PATRIMONIO ARTISTICO NEL BILANCIO DELLO STATO? (e pertanto anche in vendita) – Lo strano caso dell’istruttoria della Corte dei Conti – il RISCHIO di vendere il paesaggio e le opere artistiche per coprire i debiti – TURISMO CULTURALE CHE NON DECOLLA: le OPPORTUNITA’ da ricercare concretamente

VOLTERRA: FRANATE LE MURA MEDIOEVALI: un patrimonio storico-artistico che si dissolve (foto da "Il Fatto Quotidiano)
VOLTERRA: FRANATE LE MURA MEDIOEVALI: un patrimonio storico-artistico che si dissolve (foto da “Il Fatto Quotidiano)

   Ha suscitato un certo scalpore il fatto che nei primi giorni di febbraio la Corte dei Conti del Lazio abbia aperto una “istruttoria” (cosi si chiama) nei confronti di Standard & Poor’s, che sappiamo è una importante agenzia di rating internazionale, accusandola di dati sbagliati sull’Italia, per un declassamento che la stessa agenzia ha propinato nel 2011 al nostro Paese. Secondo la Corte dei Conti la famosa agenzia, valutando il forte declino industriale e commerciale italiano, non ha considerato un reddito “altro” dato in Italia dal patrimonio artistico, dalla cultura, che lo stesso organo contabile ha valutato in 234 miliardi di euro.

   Nessuno è riuscito a capire che calcolo abbia fatto la Corte dei Conti per arrivare a questa cifra: sta di fatto che sembra voler essere un modo per far passare il principio che non di sola industria vive l’Italia, ma anche della ricchezza che può produrre la sua arte, la sua storia, il paesaggio. E questo assioma può andar bene, essere condiviso anche da noi.

   Però qui ci si scontra con la realtà: il reddito prodotto dalla bellezza italica (architettonica, pittorica, paesaggistica…) nasce del tutto da sistemi piuttosto casuali, poco programmati e ancor meno incentivati, di sviluppo del turismo culturale. Ed è emblematico che paesi “meno belli” (storicamente, artisticamente, paesaggisticamente…) del nostro, stanno ora meglio in classifica nella capacità di attrarre turismo straniero (ma anche interno) (potete leggere dati dettagliati negli articoli che qui di seguito vi proponiamo), proprio perché riescono ad essere più efficace nella comunicazione, ma ancor di più dell’organizzazione turistica, nei modi di proporsi al “forestiero” potenziale interessato a visitare un posto.

TOTÒTRUFFA - Qualcuno in Corte dei Conti forse deve aver pensato a Totò che cerca di vendere la Fontana di Trevi, quando poche settimane fa è stato contestato (con ipotesi di richiesta danni) all’agenzia di rating Standard & Poor’s il declassamento nel 2011 dell’Italia a un passo dal livello «spazzatura» senza considerare l’immenso patrimonio artistico e culturale
TOTÒTRUFFA – Qualcuno in Corte dei Conti forse deve aver pensato a Totò che cerca di vendere la Fontana di Trevi, quando poche settimane fa è stato contestato (con ipotesi di richiesta danni) all’agenzia di rating Standard & Poor’s il declassamento nel 2011 dell’Italia a un passo dal livello «spazzatura» senza considerare l’immenso patrimonio artistico e culturale

   In questo blog più volte abbiamo scritto del disordine urbanistico che toglie di valore a luoghi una volta molto belli; di iniziative artistico-turistiche che potrebbero essere valorizzate meglio ed attrarre dall’esterno più persone (ad esempio con forme alberghiere nuove, come l’ “albergo diffuso”, sistemi di ospitalità famigliare….); di come la scarsa attenzione ai beni storici, ambientale, architettonici, alla fine si paga anche con “minor bellezza”, e di converso con minor interesse straniero a visitare l’Italia.

   Mai ci era capitato di pensare e vedere il nostro patrimonio artistico come un “valore monetario” utile a pagare i nostri debiti pubblici: già sta accadendo in alcune parti del mondo. Ad esempio nel default della città americana di DETROIT e della vendita di una collezione artistica del suo maggior museo, comprendente opere di Caravaggio, Tiziano, Rembrandt, Rubens, Van Gogh, Degas, Matisse e Cézanne. Oppure a LISBONA, dove c’è la proposta di pagare i debiti del Comune con la vendita di 85 quadri di Mirò. O delle “minacce” finlandesi, dentro all’UE, rivolte alla Grecia, che se non onora i suoi debiti si potrebbe ipotecare il PARTENONE…

   Ma non ci stupiremo che adesso accadesse anche in Italia: se la Corte dei Conti (seppur solo del Lazio) prospetta che il nostro patrimonio artistico e culturale ha un valore da mettere nel bilancio dello Stato, ciò significa anche che, in caso di necessità, lo si mette “sul mercato” questo patrimonio. Se è pur vero che esso è costituzionalmente tutelato e in gran parte inalienabile (art. 9 della Costituzione), niente di straordinario che la realtà vada già ora in altro senso: ad esempio palazzi storici acquistati da arabi e russi… ma questo fa parte del “gioco” dei “nuovi principi” che di volta in volta si susseguono nel palcoscenico della ricchezza: da quelli rinascimentali, alla chiesa, allo stato nazionale, ai capitani d’industria, alle banche….. e ora ci sono arabi e russi (e forse anche vecchi e nuovi ricchi con denari poco leciti…). Ma può (potrà) anche capitare di voler vendere “volutamente” quadri e palazzi per pagare i debiti; e magari con l’intento e uno spirito di “socialità”, cioè per sostenere il welfare, per aiutare i poveri, pagare le pensioni, gli ospedali etc.

   Pertanto il rischio è enorme e ben più grave di quel che possa essere la semplice notizia di quantificazione monetaria del patrimonio artistico. Invece resta del tutto a parte, nel concreto, la necessità di far sì che la bellezza dei paesaggi (quelli ancora rimasti), la ricchezza di opere d’arte, la capacità di attrazione che la penisola italica ha sempre avuto, sia conservata come bene collettivo inalienabile…

“IO SONO CULTURA. L’ITALIA DELLA QUALITÀ E DELLA BELLEZZA SFIDA LA CRISI”: studio realizzato dalla FONDAZIONE SYMBOLA e dall’Unioncamere che, mettendo assieme gli INCASSI DI MOSTRE, MUSEI, MONUMENTI con le ENTRATE GARANTITE DALL’INDOTTO — dall’artigianato agli alberghi, alla filiera culturale portata alla sua massima espansione — stima in 214,2 miliardi di euro la ricchezza prodotta dall’ampio settore. IL 15,3 PER CENTO DEL PIL, un vero e proprio tesoro accumulato nel “campo dei miracoli” del sistema cultura. Dove un euro speso per visitare un museo ne genera altri due in termini di ricchezza per il territorio. Ma PIÙ CHE DI UNA REALTÀ SI TRATTA PERÒ DI UN POTENZIALE. VEDI IL RAPPORTO SU: http://www.unioncamere.gov.it/P42A1664C189S123/-Io-sono-cultura---l-Italia-della-qualita-e-della-bellezza-sfida-la-crisi----Rapporto-2013.htm
“IO SONO CULTURA. L’ITALIA DELLA QUALITÀ E DELLA BELLEZZA SFIDA LA CRISI”: studio realizzato dalla FONDAZIONE SYMBOLA e dall’Unioncamere che, mettendo assieme gli INCASSI DI MOSTRE, MUSEI, MONUMENTI con le ENTRATE GARANTITE DALL’INDOTTO — dall’artigianato agli alberghi, alla filiera culturale portata alla sua massima espansione — stima in 214,2 miliardi di euro la ricchezza prodotta dall’ampio settore. IL 15,3 PER CENTO DEL PIL, un vero e proprio tesoro accumulato nel “campo dei miracoli” del sistema cultura. Dove un euro speso per visitare un museo ne genera altri due in termini di ricchezza per il territorio. Ma PIÙ CHE DI UNA REALTÀ SI TRATTA PERÒ DI UN POTENZIALE.
VEDI IL RAPPORTO SU: http://www.unioncamere.gov.it/P42A1664C189S123/-Io-sono-cultura—l-Italia-della-qualita-e-della-bellezza-sfida-la-crisi—-Rapporto-2013.htm

   «Con la cultura non si mangia»… la battuta a suo tempo fatta dall’ex ministro all’economia Tremonti, assai contestata, ha avuto il merito di sollevare il problema delle potenzialità economiche del patrimonio artistico: finalmente si è cominciato a parlare della cultura come opportunità di sviluppo, appunto un volano economico molto ma molto superiore di quello che oggi è.

   Alcuni economisti importanti (come Fitoussi) spingono a pensare al patrimonio artistico come elemento per andare “oltre il Pil”: una direzione intrapresa anche dall’Ocse, che ha sollecitato a includere il paesaggio e la partecipazione ad attività culturali fra i fattori che segnalano il benessere… cioè non è possibile escludere la cultura, o l’ambiente, dagli indicatori di benessere di una comunità. E anche la formazione dei giovani: per i ragazzi, gli studenti, pensare a incominciare ad inserire la visita a un museo come parte integrante del curriculum, intrecciandola con lo studio della storia, della geografia e della scienza.

   Va comunque osservato, nella grigia realtà di adesso, che il nostro turismo culturale è ora ampiamente superato, in termini di presenze, da paesi che ne hanno sicuramente molto di meno di valore storico e artistico com’è da noi (così diffuso e diversificato che ci è stato lasciato, inopinatamente, in eredità). Ed è qui che bisogna mettersi a fare qualcosa di serio. (s.m.)

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PAESE DI CAPOLAVORI

(è impossibile stabilire quanto vale)

di PHILIPPE DAVERIO, da QN (il Giorno, il Resto del Carlino, la Nazione) del 6/2/2014

– MILLENNI IN PERICOLO – il nodo è salvare la nostra arte millenaria – l’Europa apra la borsa invece di spendere solo per voci incomprensibili –

   SE NON FOSSE drammatica sarebbe comica. Le agenzie di rating hanno già nel 2011 e nel 2012 declassato l’Italia. Fanno il loro mestiere; ma anche a chi non fosse esperto di rating non sarebbe difficile esprimere un pensiero negativo su di un Paese nel quale ormai solo il 10% della popolazione è impiegato in attività produttive suscettibili di penetrare i mercati internazionali. In cambio la Corte dei Conti del Lazio ha aperto una istruttoria, apparentemente spinta dall’offesa subita. Per quella magistratura la questione sarebbe la seguente: come fate voi tremendi anglosassoni a non considerare l’enorme nostro patrimonio culturale che vale quasi 250 miliardi di euro?

   COME si sia definito questo valore è tuttora un simpatico mistero. Ma che abbia un valore commerciale oltre che reale questo patrimonio è cosa ancora più misteriosa, poiché si tratta di roba non vendibile e si sa che la roba che non si vende non ha per definizione prezzo possibile. Può avere un valore altissimo, ma puramente affettivo. Nulla vale di più della mamma, ma purtroppo non esiste una borsa valori delle mamme e anche se ci fosse pochi sono quelli che comprerebbero come mamma propria la mamma d’un altro.

   Sarebbe curioso vedere cosa succederebbe se, con un fallimento definitivo dello Stato italiano, quel fenomeno nefasto che si chiama con la parola inglese default, la comunità bancaria internazionale mettesse i sigilli sugli Uffizi per farne l’inventario ponendo poi il tutto in una vendita all’asta in una delle prestigiose sedi del commercio d’arte internazionale.

   ATTENZIONE: da vendere sarebbe ovviamente solo la merce in grado di viaggiare, cioè dipinti antichi, vasi romani e greci, sculture in marmo e bronzo. Nessuno vorrebbe mai comperare Pompei con la camorra o Piazza Armerina con i venditori di souvenir. La Torre di Pisa, benché nota anche in fondo all’Oriente, è difficile da smontare ma soprattutto difficile da rimontare ugualmente pendente. La verità sta purtroppo qui: il nostro patrimonio non è un valore, è un costo. E semmai è sul costo che dobbiamo ragionare.

   E’ GIUSTO ripetere la frase scritta sul Teatro Massimo di Palermo: “L’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita. Vano delle scene il diletto ove non miri a preparare l’avvenire”, e siccome i popoli non sono più legati alle singole nazioni, ma quelli nostri sono parte integrante d’una Europa che è mesta se solo finanziaria ma trionfante quando è culturale, ebbene che l’arte d’Italia sia dichiarata Patrimonio dell’Umanità che l’Europa, che spende molto in cose incomprensibili, spenda anche nella salvezza della terra, della cultura e dei beni patrimoniali che da duemila anni hanno contribuito a formarla. (Philippe Daverio)

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ITALIA. QUANTO VALE LA BELLEZZA

di Francesco Erbani e Luisa Grion, da “la Repubblica” del 6/2/2014

La ricchezza prodotta dalla filiera culturale, con gli incassi di monumenti e musei e le entrate dell’indotto, supera i 214 miliardi – Più che una realtà, un potenziale perché manca una politica di sviluppo – Ma che sarebbe successo se Standard & Poor’s avesse tenuto conto del patrimonio materiale e non? –
Siamo poveri, ma “belli”. Talmente belli e ricchi di cultura che nel valutare la solidità finanziaria dell’Italia varrebbe la pena di tenerne conto: non di sola industria, infatti, vive un Paese, ma anche della ricchezza che può produrre la sua arte, la sua storia, il paesaggio.

   Fonti di reddito che le agenzie di rating si guardano bene dal considerare, e sulle quali invece la Corte dei conti non intende più tacere. Tanto che ha aperto un’istruttoria nei confronti di Standard & Poor’s e dell’«incauto» declassamento che l’agenzia ci ha propinato nel 2011.

   Un crollo che ci ha fatto versare lacrime e sangue in termini di spread, pressione fiscale, fiato sul collo da parte di mezza Europa. Cosa sarebbe successo invece se l’agenzia avesse tenuto conto del valore, materiale e non, del nostro patrimonio artistico e culturale? Voci non confermate dalla Corte dei conti stimano in 234 miliardi il danno subito.
Ma si può ridurre la cultura, nelle sue molteplici fonti, ad un numero da inserire in bilancio? Ci ha provato uno STUDIO REALIZZATO DALLA FONDAZIONE SYMBOLA E DALL’UNIONCAMERE (“IO SONO CULTURA. L’ITALIA DELLA QUALITÀ E DELLA BELLEZZA SFIDA LA CRISI”) che mettendo assieme gli incassi di mostre, musei, monumenti con le entrate garantite dall’indotto — dall’artigianato agli alberghi, alla filiera culturale portata alla sua massima espansione — stima in 214,2 miliardi di euro la ricchezza prodotta dall’ampio settore. Il 15,3 per cento del Pil, un vero e proprio tesoro accumulato nel “campo dei miracoli” del sistema cultura. Dove un euro speso per visitare un museo ne genera altri due in termini di ricchezza per il territorio.
A sentire FEDERCULTURE, l’associazione delle aziende pubbliche e private che operano nel settore, PIÙ CHE DI UNA REALTÀ SI TRATTA PERÒ DI UN POTENZIALE. «Siamo il Paese con la più alta densità e qualità di siti culturali e la Corte dei conti fa bene a chiedere che di questo patrimonio si tenga conto valutando il rating — precisa il presidente Roberto Grossi — ma essere belli non basta. Al di là dei tagli negli investimenti alla cultura, MANCA UNA POLITICA DI SVILUPPO E LA CAPACITÀ GESTIONALE NEL FORNIRE OFFERTA. Ancora non ci rendiamo conto che SENZA LA TECNOLOGIA NON SI VADA NESSUNA PARTE: dei 3.800 musei presenti sul territorio solo il 3 per cento ha una applicazione per lo smartphone, solo il 6 è dotato di audioguide o dispositivi digitali. La convivenza fra pubblico e privato non è scandalosa: è necessaria».
ESSERE BELLI, APPUNTO, NON BASTA. E di fatto negli indici di attrattività del Paese (Country brand index) se siamo stabili al primo posto per la voce cultura, tenendo conto della qualità della vita offerta, della sicurezza, delle infrastrutture scivoliamo, nell’indice globale, alla quindicesimo gradino.
Un dato rilevante, nell’iniziativa della Corte dei conti, lo scorge Paolo Leon, fra i padri fondatori delle discipline economiche che indagano le vicende culturali, direttore della rivistaEconomia della cultura (il Mulino): «È la prima volta che un organo pubblico di quel rango considera il patrimonio storico-artistico e di paesaggio come parte del capitale collettivo della nazione. In fondo lo Stato ha protetto, come ha potuto, i nostri beni, ma non ha mai riconosciuto il loro valore».

   VALORE: MA QUAL È IL VALORE DI UN PALAZZO CINQUECENTESCO O DI UNA TORRE MEDIEVALE? È POSSIBILE ATTRIBUIRGLIENE UNO? Annalisa Cicerchia, anche lei economista della cultura, la prende alla lontana: «Il valore non è fra le proprietà intrinseche di un bene. È LEGATO ALLA CAPACITÀ DI SODDISFARE BISOGNI. Qual è il valore del paesaggio toscano, paesaggio simbolo del nostro paese? Da quando i primi inglesi hanno scoperto i casali abbandonati e li hanno comprati, sono arrivati tanti altri inglesi e i valori immobiliari sono cresciuti. È cresciuto con loro il valore del paesaggio? Indirettamente sì. Anche se è possibile quantificare solo l’incremento medio del costo a metro quadrato di un immobile».

   Leon è affezionato all’idea che un bene culturale, conservato, tutelato e fruibile, assicuri effetti positivi a una comunità nel suo complesso e non solo alle sue tasche. In linea teorica valutazioni monetarie si possono compiere. «Quantificare il valore del Colosseo è facilissimo, lo hanno già fatto. Più difficile è quantificare Dante Alighieri».

MA HA SENSO LA QUANTIFICAZIONE, SE NESSUNO PUÒ COMPRARLO L’ANFITEATRO FLAVIO?

«Il problema è proprio questo», prosegue Leon. «È che alle agenzie di rating non interessa tanto il contributo della cultura al valore del patrimonio collettivo quanto il valore di mercato della fruibilità del bene». Leon di valutazioni monetarie ne ha compiute nella sua carriera.

   È capitato con le mura di Ferrara disegnate da Biagio Rossetti fra la fine del Quattrocento e i primi del Cinquecento: «Abbiamo calcolato quanto spazio quelle mura hanno sottratto a una potenziale espansione della città proprio in quel luogo: il mancato guadagno in termini, diciamo, di speculazione edilizia è il valore di quelle mura». Ma si tratta di un valore ipotetico che, indicizzato nei secoli, serve ai cittadini di Ferrara, insieme alla sua bellezza intrinseca, per capire che importanza ha la cinta muraria e quanto conviene tutelarla al meglio. Non essendoci compratori possibili, quel valore serve ad aumentare la consapevolezza civica.

E SE QUEL BENE, PER ASSURDO, FOSSE RIMUOVIBILE, ESPORTABILE?

«Tutto ciò che è esportabile ha valore», replica Leon, «ma ricordo il dibattito di alcuni anni fa quando qualcuno disse: perché non vendiamo i tanti cocci che abbiamo nei depositi, che nessuno vede, che farebbero felici i musei americani e che ci farebbero incassare tanti soldi? Si scoprì che avremmo guadagnato pochissimo e qualcuno si rese conto che se si fosse aperta una breccia con i pezzi dei depositi, poi si sarebbe passati a vendere ben altro».
Il Colosseo non è vendibile, come non è vendibile l’area archeologica pompeiana. Non avendo mercato, non hanno un valore monetario. Ma SPUNTA UN ALTRO PROBLEMA.

   «In Italia abbiamo elenchi di musei e di aree archeologiche, ma non abbiamo un elenco del patrimonio immobiliare storico-artistico», insiste Cicerchia. «Lo rilevava anni fa l’economista Giacomo Vaciago, ci avevano provato a stilarne uno Franco Modigliani e Fiorella Kostoris, ma da allora nulla è cambiato: l’ultimo censimento risale alla Carta del rischio del 1996».
Senza un elenco non si può fare una stima complessiva. E non si può fissare un prezzo, sostengono all’unisono gli economisti che si occupano di cultura. Più percorribili sono altre strade di ricerca. Una la indica Leon: «NON È POSSIBILE ESCLUDERE LA CULTURA, O L’AMBIENTE, DAGLI INDICATORI DI BENESSERE DI UNA COMUNITÀ».

   Cicerchia invita a seguire le linee fissate da economisti come JEAN-PAUL FITOUSSI CHE SPINGEVA AD ANDARE “OLTRE IL PIL”, UNA DIREZIONE INTRAPRESA ANCHE DALL’OCSE, CHE HA SOLLECITATO A INCLUDERE IL PAESAGGIO E LA PARTECIPAZIONE AD ATTIVITÀ CULTURALI FRA I FATTORI CHE SEGNALANO IL BENESSERE.

   Leon: «Ne parlavamo molti anni fa con Renato Nicolini, allora assessore romano alla Cultura: NON SAREBBE MEGLIO, dicevamo, se si smettesse di scaraventare ragazzini demotivati in giro per le città d’arte e invece SI INSERISSE LA VISITA A UN MUSEO COME PARTE INTEGRANTE DEL CURRICULUM, INTRECCIANDOLA CON LO STUDIO DELLA STORIA, DELLA GEOGRAFIA E DELLA SCIENZA e non abbandonandola al genere gita scolastica? Ne guadagneremmo tanto, in termini economici come paese, perché formeremmo cittadini migliori e più profondi. Ecco qual è il valore dei beni culturali». (Francesco Erbani e Luisa Grion)

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LA PENISOLA DEL TESORO: I NOSTRI BENI IMMATERIALI NON SONO MERCE IN VENDITA
di Salvatore Settis, da “la Repubblica” del 6/2/2014

   MA DAVVERO è possibile, consigliabile, lodevole ammucchiare nello stesso shopping cart il Colosseo e Tintoretto, La dolce vita e Machiavelli, Bernini e la Traviata?

   Se veramente lo dice la Corte dei conti, dovremo prendere sul serio la notizia rimbalzata dal Financial Times. Ma a chi fa il conto della spesa si ha il diritto di chiedere un dettagliato breakdown: quanto vale Caravaggio? Come prezzare Dante e Petrarca? E l’impero romano, dove lo mettiamo?

   Per non dire di altri prodotti della creatività italica, dal sonetto al pianoforte, dall’opera lirica al papato. Ci siamo allenati a simili esercizi, negli ultimi anni: quando il ministero delle Finanze, in clima di cartolarizzazioni e di finanza creativa, ha fissato il prezzo delle Dolomiti e dei templi di Paestum (in un numero da collezione della Gazzetta Ufficiale le Dolomiti furono prezzate 866.294 euro, con scarsissimo beneficio di stambecchi e sciatori).

   Ci siamo allenati fin troppo, in questi anni devastati e feroci, a monetizzare ogni valore, ad attaccare il cartellino del prezzo al collo di tutte le statue, alla croce di tutte le chiese, a ripetere come una giaculatoria la stupida formula dei “giacimenti di petrolio”, degradando il nostro patrimonio a serbatoio da svuotarsi per far cassa, senza nulla lasciare alle generazioni future.

   Ma il patrimonio culturale non è petrolio, è l’aria che respiriamo, il sangue nelle vene, la carne di cui siamo fatti. È per la comunità dei cittadini (quella che l’art.9 della Costituzione chiama Nazione) ciò che la memoria e l’anima sono per ognuno di noi. Non c’è prezzo che tenga, i 234 miliardi chiesti a Standard & Poor’s non bastano per un verso di Dante (o di Omero, o di Shakespeare).
Alle effimere improvvisazioni dei prezzatori nostrani contrapponiamo la riflessione ben più seria di chi ha mostrato di saper riflettere sui valori del patrimonio culturale. Basta varcare le Alpi, e appena giunti in Francia ci coglie un moto d’invidia.

   Il rapporto “L’économie de l’immateriel” considera i valori immateriali (non prezzabili) come il fondamento della crescita di domani: «C’è una ricchezza inesauribile, fonte di sviluppo e di prosperità: il talento e la passione delle donne e degli uomini», si legge nella prima pagina. Talento e passione innescati, alimentati, sorretti dalla memoria culturale.

   Il rapporto, firmato da Maurice Lévi e Jean-Pierre Jouyet, è stato commissionato dal ministero dell’Economia, e giunge alla conclusione che i valori immateriali «nascondono un enorme potenziale di crescita, che può stimolare l’economia della Francia generando centinaia di migliaia di posti di lavoro, e conservandone altrettanti che sarebbero altrimenti in pericolo». Un ministro dell’Economia italiano che si ponga questo problema non si è mai visto.

   Ma possiamo almeno sperare che i nostri ministri dell’Economia, dei Beni culturali, dell’Istruzione, dell’Ambiente, si mettano intorno a un tavolo col presidente del Consiglio, e magari qualche esperto della Corte dei conti, a studiare collegialmente il rapporto dei cugini d’Oltralpe? Imparerebbero, per esempio, che la confusione tutta italiana fra il “mecenatismo”, la “sponsorizzazione” e l’invasione di imprese for profit nei musei svanisce tra Ventimiglia e Mentone.

   E che, eliminata questa confusione, l’eterno dibattito su pubblico e privato avrebbe l’unica possibile svolta virtuosa, adottando il principio della commissione Lévi-Jouyet: «Condurre azioni di interesse generale con il concorso di finanziamenti privati», ma distinguendo fra il privato che intende donare (come la Fondazione Packard a Ercolano) e l’impresa che guadagna sulla biglietteria (secondo la sezione Lazio della Corte dei conti, nell’area archeologica di Roma il 69,8% degli incassi finisce al Gruppo Mondadori, alla Soprintendenza resta il 30,2%; a Palazzo Venezia, Civita prende il 70,75%, la Soprintendenza il 20,25%).
È possibile normare l’immateriale anche in Italia, senza i vaneggiamenti sui “giacimenti culturali” che ci appestano da decenni? È possibile distinguere chi entra in un museo con lo spirito del donatore da chi vi entra solo per far profitti? Sarebbe più facile rispondere “sì”, se il Parlamento si decidesse a dare al governo la delega per l’aggiornamento del Codice dei beni culturali (è in programma da giugno, senza nulla di fatto). Se si leggesse con attenzione, prima del rapporto francese, la Costituzione italiana. (Salvatore Settis)

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DEBITI E PATRIMONI, LA SINDROME TOTO’

di Sergio Bocconi, da LA LETTURA (supplemento domenicale de “il Corriere della Sera”) del 16/2/2014

– Aveva incominciato la Finlandia, chiedendo alla Grecia la garanzia del Partenone. Poi altri casi. L’Italia si sente chiamata in causa. Ma (forse) è solo una suggestione – Lisbona, Detroit e la tentazione di saldare i conti con l’arte –

   Totòtruffa ‘62 meriterebbe una candidatura honoris causa ai prossimi Oscar: la vendita della fontana di Trevi è senza dubbio l’episodio più «cliccato» nell’economia della crisi che ha travolto governi e debiti sovrani.

   Totò- DETROIT in default sotto il peso di debiti per 18 miliardi di dollari tenta di cedere i capolavori della collezione del Dia, il DETROIT INSTITUTE OF ART. Totò-LISBONA, sotto la pressione di un piano di salvataggio da quasi 80 miliardi di euro, vuole «PRIVATIZZARE» la raccolta di 85 MIRÓ.

   E a Roma, qualcuno in Corte dei Conti deve aver pensato al Principe della risata quando poche settimane fa è stato contestato (con ipotesi di richiesta danni) all’agenzia di rating Standard & Poor’s il declassamento nel 2011 dell’Italia a un passo dal livello «spazzatura» senza considerare l’immenso patrimonio artistico e culturale.

   Solo che se Totò ha «venduto» almeno incassando la caparra, a Detroit e Lisbona i piani non sembrano destinati ad andare in porto. In entrambi i casi si sono sollevate proteste e preoccupazioni, che non sono rimaste inascoltate. NELLA CITTÀ AMERICANA I CREDITORI HANNO FATTO FARE UNA PERIZIA sulla collezione che comprende capolavori di Caravaggio, Tiziano, Rembrandt, Rubens, Van Gogh, Degas, Matisse e Cézanne. Si è parlato di 2,5 MILIARDI DI DOLLARI ma alla fine sono intervenute fondazioni e cordate filantropiche per sventare la perdita per la città. A LISBONA L’ASTA sulle 85 opere di Miró, che provenivano dalla collezione del fallito Bpn, banca salvata dallo Stato nel 2008 che ha così nazionalizzato anche i quadri, È STATA CANCELLATA dalla stessa casa d’aste Christie’s. DI FRONTE ALLE PROTESTE e per il timore di contenziosi.

   Per quanto riguarda infine l’istruttoria aperta dalla Corte dei Conti sull’agenzia di rating Standard & Poor’s con ipotesi di richiesta di danni quantificata in 351 miliardi (117 per le manovre obbligate dal declassamento e 234 per il danno di immagine al Paese) nei giorni successivi è sembrato che da parte della stessa Corte ci sia stato un atteggiamento prudente. Secondo Stefano Baia Curioni, vicepresidente del Centro di ricerca Ask (Art, science and knowledge) della Università Bocconi, si tratta di UNA «SPECIE DI PROVOCAZIONE».

   Un caso simile «si era già verificato TRA FINLANDIA E GRECIA UN PAIO DI ANNI fa quando di fronte alla richiesta di rifinanziare Atene, a Helsinki hanno adombrato la possibilità di CHIEDERE A GARANZIA IL PARTENONE per un importo di 300 miliardi», strada che poi non è stata percorsa.

   La provocazione può avere DUE VALORI: «APRIRE UN DIBATTITO SULLA VALUTAZIONE DELLA RISERVA CULTURALE IMPLICITA DI UN PAESE, sul modo in cui vengono valutati gli Stati e la loro solvibilità; SPIEGARE LA NATURA DEL PATRIMONIO, spesso considerato solo come bene economico mentre il suo rapporto con lo sviluppo passa dalla CAPACITÀ DI CONTRIBUIRE A FORMARE CAPITALE SOCIALE, cioè la comunità politica di un Paese».

   Ecco dunque la FUNZIONE IDENTITARIA DEL PATRIMONIO CULTURALE più volte sottolineata con forza da Salvatore Settis, che ha diretto a Los Angeles il Getty Research Institute e a Pisa la Scuola Normale Superiore ed è presidente del consiglio scientifico del Louvre. Capitale «economico» e capitale «sociale» possono diventare alterni punti di partenza per rispondere alla domanda: È POSSIBILE CHE L’ITALIA, in un’ipotesi «greca» di default, VENDA QUADRI, MUSEI, SITI ARCHEOLOGICI O SINGOLI «REPERTI»? Insomma: si può ragionevolmente «temere» o «auspicare» o mettere in conto che anche da noi si possano aprire casi come quelli della «storica» città Usa dell’auto o del Portogallo?

   Il tema è suggestivo, ma per il nostro Paese non sembra possa andare in realtà molto oltre la suggestione: questo è in sostanza il parere di Paola Dubini, direttore del Cleacc, Corso di laurea in economia per arti cultura e comunicazione della Bocconi. E il motivo è semplice, l’ARTICOLO 9 DELLA COSTITUZIONE: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. TUTELA IL PAESAGGIO E IL PATRIMONIO STORICO E ARTISTICO DELLA NAZIONE».

   «Si è dunque scelto di assumere tra i compiti essenziali dello Stato la promozione e lo sviluppo culturale della collettività, e in questo quadro si inserisce in primo luogo la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico, che quindi è protetto al di là di valutazioni esclusivamente patrimoniali».

   Parole in linea con quanto sostenuto da Settis in più occasioni: «L’articolo 9 non è un’intrusione. È essenziale. La nostra Carta è già stata presa a esempio da altri Paesi, l’articolo in questione è stato copiato dalle Costituzioni portoghese e maltese. Ed è stato parafrasato da Paesi del Sudamerica». E il riferimento al Portogallo può spiegare forse in parte le ragioni della retromarcia, pur in una situazione particolare data la provenienza dei quadri messi in vendita. Prima di fare confronti o chiedersi se ciò che avviene a Detroit è «esportabile» da noi, occorre dunque tener conto delle differenze fondamentali nel quadro costituzionale e normativo.

   «Negli Stati Uniti», spiega Paola Dubini, «non c’è nemmeno il ministero dei Beni culturali. In pratica patrimonio soggetto a tutela sono i parchi pubblici. Quando Obama nel 2013 rischia il default vengono “congelati” anche i rangers. E il governatore dello Utah, Stato che non può permettersi di vedersi chiudere parchi protetti come Bryce Canyon o Zion, si è offerto di intervenire».

   Niente «export», perciò, secondo il direttore del Cleacc: «IL NOSTRO PATRIMONIO CULTURALE È COSTITUZIONALMENTE TUTELATO E IN GRAN PARTE INALIENABILE, e perciò di valore inestimabile, perché contemporaneamente immenso e pari a zero, visto che non ha mercato. Parte di questo valore immenso, non patrimoniale, è capitale sociale. Basti pensare alle grandi cattedrali: Milano in default e quindi vende il Duomo? Ma IL DUOMO È IN PRIMO LUOGO DELLA CITTADINANZA, che ha contribuito a costruirlo e conservarlo. Nelle Fabbricerie, gli enti che provvedono a preservare e mantenere questi edifici, ci sono rappresentanti di Chiesa, Stato e territorio».

   TUTTO IL PATRIMONIO CULTURALE È «INVENDIBILE»? Lorenzo Casini, professore di Diritto amministrativo alla Sapienza, dove insegna anche Legislazione dei beni culturali, precisa che «INALIENABILI SONO i beni archeologici, i monumenti nazionali, le raccolte dei musei, gli archivi; ALIENABILI DIETRO AUTORIZZAZIONE SONO i beni come gli immobili vincolati; ALIENABILI SONO INFINE quelli che per vari motivi hanno perso la «culturalità».

   Secondo tale ripartizione, in teoria, FIRENZE IN DEFAULT PUÒ VENDERE ALCUNI QUADRI DEGLI UFFIZI? «Stiamo parlando solo di ipotesi. Certo per i quadri una valutazione di mercato è possibile. Ma il contenzioso è “quasi” inevitabile: se anche si può valutare che una singola cessione “danneggi” la collezione, tutto si può fermare ancor prima del via». Detto questo, «LA COSTITUZIONE PARLA DI TUTELA, NON CI DICE CHE I BENI DEVONO ESSERE PUBBLICI. Tuttavia, una legge che consenta una dismissione massiccia verrebbe considerata una violazione dell’articolo 9».

   Costituzione, normative, vincoli rendono estremamente fragile il terreno sotto i piedi di chi puntasse a una vendita sistematica di beni: forse anche per questo, insieme alle proteste sollevate e al dissenso silenzioso, iniziative come la “Immobiliare Italia spa” nel 1991 o la “Patrimonio spa” dieci anni dopo sono rimaste in pratica sulla carta. E per le vendite di caserme e palazzi predisposte dal governo la strada è ancora lunga.

   In sintesi, su Totò sembra «vincere» Gianni Rodari: «Prima classe, il passeggero è un miliardario forestiero/ — Italia bella, io comperare. Quanti dollari costare? —/ Ma il ferroviere, pronto e cortese: — Noi non vendiamo il nostro Paese». (Sergio Bocconi)

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SE IL “MARCHIO ITALIA” PERDE PUNTI NELL’ANNO MAGICO DEL TURISMO GLOBALE

di Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 9/2/2013

– Maglia nera in Europa: pernottamenti scesi del 4,6 per cento –

   Vi pare POSSIBILE CHE «IL PAESE PIÙ BELLO DEL MONDO» PERDA TURISTI nell’anno del boom mondiale del turismo?

   Che vada sotto del 4,6 per cento (maglia nera europea) mentre perfino la Grecia recupera ossigeno crescendo dell’11? Che ricavi dall’immenso tesoro d’arte e bellezza, unico a livello planetario, solo IL 4,1 PER CENTO DEL PIL? Non sono campanelli d’allarme: sono campane assordanti. Eppure troppi non le sentono. Come se si trattasse di un problema comunque minore…
Stavolta no, nessuno può attribuire tutto alla crisi mondiale, al crollo dei mercati, allo spostamento degli assi di certe produzioni industriali, all’emergere prepotente della Cina o dell’India. Niente alibi. Perché mai si erano visti, nella storia, tanti benestanti in vacanza quanti nel 2013.
Sono stati, spiegava nei giorni scorsi Unwto-World Tourism Barometer, 1.087 MILIONI. Cioè oltre 52 milioni in più rispetto al 2012 quando, per la prima volta, il loro numero aveva superato di slancio il miliardo. Nel non lontanissimo 1980 erano 280 milioni: siamo al quadruplo.
È la prova della bontà della tesi di Jeremy Rifkin: «L’ESPRESSIONE PIÙ POTENTE E VISIBILE DELLA NUOVA ECONOMIA DELL’ESPERIENZA È IL TURISMO GLOBALE: una forma di produzione culturale emersa, ai margini della vita economica appena mezzo secolo fa, per diventare rapidamente una delle più importanti industrie del mondo». Tesi confermata dalla Commissione europea: «IL TURISMO RAPPRESENTA LA TERZA MAGGIORE ATTIVITÀ SOCIOECONOMICA DELL’UE».
E chi potrebbe sfruttare l’occasione meglio di noi? Abbiamo più SITI UNESCO (addirittura 49, e dovrebbero diventare 50 con le Langhe) di chiunque altro su tutto il pianeta. Siamo nelle posizioni di testa delle classifiche del «COUNTRY BRAND INDEX 2012-2013» che ha studiato i «brand-Paese» di 118 nazioni accertando che il «MARCHIO ITALIA» tra i potenziali consumatori è PRIMO PER IL CIBO, PRIMO PER ATTRAZIONI CULTURALI e terzo per lo shopping, insomma primo nei sogni dei viaggi che i cittadini del mondo vorrebbero fare. Veniamo da una storia che nel 1979, come rivendicava il ministro del Turismo dell’epoca, Marcello di Falco, ci vedeva «secondi al mondo per attrezzatura ricettiva, primi per presenze estere, primi per incassi turistici, primi per saldo valutario».
Macché: spiega l’ultimo Dossier Unwto, l’organizzazione mondiale per il turismo, che restiamo sì al QUINTO POSTO PER NUMERO DI ARRIVI MA PER FATTURATO SIAMO SCIVOLATI GIÀ AL SESTO POSTO dietro Macao e siamo ormai tallonati dalla Germania che dal 2008 ha dimezzato il distacco di 6 miliardi di dollari riducendolo a 3. Per non dire della classifica della competitività turistica (non basta avere la torre di Pisa, Pompei o l’Etna: devi offrire pure prezzi giusti, trasporti, organizzazione, sicurezza…), classifica che ci vede malinconicamente arrancare al 26º posto nel mondo e al 17º in Europa.
Spiega il rapporto 2013 di World Travel & Tourism Council, mostrando tutti gli indicatori (sei su sei) con la freccetta verso il basso, che il turismo in senso stretto col quale troppi si riempiono a sproposito la bocca («il nostro petrolio!») CONTRIBUISCE AL PIL ITALIANO CON APPENA IL 4,1% e cioè una quota inferiore a quella che vari Paesi occidentali ricavano già da Internet.

   Peggio: compreso l’indotto (per capirci: compresi i laboratori che sfornano croissant per le colazioni negli alberghi o le fabbrichette che fanno le divise dei camerieri) supera a malapena il 10,3%. Lontanissimo da quel 18,5% immaginato nel 2010 dal «Piano strategico per il turismo» della Confindustria di Emma Marcegaglia. E ancor più lontano dagli impegni di Silvio Berlusconi: «Ho dato come missione al ministro Brambilla di portare la quota di Pil del turismo dal 10 al 20%».
Non basta: senza una sterzata virtuosa gli economisti del Wttc prevedono che nei prossimi 10 anni solo nove Paesi su 181 monitorati cresceranno meno del nostro.
La tabella sui pernottamenti, diffusa giorni fa da Eurostat, ribadisce tutto. L’UNGHERIA ha avuto nel 2013 un aumento del 5,0%, la SLOVACCHIA del 5,5, la BULGARIA del 6,2, la GRAN BRETAGNA (28 siti Unesco: poco più della metà dei nostri) del 6,5, la LETTONIA del 7,3 e la GRECIA, come dicevamo, addirittura dell’11 per cento. Oro zecchino, per le esauste casse di Atene.
Certo, non siamo gli unici a essere andati male. Qualcosa hanno perso ad esempio anche il Belgio o la  Danimarca. Ma nessuno su 28 Paesi, come dicevamo, è andato male come noi. Dalle tre cime di Lavaredo ai Faraglioni di Capri, dagli Uffizi al barocco di Noto, da San Gimignano ai trulli di Alberobello possiamo offrire più di tutti, sul pianeta. Eppure perdiamo 4,6 punti. Con un’emorragia, come denunciava giorni fa Assohotel, di 1.808 imprese alberghiere. Nell’«anno magico» del turismo mondiale.
COLPA DEL CROLLO DEI TURISTI INTERNI, certo: gli italiani che possono permettersi una vacanza, purtroppo, sono sempre di meno. Tanto da pesare oggi, secondo una ricerca di Nomisma, meno degli stranieri. Come successe nel 1958. Proprio per questo, però, spiccano i ritardi culturali e tecnologici che rendono più difficile l’aggancio di quei turisti esteri che potrebbero aiutare le nostre finanze.
Spiega uno studio di Mm-One Group su dati Eurostat che nonostante i passi avanti degli ultimissimi anni, dovuti proprio al tentativo sempre più angosciato di recuperare clienti superando le pigrizie del passato quando troppi erano convinti che «comunque vada, qui devono venire», l’Italia è ancora nettamente indietro rispetto agli altri Paesi europei.
Basti dire che il 30,1% degli alberghi, delle locande, dei bed&breakfast e insomma di tutte le attività ricettive non ha ancora una piattaforma dedicata alle ordinazioni. Che meno della metà e cioè il 46,7% vende online. Che MEDIAMENTE I PERNOTTAMENTI VENDUTI SUL WEB RAPPRESENTANO SOLO IL 12,5%. UNO SU NOVE.
Nel resto dell’Europa, la quota di fatturato derivante dall’e-commerce è del 24% ma diversi Paesi stanno molto sopra: la Gran Bretagna è al 39%, l’Islanda al 35, l’Irlanda al 33, la Repubblica Ceca al 31, la Lituania al 30, l’Olanda al 29… E mette malinconia vedere come noi, al 17%, siamo staccati dai nostri «concorrenti»: cinque punti sotto la Francia, sei sotto la Germania, dieci sotto la Spagna, ventidue sotto il Regno Unito.
Per questo resta stupefacente il silenzio che, salvo eccezioni, ha sempre accompagnato la diffusione di numeri sconfortanti come (fonte Wttc) la perdita di 4,3 miliardi di euro nel turismo straniero nel 2012 rispetto al 2006.
Silenzio degli uomini di governo. Silenzio dei partiti. Silenzio dei sindacati, che sembrano non accorgersi di come IL SETTORE ABBIA SETTE VOLTE PIÙ ADDETTI DELLA CHIMICA O ADDIRITTURA VENTISETTE VOLTE QUELLI DELLA SIDERURGIA PRIMARIA.
Fu giusto, quando nacque il governo Letta, salutare come una svolta positiva l’accorpamento del ministero dei Beni culturali con quello del Turismo. Anzi, sarebbe stato bene aggiungere anche l’Ambiente. Proprio perché un ministro del nostro patrimonio dovrebbe poter pesare molto, in Consiglio dei ministri. Perfino il passaggio delle funzioni a Massimo Bray, però, si è rivelato un percorso complicatissimo. E la sterzata si è fatta sempre più urgente. (Gian Antonio Stella)

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BENI CULTURALI: VOLTERRA E L’EREDITÀ CHE NON CI MERITIAMO

di Tomaso Montanari, da “Il fatto Quotidiano” del 6/2/2014

   IL PAESE È FINITO. È una frase ricorrente, ormai, nella conversazione privata della classe dirigente, e specie di quella politica. Un cinismo fatalista che è insieme un’assoluzione per il passato, una copertura per l’immobilismo presente, una dichiarazione di bancarotta preventiva per il futuro, un ottimo motivo per non lasciare la plancia di comando: tanto che differenza fa, ormai?

   È a questa frase che penso vedendo le MURA MEDIOEVALI DI VOLTERRA atterrate da un temporale. O vedendo il mare che si porta via il recinto sacro, e forse gli altari, del TEMPIO DORICO DI KAULON, IN CALABRIA. Piangendo quest’ultimo lutto, l’archeologo calabrese BATTISTA SANGINETO ha scritto che “LE EREDITÀ STORICHE BISOGNA MERITARSELE, non sono acquisite una volta per sempre, bisogna saperle curare, nutrirle, valorizzarle. E noi italiani con tutta evidenza non ne siamo degni”.

   Le amputazioni, di Volterra e di Kaulonia non si devono alla natura: sono il prodotto, dimostrabilmente diretto, di anni ed anni di leggi finanziarie, compresa l’ultima. TAGLI AGLI ENTI LOCALI, tagli ai Beni culturali, TAGLI ALL’UNIVERSITÀ, ALLA CARTA GEOLOGICA e altri infiniti tagli al futuro del Paese, che tanto “è finito”: le mura di Volterra, il tempio di Kaulon sono stati tranciati dalle gigantesche forbici sorrette da schiere di presidenti del consiglio, ministri, sottosegretari. E non si dica che i soldi non ci sono: grazie al decreto Imu-Banca d’Italia, Banca Intesa da sola incassa al netto una cifra superiore al bilancio annuale del patrimonio culturale. (….) (Tomaso Montanari)

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TURISMO, L’ITALIA SEMPRE PIÙ GIÙ

di Alberto Statera, da “Affari e Finanza” del 17/2/2014

– Siamo gli ultimi anche tra i Pigs –

   L’Italia ha conquistato stabilmente il ruolo di primatista dei perdenti nell’Eurozona, SUPERANDO IN NEGATIVO GRECIA, SPAGNA, IRLANDA E PORTOGALLO. Impossibile trovare, nella massa di statistiche delle più svariate fonti, un solo numero che ci ponga in sia pur lieve vantaggio rispetto agli altri paesi Pigs. Non solo per il Pil, la competitività, la disoccupazione e la corruzione, ma anche per la PROGRESSIVA CADUTA IN UN SETTORE di naturale privilegio nazionale COME IL TURISMO.

   Sembra che non ci sia bellezza naturale o patrimonio artistico e culturale trascurato ma pur sempre unico al mondo – capace di imbrigliare con vigore quel FLUSSO DI UN MILIARDO DI PERSONE, in crescita del 5 per cento all’anno, che sceglie una vacanza fuori dai propri confini nazionali.

   Nel 2013, mentre i pernottamenti dei turisti stranieri aumentavano in tutta l’Eurozona, con punte in Grecia (13,2 per cento) e persino in Lettonia (9,4), ma anche in mete tradizionali come la Gran Bretagna (16,7), L’ITALIA – in piena controtendenza – PERDEVA LO 0,5 PER CENTO, che sale al 4,6 di perdita se si considera anche il turismo nazionale.

   I NUOVI VIAGGIATORI – CINESI, RUSSI, BRASILIANI – SONO MILIONI E CRESCONO OGNI ANNO di percentuali a due cifre. Ma le nostre STRUTTURE VECCHIE, i PREZZI ALTI, i SERVIZI INADEGUATI, gli SCARSI INVESTIMENTI e l’INCAPACITÀ DI MISURARSI CON EFFICACIA SUI MERCATI ESTERI hanno spinto l’Italia in coda anche in questa classifica di tradizionale eccellenza, nella quale eravamo i primi fino al 2000, quando siamo stati surclassati da Francia e Spagna.

   Soltanto per rinnovare gli alberghi italiani, l’80 per cento dei quali è stato costruito più di vent’anni fa, occorrono 4 miliardi e mezzo di euro. Ma gli investimenti sono legati ad incentivi che gli imprenditori del settore chiedono per ammodernare le strutture.

   NEL 2015 SI ATTENDONO 20 MILIONI DI VISITATORI IN OCCASIONE DELL’EXPO DI MILANO, ma già tardano alcune delle opere infrastrutturali principali e la temperie politica ed economica non appare la più favorevole per lanciare finalmente una politica nazionale del turismo.

   Nel suo documento programmatico “Impegno Italia” letto in articulo mortis, Enrico Letta proponeva una riforma della governance del sistema turistico e un piano straordinario per i beni artistici e culturali. Ma con proposte alquanto esili: l’istituzione di un comitato interministeriale e l’ennesimo tentativo di rilancio dell’Enit. L’ENTE NAZIONALE PER IL TURISMO, che dovrebbe promuovere il brand dell’Italia nel mondo, ha quasi cent’anni e da quasi mezzo secolo è generalmente considerato un ente inutile, usato spesso per collocare politici trombati, boiardi e clientes vari.

   Dei 18 milioni di euro che costa ogni anno, buona parte se ne va per pagare gli stipendi, mentre per la promozione sui mercati esteri restano pochi spiccioli e campagne promozionali risibili. Presidente dell’Enit è Pierluigi Celli, ex direttore generale della Luiss e consigliere d’amministrazione di varie società. Amministratore delegato è Andrea Babbi, anche lui titolare di altri incarichi, assunto dal governo Monti quando lo stesso governo aveva già varato il divieto di assunzione di personale.

   Nessuno, nei decenni, è riuscito a riformare o a chiudere l’Enit per dotare il paese di una vera agenzia capace di intercettare i grandi flussi turistici. Questa si, fra le tante, è un’altra bella sfida per il rottamatore fiorentino. (Alberto Statera)

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L’ARTE DI NON RIUSCIRE A SPENDERE

di Antonello Cherchi, da “il Sole 24ore” del 17/2/2014

   Si sperava di trovare una soluzione con la riorganizzazione del ministero. Invece l’ennesima riforma dei Beni culturali, fatta oggetto del fuoco incrociato di critiche, è ora più che mai appesa a un filo. E così l’annosa questione dei soldi non spesi dalle soprintendenze e dagli altri istituti di cultura resta lì, sintomo del male profondo di un dicastero spesso sotto i riflettori internazionali perché afflitto da inefficienze da troppa burocrazia, dalle carenze di personale tecnico e – non sembri un paradosso – dai continui tagli ai finanziamenti.

   Ed è proprio perché i bilanci sono sempre più risicati che saltano agli occhi i 406 milioni di euro che le soprintendenze non sono riuscite a spendere a fine 2013. Importo che a fine dello scorso mese si è assottigliato di 4 milioni di euro. Cifra a cui va aggiunta quella risultante dai bilanci delle strutture dotate di autonomia contabile – i poli museali e altri istituti –, che a fine dello scorso anno ammontava a 212 milioni (importo che a fine gennaio è sceso a 210 milioni).

   Insomma, oltre 600 milioni di euro ancora da spendere. I tecnicismi contabili impongono di fare una precisazione: non si tratta di risorse in cassa pronte per essere investite, ma di soldi già impegnati. Che però si trascinano di anno in anno per via, da una parte, della particolarità dei lavori che i Beni culturali mettono in campo (si pensi ai restauri) che richiedono tempistiche dilatate (e le imprese vengono saldate a cantiere chiuso), ma anche a causa delle lungaggini burocratiche a cui il ministero non è in grado di far fronte.

   L’insieme dei due elementi fa sì che da anni i bilanci delle soprintendenze chiudano con ingenti disponibilità finanziarie. Nell’anno appena passato i soldi “in cassa” rappresentavano il 60,5% delle entrate: nelle soprintendenze ordinarie – ovvero quelle (e sono la stragrande maggioranza) prive di autonomia finanziaria – a fronte di 671 milioni di risorse, le uscite sono state poco più di 260 milioni. Lasciando, appunto, più di 400 milioni da scrivere in blu nei bilanci.

   L’unica consolazione è che le disponibilità in questi anni si sono ridotte: agli inizi del Duemila avevano raggiunto il miliardo di euro. Dopodiché si sono, seppure in maniera altalenante, via via ridimensionate. Ma il dato non può essere letto solo come una recuperata efficienza dei Beni culturali. A voler essere generosi, si può chiamare in causa anche tale elemento.

   La verità, però, sta nella drastica riduzione dei soldi da spendere: negli ultimi cinque anni c’è stato un taglio del 60% delle risorse da dedicare alla tutela del patrimonio. Dunque, molti meno soldi in entrata e, di conseguenza, saldi di fine anno più contenuti.

   A conti fatti, pertanto, il problema dell’incapacità di spesa del ministero rimane tutto. Incapacità che – va ribadito – deve essere riferita a soldi già impegnati. «Alla base di tutto ci può essere il problema – spiega Enzo Feliciani, segretario nazionale della Uil-Beni culturali – di soprintendenze poco organizzate od organizzate male. Ma è, in particolare, alla carenza di personale tecnico che vanno imputati avanzi contabili milionari.

   Mancano alcune professionalità: quelle tecniche, in grado di recarsi nei cantieri per farli procedere speditamente, e soprattutto quelle amministrative, capaci di predisporre bandi di gara a prova di contenzioso e di seguire tutte le altri fasi che un appalto pubblico comporta».
A lasciare in cassa molti denari sono soprattutto le soprintendenze regionali, con in cima quella dell’Abruzzo (dove ci sono da spendere anche i soldi per la ricostruzione post-terremoto), che ha chiuso il 2013 con una disponibilità di oltre 62 milioni, ovvero il 73% delle entrate. A ridosso dell’Abruzzo c’è la soprintendenza regionale del Lazio, che può contare su 58 milioni, cioè il 66% di quanto ricevuto l’anno scorso. Staccate dalle prime due, ma pur sempre con somme consistenti ancora da spendere, risultano la soprintendenza regionale della Campania e quella dell’Emilia Romagna, rispettivamente con 23 e quasi 22 milioni, ovvero l’84 e il 61% delle risorse incamerate nel 2013. Poco più sotto la soprintendenza regionale del Veneto, con 17 milioni di euro non spesi (il 65% delle entrate).

   Al top della classifica dei singoli istituti si colloca, invece, la soprintendenza per i beni paesaggistici di Firenze, che a fine anno aveva in cassa 8,4 milioni, ovvero il 72% delle entrate. Poco sotto, la soprintendenza per il paesaggio di Torino, con quasi 6,8 milioni (58% delle risorse ottenute) e di presso, con 5 milioni non spesi (il 70% delle entrate), la soprintendenza paesaggistica di Potenza.

   Se, invece, si mettono sotto la lente gli istituti dotati di autonomia contabile, l’80% delle disponibilità finanziarie è in capo a tre strutture: la soprintendenza archeologica di Roma, che a fine 2013 aveva iscritto in bilancio più di 99 milioni di avanzi, la sopritendenza di Napoli e Pompei (i cui confini sono stati di recente rivisti dalla legge Valore cultura) con 54 milioni ancora da spendere e il polo museale fiorentino, che si è ritrovato una dote di 25 milioni.

   C’è di che preoccuparsi. Soprattutto se si pensa che ci sono 105 milioni extra – in gran parte provenienti dalla Ue – da spendere per Pompei entro dicembre 2015. Non sono concessi appelli: in caso di ritardo, quei soldi si perdono. Per quanto sia stata creata una corsia preferenziale – ancora, però, in via di realizzazione – con questo quadro è difficile indulgere all’ottimismo. (Antonello Cherchi)

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LA BELLEZZA CI SALVERÀ: LA SANTA ALLEANZA DI AMBIENTE, PAESAGGIO E CULTURA
di Salvatore Settis, da “la Repubblica” del 12/2/2014

Dai testi religiosi al pensiero laico e fino alla Costituzione torna il richiamo alla tutela della Terra, bene comune, contro l’ecocidio –
«È urgente elaborare un pensiero comune pratico, uno stesso insieme di convinzioni volte all’azione, innescata dal bene comune e indirizzata alla politica». Sono parole di Jacques Maritain all’Unesco, nel clima della guerra fredda (1947). Ma valgono ancora oggi come un’agenda minima per reagire alla devastazione della natura, al cieco accanimento con cui (gli italiani in prima linea) continuiamo a distruggerla cannibalizzando ambiente e paesaggi.

   Si suol dire che «la bellezza salverà il mondo». Sono parole che Dostoevskij (nell’Idiota) mette in bocca al principe Myškin, e che in quel contesto hanno un contenuto intensamente mistico. Ma non dobbiamo usarle come un mantra auto-assolutorio: dovremmo sapere, invece, che la bellezza non salverà il mondo se noi non sapremo salvare la bellezza.
Intuizioni religiose e pensiero laico devono convergere, secondo le parole di Maritain. Proviamo a darne qualche esempio. Isaia 5,8: «Guai a voi che ammucchiate casa su casa e congiungete campo a campo finché non rimanga spazio e restiate i soli ad abitare la Terra. Ha parlato alle mie orecchie il Signore degli eserciti: “Edificherete molte case ma resteranno deserte per quanto siano grandi e belle e, non vi sarà nessuno ad abitarle”».

   Parole che paiono scritte per l’Italia di oggi, dove si edifica “casa su casa” in nome della favoletta secondo cui solo l’edilizia è motore di sviluppo; ma i 5 milioni di appartamenti invenduti e la cementificazione del territorio senza nessun rapporto con l’inesistente crescita demografica dimostrano che non è così. Al di là di questa suggestione, il passo di Isaia evidenzia efficacemente il contrasto fra crescita delle case e devastazione dei campi coltivati.
Altro esempio tratto dai libri sacri, il detto Ama il prossimo tuo come te stesso, che è già nel Levitico e poi nei Vangeli. Commentandolo, Enzo Bianchi ha scritto che questo precetto «non basta più; oggi bisogna dire: “Amerai la Terra come te stesso”»; perché la Terra non è «uno scenario per l’uomo, ma costituisce una comunità la cui relazione è stretta e decisiva per gli animali, per le piante, per noi. In cui uno stesso spazio è condiviso ed abitato ed in cui vive un unico destino, in cui ci deve essere solidarietà per abitare armoniosamente in pace la Terra ».

   Ma che cosa voleva dire Nietzsche, quando (in una pagina del Così parlò Zarathustra) scrive: «Il vostro amore del prossimo è cattivo amore per voi stessi. Vi consiglio io forse l’amore per il prossimo? No; io vi consiglio la fuga dal prossimo e l’amore verso i più lontani; perché più nobile dell’amore per il prossimo è l’amore per i più lontani e per l’avvenire. Il “futuro” e “quel che è più lontano” siano dunque, per te, la causa che genera l’oggi».

   Dietro l’apparente svalutazione del precetto evangelico emerge la sua radicalizzazione: in nome della superiorità del futuro sul presente, Nietzsche suggerisce che dobbiamo amare non tanto i “prossimi”, troppo simili a noi, bensì i lontani: soprattutto i lontani nel tempo, le generazioni future. È per loro che dobbiamo preservare la Terra.
Nella vivace discussione sui diritti delle generazioni future, i temi ricorrenti sono la protezione del clima e dell’atmosfera, la conservazione della biodiversità, la tutela dell’ambiente, la gestione delle fonti di energia e dei rifiuti, il controllo delle biotecnologie, la tutela del patrimonio culturale. Il nesso forte tra bellezza e salute (del corpo e della mente), e dunque fra “paesaggio” e “ambiente”, è parte essenziale di questa storia, che ha radici assai antiche.

   In un trattato attribuito a Ippocrate, Arie acque luoghi(fine del V secolo a.C.) è chiaro il nesso fra malattia e ambiente; perciò le patologie vi sono distinte fra “comuni” a tutti e “locali”, cioè legate a infelici condizioni ambientali. Fu questa una preoccupazione costante della medicina greca, e non solo: un decreto di Atene del 430 a.C. vietava «di mettere i pellami a imputridire nel fiume Ilisso, di praticare in quell’area la concia delle pelli e di gettarne gli scarti nel fiume».

   Nello stesso spirito, Platone scrive nelle Leggi che «l’acqua si inquina facilmente; perciò è necessario proteggerla per legge. E la legge deve punire chiunque corrompa l’acqua sapendo di farlo, condannandolo a pagare un’ammenda e a ripulire l’acqua a proprie spese».
Oggi dobbiamo ripetere gli stessi identici principi, ma estendendo enormemente lo sguardo. Nessun crimine ambientale è abbastanza lontano da noi da poterlo ignorare: non la deforestazione in Brasile, non il “continente di plastica” (grande quattro volte l’Italia) che galleggia nel Pacifico, non la distruzione di specie vegetali e animali nel Madagascar, non le conseguenze dei disastri nucleari in Ucraina e in Giappone. In questo pianeta senza vere lontananze, “l’amore verso i più lontani” fa tutt’uno con la cura per noi stessi. Ma le generazioni future hanno davvero diritti, anche se non sono in grado di rivendicarli? E in nome di che cosa noi dobbiamo rappresentare oggi i loro diritti di domani?
Distinguiamo, come facevano i Romani, gli immutabili principi del Diritto (ius)dalla mutevole varietà delle leggi (leges),calibrate ad arbitrio dei governanti. Orientiamo la bussola sulle istanze di fondo di un alto sistema di valori incardinato sulla protezione della natura e della salute umana, ma anche sull’etica pubblica e la moralità individuale.

   Le singole leggi possono conformarsi o meno a questi alti principi, ma quando non lo fanno la disobbedienza civile è un dovere. Disobbedienza ispirata dalla nozione di pubblico interesse, che rilancia temi assai antichi: perché quando gli antichi Statuti dei Comuni e le leggi degli Stati preunitari parlavano di bonum commune o di publica utilitas avevano di mira proprio i diritti delle generazioni future, ed è per questo che hanno costruito per noi le città che abitiamo, i paesaggi che andiamo devastando.
Nel suo Principio responsabilità(1979), Hans Jonas scrive che «la comunanza dei destini dell’uomo e della natura, riscoperta nel pericolo, ci fa riscoprire anche la dignità propria della natura, imponendoci di conservarne l’integrità ». È «l’imperativo ecologico», che secondo Peter Häberle comporta «un nuovo sviluppo dello Stato costituzionale, che deve ormai assumere responsabilità verso le generazioni future, e perciò è obbligato a tutelare l’ambiente, deve cioè diventare uno Stato ambientale di diritto».

   È di qui che nascono la nozione di ecocidio e la proposta di creare un tribunale internazionale contro i crimini ambientali. È di qui che ha origine il nesso forte fra diritto ambientale e diritto alla salute, che si sta affermando nelle nuove Costituzioni come quella della Bolivia (2009), che prescrive «un ambiente sano, protetto ed equilibrato» per «gli individui e le comunità delle generazioni presenti e future» (art. 33).

   Ma la priorità del bene comune è centralissima già nella nostra Costituzione, in particolare nell’art. 9 (tutela del paesaggio e del patrimonio artistico), nel suo intimo nesso con l’art. 32 (diritto alla salute), evidenziato dalla Corte Costituzionale.

   Ambiente, paesaggio, beni culturali formano un insieme unitario e inscindibile con la cultura, l’arte, la scuola, l’università e la ricerca. Con esse, concorrono in misura determinante al principio di uguaglianza fra i cittadini, alla loro «pari dignità sociale» (art. 3), alla libertà e alla democrazia. Per la nostra Costituzione, attualissima ma inattuata, la tutela dell’ambiente, del paesaggio, dei suoli agricoli è strumento di libertà e di democrazia. Perciò è triste che si parli tanto di cambiare la Costituzione, e così poco di metterne in pratica i principi e lo spirito. (Salvatore Settis)

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L’iniziativa – Il 1° Municipio lancia «Roma sei mia»: tutti possono essere mecenati

ADOTTA UN PEZZO DI CITTÀ E RENDILA BELLA «ROMA SEI MIA»

di Lilli Garrone, da “il Corriere della Sera” del 5/2/2014

   Non solo i grandi nomi come Diego Della Valle per il Colosseo o Fendi per le fontane: con «Roma sei mia» tutti i cittadini potranno partecipare nel rendere più decorosa e bella la propria città. E diventare «mecenati» di strade, piazze, marciapiedi o giardini: «Crediamo nella partecipazione? afferma l’assessore ai Lavori pubblici del 1° municipio Tatiana Campioni. Quando i cittadini intervengono nella manutenzione di Roma si sentono parte attiva della città: c’è bisogno anche di piccoli interventi per le scuole, i marciapiedi e il decoro».

   E per la presidente del 1° municipio Sabrina Alfonsi «è un’iniziativa importante, che prevede la collaborazione tra pubblico e privato e che assume ancora più valore in questo periodo dove le risorse economiche non ci sono. È un modo per riappropriarsi della città e pensiamo ci debba essere una compartecipazione da parte di tutta la realtà produttiva, gli enti, le università, per garantire a Roma il livello di manutenzione che si merita».

   A giorni sarà pubblicato nell’albo pretorio del 1° municipio l’avviso pubblico per ricercare soggetti pubblici o privati che vogliano proporsi: tutti i progetti devono avere caratteristiche di interesse pubblico per la collettività. Anche il logo è stato disegnato da un privato, Sabina Leoni.

   E «trasparenza» è la parola d’ordine: «Tutte le proposte, ammesse o no, saranno pubblicate sul sito del Municipio ed i progetti sottoposti al vaglio della giunta», ha aggiunto Tatiana Campioni. L’annuncio nella splendida cornice della quercia del Tasso, perché proprio qui vi sarà uno dei primi interventi: con la spesa di 30-40 mila euro l’ospedale pediatrico Bambino Gesù ha presentato una proposta di adeguamento e risanamento del muro lesionato in prossimità dell’ingresso del villino Sion. Ma altri interventi sono già individuati, come la riqualificazione di piazza Poli e di via dei Bresciani da parte di associazioni e società che vi hanno sede. (Lilli Garrone)

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