FUSIONI DEI COMUNI – REFERENDUM “DIFFICILI” da vincere per i fautori dell’aggregazione tra Comuni: la PAURA DI PERDERE L’IDENTITÀ territoriale spesso vince sulla NECESSITÀ DEL CAMBIAMENTO istituzionale nella geografia degli enti territoriali

Uno scorcio del centro di SAN POLO DI PIAVE (comune della Marca Trevigiana) - IL REFERENDUM CHE BOCCIA IL NUOVO COMUNE. I Comuni di ORMELLE e SAN POLO DI PIAVE in provincia di Treviso volevano fondersi nell’unico Comune denominato “LIAPIAVE”: il REFERENDUM POPOLARE indetto (il 26/1/2014) per il PROGETTO DI FUSIONE ha bocciato sonoramente il progetto, con oltre il 70% di “NO”, gettando nello sconforto gli amministratori locali che ci avevano creduto e lavorato
Uno scorcio del centro di SAN POLO DI PIAVE (comune della Marca Trevigiana) – IL REFERENDUM CHE BOCCIA IL NUOVO COMUNE. I Comuni di ORMELLE e SAN POLO DI PIAVE in provincia di Treviso volevano fondersi nell’unico Comune denominato “LIAPIAVE”: il REFERENDUM POPOLARE indetto (il 26/1/2014) per il PROGETTO DI FUSIONE ha bocciato sonoramente il progetto, con oltre il 70% di “NO”, gettando nello sconforto gli amministratori locali che ci avevano creduto e lavorato

   Accade spesso che referendum nei quali viene chiesto il parere alla popolazione di un comune se è d’accordo che il comune stesso diventi “qualcos’altro”, aggregandosi a un altro, o con altri vicini, ebbene accade spesso che ci sia contrarietà, cioè che il referendum segni una sconfitta per quell’Amministrazione comunale fatta di sindaco, assessori, consiglieri che ha lavorato fortemente per arrivare all’unificazione.

   Posto che la partecipazione ai referendum è molto spesso residuale, minoritaria, e che vi partecipano (e mandano a votare) persone che hanno dichiarato contarietà; e che una sempre maggiore popolazione è del tutto indifferente al cambiamento istituzionale, non partecipando in alcun modo alla vita amministrativa (e questo è un bel problema: giovani disinteressanti, famiglie arrivate in quel comune per aver solo acquistato la casa, ma slegate da ogni conoscenza e contesto storico di quel luogo; immigrati anch’essi poco legati a quella territorialità…). Considerato ancora che forse non si è proprio sicuri dei vantaggi della fusione tra comuni (il risparmio sui costi di gestione, che in questo post con vari articoli, cerchiamo di spiegare) perché non viene sufficientemente esplicitata dai fautori dell’unione; e non viene veramente acquisita coscienza di altri vantaggi che potrebbero esserci (maggior autorevolezza nel chiedere opere, finanziamenti in Regione e altrove…), e che invece si percepisce solo il rischio di un appannamento di identità da parte di chi ci è nato e sempre vissuto in quel comune (con quel specifico nome, tradizioni, eccetera…)…

CIVITANOVA POLESINE, nuova CITTA’ da sei Comuni che si fondono. Il Consiglio regionale veneto, con un solo voto di astensione ha dato parere favorevole alla prosecuzione dell'iter di approvazione del disegno di legge della Giunta per l'istituzione del nuovo Comune di CIVITANOVA POLESINE, mediante la fusione dei Comuni di ARQUÀ POLESINE, COSTA DI ROVIGO, FRASSINELLE POLESINE, PINCARA, VILLAMARZANA E VILLANOVA DEL GHEBBO. Il progetto di Legge, che fa seguito alla richiesta fatta con una lettera congiunta dei rispettivi sindaci, prevede che LA SEDE MUNICIPALE SIA AD ARQUÀ POLESINE, mentre si mantengano presso gli altri Comuni alcuni uffici decentrati. Si provvederà altresì a una riorganizzazione degli uffici e dei servizi, utilizzando il personale proveniente dai due comuni, con l'obiettivo di un migliore utilizzo delle risorse umane nel rispetto delle professionalità acquisite. Previsto infine, che il nuovo STATUTO provveda all'istituzione delle MUNICIPALITÀ e dei CONSIGLI DI MUNICIPALITÀ. (da “ROVIGO OGGI” del 26/11/2013)
CIVITANOVA POLESINE, nuova CITTA’ da sei Comuni che si fondono. Il Consiglio regionale veneto, con un solo voto di astensione ha dato parere favorevole alla prosecuzione dell’iter di approvazione del disegno di legge della Giunta per l’istituzione del nuovo Comune di CIVITANOVA POLESINE, mediante la fusione dei Comuni di ARQUÀ POLESINE, COSTA DI ROVIGO, FRASSINELLE POLESINE, PINCARA, VILLAMARZANA E VILLANOVA DEL GHEBBO. Il progetto di Legge, che fa seguito alla richiesta fatta con una lettera congiunta dei rispettivi sindaci, prevede che LA SEDE MUNICIPALE SIA AD ARQUÀ POLESINE, mentre si mantengano presso gli altri Comuni alcuni uffici decentrati. Si provvederà altresì a una riorganizzazione degli uffici e dei servizi, utilizzando il personale proveniente dai due comuni, con l’obiettivo di un migliore utilizzo delle risorse umane nel rispetto delle professionalità acquisite. Previsto infine, che il nuovo STATUTO provveda all’istituzione delle MUNICIPALITÀ e dei CONSIGLI DI MUNICIPALITÀ. (da “ROVIGO OGGI” del 26/11/2013)

   Ebbene, tutto questo rende problematica ed incerta la fusione dei comuni, quando essa si esprime dal basso (amministrazioni comunali “vicine” che si incontrano e decidono una possibile fusione). Altresì capita che si decida solo di mettere assieme dei servizi: questo in particolare sta accadendo (o dovrebbe accadere) “per legge”, cioè i comuni con popolazione compresa tra i 1000 e 5000 abitanti sono obbligati a gestire in forma associata i servizi essenziali.

   Ma tornando a ogni tentativo concreto di “vera” fusione (oltre il metter assieme servizi) trova però DUE PROBLEMATICHE serie DA SUPERARE. LA PRIMA, come detto all’inizio (e che sta accadendo adesso in varie parti d’Italia: in questo post si fanno esempi veneti e del nordest solo per conoscenza diretta di chi scrive, ma accade in tutta Italia) è che molto spesso si creano comitati “contro”, e di per se le persone non vedono di buon occhio il cambiamento, e così LA POPOLAZIONE ATTIVAMENTE PARTECIPE AL REFERENDUM BOCCIA LA PROPOSTA DI FUSIONE. La SECONDA problematica è che si rischia IMPROVVISAZIONE E CONFUSIONE TERRITORIALE: può perfino accadere che alcuni comuni scelgano di mettersi assieme per una momentanea affinità politica di quelle amministrazioni comunali; oppure optando per “chi ci sta” e dovendo ignorare quegli enti comunali che al loro interno non dimostrano un seppur momentaneo approccio favorevole al cambiamento istituzionale.

   Allora vien da chiedersi se è mai possibile che si proceda in questa riorganizzazione così delicata e necessaria in modo casuale, solo “dal basso”, dato dalla sensibilità e buona volontà di amministratori locali più avveduti, più al passo con i tempi; oppure costretti a farlo per mere ragioni di costi pubblici per i servizi insostenibili da soli… Non è auspicabile che, come si sta parlando di superamento delle Province (eliminazione) di creazione di (alcune) aree metropolitane, di proposte di Macroregioni, non si possa pensare anche al superamento- scioglimento di tutti gli 8.100 comuni italiani in realtà più confacenti ai tempi di adesso?

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PER FARE UN ESEMPIO. Il caso VENETO: 70 citta’ al posto degli attuali 581 comuni.

Facciamo un esempio concreto di proposta di sostituzione degli attuali comuni veneti (che sono 581) in 70 CITTA’ uniche istituzionali.

PROPOSTA DI “GEOGRAFICAMENTE”: 70 CITTA’ NEL VENETO AL POSTO DEGLI ATTUALI 581 COMUNI – Con una MEDIA di circa 70.000 ABITANTI PER CITTA’ (ripartizione ripresa dal Piano di Zonizzazione in Distretti della Polizia Urbana fatto nel 2010 dalla Regione Veneto)
PROPOSTA DI “GEOGRAFICAMENTE”: 70 CITTA’ NEL VENETO AL POSTO DEGLI ATTUALI 581 COMUNI – Con una MEDIA di circa 70.000 ABITANTI PER CITTA’ (ripartizione ripresa dal Piano di Zonizzazione in Distretti della Polizia Urbana fatto nel 2010 dalla Regione Veneto)

   Se la popolazione veneta si aggira ora sui circa 4 milioni 936mila abitanti, significa che la media per comune è di 8.496 abitanti. E tra l’altro, in Veneto, su 581 comuni, il 53,87%, cioè 313, sono sotto i 5.000 abitanti. Tanti piccoli comuni senza risorse, frammentati, con autonomia urbanistica che porta (ha portato) a caos territoriale. Incapaci di avere l’autorevolezza politica che invece le medio-grandi città hanno: di “chiedere” finanziamenti su servizi essenziali (sociali, sanitari, della sicurezza personale, della mobilità, dell’istruzione, delle strutture del tempo libero…).

   SOLO SCIOGLIENDO I COMUNI IN REALTA’ CHE LI FACCIANO DIVENTARE VERE CITTA’ (seppur diffuse), fatte di TANTE MUNICIPALITA’ (ma con un UNICO CENTRO POLITICO-ISTITUZIONALE) saranno in grado adesso e nel futuro di garantire un DIRITTO DI CITTADINANZA pari a ciascun abitante a quello che possono offrire città medio-grandi (a volte, è vero, anche queste ultime, per inefficienza e malversazione politica, non riescono a dare qualità di vita). Solo su una SCALA MEDIO-GRANDE il rapporto tra massima efficienza dei servizi da erogare e costi di gestione sostenibili, può essere attuata.

   Il problema prioritario non è però solo quello dei costi: ma è in primis la capacità di un COMUNITA’ URBANA di medie dimensioni (almeno 60 – 70.000 abitanti) di essere in grado di offrire al cittadino SERVIZI ottimi e OPPORTUNITA’ DI VITA (lavoro, studio, socialità…) veri, nuovi, efficienti….. Ma è anche maggiore capacità della CITTA’ di portare avanti recuperi e conservazione architettonica, ripristino del paesaggio, cura del territorio e uso virtuoso delle preziose risorse naturali (l’acqua, la gestione dei rifiuti, il controllo dell’inquinamento atmosferico…).

   Resta il problema dei REFERENDUM che bocciano le fusioni: il problema di come “convincere” gli abitanti a ricollocarsi, senza “muoversi” dalla loro casa, dal loro quartiere, in un altro contesto istituzionale: un comune che diventa città, che si aggrega e “fa squadra” e si “scioglie” con gli altri comuni vicini diventando un tutt’uno.

   I REFERENDUM LOCALI PERTANTO POSSONO AVVENIRE SOLO SE SI È FORTEMENTE ESPLICITATO IL PROGETTO, casa per casa, famiglia per famiglia, cittadino per cittadino, di quello che si intende fare. Ma UN INTERVENTO NORMATIVO consistente ed autorevole deve venire DALLE ISTITUZIONI CENTRALI, ora ben disposte a proporre l’abolizione delle Provincie, l’istituzione di aree metropolitane, e possibili Macroregioni; ma ancora assenti nel proporre vere soluzioni di ripartizione virtuosa nelle fusioni-aggregazioni tra comuni. (sm)

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COMUNI, FUSIONE “FREDDA”: EPPURE I VANTAGGI CI SONO”

di Alessandro Zuin, da “il Corriere del Veneto” del 28/1/2014

– Scettici e campanilisti frenano –

VENEZIA – Poi dicono che i sindaci hanno il polso della situazione sempre aggiornato perché stanno in prima linea e vivono ogni giorno in mezzo alla loro gente. Tutte cose vere, in generale, ma una domenica (quella trascorsa) accade che i sindaci di due paesi vicini – nello specifico, ORMELLE e SAN POLO DI PIAVE in provincia di Treviso – portano fino al REFERENDUM POPOLARE il PROGETTO DI FUSIONE tra i loro due comuni e si prendono nelle urne il 70% abbondante di «NO»: la volontà del popolo è sovrana e la democrazia è salva, anzi, ne esce rafforzata, però lo scorno è notevole. Tanto che il sindaco di San Polo, Vittorio Andreetta, si è fatto prendere dallo sconforto: «È stata una sconfitta politica – ha detto ai microfoni di Rete Veneta – potrei anche pensare di dimettermi».
Il punto è che, come suggerisce un po’ avvilito il collega di Ormelle Andrea Manente, spesso in questi casi «LA GENTE VOTA PIÙ DI PANCIA CHE DI TESTA». Dove, nella definizione psicoanatomica di «pancia», rientrano molti ELEMENTI DI RESISTENZA ALL’INCORPORAZIONE: il campanile innanzi tutto, ma anche il timore irrazionale di perdere qualcosa nel procedimento di fusione, l’apatia dell’elettore medio nell’informarsi sui benefici (veri o presunti) dell’operazione, la diffidenza generalizzata verso qualunque cosa venga proposta dalla politica.

   Eppure, soprattutto per i comuni più piccoli – quelli con meno di 5 mila abitanti – la prospettiva realistica è che questo tipo di processo, prima o poi, verrà reso obbligatorio, per imposizione superiore o per raggiunta impossibilità di erogare i servizi minimi richiesti a un’amministrazione municipale. «Esiste già l’obbligo di legge – ricorda l’assessore regionale agli Enti locali, Roberto Ciambetti, che si è speso con forza su questo versante – di mettere insieme le funzioni. Ma, oltre a questo, io rimango convinto che gli incentivi previsti per chi si fonde siano molto interessanti: il 20% in più di trasferimenti dallo Stato per 10 anni e l’esenzione per 3 anni dai vincoli del Patto di stabilità, non sono sicuramente poca cosa per un Comune. Dopo di che – allarga le braccia Ciambetti – c’è la massima libertà di espressione: i referendum sono fatti apposta per chiedere l’opinione dei cittadini e, nel caso di San Polo e Ormelle, i cittadini hanno detto di no. Altrove, come a Quero e Vas, c’era stato un plebiscito per il sì».
Ciò non toglie che qualche problema ci dev’essere stato, se il 70% e passa dei cittadini dei due paesi trevigiani ha detto di no. Un problema che Simonetta Rubinato, deputata del Pd e sindaco del vicino comune di Roncade, spiega così: «È arrivata una severa lezione a tutti coloro, e sono tanti, che hanno fatto campagna per il sì senza che vi fosse un progetto chiaro sulla fusione dei due comuni. I cittadini rifiutano i salti nel buio. Adesso l’ampio schieramento, costituito da sindaci e amministrazioni comunali, organizzazioni sindacali, Unindustria, e addirittura il presidente della Regione Veneto, Zaia, dovrebbero fare autocritica, anziché sostenere che sono i cittadini a non aver capito bene di che cosa si trattava».
Rimane il fatto che adesso SONO UN PO’ IN APPRENSIONE I SINDACI DEI COMUNI CHE ANDRANNO PROSSIMAMENTE AL REFERENDUM PER LA FUSIONE. Si accalora Marco Serena, primo cittadino leghista di Villorba (Treviso), che sta lavorando al più grosso accorpamento per numero di abitanti degli ultimi decenni in Italia: unendosi alla vicina Povegliano – il referendum è in agenda per il 9 marzo – la futura TERRALTA VENETA metterebbe insieme più di 23mila abitanti. «A chi mi chiede dei benefici – elenca Serena, che ormai ripete queste cifre come un mantra – dico e ripeto che sono enormi: 15,5 milioni di euro in dieci anni, vi sembrano pochi? Abbiamo fatto i conti al centesimo: 7,7 milioni dal 20% dai trasferimenti statali in più, 2,4 milioni dall’esenzione dai vincoli del Patto di stabilità, 300mila euro di contributo regionale, 200mila euro all’anno di risparmi per sempre dai diminuiti costi della politica e 300mila, anche questi per sempre, di risparmi per la razionalizzazione del personale. Quando parlo con le persone e glielo spiego, non trovo uno che davanti a queste cifre sia contrario alla fusione. Il punto è che bisognerebbe trovare il tempo di andare a spiegarlo casa per casa, per vincere le resistenze e i campanilismi. Il problema – incalza Serena – è che la gente è affezionata al nome del suo comune? Ma scusate: quando la signora Maria ha sposato Toni, l’ha fatto per amore e perché aveva un progetto di famiglia, non perché gli piaceva il nome».
Certo, a star dietro alla preferenze della gente si rischia di finire molto lontani dall’obiettivo. Nel POLESINE, per esempio, SEI PICCOLI PAESI STANNO PROVANDO A DARE VITA A UNA NUOVA REALTÀ: CIVITANOVA POLESINE, poco meno di 12mila abitanti a fusione avvenuta, che ne farebbero il quinto comune per popolazione della provincia di Rovigo. Qui il referendum si terrà il 9 febbraio, ma cosa ti succede sul più bello? «Succede – spiega uno dei sindaci promotori del progetto, Antonio Bombonato di Costa di Rovigo – che a Villanova del Ghebbo (uno degli altri cinque comuni coinvolti nel processo di aggregazione, ndr) adesso c’è chi tira in un’altra direzione. La fusione vogliono sempre farla, ma vorrebbero andare con Lendinara… Comunque sia, noi andiamo avanti con il nostro progetto, ormai siamo prossimi al referendum. Qual è la mia sensazione di sindaco? Che quelli pregiudizialmente contrari resteranno contrari, mentre gli indecisi e i timorosi, quando gli spieghi per bene i vantaggi dell’operazione, reagiscono con interesse».
Alle latitudini opposte del Veneto, su nel BELLUNESE dove la diga del Vajont domina sulla valle del Piave, sempre il 9 febbraio voteranno per la fusione gli abitanti di LONGARONE e CASTELLAVAZZO, 5.600 anime in tutto. È una terra travagliata, questa, dove ormai i referendum si fanno quasi d’abitudine con ben altro scopo: andarsene dal Veneto, regione considerata matrigna, per aggregarsi ai vicini territori a statuto speciale. Ci hanno già provato, nell’ordine: l’apripista Lamon e poi Sovramonte verso il Trentino; Cortina d’Ampezzo, Colle Santa Lucia e Pieve di Livinallongo verso l’Alto Adige; Sappada verso il Friuli. A breve sceglierà anche il Comelico, sempre con direzione Alto Adige. Ovunque si sia votato, il sì per il distacco è stato plebiscitario. All’atto pratico, come tutti hanno potuto constatare, finora non si è mosso nessuno: la meno lontana dalla meta, se così si può dire, è Sappada, avvantaggiata dal fatto che per il suo trasloco in Friuli sarebbe sufficiente una legge ordinaria (agli altri servirebbe invece una legge di rango costituzionale). Ma questa è un’altra storia.

   Longarone e Castellavazzo, forse più concretamente, provano a fare un comune dove adesso ce n’erano due: «Le mie sensazioni sono positive, la gente partecipa e mi sembra convinta – si dice ottimista Roberto Padrin, sindaco di Longarone -. Il campanilismo rimane, non lo nego, ma questa fusione per noi è un’opportunità, che porterà benefici ai conti del futuro Comune. Prima o poi lo Stato imporrà ai più piccoli di mettersi insieme: piuttosto che subire ordini dall’alto è meglio giocare d’anticipo».
Un’alternativa di impatto inferiore è l’UNIONE TRA COMUNI: nessuno incorpora, le realtà amministrative e i campanili restano distinti, ma i servizi e gli uffici vengono messi in condivisione. Nel Veneziano, sei Comuni importanti ci stanno pensando seriamente: MARTELLAGO più MIRANO, NOALE, SALZANO, SPINEA e SANTA MARIA DI SALA fanno un bacino di 120mila abitanti. Quasi una realtà di tipo metropolitano. Dove l’aggettivo metropolitano non è usato per caso: se Venezia sarà Città (metropolitana), il suo entroterra si organizza di conseguenza. (Alessandro Zuin)

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PIU’ IL COMUNE E’ PICCOLO, PIU’ SALE IL COSTO DELLA POLITICA

di SABRINA IOMMI, 17/1/2014, da www.lavoce.info/

– Sono in molti a sostenere che i costi della politica a livello centrale sono nettamente superiori rispetto al livello locale. Ma non è così se si confronta la spesa per il funzionamento degli organi istituzionali con il relativo potere decisionale. Problemi di efficacia nei comuni molto piccoli. –

I COSTI DELLA POLITICA LOCALE

In una fase di forte impopolarità del ceto politico, sono molte le analisi che mirano a sottolineare come la politica centrale sia molto più costosa di quella locale. Ciò è vero se ragioniamo in termini di SPESA PER SINGOLO AMMINISTRATORE, o anche in termini di contributo al costo complessivo della politica dei diversi livelli di governo (centrale, regionale, provinciale, comunale). Ma non lo è, invece, se assumiamo un’ottica COSTI-BENEFICI, se cioè confrontiamo la spesa per il funzionamento degli organi istituzionali con il relativo potere decisionale.
L’accezione dei costi della politica adottata in questo articolo si riferisce alla spesa dichiarata dai comuni nei CERTIFICATI DEI CONTI CONSUNTIVI DI BILANCIO (Cccb) per il funzionamento degli organi istituzionali. La voce comprende sia le INDENNITÀ e i GETTONI DI PRESENZA corrisposti ai componenti degli organi elettivi e di governo (consigli e giunte), sia le spese per i RIMBORSI DELLE TRASFERTE E I SERVIZI DI SUPPORTO (segreterie, addetti stampa, consulenze, apertura delle sedi, invio delle comunicazioni, eccetera).
Secondo quanto riportato nei Cccb del 2010, I COMUNI ITALIANI HANNO SPESO COMPLESSIVAMENTE 1,7 MILIARDI PER IL FUNZIONAMENTO DEGLI ORGANI ISTITUZIONALI, di cui 600 MILIONI DI INDENNITÀ E GETTONI DI PRESENZA E POCO PIÙ DI 1 MILIARDO DI RIMBORSI SPESE E SERVIZI DI SUPPORTO. (1)
E LA SPESA PER AMMINISTRATORE CRESCE AL CRESCERE DELLA DIMENSIONE DELL’ENTE. Ciò avviene perché entrambe le componenti dei costi della politica sono legate positivamente alla taglia demografica: le indennità sono definite dalla legge in questo modo, al fine di tener conto della maggiore complessità associata alle dimensioni più grandi e lo stesso avviene per le spese accessorie, ovvero rimborsi spese e servizi di supporto. In più, la seconda componente di spesa aumenta decisamente la sua importanza al crescere della dimensione dell’ente.
L’INCIDENZA DELLA SPESA PER GLI ORGANI ISTITUZIONALI SULLE RISORSE COMPLESSIVAMENTE DISPONIBILI (totale spesa corrente) mostra invece un ANDAMENTO A “U”, raggiungendo valori elevati in corrispondenza degli enti di dimensioni molto ridotte, toccando il minimo nella classe tra 15mila e 30mila abitanti per poi tornare a crescere in corrispondenza delle dimensioni maggiori. Lo stesso andamento si riscontra per la spesa per abitante.
I dati evidenziano, dunque, la presenza di COSTI DA ECCESSO DI FRAMMENTAZIONE NEI COMUNI FINO A 15MILA ABITANTI e di costi da maggiore complessità per quelli superiori ai 30mila abitanti. Emerge poi un DIVARIO TRA I COMUNI DEL CENTRO-NORD E QUELLI DEL CENTRO-SUD (Lazio e Regioni meridionali), dove i secondi tendono ad avere una spesa per abitante più elevata, specialmente in corrispondenza delle maggiori città, da cui si ricava che le città del Sud gestiscono in modo meno efficiente la funzione di rappresentanza democratica.
Le informazioni ricavabili dai Cccb suggeriscono, quindi, la presenza di spazi per il recupero di efficienza sia in termini generali (divario Nord-Sud) sia nello specifico delle piccole dimensioni.

IL CONFRONTO TRA COSTI E BENEFICI

Secondo un recente rapporto curato dalla Uil, il COSTO DI FUNZIONAMENTO DEGLI ORGANI ISTITUZIONALI ammonta complessivamente a 6,1 MILIARDI NEL 2013, di cui il 49 per cento assorbito dagli organi centrali, il 16 per cento dalle Regioni, il 6 per cento dalle province e il 28 per cento dai comuni. (2)

   Mettendo a confronto tali importi con la spesa pubblica di competenza si ottiene che ogni miliardo di euro di costi della politica “muove” 150 miliardi di spesa pubblica complessiva a scala nazionale, 185 a scala regionale, 30 a scala provinciale e 45 a scala comunale (spesa pubblica per livello di fonte Istat). Il potere decisionale del livello di governo comunale appare dunque piuttosto limitato, anche se maggiore di quello del livello provinciale.
APPROFONDIAMO IL CASO DEI COMUNI.

IL POTERE DECISIONALE DEGLI AMMINISTRATORI DEI COMUNI MOLTO PICCOLI, misurato prendendo in considerazione le risorse disponibili al netto dei costi di funzionamento dell’ente (ovvero spesa corrente al netto della spesa per funzioni generali e dei costi della politica), È ESTREMAMENTE RIDOTTO, per cui sono di fatto nella condizione di NON POTER PRENDERE DECISIONI SIGNIFICATIVE per il benessere della comunità di riferimento.

   NEI COMUNI ESTREMAMENTE PICCOLI, laddove spesso gli amministratori rinunciano anche a parte delle loro indennità e svolgono nei fatti un’azione di volontariato a favore dei loro concittadini, le risorse finanziarie disponibili sono talmente ridotte da determinare IL PEGGIOR RAPPORTO TRA COSTI DELLA POLITICA E POTERE DECISIONALE. In sintesi, gli amministratori dei piccoli comuni costano molto poco, ma decidono anche molto poco per le loro comunità.
Un argomento molto utilizzato a difesa degli enti locali di piccole dimensioni è quello della TUTELA DELLA PARTECIPAZIONE DEI CITTADINI, ovvero del livello di democrazia della società. È tuttavia evidente che la dimensione del governo locale è soggetta a dei trade-off, non solo in relazione a questioni di efficienza economica e di efficacia dell’azione pubblica, ma anche in merito al funzionamento stesso della democrazia. (3)
I dati evidenziano che, SE ESISTE UN DEFICIT DI DEMOCRAZIA DEL GOVERNO LOCALE, RIGUARDA LE CITTÀ PIÙ CHE I PICCOLI COMUNI, le quali uniscono una maggiore eterogeneità sociale a un numero decisamente più elevato di persone rappresentate da ciascun amministratore.

UN PROBLEMA DI EFFICIENZA ED EFFICACIA

In conclusione, se il problema a livello del governo centrale e dei governi regionali è quello dell’eccessivo costo per amministratore (Perotti, I costi della politica), SU SCALA LOCALE LA MAGGIORE CRITICITÀ STA NEL RAPPORTO TRA I COSTI SOSTENUTI E I BENEFICI OTTENUTI. La presenza di un sistema molto frammentato pone il PROBLEMA DELLA DIMENSIONE MINIMA ADEGUATA per lo svolgimento di funzioni in grado di incidere sul benessere delle comunità di riferimento.
Fatta eccezioni per le maggiori città, per le quali i dati evidenziano un forte divario Nord-Sud, e dunque la presenza di margini per il recupero di efficienza (ovvero la stessa funzione può essere svolta con minori risorse), IL PROBLEMA DEI COMUNI PIÙ PICCOLI (ALMENO FINO A 15MILA ABITANTI) È QUELLO DI RECUPERARE EFFICACIA, OVVERO DI UTILIZZARE MEGLIO LE RISORSE DISPONIBILI E CIÒ È POSSIBILE SOLO RIDUCENDO LA FRAMMENTAZIONE. (SABRINA IOMMI, 17/1/2014, da www.lavoce.info/ )

I dati provengono dai Cccb al 2010 di 7.716 comuni sul totale di 8.092. Per tutti i comuni è disponibile il dato relativo alla spesa corrente per “organi istituzionali, partecipazione e decentramento”, mentre per poco più di un terzo (2.662) è disponibile anche il dato relativo alla componente “indennità”. I dati mancanti sono stati stimati con una funzione che fa dipendere l’indennità degli organi istituzionali dalla dimensione demografica dell’ente e dal ruolo di capoluogo di provincia, con un correttivo per gli enti molto piccoli (<5mila abitanti). Più precisamente IND = β0 + β1 pop 2010 + β2 capoluogo + β3 piccoli. Si ottiene un R2 pari all’87%.
(2) Uil (2013), I costi della politica
(3) Iommi S. (2013 a), “Dimensioni dei governi locali, offerta di servizi pubblici e benessere dei cittadini”, Irpet, Firenze

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COMUNI DA RIORGANIZZARE: UNO STUDIO SULLA TOSCANA

QUANTO CI COSTA LA FRAMMENTAZIONE DEI CAMPANILI

di SABRINA IOMMI, da LA VOCE.INFO (DA http://www.lavoce.info/ ) del 20/1/2014

– L’Italia ha più di 8000 comuni, con un numero di abitanti che varia dalle poche decine delle comunità alpine ai 2,6 milioni di Roma. È un assetto che non riflette più lo sviluppo socio-economico territoriale. Un esercizio di riorganizzazione in Toscana e la stima dei possibili risparmi. –

UN SISTEMA INADEGUATO

Nel dibattito sulle riforme strutturali di cui il paese avrebbe grande bisogno e che invece sembra non riuscire ad affrontare, uno dei temi più ricorrenti è la revisione degli assetti istituzionali, che coinvolga città metropolitane, province e piccoli comuni. In questo articolo si vuole evidenziare come l’accorpamento dei comuni consentirebbe di ottenere risparmi di spesa significativi e di rendere più coerente la struttura amministrativa con i fenomeni socio-economici da governare. (1)
IL TERRITORIO NAZIONALE È SUDDIVISO IN OLTRE 8MILA COMUNI, LE CUI DIMENSIONI VARIANO DALLE POCHE DECINE DI ABITANTI DI ALCUNI ENTI ALPINI AGLI OLTRE 2,6 MILIONI DI ROMA.
Il tema dell’adeguatezza degli enti alle funzioni di loro competenza, per dimensione demografica e dotazione di risorse umane e finanziarie, non è certamente nuovo ed è stato più volte oggetto di provvedimenti normativi, benché finora con scarsi risultati.

   I DUE PUNTI DEBOLI PRINCIPALI vengono generalmente individuati ai due estremi della scala dimensionale: NEL CASO DEGLI ENTI PIÙ PICCOLI, per i quali le diseconomie di scala e l’inadeguatezza delle risorse finanziarie e umane sono evidenti; e PER LE AREE METROPOLITANE, laddove più che un problema di scala, esiste un problema di frammentazione del processo decisionale di sistemi socio-economici territorialmente più vasti, il cui funzionamento è in grado di influenzare l’andamento economico nazionale.
L’argomento che di solito viene utilizzato a difesa della maglia comunale esistente è quello del mantenimento dell’IDENTITÀ STORICA delle popolazioni locali. A parere di chi scrive, tuttavia, si tratta di un argomento debole, perché anche le identità territoriali mutano nel tempo, di pari passo con l’evoluzione dei sistemi insediativi, delle modalità della produzione e della tecnologia di comunicazione e trasporto.

   Buona parte delle divisioni amministrative storiche, proprio perché derivanti da un passato talvolta molto lontano, non hanno più senso ai fini dell’organizzazione dei servizi di uso quotidiano, in quanto non sono più coerenti con lo sviluppo socio-economico territoriale, con i bacini in cui la popolazione reale compie le scelte di localizzazione residenziale e di svolgimento delle attività di produzione e consumo.

   La riorganizzazione del livello più basso del governo locale, che passa essenzialmente dalla riduzione del numero di enti e dalla ricostruzione della coerenza tra dimensione dell’ente e estensione dell’oggetto da governare, avrebbe dunque il vantaggio di realizzare una “vera” spending review, che non vuol dire solo taglio dei costi, ma soprattutto AUMENTO DELL’EFFICACIA DELLE RISORSE UTILIZZATE.

IL CASO TOSCANO

È evidenza empirica non confutabile che l’eccesso di frammentazione amministrativa rispetto ai fenomeni socio-economici da governare impone alla collettività costi evitabili, che si riflettono in una riduzione dei livelli di benessere presenti e futuri.
Una recente ricerca condotta sulla Toscana, Regione che non è tra quelle con i più alti livelli di frammentazione, ha concettualizzato DUE TIPI DI COSTI EVITABILI, definiti costi ESPLICITI e IMPLICITI. (2)
I costi ESPLICITI sono dati sostanzialmente dai COSTI FISSI DI FUNZIONAMENTO degli enti nella loro parte di amministrazione generale e di rappresentanza politica e sono quantificabili in modo relativamente facile. Una semplice rappresentazione della spesa pro-capite dei comuni per funzioni e classe dimensionale evidenzia il mancato sfruttamento di economie di scala per i costi di funzionamento degli enti sottodimensionati

   I costi IMPLICITI sono più difficili da misurare, ma sicuramente più importanti per il futuro delle collettività locali. Rappresentano una sorta di COSTO OPPORTUNITÀ DELLA POLVERIZZAZIONE ISTITUZIONALE, cioè quelle OCCASIONI DI MIGLIORAMENTO DEI SERVIZI PUBBLICI locali e di sviluppo socio-economico CUI SI RINUNCIA non adeguando l’assetto istituzionale alle esigenze delle comunità locali moderne. Come loro proxy si possono utilizzare la scarsa disponibilità di competenze e i ridotti margini di decisione politica di cui dispongono i comuni sottodimensionati, come pure la duplicazione di funzioni di base che caratterizza le aree metropolitane frammentate in molti enti diversi.

UNA RIDUZIONE POTENZIALE DEL 20% DEI COSTI FISSI DI FUNZIONAMENTO

Dall’osservazione delle evidenze empiriche si passa quindi a un esercizio di simulazione, che riorganizza la maglia comunale in modo da renderla più coerente con i confini reali dei sistemi socio-economici locali. In particolare, i comuni esistenti vengono accorpati secondo due maglie territoriali alternative, quella dei SISTEMI LOCALI DEL LAVORO (Sll) e quella delle ZONE SOCIO-SANITARIE (Zss), che pur nella loro diversità hanno in comune il fatto di raggruppare gli enti locali secondo un criterio che approssima sufficientemente il funzionamento reale di una comunità. LA PRIMA si basa sui bacini del PENDOLARISMO QUOTIDIANO, LA SECONDA sulle aree di PROGRAMMAZIONE dei SERVIZI SOCIO-ASSISTENZIALI locali.
L’obiettivo della simulazione è di quantificare il risparmio che il nuovo assetto consentirebbe in termini di costi di funzionamento espliciti del governo locale, divisi nelle due componenti di costi della burocrazia (sostanzialmente il costo del personale addetto alle funzioni di amministrazione generale) e di costi della politica (vale a dire la somma delle indennità degli amministratori locali e della spesa per i servizi di supporto agli stessi). I risultati dell’esercizio sono riportati nella tabella 3.

   Le stime fatte sulla Toscana indicano un risparmio potenziale pari al 20 per cento di quanto speso nel 2010 per il funzionamento degli enti, derivante principalmente da un risparmio sui costi della burocrazia.  Ciò perché i costi della politica a scala locale hanno un peso molto contenuto, anche se l’esercizio di accorpamento proposto arriva comunque a dimezzarli. Se poi la crescita dimensionale dei comuni dovesse rendere definitivamente superfluo il ruolo delle province, come è ragionevole ipotizzare, il risparmio potrebbe aumentare di 171 milioni di euro (146 milioni di amministrazione generale e 25 di costi della politica).
SU SCALA NAZIONALE, secondo un calcolo molto grossolano, si può ipotizzare UN RISPARMIO POTENZIALE DI CIRCA 5,7 MILIARDI DI EURO, di cui 3,3 dai costi fissi di funzionamento dei comuni e 2,4 da quelli delle province, che corrispondono a circa 100 euro per cittadino all’anno.
In entrambi casi, il risparmio potenziale si riferisce SOLO AI COSTI ESPLICITI di funzionamento e non comprende dunque I VANTAGGI OTTENIBILI SUL LATO DEI COSTI IMPLICITI, a cominciare dal miglioramento delle capacità di governo e dall’accrescimento del potere decisionale. (SABRINA IOMMI)

(1) L’accorpamento qui proposto va oltre la soluzione dell’unione presente ad esempio nel disegno di legge Del Rio (Ddl1542/2013).
(2) Si veda Iommi S. (2013 a), “Dimensioni dei governi locali, offerta di servizi pubblici e benessere dei cittadini”, Irpet, Firenze; e Iommi S. (2013 b), “Governo locale e benessere dei cittadini: i costi evitabili della frammentazione”, in Istituzioni del Federalismo, 2, pp.617-642. In Toscana i comuni con popolazione fino a 10mila abitanti rappresentano il 70 per cento del totale contro l’85 per cento a livello nazionale e percentuali intorno al 90 per cento in Piemonte e Lombardia.

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IPOTESI DI SOPRAVVIVENZA DEI PICCOLI COMUNI MONTANI

Intervento su “Geograficamente” il 26/1/2014 di FRANCESCO CRIVELLI, sindaco di Sant’Eufemia a Maiella (Pescara)

SANT'EUFEMIA A MAIELLA (PESCARA)
SANT’EUFEMIA A MAIELLA (PESCARA)

   Mi chiamo Francesco Crivelli, Sindaco di un piccolo comune (300 abitanti) dell’entroterra Abruzzese.     Durante l’università ed anche successivamente mi sono occupato (ed appassionato) alle tematiche dello sviluppo locale ed oggi questa passione mi stimola più che mai.
Vorrei offrire il mio contributo con delle osservazioni maturate dal punto di vista di chi vive quotidianamente le difficoltà dei piccoli comuni, con particolare riferimento alla questione dei PICCOLI COMUNI NELLE AREE MONTANE.

   Nell’individuazione delle soluzioni connesse ad incrementare il RAPPORTO TRA LA QUALITÀ DEI SERVIZI E RISPARMIO ECONOMICO, ritengo debba assumere necessariamente maggior peso la considerazione di DUE ELEMENTI quali; la QUESTIONE DELLA RAPPRESENTANZA ISTITUZIONALE e la DISTRIBUZIONE DEI SERVIZI SULLA BASE DELLE VARIABILI OROGRAFICHE E QUINDI DELLA MOBILITÀ. Questi due aspetti, apparentemente distanti fra di loro, sono fortemente interconnessi e rappresentano gli elementi cruciali su cui fondare qualunque teoria aggregativa dei piccoli comuni nelle aree montane.
Troppo spesso, si assiste al tentativo di giustificare le scelte di nuovi modelli di assetto territoriale, rifugiandosi nella certezza dei calcoli matematici che sanciscono i risparmi di spesa, e per coerenza non mi sottraggo a questa forma di espressione delle mie idee.
L’approccio si fonda sulla considerazione congiunta del pessimismo malthusiano e sull’assioma filosofico dell’egoismo umano che, traslato sul diagramma che vede sull’asse delle ordinate la dimensione degli aggregati territoriali pesati con la distanza dal centro più popoloso e sull’asse delle ascisse l’espressione del consenso politico, da vita ad UNA FUNZIONE TENDENTE A VEDERE I CENTRI PIÙ POPOLATI COME QUELLI DESTINATARI DI MAGGIORE ATTENZIONE nelle scelte amministrative A SVANTAGGIO DEI CENTRI PIÙ MARGINALI.

   Tale atteggiamento sarà tanto più spinto quanto più i territori marginali saranno caratterizzati da un BASSO INDICE DI ACCESSIBILITÀ, quasi sempre correlato a condizioni orografiche sfavorevoli e pertanto più’ costosi da raggiungere.

   La soluzione va quindi individuata in una riforma tale da garantire alle realtà marginali un grado di rappresentatività istituzionale all’interno degli organi di governo locale, paradossalmente tanto maggiore quanto più elevato e’ il grado di marginalità. In tal modo potrà essere centrato l’obiettivo dell’equità sociale e dell’efficenza dei servizi erogati.

   Quanto detto potrebbe apparire a primo impatto estremamente teorico ma in realtà gli strumenti per affrontare questi argomenti sono molto più vicini di quando ci si possa immaginare; basti pensare a metodi elettivi circoscritti, alla destinazione di risorse vincolate, alle maggioranze qualificate, al voto favorevole vincolato.

   Credo che se s’intende seriamente affrontare il dibattito sui piccoli comuni montani, il piano della discussione debba trasferirsi sulle forme di governo dei nuovi assetti amministrativi e sui metodi di erogazione dei servizi, affinché TUTTI I CITTADINI DELLE AREE MONTANE, anche quelle più remote, ABBIANO PARI TRATTAMENTO E PARALLELAMENTE NON SIANO INDOTTI AD ABBANDONARE I PAESI, anzi, i paesi stessi possano diventare attrattori di nuovi insediamenti, offrendo alle aree più popolate la possibilità di salvarsi dal soffocamento (ovviamente per quest’opera di soccorso le aree interne dovrebbero essere giustamente remunerate, ma questo e’ un’altro discorso…).
Credo che l’affermazione di queste considerazioni nei contesti decisionali sovralocali, debba essere la principale missione degli amministratori dei piccoli comuni e di chi ne viene proclamato (ed a volte anche autoproclamato) “portatore d’interessi del territorio”.
Il vero passaggio culturale per giungere a riforme praticabili e’ quello di prendere coscienza delle debolezze della politica e dotarsi di metodi e strumenti in grado di contemplarli e ridurne quanto più possibile gli effetti. (Francesco Crivelli)

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VENETO

FUSIONI DEI COMUNI A RISCHIO

MOZIONE TRASVERSALE IN CONSIGLIO

Da VENEZIE POST (http://www.veneziepost.it/ ) del 30/1/2014

   Un progetto di legge per rivedere e correggere la legge regionale 18 del 2012 sul riordino territoriale.

   Lo hanno presentato oggi i consiglieri regionali Diego Bottacin (primo firmatario), Sandro Sandri, Giuseppe Bortolussi e Gennaro Marotta. Il progetto di legge prevede termini perentori, BACINI DI 100 MILA ABITANTI e individua le funzioni fondamentali che i Comuni devono esercitare in forma associata.

   «In questo modo, – precisa in una nota Bottacin – l’identità dei municipi rimane intatta, ma viene percorsa la strada dell’ottimizzazione e dell’efficienza nella gestione di funzioni e servizi. Dobbiamo velocemente e con la massima urgenza lasciar stare ogni ragionamento identitario, ma andare avanti sulla gestione associata dei servizi fondamentali tra i comuni, come ha ricordato recentemente Mario Pozza, presidente di Confartigianato Marca Trevigiana, che ha redatto sull’argomento uno studio approfondito».

   Con Bottacin, anche Bortolussi, Sandri e Marotta chiedono di affrontare la questione con celerità, «PRIMA CHE I REFERENDUM SEPPELLISCANO OGNI VOLONTÀ DI ACCORPARE le funzioni fondamentali e rendere più efficienti le amministrazioni locali».

   Inoltre, chiedono al presidente della I Commissione consiliare, Costantino Toniolo, di dare via prioritaria al progetto, come unica risposta concreta e possibile oggi, rispetto al rischio di tornare indietro di 15 anni seguendo il miraggio delle microfusioni».
L’allarme, ricordano i consiglieri, è scattato domenica sera, dopo IL REFERENDUM DI ORMELLE E SAN POLO DI PIAVE, CHE HA SONORAMENTE BOCCIATO LA PROPOSTA DI FUSIONE TRA I DUE COMUNI. «Ho paura che quel referendum diventi la pietra tombale di ogni riforma – conclude Bottacin – e sono preoccupatissimo sull’effetto rinculo. E’ facile prevedere che il caso di Liapiave sia solo la prima di una serie di bocciature».
Il progetto di legge agisce sull’articolo 8 della legge regionale n. 18/2012: obbliga la Giunta a predisporre un piano di riordino territoriale che definisce la dimensione ottimale per l’esercizio associato delle funzioni dei servizi da parte dei comuni; obbliga i Comuni a formulare entro 60 giorni, le proposte di forme e modalità di gestione associata delle funzioni; individua una dimensione tendenziale degli ambiti ai 100 mila abitanti e riferiti ai Distretti Socio Sanitari; individua le funzioni fondamentali che saranno esercitate in forma associata; prevede un iter celere di approvazione del piano di riordino e obbliga i Comuni a costituire le forme associative entro 90 giorni dall’approvazione del piano.

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PROGETTO TERRALTA VENETA, CRESCONO I DUBBI

di Federico Cipolla, da “la Tribuna di Treviso” del 28/1/2014

   A parte i cittadini di Ormelle e San Polo, c’erano altre 23 mila persone che attendevano domenica con trepidazione i risultati del referendum. Sono i cittadini di Villorba e Povegliano, che il 9 marzo saranno chiamati all’urne per decidere se diventare residenti di Terralta Veneta.

   Ma, soprattutto, i rispettivi sindaci Marco Serena e Sergio Zappalorto, e il Comitato del No, guardavano a quelle urne con speranze opposte. Una doccia fredda per i due primi cittadini.

   «Secondo me ogni processo di fusione ha una storia propria, quindi non si può generalizzare», mette le mani avanti Serena, «ma un risultato così netto certamente non me l’attendevo. Tutto questo ci dice che dobbiamo lavorare di più, e che il messaggio va portato capillarmente alle famiglie. Cos’hanno sbagliato a San Polo e Ormelle? Faccio fatica a dare un parere. Certo è che non si è riusciti a fare capire alle persone quali sarebbero il futuro dei servizi e i vantaggi economici. In dieci anni per noi significa una cosa come 15,5 milioni di euro. Soldi che se non vengono dalla fusione bisognerà prendere ai cittadini tramite il prelievo fiscale».

   Chi esulta è invece il COMITATO DEL NO A TERRALTA VENETA, che spera che la stessa voglia di conservare lo status quo di San Polo e Ormelle alberghi anche a Villorba e Povegliano. «Siamo stati invitati dal comitato del no di Ormelle e abbiamo visto quanti erano. È un segnale importante”, spiega Gianfranco Perali, presidente di “No a Terralta Veneta”, «perché lì le cose sono state fatte malamente come qui. A cominciare dallo studio di fattibilità che è molto simile».

   Ma per Perali non è stata una grande sorpresa, qusto risultato: «Se si vanno ad analizzare quali referendum hanno avuto successo e quali no, il dato che emerge è che finiscono bene solo dove le amministrazioni, prima di proporre la fusione, sono passate attraverso l’unione dei Comuni e le convenzioni dei servizi, anche per periodi lunghi. Qui continuano a parlare dei benefici economici che deriverebbero dalla fusione, senza dire che ci sarebbero anche con la semplice unione».

   Nei prossimi giorni inizierà il vero scontro tra il sì e il no. Ci saranno almeno due incontri pubblici, e per il 4 marzo si potrebbe anche assistere a un dibattito l’uno contro l’altro. Le due amministrazioni comunali invieranno casa per casa un nuovo opuscolo con altri dettagli sulla fusione, mentre il comitato “No a Terralta Veneta” risponderà con gazebo e incontri anche con singole famiglie.

   Il Comitato del Sì si è presentato solo sabato, e può contare su molti appoggi illustri, dall’ex sindaco di Treviso Gian Paolo Gobbo, a imprenditori come Angelo Ramonda. Ma da convincere resta la società civile. Come Ormelle e San Polo insegnano. (Federico Cipolla)

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POLESINE: RISORSE AGGIUNTIVE DA ACCORPAMENTO PICCOLI COMUNI

da http://www.nordesteuropa.it/ del 13/6/2013

   Accorpare i piccoli comuni di provincia per risparmiare sulle spese e avere meno vincoli sul Patto di Stabilità. Dopo l’incontro di ieri sera con il dirigente regionale Enti locali Maurizio Gasparini e l’assessore Isi Coppola, il consigliere polesano Cristiano Corazzari lancia questa proposta a tre minucipi rodigini. «La realtà dei dati – afferma – dice che attuando fin da subito la fusione dei Comuni di Ceneselli, Calto e Castelmassa si risparmierebbero 600mila euro l’anno di risorse pubbliche. Il nuovo ente potrebbe poi fruire di ulteriori 320mila euro di trasferimenti aggiuntivi dallo Stato oltre a quelli regionali e all’esenzione per 3 anni dal Patto di Stabilità. Un’opportunità da non perdere, prima che la fusione venga imposta da Roma senza alcun vantaggio per i nostri enti locali, che con quasi un milione di euro annui di risparmi potrebbero migliorare i servizi ai cittadini e garantirne di nuovi». L’attuazione fin da subito del progetto di Comune unico, porterebbe insomma nelle casse del nuovo municipio un milione in più all’anno. Una cifra degna d’attenzione in tempi di vacche magre.

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CIVITANOVA POLESINE, nuova CITTA’ da sei Comuni che si fondono. Il Consiglio regionale veneto, con un solo voto di astensione ha dato parere favorevole alla prosecuzione dell’iter di approvazione del disegno di legge della Giunta per l’istituzione del nuovo Comune di CIVITANOVA POLESINE, mediante la fusione dei Comuni di ARQUÀ POLESINE, COSTA DI ROVIGO, FRASSINELLE POLESINE, PINCARA, VILLAMARZANA E VILLANOVA DEL GHEBBO. Il progetto di Legge, che fa seguito alla richiesta fatta con una lettera congiunta dei rispettivi sindaci, prevede che LA SEDE MUNICIPALE SIA AD ARQUÀ POLESINE, mentre si mantengano presso gli altri Comuni alcuni uffici decentrati. Si provvederà altresì a una riorganizzazione degli uffici e dei servizi, utilizzando il personale proveniente dai due comuni, con l’obiettivo di un migliore utilizzo delle risorse umane nel rispetto delle professionalità acquisite. Previsto infine, che il nuovo STATUTO provveda all’istituzione delle MUNICIPALITÀ e dei CONSIGLI DI MUNICIPALITÀ. (da “ROVIGO OGGI” del 26/11/2013)civitanova-polesine-2

VI SPIEGO COME ESPLODERÀ IL DEBITO DEI COMUNI

di Michele Pierri da http://www.formiche.net/ , 15/10/2013

– La bolla del debito dei municipi italiani è destinata prima o poi a scoppiare, come spiega in una conversazione con Formiche.net BERNARDO BORTOLOTTI, professore associato di Economia presso l’Università di Torino, direttore del Sovereign Investment Lab presso il Centro Paolo Baffi sulle Banche Centrali e sulla Regolamentazione Finanziaria, Università Bocconi e co-autore del libro “Comuni S.p.A. – Il capitalismo municipale in Italia”, edito dal Mulino. Una conversazione a latere della Legge di stabilità fra tagli a Regioni ed enti locali e nuove tasse municipali… –

   Nelle pieghe dell’enorme debito pubblico italiano è nascosto un pericolo insidioso e finora poco considerato: IL FARDELLO DEGLI ENTI PUBBLICI, che attraverso le società municipalizzate hanno accumulato un altissimo numero di perdite non considerate nei bilanci degli enti.

   Le prime, serie avvisaglie di questo allarme sono testimoniate da una recentissima SENTENZA DELLA CORTE DEI DIRITTI DELL’UOMO DI STRASBURGO, che ha stabilito come LO STATO ITALIANO DEBBA GARANTIRE I PAGAMENTI DEI DEBITI A CARICO DEI COMUNI IN DISSESTO, che a causa delle loro difficoltà finanziarie non riescono a liquidare quanto dovuto, ma anche dalla continua richiesta di sostegno di Palazzo Chigi da parte dei grandi comuni, Roma, Milano e Napoli in testa.

   Una bolla destinata prima o poi a scoppiare, come spiega in una conversazione con Formiche.net BERNARDO BORTOLOTTI, professore associato di Economia presso l’Università di Torino, direttore del Sovereign Investment Lab presso il Centro Paolo Baffi sulle Banche Centrali e sulla Regolamentazione Finanziaria, Università Bocconi e co-autore del libro “Comuni S.p.A. – Il capitalismo municipale in Italia”, edito dal Mulino.

PROFESSORE, COME CONSIDERA L’INDEBITAMENTO DEGLI ENTI LOCALI ITALIANI?
È senza dubbio uno dei più seri problemi del nostro Paese. Una vera e propria bomba ad orologeria che va disinnescata quanto prima. Un’emergenza assoluta che parte dai comuni e dalle regioni.

COME MAI?
Una grossa responsabilità è da attribuire al famoso CAPITALISMO MUNICIPALE – la proprietà di aziende da parte di enti locali, soprattutto comuni – che è stato troppo spesso il meccanismo con cui le amministrazioni locali hanno occultato squilibri di bilancio. La trasformazione di uffici e funzioni in “aziende” e società per azioni ha consentito di non contabilizzare le loro perdite nel bilancio comunale, e quindi nel “famigerato” Patto di stabilità interno. Una legge del 2008 imponeva questo consolidamento ma non mi risulta ancora applicata nella redazione dei bilanci 2013. Sullo sfondo quindi c’è già una situazione di dissesto di molti comuni. E a un equilibrio così precario noi dobbiamo aggiungere questo carico di debito nascosto, surrettiziamente fuori bilancio.

PERCHÉ LA LEGGE DI CUI PARLA NON È ANCORA APPLICATA?
Credo a causa di una sentenza della Corte di Cassazione che l’ha giudicata incostituzionale perché di competenza legislativa concorrente, e quindi non statale. Il che, malgrado l’inoppugnabile correttezza giuridica, mi sembra senza senso da punto di vista economico, viste le ricadute di questi debiti locali sulla sostenibiltà del bilancio dello Stato.

È REALE IL RISCHIO DI UN DEFAULT?
Non mi piacciono i gufi e le Cassandre. Prima di paventare un fallimento diamo una chance a CARLO COTTARELLI, il nuovo commissario per la spending review. Ci aspettiamo sangue sudore e lacrime, e mi auguro che trovi il modo di incidere a livello locale non solo “tagliando”, ma recuperando informazione a livello di bilancio, leggendo tra le pieghe. Ci sono, mi passi il gioco di parole, aziende inutili e aziende in utile. E quelle inutili non sono poche, perché in passato e purtroppo tutt’ora molte municipalizzate non sono aziende sane. E bisognerà porvi rimedio prima che si materializzino quegli ulteriori debiti che ci porterebbero davvero un passo verso il default, ovvero un ulteriore downgrading del nostro debito pubblico.

DI CHI È LA COLPA DI QUESTA SITUAZIONE?
Non voglio attribuire colpe dirette, ammesso che ce ne siano, ma qualcuno dovrà prima o poi spiegare alla politica cosa significa gestire i servizi pubblici locali con criteri di efficienza e di economicità.

QUALCHE ESEMPIO?
Il referendum sull’acqua è emblematico e paradossale. Strumentalizzando il tema dell’acqua come bene pubblico puro, abbiamo bloccato qualunque tentativo di riforma dei servizi idrici in un Paese in cui c’è forse il più largo consumo al mondo di acqua minerale. Con il risultato che abbiamo un servizio idrico costoso e inefficiente, in alcune aree paragonabile a quello di paesi in via di sviluppo. E ora a causa dell’incertezza delle regole non riusciamo a far affluire investimenti negli acquedotti, ormai ridotti a un colabrodo…

COSA È ACCADUTO IN QUESTI ANNI?
Da una prospettiva più ampia, quello che notiamo negli ultimi vent’anni è che c’è stato un arretramento della proprietà statale con operazioni anche di successo. Non c’è stata solo Telecom. Ma mentre lo Stato centrale vendeva e dismetteva, gli enti locali acquistavano. È stato un gioco a somma zero che non ha portato benefici, anzi, ha moltiplicato le inefficienze, perché gli enti locali non sono più efficienti dello stato. Nel frattempo abbiamo inserito la riforma del Titolo V, attribuendo competenze ma scarsi vincoli di bilancio. Per mettere ordine bisogna partire dalla considerazione che questo federalismo è tutto da rifare.

QUALI SOLUZIONI IMMAGINA?
C’è bisogno di un’azione su più livelli. In primo luogo bisogno evitare l’eccessiva frammentazione e favorire l’aggregazione fra le aziende. Bisogna iniziare un percorso in cui si possano valorizzare quelle che vanno meglio, come le UTILITIES DELL’ENERGIA, ma che necessitano di essere riorganizzate e messe sul mercato, perché appetibili. Lavorano in comparti regolati e con redditività certa. E poi bisogna rilanciare gli investimenti con business model solidi, ancorati su forti economie di scala. Dall’altro lato, invece, ci sono alcune attività che non riescono a stare in piedi.

COME RISANARLE?
Le strade sono due: o si liquidano oppure, se considerate di fondamentale interesse pubblico, si fanno finanziare in economia dai comuni. Ma in modo trasparente, senza trucchi contabili. E infine ritengo si debba essere anche un po’ creativi, uscendo da questa contrapposizione cosi netta fra stato/mercato. Un esempio interessante senz’altro è l’esperienza della “BIG SOCIETY” intrapresa da TONY BLAIR e proseguita DAVID CAMERON, nel Regno Unito. Una SORTA DI COLLABORAZIONE TRA LA SOCIETÀ CIVILE E IL SETTORE PRIVATO. Il pubblico liberalizza, sapendo che alcuni servizi saranno in parte gestiti e anche monitorati dalle comunità che agiscono con logiche di sostenibilità ma non necessariamente di mercato. Con risultati a volte eccellenti.

CHE COSA CONSIGLIA AL GOVERNO?
Creare subito una task force sul debito, che vagli le tante proposte e formuli raccomandazioni per abbattere subito e in maniera strutturale questa spada di Damocle che pende sulla nostra testa e su quella delle generazioni future. E abbattere la spesa. Il ministro Fabrizio Saccomanni ha individuato 204 miliardi di euro aggredibili. Non sono pochi. Cominciamo da questi, con un mix interventi mirati a livello locale e centrale. (Michele Pierri)

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LA VICENDA FRIULANA DEL TENTATIVO (FALLITO)

DI AGGREGARE TRE PICCOLI COMUNI 

L’UNIONE DEI COMUNI NON CANCELLA LE IDENTITÀ

di Giuseppe Ragogna, da “il Messaggero Veneto” del 30/11/2013

   Che senso ha sprecare denaro per mantenere numerosi e piccoli enti sparsi? È necessario tagliare e semplificare la burocrazia per recuperare nuove risorse

   Tre micro-municipi friulani tentano di rompere la rivalità dettata dai campanilismi. Valvasone, Arzene e San Martino al Tagliamento hanno manifestato l’idea di fondersi in un unico Comune di 5.400 abitanti. Dopo una serie di tormentate prove tecniche, l’ultima decisione è affidata al referendum in programma …domenica.

   Gli elettori hanno la possibilità di dare concreta attuazione a un progetto rimasto da anni sulla carta. Sarà la volta buona? Il rigurgito di nostalgie identitarie ha fatto fallire più volte i tentativi di ricucire, sotto il profilo amministrativo, pezzi di un’area omogenea, che non trova discontinuità al suo interno. Lì, a ridosso del Tagliamento, una ragnatela di strade tiene uniti paesi, borghi, case sparse nella campagna, che formano un tutt’uno. In tempi di magra, le divisioni artificiose non hanno più senso.

   D’altra parte, in una “società liquida” i confini si allentano per arricchire relazioni di ogni tipo. Pur resistendo come “valore”, l’identità non ha bisogno di esprimersi tramite costose strutture burocratiche, né tanto meno di essere contenuta dentro il cemento armato di un municipio. È semplicemente un bene immateriale.

A un ente locale sono richiesti invece servizi di buon livello, i quali devono far leva su una “massa critica” per garantire efficienza ed economicità. Ebbene, i piccoli Comuni non hanno le caratteristiche richieste. È quindi evidente la necessità di aggregarsi, attraverso vere e proprie fusioni.

   Se vincessero i “sì”, il municipio unico di Valvasone Arzene San Martino al Tagliamento potrebbe mettere assieme anche un “tesoretto” non disprezzabile, garantito dai robusti tagli ai costi della politica (salterebbero due sindaci, quattro assessori e venti consiglieri) e dal contenimento delle spese di burocrazia (segretario comunale unico e accorpamento di uffici).

A spanne, secondo alcune stime, i nuovi amministratori si troverebbero una dotazione aggiuntiva di quasi 400 mila euro l’anno. Inoltre, incasserebbero un bonus messo in palio dalla Regione come “regalo di nozze” per sollecitare le unioni consensuali. Si tratta di contributi “ad hoc” della durata di alcuni anni. Nel caso specifico, l’ammontare complessivo raggiungerebbe i due milioni e mezzo di euro.

   Sul fronte delle fusioni, Veneto, Lombardia e Toscana sono realtà molto attive. Ma anche in Friuli Venezia Giulia qualcosa si muove, seppur lentamente, almeno per raggruppare qualche coriandolo di municipalità, con l’obiettivo di alzare la consistenza media dei Comuni, che è di molto inferiore a quella nazionale, già tra le più basse dell’Unione europea.

   Prima dei Comuni di Valvasone, Arzene e San Martino al Tagliamento, che costituiscono per adesso l’unico tentativo storico di “fusione a tre”, hanno concluso il loro percorso Campolongo Tapogliano (1.200 abitanti) e Rivignano Teor (6.400 residenti). Altri esperimenti sono falliti, o sono stati rinviati. Tutte occasioni sprecate.

   Sono troppi 218 Comuni in una regione come il Friuli Venezia Giulia che conta poco più di un milione di abitanti. Tra l’altro, molti di essi non toccano neanche il tetto dei mille residenti. Siamo sicuri che sia una conquista da difendere quella di mantenere numerosi enti sparsi nelle nostre vallate?

   È sempre più difficile giustificare la presenza dei micro-municipi spacciandoli come le ultime sentinelle di un territorio disastrato, in fase di sbriciolamento sia sotto il profilo demografico sia sotto quello idro-geologico. Che senso ha sprecare le scarse energie nel mantenimento della burocrazia e della politica?

   In fin dei conti, i problemi sono gli stessi: servizi sociali per anziani, opportunità per trattenere i pochi giovani, salvaguardia ambientale, qualche iniziativa per attrarre un turismo di nicchia. Basterebbe un unico Comune per rappresentare un’unica vallata. Non servono poltrone, ma idee e progetti.

   Gli stessi ragionamenti di efficienza, di economicità, di semplificazione amministrativa sono validi anche per le realtà di pianura, come il “caso” in questione. Quale coerente logica potrebbe mai precludere un virtuoso percorso di ricucitura di brani territoriali contigui, che pescano nella stessa storia e nello stesso bacino economico e sociale?

   Ovviamente nessuna. I destini sono i medesimi. Un principio simile vale per Comuni più grandi, per esempio Udine e Pordenone. Potrebbero raggruppare enti amministrativi che rappresentano parti di una periferia urbanizzata contigua alle città capoluogo di provincia. Soltanto ristretti orizzonti politici giustificano ancora la separazione di aree omogenee.

   Il referendum di domenica, che non è per nulla scontato a causa di nostalgie identitarie e di furbizie politiche, costituisce un test che oltrepassa i confini comunali. Potrebbe rafforzare interessanti dinamiche di efficienza e di risparmio in una regione dove si stanno timidamente riallineando i tasselli del caotico mosaico istituzionale. C’è bisogno di tagliare e di semplificare, in modo da recuperare risorse. La vittoria dei “sì” potrebbe incoraggiare altre esperienze virtuose. (Giuseppe Ragogna)

MICRO-COMUNI: IL CORAGGIO DI AGGREGARLI

di Giuseppe Ragogna, da “il Messaggero Veneto” del 3/12/201303

   È FALLITA LA FUSIONE DEI TRE COMUNI FRIULANI. I “NO” di SAN MARTINO AL TAGLIAMENTO, territorio che conta poco più di mille anime, hanno messo ko il progetto di istituire un unico municipio con VALVASONE e ARZENE, dove invece sono prevalsi i “sì”.

   La realtà più piccola ha imposto le sue nostalgie identitarie, a discapito della semplificazione burocratica, che avrebbe portato indubbi vantaggi finanziari. Si sarebbero tagliati oneri di rappresentanza (un paio di sindaci, quattro assessori, venti consiglieri) per mettere risorse aggiuntive a disposizione delle esigenze dei cittadini. Invece no.

   Capita di sbraitare dalla mattina alla sera contro i costi della politica e, poi, quando si presenta l’occasione concreta, pur di sventolare il vessillo del piccolo borgo, si vota per mantenere le poltroncine del municipio.

   Questa forma di “identità materiale” ha costi molto elevati, che non sono più compatibili né con la precaria situazione economica, né con la necessità di far funzionare a pieno regime la macchina dei servizi.

   Coloro che l’altra sera hanno suonato le campane per festeggiare lo scampato pericolo forse dimenticavano che, all’ombra dei campanili, persino la Chiesa ha già accorpato drasticamente le parrocchie, senza per questo scalfire la spiritualità dei fedeli. Segno dei tempi.

   È bene chiarire che nessuno potrà mai permettersi di cancellare storie radicate nei secoli. In realtà, però, L’IDENTITÀ È UN BENE IMMATERIALE, che lavora in continuazione. CHE ASSORBE NOVITÀ, ARRICCHENDOSI PROPRIO ATTRAVERSO CONTATTI E RELAZIONI. NON HA BISOGNO DI ESSERE PROTETTA DENTRO I MURI DI UN MUNICIPIO.

   Un ente locale è invece un elemento strumentale, al quale sono richiesti essenzialmente servizi di buon livello, che devono far leva su una “massa critica”, al fine di garantire efficienza ed economicità. Ebbene, come potranno i COMUNI MIGNON, che in molti casi non raggiungono i mille abitanti, assicurare i principi essenziali della buona amministrazione? Gran parte delle risorse serve infatti alla loro autoreferenzialità.

   Per certi versi, il superamento della polverizzazione degli enti locali è materia di riforma, che spetta al Parlamento e alle Ragioni a Statuto speciale. Gli amministratori dovrebbero assumersi, con coraggio, la responsabilità di mettere in ordine un quadro eccessivamente frantumato, che ha bisogno di aggiornamenti.

   LE DIFFICOLTÀ FRIULANE SONO STATE RISCONTRATE IN ALTRE PARTI D’ITALIA, per esempio in LOMBARDIA, dove domenica si è votato per 58 referendum consultivi, a sostegno dei progetti di fusione. Una buona maggioranza di operazioni ha avuto esito positivo. Ma anche lì ci sono state stroncature dettate da ragioni di rivalità.

   È IL SEGNO EVIDENTE DI UNA DIFFICOLTÀ CHE COINVOLGE IL PAESE DEI CAMPANILI, in questo strettamente unito da Nord a Sud. Ora la parola spetta alla Regione. Il percorso intrapreso deve proseguire. Non può essere un piccolo Comune a inceppare il meccanismo. LA SEMPLIFICAZIONE È UN PROCESSO IRREVERSIBILE, che ha come obiettivo principale la messa in sicurezza dei conti pubblici. L’IDENTITÀ NON C’ENTRA NULLA.

   Nelle realtà senza municipi è pur sempre tenuta viva da associazioni e pro loco. Il Friuli Venezia Giulia, che vanta uno Statuto di autonomia, dovrebbe accelerare l’iter di riordino degli enti locali, eliminando dai suoi strumenti normativi ogni forma di intralcio. Il test di domenica deve servire da lezione. Non può essere che la volontà di unione manifestata convintamente da Valvasone e Arzene sia stroncata da San Martino al Tagliamento. I Comuni in cui sono prevalsi i “sì” dovrebbero avere riconosciuta comunque la possibilità di fondersi. Non è corretto che le loro ragioni vengano cancellate dalle scelte dell’ente più piccolo. Si rischierebbe di compromettere ogni altra iniziativa virtuosa. (Giuseppe Ragogna)

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L’attuale quadro normativo in materia di esercizio associato di funzioni e servizi locali, definito dall’art. 14 del D.L. 78/2010 e dall’art. 16 del D.L. 138/2011, obbliga i comuni, con popolazione compresa tra 1000 e 5000 abitanti, a gestire in forma associata, tramite convenzione o unione, le funzioni fondamentali di cui all’art. 21, comma 3 della legge n. 42/2009. I comuni interessati devono individuare entro la fine del 2011 due delle sei funzioni fondamentali da gestire in forma associata, le altre quattro entro il 31 dicembre 2012.

I piccoli comuni italiani con una popolazione compresa tra i 1000 e 5000 abitanti sono 3735 e rappresentano il 46% degli attuali 8092 comuni italiani. Il 55% di questi piccoli comuni è situato nelle regioni del nord (2042), il 12% nelle regioni del centro (458), il 33% nelle regioni del sud e delle isole (1235 comuni).

Le regioni con il maggior numero di piccoli comuni  sono la Lombardia (759), il Piemonte (473) e il Veneto (273), seguite da Campania (263) e Calabria (253), quest’ultima è inoltre la regione con la percentuale più alta di comuni in tale fascia (61.9%). Le due regioni con la percentuale minore di tali piccoli comuni sono la Puglia (30,2%) e la Liguria (35,7%).  

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L’IRRAZIONALE CONTINUITÀ DEL DISEGNO GEOGRAFICO DELLE UNITÀ POLITICO-AMMINISTRATIVE (1995)

– da LUCIO GAMBI, lo scomparso maestro della geografia italiana, un contributo su un tema vicino alla pianificazione territoriale – Ripreso da “AMMINISTRAZIONI PUBBLICHE E TERRITORIO IN ITALIA”, a cura di LUCIO GAMBI e FRANCESCO MERLONI, Il Mulino –

   Credo non superfluo partire da cose note: negli anni dopo la fine della guerra l’Italia ha visto compiersi grandi trasmutazioni, che hanno sconvolto strutture sociali ed economiche, e di conseguenza assetti territoriali, consolidati da almeno uno o due secoli. Riassumendo nei termini più elementari e telegrafici, alcune di queste trasmutazioni sono state:
a) la redistribuzione della popolazione, con massicci spostamenti che muovono soprattutto dalle aree montane e si dirigono alle regioni di pianura e alle fasce litorali;
b) un radicale rivolgimento nei rapporti fra classi produttive, che ha trasferito il grosso degli investimenti e della forza lavoro dal mondo agricolo o pastorale o peschereccio a quello dell’industria e ad un larghissimo, eccessivo terziario;
c) una dilatazione, soprattutto nelle pianure, delle aree urbane che parecchie volte si complessano in conurbazioni o, favorite da grandi assi viabili, creano dei sistemi urbani lineari. Inoltre una irradiazione di insediamenti e strutture industriali in aree una volta agricole, e un grande incremento – in parecchie aree esagerato – delle strutture viabilistiche destinate al traffico veloce (è una acquisizione degli ultimi vent’anni che velocità non significa progresso);
d) il notevole (a volte totale) svuotamento e in ogni caso la forte smagliatura delle zone di emigrazione, che non sono solamente quelle montane: perché fenomeni di spopolamento si registrano anche nelle aree di pianura scarse di industrie o socialmente prosciugate dai richiami delle prossime città.

   Queste trasmutazioni si risolvono quindi per un lato in una enfatica concentrazione, su zone contenute, degli uomini e dei loro investimenti – il 21 % della superficie nazionale ospita il 53% della popolazione – e per l’opposto, su altre zone anche ampie, in una apertura di grosse cavernosità negli insediamenti stabili.
Ma un così energico rivolgimento è accaduto entro un abito, o per meglio dire una griglia territoriale, una configurazione topografica di istituzioni di base che ha origini e composizioni storicamente molto vecchie, e che è rimasta quasi inalterata, praticamente calcificandosi, a disprezzo dei processi molto rapidi e incisivi a cui ho accennato. La situazione italiana odierna ci mostra perciò una società che cambia radicalmente, e che però deve fare i conti con un disegno territoriale delle istituzioni politiche che si conserva a grandi linee immutato. È, per ciò che riguarda l’organizzazione dello spazio, una delle grandi contraddizioni, uno degli equivoci più nefasti della nostra epoca.
Le istituzioni territoriali italiane con valore giuridico e funzioni politiche sono di tre ordini: i COMUNI, veri e propri enti di base anche agli effetti statistici; le PROVINCE che sono state formate in ogni epoca da un assemblaggio di comuni; le REGIONI (istituite come enti politici autonomi nel ’48 ) che risultano dalle associazioni di due o più province. E DI QUESTE ISTITUZIONI I COMUNI SONO SICURAMENTE – PER QUANTO CON FUNZIONE GEOPOLITICA RISTRETTA AD AMBITI LOCALI – QUELLI DI ORIGINE PIÙ REMOTA.
Il loro spazio territoriale, sia per i comuni urbani che per quelli rurali, era già disegnato con discreta esattezza e stabilità fino dagli ultimi secoli medioevali: però in termini topograficamente e iconograficamente precisi i loro confini verranno concordati e, con la partecipazione di periti e di notari, definiti con atti giuridici solo in epoca rinascimentale. In ogni modo da cinque o sei secoli, per il maggior numero di casi quel disegno ha ricevuto rare modificazioni.

   E PER QUANTO NEGLI ANNI DELLA UNIFICAZIONE NAZIONALE SIA STATO PIÙ VOLTE SOSTENUTO E DOCUMENTATO CHE LE CONFIGURAZIONI COMUNALI IN MOLTE REGIONI NON ERANO PIÙ ADEGUATE ALLE CONDIZIONI E AI BISOGNI DELLA SOCIETÀ, SI È PERSISTITO A COLTIVARE UNA NOZIONE TERRITORIALE DEI COMUNI COME DI QUALCOSA DI INESORABILMENTE STABILE E IMMUTABILE AL PARI DEI MONTI (non dico dei fiumi, perché anche questi nelle pianure mutano di corso). Inoltre, data la loro funzione di pietre elementari dello Stato, si è continuato ad usare i loro ambiti territoriali per ogni rilevazione di censimento, anche quando e dove le realtà da censire sono diventate molto diverse per ciò che riguarda la distribuzione e repertori azione dei fenomeni rilevati.

   Simbolo di questa conservatività e continuità potremmo indicare il comune di Roma, che è il più vasto comune italiano (1507 kmq prima della recente costituzione e avulsione del comune di Fiumicino ), e supera o eguaglia in ampiezza una decina di province. Questo non per il motivo che Roma fu il centro politico per una decina di secoli dello Stato del papa e dal 1870 del regno d’Italia, ma perché la città è stata circondata fino agli inizi del nostro secolo da una enorme area in parte malsana di pascoli, boschi ed acquitrini, ove venivano ad ibernare le mandrie ovine e bovine dai monti degli Abruzzi. Quest’area – l’Agro romano – è stata bonificata nel nostro secolo e su una parte di essa dilàta la gran macchia urbana di Roma: i suoi quadri paesistici e i suoi usi economici sono ora radicalmente mutati, ma ad eccezione di qualche estrema ala trasferita dopo il 1920 ai prossimi comuni disseminati lungo i rilievi vulcanici, essa rimane – tranne sul delta del Tevere – disegnata dagli stessi confini che figurano nelle geoiconografie di qualche secolo fa.
In realtà SOLO IN POCHISSIME ZONE SI È AVUTA NEGLI ULTIMI SECOLI UNA VERA RISTRUTTURAZIONE, CIOÈ UN RIDISEGNO ENERGICO DELLE MAGLIE COMUNALI CHE SI ERANO COSTITUITE FRA IL XIII E IL XV SECOLO: come ad esempio è stato in Toscana fra il 1774 e il 1776 ad opera del granduca Pietro Leopoldo. E come pure è stato per le ridimensioni, a volte risolute, che furono studiate e intraprese in alcune zone dalla amministrazione napoleonica nel regno del Nord e anche in quello del Mezzogiorno, ma che poi in parte svanirono dopo la restaurazione del 1815.

   In altre parole L’EVOLUZIONE STORICA È STATA RARAMENTE SEGUITA, DOPO L’EPOCA DEI PRINCIPATI RINASCIMENTALI, DA UNA CONGRUA ADEGUAZIONE DEL COMUNE, SUL PIANO TOPOGRAFICO, ALLE FUNZIONI CHE L’ISTITUTO COMUNALE SVOLGE. CHE SONO LE FUNZIONI LEGATE AI BISOGNI PRIMARI E CORRENTI DI UNA COMUNITÀ LOCALE: i bisogni che non diversificano solamente con il defluire dei secoli ma anche da regione a regione, secondo l’organizzazione economica e sociale, le forme di insediamento, la densità demografica ecc.
Ho detto ristrutturazione e ridisegno: che ha poco o niente a che vedere con le iniziative di riassetto delle maglie comunali spinte avanti soprattutto fra le due guerre, con l‘intenzione dichiarata di rispondere meglio al carico degli aumentati servizi richiesti dalla gestione comunale.

   LE SOLUZIONI CON CUI ESSE SI ESPRESSERO FURONO IN MOLTI CASI DI PURA CONGLOMERAZIONE DI DUE O PIÙ COMUNI, E SPECIALMENTE DI FUSIONE DI UNO O PIÙ COMUNI IN UN COMUNE DI MAGGIOR AMPIEZZA. Operazione in se per larghissima parte giustificata con valide motivazioni economiche (ma a volte anche ispirata da ambizioni egemoniche): CHE PERÒ NON COMPÌ UNA VERA RICONFIGURAZIONE EX NOVO, ma compose i nuovi corpi unendo fra loro, così come erano, i vecchi e quindi la- sciando inalterati i loro profili complessivi.

   A volte ci si limitò ad una operazione di aggiustamento, e in tale caso la più frequente fu quella di spostare il capoluogo comunale, entro gli immutati limiti territoriali, da un centro in fase di estinzione ad uno più vitale. Ci furono anche altre soluzioni: ad esempio quella, usata in modo peculiare nelle fasce litorali in via di forte popolamento, di dividere in due parti un comune di cospicue dimensioni (in tale caso i confini fra le due parti furono stabiliti ex novo). O quella – che può considerarsi come una risposta alla prima fioritura industriale e ai congiunti processi di incremento edilizio – per cui i maggiori centri del Nord, i cui limiti comunali coincidevano fino al risorgimento con le mura bastionate ( o poco più) si ampliarono con l’incamerazione di molti comuni minori della cintura.

   Ma pure con gli emendamenti ora ricordati, IL NON AVERE AGGIORNATO IN MODO SISTEMATICO LE NOSTRE CONFIGURAZIONI COMUNALI CON IL MUTARE DELLE SITUAZIONI REALI, FA SÌ CHE UN ELEVATO NUMERO DEI NOSTRI COMUNI CONSERVI OGGI TOPOGRAFICAMENTE LE FORME PIÙ STRANE E SINGOLARI, O PER LO MENO ANOMALE. Sono rimaste in gran numero le compenetrazioni e gli incastri, le digitazioni e le contorsioni che alcuni secoli fa servivano a congiungere il centro comunale con aree o luoghi un po’ lontani, di cui esso aveva bisogno – ad es. un ponte o un guado o uno scalo fluviale o una cala marina – risparmiandosi le servitù di transito in casa d’altri.

   Sono rimasti anche, con particolare frequenza sui monti della penisola, gli scavalcamenti di alte dorsali o il travalico del Comune dalla valle ove si trova il suo centro ad una valle adiacente. Ed anche sono rimaste le linee di delimitazione stabilite molti secoli fa su di un alveo fluviale ora morto, e di cui in certi casi si è quasi perduta la memoria (neanche il Po, nel suo medio corso dal Pavese al Mantovano, fa da confine comunale – in conseguenza degli spostamenti del suo alveo – e una trentina almeno di comuni che lo fiancheggiano si estendono pure su qualche zona della riva opposta, non congiunta da ponti).

   Sono rimaste infine le isole amministrative, cioè le zone territorialmente isolate, a qualche km di distanza dal corpo del comune e incluse in altri comuni: una soluzione sentita come funzionale fino al secolo XVIII, quando un comune posto in una piana di fondo valle ricoperta da coltivazioni, aveva di frequente in un’area a parte, posta di regola sui monti vicini, i pascoli e i boschi indispensabili per la sussistenza della sua popolazione.

   A parte le sagome stravaganti, l’irrazionalità di molti comuni è riconoscibile nella circostanza che – a prescindere dagli ammassi urbani con una popolazione sopra le 300mila unità – le zone industriali, commerciali e turistiche il cui quadro insediativo ha avuto radicali modificazioni negli ultimi cinquant’anni, mostrano una discordanza fra il disegno comunale e le proiezioni espansive o il modo di organizzarsi dei centri (sono intorno a 700 i centri ritagliati in due o tre spicchi da confini comunali): fenomeni che creano ostacoli, equivoci, confusioni a qualunque genere di gestione. E che in modo particolare inibiscono la razionale formulazione di piani urbanistici e di progetti economici.
Gli stralci delle ripartizioni comunali che ora inserisco, e che si riferiscono agli anni ’70 – quando cioè i problemi relativi al disegno della maglia comunale, in applicazione di una disposizione costituzionale furono assegnati alle regioni – esemplificano in larga misura le situazioni dianzi richiamate.

   La prima considerazione che se ne può agevolmente ricavare è che l’impianto delle ripartizioni comunali, anche nelle zone che negli ultimi cent’anni sono state campo di notevole industrializzazione, rimane legato alle forme impresse dalle strutture rurali che vi si stabilirono fra XV e XVIII secolo. Per di più in alcune zone ove l’agricoltura conserva una posizione di rilievo, la carta delle ripartizioni comunali riflette pochissimo le difformità che fino dal secolo scorso si colgono nei rapporti di produzione o nella ampiezza media delle aziende rurali o nelle coltivazioni che contraddistinguono intere plaghe: e in ciò è la prova che la costituzione delle ripartizioni comunali oggi in uso risale a prima di quelle differenziazioni.

   Ad esempio la configurazione e la dimensione dei comuni del Monferrato, formati da aziende familiari di mediocre entità, coltivate a vigneto da proprietari o da conducenti in affitto, divergono di poco –meno in qualche caso- dai comuni della pianura fra Vercelli, Novara e Mortara, dominati da grandi o medie aziende capitalistiche coltivate a riso con mano d’opera salariata; e quasi inavvertibile è la disparità delle loro dimensioni da quelle dei comuni a seminato irriguo (le marcite) della pianura lodigiana, fondate su imprese con salariati, di notevole superficie.

   Totalmente diversi per misure medie e ordito della maglia appaiono i comuni di molte regioni del Mezzogiorno, ove l’insediamento rurale si esprime con grandi e rade concentrazioni che lasciano vuoti gli agri, e ove l’agricoltura (meno che in una fascia di pochi chilometri che circonda i centri) ha per lo più forme estensive. In queste aree, governate fino al nostro secolo – in qualche caso fino ai nostri giorni – da poteri feudali, il comune è grande e ha le sagome più strane, a volte un corteggio di isole amministrative, e in qualche caso (es. Trapani, Monreale, Bronte in Sicilia) fino ad anni recenti ha inglobato per intero altri comuni.
Invece abbastanza uniforme con corpi per lo più di media estensione – in special modo ove si è avuta negli ultimi secoli una riforma, come in Toscana – è il ritaglio comunale nelle regioni di insediamento rurale sparpagliato in case isolate su poderi o in minuscoli casali, come è cosa abituale e caratterizzante nella sezione settentrionale della penisola. Insediamento che s’associa ad una agricoltura promiscua di alta qualità, che fino a qualche lustro fa veniva per lo più gestita (meno che nei comuni tipicamente montani) col sistema a mezzadria.
Solo i comuni i cui capoluoghi sono centri con una vivace personalità urbana fino da epoca comunale (si vedano ad es. per la zona umbra Perugia, Gubbio, Foligno, Spoleto, Todi, Orvieto ) risultano qui più grandi, ma in modo non esagerato. Ed egualmente di maggior superficie sono quelli che si estendono nelle aree di maggior altitudine, dominate da aziende in gestione familiare: aree ove – a parte il rilievo – influiscono probabilmente sopra le dimensioni del comune (e su una discreta frequenza di isole amministrative) i boschi e i pascoli demani ali o delle associazioni agrarie.

   Per completare la panoramica, un caso a parte presentano le pianure litorali, soprattutto delle regioni settentrionali, che erano fino a qualche secolo fa intersecate da resti di lagune o largamente pantanose – quindi pochissimo popolate – e furono conquistate poi con opere di bonificazione. In tali zone (fasce litorali venete, romagnole e toscane) che pure sono state oggetto negli ultimi cent’anni di enormi investimenti agricoli e turistici e in alcuni casi anche industriali, e che di conseguenza risultano energicamente ridimensionate nelle strutture economiche ed urbanistiche, i comuni conservano in genere le amplissime forme originali; documentate per lo meno fino dal diciassettesimo secolo.
LE RAPIDE RIFLESSIONI FINO A QUI ALLINEATE MI PARE CHE DIMOSTRINO LA INDEROGABILITÀ DI UN RIDISEGNO EX NOVO DEI COMUNI. E l’occasione giusta per risolvere operativamente il problema può essere la applicazione della legge 142/90. In tale evenienza è da augurarsi che riceva una concreta spinta la formulazione dei criteri in base a cui riformare in modo razionale i procedimenti di individuazione e di configurazione dei comuni.

   Criteri che sarà conveniente ormeggiare ad alcuni punti fermi, come ad esempio: a) LA POLARITÀ A SCALA LOCALE DEL CENTRO COMUNALE – una polarità in ogni caso economica e in particolari casi anche sociale o culturale; b) L’OMOGENEITÀ ECONOMICA A SCALA LOCALE DEL
CORPO TERRITORIALE PREVISTO; c) LA COERENTE COMPOSIZIONE TOPOGRAFICA a scala locale del corpo territoriale previsto; d) UNA POPOLAZIONE CHE SIA QUANTITATIVAMENTE AL DI SOPRA DI UNA SOGLIA MINIMA (logicamente diversa a seconda delle grandi aree regionali); e) L’ADOZIONE DI CONFINI STABILITI SU ELEMENTI CHIARI E SICURI, di agevole percezione e oculatamente condotti.

   Poiché il comune è la base dell’edificio dello Stato, una razionale definizione territoriale del comune consentirà un disegno più ordinato delle province ed una nuova, funzionale strutturazione territoriale delle regioni. Con la Costituzione del 1948 le regioni non sono state disegnate ex novo in base ad una analisi delle reali situazioni del dopoguerra. Sono state chiamate «regioni» delle ripartizioni territoriali di valore non giuridico, che già esistevano dal 1864 col nome di «compartimenti»: erano destinate cioè ad inquadrare territorialmente le elaborazioni e i risultati delle inchieste e delle rilevazioni statistiche nazionali.

   Ma neanche questi «compartimenti» potevano fregiarsi di una nascita ex novo, perché in realtà erano stati per lo più costituiti con l’aggruppamento di un certo numero di province fra loro finitime, che prima dell’unificazione nazionale avevano fatto parte del medesimo Stato, e in quest’ultimo avevano ricoperto insieme uno spazio che nei secoli della romanità imperiale o in epoca comunale aveva ricevuto un nome regionale.

   I «compartimenti» del 1864 risultano quindi da uno sforzo di identificazione di quelle vecchissime regioni, la cui fama era stata ribadita e divulgata nel rinascimento da una rigogliosa tradizione di studi.
Però è irrefutabile che le identificazioni regionali da cui erano nati i «compartimenti» statistici del 1864, in molte zone della penisola non avevano più alcuna presa nel 1948 quando la nuova costituzione entrò in funzione. E da quest’ultima data ad oggi il valore di quella ripartizione si è rivelato via via anche più insoddisfacente e vulnerabile.

   Uno dei nodi più gravi nella gestione dello Stato italiano ai nostri giorni sta precisamente nella istanza, non più rimandabile, di adeguare la irrazionale e quindi inceppante – diciamo antistorica – rete della sua organizzazione territoriale, agli effetti delle trasmutazioni che il paese ha sperimentato dopo l’ultima guerra. (Lucio Gambi)

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https://geograficamente.wordpress.com/2010/01/13/proposte-geografiche-%E2%80%93-le-riforme-geoistituzionali-urgenti-unire-i-comuni-in-citta-di-almeno-60-000-abitanti-abolire-il-ruolo-politico-delle-provincie-farle-solo-enti-di-servizi-creare-ov/

https://geograficamente.wordpress.com/2013/12/30/il-declassamento-delle-province-a-enti-di-secondo-livello-ma-stavolta-si-fara-come-nuovo-disegno-istituzionale-territoriale-ma-serve-anche-lo-scioglimento-dei-comuni-in-citta-l/

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http://it.wikipedia.org/wiki/Fusione_(enti_locali)

http://portale.ancitel.it/focus.cfm?i=21

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LA RIFORMA DELLE PROVINCE PUÒ FUNZIONARE

di Renato Ruffini, da LA VOCE.INFO DEL 28/1/2014

– Sul disegno di legge Delrio sono piovute molte critiche. Se invece di guardare la riforma come una mera regolamentazione giuridica che produce risparmi, la si considera un processo di cambiamento che avvia forme di collaborazione istituzionale nei territori, i punti deboli diventano punti di forza. –

DA PUNTI DEBOLI A PUNTI DI FORZA

Il disegno di legge sul RIORDINO DELLE AUTONOMIE locali è stato oggetto di molteplici critiche, com’era forse inevitabile vista la rilevanza della questione. Tuttavia, se si guarda la riforma non come una mera regolamentazione giuridica volta al risparmio, ma come l’attivazione di un processo di cambiamento organizzativo, in grado di avviare forme di collaborazione istituzionale, allora quelli che i critici ritengono punti deboli diventano punti di forza.
Le CRITICHE al disegno di legge sono sostanzialmente di TRE tipi: NON ABROGA LE PROVINCE; NON CONSENTE RISPARMI CERTI; NON È CHIARA NELLE SUA EVOLUZIONE FUTURA.
ABROGAZIONE, RISPARMI E CHIAREZZA DEGLI ASSETTi sono stati perseguiti in modo fallimentare dalla precedente riforma del Governo Monti. È quindi opportuno non ripetere gli stessi errori e cercare di attivare processi di cambiamento nei territori. Vediamo allora come trasformare i punti di debolezza in possibili vantaggi.

LA (NON) ABROGAZIONE DELLE PROVINCE

Posto che le province sono abrogabili solo con modifica costituzionale, cosa accadrà se la riforma sarà approvata? Il problema fondamentale è capire COME GOVERNARE I SERVIZI DI LIVELLO INTERMEDIO in modo più efficace secondo la loro tipologia, senza elevati costi burocratico/politici e di conflittualità.

La riforma risponde a questo problema facendo delle PROVINCE il CONTENITORE DI ASSOCIAZIONI DI COMUNI, che dovranno riformare amministrativamente il territorio (assieme alle Regioni) e organizzare funzioni e servizi collaborando tra di loro.

In questo senso, la riforma anticipa e accompagna l’ipotetica riforma costituzionale senza blindarla. Se le Regioni e gli enti locali non saranno soddisfatti degli assetti individuati tra il 2014 e il 2015, saranno sempre liberi di ridefinirli – insieme alle loro funzioni – in virtù dei poteri loro dati dall’attuale Costituzione e avranno luoghi istituzionali dove discuterne e decidere.

I RISPARMI INCERTI

Il problema dei risparmi è un tema importante, tuttavia non è possibile fare un calcolo dei costi differenziali se non si ha IN TESTA LA STRUTTURA DEI SERVIZI. Il Dld non definisce centralmente l’assetto futuro dei servizi, dunque non può calcolare i risparmi.

ANCHE NEL CASO DELLE UNIONI DI COMUNI È DIFFICILE VALUTARE I RISPARMI A PRIORI, tuttavia l’esperienza insegna che quelle di dimensione maggiore hanno realizzato sempre significativi risparmi (si veda per esempio l’unione della Bassa Romagna).

È abbastanza chiaro, infatti, da dove si possono ottenere i risparmi in un determinato territorio. In primo luogo, nelle modalità di EROGAZIONE DEI SERVIZI PER LE FUNZIONI DISMESSE. Servizi sociali, cultura e bene cultuali, sport e turismo sono funzioni dismesse che i comuni probabilmente non svilupperanno per esigenze economiche.

I SERVIZI PIÙ RILEVANTI (COME PER ESEMPIO MUSEI E BIBLIOTECHE) POTRANNO ESSERE FACILE OGGETTO DI POLITICHE D’INNOVAZIONE ATTRAVERSO RIAGGREGAZIONI SU AREE VASTE (per esempio, creando una rete provinciale di musei), sviluppando forme di gestione basate anche su sistemi di coproduzione che coinvolgano imprese, associazioni, fondazioni e cittadini, attirati dalla maggiore dimensione dell’attività.
Si può poi ottenere una RAZIONALIZZAZIONE DELLE SPESE CORRENTI per la produzione di servizi. In particolare, con la modifica dell’assetto istituzionale potranno esserci economie di scala laddove i servizi siano attribuiti ai comuni di grandi dimensioni o attuati in forma associata a livello provinciale. È il caso di ATTIVITÀ QUALI I PROCESSI DI ACQUISTO, la GESTIONE DEGLI IMMOBILI E DEGLI IMPIANTI, la GESTIONE DELLE TECNOLOGIE INFORMATICHE, la GESTIONE DELLE RISORSE UMANE, eccetera.

Per il sistema delle agenzie di secondo livello, la creazione della provincia governata dai sindaci dei comuni del territorio dovrebbe fare venire meno l’esigenza di sussistere di molte forme societarie, consortili e così via create dai piccoli comuni singoli o associati.
SI RIDURRANNO ANCHE I CENTRI DI SPESA. La generazione di fenomeni di ACCORPAMENTO E SEMPLIFICAZIONE DEI SOGGETTI DI SPESA semplifica la complessità del processo di relazioni inter-istituzionali con un incremento della possibilità di controllo del sistema locale da parte di Regione e Governo.

Quantificare questi risparmi è possibile soltanto di fronte agli specifici interventi, che solo le amministrazioni interessate possono fare. Se non saranno capaci di decidere è possibile che la situazione attuale deteriori ulteriormente?

Oggi il sistema amministrativo locale è talmente frantumato che difficilmente si può fare peggio. Inoltre, IL FENOMENO DELLE UNIONI DI COMUNI SI STA SVILUPPANDO SEMPRE DI PIÙ, MA IN UN CONTESTO ISTITUZIONALE NON FAVOREVOLE. IL DDL FACILITERÀ LE AGGREGAZIONI anche perché tende a incentivarle. La riforma poteva rendere obbligatori per legge i servizi associati? Sarebbe stato bello, ma in questo modo, usando la legge nazionale, avrebbe “riempito” e non “svuotato” le province a discapito dei comuni, con effetti istituzionalmente paradossali e controproducenti in caso di riforma costituzionale. L’idea fondamentale è che siano i territori a decidere.

L’EVOLUZIONE FUTURA

Una politica pubblica deve essere governata e valutata. Occorre di conseguenza prevedere come gestire la riforma (come fa in parte l’articolo 23 comma 9 del Ddl), anche al fine di anticipare ed evitare fenomeni distorsivi e negativi sempre presenti in questi casi, anche perché non ci sono esperienze simili di auto-riforma delle autonomie locali nel mondo.
Occorre perciò sviluppare alcune precise azioni, utili anche a contenere i costi. Ad esempio, come avviene per ogni ristrutturazione aziendale, è opportuno che le nuove province definiscano un proprio piano industriale dove, accanto alla ristrutturazione dei servizi, individuino i risparmi e razionalizzazioni di spesa a questa correlati. I piani dovrebbero essere trasmessi al commissario per la spending review o al programma nazionale per l’attuazione delle riforme.
Occorre anche avere una TOTALE TRASPARENZA E CONFRONTABILITÀ DELLE SCELTE TERRITORIALI. I piani industriali dovrebbero essere pubblicati sul sito del Governo con i diversi programmi di risparmio e i report sugli effettivi stati di avanzamento concreti, certificati dai revisori dei conti. Il meccanismo dovrebbe PERMETTERE AI CITTADINI DI CONOSCERE REALMENTE COSA ACCADE NEI DIVERSI TERRITORI e di favorire un confronto virtuoso tra le diverse realtà locali e le loro best practice.
Infine, È OPPORTUNO CHE I RISPARMI OTTENUTI ABBIANO RICADUTE POSITIVE SUL TERRITORIO, rimanendo a disposizione degli amministratori delle comunità che li hanno conseguiti realmente. La destinazione delle risorse, tuttavia, dovrebbe essere vincolata a due voci (per evitare nuova spesa pubblica): la riduzione del carico fiscale (cuneo fiscale tramite addizionale Irpef o detrazioni Iuc per soggetti bisognosi o per soggetti portatori di comportamenti virtuosi, welfare aziendale ecc.) e gli investimenti in innovazione tecnologica e ammodernamento d’impianti ed edifici sul territorio, con contestuale esenzione dal patto di stabilità. (Renato Ruffini)

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QUALE CITTA’

di Franco La Cecla, da “la Repubblica” del 15/7/2012

Quando i gay di San Francisco tra il 1980 ed il 1985 hanno cominciato ad espandersi dal quartiere di Castro a quelli vicini, la Mission Discrict abitata dai latinos, la Fillmore tradizionalmente nera, si è sentito per la prima volta parlare di “gentrification” (su cui scrive anche Saskia Sassen), un neologismo che vuol dire letteralmente “imborghesimento”, essendo la “gentry” la “gente per bene”, anzi per esattezza «gente con una buona posizione sociale vicina ma inferiore a quella della nobiltà».

I gay, in piena ascesa sociale allora – poco dopo sarebbe scoppiata l’Aids decimandone e impoverendone la popolazione – volevano abitare in quartieri “chic”, col verde ben curato, una buona dose di sicurezza per strada, e negozi e boutique che riflettessero il loro gusto quello “slick” che in italiano significa un po’ “leccato”.

I neri e i latini reagirono e a volte violentemente. L’Aids bloccò tutto, ma verso la fine del secolo apparvero nuovi ricchi, i “dot.com”, i giovani di Silicon Valley che avevano fatto un sacco di soldi con la rivoluzione informatica. Comprarono le case della Mission e di Fillmore al primo prezzo richiesto loro e uccisero per sempre quelli che erano stati i quartieri della bohème vera di San Francisco. La bolla immobiliare creata da loro fece lievitare talmente i prezzi che buona parte dei ristoranti e dei negozi, delle gallerie d’arte e dei posti che facevano musica chiusero. E la città nel suo insieme divenne un dormitorio per annoiati pendolari tra la Silicon Valley e San Francisco.

Questo è un processo tipico della gentrification, secondo la definizione che la sociologa Ruth Glass ne diede nel 1964, una invasione dei quartieri della working class da parte delle classi medie. Ne rimane fuori però la molla scatenante. Perché i “borghesi” vogliano trasferirsi in un quartiere un po’ malandato e popolare ci vuole l’effetto che solo recentemente – una decina di anni fa – è stato definito “creative city”.

   La borghesia è attirata dalla vitalità dei quartieri più poveri, ma creativi, quelli dove ci stanno ancora i posti in cui si mangia bene, l’atmosfera è informale e per le strade c’è gente, artisti, musicisti, giovani, nullafacenti, e gente che si inventa maniere di vivere un po’ diverse o le ha per tradizione.

A Parigi può essere la zona di Menilmontant o di Barbes, a Roma la Trastevere di un tempo e il Pigneto di oggi, a Milano via Paolo Sarpi o il quartiere Isola. Ma la borghesia alla fine detesta proprio i motivi per cui è attirata da un quartiere: vuole i locali, ma poi non vuole essere disturbata nel sonno, vuole l’animazione, ma non vuole vederne troppa, vuole la multietnicità, ma ne ha paura. E allora l’effetto “creative city” si trasforma presto in città dormitorio. La gentrification finisce per uccidere ciò che ama. È quello che sta succedendo a Berlino (…).

Uno dei casi tipici è Barcellona, la Barcellona di fino a sei anni fa, di quando tutti i giovani europei volevano andarci a stare, una zona franca di libertà, simpatia, convivialità e pazzia. L’origine era il modo con cui la città aveva affrontato il dopo-Franco, dandosi una configurazione pensata proprio in funzione di un rilancio internazionale. Un grande sindaco, un gruppo geniale di architetti avevano “risanato” il centro storico, luogo di una secolare miseria, ma anche di una intensissima vita popolare, avevano creato un lungomare ed una spiaggia, interrato le arterie di grande traffico, offerto alle imprese immobiliari l’occasione di costruire, se provvedevano anche al decoro degli spazi pubblici.

Ovviamente si trattava di “gentrification” e una parte della gente – dei poveri – che abitavano nel centro storico se ne dovettero andare, non perché cacciati via, ma perché il costo della vita si era improvvisamente quintuplicato. L’effetto è stata una Barcellona bella, internazionale, ma che consumava ad un ritmo veloce proprio i valori che propagandava: la convivialità distrutta dall’arrivo di troppi turisti, la vita di quartiere devastata dai nuovi compratori, i tradizionali luoghi di ritrovo trasformati in “tiendas” chic e care.

Chi ha sbagliato? Tutti e nessuno: la gentrification risponde all’esigenza di rendere le città più vivibili, meno degradate, ma è vero che questo processo di upgrading inevitabilmente elimina le opportunità che un quartiere povero e popolare offre a chi ci sta. (…)

“Smart city” sarebbe una città “eco-sostenibile”, “socialmente innovativa”, “partecipativa”, che ha risolto i problemi della mobilità e quelli della conflittualità e che ha un governo misto pubblico-privato. Tutto molto interessante, ma il verbo rimane sempre innovazione e questa spesso si scontra con i valori prodotti da chi già ha abitato la città, rendendola un posto bello e vivibile. Le città sono creative e furbe se mantengono quel condensato di vita sociale informale e autoprodotta che soltanto i quartieri ad alta densità – rapporti vis-à-vis, botteghe artigianali, bambini che giocano per strada, presenza di anziani fuori dalla porta, mercati e cibo all’aperto, panni stesi ad asciugare – possono assicurare.

(…) Che soluzioni ci sono? Probabilmente una ridefinizione di “rinnovamento urbano” che tenga conto della necessaria componente di compattezza e densità sociale. Anni fa mi ero battuto perché qualcuno calcolasse il valore aggiunto prodotto dall’abitare bene – socialmente, collettivamente – un posto. La gentrification è attirata proprio da quel valore, da quella che io chiamo “Mente Locale” la relazione di identità tra abitanti e luoghi dell’abitare. È questa la ricchezza prodotta da una città che non deve essere spazzata via dalla gentrification. (Franco La Cecla)

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