L’UNIONE EUROPEA del 2014 (dei 28 Stati) con la LETTONIA in Zona Euro (18° Paese ad adottare la moneta unica) – Un’Europa che mostra un forte pessimismo sul suo progetto fondativo, ma anche con speranze di ripresa – E tutto il MONDO vive il nuovo anno con CONTRADDIZIONI positive o negative su quel che sarà

RIGA, LA PARTE STORICA DELLA CITTA' (SULLO SFONDO IL FIUME DAUGAVA). RIGA, capitale della LETTONIA, è situata sul MAR BALTICO alla foce del fiume DAUGAVA, con 699.203 abitanti al censimento del 2011, è la città più grande delle Repubbliche Baltiche ed è uno dei principali centri culturali, politici ed economici della regione. Antico centro della LEGA ANSEATICA
RIGA, LA PARTE STORICA DELLA CITTA’ (SULLO SFONDO IL FIUME DAUGAVA). RIGA, capitale della LETTONIA, è situata sul MAR BALTICO alla foce del fiume DAUGAVA, con 699.203 abitanti al censimento del 2011, è la città più grande delle Repubbliche Baltiche ed è uno dei principali centri culturali, politici ed economici della regione. Antico centro della LEGA ANSEATICA

La Repubblica di Lettonia (in lettone Latvijas Republika) è uno Stato membro dell’Unione europea (sui 28 attuali) (64.589 km², 2.070.371 abitanti al censimento del 2011, capitale Riga) situato nell’Europa nord-orientale; confina a nord con l’Estonia (267 chilometri), a est con la Russia (217 chilometri), a sud-est con la Bielorussia (141 chilometri) e a sud con la Lituania (453 chilometri), ed è bagnata a ovest dal Mar Baltico. La Lettonia è una repubblica parlamentare; la carica di primo ministro è attualmente vacante dopo le dimissioni di Valdis Dombrovskis, mentre l’attuale presidente della repubblica è Andris Bērziņš, che ha sostituito nella carica Valdis Zatlers dopo l’elezione da parte del Saeima il 2 giugno 2011. Dal 1° gennaio 2014 LA LETTONIA DIVENTA IL DICIOTTESIMO PAESE CHE ADOTTA COME PROPRIA MONETA L’EURO.LETTONIA

……………

   E’ possibile che il LAVORO (e pertanto condizioni individuali e collettive di benessere sociale) nei paesi a grande e antico sviluppo si ridurrà ancora di più, perché la crisi mondiale è tutt’altro che passata, ma anche per “con-cause” date dal segno dei tempi: come ad esempio la sovraproduzione di beni di consumo, la loro produzione in paesi a basso costo di mano d’opera, la diffusione di robot e macchine tecnologiche sempre più sofisticate che sostituiscono il lavoro di molte persone.

   Vien da dire: ma non bisognerà pensare a redistribuire meglio il reddito (mondiale, nazionale, locale…)  per “dare” un minimo di ricchezza a tutti, garantire i diritti fondamentali (all’alimentazione, alla casa, allo studio, alla salute, alla mobilità…): o con politiche fiscali più accorte ed eque, o in altri modi “redistributivi” di ricchezza (se sempre meno gente potrà lavorare, è pensabile a un reddito minimo garantito, di sopravvivenza, dato a tutti, magari in cambio di lavori utili per la collettività, o di impegno e coinvolgimento in progetti di autoformazione, studio, ricerca, innovazione…?).

“ECCOLO 2014; CENTO ANNI DOPO L’INIZIO di quella terribile guerra, che la memoria storica ha registrato come LA GRANDE GUERRA, non volendo essere accusati di arroganza, non possiamo che chinare il capo, onorare quei milioni di giovani vite stroncate, e interrogare senza posa cimiteri silenziosi, una sterminata letteratura, testimonianze, lettere, testamenti di martiri, oggetti perduti nelle case, responsi, profezie, conseguenze, luoghi. (…) Ma, a una generazione ignorantissima di storia, abbrutita di presente, privata di ancoraggi morali, che cosa racconteremo perché educhi e s’imprima? Se la memoria di una immensa vergogna e di uno spaventoso regresso di civiltà possa educare positivamente chi ne ignora tutto, perfino l’epoca e il nome.” (GUIDO CERONETTI, “la Repubblica” del 2/1/2014)
“ECCOLO 2014; CENTO ANNI DOPO L’INIZIO di quella terribile guerra, che la memoria storica ha registrato come LA GRANDE GUERRA, non volendo essere accusati di arroganza, non possiamo che chinare il capo, onorare quei milioni di giovani vite stroncate, e interrogare senza posa cimiteri silenziosi, una sterminata letteratura, testimonianze, lettere, testamenti di martiri, oggetti perduti nelle case, responsi, profezie, conseguenze, luoghi. (…) Ma, a una generazione ignorantissima di storia, abbrutita di presente, privata di ancoraggi morali, che cosa racconteremo perché educhi e s’imprima? Se la memoria di una immensa vergogna e di uno spaventoso regresso di civiltà possa educare positivamente chi ne ignora tutto, perfino l’epoca e il nome.” (GUIDO CERONETTI, “la Repubblica” del 2/1/2014)

   Il 2014, come anno iniziato, è pure importante perché si ricorderà, con molti eventi locali, nazionali, internazionali, il centenario dell’inizio della PRIMA GUERRA MONDIALE: guerra fratricida, una grande carneficina (inutile più che mai, se utilità esistesse in questi casi…); evento doloroso che apre un contesto politico e storico ad altri eventi cruenti del secolo scorso (i fascismi atroci, il secondo conflitto mondiale…) e a SITUAZIONI GEOPOLITCHE cui dobbiamo ancora fare i conti ai giorni nostri (dal Medio Oriente, con la fine dell’Impero Ottomano, ai Balcani, all’attuale contrasto Russia-Ucraina…).

   Per quanto riguarda l’Europa merita ricordare che sarà il Paese più sofferente in questi ultimi due anni, a doverla guidare nei primi sei mesi dell’anno: la Grecia, Atene, dal 1° gennaio, appunto fino al 30 giugno, prende in mano le redini della presidenza di turno dell’Unione europea. Una Grecia in cerca di riscatto dopo i salvataggi della Troika (Ue, Bce, Fmi), costati lacrime e sangue a gran parte della sua popolazione. Intanto LA LETTONIA DIVENTA IL DICIOTTESIMO PAESE AD ENTRARE IN EUROLANDIA, ad adottare la moneta unica europea, l’euro. E a quest’evento dedichiamo la parte iniziale e principale di questo post.

   E poi ci sono le elezioni europee di primavera ed il rinnovo di tutte le sue istituzioni, mentre soffia forte il vento nazionalista e populista (si prevede un forte assenteismo e un terzo degli elettori che voteranno partiti anti-euro…).

   Abbiamo, in Europa, un crescere della “contraddizione” geopolitica che contraddistingue quest’epoca: da un lato ci sono paesi che guardano all’Unione Europea come a un’àncora di salvezza dal dispotismo russo di Putin (come l’Ucraina, che rischia di ritornare inglobata su un nuovo regime ex sovietico); altri paesi che sperano di entrare nell’economia globale aderendo all’euro (come si è detto è il caso della Lettonia) (pur cauti sui risultati di questa adesione, ma coltivando speranze di nuovo benessere); e abbiamo altri paesi (la maggior parte di quelli fondatori dell’Unione Europea) che mostrano scarsa volontà a portare avanti il progetto di unità politica, economica, culturale europea; con al loro interno partiti populisti antieuro che sono assai radicati, popolari.

UN COLPO D’OCCHIO DEI MAGGIORI EVENTI E PROCESSI IN CORSO SU SCALA PLANETARIA Da LIMES di dicembre: “SOTTO LA PELLE DEL PIANETA”, una carta di Laura Canali per offrire un colpo d’occhio dei maggiori eventi e processi in corso su scala planetaria.  - GLI STATI UNITI E LA CINA torreggiano sui rispettivi emisferi (e oltre). Washington si proietta verso il Pacifico in chiave anti-cinese, mentre i legami con Europa e Regno Unito vanno affievolendosi. Pechino, oltre che dalla pressione degli Usa, deve guardarsi dagli influssi nefasti di “CAOSLANDIA”, la vastissima area delle terre incognite e contestate che si estende dal SUD-EST ASIATICO sino in AMERICA LATINA investendo ASIA CENTRALE, MEDIO ORIENTE, AFRICA e BALCANI con guerre, archi di tensione o di conflitto e pirateria. - L’EUROPA è stretta tra i problemi dell’Eurozona e gli effetti indesiderati della “primavera araba”. LA GERMANIA guarda alla Russia. - Infine, LE POTENZE CON IRRADIAMENTO TRANSCONTINENTALE: BRASILE, GRAN BRETAGNA, FRANCIA, GERMANIA, ISRAELE, ARABIA SAUDITA, RUSSIA E GIAPPONE. (Per ingrandire la carta scarica il numero su iPad)
UN COLPO D’OCCHIO DEI MAGGIORI EVENTI E PROCESSI IN CORSO SU SCALA PLANETARIA
Da LIMES di dicembre: “SOTTO LA PELLE DEL PIANETA”, una carta di Laura Canali per offrire un colpo d’occhio dei maggiori eventi e processi in corso su scala planetaria.
– GLI STATI UNITI E LA CINA torreggiano sui rispettivi emisferi (e oltre). Washington si proietta verso il Pacifico in chiave anti-cinese, mentre i legami con Europa e Regno Unito vanno affievolendosi.
Pechino, oltre che dalla pressione degli Usa, deve guardarsi dagli influssi nefasti di “CAOSLANDIA”, la vastissima area delle terre incognite e contestate che si estende dal SUD-EST ASIATICO sino in AMERICA LATINA investendo ASIA CENTRALE, MEDIO ORIENTE, AFRICA e BALCANI con guerre, archi di tensione o di conflitto e pirateria.
L’EUROPA è stretta tra i problemi dell’Eurozona e gli effetti indesiderati della “primavera araba”. LA GERMANIA guarda alla Russia.
– Infine, LE POTENZE CON IRRADIAMENTO TRANSCONTINENTALE: BRASILE, GRAN BRETAGNA, FRANCIA, GERMANIA, ISRAELE, ARABIA SAUDITA, RUSSIA E GIAPPONE.
(Per ingrandire la carta scarica il numero su iPad)

   Ma non è che nelle altri parti del mondo vada tanto meglio: i paesi negli ultimi anni in forte crescita (Cina, India, Brasile, Sudafrica…) devono fare i conti con contraddizioni interne gravi (come povertà ancora fortemente presente, integralismi e violenze, inquinamenti micidiali, “super ricchi” e “super poveri”…) e con un rallentamento dello sviluppo avviato.

   Su tutto predominano (lo potete verificare negli articoli che vi proponiamo) le difficoltà a definire con lucidità e sicurezza tutti i contesti geopolitici emergenti: di pace che sembra a volte crescere, come quella dell’Occidente con l’IRAN degli ayatollah, di guerra come in alcune “primavere arabe” disintegratesi in violenza (la Siria in particolare, ma anche l’Egitto…).

   Contesti che ancora una volta dimostrano la necessità di un GOVERNO MONDIALE che individui priorità per tutti i popoli (la pace, lo sviluppo, i diritti umani…) e abbia l’autorevolezza di intervenire là dove si verificano violenze, di Stato o di gruppi di potere religiosi, economici… contro popoli e persone inermi; o intervenire tempestivamente in soccorso a comunità dove accadono catastrofi naturali.

   Il mondo “contradditorio” del 2014, la “nostra” Europa” in crisi di “motivazione” e di individuazione delle opportunità (politiche, economiche, culturali…) che essa può e dovrebbe darci, tutto questo lascia in sospeso ogni giudizio e speranza. Non resta che, collettivamente e individualmente, cercare di dare del proprio meglio, un impegno vero su quel che ciascuno sa fare. (s.m.)

……………………………..

LETTONIA/18MO PAESE NELL’EURO, AL VIA LA PRESIDENZA GRECA

da ONLINE NEWS (www.online-news.it/ ), 2/1/2013

   «UNITI NAVIGHEREMO OLTRE», è il motto di Atene che dal primo gennaio, fino a giugno, ha preso in mano le redini della presidenza di turno dell’Unione europea in cerca di riscatto dopo i salvataggi della Troika (Ue, Bce Fmi), costati lacrime e sangue. Intanto Atene che da ieri, fino a giugno, prende in mano le redini della presidenza di turno dell’Unione europea in cerca di riscatto dopo i salvataggi della Troika (Ue, Bce Fmi), costati lacrime e sangue. Intanto la Lettonia diventa il diciottesimo Paese ad entrare in EurolandiaAtene che da ieri, fino a giugno, prende in mano le redini della presidenza di turno dell’Unione europea in cerca di riscatto dopo i salvataggi della Troika (Ue, Bce Fmi), costati lacrime e sangue.

   Intanto LA LETTONIA DIVENTA IL DICIOTTESIMO PAESE AD ENTRARE IN EUROLANDIA, tra lo scetticismo della maggioranza della popolazione, che con l’archiviazione del lats a favore della moneta unica teme per il potere d’acquisto.lettonia 2

   Ma l’inizio del 2014, anno cruciale per il club dei 28, con le elezioni europee di primavera ed il rinnovo di tutte le sue istituzioni, mentre soffia forte il vento nazionalista e populista, porta anche altri test per i mesi a venire. È scattato infatti lo STOP ALLE RESTRIZIONI PER LA LIBERA CIRCOLAZIONE DEI LAVORATORI BULGARI E ROMENI, che era ancora IN VIGORE IN SETTE PAESI tra cui Francia, Gran Bretagna, Austria, Germania e Olanda.

   E proprio la GUERRA AL ‘TURISMO DEL WELFARE’, ovvero ad un temuto arrivo in massa di persone non tanto interessate al lavoro quanto piuttosto al sistema dei sussidi, è da mesi uno dei cavalli di battaglia di Londra, che chiede una modifica in senso restrittivo delle regole Ue.

   Mentre Palazzo Chigi augura «buon lavoro e successo» ad Atene, il vice premier e ministro degli Esteri, il socialista Evangelos Venizelos spiega che gli obiettivi che la Grecia si prefigge sono «ambiziosi ma fattibili».  Fra le priorità: la creazione di posti di lavoro, l’approfondimento della governance europea – anche per la creazione dell’unione bancaria – e la lotta all’immigrazione clandestina. In tandem con Roma, grazie alle presidenze consecutive (sarà infatti l’Italia a raccogliere il testimone il primo luglio) il tentativo è quello di SPOSTARE IL FOCUS DELL’UE SUL MAR MEDITERRANEO, come volano di sviluppo, per tutto l’anno.

   Ma la principale sfida del governo di Atene nei prossimi sei mesi sarà quella di bilanciare i propri compiti in seno alla presidenza europea, con le pressioni economiche interne e le trattative in corso con la Troika. Resta infatti il problema del ‘bucò da 1,4 miliardi nel bilancio 2014 riscontrato dai tecnici di Ue-Bce-Fmi che dovrebbero tornare in Grecia a metà del mese prossimo per poter dare il via libera ad una nuova tranche di aiuti a fine gennaio.

   Intanto EUROLANDIA SI ALLARGA, CON L’ENTRATA DELLA LETTONIA NELLA MONETA UNICA. A celebrarlo, il premier dimissionario VALDIS DOMBROVSKIS, che ha festeggiato il suo capodanno davanti ad un bancomat della statale Citadele Banka a Riga, per essere così il primo a prelevare la nuova moneta. Ma LA LUNGA CRISI DELL’EURO NON HA CONTRIBUITO ALLA POPOLARITÀ DELLA SUA ADOZIONE: secondo l’ultimo sondaggio di Eurobarometro, SOLO IL 39% DEI CITTADINI DELLA REPUBBLICA BALTICA È A FAVORE, e oltre l’80% esprime la «seria preoccupazione» per un aumento dei prezzi.

   Per poter entrare nell’eurozona, la Lettonia ha dovuto affrontare dure riforme e il risanamento dei suoi conti; ora il suo tasso di disoccupazione è inferiore alla media Ue, l’11,3%, il Pil in crescita (+4% nel 2013), il debito pubblico inferiore al 40% del Pil, mentre il deficit è pari all’1,4%.

…………………………

IL PARADOSSO DELL’UNIONE: UN SOGNO PER I POPOLI DELL’EST, UNA DELUSIONE PER I FONDATORI. XENOFOBIA E CRISI ECONOMICA SPINGONO GLI SCETTICI
di Andrea Bonanni, da “la Repubblica” del 2/1/2013
BRUXELLES — Fuochi d’artificio a Riga per festeggiare l’entrata nell’euro. Clima da stato d’assedio agli aeroporti di Londra e Francoforte per il timore di una annunciata «invasione» di lavoratori bulgari e rumeni dopo la caduta delle restrizioni al trattato di Schengen. L’Europa del nuovo anno appare sempre più schizofrenica.
Sulle sue nuove frontiere esterne, l’Unione continua ad essere un faro verso cui si concentrano ambizioni e speranze. DAL MEDIO ORIENTE E DAL NORD AFRICA CRESCE IL FLUSSO DI MIGRANTI CHE RISCHIANO LA VITA, e spesso la perdono, per raggiungere la terra promessa. In Ucraina La Folla Sfiora La Guerra Civile E Sfida I Carri Armati Per Non Perdere Il Legame Con l’Ue e non essere risucchiata sotto il giogo di Mosca. Perfino Putin è costretto a fare concessioni, come la liberazione di Khodorkovsky e delle Pussy Riot, cedendo alle pressioni delle capitali europee.

in BLU la Zona euro nel 2014 in VERDE Paesi membri che, in virtù del Trattato di Maastricht, sono destinati a confluire nella zona euro in ROSSO Paese membro che si riserva di stabilire un eventuale ingresso nella zona euro in GIALLO Paesi extra-UE che adottano l'euro in virtù di accordi bilaterali con la Banca Centrale Europea in VIOLA Paesi e territori extra-UE che adottano unilateralmente l'euro L'euro fu introdotto come unità di conto virtuale il 31 dicembre 1998 in 11 STATI MEMBRI dell'Unione europea, mentre sotto forma di monete e banconote il 1º gennaio 2002.  Il primo allargamento avvenne nel 2001 con l'adesione della GRECIA; ciò le permise di introdurre le nuove banconote e monete contemporaneamente agli undici stati originari. In seguito la moneta è stata introdotta in SLOVENIA (1º gennaio 2007), CIPRO e MALTA (1º gennaio 2008), SLOVACCHIA (1º gennaio 2009), ESTONIA (1º gennaio 2011), e infine adesso il 18° Stato che adotta l’euro è la LETTONIA (dal 1º gennaio 2014)
in BLU la Zona euro nel 2014
in VERDE Paesi membri che, in virtù del Trattato di Maastricht, sono destinati a confluire nella zona euro
in ROSSO Paese membro che si riserva di stabilire un eventuale ingresso nella zona euro
in GIALLO Paesi extra-UE che adottano l’euro in virtù di accordi bilaterali con la Banca Centrale Europea
in VIOLA Paesi e territori extra-UE che adottano unilateralmente l’euro
L’euro fu introdotto come unità di conto virtuale il 31 dicembre 1998 in 11 STATI MEMBRI dell’Unione europea, mentre sotto forma di monete e banconote il 1º gennaio 2002. Il primo allargamento avvenne nel 2001 con l’adesione della GRECIA; ciò le permise di introdurre le nuove banconote e monete contemporaneamente agli undici stati originari. In seguito la moneta è stata introdotta in SLOVENIA (1º gennaio 2007), CIPRO e MALTA (1º gennaio 2008), SLOVACCHIA (1º gennaio 2009), ESTONIA (1º gennaio 2011), e infine adesso il 18° Stato che adotta l’euro è la LETTONIA (dal 1º gennaio 2014)

MA INTANTO NELLA VECCHIA EUROPA CRESCE IL DISAMORE verso i simboli di quello che è stato il più grande progetto del dopoguerra. E cala, fino a scomparire, il senso di solidarietà che ha reso possibile la costruzione di quella che itrattati definiscono «una comunità di destini». La Gran Bretagna si avvia, nella rassegnazione collettiva, ad abbandonare un’Unione da cui si è di fatto già esclusa. E dovunque la classe politica si prepara allo tsunami delle destre populiste che potrebbero conquistare un terzo dei seggi alle prossime elezioni europee.
Così questo 2014 ci regala due storie europee apparentemente inconciliabili. Quindici anni dopo la nascita dell’euro, nella notte del 31 dicembre la Lettonia è stata il diciottesimo stato ad adottare la moneta unica. La storia di questo piccolo Paese di due milioni di abitanti potrebbe essere un esempio per tutti. I lettoni avrebbero dovuto essere tra i primi est europei ad adottare l’euro.

   Ma nel 2008-2009 Riga fu letteralmente travolta dalla crisi finanziaria registrando in un solo anno una recessione del 25 per cento, che fa impallidire al confronto la catastrofe greca. A differenza dei greci e di altri «vecchi» europei, però, i lettoni non hanno cercato di evitare le dure medicine prescritte da Bruxelles. Le hanno applicate con stoicismo e determinazione.

   Ed oggi la Lettonia registra una crescita economica del 4 per cento annuo, un deficit dell’1,4 per cento, un debito irrisorio pari al 40 per cento del Pil e una disoccupazione al di sotto della media Ue. Il risultato del «miracolo lettone» è la sospirata adesione all’euro festeggiata. Anche se, ha avvertito il premier Valdis Dombrovskis, l’ingresso nella moneta unica «non e’ una scusa per non perseguire un bilancio rigoroso e una politica macroeconomica responsabile». Parole che nell’eurozona ben pochi politici si azzardano a pronunciare con orgoglio.
Mentre la Lettonia raggiunge l’Estonia nella moneta unica (la Lituania, protagonista di un risanamento analogo arriverà l’anno prossimo), nella «vecchia» Europa il Capodanno ha portato una nuova folata di sospetti, paure e intolleranza. Dal primo gennaio infatti è finita l’eccezione al trattato di Schengen invocata da Gran Bretagna, Germania, Francia, Austria, Belgio, Lussemburgo, Malta e Olanda per limitare IL DIRITTO DI STABILIMENTO DEI CITTADINI RUMENI E BULGARI.

   La novità è stata accolta, soprattutto nel REGNO UNITO, come l’annuncio di UNA IMMINENTE INVASIONE BARBARICA: un arrembaggio indiscriminato ai posti di lavoro che già mancano e alle garanzie delle stato sociale che già barcollano. L’Italia aveva aperto le porte a bulgari e rumeni nel 2012 e l’invasione non c’è stata.

   La Commissione ha ricordato che nella Ue già lavorano tre milioni di immigrati dalla Bulgaria e dalla Romania e che difficilmente questa cifra è destinata ad aumentare in modo significativo. Senza contare il fatto che oggi, nonostante gli alti livelli di disoccupazione, ci sono in Europa almeno due milioni di posti di lavoro vacanti che pesano, questi sì, sulla tenuta dello stato sociale.

   Tutto inutile. I tabloid inglesi hanno mandato i loro inviati agli aeroporti di Londra per intervistare L’ORDA DI INVASORI. CHE NATURALMENTE NON SI È FATTA VEDERE. Intanto, però, la campagna terroristica ha fornito NUOVO COMBUSTIBILE AI MOVIMENTI NAZIONALISTI E XENOFOBI che, dalla Gran Bretagna alla Francia, dal Belgio all’Olanda, si preannunciano come i trionfatori delle prossime elezioni europee.
QUAL È ALLORA IL VOLTO DI QUESTA EUROPA DEL 2014?

   QUELLO OTTIMISTA e determinato della piazza di Riga in festa, O QUELLO OSCURANTISTA e spaventato dell’aeroporto di Heathrow che aspetta i barbari che non verranno? Quello della solidarietà e della responsabilità, o quello della diffidenza e dell’opportunismo?

   I DUE VOLTI DI UN’UNIONE SCHIZOFRENICA SI INSEGUONO e si combattono ormai da sei anni, dall’inizio della crisi che ha messo in discussione tutti, ma proprio tutti i valori fondanti dell’Unione. L’unica previsione che si può fare è che la schizofrenia continuerà anche nell’anno appena cominciato. LA LUNGA GUERRA INTERIORE DELL’EUROPA CON SE STESSA NON È ANCORA ARRIVATA ALLA BATTAGLIA FINALE. (Andrea Bonanni)

……………………………..

S’ALLARGA LA MONETA: LA FINTA EUROFESTA DELLA LETTONIA
di Alberto Bagnai, da “Il Fatto Quotidiano” del 3/1/2013
   Enrico Letta ha accolto trionfalmente su Twitter l’ingresso della Lettonia nell’Eurozona. Chi si contenta gode, verrebbe da dire. Non per fare il guastafeste, né per mancare di rispetto alla LETTONIA (2 milioni di abitanti, un Pil pari allo 0.2% del totale dell’Unione Europea), ma va ricordato che POLONIA e REPUBBLICA CECA (che insieme hanno 50 milioni di abitanti, ed esprimono più del 4% del Pil dell’Unione) pare non abbiano la benché minima intenzione di accedere a loro volta.
Lo prova il fatto che non hanno nemmeno aderito all’ERM II (EXCHANGE RATE MECHANISM II), cioè all’impegno di mantenere il cambio delle proprie valute nazionali entro bande di oscillazioni ristrette con l’euro (condizione necessaria per poter entrare nella moneta unica).

   Non solo: a seguito dello choc provocato dalla crisi finanziaria mondiale, Polonia e Repubblica Ceca hanno reagito come economia vuole, cioè svalutando il proprio cambio. La Polonia lo ha fatto subito dopo il crollo della Lehman Brothers, svalutando di circa il 25% in termini effettivi fra settembre 2008 e agosto 2009; la Repubblica Ceca lo ha fatto a novembre scorso, svalutando di circa il 6% (ma non mi pare che qui se ne sia parlato).

   Inutile dire che non c’è stata nessuna fiammata di inflazione in Polonia, dove l’inflazione è anzi scesa dal 4,4% (nel 2008) al 3,5% (nel 2009). Viceversa, dal 2009 al 2012 in Polonia la crescita media è stata del 3%. Constatata la propria deludente crescita del -1,4% sullo stesso periodo, alla fine la Repubblica Ceca si è convinta a svalutare anche lei, rinviando di fatto di almeno altri due anni ogni possibile velleità di adesione alla trappola dell’euro.

   E la Lettonia? Bè, dal 2009 al 2012 non è che le sia andata molto bene. La sua crescita media fra 2009 e 2012 è stata del -2% e il motivo è chiaro: la Lettonia era nell’Erm II fin dal 2005. Con il LAT ancorato all’euro, alla Lettonia non rimaneva che una strada, quella della svalutazione interna, la svalutazione dei salari.

   Fra il 2008 e il 2010 i salari medi sono diminuiti di circa il 7%, per poi stabilizzarsi. Per far accettare un simile taglio delle retribuzioni, la disoccupazione, va da sé, è dovuta aumentare dal 7% al 18%. Non solo: la popolazione è diminuita di circa il 10%.

   Disoccupazione a due cifre ed esodo: i due effetti collaterali della svalutazione interna, che anche noi, in Italia, stiamo sperimentando. A differenza dell’Italia, però, la Lettonia, all’inizio della crisi, si trovava in una posizione fiscale molto più vantaggiosa. Il suo rapporto debito pubblico/Pil nel 2007 era pari ad appena il 7%. Ora è del 38%: sempre molto sotto la soglia di attenzione (60%), ma si conferma il principio che la svalutazione interna non fa bene ai conti pubblici, perché comunque distrugge posti di lavoro, e quindi reddito, rendendo più oneroso il carico del debito pubblico e privato.
ALTRO DETTAGLIO non trascurabile: anche la Lettonia, come praticamente tutti i paesi periferici dell’Eurozona, ha sperimentato una forte crescita del proprio debito estero netto a partire dal proprio ingresso nell’Erm II.

   In altre parole, a partire da quando il rischio di cambio è stato attenuato dall’entrata in un meccanismo di cambi fissi, i creditori esteri hanno cominciato a prestare con larghezza. La posizione netta sull’estero della Lettonia è peggiorata di 30 punti di Pil in quattro anni (arrivando a -86% del Pil nel 2009) e la successiva svalutazione “interna” non ha migliorato molto le cose (mentre l’entrata nell’euro implica che comunque i rilevanti debiti contratti con l’estero andranno ora rimborsati per lo più in una valuta relativamente forte).
CONCLUDENDO: l’entusiasmo del nostro premier non stupisce, anche se, cifre alla mano, risulta totalmente immotivato, sia per la scarsa rilevanza quantitativa del paese, sia per la situazione tutt’altro che rosea dei suoi fondamentali.
NON STUPISCE NEMMENO LO SCARSO ENTUSIASMO DEI LETTONI, che però è ben motivato. Secondo l’ultimo sondaggio dell’Eurobarometro, solo il 39% dei lettoni (o meglio, di quel che ne rimane) sono oggi favorevoli all’euro. Lo credo bene! In qualche modo l’hanno sperimentato prima di entrarci, essendo ingabbiati nell’Erm II quando la crisi statunitense colpiva le economie europee, e le conseguenze le stanno ancora patendo (la disoccupazione è prevista a due cifre almeno fino al 2015).
Bisognerebbe allora parlare del rapporto fra euro e democrazia: ma forse è meglio non amareggiarci troppo, in quel poco che ci rimane delle feste natalizie. (Alberto Bagnai)

……………………………

LA STAGIONE DELLE CONTRADDIZIONI

di Gianni Riotta, da “la Stampa” del 31/12/2013

  L’anno che si apre, il 2014, sarà L’ANNO DELLA CONTRADDIZIONE. Lo SVILUPPO DELL’ASIA è da celebrare con i brindisi, NEGLI ULTIMI DIECI ANNI – secondo la Fao – I POVERI SONO SCESI DEL 30% grazie al boom di INDIA E CINA, passando dai 739 milioni di disperati di dieci anni fa ai 563 di oggi.

   Anche in AFRICA il benessere si diffonde e I POVERI, che vivono come meno di 90 centesimi al giorno, SCENDONO dalla maggioranza, DAL 58% AL 48%. Stavolta però niente brindisi, perché – ecco il mondo contraddittorio in cui viviamo – l’aumento della popolazione fa sì che, diminuendo in termini percentuali, GLI AFFAMATI CRESCANO IN TERMINI ASSOLUTI, da 175 milioni a 239 milioni.

   Ci lamentiamo moltissimo – e certo non senza ragioni – della classe politica, la consideriamo troppo ricca, lontana dalla gente comune. Ma se cercate il Paese che davvero ha una «Casta» d’oro, prima di arrivare a Roma o a Washington o alle altre capitali del mondo sviluppato, andate a Pechino, ultima trincea del comunismo. I 50 parlamentari più ricchi d’America mettono insieme un patrimonio di un miliardo e 200 milioni di euro, deposito di monete degno di Paperon de’ Paperoni ma casupola da poveracci se paragonata al salvadanaio dei 50 delegati più ricchi del Congresso Nazionale del Popolo, Parlamento cinese. I primi 50 rappresentanti del popolo comunista, infatti, mettono insieme un patrimonio di 73 miliardi di euro. Il politico più ricco d’America, il californiano Darrell Issa, «vale» 275 milioni di euro, da noi Berlusconi ne denuncia 35 l’anno, ma il magnate cinese Zong Qinhou, «delegato popolare» «vale» 14 miliardi e mezzo di euro grazie all’impero delle bevande Hangzhou Wahaha.

   In una conferenza del 1992 il professor SAMUEL HUNTINGTON lanciò la tesi dello «SCONTRO DI CIVILTÀ», «Noi» sviluppati contro «Loro» terzo mondo, soprattutto islamico, poi diventata celeberrimo best seller e popolarizzata da Oriana Fallaci nel pamphlet «La rabbia e l’orgoglio» dopo l’11 settembre 2001.

   INVECE «LO SCONTRO DI CIVILTÀ» DIVIDE LA COMUNITÀ ISLAMICA, sunniti contro sciiti, moderati contro estremisti, islamisti contro militari e democratici, fondamentalisti salafiti contro secolari in blue jeans.  DALLA PRIMAVERA ARABA, ALLA GUERRA CIVILE IN SIRIA, ALL’EGITTO dove i militari hanno rovesciato il governo dei Fratelli Musulmani di Morsi, gli islamici combattono tra loro, a sangue. Come aveva indicato la rivista «Oasi», promossa dall’allora Patriarca di Venezia Angelo Scola, oggi cardinale di Milano, non esiste «un Islam» monolitico, ma MOLTI «ISLAM», dalla religione, alla cultura, alla tradizione, UN «ISLAM GLOBALE» come scrive lo studioso Fouad Allam.

   Saluteremo nel 2014 la più grande elezione democratica al mondo, in India, 800 milioni di elettori, solo i debuttanti saranno in 150 milioni. L’INDIA, CHE LASCIA LA POVERTÀ PER IL SOFTWARE DI BANGALORE, vive la contraddizione ogni giorno, LAUREANDO PIÙ INGEGNERI DI AMERICA E EUROPA, MA CON L’80% DELLE ABITAZIONI RURALI DOVE ANCORA SI CUCINA SUL FUOCO ALIMENTATO DA STERCO DI ANIMALI. Così l’India interpreta la stagione da nuova potenza facendo la voce grossa, ormai dal 15 febbraio 2012, con l’Italia sul caso dei due sottufficiali di Marina imputati, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, ma poi reagisce animosamente se gli Stati Uniti accusano una diplomatica indiana di falso in atto pubblico. Per riaffermarsi Paese autonomo l’India impone il proprio diritto con mano di ferro contro l’Italia, ma quando gli Usa la ripagano della stessa moneta, la stampa locale parla di colonialismo. Vecchi rancori nel nuovo mondo delle contraddizioni.

   NEL 2014 PIÙ LAVORATORI E PROFESSIONISTI PERDERANNO IL POSTO DI LAVORO, sostituiti da un robot. Secondo l’International Federation of Robotics i «computer di servizio» aumenteranno del 30% in pochi anni, capaci – come scrive Tom Standage caporedattore web dell’Economist – di eseguire sofisticate mansioni: il robot Baxter è in grado di accelerare e rallentare i ritmi alla catena di montaggio, senza le comiche contorsioni di Charlot nel capolavoro «Tempi moderni». Il Michigan permetterà nel 2014 il transito in strada di auto guidate da robot «a patto che un essere umano sia a bordo», Google rastrella start up di robotica sul mercato persuasa che saranno il prossimo boom.

   NEL 2014 RICORDEREMO NONNI E BISNONNI VITTIME DELLA GRANDE CARNEFICINA DETTA PRIMA GUERRA MONDIALE. Gli storici stentano ancora a capire «perché» sia scoppiata. Nel suo curioso saggio «1913. L’anno prima della tempesta», Florian Illies ricorda come Lenin si lamentasse che né lo Zar, né il Kaiser, volessero «fargli il regalo» di una guerra che avvicinasse la rivoluzione in Russia. Lenin sbagliava, ebbe «il regalo» di guerra e rivoluzione e LE CONTRADDIZIONI DELLA GUERRA 1914-1918 SONO ANCORA TRA DI NOI, dal Medio Oriente, con la fine dell’Impero Ottomano, ai Balcani, alle frizioni Russia-Ucraina.

   Vladimir Putin è maestro pattinatore, da medaglia d’oro alle Olimpiadi di Sochi, delle contraddizioni, uomo di guerra con Assad, passa per pacifista dopo lo stop al blitz di Obama. E il Presidente americano vede il suo Paese crescere del 4%, recuperare dalla crisi finanziaria 2008, ma non sa come tornare leader del pianeta. A Papa Francesco tocca la contraddizione di essere lodato da tutti, perfino da chi non ha mai messo un piede in chiesa e detesta i valori cattolici.

   L’America di Internet, regno della trasparenza, è accusata di raccogliere dati in segreto con la Nsa, i paladini della nuova verità, Snowden e Greenwald, rifiutano la trasparenza e non dichiarano quanti documenti e dossier ancora abbiano in mano. L’EUROPA orgogliosa della propria unione CELEBRA ELEZIONI in cui voterà il 20% IN MENO dell’esordio nel 1979 e UN ELETTORE SU TRE sceglierà candidati ostili all’euro.

   Nessun Paese infine vivrà di contraddizioni come l’Italia, 9000 miliardi di ricchezza privata, 2000 miliardi di debito pubblico, seconda manifattura d’Europa con disoccupazione in crescita, unico Paese sviluppato che dal 2000 perde competitività, benessere, lavoro. Curvi a discutere di legge elettorale, politica, Casta, populismo, Destra-Sinistra, dimentichiamo che solo competere a testa alta nel mondo globale ci salverà.

   Cari lettori, non dimenticate però: il bello delle contraddizioni è che sanno sorprenderci. «Mi contraddico? Ebbene sì, mi contraddico, sono vasto, contengo moltitudini» scriveva il poeta Walt Whitman. Anche noi italiani, ciascuno di noi, «contiene moltitudini» e talvolta – come dicono i nostri ragazzi – «facciamo casino». Speriamo di tirar fuori da queste «moltitudini» invece, magari per italico «spirito di contraddizione», il meglio. Auguri 2014. (Gianni Riotta)

……………………………………

L’ANNO CHE E’ PASSATO, IL 2013, E’ STATO…

UN ANNO RIVOLUZIONARIO

di NICCOLÒ LOCATELLI, da LIMES,rivista italiana di Geopolitica – 20/12/2013

– Un papa che si dimette, una telefonata attesa dal 1979, una grande potenza che si riprende il ruolo che le compete, tre protagonisti della guerra fredda che se ne vanno. Senza dimenticare due rivoluzioni incompiute. No, il 2013 non è stato un anno come tutti gli altri. –

   Per gli eventi e per i protagonisti che l’hanno caratterizzato, il 2013 non è stato un anno ordinario: in varie aree del pianeta hanno avuto luogo dei cambiamenti importanti, a volte epocali, sicuramente forieri di ulteriori sviluppi. Un filo rosso che lega i motivi per cui il 2013 passerà alla storia può essere trovato nella rivoluzione.

   La prima rivoluzione è stata la scelta di Joseph Ratzinger di rinunciare al pontificato. Non si è trattato di una prima volta, ma di un gesto che non aveva precedenti nell’età contemporanea. Dietro alla perdita di vigore del corpo e dell’animo con cui Benedetto ha spiegato la sua decisione non è stato difficile per molti scorgere l’ombra di contrasti interni alla Santa Sede su alcuni temi economici e politici (scandali compresi).

   Il successore di Benedetto al trono di Pietro, Jorge Mario Bergoglio, sta imponendo nei primi mesi di pontificato una duplice rivoluzione: nello stile, ricercando continuamente il contatto immediato (nel senso di “non mediato”) con il prossimo; nella sostanza geopolitica, ridando al Vaticano un ruolo internazionale di primo piano. La prima rivoluzione appare compiuta. La seconda, a giudicare dal caso della guerra di Siria, è a buon punto.

   Dal trionfo di un’altra rivoluzione, quella islamica del 1979, l’Iran e gli Stati Uniti d’America sono stati nemici. Trentaquattro anni dopo, si intravede la possibilità che le cose possano cambiare. Nel 2013 Teheran ha chiuso la negativa parentesi di Ahmadi-Nejad eleggendo Hassan Rohani, un conservatore moderato, sostenitore di Khomeini e poi dell’attuale Guida suprema Khamenei, alla presidenza della Repubblica.

   Il nuovo capo di Stato iraniano ha da subito assunto un tono più conciliante nei confronti degli Usa e della comunità internazionale, trovando orecchie attente nel suo omologo statunitense Barack Obama, che già all’inizio del suo primo mandato aveva cercato di aprire all’Iran. A fine settembre, una telefonata tra i due presidenti ha riaperto un canale diplomatico, spianando la strada all’accordo sul nucleare di novembre.

   Il disgelo tra Washington e Teheran è appena iniziato e il suo esito dipenderà anche dal rispetto dell’intesa appena raggiunta (quindi, in ultima analisi, dalla rinuncia dell’Iran al programma atomico). Ma la semplice ripresa di un dialogo e l’uscita dell’Iran dalla cerchia degli Stati che l’Occidente considera paria apre nuovi scenari in Medio Oriente e oltre. Non sorprende che i due avversari dell’Iran, l’Arabia Saudita e Israele, non abbiano gradito la détente persiano-statunitense.

   Il 2013 non è stato altrettanto favorevole per la rivoluzione in Siria contro il presidente Bashar al Asad. Ormai prossima al suo terzo anno, essa appare oggi più lontana da una vittoria di quanto non lo sia mai stata. La rivolta contro il regime di Damasco paga debolezze ormai note: l’ala politica è frantumata e poco o nulla influente su quella militare, a sua volta atomizzata tra ribelli più o meno secolari, più o meno islamisti e più o meno vicini a quel che rimane di al Qaida. La Siria è ormai diventata il campo di combattimento di una più vasta partita mediorientale, che vede l’Iran, Hezbollah e la Russia dalla parte di Asad e Turchia, Arabia Saudita e Qatar a sostenere anche militarmente i ribelli.

   E l’Occidente, in Siria, da che parte sta? Formalmente, con i ribelli “moderati” del Consiglio Nazionale Siriano e dell’Esercito Siriano libero. In realtà, anche quest’anno ha fatto di tutto per non lasciarsi coinvolgere direttamente in un conflitto in cui l’esito desiderato (rovesciare Asad) potrebbe avere conseguenze sull’instabilità regionale molto peggiore del tragico stallo attuale.

   Gli Stati Uniti prima hanno accusato davanti al mondo il dittatore siriano di aver usato armi chimiche contro la sua popolazione: un’asserzione non ancora verificata e che comunque non dovrebbe alterare significativamente il giudizio sull’indifferenza di Asad verso i diritti umani – indifferenza nota da tempo a tutti, ma mai ritenuta sufficiente a spingere per un rovesciamento del regime. Poi, resisi conto che neanche il Regno Unito li avrebbe seguiti (forse) in un attacco militare punitivo dal valore strategico inesistente, hanno trovato un modo di salvare la faccia siglando un accordo con la Russia, avallato dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu e sottoscritto dallo stesso Asad.

   Il patto per la distruzione dell’arsenale chimico siriano, a prescindere dalla sua implementazione, ha scongiurato l’apertura di un nuovo fronte nella guerra di Siria, ha fruttato il Nobel all’Opac e ha palesato la posizione di Obama sulla questione: sarà interesse degli Usa adoperarsi attivamente per il rovesciamento della dittatura siriano solo se e quando emergerà un’alternativa unitaria, credibile, secolare e in grado di rassicurare Israele. Forse mai, quindi.

   La guerra di Siria ha rappresentato l’esempio più eclatante del ritorno della Russia sulla scena internazionale. Con Putin, Mosca è tornata a opporsi agli Stati Uniti su vari fronti: dalla difesa dell’alleato siriano all’asilo concesso a Edward Snowden, la talpa del Datagate. Oltre ai dossier storici come lo scudo missilistico e i diritti umani, punto sul quale la Russia quest’anno ha registrato dei passi indietro che l’amnistia pre-Soci 2014 non può cancellare. Nella tutela dell’interesse nazionale, Putin parte dall’estero vicino: basti pensare all’offensiva economico-diplomatica con cui ha convinto l’Ucraina (e in precedenza l’Armenia) a non firmare l’Accordo di associazione all’Unione Europea e a rimanere vincolata a Mosca.

   Come in Siria, anche in Egitto la rivoluzione non ricorderà favorevolmente questo 2013. A luglio è emerso con chiarezza chi comanda veramente al Cairo: il golpe militare contro il primo presidente democraticamente eletto (Mohammed Morsi, della Fratellanza musulmana) non è stato il trionfo di piazza Tahrir, pure scesa massicciamente in piazza a chiedere la rinuncia di un capo di Stato desideroso di accentrare i poteri su di sé ma incapace di risolvere – tra l’altro – i problemi economici del paese. È stata piuttosto la restaurazione dello status quo ante, smosso ma non sradicato dalla ventata di elezioni degli ultimi due anni. Dalla caduta di Mubarak alla destituzione di Morsi, le briglie del potere sono in mano alle Forze armate.

   Nel 2013, la rivoluzione bolivariana in Venezuela ha perso il suo leader: la scomparsa di Hugo Chávez, vinto dal cancro, ha chiuso un’era. Per oltre un decennio il presidente venezuelano è stato un protagonista indiscusso della politica mondiale, un simbolo dell’America Latina della svolta a sinistra, attenta ai bisogni delle classi più umili e capace di immaginare una politica estera finalmente slegata dai dettami degli Usa. Hugo ha concepito un ambizioso progetto geopolitico che avrebbe privato Washington del suo tradizionale ruolo egemonico, facendo del Venezuela una potenza regionale. La sua vita è giunta al termine in un momento in cui il suo progetto, già fallito sul piano internazionale, iniziava a mostrare limiti anche su quello interno. Il suo successore Nicolás Maduro raccoglie un’eredità difficile. La vittoria del fronte governativo alle elezioni comunali di dicembre è una boccata d’aria, non un assegno in bianco. Intanto, dati anche i problemi di Brasile e Argentina, il centro di gravità dell’America Latina si sta spostando verso il Pacifico.

   Il principale alleato del Venezuela, la Cuba dei fratelli Castro, ha proseguito anche nel 2013 lungo un percorso (rivoluzionario, dato chi lo intraprende) di apertura all’economia capitalista. Rivoluzionario è stato anche il gesto cui abbiamo assistito durante il memoriale per Nelson Mandela: la stretta di mano tra Barack Obama e Raúl Castro. Era dal 1959 che rappresentanti dei due governi non si salutavano pubblicamente. Vedremo se alla stretta di mano seguiranno passi verso il disgelo tra Washington e L’Avana, che converrebbe a entrambi. Proprio a Cuba potrebbe essere raggiunta un’intesa per la fine del conflitto tra le Forze armate rivoluzionarie della Colombia e il governo di Bogotá.

   La vera rivoluzione latinoamericana, quest’anno, è venuta dall’Uruguay, primo paese al mondo a legalizzare (e statalizzare) la produzione, la vendita e il consumo di marijuana. La decisione di Montevideo non rivoluzionerà il mercato della droga: l’Uruguay è troppo piccolo, troppo periferico e troppo “istituzionalmente pulito” rispetto alla media latinoamericana per alterare gli equilibri del narcotraffico. Ma lo Stato governato da Pepe Mujica sperimenterà un’alternativa all’approccio securitario voluto dagli Usa per combattere la diffusione degli stupefacenti in Nord America. La war on drugs finora è stata un fiasco di cui hanno fatto le spese i paesi latinoamericani, alcuni dei quali (Messico, Guatemala, Colombia) da tempo hanno messo in discussione la strategia di Washington. L’Uruguay è rivoluzionario perché va oltre le parole e propone un modello alternativo e inedito: vedremo se rimarrà un esperimento o si trasformerà in un esempio.

   Non tutto nel 2013 è stato rivoluzione: alcune grandi questioni dell’attualità internazionale si sono evolute senza drammatici cambi di rotta.

   Un anno dopo, la crisi dell’euro è ancora qui – e con lei, l’euro stesso, che dal 2014 diverrà la valuta nazionale anche in Lettonia. Il cambio di paradigma dall’austerità alla crescita, più volte annunciato, stenta a produrre i suoi effetti: la disoccupazione nell’Eurozona durante l’anno ha superato il 12%, record dall’introduzione della moneta unica.

   Nel primo anno del primo mandato di Xi Jinping e del secondo mandato di Obama, i rapporti tra Usa e Cina non hanno fatto registrare grandi mutamenti. Verso fine anno, la decisione cinese di creare una zona di difesa aerea ha ravvivato le preoccupazioni dei vicini di Pechino, condivise da Washington. Sull’area incombe la mina vagante della Corea del Nord, che dopo aver condotto il terzo test nucleare della sua storia e aver minacciato ripetutamente i vicini del Sud, il Giappone e gli Usa è rimasta tranquilla fino a metà dicembre. L’eliminazione di Jang Song Thaek, zio di Kim Jong-un e uomo forte del regime fino a pochi giorni fa, e soprattutto i toni del comunicato che ne ha annunciato l’avvenuta esecuzione vogliono trasmettere il messaggio che il figlio di Kim Jong-il è saldamente al comando.

   Repubblica Centrafricana, Mali (dove pure si sono tenute le elezioni parlamentari e presidenziali), Sudan e da ultimo Sud Sudan: anche nel 2013 dall’Africa non sono arrivate notizie incoraggianti. L’anno del continente nero si è chiuso simbolicamente con la morte del suo eroe più grande: l’ex presidente sudafricano Nelson Mandela.

   Oltre a Mandela, nel 2013 se ne sono andati numerosi protagonisti della guerra fredda: alcuni l’hanno combattuta, come Giulio Andreotti, Margaret Thatcher, Jorge Videla. Altri l’hanno studiata, come Kenneth Waltz.

   Non è possibile dare ora una valutazione definitiva su tutti gli eventi di cui si è parlato in questa puntata della rubrica. Nel 2013 si sono chiusi dei processi e ne sono stati avviati degli altri, dagli esiti incerti. Ne scopriremo la portata strada facendo. Per ora, si può essere certi di un fatto: il 2013 è stato un anno rivoluzionario. (NICCOLÒ LOCATELLI)

Il 2012 è stato di transizione | Il 2011 è stato indimenticabile | Il 2010 era finito così

Per approfondire: “Che mondo fa“, il numero di Limes in edicola, in libreria e su iPad.

Il mondo ogni settimana è una rubrica che cerca di analizzare gli eventi più interessanti (non necessariamente i più popolari) dell’attualità internazionale, privilegiando temi geopolitici ed economici. Questa puntata riguarda i giorni tra il 13 e il 2o dicembre 2013. Per leggere le puntate precedenti clicca qui; la rubrica è anche su rss, facebook e twitter (profilo dell’autore).

(20/12/2013)

…………………………………

EUROZONA, MEDITERRANEO E BALCANI: LE TRE CRISI CHE ACCERCHIANO L’ITALIA. CAOSLANDIA E L’IMPOTENZA DELLE POTENZE

di LUCIO CARACCIOLO, dall’editoriale del volume “CHE MONDO FA” della rivista di geopolitica LIMES del dicembre scorso

   L’Italia si trova oggi nell’occhio del ciclone prodotto da TRE CRISI: EUROZONA, GRANDE MEDITERRANEO E BALCANI. Tali crisi sono intrecciate e distinte. L’EUROPEA e la GRANDE-MEDITERRANEA, entrambe in fase acuta, hanno un impatto globale. La BALCANICA, in molto artificiosa sedazione, tende ad autocontenersi: non riguarda il resto del pianeta a meno di non estendersi alla Russia. Il combinato disposto delle tre crisi impatta sul nostro paese e ne scuote le radici. La prima ci inchioda al piano inclinato della deflazione o ci invita al salto senza rete della fuoriuscita dall’euro.
Le altre, massime il grande tsunami sul fronte Sud, premono anzitutto sulla nostra tenuta istituzionale e sociale, in definitiva sulla sicurezza nazionale. Non stupisce quindi che i media tedeschi, francesi e anglosassoni ci profilino come FAILING STATE o, peggio, FAILING SOCIETY. Il verdetto è prematuro. Eppure molti italiani lo condividono, non esclusi alcuni fra coloro che sarebbero deputati a scongiurarlo. Ma a forza di negare l’emergenza rischiamo di confermare gli interessati catastrofisti nelle loro più nere elucubrazioni.
Se sommiamo la criticità della nostra condizione alle responsabilità che ci derivano dal possedere dimensioni sistemiche nell’Eurozona, comprendiamo l’improvviso interesse che il caso Italia suscita nei mercati e nelle cancellerie di rango. Dopo averci archiviato come «fixed», persino Washington torna a preoccuparsi di noi, con mezzi e intensità comunque residuali rispetto ai decenni del semiprotettorato a stelle e strisce, quando l’ombrello americano proteggeva un invidiabile grado di benessere e certe piccole libertà geopolitiche che oggi ci paiono negate o che vogliamo negarci. Nell’Occidente di Bond eravamo una risorsa per gli alleati, nel mondo di nessuno siamo un problema per tutti.
***
   PER LEGGERE IL PLANISFERO GEOPOLITICO OCCORRE UN PUNTO DI VISTA. L’osservatore è collocato nel suo centro del mondo, come il guardiano di un faro che dirige il fascio luminoso sugli spazi che lo attraggono. Per noi italiani la base del faro è l’Italia. Parrebbe ovvio: non lo è.

   Sarà l’afflato ecumenico che ci anima da un paio di millenni, da quando Pietro volle porre a Roma la sede della Chiesa universale. O forse l’atavico campanilismo che ci negherebbe il diritto di sentirci nazione. Fatto è che scienza e prassi internazionalistica in Italia continuano a distinguersi dalle altrui per la pretesa di neutralità.

   Con ciò contagiando anche i leader politici. Sicché il nostro faro fluttua nella Via Lattea. Le nostre carte mentali sono senza data e senza luogo, come certi libri rari. Ciò inclina, fra l’altro, all’incomunicabilità con analisti e decisori di altri paesi, non solo anglosassoni, educati a studiare il mondo dalla prospettiva nazionale, iuxta propria principia. I quali stentano a capire chi siamo e cosa vogliamo, visto che in materia preferiamo non esporci.
   Sebastiano Vassalli ha reso in forma di apologo lo strenuo diniego di noi stessi: «Il giorno del Giudizio Universale, Dio chiamò a sé tutti gli uomini del mondo, con le rispettive consorti. Chiamò l’Inglese e l’Inglese rispose “Eccomi!” Chiamò il Cinese e il Cinese rispose: “Sono qui!”». L’Onnipotente proseguì l’appello rivolgendosi a tutti i popoli del Creato, i quali tutti risposero «presente!» nella propria lingua. E assegnò loro un posto in Purgatorio, nessuno essendo abbastanza buono o cattivo da meritarsi Paradiso o Inferno.
«Poi Dio chiamò l’Italiano, ma non ebbe risposta. “Cosa può essergli successo”, si chiese, “perché l’Italiano sia assente?” Tornò a chiamarlo. Allora l’Italiano, vedendo che tutti si erano voltati verso di lui e lo stavano guardando, spalancò gli occhi e si mise una mano sul petto. Domandò: “Chi, io?”»
Il «Chi, io?» di Vassalli rende il prevalente approccio italiano al prossimo. Sanziona la nostra vocazione all’irresponsabilità. Chi se ne sente rappresentato può fermarsi qui. Non gli resta che assumere un punto di vista altrui – scaltri politici lo chiamano «vincolo esterno» – o identificarsi con Dio, che tutti ci guarda dall’Alto. Per chi volesse, da italiano, smentire lo stereotipo, e incuriosirsi di sé e degli altri con i piedi piantati in patria, valga quanto segue.
***
   QUANTO MINACCIOSA SIA LA TEMPESTA CHE CI AVVOLGE LO COGLIAMO MEGLIO ALLARGANDO LO SGUARDO. Per scoprire che l’area delle tre crisi lambisce il vasto spazio caotico che battezziamo terre incognite o CAOSLANDIA. In parte ne è già ricompresa. Nella cartografia antica e medievale terra incognita stava per spazio inesplorato, non mappato.

   Da un paio di secoli gli inchiostri dei cartografi hanno progressivamente colorato le macchie bianche. Ma da altrettanti decenni, ossia dall’esaurirsi dell’ordine bipolare, queste tendono a ricomparire nelle rappresentazioni geopolitiche su varia scala.

   A designare territori contestati, a labile o inesistente pressione istituzionale. Spazi evacuati dalle superpotenze storiche e contesi da quelle (ri)nascenti, nei quali i poteri informali – mafie, tribù, confraternite, lobby d’ogni colore – prevalgono su quelli formali, quando non li hanno debellati. Territori perciò semisconosciuti quanto a struttura e certezza dei poteri effettivi.
Qui le carte politiche ufficiali si rivelano devianti, perché offrono IL MIRAGGIO DI CONFINI E ORDINAMENTI INESISTENTI DOVE INVECE VIGE – O VEGETA – CAOSLANDIA. Le terre incognite dilagano lungo la fascia equatoriale e investono gli spazi tropicali – lascito del doppio trauma delle colonizzazioni e delle pseudo-decolonizzazioni – salvo espandersi verso il Nord veterocontinentale, sempre meno ricco e benestante. Sovrapponendo la mappa delle aree a massima densità di slums nel mondo alla nebulosa di Caoslandia ci rendiamo conto del potenziale esplosivo racchiuso nelle aree a urbanizzazione selvaggia che infestano le terre incognite.
   L’ITALIA È LA CERNIERA CHE SEPARA IL NORD DA CAOSLANDIA. Sempre più a stento. Penetrando le porose frontiere nazionali, i micidiali flussi generati nelle aree non governate vicine e lontane –DAL NARCOTRAFFICO AL CALVARIO DI PROFUGHI E MIGRANTI ALLE INFILTRAZIONI MAFIOSE – si diffondono nel nostro tessuto sociopolitico. Se queste correnti d’instabilità si saldassero in modo permanente con le fragilità endogene, riassunte nella delegittimazione delle istituzioni democratiche e della politica tout court, il futuro del Bel Paese ne sarebbe compromesso. Per tornare alla pagina di Vassalli, Dio risparmierebbe di nominarci nell’appello dell’ultimo giorno.
Un esercizio mentale può illuminarci su PECULIARITÀ E COGENZA DELLA NOSTRA COLLOCAZIONE GEOPOLITICA. Immaginiamo di muoverci da Roma in direzione sud, alla ricerca del primo vero Stato oltre i confini nazionali. Sorvoliamo sulla pregnanza istituzionale del nostro Meridione e tuffiamoci nel Mediterraneo in ebollizione.

   Approdati nella Libia che inventammo salvo poi contribuire a smantellarla nel centenario dello sbarco a Tripoli bel suol d’amore, attraversato il Sahara e la fascia saheliana (salafita, nelle carte del Pentagono), lasciate alle spalle sabbie, steppe e savane, penetrate le dense foreste centrafricane, schivati i Grandi Laghi eccoci finalmente alla prima frontiera vera, la sudafricana,marcata dal fiume Limpopo.
Quasi UNA LAMPEDUSA AUSTRALE, contro cui s’infrange ogni anno la corsa di migliaia di clandestini neri verso l’Eldorado redento da Mandela. Arrivati a Pretoria ci accorgeremo di aver percorso 12.428 chilometri. Qui converrà fermarsi, salvo che animati da zelo euristico non si punti al Polo Sud per rimontare alla ricerca dell’Ultima Thule. (Lucio Caracciolo)

………………………………..

…………………..

2013/2014- I punti di svolta

CENTO ANNI E UNA LEZIONE

di Jean Marie Colombani, da “il Corriere della Sera” del 31/12/2013

– Un secolo dopo la Grande guerra: abbiamo imparato dagli errori dei padri? – RITORNI STORICI: cento anni fa nessun Paese aveva voluto veramente il primo conflitto mondiale. Allo stesso modo oggi assistiamo al faccia a faccia tra America e Cina –

   E’ di moda il catastrofismo. Quindi, se si segue la moda, l’anno 2014 si annuncia nel peggiore dei modi. Non abbiamo visto ancora nulla della crisi finanziaria nata nel 2008. L’intero pianeta finanzierà una debole crescita con un nuovo aggravarsi dei debiti pubblici, le ineguaglianze continueranno ad aumentare, i governi, spinti da opinioni pubbliche esasperate, si affideranno alle vecchie e illusorie ricette del protezionismo.

   Potremmo continuare così all’infinito. Come diceva François Mitterrand: «Il protezionismo è la guerra!». Appunto, rifioriscono i discorsi nazionalisti. Non si parla che di protezione, là dove, ieri, l’obiettivo ricercato era l’apertura.

   Essere ammessi, per esempio, alla OMC (ORGANIZZAZIONE MONDIALE DEL COMMERCIO) era la principale ambizione politica per chi voleva, come la Russia o la Cina, unirsi al concerto delle nazioni e partecipare allo sviluppo mondiale. Oggi, la Omc è la stanza di compensazione di conflitti commerciali che si moltiplicano.

   L’accostamento è allora facile, ma è allettante e molto in voga: confrontare il 2014 con il 1914! Alla vigilia di quello che sarebbe stato il suicidio dell’Europa, il mondo era aperto, progressi tecnici e accelerazioni degli scambi procedevano di pari passo.

   La prima potenza era la Gran Bretagna, e il suo principale partner commerciale, la Germania, era mosso da un movimento nazionalista tanto potente da essersi lanciato in una folle corsa agli armamenti. Dalla profusione di opere dedicate alla celebrazione del centenario della Grande guerra emerge un punto comune: nessuno aveva voluto veramente la guerra.

   Bisognò poi aspettare il 1945, dopo un numero spaventoso e incalcolabile di vittime, quindi il 1989 e la caduta del Muro perché il mondo si aprisse di nuovo e iniziasse il poderoso sconvolgimento planetario che viviamo, segnato da uno sviluppo senza precedenti nella Storia.

   Oggi viviamo nello stesso modo o quasi un faccia a faccia fra gli Stati Uniti, potenza che non è più veramente capace di garantire la sicurezza mondiale, e la Cina, che aspira a una dominazione regionale –  aspettando qualcosa di meglio – e che ormai accompagna la propria crescita con una corsa agli armamenti, sostenuta da una corrente militarista e nazionalista sempre più forte, come testimonia la sua recente provocazione nel mare di Cina.

   La difficoltà in cui ci troviamo può assomigliare a quella dei nostri padri che vissero il passaggio da un sistema di produzione (rurale) a un altro (industriale), da un ordine geopolitico a un altro, attraverso scossoni particolarmente cruenti. Allo stesso modo il passaggio all’era postindustriale, dominata dalle tecnologie dell’informazione e dalle scienze della vita, la modifica del peso relativo delle potenze tradizionali cui fanno concorrenza quelle dette «emergenti», i cambiamenti culturali nelle nostre società, in particolare legati all’aumento della speranza di vita e alla diminuzione del lavoro, sono tali da mantenere la confusione, nutrire esasperazioni identitarie, favorire la nostalgia rispetto all’innovazione.

   Allo stesso tempo svaniscono le ragioni storiche della divisione destra/sinistra che si basavano sulla questione sociale, così come si erano poste alla fine del XIX secolo. I nostri punti di riferimento sono confusi, il modo di organizzare le nostre società sta cambiando, come il nostro modo di pensare, ma brancoliamo nel buio, non conosciamo il punto d’arrivo.

   Fra tanta incertezza, tutto ci impone di batterci per preservare il nostro modello di civiltà, più prosaicamente il nostro modello sociale, e di vivere insieme per fare regredire i partiti della paura che spuntano un po’ dappertutto.

   Concretamente, e per chiudere con queste speculazioni azzardate, dobbiamo conoscere le principali minacce e il tipo di sfida che noi europei dovremo raccogliere nel 2014. Una minaccia immediata sembra essersi allontanata: quella di un conflitto legato al nucleare militare iraniano. Tutto sta nel sapere se nei prossimi sei mesi il preaccordo attuale potrà trasformarsi in un compromesso durevole.

   Su questo problema, il più urgente, non è irrilevante notare che europei, americani, cinesi e russi sono più o meno sulla stessa posizione.

   Esistono invece due pericoli legati alle derive rispettive, sempre più nazionaliste e aggressive, della Russia e della Cina. La prima, sottoposta a un potere sempre più autoritario – le recenti liberazioni di Mikhail Khodorkovsky e delle Pussy Riot sono dovute solo al desiderio di non guastare la festa di Sochi (le Olimpiadi invernali, previste il prossimo febbraio) – persegue un obiettivo che ci concerne in particolar modo: il ripristino, attorno alla Russia, di una sorta di bastione costituito da repubbliche ex sovietiche, di cui la principale è certamente l’Ucraina, che Mosca ha iniziato a “satellizzare”.

   Teniamo a mente che Vladimir Putin ha sempre considerato la caduta dell’Urss come la «più grande catastrofe del XX secolo»; e che ha ritenuto una provocazione l’adesione dei Paesi baltici all’Unione Europea.

   La Cina, dal canto suo, desta inquietudine. Al punto che Paesi diversi e lontani come il Giappone, il Vietnam, l’India o l’Indonesia spingono gli Stati Uniti a non abbassare la guardia.

   Noi europei abbiamo davanti tre rivolgimenti che devono incitarci a ritrovare la fiducia in noi stessi e a riprendere il cammino insieme.

   Il primo è il più visibile: gli Stati Uniti continueranno il loro ripiegamento strategico e si concentreranno nella zona Asia/Pacifico. Questo ci impone, in conseguenza, di dotarci degli strumenti di una difesa europea, qualunque cosa ne pensi la Gran Bretagna.

   Il secondo, il più atteso, giustamente, dall’opinione pubblica, concerne l’economia. Il 2014 deve segnare – se gli sforzi collettivi proseguiranno e se, come la grande coalizione lascia sperare, la Germania consentirà di ristabilire al suo interno il potere d’acquisto – il ritorno della crescita. E con essa la speranza che migliori, sia pur minimamente, la stato dell’occupazione.

   Il terzo rivolgimento è il meno percettibile ma è avviato: le carte della mondializzazione sono costantemente rimescolate, tanto è vero che in Europa sono possibili le rilocalizzazioni. A condizione che essa si renda conto del formidabile atout costituito, in questo universo instabile, dal mercato unico europeo e dalle sue insite potenzialità. E a condizione che l’obiettivo di rendere più produttive e più competitive le nostre economie sia meglio condiviso.

   Dopotutto, l’anno non comincerà forse con l’adesione di un nuovo membro, la Lettonia, all’eurozona? E pensare che tanti esperti ne predicevano il crollo! Il peggio non è mai sicuro…

Jean Marie Colombani (l’autore è l’ex direttore di “Le Monde” – traduzione di Daniela Maggioni )

…………….

………………………..

1914: QUALCOSA DI PIÙ DI UN ANNIVERSARIO

di Guido Ceronetti, da “la Repubblica” del 2/1/2013
   ECCOLO 2014; cento anni dopo l’inizio di quella terribile guerra, che la memoria storica ha registrato come la Grande Guerra, non volendo essere accusati di arroganza, non possiamo che chinare il capo, onorare quei milioni di giovani vite stroncate, e interrogare senza posa cimiteri silenziosi, una sterminata letteratura, testimonianze, lettere, testamenti di martiri, oggetti perduti nelle case, responsi, profezie, conseguenze, luoghi.

   E su tutto c’è l’ombra dell’Inspiegabile. Non sono uno specialista ma so che pensare l’Inspiegabile è tornare indietro con le mani vuote. Eppure è quell’ombra, che nasconde le chiavi dell’enigma.
Al termine dell’anno che viene ci saranno state una quantità di rievocazioni, celebrazioni, nuove scoperte e interpretazioni: perché quel rogo brucia ancora. E non inutilmente, perché la retorica nazionalista del primo dopoguerra oggi ha il collo spezzato, passerà l’anno del centenario, se non sarà servito a dissipare certezze che non reggono e luoghi comuni che confondono le idee.
Ma, a una generazione ignorantissima di storia, abbrutita di presente, privata di ancoraggi morali, che cosa racconteremo perché educhi e s’imprima? Se la memoria di una immensa vergogna e di uno spaventoso regresso di civiltà possa educare positivamente chi ne ignora tutto, perfino l’epoca e il nome. Qualche luogo comune posso incaricarmi di toglierlo, fin da ora, io.

   Ed è luogo comune stupirsi che tra una così fantastica rete di prospere relazioni commerciali, monarchie imparentate, classi rivoluzionarie ultrapacifiste, un simile Evento abbia potuto verificarsi. Sussiste tuttora la fede cieca che, stabilendo fruttuose intese commerciali e industriali con reciproca convenienza, si assicuri tra due o più paesi un futuro di pace. E allora c’erano, le buone relazioni, e le ferrovie collegavano migliaia di stazioni, e i passaporti stavano diventando superflui, e le Expo Universali sventolavano di vessilli che annunciavano fraternità imperiture…
Però. Il Destino aveva alzato, nell’ombra, un bell’Asso di Picche. E quell’essere umano evolutissimo, raffinato bene, che si rifletteva nel libroCuore, già spesso col bagno dentro casa, acqua corrente, sapone Pears, covava una ineffabile sete di barbarie e di imbarbarimento. I letterati scalpitavano perché il nichilismo senza più Dio si purgasse in un lavacro di sangue smisurato, riempito d’ideale romantico, che avrebbe incoronato, detronizzato il Sacro precedente, la Vita. Prima di essere scavata freneticamente con le pale, la Trincea era là.
Difficile poter credere che l’uomo sia libero di scegliere tra bene e male. Prima del 1914, Freud aveva impartito lezioni sul sadomasochismo e il fantastico cetaceo meccanico, il Titanic, era colato a picco in tre ore nella notte atlantica. Mettiamo insieme un gran mazzo di segni e di presagi e comprenderemo che la guerra era inevitabile.
IL SOGNO ERA FINITO, LA PAROLA ALLA MITRAGLIATRICE.
Che cosa sia la volontà popolare è da lasciare a chi crede di saperla interpretare. Il susseguirsi delle dichiarazioni di guerra furono altrettante esplosioni di giubilo nelle capitali europee. Stefano Zweig racconta l’indifferenza di Vienna per l’assassinio degli Arciduchi a Sarajevo il 28 giugno, perché Francesco Ferdinando, poveretto, era un erede al trono dei più maleamati, mentre il grande beneamato era stato Rodolfo, quello della leggenda di Mayerling, suicida nel 1888. Ma quando, un mese dopo, ci fu l’ultimatum della Serbia, la risposta popolare fu entusiastica, e frenesia di indossare l’uniforme pervase le case benestanti, i ragazzi respinti dai distretti ritentavano disperati.
Degli arruolati volontari tra i diciotto e i venti, bravi in latino e matematica, ma digiuni di mitragliatrici Maxim (brevetto americano), in tutta Europa ne sopravvissero pochi. Del gruppo di otto diciottenni tedeschi, di cui narra la storia Eric Maria Remarque, condotti dal professore predicante del distretto, nessuno. Si pensava che fosse una vergogna restare vivi e non disprezzare la vita (suicidio di Carlo Michelstaedter nel ’10, di Georg Trakl, lettera alla madre di Giosuè Borsi prima dell’accatto dell’Isonzo). Piaceva immolarsi: una sacralità nuova in Europa.

   L’unico figlio di Rudyard Kipling, respinto per forte miopia e gracilità di costituzione, mise in croce il padre perché lo raccomandasse in alto, volendo ad ogni costo partire. Rudyard lo accontenta; King George lo prende, la reclutina Jack Kipling è subito spedita, vista di talpa, nell’inferno di Loos, Fiandre, insieme ad altri neoarruolati del 1915…

   E dopo due o tre giorni è dato disperso, probabilmente reso irriconoscibile da un proiettile, per il perpetuo strazio del padre. Furono innumerevoli i non ufficialmente morti e per anni le famiglie li aspettarono. Have you news of my boy Jack?, è il gemito in versi di Kipling un anno dopo. Oh, dear, what comfort can I find? Toccò a lui, pensando al suo mai ritornato, dettare la scritta per le croci e le lapidi dei caduti non identificabili: Known Unto God.
L’enorme numero dei dispersi in tutte le nazioni impegnate e la repentinità delle morti, spesso dello stesso villaggio, o quartiere o istituto, diedero vita a un fenomeno unico: il diffusissimo ricorso alle medium e ai tavolini spiritici. «Dove sei? Perché non scrivi? Quando torni? Che cosa ti trattiene?». A volte, nelle giovani donne, l’ansia mascherava il desiderio che il disperso non tornasse affatto, avendo incontrato ben lontano dai fronti, un imboscato da amare. (La storia emblematica di un amore di guerra senza guerra è Il diavolo in corpo di Raymondo Radiguet).

   Era forte, nelle classi colte, l’influenza delle società teosofiche e antroposofiche: il corpo eterico, sfuggito al cannoneggiamento che dissolveva la carne, era sciolto da ogni servitù militare: di qui l’incredulità nella realtà della morte e la speranza tenace che quei caduti nel furore degli anni, corpi disincarnati, avrebbero risalito, finita la guerra, o il giorno, la notte dopo, il fiume senza ritorno.
La guerra italiana gronda memorie e narrazioni in Italia, e di conseguenze funeste, ma gli storici europei non l’avrebbero notata se non ci fosse stato Caporetto. Davvero fu una grazia! Seicentomila morti, e un anno meno di guerra – un’inezia! Liddell Hart nella sua celebre History of the First World War dedica 6 pagine, sei, a Caporetto; e il Piave, mah, chissà dove si sarà ficcato… Fortunati almeno in letteratura di vissuto storico e retrospettivo: Gadda, Comisso, Piovene, Silvestri, Omodeo…

   Mio padre, quando gli feci leggere Isonzo 1917 di Silvestri si era sentito vendicato. Era stato uno di quei poveri sfiniti fanti che avevano passato a guado, col fucile sulla testa, il Piave in piena. Mezzo secolo dopo la smobilitazione, gli fu elargita la pensione: sessantamila lire che andava a ritirare alle Poste tornandosene raggiante. Anche da questo capisci che non si vive, né mai vivremo, di solo pane. (Guido Ceronetti)

…………………

…………..

IL NORD EST NON ESISTE PIÙ

LA RIVOLUZIONE DEL DIGITAL MANUFACTURING

di Marco Bonet, da “il Corriere del Veneto” del 4/1/2014

– INTERVISTA A STEFANO MICELLI, nuovo direttore della Fondazione Nordest. «Basta deprimersi, la manifattura può ancora fare la differenza» –

   «IL NORD EST NON ESISTE PIÙ». Quando STEFANO MICELLI, professore di Economia e gestione delle imprese all’Università Ca’ Foscari di Venezia, mette in fila queste sei fatidiche parole, chi scrive ha un sobbalzo. Detta così, asciutta, dal neo direttore scientifico di una Fondazione che ha nel «Nord Est», la sua ragione sociale, la sentenza ha l’effetto di una secchiata gelida.

   Lui coglie lo smarrimento all’altro capo della cornetta e subito postilla: «Beninteso, il Nord Est continua a vivere come comunità, come modello sociale ed economico, come storia imprenditoriale, ma non esiste più come realtà che “è” solo in quanto relativa ad un “altrove”, Roma per lo più ma anche Milano. Il nostro orizzonte non può finire lì. Non siamo più il “Nord Est d’Italia”, siamo “parte del mondo” e la scacchiera globale è il luogo in cui siamo chiamati a giocare la sfida più grande di questo 2014. Solo così ci salveremo».

PROFESSORE, CHE VENETO CI SIAMO LASCIATI ALLE SPALLE NEL 2013?

«Un Veneto duramente azzoppato dalla crisi, che ha perso il 10% del suo Pil, il 25% della sua produzione industriale, di cui un 10% circa del tutto irrecuperabile perché riferito ad imprese irrimediabilmente chiuse, decine di migliaia di posti di lavoro. Ma non dobbiamo deprimerci oltre il necessario e più che all’Italia, che pure tra mille difficoltà quest’anno segnerà un record assoluto nell’export, dobbiamo guardare alla realtà internazionale che offre spunti assai più interessanti. Nei Paesi emergenti si cresce a tassi altissimi e per la prima volta la bilancia commerciale con i Paesi economicamente avanzati e tornata in positivo, si pensi alla Cina che “compra” sempre più italiano. Da lì si deve ripartire».

COME? LA SUGGESTIONE DEL «TERZO VENETO» FONDATO SUL TERZIARIO È ANCORA REALISTICA?

«Qualità, valore aggiunto, sostenibilità sono già entrati nel nostro orizzonte culturale quotidiano ma va sciolto l’equivoco su cui si è sempre fondata l’idea del “Terzo Veneto”, quello per cui l’investimento sui servizi deve comportare necessariamente l’abbandono della manifattura. Non è così. C’è chi parla di una terza rivoluzione industriale, quella del digital manufacturing, che impone il superamento di alcuni steccati a cominciare da quello tra industria e servizi. A Venezia c’è un’azienda di stampanti 3D che è in grado di produrre nell’arco di una giornata gioielli su misura, a piacimento del cliente. Al mattino li disegnano, al pomeriggio producono gli stampi in plastica, a sera realizzano il pezzo nel distretto orafo di Vicenza. È manifattura questa? O è servizio? Le specializzazioni che hanno reso grande il Veneto, la sartorialità, il su misura, le serie limitate, il design di qualità, non vanno abbandonate ma innovate».

L’ECONOMIA DEL FARE SI DEVE «SALDARE» A QUELLA DIGITALE?

«Sì. Solo così riusciremo a coinvolgere i giovani e a creare posti di lavoro veri, reali, unendo l’occupazione alla ripresa».

GLI INCUBATORI, PUBBLICI E PRIVATI, NON DOVREBBERO SERVIRE ESATTAMENTE A QUESTO?

«Molti incubatori scontano il fatto di aver investito su start-up di derivazione accademico-scientifica che poco hanno a che fare con il “saper fare”, tentando di replicare qui esperienze che magari hanno funzionato altrove, ma con ben altri budget e masse critiche. E questo anche a causa delle difficoltà di alcuni ambienti della ricerca nel riconoscere il valore dell’artigianato. Un caso positivo è quello di H-Farm, che ha ritarato i suoi obiettivi e modernizzato i suoi investimenti con risultati positivi ad esempio nelle collaborazioni con Came o Bottega Veneta. Non aver creato prima questi ponti ci è costato carissimo».

IN TAL SENSO IL CELEBRE POLITECNICO VENETO, DA PIÙ PARTI INVOCATO, POTREBBE AIUTARE?

«È il progetto più importante su cui investire per creare un capitale umano all’altezza delle sfide che ci attendono. Beninteso: il politecnico non sarebbe in antitesi rispetto all’attuale offerta formativa ma a completamento di quest’ultima e gli atenei veneti farebbero bene a prendere sul serio la svolta imposta da Confindustria, che su questo argomento, dopo che per anni ci si è concentrati su Fisco, infrastrutture e burocrazia, ha davvero cambiato passo con l’ultima presidenza».

CHE RAPPORTI VANNO INSTAURATI CON GLI INVESTITORI STRANIERI?

«Il Veneto è già un’eccellenza internazionale e l’interesse di Louis Vuitton per le nostre imprese ne è un esempio. I capitali stranieri sono un’opportunità straordinaria per crescere sui mercati e internazionalizzare; ma non dobbiamo diventare terra di conquista. Non possiamo ridurci a fare i terzisti del lusso».

E I MERCATI STRANIERI COME SI CONQUISTANO DALLA PROVINCIA VICENTINA O TREVIGIANA?

«Con una nuova narrazione. I nostri prodotti vanno raccontati a cinesi, indiani, africani ricreando quelle suggestioni che fecero la nostra fortuna con americani e tedeschi, anche grazie al cinema. L’agroalimentare, la moda, il design sono un’idea, prima che un prodotto, e i consumatori, soprattutto i più giovani, devono esserne coinvolti e travolti, non più attraverso il grande schermo ma attraverso la Rete. Pensiamo solo alle fashion blogger o all’uso di Instagram nel campo della moda…».

LA POLITICA CHE RUOLO GIOCA IN QUESTA PARTITA?

«Siamo abituati ad una politica che per lo più redistribuisce la ricchezza, in base alle priorità concertate con le forze sociali. Un ruolo che nello scenario globale ha perso gran parte del suo significato, pensiamo solo alla web tax e alle difficoltà nel trattenere qui parte dei proventi realizzati dalle multinazionali del digitale. La politica deve dare una spinta propulsiva e promozionale al territorio, ma l’impresa farebbe bene a smetterla di guardare ad essa per concentrarsi maggiormente piuttosto su ciò che può far da sé, con movimenti trasversali ai partiti. Il progetto “Innovarea” di Alberto Baban o il sostegno finanziario pensato da Renzo Rosso per la sua filiera vanno esattamente in questa direzione. Il rinascimento manifatturiero non lo fa la politica».

E ALLA «SUA» FONDAZIONE NORD EST CHE RUOLO RISERVA?

«Vuole essere protagonista di questa nuova sfida. Dopo esserci dati da fare in questi anni per accreditare il modello Nord Est agli occhi dell’Italia, non possiamo più limitarci a fotografare e monitorare l’esistente. Dobbiamo elaborare proposte ed essere in grado di indicare una via d’uscita dalla crisi». (Marco Bonet)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...