FORCONI e DISAGIO SOCIALE – la geografia di un’ITALIA INCERTA, CONFUSA, con il dramma della POVERTA’ che cresce – Il RAPPORTO CENSIS fotografa un Paese malato, alla ricerca di una nuova CLASSE DIRIGENTE – Il CASO NORDEST e di come “vendere” meglio il proprio ingegno e prodotti

SCONTRI A TORINO IL 10 DICEMBRE SCORSO (foto da www.huffingtonpost.it)
SCONTRI A TORINO IL 10 DICEMBRE SCORSO (foto da http://www.huffingtonpost.it)

   Fa una certa impressione vedere le manifestazioni di questi giorni: che esprimono disagi e incertezze di classi sociali assai diverse fra loro, che mai forse si sono incontrate, ora scomposte e confusamente incazzate; chi lo fa forse strumentalmente (neofascisti, provocatori…), ma la maggior parte con onesta voglia di protestare e gridare le proprie difficoltà di adesso, di questi ultimi anni. E fa specie, in questa protesta senza obiettivi e richieste chiare, immediate (se non il grido contro i politici: “mandiamoli a casa!”), fa specie che la protesta sia prevalentemente formata da chi, forse, fino a qualche anno fa poteva vantare condizioni di vita e benessere superiori alla media (imprenditori, artigiani…) e che ora sono tra le prime vittime della crisi economica diffusa, che fa chiudere imprese, laboratori, negozi… Il lavoro che diminuisce, sparisce, per lavoratori autonomi e dipendenti. Una dilagante incertezza sul futuro dell’Italia.

   Se il fenomeno di depressione economica, che dura da sei anni ormai, è un fenomeno che interessa quasi tutto il pianeta (una crisi globale), le statistiche e gli studi (come il RAPPORTO CENSIS reso noto ai primi di dicembre) e la percezione generale di chi conosce realtà extranazionali, è che il nostro Paese “paga di più” la crisi, cioè non riesce a reagire e a far avanzare un progetto nuovo. L’unica “consolazione”, dice il Censis, è che in Italia esiste una “protezione famigliare” e in parte pubblica (casa di proprietà, piccoli risparmi famigliari ancora presenti, welfare sanitario, pensioni, cassa integrazione, indennità di mobilità o disoccupazione…) che altri paesi è minore o non c’è (questo per quel che vale nella media statistica, oltre ogni condizione personale, individuale…).

Il report annuale sulla situazione sociale dell'Italia punta i riflettori sulla classe dirigente, che "usa annunci drammatici e manovre complicate per restare la sola titolare della gestione" della congiuntura economica. E riporta dati allarmanti su tutti i fronti, dalla disoccupazione record ai consumi tornati indietro di dieci anni
Il report annuale sulla situazione sociale dell’Italia punta i riflettori sulla classe dirigente, che “usa annunci drammatici e manovre complicate per restare la sola titolare della gestione” della congiuntura economica. E riporta dati allarmanti su tutti i fronti, dalla disoccupazione record ai consumi tornati indietro di dieci anni

   Seppur tanti ci provino ad uscire dall’impasse, a inventarsi cose nuove, a livello imprenditoriale, culturale…il declino continua, e pare inarrestabile. Ma, sempre secondo lo studio del Censis, è una classe politica adeguata che manca: ancor di più, è mediocre la classe dirigente emanazione spesso della stessa classe politica: classe dirigente che gestisce i centri di potere (banche, industrie, ministeri, regioni…), e che viene a dimostrarsi del tutto incapace di dare una spinta innovativa, propulsiva, di risollevamento dalla condizione statica e paludosa del nostro vivere (economico, scientifico, culturale, sociale…).

   Pertanto pare che ci sia chi si dà da fare; e chi no: che solo si preoccupa a salvaguardare la sua rendita di posizione acquisita e null’altro. E’ un po’ uno dei temi che ritorna, che trovate in alcuni articoli di questo post: in particolare nel rapporto Censis 2013 pubblicato in questi giorni, oltreché dalle analisi che vi proponiamo di un sociologo, Aldo Bonomi, che nei suoi studi connette sempre la realtà economico-sociale alle condizione del territorio, dei luoghi geografici dove i fenomeni avvengono (e per questo si configura bene il suo pensiero e le sue osservazione alla visione geografica del mondo e degli accadimenti che si propone questo blog).

   E il rapporto Censis sottolinea proprio che la condizione generale e la dimensione delle classi sociale è saltata: ora abbiamo la dimensione degli indebitati, dei precari, dei rancorosi, degli incazzati, dei depressi. E, appunto, sottolinea che il primo problema è proprio dato da una classe dirigente inadeguata, che “usa annunci drammatici e manovre complicate per restare la sola titolare della gestione” della congiuntura economica. E uno dei fenomeni più preoccupanti sono i giovani: alcuni (tanti) decidono di andare all’estero, abbandonare l’Italia che non dà più speranza di futuro, e se ne vanno all’estero, non credono più in questo Paese (la “fuga” degli italiani all’estero non conosce soste).

Il crash economico-finanziario è iniziato nel 2007-2008 e continuerà a lungo. Qui siamo. Ma non dobbiamo perdere l'abitudine allo sguardo lungo, e in profondità, sulla trasformazione. Quella del LAVORO che coinvolge direttamente il RAPPORTO CON I "TERRITORI" E CON LE "ISTITUZIONI". A partire da questa triangolazione è possibile intravvedere un nuovo orizzonte per la "politica". Non è teoria, è pratica. Si afferma nella DIFESA DEI "BENI COMUNI", oppure nell'IMPEGNO PER NUOVI MODELLI DI SVILUPPO ESTRANEI AI FARAONICI PROGETTI DELLE "GRANDI OPERE". Per BONOMI si riconosce SEMPRE MENO nell' "antropologia economica delle 3C: CAPANNONI-COMUNITÀ-CAMPANILE". (Giuseppe Allegri e Roberto Ciccarelli, da MICROMEGA, 18/9/2013)
Il crash economico-finanziario è iniziato nel 2007-2008 e continuerà a lungo. Qui siamo. Ma non dobbiamo perdere l’abitudine allo sguardo lungo, e in profondità, sulla trasformazione. Quella del LAVORO che coinvolge direttamente il RAPPORTO CON I “TERRITORI” E CON LE “ISTITUZIONI”. A partire da questa triangolazione è possibile intravvedere un nuovo orizzonte per la “politica”. Non è teoria, è pratica. Si afferma nella DIFESA DEI “BENI COMUNI”, oppure nell’IMPEGNO PER NUOVI MODELLI DI SVILUPPO ESTRANEI AI FARAONICI PROGETTI DELLE “GRANDI OPERE”. Per BONOMI si riconosce SEMPRE MENO nell’ “antropologia economica delle 3C: CAPANNONI-COMUNITÀ-CAMPANILE”. (Giuseppe Allegri e Roberto Ciccarelli, da MICROMEGA, 18/9/2013)

   Uno sconforto collettivo di fronte al permanere dei pericoli di ulteriore decadimento, catastrofe. Fa specie che persone di grande valore e capacità, ora perlopiù se ne stanno ai margini, sono fuorigioco, non sanno cosa fare e che fare. E gli occupati, chi ha la fortuna di avere un lavoro, è convinto (sempre nell’analisi del Censis) che nel prossimo immediato futuro la propria condizione lavorativa peggiorerà: prevede un taglio della busta paga, se va bene, se non di perdere il posto di lavoro.

   E in questo contesto difficile è sintomatico che le imprese che nascono siano perlopiù di immigrati, “costretti” a crederci, a trovare soluzioni lavorative: forse abbiamo molto da imparare dalla loro tenacia, voglia di fare e trovare soluzioni positive.

   Il senso geografico dei luoghi diversi l’un l’altro, incredibilmente ricchi di risorse intellettuali, di paesaggi e ambienti che la nostra penisola italica ci ha dato in dono, sono nelle nostre mani per risollevarsi, risollevarci; per credere che si possa tornare a un solido e realistico benessere. Fatto adesso non più di sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali, dei territori e dei paesaggi, ma invece dato dalla conservazione e dal virtuoso impiego e valorizzazione della nostra terra, oltreché dall’ingegno che vi si trova (artigiano, imprenditivo, culturale…). E pare che questa cosa sia più che possibile. Basta mettersi in gioco, per le capacità specifiche che ciascuno ha, conosce di se stesso, e può impiegarle positivamente per se e per gli altri. (s.m.)

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FORCONI, ALDO BONOMI: “SONO L’ITALIA CHE NON C’È PIÙ, TRAVOLTA DALLA CRISI”

di Laura Eduati, dal sito www.huffingtonpost.it/ del 12/12/2013

   “Questi sono i costi sociali di una crisi selettiva e di una politica chiamata austerità. Invece di cominciare con le solite manfrine la politica dovrebbe mettere in agenda la soluzione dei problemi”. Aldo Bonomi, sociologo, non è affatto sorpreso dalla rabbia dei forconi. “Da anni descriviamo il disagio della piccola borghesia. Ora questa massa critica ha fatto condensa”.

   La crisi che colpisce l’Italia per il sesto anno consecutivo ha causato, spiega Bonomi, la “desertificazione” di intere aree produttive improntate al fordismo e al post-fordismo. Specialmente al Nord. Ed è inutile, dice, tentare di analizzare minuziosamente il sentimento politico eversivo che animerebbero queste mobilitazioni, che per alcuni sono manipolate dall’estrema destra e dalla mafia: “Questo non è un talk show dove invitiamo gli ospiti con un etichetta precisa: destra, sinistra, precario, operaio, imprenditore. Un tempo bastava conoscere il mestiere che uno svolgeva per capire quale partito avrebbe votato. Oggi le classi non funzionano più. Oggi parliamo di arrabbiati, rancorosi, depressi”.

   Alla crisi del capitalismo molecolare e dei mestieri nati con il postfordismo italico Bonomi ha dedicato il suo ultimo saggio “Il capitalismo in-finito” (Einaudi).

– Barricate improvvise, blocchi del traffico, sassaiole, negozi chiusi a suon di minacce. Professor Bonomi, cosa sta succedendo?
È il risultato della desertificazione in alcune componenti della società. Non a caso le proteste più imponenti avvengono dove sono terminati i lunghi cicli dell’economia come il fordismo – pensiamo a Torino e Genova, le uniche due città un tempo autenticamente fordiste – e il postfordismo del Nordest con le sue micro-imprese ormai al collasso. La crisi di questi modelli ha un impatto sociale molto forte e dopo sei anni di autentico impoverimento non sorprende che esploda la rabbia.

– Chi sono i protagonisti del movimento dei Forconi?
   Sono soprattutto le persone che patiscono la fine del postfordismo italico. I piccoli imprenditori di quello che ho ribattezzato “capitalismo molecolare”, il piccolo commercio diffuso, i commercianti, i bancarellari, gli ambulanti, la logistica minuta e cioè i padroncini, i camionisti.

   Una moltitudine rancorosa appartenente a un modello economico che sta sparendo, una piccola borghesia pesantemente stressata dal fisco e impoverita dalla crisi che come sociologo non intercetto alle porte dei sindacati o delle associazioni di categoria, bensì alla mensa della Caritas.

   Un luogo dove naturalmente arrivano disoccupati e cassintegrati, ma anche appartenenti a quella composizione sociale che definirei “non più”: non più negozianti, non più commercianti, non più piccoli imprenditori. Sono anni che raccontiamo questo disagio e diamo l’allarme. E ora questa massa critica ha fatto condensa.

– Pensa che queste proteste possano essere manipolate da forze di estrema destra o dalla mafia?
   Invito a guardare la luna, non il dito. Ecco perché non mi interessa, per il momento, andare a capire cosa c’è dietro la rivolta. Si pensava che il ciclo dei costi sociali non sarebbe arrivato? Questi sono i costi sociali di una crisi selettiva e di una politica chiamata austerità.

   Invece di cominciare con le solite manfrine la politica dovrebbe mettere in agenda la soluzione dei problemi. È un invito che rivolgo anche alle forze economiche dinamiche: non è possibile occuparsi soltanto dell’economia del “non ancora” – start up e così via – senza risolvere il problema del “non è più”.

   Il Viminale parla di mobilitazioni «uniche nel loro genere perché basate su azioni sporadiche e presidii improvvisi in diversi punti». Anche questo è un cambiamento nella modalità di manifestare il dissenso?
Questo non è un talk show dove possiamo invitare i rappresentanti delle categorie attribuendo le solite etichette “operaio”, “imprenditore”, “destra”, “sinistra”, “giovane precario”. Semplicemente perché queste etichette non valgono. Una volta bastava indicare il lavoro che uno svolgeva per comprendere quale fosse il suo universo politico e valoriale di riferimento.

   Oggi invece occorre scavare a fondo, la dimensione delle classi sociali è saltata, ora abbiamo la dimensione degli indebitati, dei precari, dei rancorosi, degli incazzati, dei depressi. E penso che gli italiani capiscano la depressione che anima queste proteste, per questo non si lamentano dei blocchi che devono subire.

– Grillo, la Lega e Berlusconi cercano di intepretare le ragioni della protesta. Cosa ne pensa?
   Non voglio entrare in una discussione politica. Ma è chiaro che i politici, i sindacati, i mass media sono delegittimati. C’è una crisi di rappresentanza e le figure di riferimento sono cambiate. La crisi dei partiti è evidente, c’è una diaspora sia dalle formazioni politiche che dalle associazioni sindacali tradizionali.

   Gli strumenti con i quali eravamo abituati a capire la realtà sono in parte inadeguati, il conflitto è molecolarizzato e non segue più la linea classica (disagio, organizzazione delle lamentele da parte delle associazioni, richiesta a Palazzo Chigi di cambiare la situazione). E la differenza con il passato è che un tempo la legge finanziaria dispensava aiuti e spese, mentre oggi la legge di stabilità definisce unicamente tagli. Il governo non riconosce questa rivolta, non sa nemmeno quale faccia abbia.

– L’austerità ha causato proteste in molti Paesi. Il movimento dei Forconi può essere originato anche dalla enorme crisi di credibilità della classe politica italiana?
   Di italiano vedo la crisi drammatica di un capitalismo di territorio. Un problema reale.

(intervista di Laura Eduati)

FORCONI, PROTESTA A MONTECITORIO
FORCONI, PROTESTA A MONTECITORIO

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RAPPORTO CENSIS 2013, L’ACCUSA A POLITICI E BANCHIERI: “USANO LA CRISI PER LEGITTIMARSI”

di Francesco Tamburini, 6/12/2013 da IL FATTO QUOTIDIANO

– Il report annuale sulla situazione sociale dell’Italia punta i riflettori sulla classe dirigente, che “usa annunci drammatici e manovre complicate per restare la sola titolare della gestione” della congiuntura economica. E riporta dati allarmanti su tutti i fronti, dalla disoccupazione record ai consumi tornati indietro di dieci anni

   Fare leva sulle difficoltà degli italiani per salvare le poltrone. E’ l’accusa rivolta dal rapporto annuale del Censis alla “classe dirigente italiana”, che “tende a ricercare la sua legittimazione nell’impegno a dare stabilità al sistema, magari partendo da annunci drammatici, decreti salvifici e complicate manovre che hanno la sola motivazione e il solo effetto di far restare essa stessa la sola titolare della gestione della crisi“.

   Negli ultimi mesi si sono imposte così nella dialettica sociale e politica “TRE TEMATICHE che sembrano onnipotenti nello spiegare la situazione del Paese: la prima è che L’ITALIA È SULL’ORLO DELL’ABISSO, la seconda è che i pericoli maggiori derivano dal GRAVE STATO DI INSTABILITÀ e la terza è che NON ABBIAMO UNA CLASSE DIRIGENTE ADEGUATA a evitare il pericolo del baratro”.COP APERTA 47ok

   Criticità che sono confermate all’interno del dossier sulla situazione sociale del Paese, con dati allarmanti su tutti i fronti, dalla disoccupazione record ai consumi tornati indietro di dieci anni.

ITALIANI INFELICI, MENTRE LA FURBIZIA È GENERALIZZATA

“Non si illumina una realtà sociale con questi atteggiamenti ed è impossibile pensare a un cambiamento”, precisa il rapporto, perché “la classe dirigente non può e non vuole uscire dalla implicita ma ambigua scelta di drammatizzare la crisi per gestirla: una tentazione che peraltro vale per tutti, politici come amministratori pubblici, banchieri come opinionisti”.

   Un atteggiamento che porta a uno “sconforto continuato” tra gli italiani, con conseguenze dirette sulla società, sempre più “sciapa“, dove circola “troppa accidia, furbizia generalizzata, disabitudine al lavoro ed evasione fiscale” e dove si diventa “malcontenti e infelici”, sotto il peso di un “inatteso ampliamento delle diseguaglianze sociali“.

   Il rapporto del CENTRO STUDI INVESTIMENTI SOCIALI (CENSIS), guidato da Giuseppe De Rita, dedica un passaggio alla “coazione alla stabilità”, che “non può certamente coprire lo sconforto collettivo di fronte al permanere dei pericoli di catastrofe” e che ha portato in un momento critico “a una tale paura del conflitto da sfociare in una ‘reinfetazione’ delle forze politiche nelle responsabilità del presidente della Repubblica”, anche se “non si è avuta adeguata coscienza” che una mossa di questo tipo fosse “un grande incubatore di disturbi essenziali e di sistema”.

   Di fronte a uno scenario simile, in altri periodi sarebbe scattato l’orgoglio dei cittadini che si ponevano come “soggetto di autonoma responsabilità collettiva”, ma questa volta “sempre più in ombra appare la società civile che verosimilmente ha consumato il suo orgoglio in illusorie ambizioni di una superiorità morale utilizzata come strumento politico”.

L’AVVITAMENTO DELLA POLITICA NELLA SPIRALE DELLA CRISI
Il rapporto dedica un paragrafo all’”avvitamento della politica“, sottolineando che “negli ultimi 12 mesi i governi che si sono avvicendati hanno emanato oltre 660 provvedimenti di attuazione delle varie leggi di riforma, mentre la quota di quelli effettivamente adottati è stata pari a circa un terzo”.

   Il dossier arriva così alla conclusione che “il paradosso della moltiplicazione degli interventi di riforma, cui però si associa la percezione di un’insufficienza di tali provvedimenti rispetto alla spirale drammatica della crisi economica e sociale, è il segnale di un’incompiuta riconfigurazione della scala e della dimensione d’intervento fra i diversi livelli di governo”.

   Non sorprende quindi che “gli italiani sono sicuramente molto meno attivi della media dei cittadini europei per quanto concerne il coinvolgimento nei processi decisionali pubblici”, al punto che “più di un quarto dei cittadini manifesta una lontananza pressoché totale dalla dimensione politica”.

LE SPESE DELLE FAMIGLIE TORNANO INDIETRO DI DIECI ANNI
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Nel 2013 le spese delle famiglie sono tornate indietro di oltre dieci anni. I tagli sono evidenti soprattutto al supermercato: il 48,6% dei cittadini dichiara di avere MUTATO INTENZIONALMENTE LE ABITUDINI ALIMENTARI cercando di risparmiare.

   E il paragone con gli altri Paesi europei è evidente: il 76% degli italiani dà la CACCIA ALLE PROMOZIONI, contro il 43% della media europea. Risparmi anche sulla BENZINA. Oltre il 53% ha ridotto gli spostamenti in auto e moto in 24 mesi e il 68% ha dato un TAGLIO A CINEMA E SVAGO.

   Ma i risparmi non bastano ad affrontare neanche le spese più essenziali. Per il 72,8% delle famiglie un’improvvisa malattia sarebbe infatti un grave problema da finanziare, mentre il pagamento delle bollette mette in difficoltà oltre un italiano su cinque.

   Il rapporto del Censis conferma che il NODO PRINCIPALE resta l’OCCUPAZIONE.

   “Il 2013 si chiude con la sensazione di una dilagante incertezza sul futuro del lavoro in Italia”, spiega il dossier, sottolineando che un quarto degli occupati è convinto che nei primi mesi del 2014 la propria condizione lavorativa peggiorerà, il 14,3% prevede un taglio della busta paga e un altro 14% teme di perdere il posto. Il trend, d’altronde, è già evidente. Sono quasi 6 milioni gli occupati che nell’ultimo anno si sono trovati a fare i conti con “situazioni di precarietà lavorativa“, un’area di disagio che rappresenta oltre un quarto della forza lavoro. A farne le spese sono soprattutto i più giovani, ma anche la fascia compresa tra i 35 e i 44 anni.

BOOM DI IMPRENDITORI IMMIGRATI, MENTRE GLI ITALIANI SI FANNO DA PARTE
Per uscire dalla spirale della crisi il Censis invita a riconsiderare il ruolo degli IMMIGRATI, definendoli “un VOLANO”. “Di fronte alle difficoltà di trovare un lavoro dipendente, costretti a lavorare per restare in Italia, gli stranieri si assumono il rischio di aprire nuove imprese“, spiega il rapporto, sottolineando che gli imprenditori italiani sono calati del 4,4% dal 2009 al 2012, mentre i titolari d’impresa nati all’estero sono aumentati del 16,5 per cento.

   Sempre per quanto riguarda gli immigrati c’è poi un dato che invece preoccupa il Censis. Gli extracomunitari di età superiore ai 64 anni sono aumentati del 91% negli ultimi otto anni. Ora rappresentano solo lo 0,7% del totale degli anziani che vivono all’interno del Paese, ma lo scenario è destinato a cambiare: nel 2020 saranno il 4,4% del totale e nel 2040 saranno oltre un milione e mezzo, portando una “significativa richiesta di servizi sociali“.

   Cambia quindi la situazione degli immigrati, mentre i problemi del Paese restano i soliti.

   A partire dall’istruzione. “L’affanno che gli atenei mostrano nei confronti internazionali è la conseguenza di un sistema universitario per certi versi troppo provinciale”, avverte il dossier. “Le università italiane stentano quindi a collocarsi all’interno delle reti internazionali di ricerca”, poiché la “prevalente connotazione locale” pesa sulla “reputazione internazionale”. Non c’è da stupirsi, quindi, se i dati sull’istruzione continuano a preoccupare, con il “21,7% della popolazione italiana oltre i 15 anni che ancora oggi possiede al massimo la licenza elementare”.

   Nel frattempo LA “FUGA” DEGLI ITALIANI ALL’ESTERO NON CONOSCE SOSTE: nell’ultimo decennio il numero di chi ha trasferito la residenza è più che raddoppiato, da 50mila a 106mila. Ma è stato soprattutto nel 2012 che l’incremento ha visto un boom: +28,8% tra il 2011 e il 2012. Sono soprattutto giovani: il 54,1% ha meno di 35 anni.

I PROBLEMI IRRISOLTI: DAL MERIDIONE AI GRANDI PROGETTI URBANI
Un problema che rimane “irrisolto” è anche quello del Meridione. “Forte è l’impressione che da ogni programma politico la questione meridionale sia stata di fatto derubricata”, avverte il report.

   I dati parlano chiaro: l’incidenza del Pil del Mezzogiorno su quello nazionale è scesa di un punto percentuale dal 2007 al 2012, così come i dati occupazionali restano sensibilmente inferiori al Sud, dove sono a rischio povertà 39 famiglie su 100 a fronte di una media nazionale del 24,6 per cento.

   Al punto che “l’Italia appare tra i sistemi dell’Eurozona quello in cui sono più rilevanti le disuguaglianze territoriali“. Resta poi il problema del “lungo travaglio dei grandi progetti urbani“, poiché “la difficoltà di portare a realizzare alcune grandi operazioni progettate ormai in un’altra fase storica” costituisce “senza dubbio” una componente importante della fase critica che stiamo attraversando.

   Non bisogna infine trascurare IL VIZIO DELLE MAZZETTE. “l’indice di Transparency International, che misura la percezione della corruzione nel settore pubblico e politico, posiziona l’Italia al 72esimo posto nel mondo su 147 Paesi”, ricorda il rapporto, “e se guardiamo all’Europa l’Italia è in fondo alla classifica, davanti alle sole Bulgaria e Grecia”. Con un impatto “devastante” anche sull’economia. Secondo la Banca mondiale nel mondo ogni anno vengono infatti pagati più di mille miliardi di dollari in tangenti, una cifra che è di 50-60 miliardi per quanto riguarda l’Italia. (Francesco Tamburini)

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COS’E’ IL CENSIS

Il CENSIS, Centro Studi Investimenti Sociali, è un istituto di ricerca socioeconomica fondato nel 1964. Nell’anno 1973, grazie alla partecipazione di alcuni enti pubblici e privati, è diventato una Fondazione. Da oltre quarant’anni svolge attività di studio e consulenza nei settori della società italiana, ovvero nella formazione, nel lavoro, nel welfare, nell’ambiente, nell’economia e la cultura.   I suoi clienti sono essenzialmente gli apparati centrali e periferici dello Stato (Ministeri), enti locali (Comuni, Province e Regioni) ma anche grandi aziende sia private che pubbliche e organismi nazionali e internazionali.  Le sue pubblicazioni sono molto autorevoli e vengono prese in considerazione per la stesura di programmi di sviluppo a lunga scadenza.  Dal 1974 il sociologo Giuseppe De Rita è presidente della fondazione, mentre dal 1993 Giuseppe Roma ne è Direttore Generale. (Wikipedia)

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MANIFATTURA ALLEATA AGLI «SMANETTONI» PER IL NUOVO NORDEST

di Aldo Bonomi, da “Microcosmi” de “Il Sole 24ore” del 15/9/2013

   Da tempo sostengo che il mitico Nordest dell’impresa diffusa, molecolare e proliferante non esiste più nella sua antropologia economica delle 3C: CAMPANILE-COMUNITÀ-CAPANNONE.
La metamorfosi territoriale rimanda al consolidamento delle IMPRESE A RETI LUNGHE che vanno oltre lo spazio di posizione locale (ricordiamo che secondo una ricerca della Fondazione Nord Est del 2012 oltre il 33% delle imprese nordestine è internazionalizzato in modo stabile e strutturato) ma anche all’intelligenza sociale diffusa, ai saperi progettuali e terziari che sono cresciuti e ragionano sul destino e sulla rappresentazione del Nord est che verrà.
Ne ho avuto un esempio recente partecipando al festival “Comodamente” a Vittorio Veneto. Si era partiti anni fa ponendo il tema, anticipando la crisi, del riuso e della riprogettazione dei capannoni abbandonati, per poi passare al RIPROGETTARE L’ABITARE e il vivere la pedemontana veneta come asse di un’area in divenire, nel suo configurarsi in geocomunità con meno capannoni, centri commerciali, villette a schiera e più manutenzione dei centri storici e della qualità della vita. Nell’ultima edizione l’animatore della manifestazione, il giovane architetto Claudio Bertorelli, ha destrutturato la formula festival (nomi noti, una piazza o un teatro e via andare, che mi pare abbia fatto il suo tempo con la sua maieutica dall’alto).

   Partendo dallo slogan di resilienza “la terra non mente”, ha distribuito in una miriade di micro eventi, chiamando a partecipare tutta la città, giornate di saperi interroganti sul come portare i fondamentali, la terra e il territorio, nell’ipermodernità che avanza anche col passo pesante della crisi. La traccia da seguire era il come costruire un territorio sostenibile, intelligente, inclusivo: un’idea di SMART LAND presentata da Roberto Masiero in un intreccio operoso tra università, la piccola Fondazione Francesco Fabbri di Pieve di Soligo e il territorio.

   Una manna concettuale per me che sostengo che anche un dramma tutto fordista come l’Ilva di Taranto si può affrontare solo con logiche di smart area, e utile in tempi in cui l’Europa matrigna dei parametri finanziari pare essere sensibile al tema delle smart city. Qui si è riproposto e riletto con la metafora smart land l’adagio braudeliano città ricca-campagna florida e le polarità della modernità città-contado, crescita-sviluppo. Partendo da parole chiave che intrecciano i fondamenti, la storia, le tradizioni con la metamorfosi che avanza.

   La cittadinanza che parte dai luoghi e si fa attiva con forme di partecipazione e condivisione dal basso di progetti di sviluppo in interazione con amministrazioni e forze locali. Uno sviluppo che incorpora il sapere diffuso e condiviso che le imprese possono utilizzare per aumentare la competitività e creare nuova occupazione. Delineando così UN’ALLEANZA NON PIÙ SOLO TRA PRODUTTORI MA TRA MANIFATTURA E SMANETTONI. La gestione dell’energia diffusa e articolata promuovendo azioni di cogenerazione e di generazione distribuita facilitando investimenti nelle energie rinnovabili.

   Una mobilità basata su una logistica soft non per chiudersi ma per aprirsi verso le aree limitrofe e con le reti della grande mobilità extraurbana. L’ECONOMIA CON AL CENTRO L’IMPRESA E IL TERRITORIO con un sistema della formazione di sostegno alla creatività, alle start up e a laboratori di idee. L’identità, tema non da poco nel nord est, diventa pluridentità territoriale ambientale economica paesaggistica e produttiva, resiliente ma aperta al mondo.

   I SAPERI, LA CONOSCENZA E LA CULTURA sono nodi di reti che alimentano una nuova composizione sociale terziaria sui territori, diffusa nelle attività produttive, nell’artigianato coinvolgendo L’ALTA FORMAZIONE PRESENTE SUL TERRITORIO.

   Si tratteggia così UN PAESAGGIO SOCIALE in grado di incorporare anche il paesaggio e la bellezza del territorio, non solo come conservazione ma puntando al risparmio di suolo, sin troppo mangiato dai capannoni, la bonifica delle aree dismesse e la loro riprogettazione.

   Ho pensato a questa mia puntata a Nord est di fronte ad un interrogativo che un lettore attento dei microcosmi, uno dei tanti giovani italiani che si è realizzato altrove, Stefano Arnaldi direttore della cultura per il territorio della Loire en Rhône-Alpes, mi pone in merito al processo di riposizionamento dei territori, delle regioni, delle città in un orizzonte 2040, aggiungendomi che in Francia, spesso presentato come un paese incapace di adattarsi alla mondializzazione a causa del peso della sua amministrazione centrale, è sempre più importante il fiorire e il moltiplicarsi delle marche territoriali.

   Queste marche oggi guidano le politiche di città come Lione, di regioni come la Bretagna o di territori come il Nord Pas de Calais. Così LILLE si propone come punto di riferimento e POLO DELLA CULTURA, il NORD PAS DE CALAIS si sta costituendo come Terra Delle Energie Rinnovabili, così ancora la BRETAGNA mette in bella mostra la propria identità attraverso tutte LE PRODUZIONI LOCALI.

   Il tutto accompagnato da uno studio (2012) realizzato dalla DATAR (Delegazione Interministeriale alla Pianificazione del territorio e all’attrattività regionale) intitolato “TERRITORIES 2040”. Non posso che rispondere che in Italia non sarà certo una programmazione dall’alto a ridisegnare l’Italia 2040.

   Sono anni che si discute di federalismo, di nuovi spazi di posizione territoriale, di ruolo delle Provincie e delle Regioni. Come sempre È DAL BASSO, DAI TERRITORI, dalla loro fibrillazione, dal loro sognare smart land che vengono tracce di speranza per affrontare la metamorfosi che porterà anche noi al 2040. (Aldo Bonomi)

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Sulla CREATIVITÀ e NUOVI MODI DI “VENDERE” i propri prodotti: 

I TRUCCHI DI MR. IKEA E IL «FILM DELLA VITA» CHE PIACE AGLI ITALIANI 

di Franco Poli, da VENEZIEPOST CULT www.nordesteuropa.it/, 7/12/2013

   La situazione italiana nel mercato del mobile è profondamente destabilizzata dalla presenza di un fuoriclasse svedese della produzione mobiliera che ha minato alle basi il rapporto fra consumatore e produzione italiana. Senza dare facili interpretazioni, bisogna pur dire che questo fuoriclasse era presente sul territorio italiano ed europeo ben prima della crisi che ci coinvolge oggi e trae da questa crisi ancora più vantaggi di prima…. PERCHÉ?
Il consenso del nostro fuoriclasse svedese nasce da un primo semplicissimo dato di fatto: I SUOI OGGETTI COSTANO MENO, molto meno di quello che noi siamo in grado di offrire (o almeno così sembra)…  Questo è ciò che vede e dice la gente…
Ma è vero? Quanto è vero? E come fa?
   Dobbiamo osservare prima di tutto che il consenso è bidirezionale: chi lo vuole ottenere deve fare una proposta ben mirata, per farlo deve conoscere cosa vuole il pubblico e capire cosa gli manca: questa è la prima direzione. Poi il pubblico deve trovare, capire e accettare la proposta… questa è la seconda direzione.
   Gli svedesi non propongono solo mobili ma una “stile di vita” che per noi è svedese (ma che in realtà e solo altro da noi): UNO STILE SANO E ONESTO e, permettetemi, più luterano che laico: uno stile familiare e chiaro con molti bimbi, tanti letti, divani e tappeti, una cucina salutare e luminosa, uno stile attento, amante della natura e dell’ambiente, uno stile dal decoro minimo ma molto decoroso ed etico… Pochissima o nessuna cultura!
ESATTEMENTE IL CONTRARIO DI QUELLO CHE PROPONIAMO NOI…
Manca nella lista l’aggettivo intelligente o “furbo” ma questo è il movente principale di chi sceglie la Svezia… Perché?
Il nostro compratore non è uno sprovveduto, ha già nella mente un’idea di arredamento, conosce bene le offerte di altri e ne conosce i prezzi (ma molto poco le ragioni) e soprattutto, dalla Svezia non si aspetta proposte innovative ma solo conferme di una sua tensione negativa.
   «Ma quanto mi devono costare questi accidenti di mobili!!??». Sin dal primo istante, quando entra nel mega-store, gli viene data conferma alla sua rabbia: quello che ha visto da un’altra parte, lì costa la metà quindi sono, gli svedesi, più onesti degli altri… almeno. Vede un sacco di gente con i carrelli: quindi non si sta sbagliando. Dopo essere stato confermato nella sua attesa e sentendosi nel posto giusto è appagato nella sua furbizia e cerca quello che gli serve. Trova molti oggetti già visti, cerca dettagli che può capire e li trova, nota i prezzi bassi e sorvola un po’ sulla qualità perché sa che, anche se durano meno, ti fa meno male buttarli via e viene rassicurato che non sono rifiuti tossici.
IL «FILM DELLA VITA» che viene rappresentato negli angoli pre-arredati è molto positivo e sano: racconta una vita familiare serena, onesta, intelligente e operosa. Un incanto…

   Mangia svedese e trova spazio per i bimbi, sedili per i bimbi, cibo per i bimbi e kinderheim con i giochi e un addetto che sorveglia i bimbi. Nessuna commessa con tacco 12 e minigonna, non c’è oro né luccicore né ornamenti idioti che nessuno si metterebbe in casa. Non c’è un solo ambiente ombroso o decadente. In più, ti trattano come uno che sa avvitarsi una vite da solo, che sa leggere le istruzioni e non come un ebete figlio di mamma. Si carica i mobili da solo nel suo SUV o nello Stationwagon che ha appena comprato e ne trova un senso.
Insomma: È UN UOMO E NON UN POLLO DA SPENNARE.
Ci pensa e decide che gli piace.
   A quel punto gli puoi vendere di tutto! infatti, gli svedesi, gli vendono proprio di tutto: dalla biancheria alla verdura, corredi domestici da cucina e ufficio, per terrazze e garages, per interni ed esterni, lampade e piccoli elettrodomestici, cibo e svago. Scommettiamo che fra un po’ venderanno anche veicoli e case… e banca etica?
   Ma dove è il trucco? Cerchiamo di capire, perché i trucchi sono tre o quattro:
– Il primo è l’economia di scala abbinato allo strangolamento del produttore (conosciamo qualche vittima anche in Italia) quindi l’oggetto costa davvero poco sin dall’inizio e non c’è richiesta né di qualità né di dettaglio, basta che assomigli a qualcosa che esiste già (qualcosa che ha qualità e dettaglio naturalmente).
– Il secondo è che non c’è l’enorme ricarico della distribuzione, ma gli store sono proprietari e pochi; chi arriva allo store in macchina e da lontano, ovviamente, non va mai via a mani vuote.
– Il terzo è che non c’è costo né di trasporto né di montaggio ma solo tante belle carte per le istruzioni e dei gran carrelloni per portare la merce alle macchine ben disposte in comodi parcheggi, il tutto vicino ai caselli dell’autostrada.
– Il quarto è che gli store sono anche Hub: magazzinoni dove la gente va a prendersi la merce direttamente allo scaffale di stoccaggio, con tre addetti che guardano e ti aiutano (ma se sbagli sono affari tuoi).
   Tutto questo è un costo importante per l’acquirente, ma non se ne accorge, va allo store come andasse a Gardaland dove c’è di tutto, proprio di tutto, tranne: accattivanti minigonne, luccicore baroccheggiante, ambienti bordellosi, videogiochi e alcoolici.
NON C’È CULTURA, MA NEPPURE ANTICULTURA. E questo piace molto non solo alla gente normale ma anche a quelli che si vogliono calare per un po’ in un mondo normale.
Cioè… tutti.
*Franco Poli è un designer. Collabora con aziende di successo come Poltrona Frau, Matteograssi, Tonon, Italcomma e Arcade. Fonda, negli Anni 90, la Camera Italiana del Design. Una delle sue riuscitissime opere, la Flying Chair di Montina, è record di leggerezza con i suoi 1300 grammi di legno. E’ esposta al The Denver Art Museum in Colorado. È stato docente di Design presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia fino al 1996, ed è visiting professor al Politecnico di Milano. Dal 1998 è di base a Verona.

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CERCASI MODERNI NARRATORI PER VENDERE CHILI DI CREATIVITÀ

di Eleonora Vallin, da VENEZIEPOST CULT (www.nordesteuropa.it ) del 7/12/2013

   Perfino Ikea, da noi ritenuta il massimo della standardizzazione e dei consumi di massa, con i suoi prodotti comunica una storia. Perché non dovremmo farlo noi?

   Con un distinguo: quello che comunica Ikea non è un’identità vera bensì l’immagine percepita: Ikea comunica e vende lo stile svedese non per com’è, ma per come viene visto dal di fuori la Svezia: semplice, pulito, attento all’universo famiglia, pratico e alla portata di tutti.

   Ed è questo il mondo Ikea. Un modello che è diventato business perché ha inventato per primo lo shop-magazzino, eliminando i costi logistici della distribuzione. Il cliente da solo va nel magazzino e si carica il pezzo-mobile scelto, lo porta a casa e lo assembla.

   Per l’azienda significa eliminare circa il 50% dei costi. Che significa permettersi prezzi più bassi. Non solo. Cosa compriamo all’Ikea? Mobili già visti altrove. Il divano che abbiamo testato a Chateaux d’Ax o la cucina Snaidero, per esempio. Li ritroviamo lì, simili se non identici, a un prezzo inferiore. Così prima facciamo il confronto, poi li acquistiamo direttamente senza più confrontarli andando prima in altri negozi.
   E’ LA RICETTA DELLA FAST FASHION imperante delle grandi catene di moda come Zara, H&M capaci di riassortire ogni settimana i prodotti con le ultime novità liberamente ispirate alle passerelle e ai grandi brand del lusso. Ma con un premium price. Tutto questo ben si allinea con la società consumistica che non prende più un prodotto per tutta la vita ma cambia velocemente anche nei gusti e quindi negli acquisti.
   Perché una riflessione di questo tipo? Perché l’Italia deve trovare il proprio modello commerciale-distributivo che necessariamente non sarà né quello Ikea né quello della fast fashion. Ed è qui il nodo della nostra industria che produce prima di tutto creatività. Sennò resteremo i migliori produttori di caffè del globo ma lasceremo a Starbucks l’onore di venderlo ovunque, a proprio marchio, diffondendo una cultura che non ha nulla a che fare con la bevanda italiana per eccellenza.
   La prima domanda da farsi, dunque, è: QUAL È L’IDENTITÀ CHE VOGLIAMO COMUNICARE E VENDERE? Ogni prodotto ha una storia e non resiste senza. Dobbiamo quindi, prima di tutto, capire chi siamo, da dove veniamo ma anche cosa siamo diventati oggi. Il nostro senso sarà il racconto chiaro di questa storia, capace di creare un’immagine di noi allineata. Fondamentale per la vendita.
   FACCIAMO UN ESEMPIO SU UN TERRITORIO che potenzialmente è una fucina di creatività. SCHIO è una piccola cittadina di periferia con una storia importante legata alla lana e all’industria tessile. Questo è il passato; UN PASSATO IMPORTANTE che oggi offre tanti spazi da recuperare e usare.

   Ma il presente ci dice che Schio vanta la prima santa nera d’Italia (Giuseppina Bakhita, proclamata nel 2000). Simbolo di un MULTICULTURALISMO, di una contaminazione di cui il paese fa fatica a rendersi conto. Eppure è così. Schio potrebbe essere un polo creativo fondamentale per aggregare intorno a sé una multiculturalità che viene anche da questa apertura al mondo che nemmeno i paesani sanno di avere.  Unendo la storia alla contemporaneità si creerebbe un nuovo racconto scledense. Narrare Schio in questo modo significa VENDERE UN PRODOTTO TURISTICO MA ANCHE ECONOMICO, capace di attrarre cervelli e capacità in un luogo dove in molti oggi, anziché vedere opportunità, vedono solo pedemontana e pioggia.
   Infine: cos’è la qualità se non un segno distintivo del made in Italy? La capacità di rispondere con soluzioni diverse e innovative a una domanda, risolvere un problema imboccando la strada più breve ma più performante. E questo avviene spontaneamente, per un accumulo di diverse culture stratificate nel Dna degli italiani.
   Noi siamo stati i creatori della Moka Bialetti e della Vespa, per citarne solo due. Ma più di qualcuno, tra gli esperti, mette in dubbio la nostra capacità di essere performanti come un tempo. Come mai? Forse perché ci siamo dimenticati lo studio e la cultura che stanno dietro un’idea. La velocità ha dato meno valore alle competenze: anni di formazione e di lavoro per creare un prodotto. Mesi di matita, sbagli, correzioni, affinamenti e perfezionamenti continui.

   E allora, ha ragione Antonio Calabrò, direttore della Fondazione Pirelli: «Se la forza nuova che l’Italia deve riscoprire è la soggettività della produzione e del consumo contro l’illusione e l’appiattimento di massa, è assai necessario e urgente un recupero di competenze e di credibilità di queste nell’era di internet». Dove più che un tweet, forse, vale ancora una bella inchiesta. (Eleonora Vallin)

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NORDEST (MA NON SOLO) E NUOVE VISIONI DI SVILUPPO:

LA FINE INTERMINABILE DEL CAPITALISMO

di Giuseppe Allegri e Roberto Ciccarelli, da MICROMEGA, 18/9/2013

In “Capitalismo in-finito”, Aldo Bonomi racconta l’ascesa e la caduta della borghesia diffusa del capitalismo molecolare e dei distretti industriali.

Dagli anni Ottanta, le sue quattromila imprese sono cresciute grazie al decentramento produttivo e alla riduzione della società italiana al “ceto medio”. Questa è stata la storia (anche) del Nord-Est, e del suo “capitalismo molecolare”.

Nel tempo questo modello è diventato l’oggetto di uno dei “miti” della produttività all’italiana. Oggi la crisi ha lasciato sul terreno una moltitudine di disoccupati e partite Iva che formano una sterminata massa di contoterzisti impoveriti. Diversi per status e per culture professionali dai precari maggioritari, ma come loro ridotti a un neo-proletariato definito anche da Bonomi “Quinto Stato”.
CHE COS’È IL QUINTO STATO
Categoria altamente composita, cresciuta sull’onda della “terziarizzazione” dell’economia, il Quinto Stato raccoglie tre habitus diversi: quello del capitalismo personale; il lavoro della conoscenza, culturale e creativo; quello dei servizi alla persona e della logistica.

   Più che rappresentare un soggetto unico, e omogeneo, il Quinto Stato è il nome del processo che ha progressivamente precarizzato i rapporti di lavoro, svuotato i territori e i rapporti produttivi. Questo processo ha investito tanto i precari tradizionali, quanto il lavoro autonomo professionale che Sergio Bologna ha definito di “seconda generazione”.
Bonomi non trascura la contraddizione interna al Quinto Stato, tra la lower middle class e il proletariato dei precari che non hanno nulla da spartire con i ricchi professionisti o gli attori della speculazione finanziaria. Tra di loro i legami sono tenui e, quando ci sono, il conflitto è aspro. In questo caso, parlare di “Quinto Stato” significa descrivere un orizzonte che contiene scandalose differenze di classe, ma anche una vita sociale aperta al conflitto.
La plasticità di una categoria che indica una condizione, e non solo un soggetto produttivo o contrattuale, impedisce di identificare il Quinto Stato solo in una classe creativa, un ceto professionale o imprenditoriale. Per noi il problema è emerso scrivendo “La furia dei cervelli”, un libro lungamente analizzato in “Capitalismo in-finito”. Oggi sappiamo che il Quinto Stato non allude solo allo status di una categoria professionale, ma incarna il futuro di un lavoro che sarà sempre più indipendente, intermittente e autonomo e già oggi indica la condizione di una vastissima porzione della forza-lavoro attiva, al di là delle nazionalità di riferimento.
Il Quinto Stato resta un motore della ricchezza, anche se viene disconosciuto dalle rappresentanze politiche, imprenditoriali o sindacali.
Questa è la situazione che sta emergendo in UNA CRISI CHE HA GIÀ DISTRUTTO OLTRE UN MILIONE DI POSTI DI FISSI IN ITALIA, ma NON HA CERTAMENTE CANCELLATO LA CAPACITÀ DI VIVERE IN MANIERA OPEROSA. Il Quinto Stato si definisce in base ad una capacità comune agli esseri umani e alle possibilità di affermarla sui territori e nelle città, indicati da Bonomi come i luoghi dove elaborare UN PROGETTO DI “GREEN SOCIETY” alternativo all’Europa dell’austerità.
COALIZIONI
Il Quinto Stato oggi è un processo discontinuo la cui finalità resta ancora da comprendere. Ciò non toglie che esso abbia caratterizzato i processi produttivi e sociali degli ultimi trent’anni. Politicamente si è espresso nel sindacalismo territoriale della Lega Nord o nel blocco sociale berlusconiano. Il Movimento 5 Stelle, anch’esso può essere considerato un’espressione del Quinto Stato, si limita a sostituire l’identificazione con il Capo Beppe Grillo al LEGAME ANCESTRALE CON UN TERRITORIO O ALL’AMBIZIONE DI GOVERNARE IL PAESE COME UNA RETE MEDIASET.
Questi limiti non dovrebbero tuttavia distogliere l’attenzione dal fatto che il Quinto Stato è anche un soggetto di riferimento per la politica. Bonomi sostiene che il suo futuro resta legato alla possibilità di costruire coalizioni tra le vittime e gli attori di un processo che ha cambiato radicalmente la società italiana.  Per realizzarle è necessaria una forza politica (e non solo un partito o un movimento personale) che abbiamo visto risvegliarsi nel LAVORO CULTURALE o nella DIFESA DEI BENI COMUNI, con la difficoltà di produrre risultati tangibili.
E tuttavia è difficile capire come costruire tali coalizioni. In due anni abbiamo assistito ad una frammentazione politica che ha portato i movimenti anti-austerity a dividersi in parti più piccole di un atomo. E non sappiamo se e quanto i soggetti del “fare impresa” di cui parla Bonomi si sentano rappresentati dalla Confindustria di Giorgio Squinzi che, al fondo, propone un rilancio della manifattura; la ripresa degli investimenti sulle energie fossili. Due aspetti che ci sembrano molto lontani da un progetto di “GREEN SOCIETY” e di ECO-SOSTENIBILITÀ.
Il lavoro autonomo, indipendente o precario è stato disarticolato dalla crisi, ha peggiorato la sua condizione socio-economica, non favorisce la sua partecipazione alla sfera pubblica.
UNA MISCELA ESPLOSIVA
Il crash economico-finanziario è iniziato nel 2007-2008 e continuerà a lungo. Qui siamo. Ma non dobbiamo perdere l’abitudine allo sguardo lungo, e in profondità, sulla trasformazione. Quella del LAVORO che coinvolge direttamente il RAPPORTO CON I “TERRITORI” E CON LE “ISTITUZIONI”. A partire da questa triangolazione è possibile intravvedere un nuovo orizzonte per la “politica”. Non è teoria, è pratica. Si afferma nella difesa dei “beni comuni”, oppure nell’impegno per nuovi modelli di sviluppo estranei ai faraonici progetti delle “grandi opere”. Per Bonomi si riconosce sempre meno nell’ “antropologia economica delle 3C: Capannoni-Comunità-Campanile”.
LA CRISI HA TRASFORMATO LA PERCEZIONE DEL TERRITORIO. Spesso ci soffermiamo sugli aspetti mortiferi, legati alla desertificazione industriale, all’abbandono di migliaia di famiglie sul lastrico, con o senza cassa integrazione. In molti casi, l’unico centro resta quello degli ipermercati.
IL TERRITORIO È DIVENTATO UNA GABBIA SENZA USCITA. Esiste anche la percezione del suo allungamento e della sua dispersione. Il Nord Est, ad esempio, è ormai una macro-area che comprende almeno un paio di nazioni europee. E altri esempi di delocalizzazione si potrebbero fare.
Bonomi propone invece UN’ALTRA IDEA DI TERRITORIO: non più una sommatoria di contesti locali governati secondo uno schema piramidale centro-periferia, ma piuttosto un intreccio in fieri di piattaforme territoriali di interconnessione tra società locali e flussi.
   La sua attenzione va ad un capitalismo “flessibile in cui cresce l’importanza delle componenti immateriali, delle tecnologie informatiche, di un capitale umano fatto di saperi formali di diversa natura e intensità”.
Nel territorio come piattaforma si affermano nuove logiche di organizzazione sociale fuori dalle matrici comunitarie e localistiche tradizionali, con l’estendersi dello spazio di riferimento dello sviluppo oltre la dimensione locale e l’agglomerarsi di grandi piattaforme produttive. Seguirebbe una riorganizzazione politico-istituzionale “di poteri e funzioni dello Stato centrale e dei livelli istituzionali locali o sopranazionali e il passaggio dallo Stato soggetto allo Stato funzione”.
Oggi questa riorganizzazione è guidata dalle politiche di austerità e dalla loro idea di territorio, di capitalismo e di riorganizzazione istituzionale. Bonomi segnala come i “governi dei tecnici” abbiano gravemente danneggiato la “neo-borghesia” del capitalismo molecolare (più tasse) come i lavoratori precarizzati (con la riforma Fornero del lavoro e delle pensioni). Entrambi si trovano impigliati nelle reti di un capitalismo sbrindellato. La crisi è stata aggravata dall’intreccio fatale del fallimento del post-fordismo all’italiana con quello delle politiche dell’austerità. Questa è una miscela esplosiva.
IL MUTUALISMO
Lo strumento per riprendere l’iniziativa in questa cornice potrebbe essere il mutualismo. La proposta è presente anche nel libro di Bonomi. La lunga storia di questo concetto ha portato la sinistra a intenderlo come una forma di solidarietà tra i poveri. IL MUTUALISMO È INVECE LO STRUMENTO UTILE PER CREARE COALIZIONI DEMOCRATICHE CHE ABBIANO LO SCOPO DI GARANTIRE IL MUTUO SOCCORSO, REGIMI DI AUTO-GOVERNO E NUOVE ISTITUZIONI TERRITORIALI. Sono queste le basi, solidali e non individualistiche, per una riforma universale del Welfare che tuteli le potenzialità della persona e non la sua appartenenza a corporazioni, sindacati o classi sociali.
Questa prospettiva resta purtroppo una prerogativa di minoranze attive e viene ignorata dalla maggioranza del Quinto Stato, sempre più passivo, rancoroso e impoverito. Ciò non toglie che, per chi fosse interessato a “fare politica”, il mutualismo rappresenti un’opzione concreta, oltre che una radicale alternativa all’austerità. E non può essere altrimenti perché il mutualismo esprime l’esigenza di costruire una società dove milioni di persone continueranno a vivere e a lavorare in maniera indipendente e dovranno difendere la propria autonomia contro tutte le forme di sfruttamento e ricatto.
Tra i principi costituenti del mutualismo c’è la SECOLARE TRADIZIONE CIVICA ITALIANA che ha sempre ragionato sul municipalismo e il suo rapporto con i territori e con le persone che li vivono e li attraversano. Nella tradizione del mutualismo c’è anche l’idea di un’Europa intesa come uno spazio dove affermare la libertà, la solidarietà e la giustizia sociale. Infine c’è la pretesa di incidere sulle scelte politiche a livello locale. Collegare questi livelli nella stessa cornice potrebbe servire ad affrontare il problema della rappresentanza, oltre che a riattivare la partecipazione.
UNA SCOMMESSA ALTISSIMA
A sinistra quando si parla di “politica” si evocano sempre principi intramontabili che difficilmente scaldano il cuore. Oppure ci si dedica alle alchimie dei “soggetti politici” e dei cartelli elettorali, un bricolage che non porta mai a nulla. Sarebbe invece preferibile PARTIRE DA CIÒ CHE SI MUOVE SUI TERRITORI.
A partire da questa base si può configurare un campo, oggi allo stato a dir poco fluido, composto da coalizioni tra associazionismo civico e promozione sociale con le diverse anime che compongono il Quinto Stato: lavoratori indipendenti, auto e piccola impresa e molti altri segmenti sparsi nella sterminata provincia italiana, sospesi tra sottoccupazione e assenza di retribuzione. Vista dall’alto, al di fuori delle dinamiche presenti sui territori e nelle reti, questa resta una prospettiva difficile. Ripartiamo invece dal basso e restiamo alle cose, lì dove nascono i rapporti tra le persone, i territori e le istituzioni.
   In Italia esiste una domanda di riappropriazione dei flussi economici, della tutela e della valorizzazione socio-culturale dei territori. Si continuano a costruire reti tra spazi e soggetti sociali, economici, istituzionali capaci di produrre ricchezza e buone forme di vita, invece che sfruttamento e passioni tristi.
La loro è una scommessa altissima, anche perché manca una visione condivisa della società. Corrono il rischio di perderci nella difesa testimoniale e minoritaria del localismo, di identità posticce, rassegnandoci all’aggravarsi delle differenze di classe e della povertà. (Giuseppe Allegri e Roberto Ciccarelli, da MICROMEGA, 18/9/2013)

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Sul Veneto 

UN PO’ DI VERITÀ SUL CEMENTO

I Comuni, il Piano casa, la crisi

di Massimo Malvestio, da “il Corriere del Veneto” del 7/12/2013

   Vi è stato un tempo, neppure troppo lontano, in cui nella gerarchia dei valori dei veneti l’integrità del paesaggio e la corretta pianificazione urbanistica venivano assai dopo della necessità di dare lavoro. Un capannone nuovo era buono perché consentiva a qualcuno di non emigrare e tanto bastava perché qualsiasi altra considerazione apparisse un’inutile leziosità. Le norme, quando c’erano, venivano piegate all’esigenza concreta.

   E’ seguita la stagione della pianificazione con le regioni nuove protagoniste. Il miglioramento delle condizioni economiche rendeva accettabili le regole ed un ceto politico-affaristico cominciò anzi ad apprezzare le possibilità di arricchimento individuale che quella gestione del territorio offriva: terreni agricoli, per effetto di scelte spesso molto discrezionali, cambiavano destinazione e moltiplicavano in un giorno di valore. Quando non diventavano edificabili potevano essere destinati a cava per fornire i materiali per alimentare lo sviluppo edilizio. E’ così che molti contadini veneti si sono convinti che la coltivazione è l’uso meno redditizio che si può fare della terra.

   I conti tornavano per tutti in una regione che cresceva senza sosta. Quando quella stagione è finita e la crescita vera è venuta meno si è avuta la stagione del debito: negli ultimi vent’anni il Veneto ha subito una devastazione territoriale assai maggiore di quella che aveva subito in tutti gli anni precedenti in cui le norme erano poche e comunque sacrificabili. Questa stagione è stata alimentata dal credito facile divenuto facilissimo ed assai economico dopo l’adesione all’euro.

   Tremonti resterà alla storia con la legge cui ha legato il suo nome per avere pensato che lo sviluppo economico si realizzi con l’indiscriminata costruzione di capannoni inutili. Il danno vero è venuto quando i comuni, messi di fronte ai tagli dei trasferimenti statali, hanno cominciato a commerciare la pianificazione urbanistica contro improbabili benefici pubblici ma soprattutto hanno finanziato la spesa dei comuni con un uso sempre più improprio degli oneri di urbanizzazione che venivano raccolti sospingendo le nuove e sovrabbondanti edificazioni.

   Le polemiche di oggi sul Piano Casa segneranno l’inizio della nuova stagione con un triste ritorno alle origini. Il territorio nuovamente – e questa volta dichiaratamente – svenduto per il lavoro che non c’è più. Svendere si deve e le polemiche di questi giorni non dividono chi ama il bello da chi non lo ama. La vera polemica è sulla modalità della svendita.

   Questa volta e per la prima volta, però, non c’è più chi compra: in un mercato ormai paralizzato da anni e con un stock immenso di invenduto è difficile pensare ad una corsa ai benefici del Piano Casa. La differenza rispetto al passato è che se il pubblico allora sceglieva di svendere, il privato comperava per dare alimento alle speranze nel futuro. Oggi invece il pubblico svende ma il privato non compera perché con il debito pubblico non si è svenduto solo il paesaggio ma anche la fede nel futuro. (Massimo Malvestio)

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UN’ERA DI INCERTEZZA: «IL VENETO SORPRESO SENZA PIÙ BUSSOLE»

di Daniele Ferrazza, da “il Mattino di Padova” del 28/11/2013

PADOVA – L’unica cosa che non abbiamo il coraggio di fare è quella di rovesciare la carta geografica d’Italia e smetterla di chiamarci Nordest.

   Siamo il Nordest d’Italia, ma il Belpaese non basta più a descriverci: né alle nostre imprese, destinate ad internazionalizzarsi, né ai nostri figli, la cui piazza è il mondo, né tantomeno alle associazioni di categoria, insufficienti nella comprensione.

   Quest’ultime, peraltro, stanno dentro a una picchiata di credibilità che colpisce il cuore del sistema: dall’Europa al governo, dalle banche alla finanza, tutte le istituzioni tradizionali stanno perdendo credibilità. Comprese le associazioni di categoria, passate dal 50% di fiducia di tre anni fa a meno del 30%. Invocare una leadership, in una marmellata del genere, appare un esercizio retorico. Eppure, Dio solo sa quanto l’ex Nordest ne avrebbe bisogno. Resiste, crescendo, la leadership della Regione Veneto, superiore a quella dei corpi sociali.

   Prudente, nel suo ultimo rapporto da direttore di Fondazione Nordest, DANIELE MARINI usa il mito di Giano per descrivere la situazione del nostro territorio: che «DA UN LATO VOLGE AL FUTURO», con imprese molto «proiettate nella globalizzazione, aperte ai mercati esteri, con professionalità elevate, esperienze di welfare avanzato sia nel pubblico che nel privato, sviluppo di reti culturali e di eventi diffusi sul territorio; DALL’ALTRO, UN NORDEST CHE VOLGE LO SGUARDO «FERMO A RIMIRARE UN PASSATO CHE NON TORNERÀ, ma è rassicurante», con «imprese che non innovano e chiuse alla contaminazione, visioni localistiche, resistenza all’integrazione, vischiosità nell’accettazione e nel governo dell’integrazione culturale».

   Praticamente un Nordest a due facce. «Ma è nell’equilibrio di queste due vision che si gioca il futuro dell’area» conclude Marini. Che lancia utili spunti alla riflessione: «Abbiamo bisogno di lenti nuove per leggere una situazione dove domina l’incertezza non sullo scenario a un anno, ma su quel che accadrà nei prossimi tre mesi».

   Cita l’esempio della piccola azienda rodigina Amb Elettronics, che ha inventato i tabelloni manuali delle partite di calcio, ma anche le reti di coesione sociale: TENGONO LE RETI CORTE, LA FAMIGLIA E GLI AMICI, CROLLANO LE RETI DI COMUNITÀ COME LO STATO, IL COMUNE, IL PAESE, LA PARROCCHIA.

   E dunque? Abbiamo bisogno di UN NUOVO PROGETTO CAPACE DI TENERE INSIEME LE DUE ANIME – MODERNA E TRADIZIONALE – del Nordest. «Servono nuovi codici e un cambiamento culturale – sintetizza il presidente di Fondazione Nordest, Francesco Peghin –.

   Le aziende non possono salvare da sole una nave senza una rotta e senza una bussola. La competizione globale è molto più complessa e non si regge senza una politica industriale capace di ripensare il paese». Mario Carraro, 84 anni, esorta i giovani ad assumere le redini del sistema: «Non possiamo aggiustare qualcosa di vecchio ma dobbiamo disegnare qualcosa di nuovo».

   Un richiamo raccolto, tra gli altri, da Alessandro Vardanega, presidente degli industriali trevigiani: «Auspico un nuovo modello associativo e un nuovo rapporto con il territorio. Prendiamo atto che da questa crisi molte imprese possono non farcela. Ma il nuovo modello non passa attraverso qualcosa che gli altri devono fare, ma a qualcosa che dobbiamo fare noi». A partire, appunto, dal sistema associativo.

   Franco Antiga, vicepresidente di Veneto Banca, lo dice appena fuori dalla sala: «Dipende da noi: semplificare il modello confindustriale, semplificare il sistema camerale, semplificare il sistema delle categorie». Quasi una bestemmia dentro a un parterre che grida alla crisi ma non riesce a trovare il bandolo della matassa: «Serve il coraggio di dire la verità – spiega il presidente degli industriali di Padova, Massimo Pavin – : i più bravi di noi sopravviveranno, tutti gli altri saranno morti. La politica pensa alle elezioni, noi a salvare qualche pezzo di impresa. Ma se continua così, tra un anno non ci saremo più». Il Nordest è morto. E anche noi ci sentiamo poco bene. (Daniele Ferrazza)

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IL VENETO NON FA PIÙ MIRACOLI

di Francesco Jori, da “il Mattino di Padova” del 10/12/2013

   Darwin in salsa veneta: alle Galapagos come lungo la Pedemontana, è la selezione naturale a fare la differenza. Sprofonda nel Pleistocene dello sviluppo la stagione dei miracoli generalizzati per tutti: l’ex locomotiva d’Italia è finita da tempo sul binario morto della crisi, come il resto del Paese.

   Ma non è fine corsa per l’intero convoglio: i più attrezzati ce la stanno facendo, e in diversi casi pure alla grande. Lo spiegano da tempo autorevoli analisi, lo conferma il recentissimo rapporto della Fondazione Nord Est: il cui direttore, Daniele Marini, usa la felice immagine di Giano bifronte per rendere l’idea di quest’area divisa tra chi ha la capacità non solo di guardare al futuro ma di concorrere a crearlo, e chi invece si trincera nella contemplazione di un passato magari rassicurante, ma che non tornerà.

   Così, aggiunge, a imprese dotate di performance positive se ne accompagnano altre attanagliate da pesanti difficoltà. È un bilancio a somma zero, se non addirittura tendente al segno meno. Ma non è un problema di quantità, come spiegano altre autorevoli voci del rapporto: anche se numericamente in calo rispetto al passato, ci sono aziende dinamiche che riescono a fare innovazioni sia di prodotto che di processo, spiega Enzo Rullani.

   Le attende, certo, una lunga traversata. Che tuttavia va affrontata da subito e con determinazione, tenendo presente che non si tratta solo di far quadrare i conti economici, è l’intera cultura d’impresa a dover cambiare: più che compiacimento per i risultati raggiunti, occorre tenere viva la tensione verso il futuro, fa notare Giovanni Gaio. Il quale richiama la lezione di un grande imprenditore del passato, più che mai attuale: «Mi preoccupo quando le cose vanno bene, perché, se vanno male, sono già in ritardo».

   Il guaio è che a essere pesantemente in ritardo è il sistema nel suo complesso a partire dai vertici, componente veneta inclusa: lo spiega con grande chiarezza il RAPPORTO CENSIS fresco di stampa, che certifica il consolidarsi di un’antica pratica nostrana in cui si mescolano luci e ombre, L’ARTE DI ARRANGIARSI.

   Che di questi tempi diventa una necessità, in un’Italia definita senza risorse né speranze, del tutto sfiduciata nei confronti della politica, dove sono le famiglie e le imprese a salvare il Paese dal baratro: nel quale, segnala lo studio, lo sta per contro spingendo una classe dirigente interessata solo a salvare il proprio posto.

   Il solco tra le prime e la seconda risulta ancora più vistoso in Veneto, e d’altra parte non è una novità: per chi ha buona memoria, già a fine anni Ottanta un altro rapporto sempre del Censis attribuiva al Nordest la definizione di «area di rancore», che si andava formando a seguito delle rigidità del sistema politico–istituzionale.

   Da allora la situazione è pesantemente peggiorata, anche in una realtà dello spessore di quella veneta: dove il capitale sociale rimane elevato, come documenta il rapporto della Fondazione Nord Est; e il volontariato è più che mai vitale, come fotografa quello del Censis.

   Eppure non si può sempre contare sulla buona volontà e l’inesausta fatica di chi ogni giorno rema e svuota acqua per tenere a galla la barca, in casa come in azienda. Le reti di solidarietà si stanno logorando anche in Veneto, dove pure sono sempre state tradizionalmente robuste, avverte Marini: i parenti, gli amici, i vicini di casa, le associazioni, le parrocchie, non possono continuare a tamponare da soli le falle sempre più vistose.

   Tocca alla classe dirigente, quella politica in primis, smetterla di ciondolare tra fantomatiche promesse e stucchevoli polemiche, e tornare a fare il proprio mestiere: governare. Ammesso che ne sia capace. Perché il sospetto è che riuscirebbe a venire sconfessata dalle urne perfino se si presentasse alle elezioni di Lilliput. (Francesco Jori)

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LOCALISMO ADDIO, LA CRISI UNISCE LE FORZE

di Dario Di Vico, da “il Corriere della Sera” del 16/9/2013

   Aeroporti, utility e persino fondazioni bancarie. Nel Nordest la ripartenza delle attività dopo le ferie sembra aver abbracciato la priorità delle aggregazioni. DOPO LA LUNGA STAGIONE DEL LOCALISMO si fa largo un orientamento indirizzato a CREARE SINERGIE O VERE FUSIONI, persino tra città. Si ripescano così vecchi dossier (come quello Padova-Treviso-Venezia), se ne studiano di nuovi (Verona-Vicenza-Rovigo). Nessuno degli attori politici ed economici vuole farsi trovare spiazzato.

   Il tema si è poi imposto all’attenzione nazionale per il dossier aeroporti e per la sorprendente dichiarazione sulla difesa dell’italianità dello scalo di Venezia rilasciata dal premier Enrico Letta. La svolta pro aggregazioni non può che essere salutata con favore perché segna LA FINE DEL CICLO CAMPANILISTA CHE HA PORTATO A MOLTIPLICARE AEROPORTI, UNIVERSITÀ E FIERE.

   Ma non è tutto oro quello che luccica e non solo perché si sono persi gli anni migliori, il dubbio è che tanto fervore fusionista celi una buona percentuale di gattopardismo. Si adotta una nuova parola d’ordine per non pagar dazio, per evitare di dover rispondere delle scelte passate e di anni in cui invece di progettare il futuro si è amministrato, male, il presente.

   Nei giorni scorsi s’è parlato a lungo della possibilità di METTERE IN SINERGIA GLI SCALI AEREI a partire da  Venezia e Verona. Si sostiene, a ragione, di volere SPECIALIZZARE ciascun sito: Venezia nel traffico intercontinentale, Treviso nel low cost, Montichiari nel cargo e Verona nei voli nazionali. Avviata la riflessione, si è capito poi che il vero oggetto del desiderio era lo scalo di Venezia che gode dell’intramontabile fascino della città lagunare e della movimentazione che ne segue.

   Però per via di complesse vicende finanziarie che vedono coinvolti le Generali, Morgan Stanley e il fondo americano Amber, non è facile trovare il bandolo della matassa. Da qui quello che viene giudicato un pericolo, l’interessamento per Venezia della società che gestisce lo scalo di Francoforte, e l’ipotetica discesa in campo di un cavaliere bianco nazionale.

   ANCHE NEL CAMPO DELL’ENERGIA si era pensato negli anni passati alla nascita d’UNA GRANDE UTILITY DEL NORDEST che fosse per taglia pari agli emiliani di Hera e ai lombardi di A2A, ma s’è perso del gran tempo. Ora i vari soggetti a carattere provinciale come Ascopiave, Amga, Agsm, Aim si sono svegliati e cantano il refrain del «fare squadra», motivandolo con la considerazione che la politica è più lenta e quindi non dovrebbe mettersi di mezzo con i suoi interessi e i suoi obiettivi.

   Si sente l’esigenza di fare massa critica e di rintuzzare quella che è stata considerata un’intrusione geopolitica, ovvero l’accordo tra la Hera e la AcegasAps di Trieste. In verità gli emiliani hanno fatto nei tempi giusti le scelte più idonee e sono stati capaci, c’è chi dice con l’avallo del Pd, di mettere in campo buone idee e una discreta cultura aziendale. I veneti sono stati schiavi del localismo e hanno perso tempo e se oggi si sono convinti del contrario è perché capiscono che per le piccole utility il futuro non riserva grandi soddisfazioni.

   La voglia di fusioni si estende anche alle fondazioni bancarie ma tutto è più arduo. La Cassamarca di Treviso viaggia con il patrimonio netto negativo e se invece di una fondazione fosse una banca, si parlerebbe di salvataggio da parte delle sorelle del Nordest. Ma nessuna «sorella» è disposta a svenarsi per Treviso e contribuire alla ripatrimonializzazione.

   Cosicché si viaggia a fari spenti in un mondo in cui le cariche sono a vita e non sono maturate nuove culture. Intrecciato con il dibattito sulle aggregazioni è l’evoluzione del leghismo, scosso dai recenti insuccessi elettorali. Il governatore Luca Zaia si tiene a debita a distanza dai dossier societari, perché – dicono i suoi supporter – ha timore che il partito degli affari prenda il sopravvento e ne comprometta l’immagine politica (com’è capitato ai suoi predecessori). Flavio Tosi è molto più attento di Zaia alle mosse dei signori dell’economia, non si capisce però quanto veramente pesi. Di lui si conoscono le ambizioni da leader nazionale ma per ora è solo, come si dice maliziosamente in politica, «una risorsa». (Dario Di Vico)

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«NESSUN COLORE NÉ SIGLE: SIAMO IL POPOLO DISPERATO»

di Maria Rosa Tomasello, da “la Tribuna di Treviso”

ROMA – A mezzogiorno nel presidio permanente di piazzale dei Partigiani, in un rettangolo ritagliato tra le tende e il gazebo, un gruppo di ragazzi improvvisa una partita. Uno corre imbracciando la bandiera Tricolore, l’unica ammessa, dribbla gli avversari tra gli applausi.

   Tifo, risate. Dal 9 dicembre, giorno fissato per l’inizio della «rivoluzione», a Roma tutto è tranquillo, ma il fuoco della rabbia cova sotto la cenere in attesa che il Coordinamento nazionale 9 dicembre decida il nuovo giorno X, quello della «marcia» sulla Capitale, l’assedio «pacifico» annunciato da Danilo Calvani, uno dei leader della protesta.

   «Ma ora pazientate, facciamo bollire l’acqua» ha chiesto Mariano Ferro, il capo dei Forconi. «Le ideologie non ci interessano, non ci sono colori politici qui: vogliamo solo che se ne vadano tutti – dice Barbara De Propis, disoccupata, che con Alessio Provaroni rappresenta il Coordinamento – Chi parla è solo il popolo disperato che lo Stato ha portato alla fame».

   Così aspettano, da lunedì, circondati da un cordone di poliziotti e carabinieri. Disoccupati, precari, piccoli imprenditori, studenti, pensionati, ambulanti e autotrasportatori. Ragazzi coi dreadlocks dei rasta e teste rasate. Più destra, ma anche sinistra, e scontente entrambe. Davanti al gazebo, su un banchetto, pane in cassetta, dolci. Dietro, casse di acqua minerale. «Ce li porta la gente».

   Alcuni tengono la piazza di notte, dormendo in tenda o in macchina. Altri vanno e vengono. Per ora senza una regia precisa, né un capo riconosciuto. Tutti uniti dallo stesso rancore verso la classe politica «che ha distrutto l’Italia» e verso «i media corrotti», i padroni e i «servi», i divoratori e i mistificatori, i bersagli principali di un malcontento orientato confusamente verso lo stesso obiettivo: «cacciarli tutti», ma senza progetti precisi su cosa si farà “dopo” la «rivoluzione».

   «Rivendichiamo solo i nostri diritti – spiega Barbara, disoccupata da quando la cooperativa per cui lavorava come ausiliaria ospedaliera ha tagliato il personale – La nostra colpa è solo quella di esserci svegliati tardi. Ma meglio tardi che mai. Berlusconi, gli altri, sono i soliti opportunisti. Dopo? Non vogliamo più gli stessi partiti, ci sono tanti movimenti extraparlamentari che la pensano come noi, ma prima di tutto la sovranità monetaria».

   Le facce del Paese infelice sono innumerevoli. Quella del pensionato Giorgio Benvenuti, 65 anni: «I nostri governanti sono sordi. Che deve fare la gente che non ha da mangiare? Andare a rubare?». Quella di Giovanni Carletti, ex dipendente di un’agenzia di recapiti, convinto che dietro al disastro ci sia un «complotto giudaico», che da vent’anni non vota e spera «che salti in aria il sistema». Quella di Veronica C., ex cameriera di 26 anni, che da sei mesi non trova lavoro e fa i salti mortali per pagare l’affitto. Di Danilo Bartolucci, 39 anni, disoccupato, che dovrebbe campare con 250 euro al mese di pensione.

   «Almeno con la prima Repubblica le briciole arrivavano anche a noi: oggi abbiamo solo papponi a destra e a sinistra, e non ci danno manco più quelle – commenta Monica Alessandrini, ambulante – Non è giusto che i nostri figli debbano andarsene dall’Italia, stiamo diventando la feccia del mondo, resiste solo la spazzatura».

   Gli ambulanti sono una componente forte della protesta, in piazza contro la direttiva Bolkestein che nel 2017 metterà licenze e posteggi a gara pubblica con bando europeo: «Si sono seduti a un tavolo e hanno deciso in nome nostro – dice il loro leader, Giuseppe Varinio D’Aquila – chi vincerà le gare farà i consorzi e ci riaffitterà le aree, vogliono accentrare il potere. Appoggiamo questa lotta perché se la gente resta senza lavoro e non ha un soldo, chi verrà a comprare da noi?».

   Ma non ci stanno a essere accomunati ai violenti. Provaroni, geometra rimasto senza lavoro dopo il fallimento della ditta, ammette il rischio di infiltrazioni: «Ma noi ci opponiamo fermamente» assicura. Così come respinge il tentativo di partiti e organizzazioni, come Casapound e Forza Nuova, di «mettere il cappello» sulla contestazione. «Qui c’è gente di centrodestra, così come ho visto anche tante persone di sinistra che si riconoscono nell’idea di nazione, di patria, in senso identitario. Poi ognuno rimane della sua idea». (Maria Rosa Tomasello)

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