LA SVIZZERA AL CENTRO DELL’EUROPA (pur neutrale e non nella UE) CONTRO L’IMMIGRAZIONE (dei frontalieri e di europei senza cittadinanza che lì ci vivono) – Sintomo e possibilità che bandiere protezionistiche distinguano europei tra loro (da nazione a nazione; dai meridionali a quelli settentrionali)

DOPO IL REFERENDUM del 9 febbraio scorso per la limitazione degli immigrati, nella COSTITUZIONE SVIZZERA entra una nuova norma, l'articolo 121, che obbliga a fissare UN TETTO MASSIMO PER GLI STRANIERI che possono entrare in Svizzera e CONTINGENTI ANNUALI per i PERMESSI DI SOGGIORNO che includeranno anche i RICHIEDENTI ASILO. Una scelta, quest'ultima, che pone PROBLEMI anche con riguardo AL RISPETTO DI NORME INTERNAZIONALI. Che succederà se i richiedenti asilo supereranno il contingente annuale previsto? Le autorità svizzere li rimanderanno in patria violando il diritto internazionale e la Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati del 1951, pure ratificata dalla Svizzera? Sono tutte domande a cui Governo e Parlamento svizzero dovranno dare una risposta. (il Sole 24ore del 11/2/2014)
DOPO IL REFERENDUM del 9 febbraio scorso per la limitazione degli immigrati, nella COSTITUZIONE SVIZZERA entra una nuova norma, l’articolo 121, che obbliga a fissare UN TETTO MASSIMO PER GLI STRANIERI che possono entrare in Svizzera e CONTINGENTI ANNUALI per i PERMESSI DI SOGGIORNO che includeranno anche i RICHIEDENTI ASILO. Una scelta, quest’ultima, che pone PROBLEMI anche con riguardo AL RISPETTO DI NORME INTERNAZIONALI. Che succederà se i richiedenti asilo supereranno il contingente annuale previsto? Le autorità svizzere li rimanderanno in patria violando il diritto internazionale e la Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati del 1951, pure ratificata dalla Svizzera? Sono tutte domande a cui Governo e Parlamento svizzero dovranno dare una risposta. (il Sole 24ore del 11/2/2014)

   Il referendum svizzero vinto domenica 9 febbraio dai sostenitori della limitazione degli immigrati (l’introduzione di quote che potrebbero far sì di essere già in sopranumero con “l’esistente” e mandar via immigrati che già sono in Svizzera da lungo tempo…), non è il primo segnale di “chiusura” di una nazione al centro d’Europa che, nella sua orgogliosa neutralità, è connaturata al suo interno dal multiculturalismo e multilinguismo. Era già accaduto un episodio referendario di “chiusura”: nel novembre 2009 il 57% della popolazione svizzera aveva raccolto l’invito della destra conservatrice che con un referendum apposito ha fatto passare il divieto alla costruzione di minareti in Svizzera.

   Pertanto ci si ritrova ancora una volta nel clima generale di “chiusura allo straniero” che si respira adesso in Europa, che va oltre i 28 paesi dell’Unione europea (Unione cui la Svizzera, fiera della sua neutralità, non partecipa). Dato in primis dalla crisi economica: la disoccupazione e la riduzione del benessere nell’ ”area geografica europea” porta a un revanscismo nazionalista, dove gli immigrati non sono bene accetti, perché il lavoro è poco.

La SVIZZERA, in piena Europa centrale, è uno STATO FEDERALE, composto da 26 CANTONI. Un PAESE ALPINO (e non ha uno sbocco sul mare…), il cui territorio è geograficamente suddiviso tra il massiccio del Giura, l'Altopiano e le Alpi svizzere, occupa una superficie di 41.285 km². Confina a nord con la Germania, ad est con l'Austria e il Liechtenstein, a sud con l'Italia e ad ovest con la Francia.     DUE TERZI DEGLI 8 MILIONI DI ABITANTI SI CONCENTRANO SULL'ALTOPIANO, dove vi si trovano le maggiori città: ZURIGO, GINEVRA, BERNA, BASILEA e LOSANNA. Le prime due sono PIAZZE FINANZIARIE INTERNAZIONALI e vengono anche spesso considerate come le città aventi la qualità di vita più elevata al mondo, mentre Berna, come capitale de facto, è il centro burocratico e politico della nazione e sempre qui vi è la sede del Parlamento e del Governo svizzeri.    Con un reddito pro-capite pari a 80.275 dollari (nel 2013), LA SVIZZERA È UNO DEI PAESI ECONOMICAMENTE PIÙ PROSPERI AL MONDO. Due terzi della forza lavoro sono attivi nel settore terziario e circa un terzo nel secondario.    La Svizzera è suddivisa in TRE REGIONI LINGUISTICHE E CULTURALI: TEDESCA, FRANCESE, ITALIANA, a cui vanno aggiunte le VALLI DEL CANTON GRIGIONI IN CUI SI PARLA IL ROMANCIO. Il TEDESCO, il FRANCESE, l'ITALIANO sono LINGUE UFFICIALI e NAZIONALI. Il ROMANCIO è lingua nazionale dal 1938 ed è parzialmente lingua ufficiale dal 1996. Alla DIVERSITÀ linguistica si aggiunge quella RELIGIOSA con i CANTONI PROTESTANTI e i CANTONI CATTOLICI.    Gli svizzeri quindi non formano una nazione nel senso di una comune appartenenza etnica, linguistica e religiosa. IL FORTE SENSO DI APPARTENENZA AL PAESE SI FONDA SUL PERCORSO STORICO COMUNE, sulla condivisione dei MITI NAZIONALI e dei FONDAMENTI ISTITUZIONALI (FEDERALISMO, DEMOCRAZIA DIRETTA, NEUTRALITÀ), sulla GEOGRAFIA (le ALPI) e in parte sull'ORGOGLIO DI RAPPRESENTARE UN CASO PARTICOLARE IN EUROPA.    La POLITICA ESTERA è contraddistinta dalla tradizionale NEUTRALITÀ, mantenuta sin dal 1674, anno della prima dichiarazione ufficiale di neutralità della Svizzera. La Svizzera fa parte delle Nazioni Unite (dal 2002), dell’AELS (l'Associazione europea di libero scambio, chiamata anche in inglese EFTA, European Free Trade Association), del Consiglio d’Europa (organizzazione internazionale per la democrazia, i diritti dell’uomo, l'identità culturale europea, fondato nel 1949, con adesso 47 stati membri), dell'Organizzazione mondiale del commercio. La Svizzera ospita numerose organizzazioni internazionali, in particolare a Ginevra, dove vi si trovano la sede della Croce Rossa e la sede europea dell'ONU. Non fa parte dell'Unione Europea.
La SVIZZERA, in piena Europa centrale, è uno STATO FEDERALE, composto da 26 CANTONI. Un PAESE ALPINO (e non ha uno sbocco sul mare…), il cui territorio è geograficamente suddiviso tra il massiccio del Giura, l’Altopiano e le Alpi svizzere, occupa una superficie di 41.285 km². Confina a nord con la Germania, ad est con l’Austria e il Liechtenstein, a sud con l’Italia e ad ovest con la Francia.
DUE TERZI DEGLI 8 MILIONI DI ABITANTI SI CONCENTRANO SULL’ALTOPIANO, dove vi si trovano le maggiori città: ZURIGO, GINEVRA, BERNA, BASILEA e LOSANNA. Le prime due sono PIAZZE FINANZIARIE INTERNAZIONALI e vengono anche spesso considerate come le città aventi la qualità di vita più elevata al mondo, mentre Berna, come capitale de facto, è il centro burocratico e politico della nazione e sempre qui vi è la sede del Parlamento e del Governo svizzeri.
Con un reddito pro-capite pari a 80.275 dollari (nel 2013), LA SVIZZERA È UNO DEI PAESI ECONOMICAMENTE PIÙ PROSPERI AL MONDO. Due terzi della forza lavoro sono attivi nel settore terziario e circa un terzo nel secondario.
La Svizzera è suddivisa in TRE REGIONI LINGUISTICHE E CULTURALI: TEDESCA, FRANCESE, ITALIANA, a cui vanno aggiunte le VALLI DEL CANTON GRIGIONI IN CUI SI PARLA IL ROMANCIO. Il TEDESCO, il FRANCESE, l’ITALIANO sono LINGUE UFFICIALI e NAZIONALI. Il ROMANCIO è lingua nazionale dal 1938 ed è parzialmente lingua ufficiale dal 1996. Alla DIVERSITÀ linguistica si aggiunge quella RELIGIOSA con i CANTONI PROTESTANTI e i CANTONI CATTOLICI.
Gli svizzeri quindi non formano una nazione nel senso di una comune appartenenza etnica, linguistica e religiosa. IL FORTE SENSO DI APPARTENENZA AL PAESE SI FONDA SUL PERCORSO STORICO COMUNE, sulla condivisione dei MITI NAZIONALI e dei FONDAMENTI ISTITUZIONALI (FEDERALISMO, DEMOCRAZIA DIRETTA, NEUTRALITÀ), sulla GEOGRAFIA (le ALPI) e in parte sull’ORGOGLIO DI RAPPRESENTARE UN CASO PARTICOLARE IN EUROPA.
La POLITICA ESTERA è contraddistinta dalla tradizionale NEUTRALITÀ, mantenuta sin dal 1674, anno della prima dichiarazione ufficiale di neutralità della Svizzera. La Svizzera fa parte delle Nazioni Unite (dal 2002), dell’AELS (l’Associazione europea di libero scambio, chiamata anche in inglese EFTA, European Free Trade Association), del Consiglio d’Europa (organizzazione internazionale per la democrazia, i diritti dell’uomo, l’identità culturale europea, fondato nel 1949, con adesso 47 stati membri), dell’Organizzazione mondiale del commercio. La Svizzera ospita numerose organizzazioni internazionali, in particolare a Ginevra, dove vi si trovano la sede della Croce Rossa e la sede europea dell’ONU. Non fa parte dell’Unione Europea.

   Il fenomeno svizzero, di voler limitare la presenza di immigrati, rende ancor di più l’idea che non si tratta di razzismo per motivi di diversità etnica, culturale, linguistica, religiosa: la “chiusura” all’immigrazione in Svizzera la si viene ad avere nei confronti di immigrati italiani, tedeschi, spagnoli, portoghesi, francesi… in pratica “l’essenza” stessa delle origini personali per cui si fonda lo stato svizzero, fatto di persone, cittadini, di lingua e cultura tedesca, francese, italiana….

   Pertanto siamo in presenza di un nazionalismo contro “l’ospite”, di chi non può valersi della cittadinanza: ancor meno quelli che quotidianamente, la mattina, oltrepassano il confine tra la Svizzera e il loro stato di provenienza (Italia, Germania, Francia) per lavorare, e la sera ritornano nel luogo di origine (i frontalieri).

SCHIACCIANTE VITTORIA del “SÌ” in TICINO (68,2%) al REFERENDUM per introdurre le QUOTE IMMIGRATI: è un INDICATORE DELL’ITALOFOBIA cresciuta oltre CHIASSO in questi anni di crisi. Soprattutto per l’“EFFETTO FRONTALIERI”: nel cantone italofono i lavoratori che passano e ripassano in giornata il confine italosvizzero sono AUMENTATI DELL’80% IN DIECI ANNI. Ad essi vanno sommati gli oltre 53 MILA RESIDENTI ITALIANI, su un totale di 341 mila ticinesi, in un cantone nel quale i residenti stranieri sono ormai il 26,7% della popolazione. (Lucio Caracciolo, “la Repubblica” del 11/2/2014)
SCHIACCIANTE VITTORIA del “SÌ” in TICINO (68,2%) al REFERENDUM per introdurre le QUOTE IMMIGRATI: è un INDICATORE DELL’ITALOFOBIA cresciuta oltre CHIASSO in questi anni di crisi. Soprattutto per l’“EFFETTO FRONTALIERI”: nel cantone italofono i lavoratori che passano e ripassano in giornata il confine italosvizzero sono AUMENTATI DELL’80% IN DIECI ANNI. Ad essi vanno sommati gli oltre 53 MILA RESIDENTI ITALIANI, su un totale di 341 mila ticinesi, in un cantone nel quale i residenti stranieri sono ormai il 26,7% della popolazione. (Lucio Caracciolo, “la Repubblica” del 11/2/2014)

   Ma bisogna anche, storicamente, essere cauti nel parlar male della Svizzera. La sua neutralità ai fascismi del secolo scorso, ha significato  per molte persone la possibilità di un ponte antinazista e antifascista verso la sopravvivenza e libertà (specie durante la seconda guerra mondiale e prima nelle ére dittatoriali): molti esuli, ebrei, politici antifascisti hanno potuto fuggire alla repressione grazie a quel territorio neutro…. Con tutte le contraddizioni del caso: molti storici portano prove di “collaborazionismo” delle autorità svizzere al nazismo; e poi di aver incamerato (e tenutosi) il “tesoro” nazista tolto agli averi famigliari di ebrei e di tutte le popolazioni perseguitate da regime di Hitler (ne parliamo con due articoli che trovate verso la fine di questo post). Però per molti esuli la “neutralità” svizzera è stata l’ultima testa di ponte per una possibile salvezza in quei tempi terribili.

….Svizzera che, pur aderendo all’Onu da pochi anni (il 2002), ha una sede strategica a Ginevra, dove si svolgono le più difficili trattative di pace internazionali, unanimemente riconosciuta credibile da ogni Stato del mondo (ultima, trattativa di pace, tra queste quella tra il governo siriano e i suoi oppositori, purtroppo con scarsi risultati, e la carneficina siriana prosegue…). Con istituzioni internazionali neutrali nei conflitti (la Croce rossa) che lì (in Svizzera) hanno trovato la loro sede ideale…..

   Svizzera che, per lo più territorio geograficamente montuoso, alpino, a volte difficile da viverci, ha costruito alcune tra le sue più importanti città (due terzi degli 8 milioni di abitanti si concentrano sull’altopiano, dove vi si trovano anche le maggiori città: Zurigo, Ginevra, Berna, Basilea e Losanna).

   Svizzera senza materie prime di alcun tipo (petrolio, gas…legna sì), che si è inventata nel tempo tecnologie sofisticate da esportare (gli orologi, gli strumenti di precisione…un’economia ricca…), oppure (questo molto in negativo) dubbie rendite finanziarie da importazione di denari mafiosi sottratti al fisco, alla legalità e al bene comune di molti Stati (ma in questo senso qualcosa in positivo si sta muovendo: è del luglio scorso la prima apertura all’abolizione del segreto bancario….).

   Svizzera naturale incontro multiculturale e plurietnico nei suoi 26 cantoni e nelle tre regioni linguistiche (italiana, tedesca, francese), che allora si potrebbe pensarla come nazione aperta…. Ma nonostante l’economia svizzera stia attraversando un ottimo periodo e la disoccupazione sia molto bassa – poco oltre il 3 per cento – da tempo in Svizzera è in corso un dibattito sulle conseguenze dell’immigrazione, che secondo i promotori (e vincitori) del referendum, provocherebbe un abbassamento degli stipendi e metterebbe in pericolo lo stato sociale.

   Poco meno di un quarto degli otto milioni di abitanti della Svizzera è straniero. Lo scorso anno sono arrivati 80 mila nuovi immigrati, una cifra ripresa ripetutamente nella campagna a favore del “Sì” alle quote. Nonostante una situazione relativamente favorevole (visti i tempi e gli altri paesi europei), o forse proprio per questo, si sta agitando e creando anche in Svizzera un significativo movimento populista volto a chiedere ogni chiusura a persone “esterne” ai cittadini riconosciuti (e il referendum sulle quote immigrati vinto dai promotori ne è la prova: e mette pure in serio dubbio l’accordo con l’UE del 2002 sulla “libera circolazione delle persone”). Ma pare che in Svizzera siano ora visti non bene anche i cittadini svizzeri “italiani”, cioè con una certa radicalità nel riconoscere e vivere la loro più recente provenienza italica.

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   Ma non di solo questo fenomeno migratorio strettamente all’interno dell’Europa (poco cambia che la Svizzera non sia nella UE: ) vorremmo qui parlare: ma di tutte quelle persone che particolarmente da Sud (l’Africa) vengono verso l’Italia e l’Europa; molti di essi sono residenti nel nostro paese da anni, ma le condizioni iniziali del mercato del lavoro disponibile in relativa abbondanza non ci sono più: e allora vengono spesso a trovarsi in condizioni di disoccupazione, a volte di vera e propria miseria, in un paese dove non hanno sostegni famigliari, e con impossibilità di farsi carico di un costo della vita assai elevato.

   Che fare per loro? Alla ovvia e necessaria solidarietà, a ogni tipo di sostegno pubblico e privato, si pone anche l’ipotesi (a molti di loro) di tornare nei loro luoghi d’origine (già molti se ne sono andati dall’inizio della crisi nel 2008); o provare a spostarsi in altri luoghi d’Europa, vivendo sempre comunque in condizioni difficili nella speranza di una ripresa economica….

….Decisioni non facili, da prendere, da far proprie…. Vogliamo in ogni caso qui parlare di un’iniziativa spagnola, ancora del 2008, riguardo all’immigrazione: l’allora governo Zapatero approvò nel settembre 2008 un “piano di ritorno volontario” che garantiva l’indennità di disoccupazione per gli extracomunitari che aderivano, cioè tornavano nella patria di origine e si impegnavano a non ritornare in Spagna nei successivi 3 anni. E dopo aver rispettato questo “esodo” volontario, con la possibilità di tornare quando il contesto è cambiato vedendosi riconosciuto come diritto il permesso di soggiorno. Una iniziativa interessante e forse esportabile….Pur non avendo essa avuto molto successo in Spagna (pochi se ne sono andati): ma se perfezionata meglio potrebbe diventare una possibilità concreta di togliere queste persone immigrate dal temporaneo disagio (un “gemellaggio” tra la nazione europea e chi vi è vissuto per anni, con la possibilità di far tornare a studiare i loro figli con borse di studio, dare loro ancora il sussidio di disoccupazione fino alla scadenza, rimborsare i contributi pagati e che non varranno in futuro, di usufruire in casi particolari della sanità, di tornare dopo qualche anno quando il mercato del lavoro si è ripreso… etc.).

   Bill de Blasio, in neosindaco di  New York nel concreto va ben oltre: nel suo primo discorso programmatico annuncia un’innovazione radicale: la città di New York rilascerà carte d’identità anche agli immigrati clandestini, perché la città è “anche loro”, che magari la vivono quotidianamente da molti anni (“Undocumented”, senza documenti, è l’espressione che il sindaco preferisce per questi immigrati, perché non implica una criminalizzazione).

   Se non può avere senso vivere in condizioni miserevoli in Paesi (ex)ricchi che in questo momento non offrono possibilità, lavoro, dove il costo della vita resta comunque altissimo… se qualcuno decidesse di tornarsene alle case di origine (come sta accadendo ora in Italia), perché non dare ad essi, alle proprie famiglie, ai figli, l’opportunità, la possibilità, di un ritorno “legalmente riconosciuto” nel paese d’Europa cui loro sono rimasti affezionati, sono ad esso “legati” da conoscenze ed esperienze, conoscono la lingua, hanno trovato incontro e riscontro nella cultura, nella amicizie, nei luoghi vissuti? …

   Ma questo è un altro discorso rispetto al “caso svizzero” e alla chiusura paventata verso i cittadini migranti europei. (s.m.)

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SVIZZERA: VINCE LA LOGICA DEI CONTINGENTI DI STRANIERI

di Massimo Pillera, da “il Fatto Quotidiano” del 10/2/2014

   Il popolo svizzero ha scelto la strada della chiusura. Ha lasciato che vincesse la pancia e la paura. Con il referendum proposto dall’Udc vittorioso sia nella maggioranza dei Cantoni che nella maggioranza dei voti, tornano i contingenti degli stranieri.

   Cosa significa? Oggi, con gli accordi bilaterali che prevedevano la libera circolazione, per un cittadino europeo era sufficiente avere un contratto di lavoro e vivere e lavorare in Svizzera senza complicazioni usufruendo dell’intero sistema di regole elvetiche.

Un poster del Partito Popolare Svizzero per promuovere il referendum a Zurigo Svizzera 9 febbraio 2014 MICHAEL BUHOLZER_AFP_Getty Images
Un poster del Partito Popolare Svizzero per promuovere il referendum a Zurigo Svizzera 9 febbraio 2014 MICHAEL BUHOLZER_AFP_Getty Images

   DOPO IL REFERENDUM LE COSE CAMBIERANNO ENTRO 3 ANNI. I CANTONI DOVRANNO STABILIRE DEI CONTINGENTI MASSIMI DI STRANIERI CHE ANNUALMENTE POSSONO LAVORARE IN SVIZZERA. Il datore di lavoro dovrà dimostrare che ha bisogno di avere un contratto di lavoro con quella persona straniera dimostrando che quel lavoro non potrà destinarlo ad un cittadino svizzero. Il Cantone rilascerà permessi di soggiorno e quindi di lavoro solo ad un numero prestabilito di cittadini stranieri entro il limite del contingente stabilito.

   Il mercato economico interno ne risentirà poiché è mantenuto dagli stranieri per i consumi interni. Certo il 25% degli stranieri può essere una percentuale enorme per qualunque sistema economico. Ma la Svizzera era la Svizzera per questo: sembrava potesse essere il modello per uno sviluppo sostenibile multiculturale e transnazionale.

   Un Paese che cresce mentre cresce anche l’integrazione del suo sistema sociale multietnico. Chi lavorerà negli ospedali e nella sanità elvetica nei prossimi anni? IL SISTEMA ANDREBBE IN BLOCCO SE NON CI FOSSERO GLI STRANIERi. Ma in tutto il panorama economico senza gli stranieri la Svizzera sarebbe in mano alle tempeste finanziarie con le quali ha già fatto i conti nel 2008 dovendo salvare i suoi grandi colossi bancari.

   Oggi il popolo si è lasciato incantare dalle sirene xenofobe del Svp. Ha creduto che BISOGNA CHIUDERE IL RUBINETTO ALTRIMENTI SI ALLAGA TUTTO. QUESTA DEL RUBINETTO È UNA METAFORA BOOMERANG, perché potrebbe accadere che dal rubinetto non esce più acqua, perché un Paese circondato dall’Europa non può pensare di non avere accordi o regole condivise con essa.

   Barroso è stato chiaro quando ha dichiarato che senza la libera circolazione come elemento di base, nessun accordo con l’Europa.

   E LA SVIZZERA PUÒ FARE A MENO DELL’EUROPA? E per quanto tempo? Gli analisti politici sono sotto shock per quel che è accaduto. Ma in Svizzera il popolo è sovrano e rappresenta la vera opposizione democratica ai governi.

   LA PERCEZIONE DI INSICUREZZA dovuta soprattutto all’aumento dei furti, l’affollamento dei mezzi pubblici, l’aumento del traffico delle auto, e non ultima LA SENSAZIONE DI INSTABILITÀ ECONOMICA E SOCIALE DELL’EUROPA ha fatto prevalere gli istinti alla difesa ed alla chiusura dei cittadini.

   Gli accordi bilaterali erano un fenomeno abbastanza giovane per la Svizzera. IL SISTEMA DEI CONTINGENTI ESISTEVA FINO A POCHI ANNI FA. Ma non c’era la crisi e neanche quel globalismo economico finanziario che sempre di più condiziona i mercati. FINO AD OGGI , possiamo dire che IL SISTEMA SVIZZERO fondato su federalismo e democrazia popolare ERA IMMUNE DAL CONDIZIONAMENTO MEDIATICO DELLE GRANDI CAMPAGNE POPULISTE che spesso sono state contrassegnate da toni razzisti nei confronti degli stranieri.

   CON LA VITTORIA DEL REFERENDUM che limita l’accesso di stranieri, nella politica elvetica ENTRA DI PREPOTENZA LA CAMPAGNA MEDIATICA che riesce in poco tempo a ribaltare i risultati ed a trascinare l’opinione pubblica verso scelte come quella odierna.

   Certamente si allontana quel percorso di avvicinamento all’Europa che molti in Svizzera auspicavano e che garantiva sul lungo termine la fine di un isolazionismo estremamente pericoloso per il sistema elvetico.

   DA OGGI GLI SVIZZERI SONO PIÙ SOLI. Troveranno sicuramente più posti liberi nei mezzi pubblici, avranno meno traffico, ma dovranno confrontarsi con un elemento che da sempre mette in discussione il benessere, quello vero, essi dovranno confrontarsi con la solitudine. (Massimo Pillera)

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TRA POPULISMO E REALPOLITIK

LA CAMPANA SVIZZERA SUONA PER L’EUROPA

di Adriana Cerretelli, da “Il Sole 24ore dell’11/2/2014

–  In vista delle elezioni Ue, il voto elvetico riflette il malessere euroscettico e xenofobo diffuso in tutta l’Unione –

RIPARTIZIONE GEOGRAFICA DELLE LINGUE UFFICIALI IN SVIZZERA
RIPARTIZIONE GEOGRAFICA DELLE LINGUE UFFICIALI IN SVIZZERA

   La Svizzera non è nuova alle crisi di nervi xenofobiche e nemmeno ai sentimenti isolazionisti e anti-europei. Sul filo di una preoccupazione quasi ossessiva: la difesa dell’identità nazionale e di un florido modello di sviluppo da parte di un popolo di 8 milioni di persone, circondate da oltre 500 milioni di “diversi”, non importa se nella specie altrettanto europei.

   Ventidue anni fa, in piena febbre da mercato unico, il no all’adesione allo Spazio economico europeo era stato clamoroso almeno quanto l’attuale sì al ripristino delle quote all’immigrazione. Due voti anti-storici. Tanto è vero che nel primo caso il governo di Berna si precipitò a intavolare faticosi negoziati bilaterali per non auto-escludere il Paese dalle enormi promesse economiche dell’integrazione economica europea, visto che l’Ue era e resta il principale mercato di sbocco dei prodotti elvetici.

   Tanto è vero che anche questa volta è virtualmente certo che sarà ricalcato un copione analogo. Per evitare che, insieme agli accordi di Schengen per la libera circolazione delle persone tra Unione e Svizzera, in vigore dal 2002, non finisca per saltare anche tutta la rete di accordi bilaterali che consentono alle grande multinazionali come alle banche elvetiche di beneficiare del mercato unico europeo, pur non facendo parte dell’Unione.

   Di sicuro l’Europa, da Bruxelles a Berlino, da Roma a Parigi, non ha preso bene la levata di scudi referendaria. Che per la verità non è affatto piaciuta al governo di Berna, dichiaratamente contrario, e tantomeno ai settori economici del Paese che temono «l’incertezza tossica» creata dal voto: i contraccolpi sugli investimenti, il deterioramento dei rapporti con l’Ue e la semi-chiusura dei rubinetti di un’immigrazione Ue che alimenta il 20% della manodopera, il 25% nel settore bancario, il 45% in quello chimico. Per il 69% lavoratori altamente qualificati (contro una media Ue del 35%), italiani e tedeschi le nazionalità straniere più numerose.

   Come sostituirli? Volente o nolente, nonostante tutti i distinguo e prese di distanze, anche gli interessi svizzeri sono finiti nella rete delle interdipendenze europee, che poi sono l’anticamera di quelle globali. Difficile districarsi da quel groviglio, impossibile a breve trovare alternative altrettanto promettenti. In poche parole Berna è condannata a trovare un accordo con l’Europa per ridurre al minimo i danni di un voto che non può essere ignorato ma di sicuro annacquato per renderlo alla fine quasi inoffensivo per il sistema nazionale.

   Se il danno potenziale dell’arroccamento è evidente per la Svizzera, quello collaterale per l’Europa è forse meno scoperto ma almeno altrettanto insidioso. A quattro mesi dalle elezioni europee, la vittoria degli anti-europeisti e xenofobi della Confederazione rappresenta un tonico inatteso e per questo ancora più gradito per le file dei partiti nazionalisti e euroscettici che già minacciavano, stando ai sondaggi, di sedere su un quinto dei seggi del prossimo Europarlamento.

   Come dire che la Svizzera non è poi quel Paese a parte che può sembrare a prima vista. Recessione economica, disoccupazione record, rigore esagerato, democrazie umiliate dalle tecnocrazie, paura di ogni tipo di globalizzazione, sfiducie diffuse sono gli ingredienti di malessere e frustrazioni che presto potrebbero far scoprire all’Europa di avere in casa tante altre “Svizzere” da condannare, cresciute tra le proprie mura. Nel colpevole disinteresse dei governi e dei partiti tradizionali che li sostengono.

   Non a caso di limitare l’immigrazione europea si parla anche in Gran Bretagna, in Germania, Austria e Svezia. Sarebbe una sciagura per l’Europa che sta lentamente uscendo dalla crisi dell’euro e ritrovando la ripresa, sia pure fragile e incerta. Per questo, forse più che per gli svizzeri che ne conoscono bene i rintocchi, questa volta il campanello di Berna suona per l’Europa. Finora troppo sorda per sentirlo. (Adriana Cerretelli)

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“LE BANDIERE DELL’ISOLAMENTO”

di Lucio Caracciolo, da “la Repubblica” del 11/2/2014

   IERI IN SVIZZERA, DOMANI IN ITALIA E NEL RESTO D’EUROPA?   Il voto popolare con cui il nostro vicino alpino ha approvato l’idea di CONTINGENTARE L’IMMIGRAZIONE e di privilegiare la mano d’opera autoctona è un segnale d’allarme per tutti gli europei. È probabile che se analoghe consultazioni si svolgessero nei paesi dell’Unione Europea il risultato sarebbe simile, se non ancora più drammatico (quasi la metà dei votanti elvetici si è comunque espressa contro).

   Le reazioni a Bruxelles e nelle principali cancellerie europee non riescono a celare lo sconcerto per un risultato che mette A REPENTAGLIO I RAPPORTI EURO-SVIZZERI. Ma apre soprattutto un VARCO nel quale si infileranno le FORMAZIONI XENOFOBE E PROTEZIONISTICHE in Francia come in Germania, in Gran Bretagna come in Italia.
Già alle imminenti elezioni per il Parlamento europeo potremmo trovarci di fronte al TRIONFO DEL RIFLUSSO PARTICOLARISTICO, con conseguenze imprevedibili sulla legittimazione delle istituzioni comunitarie. Nulla di straordinario in tempi di declino e d’incertezza. Ma una ragione di più per cercare di decifrare il messaggio svizzero. Di cui occorre tenere a mente almeno tre peculiarità che ci riguardano molto da vicino.
PRIMO. È stato un VOTO CONTRO L’ESTABLISHMENT. Governo, imprenditori, sindacati e mainstream politico-mediatico avevano invitato il popolo sovrano a respingere l’iniziativa promossa dalla destra radicale impropriamente autodefinita UNIONE DEMOCRATICA DI CENTRO. Ma le élite si erano mosse senza troppo compromettersi, fiutando l’aria negativa. L’argomento fin troppo razionale per cui la mano d’opera straniera è imprescindibile per il benessere e lo sviluppo della Confederazione non ha fatto abbastanza presa nella Svizzera profonda.

   Qui ha prevalso la PAURA DELL’ “INVASIONE” STRANIERA che minaccerebbe le radici della convivenza in una piccola ma fiera nazione multiculturale e plurietnica, ancora una volta SPACCATA LUNGO IL RÖSTIGRABEN, la linea di faglia fra Svizzera francofona e germanofona (ma anche italofona), oltre che fra città e campagne. Un problema di costume e di criminalità transnazionale, ma anche di dumping sociale: gli immigrati di modesta qualificazione professionale accettano salari nettamente inferiori a quelli standard, così sconvolgendo il mercato del lavoro locale.
SECONDO. Quando i referendum sono fatti non per decidere su una questione specifica — che sia la scelta fra repubblica e monarchia o la costruzione di un parcheggio pubblico — ma per raccogliere e sfruttare un sentimento popolare, senza offrire un preciso sbocco normativo, gli effetti sono imprevedibili. E facilmente manipolabili. I promotori del referendum “contro l’immigrazione di massa” si sono guardati dallo specificare le quote annuali da introdurre come limite all’ingresso di stranieri, richiedenti asilo compresi. Il governo dovrà fissarle entro tre anni.

   Insomma, GLI SVIZZERI NON POSSONO CONOSCERE LE CONSEGUENZE DEL LORO VOTO. Esse saranno determinate dopo un dibattito interno tutt’altro che tranquillo, mentre la diplomazia di Berna cercherà di ricucire lo strappo con l’Unione Europea e con i suoi singoli Stati membri. Si potrebbe anche finire con il REINTRODURRE I CONTROLLI ALLE FRONTIERE fra la Svizzera e i suoi vicini. Nel frattempo, il clima dell’economia locale — investimenti esteri inclusi — sarà indubbiamente offuscato dal braccio di ferro sull’immigrazione.
TERZO. La SCHIACCIANTE VITTORIA DEL “SÌ” IN TICINO (68,2%) è un INDICATORE DELL’ITALOFOBIA cresciuta oltre Chiasso in questi anni di crisi. Soprattutto per l’“effetto frontalieri”: nel cantone italofono i lavoratori che passano e ripassano in giornata il confine italosvizzero sono aumentati dell’80% in dieci anni.  Ad essi vanno sommati gli oltre 53 mila residenti italiani, su un totale di 341 mila ticinesi, in un cantone nel quale i residenti stranieri sono ormai il 26,7% della popolazione.

   Dumping a parte, persino i più compassati media svizzeri parlano di “turismo criminale”, che accentua il SENSO D’ISOLAMENTO DEI TICINESI: TRASCURATI DA BERNA E MINACCIATI DAL VICINO MERIDIONALE. Dunque gli episodi di intolleranza e di xenofobia contro gli italiani si concentrano paradossalmente alla nostra frontiera.

   Sono invece assai PIÙ RARI A ZURIGO, A GINEVRA O A BASILEA. Mentre il negoziato fra Roma e Berna sui capitali italiani impropriamente detenuti da banche svizzere segna il passo, c’è da temere per il complesso delle relazioni con un paese che rappresenta IL QUARTO MERCATO DI SBOCCO DEL MADE IN ITALY, più importante di Cina e Russia messe insieme.
Il tempo non lavora per chi vuole frenare la tendenza alla chiusura reciproca fra europei, che siano o meno parte dell’Ue. In assenza di un chiaro e condiviso progetto europeo, è prevedibile che nei prossimi anni la bandiera dell’Europa — capro espiatorio della crisi — sarà sventolata come un drappo rosso da avventurieri e opportunisti per eccitare le fobie e i nazionalismi esclusivi. E così disintegrare quel poco o molto di comune che siamo riusciti a ricostruire sulle macerie di due guerre mondiali. Nessuno potrà dire di non averlo saputo. (Lucio Caracciolo)

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SULL’IMMIGRAZIONE L’EUROPA FA LA DURA CON LA SVIZZERA MA L’OBIETTIVO È L’INGHILTERRA. IL RISCHIO ELETTORALE

di David Carretta, da “IL FOGLIO” del 13/2/2014

BRUXELLES – Dopo aver taciuto durante tutta la campagna elettorale del referendum, l’Unione europea ha risposto con inusuale durezza al voto contro “l’immigrazione di massa” in Svizzera. COMMISSIONE E GOVERNI EUROPEI HANNO CONGELATO TUTTI I NEGOZIATI IN CORSO CON LA CONFEDERAZIONE: dall’accordo sull’elettricità al nuovo assetto istituzionale che dovrebbe governare le relazioni tra Bruxelles e Berna.

   “Sono le prime conseguenze politiche del voto”, spiega al Foglio una fonte dell’esecutivo comunitario. Ufficialmente “la palla è nel campo della Svizzera”. Ieri il governo di Berna ha annunciato la presentazione entro la fine dell’anno di un progetto di legge per implementare il referendum. Ma nel medio-lungo periodo la rappresaglia dell’Ue potrebbe essere molto più dura.

   “Occorre punire la Svizzera, affinché il Regno Unito capisca”, dice un alto responsabile europeo. Nel momento in cui il premier britannico, David Cameron, reclama quote  per l’immigrazione comunitaria e promette di rinegoziare la membership di Londra, l’Ue spera di calmare i bollori antieuropei degli inglesi dando una bella lezione agli svizzeri.

   “LE QUATTRO LIBERTÀ FONDAMENTALI – CIRCOLAZIONE DI PERSONE, MERCI, SERVIZI E CAPITALI – NON SI POSSONO SEPARARE”, è il mantra di Bruxelles: introducendo quote per i lavoratori comunitari, pur essendo fuori dall’Ue, la Svizzera si autoesclude dagli altri pilastri del grande mercato interno europeo.

   Se, visto l’esito del referendum, entro luglio Berna non aprirà le porte ai cittadini della Croazia – il 28esimo membro dell’Ue entrato nel 2013 – Bruxelles taglierà la partecipazione della Svizzera ai PROGRAMMI HORIZON 2020 (ricerca) ed ERASMUS PLUS (mobilità degli studenti). Se saranno effettivamente introdotte quote all’immigrazione intraeuropea, l’Ue è pronta a minacciare le banche svizzere. “Non è possibile accettare la separazione tra la libera circolazione delle persone e quella dei capitali”, ha detto il ministro degli Esteri greco, Evangelos Venizelos, che ha la presidenza di turno dell’Ue.

   CON SVIZZERA E REGNO UNITO, L’UE HA ADOTTATO LA SOLITA POLITICA: EVITARE DI CONFRONTARSI IN MODO APERTO SULLE GRANDI QUESTIONI CHE ANIMANO LE SOCIETÀ EUROPEE, FINO A QUANDO NON ESPLODE UNA CRISI MAGGIORE.

   Durante la campagna elettorale svizzera, la Commissione ha rifiutato di scendere nell’agone elettorale elvetico per spiegare le conseguenze di una vittoria del referendum “sull’immigrazione di massa”, a cominciare dalla “clausola ghigliottina” che farà cadere gli accordi su barriere tecniche al commercio, appalti pubblici, agricoltura, trasporti aerei, su strada e rotaia.

   Nel Regno Unito, anziché indossare i guantoni per difendere la libera circolazione dei lavoratori, la Commissione si è lanciata in una discussione tecnica sulla possibilità di rafforzare le norme per evitare il turismo del welfare sociale.

   L’Europa fa così fin dal referendum del 2005 sul Trattato costituzionale in Francia. Allora fu il timore dell’invasione dell’idraulico polacco – mai avvenuta – a interrompere i sogni europei. Da allora, sull’immigrazione, l’Ue ha adottato un approccio tecnocratico di basso profilo che ha impedito un serio dibattito a livello europeo. Nei documenti si riconosce che servono decine di milioni di immigrati per mantenere tassi di crescita decenti e uno stato sociale avanzato. Nei fatti prevale il timore di un’opinione pubblica ostile all’immigrazione anche intracomunitaria.

   LA CRISI DELLA ZONA EURO VIENE GESTITA ALLO STESSO MODO. Fuori microfono i commissari rivendicano il “successo” dell’austerità, che ha permesso ai rendimenti Btp italiani di scendere ai livelli del 2006 e al Portogallo di tornare sui mercati a un tasso del 5 per cento. Ma, con una disoccupazione al 12 per cento, nessuno osa rivendicare apertamente una politica sempre più contestata.

   “Non è compito della Commissione fare politica, ma l’interesse comune europeo”, riassume la fonte dell’esecutivo comunitario. Ma L’ESTABLISHMENT EUROPEO, che si appassiona alla successione di José Manuel Barroso, RISCHIA UN BRUTTO RISVEGLIO IL 26 MAGGIO, con i risultati delle elezioni per l’Europarlamento.

   Secondo i sondaggi, l’UKIP di Nigel Farage nel Regno Unito, il FRONT NATIONAL di Marine Le Pen in Francia, il PVV di Geert Wilders in Olanda, la FPO in Austria, SYRIZA in Grecia hanno la possibilità di vincere a livello nazionale. La loro progressione è destinata a rafforzare il consenso centrista e tecnocratico che governa Bruxelles. Ma l’effetto ultimo del consenso centrista e tecnocratico rischia di essere il declino definitivo dell’Ue. (David Carretta)

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CONFINE SVIZZERA/ITALIA - Al centro dell'Europa, ma non membro dell'Unione europea, LA SVIZZERA – che domenica 9 febbraio 2014 ha reintrodotto con un voto popolare le quote sull'immigrazione (50,3% di favorevoli) - OSPITA UNA POPOLAZIONE STRANIERA PARI AL 23,3 % DEGLI 8 MILIONI DI ABITANTI DEL PAESE. Tra gli immigrati, GLI ITALIANI SONO TRA I PIÙ NUMEROSI. A fine aprile 2013 la Svizzera contava infatti 1.846.500 STRANIERI DOMICILIATI (57.175 in più rispetto all'anno precedente), DUE TERZI dei quali provenivano DA STATI DELL'UNIONE EUROPEA E DELL'ASSOCIAZIONE EUROPEA DI LIBERO SCAMBIO (EFTA), secondo le statistiche ufficiali. I gruppi più cospicui sono quelli degli ITALIANI (CIRCA 290MILA) e dei TEDESCHI (più di 280mila), ciascuno dei quali con una quota del 16%, seguiti dai PORTOGHESI (13%). Dall'introduzione dell'ACCORDO SULLA LIBERA CIRCOLAZIONE DELLE PERSONE CON L'UE, NEL 2002 (il trattato di SCHENGEN), il bilancio migratorio è stato particolarmente importante con la Germania (circa 16.100 persone all'anno) e il Portogallo (circa 8.700 persone all'anno), ma il maggior aumento del numero d'immigrati tra il 2011 e il 2012 è stato osservato tra le persone provenienti dai Paesi dell'Europa meridionale, ovvero da GRECIA (+44,8%), SPAGNA (+36,2%) e ITALIA (+28,1%). La Svizzera ed il suo benessere economico attirano inoltre MOLTI FRONTALIERI DAI PAESI CONFINANTI ed in particolare da GERMANIA (56.920), la FRANCIA (145mila) e l'ITALIA, OLTRE 65MILA QUASI TUTTI IN TICINO. La manodopera straniera è considerata un elemento importante del mercato del lavoro svizzero ed i lavoratori stranieri svolgono un ruolo importante nel settore secondario, dove rappresentano il 37% degli attivi occupati (2011) contro il 26% nel terziario. (da http://www.aduc.it/ )
CONFINE SVIZZERA/ITALIA – Al centro dell’Europa, ma non membro dell’Unione europea, LA SVIZZERA – che domenica 9 febbraio 2014 ha reintrodotto con un voto popolare le quote sull’immigrazione (50,3% di favorevoli) – OSPITA UNA POPOLAZIONE STRANIERA PARI AL 23,3 % DEGLI 8 MILIONI DI ABITANTI DEL PAESE. Tra gli immigrati, GLI ITALIANI SONO TRA I PIÙ NUMEROSI. A fine aprile 2013 la Svizzera contava infatti 1.846.500 STRANIERI DOMICILIATI (57.175 in più rispetto all’anno precedente), DUE TERZI dei quali provenivano DA STATI DELL’UNIONE EUROPEA E DELL’ASSOCIAZIONE EUROPEA DI LIBERO SCAMBIO (EFTA), secondo le statistiche ufficiali. I gruppi più cospicui sono quelli degli ITALIANI (CIRCA 290MILA) e dei TEDESCHI (più di 280mila), ciascuno dei quali con una quota del 16%, seguiti dai PORTOGHESI (13%). Dall’introduzione dell’ACCORDO SULLA LIBERA CIRCOLAZIONE DELLE PERSONE CON L’UE, NEL 2002 (il trattato di SCHENGEN), il bilancio migratorio è stato particolarmente importante con la Germania (circa 16.100 persone all’anno) e il Portogallo (circa 8.700 persone all’anno), ma il maggior aumento del numero d’immigrati tra il 2011 e il 2012 è stato osservato tra le persone provenienti dai Paesi dell’Europa meridionale, ovvero da GRECIA (+44,8%), SPAGNA (+36,2%) e ITALIA (+28,1%). La Svizzera ed il suo benessere economico attirano inoltre MOLTI FRONTALIERI DAI PAESI CONFINANTI ed in particolare da GERMANIA (56.920), la FRANCIA (145mila) e l’ITALIA, OLTRE 65MILA QUASI TUTTI IN TICINO. La manodopera straniera è considerata un elemento importante del mercato del lavoro svizzero ed i lavoratori stranieri svolgono un ruolo importante nel settore secondario, dove rappresentano il 37% degli attivi occupati (2011) contro il 26% nel terziario. (da http://www.aduc.it/ )

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IL REFERENDUM SULL’IMMIGRAZIONE IN SVIZZERA

da il POST del 9/2/2014 (http://www.ilpost.it/

– Una stretta maggioranza ha approvato l’introduzione di quote annuali per gli stranieri, nonostante un accordo di libera circolazione con l’UE –

Domenica 9 febbraio in Svizzera si è tenuto un referendum popolare promosso dal partito di centrodestra Unione democratica di Centro in cui è stata approvata con un margine ristretto un’iniziativa contro «l’immigrazione di massa».

I risultati – pubblicati sul sito della Cancelleria Federale – mostrano che ha votato “sì”, cioè a favore del cambiamento delle politica migratoria del paese, il 50,3 per cento dei votanti: l’affluenza è stata alta, ha infatti votato il 55,8 per cento degli aventi diritto.

Il testo dell’iniziativa propone una modifica alla Costituzione federale per introdurre “tetti massimi annuali e contingenti annuali” da fissare “in funzione degli interessi globali dell‘economia svizzera e nel rispetto del principio di preferenza agli Svizzeri”: l’introduzione delle quote annuali riguarderà i cittadini dell’Unione Europea, i cosiddetti “frontalieri” e i richiedenti asilo. Si prevede anche che al momento di nuove assunzioni, le imprese debbano dare la preferenza ai cittadini della Svizzera.

BBC, tra gli altri, nota che questo voto invalida l’accordo tra la confederazione e l’Unione Europea –  di cui la Svizzera non fa parte – sulla libera circolazione delle persone. L’accordo, faticosamente negoziato prima della sua entrata in vigore nel 2007, assicurava uguali diritti ai cittadini europei e a quelli svizzeri nel mercato del lavoro: i promotori del referendum votato domenica lo avevano però criticato apertamente, dicendo che alla prova dei fatti si era rivelato un errore.

Il Consiglio federale e il Parlamento avranno ora tre anni per l’attuazione della proposta, periodo entro il quale dovranno avviare anche nuovi negoziati con l’Ue, come ha ricordato dopo l’esito il presidente della Confederazione Didier Burkhalter.

Il governo svizzero aveva annunciato a marzo 2012 che la campagna “BASTA IMMIGRAZIONE DI MASSA” – con slogan come “L’eccesso nuoce” – aveva raggiunto le 100 mila firme necessarie a indire un referendum. Tra i promotori c’era il partito euroscettico di centrodestra UNIONE DEMOCATICA DI CENTRO (UDC in italiano, SVP in tedesco), che ha circa un quarto dei seggi all’Assemblea federale.

Il voto si è diviso più o meno secondo linee geografiche e linguistiche tradizionali: IL CANTON TICINO, DI LINGUA ITALIANA, ERA MOLTO FAVOREVOLE ALL’INTRODUZIONE DELLE QUOTE, i cantoni francesi erano contrari e quelli di lingua tedesca divisi.

Nonostante l’economia svizzera stia attraversando un ottimo periodo e la disoccupazione sia molto bassa – poco oltre il 3 per cento – da tempo in Svizzera è in corso un dibattito sulle conseguenze dell’immigrazione, che secondo i promotori del referendum provocherebbe un abbassamento degli stipendi e metterebbe in pericolo lo stato sociale. Poco meno di un quarto degli otto milioni di abitanti della Svizzera è straniero. Lo scorso anno sono arrivati 80 mila nuovi immigrati, una cifra ripresa ripetutamente nella campagna a favore del “Sì” alle quote.

Domenica 9 febbraio, oltre al referendum sull’immigrazione, gli svizzeri hanno votato anche una proposta che prevedeva che l’interruzione volontaria di gravidanza non fosse più coperta dall’assicurazione sanitaria obbligatoria: l’iniziativa era intitolata “Il finanziamento dell’aborto è una questione privata” ed era stata promossa da un comitato composto soprattutto da cristiano conservatori che facevano riferimento al partito Unione democratica di Centro: «Molte cittadine e cittadini non sanno che con i loro premi della cassa malati sono chiamati a finanziare gli aborti. Ma l’aborto non è una malattia. Nessuno deve essere obbligato a cofinanziare gli aborti degli altri», aveva spiegato il presidente del comitato Peter Föhn. L’iniziativa è stata però respinta con il 69,8 per cento dei voti: l’interruzione volontaria di gravidanza, in Svizzera, continuerà ad essere rimborsata dall’assicurazione obbligatoria.

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I CONFINI DEL REALISMO

di Sergio Romano, da “il Corriere della Sera” del 10/2/2014
Molti referendum svizzeri sono strettamente locali e, al di là delle frontiere della Confederazione, pressoché incomprensibili. Ma quello di ieri È UN REFERENDUM «EUROPEO», vale a dire destinato a provocare discussioni e ripercussioni in tutti i Paesi dell’Unione.

   Quando decidono, sia pure con un piccolo margine, che l’immigrazione deve essere soggetta a limiti quantitativi, gli svizzeri affrontano un problema comune ai loro vicini. Non sarebbe giusto sostenere che il loro «sì» abbia necessariamente una nota razzista e xenofoba.

   L’opinione pubblica xenofoba esiste e si riconosce nell’Unione Democratica di Centro, oggi maggioranza relativa. Ma PARECCHI ELETTORI DELLA CONFEDERAZIONE, NEI CANTONI DI LINGUA TEDESCA E IN TICINO (una scelta, questa, che potrebbe nuocere ingiustamente ai frontalieri italiani) HANNO ESPRESSO PREOCCUPAZIONI DIFFUSE ANCHE ALTROVE.

   È forse opportuno che il principio della libera circolazione (a cui la Svizzera ha aderito con un referendum del 2000) continui a essere adottato in un momento in cui alcuni Paesi soffrono di una forte disoccupazione e altri, più fortunati, temono tuttavia che il loro mercato del lavoro venga sconvolto da arrivi eccezionali di persone provenienti dai Paesi in crisi? È opportuno assorbire ora nuovi disoccupati a cui non potremo dare un lavoro, ma a cui sarà necessario garantire alcuni benefici del nostro Stato assistenziale?

   Sappiamo ciò che ogni Paese vorrebbe fare, anche se non osa sempre confessarlo: aprire le sue porte a personale specializzato quale che sia la sua provenienza e chiuderle di fronte a lavoratori non qualificati, anche se cittadini di membri dell’Unione. Ma di tutte le soluzioni possibili, questa è la più inaccettabile. Abbiamo il diritto di essere realisti, ma non sino al punto di calpestare il principio di solidarietà. Se vuole essere qualcosa di più di una semplice aggregazione utilitaria, l’Europa non può voltare le spalle alle persone maggiormente colpite dalla crisi.

   Anche questo è realismo. Non si fa nulla di serio e duraturo se la costruzione non è fondata su diritti e doveri comuni.

   La Svizzera è legata all’Ue da un accordo e non potrà applicare il referendum senza un negoziato con Bruxelles. Ma se il problema è europeo tanto vale cogliere questa occasione per affrontare la questione della libera circolazione delle persone in tempi di crisi.

   Sarà più facile farlo, tuttavia, se il problema della solidarietà verrà affrontato in un contesto più largo. Qualche giorno fa, al Parlamento di Strasburgo, Giorgio Napolitano ha ricordato che la politica del rigore deve essere accompagnata e completata da nuovi investimenti privati e pubblici al servizio di progetti europei e nazionali. Vi è forse in quelle parole il disegno di un New Deal per l’Europa, nello spirito di quello voluto da Franklin D. Roosevelt per gli Stati Uniti quattro anni dopo la grande crisi del 1929.

   La politica del rigore, applicata sinora dall’Ue, era indispensabile. Oggi quella della crescita non è meno necessaria. Se il problema dell’immigrazione e del lavoro verrà affrontato in questa prospettiva, qualche temporaneo aggiustamento al principio della libera circolazione sarà forse opportuno e comprensibile. (Sergio Romano)

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RIVOLUZIONE SVIZZERA, ADDIO AL SEGRETO BANCARIO

di Silvana Demichelis, da “la Repubblica” del 22/7/2013

– Messa alle strette dalla pressione congiunta dei paesi occidentali e delle organizzazioni globali, la confederazione finisce con l’accettare l’inevitabile e progressivo smantellamento di quello che era da sempre il suo marchio distintivo –

GINEVRA – «E ‘ un pezzo di storia che cambia. E’ come la fine della caccia alla volpe in Inghilterra». L’avvocato svizzero Paolo Bernasconi, laureato honoris causa come esperto di segreto bancario, qualifica così la portata delle recenti decisioni di tre istituti ginevrini di rinunciare al loro statuto di banchieri privati e quindi al modello di responsabilità personale illimitata per eventuali perdite.

   Unico al mondo, sigilla la garanzia di una comunità di interessi tra il cliente ed il banchiere. Le decisioni dei tre banchieri privati ginevrini sono emblematiche dei sussulti, attacchi e adattamenti che hanno scosso negli ultimi anni la prestigiosa piazza finanziaria elvetica ed il leggendario segreto bancario, oggi agonizzante.soldi-svizzera-corbis-128_da il sole 24ore

   LOMBARD ODIER (la più antica Maisondi banchieri privati di Ginevra in mano ai successori delle famiglie Lombard, Odier, Darier et Hentsch) e Pictet (fondata nel 1805) hanno rinunciato allo statuto giuridico di banchieri privati in febbraio e pochi giorni fa la banca ginevrina Mirabaud (1819) ha annunciato una modifica della veste giuridica, per diventare una società in accomandita per azioni di diritto svizzero.

   Spiega Bernasconi: «La loro struttura ha retto per secoli, ma adesso hanno dovuto adeguarsi. Di fronte all’entità dei rischi globali, il sistema del banchiere privato che risponde con il proprio patrimonio non è più conforme alle regole. Il mercato vuole sapere chi sei e nel mondo il nome di queste famiglie non basta più.  C’è il principio di trasparenza, le autorità di vigilanza e gli investitori non accettano l’idea che i mezzi propri siano bassi perché risponde la famiglia ».

   In tutta la Svizzera, sono rimasti otto banchieri privati contro i 60 del 1945. Ginevra è la culla del segreto bancario, istituito nel 1713 dal Gran Consiglio con una legge che imponeva alle banche di non rivelare i nomi dei clienti, ed ha visto fiorire nei secoli il private banking che ancora oggi è il pilastro della piazza finanziaria elvetica.

   La protezione delle informazioni dei clienti ha infatti contribuito a rendere la Svizzera il più grande centro finanziario offshore del mondo, con circa 2.000 miliardi dollari di patrimoni privati gestiti a livello transfrontaliero, pari a una quota di mercato del 30%.

   Ma dalla crisi del 2008, i Paesi in preda a gravi deficit di bilancio hanno dichiarato guerra al segreto bancario e scatenato la caccia ai conti non dichiarati di clienti stranieri in Svizzera. «La data è 2 aprile 2009, quando al G20 di Londra è stato dichiarata la guerra globale contro l’evasione fiscale. Per la prima volta non hanno scherzato», dice Bernasconi.

   «A lungo le banche svizzere hanno pensato di poter continuare a fare affari nel XXI secolo adottando il paradigma del XX secolo», osserva Sergio Rossi, docente di economia all’Università di Friburgo. «Per anni grazie al segreto hanno beneficiato di una rendita di posizione perdendo diverse occasioni per mettere in regola i loro clienti. Oggi la Svizzera è in una situazione di debolezza, messa nell’angolo da Ue, Ocse, G20, Stati Uniti ».

   C’è stata una certa improvvisazione nelle soluzioni proposte per rispondere alle pressanti sollecitazione dei Paesi determinati a recuperare le somme sfuggite al fisco. Gli attacchi al fortino svizzero si sono susseguiti senza esclusione di colpi: dall’acquisto da parte della Germania di Cd rubati con i nomi di clienti stranieri nelle banche svizzere all’arresto di banchieri elvetici negli Usa. Tanto che pochi mesi fa, dopo il fallimeto dell’intesa fiscale tra Berna e Berlino, Credit Suisse, Ubs e Julius Bär hanno intimato ai clienti tedeschi di regolarizzare la loro situazione fiscale, pena l’interruzione delle relazioni.

   LA SVIZZERA PUNTA ORA SUL ‘DENARO PULITO’ ED È ALLA RICERCA DI SOLUZIONI PER SANARE E REGOLARIZZARE IL PASSATO. «Il nostro lavoro è cambiato, è più difficile ed i costi esplodono. Servono sempre più giuristi ed esperti di compliance e fiscalità internazionale », spiega un funzionario bancario. Il governo ha risposto come ha potuto per difendere la sua piazza finanziaria che vale il 10% del Pil e salvaguardare l’accesso ai mercati esteri per le sue banche. Pensava di aver compiuto un passo risolutorio accettando gli standard Ocse in materia di scambio di informazioni per la sottrazione fiscale nel 2009 ma non è bastato.

   Scarso inoltre il successo dei negoziati fiscali con i Paesi dell’Ue, e quanto all’annosa controversia con Washington, la Confederazione ha dovuto ingoiare numerose pillole amare per difendere quegli operatori della piazza finanziaria elvetica minacciati addirittura di esclusione dal sistema del clearing per i pagamenti in dollari. Impensabile fino a poco tempo fa e tutt’ora inaccettabile per una parte della classe politica e dell’opinione pubblica, Berna ha autorizzato nel 2012 undici banche svizzere accusate negli Usa di aver aiutato cittadini americani ad evadere il fisco a trasmettere migliaia di documenti relativi ai propri impiegati, avvocati e fiduciari, accusati di collusione con i contribuenti americani.

   L’ultimo rospo è il programma di autorizzazione speciale ideato dal governo svizzero per permettere alle banche elvetiche di fornire i dati richiesti dalle autorità giudiziarie americane senza infrangere la legislazione svizzera. Alla fine resta ben poco di quel segreto bancario svizzero ”non negoziabile” fino al 2009 e la Svizzera si sta preparando ad accettare lo scambio automatico di informazioni in materia fiscale. «Se questo scambio prevede Rossi – sarà applicato in modo uniforme da una massa critica di Paesi, le grandi banche potranno restare al vertice della graduatoria mondiale.

   Ma le più piccole non avranno le dimensioni sufficienti per far fronte ai maggiori costi per la compliance e spariranno o saranno assorbite dagli istituti maggiori». Globalmente, gli attacchi al segreto bancario per quanto efficaci non hanno per ora diminuito il ruolo delle banche elvetiche. Ubs è tornata in prima posizione nel private banking davanti a Bank of America, e cinque dei 20 maggiori istituti dell’ultima classifica della Scorpio Partnership in materia sono elvetici: Credit Suisse è in quinta posizione, Pictet è decima, Julius Bär 16esima e Lombard Odier 19esima.

   Per Bernasconi, la piazza finanziaria svizzera è solida: «Le turbolenze sono solo scossoni di assestamento». La sede dell’Ubs a New York: dopo essere stato al centro di molte controversie connesse con lo status dei clienti americani, l’istituto elvetico ha riconquistato la prima posizione mondiale nella classifica dei gestori di grandi patrimoni privati, superando di nuovo la Bank of America e staccando il concorrente Credit Suisse. (Silvana Demichelis)

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ANALISI STORICA SULLA NEUTRALITA’ SVIZZERA: la Svizzera e il suo comportamento durante il nazismo e la Seconda Guerra Mondiale

LA SVIZZERA, IL NAZIONALSOCIALISMO E LA SECONDA GUERRA MONDIALE

Rapporto finale della Commissione Indipendente d’Esperti Svizzera – Seconda guerra mondiale. (da http://www.editore.ch/)

   Nel dicembre del 1996 il Governo elvetico ha istituito la “Commissione Indipendente d’Esperti Svizzera – Seconda Guerra Mondiale”. Presieduta dallo storico Jean-François Bergier, essa aveva il compito di analizzare, dal punto di vista storico e giuridico, quale fu il comportamento della Svizzera all’epoca del nazionalsocialismo.

   La Commissione ha esaminato in particolare le transazioni finanziarie e commerciali, i fondi patrimoniali giacenti in Svizzera, la confisca di opere d’arte e la politica d’asilo nell’ambito di un sistema internazionale caratterizzato dall’economia bellica ed espansionistica della Germania nazista e della sua strategia di annientamento. Questo rapporto finale è un documento di fondamentale importanza per la storia europea del XX secolo.

   Nel 1996 la Svizzera è stata aspramente criticata a livello internazionale per il suo comportamento durante il nazismo e la Seconda Guerra Mondiale. Il piccolo stato neutrale è stato tacciato di aver tratto indebito profitto dalla guerra e di esser stato una piattaforma per le operazioni illecite dei nazisti.

   I media internazionali hanno puntato i riflettori sull’irrisolta questione della RESTITUZIONE DEI BENI INCAMERATI TRA IL 1933 E IL 1945. Il dibattito ruotava attorno a transazioni d’oro rubato, conti bancari non rivendicati, opere d’arte depredate: si trattava di STABILIRE se questi beni dovevano restare in Svizzera oppure SE ANDAVANO RESTITUITI ALLE VITTIME DELLE PERSECUZIONI E DELLO STERMINIO NAZISTA O AI LORO DISCENDENTI.

   Per far fronte a questa situazione, Parlamento e Governo svizzero hanno istituito una Commissione Internazionale Indipendente di Esperti, alla quale è stato assegnato un mandato di cinque anni per verificare, dal punto di vista storico e legale, la fondatezza di queste accuse. I ricercatori hanno potuto accedere ad archivi fino ad allora inaccessibili e per la prima volta è stato possibile superare l’ostacolo del segreto bancario svizzero: tutto ciò ha permesso di estendere la ricerca agli archivi delle banche e di altre ditte.
QUESTO LAVORO HA MESSO IN EVIDENZA UNA REALTÀ SFACCETTATA DI QUEL TRAGICO PERIODO, che la Svizzera ha affrontato con alterne fortune. La ricerca ha tenuto pure in considerazione il contesto internazionale, e in particolare i fattori economici e culturali dai quali dipendeva la sopravvivenza della Svizzera.

   Al proposito risultano chiari gli stretti legami tra le necessità di sicurezza nazionale e gli interessi commerciali. La restituzione dei beni sottratti alle vittime del nazismo e la ricerca dei loro aguzzini sollevano molteplici questioni che sono state analizzate da un punto di vista politico e giuridico. In tutta l’opera si fa costantemente riferimento alla sorte dei profughi e dei perseguitati, nonché al risarcimento delle vittime.

   I risultati di questa ricerca ampliano le conoscenze e i giudizi finora acquisiti sul modo di agire e sulla politica di un Paese neutrale in quel periodo; inoltre gettano le basi per un auspicabile dibattito che delinei con maggior chiarezza il volto della Svizzera nella Storia.

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INCAMERATO DALLA SVIZZERA L’ORO CHE HITLER RAPINÒ ALLE BANCHE E AGLI EBREI?

da http://www.dionidream.com/ 

   La «caccia» é partita quando il deputato laburista britannico Greville Janner, vice presidente del Congresso ebraico mondiale, ha affermato che Londra avrebbe dovuto riconoscere di aver avuto parte e i 400 milioni di dollari in Iingotti d’oro accumulati dai nazisti nelle banche svizzere. La «spartizione» sarebbe avvenuta nel 1945 tra Gran Bretagna, Stati Uniti e Svizzera.

   Secondo L’Independent, Londra e Washington avrebbero ricevuto 60 milioni di dollari ciascuna, mentre Ia Svizzera avrebbe tenuto il resto. Medaglie, monili o altri oggetti d’oro sequestrati dai nazisti furono fusi in lingotti stampigliati con il nome della Reichsbank, per confonderne l’origine, e una parte di essi fu depositata in forzieri segreti in Svizzera, dove secondo organizzazioni ebraiche internazionali si trovano tuttora. I britannici, secondo il rapporto di 23 pagine reso noto daI ministro degli Esteri Malcolm Rifkínd, hanno calcolato che i nazisti confiscarono oro per un valore di 550 milioni di dollari che attualmente varrebbero 11.500 miliardi di lire).

   Ma solo una parte di quest’oro, secondo il rapporto, fu restituito alla fine della guerra dai banchieri svizzeri agli Alleati vincitori. Dalla Confederazione elvetica piovono però smentite: «Nulla indica che nelle banche svizzere possa ancora essere depositato oro confiscato dai nazisti», ha affermato il segretario dell’Associazione svizzera dei banchieri (Asb).

   La storia dell’oro nazista risale a quando Ie armate tedesche, dopo la fulminea avanzata all’inizio della Seconda guerra mondiale, e Ia successiva sconfitta culminata nella distruzione del Terzo Reich, portarono in Germania le riserve auree delle banche centrali dei paesi occupati. Gli agenti della Gestapo e delle SS che prelevavano gli ebrei destinati alle camere a gas confiscarono le ricchezze dei deportati. L’oro, per mascherarne Ia provenienza, fu fuso in Iingotti stampigliati «Reichsbank», la banca centrale del Terzo Reich, e parte di esso, prima della sconfitta di Hitler, fu depositato in segreto, in paesi neutrali come la Svizzera, insieme a quello sequestrato nei paesi invasi.

   Londra, secondo iI rapporto Rifkind, calcola in 550 milioni di dollari (aI valore attuale poco meno di I0.000 miliardi di lire) il valore totale dell’oro saccheggiato dai nazisti in Europa. La cifra tiene conto di 23 milioni di dollari in oro delle riserve del Belgio e di 193 milioni dell’Olanda.

   Una parte dell’oro fu ritrovato in Germania e in Austria dagli eserciti vincitori e trasferito nei forzieri della Federal Reserve Bank degli Stati Uniti e della Bank of England, per la restituzione. Con la fine della guerra cominciarono le trattative con la Svizzera. I banchieri elvetici, che da sempre sostengono di non aver mai ricevuto oro illecito dai nazisti e soprattutto che non c’è nessuna base legale per passare agli alleati i diritti sui depositi nazisti in Svizzera, durante le trattative ammisero di aver acquistato 88 milioni di dollari di oro del Belgio, all’interno di un totale di depositi tedeschi di oro che tra il 1939 e il 1945 ammontó a 4I5 milioni di dollari.

   Solo una parte di quest’oro, secondo iI rapporto, fu restituito dagli svizzeri alla fine della guerra mondiale agli Alleati vincitori. Nel 1947 gli elvetici pagarono 2 50 milioni di franchi svizzeri aI fondo per i risarcimenti istituito presso la Fed Usa nel quale era confluito l’oro preso dai vincitori. La somma fu accettata perché Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia, ritennero che era impossibile ottenere di più. Il movimento dell’oro tedesco fu sempre seguito con forte interesse dai servizi segreti britannici e degli altri paesi alleati.

   La questione era di vitale importanza perché dall’oro dipendeva iI potere della Germania di acquistare all’estero materie prime per la produzione di armi. II ministero britannico per la Guerra economica mise in piedi una rete per la raccolta di informazioni che, oltre alle spie tradizionali si serviva anche di diplomatici, organizzazioni per il controllo dei contrabbando in varie parti dei mondo e un sistema consolare per tenere sotto controllo il blocco economico imposto dagli Alleati contro la Germania.

   A partire dal 1942 britannici e statunitensi decisero che ara arrivato il momento di interrompere i rapporti commerciali tedeschi con i paesi neutrali, soprattutto Svizzera, Portogallo, Svezia e Spagna. Una dichiarazione del 1943 invalidò tutti gli accordi o gli interessi accumulati su proprietà situate in territorio occupato militarmente dai tedeschi.

   Ma informazioni raccolte da varie fonti indicavano che la Svizzera continuava a ricevere oro destinato ai depositi oppure a paesi terzi. Solo il 16 febbraio 1945 i beni tedeschi in Svizzera furono bloccati su ordine dei consiglio federale. Allora si parlò di circa 400 tonnellate di oro tedesco sepolto nei forzieri svizzeri. Per riparazioni ne fu versato circa il 10 per cento.

   SuIIa vicenda si innesta anche iI sospetto che i bottini nazisti viaggiassero su alcune ambulanze o veicoli con il contrassegno della Croce Rossa. «Ma dai nostri archivi non c’è alcuna prova di questi traffici», dice Tony Burgener, uno dei portavoce del Comitato Internazionale della Croce Rossa. Della «Croce Rossa controllata dai servizi segreti nazisti» si parla invece in documenti dell’ “Intelligence” americana stilati in tempo di guerra e tenuti segreti fino a poco fa in cui si afferma anche che «ogni rappresentante della Croce Rossa deve essere considerato un agente tedesco reale o potenziale».

   E vi é anche una «tranche» dell’ oro nazista che riguarda da vicino l’Italia. Infatti, l’oro italiano trafugato durante la guerra dalle truppe naziste in ripiegamento venne prelevato dai caveau della Banca d’Italia e proprio negli archivi dell’Istituto di emissione si trovano documenti e ricostruzioni che permettono di gettare un po’ di luce sulla vicenda. Innanzitutto sulle quantità: dalle ricostruzioni sembrano mancare all’appello circa 25 tonnellate di lingotti.

   Secondo i calcoli finali, furono circa 69 le tonnellate trafugate dai forzieri di Fortezza {in Alto Adige) per andare ad ingrossare iI tesoro Reichsbank. Nei forzieri di Fortezza rimasero, al momento della liberazione da parte elle truppe alleate, circa 23 tonnellate d’oro che nel maggio del ’45 vennero automaticamente restituite dalle autorità militari alleate alla Banca d’Italia e riportate a Roma. Dell’oro trasferito neI Reich circa 44 tonnellate risultano i «rientrate» da tempo in Italia almeno virtualmente. L’oro definitivamente scomparso durante il conflitto mondiale, dopo una serie di calcoli di rettifica delle quantità asportate, risultò pari a poco meno di 25 tonnellate.

   Ma, per quel che riguarda l’oro «italiano» non sembrano esservi misteri: Ie famose 80 tonnellate di oro che i nazisti caricarono sui vagoni durante la fuga da Roma nell’autunno del I943 non sarebbero nascoste da nessuna parte né tantomeno seppellite nelle banche elvetiche. Ne é convinto Io storico italiano Marino Viganò, che ne ha ricostruito la storia per la Tsi, la televisione della Svizzera di Iingua italiana. «Undici tonnellate di quell’oro – ha spiegato Viganò – furono versate alla Confederazione elvetica dalla Repubblica di Salò quale rimborso di una prima rata di un debito contratto dall’Italia. Le altre 70 tonnellate rimasero sepolte fino al I948 nella Fortezza, la roccaforte in Alto Adige, rima di essere utilizzate daI governo italiano per saldare altri impegni contratti prima e durante la guerra». Viganò avrebbe avuto conferma di questo fatto da documenti conservati negli archivi della confederazione e in quelli di Bankitalia che certificano l’avvenuto pagamento.

   Ad alzare nuovamente un alone di mistero sull’oro di Fortezza é però un anziano ex sottufficiale tedesco il quale, in recenti dichiarazioni al quotidiano popolare “Bild”, aveva sostenuto che parte dell’oro trafugato dai nazisti dalla Banca d’Italia nel 1943 é ancora sepolto in Alto Adige («ho visto in una cavitá deI bunker di Fortezza quattro vagoni carichi d’oro), precisando le modalità con cui avrebbe comunicato alle autorità italiane i suoi sospetti ricavando pero’ l’impressione che si volesse «insabbiare» Ia sua segnalazione. L’ex maresciallo capo «Anton W.» (cui la «Bild» assicura il semi-anonimato} ha detto di aver dovuto «descrivere l’esatta situazione ad un sottosegretario all’Interno a Roma» nell’agosto 1986.

   Il quotidiano tedesco afferma che esistono motivi per cui l’Italia non avrebbe interesse a ritrovare gli Ignoti, precisando di aver appreso dal «ministero degli Esteri italiano che la Germania ha pagato alI’Italia le riparazioni per quell’oro già oltre 40 anni fa: se venisse trovato oggi apparterrebbe ai tedeschi». Sempre per quel che riguarda l’Italia, la televisione svizzera romanda (Tsr), ha lanciato un’ipotesi xxx non si sa ancora quanto fantasiosa. E cioè che parte dell’oro italiano sottratto dai nazisti alla Banca d’Italia nel 1944 e portato in Svizzera potrebbe essere stato usato, secondo quanto “fanno pensare certi indizi”, per finanziare la Loggia P2 e le attività di Licio Gelli.

   Sulla valutazione complessiva dei tesoro deI Reich esistono comunque versioni differenti. Secondo Ia tv pubblica tedesca, ad esempio, i nazisti trasferirono in Svízzera, durante Ia Seconda guerra mondiale, Iingotti d’oro e altri valori per 18 miliardi di Reichsmark, equivalenti attualmente a píu’ di 90.000 miliardi di líre, per finanziare la loro guerra di conquista. Solo due giorni prima il ministero degli Esteri britannico aveva parlato di valori saccheggiati a possidenti ebraici e banche centrali e per 550 milioni di dollari dell’epoca, quasi 11.000 miliardi di lire. Secondo la tv tedesca, invece, l’esorbitante cifra di I8 miliardi dí Reichsmark (il tesoro era composto soprattutto di lingotti d’oro) è contenuta in una nota “segreta” del dipartimento di Stato americano deI 27 maggio 1945. Ma c’é anche chi sostiene che l’oro nazista potrebbe essere molto di piu’ di quanto sia stato stimato fino a oggi.

   E’ iI settimanale londinese Jewish Chronicle secondo il quale alcuni documenti dei servizi segreti americani dimostrerebbero che le razzie dei tedeschi del Terzo Reich ai danni di perseguitati e banche centrali ammonterebbero a 2,5 miliardi di franchi svizzeri (circa 3.000 miliardi di lire). Con un tasso d’interesse calcolato tra iI 5 e l’8 per cento quel tesoro oggi oscillerebbe tra i 86 mila e I50 mila miliardi di Iire.

   La Svizzera sarebbe stato l’unico paese neutrale a comprare l’«oro nazista» depredato dall’esercito tedesco alle banche centrali dei paesi conquistati. Secondo una Iista del ministero delle Finanze statunitense deI 1946, i tedeschi avevano trafugato oro in undici paesi per un valore di 648 milioni di dollari dell’epoca (valore attuale: 6,48 miliardi di dollari, quasi 10mila miliardi di Iire. Ad essere colpiti furono soprattutto ii Belgio (228 milioni di dollari), e l”Olanda (l68 milioni). Ail’oro nazista é ovviamente interessato anche il Congresso ebraico mondiale.

   E per suscitare i sensi di colpa delle potenze mondiali, viene sostenuto che gran parte dell’oro trafugato dai nazisti durante la Seconda guerra mondiale potrebbe essere stato ricavato da capsule dentali prelevate agli ebrei e alle altre persone internate nei campi di sterminio. Anche quest’affermazione sarebbe contenuta in un documento deI governo americano rimasto segreto per anní. Il documento, una lettera ínviata nel 1946 da un diplomatico dell’ambasciata Usa a Parigi aI segretariato di Stato, si riferisce a 8.507 lingotti d’oro scoperti da soldati americani in una miniera di sale nei pressi di Merkers, in Germania, assieme a gioielli, fedi nuziali e altri oggetti d’oro, barre di platino, soldi in contanti e centínaia di antichi dipinti di grande valore. II tesoro era stato nascosto nella miniera su ordine deI capo della propaganda nazista Joseph Goebbels, iI quale voleva evitare che i depositi della Reichsbank e i capolavori della galleria nazionale di Berlino finissero nelle mani delle truppe sovietiche in marcia verso la capitale tedesca.

   La lettera del diplomatico è stata ritrovata da ricercatori del Congresso mondiale ebraico nell’archivio nazionale degli Stati Unití. «II contenuto del documento ci ha riempiti d’orrore ma ci siamo sentiti impeqnati a renderlo noto per le esigenze della storia e della giustizia. E’ un documento semplicemente terrificante», ha detto Elan Steinberg, direttore del Consiglio ebraico. Nella lettera, Livingston Merchant, consigliere per gli affari economici dell’ambasciata Usa, si interrogava sulla provenienza dei lingotti d’oro rinvenuti nella miniera tedesca e chiedeva una serie di esami per accertare se essi fossero stati ricavati da «capsule dentarie e quindi classificabili come oro non-monetízzabile».

   In attesa di verificare la veridicità dell’affermazione, resta il fatto che per finanziare la loro guerra di conquista, i nazisti razziarono una grande quantità d’oro e di altri valori a possidenti ebrei e a banche centrali. E che agli ebrei e agli altri internati nei campi di concentramento usavano estrarre Ie capsule dentarie d’oro. Ecco quindi che secondo il direttore del Consiglio ebraico i lingotti della miniera di Merkers furono ricavati proprio dai denti strappati alle vittime dell’0locausto.

   Pressato da più parti, iI governo svizzero ha comunque deciso di sospendere iI segreto bancario e aprire un’inchiesta sui patrimoni in denaro, oro e preziosi depositati dai nazisti in banche svizzere durante la seconda guerra mondiale. L’intenzione è quella di emanare un decreto che ordini agli istituti di consegnare a un’apposita commissione d’inchiesta tutta la documentazione relativa ai rapporti finanziari del tempo di guerra con i nazisti.

   Un provvedimento che comunque verrà sottoposto a referendum popolare. II governo di Berna si propone così di affrontare una questione rinverdita dalle recenti rivelazioni e rivelatasi assai imbarazzante. Il decreto dovrebbe dare carta bianca agli inquirenti che potranno controllare ogni movimento dei conti, gli archivi storici e anche la documentazione relativa ai depositi bancari delle vittime dei nazisti, ed é concepito in modo che gli inquirenti possano indagare «su tutti gli aspetti dello Stato nazionalsocialista: istituzioni, rappresentanti, persone fisiche e giuridiche a lui connesse e transazioni finanziarie collegate». I commissari saranno designati daI governo federale attingendo tra gli esperti dei settori più svariati e dovrebbero cominciare il loro Iavoro quanto prima.

   La commissione speciale d’inchiesta – che dovrebbe essere costituita all’inizio del 1997 e potrà disporre di un finanziamento governativo di 5 milioni di franchi (quasi 6 miliardi di lire) – cercherà di far chiarezza anche su un’altra nota dolente: Ia fine che hanno fatto i soldi depositati in Svizzera da molti ebrei, poi morti nei campi di concentramento hitleriani. La vicenda dell’oro nazista non resta comunque circoscritta ai confini svizzeri. Per Ruben Beraja, vicepresidente del Congresso ebraico mondiale, una parte dell’oro trafugato dai nazisti a cittadini ebrei durante la seconda guerra mondiale sarebbe stata depositata in alcune banche argentine alle quali sarebbe stata inviata da banche svizzere. Sempre secondo il World Jewish Congress, buona parte delle riserve auree trafugate dai nazisti alle vittime dell’Olocausto tra il 1938 d il 1945 sarebbe stata depositata anche in Portogallo.

   E pure la Francia si sarebbe appropriata illecitamente dei beni sequestrati agli ebrei negli anni deI governo filo-nazista di Vichy. L’avvocato Serge Klarsfeld, presidente dell’Associazione dei figli dei deportati ebrei francesi, sostiene infatti che Parigi, dopo la guerra, si é «arricchita» tenendosi i beni sequestrati per mancanza di eredi o rifiutandosi di versare ai figli francesi degli ebrei stranieri deportati gIi indennizzi che erano stati versati alla Francia dalla Germania. Inoltre, secondo quanto rivelato dal giornale ebraico “Jewish week”, almeno due tonnellate del metallo prezioso sarebbero depositate nella «Federal bank reserve» di New York, mentre altre quattro giacerebbero nelle casseforti della «Bank of England» di Londra.

   Documenti del dipartimento di Stato americano relativi a ingenti depositi di oro sarebbero stati custoditi per oltre 50 anni, coperti dalla massima segretezza, negli archivi nazionali di Washington. Vi é poi un’altra imputazione per la quale la Svizzera é “alla sbarra”: aver fatto da spregiudicata cassaforte al Terzo Reich. Oltre a tonnellate d’oro e a pingui conti bancari, la Confederazione avrebbe infatti incamerato anche un enorme patrimonio artistico, frutto di razzie ai danni degli ebrei.

   I capolavori spariti avrebbero aI giorno d’oggi un valore da capogiro (23 miliardi di dollari, 36.800 miliardi di lire) e, dopo la caduta di Hitler, sarebbero finiti in parte in America latina, Spagna e Portogallo con la fattiva complicità di mercanti d’arte elvetici. Lo afferma il «Daily Telegraph» che ha ricostruito la clamorosa vicenda sulla scorta di documenti ufficiali appena usciti dal principale archivio britannico (il «Public Record Office» di Londra) e dagli Archivi Nazionali di Washington. (Fonte http://www.storiain.net/arret/num1/oronazi.htm)

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COSA C’E’ DA IMPARARE DAL REFERENDUM SVIZZERO (da LA VOCE.INFO del 14/2/2014):

http://www.lavoce.info/referendum-anti-immigrazione-svizzera/

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NEW YORK NEW YORK

Il sindaco: “A tutti i miei concittadini immigrati senza documenti: questa città è anche vostra”
NEW YORK, CARTE D’IDENTITÀ AI CLANDESTINI: LO SCHIAFFO DI DE BLASIO AI REPUBBLICANI
di Federico Rampini, da “la Repubblica” del 12/2/2014
NEW YORK – «A tutti i miei concittadini che sono degli immigrati senza documenti: questa città è casa vostra». Bill de Blasio non delude, nel suo primo discorso programmatico il neosindaco annuncia un’innovazione radicale.

La città di New York rilascerà carte d’identità anche agli immigrati clandestini. Undocumented, senza documenti, è l’espressione che il sindaco preferisce perché non implica una criminalizzazione. Insieme con l’altra proposta sul salario minimo vitale, l’offerta agli stranieri conferma che de Blasio non ha paura di suscitare controversie. L’idea dei documenti per i clandestini è uno schiaffo alla destra repubblicana, che in questo momento al Congresso sta bloccando una riforma proposta da Barack Obama.

Anche il presidente vuole creare corsie più veloci verso il permesso di soggiorno e poi la cittadinanza, ma finché la destra è maggioritaria alla Camera queste proposte hanno un percorso tutto in salita. De Blasio lo sa e commenta: «Noi non possiamo aspettare i tempi lunghi di Washington. Se c’è uno stallo politico a livello federale, non è una scusa perché New York abdichi alle proprie responsabilità».
Le carte d’identità municipali sono state sperimentate finora a San Francisco, sull’altra costa. Offrono dei vantaggi molto concreti: con quei documenti lo straniero può finalmente aprire un conto in banca e incassare un assegno, farsi visitare all’ospedale, firmare un contratto di affitto. Più in generale è un modo per sentirsi meno a rischio, meno “invisibili” nella metropoli.

E visto che a New York ci sono state polemiche sui controlli etnicamente discriminati della polizia, queste carte d’identità sono un piccolo passo perché gli stranieri non si sentano cittadini di serie B. «Nessun residente di New York – dice de Blasio – deve essere costretto a vivere nell’ombra ».

Anche se il sindaco non ha poteri sullo status d’immigrazione, non può concedere la Green Card (permesso di residenza permanente) né la cittadinanza, de Blasio vuole fare quel che può per favorire «una partecipazione di tutti gli stranieri alla vita civica».

Il rilascio di queste carte d’identità potrebbe essere la prima delle riforme di de Blasio a diventare realtà. Su altri temi, infatti, il sindaco deve mediare e manovrare. Il salario minimo vitale, che lui conferma di voler alzare, va approvato in un consiglio municipale dove si fanno sentire le lobby più contrarie: anzitutto i padroncini della ristorazione, degli alberghi, del commercio. Nei ristoranti gran parte dei camerieri vengono pagati addirittura sotto il minimo federale di 7,25 dollari l’ora, per via di una speciale deroga: è previsto che i camerieri ricevano la mancia, quindi arrotondano con quelle.

Ma anche i giganti dei fast-food come McDonald’s, dove le mance sono pressoché inesistenti, fanno una dura opposizione all’aumento dei minimi. Un’altra promessa elettorale di de Blasio è l’aumento delle tasse sui ricchi per finanziare la costruzione di nuovi alloggi popolari, e soprattutto l’estensione degli asili nido pubblici. Qui l’iter è ancora più difficile.

Per aumentare le tasse cittadine il sindaco deve ottenere un via libera anche dallo Stato di New York, dove il governatore Andrew Cuomo è un suo compagno di partito (democratico) ma su posizioni molto più moderate. Già s’intravedono tutte le condizioni per un rapporto teso e conflittuale tra de Blasio e Cuomo. Inoltre all’assemblea legislativa dello Stato di New York i repubblicani daranno guerra a oltranza contro ogni aumento delle tasse. De Blasio dovrà indicare rapidamente con quali strategie intende aggirare questi ostacoli politici.

Il suo messaggio resta chiaro: ONE NEW YORK, è lo slogan stampato sullo striscione che il sindaco ha voluto nel college pubblico di Queens dove ha tenuto il discorso. Una sola New York, quindi, invece delle “due città” sempre più distanti e diseguali tra loro, che de Blasio ha denunciato in campagna elettorale. (Federico Rampini)

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