I 10 luoghi dell’Italia industriale

di Jacopo Ibello

In questo mio nuovo contributo vorrei brevemente presentare quelli che sono, secondo la mia opinione, i 10 luoghi che rappresentano al meglio il patrimonio industriale italiano. Si tratta di fabbriche, città, valli e regioni che hanno contribuito, nei vari secoli, a formare quel carattere produttivo unico che rende il sistema industriale italiano diverso da quelli di altre realtà nel mondo. Molti tendono a pensare che l’Italia sia un Paese industriale solo dagli anni ’50: in realtà il boom economico è stato solo il periodo in cui l’industria (e gli stili di vita e le culture che vi sono connessi) hanno preso definitivamente piede nella società italiana, colmando un ritardo in qualche caso secolare rispetto ad altre realtà internazionali. Ma in realtà l’industria, intesa come sistema produttivo, in Italia è presente da epoche remote e, a partire dal XIX secolo, che noi consideriamo il periodo della svolta per l’Europa, il nostro Paese non è stato esente dai fenomeni di industrializzazione che hanno caratterizzato la parte centrale e settentrionale del Vecchio Continente. In Italia questo processo è stato però a macchia di leopardo, ha coinvolto alcune realtà e ha lasciato indietro altre, sostanzialmente per la mancanza di una politica industriale nazionale, che si è avuta in maniera decisa solo tra il Fascismo e il già citato boom economico.

L’elenco che segue non vuole essere una classifica o una top ten, non vuole stabilire una gerarchia o sminuire le migliaia di testimonianze della storia industriale disseminate lungo il territorio italiano che qui non compariranno. Si tratta semplicemente di fornire a coloro che non si sono mai approcciati alla materia un primo elenco di luoghi (che ai cultori apparirà sicuramente mainstream), dove poter entrare in contatto con l’archeologia industriale italiana.

Le miniere della Sardegna

Argentera della Nurra (Sassari) di Gianf84

Da più parti l’eredità lasciata dalla millenaria storia mineraria sarda è considerata il fiore all’occhiello del patrimonio industriale italiano. I minerali sardi furono fonte di ricchezza per tutte le potenze che hanno dominato l’isola nel corso dei secoli, dai cartaginesi ai romani, ai pisani, agli spagnoli. Con l’Unità le miniere della Sardegna divennero il volano per diversi settori della neonata industria italiana, come la metallurgia e la chimica. Il carbone del Sulcis fornì per pochi decenni l’illusione di un’indipendenza energetica dell’Italia. Oggi le imponenti rovine delle miniere, inserite nel tipico paesaggio spettacolare della Sardegna a formare un insieme unico al mondo, testimoniano questa storia millenaria di lavoro, di progresso tecnologico, di lotte sociali, di coraggio e sacrificio dell’uomo. Il Centro Italiano della Cultura del Carbone, aperto nel 2006 nei locali della Grande Miniera di Serbariu a Carbonia, documenta perfettamente l’avventura delle miniere carbonifere sarde e della cittadina sorta intorno ad esse per volere del Fascismo. Tra i luoghi degni di visita spiccano sicuramente i siti dell’Argentiera della Nurra, Montevecchio, Monteponi e Porto Flavia (per citarne solo alcuni). La Miniera di Rosas, a Narcao, è un ottimo esempio di recupero ecomuseale e allo stesso tempo turistico.

Torino

didascalia: Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa di Jacopo Ibello
didascalia: Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa
di Jacopo Ibello

Perso il ruolo di capitale nel 1870, Torino si vide costretta a reinventarsi. La città scelse di abbracciare la rivoluzione industriale per rilanciarsi e fu quindi tra le realtà pioniere di questo fenomeno in Italia. Nell’arco di qualche decennio a Torino si svilupparono centinaia di fabbriche che crearono un panorama produttivo variopinto come pochi altri casi al mondo: armamenti, birra, automobili, pasta, tessuti, acciaio, treni, dolci… Non c’è stato settore industriale in cui Torino non abbia espresso aziende di primo piano a livello nazionale e internazionale. Oggi, come dopo la Breccia di Porta Pia, la città si vede costretta a reinventarsi di nuovo, visto che la maggior parte dell’industria è scomparsa o è stata espulsa fuori. Restano dell’industria i luoghi, davvero tanti, sparsi in quasi tutti i quartieri della metropoli. Una passeggiata seguendo le vecchie fabbriche torinesi equivale a sfogliare un libro sull’architettura industriale italiana. Torino poteva essere il laboratorio dell’archeologia industriale in Italia, invece una mancata politica comune su il riuso e il rilancio di questi spazi ha dato vita a un melting pot di operazioni più o meno riuscite: dalle persone che, davanti al Lingotto, non hanno la minima idea che lì si siano prodotte auto per 60 anni, alle spettacolari Officine Grandi Riparazioni, magnifico esempio di come restituire uno spazio industriale alla comunità. Oltre a questi due casi, merita una visita il parco urbano nato sotto i ruderi della acciaierie FIAT lungo la Dora, mentre nei dintorni si segnalano il Villaggio Leumann a Collegno e il Mulino Nuovo di Settimo Torinese. A parte un paio di casi (Centro Storico FIAT, Museo dell’Automobile) stona l’assenza in una città industriale di tale importanza di spazi museali in grado di raccontare questo genere di storia.

Schio

La Fabbrica Alta di Schio di Jacopo Ibello

L’immagine che si ha del Veneto, quella di terra agricola fino a 30 anni fa i cui abitanti erano spesso considerati una sorta di “meridionali del Nord”, come spesso accade rappresenta solo una lettura superficiale. È proprio tra le montagne del nord-est che si trova quella che viene considerata la culla italiana della rivoluzione industriale, almeno nei libri di storia. Come spesso è accaduto in Italia, l’industria laniera di Schio non nacque all’improvviso, ma si basava su una tradizione di lavorazione del tessuto che risaliva ad alcuni secoli addietro. Grazie alla capacità visionaria di un imprenditore scledense, Alessandro Rossi, che seppe importare nella cittadina e nel territorio circostante quel fermento industriale che si andava diffondendo in Europa nella seconda metà del XIX secolo, Schio divenne “la Manchester d’Italia”. Una definizione che trovò la sua espressione nella Fabbrica Alta, edificata da Alessandro Rossi secondo lo stile dei grandi lanifici inglesi e ritenuta oggi da più parti il monumento più significativo del patrimonio industriale italiano. Rossi non si limitò a portare nella sua Schio l’industria ma, sempre seguendo e migliorando le esperienze d’Europa, costruì un intero quartiere per i suoi operai dotato di servizi e infrastrutture, cercando il più possibile, anche nell’aspetto urbanistico, di rendere la vita dei lavoratori più confortevole, più sana e culturalmente vivace. Schio e il territorio circostante sono pieni di testimonianze dell’era industriale, riconducibili non sono alla Lanerossi. Nella vicina Valdagno un’esperienza simile venne condotta dai conti Marzotto, la cui azienda è oggi il primo produttore tessile italiano.

San Leucio

La Colonia di San Leucio Fonte: http://www.realcasadiborbone.it

Questa frazione di Caserta è una delle prime testimonianze dell’avvento dell’industria nella nostra penisola. Può sembrare strano a molti ma, come vedremo anche nel post successivo, il Regno di Napoli era una della realtà più all’avanguardia sotto certi aspetti e quindi meglio preparata ad accogliere le innovazioni. Fino al 1778 San Leucio era solo un ritiro del re Ferdinando IV che vi si rifugiava quando non ne poteva più di stare nella sottostante reggia: un giorno di dicembre suo figlio, il principe ereditario Carlo Tito, morì e il re decise, per il dolore, di costruire un ospizio per poveri. Per non tenerli in ozio, decise di impiantare a San Leucio un opificio per la produzione di seta di alta qualità, con la collaborazione di alcune imprese del Nord Italia. Ben presto il nome San Leucio divenne sinonimo della miglior seta al mondo e i tessuti casertani sono oggi nelle più importanti corti reali al mondo e nei principali palazzi del potere. Con l’incremento della produzione aumentò costantemente il numero degli operai e i Borbone provvidero a dotare la colonia di abitazioni, chiesa, strutture per il tempo libero. I lavoratori di San Leucio (o meglio, i loro figli) furono i primi a beneficiare dell’istruzione gratuita in Italia, che iniziava a 6 anni.

Oggi la produzione della seta di qualità continua grazie ad alcune aziende, ma la maggior parte ha chiuso negli ultimi anni per delocalizzare. Il rilancio di San Leucio, che fa parte insieme alla Reggia di Caserta di un sito patrimonio UNESCO, parte anche dalla sua valorizzazione turistica. Nella fabbrica costruita da Ferdinando IV si trova oggi il Museo della Seta, dove viene raccontata la storia industriale e sociale di questa piccola località affacciata sugli splendidi giardini della più bella reggia italiana.

Pietrarsa

Parco Dora Spina 3 (ex acciaierie FIAT-Teksid) di Jacopo Ibello
Parco Dora Spina 3 (ex acciaierie FIAT-Teksid)
di Jacopo Ibello

Come già detto in precedenza, l’idea di un sud arretrato rispetto al resto della penisola non corrispondeva a verità nel periodo pre-unitario. Basti pensare al Polo siderurgico di Mongiana in Calabria, realizzato dai Borbone nel 1771 per la produzione di semilavorati ferrosi e armamenti. Mongiana rimase il principale polo industriale del Regno delle Due Sicilie fino all’apertura delle Officine di Pietrarsa nel 1840. Questo gigantesco complesso segnò il passaggio di Napoli, all’epoca una delle città più grandi del mondo, all’era industriale, ponendola all’avanguardia a livello italiano sotto questo punto di vista. La costruzione di Pietrarsa è legata a un’importante punto di svolta per l’Italia: la realizzazione della prima ferrovia italiana, la Napoli-Portici, nel 1839. Le Officine avevano come scopo la produzione di materiale rotabile e rotaie. Anche dopo l’Unità Pietrarsa, che nel 1860 con oltre 1100 operai era la più grande fabbrica metalmeccanica italiana, mantenne una posizione di leadership a livello nazionale soprattutto per la costruzione e la riparazione di locomotive a vapore, a cui si aggiunse la produzione di materiale bellico, in particolare durante le due guerre mondiali. La specializzazione nel vapore fu fatale a Pietrarsa dopo la Seconda Guerra Mondiale, con l’affermazione della trazione elettrica e del diesel. Le grandi officine borboniche chiusero i battenti definitivamente nel 1975.

Ma presto ricominciò una nuova vita: le Ferrovie dello Stato si resero conto dell’opportunità che questo stabilimento, collocato sul mare in una delle più belle baie del mondo, poteva offrire. Dopo un lungo restauro (in parte controverso, con l’abbattimento del capannone più grande), nel 1989 Pietrarsa riaprì come Museo Nazionale Ferroviario. In uno scenario paesaggistico e industriale unico, il visitatore oggi può scoprire due secoli di avventura ferroviaria italiana, a partire dalla ricostruzione fedele della Bayard, la locomotiva che trainò le carrozze con a bordo la corte reale il 3 ottobre 1939, il giorno del viaggio inaugurale della Napoli-Portici. La colossale statua di Ferdinando II, forgiata in ghisa proprio dalle officine, ricorda a tutti l’avanguardia tecnologica raggiunta da Napoli e dall’Italia meridionale oltre 150 anni fa, un primato ormai andato smarrito da lungo tempo.

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