ISRAELE – LA MORTE DI ARIEL SHARON, “NON fine di un’epoca”, nella quale rimangono i problemi di sempre: sulla CONVIVENZA con in PALESTINESI in due Stati distinti; l’IRAN che “si apre”; l’IMMIGRAZIONE AFRICANA respinta; la PARI DIGNITA’ di cittadinanza degli ARABI D’ISRAELE; la novità dei NUOVI ARRIVI degli EBREI D’EUROPA – E la COMUNITA’ DEI KIBBUTZ DIVENTA URBANA

SABATO 11 GENNAIO: È MORTO ARIEL SHARON, UNO DEGLI ULTIMI “GRANDI” D’ISRAELE
SABATO 11 GENNAIO: È MORTO ARIEL SHARON, UNO DEGLI ULTIMI “GRANDI” D’ISRAELE

   Cerchiamo in questo post di dare significato ed esplicitare i problemi del momento che riguardano Israele, tra “spartizione” di territori, dove inesorabilmente da una parte o dall’altra dei due Stati distinti (israeliano e palestinese), popolazione, coloni di una o l’altra identità vengono a trovarsi nella “parte sbagliata”. Ma ci sono anche gli “arabi di Israele”, cittadini israeliani a tutti gli effetti, che sembrano essere assai poco considerati in questa trattativa di divisione territoriale.

AEREOPORTO BEN GURION, TEL AVIV - La parola è ritornata, forte come non si sentiva da anni: ALIYAH, l’ASCESA, la decisione di abbracciare fino in fondo l’ideale sionista e trasferirsi in Israele. NON È ANCORA UN ESODO, MA LA TENDENZA È CHIARA. Nel 2013 gli OLIM, cioè gli ebrei che hanno fatto l’Aliyah, sono aumentati ancora: più sette per cento rispetto all’anno precedente, segnala l’Agenzia ebraica per Israele
AEREOPORTO BEN GURION, TEL AVIV – La parola è ritornata, forte come non si sentiva da anni: ALIYAH, l’ASCESA, la decisione di abbracciare fino in fondo l’ideale sionista e trasferirsi in Israele. NON È ANCORA UN ESODO, MA LA TENDENZA È CHIARA. Nel 2013 gli OLIM, cioè gli ebrei che hanno fatto l’Aliyah, sono aumentati ancora: più sette per cento rispetto all’anno precedente, segnala l’Agenzia ebraica per Israele

   A questo si aggiunge per Israele il “problema” dell’ALIYAH, l’ASCESA, la decisione di abbracciare fino in fondo l’ideale sionista e trasferirsi in Israele. Non è ancora un esodo, ma tanti ebrei d’Europa se ne vanno dal nostro Continente verso Israele. Nel 2013 gli OLIM, cioè gli ebrei che hanno fatto l’Aliyah, sono aumentati ancora: più sette per cento rispetto all’anno precedente, segnala l’Agenzia ebraica per Israele. E oltre un terzo è partito dall’Europa occidentale: soprattutto dalla Francia, ma anche dall’Olanda e dal Belgio. Motivi? La crisi economica europea, ma anche il disagio per le ombre dell’antisemitismo in crescita. E’ anche vero che l’Italia propone agli ebrei un’immagine meno inquietante da quest’ultimo punto di visto (cioè non ci sono crescite di antisemitismo nel nostro paese, e questo ci pare positivo).mappa_israele-palestina

   In Israele vivono persone da 120 nazioni diverse…. Ebrei naturalmente, come rifugio sicuro, assicurato…. Ma null’altro… e qui vogliamo introdurre un contesto interno del momento di scontro sociale, di tensione. Nel paese gli IMMIGRATI che lavorano illegalmente e per una paga molto bassa sono oltre 50mila. Molti di loro sono scappati da zone di guerra come il Sudan o l’Eritrea e sono arrivati nel paese attraverso la penisola del Sinai, dove sono frequenti episodi di rapimenti e di traffico di organi. Adesso questi migranti stanno protestando: vogliono che siano riconosciuti i loro diritti, il loro lavoro nello stato ebraico. Ma le autorità israeliane sembrano non propense ad accettare immigrazioni diverse dalle genti ebraiche: una forma di autodifesa (in questo post proponiamo le ragione israeliane) ma anche l’incapacità di “non pensare” a forme “multietniche”, che per lo stato israeliano sembrano impossibili, pericolose. Non a caso questa volontà di mantenere il carattere ebraico, credere che la sicurezza interna sia data da questo, ha fatto sì che ci sia stato da sempre il rifiuto di Israele di riconoscere ad alcuno lo status di rifugiato politico.

LE PROTESTE DEGLI IMMIGRATI AFRICANI NEI PRESSI DELL’AMBASCIATA STATUNITENSE A TEL AVIV, IN ISRAELE, IL 6 GENNAIO 2014 (DA INTERNAZIONALE)
LE PROTESTE DEGLI IMMIGRATI AFRICANI NEI PRESSI DELL’AMBASCIATA STATUNITENSE A TEL AVIV, IN ISRAELE, IL 6 GENNAIO 2014 (DA INTERNAZIONALE)

   Poi c’è la SPARTIZIONE DEI TERRITORI (sotto l’egida della diplomazia americana e occidentale), compresa Gerusalemme est, con i palestinesi: tra i critici più duri sono proprio molti tra i circa UN MILIONE E SEICENTOMILA ARABI CITTADINI A TUTTI GLI EFFETTI DI ISRAELE, che si vedrebbero in balìa di scelte a loro estranee: in effetti molti di questi “rischiano” di uscire da Israele, cioè venir inglobati nel nuovo Stato palestinese, ben più povero e problematico nel viverci, e non ne hanno nessuna voglia di perdere welfare e diritti acquisiti in Israele.

   Ma in questo blog parliamo anche delle demografia interna dello stato israeliano, che cambia: lo spostarsi dei Kibbutz agrari, il loro trasferirsi in città, in contesti urbani del tutto nuovi….(negli ultimi 10-15 anni sono fiorite circa 150 esperienze di comunità urbane organizzate, e raccolgono circa 3 mila persone). Il senso del Kibbutz anch’esso come idea straordinaria di comunità, del “fare insieme”, che sta risorgendo seppur lentamente in Europa (nel nord in particolare) pensando a servizi privati (spazi comuni delle case, le auto…) che si possono condividere con altri… La creazione di KIBBUTZ URBANI in Israele sembra andare in questa direzione, mettendo assieme nuove esigenze della contemporaneità con i modi tradizionali ed interessanti dei decenni passati. Insomma Israele, nella sua problematicità, sta anche offrendo sperimentazioni e modi di vita su cui guardare, sia nel bene che in quelle cose su cui invece evitare che accadano anche da noi. (s.m.)

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È MORTO ARIEL SHARON, UNO DEGLI ULTIMI “GRANDI” D’ISRAELE

di UMBERTO DE GIOVANNANGELI, da LIMES, 11/1/2014 (http://temi.repubblica.it/limes/ )

Si è spento a 85 anni il “generale bulldozer”, combattente nato che ha vissuto da protagonista indiscusso, prima come militare poi come uomo politico, i primi 6 decenni dello Stato ebraico.

“Arik” ha perso la sua ultima battaglia, lottando sino all’ultimo, come in tutta la sua vita. Ariel Sharon è morto.

Con lui se ne va uno degli ultimi “grandi” d’Israele. Grandi nel bene come nel male e comunque in prima fila: in divisa come nei panni, a lui stretti, di politico.

Il “generale bulldozer”, l’eroe della guerra dello Yom Kippur, ma anche colui che fu chiamato in causa per i massacri di Sabra e Shatila. Il propugnatore della politica di colonizzazione, capace, però, di ordinare lo smantellamento degli insediamenti ebraici nella Striscia di Gaza e tacciato per questo di tradimento dalla stessa gente che lo aveva idolatrato.

L’uomo che fonda un partito, il Likud, lo guida per anni e poi, nella calda estate del ritiro da Gaza, non esita a spaccarlo, fondando il neocentrista Kadima.

Un leader conservatore, certo, ma senza il furore ideologico e la visione messianica della destra ultranazionalista ebraica che aveva come faro ispiratore il revisionismo sionista di Zeev Jabotinsky.

Mentalmente, “Arik” non ha mai smesso la divisa, anche da primo ministro. Ad animarlo è sempre stato un pragmatismo rude, a tratti brutale, mai reticente. Per lui non esistevano mezze misure.

Ha sempre vissuto in trincea, incarnando, in questo, lo spirito di una nazione. Per lui, la sicurezza d’Israele, la difesa del focolare nazionale ebraico, era innanzitutto garantita dalla forza delle sue armate, prim’ancora che delle sue idee.

Di lui scrisse Avishai Margalit, tra i più autorevoli storici e politologi israeliani: «Un unico motivo ricorre lungo tutta la vita militare e politica di Sharon; provocare sempre un’escalation». Il credo cui è sempre rimasto fedele: combattere e prepararsi a combattere.

Amato, odiato – Golda Meir lo aveva definito «un pericolo per la democrazia» – comunque protagonista indiscusso di una lunga stagione della vita politica israeliana e palestinese, Ariel Sharon nacque a Kfar Malal, un villaggio cooperativo, il 27 febbraio del 1928 in quella che allora era la Palestina sotto mandato britannico. Prima di dedicarsi alla politica servì nell’esercito dello Stato di Israele per oltre 25 anni, ritirandosi con il rango di generale. Vedovo e padre di due figli maschi, la sua è stata la vita di un combattente.

Ad appena 14 anni si unì alla Haganah, l’organizzazione militare clandestina che mirava a creare un esercito ebraico fuori dal controllo britannico. Nella guerra del 1948, seguita alla fondazione dello Stato d’Israele in Palestina, Sharon comandava una compagnia di fanteria; nel 1953 fondò e guidò il Commando speciale 101, una delle strutture militari più odiate nella storia dei rapporti fra arabi ed israeliani, addetta a operazioni di rappresaglia contro gli avversari arabi.

Proseguì la carriera militare e nel 1956 partecipò all’offensiva nel Sinai condotta da Israele col sostegno di Gran Bretagna e Francia. Guidava una brigata dei paracadutisti ma incorse nella disapprovazione del capo dell’esercito Moshe Dayan e fu sospeso per motivi disciplinari.

Alla fine degli anni Cinquanta studiò in Gran Bretagna, al Camberley Staff College, poi prese una laurea in legge all’Università ebraica di Gerusalemme (nel 1962) e si specializzò a Tel Aviv, pur mantenendo i suoi impegni nell’esercito divenendo anche il capo del dipartimento di addestramento.

Nel 1967 comandava una divisione corazzata nella guerra dei Sei Giorni, quando lo Stato ebraico reagì alla crescente tensione attorno al Sinai e al Mar Rosso e allo schieramento di soldati dei vicini arabi invadendo e conquistando 60 mila chilometri di Egitto più le alture del Golan, Gerusalemme Est e quelli che oggi sono noti come i Territori palestinesi.

Nominato nel 1969 capo dell’esercito del sud, nel 1975 Sharon fu anche consigliere del primo ministro Yitzhak Rabin, membro del partito laburista. Nel 1972 lasciò l’esercito per tornare in servizio attivo già nel 1973 durante la guerra dello Yom Kippur: guidò una divisione corazzata nel deserto del Sinai, un’operazione cruciale per la vittoria contro Egitto e Siria. Alla guerra avrebbe fatto seguito la pace separata fra Israele ed Egitto, con la mediazione Usa e gli accordi di Camp David (1979).

Sempre nel 1973, Sharon venne eletto per la prima volta deputato alla Knesset e fu tra i fondatori del nuovo partito conservatore, il Likud. Nel 1977 era ministro dell’Agricoltura nel primo governo di Menachem Begin e nel 1981 ministro della Difesa: fu proprio da questa posizione che affrontò la guerra in Libano e il periodo più controverso della sua carriera.

Sharon fu in effetti l’architetto dell’operazione militare in Libano del 1982, “pace in Galilea”, innescata dalla presenza di armi alla frontiera e dalla protezione offerta da Beirut all’Olp di Yasser Arafat. In agosto i guerriglieri di Arafat vennero scortati in Siria da una forza multinazionale mentre il 14 settembre veniva ucciso il neoletto presidente libanese, il cristiano Bashir Gemayel, e il giorno dopo Israele procedeva con l’occupazione di Beirut ovest.

Quando, fra il 16 e il 17 settembre, le forze falangiste libanesi entrarono nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila, abbandonandosi alle violenze più efferate che avrebbero portato alla morte di centinaia se non migliaia di persone – fra cui donne e bambini – l’atroce mattanza scatenò la reazione indignata di parte dell’opinione pubblica israeliana: a Tel Aviv si radunarono oltre 400 mila persone, nella più grande manifestazione di piazza che Israele ricordi.

A Sabra e Shatila l’esercito israeliano non intervenne; secondo alcuni storici, sostenne anzi il massacro. Sharon, per gli arabi il «macellaio», si dimise da ministro della Difesa dopo che una commissione israeliana lo ebbe giudicato indirettamente responsabile.

La sua parabola politica sembrava essersi ormai compiuta: ma non fu così. La seconda vita politica di Ariel Sharon avrebbe preso avvio nel 1998, con la nomina a ministro degli Esteri, seguita l’anno dopo dall’assunzione della guida del Likud.

La rinascita di “Arik” è storia degli ultimi anni. Nel 2000 “Bulldozer”, come capo dell’opposizione, scatenava indirettamente la seconda intifada – quella più violenta – per via della sua passeggiata sulla spianata della moschea Al-Aqsa, a Gerusalemme, che venne appunto interpretata come una provocazione intollerabile dai palestinesi.

La rabbia riaccese la violenza, e lo stesso processo di pace sembrava segnato quando, vincendo le elezioni del febbraio 2001, Sharon divenne primo ministro. Il falco mostrò sin da subito la sua visione della politica e del rapporto con i palestinesi che, per lui, andavano trattati come terroristi. A partire da Yasser Arafat, al quale Sharon proibì di recarsi a Betlemme per assistere alla messa di Natale.

Arafat era il suo nemico di sempre, la personificazione dell’odio arabo verso Israele. Nei suoi confronti prese allora avvio un vero e proprio assedio che, 3 anni dopo, si concluse in un ospedale parigino con la morte di “Mr. Palestine”.

Nello stesso arco di tempo si consumò la metamorfosi politica di Sharon. Il pugno di ferro nei confronti del nemico palestinese si accompagnava a una revisione sostanziale dell’idea di espansione illimitata di Israele: crebbe così il distacco dalla componente oltranzista della destra israeliana e, proprio sul tema degli aiuti ai nuovi coloni, maturò l’allontanamento da alcuni dei suoi vecchi compagni politici.

Il governo cadde e nel 2003 Sharon vinse ancora una volta le elezioni. A dicembre arrivò la svolta, con l’annuncio del premier di un piano di disimpegno di tutti gli insediamenti dalla Striscia di Gaza e di 4 colonie dalla Cisgiordania. Con la sua mossa, il falco sorprese tutti e aprì una nuova fase della politica mediorientale, sulla cui scena la sua figura si stagliava solitaria.

Da parte palestinese, con la scomparsa di Arafat, aumentarono le difficoltà nel tenere sotto controllo Hamas. Mahmoud Abbas (Abu Mazen), il nuovo leader dell’Anp, non aveva il carisma del precedente leader, pur mostrando un pragmatismo che a Sharon piacque. Agli occhi di quest’ultimo il nuovo capo dei palestinesi non appariva compromesso con il terrorismo dei kamikaze che si facevano esplodere nei mercati affollati di israeliani.

Nel 2005 il premier israeliano e il leader dell’Anp firmarono una tregua, mentre proseguiva, frattanto, l’evacuazione dei coloni, caricati a forza sugli autobus nel bel mezzo di una sorta di intifada israeliana: ma la svolta necessitava di un’impronta politica e di una formazione che la incarnasse come progetto conquistando nuovi consensi.

Sharon lasciò così il Likud per fondare un nuovo partito, Kadima (Avanti), di orientamento centrista.

Ma si tratta di un’altra storia, che non sarà lui a scrivere.

Nei momenti più gravi, Israele ha tratto fiducia da chi aveva una storia alle spalle.

Ariel Sharon era tra questi.

(Umberto De Giovannangeli)

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BIGLIETTO PER ISRAELE

di Giampaolo Cadalanu, da “la Repubblica” del 3 gennaio 2014

   Mamma e papà stringono al petto i figli piccoli, i bambini più grandi sorridono incerti ai fotografi, l’orsacchiotto sotto braccio, mentre scendono dal Boeing bianco con la striscia azzurra.

   All’aeroporto Ben Gurion si affacciano tutti con un filo di timidezza e il sorriso sulle labbra. L’emozione della terra promessa è viva, soverchiante, totale. Israele, finalmente. Per chi lascia la Francia e le sue nuove inattese ostilità vale lo slogan “Israel c’est ma maison”, Israele è la mia casa.

   E per tutti, lasciate le scalette dell’aereo El Al come fossero le passerelle della nave Exodus che portava i migranti ebrei nel 1947, è il momento di seppellire le delusioni del Vecchio Continente e lasciarsi abbracciare nella nuova famiglia. L’anno prossimo a Gerusalemme, si auguravano tradizionalmente gli ebrei di tutto il  mondo. Ma l’anno prossimo è lontano, forse non c’è più tempo per aspettare, se l’Europa comincia a far paura.

flussi migratori
flussi migratori

   La parola è ritornata, forte come non si sentiva da anni: ALIYAH, l’ASCESA, la decisione di abbracciare fino in fondo l’ideale sionista e trasferirsi in Israele. NON È ANCORA UN ESODO, MA LA TENDENZA È CHIARA. Nel 2013 gli OLIM, cioè gli ebrei che hanno fatto l’Aliyah, sono aumentati ancora: più sette per cento rispetto all’anno precedente, segnala l’Agenzia ebraica per Israele.

   E dei 19.200 nuovi cittadini, oltre UN TERZO È PARTITO DALL’EUROPA OCCIDENTALE: SOPRATTUTTO DALLA FRANCIA (con un aumento del 63 per cento rispetto al 2012), ma anche DALL’OLANDA (più 57 per cento) e DAL BELGIO (46 per cento). I motivi sono espliciti: alle RAGIONI DELL’ECONOMIA si aggiunge il disagio per le OMBRE DELL’ANTISEMITISMO IN CRESCITA. «Le cifre assolute non sono impressionanti, ma la tendenza è significativa», dice SERGIO DELLA PERGOLA, massima autorità in tema di demografia del popolo ebraico.

   Assieme ad altri esperti, Della Pergola ha lavorato a un grande sondaggio dell’Agenzia europea per i Diritti fondamentali, con lo scopo di mettere a fuoco esperienze e percezioni della popolazione ebraica negli otto Stati dell’Unione che ne ospitano la stragrande maggioranza.

sondaggio
sondaggio

   I risultati, resi pubblici nelle scorse settimane, non sono confortanti: due terzi degli intervistati considerano l’antisemitismo un problema reale, tre quarti lo considerano in aumento negli ultimi cinque anni, uno su due ha paura di aggressioni verbali, uno su tre teme persino la violenza fisica. E 29 su cento hanno considerato la possibilità di lasciare il paese dove vivono, proprio per la paura che l’ostilità diventi aperta.

   «È insopportabile dover assistere alle funzioni religiose sotto la protezione della polizia», ha detto un’ebrea tedesca ai rilevatori. Ma l’incubo dei pogrom non sembra davvero attuale: «In questo momento ci sono TRE MOTIVI PER PREFERIRE ISRAELE ALL’EUROPA», dice Della Pergola: «Il primo è LA SITUAZIONE ECONOMICA NEL VECCHIO CONTINENTE, con la crisi che colpisce gli strati medio-bassi della società.

   Poi c’è IL FATTORE ECONOMICO ISRAELIANO: QUI LA DISOCCUPAZIONE È BASSA, mentre gli indicatori della crescita sono positivi, e c’è una buona capacità di assorbimento della forza lavoro. E infine C’È UNA PERCEZIONE DI ANTISEMITISMO IN CRESCITA, difficile da cogliere in modo preciso, ma presente».

   Insomma, i fattori economici sono due, simmetrici: e la conferma di quanto siano  importanti è anche nell’età dei nuovi immigrati, visto che sei su dieci hanno meno di 35 anni. Per Natan Sharansky, presidente dell’Agenzia ebraica, «questa è un’era in cui l’Aliyah è una scelta, non l’unica salvezza». Ma resta il terzo motivo, psicologico, forse più impalpabile ma non meno decisivo.

   «In Francia le pressioni stanno diventando insostenibili, soprattutto per chi si riconosce pubblicamente nell’identità ebraica», aggiunge Erik Cohen, docente di Antropologia e Sociologia all’università Bar-Ilan, anch’egli curatore del rapporto per l’Agenzia europea: «Al contrario che in Ungheria, dove l’antisemitismo ha matrici politiche, in Francia è un tema sociale e culturale. Ma lasciare il paese dove si vive non è facile, anzi. ANDARSENE RICHIEDE SACRIFICI. Io sono di origini marocchine, ricordo quando sono stato accolto in Francia, 56 anni fa. È stato meraviglioso. Ci hanno aiutato in tutto, ho avuto un sostegno da quando ho cominciato a studiare fino al dottorato. Ma LA FRANCIA DI OGGI NON È PIÙ QUELLA DEI MIEI RICORDI».

   L’ITALIA INVECE PROPONE AGLI EBREI UN’IMMAGINE MENO INQUIETANTE. «I nuovi arrivi sono poche centinaia», conferma Beniamino Lazar, avvocato e presidente del Comites, che raccoglie gli italiani di Israele: «C’È UN AUMENTO, MA LEGATO SOPRATTUTTO AI MOTIVI ECONOMICI. Non ho mai sentito invece di persone che hanno lasciato l’Italia per paura, come invece è successo per Francia, Belgio. Credo che in questi paesi si possa vedere un legame fra l’antisemitismo e la presenza diffusa di arabi oltranzisti».

   Un anziano italiano, intervistato in modo anonimo per il sondaggio dell’agenzia europea, ha commentato: «Penso che in Italia l’antisemitismo stia diminuendo, anche se lentamente». Se in Francia ci sono stati persino attacchi omicidi, NEL NOSTRO PAESE L’OSTILITÀ ANTIEBRAICA SEMBRA MARGINALE: «Le istituzioni hanno sempre un atteggiamento corretto. Tutt’al più ci sono cadute di stile, come quella di Berlusconi, secondo cui Mussolini aveva fatto bene fino alle leggi razziali. Una dichiarazione resa proprio mentre a Milano si ricordava la Shoah davanti al binario 21, da cui partivano i convogli per Auschwitz», dice Della Pergola.

   NEANCHE L’ATTERRAGGIO IN UNA REALTÀ COMPLETAMENTE NUOVA È FACILE. Israele è un paese abituato ad accogliere immigrati da tutto il mondo, offre corsi di lingue e assistenza, ma l’inserimento non è facile. «Anche se l’inizio è duro, gli europei in genere non hanno troppe difficoltà. Ben più complicato è ad esempio per gli anziani ebrei provenienti dall’Etiopia. Ma in fondo, questo È UN PAESE DOVE VIVONO PERSONE DA 120 NAZIONI DIVERSE», conclude Lazar.

   Una parte del disagio, però, resterà, anche fuggendo dall’Europa e approdando alla terra d’Israele: il rapporto dell’agenzia europea prova al di là di ogni dubbio che lo spazio prediletto per razzismo e pregiudizi è nel mondo virtuale, dove le espressioni antisemite continuano ad aumentare. «Da quando vado su Facebook, ho più COMMENTI ANTISEMITI di quanti ne avevo sentito in tutta la vita. E questo dà un profondo disagio, anche se è slegato dalla vita quotidiana», ha detto un’ebrea di mezza età ai rilevatori europei.   «INTERNET È IL TERRENO PIÙ CONTAMINATO, ma in fondo è solo un clic, qualcosa che si può scegliere di evitare», taglia corto Della Pergola: «Però questo vale fino a un certo punto. Quando sul web compaiono liste di ebrei, come è successo, allora la preoccupazione è giustificata». (Giampaolo Cadalanu)

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IL KIBBUTZ VA IN CITTA’

di Lorenzo Cremonesi, da LA LETTURA, inserto de “il Corriere della Sera” del 5/1/2014

   A prima vista il massiccio palazzaccio in cemento scrostato tutto sembra tranne che un kibbutz. Si trova su di una collina alberata nella parte nuova di Nazareth: la ILLIT a maggioranza ebraica, voluta negli anni Cinquanta dai leader del nuovo Stato per controbilanciare la vecchia area urbana cristiana e musulmana, la città araba più popolosa di Israele.

   Ricorda una vecchia scuola in crisi, magari un ricovero per anziani con pochi mezzi, oppure un nucleo di appartamenti di periferia edificati in stile sovietico. Sino a cinque anni fa era utilizzato come centro di accoglienza per i nuovi immigrati ebrei: qualche falascià dell’Etiopia e soprattutto russi. Ci restavano per un poco, giusto il tempo di studiare qualche nozione di ebraico e capire dove andare a vivere in modo permanente. Ma dal settembre scorso all’entrata è ben visibile un cartello blu. C’è scritto KIBBUTZ MISHOL , che significa sentiero, PASSAGGIO.
Attira l’attenzione per il fatto che contrasta con qualsiasi nozione del kibbutz così come lo conosciamo e come i suoi fautori lo hanno in gran parte narrato sin dalle prime comunità agricole sioniste agli inizi del Novecento. NULLA A CHE VEDERE CON LE TRADIZIONALI CASETTE SPARSE NEL VERDE, mancano i giardini fioriti, le stalle, i silos, i capannoni, le fabbriche delle cooperative. Non c’è la consueta piscina, che pure da almeno mezzo secolo marca il successo economico e la qualità della vita per i «figli del sogno».

il Kibbutz Mishol
il Kibbutz Mishol

   Sono assenti gli edifici centrali dell’amministrazione, le strutture separate per i bambini, la mensa comune. Al posto del lavoro collettivo nei campi, ogni mattina in maggioranza gli haverim (compagni) si recano a lavorare come maestri, psicologi, educatori nelle strutture sociali della bassa Galilea. «Siamo parte di una rivoluzione silenziosa che sta cambiando la struttura tradizionale delle comuni israeliane, ma è anche parte integrante della sua storia più antica», sostiene James Grant-Rosenhead, 39 anni, immigrato dall’Inghilterra alla fine degli anni Novanta con l’intenzione molto chiara sin dall’inizio di fondare quello che lui definisce «IL PIÙ GRANDE KIBBUTZ URBANO D’ISRAELE».
Da leader entusiasta dell’idea socialista non coercitiva, favorevole a una vita collettivista che tuttavia assicuri la libertà individuale, James sa bene che in questo periodo di crisi economica nel mondo occidentale il suo esperimento sociale attira forti attenzioni. «Noi seguiamo da vicino il FENOMENO DEL COSIDDETTO COHOUSING negli Stati Uniti e soprattutto nel nord Europa. GRUPPI DI CITTADINI SCELGONO LIBERAMENTE DI CONDIVIDERE LARGA PARTE DELLA LORO ESISTENZA E DEI LORO REDDITI. Rinunciano a una fetta del privato per stare assieme e sentirsi più sicuri, più garantiti, meno soli. IL NOSTRO KIBBUTZ URBANO HA MOLTI ASPETTI IN COMUNE CON LORO», osserva.

   Ma la tradizione israeliana ha peculiarità scaturite da una lunga storia. MISHOL ne è una sintesi possibile. Lo abitano oggi un’ottantina di adulti (in maggioranza meno che trentenni) e quaranta bambini. Si dividono i 110 appartamenti (6 mila metri quadrati complessivi) dell’ex centro di accoglienza. Le abitazioni più piccole, circa 25 metri quadrati, vanno ai single. Le grandi arrivano a 78 metri quadri e sono destinate alle famiglie con più figli. Tutte sono servite di bagno e cucinino. Alcuni appartamenti sono stati trasformati in locali comuni.
L’ETHOS PREVALENTE È QUELLO DEI PADRI FONDATORI. «Tutte le risorse economiche sono comunitarie. Nessuno tiene per sé lo stipendio, ma lo versa automaticamente ogni mese sul conto bancario unico del kibbutz», spiega a «la Lettura» Tirza Perez, la tesoriera trentaduenne originaria di Moshav Yodfat (IL MOSHAV È UNA FORMA DI FATTORIA COLLETTIVISTICA SVILUPPATA NEGLI ANNI TRENTA, dove però permangono ampi ambiti di proprietà privata), che dirige la parte amministrativa da un piccolo ufficio al pianoterra. A lei il compito oneroso di far quadrare i conti.

   Le entrate annuali, fondate sui salari dei membri, assommano a circa un milione e 200 mila euro. Una media mensile di 1.300 euro per stipendio. «Il nostro tasso di scolarizzazione è alto. Ma quasi tutti abbiamo scelto di lavorare nel campo educativo pubblico, che tradizionalmente paga poco», dice. Le spese fisse sono tante: 230 mila euro per l’affitto dello stabile comprese acqua, luce e tasse. Oltre a 200 mila euro per la benzina e il mantenimento delle dieci automobili collettive. E 120 mila euro per l’educazione dei bambini. Alla fine, tolti gli imprevisti, ciò che il kibbutz paga mensilmente sono 200 euro a testa per gli adulti e 120 per i bambini. E in questo budget rientrano cibo, vestiti, divertimenti e piccole spese sanitarie.
«TUTTI PRENDONO LA STESSA CIFRA, CHE SIANO INGEGNERI INFORMATICI O GIARDINIERI. Certo, per la maggioranza è una forte rinuncia. Se vivessimo privatamente in una città avremmo salari molto più alti. Ma crediamo nel valore della comune. La nostra qualità della vita è impagabile», afferma Robin Zahavi Merkel, 36 anni, immigrato dal Canada nel 2000. L’organizzazione sociale interna è il frutto di un antico dibattito.

   «SIN DAL PRIMO KIBBUTZ, FONDATO NEL 1909 A DEGANIA, SUL GIORDANO A SUD DEL LAGO DI TIBERIADE, i giovani socialisti sionisti si divisero tra TOLSTOJANI (che si ispiravano al modello sociale dello scrittore russo), sostenitori di piccoli gruppi di pionieri mirati a cambiare intimamente il carattere del nuovo ebreo rinato dalla terra dei padri, e NAZIONALISTI, convinti invece che la comune fosse il modo migliore per coltivare i campi e conquistare la nostra patria. Da allora, a fasi alterne, il nostro movimento ha sempre visto la DIALETTICA, a tratti anche aspra, TRA FAUTORI DELLA KVUTZÀ, la piccola comune con 10 o 15 persone al massimo, E IL GRANDE KIBBUTZ COOPERATIVO, che già alla fine degli anni Venti poteva superare i mille membri», ricorda Muki Tzur, settantacinquenne ideologo e studioso residente a Kibbutz Ein Gev , sulla sponda occidentale di Tiberiade.
Allora il «nuovo ebreo», contadino e produttore, nato sulle ceneri di quello arrivato dalla diaspora, avrebbe dovuto «conquistare» il lavoro e il suolo nazionali. Fu un successo clamoroso. I membri dei kibbutz non superarono mai il 5% degli israeliani ma per lungo tempo ne incarnarono i valori identitari. Quel ruolo, quello zelo missionario, giunsero però a esaurimento negli anni Settanta. Meno di dieci anni dopo, 270 kibbutz con quasi 150 mila membri in tutto il Paese erano in crisi profonda. Da avanguardie dell’impresa sionista ne erano diventati la retroguardia viziata, esclusivista, tagliata fuori, incapace di tenere il passo con i tempi. Fu la crisi demografica, il tracollo economico, la fine di un modello. Con i giovani in fuga verso le città e gli anziani incapaci di mantenersi da soli.

Per conseguenza, i kibbutz scesero allora a quasi 100 mila membri, in modi e livelli diversi abbandonarono il socialismo originario, accettarono l’idea del reddito privato, chiusero le mense collettive, gli asili nido cooperativi. L’UNICO MODO DI MANTENERE IL KIBBUTZ FU QUELLO DI STRAVOLGERLO, trasformarlo nel profondo.

   «Tanti kibbutz ora accettano che i loro membri posseggano vetture private e non paghino per la mensa comune. Molti impiegano lavoratori esterni. La crisi economica inoltre ha riportato tanti giovani a casa. In questo modo siamo risaliti a 140 mila membri», dice Tzur.

   Oggi i membri di Mishol vedono nel loro modello una via di rinascita significativa. NEGLI ULTIMI 10-15 ANNI SONO FIORITE CIRCA 150 ESPERIENZE DI COMUNITÀ URBANE ORGANIZZATE IN ISRAELE. PARE RACCOLGANO SINO A 3 MILA PERSONE. Molti sono influenzati dalla crescita dei movimenti religiosi, altri da quelli dei coloni ebrei in Cisgiordania. Tutte forme ideologiche che gli haverim di Mishol però vedono con grande sospetto. «Noi siamo profondamente laici. E tanti tra noi sono contrari persino a servire con l’esercito nei Territori occupati», confida a «la Lettura» James. A suo dire, il segreto del successo del nuovo kibbutz è che sarebbe tornato a servire la collettività. «Trent’anni fa il movimento perse la spinta propulsiva perché non rispondeva più ai bisogni di Israele. Era diventato fine a se stesso, egoista, geloso dei propri privilegi. Ora non siamo contadini. Non serve più. Ma siamo maestri, assistenti sociali, stiamo nel cuore delle città dove vive la maggioranza degli israeliani. Aiutiamo i poveri, i disagiati, siamo di supporto nelle scuole per i bambini con handicap, negli ospedali».
MA ANCHE A MISHOL SI PROPONE L’ANTICO DIBATTITO TRA PICCOLO E GRANDE. Dice lui: «Abbiamo risolto il dilemma frazionando il kibbutz in otto gruppi (kvutzot ) mediamente composti da dieci membri ciascuno. Si sono divisi i vari piani del nostro edificio. E ogni gruppo ha in comune una lavanderia, oltre a una piccola mensa con cucina e la biblioteca. A turno i suoi membri fanno la spesa e cucinano per gli altri. Almeno due volte al mese tengono un’assemblea per decidere gli aspetti contingenti: le scelte del cibo, la richiesta di uno di loro di poter fare un viaggio, la pulizia dei locali loro affidati, i turni per le vacanze». Le auto vengono prenotate via computer con un programma elaborato specificamente dai due informatici della comune.

   Ma può anche avvenire che si debba attendere oltre una settimana per potervi accedere. Non è facile accettare le regole comunitarie, specie per chi viene dall’individualismo delle città. Ammettono a Mishol : «Tanti vengono, guardano, magari provano per qualche settimana, ma poi lasciano. Può sembrare bellissimo non dare importanza al denaro in comunità, dona un senso di grande leggerezza. Eppure si rivela gravoso esserne limitati dai bisogni degli altri. Resta con noi chi è educato sin da giovane alla condivisione. È un processo intimo, lungo, radicale». (Lorenzo Cremonesi)

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MEDIO ORIENTE – IL SEGRETARIO DI STATO AMERICANO HA AVVIATO UNA DIFFICILE MISSIONE PER ARRIVARE A UN ACCORDO DI PACE

KERRY INCIAMPA SUGLI ARABI D’ISRAELE

di LORENZO CREMONESI, da “il Corriere della Sera” del 3/1/2014

– Il governo di Netanyahu vuole «cederne» 300 mila alla Palestina. Ma loro non ci stanno: «Vogliamo restare qui, anche se di serie B» – È la decima missione del segretario di Stato Usa nella regione in un anno. Negli ultimi 5 mesi, le due parti si sono incontrate 20 volte –

Kerry col premier israeliano Benyamin Netanyahu
Kerry col premier israeliano Benyamin Netanyahu

GERUSALEMME – DIRE DIFFICILE SEMBRA ANCORA POCO. PARLARE DI «MISSIONE IMPOSSIBILE» FORSE È TROPPO. Ma certamente il segretario di Stato americano JOHN KERRY è tornato a Gerusalemme accompagnato da un’atmosfera di profondo scetticismo sulla possibilità di rilanciare concretamente i negoziati tra israeliani e palestinesi.

   È la sua decima missione nella regione in meno di un anno. E lui stesso ha ricordato che negli ultimi cinque mesi le due parti si sono incontrate ben «venti volte». Kerry ha visto il premier Benjamin Netanyahu. Lo rivedrà prima di incontrare a Ramallah il presidente palestinese Mahmoud Abbas.

   E la sua spola potrebbe durare ancora. «Vorremmo concludere un accordo quadro complessivo su cui lavorare nei prossimi mesi. Ora sappiamo tutti quali sono i problemi sul tavolo e i loro parametri. Nelle prossime settimane i due leader dovranno prendere decisioni dure» ha dichiarato l’americano.

   Vicino a lui il premier israeliano non ha perso l’occasione per accusare Abbas e i leader palestinesi di «non essere interessati alla pace». I TEMI SONO QUELLI DI SEMPRE, dominano il dibattito dal tempo degli accordi di Oslo nel 1993:

– LA DEFINIZIONE DEI CONFINI TRA ISRAELE E FUTURO STATO PALESTINESE (come modificare quelli del 1967?);

– SICUREZZA; SOVRANITÀ SU GERUSALEMME; PROFUGHI (quanti palestinesi potranno tornare alle loro case e come compensare gli altri?); AGGIUSTAMENTI GIURIDICI; LA FORMULA DEL RICONOSCIMENTO RECIPROCO; CONTROLLO DELLE ACQUE; MODALITÀ DI COLLEGAMENTO TRA CISGIORDANIA E GAZA.

   Sullo sfondo restano completamente IRRISOLTE LA QUESTIONE DELLE COLONIE EBRAICHE IN CISGIORDANIA assieme a quella della guerra civile interna tra l’autorità palestinese erede dell’Olp in Cisgiordania e i fondamentalisti islamici di Hamas, che dominano a Gaza e sono legati a filo doppio ai Fratelli Musulmani egiziani.

   Il governo Netanyahu ha inoltre aggiunto DUE NUOVE RICHIESTE, perorate in particolare dal ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, ma che sono già state rifiutate con durezza dai palestinesi. La prima riguarda IL RICONOSCIMENTO DI ISRAELE QUALE «STATO EBRAICO». La seconda propone invece UNO SCAMBIO TERRITORIALE. Israele mira infatti a conservare il pieno controllo sui nuovi QUARTIERI COSTRUITI A GERUSALEMME EST E SUI GRUPPI DI COLONIE EBRAICHE PIÙ IMPORTANTI IN CISGIORDANIA. In cambio è pronto a cedere LARGHI SETTORI DEL COSIDDETTO «TRIANGOLO», LA REGIONE PIÙ DENSAMENTE POPOLATA DA ARABI ATTORNO ALLA CITTADINA DI UM EL-FAHM, situata all’interno dei confini precedenti le conquiste della guerra del 1967.

   La stampa locale sottolinea che in questo caso oltre 300.000 arabi israeliani potrebbero passare con le loro proprietà sotto la sovranità del futuro Stato palestinese. TRA I CRITICI PIÙ DURI SONO PERÒ PROPRIO MOLTI TRA I CIRCA UN MILIONE E SEICENTOMILA ARABI CITTADINI A TUTTI GLI EFFETTI DI ISRAELE.

   «È una proposta deludente, oltraggiosa. Ci trattano come pedine degli scacchi. Non siamo cittadini, ma merce di scambio nelle mani del governo. Il nostro status non è affatto paragonabile a quello dei coloni ebrei illegali in Cisgiordania» hanno tuonato in parlamento i deputati arabi.

   Una delle verità non dette ad alta voce è che molti arabi israeliani, sebbene protestino di essere «trattati come cittadini di serie b», sono terrorizzati dalla prospettiva di venire integrati nel caos dei governi palestinesi di Cisgiordania e Gaza. Qui da fine estate il tasso della violenza è in crescita e la prospettiva di una «terza intifada» più sanguinosa delle due precedenti viene paventata da più parti. (Lorenzo Cremonesi)

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Intervista – La storico e giornalista ARI SHAVIT sulla questione dell’identità

«L’EBRAICITÀ DEL NOSTRO STATO È UNA RICHIESTA LEGITTIMA»

GERUSALEMME – «Ottima la richiesta che i palestinesi riconoscano Israele Stato ebraico. Ma pessima quella di scambiare terre con il futuro Stato palestinese per diminuire il numero dei cittadini arabi in Israele».

   È interessante e non convenzionale il punto di vista di Ari Shavit sulle proposte del governo Netanyahu per la ripresa dei negoziati con l’autorità palestinese. Scrittore, commentatore per il quotidiano Haaretz , il suo nuovo libro appena pubblicato in inglese, «LA MIA TERRA PROMESSA», ha raccolto un vasto plauso da parte della critica internazionale.

LEI È NOTO PER LE SUE POSIZIONI LIBERALI. COSA PENSA DELLE CRITICHE ESPRESSE ANCHE IN OCCIDENTE SULLA QUESTIONE DELLO «STATO EBRAICO»?

«So di essere non convenzionale. Ma io sono un fermo sostenitore di questa richiesta avanzata dal nostro governo. Anzi, penso sia stato un errore non averla presentata ad Yasser Arafat già ai tempi dei negoziati di Oslo nel 1993».

MA NON DIMINUISCE LA LEGITTIMITÀ DEI CITTADINI NON EBREI DI ISRAELE?

«Ovvio che io creda in un Israele democratico, pluralista, con diritti eguali per tutti i suoi cittadini, ebrei e non ebrei, cristiani, musulmani o altro. La questione non si pone neppure. Però si deve capire che per generazioni noi e i palestinesi abbiamo metodicamente negato la legittimità delle aspirazioni e dell’identità reciproche. Infine nel Duemila a Camp David l’allora premier laburista Ehud Barak ha riconosciuto lo Stato palestinese. Più tardi lo ha fatto anche la destra israeliana nella voce di Benjamin Netanyahu in occasione del celebre discorso di Bar Ilan. E’ tempo che i palestinesi faccino lo stesso nei nostri confronti. Tra l’altro questo passo li aiuterà a compierne un altro per loro molto più complicato. È ovvio infatti che negli accordi finali i palestinesi dovranno definitivamente accettare di cancellare il diritto al ritorno alle case natali per i figli dei profughi del 1948. Il riconoscimento dello Stato ebraico faciliterà dunque per loro il compromesso ideologico della fine del diritto del ritorno».

COME OTTENERLO?

«La nascita di due Stati sulla base dei confini del 1967 sarà un enorme incentivo. John Kerry mi sembra molto determinato a lavorare in questo senso. Ma soprattutto mi aspetto un grande aiuto dall’Europa. Sono contento di parlare con un giornale europeo per ricordare che il vostro continente sta all’origine della tragedia ebraica dell’ultimo secolo. Antisemitismo, persecuzione, razzismo e Olocausto sono figli dell’Europa. L’Europa ha un dovere morale nei confronti degli ebrei e dall’Europa, mi attendo un grande aiuto per la pace tra arabi e israeliani».

E COME VEDE IL PRINCIPIO DELLO SCAMBIO DI POPOLAZIONE E TERRITORI TRA ISRAELE E PALESTINA?

«Non mi piace affatto, è profondamente illiberale. Uno Stato democratico non decide sulla nazionalità dei propri cittadini. Non abbiamo il diritto di tagliare via arbitrariamente decine di migliaia di palestinesi con le loro terre. Un altro conto è che loro decidano liberamente di andarsene. Ma non è questo il caso oggi».

IL MEDIO ORIENTE TUTTO ATTORNO È IN FIBRILLAZIONE. LE «PRIMAVERE ARABE» HANNO SCATENATO VIOLENZA E FANATISMO. NON È SPAVENTATO DALLA PROSPETTIVA DI UN RITIRO ISRAELIANO?

«Certo che lo sono. E il mondo ha il dovere di ascoltare i timori delle destre israeliane contrarie a compromessi territoriali. I motivi non sono solo ideologici. Potremmo trovarci i terroristi alle porte di Tel Aviv. Da qui la necessità di procedere con i piedi di piombo. Occorre prendere e dare tempo, si rischia altrimenti di rimanere ingolfati nel caos». (Lorenzo Cremonesi)

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AFRICANI (ERITREI) IN ISRAELE

LA BATTAGLIA DEI MIGRANTI PER IL RICONOSCIMENTO DEI LORO DIRITTI

da INTERNAZIONALE del 7/1/2014

(http://www.internazionale.it/news/ )

   Il 7 gennaio, per il terzo giorno consecutivo, decine di migliaia di migranti africani, soprattutto eritrei e sudanesi, sono scesi in strada a Tel Aviv, in Israele, e di fronte alle ambasciate straniere presenti in città per chiedere al governo israeliano un trattamento più dignitoso e il riconoscimento del loro status di rifugiati.

   Nel paese i migranti che lavorano illegalmente e per una paga molto bassa sarebbero oltre 50mila. Molti di loro sono scappati da zone di guerra come il Sudan o l’Eritrea e sono arrivati nel paese attraverso la penisola del Sinai, dove sono frequenti episodi di rapimenti e di traffico di organi.

DESERTO DEL SINAI - Molti IMMIGRATI sono scappati da zone di guerra come il Sudan o l’Eritrea e sono arrivati nel paese attraverso la penisola del Sinai, dove sono frequenti episodi di rapimenti e di traffico di organi.
DESERTO DEL SINAI – Molti IMMIGRATI sono scappati da zone di guerra come il Sudan o l’Eritrea e sono arrivati nel paese attraverso la penisola del Sinai, dove sono frequenti episodi di rapimenti e di traffico di organi.

   Una volta superato il confine, hanno chiesto asilo politico al governo israeliano. Ma Israele non considera la richiesta legittima, ritiene che queste persone siano arrivate nel paese per ragioni economiche e, inoltre, le accusa di essere un rischio per la sicurezza nazionale.

DIFENDERE LO STATO. Alla fine del novembre del 2013 il governo israeliano ha approvato alcune misure contro l’immigrazione illegale, tra cui pene severe per i datori di lavoro che assumono migranti senza documenti e contributi fino a 3.500 dollari per i migranti disposti a tornare nel proprio paese.

   “Siamo determinati a rimpatriare le decine di migliaia di migranti illegali che vivono in Israele, dopo aver ridotto il numero dei lavoratori immigrati irregolari nelle nostre città”, aveva dichiarato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in quell’occasione. “I provvedimenti approvati all’unanimità sono necessari per mantenere il carattere ebraico e democratico dello stato e ristabiliranno la sicurezza dei cittadini israeliani, in linea con le direttive della corte suprema e del diritto internazionale”.

   Il 10 dicembre è diventata legge una proposta che consente alle autorità israeliane d’incarcerare fino a un anno e senza che si svolga un processo i migranti entrati in Israele senza permesso (una norma del 2012 che consentiva di mettere in prigione fino a tre anni e sempre senza processo era stata annullata dalla corte suprema israeliana nel settembre del 2013). Nel frattempo è stato aperto un nuovo centro di detenzione per migranti nel deserto del Negev.

   Il 5 gennaio Netanyahu ha dichiarato che nel 2013 2.600 migranti hanno lasciato il paese per essere rimpatriati. “Voglio sottolineare che questi non sono rifugiati, ma persone che hanno infranto la legge e verso i quali useremo tutti i mezzi consentiti”, ha detto il primo ministro. Lo stesso giorno Walpurga Englbrecht, rappresentante in Israele dell’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite, ha diffuso un comunicato in cui critica duramente la politica israeliana sull’immigrazione.

   Dalla sua creazione nel 1948, Israele ha riconosciuto lo status di rifugiato a meno di duecento persone.

……………

 LA DIFESA DI ISRAELE SULLA POLITICA ANTI-IMMIGRATI:

IMMIGRATI ILLEGALI IN ISRAELE: LE POLITICHE DEL GOVERNO, LE PROTESTE, LE STRUMENTALIZZAZIONI

da www.israele.net/ del 8/1/2014

– «Israele è l’unico stato occidentale che ha una frontiera di terra con l’Africa: senza una politica coerente, rischiamo di perdere l’unico paese che abbiamo» –

COMMENTI DALLA STAMPA ISRAELIANA

«Negli ultimi anni – si legge in un comunicato del portavoce del ministero degli esteri israeliano – lo Stato di Israele, come molti altri paesi sviluppati, ha visto un afflusso di persone che entrano illegalmente, soprattutto attraversando il confine israelo-egiziano. Il numero totale degli immigrati illegali entrati in Israele dal 2006 è stimato in più di 64.000.

   Alcuni hanno fatto ritorno volontariamente al proprio paese d’origine, portando il numero attuale a 53.600. I semplici numeri e la gamma di questioni collegate pongono una sfida formidabile ai servizi economici e sociali d’Israele, la cui popolazione totale è di 8 milioni di persone. La situazione in Israele è molto più complessa di quella in altri paesi sviluppati.

   ISRAELE È L’UNICO PAESE SVILUPPATO CHE HA UNA FRONTIERA DI TERRA CON L’AFRICA, IL CHE LO RENDE RELATIVAMENTE PIÙ ACCESSIBILE a coloro che desiderano entrare. Inoltre, a causa della particolare situazione geo-strategica di Israele e dell’attuale instabilità politica che circonda i suoi confini, diventa praticamente impossibile sviluppare soluzioni cooperative regionali con i paesi di origine e di transito degli immigranti, come invece possono fare altri paesi sviluppati come quelli europei e gli Stati Uniti.

   Israele cerca un difficile equilibrio fra la necessità di tenere sotto controllo i propri confini e quella di tutelare i diritti umani di coloro che entrano. Attenendosi al diritto internazionale, Israele ha accordato protezione a circa 60.000 persone senza che dimostrassero evidenza d’avere individualmente titolo a rimanere in Israele. Costoro costituiscono circa il 95% di tutti gli individui che sono entrati illegalmente in Israele attraverso il confine meridionale.

   La Authority per Popolazione e Immigrazione, attraverso la sua Unità per la Determinazione dello Status di Profugo, ha esaminato centinaia di richieste d’asilo, in coordinamento con l’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati che ha anche contribuito alla formazione del personale dell’Unità israeliana. Tutte le domande seguono un iter completo, con priorità per quelle presentate da immigrati illegali che soggiornano nelle strutture di raccolta di Saharonim e Holot.

   L’esame viene effettuato in conformità agli obblighi giuridici internazionali d’Israele sulla base alla Convenzione Onu sui Rifugiati (1951), e l’applicazione viene effettuata sulla base della legge israeliana e in conformità con le sentenze della Corte Suprema. Qualunque presa di posizione sulla questione degli immigrati che non tenga conto di tutti questi elementi – conclude il comunicato di Gerusalemme – non è di alcun aiuto e non contribuisce a chiarire la complessità del tema, che il governo d’Israele sta trattando con la responsabilità e la serietà che la situazione richiede». (Da: MFA, 6.1.14)

SCRIVE YOAZ HENDEL, SU YEDIOT AHARONOT: «Senza una politica di migrazione coerente, i poveri d’Africa continueranno ad arrivare nello Stato di Israele. Israele è un paese prospero, che fiorisce in una regione molto difficile; la sua democrazia è confortevole, ed è un paese che offre opportunità. Le autorità di governo hanno chiuso gli occhi e lasciato che si creasse il problema che ora sono tenute a risolvere. Non c’è scelta: non vi sono soluzioni buone, soltanto soluzioni ragionevoli. Non abbiamo inventato niente: è una cosa che non viene bene nelle fotografie prese in Italia, in Spagna, negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Non verrà bene nemmeno nelle fotografie prese qui. Le decisioni del governo passano al vaglio della l’Alta Corte di Giustizia, gli argomenti di merito a quello dell’opinione pubblica». (Da: Yediot Aharonot, 7.1.14)

SCRIVE NOAH KLIEGER, SU YNETNEWS: «Non occorre sottolineare che gli immigrati clandestini dall’Africa pongono un problema critico ed estremamente complicato, per il quale è difficile trovare una soluzione razionale ed accettabile. Tuttavia Israele deve trovare una soluzione del genere, perché è chiaro a tutti che la situazione attuale non può andare avanti. Il problema non fa che crescere ogni giorno.

   Sin dalla sua fondazione, Israele ha dovuto lottare per la sua stessa esistenza contro centinaia di milioni di suoi vicini-nemici e i loro sostenitori in tutto il resto del mondo, e semplicemente non può prendersi decine di migliaia – in futuro anche centinaia di migliaia – di immigrati clandestini. Ogni persona sensata capisce che questo non è un problema di razzismo, ma di sopravvivenza.

   Il fatto che migliaia di immigrati illegali possono tenere una manifestazione di protesta nel cuore di Tel Aviv dimostra al di là di ogni dubbio che Israele è un paese democratico e liberale, forse unico nel suo genere. In altri paesi i diversi tipi di immigrati non oserebbero protestare, e in ogni caso le autorità non glielo lascerebbero fare in questo modo. Israele è anche l’unico paese che ha pagato, ed è disposto a pagare ulteriormente, ingenti somme a diversi paesi africani per aiutarli ad accogliere gli immigrati che si impegnano a ripartire volontariamente.

   Che gli altri paesi e le varie anime belle non vengano ad accusarci di razzismo. Che si rivolgano a paesi ben più grandi e più forti di Israele, quelli che danno prova quotidianamente di quanto siano poco liberali e umani nel loro “trattamento” degli africani. Ma per completare il quadro, voglio anche sottolineare lo sventurato fenomeno, che trovo scandaloso, di quegli enti, ristoranti, caffetterie e aziende varie che impiegano immigrati senza permesso di lavoro pagando loro salari minimi: non solo violano la legge, ma favoriscono anche l’arrivo di altri immigrati illegali.

   Per molto tempo non abbiamo avuto una politica definita riguardo a questo problema, ma ora è necessario impostare norme e piani d’azione al fine di trovare una possibile soluzione che sia adatta sia per noi che per loro». (Da: YnetNews, 7.1.14)

SCRIVE L’EDITORIALE DEL JERUSALEM POST: «È stata annunciata come la più grande manifestazione mai tenuta dalla comunità di immigrati africani in Israele. Decine di migliaia di africani provenienti da Eritrea e Sudan venuti in Israele in cerca di asilo e di posti di lavoro si sono riuniti domenica in Piazza Rabin a Tel Aviv con slogan come “Siamo rifugiati, non infiltrati” e “Basta galera”.

   I manifestanti sono indubbiamente scontenti delle politiche israeliane che mirano a scoraggiare potenziali immigranti africani dal tentativo di venire in Israele, ma il motore e la logistica organizzativa dietro alla manifestazione di domenica scorsa sono stati garantiti da alcune precise Ong (organizzazioni non governative) estremiste.

   Nel corso degli anni, queste Ong hanno continuato a diffondere disinformazione sugli immigrati nel tentativo di promuovere un’agenda politica “post-sionista” che mira a spogliare Israele del suo carattere di stato nazionale del popolo ebraico. Hanno iniziato coi riferimenti alla Shoà, al genocidio, nel tentativo di sfruttare la sensibilità ebraica su questi temi. Ci hanno detto che questi immigrati erano profughi provenienti dal Darfur dove rischiavano lo sterminio, e per po’ ha funzionato.

   Nel 2007 un editoriale di Ha’aretz scriveva che “il primo comandamento morale dello Stato degli ebrei è che non ha il diritto di chiudere la porta in faccia a profughi in fuga da un genocidio”. Tuttavia divenne presto evidente che la stragrande maggioranza degli immigrati non venivano affatto dal Darfur. La maggior parte (circa il 70%) provengono dall’Eritrea, e non dal Sudan. E anche quelli che arrivano dal Nord Sudan non sono generalmente originari delle zone in cui è stato perpetrato un genocidio.

   Ma la tattica forse più spregevole è stata quella di rivelare la circostanza che Israele era riuscito a convincere centinaia di migranti a tornare a casa attraverso un paese terzo: una rivelazione che ha messo a rischio proprio gli migranti. Ma le Ong estremiste anti-sioniste erano ben disposte a mettere in pericolo i migranti e non hanno avuto scrupoli a sfruttare il tema della Shoà pur di “spacciare” la loro causa. Per loro, i migranti sono non sono altro che pedine in una lotta più ampia: quella contro il carattere ebraico dello Stato d’Israele.

   Un rapporto del marzo 2011 dell’Alto Commissario Onu per i Rifugiati cita un operatore di una di queste Ong che afferma che la sua organizzazione e altre analoghe si battono per consentire agli immigrati di rimanere in Israele e “patrocinare una percezione di cittadinanza universalistica. Essi non considerano la questione della nazionalità ebraica come pertinente, ma la cosa non viene pubblicamente affermata perché non sarebbe utile alla loro battaglia”.

   In altre parole, molte di queste Ong si sforzano di minare il carattere di Israele come stato nazionale del popolo ebraico battendosi per mantenere in Israele il maggior numero possibile di immigrati africani e incoraggiando altri a venire. Ma di rado dichiarano pubblicamente le loro vere intenzioni perché sanno che, facendolo, perderebbero il sostegno dell’opinione pubblica israeliana. Lo stesso operatore Ong citato nel rapporto dell’Alto Commissariato Onu afferma che “la questione centrale, qui, è la natura della società civile israeliana: la battaglia è sul carattere di Israele come Stato”.

   La verità è che per la stragrande maggioranza gli immigrati africani sono spinti a fare il viaggio verso Israele perché vedono l’opportunità di guadagnare quelle che per loro sono considerevoli somme di denaro. Come ricorda Yonatan Jakubowicz, direttore delle pubbliche relazioni presso il Centro Israeliano sulla Politica Immigratoria, una Ong che è favorevole alle politiche del governo, lo stipendio medio in Eritrea è 420 dollari l’anno, e un terzo del Pil dell’Eritrea proviene dalle rimesse degli espatriati.

   Non ci sono molte opportunità economiche per i giovani più volonterosi che vivono in Eritrea, Sudan e in parecchi altri paesi africani. E si può ben comprendere il loro desiderio di migliorare la propria condizione migrando altrove.

   Ma Israele, creato per essere l’unico Stato al mondo dove gli ebrei possono esercitare  l’autodeterminazione, non potrà mai risolvere i mali socio-economici dell’Africa. Tuttavia rischia di perdere la sua solida maggioranza ebraica se continua ad assorbire decine di migliaia di migranti africani. È proprio quello che alcune Ong vorrebbero. La politica immigratoria del governo, invece, è pensata per scongiurare tale scenario». (Da: Jerusalem Post, 6.1.14) (…..)

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NAZARETH ILLIT. COLONIALISMO IN ISRAELE

da “DEP. Deportate, esuli, profughe”, rivista telematica di studi sulla memoria femminile (dal sito dell’Università Ca’ Foscari di Venezia http://www.unive.it/ )

   La terra dove sorgono questi moderni palazzi, abitati per lo più da ebrei russi, era terra palestinese. Dal 1948 Israele colonizza la terra dei palestinesi, anche di quelli che sono riusciti a rimanere in Israele in seguito alla Nakba (oggi i palestinesi in Israele sono circa il 20% della popolazione); l’intento è quello di controllare le due questioni più importanti per la riuscita del progetto sionista: il mercato del lavoro e la terra. Nazareth Illit è la Nazareth ebrea, che sovrasta dall’alto la Nazareth araba-palestinese.

NAZARETH ILLIT
NAZARETH ILLIT

   È molto significativa la posizione di Nazareth Illit rispetto a quella araba, simbolo della situazione di apartheid in cui i palestinesi in Israele vivono.Essi sono circa un milione e sono stati concentrati fin dal ‘48 in tre zone di Israele: la Galilea, il “Triangolo” e il Negev.

   I villaggi palestinesi al di fuori di queste tre zone geografiche non hanno il permesso di restare, né di espandersi. E così il villaggio è costituito da baracche abusive, che possono essere demolite da un giorno all’altro, privo di servizi, di possibilità di lavoro, di investimenti esterni. Chi ne paga le conseguenze? Senz’altro i bambini.

   Non hanno asili, né scuole, né dottori. Le difficoltà che i palestinesi in Israele incontrano nella vita quotidiana in Israele riflettono la “questione demografica” (ovvero il desiderio dell’establishment israeliano di avere il minor numero possibile di palestinesi residenti in Israele e di concentrarli in ben determinate zone decise dallo stesso establishment). Questa foto è potentemente simbolica proprio di questo. Questo cartello indica la presenza di un cimitero, “dimenticando” che proprio a fianco del cimitero esiste anche un villaggio palestinese.

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