Il RACCONTO DI NATALE – CANDIDO (di Voltaire) e l’UTOPIA CONCRETA di andare alla SCOPERTA delle COSE e del MONDO, e il coraggio di osare (e di cambiare)

PAUL KLEE nel 1911 illustrava CANDIDE di VOLTAIRE
PAUL KLEE nel 1911 illustrava CANDIDE di VOLTAIRE

   Come di consueto dedichiamo al Natale (e ai 25 lettori che visiteranno questo blog geografico) un racconto; e quest’anno proponiamo i primi 5 capitoli (fiduciosi che poi continuerete la lettura) di un libro straordinario, pubblicato nel 1759: “CANDIDO – Ovvero l’Ottimismo” di VOLTAIRE (pseudonimo di Francois Marie Arouet). Dopo ogni capitolo troverete un commento, una considerazione, di studiosi contemporanei, che sarà utile ad approfondire questo personaggio (Candido), che esplora il mondo da cima a fondo, e scopre la modernità e la globalità propria della cultura illuminista del 700: che ci riporta in un sol attimo al nostro tempo, con le stesse identiche contraddizioni, nefandezze, ma anche necessità di mettere in moto ogni nostra dose di ottimismo e lavoro-impegno quotidiano.

VOLTAIRE (pseudonimo di Francois Marie Arouet)
VOLTAIRE (pseudonimo di Francois Marie Arouet)

   Voltaire con Candido caratterizza il personaggio per l’umorismo e l’ironia che dimostra sulla società e nobiltà del suo tempo (nobiltà fuori da ogni modernità e cambiamento che cresceva…). Ma Candido non si limita certo a questo: esplora il mondo da cima a fondo, dalla vecchia Europa agli altri continenti, al mondo conosciuto e a quello sconosciuto… un grandissimo viaggiatore che cerca il senso delle cose … un mondo pieno di disastri e contraddizioni: i villaggi massacrati dell’Europa Centrale nella guerra dei Sette Anni (iniziata nel 1756, e il libro è scritto in piena guerra europea, il 1759…)  tra prussiani e francesi (i “bulgari” e gli “àvari”); poi va a “incontrare” il terremoto pazzesco di Lisbona del 1755 (tra i 60 e i 90mila morti…); Candido va in America latina, tra i Gesuiti del Paraguay che rifiutano il dominio spagnolo e portoghese, vede le mitiche ricchezze degli Incas; torna in Europa tra Inquisizione e con l’Olanda che abbraccia il protestantesimo; incrocia la pirateria mediterranea e atlantica, la schiavitù in Africa…. Un testo straordinario di un viaggiatore “consapevole” e attento, partecipante, degli accadimenti…. (dopo il primo capitolo che qui subito vi proponiamo, vi invitiamo a non trascurare di leggere la strepitosa presentazione del romanzo di Italo Calvino).

   Abbiamo scelto come racconto-romanzo da proporre in questo blog come “racconto di Natale” il CANDIDO di Voltaire, perché impersona una spirito positivo che ben si adatta (si adatterebbe…) al contesto confuso e depresso di adesso: viaggiare per capire il mondo e cosa sta succedendo, tra malinconie per cose che non vanno bene, ma anche speranza per fenomeni di apertura al meglio, al nuovo, alla vita… di popolazioni fino a qualche tempo fa dimenticate, miserissime, soggiogate: la speranza delle Primavere arabe, i popoli dell’India. Cina, Sudafrica, che superano la povertà…. (pur nelle grandi contraddizioni e arretramenti che possiamo vedere).

   Geopolitica al massimo livello, che surriscalda il pianeta che cambia (a volte in meglio, spesso in peggio…), molto simile all’esperienza illuministica settecentesca di Voltaire, del suo Candido (che forse non può che essere lui stesso…). Quel che appare evidente è che Candido “allarga” i confini geografici del mondo (non solo il vecchio continente, tutto e di più….) cosa che adesso si è realizzata appieno, e l’ombelico del pianeta non è più nella “vecchia” Europa (senza progetto, in declino costante senza obiettivi… pur essendo il continente dove, almeno si dice, si vive meglio che altrove, esiste un welfare e delle protezioni sociali..).

   Alla fine del romanzo ne esce una morale, ribadita da Candido-Voltaire che parla della necessità di concentrarsi nel  “coltivare il nostro orto”. Ma non è da prendere come morale egoistica, riduttiva, di chiusura in se stessi. E’ invece una morale “pratica”: incominciare a risolvere i “problemi” da se stessi, là dove non li puoi solo enunciare e lamentarti che il mondo non cambia; ma invece ti “metti in azione”, “nel tuo orto”, per fare praticamente cambiamenti possibili alla tua portata e cercando di superare anche ogni limite. Il lavoro che ti inventi, che realizzi, su te stesso, sulle cose che ti circondano.

L'EUROPA DEL '700 (da www.silab.it) - CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA
L’EUROPA DEL ‘700 (da www.silab.it) (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Candido è tutti noi che ci dovremmo mettere in movimento per ritrovare LAVORO e applicazione sulle cose che possiamo riuscire a fare, e CURIOSITA’ di gente e paesaggi, di modi di essere e di vivere, di linguaggi differenti e diversità. Con l’umorismo e la positività che Voltaire sa dare al suo personaggio. (buon Natale). (s.m.)

…………………………

immagine tratta dal film "BARRY LINDON" di STANLEY KUBRICK (ambientato sempre negli stessi anni della metà del 700)
immagine tratta dal film “BARRY LINDON” di STANLEY KUBRICK (ambientato sempre negli stessi anni della metà del 700)

Cap.I

COME CANDIDO FU ALLEVATO IN UN BEL CASTELLO E COME NE FU CACCIATO

   C’era in Vestfalia, nel castello del signor barone di Thunder-ten- tronckh, un giovane al quale la natura aveva conferito i più miti costumi. Il suo aspetto ne rivelava l’anima. Possedeva un giudizio abbastanza retto, unito a una grande semplicità; per ciò, credo, lo chiamavano Candido. I vecchi domestici del castello sospettavano fosse figlio della sorella del signor barone e di un onesto e buon gentiluomo dei pressi che madamigella non volle mai come marito perché non aveva potuto provare che settantun quarti: il resto del suo albero genealogico era stato distrutto dalle ingiurie del tempo.

   Il barone era uno dei più potenti signori della Vestfalia, perché il suo castello aveva una porta e delle finestre. Il salone era ornato d’arazzi. Tutti i cani dei suoi cortili, all’occorrenza, potevano formare una muta; i palafrenieri gli facevano da bracchieri, il vicario del villaggio da cappellano. Tutti lo chiamavano monsignore, e ridevano quando raccontava storielle.

   La signora baronessa, che pesava circa trecentocinquanta libbre, era grazie a ciò assai considerata, e faceva gli onori di casa con una dignità che la rendeva ancora più rispettabile. La figlia Cunegonda, diciassettenne, aveva un bel colorito, era fresca, grassottella, appetitosa. Il figlio del barone pareva in tutto degno del padre. Il precettore Pangloss era l’oracolo della casa, e il piccolo Candido ne ascoltava le lezioni con tutta la buona fede della sua età e del suo carattere.

   Pangloss insegnava la metafisico-teologo-cosmoscemologia. Dimostrava in maniera mirabile che non esiste effetto senza causa, e che, in questo che è il migliore dei mondi possibili, il castello del signor barone era il più bello dei castelli, e la signora baronessa la migliore delle baronesse possibili.

   “E’ dimostrato” diceva, “che le cose non possono essere altrimenti: giacché tutto è fatto per un fine, tutto è necessariamente per il miglior fine. Notate che i nasi sono stati fatti per portare occhiali; infatti abbiamo gli occhiali. Le gambe sono visibilmente istituite per essere calzate, e noi abbiamo le brache. Le pietre sono state formate per essere tagliate e farne dei castelli; infatti monsignore ha un bellissimo castello: il massimo barone della provincia dev’essere il meglio alloggiato; e poiché i maiali sono fatti per essere mangiati, noi mangiamo maiale tutto l’anno. Perciò, quanti hanno asserito che tutto va bene hanno detto una sciocchezza: bisognava dire che tutto va per il meglio”.

   Candido ascoltava attentamente, e innocentemente credeva: perché trovava madamigella Cunegonda estremamente bella, anche se non si prese mai la libertà di dirglielo. Concludeva che, dopo la felicità di essere nato barone di Thunder-ten-tronckh, il secondo grado di felicità era d’essere madamigella Cunegonda; il terzo di vederla tutti i giorni, e il quarto di ascoltare mastro Pangloss, il massimo filosofo della provincia, e quindi di tutta la terra.

   Un giorno Cunegonda, passeggiando nei pressi del castello, nel boschetto che chiamavano parco, vide tra i cespugli il dottor Pangloss che impartiva una lezione di fisica sperimentale alla cameriera di sua madre, una brunetta assai graziosa e docilissima. Poiché madamigella Cunegonda aveva grande disposizione per le scienze, osservò senza fiatare le esperienze reiterate di cui fu testimone; vide con chiarezza la ragion sufficiente del dottore, gli effetti e le cause, e se ne tornò indietro tutta agitata, tutta pensosa, piena del desiderio di essere istruita, pensando che lei poteva ben essere la ragion sufficiente del giovane Candido, il quale poteva essere la sua.

   Ritornando al castello incontrò Candido, e arrossì; anche Candido arrossì; lei gli disse buongiorno con voce rotta, e Candido le parlò senza sapere quel che dicesse. L’indomani, dopo il pranzo, alzatisi da tavola, Cunegonda e Candido si trovarono dietro un paravento; Cunegonda lasciò cadere il fazzoletto, Candido lo raccolse; lei gli prese innocentemente la mano, il giovane baciò innocentemente la mano della giovinetta con una vivacità, una sensibilità, una grazia tutta particolare; le bocche si incontrarono, gli occhi s’accesero, le ginocchia tremarono, le mani si smarrirono.

   Il signor barone di Thunder-ten-tronckh passò vicino al paravento, e, vedendo quella causa e quell’effetto, cacciò Candido dal castello a gran calci nel sedere.

   Cunegonda svenne: appena rinvenuta fu presa a schiaffi dalla signora baronessa, e tutto fu costernazione nel più bello e piacevole dei castelli possibili.

……………………………

CANDIDE O LA VELOCITA’

di ITALO CALVINO (prefazione del libro “Candido” di Voltaire pubblicato da Einaudi)   Personaggi filiformi, animati da una guizzante mobilità, si allungano, si contorcono in una sarabanda di leggerezza graffiante: così Paul Klee nel 1911 illustrava Candide di Voltaire, dando forma visuale- e quasi dire musicale- all’allegria energetica che questo libro- al di là del fitto involucro di riferimenti a un’epoca e a una cultura- continua a comunicare al lettore del nostro secolo.

   Nel Candide oggi non è il “ racconto filosofico” che più ci incanta, non è la satira, non è il prender forma d’una morale e d’una visione del mondo: È IL RITMO. Con velocità e leggerezza, un susseguirsi di disgrazie supplizi massacri corre sulla pagina, rimbalza di capitolo in capitolo, si ramifica e moltiplica senza provocare nell’emotività del lettore altro effetto che d’una vitalità esilarante e primordiale.

   Se bastano le tre pagine del capitolo VIII perché Cunègonde renda conto di come, avendo avuto padre madre fratello fatti a pezzi dagli invasori, venga violentata, sventrata, curata, ridotta a far da lavandaia, fatta oggetto di contrattazione in Olanda e in Portogallo, divisa a giorni alterni tra due protettori di diversa fede, e così le capiti d’assistere all’autodafé che ha per vittime Pangloss e Candide e a ricongiungersi con quest’ultimo, meno di due pagine del capitolo IX sono sufficienti perché Candide si trovi con due cadaveri tra i piedi e Cunégonde possa esclamare: “Come hai mai fatto, tu che sei nato così mansueto, ad ammazzare in due minuti un giudeo e un prelato?”

ITALO CALVINO
ITALO CALVINO

   E quando la vecchia servente deve spiegare perché ha una natica sola, dopo aver cominciato a raccontare la sua vita da quando figlia d’un papa, all’età di tredici anni, nello spazio di tre mesi aveva provato la miseria, la schiavitù, era stata violentata quasi tutti i giorni, aveva visto tagliare sua madre in quattro pezzi, aveva sopportato la fame e la guerra, e moriva appestata in Algeri, deve arrivare a dire dell’assedio d’Azov e dell’insolita risorsa alimentare che i giannizzeri affamati trovano nelle natiche femminili, ebbene, qui le cose vanno più per le lunghe, ci vogliono due capitoli interi, diciamo sei pagine e mezzo.

   LA GRANDE TROVATA DEL VOLTAIRE UMORISTA è quella  che diventerà uno degli effetti più sicuri del cinema comico: L’ACCUMULARSI DI DISASTRI A GRANDE VELOCITÀ. E non mancano le improvvise accelerazioni di ritmo che portano al parossismo il senso dell’assurdo: quando la serie delle disavventure già velocemente narrate nella loro esposizione “per disteso” viene ripetuta in un riassunto a rotta di collo.

   E’ UN  GRAN CINEMATOGRAFO MONDIALE che Voltaire proietta nei suoi fulminei fotogrammi, è IL GIRO DEL MONDO IN OTTANTA PAGINE, che porta Candide DALLA VESTFALIA natia ALL’OLANDA AL PORTOGALLO ALL’AMERICA DEL SUD ALLA FRANCIA ALL’INGHILTERRA A VENEZIA IN TURCHIA, e si dirama nei giri del mondo suppletivi dei personaggi comprimari, maschi e soprattutto femmine, facili prede di pirati e mercanti di schiavi TRA GIBILTERRA E BOSFORO.

   Un gran cinematografo  dell’attualità mondiale, soprattutto: coi villaggi massacrati nella guerra dei Sette Anni tra prussiani e francesi (i “bulgari” e gli “àvari”), il terremoto di Lisbona del 1755, gli autodafé dell’Inquisizione, i Gesuiti del Paraguay che rifiutano il dominio spagnolo e portoghese, le mitiche ricchezze degli Incas, e qualche flash più rapido sul protestantesimo in Olanda, sull’espandersi della sifilide, sulla pirateria mediterranea e atlantica, sulle guerre intestine del Marocco, sullo sfruttamento degli schiavi negri nella Guiana, lasciando un certo margine per le cronache letterarie e mondane parigine e per le interviste ai molti re spodestati del momento, convenuti al carnevale di Venezia.

   Un mondo che va a catafascio, in cui nessuno si salva in nessun posto, se si eccettua l’unico paese saggio e felice, EL DORADO. La connessione tra felicità e ricchezza dovrebbe essere esclusa, dato che gli Incas ignorano che la polvere d’oro delle loro strade e i ciottoli di diamanti abbiano tanto valore per gli uomini del Vecchio Mondo: eppure, vedi il caso, una società saggia e felice Candide la trova proprio tra i giacimenti di metalli preziosi. Là finalmente Pangloss potrebbe aver ragione, il migliore dei mondi possibili potrebbe essere realtà: solo che EL DORADO è nascosto tra le più inaccessibili giogaie delle Ande, forse in uno strappo della carta geografica: È UN NON –LUOGO, UN’UTOPIA.

  candido einaudi Ma se questo Bengodi ha quel tanto di vago e di poco convincente che è proprio delle utopie, il resto del mondo, con le sue assillanti tribolazioni, anche se raccontate alla svelta, non è affatto una rappresentazione di maniera. “E’ a questo prezzo che voi mangiate lo zucchero in Europa!” dice il negro della Guaiana olandese, dopo aver informato dei suoi supplizi in poche righe; e la cortigiana, a Venezia: “Ah, signore, se lei potesse immaginare cos’è, dover carezzare indifferentemente un vecchio mercante, un avvocato, un frate, un gondoliere, un abate; essere esposta a tutti gli insulti, a tutti gli affronti; essere spesso ridotta a chiedere in prestito una gonna per andare a farsela togliere da un uomo ributtante; essere derubata da uno di quanto s’è guadagnato con l’altro; essere taglieggiata dagli ufficiali di giustizia, e non aver altra prospettiva che un’orrenda vecchiaia, un ospedale, un letamaio…”

   Certo i personaggi del Candide sembrano fatti di gomma: Pangloss marcisce dalla sifilide, lo impiccano, lo legano al remo d’una galera, e lo ritroviamo sempre vivo e vegeto. Ma sarebbe sbagliato dire che Voltaire sorvoli sul costo delle sofferenze: quale altro romanziere ha il coraggio di farci ritrovare l’eroina che all’inizio è “vivace di colorito, fresca, grassa appetitosa “, trasformata in una Cunégonde “inscurita, con gli occhi cisposi, il seno piatto, le guance rugose, le braccia rosse e screpolate”?

   Ci accorgiamo a questo punto che la nostra lettura del Candide, che voleva essere tutta esterna, tutta” in superficie”, ci ha riportato al centro della “filosofia”, della visione del mondo di Voltaire. Che non è di riconoscersi soltanto nella polemica con l’ottimismo provvidenzialistico di Pangloss: a ben vedere, il mentore che accompagna Candide più a lungo non è lo sfortunato pedagogo leibniziano, ma il “manicheo” Martin, il quale è portato a vedere nel mondo solo le vittorie del diavolo; e se Martin sostiene la parte dell’anti-Pangloss, non si può certo dire che sia lui ad avere partita vinta.

   Vano- dice Voltaire – è cercare una spiegazione metafisica del male, come fanno l’ottimista Pangloss e il pessimista Martin, perché questo male è soggettivo, indefinibile e non misurabile; il credo di Voltaire è antifinalistico, ossia, se il suo Dio ha un fine, sarà un fine imperscrutabile; un disegno dell’universo non esiste o, se esiste, spetta a Dio il conoscerlo e non all’uomo; il “razionalismo” di Voltaire è un atteggiamento etico e volontaristico che si campisce su uno sfondo teologico incommensurabile all’uomo quanto quello di Pascal.

   Se questa giostra di disastri può essere contemplata col sorriso a fior di labbra è perché la vita umana è rapida e limitata; c’è sempre qualcuno che può dirsi più sfortunato di noi; e chi putacaso non avesse nulla di cui lagnarsi, disponesse di tutto ciò che la vita può dare di buono, finirebbe come il signor Prococurante senatore veneziano, che se ne sta sempre con la puzza sotto il naso, a trovare difetti dove non dovrebbe trovare che motivi di soddisfazione e ammirazione. Il vero personaggio negativo del libro è lui, l’annoiato Prococurante; in fondo PANGLOSS E MARTIN, pur dando a domande vane risposte insensate, SI DIBATTONO NEGLI STRAZI E NEI RISCHI CHE SONO LA SOSTANZA DELLA VITA.

   La sommessa vena di saggezza che affiora nel libro attraverso marginali portavoce quali l’anabattista Jacques, il vegliardo inca, e quel savant parigino che somiglia molto all’autore, si dichiara alla fine per bocca del derviscio nella famosa morale del “coltivare il nostro orto”.

   Morale molto riduttiva, certo: che va intesa prima di tutto nel suo significato intellettuale antimetafisico: non devi porti altri problemi se non quelli che puoi risolvere con la tua diretta applicazione pratica. E nel suo significato sociale: prima affermazione del lavoro come sostanza d’ogni valore.

   Oggi l’esortazione “IL FAUT CULTIVER NOTRE JARDIN” suona ai nostri orecchi carica di connotazioni egoistiche e borghesi: quanto mai stonata se confrontata alle nostre preoccupazioni e angosce. Non è un caso che essa sia enunciata nell’ultima pagina, quasi già fuori da questo libro in cui il lavoro appare solo come dannazione e in cui i giardini vengono regolarmente devastati: è un’utopia anch’essa, non meno del regno degli Incas; la voce della “ragione “ nel Candide è tutta utopica.

   Ma non è neppure un caso che sia la frase del Candide che ha avuto più fortuna, tanto da divenire proverbiale. Non dobbiamo dimenticare il radicale cambiamento epistemologico ed etico che questa enunciazione segnava (siamo nel 1759, esattamente trent’anni prima della presa della Bastiglia ): l’uomo giudicato non più nel suo rapporto con un bene e un male trascendenti ma in quel poco o tanto che può fare.

   E di lì derivano tanto una morale del lavoro strettamente “produttivistica” nel senso capitalistico della parola, quanto una morale dell’impegno pratico responsabile concreto senza il quale non ci sono problemi generali che possano risolversi. Le vere scelte dell’uomo d’oggi, insomma, partono di lì. (Italo Calvino)

…………………………………

(immagine tratta da BARRY LINDON DI Stanley Kubrick) - LA GUERRA DEI SETTE ANNI, QUANDO FU SCRITTO "CANDIDE" - La GUERRA DEI SETTE ANNI fu un conflitto che si svolse tra il 1756 e il 1763 e coinvolse le principali potenze europee dell'epoca, fra cui la Gran Bretagna, la Prussia, la Francia, l'Austria e l'Impero russo. Questa guerra venne definita da Winston Churchill come la prima vera "guerra mondiale", poiché fu il primo conflitto della storia ad essere combattuto non solo sul territorio europeo, ma anche in varie parti del globo ove le potenze europee avevano dei possedimenti coloniali
(immagine tratta da BARRY LINDON di Stanley Kubrick) – LA GUERRA DEI SETTE ANNI, QUANDO FU SCRITTO “CANDIDE” – La GUERRA DEI SETTE ANNI fu un conflitto che si svolse tra il 1756 e il 1763 e coinvolse le principali potenze europee dell’epoca, fra cui la Gran Bretagna, la Prussia, la Francia, l’Austria e l’Impero russo. Questa guerra venne definita da Winston Churchill come la prima vera “guerra mondiale”, poiché fu il primo conflitto della storia ad essere combattuto non solo sul territorio europeo, ma anche in varie parti del globo ove le potenze europee avevano dei possedimenti coloniali

…………..

“CANDIDO – Ovvero l’Ottimismo” – VOLTAIRE – Cap. II

   Cacciato dal paradiso terrestre, Candido camminò a lungo senza sapere dove, piangendo, alzando gli occhi al cielo, volgendoli spesso verso il più bello dei castelli, che racchiudeva la più bella delle baronessine, si coricò senza cenare in mezzo ai campi, tra due solchi; la neve cadeva a larghe falde. L’indomani Candido, tutto intirizzito, si trascinò verso la città vicina, Valdberghoff-trarbk-dikdorff, senza un soldo in tasca, mezzo morto di fame e di stanchezza. Tristemente si fermò sulla porta di un’osteria. Due uomini vestiti d’azzurro lo notarono.

“Camerata”, disse uno, “ecco un giovanotto ben piantato, e che ha la statura richiesta”.

Si diressero verso Candido e lo invitarono molto civilmente a pranzare.

“Lorsignori mi fanno un grande onore”, disse Candido con incantevole modestia, “ma non ho di che pagare la mia parte”.

“Ah! signore”, gli disse uno dei due azzurri, “le persone col vostro fisico e coi vostri meriti non pagano mai niente: non siete forse alto cinque piedi e cinque pollici?” “Sì, signori, è la mia statura”, disse Candido con un inchino.

“Ah! signore, mettetevi a tavola; non soltanto vi offriremo il pranzo, ma non permetteremo mai che un uomo come voi resti senza denaro; gli uomini non sono fatti che per soccorrersi l’un l’altro”.

“Avete ragione”, disse Candido, “è ciò che il signor Pangloss mi ha sempre detto, e vedo bene che tutto va per il meglio”.

I due lo pregano di accettare qualche scudo; lui li prende e vuol firmare una ricevuta; quelli non ne vogliono sapere, si mettono a tavola.

“Non amate forse teneramente…?” “Oh! sì”, rispose Candido, “amo teneramente madamigella Cunegonda”.

“No”, disse uno di quei signori, “vi chiediamo se non amate teneramente il re dei Bulgari?” “Niente affatto” disse Candido, “non l’ho mai visto”.

“Come! è il più incantevole dei re; dobbiamo bere alla sua salute”.

“Oh! ben volentieri, signori”.

E bevve.

“Non occorre altro”, gli dicono, “voi siete l’appoggio, il sostegno, il difensore, l’eroe dei Bulgari; la vostra fortuna è fatta e la vostra gloria assicurata”.

Seduta stante gli mettono i ferri ai piedi, e lo conducono al reggimento. Lo fanno girare a destra, a sinistra, alzar la bacchetta, rimettere la bacchetta, puntare il fucile, raddoppiare il passo, e gli danno trenta bastonate; il giorno dopo esegue l’esercizio un po’ meno male, e ne riceve solo venti; l’indomani ancora non gliene danno che dieci, e i suoi camerati lo considerano un prodigio.

Candido, stupefatto, non capiva ancora molto bene che cosa fosse un eroe. Un bel giorno di primavera decise d’andarsene a passeggiare.

Camminava diritto davanti a sé, convinto che fosse un privilegio della specie umana, come di quella animale, di servirsi a piacere delle proprie gambe. Non aveva fatto due leghe che altri quattro eroi di sei piedi lo raggiungono, lo legano lo conducono in prigione.

A termini di legge gli venne chiesto se preferiva essere fustigato trentasei volte dall’intero esercito o ricevere dodici palle di piombo tutte insieme nel cervello. Ebbe un bel dire che le volontà sono libere, e che non voleva né l’una cosa né l’altra.

Bisognò scegliere: optò, in virtù del dono di Dio che si chiama “libertà”, di farsi bastonare trentasei volte; sopportò due passate. Il reggimento era composto di duemila uomini: la qual cosa gli comportò quattromila vergate che, dalla nuca al sedere, gli misero a nudo muscoli e nervi.

Si stava per procedere alla terza passata, quando Candido, non potendone più, supplicò che avessero la bontà di spaccargli la testa: gli concessero questo favore; gli bendano gli occhi, lo mettono in ginocchio.

In quel momento passa il re dei Bulgari; s’informa del delitto del paziente, e siccome quel re era un gran genio, capì, da quanto gli dissero di Candido, che era un giovane metafisico ignorantissimo delle cose di questo mondo, e gli accordò la grazia con una clemenza che sarà lodata in tutti i giornali e per tutti i secoli. Un bravo chirurgo guarì Candido in tre settimane con gli emollienti insegnati da Dioscoride.

Già la pelle cominciava a ricrescergli, e poteva camminare, quando il re dei Bulgari diede battaglia al re degli Avari.

…………………………….

LA TRAMA

   Il protagonista del racconto è Candido. Inizialmente abitante in un castello in Vestfalia, seguito dagli insegnamenti del filosofo Pangloss, e innamorato della baronessa Cunegonda.

   Ma un giorno fu scoperto mentre amoreggiava con la baronessina e fu subito scacciato dal castello che presto verrà assediato dai bulgari (prussiani); anche Cunegonda sarà costretta a fuggire. Il racconto narra il viaggio continuo di Candido alla ricerca di un qualcosa di migliore di quello che ha sempre avuto.

   Durante il viaggio perde l’amico Pangloss (che ritroveremo alla fine del racconto) che gli ha sempre insegnato che il mondo in cui viviamo è il migliore dei mondi possibili e tutto ciò che accade è bene e felicità.

   Nel suo viaggio, Candido, convinto della tesi di Pangloss, vede però che non sempre la vita è bella e sorridente e che è molto difficile pensare al lato migliore delle cose; capirà, dunque, che la tesi del filosofo era troppo ottimistica e inverosimile.

   Durante il viaggio incontrerà anche Martin e Cacambò che lo aiuteranno nella sua ricerca disperata dell’amata Cunegonda. Candido, infatti, girerà il mondo in una corsa frenetica: dalla Vestfalia all’Olanda, al Portogallo, all’America del Sud, alla Francia, all’Inghilterra, a Venezia e infine in Turchia.

   Alla fine del racconto, dopo mille vicissitudini, Candido ritroverà Pangloss e Cunegonda che diverrà sua sposa. (da http://it.answers.yahoo.com/)

VOLTAIRE NEL GIARDINO DI CANDIDE

di Armando Massarenti, da “il Sole 24ore”

  In uno degli scritti raccolti in Perché leggere i classici Italo Calvino definisce il Candide di Voltaire come una sorta di precorritore del cinema comico, dove l’effetto umoristico è ottenuto con l’accumularsi di disastri a velocità supersonica.

   Ciò che in quel racconto «più ci incanta», scrive Calvino, «non è la satira, non è il prender forma d’una morale o d’una visione del mondo: è il ritmo. Con velocità e leggerezza, un susseguirsi di disgrazie supplizi massacri corre sulla pagina, rimbalza di capitolo in capitolo, si ramifica e moltiplica senza provocare nell’emotività del lettore altro effetto che d’una vitalità esilarante e primordiale».

   Con eguale velocità, bisogna però aggiungere, si susseguono anche le forme morali e le visioni del mondo, mentre gradualmente viene definendosi quella propria di Candido, protagonista di questo romanzo di formazione ante litteram.

immagine tratta da "BARRY LINDON" di Stanley Kubrick (ambientato nella metà del 700, come il CANDIDE di VOLTAIRE
immagine tratta da “BARRY LINDON” di Stanley Kubrick (ambientato nella metà del 700, come il CANDIDE di VOLTAIRE

Il lettore deve sempre essere pronto a cogliere fulmineamente anche questa più sottile forma di umorismo filosofico. Quasi come in Groucho Marx, le battute spuntano improvvise: talvolta sono preparate con pazienza, talvolta si susseguono a valanga, e per afferrarle è necessario calarsi nel clima degli eventi e delle dispute teologico-metafisiche del tempo, che nel romanzo sono tutte riferite, per assonanza o per contrasto, al tema di fondo impostato dal maestro Pangloss: la dottrina leibniziano-wolffiana secondo cui, nonostante l’esistenza di malvagità umane, guerre di religione e sciagure naturali come cataclismi, nubifragi e terremoti, viviamo nel migliore dei mondi che Dio avrebbe potuto creare.

   «Coloro i quali hanno affermato che tutto va bene, han detto una castroneria — puntualizza sottilmente Pangloss a Candido nel castello del barone di Thunder-ten-tronckh dove gli fa da precettore e da dove il giovane verrà cacciato «a calci in culo» per essersi innamorato della figlia del barone Cunegonda —.  Bisognava dire che meglio di così non potrebbe andare». (…..)

   In fuga da Berlino dopo la rottura con Federico II, indesiderato a Parigi e in cerca di una patria, Voltaire nel 1754 si era rifugiato nella calvinista Ginevra che ai philosophes dei paesi cattolici sembrava un’isola di libertà. In realtà le cose non stavano così.

   Le disavventure di Voltaire ebbero il loro culmine nel ’57, quando egli ispirò a D’Alembert la voce Ginevra dell’Encyclopédie e, credendo di far loro un complimento, sostenne che i pastori ginevrini più che dei calvinisti erano dei sociniani. Ora, il socinianesimo era, insieme al deismo e al fideismo scettico di Bayle, una delle dottrine per cui Voltaire maggiormente simpatizzava: privilegiava la morale rispetto al dogma, eliminava le dottrine metafisiche che erano state all’origine delle più efferate controversie, dei patiboli e delle guerre di religione che avevano insanguinato l’Europa, e infine promuoveva una visione positiva della natura umana, fiduciosa nella sua capacità di perfezionamento morale.

   Ma i calvinisti di Ginevra non condivisero queste simpatie, e gli apprezzamenti di Voltaire furono interpretati come una messa in dubbio della loro ortodossia. Essi manifestarono le loro rimostranze e il re di Francia finì per ordinare la sospensione della pubblicazione dell’Encyclopédie.

   Voltaire decise allora di lasciare la patria dello «spirito filosofico» e di scrivere uno di quei suoi racconti poco seri ma che riscuotevano tanto successo.

   (…..) La famosa battuta finale del romanzo, quando Candido risponde all’ennesima spiegazione di Pangloss del perché tutte le disgrazie non inficiano la sua teoria ottimistica, «dite bene, ma bisogna coltivare il nostro giardino» in realtà non giunge improvvisa. Durante tutte le sue disavventure il suo atteggiamento di fronte alle astruserie metafisiche è sempre lo stesso: «Voi dite bene, ma adesso dobbiamo fare questo e quello».

…………………………….

“CANDIDO – Ovvero l’Ottimismo” – VOLTAIRE – Cap. III

   Niente era così bello, così spedito, così splendente, così ben ordinato come i due eserciti. Le trombe, i pifferi, gli oboi, i tamburi, i cannoni formavano un’armonia quale non si udì mai neppure all’inferno. Prima i cannoni rovesciarono a terra circa seimila uomini per parte; poi la moschetteria tolse dal migliore dei mondi da nove a diecimila furfanti che ne infettavano la superficie. Anche la baionetta fu la ragion sufficiente della morte di qualche migliaio di uomini. Il totale poteva aggirarsi sulle trentamila anime. Candido, che tremava al pari di un filosofo, si nascose come meglio poté durante questo eroico macello.

Finalmente, mentre i due re facevano cantare dei “Te Deum”, ciascuno, nel proprio accampamento, decise d’andarsene da un’altra parte a ragionare sugli effetti e le cause. Passò sopra mucchi di morti e morenti, e raggiunse dapprima un villaggio vicino; era ridotto in cenere.

Si trattava di un villaggio avaro che i Bulgari avevano incendiato, secondo le leggi del diritto pubblico. Qui vecchi crivellati di colpi guardavano morire le loro mogli sgozzate, che stringevano i bambini alle mammelle sanguinanti; là ragazze sventrate, dopo avere saziato i naturali bisogni di qualche eroe, esalavano l’ultimo respiro; altre, semibruciate, gridavano implorando di finirle. Cervelli erano sparsi per terra, accanto a braccia e gambe tagliate.

Candido fuggì al più presto in un altro villaggio: apparteneva ai Bulgari, e gli eroi Avari l’avevano trattato allo stesso modo.

Candido, sempre camminando sopra membra palpitanti, o attraverso rovine, uscì finalmente dal teatro della guerra, portando qualche piccola provvista nella bisaccia, e senza mai dimenticare i begli occhi di madamigella Cunegonda.

Le provviste gli vennero meno quando fu in Olanda; ma avendo sentito dire che in quel paese tutti erano ricchi, e cristiani, non dubitò che lo avrebbero trattato bene come nel castello del signor barone, prima d’esserne scacciato per i begli occhi di madamigella Cunegonda.

Chiese l’elemosina a parecchi gravi personaggi, i quali gli risposero tutti che, se avesse continuato a fare quel mestiere, lo avrebbero rinchiuso in una casa di correzione per insegnargli a vivere.

Si rivolse poi a un uomo che aveva parlato da solo per un’ora intera sulla carità davanti a una grande assemblea. L’oratore, guardandolo di traverso, gli disse: “Che cosa venite a fare qui? Venite per la buona causa?” “Non c’è effetto senza causa”, rispose modestamente Candido, “tutto è necessariamente concatenato e disposto per il meglio. Bisognava che fossi cacciato dal castello di madamigella Cunegonda, che fossi passato per le verghe, e bisogna che domandi il pane finché non sia in grado di guadagnarmelo; tutto ciò non poteva essere altrimenti”.

“Amico mio”, gli disse l’oratore, “credete voi che il papa sia l’Anticristo?” “Non l’avevo ancora sentito dire”, rispose Candido, “ma che lo sia o no, io non ho pane”.

“Non meritate di mangiarne”, disse l’altro, “andatevene, farabutto; andate miserabile, lungi dalla mia vista”.

La moglie dell’oratore, affacciatasi alla finestra, vedendo un uomo che dubitava che il papa fosse l’Anticristo, gli rovesciò in testa un vaso pieno di… O cielo! a quali eccessi può condurre lo zelo religioso nelle signore!

Un uomo che non era battezzato, un buon anabattista, di nome Giacomo, vide la maniera crudele e ignominiosa in cui veniva trattato un suo fratello, un bipede implume con un’anima; lo condusse a casa sua, lo ripulì, gli diede del pane e della birra, gli regalò due fiorini, e volle persino insegnargli a lavorare nelle sue manifatture le stoffe persiane che si fabbricano in Olanda.

Candido, quasi prosternandosi davanti a lui, esclamava: “Il mio maestro Pangloss me l’aveva detto che tutto va per il meglio in questo mondo, perché io sono infinitamente più commosso della vostra estrema  generosità che non della durezza di quel signore dal mantello nero e della signora sua sposa”.

L’indomani, mentre passeggiava, incontrò un mendicante tutto coperto di pustole, con gli occhi spenti, la punta del naso corrosa, la bocca distorta, i denti neri, la voce gutturale; era tormentato da una tosse violenta, e a ogni accesso sputava un dente.

…………………………….

SIAMO TUTTI ILLUMINISTI?

VOLTAIRE E IL PEGGIORE DEI MONDI POSSIBILI: lezione pubblica del ciclo Theatrum philosophicum

di Paola Giacomoni, da http://periodicounitn.unitn.it/

   Il “Candide” di Voltaire è uno scritto contro l’ottimismo. La cosa, anche se molto nota, non cessa di sorprendere: questo non sembra affatto un tema da illuministi, ma da pensatori della crisi, della decadenza dei costumi e della morale. In realtà il paradosso è solo apparente: sono proprio coloro che credono nella razionalità e nel progresso a essere interpellati dal male, dall’infelicità; chi crede alla ricerca della felicità e del piacere e teorizza, come Voltaire, anche la legittimità del lusso, si trova spiazzato di fronte alla catastrofe e al male nel mondo.

   La vicenda del terremoto di Lisbona del 1755, che servì da spunto di riflessione per la nascita del “Candide”, non si presta infatti a essere letta come un esempio del “migliore dei mondi possibili”, famosa teoria leibniziana sempre sulla bocca di un ridicolo professore di nome Pangloss. Il terremoto di Lisbona del 1° novembre 1755 aveva gravemente danneggiato l’allora quarta città d’Europa per numero di abitanti, ed era stato percepito come catastrofe, come distruzione inspiegabile di un mondo e di molte vite nel cuore d’Europa.

   Di qui era nata quella che è apparsa come l’ultima disputa pubblica sui piani di Dio sul mondo, cui avevano partecipato, oltre Voltaire con il suo “Poema sul disastro di Lisbona” del 1756, anche Rousseau, che rispose con una lettera di dissenso, e il giovane Kant che scrisse diversi articoli di spiegazione scientifica dell’evento.

   La disputa è famosa perché dopo di allora si parlerà sempre meno di peccato e di colpa e sempre più di cause e di gradi di rischio. La scienza si attrezza e l’Illuminista su questa base cerca il senso dell’evento. Ciò non significa che l’uomo sia per Voltaire un essere decaduto e bisognoso di redenzione, ma invece un essere finito e sensibile, che ricerca la felicità umana e concreta, e proprio per questo è esposto al rischio e alla sofferenza.

   Nel “Candide”, opera inclassificabile e difficilmente trasferibile in scena, tutto è portato alle estreme conseguenze; Voltaire vuole anzitutto provocare, ed è soprattutto un grande comunicatore. “Candide” esce anonimo a Parigi e a Ginevra nel 1759 e ne circolano addirittura 20.000 copie in quello stesso anno, benché fosse reato comprarlo. Un vero caso editoriale e una battaglia di un uomo coraggioso e al tempo stesso non ascetico o votato al martirio; amante del mondo, ma anche pronto a pagare le conseguenze del suo pensiero. Carcere ed esilio non mancarono infatti nella sua lunga e non infelice vita.
Nel “Candide” Voltaire grida l’assurdità della superstizione che vede il terremoto come castigo di Dio, ma anche e soprattutto attacca i “contabili delle disgrazie” e dell’equilibrio dei beni, come Leibniz e il suo seguace, il poeta inglese Alexander Pope, anche lui portato a far capire a molti teorie difficili attraverso la poesia.

   Il tema era: come è possibile il male nel mondo se Dio è perfetto? L’ “Essay on man” di Pope del 1733 si conclude nella prima parte con la famosa frase: whaterver is, is right, tradotto poi da Voltaire, con una certa libertà, tout est bien. Concetto tradotto dal personaggio Candide in questo modo: mentre tutto va male, gli uomini sono feroci, le guerre imperversano, la terra trema, le malattie falciano le vite, Pangloss, l’iperleibniziano, dice che tutto va bene, che doveva andare così, che a Lisbona doveva esserci il terremoto, secondo i piani di Dio e che l’anabattista, unico personaggio forse a essere solo positivo nel “Candide” doveva giustamente morire nel giungere a Lisbona.

   La natura e la storia, cioè il mondo in cui l’uomo vive, appare a Voltaire come un caos quasi incomprensibile, di cui è possibile conoscere piccole porzioni, e non è certo una sinfonia armoniosa e in generale volta al bene. Niente è prevedibile, molte cose fatte dagli uomini, che tuttavia non sono tutti malvagi, sono pessime o portano a pessime conseguenze. Inquisizione, guerre, torture, il potere come male distruttivo in quasi ogni paese (tranne l’utopico Eldorado) sono in modo diverso insopportabili.

   Questo ‘giro del mondo in 80 pagine’ con personaggi senza dimensione psicologica, fa a pezzi con l’arma feroce dell’ironia, qualsiasi possibile risposta consolante alla questione della teodicea.
Alla fine, come è ben noto, Candide decide di ritirarsi dalla mischia per coltivare il suo orticello – come peraltro Voltaire faceva a Ferney per tenersi in forma e combattere la noia – con un lavoro utile e vantaggioso.

   Italo Calvino, in una famosa prefazione all’opera, interpreta questo finale non come scettico e rinunciatario, ma anzitutto come antimetafisico: non devi porti altri problemi se non quelli che puoi risolvere con la tua diretta applicazione pratica. E aggiunge: nel “Candide” si assiste a un susseguirsi di disgrazie che rimbalza di capitolo in capitolo con velocità e leggerezza, provocando nel lettore l’effetto di una “vitalità esilarante e primordiale”, osservazione molto appropriata al vitalissimo Arouet le Jeune.
Nelle opere successive risulterà chiaro quel che Voltaire pensava: solo se rinunciamo all’assurda convinzione di vivere nel migliore dei mondi possibili potremo pensare di migliorarlo, con il lavoro e i lumi della ragione, combattendo fanatismo e superstizione. E in questo ci sentiamo tutti illuministi, soprattutto oggi.

……………………………..

“CANDIDO – Ovvero l’Ottimismo” – VOLTAIRE – Cap. IV

   Candido, mosso più dalla compassione che dall’orrore, diede all’orribile mendicante i due fiorini ricevuti dal buon anabattista Giacomo. Il fantasma lo guardò fissamente, versò qualche lacrima, e gli saltò al collo. Candido, sgomento, indietreggiò.

“Ahimè!” disse il miserabile all’altro miserabile, “non riconosci più il tuo caro Pangloss?” “Che sento? Voi, mio caro maestro! Voi, in quest’orribile stato! Quale sventura vi ha dunque colpito? Perché non vi trovate nel più bello dei castelli? Che ne è di madamigella Cunegonda, la perla delle fanciulle, il capolavoro della natura?” “Non ne posso più”, disse Pangloss.

Subito Candido lo condusse nella stalla dell’anabattista, dove gli fece mangiare un po’ di pane; e quando Pangloss si fu rifocillato: “Ebbene!” gli disse, “e Cunegonda?” “E’ morta”, rispose l’altro.

A questa parola Candido svenne; l’amico lo fece tornare in sé con un po’ di cattivo aceto trovato per caso nella stalla. Candido riapre gli occhi.

“Cunegonda è morta! Ah! migliore dei mondi, dove sei? Ma di quale malattia è morta? Non sarà per avermi visto cacciare dal cancello del suo signor padre a forza di calci?” “No”, disse Pangloss, “è stata sventrata da alcuni soldati bulgari dopo esser stata violata quanto si può esserlo; il signor barone, che voleva difenderla, ha avuto la testa sfondata; la signora baronessa è stata tagliata a pezzi; il mio povero pupillo, trattato esattamente come sua sorella; quanto al castello, non ne è rimasta pietra su pietra, non un fienile, non una pecora, non un’anatra, non un albero; ma siamo stati ben vendicati, perché gli Avari hanno fatto altrettanto in una baronia vicina, che apparteneva a un signore bulgaro”.

A tale discorso Candido svenne una seconda volta; ma, tornato in sé, e detto tutto ciò che doveva dire, si informò della causa e dell’effetto, e della ragion sufficiente che avevano ridotto Pangloss in uno stato così pietoso.

“Ahimè!” disse l’altro, “è l’amore: l’amore, il consolatore del genere umano, il conservatore dell’universo, l’anima di tutti gli esseri sensibili, il tenero amore”.

“Ahimè”, disse Candido, “l’ho conosciuto, quest’amore, questo sovrano dei cuori, quest’anima della nostra anima, non mi ha fruttato che un bacio e venti calci nel sedere. Come mai una così bella causa ha potuto produrre in voi un così abominevole effetto?” Pangloss rispose in questi termini:

“Mio caro Candido! tu hai conosciuto Pasquetta, la graziosa cameriera della nostra augusta baronessa, nelle sue braccia ho gustato le delizie del paradiso, che hanno prodotto i tormenti d’inferno da cui mi vedi divorato; ne era impestata, forse ne è morta. Pasquetta doveva questo regalo a un dottissimo frate francescano, che era risalito alla fonte, perché l’aveva avuto da una vecchia contessa, che l’aveva ricevuto da un capitano di cavalleria, che lo doveva a una marchesa, che l’aveva avuto da un paggio, che l’aveva ricevuto da un gesuita, il quale, da novizio, I’aveva avuto direttamente da un compagno di Cristoforo Colombo. Quanto a me, non lo darò a nessuno, perché muoio”.

“O Pangloss!” esclamò Candido, “ecco una strana genealogia! il capostipite non ne è forse il diavolo?” “Niente affatto”, replicò il grand’uomo, “era una cosa indispensabile, nel migliore dei mondi, un ingrediente necessario: perché se Colombo non avesse preso in un’isola dell’America questa malattia che avvelena la sorgente della generazione, che spesso anzi impedisce la generazione stessa, e che, evidentemente, si oppone al grande fine della natura, non avremmo né cioccolata né cocciniglia; bisogna poi osservare che nel nostro continente, fino a oggi, questa malattia è tipicamente nostra, come la controversia. Turchi, Indiani, Persiani, Cinesi, Siamesi, Giapponesi, non la conoscono ancora: ma c’è ragion sufficiente che debbano conoscerla a loro volta fra qualche secolo.

Nel frattempo ha fatto meravigliosi progressi fra noi, e soprattutto in quei grandi eserciti composti di onesti mercenari beneducati che decidono del destino degli Stati; si può affermare che, quando trentamila uomini combattono in battaglia campale contro eserciti di egual numero, ci siano circa ventimila impestati per parte”.

“Una cosa mirabile”, disse Candido, “ma bisogna guarirvi”.

“E come posso?” disse Pangloss. “Non ho un soldo, amico mio, e in tutta l’estensione del globo non si può avere né un salasso, né un clistere senza pagarlo, o senza qualcuno che paghi per noi”.

Quest’ultimo ragionamento fece prendere a Candido una decisione; andò a gettarsi ai piedi del suo anabattista Giacomo, e gli dipinse in maniera così commovente lo stato in cui l’amico era ridotto che il buonuomo non esitò a raccogliere il dottor Pangloss; lo fece guarire a proprie spese.

Pangloss, durante la cura, non perse che un occhio e un orecchio. Scriveva bene, e conosceva perfettamente l’aritmetica.

L’anabattista Giacomo ne fece il proprio contabile. In capo a due mesi, trovandosi nella necessità d’andare a Lisbona per ragioni di commercio, condusse con sé sulla nave i due filosofi. Pangloss gli spiegò come tutto fosse disposto per il meglio. Giacomo non era di quest’opinione.

“Bisogna bene”, diceva, “che gli uomini abbiano corrotto un po’ la natura, poiché non sono nati lupi, e lo sono diventati. Dio non ha dato loro né cannoni da ventiquattro, né baionette; e loro si sono fabbricati cannoni e baionette per distruggersi. Potrei aggiungere le bancarotte, e la giustizia che si impadronisce dei beni dei bancarottieri per defraudare i creditori”.

“Tutto questo era indispensabile”, replicava il dottore guercio, “e i mali particolari compongono il bene generale; di modo che più ci sono disgrazie particolari e più tutto va bene”.

Mentre così ragionava, l’aria si oscurò, i venti soffiarono dai quattro angoli della terra, e il vascello fu assalito dalla più orribile tempesta, proprio in vista del porto di Lisbona.

……………………………

LA FISICA QUANTISTICA E L’ORRORE DEL VECCHIO

By Roberto Cotroneo

http://robertocotroneo.me/

   Vorrei parlarvi della paura ossessiva per tutto ciò che è vecchio, scomodando alcune affascinanti teorie della fisica moderna e partendo da un celebre libro, il Candide, dove Voltaire fa dire al suo personaggio: «Se questo è il migliore dei mondi possibili, allora dove sono gli altri?».

   Voltaire, nel 1759, l’anno in cui scrisse questo libro, non poteva conoscere David Deutsch, un fisico israeliano nato due secoli dopo, che lavora a Oxford e si occupa di computazione quantistica. Le sue teorie sono molto complesse, e comprensibili quasi solo agli specialisti, eppure entrano nelle nostre vite di tutti i giorni e condizionano il nostro futuro.

   Tutti ormai parlano abitualmente di universi paralleli. È un termine entrato nel linguaggio comune che semplifica moltissime teorie fisiche: a cominciare dalla teoria delle stringhe, dove si ipotizza che il nostro universo sia solo uno dei tanti. E che tutti gli universi sono paralleli, e dunque vivono di logiche proprie. Se stai in un universo, non puoi accedere a un altro.

   Questa teoria della fisica è forse quella più vicina a certi temi della letteratura su cui hanno scritto autori che amiamo molto. Due nomi su tutti: Jorge Luis Borges e Italo Calvino. In realtà i fisici negli ultimi decenni sono ossessionati dalla formulazione scientifica di quella che chiamano, con un acronimo inglese, “MWI”, ovvero: Many Worlds Interpretation. La teoria a molti mondi.

   Si chiedeva Candide: dove sono gli altri mondi? Un tempo si sarebbe detto che sono altrove e non ci arriveremo mai. Oggi, attraverso continui esperimenti sulla curvatura della luce, sappiamo che si trovano delle fenditure, dei passaggi, che permettono una sorta di comunicazione.

   Tutto questo si trova anche in un saggio di Deutsch, pubblicato in Italia da Einaudi nel 1997: La trama della realtà. E si può leggere, in forma narrativa, in libri come Se una notte d’inverno un viaggiatore di Calvino, o in un racconto come Il giardino dei sentieri che si biforcano di Borges.

   Ma soprattutto si può vedere nel modo che abbiamo di utilizzare il web. E nella nostra incapacità di percepire il vecchio e il nuovo.

   E siamo arrivati al punto. Il concetto di vecchio, fino a poco tempo fa, era strettamente connesso al decadimento e all’esaurimento di un corpo, di un oggetto, di una tecnologia. Qualcosa di vecchio è qualcosa che ha perso funzionalità ed efficacia a causa del tempo. Poi la moda, attraverso l’estetica moderna, ha spostato il vecchio in un’altra dimensione: in quella del già assimilato. Così il vecchio è diventato abitudine, non più inadeguatezza.

   Come se, facendo un paragone cosmologico, l’universo invecchiasse per ripetitività e non per esaurimento della sua energia. Ma proprio perché il vecchio ha perso la sua reale funzione, abbiamo inventato il vintage, ovvero il riprendere cose che hanno qualità, energia e realtà, ma che erano finite in una sorta di MWI delle abitudini e del già visto, in quell’universo multiverso.

   Le tecnologie invecchiano quando sono inadeguate. Ma a cosa? Forse a diversi universi che interferiscono con il nostro? Tutti  abbiamo amici che usano ancora un vecchio modello di computer, o un cellulare d’altri tempi, dicendo che va benissimo. E tutti abbiamo amici che dicono di non sentir alcun bisogno di stare su un social network. Ma noi che facciamo l’opposto non siamo più avanti. E loro non sono vecchi. Siamo su mondi diversi, nel senso vero della parola.

   Ed ecco spiegata la nostra ossessione per il superato, per il vecchio. Ci sorprende che ciò che siamo stati sopravviva altrove. E non possiamo rientrare in contatto con il nostro universo parallelo se non attraverso i sogni o attraverso percezioni indefinite e tutte ancora da teorizzare. (Roberto Cotroneo)

…………………………..

L'EPICENTRO DEL TERREMOTO-TSUNAMI DI LISBONA DEL 1755 (cliccare sull'immagine per ingrandirla)
L’EPICENTRO DEL TERREMOTO-TSUNAMI DI LISBONA DEL 1755

IL TERREMOTO DI LISBONA – Il 1º novembre del 1755 si verificò un violento terremoto con epicentro sotto l’Oceano Atlantico ad alcune decine di km a Sud – Sudovest di Lisbona, dove si ebbero fra 60.000 e 90.000 morti (a seconda delle fonti) su una popolazione stimata in 275.000 abitanti. In Marocco vi furono altri 10.000 morti. Le scosse ebbero una durata di circa 6 minuti.

A Lisbona si ebbe uno tsunami: il mare si ritirò lasciando il molo e la riva a secco, con tutte le navi e le barche che vi erano ormeggiate, quindi un’onda di 15 metri si abbatté sulla città. All’interno del paese le scosse causarono frane sui monti Arrábida, Serra da Estrela, Julio, Serra do Marão e Sintra.

Il sisma interessò buona parte dell’Europa (Norvegia, Svezia, Germania, Olanda, Francia, Spagna, Gran Bretagna ed Irlanda) e del Nordafrica (particolarmente a Tangeri, Fez, Meknes e Marrakech in Marocco) e Tetuan e Funchal nell’isola di Madera.

Le scosse furono percepite in Olanda, Svizzera, Italia e Corsica ma anche alle Antille ed a Barbados.

In Africa fu avvertito quasi con la stessa violenza che in Europa.

La città di Algeri fu in gran parte distrutta. In Marocco, molte abitazioni crollarono a Fez e a Meknes, e molti furono coloro che perirono sotto le rovine. Anche Marrakech subì le stesse devastazioni. (da WIKIPEDIA)

……………………………………….

“CANDIDO – Ovvero l’Ottimismo” – VOLTAIRE – Cap. V

   La metà de’ passeggieri, languidi, e affranti dalle indicibili angosce che il tentennìo d’un bastimento produce ne’ nervi e in tutti gli umori del corpo agitati in contrarie direzioni, non avea nemmeno la forza di mettersi in pena del suo pericolo; l’altra metà gettava delle strida, e innalzava preghiere.

Eran lacere le vele, gli alberi spezzati, sdruscito il bastimento. Lavorava chi poteva, non vi era chi s’intendesse, non vi era chi comandasse. L’anabattista dava un po’ di ajuto alla manovra; egli era sul cassero; un marinajo furioso lo colpisce malamente, e lo distende sulla coperta, ma dal colpo che diede a lui ebbe egli stesso una scossa sì violente che cadde a capo riverso fuor del bastimento.

Restava egli sospeso e abbriccato a un pezzo d’albero rotto. Il buon uomo di Giacomo corre al di lui soccorso, e l’ajuta a risalire, ma dallo sforzo che fece è precipitato egli nel mare in vista del marinajo che non si degnò nemmeno di rimirarlo.

Candido si accosta, vede il suo benefattore che ricomparisce a galla un momento, e resta inghiottito per sempre. Vuole egli gettarsegli dietro nel mare, il filosofo Pangloss lo ritiene, provandogli che la spiaggia di Lisbona era stata formata apposta, perchè quest’anabattista vi si annegasse.

Mentre lo stava provando a priori, s’apre il bastimento e tutti periscono, a meno di Pangloss, di Candido, e del marinaro brutale che aveva affogato il virtuoso anabattista. Quel birbante nuotò fino alla riva, ove Pangloss e Candido furono trasportati anch’essi sopra d’un asse.

Ritornati che furono un poco in sè, presero il cammino verso Lisbona. Restava a loro qualche denaro con cui speravano di scampar la fame dopo aver scampato il naufragio.

Appena messo piede in città, piangendo la morte del loro benefattore, sentono tremare la terra sotto i lor piedi; il mare si solleva ribollendo nel porto, e fracassa i bastimenti che sono all’áncora. Vortici di fiamme e di cenere coprono le strade o le piazze, crollano gli edifizj, si rovesciano tutti sulle fondamenta, e le fondamenta dispergonsi.

Trenta mila abitanti d’ogni età e d’ogni sesso restano schiacciati dalle rovine. Il marinajo fischiando, e bestemmiando dicea fra sè: – Qui v’è da buscar qualche cosa.

– Qual può esser la ragion sufficiente da’ un tal fenomeno? dicea Pangloss.

– Questa è la fine del mondo, esclamava Candido.

Il marinajo corre addirittura tramezzo alle rovine ad affrontar la morte per trovar de’ quattrini, ne trova, se ne impadronisce, s’ubbriaca, e avendo smaltito il vino, compra i favori della prima ragazza cortese che se gli para davanti, sulle ruine delle case distrutte, e in mezzo dei moribondi e de’ morti. Pangloss lo tirava intanto per la manica, “amico, dicendogli, la non va bene, voi mancate alla ragione universale, voi impiegate malamente il tempo.” – Corpo di… sangue di… rispondeva l’altro, son marinajo e nato a Batavia; oh va che tu hai trovato il tuo, colla tua ragione universale!

Candido era stato ferito da alcune scaglie di pietre, e coperto di frantumi di rovine giacea disteso sulla strada. – Ahimè, diceva egli a Pangloss, procurami un po’ di vino, e un po’ d’olio, ch’io mi muojo. – Questo terremoto rispondeva Pangloss, non è cosa nuova; la città di Lima sofferse in America le stesse scosse l’anno passato: l’istessa cagione produce l’istesso effetto: bisogna che certamente sotto terra vi sia una striscia di zolfo da Lima fino a Lisbona – Non vi è niente di più probabile, diceva Candido, ma datemi per Dio un po’ di vino e un po’ d’olio. – Come probabile? replica il filosofo; la cosa è evidente, ed io la sostengo.

Candido perdè il lume degli occhi, e Pangloss gli recò dell’acqua d’una fontana vicina.

Il giorno dopo, avendo trovato qualche po’ di provvisioni con ficcarsi tramezzo alle rovine, si rinfrancarono un po’ di forze, quindi si posero come gli altri a lavorare per sollievo degli abitanti ch’erano scampati alla morte.

Alcuni cittadini sovvenuti da essi gli diedero da desinare qual poteva apprestarsi in tanta sciagura.

Era il pranzo veramente assai tristo, bagnando i convitati il loro pane di lacrime, ma Pangloss li consolava assicurandoli, che le cose non potevano andare altrimenti; perchè, diceva egli, tutto quel che è, è ottimo, imperocchè se vi è un vulcano a Lisbona non poteva essere altrove non essendo possibile che le cose non sieno dove sono; perchè ogni cosa è bene.

Un omiciattolo moro famiglio dell’Inquisizione, che gli era accanto, prese civilmente la parola, e gli disse: – Al vedere il signore non crede al peccato originale; perchè se ogni cosa è per lo meglio, non v’è dunque nè caduta nè castigo. – Domando umilissima scusa a vostra eccellenza, rispose anche più civilmente Pangloss, perchè la caduta dell’uomo e la maledizione entravano necessariamente nell’ottimo de’ mondi possibili. – Vossignoria non crede dunque la libertà? riprese il famiglio. – Mi scusi vostr’eccellenza, replicò Pangloss, la libertà può sussistere, con la necessità assoluta, perchè era necessario che noi fossimo liberi, perchè finalmente la volontà determinata…

Pangloss era in mezzo a questo discorso, quando il famiglio fece un cenno al suo staffiere che lo serviva a tavola con del vino di Porto.

………

PER PROSEGUIRE, CON IL CAP. VI, LA LETTURA DEL “CANDIDO” DI VOLTAIRE VAI SU:

http://it.wikisource.org/wiki/Candido/capitolo_6

…………………………….

da http://www.parodos.it/

LA NARRATIVA FILOSOFICO-ALLEGORICA

   La narrativa filosofica, in particolare nella forma del romanzo, nasce nell’ambito della cultura dell’Illuminismo, che si serve di questa forma espressiva così duttile e così popolare per far circolare le nuove idee politiche, sociali e morali.

   Attraverso l’invenzione fantastica e la descrizione di situazioni spesso paradossali, dalla forte carica simbolica e didascalica, gli autori del Settecento espongono la propria posizione aspramente critica nei confronti della società contemporanea; questa appare spesso trasfigurata all’interno di scenari e ambientazioni esotici o inverosimili, ma è sempre ben riconoscibile nelle sue contraddizioni e nelle sue storture. I diversi momenti dell’evoluzione di questo genere romanzesco si possono sintetizzare nelle seguenti tappe.

   Nell’ambito dell’Illuminismo francese vanno ricordati soprattutto i quattro “contes philosophiques” (racconti filosofici) di Voltaire, che hanno come protagonisti un extra-terrestre (Micromegas), un antico babilonese (Zadig), un giovane francese allevato da una tribù di pellirosse (L’ingenuo), un ragazzo sprovveduto e tenacemente ottimista circa il destino umano (CANDIDO): si tratta di personaggi-limite, che consentono all’autore di riflettere sulla condizione esistenziale dell’uomo e sulle regole della società civile.

   Nella letteratura inglese del Settecento il testo più importante è I VIAGGI DI GULLIVER di J. Swift, resoconto delle avventure vissute dal protagonista in paesi immaginari che offrono lo spunto all’autore per condurre una critica feroce di tutti i valori della società contemporanea, dalla politica alla religione, alla scienza; un’altra opera significativa è Vita e opinioni di Tristram Shandy, di L. Sterne, una sorta di antiromanzo, privo di una vera trama narrativa, costruito su digressioni, incisi, appelli al lettore, attraverso cui l’autore affronta i più disparati argomenti.

   Nell’Ottocento l’esempio più notevole di narrazione allegorica è da individuare in MOBY DICK di H. Melville, che nella lotta tra il protagonista e il mostro marino che lo ossessiona mette in scena l’eterno conflitto tra il bene e il male nella mente dell’uomo.

   Nel Novecento il tedesco H. Hesse ripropone la narrativa filosofica in varie opere che hanno come protagonisti personaggi esemplari della condizione umana, da SIDDHARTA a NARCISO E BOCCADORO. In Italia I. Calvino ha offerto, soprattutto con i romanzi della trilogia I nostri antenati, una rivisitazione particolarmente efficace del modello settecentesco.

…………………………..

SCIASCIA E IL SUO CANDIDO

   Candido, ovvero un sogno fatto in Sicilia è un romanzo di Leonardo Sciascia pubblicato per la prima volta nel 1977 da Einaudi e ispirato all’omonima opera di Voltaire. Il protagonista, Candido Munafò, nasce la notte tra il 9 e il 10 luglio 1943 durante lo sbarco in Sicilia degli alleati. I suoi genitori sono l’avvocato Munafò e sua moglie Maria Grazia, figlia del generale fascista Cressi, ora a riposo.

   Candido avrebbe dovuto essere chiamato Bruno, come l’eroico figlio del Duce, ma i suoi genitori furono d’accordo nel dargli quest’altro nome: suo padre perché il bombardamento l’aveva trasformato in una candida statua coperta di polvere finissima, e sua madre per un conveniente taglio netto con il passato.

Maria Grazia Munafò in seguito s’innamora di un capitano americano e scappa con lui. All’avvocato Munafò viene affidato Candido, che inizia a crescere libero e spontaneo: il risultato di questa formazione è un carattere assolutamente sincero e privo di pregiudizi.

   Candido rivela il colpevole di un omicidio che si era rivolto a suo padre: quando quest’ultimo viene a scoprire che suo figlio ha raccontato tutto, si suicida.

   Candido viene perciò posto sotto la tutela del nonno Cressi (nel frattempo politicamente riciclatosi come deputato democristiano, malgrado la sua avversione per il mondo clericale), che pensa bene di affidarlo a un arciprete. Contrariamente ad ogni previsione, anche l’arciprete comincia a cambiare e, dopo essere stato costretto a dimettersi a seguito di un omicidio di un prete, del quale scopre il colpevole, insieme a Candido si iscrive al PCI.

   Ma la sua sincerità lo pone in conflitto col PCI, che decide di espellerlo. Candido intanto s’innamora di Paola, domestica del nonno Cressi, e poi di Francesca: con quest’ultima fugge dalla Sicilia per andare a vivere prima a Torino e poi a Parigi.

   Il romanzo si conclude a Parigi, con l’incontro tra Francesca, l’ex arciprete e Candido con sua madre, sposata da tempo con l’ex capitano americano ormai in pensione. (da WIKIPEDIA)

Alfredo Giuliani – CANDIDE RABBIE DEL VOLTAIRE DI RACALMUTO

   Il primo libro pubblicato nel 1950 da Leonardo Sciascia si intitola Favole della dittatura. L’ho letto soltanto nel 1982, quando in occasione del Capodanno l’editrice Sellerio lo ristampò in una veste assai elegante e lo mandò agli amici. Le favole, brevi o brevissime, sono meno d’una trentina; scritte con fermissimo e misurato nitore, lasciano appena intravedere quelle che saranno poi le cifre di questo autore: l’amarezza appassionata, l’arguzia mimica, il realismo venato di malinconia e di umori metafisici.
Vorrei citare per intero una delle favole dal libretto di Sellerio: “Da anni il cane, quando pieno di noia si acculava ai piedi del padrone, amava la fresca sensazione che le scarpe gli davano: il padrone usando sempre una buona vernice alla trementina. Così, lentamente, il pensiero dei calci ricevuti e da ricevere, si fuse in quell’odore gradevole, acquistò una certa voluttà. La pedata fu soltanto un odore. Ma un giorno il padrone usò altra vernice, di un odore più torbido, come di petrolio e di sego. Da allora le pedate riempirono il cane di disgusto”. Qui Sciascia era ancora incline a intenzioni di raffinamento, quasi liriche.
La favola del servilismo ha un tempo, che si snoda nei rapporti tra sentimenti e fatti; e ha uno spazio: si svolge in basso, “ai piedi del padrone”. Il tempo indefinito e continuo della condizione cane – padrone è reso con sapienza; al centro “il pensiero dei calci ricevuti e da ricevere”, e al principio e alla fine, simmetrici, “Da anni” e “Da allora”. Ma un’altra simmetria gioca il ruolo principale: il cane che era “pieno di noia” quando finiva di gustare il buon odore delle pedate, si riempie di disgusto quando l’odore cambia e diventa sgradevole. I fatti determinano le reazioni morali; e quella noia provata dal cane prima del disgusto non è forse un fatto più sottile, più insinuante dell’odore delle pedate?
Dietro il garbo agevole e spesso divertito della scrittura, Sciascia risulta per fortuna un autore tenacemente attaccato alla realtà delle contraddizioni, ai fatti piccoli o grandi che costituiscono le verità percepite. Il piacere di favoleggiare, la mania di elevare la cronaca a favola, l’intelligenza della storia, e quella che ho chiamato più sopra l’arguzia mimica (la capacità di assumere e affabulare con riflessione i modi di essere degli altri), la naturalezza di scrivere pensando al lettore come a un altro se stesso (“Quando non mi diverto, la pagina non viene”); ecco, tutto questo, a cui si aggiunga il pirandellismo di fondo, fa di Sciascia un narratore deliziosamente pettegolo, irrequieto, mutevole, un interprete smaliziato della nostra commedia sociale.
Tra le molte pagine dedicate a Pirandello, rileviamo un tratto autobiografico nel volume-intervista La Sicilia come metafora (Mondadori): quando lesse Il fu Mattia Pascal e qualche volume di novelle, ne ebbe una travolgente rivelazione: che dentro il modo pirandelliano egli viveva, che il dramma pirandelliano dell’identità e della relatività era il suo di ogni giorno. “Chi sono – come sono – come mi vedono gli altri – chi sono e come sono gli altri – come si può parlare con gli altri se gli altri non sanno nulla di me e io nulla degli altri e nulla anche di me stesso”.
Questo è l’aspetto arrovellato, da cui vediamo nascere l’inclinazione, tutta siciliana, al mimo. Tradizione orale, sulla quale Sciascia ha scritto osservazioni interessantissime (La corda pazza, Einaudi), e tradizione letteraria, essenzialmente moderna. Se pensiamo a certe novelle di Pirandello e ai Mimi siciliani di Francesco Lanza (ristampato da Sellerio parecchi anni fa con prefazione di Italo Calvino). Scoprire il rovescio doloroso, pietoso, dell’avvenimento faceto, o il grottesco dentro la tragedia: il nocciolo dell’ispirazione pirandelliana, secondo Sciascia, è per lo più la sollecitazione fantastica provocata dal fatto realmente accaduto, è il personaggio reale che s’impone quale mimo di se stesso. Questa è anche la poetica di Sciascia, ma tenendo conto di una correzione: il modo di “ragionare le cose” si aggrappa all’illuminismo, a Diderot, Courier, Manzoni, insomma alla lucidità e al sarcasmo che si ficcano nel groviglio delle pulsioni umane, dei caratteri, degli interessi, delle cecità umane.
Molti dei più celebrati romanzi di Sciascia sembrano quasi belli e scritti per il cinema (Il giorno della civetta, Todo Modo); penso che di quelli il migliore sia A ciascuno il suo (ristampato l’anno scorso dall’Adelphi). Del resto, Sciascia non nascondeva tale vena: “Per il modo di raccontare, di fare il racconto, credo di avere un debito più verso il cinema che verso la letteratura”, dice a Marcelle Padovani (La Sicilia come metafora).
Ma il suo piacevole raccontare può avere ambizioni più complesse. CANDIDO, del 1977, intreccia pressoché tutte le corde dello strumento: quella “pazza” o grottesca, la malinconica, la corda filosofica, la pettegola e maliziosa. FEDELE AL MODELLO VOLTAIRIANO, L’AUTORE ACCUMULA IN CANDIDO TUTTE LE IMPROBABILITÀ SEMISERIE E PLAUSIBILI DELLA NOSTRA COMMEDIA SOCIAL – POLITICA, con suicidi, omicidi, intrallazzi e bieche carriere, famiglie rapaci, gerarchi di partito, e molti preti spretati.
Le vicende burattinesche scorrono vicinissime alla realtà e vengono continuamente risucchiate da una voragine di mestizia e delusione.
SCIASCIA NON SE LA SENTE DI ESSERE CATTIVO QUANTO VOLTAIRE. Questi non risparmia dal ridicolo il suo protagonista. Candide, vissute tutte le sue disavventure per amore di Cunegonda, finisce con lo sposarla di malavoglia, diventata com’è brutta e sbattutissima, e con l’accontentarsi di coltivare l’orto.

   Quanto al suo precettore Pangloss, la sua leibniziana fede che questo è il migliore dei mondi possibili non vacilla mai neppure per un momento. Candide e Pangloss sono i due poli della ridicolaggine, e in conclusione appaiono derisoriamente salvi nel loro attivismo pratico e teorico.
Invece, i due protagonisti di Sciascia non sono tanto ridicoli, caso mai ridicola è la Storia che ne strapazza la fede. Candido, orfano e ricco possidente, si fa tranquillamente rubare la terra dai parenti, dopo avere invano tentato di regalarla ai contadini, e colmo di felicità, beato con la sua Francesca come in un sogno, finisce col fare il meccanico in un’officina. Il suo precettore don Antonio, inquieto arciprete che legge gli enciclopedisti, Stendhal, Marx e i sacri testi psicoanalitici, una volta spretato conquista una vera religiosità e si iscrive al partito comunista.
La complicità che Sciascia crea tra questi due esseri di favola è cosa amabilissima, ed è il succo del gustoso apologo. Amabilmente oppositivo è il ruolo che i due giocano l’uno per l’altro. Se per Candido l’essere comunista è “un fatto quasi di natura”, per don Antonio è “una faccenda molto complicata, molto sottile”. Se per Candido è più che giusto farsi espellere dal partito per restare comunista, don Antonio, per quanto indocile, non se lo può permettere, dato che non vuole “spretarsi” due volte. Il sistema di don Antonio consiste nel porre incessantemente l’una contro l’altra, o accanto all’altra, le verità più contrastanti. E Candido gli domanda: come può un uomo, o un partito, contenere tante verità opposte? Un partito non può, gli risponde don Antonio, deve trascegliere, ma la sinistra e l’uomo di sinistra, sì, deve viverle tutte. Questa è la morale dell’apologo.
Dopo questo libro, Sciascia scrisse L’Affaire Moro e si dedicò soprattutto a quelle riscritture e rimuginazioni di cronache che aveva pur sempre praticato (basta ricordare Morte dell’inquisitore del 1964 e I pugnalatori del 1976). Per loro natura tali scritti possono risultare assai accattivanti, sospesi tra il saggio di costume e il resoconto, per lo più, di un caso giudiziario o di una vicenda enigmatica.
Ricordo in particolare La scomparsa di Majorana (Einaudi), 1912+1 (Adelphi) e le Cronachette (Sellerio), tra le quali spicca la storia bellissima e atroce della “Povera Rosetta”, angelica canzonettista dei bassifondi ammazzata di botte dai questurini incarogniti (episodio milanese del 1913).
Detto questo un po’ con l’ansia di far presto, e con il rimpianto per la tormentata fine dello scrittore, devo aggiungere qualche riga sulle mie personali preferenze. Sfogliando e risfogliando tante opere e operine mi sono un po’ soffermato su quelle che vorrei rileggere: il diario Nero su nero e, in cima a tutte, il mirabile Occhio di capra (entrambi pubblicati da Einaudi), una raccolta dal vivo di espressioni siciliane, di Racalmuto, il paese di Sciascia: parole, modi di dire, figure di discorso. In Occhio di capra c’è tutto il meglio della maniera appassionata, concreta, metafisica, poeticamente maliziosa del narratore. Le parole di questo piccolo e vivente vocabolario sono storie, sono favole, miti, misteri, rivelazioni, sono cose e stampi di persone, mimi che i parlanti con arte istintiva recitano addosso agli altri o a se stessi, e che Sciascia spiega raccontando, a futura e perenne memoria. (Alfredo Giuliani, da La Repubblica, 21 novembre 1989).

……………………….

da wikipedia:

LA TRAMA DEL “CANDIDO” DI VOLTAIRE

In Vestfalia, in uno “splendido” castello “dotato anche di porte e finestre“, di proprietà del barone di Thunder-den-Tronckht, “il più grande signore della provincia e perciò del mondo“, vive un giovane dal carattere ingenuo e sincero, di nome Candido. Suo precettore è Pangloss (dal greco “πᾶν”, pan, tutto, e “γλῶσσα”, glossa lingua e quindi “tutto lingua”: parodia dei discepoli di Leibniz come Christian Wolff), che insegna a lui e alla figlia del barone la “metafisico-teologo-cosmolonigologia“, la dottrina filosofica secondo la quale il mondo è “il migliore dei mondi possibili” in quanto “tutto ciò che esiste ha una ragione di esistere“, ad esempio “i nasi servono ad appoggiarvi gli occhiali, ed infatti noi abbiamo degli occhiali“.

Candido segue molto volentieri le lezioni di Pangloss, in quanto trova molto bella Cunegonda (personaggio ispirato dalla nipote e compagna di Voltaire madame Denis), la figlia del barone, e trascorre il tempo a guardarla. Successivamente la ragazza, stimolata dall’aver spiato una “lezione di anatomia” che si stava svolgendo dietro un cespuglio tra Pangloss ed una servetta, bacia Candido dietro un paravento ma viene scoperto dal barone.

Egli lo spedisce a gran calci nel sedere fuori dai suoi possedimenti e fuori dal regno. Poco dopo i Bulgari saccheggiano il castello e la famiglia viene trucidata; si salva solo Cunegonda che però sparisce, diventando preda di guerra per la soldataglia. Candido e Pangloss vengono curati da un medico, insieme al quale s’imbarcano e raggiungono Lisbona. Durante il viaggio il medico muore affogato a causa di una tempesta, e Candido e Pangloss vengono “accolti” nel paese, nel quale il giorno seguente il filosofo maestro di Candido viene impiccato mentre lui è picchiato a sangue. Il ragazzo viene curato da una vecchia, che si scopre essere conoscente della bella Cunegonda, la figlia del barone e di cui Candido era innamorato, che in realtà era sfuggita alla morte, e i due si rincontrano.

Seguono una serie di eventi che portano Candido e il suo amico fedele Cacambò nella splendida città di El Dorado, dove l’oro e le pietre preziose sono considerate fango e dove non esistono litigi né guerre. Persuaso dall’idea di poter ricevere quantità d’oro sufficienti a riscattare Cunegonda, che nel frattempo è stata costretta a sposarsi, Candido e Cacambò abbandonano la città per fare ritorno in Europa; ma ancora una volta s’imbattono in una serie di eventi sfortunati e i due dovranno dividersi. Candido incontra Martin, un manicheo dalle idee completamente opposte a quelle di Pangloss, e prosegue insieme a lui il suo viaggio alla ricerca dell’amata.

Candido si ritrova a viaggiare su di una galera, diretta a Costantinopoli, città dove la sua amata vive facendo la serva. Nella stessa città il ragazzo ritrova il vecchio amico Cacambò, il filosofo Pangloss, anch’esso sfuggito alla morte, e il fratello barone di Cunégonde. A Costantinopoli Candido, Cunegonda, Martin, Cacambò, Paquette, la vecchia e il frate Giroflée, ormai convertito all’islam, finiscono per vivere tutti insieme umilmente in una piccola fattoria per dedicarsi a “coltivare il proprio giardino”.

….

Da wikipedia:

Candido, o l’ottimismo (Candide, ou l’Optimisme in francese), talvolta Candido, ovvero l’ottimismo, spesso contratto in Candido, è un racconto filosofico di Voltaire che mira a confutare le dottrine ottimistiche quale quella leibniziana. Lo scrittore francese fu stimolato sicuramente dal terremoto di Lisbona del 1755 che distrusse la città, mietendo molte vittime. Voltaire scrisse prima un poema sul cataclisma (1756) e successivamente redasse il Candido (1759). Voltaire scrive il Candido in un periodo successivo a numerose persecuzioni nei suoi confronti che l’hanno portato sulla via di una visione disincantata del mondo.

Nonostante la presa d’atto dell’esistenza del male, non risulta, comunque, che Voltaire nel Candido esalti il pessimismo, quanto si limiti a stigmatizzare la pretesa di “vivere nel migliore dei mondi possibili“, precetto su cui Leibniz montò il cardine della propria filosofia. Non a caso l’illuminista francese incarna nella figura del precettore Pangloss il filosofo tedesco, intento ad istruire il giovane Candido a vedere il mondo che lo circonda con ottimismo, sebbene si succedano in continuazione controversie e disavventure.

È citato anche da Leonardo Sciascia nel romanzo Candido, ovvero un sogno fatto in Sicilia del 1977.

La vicenda di Candido è stata musicata dal compositore americano Leonard Bernstein nell’operetta Candide.

……

CITAZIONI DAL CANDIDO DI VOLTAIRE

Da http://www.pensieriparole.it/ :

L’uomo è quello che da sé stesso si è forse precipitato nell’abisso delle miserie ove egli geme. I selvaggi che noi vedemmo non vivono male fra loro, ed i selvaggi che vivono sparsi ad uno ad uno nei boschi, e non campano che di ghiande e d’erbe, son certamente più felici ancora. Dalla società son nati i più gravi delitti. Vi sono uomini nella società che son costretti, per ragion di stato, a desiderare la morte degli uomini. Il naufragio d’un vascello, l’incendio d’una casa, la perdita d’una battaglia, inducono alla mestizia una parte della società, e spargono la gioia in un’altra. Tutto va molto male, mio caro Cacambo, e non v’è per il saggio altro partito da prendere che di tagliarsi la gola più delicatamente che sia possibile…

Voltaire (François Marie Arouet)

Fuggi, mio caro bene; tutto è scoperto. Un’inclinazione innocente che la natura autorizza, e che non ferisce in niente la società, è un delitto agli occhi degli uomini creduli e crudeli. […] Fuggi, o troppo caro amante! Poni in sicurezza quei giorni che non puoi più passare presso me. Ecco il fine di quei tempi felici, in cui la nostra reciproca tenerezza…
Ah misera Zenoide, che hai tu fatto al cielo, per meritare un trattamento sì rigoroso? Io mi perdo: ricordati sempre della tua cara Zenoide. Caro bene, tu vivrai eternamente nel mio cuore: no, tu non hai compreso mai quanto io t’amassi… Possa tu ricevere, sulle mie labbra ardenti, il mio ultimo addio, e l’ultimo mio sospiro! Io mi sento vicina a raggiungere il padre infelice: la luce del giorno ora mi è in orrore; essa non illumina che misfatti.

“Voi dunque converrete meco, che quello è il più felice di tutti gli uomini, perché è al di sopra di tutto ciò che possiede”. “E non vedete voi – rispose Martino – che di tutto ciò che possiede egli è disgustato? Platone disse, molto tempo fa, che i migliori stomaci non son quelli che rigettano tutti gli alimenti”.
“Ma – disse Candido – non è un piacere a criticar tutto? A trovar dè difetti, dove gli altri uomini credon vedere delle bellezze?”

“Oh, ecco un Cicerone – dice Candido – io credo che vostr’eccellenza non lascerà punto di leggere cotesto grand’uomo”. “Io non lo leggo mai – risponde il Veneziano – che m’importa ch’egli abbia difeso la causa di Rabirio o di Cluenzio? Ne ho d’avanzo dè processi da giudicare; mi sarei adattato a leggere le sue opere filosofiche, ma quando mi son accorto che ei dubitava di tutto, ho concluso che io ne sapeva quanto lui, e che non avevo bisogno d’alcuno per essere ignorante”.

“Ma a qual fine questo mondo è stato dunque formato?” ripiglia Candido. “Per farci arrabbiare” risponde Martino. “Credete voi – dice Candido – che gli uomini si siano sempre, vicendevolmente straziati, come lo fanno al presente? Ch’essi siano sempre stati bugiardi, furbi, perfidi, ingrati, assassini, pieni di debolezze, ladri, vili, invidiosi, ingordi, ubriaconi, avari, ambiziosi, sanguinari, calunniatori, discoli, fanatici, ipocriti e pazzi?”.
“Credete voi – dice Martino – che gli sparvieri abbiano sempre mangiato degli uccelli quando ne han trovati?”.
“Sì, senza dubbio” dice Candido. “Ebbene – soggiunge Martino – se gli sparvieri han sempre avuto il medesimo carattere, perché volete voi che gli uomini abbiano cambiato il loro?”

…………………………

IL 1759, ANNO CHE VOLTAIRE SCRIVE “CANDIDO”, E’ LA STESSA AMBIENTAZIONE DI STALEY KUBRICK DEL SUO ” BARRY LINDON

BARRY LINDONda http://www.pbmstoria.it/ciak

Regia: STANLEY   KUBRICK
Produzione: Gran Bretagna, 1975
Interpreti principali: Ryan O’Neal, Marisa Berenson, Patrick Magee

UN FILM, UN ROMANZO
Il film Barry Lyndon (1975), diretto dal regista americano Stanley Kubrick   (1928-99), è tratto dal romanzo omonimo dello scrittore inglese William   Thackeray (1811-63) ed è ambientato nell’Inghilterra del Settecento.
LA VICENDA
Redmond Barry, giovane irlandese di modeste origini, fugge dal paese natìo,   in seguito a un duello con un ufficiale dell’esercito. Per evitare di essere   processato, Barry si arruola nell’esercito inglese e partecipa alla guerra   dei Sette anni (1756-63).

Fatto prigioniero,   viene costretto a svolgere il ruolo di spia presso gli inglesi; dopo un breve   periodo riesce però a fuggire con l’aiuto di un diplomatico di origine   irlandese, il cavaliere di Balibari. Quest’ultimo è in realtà un avventuriero   che viaggia per l’Europa frequentando i salotti aristocratici in veste di   giocatore di professione.

Sinceramente   affezionato a Barry, il cavaliere Balibari decide di condurlo con sé nei suoi   viaggi e di insegnargli il “mestiere” di giocatore (e di baro).   L’esperienza per Barry riveste grande importanza, perché il giovane impara a   frequentare gli ambienti aristocratici, anche se essere “giocatori”   comporta i suoi rischi, specialmente quando si viene sorpresi a barare.

Dopo una lunga   serie di peripezie – amori, fughe, duelli – Barry trova l’occasione della sua   vita: conosce Lady Lyndon, giovane aristocratica, vedova e madre di un   bambino, Bullingdon. I due si innamorano e si sposano e Barry a questo punto   sembra essere arrivato al culmine del successo: può contare sulle ricchezze   della moglie dalla quale avrà anche un figlio e gli si presenta la   possibilità di acquistare un titolo nobiliare.

Ma la situazione   precipita e la fortuna abbandona Barry: il giovane figlioletto muore in un   incidente e Barry, che lo aveva profondamente amato, disperato comincia a   disinteressarsi a qualsiasi attività che aveva intrapreso; sfuma inoltre la   possibilità di acquisire l’agognato titolo nobiliare.

A complicare   ulteriormente la vicenda, peggiorano sempre più i già difficili rapporti di   Barry con Bullingdon che lo detesta da sempre. Raggiunta la maggiore età, il   giovane sfida a duello il patrigno che, esperto di duelli, rinuncia a   combattere davvero per timore di uccidere il ragazzo.

Questi invece ne   approfitta e ferisce gravemente Barry. Dopo il duello Barry, che ha perso   l’uso di una gamba, verrà scacciato dalla casa di Lady Lyndon e farà ritorno   in Irlanda, poco più ricco di quando era partito.
LA RICOSTRUZIONE STORICA
Il film presenta molti spunti di grande interesse storico. Innanzitutto è una   ricostruzione precisa degli ambienti tardo settecenteschi. L’abbigliamento,   le acconciature e il trucco degli attori imitano con molta cura l’originale   settecentesco in tutti i particolari, persino nella biancheria intima   (Kubrick lo riteneva un elemento importante perché voleva che gli attori si   muovessero sul set come personaggi dell’epoca).

Per rendere ancora   meglio l’idea dell’ambiente reale del Settecento, privo di luce elettrica,   Kubrick utilizzò per alcune riprese una pellicola talmente sensibile da poter   raccogliere l’immagine con il semplice utilizzo della luce delle candele.   Anche le scene di combattimento mostrano con molta accuratezza le strategie   belliche prima delle novità introdotte da Napoleone alla fine del XVIII   secolo.

Il film però è   anche una preziosa ricostruzione della società europea settecentesca che,   dietro gli ambienti sontuosi, gli abiti eleganti e le buone maniere,   nascondeva una realtà ben diversa. Si tratta infatti di un mondo in cui la   violenza svolge un ruolo di primo piano, come mostrano le scene sulla vita   militare, sulla guerra, la composizione dei contrasti attraverso i duelli.

Ma soprattutto è un   mondo in cui le differenze di ceto sono ancora molto rigide, come è   dimostrato dal fallimento della scalata sociale di Barry.

D’altro canto, la   società dell’epoca, ricostruita nel film, è dominata anche dall’egoismo,   dalla ricerca della ricchezza e dalla strumentalizzazione dei rapporti umani.   In fondo il fallimento di Barry è il risultato, non solo del rifiuto della   nobiltà di accoglierlo tra le sue fila, ma anche della sua incapacità di   essere egoista fino in fondo, di avere al contrario umane debolezze: l’amore   sincero per il figlio, la cui morte l’ha condotto alla disperazione e la   scelta cavalleresca di non uccidere il figliastro, che gli costa la   mutilazione e la perdita di tutti i privilegi. (Giorgio Giovannetti)

….

da http://www.cinema.it/

Benvenuti nel 700. Siamo in Irlanda, la colonia a quel tempo più vessata e repressa dalla madre patria Inghilterra. Redmond Barry è un bel giovanotto senza nessuna speranza: la morte del padre l’ha lasciato orfano e i pochi possedimenti di famiglia non gli garantiscono certo un futuro. Si è assurdamente innamorato della cugina Nora, ma lei è destinata a un dragone inglese con una discreta rendita, non certo a quel goffo e spiantato parente. Ma Redmond non sente ragioni: arriva persino a sfidare l’inglese a duello, perché l’unica cosa che non gli manca è una certa dose di incosciente coraggio. Ovviamente il duello all’insaputa di Redmond è combinato: l’inglese si finge morto e il ragazzo ripara a Dublino, con venti ghinee in tasca. Oddio, in tasca: in realtà il denaro finisce presto nelle bisacce dei banditi, e il giovane Redmond, appiedato e senza un soldo, non trova di meglio che arruolarsi volontario nell’esercito inglese che si accinge a combattere la Guerra dei Sette Anni (1756-1763) contro la Francia…

Annunci

One thought on “Il RACCONTO DI NATALE – CANDIDO (di Voltaire) e l’UTOPIA CONCRETA di andare alla SCOPERTA delle COSE e del MONDO, e il coraggio di osare (e di cambiare)

  1. Renata domenica 16 novembre 2014 / 17:18

    L’ha ribloggato su Voglia di leggeree ha commentato:
    Mancano ancora pochi giorni al Gruppo di lettura dedicato al Candido di Voltaire. Ecco un ampio post dal blog geograficamente.wordpress.com che vi può aiutare nella lettura!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...