FRANE e ALLAGAMENTI per la PIOGGIA: la solita storia… CHE FARE? – TERRAZZAMENTI DA RIPRISTINARE in montagna e collina; un’AGENZIA UNICA per il TERRITORIO – NO alla sola politica dei BACINI DI LAMINAZIONE, SI’ al RIPRISTINO delle AREE DI GOLENA (parchi spontanei fluviali)

ITALIA FERITA
ITALIA FERITA

www.dissestoitalia.it

Primo documentario multimediale pensato per il web sul tema del rischio idrogeologico, #DISSESTOITALIA è un progetto nato da una partnership tra l’Associazione dei COSTRUTTORI edili, LEGAMBIENTE, l’Ordine degli ARCHITETTI, quello dei GEOLOGI, e i GIORNALISTI indipendenti di Next New Media. L’IDEA È SPIEGARE COS’È OGGI IL RISCHIO IDROGEOLOGICO IN ITALIA, COME PREVENIRLO, come rendere più sicure le città, le città le campagne e il patrimonio storico e culturale. Raccontare il dramma di chi teme ogni giorno per la sua casa e la sua vita per colpa della mancata prevenzione o dell’abusivismo. Il WEBDOC è il risultato di un reportage di tre mesi di NEXT NEW MEDIA nei luoghi simbolo del dissesto, da quelli colpiti più di recente a quelli già dimenticati ma ancora a rischio per gli abitanti.#DissestoItalia può essere considerato IL PIÙ IMPORTANTE LAVORO D’INCHIESTA MULTIMEDIALE realizzato in Italia per ampiezza, grado di approfondimento e per l’impiego di programmi e software d’avanguardia: contiene circa 50 video, 150 foto, documenti e infografiche interattive. (da “il Sole 24ore” del 5/2/2014)

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ANDORA (Savona) - TRENO (Intercity Genova-Ventimiglia) deragliato il 18 gennaio scorso a causa della FRANA verificatasi con il maltempo in LIGURIA. La procura di Savona ha iscritto nel registro degli indagati il progettista del terrazzo crollato assieme alla frana. Dopo 3 settimane il treno è ancora lì, bisogna prima mettere in sicurezza la frana
ANDORA (Savona) – TRENO (Intercity Genova-Ventimiglia) deragliato il 18 gennaio scorso a causa della FRANA verificatasi con il maltempo in LIGURIA. La procura di Savona ha iscritto nel registro degli indagati il progettista del terrazzo crollato assieme alla frana. Dopo 3 settimane il treno è ancora lì, bisogna prima mettere in sicurezza la frana

   All’origine di tutto (allagamenti e frane del cosiddetto “maltempo”), è l’abbandono della MONTAGNA (quella non iper-turistica… pur anche quella turistica sia maldestramente cementificata e abbandonata dagli usi agricoli) e in particolare l’abbandono abitativo e delle attività agro-pastorali della MEZZA MONTAGNA: TERRAZZAMENTI virtuosi costruiti (con grande fatica) nei secoli ora abbandonati e frananti; taglio razionale controllato del legno che ora lascia spazio alla vegetazione infestante, l’uso dei pascoli a prato (anch’essi sostituiti da vegetazione incontrollata, la (non più) cura dei sentieri e lo scolo razionale delle acque che non c’è più…tutto questo ha trasformato la montagna e la “mezza montagna” in luoghi appunto di abbandono e prima origine di frane e mancato contenimento delle acque quando piove un po’ di più. Anche per questo sosteniamo convinti l’esperienza di “adotta un terrazzamento”, movimento nato a Valstagna nel Canale di Brenta (tra la provincia di Vicenza e quella di Trento) (vedi

http://www.adottaunterrazzamento.org/).

   Queste situazioni di abbandono sono all’origine di quel che accade poi in pianura, e cioè grandi quantità d’acqua che scendono veloci in fiumi sempre più rigidi, irreggimentati, e che straripando procurano danni alle popolazioni, alle case vicine, e ai centri urbani. Pertanto questo post lo vorremmo dedicare a proposte concrete e subito attuabili del “che fare?”.

   E se il recupero del valore ambientale e paesaggistico della mezza montagna vuol essere un dibattito serio fatto di iniziative e proposte concrete che dobbiamo prendere (il ripristino dei terrazzamenti collinari è l’urgenza in tutta Italia: dalla Liguria al Nordest a tutta la fascia appenninica..), vogliamo però qui concentrarci su un altro tema che è diventato usuale adesso, cioè la creazione di BACINI DI LAMINAZIONE, molto simili (la stessa cosa) alle CASSE DI ESPANSIONE: una volta dei primi si parlava in altura, delle seconde in pianura.

BACINI DI LAMINAZIONE - I bacini di espansione sono OPERE IDRAULICHE che vengono realizzate per ridurre la portata durante le piene di un corso d'acqua tramite lo STOCCAGGIO TEMPORANEO di parte del volume DELL'ONDA DI PIENA. La cassa di espansione è costituita da un'OPERA DI PRESA, un BACINO artificiale DI ESPANSIONE ed un'OPERA DI SCARICO. L'opera di presa è progettata in modo tale che al raggiungimento di un determinato livello del corso d'acqua, parte della portata venga fatta fluire all'interno del bacino artificiale di espansione, così che la portata del corso d'acqua è ridotta della quantità che invece inonda il bacino di espansione. Il bacino artificiale di espansione è solitamente costruito in un territorio che presenta una conformazione tale dal ridurre al minimo le spese per la costruzione di opere di contenimento (argine). L'opera di scarico è posizionata nella parte a livello più basso della cassa, in modo da consentire il totale deflusso dell'acqua che viene accumulata durante gli eventi di piena. (da Wikipedia)
BACINI DI LAMINAZIONE – I bacini di espansione sono OPERE IDRAULICHE che vengono realizzate per ridurre la portata durante le piene di un corso d’acqua tramite lo STOCCAGGIO TEMPORANEO di parte del volume DELL’ONDA DI PIENA. La cassa di espansione è costituita da un’OPERA DI PRESA, un BACINO artificiale DI ESPANSIONE ed un’OPERA DI SCARICO. L’opera di presa è progettata in modo tale che al raggiungimento di un determinato livello del corso d’acqua, parte della portata venga fatta fluire all’interno del bacino artificiale di espansione, così che la portata del corso d’acqua è ridotta della quantità che invece inonda il bacino di espansione. Il bacino artificiale di espansione è solitamente costruito in un territorio che presenta una conformazione tale dal ridurre al minimo le spese per la costruzione di opere di contenimento (argine). L’opera di scarico è posizionata nella parte a livello più basso della cassa, in modo da consentire il totale deflusso dell’acqua che viene accumulata durante gli eventi di piena. (da Wikipedia)

   Bacini di laminazione, di espansione, che si sta partendo a progettare un po’ ovunque, dove più a valle esista il pericolo di esondazione del fiume: per contenere, nei momenti di emergenza, il forte afflusso d’acqua, la piena. Sì, possono servire, i bacini di laminazione-espansione: ma poche volte sono la soluzione del problema. In più ci si mettono anni a costruirli, costano moltissimo (decine di milioni di euro), occupano spazi preziosi all’agricoltura….

   Allora proviamo a dire brevemente quali sono i problemi dei bacini di laminazione:

a) un enorme IMPATTO AMBIENTALE (occupano artificiosamente aree notevoli… in alcuni casi si utilizzano, dove possibile, ex cave abbandonate e in degrado, ma l’impatto è notevole lo stesso);

b) i bacini vengono impermeabilizzati con uno strato di argilla o materiale simile, ma il RISCHIO DI PENETRAZIONE NEL SOTTOSUOLO DELL’ACQUA e degli inquinanti che essa porta, in particolare quella alluvionale, resta altissimo, con inquinamento delle risorgive a valle e sovraccarico eccessivo della falda sotterranea, cioè un innalzamento del livello delle rogge;

c) la falda che si alza incide nelle abitazioni, con ALLAGAMENTI di scantinati, cantine etc, di case a centinaia di metri di distanza;

d) il bacino deve essere almeno annualmente soggetto a una scrupolosa MANUTENZIONE, per togliere da esso il deposito di FANGHI e altri materiali detritici giunti con l’arrivo dell’acqua: ai costi della manutenzione si aggiunge quello dello SMALTIMENTO;

e) i COSTI altissimi vengono coperti spesso con progetti di project financing (privati che si impegnano finanziariamente in cambio di qualcosa dall’ente pubblico) o riducendo i costi non pagando l’esproprio ai proprietari ma utilizzando solo una servitù di utilizzo in caso di alluvione;

f) quasi sempre la forte portata d’acqua fa sì che il bacino di laminazione-espansione non sia per niente sufficiente a contenere la piena…. Sorgono così molti DUBBI SULL’EFFICACIA dei bacini di laminazione come soluzione alle piene dei fiumi. A tutto questo la difficoltà a realizzarli, possibili opposizioni della popolazione, ricorsi e intralci burocratici…

   Pertanto possono anche servire parzialmente, non siamo pregiudizialmente contrari, ma noi non siamo convinti che questa sia la soluzione. Anzi. Il loro diffondersi (nei progetti, per ora… PER  REALIZZARE UN’OPERA di difesa idrogeologica di grandi dimensioni come questi bacini di laminazione CI VOGLIONO NON MENO DI 5 ANNI), il loro diffondersi come proposta (solo in Veneto ne sono in progetto sei) non fa altro che confermare e accelerare ancor di più la irreggimentazione dei fiumi (“tanto ci sarà il bacino di espansione”…), la loro cementificazione e riduzione a cunicoli stretti dove l’acqua “deve” passare velocemente e riversarsi, come il proiettile su una canna di fucile, sulla pianura, e lì, nei punti maggiormente critici avviene l’esondazione, lo straripamento.

GOLENA DEL PO, IN PROVINCIA DI CREMONA - Con il termine di GOLENA si fa riferimento a quello spazio piano compreso tra la riva di un corso d’acqua ed il suo argine. Si tratta spesso di un'area molto ampia che può ricevere saltuariamente le acque del fiume stesso durante gli eventi alluvionali e svolgere così l'importante funzione idraulica di INVASO DI EMERGENZA. La naturale FACILITÀ CON LA QUALE la golena PUÒ ESSERE SOMMERSA dal proprio corso d'acqua, e quindi di ricevere gran parte del suo materiale limoso presente in sospensione, è all'origine della sua elevata fertilità. Notevoli in Italia sono alcuni tratti del fiume Po tra il Piemonte e la Lombardia dove le ampie strisce di terreno comprese tra gli argini del fiume sono coltivate in genere a pioppeto
GOLENA DEL PO, IN PROVINCIA DI CREMONA – Con il termine di GOLENA si fa riferimento a quello spazio piano compreso tra la riva di un corso d’acqua ed il suo argine. Si tratta spesso di un’area molto ampia che può ricevere saltuariamente le acque del fiume stesso durante gli eventi alluvionali e svolgere così l’importante funzione idraulica di INVASO DI EMERGENZA. La naturale FACILITÀ CON LA QUALE la golena PUÒ ESSERE SOMMERSA dal proprio corso d’acqua, e quindi di ricevere gran parte del suo materiale limoso presente in sospensione, è all’origine della sua elevata fertilità. Notevoli in Italia sono alcuni tratti del fiume Po tra il Piemonte e la Lombardia dove le ampie strisce di terreno comprese tra gli argini del fiume sono coltivate in genere a pioppeto

   Per questo chiediamo e auspichiamo una politica di RECUPERO delle AREE GOLENALI. L’acqua, anche trattenuta in altura con politiche di ripristino ambientale della montagna e mezza montagna (come prima detto) può in pianura rallentare il suo corso utilizzando le GOLENE, cioè la possibilità appunto di espandersi sulle piane golenali.

   E’ sempre il discorso di sempre: da una parte il voler arrivare a un’ “opera risolutiva” (la grande opera), dall’altra pensare a una serie diffusa di micro-interventi, ad OPERE DI INGEGNERIA NATURALISTICA A BASSO IMPATTO AMBIENTALE, alla gestione quotidiana virtuosa del territorio, di recupero degli ambienti naturali specie là dove si sono formati nei secoli (la golena fa parte del fiume, è la stessa cosa). Strategie e volontà che, forse, ora pian piano stanno affermandosi (speriamo). (s.m.)

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UN MILIONE DI ITALIANI A RISCHIO SULLE MONTAGNE ABBANDONATE

di Paolo Conti, da “il Corriere della Sera” del 5/2/2014

– «Investire sulle foreste alpine per prevenire e contrastare il dissesto idrogeologico consente non solo di salvaguardare l’ambiente e l’ecosistema ma anche di ridurre i costi per la sicurezza del territorio». –
«L’ABBANDONO delle aree collinari e montane è un FENOMENO DRAMMATICO sia per la società che per l’EQUILIBRIO GEOLOGICO del nostro Paese. FINO A VENT’ANNI FA gli abitanti provvedevano alla manutenzione ordinaria del territorio, in alta collina e in montagna. C’erano LE COLTURE DEI CONTADINI i quali poi PROVVEDEVANO A MOLTE OPERE DI MANUTENZIONE semplicemente perché amavano farlo, rientrava nella loro cultura. Aggiungiamoci il lavori dei CONSORZI DI BONIFICA, e nel Mezzogiorno d’Italia la politica democristiana che portò a una forte forestazione. Tutto questo è finito, le AREE COLLINARI E MONTANE si sono SPOPOLATE. Le aree non vengono più curate. Questa è la ragione di ciò che stiamo vedendo: L’AUMENTO ESPONENZIALE DEI DISASTRI, appunto, in collina e montagna».
GIUSEPPE DE LUCA, segretario generale dell’ISTITUTO NAZIONALE DI URBANISTICA, studi alla London School of Economics, professore associato di Urbanistica alla Facoltà di Architettura dell’Università di Firenze, sostiene che sia IMPOSSIBILE OCCUPARSI DI CIÒ CHE STA A VALLE (le città e i grandi insediamenti industriali), soprattutto quando si analizzano le ragioni tecniche delle alluvioni e delle inondazioni, «se non si governa ciò che sta alle spalle, ovvero le alture».

   Le cifre parlano chiaro. Secondo uno studio del DPS, Dipartimento per lo sviluppo e la coesione economica, MOLTE ZONE CONSIDERATE PERIFERICHE E ULTRA-PERIFERICHE (superiori ai 600 metri di altezza) DAL 1971 SI SONO LETTERALMENTE SPOPOLATE.
Qualche dato tra i più evidenti. In Emilia-Romagna -52% della popolazione, nel Molise -46.9%, nel Veneto -33.3%, in Liguria -34,3%. E basta UN PENSIERO AI TERRAZZAMENTI ABBANDONATI in Liguria, caratteristica di quella regione, per capire il perché di frane e smottamenti. Il saldo finale della media italiana è -8.1% di popolazione nelle aree periferiche e -5.3% nelle aree ultra-periferiche. Un mutamento epocale non solo della società italiana, della sua economia diffusa, ma anche di un secolare approccio verso il territorio, soprattutto in un Paese in cui IL TERRITORIO NAZIONALE È PER IL 75% MONTANO-COLLINARE.

   Le conseguenze, in queste ore di nevicate e di intemperie, sono tangibili. Nelle aree collinari e montane tutto sembra diventato più difficile, anche garantire soccorsi. E soprattutto proseguire un’attività industriale, vista la quantità di continui smottamenti e frane.
Secondo i dati dell’ISPRA, l’istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, LA POPOLAZIONE ESPOSTA A FENOMENI FRANOSI AMMONTA A 987.560 ABITANTI, tutti appunto nelle aree montano-collinari. Quasi un milione di italiani vive, insomma, nell’incubo quotidiano di un cedimento del territorio in cui ha organizzato la propria esistenza.

   Spiega il geologo Alessandro Trigila, responsabile del progetto Iffi (Inventario fenomeni franosi in Italia) dell’Ispra: «I fattori antropici hanno un ruolo sempre più determinante nell’aumento delle frane collinari e montane. E non c’è solo l’urbanizzazione, con le strade o gli scavi o la quantità di edifici. C’è da mettere nel conto la mancata manutenzione del territorio e delle opere di difesa del suolo. Un ottimo rimedio per le frane più superficiali è nelle OPERE DI INGEGNERIA NATURALISTICA A BASSO IMPATTO AMBIENTALE. Interventi realizzati con un sistema misto di piante, legno e pietra che consolidano il territorio in modo ben più vasto e diffuso delle opere in cemento».
Che fare nel futuro? Come restituire alle zone collinari e montane una loro vivibilità sottraendole al pericolo ambientale? La parola d’ordine è, come diceva Trigila dell’Ispra, tornare agli strumenti più naturali che si rivelano poi i più economici, oltre che i più rispettosi dell’ambiente.

   Afferma Marco Flavio Cirillo, sottosegretario al ministero dell’Ambiente: «INVESTIRE per esempio SULLE FORESTE ALPINE per prevenire e contrastare il dissesto idrogeologico consente non solo di salvaguardare l’ambiente e l’ecosistema ma anche di RIDURRE I COSTI TRA LE 5 E LE 20 VOLTE, a seconda delle diverse situazioni, rispetto a quelli che si dovrebbero sostenere per realizzare opere con funzione protettiva. Sulle Alpi svizzere le foreste svolgono una funzione in termini di tutela della sicurezza del territorio comparabile a quella di infrastrutture il cui costo e manutenzione è stimato in 85 miliardi di euro».

   E DOVE TROVARE I SOLDI? Una proposta viene dall’UNCEM, Unione Nazionale Comuni Comunità Enti Montani, presieduta da Enzo Borghi che afferma: «L’unico sistema percorribile è quello sperimentato già in Piemonte. Prevedere che UNA QUOTA della tariffa pagata dai cittadini PER IL SERVIZIO IDRICO INTEGRATO (acquedotto, fognatura, depurazione) venga destinata a interventi per la prevenzione del dissesto idrogeologico affidati agli enti locali, che ben conoscono i territori, in accordo con le Regioni. E non da inutili nuove agenzie nazionali…».

   Sempre dall’Uncem, vero «sindacato della montagna», arriva un altro dato. IN VENT’ANNI IN ITALIA I BOSCHI SONO AUMENTATI DEL 25-30%. Ma si tratta di BOSCHI SPONTANEI E INVASIVI, frutto dell’abbandono delle aree, che compromettono zone coltivabili. Dice un documento Ucem: «Mancano piani forestali per una gestione dei boschi con tagli regolari ogni 25-30 anni, eliminando quelli invasivi e
valorizzando la FILIERA BOSCO-LEGNA-ENERGIA». Risultato operativo: L’ITALIA IMPORTA IL 70% DEL LEGNO CHE USA mentre i boschi montani aumentano, creano danni all’agricoltura e non tutelano il territorio. Inutile aggiungere altro. (Paolo Conti)

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ECCO PERCHÉ AFFOGA LA «CITTÀ DIFFUSA»

di Alberto Ziparo, da “Il Manifesto” del 31/1/2014

– «Ieri la piog­gia  rica­dendo tro­vava un ter­ri­to­rio ancora inte­gro, ovvero orga­niz­zato secondo razio­na­lità eco­lo­gica. Oggi incontra la “città diffusa”». –

   Affoga la «città dif­fusa». Ormai basta un tem­po­rale un po’ più consistente, neppure allu­vio­nale, e pezzi interi di quar­tieri vanno sott’acqua, i fiumi eson­dano, i sot­to­passi diven­tano cisterne di acqua sporca e mel­mosa, pronta a river­sarsi nell’intorno. IL CLIMA IMPAZ­ZITO, per­ché sovrab­bon­dante di entro­pia ed ener­gia DA ATTI­VITÀ ANTRO­PI­CHE, sca­rica le pro­prie biz­zar­rie su un ter­ri­to­rio inde­bo­lito; para­dos­sal­mente dall’elemento che più doveva con­so­li­darlo, oltre che moder­niz­zarlo, il cemento delle città.
In que­sti giorni – che sareb­bero quelli della «Merla», ovvero i più freddi dell’anno – regi­striamo tem­pe­ra­ture e pre­ci­pi­ta­zioni da ini­zio autunno. I trend ci dicono che il RISCAL­DA­MENTO GLO­BALE pro­voca fre­quenti ALTER­NANZE DI SIC­CITÀ e FORME ALLU­VIO­NALI, che pro­vo­cano sem­pre più spesso, con pre­ci­pi­ta­zioni con­cen­trate (le così dette bombe d’acqua), auten­tici disa­stri. Che si evi­te­reb­bero se le piogge rica­des­sero su un ter­ri­to­rio eco­lo­gi­ca­mente solido.

   Al con­tra­rio un ciclo dell’acqua alte­rato ricade su con­te­sti ambien­tali e inse­dia­tivi for­te­mente inde­bo­liti pro­prio dalla DIF­FU­SIONE URBANA, con con­sumo di suolo e cemen­ti­fi­ca­zione che hanno dis­se­stato, degra­dato, scas­sato gli eco­si­stemi, oltre ogni pos­si­bile capa­cità di tenuta.

   Fino ad IERI, spe­cie IN UN AMBIENTE ten­den­zial­mente CHIUSO come quello MEDI­TER­RA­NEO in cui si estende la nostra peni­sola, CICLONI ED URA­GANI costi­tui­vano EVENTI ECCE­ZIO­NALI.

   OGGI invece PRE­CI­PI­TA­ZIONI ALLU­VIO­NALI diven­tano LA NORMA e tro­vano un ter­ri­to­rio stra­volto da un’urbanizzazione che ormai ingom­bra circa il 20% della super­fi­cie nazio­nale. Con il para­dosso di aver scon­volto gli eco­si­stemi ed i pae­saggi del Bel­paese per rea­liz­zare un enorme patri­mo­nio di volumi edi­fi­cati, abi­ta­tivi, com­mer­ciali, indu­striali, infra­strut­tu­rali, che in gran parte oggi restano vuoti; a testi­mo­niare il dop­pio danno, da spreco e da disa­stri ambien­tali con­se­guenti alle loro rea­liz­za­zioni.

   Decine di milioni di STANZE VUOTE, miliardi di metri cubi di CAPAN­NONI ABBAN­DO­NATI sono un monu­mento al TRIONFO DELLA REN­DITA, ma soprat­tutto allo sfa­scio e all’idiozia nazio­nale. E con­tri­bui­scono costan­te­mente a INNAL­ZARE I LIVELLI DI RISCHIO IDRO­GEO­LO­GICO — come appare evi­dente ogni giorno di più — ma anche sismico, ci ricor­dano L’Aquila e gli altri cen­tri col­piti da eventi recenti.
Ieri la piog­gia (o la neve) rica­dendo tro­vava un ter­ri­to­rio ancora inte­gro, ovvero orga­niz­zato secondo razio­na­lità eco­lo­gica. I bacini mon­tani erano i primi ad inter­cet­tare le pre­ci­pi­ta­zioni, ma ne trae­vano gio­va­mento nell’alimentazione delle fonti e del patri­mo­nio boschivo. Il deflusso verso valle dell’acqua riscon­trava ver­santi saldi e vie di fuga libere, pronte ad essere fruite in caso eventi allu­vio­nali. A valle col­ture e inse­dia­menti rispet­ta­vano gli alvei flu­viali: in pros­si­mità di que­sti rima­ne­vano ambienti ten­den­zial­mente natu­rali o col­ture umide.
OGGI LA CITTÀ DIF­FUSA, non solo ita­liana, HA STRA­VOLTO TALE PAE­SAG­GIO: dalla Mega­lo­poli Padana, alla blob­biz­za­zione del Nord Est, alla mega conur­ba­zione lineare adria­tica, alle città allar­gate dell’Emilia, della Toscana, della cam­pa­gna romana, alla sporca mar­mel­lata inse­dia­tiva napo­le­tana, alle coste ipe­rur­ba­niz­zate e spesso abu­sive di Cala­bria e Sici­lia, fino alla cemen­ti­fi­ca­zione dei con­te­sti urbani sardi (che Cap­pel­lacci vor­rebbe ancora ampliare).

   Così le col­ture mon­tane abban­do­nate favo­ri­scono il dis­se­sto e le frane, anche per l’ABBANDONO DELLA CURA DEL BOSCO PRO­TET­TIVO. Ancora l’urbanizzazione si è spinta spesso verso i ver­santi sub col­li­nari, negando le vie di fuga di fiu­mare e tor­renti, spesso intu­bati o cemen­ti­fi­cati. In regime allu­vio­nale, i corsi d’acqua tro­vano argini sem­pre più alti – che devono «pro­teg­gere» la città estesa fino al limite o den­tro gli alvei — e diven­tano con­dotte for­zate. La rot­tura delle reti eco­lo­gi­che e della con­ti­nuità dei col­let­tori per la dif­fu­sione urbana non per­mette più eson­da­zioni «tran­quille», in caso o fuo­riu­scita o rot­tura degli argini, o di innal­za­menti repen­tini delle falde. Si ten­dono a for­mare così le «macro­va­sche urbane» che abbiamo visto l’anno scorso in Veneto e poi in Sar­de­gna e oggi a Roma: muri e costru­zioni hanno chiuso cor­ri­doi di deflusso e vie di fuga; l’intorno si riem­pie di acqua e fango e il liquido mel­moso sale repen­ti­na­mente. Urge una svolta dra­stica nelle poli­ti­che ter­ri­to­riali e ambientali. (Alberto Ziparo)

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ALLUVIONI

SERVE SUBITO UN’AGENZIA UNICA PER IL TERRITORIO

di Oscar Giannino, da “il Gazzettino” del 4/2/2014

   Gli immensi danni prodotti dalle piogge battenti di questi giorni sono sotto i nostri occhi. Roma, Toscana, Sicilia, Liguria, Veneto. Settimane prima l’Emilia, già messa in ginocchio dal sisma di due anni fa. Dovunque danni immensi a persone e cose, imprese e lavoro, strade e ponti, edifici e ferrovie, monumenti e beni archeologici. Roma, da Prima Porta a Fiumicino, per larghi tratti del Tevere, prima e dopo gli alti argini umbertini, ridotta a una risaia del Mekong. Centinaia di famiglie che hanno perso tutto, il prefetto che invita a non recarsi nella Capitale.

   Di fronte a tutto ciò, questo editoriale intende lanciare una semplice proposta. Una proposta avanzata da un liberista diffidente dello Stato, convinto però che lo Stato debba svolgere bene le sue poche funzioni essenziali, invece di occuparsi – come fa in Italia – di una miriade di cose improprie. Senza perdersi in giri di parole sull’incuria patologica per decenni degli assetti idrogeologici dell’intero paese, e sul contributo negativo apportato dall’abusivismo. Senza nascondersi dietro pareri diversi sul global warming e il suo impatto. Senza aggiungere altre osservazioni vane sulla moltiplicazione di competenze burocratiche che fa sì che il drenaggio del letto di un fiume, la manutenzione dei suoi argini, e il drenaggio e la tenuta dei terreni circostanti, appartengano nel nostro ordinamento a una miriade di autorità diverse, e distinte per diversi ambiti.

   Le calamità in questo inizio secolo si ripetono ormai con frequenza annuale. Ed è evidente a tutti che la politica e le istituzioni non ne manifestano, sinora, la consapevolezza che dovrebbero assumerne: di risorse adeguate agli interventi necessari, di una nuova definizione istituzionale delle competenze, sia per la prevenzione, sia per gli interventi d’emergenza.

   Diciamolo chiaro: a Roma in questi giorni è stato evidente, che di fronte alla gravità di quanto avveniva occorreva ricorrere all’Esercito, perché le istituzioni locali non erano in grado di misurarsi con gli eventi. E, sia detto per inciso, non sono certo i 10 milioni stanziati ieri dal sindaco Marino e dalla giunta capitolina per i primi interventi d’emergenza, a poter rappresentare una risposta adeguata, o a manifestare che la consapevolezza del ritardo pluridecennale finalmente convince la politica a cambiare passo.

   Si dirà che emergenze e calamità, come in questo caso, sono già previste dalle leggi nazionali vigenti come evenienza per sbloccare i fondi negati alle Autonomie Locali per il Patto di Stabilità Interno. Vero, ma anche azionando questa leva, come puntualmente immaginiamo verrà disposto per Roma e non solo per Roma, comunque non ci siamo. Resteremmo lontani per multipli, dalle cifre che sono necessarie.

   Riconsideriamo per un momento le dotazioni finanziarie appena stanziate con la recente legge di stabilità. Al fondo della Protezione Civile, 50 milioni di euro. Complessivamente 180 milioni per la tutela del suolo, di cui 30 per il 2014, 50 per il 2015 e 100 per il 2016, affinché si giunga a opere cantierabili entro fine 2014 e autorizzate dal CIPE.

   Per la tutela e gestione delle risorse idriche, una dotazione di 10 milioni per il 2014, 30 per il 2015 e 50 per il 2016. Un Fondo di 30 milioni per il 2014 e altri 30 nel 2015 per un piano straordinario di bonifica delle discariche abusive. A fronte di 400 milioni entro il 2017 al MOSE di Venezia, 1,3 miliardi a L’Aquila entro il 2015. E’ evidente dal confronto tra queste cifre, che la politica si limita a inseguire i disastri già avvenuti anni fa, e sfociati in mille polemiche.

   Ma, di risorse ordinarie adeguate allo sforzo gigantesco necessario per la messa in sicurezza dei fiumi e dei suoli, la politica non riesce a reperirne nella gestione ordinaria di bilancio. Né possiamo immaginare che davvero la risposta possa venire dalla gestione ordinaria dei pur oltre 110 miliardi di fondi europei a diverso titolo riservati all’Italia nei prossimi 7 anni, di cui 54,8 cofinanziati nazionalmente: anche se su una parte non secondaria di questa ricca posta potrebbe essere indirizzata, al fine di opere infrastrutturali utili non solo di completamento degli assi di trasporto, ma alla tutela del territorio.

   In realtà al governo Letta si offre un’occasione, nel disastro di questi giorni. Perché non mettere rapidamente mano a una quantificazione d’emergenza delle molte decine di miliardi necessarie a un piano nazionale pluriennale di interventi idrogeologici di assoluta emergenza, e troppo a lungo rinviati?

   Perché non pensare a un’Agenzia incaricata di recuperare in pochi anni i più gravi ritardi, coordinando con procedure spedite le troppo frazionate competenze amministrative e le risorse private e delle imrpese, ma con una dotazione finanziaria propria e aggiuntiva, rispetto a quella dei risicati bilanci delle Autonomie e Agenzie Regionali all’Ambiente, Autorità di bacino e consorzi di bonifica?

   Certo, lo sappiamo benissimo: serve un ok europeo. Ma non sarebbe questa, l’idea cioè di un’Agenzia Nazionale per il Ripristino Territoriale, qualcosa di equivalente a quella Tennessee Valley Authority di Roosevelt, di cui da sempre si riempiono la bocca i nostalgici keynesiani, che in realtà vogliono non solo quella ma lo Stato dovunque? Ecco, in Italia abbiamo lo Stato dovunque, ma NON dovrebbe dovrebbe essere.

   Chi qui scrive è notoriamente diffidente delle pesanti intromissioni pubbliche nel mercato. Ma non si tratta di ottenere l’ok europeo a fondi pubblici aggiuntivi perché lo Stato decida lui in quale settore industriale investire o a chi discrezionalmente dare sussidi e a chi negarli. Qui si tratta di un compito essenziale di ogni Stato, anche di quello minimo come a me piacerebbe: argini e corsi dei fiumi, sicurezza dei declivi e delle aree urbanizzate, bonifiche e drenaggi, sicurezza di abitati e strade, ponti e ferrovie. Facciamo allora tornare lo Stato ai suoi compiti veri che trascura, mentre su tutti gli altri non cambierò mai idea e resterò in minoranza a criticare l’iperstatalismo italiano.

   Mi si potrà dire: figuriamoci, è un compito troppo vasto, l’Europa non ci permetterà mai di poter contare su 1 o 2 punti di Pil di risorse pubbliche aggiuntive a questo fine. Ma non è così, se il progetto è serio e se le procedure fossero attentamente invigilate anche direttamente dall’Europa, tenendo alla larga i mille scandali italiani su gare e forniture, corruzione e bustarelle.

   Il rischio dell’ennesimo carrozzone pubblico è molto alto: ma se siamo rassegnati a questo, allora smontiamolo questo mostro di Stato sant’Iddio, invece di tenercelo com’è, pesantissimo dove ci rapina e tragicamente inefficiente dove serve. Bisogna crederci, nella necessità di non ritrovarci in ginocchio, ogni inverno, a piangere morti e crolli, alluvioni e disastri. Dipende solo da noi, fare ciò che per tanti anni non è stato fatto. E non fermarci alle mille polemiche del giorno dopo, dimenticate dopo un mese, per ritrovarci ogni anno punto e daccapo. (Oscar Giannino)

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Intervista a CARLO MAGNANI, DIRETTORE IUAV VENEZIA

RIFORMARE LA GOVERNANCE DEL TERRITORIO: LE GRANDI OPERE NON BASTANO

di Roberta Voltan, da VENEZIE POST del 4/2/2014 (http://www.veneziepost.it/)

«Ragionare solo in termini di pochi grandi opere di bonifica non basta. Serve al più presto una riforma del sistema di governance». Carlo Magnani, direttore del dipartimento Culture del Progetto dello Iuav di Venezia, traccia un’analisi lucida della situazione che i fatti di questi ultime ore hanno riportato drammaticamente alla luce.
L’INCUBO DEL NOVEMBRE 2010 SI RIPROPONE. ABBIAMO IMPARATO LA LEZIONE?
Certamente sono stati fatti dei passi avanti per quanto riguarda le procedure di allerta della popolazione, che 3 anni fa avevano mostrato tutti i loro limiti. Dal punto di vista del rischio idrogeologico invece tutti i problemi – nella nostra Regione come nel resto del Paese – restano aperti, né è pensabile attendersi soluzioni miracolistiche che risolvano il problema nel giro di pochi anni. Serve però un cambio di marcia…

BACINO DI LAMINAZIONE - Nel Padovano l'invaso sul fiume Agno-Guà-S.Caterina tra i comuni di Sant'Urbano e Vighizzolo d'Este da 2 milioni di euro
BACINO DI LAMINAZIONE – Nel Padovano l’invaso sul fiume Agno-Guà-S.Caterina tra i comuni di Sant’Urbano e Vighizzolo d’Este da 2 milioni di euro

IN CHE SENSO?
«La frammentazione di competenze tra le Autorità di bacino che sovrintendono ai corsi d’acqua, i Consorzi di Bonifica che regolano i sistemi di irrigazione, i Comuni che approvano i regolamenti edilizi, il Genio Civile e la Sovrintendenza non è più sostenibile. Ciascun ente ragiona sul proprio campo di competenza e questo genera una grande dispersione delle risorse. Serve un’unica cabina di regia – composta da esperti con competenze multidisciplinari – e il coraggio di mettere in campo un piano di lungo periodo di mille piccole opere, non tutte di ingegneria idraulica, che possano risanare le ferite inferte per decenni al territorio: pensiamo ad esempio all’importanza degli interventi di manutenzione dei canali di campagna o al valore che può avere la scelta di alcuni tipi di culture agricole piuttosto che altre nel mantenimento dei terreni umidi. Non solo: anche le strade rappresentano spesso delle “dighe” per i flussi dell’acqua e di questo aspetto va tenuto conto nella pianificazione. L’istituzione degli osservatori del paesaggio da parte della Regione rappresenta un primo passo in questa direzione perché hanno contribuito a riaprire la discussione, coinvolgendo anche le popolazioni».
ORMAI MOLTI COMUNI DEL TERRITORIO VENETO SEMBRANO RASSEGNATI A VIVERE IN UNA SITUAZIONE DI PERENNE EMERGENZA…
«Una situazione paradossale se pensiamo che per lungo tempo l’acqua è stata “amica” del nostro territorio e che le vie d’acqua erano le nostre antiche autostrade: non dimentichiamo che Venezia è stata costruita con i legnami che arrivano dal Cadore lungo il Piave. Poi a partire dal XIX secolo è subentrata la paura e con essa la decisione di alzare argini sempre più alti: il Po è ormai un fiume “pensile”, il cui fondo è più alto rispetto alla campagna. Oggi il nostro territorio risente – oltre che dell’eccessiva e disordinata e cementificazione – di questa “irregimentazione” delle vie d’acqua. Vie che devono tornare necessariamente a respirare, introducendo elementi di flessibilità, come il ripristino delle zone umide e la creazione di casse di espansione che consentano di gestire le situazioni di emergenza». (Roberta Voltan)

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VENETO

MEZZO MILIONE DI VENETI VIVE SFIDANDO LA NATURA

di Daniele Ferrazza, da “il Corriere delle Alpi” del 7/2/2014

– Scuole, fabbriche e ospedali in zone che potrebbero finire sott’acqua o franare – Il rapporto «DISSESTO ITALIA» dalla collaborazione tra costruttori e ambientalisti –

dissestoitalia_logo   La fotografia del dissesto porta la firma di costruttori, pianificatori, geologi e Legambiente. E da oggi ha un nome: DISSESTOITALIA (www.dissestoitalia.it).

   Difficile attribuire alla raccolta dei dati, presentata ieri mattina a Roma del ministro dell’Ambiente Andrea Orlando, maldestri tentativi di allarme sociale. Ci sono tutti: colpevoli e allarmisti, uniti dalla consapevolezza che abbiamo tutti esagerato e il pianeta non ci sarà una seconda possibilità.

   In un paese dove l’82 per cento del territorio italiano è ad elevato rischio idrogeologico, il Veneto fa la sua brutta figura: più di mezzo milione di persone (522.657) risiede in condizioni di rischio dissesto, 221 mila famiglie.

   Millecinquecento chilometri quadrati (1549 per la precisione) sono soggetti a esondazioni o frane. Come un corridoio largo dieci chilometri che, lungo l’autostrada Serenissima, parte da Verona e arriva a Venezia. I comuni a rischio sono 327, il 56% della regione.

   Non solo: il rapporto «dissesto Italia» elenca puntualmente anche 5.439 imprese, 580 scuole e 41 tra ospedali, case di cura ed enti di assistenza sociale che insistono sul territorio a maggior rischio. Per un totale complessivo di 176 mila addetti che rischiano ogni giorno di finire sott’acqua durante l’orario di lavoro.

VENETO ORIENTALE, PIENA DEL FIUME LIVENZA ( FEBBRAIO 2014): SE RAGGIUNGEVA I 7M SI EVACUAVA L'OSPEDALE DI MOTTA
VENETO ORIENTALE, PIENA DEL FIUME LIVENZA ( FEBBRAIO 2014): SE RAGGIUNGEVA I 7M SI EVACUAVA L’OSPEDALE DI MOTTA

   Quel che è peggio è che la situazione, negli ultimi dieci anni (2003-2013) è peggiorata: più che altrove. La popolazione del Veneto soggetta ad alto rischio è aumentata nel decennio dell’8,8 per cento, il più alto d’Italia. Insomma, abbiamo fatto peggio di altri. Colpa della corsa alla cementificazione, dell’incuria manutentiva, di una cultura del saccheggio che non ha eguali in Europa.

   «Il Veneto ha una propensione naturale al rischio idrogeologico – spiega Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente, che ha curato il rapporto –, ma c’è stata anche una gestione del territorio evidentemente non adeguata. Si è costruito molto e in zone sbagliate, contribuendo a una impermeabilizzazione del territorio notevole. L’acqua finisce nella rete idrica, che non ce la fa più». Bocciati, dunque.

   E il web documentario, che fa parte del rapporto Ance Cresme ed è disponibile in rete lo dimostra, dati alla mano. C’è uno speciale sul disastro del Vajont, probabilmente la più grande tragedia del dissesto idrogeologico d’Europa, e uno speciale sull’alluvione di Ognissanti del novembre 2010.

   «Questo lavoro è stato condiviso dall’associazione dei costruttori, dall’ordine degli architetti e pianificatori, dal consiglio nazionale dei geologi e da Legambiente – aggiunge Zampetti – e vuole fornire strumenti di lettura alla politica per una corretta gestione del territorio. In Italia oltre 5,7 milioni di abitanti è esposto al rischio idrogeologico, negli ultimi dieci anni sono stati registrati duemila episodi di dissesto.

   Nel 2013 gli eventi sono stati 351, ma nel gennaio di quest’anno già 110. Il bilancio delle vittime drammatico: in cento anni 12.600 vittime tra morti, dispersi o feriti e più di 700mila sfollati per colpa di un’urbanizzazione selvaggia, di case e capannoni costruiti troppo vicino a fiumi o in aree ad alto rischio di dissesto idrogeologico».

   Il conto è salatissimo: i danni provocati da terremoti, frane e alluvioni, dal 1944 a oggi è stato pari a 242,5 miliardi di euro, circa 3,5 miliardi all’anno mentre ne sarebbe servita solo la metà per la prevenzione. Secondo i promotori del rapporto il dissesto nazionale «deve disporre di una regia nazionale, avere risorse certe e immediatamente utilizzabili anche sforando il Patto di stabilità e utilizzando la nuova programmazione dei fondi europei». (Daniele Ferrazza)

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VENETO: LE PIENE DEL BACCHIGLIONE SUL VICENTINO E PADOVANO

AFFIDATI I LAVORI PER IL BACINO DI LAMINAZIONE DI CALDOGNO

da “il Giornale di Vicenza” del 23/11/2014 (http://www.vicenzareport.it/)

   Sarà la costruzione del bacino di laminazione delle piene del Timonchio, a Caldogno, il primo a partire di una serie di interventi che la Regione Veneto ha in cantiere per mettere in sicurezza il territorio del bacino idrigeologico TIMONCHIO – BACCHIGLIONE.

QUI sorgerà il BACINO DI LAMINAZIONE DI CALDOGNO, un invaso di circa 5 ettari che consentirà la distribuzione al suo interno delle acque di piena del torrente TIMONCHIO (che confluisce nel BACCHIGLIONE che scende nella città di Vicenza e poi nel padovano) a Caldogno, paese a nord di Vicenza. Il bacino riuscirà a contenere un volume di 3,8 milioni di metri cubi d’acqua. Il costo complessivo dell’opera è stimato in 46 MILIONI DI EURO
QUI sorgerà il BACINO DI LAMINAZIONE DI CALDOGNO, un invaso di circa 5 ettari che consentirà la distribuzione al suo interno delle acque di piena del torrente TIMONCHIO (che confluisce nel BACCHIGLIONE che scende nella città di Vicenza e poi nel padovano) a Caldogno, paese a nord di Vicenza. Il bacino riuscirà a contenere un volume di 3,8 milioni di metri cubi d’acqua. Il costo complessivo dell’opera è stimato in 46 MILIONI DI EURO

Un’invaso che consentirà la distribuzione al suo interno delle acque di piena del torrente Timonchio a Caldogno, diminuendo di gran lunga i rischi di allagamento per il resto della zona. Questo farà sì che più a valle giunga, in caso di grandi piogge, una portata compatibile con la capacità del corso d’acqua, e si eviteranno tracimazioni e inondazioni, come purtroppo è invece accaduto accadute negli ultimi anni soprattutto a Caldogno e a Vicenza. Il bacino riuscirà a contenere un volume di 3,8 milioni di metri cubi d’acqua.

   Queste più in dettaglio le opere previste: a) rilevati arginali di conterminazione della cassa; b) sistemazione del piano della cassa; c) manufatti idraulici di derivazione, restituzione e interconnessione; d) sistemazioni dell’alveo del Timonchio con opere di sostegno del livello idrico e rinforzi e rialzi arginali; e) interventi ambientali.

IL PROGETTO DEL BACINO DI LAMINAZIONE A CALDOGNO (da www_betastudio_eu)
IL PROGETTO DEL BACINO DI LAMINAZIONE A CALDOGNO (da www_betastudio_eu)

   “Lo sviluppo complessivo delle arginature – spiega una nota della Regione Veneto – è di circa 5.250 metri, dei quali 4.400 metri per i bacini dal piano campagna esterno, mentre altri 850 metri separano il settore di monte da quello di valle. La sezione arginale tipo è caratterizzata da scarpate a debole pendenza, intervallate da banche intermedie, per limitare l’impatto visivo. Per permettere l’efficace regimazione delle acque all’interno dell’area delle casse e per preservare l’utilizzo ai fini agricoli dell’area, l’intervento prevede la regolarizzazione del fondo delle casse stesse, il ripristino del terreno vegetale di copertura e il ripristino delle carrarecce, dei fossi di bonifica e dei canali irrigui. Le opere idrauliche di gestione del bacino sono dotate di organi di manovra telecontrollati e telemanovrati, in grado di essere messi in funzione anche in condizioni di mancanza di energia elettrica in quanto serviti da generatori di corrente ausiliari e di sistemi di sicurezza manuali. A completamento dell’intervento è prevista la sistemazione delle sponde e dell’alveo del Timonchio con la realizzazione di protezioni a massi. Per mitigare l’effetto della presenza delle opere nel contesto agricolo esistente sono previsti diversi interventi atti a rinverdire la zona o mascherare le opere, che peraltro sono state progettate già in un’ottica di minimizzazione degli impatti”.

   Il costo complessivo dell’opera è stimato in 46 MILIONI DI EURO, dei quali 25 milioni di e per i lavori. L’aggiudicazione dell’appalto per la realizzazione dell’opera è avvenuta lo scorso 8 ottobre, mentre i lavori sono stati formalmente consegnati in via d’urgenza il 21 ottobre 2013. C’è stata la cerimonia di consegna dei lavori, ed è intervenuto anche il presidente della Regione Luca Zaia. “Siamo ancora alla  farragginosità, – ha detto il governatore veneto – alla burocrazia che ammazza i cittadini, e ammazza anche noi amministratori. Le opere che servono a salvare il territorio si potrebbero fare anche in sei mesi: basterebbe avere pieni poteri. Se a Roma avessero il coraggio di dare poteri commissariali veri a tutti i presidenti di Regione e a tutti gli amministratori, l’Italia si sistema velocemente”.

   Va ricordato infatti che PER  REALIZZARE UN’OPERA DI DIFESA IDROGEOLOGICA CI VOGLIONO IN ITALIA NON MENO DI 5 ANNI, questo se non ci sono intoppi e contenziosi, sempre in agguato, e che quello di Caldogno è il primo grande bacino di laminazione che viene realizzato in Veneto da 80 anni a questa parte, durante i quali non è stato fatto pressoché nulla in termini di opere di prevenzione.

   “Quella di Caldogno – ha aggiunto Zaia – è una grande sfida: un invaso da circa 4 milioni di mq su 104 ettari di territorio. Soprattutto è la prima opera di un programma che ne conta altre cinque già finanziate e da realizzare nell’immediato futuro”. Per avere la massima sicurezza in tutto il Veneto occorrerebbero però 2,7 miliardi di euro, per pagare tutti gli interventi necessari già individuati in un piano elaborato dopo l’alluvione di Ognissanti del 2010 dal prof. Luigi D’Alpaos.

   “Quelle che riusciamo a realizzare valgono circa 380 milioni complessivi. Per i soldi che mancano – ha ribadito Zaia – ricordo che i veneti lasciano a Roma 21 miliardi di tasse l’anno: devono restituirci i nostri soldi”. Zaia ha infine fatto riferimento alla questione degli espropri: “Noi andiamo avanti, dobbiamo farlo, e cercheremo in tutte le maniere di trovare una soluzione rispetto ai contenziosi e alle richieste dei proprietari. L’opera però ci serve, serve alla comunità, deve essere realizzata in due anni, metterà in sicurezza la città di Vicenza. Gli espropriati saranno ristorati, si pagheranno tutti i danni”.

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VENETO PEDEMONTANO

SULLE COLLINE D’ARGILLA CEDONO BOSCHI E VIGNETIdi ANTONIO DELLA LIBERA e GINO LUCCHETTA (GEOLOGI) – (testo raccolto da Andrea De Polo), da “la Tribuna di Treviso” del 7/2/2013

– Viaggio tra i rilievi della Marca Trevigiana con i geologi Antonio Della Libera e Gino Lucchetta «Fondamentale chiudere le fessure sui terreni. Dobbiamo prevenire» –

   Rocce frammentate, sedute su un letto di argilla: è la combinazione peggiore, per la stabilità di ogni terreno. È, purtroppo, la combinazione più frequente sulle colline di Vittoriese e Quartier del Piave, che mai come in questi giorni stanno mostrando tutta la loro fragilità.

   Sono decine di smottamenti più o meno gravi riscontrati nelle ultime ore. A Cozzuolo sono scesi 100 mila metri cubi di montagna. Per ora. Rocce, alberi e terra sono ancora in movimento, e i rischi non vanno sottovalutati: i monitoraggi continuano.

   Ma la Val de Mar è una zona critica da molto tempo, è zona da monitorare sempre. Si vede a occhio nudo: le colline che le fanno da cornice portano tutte i segni di frane più o meno antiche. Un asse critico, che con le piogge ha aumentato la sua instabilità. LE FRANE NON CI DEVONO SORPRENDERE: COME LE MALATTIE, NASCONO PRIMA CHE SI MANIFESTINO.

   DUE LE RAGIONI principali: LE PERTURBAZIONI si sono intensificate negli ultimi anni. Ma c’è anche L’ABBANDONO DEL TERRITORIO da parte dell’uomo, che una volta interveniva ai primi segni di movimento del terreno.

   Dopo Cozzuolo, preoccupa il fronte di Formeniga: quello è un fenomeno vasto e profondo, che coinvolge il versante sotto la chiesa e il campanile. È una predisposizione geologica: in alto si trova il conglomerato, cioè le rocce fratturate, che lascia filtrare l’acqua. Questa raggiunge una base di argilla, che con le forti piogge si fluidifica, generando instabilità.

   A Fregona, invece, è crollato un vecchio terrapieno, così come a Sarmede: famiglie evacuate, auto distrutte, la minaccia di nuove piogge, da oggi. Ma non è solo colpa del maltempo degli ultimi giorni. DOBBIAMO PREVENIRE. Ognuno deve fare la sua parte, pubblico e privato.

   Servono piani di intervento, con la collaborazione dei geologi. Alla base, però, dev’esserci una grande cultura del territorio, verso la quale il pubblico dovrebbe indirizzare maggiori risorse. Da venerdì non c’è un attimo di pace. Non è sufficiente andare su tutte le frane del Quartier del Piave, ogni giorno se ne aggiungono di nuove.

   Ieri è toccato alla strada del Madean, a Valdobbiadene: un fronte importante, largo 150 metri e profondo almeno dieci, che ha coinvolto un bosco di castagni. Lì il terreno è di ARGILLA ROSSA, si imbeve di acqua e diventa una spugna fluida, che scivola a valle trascinando con sé anche i castagni centenari.

   Gli alberi sono rimasti dritti perché la superficie di movimento è più profonda rispetto alle loro radici ancorate nel terreno. Vanno subito chiuse le fessure, perché non entri altra acqua. L’argilla “imbevuta” è la responsabile anche della frana di Refrontolo, in via Patrioti: la particolarità, in questo caso, è che la frana si è mossa su una pendenza abbastanza dolce, di 8-9 gradi. Inusuale, ma c’era già qualche infiltrazione, e l’argilla è diventata come sapone.

   Diverse le frane vicine al Molinetto della Croda, sempre a Refrontolo: lì il torrente Lierza ha scavato il versante della collina. Era successa la stessa cosa nel 1996 e nel 1997. Il fiume erode il piede della collina, e le rocce scivolano. In questo caso è “normale”, e non ci sono molte cure a disposizione.

   Preoccupa, per le prossime ore, un fronte franoso a Colfosco: in via San Daniele, ci sono blocchi di roccia di diversi metri cubi, che possono fare parecchia strada. I pericoli non sono affatto scongiurati. Sulle base delle previsioni del fine settimana, ci aspettiamo 80 millimetri di pioggia, ma diluiti nel tempo. In ogni caso, sarà Fondamentale Chiudere Le Fessure Sui Terreni. E compiere monitoraggi continui per controllare ogni smottamento.

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BRANCO DI CERVI IN UNA STALLA

da “il Corriere delle Alpi” del 7/2/2014

CORTINA – I cervi si riparano nelle stalle di Cortina. Il fotografo ampezzano Diego Gaspari Bandion ha ripreso gli sguardi del gruppo di cervi che, stremati dalle eccezionali nevicate di questi giorni, hanno trovato riparo nella stalla di Stefano Ghedina Basilio a Chiave. «Ricorderò questo inverno eccezionale anche grazie ai loro sguardi», scrive al termine del suo video Gaspari Bandion. CERVI

  Gli sguardi sono quelli di un nutrito gruppo di cervi: cuccioli, femmine al seguito di un cervo maschio adulto e di alcuni maschi giovani, che stanno vicini, riparandosi l’un l’altro, si muovono in branco, addentano il fieno, non emettono suoni, tanto sono affaticati, hanno occhi grandi e quasi riconoscenti per aver trovato riparo. I cervi sono entrati anche nelle stalle di Mortisa e ai Ronche.  Alcuni non ce l’hanno fatta ad arrivare e sono morti in piedi immersi nella neve, stremati dalla fatica e dalla fame. Ieri in volo si è alzato l’elicottero della Forestale per lanciare balle di fieno per gli ungulati sia a Cortina che in valle del Boite e Agordino. Con il disgelo però saranno numerose le carcasse dei cervi e dei caprioli che si troveranno al suolo.)

http://video.gelocal.it/corrierealpi/locale/cervi-nella-stalla-a-cortina/23802/23860

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IL PAESE IGNORATO

di Salvatore Settis, da “la Repubblica” del 1/2/2014

   Una scena che si ripete a ogni inverno, anzi quasi a ogni pioggia. E se non ci sono vittime, ceri in tutte le chiese,Te Deum e processioni di ringraziamento. Questa Italia che si vuole tecnologica e si scopre incapace di badare a se stessa rivive ogni anno la stessa stagione di disastri, condita da dichiarazioni dei padri della patria che promettono immediate contromisure, elogiando l’indomito popolo italiano che sfida le avversità.

   Una sola cosa, a quel che pare, non viene in mente ai Soloni che affollano le aule della politica, le penombre dei partiti, le stanze dei bottoni: che bastava un po’ di prevenzione per evitare, o quanto meno ridurre, il danno. O meglio, di prevenzione si parla, ma senza poi far nulla.

   Per citare la voce più autorevole, è di ieri il discorso del Presidente Napolitano dopo l’alluvione delle Cinque Terre (quattro morti, ottobre 2011): «bisogna affrontare il grande problemanazionale della tutela e della messa in sicurezza del territorio, passando dall’emergenza alla prevenzione». Sagge parole, alle quali non è seguito nulla di concreto.
In preda a colpevole amnesia, dimentichiamo la fragilità del nostro territorio, il più franoso d’Europa (mezzo milione di frane censite), il più esposto al danno idrogeologico e all’erosione delle coste. Fragilità che colpiscono periodicamente, con danni gravissimi alle persone, alle attività economiche, al paesaggio, al patrimonio storicoartistico.

   Non sono i colpi di un destino avverso, ma eventi che dovrebbero innescare meccanismi di consapevolezza e di prevenzione: una miglior conoscenza dei territori, mappe del rischio, soluzioni possibili. E invece, rassegnati, passiamo dalla retorica della prevenzione a una cultura dell’emergenza che piange perennemente su se stessa.
Un esempio solo, ma eloquente: la CARTA GEOLOGICA D’ITALIA, indispensabile per la conoscenza del territorio. La prima, al 100.000, fu voluta da Quintino Sella, ma è largamente superata, se non altro per l’enorme crescita degli insediamenti e delle cementificazioni che fragilizzano il territorio. La nuova carta, avviata da più di vent’anni, prevedeva 652 fogli al 50.000, ma solo 255 sono stati realizzati: abbiamo dunque una carta aggiornata solo per il 40% del territorio, e per completarla manca un adeguato finanziamento.

   Eppure, secondo il rapporto Ance-Cresme (ottobre 2012), il 6,6% della superficie italiana è collocato in frana (547 frane per Kmq nella sola Lombardia), il 10% è a elevato rischio idrogeologico, il 44% a elevato rischio sismico. I costi della mancata manutenzione del territorio sono stati valutati in 3,5 miliardi di euro l’anno (senza contare le perdite di vite umane): negli anni 1985-2001 si sono registrati 15.000 eventi di dissesto, di cui 120 gravi, con 970 morti. Nonostante questi terribili segnali di allarme, cresce ogni anno «l’abbandono della manutenzione e presidio territoriale che assicuravano l’equilibrio del territorio ».
Ma che vuol dire “prevenzione”, se mai il governo volesse prendere sul serio questo tema? Vuol dire limitare il dissennato consumo di suolo che “sigillando” i suoli ne riduce l’elasticità e accresce gli effetti di frane e sismi; vuol dire incentivare l’agricoltura di qualità, massimo baluardo contro il degrado dell’ambiente e dei paesaggi, mettendone in valore l’alto significato culturale ed economico. Vuol dire porre una moratoria alla cementificazione dei suoli, rinunciando alla menzogna secondo cui le “grandi opere” e l’edilizia sarebbero il principale motore dello sviluppo. Vuol dire rilanciare la ricerca sulle caratteristiche del nostro suolo e le strategie di prevenzione.

   Capire che la messa in sicurezza del territorio è la prima, la vera, l’unica “grande opera” di cui il Paese ha bisogno. Secondo il rapporto Ance-Cresme, un piano nazionale per la messa in sicurezza del territorio richiederebbe un investimento annuo di 1,2 miliardi per vent’anni, che assorbirebbe una consistente manodopera bilanciando il necessario decremento delle nuove fabbricazioni: e invece negli ultimi anni gli investimenti pubblici per la messa in sicurezza del territorio sono diminuiti mediamente del 50%.

   Un piano come questo può generare occupazione convogliando anche risorse private, purché sia evidente l’impegno pubblico in volontà politica, risorse economiche e capacità progettuale. Il governo Letta si mostrerà capace di un’inversione di rotta come questa, per esempio spostando sulla difesa del territorio, e su connesse politiche di occupazione giovanile, una parte dei 26 miliardi di spese militari? (Salvatore Settis)

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Vedi anche:

https://geograficamente.wordpress.com/2010/11/14/il-veneto-e-l%E2%80%99alluvione-acque-fiumi-e-utopie-concrete-per-il-paesaggio-veneto-la-possibile-svolta-nella-gestione-territoriale-vie-d%E2%80%99acqua-artificiali-dismissioni-di-inutili-zon/

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