I dieci luoghi dell’Italia Industriale – Parte 2

di Jacopo Ibello

Biella

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In Piemonte, lungo il Cervo e i suoi affluenti, si è insediata negli ultimi secoli la maggiore concentrazione al mondo di produttori di lane di qualità. Ancora oggi, nonostante crisi e delocalizzazioni, quando si tratta di lana pettinata, Biella e le sue imprese sono in prima linea. Cerruti, Zegna e FILA sono solo alcuni tra i brand che rendono speciale questa piccola provincia piemontese. La tradizione biellese nella lana risale ai tempi antichi, quando queste valli rappresentavano uno dei più importanti mercati per questo genere di tessuto. Con la rivoluzione industriale il paesaggio venne stravolto da grandi stabilimenti, alcuni di questi di grande spessore architettonico. Pochi sanno che questa cittadina e il suo circondario, spesso ricordati solo perché “una delle nuove province”, furono uno dei motori dello sviluppo economico italiano e una delle culle del Made in Italy di cui tanto ci vantiamo.

Oggi, nonostante la leadership del settore, Biella non sfugge alla classica immagine della città industriale, fatta di enormi complessi abbandonati in attesa di un nuovo futuro. Lungo il torrente Cervo si allineano i grandi lanifici ottocenteschi, a formare un paesaggio industriale unico. Il luogo simbolo è però senza dubbio la Fabbrica della Ruota a Pray, con la sua caratteristica ruota idraulica e la trasmissione a vista, oggetto di un riuscito intervento di recupero culturale.

Prato

Museo del Tessuto di Prato Di Jacop Ibello
Museo del Tessuto di Prato
Di Jacop Ibello

Prato è l’antitesi di Biella. Sì, anche qui e nel suo entroterra (la Val Bisenzio) domina una grande tradizione nella lavorazione della lana e la vita venne segnata dalle fabbriche molto in anticipo rispetto al resto d’Italia. Ma le similitudini finiscono qui. Se Biella ha basato la sua storia industriale sull’alta qualità e sul lusso, la ricchezza di Prato è stata fondata sull’abilità di produrre lane dal prezzo concorrenziale, capaci di raggiungere leadership di mercato non solo in Italia, ma in quelli che una volta si chiamavano Paesi in via di sviluppo (India, Cina, Sudafrica). Nel dopoguerra, con la fine dei lanifici integrati, un sistema basato su piccole e piccolissime attività tessili, spesso collocate in squallidi stanzoni sparsi un po’ ovunque, rese Prato una delle città più ricche d’Italia e fu la rovina per gli storici distretti lanieri del nord Europa (Verviers, Roubaix, Manchester). La produzione di tessuti di bassa qualità, basati sul recupero di lane già usate, è anche all’origine della crisi dell’industria laniera pratese che ormai perdura da più di vent’anni: la concorrenza delle nuove realtà tessili di Africa e Asia, proprio dove una volta i tessuti pratesi spadroneggiavano, è difficile da fronteggiare con prodotti di bassa qualità.

Oggi il territorio di Prato e della Val Bisenzio è costellato di antichi opifici perlopiù abbandonati. Esiste qualche caso di recupero interessante, come il Museo del Tessuto, il MUMAT di Vernio e il grande complesso del Fabbricone. La città-fabbrica de La Briglia è uno dei casi più interessanti di comunità nata e cresciuta attorno a una fabbrica. Infine non si può non ricordare il bellissimo cementificio Marchino, arrampicato sui monti della Calvana ai confini orientali di Prato.

Sesto San Giovanni

Centrale termoelettrica Falck di Sesto s.gIOVANNI

La cosiddetta “Stalingrado d’Italia” è stata per gran parte del XX secolo il cuore pulsante dell’industria pesante italiana. Nonostante si tratti di un’estensione di Milano, Sesto è riuscita a crearsi un’identità ben definita, grazie alla sua gloriosa storia industriale, che la distingue dalla miriade di comuni che affollano il cosiddetto hinterland milanese. Le grandi aziende nate e cresciute qui (Breda, Marelli, Falck e Campari) hanno non solo contribuito alla prosperità di questa cittadina, ma soprattutto sono state protagoniste, con i loro prodotti, del progresso e della modernizzazione di tutta l’Italia.

Oggi però tutto questo è solo un ricordo. Dei grandi nomi solo la Campari resta una realtà attiva e di successo, ma che comunque non produce più qui da molto tempo. Per il resto, Sesto rappresenta in pieno la condizione sofferente della grande industria italiana. Questa fase di transizione però rappresenta un’occasione sprecata, in cui la cittadina lombarda sarebbe potuta essere un laboratorio di portata internazionale (vista l’importanza del suo patrimonio industriale) per un recupero intelligente delle aree dismesse. Invece i giganteschi scheletri della Falck, abbandonati alle tradizionali speculazioni affaristiche di politica e imprenditoria, sono testimoni di un fallimento irrispettoso della storia e della cultura industriale non solo di Sesto, ma dell’Italia in generale. Le poche operazioni che permettono di intravedere il passato di duro lavoro di questa città sono la vecchia fabbrica Campari, letteralmente avvolta dalla nuova faraonica sede del gruppo, in cui si trova un bel museo sulla storia dell’azienda, e la vecchia area Breda, dove si trovano lo Spazio MIL (una specie di museo dell’industria open air) e il noto Carroponte, luogo di grandi spettacoli musicali e non solo. Da segnalare il lavoro della Fondazione ISEC, che si occupa di valorizzare la storia e la cultura locale attraverso ricerca, pubblicazioni ed eventi.

Crespi d’Adda

[caption id="attachment_7947" align="alignnone" width="300"]il cotonificio a Crespi d'Adda di Jacopo Ibello il cotonificio a Crespi d’Adda di Jacopo Ibello

Questo villaggio operaio, nel comune di Capriate San Gervasio (BG), è una delle testimonianze più importanti al mondo del paternalismo industriale. Quel fenomeno, sviluppatosi tra il XIX secolo e la Seconda Guerra Mondiale, in cui gli industriali si prendevano cura dei propri operai, arrivando a fornirgli alloggio, assistenza sanitaria, attività per il tempo libero e anche (nel caso di Crespi) una sepoltura. Gli operai e le loro famiglie legavano la loro vita indissolubilmente alla fabbrica.

Qui, lungo le sponde dell’Adda, il rapporto tra la famiglia Crespi e i dipendenti del grande cotonificio è visibile soprattutto nell’impianto urbanistico del villaggio: decine di graziose casette, gli edifici dei servizi, la chiesa, tutti ordinatamente alla corte delle imponenti ciminiere e della villa-castello. La stessa figura si ripete incredibilmente nel luogo più mistico di questo posto, il cimitero, dove centinaia di piccole tombe sono allineate come un esercito davanti al colossale mausoleo dei Crespi. Quasi a stabilire un legame tra operaio e padrone che va oltre la vita.

L’unicità di Crespi è riconosciuta anche dall’UNESCO, che nel 1995 le ha conferito il titolo di Patrimonio Culturale dell’Umanità. Purtroppo questo vincolo vale solo per il villaggio e non per le strutture industriali, ossia il cotonificio (che ha operato fino al 2003) e la bellissima centrale idroelettrica, che versano in stato di abbandono. Di recente è stato avanzato un progetto di recupero per l’antico stabilimento, nel frattempo bisogna godersi le bellissime architetture liberty da dietro i cancelli. Il resto invece è visitabile grazie a tour guidati organizzati dagli stessi abitanti di Crespi.

Terni

Panorama di Terni con le acciaierie in primo piano  (foto di Pierclaudio Duranti)
Panorama di Terni con le acciaierie in primo piano (foto di Pierclaudio Duranti)

Al di fuori del nord-ovest, la prima industrializzazione dell’Italia avvenne in modo sporadico. In un’Italia centrale che rimase per buona parte agricola fino a non molto tempo fa, Terni rappresenta un’eccezione. Il successo industriale della città umbra è dovuto in gran parte alla presenza di corsi d’acqua adatti alla produzione di energia. A cambiare il destino di questo piccolo centro di provincia fu l’apertura, nel 1875, della Fabbrica d’Armi, che fu per decenni il principale fornitore dell’Esercito, a cui seguirono le Acciaierie nel 1884. Altro settore chiave fu l’industria chimica, che ebbe il suo apice con la produzione, negli anni del miracolo economico, del Meraklon (nome commerciale del polipropilene prodotto secondo il processo scoperto da Giulio Natta). Nacquero anche importanti attività tessili (Centurini) e metalmeccaniche (Officine Bosco): tutto questo fece sì che Terni diventasse una delle più grandi città operaie italiane, con percentuali di impiegati nel manifatturiero sulla popolazione totale che a inizio secolo erano del 70%.
Oggi molte di queste produzioni sono scomparse o ridimensionate e la città e i suoi dintorni rappresentano uno dei bacini di archeologia industriale più importanti d’Europa. Purtroppo questo patrimonio è stato valorizzato solo in minima parte e molte delle grandi strutture restano abbandonate, alla mercé di vandali e ladri che li saccheggiano regolarmente. L’unico tentativo di recupero in grande stile furono gli Umbria Studios presso il bellissimo stabilimento chimico di Papigno (il campo di concentramento de “La vita è bella”), che però dopo pochi anni fallì miseramente.

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