 2007, a causa della vastissima diffusione dell’AIDS; la corruzione è dilagante e investe tutti i settori della società, tanto da essere reputata dai sudafricani stessi uno dei problemi principali del Paese.

A questa complicata situazione socio-economica va aggiunta la presenza di un movimento in crescita che si oppone all’ANC, formato in prevalenza da neri e convinto che il partito di Mandela non abbia fatto abbastanza per permettere l’integrazione tra le varie etnie. Tale movimento denuncia il mancato miglioramento delle condizioni di vita dei neri sudafricani, accusando Madiba di “essersi seduto sugli allori” dopo la fine dell’apartheid, e di aver usato molti soldi pubblici per suoi fini personali. Un’accusa, quella di corruzione, lanciata oggi tra le righe persino dal New York Times, a firma di Zakes Mda.

Anche in campo estero il Paese stenta ad imporsi, a causa del comportamento contraddittorio del Presidente Zuma. Il Sudafrica è stato spesso chiamato a mediare nelle controversie di altri Stati africani, come quella tra Morgan Tsvangirai e Robert Mugabe, in Zimbabwe; ma si è troppo spesso tirato indietro, negando così al Sudafrica quel ruolo di mediatore africano che tanto avrebbe giovato alla sua reputazione internazionale.

È impossibile predire con certezza cosa accadrà adesso alla Nazione Arcobaleno. La morte di Mandela sottrae inevitabilmente prestigio all’African National Congress, che alle prossime elezioni potrebbe dover cedere il potere. D’altra parte il nuovo movimento nero, giovane e anti-Mandela potrebbe acquistare consenso presso le fasce poverissime della popolazione, che nell’ultimo ventennio non hanno conosciuto miglioramenti di sorta nella loro qualità della vita. Il Paese potrebbe dunque trovarsi davanti ad una svolta importantissima, impossibile dire se negativa o positiva: l’ANC si è dimostrato incapace ed inadatto a guidare il Paese, ma anche sui suoi avversari gravano ombre e dubbi non trascurabili. Non resta che aspettare, col destino del Sudafrica appeso ad un filo. (Giovanni Zagarella)

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Accade nel mondo…

DALLA MORTE DI MANDELA ALLE PROTESTE IN UCRAINA, LETTURE PER IL WEEKEND

a cura di Alberto de Sanctis, da LIMES, 6/12/2013

Il racconto di quello che è successo nel mondo attraverso i nostri articoli. Con qualche perla dall’archivio per rilassarsi durante il fine settimana.

È morto Nelson Mandela, l’uomo che ha cambiato la storia del Sudafrica. Nonostante il suo paese si basi ancora sulle idendità etniche, sarà ricordato come un eroe e un esempio per milioni di persone in tutto il mondo. Addio Madiba.

Non c’è niente di più lontano da Mandela dei neonazisti greci di Alba Dorata. Che non vanno sottovalutati, ammonisce Dimitri Deliolanes: la loro ascesa è una minaccia non solo per Atene ma per tutta l’Europa.

Il vicepresidente Usa Joe Biden è andato in Estremo Oriente, impegnato in un delicato tour per Giappone, Cina e Corea del Sud. L’ultima mossa di Pechino – la creazione di una zona di difesa aerea che comprende anche isole contese – ha risvegliato il contenimento degli Usa ai danni della Prc. Biden da Tokyo ha fatto la voce grossa, ma Washington potrebbe tollerare l’esistenza della zona aerea. Sarà un caso, ma si avvicina il 24° incontro della Commissione congiunta sul commercio Cina-Usa…

La Francia ha schierato altri 250 militari nella Repubblica Centrafricana (sono ora circa mille), dopo che il colpo di Stato contro il presidente Bozizé ha innescato un’escalation di violenze in tutto il paese. A un anno dall’intervento in Mali, Parigi lancia l’operazione militare per evitare che le violenze abbiano ripercussioni nefaste sull’intera regione. E per influire – perchè no – sul futuro di Bangui.

A Kiev non si placano le proteste contro il presidente Victor Yanukovich, reo di aver ceduto alle pressioni russe rinunciando all’accordo con l’Unione Europea. Il governo, che è riuscito a superare un voto di sfiducia parlamentare, si è detto pronto ancora una volta a ricorrere alla polizia per disperdere i manifestanti.
Il ricatto di Mosca che tiene Kiev fuori dall’Ue di Lucio Caracciolo.

L’Ucraina non è che una vittima del grande confronto fra Unione Europea e Russia. Vittoriosa a Vilnius, Mosca è riuscita ad assestare l’ennesimo colpo nel capitolo energetico dopo essere andata all’attacco anche sui prodotti alimentari delle ex repubbliche sovietiche. Bruxelles, che pare sulla difensiva, potrebbe rispondere lanciando a sorpresa un’offensiva (energetica) dal Caspio ai Balcani grazie al progetto Agri.

Una Thailandia in cui proseguono gli scontri fra manifestanti antigovernativi e forze di polizia è riuscita a ricomporsi solo in occasione del tradizionale discorso reale: il sovrano, storico baluardo dell’unità nazionale, ha esortato i thailandesi a non perdere la fiducia reciproca per il bene del paese. Basterà a ricomporre la crisi?

Preoccupanti aggiornamenti dal fronte “primavera araba”: in Yemen, un attentato contro il ministero della Difesa rivendicato da al Qaida nella Penisola arabica (Aqap) ha fatto più di 50 morti. A Sana’a la lotta per il potere non conosce fine. Frattanto, in Libano, un alto comandante di Hezbollah è stato assassinato: non è ancora sicuro chi sia il responsabile della sua morte (Israele), ma è certo che il movimento – complice il suo coinvolgimento nella guerra di Siria – deve fare i conti con un numero sempre maggiore di nemici…

Altro flash mediorientale: la Giordania è stata eletta al Consiglio di Sicurezza dell’Onu per il biennio 2014-2015. Prenderà il seggio inizialmente assegnato all’Arabia Saudita, che aveva sdegnosamente rifiutato l’elezione (ce l’aveva con gli Usa, più che con l’Onu). A meno che Riyad non ci ripensi.

Lunedì è caduto il 20° anniversario dalla morte di Pablo Escobar, il trafficante più celebre della storia. Fosse ancora vivo, non riconoscerebbe più il commercio internazionale di droghe, che rispetto agli anni Novanta è stato rivoluzionato.

Vi lasciamo con la nostra consueta raccolta di carte, dedicata al Sudafrica di Mandela e al continente che più di ogni altro ne piangerà la scomparsa: l’Africa. (da LIMES – rivista italiana di geopolitica)

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One thought on “NELSON MANDELA che non c’è più, e il MONDO in cerca di leader “portatori di speranza” – La politica di RICONCILIAZIONE SOCIALE come messaggio di MADIBA, possibile suo lascito per superare le difficoltà attuali, globali e personali

  1. david licheri domenica 8 dicembre 2013 / 0:12

    da mandela a langer guardando alle lotte di liberazione degli ucraini. quante emozioni dolore ,speranza, in attesa che l’Amore vinca sul male. david

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