IL DECLASSAMENTO DELLE PROVINCE a enti di secondo livello (ma stavolta si farà??) come nuovo disegno istituzionale territoriale – Ma serve anche lo scioglimento dei COMUNI in CITTA’, la costituzione di AREE METROPOLITANE in ogni luogo, le MACROREGIONI al posto delle obsolete Regioni

CA' CORNER, SUL CANAL GRANDE, SEDE DELLA PROVINCIA DI VENEZIA (e della Prefettura) nel Sestiere di San Marco (A FIANCO LA CASINA DELLE ROSE)
CA’ CORNER, SUL CANAL GRANDE, SEDE DELLA PROVINCIA DI VENEZIA (e della Prefettura) nel Sestriere di San Marco (A FIANCO LA CASINA DELLE ROSE)

Il disegno di Legge approvato il 21 dicembre scorso

ABOLIZIONE DELLE PROVINCE IN SINTESI

QUATTRO gli elementi principali del disegno di legge del governo approvato dalla Camera il 21 dicembre (e ora all’esame del Senato):

1- STOP ALLE ELEZIONI

Per le amministrazioni provinciali non si svolgeranno più elezioni popolari. Già da 2011 sono state  commissariate 20 Province; a queste si aggiungeranno le altre 52 amministrazioni il cui mandato è in scadenza la prossima primavera.

2- MINI PROVINCE GOVERNATE DAI SINDACI

Le future amministrazioni provinciali, con competenze limitate (pianificazione per quanto riguarda territorio, ambiente, trasporto, rete scolastica, con l’unica funzione di gestione sulle strade provinciali), saranno governate da un sindaco eletto fra i sindaci dei comuni aderenti alle future Province.

3- LE CITTA’ METROPOLITANE

Le Province che comprendono le grandi città diventeranno Città Metropolitane e il sindaco del comune più grande avrà poteri di coordinamento del territorio circostante.

4- UNIONI DI PICCOLI COMUNI

La legge consente ai piccoli comuni (tutti i municipi con meno di 5 mila abitanti, fino a 3 mila se montani), di formare delle Unioni con l’obiettivo di gestire assieme alcuni servizi.

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LE PROVINCE ODIERNE TROVANO FONDAMENTO LEGISLATIVO NELLA NORMATIVA IN ESSERE NEL REGNO DI SARDEGNA. Nello Stato sabaudo l'ordinamento provinciale era stato definito dal regio decreto 3702 del 23 ottobre 1859, il cosiddetto decreto Rattazzi, che sul modello francese aveva stabilito L'ORGANIZZAZIONE DEL TERRITORIO IN PROVINCE, CIRCONDARI, MANDAMENTI E COMUNI. LA PROVINCIA NASCEVA COSÌ COME ENTE LOCALE DOTATO DI PROPRIA RAPPRESENTANZA ELETTIVA E DI UN'AMMINISTRAZIONE AUTONOMA: un collegio deliberante di durata quinquennale, il Consiglio provinciale, e un organo esecutivo-amministrativo di durata annuale, la Deputazione provinciale, eletta dal Consiglio ma presieduta e convocata dal governatore, poi prefetto, di nomina regia. I consiglieri si rinnovavano per un quinto ogni anno per sorteggio. Le prime elezioni provinciali furono celebrate il 15 gennaio 1860. (da Wikipedia)
LE PROVINCE ODIERNE TROVANO FONDAMENTO LEGISLATIVO NELLA NORMATIVA IN ESSERE NEL REGNO DI SARDEGNA. Nello Stato sabaudo l’ordinamento provinciale era stato definito dal regio decreto 3702 del 23 ottobre 1859, il cosiddetto decreto Rattazzi, che sul modello francese aveva stabilito L’ORGANIZZAZIONE DEL TERRITORIO IN PROVINCE, CIRCONDARI, MANDAMENTI E COMUNI. LA PROVINCIA NASCEVA COSÌ COME ENTE LOCALE DOTATO DI PROPRIA RAPPRESENTANZA ELETTIVA E DI UN’AMMINISTRAZIONE AUTONOMA: un collegio deliberante di durata quinquennale, il Consiglio provinciale, e un organo esecutivo-amministrativo di durata annuale, la Deputazione provinciale, eletta dal Consiglio ma presieduta e convocata dal governatore, poi prefetto, di nomina regia. I consiglieri si rinnovavano per un quinto ogni anno per sorteggio. Le prime elezioni provinciali furono celebrate il 15 gennaio 1860. (da Wikipedia)

La proposta di “Geograficamente”:

PROPOSTE GEOGRAFICHE – LE RIFORME GEOISTITUZIONALI URGENTI: UNIRE I COMUNI IN CITTÀ DI ALMENO 60.000 ABITANTI; ABOLIRE IL RUOLO POLITICO DELLE PROVINCIE (FARLE SOLO ENTI DI SERVIZI); CREARE OVUNQUE CITTÀ METROPOLITANE OMOGENEE AL TERRITORIO

   Sembra di vivere, nel mondo e nei nostri luoghi quotidiani, un periodo di necessità di trasformazioni importanti; e che questi cambiamenti di cui la nostra epoca necessita, avvengono senza una sufficiente ed adeguata, ed autorevole, gestione culturale e politica da parte delle comunità e dei suoi rappresentanti eletti.

   Nei contesti locali appare sempre più evidente che l’attuale sistema di strutturazione istituzionale in cui viviamo (regione, provincie, città, comuni…) sia inadeguato a gestire in modo virtuoso il territorio: una confusione totale pare regnare sotto il cielo, e non è per niente una cosa eccellente.

   PRENDIAMO IL CASO DEI COMUNI ITALIANI. Ce ne sono 8.101, cioè realtà comunali con una loro autonoma burocrazia (sindaco, assessori, consiglieri, segretario, dirigenti, vigili, personale in ogni settore, eccetera…). Di questi ottomila e passa, ben 5.740 sono comuni di piccole dimensioni, cioè con una popolazione che non supera i 5.000 abitanti (il 71%), e che è (questa popolazione) circa il 18% di quella totale italiana. In questi comuni I COSTI DI FUNZIONAMENTO sono esorbitanti (ovvio: il costo fisso dei servizi e del personale incide maggiormente sul fatto di esserci una popolazione ridotta).

   E, e qui sta il punto, questi comuni OFFRONO STRUTTURE E SERVIZI AI PROPRI CITTADINI DEL TUTTO INADEGUATI: un solo vigile, magari condiviso con altro comune, che quando va in ferie manco viene sostituito da un “esterno” (e immaginiamo il controllo sul territorio che può esercitare quell’unico vigile…). Un’assistente sociale che deve seguire un po’ tutto… l’ufficio anagrafe di stato civile composto magari da un solo dipendente, che può capitargli e deve sapere tutta la casistica possibile, tanto quanto il comune di Milano o Roma… Scuole molte volte poco attraenti a una preparazione innovativa e aperta al mondo per i bambini; debolezza nelle strutture sanitarie (ospedali) e sociali (assistenza agli anziani, alle persone disabili, eccetera…).

   Ecco, con questo vogliamo dire che la struttura comunale, di “autonomia istituzionale”, non può che essere inadeguata (e tra l’altro costosa) rispetto ai servizi e alle esigenze della popolazione. Vi è il rischio di una disparità nel DIRITTO DI CITTADINANZA fra persone: chi può adeguatamente avere istruzione, mobilità, sanità… e chi viene ad avere diritti fondamentali costituzionalmente garantiti con maggiore difficoltà…

   La questione della sempre più urgente necessità di ACCORPARE I COMUNI IN REALTÀ ISTITUZIONALI PIÙ GRANDI è a uno stato di sospensione da troppi anni: se ne parla da decenni (Lucio Gambi, un grande esponente del pensiero geografico, prospettava la cosa già dai primi anni settanta del secolo scorso), ma nulla è stato fatto, nulla si fa: incidono sul “non cambiamento” rendite di posizione, paure dello snaturamento dello spirito locale (…secondo noi, sta accadendo proprio il contrario nel contesto odierno, cioè con la carenza di servizi nei piccoli comuni e fenomeni di spopolamento, migrazione e annullamento dell’identità). E NON CI CONVINCE NEMMENO LA MERA “UNIONE TRA COMUNI”, con strutture politico-amministrative ciascuno autonome e “sovrane”: mettersi assieme per far meglio qualche servizio, a minor costo, non basta, non è sufficiente. Ora conta LA CREDIBILITA’ CHE L’ENTE AMMINISTRATIVO SA ESPRIMERE, all’esterno e all’interno di esso; e questo può avvenire solo in un contesto di superamento dei medio-piccoli comuni con la creazione di VERE E PROPRIE CITTA’.

   In Veneto, per fare un esempio regionale, ci sono 581 comuni, presenti nelle sette aree provinciali (69 nel bellunese, 104 nel padovano, 50 nel rodigino, 95 nel trevigiano, 44 nel veneziano, 98 nel veronese e 121 nel vicentino). Abbiamo sviluppato un esempio e una proposta: al posto di 581 comuni l’unificazione amministrativa (e politica) in aree omogenee potrebbe portare a 80 città con una media di 60.000 abitanti ciascuna. I costi di gestione (e i servizi) sarebbero più efficienti: strutture ed uffici del “Back Office” (cioè tutto l’apparato che non lavora a contatto con il cittadino) centralizzati e a maggiore efficienza e minor costo; e dall’altra la possibilità di estendere il “Front Office” (il personale a diretto contatto con i cittadini), il più diffuso possibile nel territorio (non solo nelle strutture degli attuali municipi e nei centri comunali tradizionali, ma anche in colmelli, frazioni e quartieri che adesso l’odierna struttura comunale non arriva ad essere presente, al servizio degli abitanti che lì vivono…).

   Insomma l’approccio a rivedere l’organizzazione istituzionale locale (comuni, provincie, regioni…) e a cambiarla concretamente, nasce prima di tutto dalla crisi (culturale, politica, urbanistica, finanziaria, dei servizi offerti alla cittadinanza…) dei piccoli centri; e se non si cambia ora al più presto sempre più diventerà irreversibile la lontananza (la “forbice”) con le maggiori città che si stanno riorganizzando positivamente nell’ambito della mobilità (metropolitana di superficie, treni veloci…), nella formazione culturale delle giovani generazioni (scuole specialistiche, università…), nel sociale (, centri culturali, sportivi, di ritrovo, medicina di base, etc.), e nella sicurezza al cittadino.province_italiane

   Per questo ci permettiamo di insistere sul tema della ristrutturazione (riforma) delle istituzioni del territorio, partendo dal creare CITTA’ come fase concreta al posto delle mere “unioni di comuni” (quando se ne vogliono fare!): formare così CITTÀ OMOGENEE nella politica amministrativa, nella geomorfologia territoriale (città attraversate da un fiume, o che sono in un’area geografica pedemontana identitaria, nella bassa e alta pianura, litoranee, cioè sul mare, etc.) e in quelle che possono essere le comuni e condivise vocazioni culturali (centri universitari, di formazione professionale), storiche ed economiche (di accadimenti e vissuti importanti, di presenza di distretti manifatturieri industriali caratterizzanti…).

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AREE METROPOLITANE: NON SOLO 15 – Una proposta geografica affinché ogni territorio possa dar vita a una propria “AREA-CITTÀ METROPOLITANA” – Assieme alla creazione di MACROREGIONI (al posto delle attuali regioni) e CITTÀ (unendo in progetti politici e amministrativi i comuni)

   Le AREE METROPOLITANE attualmente previste sono 15, ricomprendendo così tutte le aree individuate dalla normativa vigente (Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Bari, Napoli: specificate nella Legge 142 del 1990); Trieste, Cagliari, Catania, Messina, Palermo (individuate dalle rispettive leggi regionali); Reggio Calabria (individuata nella Legge Delega per il Federalismo Fiscale n. 42 del 2009).

   La “città metropolitana”, come ente amministrativo, è stato inserito nella Costituzione italiana solamente nel 2001 (con la modifica del titolo V della Carta) (da quel momento il primo comma dell’art. 144 della Costituzione recita: “La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato”).

   Il recente disegno di legge approvato dalla Camera il 21 dicembre 2013 di abolizione delle province (cioè fine della rappresentanza diretta, il divenire enti di secondo livello e lo svuotamento dei poteri), prevede che le Province che comprendono le grandi città sopracitate, diventeranno Città Metropolitane e il sindaco del comune più grande avrà poteri di coordinamento del territorio circostante.  Con questo disegno di legge (del Ministro DELRIO) partiranno le prime nove, oltreché il progetto di “Roma capitale” (sempre rientrante in una prospettiva istituzionale di “area metropolitana”).

   Nella realtà geografica, “Metropolis”, la città allargata, di dimensione nuova (di superficie, di attività svolte, di popolazione…) è nei fatti già presente in quasi tutti i contesti della nostra penisola italica. Ed è paradossale che il sistema di suddivisione istituzionale-amministrativo sia così in ritardo rispetto a queste nuove (e già spontaneamente costituitesi) aree urbane geografiche di tipo metropolitano (a prescindere da quelle fin qui individuate), che “fanno da sé”, interloquiscono al loro interno (ed esternamente con le altre aree urbane limitrofe e non) su nuove più grandi dimensioni per quanto riguarda la vita sociale dei cittadini che le abitano, l’economia, la gestione dei servizi (la mobilità nei trasporti privati e pubblici, infrastrutture e servizi pubblici come smaltimento dei rifiuti, acquedotti, sistema sanitario, etc.).

   Pertanto OGNI LUOGO È MERITORIO DI APPARTENERE A UNA PROPRIA AREA METROPOLITANA, a prescindere che ci sia o meno una grande città storica “dominante” (Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Bari, Napoli etc.). Facciamo qui di seguito un esempio di come dovrebbero essere o potrebbero essere le Aree Metropolitane venete.

Un esempio: il Veneto – Un’idea delle POSSIBILI 7 “AREE METROPOLITANE” VENETE: al posto delle provincie e anche nella prospettiva di una MACROREGIONE “NORDEST” (Veneto, Friuli Venezia Giulia,Trentino-):

1- PA.TRE.VE. (Padova / Castelfranco / Treviso / Venezia);

2- VENETO NORD-ORIENTALE (costa adriatica a nord di Venezia /  confini del Friuli occidentale fin verso Pordenone);

3- VENETO SUD-ORIENTALE (Chioggia / Adria / Rovigo / Este);

4- VERONA (Legnago, Verona, Lago di Garda);

5- PEDEMONTANA VICENTINA (Schio / Vicenza / Thiene / Bassano);

6- PEDEMONTANA TREVIGIANA (Asolano / Montebellunese / Conegliano / Vittorio Veneto);

7- VENETO MONTANO (Altopiano di Asiago / Feltrino / Bellunese / Agordino / Cadore)

geografia del Veneto
geografia del Veneto

   La costituzione delle prime AREE-CITTA’ METROPOLITANE diventerebbe così un’occasione storicamente (e politicamente) forse irripetibile per portare ad un riassetto generale dei territori da un punto di vista istituzionale (ma, ovviamente, con ricadute non da poco sul modo di fare economia –agricolo/rurale, industriale, dei servizi, del terziario…- della conservazione dell’ambiente, della tutela paesaggistica).

   E qui sta il (nostro) punto di dissenso verso un’ipotesi di “sole” 15 aree metropolitane (semmai saranno istituite!!). Ci si è limitati ad individuarle in alcuni luoghi tralasciando, considerando marginali e secondari, tutti gli altri. Così, ad esempio, in Veneto, ci sarà un’attenzione particolare ai meccanismi di sviluppo, modi e qualità di vita (e cospicui finanziamenti arriveranno!) per l’area metropolitana veneziana (l’unica attualmente prevista in Veneto dal legislatore) (e i confini e i poteri da assegnarle sono tutt’altro che chiari: e non osiamo pensare ai problemi e alle “trattative” che ci saranno con i singoli comuni).

   Ebbene, rimanendo all’esempio Veneto, questa regione (necessariamente da “sciogliere” nella Macroregione “Nord-Est”) è costituita anche da altre realtà geografiche, geomorfologiche, politiche, economiche, storiche, paesaggistiche, degne di divenire “aree metropolitane”: l’alta e la bassa pianura, l’area collinare, il Veronese che di fatto poco si considera “veneto”, la pedemontana vicentina e trevigiana, la mezza montagna e la montagna bellunese, fino all’Agordino e al Cadore.

   La nostra proposta è che TUTTE LE AREE GEOGRAFICHE italiane siano individuate (e coltivino in sè un loro specifico progetto comunitario di vita), come AREE-CITTA’ METROPOLITANE. Solo così il riassetto territoriale potrà rimettere in gioco democrazia e coinvolgimento fattivo dei cittadini e delle istituzioni locali.

   Pensiamo che le AREE-CITTA’ METROPOLITANE dovranno coinvolgere tutti i territori (non solo alcuni), con contemporaneamente insieme la creazione di nuove CITTA’ al posto degli obsoleti comuni (che si dovranno unire, non per questo non conservando lo spirito originario di municipalità, di “paese”), e con la costituzione di MACRO-REGIONI (al posto delle attuali dispendiose regioni): portando così a una nuova qualità del vivere e a una ripresa della coscienza individuale e collettiva sul valore del “bene comune” rappresentato dal territorio nel quale si vive. (sm)mappa-citta-metropolitane

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IL CORAGGIO DI ABBATTERE I VECCHI CONFINI

di ULDERICO BERNARDI, da “il Gazzettino” del 10/4/2012

   «L’Italia offre gran varietà di paesaggio, di uomini, di ricordi, di costumi e di parlate. Dieci miglia in Italia permettono maggior diversità d’incontri che non cento miglia negli Stati Uniti». Così Giuseppe Prezzolini ottant’anni fa.

   E nel profondo, nonostante industrializzazione, omologazioni, mondializzazione e quant’altro, lo spirito nazionale resta segnato dalla sua storia. Questo significa riconoscere la persistenza e la forza del regionalismo nel nostro Paese. Che ancora fatica a districarsi dalla cappa di centralismo sabaudo e totalitario.

   TUTTI SANNO CHE LE PROVINCE SONO SOLO UN’INVENZIONE BUROCRATICA. Saranno cancellate, ma l’importante è CHE NON SI PRETENDA DI SOSTITUIRLE CON ALTRI IMBROGLI SIMILI. L’occasione potrebbe essere offerta dalla creazione delle città metropolitane, forse.

   Il dubbio resta, perché c’è il rischio che il nuovo assetto non consideri le VOCAZIONI NATIVE E SPONTANEE DELLE AREE INTERESSATE, e gli interessi politici o addirittura elettoralistici dei partiti, disegnino ripartizioni conformi a un rinnovato manuale Cencelli e non alle esigenze di dare respiro alla vitalità dei territori.
PRENDIAMO LA MONTAGNA. Cariche di problemi, stremate per gran parte dalla monocoltura turistica, le terre alte hanno estremo bisogno di recuperare l’autostima, di frenare l’abbandono, di riconoscere che il loro futuro sta nel passato. Hanno bisogno di libertà per opporsi alla logica che tende a ridurle solo a parco giochi per il tempo libero della pianura. Nell’Altopiano dei Sette Comuni cimbri nacque, prima ancora della Svizzera, una Confederazione delle autonomie che rispondeva alla condizione specifica dei luoghi. Venezia Serenissima la riconobbe e sostenne, ricevendone fedeltà. TUTTA LA MONTAGNA VENETA E FRIULANA RIPETE LE STESSE NECESSITÀ ECONOMICHE, ANTROPOLOGICHE, SOCIALI. Perché i giovani non se ne vadano, le famiglie non si sentano abbandonate, i paesi recuperino servizi primari e civiltà identitaria. UN ABBOZZO DI CITTÀ METROPOLITANA AD ALTA QUOTA.
Per LA PIANURA, stravolta dallo scialo di territorio, il riassetto spontaneo delle municipalità deve avvenire avendo in mente le particolarità di queste nostre regioni. Dove LO SPIRITO DI CAMPANILE (non già il campanilismo che ne è la degenerazione, come tutti gli ismi) diventa UN’OPPORTUNITÀ PER LA COESIONE SOCIALE. E qui torna utile citare il nostro grande Nicolò Tommaseo, che aveva idee chiarissime sul valore delle autonomie e sulle ossessioni del centralismo: «Pare che la regione sia tanto piccola, da star tutta rannicchiata all’ombra del campanile, – scriveva – altra parola faceta, di quelle che ripetendo a ogni tratto, il secolo beato si reputa originale (…) Io dico dunque, se la nazione volesse (dovrebbe volere), potrebbe in regioni distinguersi senza dividersi in sé medesima, anzi più fortemente costituirsi nel tutto, lasciando i suoi nervi e i suoi muscoli e i suoi umori ben distribuiti alle parti».
Veneto e Friuli, ormai lanciate nel lungimirante progetto dell’Euregione Alpe-Adria, possono consentirsi UNA RICOMPOSIZIONE DEL MOSAICO TERRITORIALE SECONDO UNA LOGICA che ho altrove definito “AGROPOLITANA”, cioè rispettosa delle culture e delle colture, non subalterna alle esigenze di un tardo industrialesimo da capannoni sparsi a man salva, ma orgogliosa insieme delle potenzialità della sua tradizione rurale e dell’altrettanto incredibile emancipazione innovativa sperimentata nei decenni ultimi.

   NON SIAMO LOS ANGELES, l’uniforme città diffusa. SIAMO I MILLE PAESI TRA MINCIO E TIMAVO che custodiscono ciascuno tesori di urbanità, d’arte, di archeologia, di sapienza artigiana. La morte delle undici province nelle due regioni a Nordest può generare molto frutto, come il seme di grano evangelico. Sempre che siano rimossi limiti micragnosi e meschinerie partigiane. (Ulderico Bernardi)

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LA PROPOSTA DELLE MACROREGIONI (con l’eliminazione delle costose ed obsolete Regioni)

   Noi poi auspichiamo che una svolta positiva possa esserci nel rivedere l’entità e i confini delle 20 regioni italiane (a questo proposito vi invitiamo qui a vedere la assai interessante proposta fatta una ventina di anni fa dalla Fondazione Agnelli di istituire 12 Macroregioni al posto delle attuali 20 regioni).FONDAZIONE AGNELLI 1992_1996 PROPOSTA DI 12 MACRO-REGIONI

   Da parte nostra crediamo che potrebbero essere 5 le Macroregioni in Italia, e cioè: due MACROREGIONI DEL NORD, una del NORDEST (Emilia Romagna, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige) e l’altra del NORDOVEST (Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria); poi due MACROREGIONI DEL CENTRO (la prima formata dai territori attuali di Toscana, Umbria, Marche; e la seconda da Lazio, Abruzzo, Molise, ma anche dalla Sardegna così da togliere quest’ultima dall’isolamento politico-insulare); e una sola possibile MACROREGIONE MERIDIONALE (formata dai territori di Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia) (per capire il senso di questa proposta vi invitiamo a leggere un nostro precedente post: https://geograficamente.wordpress.com/2012/09/27/la-geografia-dei-poteri-locali-da-cambiare-nazionale-regionale-provinciale-comunale-la-necessita-di-piu-europa-e-meno-nazione-macroregioni-al-posto-delle-fallimentari-regioni-nuove-citta-e-are/

LA (NOSTRA) PROPOSTA DI MACROREGIONI  

Allora 5 MACROREGIONI al posto delle attuali VENTI REGIONI (ventuno se si considera Trento e Bolzano separatamente).

   Ma UNA MACROREGIONE DEL NORD (come vorrebbero alcuni, come il presidente della Lombardia Maroni), UNICA, È DIFFICILE IMMAGINARLA: IL NORD È DATO DA “NORD DIVERSI”, a seconda della visione appunto geografica, storica, economica che essi, ciascun Nord, esprime. Se pertanto la MACROREGIONE DEL NORDEST è una realtà evidente e possibile, auspicabile, proiettata verso il nord e l’est d’Europa, ma anche verso gli scambi culturali ed economici che possono esserci con il “suo Mediterraneo” (il Mar Adriatico), nulla fa pensare che ci possa essere un “progetto comune macroregionale” con la Lombardia, il Piemonte, la Liguria, la Valle d’Aosta… Semmai tutto il Nord può porre al resto d’Italia quella che viene chiamata la “questione settentrionale”: aree cioè dove l’economia, nonostante questi duri tempi, è dinamica e poco simile alle altre aree centro-meridionali del Paese (pur con le dovute eccezioni che ci sono nel resto d’Italia: pensiamo alla importante piccola-media impresa manifatturiera delle Marche, un’economia diffusa… o ai poli industriali sparsi qua e là per l’Italia intera…).

   Sul Nord fatto di “vari Nord” concorda pure la Fondazione Nordest (associazione di studi e ricerche di Unindustria Veneto) che ribadisce come la MECROREGIONI POSSIBILI si devono rifare prima di tutto al CONTESTO GEOGRAFICO PARTICOLARE CHE OGNUNA HA: partendo da connotati geomorfologici, poi storici, economici, di specificità di quelli che erano fino a qualche anno fatto chiamati “DISTRETTI” ed ora si sono allargati al globale (pur mantenendo un riferimento più o meno marcato in ogni luogo di origine: viene coniato a questo proposito un termine non molto armonioso ma che dà il senso: DI-SLARGHI).

   Allora, secondo la Fondazione Nordest, c’è IL NORD ALPINO; IL NORD DELLE VECCHIE AREE INDUSTRIALI (che attraversa la FASCIA PEDEMONTANA delle piccole e medie imprese); poi c’è IL NORD DELLE GRANDI AREE METROPOLITANE (che esclude il Nord-Est) e L’AREA PADANA.

   Poi la Fondazione di Unindustria Veneto, ovviamente per il suo interesse specifico al Nordest, si concentra sulla necessità del RIDISEGNO DELLA GOVERNANCE DEL TERRITORIO IN MODO FUNZIONALE come uno dei punti nell’agenda per un nuovo Nord Est che si fonda anche su una diversa coesione sociale, un sistema produttivo “immateriale”, istituzioni e territori sistemici.

   Questo vuol dire (ridisegno della governance) quello che stiamo tentando di proporre in questo blog geografico da tempo. Cioè la domanda è: abbiamo la capacità concreta di ridisegnare geograficamente e istituzionalmente i nostri territori (ELIMINANDO LE PROVINCE, ACCORPANDO I COMUNI in realtà urbane di almeno 60.000 abitanti, creando una rete virtuosa di AREE METROPOLITANE e, appunto, individuando le MACROREGIONI POSSIBILI in sostituzione delle OBSOLETE REGIONI; ma anche non inventandoci un’unica Macroregione del Nord del tutto avulsa da un virtuoso processo di riforma e cambiamento? (sm)

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ENTI MUNICIPALI VERSO IL RADDOPPIO

da “il Messaggero” del 27/12/2013

   Le PROVINCE, l’anello più debole della catena politico-istituzionale italiana, sono da anni nel mirino di chi vorrebbe snellire il sistema burocratico e ridurre i costi della politica.

   Che l’eliminazione delle Province sia una bandiera di questo progetto lo testimonia il fatto che ne parlava persino la famosa lettera che la Bce scrisse al governo Berlusconi nell’estate del 2011 per chiedere l’immediato varo di un pacchetto di riforme.

   Dopo alcuni tentativi del governo Monti dichiarati incostituzionali dalla Consulta, lo scorso 21 dicembre la Camera ha approvato il disegno di legge del governo che – appunto – prevede la riforma delle province a partire dall’eliminazione dei 3.000 consiglieri provinciali.

ECCO IN SINTESTI COSA PREVEDE LA LEGGE.

   PRIMO: ALT ALLE ELEZIONI POPOLARI per l’elezione del presidente dei consiglieri. Dal 2011 ad oggi sono state commissariate 20 Province. A queste dalla prossima primavera si aggiungeranno le altre 52 amministrazioni il cui mandato è in scadenza.

   SECONDO: le MINI-PROVINCE FUTURE, con competenze limitate alla manutenzione delle strade e poco altro (ndr: continueranno solo a pianificare per quanto riguarda TERRITORIO, AMBIENTE, TRASPORTO, RETE SCOLASTICA, con l’unica funzione di gestione sulle strade provinciali), saranno una specie di CONSORZIO DEI COMUNI. Saranno governate da un sindaco eletto fra i sindaci dei comuni del territorio provinciale. Il sindaco che governerà la provincia futura non avrà diritto ad uno stipendio per questa mansione.

   TERZO: le Province che comprendono le grandi città diventeranno CITTA’ METROPOLITANE e il sindaco del comune più grande avrà poteri di coordinamento del territorio circostante. I comuni delle attuali province avranno la possibilità di aderire ad altre mini-province.

   QUARTO: i PICCOLI COMUNI potranno formare delle Unioni con l’obiettivo di gestire assieme alcuni servizi.

   Ora, la domanda è: quanti risparmi porta questa legge? L’eliminazione di tutta la classe provinciale vale (sotto forma di stipendi e indennità) solo 32 milioni annui secondo l’Upi, l’Unione delle Province Italiane, (“Assessori e consiglieri sono stati dimezzati dalle recenti Finanziarie”) e circa 160 milioni secondo il governo che però cita dati del 2010. La Corte dei Conti, convocata dai deputati per un parere, ha detto che è impossibile fare un conteggio complessivo sugli effetti della riforma sui conti pubblici.

   I VERI NODI DA SCIOGLIERE SONO DUE: il PASSAGGIO DELLE COMPETENZE (E DEL PERSONALE) a Comuni e Regioni e la POSSIBILE CREAZIONE DI DOPPIONI BUROCRATICI. Sul primo punto bisognerà andarci con i piedi di piombo. Le esperienze del passato non sono mai state positive. Anche sul secondo nodo è facile fare la parte dei “San Tommaso”. Cosa siano le Città Metropolitane non lo sa ancora nessuno. Quali poteri avranno effettivamente resta un mistero.

   Il rischio di creare tanti doppioni burocratici è insito anche nelle NORME RELATIVE ALLE UNIONI DEI PICCOLI COMUNI per “programmare servizi comuni”. Per risparmiare NON SARÀ MEGLIO UNIFICARLI, I PICCOLI COMUNI?

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DIVERSI PARERI

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SI RISCHIA UNA RIFORMA ALL’ITALIANA: DOPPIONI BUROCRATICI E POCHI RISPARMI

di Oscar Giannino, da “il Gazzettino” del 22/12/2013

   Verrebbe da dire: parliamone solo a testo approvato. Perché l’abrogazione delle province è uno dei temi tante di quelle volte annunciati da divenire un luogo comune. Una barzelletta da bar, simbolo di ciò che la politica dice ma non fa.

Sinora, ogni intervento si è trasformato in un vano calvario di trappole giuridiche e agguati politici. Ma ieri (il 21 dicembre, ndr) l’aula di Montecitorio ha portato a termine l’esame della riforma apprestata dal ministro Delrio, e non resta che vedere se e che cosa ne verrà davvero fuori. Visto che il diavolo si nasconde nei dettagli, per giudicare davvero la riforma occorrerà aspettare tre cose.
PUNTI FERMI

PRIMO, che venga approvata davvero entro il termine necessario a impedire che si voti nella prossima primavera, nelle 52 province intanto in scadenza che comunque con una norma inserita nella Legge di Stabilità saranno in ogni caso commissariate.
SECONDO, bisognerà leggerne con attenzione il testo finale, visto che la lobby delle province in Parlamento è fortissima in ogni partito.

TERZO: sul punto delicato dei risparmi, occorrerà aspettare i decreti attuativi perché in tanti si opporranno ai tagli veri e l’esperienza pluridecennale insegna che potrebbe anche scapparci, alla fine, che la spesa aumenti. Le province diventano infatti – secondo l’orrendo gergo tecnico della nostra burocrazia – ENTI DI AREA VASTA SEMPLIFICATI. Continueranno solo a pianificare per quanto riguarda TERRITORIO, AMBIENTE, TRASPORTO, RETE SCOLASTICA. L’unica funzione di gestione resterà quella delle strade provinciali.
Per tutto il resto, leggi regionali trasferiranno le funzioni di gestione delle province, il loro patrimonio, le loro risorse umane e strumentali ai Comuni e alle Unioni dei Comuni, alle Città Metropolitane o alle Regioni.
SCOMPARE LA GIUNTA PROVINCIALE, IL PRESIDENTE È UN SINDACO in carica scelto dall’assemblea dei sindaci dei Comuni provinciali. Mentre IL CONSIGLIO PROVINCIALE È COSTITUITO DAI SINDACI DEI COMUNI CON PIÙ DI 15.000 ABITANTI, e dal presidente delle Unioni di Comuni del territorio con più di 10.000 abitanti.
GLI ELETTI
Com’è ovvio, scritta così la riforma il taglio dei costi della politica sicuro è solo quello appunto dei politici eletti. Cioè circa 135 milioni, su dati relativi al 2010. Dopodiché, si apre il vasto mare delle divergenze di opinioni. Gli studi seri fatti dall’Istituto Bruno Leoni, che potete scaricare dal sito, indicano i risparmi conseguibili – se si aboliscono anche le relative prefetture e uffici dello Stato – in almeno metà dei 4 miliardi di euro di costi fissi delle province. Il ministro Delrio dice che entro un paio d’anni si può risparmiare fino a un miliardo di euro e qualcosa di più.
PESSIMI SEGNALI
La Corte dei conti, nell’audizione parlamentare sul ddl a fine novembre ha sparato a zero, dicendo di non essere in grado di valutare né risparmi né sostenibilità finanziaria della riforma, stante che tutto dipende dalle sue norme attuative.

   Quanto poi all’UPI, l’Unione province italiane, afferma che con certezza la riforma costerà ai contribuenti miliardi in più, perché moltiplicando a migliaia i centri di gestione – i Comuni – i costo unitari degli edifici scolastici come degli interventi ambientali si moltiplicheranno anch’essi.
Il pessimo segnale è che le Città Metropolitane intanto sono aumentate a dismisura, ridicolmente. Ragionevolezza vorrebbe che si parlasse di Torino, Milano, Venezia, Napoli e in più, forse, Palermo. Ovviamente aggiungendo Roma Capitale. Invece si sono aggiunte già Genova, Bologna, Trieste, Firenze, Bari, Reggio Calabria, Catania e Messina. E altre sarebbero in arrivo.
Un altro difetto della riforma è di limitarsi a prevedere che TUTTI I MUNICIPI CON MENO DI 5 MILA ABITANTI, FINO A 3 MILA SE MONTANI, si associno per svolgere le loro funzioni fondamentali. Associarsi non vuol dire far scomparire i municipi.

   Delrio si arrabbia, se si parla di riforma all’italiana. Ma purtroppo e non per colpa sua, è così. Pensate alle tante “notizie di caos” che continuano a venire dalle province italiane, del tutto inossidabili al fatto che starebbero per sparire, e concludete da soli se il tutto vi fa pensare che davvero si prende sul serio l’idea che la provincia stia finendo.
I TERRITORI
La giunta Crocetta appena nata dichiarò l’abrogazione delle 9 province. Si fa per dire. Al posto della giunta e dei consigli ci sono i commissari nominati da Crocetta. Gli enti restano e dovrebbero continuare a gestire gli stessi servizi. Solo che lo Stato ha decurtato i contributi di quasi 100 milioni di euro e la Regione di 20: 110 milioni in meno. Ma gli unici risparmi veri sono stati di 8 milioni, gli emolumenti dei consiglieri, sui 750 milioni di costi delle 9 province nel 2012.
I «LIBERI CONSORZI DI COMUNI» CHE CROCETTA AVEVA ANNUNCIATO, NON SI SONO VISTI. La riforma complessiva per introdurre le Città metropolitane nemmeno, aspettando quella nazionale. I 6 mila dipendenti delle Province – costo oltre 350 milioni – non sanno che fine faranno.
Il risultato è che i “commissari Crocetta” hanno tagliato solo servizi scolastici e manutenzione stradale.

   Altrettanto paradossale LA SITUAZIONE SARDA. A maggio 2012, referendum consultivo per abrogare le 4 province storiche della regione (Cagliari, Sassari, Nuoro e Oristano), e abrogativo per sopprimere le nuove province (Carbonia-Iglesias, Medio Campidano, Ogliastra e Olbia-Tempio): I SARDI APPROVANO.
La Regione scioglie i consigli, commissaria gli enti ma li proroga a quel punto due volte, in attesa di una riforma prima e poi fino a nuove elezioni. Lo Stato a quel punto impugna la legge regionale. Gli ex amministratori commissariati delle province impugnano a propria volta il commissariamento al Tar. Il Tar rinvia a sua volta l’impugnativa alla Corte costituzionale.
C’è poi IL CASO SIENA dove proprio quest’anno sono ripresi i maxi lavori del nuovo palazzo provinciale, da 6.300 metri quadrati. L’opera ha visto lievitare i costi dai 6 milioni previsti nel 2009 ai 12 attuali.

   Vien da dire che «in Italia» non se n’é parlato, Ma LO SCANDALO FINANZIARIAMENTE PIÙ GRAVE in questo biennio di «attesa abrogazione» delle province È AVVENUTO A BOLZANO, con un assessore e un direttore generale condannati per truffa e turbativa d’asta, relativa a tutte le concessioni energetiche ex Enel.  Le società energetiche messe «fuori mercato» dalla politica e dai funzionari provinciali hanno richiesto danni per oltre 600 milioni di euro. Naturalmente LE DUE ”PROVINCE REGIONALI” DI TRENTO E BOLZANO SONO FUORI PORTATA RISPETTO ALLA RIFORMA DELRIO. Ma altro che Sud. (Oscar Giannino)

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SE MUORE LA PROVINCIA SPENDACCIONA RINASCE IL PAESELLO METROPOLITANO?

di SERGIO RIZZO, da “il Corriere Economia” del 9/12/2013

   Se una cosa è certa, l’uscita di Forza Italia dalla maggioranza renderà impossibile la cancellazione dalla Costituzione della parola «Province». Dunque al governo non resta che sperare nella buona sorte del disegno di legge del ministro degli Affari regionali Graziano Delrio con il quale si mira a svuotare di funzioni le Province e rendere finalmente operative le città metropolitane.(….).

   Nel frattempo si verificano episodi come quello della Provincia di Roma, commissariata da un anno, che avverte il bisogno di assumere a tempo determinato un nuovo dirigente (oltre ai 50 che già ci sono) con 130 mila euro di stipendio per coadiuvare la struttura commissariale. Ovvero il commissario prefettizio più quattro-subcommissari-quattro.

   (…) L’Istituto Bruno Leoni ha rifatto i conti dei risparmi possibili derivanti dalla cancellazione delle Province: arrivando alla conclusione che il beneficio potrebbe essere ben più consistente delle stime fatte finora. Ossia, un miliardo e 894 milioni l’anno.

   Cento milioni dai costi della politica, 61 dalla spese di amministrazione, un miliardo e 38 milioni grazie alle economie di scala e 695 milioni con le esternalizzazioni di alcune funzioni, quali i centri per l’impiego inefficienti e costosi. Di più.

   A dimostrazione dell’esigenza di eliminare quanto prima le Province, l’Istituto Leoni sottolinea che i tagli cui gli enti sono stati sottoposti in questi anni hanno avuto l’effetto di preservare la spesa corrente, ridottasi appena del 5%, dimezzando invece gli investimenti. «Ciò significa», scrive il curatore dello studio Andrea Giuricin, «che le infrastrutture gestite dalle Province, quali le scuole o le strade, hanno visto un blocco totale.   Quando si parla del dissesto idrogeologico e di mancanza di fondi occorre avere ben presente che ciò dipende da una precisa scelta politica: impiegare le risorse disponibili per il funzionamento della macchina a scapito dell?esercizio delle funzioni attribuite alle Province».

   Ma il medesimo studio mette in guardia circa il rischio che la nascita delle città metropolitane (complessivamente 15, ma potrebbero salire a 18) si possa rivelare un?arma a doppio taglio. Il fatto è che le stesse sono state individuate da Parlamento e Regioni a statuto speciale, non sempre sulla base di criteri di efficienza, bensì per calcoli politici. Giuricin fa l’esempio di Reggio Calabria, promossa città metropolitana con una legge delega del 2009 sebbene la Provincia reggina sia soltanto trentunesima per popolazione, con un numero di residenti (566 mila) inferiore a quello dei cittadini della Provincia di Cuneo (592 mila) e un territorio pari ad appena il 46% del cuneese.

   Per non parlare di Trieste, che ha meno di 250 mila abitanti e appena sei Comuni su circa 200 chilometri quadrati.Il massimo però è in Sicilia. Dove la Regione autonoma ha deciso di eleggere ben tre città metropolitane: il 20% del totale nazionale. Giuricin ricorda che, pur essendo Catania e Palermo due grandi centri urbani, in Lombardia ci sono Province, con più residenti sia dell?una che dell’altra. E che Messina è «diventata città metropolitana nonostante abbia meno abitanti e un?estensione territoriale inferiore alla Provincia di Perugia». (Sergio Rizzo)

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CENSIS: DIECI CITTÀ METROPOLITANE SONO POCHE

da “il Sole 24ore”del 5/11/2013
– Riordino delle Province. De Rita: l’esigenza di mantenere e rafforzare un governo di area vasta unitario e coerente è più diffusa –

   L’ambito ottimale delle funzioni di area vasta resta quello provinciale. Ma per governarlo serve un’istituzione controllata (ed eletta) direttamente dai cittadini. Un’esigenza che non può essere ravvisata nelle sole 10 città metropolitane in arrivo dal 1° gennaio. A dirlo è una ricerca del Censis che sarà presentata oggi a Roma durante l’assemblea del l’Upi e che è stata anticipata ieri alla stampa.

   Il report dell’istituto presieduto da Giuseppe De Rita si inserisce nella guerra di numeri dell’ultimo mese tra il ministro degli Affari regionali, Graziano Delrio, e l’Upi. Con quest’ultima che ha bocciato il Ddl Delrio all’esame della Camera, perché produrrà 2 miliardi di costi, e il primo che ne ha chiesto invece l’approvazione entro dicembre per risparmiare 2,5 miliardi ed evitare – ha aggiunto ieri – che si torni al voto «nell’80% dei consigli provinciali».

   Nello studio del Censis non ci sono nuove stime su costi o risparmi, ma c’è un’analisi approfondita dei dati territoriali e degli indicatori socio-economici che fa dire a De Rita: «Nella gran parte delle province italiane si registra una capillare distribuzione sul territorio di popolazione, imprese e servizi, cui corrisponde una complessa trama di relazioni. Si pone dunque con forza l’esigenza di mantenere e rafforzare un governo di area vasta unitario e coerente».

   Come? IN PRIMIS NON LIMITANDO A 10 LE CITTÀ METROPOLITANE CHE RACCOGLIERANNO IL TESTIMONE DI ALTRETTANTE PROVINCE. Nell’utilizzare tre diversi parametri (popolazione di 800mila unità, densità di 300 abitanti per chilometro quadrato e rapporto tra i poli e le cinture urbane) la ricerca si chiede per quale motivo territori come Brescia, Palermo, Bergamo e Catania, «siano destinate nei disegni del legislatore nazionale a una limitazione dei loro poteri di intervento» e, più in generale, se abbia senso «un ampliamento dei poteri di governo locale in alcune realtà e di un indebolimento in altre». Tanto più che alcuni sistemi direttamente collegati allo sviluppo economico (i sistemi locali del lavoro e i distretti industriali) sono in gran parte organizzati su base provinciale.

   Il report si sofferma poi sulle economie di scala che oggi ci sono e domani chissà. Sia per le scuole, visto che ora 107 province gestiscono 7.036 istituti superiori e in futuro si passerebbe a 1.484 comuni con 4,7 scuole a testa da seguire. Sia per le strade, se è vero che su 150mila chilometri viari oltre 111mila sono di livello provinciale (inclusi raccordi autostradali e assi di grande comunicazioni). Da qui il suggerimento del Censis di affidarne la «titolarità a istituzioni elette e controllate dai cittadini che guardano all’intero territorio di destinazione e di ricaduta delle politiche» evitando il ritorno ai particolarismi.

   Conclusioni che il presidente dell’Upi, Antonio Saitta, sottoscrive. Al punto da chiedere al governo attuale di ripartire «da dove Monti aveva finito: dagli accorpamenti e dall’eliminazione di 7mila enti statali che avrebbero portato un risparmio di 5 miliardi di euro».

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VI SPIEGO COME ESPLODERÀ IL DEBITO DEI COMUNI. PARLA BORTOLOTTI

di Michele Pierri, da http://www.formiche.net/, 15/10/2013

   La bolla del debito dei municipi italiani è destinata prima o poi a scoppiare, come spiega in una conversazione con Formiche.net BERNARDO BORTOLOTTI, professore associato di Economia presso l’Università di Torino, direttore del Sovereign Investment Lab presso il Centro Paolo Baffi sulle Banche Centrali e sulla Regolamentazione Finanziaria, Università Bocconi e co-autore del libro “COMUNI S.P.A. – IL CAPITALISMO MUNICIPALE IN ITALIA”, edito dal Mulino. Una conversazione a latere della Legge di stabilità fra tagli a Regioni ed enti locali e nuove tasse municipali…

   Nelle pieghe dell’enorme debito pubblico italiano è nascosto un pericolo insidioso e finora poco considerato: il fardello degli enti pubblici, che attraverso le società municipalizzate hanno accumulato un altissimo numero di perdite non considerate nei bilanci degli enti.

   Le prime serie avvisaglie di questo allarme sono testimoniate da una recentissima sentenza della Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo, che ha stabilito come lo Stato italiano debba garantire i pagamenti dei debiti a carico dei Comuni in dissesto, che a causa delle loro difficoltà finanziarie non riescono a liquidare quanto dovuto, ma anche dalla continua richiesta di sostegno di Palazzo Chigi da parte dei grandi comuni, Roma, Milano e Napoli in testa.

   Una bolla destinata prima o poi a scoppiare, come spiega in una conversazione con Formiche.net Bernardo Bortolotti, professore associato di Economia presso l’Università di Torino, direttore del Sovereign Investment Lab presso il Centro Paolo Baffi sulle Banche Centrali e sulla Regolamentazione Finanziaria, Università Bocconi e co-autore del libro “Comuni S.p.A. – Il capitalismo municipale in Italia”, edito dal Mulino.

PROFESSORE, COME CONSIDERA L’INDEBITAMENTO DEGLI ENTI LOCALI ITALIANI?
È senza dubbio uno dei più seri problemi del nostro Paese. Una vera e propria bomba ad orologeria che va disinnescata quanto prima. Un’emergenza assoluta che parte dai comuni e dalle regioni.

COME MAI?
Una grossa responsabilità è da attribuire al famoso capitalismo municipale – la proprietà di aziende da parte di enti locali, soprattutto comuni – che è stato troppo spesso il meccanismo con cui le amministrazioni locali hanno occultato squilibri di bilancio. La trasformazione di uffici e funzioni in “aziende” e società per azioni ha consentito di non contabilizzare le loro perdite nel bilancio comunale, e quindi nel “famigerato” Patto di stabilità interno. Una legge del 2008 imponeva questo consolidamento ma non mi risulta ancora applicata nella redazione dei bilanci 2013. Sullo sfondo quindi c’è già una situazione di dissesto di molti comuni. E a un equilibrio così precario noi dobbiamo aggiungere questo carico di debito nascosto, surrettiziamente fuori bilancio.

PERCHÉ LA LEGGE DI CUI PARLA NON È ANCORA APPLICATA?
Credo a causa di una sentenza della Corte di Cassazione che l’ha giudicata incostituzionale perché di competenza legislativa concorrente, e quindi non statale. Il che, malgrado l’inoppugnabile correttezza giuridica, mi sembra senza senso da punto di vista economico, viste le ricadute di questi debiti locali sulla sostenibiltà del bilancio dello Stato.

È REALE IL RISCHIO DI UN DEFAULT?
Non mi piacciono i gufi e le Cassandre. Prima di paventare un fallimento diamo una chance a CARLO COTTARELLI, il nuovo commissario per la spending review. Ci aspettiamo sangue sudore e lacrime, e mi auguro che trovi il modo di incidere a livello locale non solo “tagliando”, ma recuperando informazione a livello di bilancio, leggendo tra le pieghe. Ci sono, mi passi il gioco di parole, aziende inutili e aziende in utile. E quelle inutili non sono poche, perché in passato e purtroppo tutt’ora molte municipalizzate non sono aziende sane. E bisognerà porvi rimedio prima che si materializzino quegli ulteriori debiti che ci porterebbero davvero un passo verso il default, ovvero un ulteriore downgrading del nostro debito pubblico.

DI CHI È LA COLPA DI QUESTA SITUAZIONE?
Non voglio attribuire colpe dirette, ammesso che ce ne siano, ma qualcuno dovrà prima o poi spiegare alla politica cosa significa gestire i servizi pubblici locali con criteri di efficienza e di economicità.

QUALCHE ESEMPIO?
Il referendum sull’acqua è emblematico e paradossale. Strumentalizzando il tema dell’acqua come bene pubblico puro, abbiamo bloccato qualunque tentativo di riforma dei servizi idrici in un Paese in cui c’è forse il più largo consumo al mondo di acqua minerale. Con il risultato che abbiamo un servizio idrico costoso e inefficiente, in alcune aree paragonabile a quello di paesi in via di sviluppo. E ora a causa dell’incertezza delle regole non riusciamo a far affluire investimenti negli acquedotti, ormai ridotti a un colabrodo…

COSA È ACCADUTO IN QUESTI ANNI?
Da una prospettiva più ampia, quello che notiamo negli ultimi vent’anni è che c’è stato un arretramento della proprietà statale con operazioni anche di successo. Non c’è stata solo Telecom. Ma mentre lo Stato centrale vendeva e dismetteva, gli enti locali acquistavano. È stato un gioco a somma zero che non ha portato benefici, anzi, ha moltiplicato le inefficienze, perché gli enti locali non sono più efficienti dello stato. Nel frattempo abbiamo inserito la riforma del Titolo V, attribuendo competenze ma scarsi vincoli di bilancio. Per mettere ordine bisogna partire dalla considerazione che questo federalismo è tutto da rifare.

QUALI SOLUZIONI IMMAGINA?
C’è bisogno di un’azione su più livelli. In primo luogo bisogno evitare l’eccessiva frammentazione e favorire l’aggregazione fra le aziende. Bisogna iniziare un percorso in cui si possano valorizzare quelle che vanno meglio, come le utilities dell’energia, ma che necessitano di essere riorganizzate e messe sul mercato, perché appetibili. Lavorano in comparti regolati e con redditività certa. E poi bisogna rilanciare gli investimenti con business model solidi, ancorati su forti economie di scala. Dall’altro lato, invece, ci sono alcune attività che non riescono a stare in piedi.

COME RISANARLE?
Le strade sono due: o si liquidano oppure, se considerate di fondamentale interesse pubblico, si fanno finanziare in economia dai comuni. Ma in modo trasparente, senza trucchi contabili. E infine ritengo si debba essere anche un po’ creativi, uscendo da questa contrapposizione cosi netta fra stato/mercato. Un esempio interessante senz’altro è l’esperienza della “big society” intrapresa da Tony Blair e proseguita David Cameron, nel Regno Unito. Una sorta di collaborazione tra la società civile e il settore privato. Il pubblico liberalizza, sapendo che alcuni servizi saranno in parte gestiti e anche monitorati dalle comunità che agiscono con logiche di sostenibilità ma non necessariamente di mercato. Con risultati a volte eccellenti.

CHE COSA CONSIGLIA AL GOVERNO?
Creare subito una task force sul debito, che vagli le tante proposte e formuli raccomandazioni per abbattere subito e in maniera strutturale questa spada di Damocle che pende sulla nostra testa e su quella delle generazioni future. E abbattere la spesa. Il ministro Fabrizio Saccomanni ha individuato 204 miliardi di euro aggredibili. Non sono pochi. Cominciamo da questi, con un mix interventi mirati a livello locale e centrale.

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NEL PAESE DEI PREFETTI LA METÀ NON SERVE – UN PREFETTO PER PROVINCIA, ANZI DUE: I SUPERBUROCRATI SUPERANO QUOTA 200

di Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 28/12/2013

   La Lega Nord torna a urlare contro i prefetti che Umberto Bossi bollò come «brutti figuri» e «viceré romani»? Il governo di Enrico Letta ne nomina ancora di più. Portandoli al record storico: 207. IL DOPPIO DELLE PREFETTURE. Una scelta, diciamo così, eccentrica. Tanto più nei giorni in cui, con lo svuotamento delle competenze, viene data ormai per fatta l?abolizione (auguri) delle Province.

   Dell’incremento abnorme di questa figura di altissimi dirigenti governativi introdotta per la prima volta sul territorio italiano nel 1802 con un decreto napoleonico, in realtà, pare essersi accorta non «La Padania» ma «La nuova bussola», un giornale online diretto da Riccardo Cascioli e fondato da giornalisti cattolici per «offrire una prospettiva cattolica nel giudicare i fatti».

   «Meno medici e più prefetti. È quello che, se vi è una logica nei provvedimenti adottati negli ultimi giorni, appare oggi necessario all’Italia secondo il governo Letta», accusa il quotidiano web. E spiega che, mentre decideva di aumentare quelle figure all’apice degli affari interni, l’esecutivo introduceva nella legge di Stabilità «una norma che riduce di un anno la durata delle specializzazioni per i medici».

   C’è un senso in quella scelta?, chiede il giornale. No, risponde: «L’unico motivo è dettato dalla cassa. Anche a costo di praticare una tripla ingiustizia: verso la professionalità degli specializzandi, cui si sottrae il 25% del percorso di approfondimento; verso i pazienti ricoverati negli ospedali che sono al tempo stesso cliniche universitarie, e che si vedono sottrarre un quarto dell’assistenza dei giovani medici; verso questi ultimi, ai quali all’inizio si è assicurato un quadriennio e in corso d’opera, con danno economico, si sottrae un anno». Lo stipendio netto di uno specializzando è di circa 21 mila euro l’anno. I giovani medici coinvolti, fra i 26 e i 30 anni, dovrebbero essere diecimila. Vale la pena di rinunciare a loro? Mah!

   Contemporaneamente, come dicevamo, si allargava la burocrazia prefettizia. «Andiamo per ordine: da Sondrio a Ragusa, le prefetture sono 105. Per l’esattezza, 103, più Trento e Bolzano: che, in quanto province autonome, chiamano i prefetti Commissari di governo. Quanti erano i prefetti in Italia fino a una settimana fa? ben 185, 80 in più rispetto
alle prefetture esistenti.  Mettiamo pure che per guidare i dipartimenti e qualche direzione generale al Viminale ce ne vogliano una ventina: si arriva a 125, con un surplus di 60».

   Insomma, attacca il quotidiano cattolico online, «se si dovesse cercare un settore nel quale praticare il blocco del turn over, non si andrebbe lontano puntando su questo, invece che massacrare le forze di polizia, la cui età media sale sempre di più a causa del limitatissimo numero di nuove immissioni in servizio; sarebbe ragionevole non nominare nessun nuovo prefetto fino a quando non si andasse in pari rispetto alle reali necessità».

   Al contrario «il Consiglio dei ministri di mercoledì 17 ha nominato altri 22 prefetti, arrivando al totale di 207, praticamente il doppio delle prefetture. Proprio perché non ci sono funzioni in questo momento disponibili per tutti e 207, gran parte dei neopromossi sono senza incarico. Senza incarico, ma con lo stipendio di prefetto, che è sensibilmente superiore a quello di viceprefetto: e questo comporta un esborso per le casse dello Stato, nell’immediato, e «a regime» per gli anni successivi. La logica di questa decisione? Mero arroccamento burocratico: in vista di futuri tagli al numero complessivo dei prefetti, meglio allargarsi, finché i ministri di oggi si prestano ad assecondare un passo del genere, suggerito dal ceto prefettizio. In tal modo, se mai domani dovesse arrivare qualche sforbiciata, sarebbe sempre sul di più già ottenuto».

   Scherzando, chiude il servizio firmato da VINCENZO LUNA, «si potrebbe concludere che per il governo in carica un prefetto senza funzioni vale più di un giovane medico in un pronto soccorso. Come regalo di Natale, c’è solo da ringraziare».

   Anzi, accusa Giovanni Aliquò, sindacalista storico delle forze dell’ordine e per dodici anni bellicoso presidente dell’Associazione nazionale funzionari di polizia, «potrebbero essere perfino più di 207: io ne ho contati 18, al Viminale, nei soli ranghi del Dipartimento per la pubblica sicurezza».

   Per carità, saranno tutti assolutamente indispensabili. Ma certo è curioso che lo sfondamento di «quota 200» arrivi nei giorni in cui Matteo Salvini torna a dichiarare guerra ai prefetti, contro i quali 15 anni fa Umberto Bossi e Roberto Maroni (il quale come ministro degli Interni non avrebbe poi usato affatto la forbice e men che meno l’accetta) arrivarono a minacciare un referendum invitando i segretari provinciali a mandare lettere in dialetto agli emissari governativi ostili alle esagerazioni nella toponomastica lumbard: «Sciur prefet, se a lu ghe va minga ben che numm ciamem i noster paes cun ul noster dialet, el po? turna? a ca? sua». Traduzione: signor prefetto, se a lei non sta bene che chiamiamo i nostri paesi con il nome in dialetto, può tornare a casa sua.

   Ma ancora più curioso, come dicevamo, è che l’infornata arrivi insieme con l’accelerazione sulla chiusura delle province, alle quali i prefetti erano indissolubilmente legati. Prova provata che vale sempre l’antico adagio: i ministri passano, i burocrati restano.(Gian Antonio Stella)

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LA CAMERA DEL DEPUTATI APPROVA IL DISEGNO DI LEGGE SU PROVINCE E CITTÀ METROPOLITANE

di Carlo Rapicavoli, da “LeggiOggi.il” (www.leggioggi.it/ ) del 23/12/2013

   La Camera dei Deputati ha approvato il 21 dicembre in prima lettura il testo DISEGNO DI LEGGE DELRIO contenente “Disposizioni sulle Città metropolitane, sulle Province, sulle unioni e fusioni di Comuni”; il testo passa ora la Senato.

   Il testo prevede l’articolazione delle amministrazioni locali in:

– CITTA METROPOLITANE: enti territoriali di area vasta con le seguenti finalità istituzionali generali: cura dello sviluppo strategico del territorio metropolitano; promozione e gestione integrata dei servizi, delle infrastrutture e delle reti di comunicazione; cura delle relazioni istituzionali afferenti il proprio livello, ivi comprese quelle a livello europeo.

– PROVINCE: enti territoriali di area vasta con funzioni limitate

– UNIONI DI COMUNI: enti locali costituiti da due o più comuni per l’esercizio associato di funzioni o servizi di loro competenza

– COMUNI

Soffermiamoci sulle disposizioni riferite alle Città metropolitane e alle Province.

CITTÀ METROPOLITANE

Dalla data di entrata in vigore della legge, nasceranno le città metropolitane di Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria nonché, con alcune peculiarità, Roma capitale.

   Le nuove Città metropolitane sono costituite, in prima applicazione, sul territorio delle Province omonime.

Tra il 1° luglio 2014 e il 30 settembre 2014, ove un terzo dei comuni ricompresi nel territorio della città metropolitana ovvero un numero di comuni che rappresentino un terzo della popolazione della provincia, comunque tra loro confinanti, deliberino, con atto adottato dal rispettivo consiglio comunale a maggioranza assoluta dei componenti, la volontà di non aderire alla rispettiva città metropolitana e di voler continuare a far parte della provincia omonima, il territorio della predetta città comprende soltanto quello dei Comuni che non hanno manifestato tale volontà; la Provincia omonima continua ad esercitare le proprie funzioni nel territorio dei Comuni che hanno manifestato tale volontà e il Presidente o commissario uscente della Provincia, è nominato commissario.

   A regime è possibile l’iniziativa dei comuni, ivi compresi i comuni capoluogo delle province limitrofe, ai sensi dell’articolo 133, primo comma, della Costituzione, per la modifica delle circoscrizioni provinciali limitrofe e per l’adesione alla città metropolitana.

   In particolare:

– nelle province che sulla base dell’ultimo censimento, hanno una popolazione residente superiore a un milione di abitanti, possono essere costituite ulteriori città metropolitane, purché l’iniziativa sia assunta dal comune capoluogo della provincia e da altri comuni che complessivamente rappresentino almeno 500 mila abitanti della provincia medesima;

– nel caso di due province confinanti che complessivamente raggiungono la popolazione di almeno un milione cinquecentomila abitanti, si possono essere costituire ulteriori città metropolitane, a condizione che l’iniziativa sia esercitata dai due comuni capoluogo e da altri comuni che rappresentino complessivamente almeno trecentocinquantamila abitanti per provincia. La proposta deve individuare il comune capoluogo della città metropolitana.

   In ogni caso, le città metropolitane subentrano alle province esistenti.

 Queste le procedure:

– Entro 30 giorni dall’entrata in vigore della legge, il sindaco del comune capoluogo:

convoca l’assemblea dei sindaci dei comuni della città metropolitana allo scopo di eleggere, a maggioranza dei presenti, un componente del comitato istitutivo della città metropolitana formato dal sindaco del comune capoluogo, che lo presiede, dal presidente della provincia o dal commissario, dal presidente della regione o da loro delegati;

– indice le elezioni per una conferenza statutaria per la redazione di una proposta di statuto della città metropolitana, composta da un numero di componenti pari al consiglio metropolitano ed integrata dai componenti del comitato istitutivo.

   La conferenza statutaria termina improrogabilmente i suoi lavori il 30 giugno 2014 trasmettendo ai sindaci dei comuni della città metropolitana la proposta di statuto.

   Fino al 1° luglio 2014, il comitato istitutivo della medesima predispone atti preparatori e studi preliminari in ordine al trasferimento delle funzioni, dei beni immobili, delle risorse finanziarie, umane e strumentali alla città metropolitana.

   Fino al 1° luglio 2014 sono prorogati gli organi provinciali in carica alla data di entrata in vigore della presente legge, ivi comprese le gestioni commissariali.

   Dal 1° luglio 2014 fino al 30 settembre 2014, il comitato istitutivo subentra temporaneamente agli organi della Provincia.

   Dal 30 settembre 2014 il sindaco del comune capoluogo esercita fino al 1° novembre le funzioni degli organi della città metropolitana. Dalla data di insediamento del consiglio metropolitano esercita le funzioni di sindaco della città metropolitana.

   Decorso il termine del 30 settembre 2014, il comitato istitutivo della città metropolitana indice le elezioni del consiglio metropolitano, che si svolgono entro il 1° novembre 2014.

Alle elezioni non partecipano i sindaci e i consiglieri dei Comuni che abbiano eventualmente dichiarato la volontà di non aderire alla città metropolitana.

   Entro due mesi dall’insediamento del consiglio metropolitano, è approvato lo statuto definitivo. In caso di mancata approvazione dello statuto entro il predetto termine, si provvede con la nomina di un commissario ad acta.

   Nel caso in cui, per iniziativa di un terzo dei Comuni, sia mantenuta anche la Provincia, fino alla nomina dei nuovi organi, questa sarà gestita da un commissario e continua ad esercitare le funzioni di cui alla normativa previgente avvalendosi, previa intesa o convenzione, senza oneri aggiuntivi, degli uffici e delle risorse della città metropolitana a cui spetta il patrimonio, il personale e le risorse strumentali e finanziarie.

   Gli oneri della gestione commissariale di cui alla fine del secondo periodo sono a carico dei comuni che hanno dichiarato la volontà di continuare a far parte della Provincia e sono ripartiti in proporzione alla loro popolazione. Sul territorio dei comuni che hanno optato per la non appartenenza alla città metropolitana, ai sensi del presente comma, non può essere istituita più di una provincia.

   La città metropolitana di Reggio Calabria è istituita sei mesi prima della scadenza degli organi della Provincia di Reggio Calabria in carica alla data di entrata in vigore della legge e comunque non entra in funzione prima del rinnovo degli organi del comune di Reggio Calabria.

GLI ORGANI

Gli organi della città metropolitana sono:

– il sindaco metropolitano;

– il consiglio metropolitano;

– la conferenza metropolitana;

   Il sindaco metropolitano è di diritto il sindaco del comune capoluogo.

   Il consiglio metropolitano è composto dal sindaco metropolitano e da:

– ventiquattro consiglieri nelle città metropolitane con popolazione residente superiore a 3 milioni di abitanti;

diciotto consiglieri nelle città metropolitane con popolazione residente superiore a 800.000 e inferiore o pari a 3 milioni di abitanti;

– quattordici consiglieri nelle altre città metropolitane.

   Il consiglio metropolitano dura in carica cinque anni. In caso di rinnovo del consiglio del comune capoluogo, si procede a nuove elezioni del consiglio metropolitano entro sessanta giorni dalla proclamazione del sindaco del comune capoluogo.

   Lo Statuto può prevedere forme di elezione diretta del sindaco e del consiglio metropolitano soltanto a queste condizioni:

– l’elezione può avvenire successivamente all’approvazione della legge statale sul sistema elettorale;

– Il territorio del comune capoluogo sia articolato in più comuni. A tal fine il comune capoluogo deve proporre la predetta articolazione territoriale, con deliberazione del consiglio comunale sottoposta a referendum tra tutti i cittadini della città metropolitana.

– la regione abbia provveduto con propria legge all’istituzione dei nuovi comuni e alla loro denominazione ai sensi dell’articolo 133 della Costituzione.

   Per le sole città metropolitane con popolazione superiore ai tre milioni di abitanti, è condizione necessaria, che lo statuto della città metropolitana preveda la costituzione di zone omogenee, e che il comune capoluogo abbia realizzato la ripartizione del proprio territorio in zone dotate di autonomia amministrativa, in coerenza con lo Statuto della Città metropolitana.

   Il consiglio metropolitano è eletto dai sindaci e dai consiglieri comunali dei comuni della città metropolitana. Sono eleggibili a consigliere metropolitano i sindaci e i consiglieri comunali in carica.

LE FUNZIONI

Alla città metropolitana sono attribuite le funzioni fondamentali delle province le seguenti funzioni fondamentali:

– adozione e aggiornamento annuale del piano strategico del territorio metropolitano, che costituisce atto di indirizzo per l’ente e per l’esercizio delle funzioni dei comuni e delle unioni dei comuni compresi nell’area, anche rispetto all’esercizio di funzioni delegate o assegnate dalle regioni;

– pianificazione territoriale generale, ivi comprese le strutture di comunicazione, le reti di servizi e delle infrastrutture di interesse della comunità metropolitana, anche fissando vincoli e obiettivi all’attività e all’esercizio delle funzioni dei comuni ricompresi nell’area;

– strutturazione di sistemi coordinati di gestione dei servizi pubblici, organizzazione dei servizi pubblici di interesse generale di ambito metropolitano;

– mobilità e viabilità, anche assicurando la compatibilità e la coerenza della pianificazione urbanistica comunale nell’ambito metropolitano;

– promozione e coordinamento dello sviluppo economico e sociale, anche assicurando sostegno e supporto alle attività economiche e di ricerca innovative e coerenti con la vocazione della città metropolitana come delineata nel piano strategico annuale del territorio;

– promozione e coordinamento dei sistemi di informatizzazione e di digitalizzazione in ambito metropolitano.

PATRIMONIO E RISORSE UMANE E STRUMENTALI DELLA CITTÀ METROPOLITANA

Spettano alla città metropolitana il patrimonio, il personale e le risorse strumentali della provincia a cui ciascuna città metropolitana succede a titolo universale in tutti i rapporti attivi e passivi, ivi comprese le entrate provinciali, all’atto del subentro alla provincia.

   Al personale delle città metropolitane si applicano le disposizioni vigenti per il personale delle province; il personale trasferito dalle province mantiene, fino al prossimo contratto, il trattamento economico in godimento.

LE PROVINCE

Sono organi delle Province:

– il presidente della Provincia;

– il consiglio provinciale;

– l’assemblea dei sindaci.

   Il presidente della Provincia è eletto dai sindaci e dai consiglieri dei Comuni della Provincia; dura in carica quattro anni e resta in carica anche in caso di cessazione dalla carica di sindaco.

   Sono eleggibili a presidente della Provincia i sindaci della Provincia, il cui mandato scada non prima di diciotto mesi dalla data di svolgimento delle elezioni.

   Il Presidente della Provincia può nominare un vicepresidente, scelto tra i consiglieri provinciali, stabilendo le eventuali funzioni a lui delegate e dandone immediata comunicazione al consiglio. Il vicepresidente esercita le funzioni del Presidente in ogni caso in cui questo ne sia impedito. Il Presidente può altresì assegnare deleghe a consiglieri provinciali secondo le modalità e nei limiti stabiliti dallo Statuto.

   Il consiglio provinciale è composto dal presidente della Provincia e da sedici componenti nelle province con popolazione superiore a 700.000 abitanti, da dodici componenti nelle province con popolazione da 300.000 a 700.000 abitanti, da dieci componenti nelle province con popolazione fino a 300.000 abitanti.

   Il consiglio provinciale dura in carica due anni.

   Il consiglio provinciale è eletto dai sindaci e dai consiglieri comunali dei comuni della Provincia. Sono eleggibili a consigliere provinciale i sindaci e i consiglieri comunali in carica.

   In sede di prima applicazione della presente legge, l’assemblea dei sindaci per l’elezione del presidente della provincia e le elezioni del consiglio provinciale sono convocate e indette dal presidente della provincia o dal commissario:

– entro trenta giorni dalla data di svolgimento delle elezioni che si terranno nel 2014 per il rinnovo di sindaci e consigli dei comuni appartenenti alla provincia, per le province i cui organi scadono per fine mandato nel 2014. Ove sia previsto il turno di ballottaggio anche solo per un comune della provincia nell’ambito delle predette elezioni i trenta giorni si computano dal predetto turno.

– successivamente, entro trenta giorni dalla scadenza per fine mandato ovvero dalla decadenza o scioglimento anticipato degli organi provinciali.

   Sono prorogati gli organi provinciali in carica alla data di entrata in vigore della legge, ivi compresi eventuali commissari, fino alla data di insediamento del nuovo presidente e del nuovo consiglio provinciale.

   L’assemblea dei sindaci approva le modifiche statutarie entro sei mesi dalla elezione dei nuovi organi provinciali.

LE FUNZIONI

Le Province, quali enti con funzioni di area vasta, esercitano le seguenti funzioni fondamentali:

– pianificazione territoriale provinciale di coordinamento, nonché valorizzazione dell’ambiente, per gli aspetti di competenza;

– pianificazione dei servizi di trasporto in ambito provinciale, autorizzazione e controllo in materia di trasporto privato, in coerenza con la programmazione regionale, nonché costruzione e gestione delle strade provinciali e regolazione della circolazione stradale ad esse inerente;

– programmazione provinciale della rete scolastica, nel rispetto della programmazione regionale;

raccolta ed elaborazione dati, assistenza tecnico-amministrativa agli enti locali.

   La Provincia può altresì, d’intesa con i comuni, provvedere alla gestione dell’edilizia scolastica con riferimento alle scuole secondarie di secondo grado.

   Le province con territorio interamente montano esercitano altresì le seguenti ulteriori funzioni fondamentali:

– cura dello sviluppo strategico del territorio e gestione in forma associata di servizi in base alle specificità del territorio medesimo;

– cura delle relazioni istituzionali con province, province autonome, regioni, regioni a statuto speciale e enti territoriali di altri Paesi, con esse confinanti e il cui territorio abbia caratteristiche montane, anche stipulando accordi e convenzioni con gli enti predetti.

   Lo Stato e le Regioni, secondo le rispettive competenze, provvedono al riordino delle funzioni esercitate dalle province sulla base dei seguenti principi:

– individuazione per ogni funzione dell’ambito territoriale ottimale di esercizio;

– efficacia nello svolgimento delle funzioni fondamentali da parte dei comuni;

– sussistenza di riconosciute esigenze unitarie; adozione di forme di avvalimento e deleghe di esercizio mediante intesa o convenzione;

– sono altresì valorizzate forme di esercizio associato di funzioni da parte di più enti territoriali, nonché le autonomie funzionali;

   Nello caso in cui disposizioni normative statali o regionali di settore riguardanti servizi a rete di rilevanza economica prevedano l’attribuzione di funzioni di organizzazione dei predetti servizi, di competenza comunale o provinciale, ad enti o agenzie in ambito provinciale o sub-provinciale, si applicano le seguenti disposizioni:

– le leggi statali o regionali, secondo le rispettive competenze, prevedono la soppressione di tali enti o agenzie e l’attribuzione delle funzioni alle province nel nuovo assetto istituzionale, con tempi, modalità e forme di coordinamento con regioni e comuni, da determinare nell’ambito del processo di riordino delle funzioni delle Province, secondo i principi di adeguatezza e sussidiarietà, anche valorizzando, ove possibile, le autonomie funzionali;

– per le Regioni che approvano le leggi che riorganizzano le funzioni, prevedendo la soppressione di uno o più enti o agenzie, sono individuate misure premiali con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica;

– Entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della legge, sentite le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative, Stato e Regioni individuano in modo puntuale, mediante accordo sancito in Conferenza unificata, le funzioni oggetto del riordino e le relative competenze.

   Con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, sono stabiliti i criteri generali, per l’individuazione dei beni e delle risorse finanziarie, umane, strumentali e organizzative connesse all’esercizio delle funzioni che devono essere trasferite dalle Province agli enti subentranti, garantendo i rapporti di lavoro a tempo indeterminato in corso, nonché quelli a tempo determinato in corso fino alla loro scadenza prevista.

   Nei trasferimenti delle funzioni oggetto del riordino si applicano le seguenti disposizioni:

– il personale trasferito mantiene la posizione giuridica ed economica, con riferimento alle voci del trattamento economico fondamentale e accessorio, in godimento all’atto del trasferimento, nonché l’anzianità di servizio maturata; le corrispondenti risorse sono trasferite all’ente destinatario; in particolare, quelle destinate a finanziare le voci fisse e variabili del trattamento accessorio, nonché la progressione economica orizzontale, secondo quanto previsto dalle disposizioni contrattuali vigenti, vanno a costituire specifici fondi, destinati esclusivamente al personale trasferito, nell’ambito dei più generali fondi delle risorse decentrate del personale delle categorie e dirigenziale. I compensi di produttività, la retribuzione di risultato e le indennità accessorie del personale trasferito rimangono determinati negli importi goduti antecedentemente al trasferimento e non possono essere incrementati fino all’applicazione del contratto collettivo decentrato integrativo sottoscritto conseguentemente al primo contratto collettivo nazionale di lavoro stipulato dopo l’entrata in vigore della legge;

– il trasferimento della proprietà dei beni mobili e immobili è esente da oneri fiscali; l’ente che subentra nei diritti relativi alle partecipazioni societarie attinenti la funzione trasferita può provvedere alla dismissione con procedura semplificata stabilita con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze;

– l’ente che subentra nella funzione succede anche nei rapporti attivi e passivi in corso, compreso il contenzioso; il trasferimento delle risorse tiene conto anche delle passività; sono trasferite le risorse incassate relative a pagamenti non ancora effettuati, che rientrano nei rapporti trasferiti;

– gli effetti derivanti dal trasferimento delle funzioni non rilevano, per gli enti subentranti, ai fini della disciplina sui limiti dell’indebitamento, nonché di ogni altra disposizione di legge che, per effetto del trasferimento, può determinare inadempimenti dell’ente subentrante.

   Le risorse finanziarie, già spettanti alle Province ai sensi dell’articolo 119 della Costituzione, ivi comprese quelle di tutela ambientale, dedotte quelle necessarie alle funzioni fondamentali, sono attribuite ai soggetti che subentrano nelle funzioni trasferite, in relazione ai rapporti attivi e passivi oggetto della successione, compresi i rapporti di lavoro e le altre spese di gestione, con modalità che dovranno essere fissate da uno o più decreti legislativi da emanare entro un anno dall’entrata in vigore della legge.

BREVI CONSIDERAZIONI FINALI

Viene semplicemente da chiedersi: qual è il senso di questa riforma.

   Da due anni si susseguono interventi normativi sulle Province ad alimentare spinte giornalistiche e demagogiche, per poi finalmente scoprire quanto appare ovvio a chiunque effettui una seria valutazione dell’organizzazione della pubblica amministrazione e delle funzioni esercitate: l’esigenza indiscutibile di un ente di area vasta, intermedio fra Regione e Comuni.

   Ci sarà pure un motivo per il quale in tutti i Paesi europei esistono tali enti.

   Ebbene nel tentativo di dare attuazione ad un annuncio riformatore, si procede velocemente con una riforma confusa che non produrrà alcun risparmio, come confermato dalla Corte dei Conti né una maggiore efficienza nell’erogazione dei servizi.

   Poco importa infatti se non risulta dimostrata l’efficienza che dovrebbe derivare dalla nuova allocazione delle competenze, se prolifereranno le Unioni dei Comuni che finora non hanno dato grande prova di funzionalità, se il risultato finale dell’approvazione del disegno di legge Delrio sarà quello di avere diversi organizzazione ed assetto di competenze nel territorio nazionale, sulla base delle città metropolitane.

Le modifiche che erano state introdotte in Commissione avevano rimediato in parte ai gravi limiti del testo originario; il testo è però peggiorato e reso più confuso dagli emendamenti proposti dal relatore di maggioranza e approvati in aula.

   Sono state dimenticate funzioni fondamentali, non riconducibili al livello comunale o alla gestione delle Regioni, quali l’organizzazione e la gestione dei servizi per l’impiego e le politiche per il lavoro e la formazione professionale, malgrado i numerosi emendamenti presentati in Commissione e in aula e non discussi per la fretta di concludere i lavori.

   Inoltre in aula è stata soppressa l’espressa indicazione fra le funzioni fondamentali della tutela dell’ambiente e della difesa del suolo da destinare non si sa bene a quali Enti, ma che in realtà rappresentano le funzioni tipiche di un ente di area vasta. Impossibile immaginare una gestione a livello comunale; si pensi alle autorizzazioni degli impianti di gestione dei rifiuti, alle emissioni in atmosfera, agli scarichi industriali, alla pianificazione dei rifiuti, alla valutazione di impatto ambientale, ai controlli, agli aspetti sanzionatori. Trasferire le funzioni alle Regioni significa spostare funzioni tipicamente gestionali e amministrative ad un Ente che avrebbe invece funzioni legislative e regolamentari generali.

Si è certamente fatto un passo avanti negli aspetti relativi al patrimonio e alle risorse finanziarie, del tutto ignorati nel testo del Governo, anche se negli emendamenti approvati si focalizza il problema ma non si individua la soluzione rimessa ad un decreto legislativo del Governo entro un anno dal DPCM che individuerà le funzioni da trasferire.

Il Dpcm entro tre mesi dovrebbe:

fissare i criteri generali per individuare risorse finanziarie, umane, strumentali ed organizzative connesse all’esercizio delle funzioni da trasferire;

garantire la permanenza dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato e determinato in corso.

individuare le risorse finanziarie delle province, che debbono traslare verso gli enti subentranti insieme con le funzioni.

Si tratta di questioni molto complesse, che andavano gestite e risolte prima dell’approvazione della legge, non rinviate a momenti successivi e incerti, tanto da prefigurare il caos istituzionale e gestionale.

E’ sufficiente considerare – un aspetto questo che probabilmente è sconosciuto al Ministro –
che non esiste una diretta connessione tra entrate delle province e funzioni svolte, in quanto non esistono più entrate, derivanti da trasferimenti statali e regionali, con vincoli di destinazione per le funzioni esercitate dalle province.

Negli ultimi anni:

i trasferimenti dello Stato sono stati quasi totalmente azzerati ed il fondo sperimentale di riequilibrio per le province non ha più finanziamento;

anche prima dell’azzeramento imposto dalle manovre del Governo Monti, il fondo era unico e non tracciava una connessione diretta tra somme erogate e servizi svolti;

alcune funzioni conferite dalle regioni mantengono ancora un minimo di tracciamento, ma tantissime regioni hanno, negli anni, drasticamente ridotto, quando non azzerato, i finanziamenti per le funzioni trasferite;

le entrate delle province sono ormai quasi solo entrate proprie, tributarie e patrimoniali e finanziano interamente ed in modo indifferenziato le connesse spese;

non è, dunque, immaginabile un sistema automatico per fissare un’equivalenza diretta tra funzione trasferita e risorse in entrata che le finanziano.

Non solo, ma le disposizioni definitive sono rimesse ad un decreto legislativo da emanare dopo un anno dal DPCM.

E’ evidente un aspetto che appare forse la finalità ultima e vera della riforma: la fine della rappresentanza democratica diretta nelle Province.

Un aspetto ancora più evidente nelle Città metropolitane in cui il sindaco del Comune capoluogo è di diritto il sindaco metropolitano, senza nemmeno la previsione dell’elezione di secondo grado come per il Presidente della Provincia.

Un intero territorio si trova rappresentato da un soggetto per il quale non si è concorso – nemmeno indirettamente – alla sua elezione.

E’ prevista la possibilità che lo Statuto preveda l’elezione diretta, ipotesi questa però soggetta a condizioni di difficile realizzazione e soggette comunque alla volontà non dei territori ma del legislatore statale e regionale: l’approvazione della legge statale sul sistema elettorale e l’articolazione del territorio del comune capoluogo in più comuni.

Sull’elezione di secondo grado va richiamata la giurisprudenza della Corte Costituzionale.

Apprezzabile soltanto l’intervento della Commissione che ha rimediato alla previsione del testo governativo che prevedeva la decadenza degli organi democraticamente eletti anche prima della scadenza naturale del mandato. Il testo emendato prevede che l’elezione dei nuovi organi avviene entro trenta giorni dalla scadenza naturale.

E’ auspicabile che nel corso del dibattito in Senato si possa ulteriormente rimediare alle innumerevoli criticità ancora presenti nel testo.

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……………….

https://geograficamente.wordpress.com/2013/07/26/36-dipartimenti-al-posto-delle-20-regioni-e-delle-110-province-e-la-proposta-della-societa-geografica-italiana-sgi-uninteressante-suddivisione-delle-is/

LA PROPOSTA DELLA “SOCIETÀ GEOGRAFICA ITALIANA” DEI 36 DIPARTIMENTI:

e-book_il_riordino_territoriale_dello_stato_sgi_36_dipartimenti

LA PROPOSTA DELLA SOCIETA' GEOGRAFICA ITALIANA DI SUDDIVISIONE TERRITORIALE
LA PROPOSTA DELLA SOCIETA’ GEOGRAFICA ITALIANA DI SUDDIVISIONE TERRITORIALE

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One thought on “IL DECLASSAMENTO DELLE PROVINCE a enti di secondo livello (ma stavolta si farà??) come nuovo disegno istituzionale territoriale – Ma serve anche lo scioglimento dei COMUNI in CITTA’, la costituzione di AREE METROPOLITANE in ogni luogo, le MACROREGIONI al posto delle obsolete Regioni

  1. Francesco Crivelli domenica 26 gennaio 2014 / 18:46

    Buonasera,
    Mi chiamo Francesco Crivelli, Sindaco di un piccolo comune (300 abitanti) dell’entroterra Abruzzese. Durante l’università ed anche successivamente mi sono occupato (ed appassionato) alle tematiche dello sviluppo locale ed oggi questa passione mi stimola più che mai.
    Ho trovato l’articolo molto interessante e vorrei offrire il mio contributo con delle osservazioni maturate dal punto di vista di chi vive quotidianamente le difficoltà citate nel testo, con particolare riferimento alla questione dei piccoli comuni nelle aree montane. Nell’individuazione delle soluzioni connesse ad incrementare il rapporto tra la qualità dei servizi e risparmio economico, ritengo debba assumere necessariamente maggior peso la considerazione di due elementi quali; la questione della rappresentanza istituzionale e la distribuzione dei servizi sulla base delle variabili orografiche e quindi della mobilità. Questi due aspetti, apparentemente distanti fra di loro, sono fortemente interconnessi e rappresentano gli elementi cruciali su cui fondare qualunque teoria aggregativa dei piccoli comuni nelle aree montane.
    Troppo spesso, si assiste al tentativo di giustificare le scelte di nuovi modelli di assetto territoriale, rifugiandosi nella certezza dei calcoli matematici che sanciscono i risparmi di spesa e per coerenza non mi sottraggo a questa forma di espressione delle mie idee.
    L’approccio si fonda sulla considerazione congiunta del pessimismo malthusiano e sull’assioma filosofico dell’egoismo umano che, traslato sul diagramma che vede sull’asse delle ordinate la dimensione degli aggregati territoriali pesati con la distanza dal centro più popoloso e sull’asse delle ascisse l’espressione del consenso politico, da vita ad una funzione tendente a vedere i centri più popolati come quelli destinatari di maggiore attenzione nelle scelte amministrative a svantaggio dei centri più marginali. Tale atteggiamento sarà tanto più spinto quanto più i territori marginali saranno caratterizzati da un basso indice di accessibilità, quasi sempre correlato a condizioni orografiche sfavorevoli e pertanto più’ costosi da raggiungere. La soluzione va quindi individuata in una riforma tale da garantire alle realtà marginali un grado di rappresentatività istituzionale all’interno degli organi di governo locale, paradossalmente tanto maggiore quanto più elevato e’ il grado di marginalità. In tal modo potrà essere centrato l’obiettivo dell’equità sociale e dell’efficenza dei servizi erogati. Quanto detto potrebbe apparire a primo impatto estremamente teorico ma in realtà gli strumenti per affrontare questi argomenti sono molto più vicini di quando ci si possa immaginare; basti pensare a metodi elettivi circoscritti, alla destinazione di risorse vincolate, alle maggioranze qualificate, al voto favorevole vincolato. Credo che se s’intende seriamente affrontare il dibattito sui piccoli comuni montani, il piano della discussione debba trasferirsi sulle forme di governo dei nuovi assetti amministrativi e sui metodi di erogazione dei servizi, affinché tutti i cittadini delle aree montane, anche quelle più remote, abbiano pari trattamento e parallelamente non siano indotti ad abbandonare i paesi, anzi, i paesi stessi possano diventare attrattori di nuovi insediamenti, offrendo alle aree più popolate la possibilità di salvarsi dal soffocamento (ovviamente per quest’opera di soccorso le aree interne dovrebbero essere giustamente remunerate, ma questo e’ un’altro discorso…).
    Credo che l’affermazione di queste considerazioni nei contesti decisionali sovralocali, debba essere la principale missione degli amministratori dei piccoli comuni e di chi ne viene proclamato (ed a volte anche autoproclamato) “portatore d’interessi del territorio”
    Il vero passaggio culturale per giungere a riforme praticabili e’ quello di prendere coscienza delle debolezze della politica e dotarsi di metodi e strumenti in grado di contemplarli e ridurne quanto più possibile gli effetti.

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