EXPO 2015 a MILANO – NUTRIRE IL PIANETA: la SCOMMESSA PRIORITARIA – La GEOGRAFIA TEMATICA dei Paesi che si incontrano sui loro prodotti agro-alimentari principali – Ma riuscirà un Governo mondiale a far SUPERARE LE MONOCOLTURE, combattere lo SPRECO, e privilegiare per tutti l’AUTOSUFFICIENZA ALIMENTARE dei popoli?

nutrireilpianeta

  Come ogni evento di grande portata (quale sicuramente è l’ESPOSIZIONE UNIVERSALE, meglio conosciuta come EXPO, che si terrà a Milano dal 1° maggio 2015 al 31 ottobre dello stesso anno) la sua valenza politica, culturale, mediatica etc., prescinde il solo periodo dell’evento, e crea contesti di discussione e divulgazione: 1-prima dell’evento, quando lo si organizza, 2-durante i sei mesi della manifestazione, e 3-dopo, con gli effetti che esso è riuscito a creare. L’Expo 2015 milanese, lombardo (ma che coinvolge altre realtà regionali italiane) sviluppa un tema e un argomento affascinante e di estrema attualità e importanza, esplicitato già dal titolo significativo dell’evento, che è: “NUTRIRE IL PIANETA, ENERGIA PER LA VITA”. Qualcosa di estremamente interessante, potremmo dire un argomento “indovinato” per la sua attualità e per le prospettive presenti e future di tutta la popolazione mondiale e del pianeta-ambiente.

   Agricoltura e alimentazione si intrecciano come parte vitale prioritaria dei nostri bisogni fondamentali (di tutti) e il CIBO, la possibilità di un’autosufficienza per ciascuna persona del pianeta, la sua distribuzione e l’ORGANIZZAZIONE necessaria per produrlo, sono cosa non da poco da rappresentare.

   300-expo2015E’ evidente che viene naturale pensare a quei popoli che sono più in difficoltà sul tema dell’approvvigionamento alimentare. E su questo Expo, la sua dirigenza, fin dall’inizio ha ribadito che non si porterà avanti, nell’ “evento Expo”, alcun modello e iniziativa di cooperazione nei confronti dei paesi in via di sviluppo («Non vogliamo essere quelli che vanno a dare sostegno nei Paesi in via di sviluppo, come molte organizzazioni già fanno egregiamente. Abbiamo invece scelto di offrire loro una vetrina internazionale per mostrare cosa sanno fare» ha detto il commissario straordinario di Expo, Giuseppe Sala).

   Ma “solo” vetrina della situazione agro-alimentare mondiale Expo, direttamente o indirettamente, non potrà essere. E’ invece chiaro che ci sarà la possibilità di riuscire a capire dove si vuole andare nei prossimo anni nella politica e nell’economia mondiale riguardo all’agricoltura: privilegiare grandi multinazionali della produzione e distribuzione (detentrici di sementi, e fertilizzanti chimici, di tecnologie e processi che sono in grado di geneticamente modificare i propri prodotti agricoli)? …oppure se si vuole e si crede necessario invertire questa tendenza, dando rilievo a colture diversificate nei campi, opponendosi alle monocolture controllate da grandi gruppi economici, e incentivando forme agricole anche tecnologicamente avanzate ma legate alla conoscenza e manualità specifica locale?

   E creando opportunità e possibilità, sostegni, a tutta quell’agricoltura familiare che coinvolge oltre 600 milioni di famiglie e nonostante tutte le difficoltà provvede oggi al 70% della produzione mondiale di cibo, oltre a tutelare la biodiversità e praticare una coltivazione sostenibile.

CLUSTER È LA PAROLA MAGICA che caratterizzerà l’esposizione milanese del 2015: per la prima volta nella storia delle EXPO, accanto ai padiglioni dei Paesi che hanno soldi e risorse da investire per presentarsi in proprio, non ci saranno raggruppamenti di nazioni sulla base della loro collocazione geografica. SI PARTIRÀ invece DA UN PRODOTTO o DA UNA FILIERA ALIMENTARE che li caratterizza (CAFFÈ, RISO, CACAO, CEREALI e TUBERI, FRUTTA E LEGUMI, SPEZIE), ma anche DA TEMI SPECIFICI (il BIOMEDITERRANEO, le ISOLE, le ZONE ARIDE) per raccontare le storie di culture e colture.
CLUSTER È LA PAROLA MAGICA che caratterizzerà l’esposizione milanese del 2015: per la prima volta nella storia delle EXPO, accanto ai padiglioni dei Paesi che hanno soldi e risorse da investire per presentarsi in proprio, non ci saranno raggruppamenti di nazioni sulla base della loro collocazione geografica. SI PARTIRÀ invece DA UN PRODOTTO o DA UNA FILIERA ALIMENTARE che li caratterizza (CAFFÈ, RISO, CACAO, CEREALI e TUBERI, FRUTTA E LEGUMI, SPEZIE), ma anche DA TEMI SPECIFICI (il BIOMEDITERRANEO, le ISOLE, le ZONE ARIDE) per raccontare le storie di culture e colture.

   Cioè poter scegliere se credere a un’agricoltura mondiale fatta anche di piccoli produttori, di mercati di distribuzione comunitari (a chilometro zero) di forme agricole che si innestano naturalmente in comunità rurali equilibrate, dove si vive bene, nelle proprie tradizioni ma anche nelle innovazioni tecnologiche che esistono per chi in ambito urbano vive fuori dal sistema agricolo.

   Va poi sottolineato che, oltre all’organizzazione agricola nelle sue multiformi caratteristiche in ogni luogo del pianeta, vi sono elementi che sono drammaticamente attuali nella questione alimentare. Forse quello in questo momento più sentito e importante è quello dello SPRECO DEL CIBO: secondo dati della FAO, circa UN TERZO DELLA QUANTITÀ DI CIBO PRODOTTA NEL MONDO FINISCE NELLA SPAZZATURA senza essere consumato e, solo in Italia, in media ogni famiglia getta nella pattumiera 2 kg. di cibo a settimana, determinando indirettamente altri sprechi di risorse (come l’acqua, le materie prime e l’energia utilizzate per produrre gli alimenti) e di denaro, oltreché CON UN INCREMENTO DI RIFIUTI, E COSTI, E DIFFICOLTA’ per il loro SMALTIMENTO.

   Con una popolazione mondiale affamata che non diminuisce (860 MILIONI DI PERSONE MALNUTRITE, DI CUI 30 MILIONI OGNI ANNO MUOIONO PER FAME); ma anche nel contesto nazionale, con la crisi che imperversa da più di sei anni, si calcola che IL 9% DELLE PERSONE IN ITALIA NON HA CIBO A SUFFICIENZA.

   Tutto questo per dire che l’argomento di “NUTRIRE IL PIANETA, ENERGIA PER LA VITA” che Expo 2015 si è dato, dev’essere un’occasione da non perdere per rivedere la politica agricola-alimentare mondiale, nazionale, ma anche usi e modi di consumare della nostra vita quotidiana. (s.m.)

Riproponendo l’ANTICA STRUTTURA URBANISTICA DELLE CITTÀ ROMANE, il Sito espositivo di Expo Milano 2015 si svilupperà su un reticolo ortogonale, i cui due assi principali sono costituiti dal “CARDO” e dal “DECUMANO”.    Quest’ultimo attraversa l’intero Sito in senso est-ovest, con una larghezza di 35 m e uno sviluppo di circa 1,5 km. Ogni 20 metri sorgeranno, su entrambi i lati, i padiglioni dei Paesi Partecipanti.    Il “Cardo”, viceversa, è orientato lungo l’asse nord-sud e presenta una lunghezza di circa 350 metri. A un’estremità termina in corrispondenza della grande Lake Arena, all’altra conduce alla Piazza Porta della Via d’Acqua. Lungo i suoi lati, tutti gli spazi dedicati all’Italia.    Nel punto di incrocio fra le due direttrici una piazza quadrata (74x74 m), Piazza Italia, luogo simbolo dell’incontro tra il nostro Paese e il mondo
Riproponendo l’ANTICA STRUTTURA URBANISTICA DELLE CITTÀ ROMANE, il Sito espositivo di Expo Milano 2015 si svilupperà su un reticolo ortogonale, i cui due assi principali sono costituiti dal “CARDO” e dal “DECUMANO”.
Quest’ultimo attraversa l’intero Sito in senso est-ovest, con una larghezza di 35 m e uno sviluppo di circa 1,5 km. Ogni 20 metri sorgeranno, su entrambi i lati, i padiglioni dei Paesi Partecipanti.
Il “Cardo”, viceversa, è orientato lungo l’asse nord-sud e presenta una lunghezza di circa 350 metri. A un’estremità termina in corrispondenza della grande Lake Arena, all’altra conduce alla Piazza Porta della Via d’Acqua. Lungo i suoi lati, tutti gli spazi dedicati all’Italia.
Nel punto di incrocio fra le due direttrici una piazza quadrata (74×74 m), Piazza Italia, luogo simbolo dell’incontro tra il nostro Paese e il mondo

   NOVE CLUSTER DELL’EXPO 2015 previsti all’interno del sito espositivo sono NOVE PADIGLIONI COLLETTIVI dedicati a PAESI CHE HANNO IN COMUNE UNA CARATTERISTICA AGRICOLA O GEOGRAFICA, e che sviluppano in un unico spazio espositivo, seppur autonomamente, UN TEMA COMUNE. Essi rappresentano una vera discontinuità con le Expo del passato che avevano sempre raggruppato i Paesi secondo criteri esclusivamente geografico-continentali. I temi selezionati per i nove cluster sono pensati anche per essere espansi ad ulteriori padiglioni nazionali, creando veri e propri percorsi tematici.

1 – BIO-MEDITERRANEO (Questo cluster raggruppa i Paesi che si affacciano sul mare Nostrum e che sono accomunati dalla comune dieta mediterranea).

2 – CACAO (più di 30 Paesi in via di sviluppo sono produttori di cacao, il quale rappresenta la risorsa principale per le loro economie)

3 – CAFFÈ (Il cluster raggruppa tutti i principali Paesi produttori di caffè)

4 – CEREALI e TUBERI (Questo cluster è dedicato a quei Paesi, tendenzialmente del cosiddetto Terzo Mondo, che basano la propria economia agricola su cereali e tuberi)

5 – FRUTTA e LEGUMI (legumi, noci, frutta e verdura sono una parte importante della dieta quotidiana per la maggior parte delle persone nel mondo, soprattutto come fonti di vitamine)

6 – ISOLE (Raggruppa tutti i piccoli Paesi che occupano isole o arcipelaghi, accomunati da una dieta basata sullo sfruttamento delle risorse marine)

7 – RISO (La produzione di riso nel mondo, nel 2013, ha raggiunto i 700 milioni di tonnellate di risone, pari a 470 milioni di tonnellate di riso lavorato. La superficie coltivata è stata invece di 160 milioni di ettari).

8 – SPEZIE (Questo cluster ospita i Paesi che fanno del commercio delle spezie la loro principale fonte di ricchezza)

9 – ZONE ARIDE (Il cluster dedicato ai Paesi che affrontano i problemi della desertificazione e del clima arido)

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IN 9 CITTADELLE 77 STATI IN VETRINA

– Zone aride, isole e Mediterraneo, grappoli di biodiversità –

di Luisa Contri , da ITALIA OGGI del 27/2/2014 

   Nove cluster tematici concepiti come altrettanti VILLAGGI. Nove punti di partenza d’altrettanti ITINERARI che collegheranno più padiglioni all’interno del sito dell’Expo 2015, ma anche località lombarde, italiane e del resto del mondo.

   È così che sono stati concepiti i CLUSTER (GRAPPOLI, ndr) che caratterizzeranno l’ESPOSIZIONE UNIVERSALE di MILANO del 2015.

   Ossia i SEI SPAZI ESPOSITIVI dedicati ciascuno A UNA FILIERA ALIMENTARE, affacciati sul decumano: i cluster del CACAO e CIOCCOLATO, del CAFFÈ, dei CEREALI e TUBERI, della FRUTTA e LEGUMI, del RISO e delle SPEZIE. E i TRE dedicati a un’IDENTITÀ TEMATICA: agricoltura e nutrizione in ZONE ARIDE, MARE e ISOLE ed ecosistema BIO-MEDITERRANEO, che invece affacciano sul parco della biodiversità.

   Complessivamente dovrebbero ospitare padiglioni più o meno grandi di 77 PAESI, 47 dei quali hanno già siglato il contratto di partecipazione. Risalgono a giovedì scorso, durante il Cluster participants meeting di Bergamo, le firme di Uzbekitan-cluster frutta e legumi, Guinea Bissau-mare e isole, El Salvador e Ruanda-cluster caffè.

   «COME UN VILLAGGIO REALE», spiega a ItaliaOggi Filippo Ciantia, responsabile cluster tematici di Expo 2015, «i cluster sono fatti da case: i PADIGLIONI di ciascun paese espositore. E da SPAZI PUBBLICI con tre funzioni diverse: espositiva, con mostre fotografiche centrate sul tema del cluster; d’aggregazione, ove saranno organizzati gli eventi; e di degustazione».

   Per gestire questi spazi comuni Expo 2015 sta individuando sponsor e/o advisor insieme ai quali valorizzare le singole filiere. Per ora ne ha individuati tre: Illy per il cluster del caffè, Eurochocolate per quello del cacao e cioccolato e Regione Sicilia per quello dell’ecosistema bio-mediterraneo.

   «I cluster», prosegue Ciantia, «saranno il punto di partenza d’itinerari che si svilupperanno sia all’interno che all’esterno del sito di Expo 2015. E non potrebbe essere altrimenti. Il CLUSTER DEL RISO, per esempio, non s’esaurisce con i sei paesi che vi partecipano: CAMBOGIA, BANGLADESH, LAOS, MYANMAR, SIERRA LEONE E PAKISTAN. L’itinerario dovrà quindi passare anche per i padiglioni di THAILANDIA, GIAPPONE, CINA, VIETNAM e dell’ITALIA, la patria del risotto. E di lì potrà proseguire fino ai distretti del riso della Lombardia, del Piemonte e del Veneto». (Luisa Contri)

IL CLUSTER CEREALI E TUBERI - LA FILIERA ALIMENTARE - Lo spunto è il tema «NUTRIRE IL PIANETA, ENERGIA PER LA VITA», l’obiettivo è proporre ai 20 milioni di turisti attesi per Expo un VIAGGIO NELLA STORIA DEL CIBO, GUIDATI DA PIANTE, PROFUMI E AROMI. Dietro ad ogni cluster ci sono le RICERCHE DI NOVE UNIVERSITÀ, le sette milanesi oltre a quelle di Napoli e Venezia, che fanno da filo conduttore al percorso. I turisti vedranno come si arriva a fabbricare una tavoletta di cioccolato, scopriranno i benefici della quinoa, si perderanno fra gli aromi delle spezie delle Molucche, assaggeranno i caffè più raffinati del mondo e vedranno crescere, nei sei mesi dell’esposizione, le piantine di riso. Ogni cluster avrà una parte comune, con anche un mercato e una zona di ristoro, oltre agli spazi che i singoli Paesi potranno allestire per farsi conoscere. (Elisabetta Soglio, 20/2/2014, Corriere.it)
IL CLUSTER CEREALI E TUBERI – LA FILIERA ALIMENTARE – Lo spunto è il tema «NUTRIRE IL PIANETA, ENERGIA PER LA VITA», l’obiettivo è proporre ai 20 milioni di turisti attesi per Expo un VIAGGIO NELLA STORIA DEL CIBO, GUIDATI DA PIANTE, PROFUMI E AROMI. Dietro ad ogni cluster ci sono le RICERCHE DI NOVE UNIVERSITÀ, le sette milanesi oltre a quelle di Napoli e Venezia, che fanno da filo conduttore al percorso. I turisti vedranno come si arriva a fabbricare una tavoletta di cioccolato, scopriranno i benefici della quinoa, si perderanno fra gli aromi delle spezie delle Molucche, assaggeranno i caffè più raffinati del mondo e vedranno crescere, nei sei mesi dell’esposizione, le piantine di riso. Ogni cluster avrà una parte comune, con anche un mercato e una zona di ristoro, oltre agli spazi che i singoli Paesi potranno allestire per farsi conoscere. (Elisabetta Soglio, 20/2/2014, Corriere.it)

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EXPO MILANO 2015 CHIAMA IL MONDO. E lo fa puntando sulle eccellenze del nostro Paese. Questa, in sintesi, la mission che ha ispirato le tappe del road show dei CLUSTER dell’Esposizione Universale. Paesi interessati a partecipare ai nove Padiglioni Tematici già da maggio dello scorso anno 2013 si stanno riunendo in diverse città di Italia, per approfondire con la società che organizza Expo Milano 2015 temi e prospettive legate ai prodotti e agli argomenti al centro di questo innovativo modello di partecipazione. Grazie ai Cluster, PAESI STORICAMENTE E GEOGRAFICAMENTE DISTANTI TRA LORO SI TROVERANNO ALL’INTERNO DELLO STESSO PROGETTO ARCHITETTONICO per raccontare insieme la storia di particolari prodotti alimentari e affrontare specifiche sfide legate alla nutrizione.MILANO -  EXPO

PER CONOSCERE L’EVENTO:

http://www.expo2015.org/

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L’AGRICOLTURA FAMILIARE SU PICCOLA SCALA È LA RISORSA PER NUTRIRE IL PIANETA

da: EcoAlfabeta – 26 febbraio 2014

   L’ AGRICOLTURA FAMILIARE coinvolge oltre 600 MILIONI DI FAMIGLIE e provvede oggi al 70% DELLA PRODUZIONE MONDIALE DI CIBO, oltre a TUTELARE LA BIODIVERSITÀ e praticare una coltivazione sostenibile. Per questo vanno riconosciuti i giusti diritti ai piccoli produttori.

   La FAO ha dichiarato il 2014 come anno dell’agricoltura familiare.

   Ci sono alcune cose che è importante sapere a proposito della PICCOLA AGRICOLTURA FAMILIARE: innanzitutto NON È UN ELEMENTO FOLCLORISTICO DEL PASSATO; secondo la dichiarazione finale della Family Farming World Conference, nel mondo ci sono QUATTROCENTO MILIONI DI FAMIGLIE DI COLTIVATORI DIRETTI con meno di due ettari di terra, CENTO MILIONI DI PASTORI e ALTRETTANTI PICCOLI PESCATORI, che a tutt’oggi rappresentano oltre il 40% della forza lavoro del pianeta.

   Inoltre, l’apporto dell’agricoltura di piccola scala è tutt’altro che trascurabile, visto che secondo alcune stime della FAO, CONTRIBUISCE PER PIÙ DI DUE TERZI ALLA PRODUZIONE ALIMENTARE MONDIALE, più della super agricoltura industriale dei latifondi e delle piantagioni.

   In estrema sintesi sono tre le VIRTÙ DELL’AGRICOLTURA FAMILIARE: primo, una LAVORAZIONE PIÙ SOSTENIBILE DELLA TERRA, con uso ridotto di acqua, fertilizzanti e pesticidi; secondo, la SALVAGUARDIA DEI CIBI TRADIZIONALI E DELLA BIODIVERSITÀ agricola, a dispetto della standardizzazione del commercio globale intorno a una ventina di prodotti principali; terzo, un’opportunità per il BENESSERE DELLE ECONOMIE LOCALI qualora sia garantito un adeguato accesso alla terra.

   Questo tuttavia non succede sempre, perché in molti luoghi del pianeta i piccoli agricoltori non hanno la terra sufficiente nemmeno per poter nutrire adeguatamente le proprie famiglie ed avere un livello di vita dignitoso.

   Non stiamo parlando solo di sovrappopolazione, ma anche di SCARSA EQUITÀ NELLA DISTRIBUZIONE DELLA TERRA. Anche in uno stato molto popolato e con poco suolo agricolo pro capite come l’India, il 65% dei contadini coltiva circa il 20% della terra disponibile.

   Per questo i piccoli agricoltori, oltre a volere un giusto accesso alla terra, richiedono anche un adeguato CONTROLLO DELL’ACQUA, DELLE FORESTE E DELLE SEMENTI. Le famiglie di contadini andrebbero anche PROTETTE ANCHE DAL FURTO DI TERRA, il LAND GRABBING, operato dalle grande compagnie multinazionali, soprattutto in Africa.
E’ inoltre importante dare loro un ACCESSO AI MERCATI, non quelli della finanza mondiale, ma I PICCOLI MERCATI LOCALI che sovente sono difficili da raggiungere per la mancanza di strade o adeguati mezzi di trasporto.
Da questo punto di vista, sostenere il commercio equo e solidale è il minimo che possiamo fare a livello personale per ristabilire un po’ di ordine e di giustizia

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LO SPRECO DEL CIBO – Secondo un rapporto della FAO buttiamo ogni anno più di un miliardo di tonnellate di generi alimentari. Un problema globale – Il report DELLA FAO fa anche un’importante DISTINZIONE FRA CIBO PERSO E CIBO SPRECATO. Nella prima categoria (in blu nel grafico qui sotto) rientrano le perdite per problemi infrastrutturali, packaging non adatti, problemi tecnici e tecnologici. Nella seconda (in rosso sempre nel grafico qui sotto) rientra il cibo che invece i consumatori (e i ristoranti, i fast food, le mense) gettano nella spazzatura. – CARLO PETRINI, fondatore di SLOW FOOD, non ha dubbi: “IL PIÙ GRANDE CAMPO DA ARARE per far fronte all”aumento demografico e per risolvere il problema della fame è quello dello SPRECO. Produciamo cibo per 12 miliardi di viventi, siamo 7 miliardi, un miliardo soffre di malnutrizione. Prima di aumentare la produzione, bisogna ridurre lo spreco”, conclude Petrini.

CIBO PERSO E CIBO SPRECATO
CIBO PERSO E CIBO SPRECATO

ALIMENTAZIONE, POVERTÀ E SPRECO. LA FOTOGRAFIA DEGLI ITALIANI A TAVOLA

di Valeria Covato, 27/2/2014, da http://www.formiche.net/

   Gli italiani si preoccupano molto della sicurezza alimentare e per il loro futuro temono di non avere accesso a cibo sufficiente. Al contempo sono la popolazione che soffre meno la fame. Secondo i risultati del sondaggio Swiss Re sulla percezione dei rischi in Italia, nel nostro Paese a causa della povertà almeno una volta all’anno, una persona su dieci soffre la fame e ha difficoltà nel reperire cibo sano.

I DATI

·        IN ITALIA IL 9 % DELLE PERSONE NON HA CIBO A SUFFICIENZA;

·        Il 18 % non ha accesso a un regime alimentare sano;

·        Il 52 % adotta un regime alimentare insufficiente e/o non sano a causa della povertà;

·        Il 57% si aspetta tra vent’anni un aumento della carenza di cibo a livello globale;

·        La maggioranza ritiene che sia lo spreco di cibo, e non la povertà, la ragione principale della carenza di cibo in Italia;

IL PRIMATO DELL’ITALIA

L’Italia è al primo posto tra i Paesi industrializzati a temere per l’approvvigionamento di cibo tra vent’anni. Il 57 % ritiene che nel 2033 ci sarà una maggiore penuria di cibo, ma la maggior parte di essi non ritiene che questo problema interesserà l’Italia. In questo dato è preceduta solo da Sudafrica, India, Messico e Indonesia.

TRA PERCEZIONE E REALTA’

Secondo il sondaggio gli Italiani temono di non avere accesso a cibo sufficiente, ma hanno dimostrato di avere la percentuale più bassa di persone che soffrono la fame. Uno scollamento tra percezione e realtà seppur per un Paese industrializzato avere quasi una persona su 10 che almeno una volta l’anno soffre la fame rappresenti una percentuale elevata.

POVERTA’ E CIBO SANO

Tra i maggiori problemi connessi alla povertà vi è la difficoltà a reperire cibo sano. Il 18% degli italiani o circa una persona su cinque dichiara di essere in difficoltà a reperire cibo sano.

La fame è principalmente conseguenza della povertà. Tra coloro che non hanno accesso a cibo sufficiente, il 52% lamenta come ragione principale la mancanza di soldi. Il 45% ha dichiarato che la mancanza di denaro ha impedito loro di ottenere cibo sano.

Tra i motivi della carenza di cibo in Italia, il 77% pone lo spreco di cibo al primo posto. Al secondo posto figurano i prezzi elevati, ( 66% degli intervistati). (Valeria Covato)

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I marchi internazionali sostituiscono sempre di più gli alimentari – E i quartieri cambiano volto: si trasformano in centri commerciali

ADDIO PICCOLA BOTTEGA: COSÌ IL CIBO SPARISCE DALLE VETRINE DELLE CITTÀ

di Carlo Petrini, da “la Repubblica” del 5/2/2014

– BOTTEGHE STORICHE – I negozi di quartiere sono a rischio di chiusura. Soprattutto i generi alimentari, da nord a sud, vengono  sempre di più sostituiti dalle catene di marchi internazionali –

   Negli Stati Uniti li chiamano FOOD DESERTS, i deserti del cibo. Sono quartieri, intere aree urbane (più spesso suburbane) in cui è impossibile trovare del cibo fresco senza doversi spostare di parecchi chilometri. Luoghi in cui vivono gli strati più poveri della popolazione.

   Quei luoghi sono dotati di pochissimi negozi che smerciano (anche) alimenti: esclusivamente surgelati o precotti, poco salutari e di bassa qualità.

   I food deserts sono l’estremizzazione drammatica di un fenomeno sociale e di mercato del quale, a ben vedere, quasi nessuna città oggi è immune, neanche le nostre. E si tratta di DESERTI CHE NON RIGUARDANO  SOLTANTO CIÒ CHE MANGIAMO. PENSATE AL CENTRO DELLA VOSTRA CITTÀ, che sia piccola, media o grande.

   Ripercorrete le vie dello struscio, andate nella piazza principale e guardate le insegne dei negozi. Ovunque occhieggiano le stesse catene di biancheria intima, calze, jeans, gioielli, vestiti e scarpe, appena intervallate da un buon numero di sportelli bancari.

   Marche e marchi multinazionali, con i loro loghi sempre uguali, con lo stesso interior design ripetuto  all’infinito che, una volta entrati nel locale, fa sparire tutto quanto c’è fuori: monumenti, arte, architetture.

   LE NOSTRE VIE SI SONO TRASFORMATE IN CENTRI COMMERCIALI. Il paesaggio urbano che ci si offre genera le stesse sensazioni sfavillanti e più o meno consapevolmente deprimenti a Copenaghen come a Torino, a Dieppe in Normandia come a Portland in Oregon. Non ne sono immuni nemmeno metropoli e grandi centri sudamericani e asiatici. Perfino quelli africani.

   Quasi trent’anni fa Slow Food nacque come risposta all’omologazione del cibo, in opposizione giocosa ma seria al paradigma del fast food che stava colonizzando le nostre città, per proporre dappertutto gli stessi alimenti standardizzati. Si riaffermava la ricchezza e la varietà delle cucine regionali come antidoto  all’appiattimento dei costumi gastronomici.

   Bene, oggi quell’omologazione non riguarda più soltanto il cibo, ma tutto il tessuto urbano e di conseguenza anche quello sociale. Perché oltretutto questi negozi, che si aggiungono ai veri centri commerciali, outlet e ipermercati che proliferano in periferia e lungo le tangenziali, in questo modo estromettono del tutto il cibo dalle nostre strade, lo sostituiscono con cose che non si mangiano.

   Il cibo, la più vivace forma di umanità e di condivisione sparisce dalle vetrine delle nostre città, non ha luoghi e negozi. SI CREANO PICCOLI DESERTI DEL CIBO, di socialità, cultura e piacere; deserti dove al posto della sabbia siamo inondati da mutande firmate e scarpe sportive, uguali come ogni granello di ogni arida distesa di questo Pianeta.

   Da questi panorami, cui purtroppo siamo ormai assuefatti, sono SPARITE LE DROGHERIE, LE LATTERIE, MOLTE GASTRONOMIE, PASTICCERI, MACELLAI E PANETTIERI. Quasi non ci sono più quelli che si chiamavano gli “alimentari”. Ma anche i calzolai, le mercerie, tanti piccoli esercizi commerciali che sono stati soppiantati da modelli di vendita e consumo così frenetici e artificiosi da risultare molto meno umani di quelli cui eravamo abituati.

   La crisi, poi, acuisce il processo, mentre gli affitti salgono e solo le grandi catene — o i locali notturni nelle zone della cosiddetta “movida” — possono permettersi di pagarli. È un fenomeno internazionale, fatto di diverse sfumature e cause, ma sempre con lo stesso risultato: mentre da noi la Confesercenti non fa che rimarcare continue riduzioni del numero dei piccoli e medi esercizi commerciali, migliaia di chiusure di negozi ogni mese, a New York per esempio domina la speculazione edilizia insieme al retail delle multinazionali.

   In questo modo anche lì abbassano le saracinesche i piccoli commerci, i drugstore di quartiere, vecchi caffè e luoghi dov’era possibile consumare un pasto non omologato. Jeremiah Moss, curatore di un blog sulla New York “che svanisce”, ha calcolato — sommando il numero di anni di attività di ogni vecchio luogo di commercio e socialità che ha cessato l’attività senza essere rimpiazzato — che durante l’era Bloomberg sono stati cancellati quasi 7.000 anni di storia della sua città.

   Ed è la stessa storia delle persone che animano le botteghe e gli alimentari di tutto il mondo, la storia del piccolo commercio che “umanizza” ciò che vende, foss’anche la confezione di ammorbidente per la lavatrice smerciata in una vecchia drogheria, figuriamoci il cibo.

   E DAL CIBO ALLORA, FORSE, È IL CASO DI RIPARTIRE. Anche in questo caso, il modello del fast food o del  supermercato, del grande luogo in cui comprare gli alimenti, ha sostituito con la sua serialità ciò che era sempre diverso, ma rassicurante e pieno di umanità: la faccia del droghiere, la favella del panettiere, la perizia del verduraio, la simpatia del macellaio.

   Qualità e sollievi dell’animo spariti sotto le scritte d’insegne seriali, che per quanto s’impegnino a fare bene le cose non riusciranno mai a sostituire la PRESENZA FISICA DEI PICCOLI COMMERCIANTI NEI NOSTRI CENTRI. A parte la comodità dell’acquisto sotto o vicino a casa — senza essere costretti a fare in un colpo solo una spesa monstre nel centro commerciale — è anche più divertente e stimolante entrare in alcuni piccoli negozi piuttosto che in un unico grande capannone.

   L’unica soluzione è COMINCIARE A PREMIARE CHI RESISTE, con i nostri acquisti ma anche CON POLITICHE DEDICATE. Inoltre, la presenza delle persone si traduce in relazioni non soltanto tra chi vende e chi compra, ma anche con i fornitori: più facile che in questi casi siano in maggior parte locali.

   Per il cibo questa è una gran fortuna, che permette di RIVITALIZZARE anche LE PICCOLE ECONOMIE AGRICOLE DI TERRITORIO. Bisognerebbe impegnarsi nel moltiplicarli questi piccoli negozi anche su larga scala: una sorta di franchising-non franchising, in cui la catena è fatta di luoghi semplici e nel cuore del tessuto urbano, minimi ma partecipati, che si approvvigionano in zona e che esaltano le diversità.

   Tutti simili ma profondamente differenti gli uni dagli altri, uniti in rete (quindi qualche forma di distribuzione nazionale e internazionale “solidale” si può ben realizzare) e diffusi per dare una linfa positiva alle città, offrendo — il che non guasta mai — anche nuove opportunità di lavoro. Attività gratificanti che uniscono le persone, invece di sparpagliarle in un deserto consumistico in cui si stenta a trovare qualcosa di buono, qualcosa di bello. (Carlo Petrini)

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LA CHEF DELLE FAVELAS: COSÌ REGINA TRASFORMA GLI SCARTI IN PIATTI BIO

di Carlo Petrini, da “la Repubblica” del 28/1/2014

   REGINA TCHELLY DE ARAUJO FREITAS è una giovane donna intraprendente che sta lasciando il segno nella REALTÀ GASTRONOMICA BRASILIANA e non solo, con un progetto il cui nome è già un programma: FAVELA ORGÂNICA.

   Questa iniziativa vede la realizzazione di PICCOLI ORTI BIOLOGICI ALL’INTERNO DI ALCUNE FAVELAS, tra cui quella di Santa Marta, di Babilônia e del Complexo do Alemão (più di 200.000 abitanti), “pacificate” nel corso di un’operazione voluta dal governo Lula per liberare questi luoghi dalla violenza e dal disagio profondo che le contraddistinguevano.

   Oltre alla produzione di cibo sano, locale e organico a vantaggio della comunità (chiamata a prendersene cura direttamente), FAVELA ORGÂNICA ha l’ulteriore particolarità di praticare una cucina che utilizza i prodotti in tutte le loro parti, inclusi gli scarti, per provare a incidere sulle abitudini alimentari delle persone.

   Lavorando sulla pianificazione degli acquisti e dei consumi, il progetto promuove una riflessione sullo SCANDALO DELLO SPRECO ALIMENTARE ANCHE NELLE REALTÀ PIÙ POVERE, che nell’immaginario collettivo ne sono immuni ma che purtroppo lo vivono ogni giorno. Lo stile cucinario di Regina, infatti, lungi dall’essere una trovata mediatica è piuttosto figlio della sua estrazione e della sua storia, della necessità di mettere insieme il pranzo con la cena.

   QUANDO IL CIBO È POCO, LA CREATIVITÀ È L’UNICA VIA, e il suo talento è proprio quello di saper creare piatti di una bontà stupefacente con pochissime risorse. In un periodo che mai nella storia della gastronomia vede un proliferare incontrollato e a tratti stucchevole di “eventi gastronomici” di ogni sorta, anche in Brasile, (programmi televisivi, talent show, concorsi di cucina, spettacolarizzazioni varie della figura dello chef), Regina sta interpretando questa ondata con un tratto del tutto personale e particolare, con risultati qualitativi che hanno attratto l’attenzione di buona parte della stampa carioca.

   In tutto il mondo, e soprattutto nel continente sudamericano, parlare di gastronomia troppo spesso significa chiudersi in una prospettiva edonistica e ristretta, incapace di tenere conto della complessità del mondo e delle contraddizioni che il sistema alimentare attuale genera in ogni angolo del pianeta. Basti pensare che A FRONTE DI 860 MILIONI DI PERSONE MALNUTRITE, DI CUI 30 MILIONI OGNI ANNO MUOIONO PER FAME, CI SONO UN MILIARDO E MEZZO DI OBESI. Questa è la realtà, ed è una realtà vergognosa proprio perché mai come oggi la gastronomia vive la sua stagione d’oro.

   Trentadue anni, originaria del nord-est del paese, la zona più povera e arretrata del Brasile, all’età di diciassette Regina si è trasferita a Rio per fare quello che nel secolo scorso facevano molte contadine povere anche in Italia, ovvero andare a prestare servizio presso famiglie benestanti di città per occuparsi della cucina e della cura della casa. Per dodici anni rimane a lavorare nella buona borghesia carioca, e lì affina le sue conoscenze e le pratiche di cucina, mettendo a frutto il suo bagaglio di insegnamenti materni, primo fra tutti LA CUCINA SENZA SPRECHI.

   Nel 2010 sposa la causa del BIOLOGICO partendo con la REALIZZAZIONE DEI PRIMI ORTI nella sua favela, Babilônia, e lavorando personalmente nei diversi mercati contadini nati a Rio de Janeiro negli ultimi anni. Inizia ad esibirsi in performance culinarie innovative, presentando RICETTE INEDITE A SPRECO ZERO.

   La voce in città inizia a girare e il suo nome diventa sempre più noto. A questo punto il primo salto: con il supporto di SLOW FOOD BRASILE incomincia, nella sua piccola casa, a tenere corsi di cucina in cui insegna ai ragazzi a utilizzare tutte le parti dei prodotti, inclusi quelli che normalmente vengono ritenuti scarti, come le bucce della verdura, i semi o l’acqua di cottura di alcuni prodotti.

   In questo modo l’effetto è duplice: da una parte è forte il messaggio simbolico di limitare al minimo o eliminare completamente lo spreco alimentare, e dall’altra queste pratiche sono una garanzia implicita della “pulizia” della materia prima, che deve essere completamente organica altrimenti non può essere utilizzata in questa maniera.

   Nella notte di capodanno Regina ha organizzato UNA CENA PER I SENZATETTO DI COPACABANA. Mentre imperversavano i festeggiamenti in tutta la città, la condivisione di dolci e musica è stato un ulteriore segnale della gioia e della passione con cui conduce il suo lavoro, e dà la cifra della persona solare che è.

   Una persona che non agisce se non spinta dal piacere e dalla gioia prima di tutto personale, e che ha il dono di trasmettere un po’ di questa gioia a chi le sta intorno. Il suo lavoro acquisisce un’importanza sempre maggiore per l’impatto che ha sulle comunità urbane povere e nel prossimo mese di giugno verrà aperta una nuova sede per la sua scuola, di fronte alla cappella di Santa Marta, nell’omonima favela che si affaccia su Botafogo e guarda da vicino le spiagge di Leme e Copacabana.

   Dall’inizio di questa grande avventura, FAVELA ORGÂNICA È CRESCIUTA SIA PER EFFICACIA CHE PER DIFFUSIONE, e oggi è presente anche fuori dallo Stato di Rio De Janeiro, in Pernambuco, Paraíba, Minas Gerais, Ceará e San Paolo, e la stampa brasiliana non ha mancato di celebrarla più volte.

   Se l’utilizzo completo della materia prima è da sempre uno dei patrimoni della sapienza culinaria femminile, la novità qui è che, in questo momento di esplosione della gastronomia dell’eccesso, Regina sta seguendo un percorso alternativo importantissimo per riportare il discorso su un giusto piano. Nonostante una classe borghese in ascesa, infatti, il Brasile vede ancora la presenza di un ampio numero di cittadini i quali, anche se affrancati dalla fame, sono tuttavia a rischio malnutrizione e di certo non hanno sempre accesso a un’alimentazione adeguata e di qualità.

   Il suo modo di intendere il lavoro di cuoca e di gastronoma coniuga il piacere alimentare con l’impegno civile e il coinvolgimento nel benessere della propria comunità, e rientra in un più ampio movimento che si sta sviluppando in tutto il Brasile, con persone e associazioni come GASTROMOTIVA, che forma giovani chef e sostiene progetti di GASTRONOMIA SOCIALE in tutto il paese. Nata nel 2006 a San Paolo e recentemente approdata anche a Rio, anche questa associazione ha fatto propria la visione della gastronomia come strumento di inclusione sociale e di integrazione nelle aree urbane più difficili.

   L’AMERICA LATINA STA VIVENDO UN GRANDE RINASCIMENTO GASTRONOMICO E NON SOLO, e il Brasile è certamente in prima fila in questo processo. La presenza di Regina, di Gastromotiva, della rete di Terra Madre Brasile, sono la migliore speranza che la grande attenzione che verrà riversata qui nei prossimi anni, con due eventi di portata mondiale come i campionati mondiali di calcio nell’estate e le Olimpiadi nel 2016, possa davvero essere un’opportunità anche per coloro che normalmente non possono godere dei benefici di questi grandi appuntamenti. Regina è una grande scoperta, penso che sentiremo ancora molto parlare di lei! (Carlo Petrini)

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PARTE DA SCUOLA LA LOTTA ALLO SPRECO ALIMENTARE

Al via la terza edizione del progetto “BEST FOOD GENERATION”

da “la Stampa” del 7/2/2014

– Oltre 2500 scuole elementari di tutta Italia hanno aderito a “Best food generation” programma per sensibilizzare i bambini sul tema dello spreco alimentare. –  

   Circa 200mila bambini, guidati da un insegnante, arriveranno a capire tutti i diversi tipi di spreco che avvengono lungo la filiera agroalimentare. Il progetto, arrivato alla sua terza edizione, fino a oggi ha coinvolto quasi 800mila alunni di 6mila scuole.

   Nello specifico, i bambini, sotto la guida del loro insegnante e con l’aiuto del materiale didattico sviluppato in collaborazione con il Banco Alimentare, verranno condotti a scoprire i diversi tipi di spreco che avvengono lungo la filiera agroalimentare: da quello legato alla produzione, alla distribuzione, agli imballaggi fino ad arrivare a quello che avviene tra le mura di casa. Inoltre grazie al ”RIOUTILIZZARIO”, un simpatico libretto ricco di trucchi e consigli utili oltre a semplici ricette “anti-spreco”, impareranno a mettere in pratica insieme ai genitori quanto imparato per evitare gli sprechi più comuni nelle nostre cucine.

   Ad accompagnare i più piccoli in questo divertente ed appassionante viaggio nel mondo degli alimenti saranno tre personaggi: Rio, sua sorella Marina e lo zio Bruno che attraverso le loro storie insegneranno loro l’importanza della lotta allo spreco.

   «Siamo particolarmente orgogliosi di questo progetto perché aiuta a promuovere una corretta alimentazione e uno stile di vita sano e responsabile e lo fa rivolgendosi ai bambini, gli adulti di domani, che con il loro entusiasmo possono aiutare a migliorare le abitudini dell’intera famiglia – afferma Luciano Pirovano, CSR Director di Bolton Alimentari – Quest’anno il progetto è incentrato sullo spreco alimentare, una tematica molto importante per noi che da anni collaboriamo strettamente e in modo virtuoso con il Banco Alimentare, partner che ci permette di recuperare le eccedenze della nostra produzione e i pasti non consumati della nostra mensa e donarle alle persone indigenti, trasformando un potenziale spreco in una risorsa preziosa».

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CHE COS’È LA CARTA SPRECO ZERO

di Cristina Marziali, da LETTERA 43 del 17 gennaio 2014 (http://www.lettera43.it/ambiente/guide/ )

   Nel 1998, in seno all’Università di Bologna è nata un’associazione che si chiama LAST MINUTE MARKET, che nel 2003 è diventata a tutti gli effetti una realtà imprenditoriale volta a diminuire gli sprechi, riutilizzando beni che altrimenti andrebbero buttati, al fine di aiutare e sovvenzionare realtà benefiche e caritative. In sostanza, la sua attività consiste nel “riciclare” i beni invenduti di supermarket ed altre strutture commerciali, reindirizzandoli verso mense e centri di accoglienza.

   Il presidente del Last Minute Market è ANDREA SEGRÈ, il quale ha redatto una “CARTA SPRECO ZERO”, ovvero una sorta di DICHIARAZIONE DI INTENTI che recepisce una risoluzione europea firmata nel 2013. Si tratta in sostanza di un documento in cui  le amministrazioni comunali, e più in generale gli enti pubblici, si impegnano a ridurre gli sprechi con un programma articolato in dieci punti, che si può leggere a questo link.

Tale carta è stata sottoscritta da alcune aree amministrative italiane, tra cui le Regioni Veneto, Puglia e Friuli Venezia Giulia, un migliaio di comuni tra i quali Milano e Bologna.

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– per saperne di più su LAST MINUTE, vedi un passato post di Geograficamente:

https://geograficamente.wordpress.com/2011/01/13/last-minute-market-project-per-superare-l%E2%80%99oltraggio-del-cibo-sprecato-in-una-situazione-poi-di-crisi-economica-e-di-allargamento-diffuso-delle-poverta-%E2%80%93-la-virtuosa-redistribuzione/

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