L’UCRAINA che rischia la guerra civile: anziché “PONTE GEOGRAFICO DI COLLABORAZIONE” tra l’Europa occidentale e quella orientale (la CASA COMUNE EUROPEA, sogno di Gorbaciov) segna il nuovo MURO delle difficoltà tra Est e Ovest del nostro continente

20 febbraio 2014 : Donne di fronte alla delegazione dell'Ue a Kiev chiedono sostegno contro Yanukovich (Afp) - da LINKIESTA
20 febbraio 2014 : Donne di fronte alla delegazione dell’Ue a Kiev chiedono sostegno contro Yanukovich (Afp) – da LINKIESTA

   Seguiamo con disagio e angoscia quel che sta accadendo in Ucraina. Ne abbiamo scritto in questo blog geografico tre settimane fa, e la situazione ora è peggio (vi invitiamo a vedere il nostro tentativo di allora di spiegare i fatti:

https://geograficamente.wordpress.com/2014/01/25/ucraina-in-fiamme-luogo-ponte-naturale-geografico-per-la-casa-comune-europea-la-rivolta-dei-giovani-ucraini-una-primavera-est-europea-contro-una-nebulosa-democrazia-f/

   Quello che molte fonti dicevano, cioè che se non c’erano fatti politici in grado di riproporre una condizione più “filo-Europa” del Paese, cioè ritornare ai progetti di integrazione nella UE e abbandonare il patto con Putin, se ciò non fosse accaduto, se le proteste di piazza non cessavano spontaneamente, esse proteste sarebbero state sempre più monopolizzate non dai giovani della “primavera ucraina”, ma da forze più violente, decise a portare la protesta verso la guerra civile.

L'UCRAINA HA UNA SUPERFICIE DI 603.700 KM² (IL DOPPIO DI QUELLA ITALIANA), e CIRCA 47MILIONI DI ABITANTI. Ha uno sbocco sul Mar Nero a sud e confina con la Russia ad est, la Bielorussia a nord e con Polonia, Slovacchia, Ungheria, Romania e Moldavia ad ovest.  L'Ucraina è una repubblica, il Presidente della Repubblica attuale è Viktor Janukovič mentre il Primo Ministro dimissionario Mykola Azarov è stato sostituito dal commissario Serhiy Arbuzov.  LA LINGUA UFFICIALE È L'UCRAÌNO. MOLTO DIFFUSO NELLE REGIONI ORIENTALI È IL RUSSO, che NELLA REPUBBLICA AUTONOMA DELLA CRIMEA È ANCHE LINGUA UFFICIALE
L’UCRAINA HA UNA SUPERFICIE DI 603.700 KM² (IL DOPPIO DI QUELLA ITALIANA), e CIRCA 47MILIONI DI ABITANTI. Ha uno sbocco sul Mar Nero a sud e confina con la Russia ad est, la Bielorussia a nord e con Polonia, Slovacchia, Ungheria, Romania e Moldavia ad ovest. L’Ucraina è una repubblica, il Presidente della Repubblica attuale è Viktor Janukovič mentre il Primo Ministro dimissionario Mykola Azarov è stato sostituito dal commissario Serhiy Arbuzov. LA LINGUA UFFICIALE È L’UCRAÌNO. MOLTO DIFFUSO NELLE REGIONI ORIENTALI È IL RUSSO, che NELLA REPUBBLICA AUTONOMA DELLA CRIMEA È ANCHE LINGUA UFFICIALE

   Perché appunto ora si parla “di più” di possibilità di guerra civile, di balcanizzazione della situazione ucraina. Dopo vent’anni dai massacri della ex Jugoslavia, rischiamo di assistere (impotenti e magari distratti) a qualcosa di simile in termini di violenza. Speriamo che non sia così, che si trovi la forza all’interno del paese e nella diplomazia internazionale, di bloccare, superare, la possibile guerra civile.

   Il fatto è che ancora una volta l’Europa sembra essere “fuori”, non in grado di incidere. Pur essendo partita la protesta per l’allontanamento delle autorità ucraine da un accordo con l’UE, e l’andare verso l’orbita russa di Putin (che sta cercando di ricostruire una nuova Unione Sovietica, coinvolgendo i paesi limitrofi alla Russia della ex potenza comunista dissoltasi venticinque anni fa), pur essendo l’Europa direttamente o meno coinvolta, essa dimostra la sua debolezza nei fatti come questi, divisa al suo interno da politiche estere nazionali l’una diversa dall’altra (e magari attente a non infastidire il gigante russo e i suoi approvigionamenti in gas e petrolio). Pertanto, nel seguire gli eventi, ci domandiamo come poter, nel piccolo, parteciparvi positivamente, cioè individuando messaggi concreti di pacificazione. (sm)

Manifestanti dietro le barricate a Kiev, il 20 febbraio 2014. (Bulent Kilic, Afp) da INTERNAZIONALE
Manifestanti dietro le barricate a Kiev, il 20 febbraio 2014. (Bulent Kilic, Afp) da INTERNAZIONALE

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LA GUERRA DI KIEV, LIVE

da LINKIESTA.IT http://www.linkiesta.it/ , 20/2/2014

   L’Unione Europea approva le sanzioni contro i responsabili delle violenze: tra queste ci sarebbero anche il congelamento dei beni e il respingimento dei visti. Le restrizioni verranno tramutate in legge nei prossimi giorni. Le proposte di veto all’esportazione di armi sono state scartate.

Così la Reuters:

“European Union foreign ministers agreed on Thursday to impose sanctions on Ukraine, including visa bans, asset freezes and restrictions on the export of anti-riot equipment, ministers and officials said.

The restrictions, to be drafted into law in the coming days, will apply to those involved with ordering or orchestrating the violence in Kiev that has left nearly 60 people dead.

Proposals for a ban on arms exports were dropped”
BILANCIO DEI MORTI. È di almeno 100 morti e 500 feriti il bilancio provvisorio e non ufficiale degli scontri di oggi a Kiev, ripresi dopo una notte di “tregua” annunciata dal presidente Yanukovich. Lo riferisce la Cnn che cita una dichiarazione del capo del servizio medico dei manifestanti.

AGENTI CATTURATI. Sono 67 gli agenti della polizia catturati oggi dai manifestanti. Lo si apprende da una breaking news della Associated Press che riporta una dichiarazione del ministro degli Interni ucraino.

il 20 febbraio 2014 a Piazza Maidan a Kiev
il 20 febbraio 2014 a Piazza Maidan a Kiev

DEFEZIONI. Secondo il sito ucraino The interpreter, che sta coprendo con aggiornamenti live le proteste di Piazza Maidan, sono diversi gli amministratori defezionisti. Primo tra tutti il sindaco di Kiev, Volodymyr Makeenko, che ha lasciato il Partito delle regioni (fondato dal presidente Yanukovich nel 1997) e ha promesso di riaprire presto la metropolitana della città. Si è dimesso il difensore civico dei bambini Yury Pavlenko, e anche il capo del Consiglio provinciale di Khmelnytskyi, nell’ovest del Paese. E infine ha rassegnato le dimissioni anche Mykhailo Pope, capo dell’amministrazione regionale di Chernivtsi, sempre nell’ovest del Paese.

CECCHINI. Il presidente Yanukovich ha lamentato in una dichiarazione riportata dalla Reuters che dozzine di agenti della polizia sono stati colpiti durante la tregua e ha denunciato l’uso di armi da fuoco da parte dei manifestanti. Ma sono diversi i video e le immagini che circolano sui social network per dimostrare l’uso di armi da fuoco da parte degli agenti. Come questo, pubblicato dal giornalista del Guardian Ian Traynor:

UNIONE EUROPEA. I tre ministri di Francia, Germania e Polonia si sono recati questa mattina nella capitale ucraina per incontrare separatamente il Presidente Yanukovich e il suo governo, e i leader dell’opposizione. I colloqui sarebbero ancora in corso. L’obiettivo è fermare le violenze. È iniziato intanto a Bruxelles il vertice straordinario dei ministri degli Esteri europei. Si discute dell’imposizione di sanzioni economiche sui membri dell’amministrazione Yanukovich. I tre ministri francese, tedesco e polacco restano a Kiev. L’Unione Europea approva le sanzioni contro i responsabili delle violenze: tra queste ci sarebbero anche il congelamento dei beni e il respingimento dei visti.

Così la Reuters:

“European Union foreign ministers agreed on Thursday to impose sanctions on Ukraine, including visa bans, asset freezes and restrictions on the export of anti-riot equipment, ministers and officials said.

The restrictions, to be drafted into law in the coming days, will apply to those involved with ordering or orchestrating the violence in Kiev that has left nearly 60 people dead.

Proposals for a ban on arms exports were dropped”

RUSSIA. La Russia intanto attacca l’Europa: le sanzioni sono per il ministro degli Esteri Sergei Lavrov una chiara «minaccia» al governo Yanukovich. E allo stesso tempo fa pressioni sul governo ucraino affiché ripristini al più presto ordine e sicurezza nel Paese: il primo ministro Dmitry Medvedev ha dichiarato che il presidente Yanukovich non dovrebbe essere uno «zerbino». «Abbiamo bisogno di partners in buona forma e di autorità ucraine legittime ed efficaci, in modo che la popolazione non si pulisca i piedi su di loro come fossero zerbini», ha detto Medvedev.

GLI USA. Secondo l’Ansa nella notte Washington ha deciso di porre 20 alti funzionari ucraini, ritenuti responsabili di aver svolto un ruolo nelle violenze degli ultimi giorni a Kiev, in una lista nera di persone non gradite negli Stati Uniti, a cui non viene rilasciato il visto di ingresso. Lo ha reso noto il Dipartimento di Stato, senza rivelare i nomi. Secondo una fonte del New York Times, «la lista oggi include l’intera catena di commando responsabile di aver ordinato la violenza della notte scorsa». Con un discorso nella sera del 19 febbraio, Obama è intervenuto dicendo: «Il nostro obiettivo è assicurarci che la popolazione ucraina possa prendere liberamente decisioni relative al proprio futuro. Ci sarà un tempo in cui, spero, anche la Russia riconoscerà gli stessi diritti e valori. Perché ora spesso c’è ancora forte disaccordo tra gli Usa e Russia». La Casa Bianca nel pomeriggio del 20 febbraio ha rilasciato questa dichiarazione:

«The United States will work with our European allies to hold those responsible for violence accountable and to help the Ukrainian people get a unified and independent Ukraine back on the path to a better future»

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UCRAINA, LA TIMELINE DELLE PROTESTE

da Corriere.it del 20/2/2014 (www.corriere.it/ )

– Dal no all’Europa del governo di Yanukovich agli ultimi scontri a Maidan –

20 febbraio – La tregua dura l’arco di una notte e finisce in un altro bagno di sangue. Secondo il capo dei servizi medici di emergenza dei dimostranti, i morti sono circa 100. 500 i feriti. La polizia della Transcarpazia, regione sud-occidentale dell’Ucraina, passa dalla parte dei manifestanti. Il capo dell’Amministrazione della città di Kiev, Volodymyr Makeyenko, lascia il Partito delle regioni di Yanukovych. La polizia ucraina invita gli abitanti di Kiev a restare a casa.

20 febbraio 2014 - Piazza Maidan a Kiev: INFERMIERE in soccorso ai feriti
20 febbraio 2014 – Piazza Maidan a Kiev: INFERMIERE in soccorso ai feriti


19 febbraio –
Dopo un’altra giornata di proteste, Yanukovich annuncia una «tregua» per «fermare il bagno di sangue». Ma le proteste continuano.
18 febbraio –
Le manifestazioni ricominciano dopo che, in Parlamento, le modifiche costituzionali per ridurre i poteri del presidente non vengono discusse. I dimostranti riprendono il controllo di Maidan e del municipio di Kiev. Almeno 28 persone muoiono nel giorno più sanguinoso dall’inizio della rivolta ucraina. I feriti sono centinaia.
16 febbraio – I manifestanti lasciano il municipio di Kiev, occupato dal 1° dicembre insieme ad altri edifici pubblici.
14 febbraio – Le 234 persone arrestate a dicembre vengono rilasciate, ma le accuse contro di loro rimangono.

31 gennaio – L’attivista ucraino Dmytro Bulatov, di cui si erano perse le tracce dal 22 gennaio, viene ritrovato pestato e con parte dell’orecchio destro tagliato. Racconta di essere stato sequestrato e brutalmente torturato.
29 gennaio –
Il Parlamento approva un’amnistia per i manifestanti arrestati durante le proteste: usciranno di galera dopo che avranno liberato i 25 edifici pubblici occupati nell’intero Paese. L’opposizione rifiuta la proposta e chiede un’amnistia «incondizionata».
28 gennaio – La protesta continua. Il primo ministro Mykola Azarov si dimette. Il Parlamento annulla le contestate leggi anti protesta.
24 gennaio – I manifestanti assaltano i palazzi governativi nell’Ovest del Paese.
22 gennaio – Il pugno duro di Yanukovich innesca una seconda ondata di proteste. Ci sono i primi morti. Due persone vengono uccise in piazza durante gli scontri con la polizia. Un terzo manifestante viene ritrovato morto poco fuori città. Tre giorni dopo, il 25 gennaio, un altro dimostrante muore in seguito alle ferite riportate in piazza. Muore anche un poliziotto.
16 gennaio – Il Parlamento approva leggi anti protesta che prevedono restrizioni per i raduni e pene severe per chi partecipa a cortei non autorizzati.

25 dicembre – La giornalista ucraina Tetyana Chornovol viene pestata a sangue. Le immagini fanno il giro del mondo e riaccendono le proteste.

17 dicembre – Russia e Ucraina annunciano un accordo per cui il Cremlino investirà 15 miliardi di dollari in titoli di stato ucraini e ridurrà di un terzo il prezzo del gas che vende al Paese.
14 dicembre – Manifestazione pro-governo a Maidan.
8 dicembre – Una folla enorme di persone – circa 800.000 mila persone – si riversa a Maidan.

1 dicembre – I manifestanti occupano il municipio di Kiev e Maidan. Circa 300 mila persone si riversano in strada. È la più grande manifestazione a Kiev dai tempi della Rivoluzione Arancione del 2004.
NOVEMBRE 2013
30 novembre – Primi scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. 25 persone vengono arrestate. Immagini di dimostranti feriti fanno il giro del mondo.

24-25 novembre – Manifestazione pacifica a Kiev. 100.000 persone si riversano in piazza.

Proteste pacifiche a Kiev il 25 novembre scorso (Afp)
Proteste pacifiche a Kiev il 25 novembre scorso (Afp)

21 novembre – Il governo del presidente filorusso Viktor Yanukovich fa marcia indietro sulla firma dell’accordo di associazione con la Ue. Rilanciando così le relazioni economiche con la Russia.

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Europa, Russia e Ucraina

LA GUERRA CIVILE DI KIEV CHE SPAVENTA I MERCATI

di Fabrizio Goria, da LINKIESTA.IT http://www.linkiesta.it/ , 20/272014

   In Ucraina si muore e gli investitori sono in subbuglio. Però, a rimetterci potrebbe essere l’Ue

Kiev brucia. I morti di Euromaidan aumentano. La guerra civile è vicina. E l’Ucraina rischia di sprofondare nella peggiore crisi finanziaria della sua storia. La tempesta perfetta è quasi pronta. In piazza si muore, e gli investitori temono per la tenuta economica del Paese. Sui mercati secondari, specie quello obbligazionario, lo stress è stato elevato. La situazione potrebbe peggiorare velocemente e a farne le spese, di riflesso, potrebbe essere l’Europa.

   Che l’Ucraina non fosse in una buona condizione economico-finanziaria era noto da tempo. Non è un caso, infatti, che il Fondo monetario internazionale (Fmi) abbia aperto un programma di salvataggio nel 2008 e abbia erogato circa 15 miliardi di dollari al Paese. Un bailout che è stato sospeso nel 2011 e che ha strozzato l’Ucraina, riducendo drasticamente le riserve valutarie estere. Kiev non è più riuscita a pagare i propri debiti e ha cominciato a scendere sul mercato obbligazionario per raccogliere risorse, alimentando una spirale mortale, che dura ancora adesso. Nel 2013 sono stati raccolti oltre 2 miliardi di dollari e nel 2014 l’agenzia governativa del debito ha comunicato di voler raccogliere circa 4 miliardi. Il tutto per sostenere il debito estero.

   Sul piano economico, la protesta deriva anche da una crescita sotto le aspettative. Dopo la crisi del 2008-2009, il Paese ha cercato di tirarsi fuori dalla palude. Ma l’economia, che si basa prevalentemente sulla produzione di acciaio, non è stata supportata dal governo così come ci si attendeva. «Servono riforme che non sono mai state introdotte negli ultimi dieci anni», ha scritto il Fmi nell’ultimo report sul Paese. Il risultato è stato drammatico.

   Il Paese è entrato in recessione nella seconda metà del 2012 a seguito del calo della domanda mondiale di metalli, declino arrivato soprattutto dai Paesi emergenti, e per tutto il 2013 si è veleggiati intorno a una crescita nulla. Secondo la World Bank nel 2014 si dovrebbe raggiungere una crescita del 2%, ma esiste anche il rischio che nel 2015 il Paese torni in recessione, nel caso il terremoto politico si protragga nei prossimi mesi. Uno scenario tutt’altro che scontato, osservando ciò che accade a Kiev in queste ore. E potrebbero essere necessari ben più dei 15 miliardi di dollari del Fmi, o dei 15 miliardi della Russia, per salvare il Paese dal default.

   La guerriglia in strada ha influenzato il mercato obbligazionario e non solo. Il rendimento dei titoli di Stato ucraini con scadenza a dieci anni ha registrato un incremento di 65 punti base a metà giornata, fino a superare quota 11 per cento. È il sintomo della sfiducia, repentina e incontrovertibile, degli investitori sul Paese. «Non ci attendiamo una soluzione semplice, né veloce», scrive via email a Linkiesta un senior trader di Société Générale.

   Allo stesso tempo, i Credit default swap (Cds), ovvero i derivati che fungono da assicurazione contro l’insolvenza di un Paese, hanno superato quota 1.000 punti base. In altre parole, per assicurare un bond ucraino del valore (simbolico) di 10 milioni di dollari, serve un milione l’anno. Numeri che ricordano quelli della Grecia dei tempi più oscuri. È però probabile che la situazione possa peggiorare nel caso si arrivi a una vera e propria guerra civile. «Il rischio, specie dopo le ultime notti, si sta concretizzando ogni giorno che passa», spiega Bank of America-Merrill Lynch.

   Ma c’è di più. L’escalation di violenze di piazza in Ucraina potrebbe essere un danno significativo anche per uno dei vicini del Paese guidato da Viktor Yanukovych. In particolare, l’Europa. Come spiega il think tank Carnegie «nel caso non ci sia una repentina e precisa risposta da parte dell’Ue, potrebbero esserci ripercussioni anche sul sentiment degli investitori».

   Questo perché l’Europa sarebbe vista, ancora una volta, troppo fumosa e bizantina per essere incisiva sullo scacchiere internazionale. Come spiega il Carnegie, l’ennesimo tentennamento di Bruxelles potrebbe esserle fatale, specie in vista delle elezioni europee del prossimo maggio. «Se la reazione dell’Ue non fosse chiara e definita, gli elettori europei potrebbero leggere tutta la vicenda come l’ultima testimonianza della debolezza strutturale europea», scrive il Carnegie. In una conferenza stampa congiunta, il cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente francese François Hollande hanno spiegato che c’è l’intenzione di adottare sanzioni economiche sull’Ucraina, anche se non si hanno ancora dettagli su entità e tempistica.. In questo caso, il quadro si complicherebbe, anche per gli investitori. La partita geopolitica tra Ucraina, Europa e Russia continua.  (Fabrizio Goria)

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IN UCRAINA SI GIOCA ANCHE LA PARTITA ENERGETICA TRA RUSSIA E UE

di Lorenzo Colantoni, da LIMES, rivista italiana di geopolitica, 19/2/2014

– Dietro agli scontri di Kiev corre il confronto fra Mosca e Bruxelles per le forniture di gas all’Unione Europea. In assenza di una politica condivisa a livello continentale, le armi dell’Ue potranno ben poco contro il Cremlino. –

   In Ucraina, dietro alle manifestazioni di piazza e alle pressioni sul governo Kiev si cela un confronto internazionale: quello tra l’Unione Europea (Ue) e la Russia per le forniture di gas.

LE TRE UCRAINE - DA LIMES - Carta di Laura Canali tratta da "Grandi Giochi nel Caucaso"
LE TRE UCRAINE – DA LIMES – Carta di Laura Canali tratta da “Grandi Giochi nel Caucaso”

   Il tallone d’Achille di Bruxelles è infatti la sua dipendenza energetica: oltre la metà del suo fabbisogno è coperto dalle importazioni di idrocarburi. Mentre il ricorso al gas soddisfacerà fino al 25% del consumo energetico dell’Unione sino al 2050, il costo delle importazioni di combustibili fossili dovrebbe salire a circa 500 miliardi di euro già nel 2030. Frattanto, sin dal 2011 la Russia si è affermata come primo esportatore energetico in Europa, battendo la concorrenza di Norvegia, Algeria e altri paesi arabi. Forte della sua posizione dominante, Mosca ha quindi lanciato una serie di politiche tese a puntellarne ulteriormente il primato. L’Unione Europea non è stata a guardare.

   La prima e più importante arma di pressione della Russia è data dalla possibilità di assetare l’Europa isolandola dai suoi fornitori energetici. Se l’importanza dell’Ucraina sta anche nei suoi quasi 40 mila chilometri di gasdotti, l’area del Mar Caspio (Turkmenistan, Kazakistan, Azerbaigian e Uzbekistan) dispone di quasi 21 mila chilometri cubi di riserve di gas naturale, a fronte dei 33 mila chilometri cubi di tutto il territorio russo.

   Alcuni di questi paesi – è il caso del Kazakistan – indirizzano più del 50% delle proprie esportazioni di gas e petrolio in Europa, rappresentando un eccellente fornitore di idrocarburi per l’intera Ue. Eppure, tali paesi esportano notevolmente meno di quanto potrebbero: la carenza di infrastrutture per le esportazioni li ha infatti resi completamente dipendenti dalla Russia sin dagli anni Novanta. Mosca ha accentuato tale dipendenza sponsorizzando South Stream, infrastruttura energetica alternativa al Nabucco (il gasdotto che avrebbe dovuto collegare i fornitori centro-asiatici all’Europa senza passare per il territorio russo), avente caratteristiche analoghe ma attraversante il territorio della Federazione.

   La politica dei contratti a lungo termine è un’altra leva a disposizione del Cremlino. Negli ultimi anni, Gazprom ha difeso strenuamente questo tipo di accordi, arrivando a scatenare un dibattito accademico per provarne la validità. L’accanimento contro la cosiddetta gas-to-gas competition, ossia il mercato libero per il gas, riguarda le caratteristiche di questi contratti: a lungo termine, indicizzati al prezzo di un’altra commodity e quindi non liberi di fluttuare sulla base della domanda del bene, con clausole di destinazione geografica che impediscono l’eventuale vendita del gas acquistato a un terzo paese.

   Dieci anni fa le compagnie energetiche europee consideravano questi accordi un modo per assicurarsi un approvvigionamento energetico facile e sicuro nel tempo. Oggi, questi accordi rischiano di bloccare altri potenziali fornitori (Stati Uniti, paesi del Sud America o dell’Asia), lasciando i prezzi europei a livelli che, dal 2012, viaggiano a ritmi più che doppi di quelli americani: una vera manna per Gazprom e il Cremlino.

   Non bisogna infine dimenticare le due crisi del gas tra Ucraina e Russia, nel 2006 e nel 2009. Mentre la Russia accusava l’Ucraina di sottrarre il gas destinato all’Europa, numerosi paesi europei furono duramente colpiti in entrambe le occasioni. Grecia e Repubblica Ceca subirono un taglio di oltre il 70% delle proprie forniture, mentre la Slovacchia dichiarava lo stato di emergenza e la Bulgaria fermava la produzione in alcuni dei suoi più importanti impianti industriali. Una buona dimostrazione di forza da parte di Mosca.

   L’arma più affilata di cui dispone la Ue è il Terzo pacchetto energetico, che prevede la liberalizzazione del mercato del gas e dell’elettricità e la separazione tra chi produce l’energia e chi la trasporta. Esattamente l’opposto di quello che vorrebbe la Russia, che al centro della sua strategia ha il controllo dei centri di trasmissione, ucraini in primis. Il problema principale è che questo pacchetto è riservato ai soli Stati membri e non è teoricamente applicabile al di fuori dell’Ue: in realtà, il Trattato della comunità dell’energia estende il Terzo pacchetto anche ad alcuni Stati al di fuori dell’Unione, dove la legge europea diventa applicabile.

   La Commissione europea ha potuto così attaccare Gazprom proprio nel suo progetto più importante, South Stream, dichiarando che gli accordi stipulati fra la Russia e altri 7 paesi europei violavano la legge dell’Unione. Il commissario all’energia Oettinger ha chiesto inoltre pieno accesso alle infrastrutture energetiche e il controllo sulle tariffe imposte: in poche parole, che South Stream diventi un progetto europeo e non di proprietà di Gazprom. Proprio la ragione che indusse la Russia a uscire dal Trattato della comunità dell’energia nel 2009.

   Il caso tra Gazprom e la Commissione europea è quello in cui l’Unione ha la possibilità di colpire la Russia più duramente. Definito come il “caso antitrust del decennio”, potrebbe concludersi con una multa pari al 10% dei 109 miliardi dichiarati da Gazprom nel 2012. Una minaccia temibile per la Russia, che sta già valutando la possibilità di un patteggiamento. Eppure, l’esito della scontro tra Mosca e Bruxelles non è affatto scontato e dipende soprattutto da due fattori: l’evoluzione della posizione russa nei confronti dell’Europa e le politiche dei singoli Stati membri.

   Da una parte, il Cremlino difende una posizione dominante estremamente forte: alcuni Stati membri, come la Lituania e l’Estonia, hanno in Mosca il loro unico fornitore di gas. Questa ha oltre 2.7 miliardi di dollari di crediti nei confronti dell’Ucraina, un formidabile strumento di pressione.

   Dall’altra parte, l’Ue potrebbe aprire nuove fonti di approvvigionamento energetico nei prossimi anni, così riducendo la dipendenza dalle forniture russe. Anche se l’Europa decidesse di proibire del tutto lo shale gas – quello prodotto tramite il fracking – nei territori dei propri Stati membri, l’incremento della produzione di paesi come gli Stati Uniti o la Cina farebbe comunque levitare l’offerta globale. E grazie allo sviluppo del trasporto di gas liquefatto via nave, l’Ue potrebbe rivolgersi a fornitori asiatici o sudamericani un tempo inaccessibili. Altre infrastrutture, come la Trans Adriatic Pipeline, potrebbero poi arrivare dove il Nabucco ha fallito.

   Una politica energetica europea di successo ha però bisogno dell’appoggio dei suoi Stati membri. In questo, l’Ue è molto distante dall’essere unita. Il continente europeo si caratterizza per un panorama energetico estremamente eterogeneo, dove alcuni Stati importano più dell’80% del proprio fabbisogno energetico (è il caso dell’Italia) e altri il 40% (del Regno Unito), vittima della mancanza di volontà nel perseguire una politica energetica comune.

   Così, accade che tra i partner del gasdotto russo South Stream, il peggior rivale dell’europeo Nabucco, figurino l’italiana Eni e il gigante francese Edf. Allo stesso modo, nel corso della crisi del gas del 2009, solo l’intervento di Angela Merkel aveva permesso alla Commissione europea di vedersi assegnata la missione di monitoraggio per risolvere la disputa. La cancelliere aveva però difeso strenuamente il controverso gasdotto Nord Stream: senza voler contare le implicazioni ambientali, la struttura ignorava 4 Stati membri (Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia), finanziando un’operazione i cui soci, tedeschi e russi, erano guidati dall’ex cancelliere della Germania Gerhard Schröder. Difficile vedere una politica energetica europea in tutto questo.

   Una politica energetica solida e coerente si rende però necessaria soprattutto per chi come l’Italia o la Spagna ha i costi per l’elettricità e il gas tra i più alti al mondo, a fronte della competizione industriale di paesi come gli Stati Uniti dove questi sono addirittura in diminuzione.

   Il confronto tra Bruxelles e la Russia potrebbe essere infine l’occasione per sviluppare una politica estera europea, dimostrando ancora una volta come l’Unione e la competitività economica non possano prescindere dall’unità politica.

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FRA LE BARRICATE DI KIEV L’EUROPA È SOLO UN PRETESTO

di Stefano Grazioli, da LINKIESTA http://www.linkiesta.it/ del 20/2/2014

   La protesta di Maidan c’entra poco con l’Ue. È una lotta contro un sistema che ha bloccato il Paese

A scatenare la protesta in Ucraina è stata la decisione del presidente Victor Yanukovich, lo scorso novembre, di non firmare l’Accordo di associazione (Aa) con l’Unione Europea, facendo fallire il vertice dell’Eastern partnership a Vilnius.

   Anziché svoltare verso Bruxelles, il capo di Stato ha preso la strada di Mosca, firmando a metà dicembre consistenti accordi economici con Vladimir Putin. La Russia ha l’obbiettivo di integrare prossimamente l’Ucraina nell’Unione euroasiatica. Ma la rivolta di Kiev, iniziata sotto la stella europeista, si è trasformata in oltre due mesi in qualcosa di ben diverso.

   Il braccio di ferro tra Yanukovich e la troika dell’opposizione formata da Vitaly Klitschko, Arseni Yatseniuk e Oleg Tiahnybok è una lotta interna di potere che solo di riflesso ha a che fare con l’Unione Europea e il cui esito non è legato certo agli sforzi tardivi di Bruxelles di mediare di fronte a una situazione diventata quasi incontrollabile, né alla presunta influenza del Cremlino su Yanukovich: sono gli oligarchi ucraini a spostare gli equilibri interni e a gestire da dietro le quinte le mosse per la risoluzione della crisi. Il nuovo governo e il nuovo presidente a Kiev saranno espressione della volontà dei poteri forti, come è accaduto ogni volta a ogni passaggio critico nella storia dell’Ucraina dalla sua indipendenza (1991) ad oggi.

   La piazza che si ribella (Maidan, in rappresentanza di tutte quelle che si sono agitate negli anni in ogni regione, dell’Est o dell’Ovest dell’Ucraina) è una costante, i motivi iniziali mutano di volta in volta, legati principalmente a questioni interne (2002, 2004); se questa volta il fattore scatenante è stato il posizionamento internazionale, in fondo il problema rimane lo stesso: la volontà di cambiamento di fronte a una classe dirigente cleptocrate e a un sistema economico oligarchico che ha bloccato lo sviluppo del Paese, lasciando gran parte della popolazione solo con l’illusione di essere uscita dal tunnel del comunismo.

   Gli ucraini sono scesi in strada in primo luogo per mandare a casa Victor Yanukovich, che non ha mantenuto lo straccio di una promessa elettorale dopo la vittoria del 2010 e che ha ridotto il Paese a una succursale della propria famiglia e degli oligarchi a lui vicini. In realtà, sulla scacchiera continentale, ha spostato più lui Kiev verso Bruxelles che non il duetto arancione Yulia Tymoshenko-Victor Yushchenko nei cinque anni precedenti.

   Nel marzo 2012 l’Aa è stato parafato ed era pronto da firmare. È stata paradossalmente proprio l’Ue che con la cosiddetta “lista Fuele” (le condizioni dettate dal Commissario per l’allargamento Stefan Fule per arrivare alla firma vera e propria, che andavano da riforme in vari settori alla liberazione dell’eroina della rivoluzione del 2004) ha congelato l’Accordo, lasciando spazio a Yanukovich per alzare il pezzo e far rientrare in gioco la Russia, che solo nell’estate del 2013 ha fiutato la preda.

“Delle oltre centomila persone che hanno riempito ogni domenica la Piazza dell’Indipendenza ne sono rimaste poche, lo zoccolo duro della resistenza di Kiev che viene a presidiare quello che assomiglia a un campo di battaglia”

   La Maidan europeista di fine novembre è molto diversa dalla Maidan di fine gennaio. In mezzo ci sono oltre due mesi in cui la piazza si è trasformata, in maniera autonoma, ma anche artificiale, seguendo il contorto percorso che la politica ha tracciato. La protesta pacifica è sfuggita in parte di mano ai leader dell’opposizione. Le limitatissime frange estremiste hanno monopolizzato la scena soprattutto dopo che il presidente ha dato a metà gennaio il giro di vite con l’adozione delle leggi restrittive che hanno condotto all’escalation e al sangue sulle strade. Delle oltre centomila persone che hanno riempito ogni domenica a dicembre la Piazza dell’Indipendenza ne sono rimaste poche, lo zoccolo duro della resistenza di Kiev e chi dalle regioni occidentali viene a rotazione a presidiare quello che assomiglia a un campo di battaglia. Qualche centinaio rimangono sulle barricate di via Grushevski, teatro degli scontri più violenti.

“Il sogno europeo è appunto un sogno. Le priorità sono quelle di buttare giù un sistema che ha tutta l’aria di resistere”

Mentre presidente e opposizione sono ancora alla ricerca del compromesso sotto la regia degli oligarchi, le preoccupazioni degli ucraini non sono tanto quelle di sapere cosa fará il nuovo governo, se ci sarà una nuova capriola e se nei prossimi mesi sarà magari firmato l’Accordo di associazione con Bruxelles. Il sogno europeo è appunto un sogno. Le priorità concrete sono quelle di dare veramente e finalmente una svolta, buttando giù un sistema che però ha tutta l’aria di resistere. Le soluzioni tecniche che si prospettano (ritorno alla costituzione del 2004) e le prospettive di un riassetto politico in cui i meccanismi di spartizione e gestione del potere rimangono gli stessi di sempre non fanno presagire nulla di buono. La rivoluzione ucraina del 2013/2014 rischia insomma di finire seppellendo ancora una volta l’idealismo della Maidan. (Stefano Grazioli)

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