La CRIMEA (nell’UCRAINA) nodo di scontro tra RUSSIA e OCCIDENTE: una TERRA COSMOPOLITA diventa luogo di tensioni nazionalistiche; anziché rappresentare un PONTE MULTICULTURALE di rispetto di diversità nel mondo globale in cui viviamo

– LA CRIMEA ANNUNCIA LA SECESSIONE: IL PARLAMENTO DELLA PENISOLA APPROVA LA   MOZIONE, IL 16 MARZO LA CONSULTAZIONE –  OBAMA E L’UE: REFERENDUM ILLEGALE

– L’ITALIA BOICOTTA LE PARALIMPIADI. ANCHE USA, GB E FRANCIA FANNO LO STESSO

– GAZPROM MINACCIA IL TAGLIO DEL GAS ALL’UCRAINA SE NON PAGA I DEBITI PREGRESSI

La repubblica autonoma di CRIMEA è stata TRASFERITA DALLA RUSSIA ALL’UCRAINA il 19 febbraio 1954 per volontà del leader sovietico Nikita Chruščëv. SECONDO UN CENSIMENTO ufficiale ucraino del 2001, IL 58,5 PER CENTO DELLA POPOLAZIONE DELLA PENISOLA È COMPOSTA DA RUSSI. Gli UCRAINI e i TATARI di Crimea, per la maggior parte musulmani sunniti, negli ultimi anni si sono alleati per opporsi al riavvicinamento della Crimea a Mosca. (da INTERNAZIONALE del 7/3/2014) (mappa ripresa da Corriere.it)
La repubblica autonoma di CRIMEA è stata TRASFERITA DALLA RUSSIA ALL’UCRAINA il 19 febbraio 1954 per volontà del leader sovietico Nikita Chruščëv. SECONDO UN CENSIMENTO ufficiale ucraino del 2001, IL 58,5 PER CENTO DELLA POPOLAZIONE DELLA PENISOLA È COMPOSTA DA RUSSI. Gli UCRAINI e i TATARI di Crimea, per la maggior parte musulmani sunniti, negli ultimi anni si sono alleati per opporsi al riavvicinamento della Crimea a Mosca. (da INTERNAZIONALE del 7/3/2014) (mappa ripresa da Corriere.it)

   In questo post, che parliamo di CRIMEA, e della grave crisi locale e internazionale originata dal tentativo di annessione alla Russia di questa georegione situata nel cuore del Mar Nero, tentiamo (con buona parte degli articoli che seguono) di dare alcuni riferimenti storici alla geopolitica dell’area nelle quale la Crimea si trova.

   La Crimea, parte integrante dello stato nazionale ucraino, ha una popolazione in maggioranza russa ed è anche in un contesto geografico strategico fra la Mitteleuropa (l’Europa centrale, occidentale) e la parte orientale europea della Russia.

   Area di scambio e comunicazione (linguistica, culturale, delle tradizione, dell’economia…) per chi crede che l’incontro dei popoli e degli stati, in zone geografiche che ben si collocano su questi territori “misti”, di passaggio (le aree dei cosiddetti “confini” tra mondi diversi)…. e che invece di essere luoghi privilegiati dove le persone si rapportano a culture diverse (ne vivono virtuosamente più d’una, conoscono e praticano quotidianamente più di una lingua, in contesti positivamente diversificati…), e invece questo diventa un problema grave.

COSACCHI PRO-RUSSIA FUORI DALL’EDIFICIO DEL PARLAMENTO DELLA CRIMEA A SIMFEROPOLI
COSACCHI PRO-RUSSIA FUORI DALL’EDIFICIO DEL PARLAMENTO DELLA CRIMEA A SIMFEROPOLI

   Nazionalismi, progetti geopolitici paventati da leader importanti: Putin e l’aspirazione a una “grande Russia” che tenta di creare attorno a se “stati cuscinetto”, a mo’ di ricostruzione della passata Unione Sovietica… e dall’altra l’Europa, che rappresenta modelli di “libertà” per molti giovani dell’est, da condividere… ma Unione Europea che è inesistente come politica comune, autorevole, efficace; specie proprio nei confronti di popoli e stati che si confrontano con essa, che chiedono di fare dei percorsi comuni…

   Nell’incertezza e nelle “non risposte” vengono a galla tensioni, secessionismi (e desideri di grandi potenze di accrescere la propria infuenza)…. E nel caso della CRIMEA (e dell’Ucraina) è possibile (speriamo proprio di no) possano sfociare con guerre civili e massacri dentro a stati che fino a qualche mese prima bene o male si caratterizzavano per una convivenza equilibrata e pacifica tra persone.

   E’ già accaduto, nel più cruento dei modi, nel Balcani nella prima metà degli anni ’90 del secolo scorso (vent’anni fa) con lo smembramento della ex Iugoslavia. Non vorremmo proprio che accadesse in Ucraina adesso, con popolazioni locali autoctone (come i tatari), con un popolo ucraino tendenzialmente filo-occidentale, ma dall’altra con la presenza forte di popolazione di lingua russa (che in Crimea diventa maggioritaria) e che guarda con favore la potenza dell’ex madre patria Russia.

Avendo patito molto nella Russia comunista, I TATARI DI CRIMEA NON SI ASPETTANO NULLA DI BUONO DALLA RUSSIA DI PUTIN. Possono solo sperare in un’Ucraina libera, democratica e legata all’Occidente. (Ettore Cinnella, da “la Repubblica”)
Avendo patito molto nella Russia comunista, I TATARI DI CRIMEA NON SI ASPETTANO NULLA DI BUONO DALLA RUSSIA DI PUTIN. Possono solo sperare in un’Ucraina libera, democratica e legata all’Occidente. (Ettore Cinnella, da “la Repubblica”)

   Contesto interno esplosivo (e sotto il tiro delle mire espansionistiche della Russia) che tanta tensione sta creando negli equilibri mondiali, nel rapporto con gli USA e con l’Unione Europea. Nondameno desta preoccupazione lo “schierarsi degli eserciti”: nel senso che anche i cosiddetti paesi occidentali stanno mettendo in moto l’apparato militare della NATO. Ma speriamo proprio che una soluzione “intermedia”, pacifica, si possa trovare.

   Sta di fatto che l’Ucraina non intende accettare la secessione di una sua parte di territorio nazionale com’è la Crimea verso la Russia. Da ciò i VENTI DI GUERRA IN CRIMEA, dopo la decisione del Parlamento di SIMFEROPOLI di indire un REFERENDUM SULL’ADESIONE ALLA RUSSIA: e da Kiev, dalla capitale ucraina, si risponde con un mandato di arresto per i leader secessionisti della regione (il premier della Crimea e il presidente del Parlamento).

GASDOTTI DALLA RUSSIA VERSO L'EUROPA (CHE PASSANO PER L'UCRAINA) - GAZPROM MINACCIA DI TAGLIARE LE FORNITURE DI GAS ALL’UCRAINA SE KIEV NON SALDERÀ IL SUO DEBITO, CHE AMMONTA A 1,8 MILIARDI DI DOLLARI, e non pagherà le forniture correnti. «O l’Ucraina estingue il debito e paga per le forniture correnti, oppure c’è il rischio di tornare alla situazione creatasi all’inizio del 2009», ha detto l’ad di Gazprom Alexiei Miller, precisando che oggi scade il termine del pagamento per il gas russo fornito a febbraio e Kiev non ha ancora versato la somma
GASDOTTI DALLA RUSSIA VERSO L’EUROPA (CHE PASSANO PER L’UCRAINA) – GAZPROM MINACCIA DI TAGLIARE LE FORNITURE DI GAS ALL’UCRAINA SE KIEV NON SALDERÀ IL SUO DEBITO, CHE AMMONTA A 1,8 MILIARDI DI DOLLARI, e non pagherà le forniture correnti. «O l’Ucraina estingue il debito e paga per le forniture correnti, oppure c’è il rischio di tornare alla situazione creatasi all’inizio del 2009», ha detto l’ad di Gazprom Alexiei Miller, precisando che oggi scade il termine del pagamento per il gas russo fornito a febbraio e Kiev non ha ancora versato la somma

   E arrivano i COSACCHI RUSSI: truppe volontarie d’ispirazione del vecchio comunismo sovietico, che Putin ben “lascia fare” in questo contesto per “introdursi” nella Crimea. Con i secessionisti miliziani filorussi che arrivano a sferrare un attacco armato alla sede della TV della Crimea: la stazione tv è ora presidiata dai miliziani e anche dagli stessi cosacchi.

   Dicevamo che in Crimea vive una maggioranza di popolazione russa, e vi convive con circa un 25 per cento di ucraini e un 15 per cento di tatari. E’ evidente che qui non si tratta né di andarsene con la Russia, né di aderire all’Unione Europea. L’Ucraina e con essa la Crimea, dovrebbero vantare questo “privilegio” di essere “ponte” di scambio e comunicazione pacifica tra due mondi diversi, tra l’Europa occidentale e dall’altra la Russia “euroasiatica”.

   E per la Crimea allora non si può che auspicare (chiedere, volere) che una penisola dal passato così complesso, e con una popolazione dotata di una così forte tendenza alla differenziazione, porti avanti e si affermino politiche e soluzioni attente alla “diversità”, al multiculturalismo, con tanta AUTONOMIA di quell’area geografica. E in particolare con una forte apertura e garanzia dei diritti per tutti i suoi abitanti. (s.m.)

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06/03/2014 – da www.lastampa.it/

LA CRIMEA ANNUNCIA LA SECESSIONE. OBAMA E L’UE: REFERENDUM ILLEGALE

– Il Parlamento della penisola approva la mozione, il 16 MARZO LA CONSULTAZIONE – Bruxelles in pressing. E gli Usa sospendono i negoziati con la Russia sui visti –

   VENTI DI GUERRA IN CRIMEA, dopo la decisione del PARLAMENTO DI SIMFEROPOLI di indire un referendum sull’adesione alla Russia, mentre Kiev spicca un mandato di arresto per i leader secessionisti della regione e Barack Obama e l’Unione europea sparano bordate: «La consultazione – dicono – è illegittima».

L’ESCALATION

Giovedì 6 marzo la svolta: prima l’annuncio sul quesito del referendum, poi il voto del Parlamento della Crimea, favorevole all’adesione alla Federazione russa. LA REAZIONE DI KIEV NON SI FA ATTENDERE: la giustizia ucraina spicca un MANDATO DI ARRESTO nei confronti DEL PREMIER SERGHIEI AKSIONOV E PER IL PRESIDENTE DEL PARLAMENTO, Vladimir Kostantinov. Passa qualche ora e la Verkhovna Rada (il Parlamento ucraino) inizia la procedura per sciogliere quello secessionista di Simferopoli.

LE REAZIONI  

Da Roma, a margine della Conferenza sulla Libia, il MINISTRO DEGLI ESTERI FRANCESE, Laurent Fabius lancia l’allarme: se la Crimea si unisce alla Russia «vuol dire che non c’è più la pace internazionale, né frontiere certe». Poi il diluvio, con Barack Obama che dà il via libera a NUOVE SANZIONI USA ed alza i toni: «Il referendum per l’adesione a Mosca viola la legge internazionale», e dunque è illegittimo, dice il presidente statunitense. Stesse parole usate dalla CANCELLIERA TEDESCA Angela Merkel, dal PRESIDENTE DEL CONSIGLIO EUROPEO, Herman Van Rompuy e da tutto il VERTICE UE, riunito in via straordinaria per cercare una soluzione alla crisi ucraina. DA BRUXELLES ESCE INDURITA LA POSIZIONE EUROPEA. I leader – uniti – lanciano ultimatum alla Russia: o si ferma o scatteranno sanzioni contro Mosca via via più severe.

OSCURATI I CANALI TV  

Intanto, a Simferopoli centinaia di COSACCHI RUSSI, che dicono di provenire dalla regione di Krasnodar: «Siamo arrivati tre settimane fa», riferisce un ufficiale, ma alcuni militari lasciano intendere di essere arrivati ben prima. Nella piazza, stretta tra l’imponente palazzo del Parlamento e il memoriale ai caduti della II Guerra mondiale, i dimostranti filo-russi gridano «Grazie, grazie» rivolti ai soldati e «Russia, Russia!», mentre sventolano bandiere di Mosca e sovietiche. Poco distante gentili signore preparano bevande calde e panini per rifocillare i loro «eroi». Nel tardo pomeriggio si diffonde la notizia di UN ATTACCO ARMATO ALLA SEDE DELLA TV KRIM (Crimea, ndr): la stazione tv è ora presidiata da miliziani e ancora da loro, i cosacchi. Una dopo l’altra, le frequenze tv della regione oscurano i canali locali e ucraini. Va in onda l’all news Russia 24.

BLOCCATI GLI OSSERVATORI DELL’OSCE  

A SEBASTOPOLI, dove ha sede la base della Flotta russa del Mar Nero, le autorità si mettono in linea con SIMFEROPOLI e indicono un REFERENDUM sempre per il 16 MARZO, sempre per aderire alla Russia di Vladimir Putin. Nella Rada, secondo l’agenzia ucraina Uninan, I RUSSI AVREBBERO AFFONDATO DUE NAVI PER IMPEDIRE L’USCITA DELLA FLOTTA DI KIEV: FORSE È VERO FORSE NO. Nel porto ci sono solo due navi che fino a ieri sventolavano i vessilli di Kiev – ammainati al tramonto – che ovviamente non possono minimamente competere con gli oltre 30 vascelli da battaglia russi che oltretutto sono decisamente più moderni e armati con le ultime sofisticate tecnologie di Mosca. E a nord, nei pressi di Kherson, regione del sud ucraino e porta di accesso per la Crimea, un gruppo di circa 40 OSSERVATORI OSCE tra i quali anche due italiani viene BLOCCATO AL CHECKPOINT DELLE MILIZIE. È solo l’ultimo episodio che conferma come in Crimea in molti amino Mosca, mentre sono davvero pochi quelli che stimano Bruxelles e Washington.

7/3/2014:

UCRAINA, ITALIA BOICOTTA LE PARALIMPIADI. ANCHE USA, GB E FRANCIA FANNO LO STESSO. E GAZPROM MINACCIA IL TAGLIO DEL GAS

– Gli atleti di Kiev non abbandonano Sochi, ma sette Paesi prendono posizione contro Mosca – La stampa russa: «Yanukovich in fin di vita» – Colloquio Obama-Putin: accordo per l’invio di osservatori internazionali – Il colosso dell’energia: «Se l’Ucraina non salda il debito stop alle forniture» –

   La tensione legata alla crisi Ucraina-Russia resta alta. E un segnale duro nei confronti delle ingerenze di Mosca arriva anche dal mondo dello sport. Italia, Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia hanno preso una posizione forte annullando l’invio di delegazioni governative alle Paralimpiadi di Sochi che saranno inaugurate stasera alla presenza di Putin. La spedizione di atleti ucraini ha deciso invece di non boicottare la manifestazione «Ma se succede quello che noi tutti temiamo, lasceremo i giochi», ha detto il capo del comitato paralimpico ucraino Valeri Sushkevich, citato dalla tv russa Dozhd.

COLLOQUIO OBAMA-PUTIN  

Nel braccio di ferro con Mosca per la crisi in Ucraina, Obama ha dato un nuovo giro di vite: ha imposto sanzioni a cittadini russi e ucraini «responsabili o complici delle minacce alla sovranità e integrità territoriale dell’Ucraina» e ha anche ammonito che il referendum con cui il 16 marzo i cittadini della Crimea dovranno scegliere tra Kiev e Mosca è incostituzionale, ma ha anche passato un’ora al telefono con Putin, per ribadire che «c’e un modo per risolvere la situazione con mezzi diplomatici, in modo da venire incontro agli interessi della Russia, del popolo ucraino e della comunità internazionale».

“VIA ALLE SANZIONI”  

Nel corso della telefonata, ha riferito la Casa Bianca, il presidente americano ha di nuovo sottolineato che «le azioni della Russia violano sovranità e integrità territoriale dell’Ucraina», cosa che ha indotto gli Usa «ad intraprendere diversi passi in risposta, in coordinamento coi nostri partner europei». A sua volta, Putin, ha reso noto il Cremlino con una nota, ha ricordato a Obama «l’importanza delle relazioni russo-americane per garantire la la stabilità e la sicurezza del mondo» e ha affermato che «tali relazioni non devono essere sacrificate da problemi internazionali isolati, anche se molto importanti». Ma insistendo sulla strada del dialogo, nella telefonata Obama ha anche indicato che il segretario di Stato John Kerry «continuerà le discussioni con il ministro degli Esteri (russo) Lavrov, il governo ucraino e altri partner internazionali».

LE MINACCE DI GAZPROM  

Intanto Gazprom minaccia di tagliare le forniture di gas all’Ucraina se Kiev non salderà il suo debito, che ammonta a 1,8 miliardi di dollari, e non pagherà le forniture correnti. «O l’Ucraina estingue il debito e paga per le forniture correnti, oppure c’è il rischio di tornare alla situazione creatasi all’inizio del 2009», ha detto l’ad di Gazprom Alexiei Miller, precisando che oggi scade il termine del pagamento per il gas russo fornito a febbraio e Kiev non ha ancora versato la somma.

LA STAMPA RUSSA: “YANUKOVICH IN FIN DI VITA”  

Sul fronte ucraino le autorità hanno chiesto all’Interpol di emettere una «notizia rossa» a carico del presidente deposto Viktor Yanukovich, ovvero una richiesta d’arresto internazionale ai fini di estradizione a seguito di un mandato d’arresto nazionale. La notizia rossa è diffusa nei 190 paesi membri. Yanukovich è accusato dalle autorità ucraine di «abuso di potere e omicidio». Il presidente deposto però, secondo quanto riferisce la stampa russa, sarebbe ricoverato in ospedale in gravi condizioni. Lo rivela l’edizione on line del quotidiano russo «Moskovski Komsomolets», citando una fonte anonima. I medici sospettano che Yanukovich, 63 anni, abbia avuto un infarto. Ma lo stesso quotidiano ha precisato di non aver potuto finora verificare la notizia. Sulla salute di Yanukovich, dopo la deposizione, sono circolate le più disparate notizie, tanto che martedì scorso il presidente russo Vladimir Putin aveva smentito indiscrezioni sulla sua morte circolate sul web.

LA MACCHINA DELLA DIPLOMAZIA AL LAVORO  

Continua intanto frenetica l’attvità diplomatica: Kerry a Roma ha avuto un nuovo incontro alla Farnesina proprio con il ministro Lavrov, dopo quello di ieri a Parigi. Sempre a Roma Kerry ha inoltre tenuto una riunione informale con i suoi colleghi europei, l’italiana Federica Mogherini, il francese Laurent Fabius, il tedesco Frank-Walter Steinmeier e con il viceministro britannico Hugh Robertson. Annunciando le sanzioni, Obama aveva in precedenza affermato che si tratta di misure che «continuano i nostri sforzi per imporre un costo alla Russia e a coloro che sono responsabili della situazione in Crimea», aggiungendo che «andando avanti ci danno inoltre la flessibilità di modulare la nostra risposta in base alle azioni russe». 

BLITZ A SEBASTOPOLI

Una base della difesa anti-aerea ucraina è stata attaccata al tramonto di venerdì 7 marzo, nei pressi di Simferopoli, al termine di una giornata segnata dal nuovo stop agli osservatori Osce in Crimea e dalla guerra di propaganda tra Kiev e autorità locali. L’attacco alla difesa anti-aerea, confermato dalla tv Atr di Sebastopoli, sede della Flotta del Mar Nero, è stato compiuto da soldati russi, anche se non è chiaro se si tratti di forze speciali della Marina o cosacchi. Secondo quanto riferiscono alcune fonti, all’interno della base si trovavano un centinaio di soldati fedeli a Kiev, che dopo l’ultimatum intimato dagli assedianti perché deponessero le armi avrebbero trattato la resa. (da LA STAMPA.IT – http://www.lastampa.it/ )

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CRIMEA, QUELLA PENISOLA DI NESSUNO, ETERNA TERRA DI CONQUISTA
di Andrea Graziosi, da “la Repubblica” del 6/3/2014
La Crimea non appartiene “storicamente” a nessuno: luogo di migrazioni e rimescolamenti costanti, e bersaglio di pianificazioni violente che volevano svuotarla o ripopolarla, essa è divenuta negli ultimi due secoli, contro la sua storia, un simbolo del nazionalismo russo, come dimostra la crisi di questi giorni tra l’Ucraina di cui la penisola fa parte e Vladimir Putin pronto a invaderla per difendere la maggioranza russa della popolazione.

   Prima però la penisola era stata colonizzata da greci, romani, bizantini e genovesi e solo nel 1783 la vittoria di Mosca mise fine a lunghi secoli di dominio ottomano. Le decine di migliaia di tatari e musulmani che allora l’abbandonarono furono sostituiti con una colonizzazione imperiale, e quindi non etnica, che vide stanziarsi nella regione slavi, anabattisti tedeschi, greci ortodossi, armeni, ebrei e anche piccole comunità italofone.
Nel 1854-55, tuttavia, l’accanita difesa opposta dalla città-fortezza di Sebastopoli all’assedio franco-britannico avviò la trasformazione di questa penisola dallo spiccato carattere plurinazionale in un’icona del nazionalismo russo risvegliato qualche decennio prima dall’invasione napoleonica. La capitolazione della guarnigione, di cui aveva fatto parte anche il giovane Tolstoj, fu infatti trasformata in una nuova epopea della resistenza russa all’Occidente e in un segnale della necessità di riforme che rendessero vittoriosi i futuri confronti con quella parte di mondo.
Subito dopo la sconfitta, militari incattiviti e un’amministrazione ostile spinsero quasi 200.000 tatari, forse due terzi della popolazione originaria rimasta, a partire per l’impero ottomano, e la penisola fu così oggetto di nuove immigrazioni nonché di insediamenti estivi della corte e della nobiltà. La sua bellezza e il suo passato classico ne fecero anche un luogo ideale della cultura russa.
Essa sarebbe poi divenuta durante la guerra civile una roccaforte bianca e nazionalista, l’ultima regione a essere evacuata dalle sconfitte forze antibolsceviche. Proprio per ripulirla dai lasciti di quella presenza, i bolscevichi vi applicarono alla fine del 1920 forse la prima esecuzione pianificata di circa 12.000 giovani ex ufficiali bianchi, condotta con modalità che ricordano da vicino quelle che avrebbero regolato venti anni dopo l’eliminazione degli ufficiali polacchi a Katyn.

   Nel primo decennio sovietico, il contenimento poi del nazionalismo russo andò di pari passo con una politica favorevole alle minoranze, e quindi in Crimea ai tatari, che lo zarismo aveva tanto represso. Ma la svolta staliniana del 1928-29 portò alla ripresa di un’aggressiva politica anti-straniera: proprio per il carattere cosmopolita della sua popolazione, la Crimea soffrì particolarmente delle purghe e del terrore scatenato contro le minoranze nazionali nel 1936-1938, anche allo scopo di “purificare” le regioni di confine. Fucilazioni e deportazioni di massa ridussero allora la presenza dei non slavi, e anche la piccola comunità italiana fu perseguitata.
Tre anni dopo, gli invasori tedeschi sottoposero Sebastopoli ad un secondo assedio, durato anch’esso più di un anno e costato decine di migliaia di morti. La retorica sovietica e ormai filorussa del regime staliniano celebrò allora la città-eroina i cui difensori si erano battuti come e più di quelli zaristi per fermare un nemico in arrivo da Occidente.

   Sebastopoli divenne così anche in Urss il simbolo della resistenza russa a un’Europa nemica, un discorso che ha trovato negli ultimi anni grande spazio nelle pubblicazioni favorevoli al regime di Putin, spesso esaltato come riunificatore delle “terre russe” contro un’America ostile e un’Europa aliena, accusate di aver tramato alla fine degli anni Ottanta coi traditori della perestrojka per svendere a un corrotto Occidente la più pura e diversa civiltà russa.
Nel 1944 la sconfitta tedesca provocò un nuovo e radicale mutamento nella popolazione della penisola: i suoi ebrei erano stati sterminati; molti degli slavi erano stati evacuati prima dell’arrivo dei tedeschi o ne erano stati scacciati per ordine di Hitler, che voleva fare della regione un insediamento germanico; i vecchi coloni di ceppo tedesco seguirono la Wehrmacht in ritirata, e subito dopo la vittoria Stalin ordinò la deportazione dei tatari rimasti, accusati di collaborazionismo con gli invasori.
Si pose quindi il problema del ripopolamento della Crimea e già nel 1944 Kruscev propose che esso fosse fatto da ucraini, cui la regione andava assegnata in ricompensa delle loro sofferenze. Stalin rifiutò. Poco più tardi, la proposta di stabilire in Crimea una repubblica autonoma ebraica, anch’essa intesa come compenso per le stragi naziste, fu uno dei capi d’accusa in base ai quali fu sterminato il Comitato antifascista ebraico sovietico.
La regione fu quindi insediata essenzialmente da russi e ridivenne sede della flotta, simbolo del loro nazionalismo e luogo di vacanze di buona parte dell’alta nomenklatura moscovita. Arrivato nel 1953 al potere, però, Kruscev tornò alla sua vecchia idea, e non certo in un momento di ubriachezza decise di assegnare la regione all’Ucraina, di cui non aveva mai fatto parte. Allo stesso tempo egli confermò nel 1956 il divieto ai tatari di tornarvi, unico popolo che quindi non riebbe con la destalinizzazione il pieno ristabilimento dei propri diritti.
Solo alla fine della perestrojka il divieto fu abolito e la Crimea riacquistò così almeno in parte il suo carattere multinazionale. Oggi una maggioranza di russi vi convive con circa un 25 per cento di ucraini e un 15 per cento di tatari: si potrebbe pensare che il problema posto da una penisola dal passato così complesso, e con una popolazione dotata di una così forte tendenza alla differenziazione, meriterebbe forse soluzioni politiche speciali e condivise, fondate su larga autonomia, forte apertura e garanzia dei diritti di tutti i suoi abitanti. (Andrea Graziosi)

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I TATARI EREDI DELL’ORDA D’ORO, DA SEMPRE VITTIME DI MOSCA. DOPO SECOLI DI DOMINAZIONE ORA GUARDANO ALL’OCCIDENTE
di Ettore Cinnella, da “il Corriere della Sera” del 3/3/2014
All’inizio dell’ottobre 1552 un esercito russo comandato dallo zar Ivan IV il Terribile espugnava la città di Kazan, sul medio corso della Volga, capitale dell’omonimo canato tataro, uno dei regni nati dalla disgregazione dell’Orda d’Oro.

   Quattro anni dopo, con la conquista del canato di Astrachan, l’intera regione della Volga passava sotto il dominio di Mosca. Lo storico Andreas Kappeler ha osservato a ragione che l’annessione dei canati di Kazan e di Astrachan dev’essere annoverata tra gli «avvenimenti epocali nella storia della Russia e di tutta l’Eurasia».

   Infatti, se fino allora i sovrani moscoviti avevano lottato per riprendersi i territori russi, conquistati da Gengis Khan e dai suoi successori nella prima metà del XIII secolo, l’espansione verso la Volga mutava radicalmente i tratti fondamentali della politica estera degli zar.

   Occupando quella regione, lo Stato russo veniva ad incorporare terre abitate da popoli di tradizioni e culture assai distanti dal mondo degli slavi. Inoltre, l’eredità del gigantesco impero mongolo, il quale si stava ora frantumando, imprimeva il suo inconfondibile marchio sull’espansionismo moscovita, attratto per forza di cose dal crescente vuoto di potere creatosi negl’immensi territori uralo-siberiani.
Tra i canati eredi dell’impero tataro dell’Orda d’Ora, quello di Crimea sfuggì a lungo al dominio della Russia.

   Anche il nome della penisola, che i greci avevano chiamato Chersoneso Taurico (Chersónesos Tauriké, cioè Penisola dei Tauri), veniva dai conquistatori tatari e sarebbe rimasto in russo e in ucraino (KRYM).

   Controllando le coste settentrionali del mar Nero, i padroni della piccola penisola erano in grado di condurre escursioni e razzie verso i territori dello Stato russo e dell’Ucraina (la quale, nel 1654, si unì al regno moscovita). Un ingegnere francese del Seicento, Guillaume Le Vasseur de Beauplan, autore di una vivida descrizione e di una dettagliatissima mappa dell’Ucraina, rievocò nella sua Description d’Ukranie anche le spedizioni militari approntate dai cosacchi contro i tatari.
Fu Caterina II ad annettere la Crimea, nel 1783, dopo aver sconfitto militarmente l’impero ottomano, del quale il piccolo canato era vassallo. Per i tatari si trattò di un’esperienza drammatica, perché cominciò allora quella DIASPORA VERSO LE PROVINCE DELLA TURCHIA che avrebbe assottigliato sempre più la popolazione locale turcofona e musulmana. L’importanza strategica della penisola accelerò e inasprì il processo di russificazione. Le peripezie dei tatari di Crimea sotto il dominio russo furono, forse, ancor più amare di quelle subite da altri popoli non russi del vasto impero multietnico.
I tatari rimasti in quella che, un tempo, era stata la loro terra furono anch’essi vittime e protagonisti delle vicende e dei travagli dell’impero russo fino alla Prima guerra mondiale.

   La pagina più interessante della loro storia fu la partecipazione al Movimento di rinascita musulmana, che si ebbe tra Otto e Novecento. Era originario della Crimea l’intellettuale tataro ISMAIL BEY GASPIRALI (1851-1914), il quale si batté per l’unità dei musulmani turcofoni ed enunciò un programma liberale, mirante anche all’emancipazione della donna. Se il SOGNO PANTURCO di Gaspirali può apparirci ingenuo e magari torbido, ammirevole e fecondo fu senza dubbio il suo impegno pedagogico per la creazione di scuole moderne e basate su metodi innovativi.
Uno spiraglio di autonomia parve aprirsi, per la gente tatara in Crimea, con l’avvio della politica sovietica di apertura verso le nazionalità non russe negli anni 20. Ma si trattò d’un breve sogno, al quale seguirono le ATROCITÀ DELLA COLLETTIVIZZAZIONE FORZATA e le feroci repressioni politiche.

   Alla fine della seconda guerra mondiale, poi, la deportazione verso l’Asia centrale della popolazione tatara, accusata di collaborazionismo con i tedeschi, fu vissuta come un genocidio, anche per l’altissimo numero di deceduti.
La destalinizzazione portò ai tatari di Crimea meno benefici di quelli concessi alle altre nazionalità straziate da Stalin. Essi, infatti, ebbero difficoltà a tornare nelle loro terre e non ottennero il ripristino della regione autonoma, che li avrebbe meglio tutelati. La cose parvero migliorare per loro con la fine dell’Urss e la nascita dell’Ucraina indipendente. Essendo stata donata all’Ucraina da Krusciov nel 1954, la Crimea restava a far parte del nuovo Stato. Ma gli interessi militari del Cremlino e la volontà sopraffattrice della popolazione russofona hanno complicato le cose, come tutti sappiamo.
Avendo patito molto nella Russia comunista, I TATARI DI CRIMEA NON SI ASPETTANO NULLA DI BUONO DALLA RUSSIA DI PUTIN. Possono solo sperare in un’Ucraina libera, democratica e legata all’Occidente. (Ettore Cinnella)

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CINQUE COSE DA SAPERE SULLA CRISI IN CRIMEA

da LINKPOP – uno sguardo sull’attualità (dal sito de LINKIESTA, www.linkiesta.it/) – proposto attraverso questo interessante articolo di Forbes ripreso e tradotto nei punti salienti (FORBES è una rivista statunitense di economia e finanza)

COS’È LA CRIMEA
La Crimea è una regione semiautonoma dell’Ucraina, ciò significa che nonostante faccia parte del territorio sovrano ucraino, è sufficientemente autonoma dal punto di vista governativo. Si tratta di un luogo meraviglioso che sporge sul Mar Nero, con aspre montagne che dominano lunghe spiagge sabbiose. Tutti elementi che la rendono una META TURISTICA MOLTO AMBITA. Ma RAPPRESENTA anche UNO SNODO POLITICO CRITICO.

   Nel 1954 Nikita Khrushev decretò che essa facesse parte dell’Ucraina, una mossa che tuttavia in Russia ancora molti considerano illegittima. La popolazione della Crimea per più della metà è di origine russa, un quarto di origine ucraina, mentre gran parte del resto sono Tartari della Crimea che essendo stati deportati da Stalin nel 1944, sono estremamente anti-russi. Nel 1992, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, la Crimea decise di aderire alla nuova nazione Ucraina.

PERCHÉ LA RUSSIA È INTERESSATA ALLA CRIMEA
Innanzitutto stiamo parlando di una regione strategica nella storia russa. Fu infatti il luogo dove si combattè la FAMOSA GUERRA DI CRIMEA, nel 1850 contro la Francia, e gli imperi Ottomano e Britannico. Sebbene la Russia perse la battaglia, il coraggio dei suoi soldati è ancora motivo di orgoglio per i russi.

   A YALTA, una delle città più famose, si tenne la famosa “Conferenza di Yalta”, durante la seconda guerra mondiale, nella quale i capi politici dei tre principali Paesi alleati presero alcune decisioni sul proseguimento del conflitto. I protagonisti di quel vertice furono Franklin Roosevelt, Winston Churchill e Stalin.

   Eppure gli interessi della Russia in Crimea vanno al di là della semplice nostalgia. Oltre all’importanza che la Crimea incarna dal punto di vista dell’orgoglio, PER LA RUSSIA SI TRATTA DI UNA PORZIONE DI TERRITORIO CHE OCCUPA UNA POSIZIONE GEOPOLITICAMENTE STRATEGICA.

   LA BASE NAVALE DI SEBASTOPOLI, nella punta sud-occidentale della Crimea, è il SOLO PUNTO da cui i mezzi russi possono sprigionare la loro forza ATTRAVERSO IL MEDITERRANEO. Si presume che il porto sia stato anche utilizzato per rifornire il leader siriano Bashar al-Assad durante la guerra civile in Siria. E mentre il contratto di locazione con l’Ucraina, per quanto riguarda la base, rimane valido fino al 2047, la maggior parte della costa del Mar Nero è detenuto dagli alleati della Nato, tranne che per la Georgia a est, e l’Ucraina a nord. In poche parole, se la Russia non avesse una base navale in Crimea il suo potere militare globale sarebbe messo a repentaglio.

PERCHÉ L’UCRAINA È INTERESSATA ALLA CRIMEA
Bisogna sottolineare che la Crimea fa parte del territorio Ucraino. Questa regione ha scelto volontariamente di far parte dell’Ucraina, è la patria di una buona parte della popolazione di origine ucraina e rappresenta il luogo in cui gli ucraini vanno in vacanza d’estate. In pratica LA CRIMEA È IMPORTANTE PER L’UCRAINA COME LA FLORIDA O IL TEXAS LO SONO PER GLI STATI UNITI.

   Se è vero che molte regioni della Crimea, specialmente Sebastopoli e la capitale Sinferopoli, sono esplicitamente pro-Russia, molte altre non lo sono. I Tartari specialmente non vogliono, in nessun modo, diventare cittadini russi.

   C’è poi la questione del memorandum di Budapest del 1994, in cui l’Ucraina ha accettato di rinunciare alle sue armi nucleari e la Russia si è impegnata a rispettare l’integrità territoriale dell’Ucraina. Violando questo trattato, Putin sta dimostrando come tutti gli accordi firmati durante il periodo di debolezza russo, negli anni ’90, siano nulli.

COSA SI STA FACENDO
Sfortunatamente, se Putin ha deciso di prendersi la Crimea, c’è relativamente poco che Ucraina, Stati Uniti e Nato possono fare per contrastarlo. La Russia dispone di ampie risorse militari in quell’area e non è sbagliato ipotizzare che, nel caso qualcuno decidesse di intromettersi, potrebbe scoppiare un conflitto. Ogni referendum libero e democratico sulla sovranità della Crimea verrebbe alterato, con Putin che si assicurerebbe una vittoria con una parvenza di legittimità.
Il presidente americano Obama in una conferenza fuori programma, tenutasi il 3 marzo, sugli eventi in Crimea, ha espresso profonda preoccupazione e pericolo nei confronti di Putin, sostenendo che il suo atteggiamento in Crimea “comporterà dei costi”. In questo momento è in atto un considerevole sforzo diplomatico, che coinvolge i funzionari di Russia e Ucraina, così come gli alleati europei. Anche in questo caso però, se Putin fosse deciso a perseguire il suo obiettivo, tutto questo potrebbe risultare inutile.

   Tuttavia il ruolo dell’Occidente non è di secondo piano. Ciò che è passato in sordina per la stampa internazionale è che il presidente Obama ha tenuto un incontro non programmato, assieme al suo vice Biden, con il primo Ministro georgiano Garibashvili, esprimendo sostegno per la creazione di legami più stretti, anche in relazione alla sua volontà di aderire alla NATO. Quest’ultima mossa potrebbe essere quella più significativa. La Russia infatti non è più una grande potenza. Mentre i suoi militari detengono ancora funzioni importanti, l’esercito è formato principalmente da coscritti mal equipaggiati e mal disciplinati, le cui famiglie non hanno i mezzi per per evitare loro il servizio.

QUALI POTREBBERO ESSERE LE CONSEGUENZE?
Se Putin decide di annettere la Crimea, ci saranno probabilmente delle sanzioni a livello internazionale, così come ce ne saranno a livello commerciale. Con la sua economia indebolita, che non è qualcosa che la Russia può permettersi, una flessione può essere presa in considerazione. Se il prezzo del petrolio scendesse del 15-20%, il Paese potrebbe subire una crisi simile a quella del 1990.

   Inoltre Putin si vedrà messo alle strette dal punto di vista militare. L’adesione della NATO da parte della Georgia, con tutti i sistemi di armamenti avanzati che questo comporta, rappresenterebbe un declassamento per la sicurezza nazionale russa. Il porto di Batumi infatti potrebbe anche servire come base militare. Ma, cosa più importante, l’annessione della Crimea può significare la perdita definitiva dell’Ucraina da parte della Russia, un incentivo in più per Kiev nella direzione dell’integrazione europea.

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A YALTA FRA GLI “AMICI” DELLO ZAR CHE ASPETTANO I BLINDATI RUSSI
di Domenico Quirico, da “la Stampa” del 5/3/2014

“Basta, l’Ucraina è un’invenzione” – La piazza si prepara a sventolare i vessilli: “Siamo più forti” –
Il passato si dimentica. Qualcosa si può ricordare, altre cose si perdono per sempre. Non quello che è accaduto in questo palazzo dove zarine raccontavano fiabe dolcissime a principi destinati al macello. Diciamo che questo salone di un bianco accecante, con le sue piccole palme, vegliata da una statua di Penelope dagli occhi bassi, per ricordare, invano, ai Grandi che la principale virtù umana è la pazienza, è scenografico: ma nel senso inteso alla lettera. Ovvero è una immagine falsa, un insieme di figure che fingono qualcosa che può esistere o non esistere; ma certamente è un deliberato e onesto inganno, una pia frode.
L’incontro nel palazzo di Livadia a Yalta fu una trama di falsi, (ah, sapeva ben recitare Iosif Vissarionovich con i suoi baffi e la sua pipa funesta); finsero, per l’ultima volta, di essere d’accordo e divisero, brutalmente, il mondo. Sesto punto all’ordine del giorno, il più difficile, sei sedute per accordarsi, eppure in fondo c’erano solo da definire le frontiere della Polonia. Di lì, quattro giorni di febbraio, come ora, cominciò la Storia che oggi ancora svolge, asprigna, i suoi fili in questa parte d’Europa. Le rivolte, le minacce di guerra, il gelo: si lotta ancora per quella divisione che pure sembrava saldata per sempre.

il summit di Yalta del 1945
il summit di Yalta del 1945

Avremmo dovuto prevedere che mentre la Russia lentamente si risolleva, un ginocchio, poi l’altro, non sarebbe cessata l’infezione di odio che si sarebbe a poco a poco estesa anche al cuore dei Paesi vicini. Quelli che deridevano la Russia vinta, esangue, di Gorbaciov e di Eltsin, adesso onorano quella petrolifera e arrogante di Putin e finiranno con l’amarla.
Tutto sembra intatto nel palazzo: le statue di cera dei tre protagonisti, il tavolo ovale, le sedie, le firme in fondo al documento finale. Eppure ancora finzioni: Livadia era diventata una mensa, il puzzo dei cavoli e del borsh appestava i marmi. Fino a quando Nixon in visita a Yalta non chiese, ingenuamente, di vedere il luogo memorabile.

   Un ukaze di Breznev creò il museo in 24 ore: potenza del socialismo realizzato! I visitatori sono radi in questa stagione, le babuske, sedute accanto ai termosifoni, vegliano sui sedimenti di quei quattro giorni di leggenda. Nel chiosco dei souvenir le copie della Pravda del 1945, venti copechi soltanto costava allora, con la celebre foto sono allineate accanto alle bandiere della nuova Russia putiniana. Le mamme comprano i piccoli vessilli, i bambini potranno sventolarle quando anche a Yalta finalmente spunteranno i blindati dei soldati russi. «Basta – sentenzia un’entusiasta dagli occhi dispotici – la Russia non arretra più, siamo forti. Cos’è l’Ucraina? Una invenzione, un niente». Ieri a Belbeck, l’aeroporto militare di Sebastopoli, un gruppo di soldati ucraini, disarmati, hanno chiesto umilmente di poter rientrare nella loro base. Li hanno cacciati come mendicanti. A Eupatoria un’altra base si è arresa.
Putin ha imparato la lezione staliniana: nutrirsi delle nostre debolezze, metterci di fronte al fatto compiuto. I dittatori fanno della forza l’unico strumento della loro grandezza. Stalin sfogliò, un lembo dopo l’altro, l’Europa dell’Est. ORA SI È COMINCIATO CON L’OSSEZIA E L’ABKAZIA. POI LA CRIMEA E L’UCRAINA DELL’EST. Senza l’Ucraina lo spazio eurasiatico inventato da Putin, Russia, Bielorussia, Kazachistan, non ha più alcun senso: «Per il momento l’occupazione della Crimea non è necessaria». Sì: per il momento. Ieri i russi hanno occupato un’altra base. I baltici, i polacchi hanno ricominciato a tremare. Stalin ha insegnato che uno dei vantaggi della potenza è quello di essere giusti o ingiusti a proprio piacimento.
Rivedo i luoghi, assaporo i ricordi: ah! la gloria delle primavere in Crimea, queste nuvole pazze in un cielo altissimo, simili a pezzi di carta che il vento solleva qua e là per il lungomare e il verde delle sequoie nel giardino del palazzo. In fondo a ogni strada è il mare e agli incroci vedi i semafori e i fari per le navi, volano insieme sui platani che hanno cento anni passeri e gabbiani. E le belle ragazze bionde dagli occhi turchesi che si specchiano nelle vetrine di quello che una volta era il «Gastronom», al tempo dei miseri sibaritismi staliniani, hanno l’aria di apparizioni marine.
Quando siamo arrivati a Yalta sfilava la notizia che le manovre russe al confine dell’Ucraina erano ufficialmente terminate: i soldati, i carri armati, gli elicotteri tornano, dunque, alle caserme. Lo scenario cecoslovacco (anche allora ci furono intimidatrici manovre) è «per il momento» evitato. Tutto pare imprevisto e tutto pare possibile.

   Sul lungomare Lenin, davanti alle banche, gli impiegati correggono, per la prima volta nella giornata, le cifre del cambio con dollaro, euro e rublo. La gente si ferma, commenta soddisfatta: la svilita moneta locale ha recuperato punti per la prima volta dopo giorni di discesa verticale. Buon segno, la guerra si allontana. La Borsa di Mosca precipita.

   A Yalta ti raccontano, seriamente: «Sai cosa c’è dietro tutto questo? Putin vuole rovinarci perché facciamo concorrenza a Sochi. Con questa aria di guerra ad aprile, quando inizia la stagione, gli alberghi saranno vuoti e metà della popolazione che lavora nel turismo resterà disoccupata. Altro che bandiere, coretti e santa madre Russia».
A Yalta, se non c’è la pioggia o se tira il vento giusto, l’aria è di una nitidezza di incisione, qualcosa che rammenta i pittori fiamminghi, i loro disegni crudi e lievissimi. Le migliaia di giovani prostitute che scendono in città ogni estate non sono ancora arrivate. Da una rupe mi mostrano, a picco sul mare, il castello di stile tedesco che nel 1914 un magnate del petrolio di Baku fece costruire per la sua amante. Dopo tre notti la bella fuggì, aveva nostalgia delle notti di Mosca.

   Ora le donne dei nuovi russi affittano appartamenti di 250 metri quadri nella villa Elena, l’albergo più chic, e ingombrano i marciapiedi con i fuoristrada di lusso. È una di loro che avanza sulla passeggiata Lenin, sguardo benigno e maestoso, occhi di un disegno da far legge al mondo. Tiene al guinzaglio un cagnolino. Chissà se per lei Cechov potrebbe scrivere il suo racconto, e quel vago senso della morte, quella dolcezza funebre che è nell’amore, quel principio di decomposizione che è in ogni ultimo bacio, in ogni distacco. (Domenico Quirico)

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DUE O TRE COSE CHE SO SULL’UCRAINA

di DARIO QUINTAVALLE, da MagnificaMente!, 22/2/2014

   Ho vissuto e lavorato in Ucraina. Così gli amici mi chiedono di questo paese – noto da noi solo per qualche giocatore, per la bellezza delle sue donne, e perché è la patria d’origine delle badanti – e di cosa stia succedendo. Ho collaborato nell’arco di 3 anni a un grande progetto europeo sulla giustizia e avrei dovuto partecipare a una missione della Commissione europea proprio nella prima settimana di febbraio, che è stata cancellata per le violenze di piazza. Sono molto impressionato dal vedere le foto degli scontri: riconosco dai dettagli dove sono state scattate, conosco a memoria i luoghi dove si svolgono, lì avevo casa e ufficio.

   L’Ucraina è molto grande, molto variegata e molto corrotta. Kiev è stata la SEDE DEL PRIMO STATO RUSSO, la Rus’ di Kiev, appunto, il grande dominio degli slavi d’oriente. Il DNIEPR era la VIA DI TRANSITO TRA BALTICO, MAR NERO E COSTANTINOPOLI, e i primi governanti degli slavi furono VICHINGHI. Poi il potere si spostò sempre più a nord, fino a MOSCA. L’attuale Ucraina divenne parte del GRANDUCATO POLACCO-LITUANO e terreno di battaglia del CONFRONTO TRA SVEDESI E RUSSI, i primi sconfitti a POLTAVA.

Questo spiega l’interesse prevalente di Polonia, Lituania e Svezia, tra gli stati membri dell’Unione, negli affari dell’Ucraina.

Una parte dell’Ucraina – quella dove più si parla la lingua ucraina, che è differente dal russo – è rimasta unita alla Polonia e ne ha seguito il destino fino alla dissoluzione dell’impero austroungarico. LEOPOLI È UNA CITTÀ MANIFESTAMENTE MITTELEUROPEA. Il resto è stato inglobato nel dominio russo. La Russia si è poi estesa a sud, sulla costa, scacciandone le popolazioni tartare e
fondando la città di ODESSA. Questo spiega perché il SUD è prevalentemente RUSSO.

il multiculturalismo ucraino
il multiculturalismo ucraino

La storia spiega perché il paese sia diviso tra russofoni e ucrainofoni. Esiste anche un’altra FAGLIA, che è quella RELIGIOSA. Sul Dniepr furono battezzati gli slavi, da san Vladimiro, poco prima dello Scisma d’Oriente. Qui è dunque nata la CHIESA ORTODOSSA RUSSA, una tradizione che segue e si distingue da quella greca, un tempo prevalente con Bisanzio. LA PARTE A EST È CATTOLICA, DI RITO RUTENO. Si tratta di una chiesa che – sotto i polacchi – ha conservato il rito ortodosso, ma che è tornata all’OBBEDIENZA A ROMA e per questo è vista come FUMO NEGLI OCCHI DAL PATRIARCATO DI MOSCA ed è un motivo di scontro tra questo e il Vaticano.

La divisione è infine economica: l’OCCIDENTE ha una chiara IDENTITÀ NAZIONALE, ma NON ha un’ECONOMIA. L’EST ha una BASE ECONOMICA, ma la sua IDENTITÀ è DEBOLE, ed è persino difficile distinguere tra UCRAINI RUSSOFONI E RUSSI ETNICI tout court. L’estrema permeabilità di questa zona con la Russia è illustrata dal fatto che fino a pochi mesi fa il confine con la Russia non era segnato. Poi la Federazione ha cominciato a stendere filo spinato e posti di frontiera per dare un chiaro segnale di come i rapporti potrebbero cambiare se l’Ucraina si avvicinasse all’Occidente.

La base industriale ucraina è data dalle sue acciaierie. La SIDERUGIA alimenta l’industria pesante (qui si producono missili balistici e gli enormi aerei cargo Antonov) che è molto richiesta dal mercato dei paesi emergenti. Si tratta però di IMPIANTI VECCHI e assurdamente ANTIECOLOGICI. Qui hanno la loro roccaforte i GRANDI OLIGARCHI, gli Akhmetov, i Firtash (che ha recentemente comprato la filiale ucraina di Banca Intesa), i Pinchuk. UOMINI DAL POTERE ECONOMICO ENORME, in un paese dove il reddito medio è sotto i 300€ al mese.

Il paese è fortemente dipendente dalla Russia per il suo export e per gli approvvigionamenti energetici: SENZA IL GAS RUSSO SI MORIREBBE DI FREDDO. Il 60% DEL GAS RUSSO VERSO L’EUROPA PASSA DA QUI attraverso una rete di PIPELINES. Le infrastrutture sono vecchie e cadenti, risalendo al periodo sovietico: nulla, ma proprio nulla, è compatibile con i rigidi standard europei. Se volete fare un viaggio da brivido, basta prendere un ascensore a Kiev.

Le divisioni tra partiti politici corrispondono grosso modo a quelle linguistiche ed economiche. YANUKOVICH (l’ex presidente fuggito con i moti di Maidan Nezhaleznosti, Piazza Indipendenza, ndr) è un’ESPRESSIONE DELL’EST FILORUSSO, e della LOBBY DEGLI OLIGARCHI, ed ha forti difficoltà ad esprimersi correttamente nella lingua nazionale (oltre ad avere qualche precedente penale). Le proteste sono concentrate soprattutto a Kiev e all’ovest.

La storia spiega perché l’Ucraina abbia uno sguardo strabico: DA UNA PARTE si sente, vagamente, LEGATA ALL’OCCIDENTE, DALL’ALTRA ha forti legami CON LA RUSSIA. I nazionalisti hanno cercato di costruire l’identità nazionale soprattutto in antitesi con la Russia, narrando la storia di un’Ucraina vittima della sorella maggiore. E certo, l’HOLODMOR, il grande GENOCIDIO PER FAME è una pagina tetra e ancora scarsamente esplorata dello STALINISMO. Nondimeno, sotto l’Unione Sovietica il peso del paese e delle sue leadership fu notevole: tanto Chruščëv che Brezhnev venivano dall’Ucraina.

Nei 22 anni dopo la fine dell’Unione Sovietica, il paese ha vissuto sotto un compromesso: non scegliere di andare da nessuna parte. Così se n’è andata la gente. Per strada a Kiev si vedono curiosi festoni che raccomandano “Ljubite Ukrainu”, amate l’Ucraina. Ma la risposta è stata una EMIGRAZIONE DI MASSA, che colpisce soprattutto la popolazione più istruita (il creatore dell’app più pagata del momento, WhatsApp, per esempio, è un emigrato ucraino), impoverendola demograficamente. L’Ucraina è un PAESE ENORME, MA SOTTOPOPOLATO.

La stasi è una delle sensazioni più nette che si prova(va) viaggiando per l’Ucraina. La depressione era nell’aria. Per dare un’idea del modo in cui gli ucraini guardano al futuro, basti il poco incoraggiante titolo dell’inno nazionale: “L’Ucraina non è ancora morta”… Mentre le piccole repubbliche baltiche si liberavano del loro passato sovietico ed entravano nell’Unione Europea, nella Nato e nell’Eurozona, mentre gli altri paesi dell’ex-Patto di Varsavia decollavano (la ricchezza pro-capite della vicina Polonia era uguale a quella dell’Ucraina, ora è 3 volte maggiore), LA GRANDE UCRAINA È RIMASTA BLOCCATA, senza un progetto e senza un’idea, smarrita in un limbo senza tempo. Persino le statue di Lenin erano ancora al loro posto, prima di essere abbattute finalmente solo un paio di mesi fa.

La stasi è stata il prezzo dell’unità nazionale: già Huntington, nel suo capitale “Clash of Civilizations” definiva l’Ucraina UN TORN COUNTRY, UN PAESE LACERATO dalla faglia est-ovest, e ne pronosticava la secessione. Una volta che il paese si è trovato a dover scegliere in che direzione andare, la lacerazione è diventata evidente e drammatica.

Yanukovich è paradossalmente colui che ha portato l’Ucraina più vicino all’Europa, rispetto ai suoi predecessori. È probabile che la sua intenzione fosse sin dal primo momento di non concludere l’accordo di associazione con l’Ue e invece di schierare il suo paese con la Russia, che metteva sul tavolo dollari fruscianti.

Ma ha giocato malissimo la partita, soffrendo fondamentalmente del provincialismo di cui è affetta la classe dirigente del suo paese, che non parla lingue straniere e non ha viaggiato, e da buon politico ex-sovietico ha pensato di poter avere facilmente ragione della piazza col pugno di ferro.

Le manifestazioni di Maidan Nezhaleznosti, Piazza Indipendenza (per inciso, maidan significa piazza, ma i giornalisti italiani continuano a dire “piazza maidan”…) sono un salutare segnale di risveglio di un paese dove praticamente NON ESISTE UNA SOCIETÀ CIVILE, associazionismo e le persone sono intrappolate in un indifferente individualismo o, al massimo, familismo. EuroMaidan è certamente assai più spontanea della cosiddetta Rivoluzione arancione di qualche anno fa, pesantemente influenzata dall’estero. È certo una grande ironia della storia che le più forti manifestazioni pro-europee si svolgano, di questi tempi, a Kiev, mentre in Occidente la disaffezione e disillusione dei popoli verso l’ideale europeo è palpabile.

Ma l’Ucraina è una pedina di un gioco più grande: per i russi è una irrinunciabile componente della sua identità e del progetto di UNIONE EUROASIATICA. Per gli Usa è stata probabilmente una buona occasione per mettere in imbarazzo sia Putin (reduce da un 2013 pieno di successi diplomatici, a partire dalla Siria, e che sia apprestava a celebrare il suo trionfo alle Olimpiadi di Sochi), sia l’Unione Europea. Come già in passato gli Usa avevano caldeggiato l’adesione della Turchia alla UE, con l’obiettivo di espanderla e di diluirla, così oggi potrebbero vedere nell’Ucraina – povera, controversa, concorrenziale in agricoltura, ma enorme e troppo grossa da infrastrutturare – il candidato ideale per indebolire definitivamente il progetto europeo.

Del resto, la crisi ucraina ha già dimostrato la debolezza e l’inconsistenza della cosiddetta politica estera comune europea. L’intera faccenda dell’accordo di associazione è stata appaltata agli Stati membri che per le ragioni dette sopra avevano maggiori legami con l’Ucraina (Polonia, Svezia e Lituania), mentre l’accordo tra Yanukovich e l’opposizione è stato mediato dai ministri degli esteri di Germania, Francia e Polonia, scavalcando la poco apprezzata baronessa Ashton, nominalmente ministro degli Esteri dell’Unione Europea, che comunque a Kiev ha avuto finalmente un minuto di gloria (“la nuova Caterina la Grande” è stata definita dai quotidiani locali, con notevole esagerazione).

L’Italia – che è il secondo partner commerciale dell’Ucraina, il primo importatore nell’Europa Occidentale, che ha legami storici con il paese (IN CRIMEA SONO LE GRANDI FORTEZZE VENEZIANE E GENOVESI, e un’antica comunità italiana), che ospita una comunità ucraina di 300 mila persone – come al solito era assente dalla scena.

L’Europa, a voler essere benevoli, ha dimostrato una forte confusione quanto agli obiettivi da raggiungere, scarsa conoscenza del terreno e della storia (per esempio identificando in Julja Timoshenko un leader credibile e unificante), contraddittorietà nelle sue molteplici espressioni, tanto che il vicesegretario di Stato Usa Viktoria Nuland è stata intercettata dai russi mentre commentava “fuck the Eu!”.

Sostanzialmente la Ue ha la grave colpa di aver destabilizzato il paese senza avere una exit strategy e senza aver calcolato la particolare suscettibilità russa. In un mondo ancora dominato dall’hard power, gli europei hanno confidato troppo nel linguaggio del soft power, fatto di democrazia e rule of law, ma senza offrire mai la prospettiva della full membership. L’Unione Europea, del resto, già con 28 Stati membri è ingestibile, e il referendum svizzero ha segnalato una enlargement fatigue derivante da una politica di frontiere troppo aperte – un sentimento che probabilmente sarebbe condiviso anche dagli altri cittadini europei, se solo fossero lasciati liberi di esprimersi.

Solo la Russia finora si era offerta di pagare il debito pubblico ucraino – che è stato appena declassato da Standards and Poor’s a CCC, ben al di sotto di quello greco, ed è quindi pericolosamente sull’orlo del default. Questo nonostante il pil del paese cresca all’invidiabile tasso del 2% annuo.

Insomma, l’Ucraina è in mezzo ad attori che non sanno esattamente cosa farne, e che non vogliono pagarne il conto.

Gli eventi di questi giorni si susseguono concitati, ed è difficile dire che cosa succederà. Anche se Yanukovich (che mentre scrivo ha abbandonato la capitale) si dimettesse, non si può ignorare che egli rappresenta una parte importante del paese che non ha minimamente partecipato agli scontri. Yanukovich non è un dittatore, ma un presidente eletto, anche se con parecchi brogli. Finito lui, la sua constituency e gli oligarchi troveranno qualcun altro.

Personalmente non credo allo scenario estremo, quello di una completa scissione del paese. Meno improbabile è il distacco di alcune parti, come la Repubblica autonoma di Crimea, che è in Ucraina solo perché regalata da Chruščëv, che è unita al resto dell’Ucraina da uno stretto istmo (e potrebbe invece essere facilmente unita alla Russia da un ponte sopra lo stretto di Kerch) e che ha un’importanza fondamentale per la Russia, ospitando la grande base della flotta meridionale a Sebastopoli. Uno scenario molto simile a quello delle vicine repubbliche caucasiche dell’Abhazia (molto vicina alla sede olimpica di Sochi) e dell’Ossezia, resesi indipendenti dalla Georgia, sotto protettorato militare russo.

L’Ucraina intanto rischia di diventare preda delle potenze emergenti. Il paese è sostanzialmente UN’ENORME PIANURA AGRICOLA, PERCORSA DA FIUMI GRANDISSIMI, CON UN TERZO DEL MIGLIOR TERRENO FERTILE DEL MONDO, DEL TUTTO SOTTOUTILIZZATO (non ho mai visto moderni macchinari agricoli). Già 100 mila ettari sono diventati l’anno scorso proprietà di una corporation cinese e dovrebbero diventare nei prossimi anni 3 milioni: si tratta del 5% del territorio dell’intero paese. Non a caso Yanukovich dopo la Russia ha visitato anche la Cina.

La Cina (ed altri paesi che hanno abbondanza di valuta e poco terreno coltivabile e acqua, come i paesi arabi) è interessata a investire in acquisizioni territoriali, anche per esportarvi manodopera in eccedenza. È il fenomeno del cosiddetto “land grabbing”, che finora ha riguardato l’Africa. AGLI OCCHI DELL’ATTUALE OLIGARCHIA UCRAINA, IL PREGIO DELLA POLITICA ESTERA CINESE È DI NON METTERE MAI IN DISCUSSIONE I REGIMI POLITICI CON CUI COMMERCIA. Un atteggiamento ben più conciliante rispetto alle pesanti conditionalities che pone l’Unione Europea.

Insomma, mentre Russia e Occidente ripetono vecchi scenari figli della guerra fredda, il terzo incomodo fa buoni affari e mette un piede alle porte dell’Europa.

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ITALIANI TIEPIDI SUL DRAMMA UCRAINO

NOI TRA IPOCRISIA E INDIFFERENZA

di Angelo Panebianco, da “il Corriere della Sera” del 3/3/2014

   L’Ucraina è solo a un passo dall’invasione russa. È la più grave crisi europea del post Guerra Fredda dopo le guerre iugoslave dei primi anni Novanta e promette, quale che sia il suo esito, di rimodellare in profondità gli equilibri del Vecchio Continente.

   History is again on the move, la storia è di nuovo in movimento: la formula dello storico britannico Arnold Toynbee ci ricorda che le grandi crisi internazionali hanno la proprietà di rimettere in discussione le credenze e gli automatismi mentali che, in tempi normali, guidano le nostre scelte, e anche le nostre non-scelte.

    C’è da chiedersi che cosa i nostri atteggiamenti verso questa crisi rivelino a noi europei su noi stessi. Tolto il caso dei due Paesi europei più coinvolti, Germania e Polonia, ciò che ha più impressionato, dall’inizio, nel novembre scorso, della rivolta popolare filoccidentale contro il presidente Yanukovich, ora deposto, è stata, se non l’indifferenza, la relativa freddezza delle nostre opinioni pubbliche.

   Nessun serio movimento d’opinione che facesse sentire alta e forte la sua voce, nessuna attività ben visibile di comitati per la libertà dell’Ucraina, niente manifesti di intellettuali di prestigio, niente manifestazioni di protesta di fronte alle ambasciate ucraine o russe. Eppure, le ragioni c’erano tutte: la lotta in piazza contro le leggi autoritarie (poi ritirate) di Yanukovich, le uccisioni e le sparizioni di molti antigovernativi, i cecchini del regime che sparavano sulla folla dai tetti, eccetera.

   Le opinioni pubbliche europee si sono generosamente spese in passato per le cause più diverse. Questa volta no. Almeno fino ad ora. Se si confrontano le due vicende, si constata che gli europei seguirono con assai più partecipazione ed emozione gli eventi del 2011 di piazza Tahrir in Egitto che quelli del 2014 di piazza Maidan a Kiev, la rivolta anti Mubarak molto più di quella anti Yanukovich.

   Eppure, stiamo parlando di Europa, di noi. Forse, un insieme di circostanze contribuisce a spiegare questo fatto. C’entra, in parte, l’accresciuta difficoltà di interpretare gli eventi europei dopo la fine dell’Urss. Al mondo semplice (o di qua o di là, con gli americani o con i sovietici) della Guerra Fredda, ove tutti sapevano, dato un qualsiasi evento, come interpretarlo e schierarsi, è subentrato un mondo complicato, ambiguo, opaco: qui il bianco e il nero (il rosso) non sono più di casa, predominano le diverse sfumature del grigio.

   A questa difficoltà se ne somma un’altra: ha a che fare con l’ipocrisia che sempre accompagna l’agire politico. Riguarda il carattere, selettivo e partigiano, delle mobilitazioni per la libertà altrui o per gli altrui diritti umani calpestati. Prendiamo il caso dell’Italia, che porta spesso all’esasperazione certi tratti presenti, solo con minore evidenza, anche in altri Paesi europei. È troppo malizioso ipotizzare che se al governo ci fosse ancora Berlusconi, il grande amico di Putin, avremmo assistito, in queste settimane, a una consistente mobilitazione della sinistra a sostegno dei filooccidentali ucraini? E non è forse vero che, a parti invertite, la destra farebbe di tutto per mobilitare il Paese in difesa di una qualsivoglia buona causa, se ciò servisse a mettere in difficoltà un governo di sinistra?

   La verità è che quasi tutte le mobilitazioni in favore di «giuste cause» hanno, al fondo, come bersaglio, un nemico politico interno. Se il nemico interno non è identificabile, la giusta causa potrà anche essere riconosciuta come tale, ma nessuno si darà la pena di muovere un dito in suo favore.

   Il terzo fattore in gioco riguarda la forza dei vincoli geopolitici e la capacità che in certe occasioni mostriamo, di aggiustare i nostri giudizi su ciò che è giusto o sbagliato, in modo da renderli compatibili con quei vincoli. Nella migliore delle ipotesi, sappiamo che l’Ucraina resterà uno Statocuscinetto fra Occidente e Russia. Nella peggiore, verrà reinglobata nell’Impero russo o smembrata con prezzi, politici e di sangue, altissimi.

   È vero che non possiamo illudere gli ucraini filoccidentali che ciò che essi sognano (l’ingresso dell’Ucraina nella Nato e nell’Unione Europea) sia realizzabile. È vero che le carte che ha in mano Putin sono migliori delle nostre, si tratti della partita dell’energia (il gas russo) o dell’ammontare degli aiuti che possiamo offrire per rimettere in piedi l’economia ucraina.

   In un «Paese in bilico» (definizione del politologo Samuel Huntington che già nel 1996 prevedeva per l’Ucraina un futuro di guerre civili), il compromesso fra gli interessi russi e i nostri, e fra le aspirazioni degli ucraini filoccidentali e quelle dei filorussi, è certamente la soluzione su cui puntare (se non è già troppo tardi).

   Ma i compromessi si fanno quando entrambe le parti vogliono. E solo se non c’è uno squilibrio di forze eccessivo a vantaggio dell’uno o dell’altro. La Germania di Angela Merkel ha alcune carte di qualche pregio e le sta giocando per impedire l’irrimediabile: l’invasione russa. Se le opinioni pubbliche degli altri Paesi europei si svegliassero esercitando una visibile pressione a sostegno delle nuove autorità filoccidentali di Kiev, farebbero cosa utile. Mostrando una certa coerenza fra i valori sbandierati e i comportamenti, e dando una mano nella individuazione di un punto di equilibrio.

   Se c’è un modo per salvaguardare la richiesta di libertà degli ucraini occidentali, pur riconoscendo l’impossibilità (soprattutto in tempi di declino dell’influenza americana) di opporsi a certe pretese del nazionalimperialismo russo, è nostro dovere ricercarlo. (Angelo Panebianco)

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UCRAINA, E ADESSO CHE SUCCEDE?

di DARIO QUINTAVALLE, 6/3/2014, da LIMES, rivista italiana di geopolitica (http://temi.repubblica.it/limes/)

   Perduta (per ora) Kiev, Mosca ha ribadito la propria forza e determinazione occupando la Crimea. È uno schiaffo a chi ha dimenticato cos’è l’hard power (l’Europa) e la riprova che la Russia non sa servirsi del suo soft power. Lezione sul disarmo nucleare.SIMFEROPOL

   Tiraspol è una capitale europea, anche se nessuno l’ha sentita nominare. Precisamente, è la capitale della Repubblica di Transnistria, un territorio stretto tra il fiume Nistro e il confine ucraino rivendicato dalla Moldova. L’indipendenza della Transnistria è ‘garantita’ da un migliaio di peacekeeper russi. Il paese è come surgelato nella storia, batte bandiera con simboli sovietici ed è più arretrato della pur arretratissima Moldova. Poi ci sono l’Ossezia del sud e l’Abkhazia, entrambe su territori rivendicati dalla Georgia. Nessuno al mondo riconosce queste repubbliche, tranne la Russia.

   Ecco, la serie degli stati fantasma sotto protettorato militare russo potrebbe adesso allungarsi con la Repubblica autonoma di Crimea, già Ucraina.

   Era facile prevedere che una decisa opzione pro-occidentale dell’Ucraina avrebbe portato a una controreazione filorussa. Non da oggi l’Ucraina è in predicato di una secessione e lo scenario era a conoscenza di tutti gli esperti di politica internazionale (ma sorprendentemente sottovalutato dalle Cancellerie Europee e dalla Commissione).

   Molti osservatori, tuttavia, immaginavano che i russi avrebbero agito da dietro le quinte, soffiando sul fuoco della secessione, al tempo stesso favorendo l’emergere a Kiev di un governo dai forti connotati nazionalisti che si sarebbe reso impresentabile agli occidentali.

   È accaduto invece che i russi abbiano scelto di rompere gli indugi e di mettere “gli stivali sul terreno”: niente strategie sofisticate, nessuna raffinatezza diplomatica – una pura e semplice conquista militare. Visti i precedenti citati prima, non c’è ragione di credere che anche questa volta non dovrebbe funzionare, e che lo status quo non possa essere congelato indefinitamente.

   Già politici europei, per esempio il nostro vice ministro degli Esteri Pistelli (qui nell’intervista che abbiamo dato insieme a Radio Popolare), si dimostrano disponibili al riconoscimento dello status quo, augurandosi che la Russia “si accontenti” della Crimea.

   Il fatto che questo sviluppo sia stato largamente non previsto dimostra quanto poco si capisca in Occidente della mentalità russa. Il Cremlino, che il suo occupante si chiami zar, segretario generale o presidente, esprime un potere imperiale: e questo non da oggi, ma da secoli. La storia russa è quella di un espansionismo ipertrofico, che l’ha portata ad assorbire territori vastissimi e popolazioni eterogenee.

   Soprattutto è dominata da una fortissima pulsione verso il mare. Pietro il Grande, educato in Olanda, volle una capitale sull’acqua, simile ad Amsterdam, tutta su isole e senza neanche ponti nel progetto originario, perché tutti dovevano imparare ad andare in barca. Pietro volle trasformare un popolo di contadini in marinai. Ma San Pietroburgo è a nord dove il mare è spesso ghiacciato.

   La sua opera fu completata da Caterina la Grande, che portò la Russia sul Mar Nero fondando città come Odessa e ponendo fine al khanato dei tatari di Crimea, governato dal bellissimo palazzo di Bakhchisaray. Tutta la zona meridionale dell’attuale Ucraina era la Novorossiya, la Nuova Russia.

   Da un paese come l’Italia, che è tutto sul mare, è difficile capire questa frustrante ‘continentalità’ di cui soffre la Russia. Tutta la sua politica, per secoli, è stata volta a liberarsi di questa camicia di forza. Persino la sua spinta verso est, fino al Pacifico, si spiega con la costante ansia di trovare nuovi sbocchi.

   La Crimea ha certamente un’importanza strategica, da lì si controlla tutto il Mar Nero e non è un caso che sia stata così contesa durante i secoli. A parte la base di Sebastopoli, che è in affitto dall’Ucraina in cambio di sconti sul gas, la Russia sul Mar Nero dispone solo di un altro porto in mare aperto sul proprio territorio, Novorossijsk, che non è sufficientemente profondo e non è dotato delle infrastrutture necessarie a ospitare la flotta. Tenere Sebastopoli, con le sue 30 baie di acqua profonda, è dunque cruciale per continuare ad assicurare alla flotta del Mar Nero la sua capacità di proiettarsi nel Mediterraneo e quindi per il potere marittimo russo.

   Ma la Crimea – che ha poco da offrire, a parte le sue basi e l’industria turistica e vinicola (i russi vengono qui a fare il bagno e a bere il vino locale – due esperienze che sconsiglio decisamente) – non è l’oggetto finale del contendere, piuttosto un premio di consolazione.

   No, la posta in gioco era ben altra: quella che si è appena combattuta è una grande contesa geostrategica tra Oriente e Occidente che aveva come oggetto la ricostituzione, come Unione Euroasiatica, del dominio russo, prima denominato impero zarista e poi Unione Sovietica (il cui collasso fu definito da Putin “la più grande tragedia della storia”). L’Ucraina era una componente indispensabile di questo progetto, anche per la sua funzione storica di Stato-cuscinetto con l’Europa (il suo nome significa ‘presso la frontiera’).

   La partita per l’Ucraina, dunque, aveva ad oggetto nientemeno che l’identità nazionale russa. E la Russia l’ha persa. La mossa militare rivela, più che altro, la frustrazione di non essere riusciti a controllare e guidare gli eventi e la necessità di riaffermare, sia davanti all’opinione pubblica interna, sia davanti agli autocrati alleati (Nazarbayev e Lukashenka in primis), l’immutata forza e determinazione della Russia.

   A noi europei (e soprattutto agli italiani) ciò sembra profondamente illogico. Viviamo in un(a parte del) mondo che si trastulla nell’idea che la forza sia obsoleta, che l’hard power sia inutile. Vista da Mosca, invece, l’opzione militare è perfettamente percorribile e lecita, se questo serve agli scopi della potenza. La Russia si sente accerchiata e minacciata e ha reagito. È stata sfidata e ha risposto alla sfida.

   Cerchiamo di vederla dal punto di vista della Russia – e non perché ci si debba schierare da una parte o dall’altra, ma perché la politica estera è fatta anche di percezioni, status, mitologie, narrative, sentimenti, non solo di freddo calcolo: c’è un’Europa che si preoccupa dei diritti delle minoranze, siano essi zingari o gay, e se ne fa paladina al punto da vestire di arcobaleno le divise della nazionale olimpica tedesca a Sochi. Poi però tollera che nei paesi baltici i russi non abbiano i diritti politici. “Double standard” è il termine più ricorrente quando i russi confrontano gli elevati principi dell’Occidente con la sua pratica non sempre coerente. E la questione delle minoranze russe rimaste fuori dalla Federazione è un punto tuttora dolente. La Russia deve mandare un messaggio chiaro, che esse sono sotto la sua tutela.

   Se l’Europa ha dimenticato cos’è l’hard power, la Russia non ha invece mai imparato a servirsi del suo soft power: e sì che potenzialmente ne avrebbe da vendere. Chi conosce questo grande paese, la sua profonda cultura, la simpatia e l’allegria della sua gente, la sua musica travolgente, non può che sentirsi frustrato dalla sua incapacità di mostrare un volto più seducente. Nella nostra percezione c’è molto della narrativa occidentale, che si nutre ancora, per riflesso condizionato, dei luoghi comuni della guerra fredda: e tuttavia la Russia ci mette del suo.

   Così è stato nei rapporti con l’Ucraina. Anche se i russi proclamano sentimenti fraterni nei confronti della vicina, gli Ucraini si sono sempre sentiti considerati degli inferiori. Al tempo di Caterina la Grande e di Tolstoj, del resto, l’Ucraina era chiamata Malorossiya, la Piccola Russia. La Madre Russia vede l’Ucraina al meglio come una sorella minore, da tenere sotto tutela, quando invece è a Kiev che la storia russa è cominciata, con la Rus’ di Kiev e il battesimo degli slavi nelle acque del Dnipro. In tutti questi anni i russi non sono riusciti a costruire i rapporti col loro vicino su un piano di parità e a riconoscergli un primato d’onore.

   Più illuminante di ogni discorso, a dirla lunga sui rapporti con la Russia è la cupa immagine della Rodina Mat’, la colossale statua della Madrepatria che si staglia su Kiev con i suoi 102 metri di acciaio e titanio – una versione sovietica, cioè orrenda, della statua della Libertà. Per i kieviti la statua rappresenta semplicemente “Colei-che-non-deve-essere-disobbedita”.Black_Sea_map da FORBES

   Eppure, mentre è riconoscibile una mano straniera nel finanziamento della rivoluzione arancione prima e di euroMaidan poi, la Russia con tutta la sua influenza non è mai riuscita a fomentare contromanifestazioni di piazza a favore dell’Unione Euroasiatica. E sì che trent’anni fa l’Unione Sovietica seppe mobilitare le piazza europee contro gli euromissili.

   Per inciso, Mosca è riuscita invece molto meglio a far passare in Occidente la sua narrativa, figlia di una lettura smaccatamente sovietica della storia ucraina, per cui molti ora credono alla storia dei “fascisti al potere a Kiev”. Di vero c’è che Pravy Sektor, il “settore destro”, molto attivo sulla Maidan, si ispira fortemente (fino a riprenderne la bandiera rossonera) all’esercito insurrezionale ucraino del nazionalista Stepan Bandera, che combatté per l’indipendenza ucraina a fianco dei tedeschi in un’alleanza interessata e controversa. Ma da qui a dire che Kiev è in mano ai fascisti, ce ne corre.

   Il nazionalismo ucraino è solo la costante aspirazione dell’Ucraina di essere indipendente dalla Russia: esso non è diverso in natura, né meno raccomandabile, dell’irredentismo italiano o dell’indipendentismo irlandese (o scozzese, storia di questi giorni).

   Quanto agli ebrei, le voci di un rinascente antisemitismo sembrano davvero esagerate: questa è stata la terra dei pogrom, ma è comunque ancora la casa della quarta più grande comunità ebraica del mondo.

   Di sicuro i nazionalisti, nel loro sforzo di promuovere l’ucraino come lingua unificante e identitaria del paese, hanno commesso parecchi madornali sbagli. A Kiev non c’è un canale di Stato che non trasmetta in russo e quindi non solo l’informazione agli ucraini russofoni proviene unilateralmente dai media russi, controllati dal Cremlino, ma gli Ucraini non sono in grado di raccontare all’opinione pubblica russa (che l’ucraino non lo capisce) la loro versione dei fatti.

   Il russo non è mai stato la seconda lingua ufficiale, ma la legge del 5 luglio 2012, promossa dal governo Janukovich, permetteva di usarlo nelle regioni come seconda lingua locale, cosa che aveva scontentato i nazionalisti. La legge è stata abrogata dalla Verkhovna Rada (il parlamento) il 23 febbraio 2014, ma il presidente ad interim Turchinov ha posto il veto, quindi è ancora vigente (cosa che spesso i media occidentali omettono di riportare).

   Occorre chiarire che in discussione c’era solo lo status della lingua russa negli uffici pubblici e nei tribunali e che non c’è mai stato alcun divieto di usare il russo nei rapporti correnti, né alcuna discriminazione nei confronti dei madrelingua russi. Sentire al telegiornale italiano che gli ucraini vogliono “abrogare il russo” è o disinformazione o pura ignoranza.

   Del resto, sarebbe impossibile: tutti gli ucraini sono perfettamente bilingui. Quello che sfugge, da noi, è che il russo, oltrecortina, è una lingua veicolare con la quale si comunica tra popoli differenti, con la stessa funzione che ha l’inglese in Occidente. Quindi non è solo la lingua dei russi e non ha una funzione identitaria: parlare russo non significa identificarsi ipso facto come russo.

   Toccare questo tasto non è stata certo una mossa intelligente o sensibile da parte della nuova maggioranza, visto che ha permesso a Putin di presentarsi come il campione dei russofoni ovunque discriminati. Si parla di Kiev, ma intenda anche Riga.

   Anche se in questo momento la Russia appare vincente sul campo, dove è indubbiamente superiore, esce sconfitta dal confronto. Ha la Crimea – ma ce l’aveva già, visto che l’affitto della base di Sebastopoli scadrà nel 2042. La vicenda di Maidan ha completamente oscurato i giochi di Sochi, che per i russi sono stati un investimento d’immagine (e di soldi) cospicuo. Il vertice del G8 sarà forse disertato. Una bella vittoria di Pirro.

   I rapporti con l’Ucraina sono irrimediabilmente compromessi. L’Ucraina ne uscirà forse smembrata, ma quel che ne resta aderirà senz’altro alla Ue e alla Nato: ormai non c’è più da preoccuparsi delle suscettibilità russe. Oppure, sarà finlandizzata: né con l’Occidente, né con Mosca, ma da essa dipendente. In pratica, tornerà a essere quel paese apatico, statico e privo di una direzione che è stato per 22 anni fino a Maidan.

   Anche l’Europa esce sconfitta: un altro conflitto (per ora fortunatamente incruento) nel continente dove si suppone che la forza sia diventata “obsoleta”, un altro paese che si frantuma e del quale sarà poi necessario raccogliere i cocci e pagarne i conti, subendo intanto massicce ondate migratorie.

   L’accordo negoziato dalla troika comunitaria, che irrealisticamente prevedeva elezioni a dicembre, è stato sconfessato dalla piazza subito dopo e la situazione è precipitata. L’Europa ha mandato al massacro il suo campione (o meglio, il campione della Germania), il pugile Klitschko, e non ha saputo prevedere gli sviluppi fuori da Kiev, come se le migliaia di persone radunate a Maidan rappresentassero davvero tutta l’Ucraina.

   Occorreva pure porsi il problema di rappresentare la parte orientale del paese: molti all’Est possono aver tratto la conclusione che se per due volte il presidente da loro espresso (era Janukovich anche davanti alla rivoluzione arancione) è stato fatto fuori con metodi non democratici, per loro non c’è spazio nella politica nazionale.

   Anche se in questo momento le manifestazioni russofile si propagano ad altri settori del sud-est, non è ancor detto che la frattura sia del tutto consumata. Le Forze armate ucraine, che hanno rinunciato alla leva appena nell’ottobre 2013 e sono quindi in piena riorganizzazione, non sono certo in grado di opporsi a Mosca, ma forse potrebbero aver ragione di eventuali moti autonomisti. E non va trascurato che l’Ucraina è tuttora il nono produttore mondiale di armi (anche se le fabbriche si trovano a Est).

   Ci sono già state importanti defezioni nelle Forze armate ucraine, nondimeno non va sottovalutato l’orgoglio patriottico: checché ne dica Putin, l’Ucraina non è una semplice espressione geografica.

   È interessante vedere come si stanno schierando gli oligarchi, che nell’est russofono e in particolare a Donetsk (nota ai tifosi italiani per le partite degli Europei del 2012) hanno la loro base industriale. I loro asset sono tutti in Europa e potrebbero essere facilmente congelati. Per interesse, assai più che per patriottismo, si schiereranno con l’Ucraina.

   Non è detto poi che in Crimea la situazione sia ancora definita. I tatari non vogliono tornare sotto i russi e certo non lo vogliono gli ucraini: insieme fanno il 50% della popolazione. Anche la piccola minoranza italiana di Kerch è pro-Ucraina. Né è detto che tutti i russi vogliano vivere in un limbo tipo la Transnistria, senza poter viaggiare da nessuna parte. Purtroppo è difficile credere che il prossimo referendum a fine mese sarà libero e senza brogli. E comunque non ci sarà nessun osservatore internazionale a controllare. Ma lo standoff potrà continuare a lungo.

   Nessuno lo menziona, ma la più grave implicazione di quanto sta accadendo in Crimea è a livello globale. La crisi russo-ucraina potrebbe aver dato un bel colpo al processo di disarmo nucleare, regolato dal trattato di non-proliferazione.

   Va ricordato infatti che alla fine della Guerra Fredda, con il collasso dell’Urss, l’Ucraina si ritrovò a essere la terza potenza nucleare del pianeta, con 220 vettori nucleari tra cui 176 missili balistici intercontinentali e 1800 testate nucleari.

   L’Ucraina rinunciò al suo arsenale nucleare in cambio di protezione occidentale e garanzie russe sull’inviolabilità dei confini. Russia, il Regno Unito e gli Usa firmarono nel 1994 il Budapest memorandum on security assurances, di cui si è molto parlato in questi giorni.

   Poichè sono fondamentalmente un giurista, sono andato a rileggermelo. Riassumendo, Russia, Regno Unito e Usa si impegnano:

1) a rispettare l’indipendenza, la sovranità, e i confini dell’Ucraina;
2) a non usare o minacciare l’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica dell’Ucraina e che nessuna delle loro armi sarà mai usata contro l’Ucraina eccetto che in caso di autodifesa o in accordo ai principi della Carta delle Nazioni Unite;
3) ad astenersi da forme di pressione economica volte a subordinare al loro interesse l’esercizio da parte dell’Ucraina dei suoi diritti sovrani e quindi ad assicurarsi vantaggi di qualunque tipo;
4) a chiedere l’intervento immediato del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per assistere l’Ucraina se questa fosse vittima di un atto di aggressione o fosse oggetto di una minaccia di aggressione con armi nucleari;
5) a non usare armi nucleari contro stati non nucleari, compresa l’Ucraina;
6) a consultarsi se dovesse sorgere un problema concernente questi impegni.

   Qualunque avvocato si metterebbe a ridere leggendo impegni così generici. Essi non stabiliscono, per l’Ucraina, alcuna garanzia superiore a quella già contenuta nella Carta delle Nazioni Unite. In particolare il Budapest memorandum non obbliga i firmatari a intervenire direttamente a difesa dell’indipendenza e integrità territoriale ucraina, ma solo a consultarsi e a rivolgersi al consiglio di sicurezza.

   La clausola al punto 2, che consente comunque l’uso della forza contro l’Ucraina in caso di autodifesa, può essere usata per giustificare un atto di aggressione, soprattutto dopo che gli Usa hanno elaborato la dottrina del pre-emptive strike.
Sulla ‘pressione economica’ di cui al punto 3, si potrebbe discutere chi è più in torto, se l’Unione Europea o la Russia.
Soprattutto, il Budapest memorandum, che mi risulti, non è mai stato ratificato dai parlamenti dei rispettivi Stati e quindi non ha la dignità di un trattato internazionale, solo di un accordo tra governi: insomma, niente più che una lista di buoni propositi.

   L’Ucraina è finora l’unico paese ad aver proceduto ad un disarmo nucleare globale, privandosi di un deterrente che in questo momento le sarebbe tornato molto utile. Uno dei garanti della sua neutralità e integrità la sta invadendo.

   La lezione di questa settimana è: non scambiare le tue testate nucleari in cambio di parole. È una lezione che a Teheran e Pyongyang, a New Delhi e a Islamabad, certamente apprenderanno presto. (DARIO QUINTAVALLE)

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LA STRANA GUERRA DI ANDRIY DENTRO LA BASE ASSEDIATA DAI RUSSI “COMBATTERE? MICA SONO MATTO” – IL FUCILIERE UCRAINO E L’ORDINE DI “ FAR FINTA DI NIENTE”
di Nicola Lombardozzi, da “la Repubblica” del 5/3/2014
PEREVALNOE (base della 37esima brigata fanteria della Marina ucraina) – Il fuciliere Andriy è in piena crisi di nervi. Arrampicato su un muro della caserma ammira le evoluzioni di un blindato russo con un suo coetaneo ben saldo sulla torretta: «E da me cosa vorrebbero? Che uscissi fuori a combattere contro questi qui?».

   Non è mancanza di coraggio, più che altro confusione. La stessa che si è impadronita di centinaia di migliaia di soldati ucraini in questi giorni assurdi divisi tra una rivoluzione ancora troppo fragile e un’invasione in piena regola. Andriy ce l’ha con i suoi amici d’infanzia che lo chiamano continuamente sul telefonino per chiedergli di arrendersi all’esercito amico venuto dall’Est; con i suoi superiori che sono più agitati di lui e non sanno cosa decidere; con quei «maledetti rompipalle» degli ufficiali addetti all’indottrinamento ideologico (antica eredità di tutti gli eserciti sovietici) che continuano invece a ordinargli di ribellarsi, di resistere all’occupazione.
Difficile calmarlo stando dall’altra parte di una parete di più di dieci metri e riuscendo a intravedere solo un paio di occhi da ventenne e un berretto di lana da assaltatore calcato sulla fronte. Andriy è troppo esasperato per fare un discorso lineare, parla senza pause, continua a voltarsi in equilibrio instabile per assicurarsi di non essere ascoltato né da i suoi né dai russi che ci circondano, ma quello che ne viene fuori è un racconto surreale e drammatico di quello che sta succedendo all’interno di questa base a 40 chilometri dal capoluogo Simferopoli, dotata di truppe scelte, autoblinde, pezzi d’artiglieria leggera, insomma il meglio della Difesa ucraina in Crimea.
Tutto è cominciato la mattina di domenica, dopo l’adunata e prima delle esercitazioni quotidiane. I ragazzi della base hanno visto che davanti ai loro cancelli c’erano dei colleghi con armi nuove di zecca, passamontagna sul viso e un armamento invidiabile. «Chi sono questi? Russi? Americani? E noi che dobbiamo fare?». Risposta: «Niente, fate come se non ci fossero ».
La voce di Andrjy si fa stridula: «Capite? Mi addestro da anni per combattere e poi mi ritrovo preso in ostaggio da sconosciuti». Orgoglio da soldato e perplessità da cittadino. Andrjy è anche lui di origine russa come la maggioranza di abitanti della Crimea, detesta «quelli della rivoluzione di Kiev», la sua famiglia abita a Pionerskoe, il primo villaggio a una decina di minuti di marcia da qui. «Loro vanno in piazza ad applaudire l’intervento di Putin. Li capisco e condivido pure. Ma io sono un soldato o no?».
Sul prato tutto intorno una compagnia di soldati russi ha dispiegato camion, blindati e pattuglie armate che perlustrano la valle giorno e notte. Hanno cucine da campo, tende, mense, e attrezzature di un livello che i loro colleghi ucraini non hanno mai visto. Sembra una scorta protettiva più che un assedio. Ma in caserma si fa appunto finta di niente come da ordini. Il comandante ucraino esce di tanto in tanto per andare dalla moglie che abita qui vicino. Passa senza fare una piega tra gli incappucciati che aprono e chiudono i cancelli della sua base, segue su Internet e in tv gli sviluppi internazionali, cerca di rinviare ogni decisione.
E i suoi soldati discutono, domandano, litigano fra di loro. C’è stata pure qualche scazzottata. Anche perché le pressioni non mancano. Tra le camerate qualcuno ha portato un foglio da firmare con il giuramento di fedeltà alla repubblica autonoma di Crimea. Chiede a ogni singolo commilitone di aderire. Andriy non firma: «Ho giurato fedeltà all’intera Ucraina. Tecnicamente è un tradimento ». E poi rimarca un aspetto meno nobile ma fondamentale: «E se poi si mettono tutti d’accordo, a me che succede?».
Ma i partiti sono due. Gli ufficiali specializzati in “indottrinamento”, per natura vicini alle alte sfere della capitale, fanno invece pressioni per aderire alla rivoluzione nazionale. Andrjy sorride nervosamente: «Ti chiamano in disparte, ti dicono che bisogna respingere questo assedio, liberare il territorio della caserma. Loro che sono ufficiali da scrivania dicono a me, soldato semplice, di organizzare un contrattacco. Follia pura».
E non sono pressioni da poco. L’altra sera tra i vialetti della caserma è comparsa perfino la sagoma colossale e baffuta di Oleksandr Kozmuk, per tanti anni ministro della Difesa ucraino. Qualcuno è riuscito a farlo passare beffando la sorveglianza dei russi e della milizia popolare che li affianca, attraverso un cancello laterale conosciuto a pochi. Usando gergo e modi da consumato militare di mestiere, diceva a ognuno di resistere, che qualcuno a Kiev stava studiando un piano per cacciare via i russi e che presto l’operazione sarebbe cominciata. E il nostro fuciliere non riesce proprio a capire: «A parte che io non ho niente contro questi ragazzi venuti dalla Russia, ragioniamo dal punto di vista di pura tecnica militare: ci schiaccerebbero senza nemmeno sforzarsi troppo».
La testa di Andrjy scompare all’improvviso. Alle nostre spalle è arrivata un pattuglia di russi. Restano in silenzio, ma agitano le canne dei fucili verso nord per indicarci cortesemente la strada statale. Da queste parti, per il momento, decidono loro. (Nicola Lombardozzi)

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RITORNO ALL’OTTOCENTO

di Barbara Spinelli, da “la Repubblica” del 5/3/2014
IN PARTE per monotonia abitudinaria, in parte per insipienza e immobilità mentale, continuiamo a parlare dell’intrico ucraino come di un tragico ritorno della guerra fredda. Ritorno tragico ma segretamente euforizzante.
Perché la routine è sempre di conforto per chi ha poche idee e conoscenza. Le parole sono le stesse, e così i duelli e comportamenti: come se solo la strada di ieri spiegasse l’oggi, e fornisse soluzioni.
È una strada fuorviante tuttavia: non aiuta a capire, a agire. Cancella la realtà e la storia ucraina e di Crimea, coprendole con un manto di frasi fuori posto.

   È sbagliato dire che metà dell’Ucraina – quella insorta in piazza a Kiev – vuole «entrare in Europa». Quale Europa? Nei tumulti hanno svolto un ruolo cruciale – non denunciato a Occidente – forze nazionaliste e neonaziste (un loro leader è nel nuovo governo: il vice Premier). Il mito di queste forze è Stepan Bandera, che nel ’39 collaborò con Hitler.
È sbagliato chiamare l’Est ucraino regioni secessioniste perché «abitate da filorussi ». Non sono filo- russi ma russi, semplicemente. In Crimea il 60% della popolazione è russa, e il 77% usa il russo come lingua madre (solo il 10% parla ucraino). È mistificante accomunare Nato e Europa: se tanti sognano l’Unione, solo una minoranza aspira alla Nato (una minaccia, per il 40%). Sbagliato è infine il lessico della guerra fredda applicato ai rapporti euro-americani con Mosca, accompagnato dal refrain: è «nostra » vittoria, se Mosca è sconfitta.
Dal presente dramma bellicoso si uscirà con altri linguaggi, altre dicotomie. Con una politica – non ancora tentata – che cessi di identificare i successi democratici con la disfatta della Russia. Che integri quest’ultima senza trattarla come immutabile Stato ostile: con una diplomazia intransigente su punti nodali ma che «rispetti l’onore e la dignità dei singoli Stati, Mosca compresa», come scrive lo studioso russo-americano Andrej Tsygankov.

   L’Ucraina è una regione più vitale per Mosca che per l’Occidente, e i suoi abitanti russi vanno rassicurati a ogni costo. È il solo modo per esser severi con Mosca e insieme rispettarla, coinvolgerla.
SIAMO LONTANI DUNQUE DALLA GUERRA FREDDA. Che era complicata, ma aveva due elementi oggi assenti: una certa prevedibilità, garantita dalla dissuasione atomica; e la natura ideologica (oggi si usa l’orrendo aggettivo valoriale) di un conflitto tra Est sovietizzato e liberal-democrazie. Grazie allo spauracchio dell’Urss, Europa e Usa formavano un «occidente » senza pecche, qualsiasi cosa facesse. L’Urss era nemico esistenziale: letteralmente, ci faceva esistere come blocco di idee oltre che di armi.
Questo schema è saltato, finita l’Urss, e l’Est è entrato nell’Unione. Mentre l’Urss crollava un alto dirigente sovietico, Georgij Arbatov, disse: «Vi faremo, a voi occidentali, la cosa peggiore che si possa fare a un avversario: vi toglieremo il nemico ».

   Non aveva torto, se ancora viviamo quel lutto come orfani riottosi. Ma non è più l’antagonismo ideologico a spingerci. La Russia aspira a Riconquiste come la Nato e Washington. Fa guerre espansive in Cecenia mentre gli Usa, passivamente seguiti dall’Europa, fanno guerre illegali cominciando dall’Iraq e proseguendo con le uccisioni mirate tramite i droni.

   «Oggi la Russia di Putin e “l’Occidente” condividono un’identica visione basata sulla ricerca di profitto e di potere: in tutto tranne su un punto, e cioè a chi debbano andare profitto e potere», scrive Marco D’Eramo su Pagina 99 (25-2-14).
Questo significa che non la guerra fredda torna, ma il vecchio equilibrio tra potenze (balance of power) che regnava in Europa fino al ’45: i Grandi Giochi dell’800, in Asia centrale o Balcani. Qui è la perversione odierna, obnubilata. Washington ha giocato per anni con l’idea di spostare la Nato a Est, fino ai confini russi.  Più per mantenere in piedi l’ostilità del Cremlino che per aiutare davvero nazioni divenute indipendenti.

   L’Europa avrebbe potuto essere primo attore, perso il «nemico esistenziale». Non lo è diventata. È un corpo con tante piccole teste, alcune delle quali (Germania per prima) curano propri interessi economico-strategici da soli. Lo scandalo è che nel continente c’è ancora una pax americana opposta alla russa. Una pax europea neppure è pensata.
Eppure una pax simile potrebbe esistere. L’unità europea fu inventata proprio in risposta all’equilibrio delle potenze, per una pace che non fosse una tregua ma un ordine nuovo. L’ombrello Usa ha protetto un pezzo del continente, consentendogli di edificare l’Unione, ma ha viziato gli europei, abituandoli all’indolenza passiva, all’inattività irresponsabile, al mutismo. Finite le guerre fratricide, l’Europa occidentale s’è occupata di economia, pensando che pace-guerra non fosse più di attualità. Lo è invece, atrocemente.
Priva di visioni su una pace attiva, l’Europa cade in errori successivi fin dai tempi dell’allargamento.  Allargamento che non definì la pax europea: i paesi dell’Est si liberarono, senza apprendere la libertà. Il poeta russo Brodsky lo disse subito: «La verità è che un uomo liberato non diventa per questo un uomo libero. La liberazione è solo un mezzo per raggiungere la libertà, non è un sinonimo della libertà (…) Se vogliamo svolgere il ruolo di uomini liberi, dobbiamo esser capaci di accettare o almeno imitare il comportamento di una persona libera che conosce lo scacco: una persona libera che fallisce non getta la pietra su nessuno». L’Est si liberò dalle alleanze con Mosca, ma quel che ritrovò, troppo spesso, fu il nazionalismo di prima.
Non a caso molti a Est si misero a difendere la sovranità degli Stati, senza esser contestati. E la «liberazione» criticata da Brodsky risvegliò ataviche passioni mono-etniche, intolleranti del diverso. Si aggravò lo status dei Rom: ridivenuti apolidi. Si riaccesero nazionalismi irredentisti, come nell’Ungheria di Orbán. Nata contro le degenerazioni nazionaliste, L’Europa ammutolì.
Kiev corre gli stessi rischi, proprio perché manca una pax europea che superi le sovranità statali assolute, e la loro fatale propensione bellicosa. Se tanti sono euro- fili ignorando la filosofia dell’Unione, è perché anche l’Unione l’ignora. Bussola resta l’America: lo Stato che meno d’ogni altro riconosce autorità sopra la propria. Oppure il nazionalismo russo. Tra Russia e Usa il rapporto è antagonistico, ma a parole. Nei fatti è un rapporto di rivalità mimetica, di somiglianza inconfessata.
L’Ucraina è una nazione dalle molte etnie, con una storia terribile. Storia di russificazioni forzate, che in Crimea risalgono al ’700: ma oggi i russi che sono lì vanno protetti. Storia di deportazioni in massa di tatari dalla Crimea, che pagarono la collaborazione col nazismo e tornarono negli anni ’90. Storia di una carestia orchestrata da Stalin, e di patti con Hitler su cui non è iniziata alcuna autocritica (il collaborazionista Bandera è un mito, per le destre estreme che hanno pesato nei recenti tumulti).

   Uno dei più nefasti fallimenti della rivoluzione a Kiev è stata la decisione di abolire la tutela della lingua russa a Est: cosa che ha attizzato paure e risentimenti antichissimi dei cittadini russi, timorosi di trasformarsi in paria inascoltati dal mondo.
Tutte queste etnie convivevano, quando in Europa c’erano gli imperi. Pogrom e Shoah son figli dei nazionalismi. Oggi regnano due potenze dal comportamento imperialista (Usa, Russia), che però non sono imperi multietnici ma nazioni- Stato distruttivi come in passato.
Se l’Europa non trova in sé la vocazione di essere impero senza imperialismo, via d’uscita non c’è. Se non trova il coraggio di dire che mai considererà «filo- europei» neonazisti che si gloriano di un passato russofobo che combatté i liberatori dell’Urss, le guerre nel continente son destinate a ripetersi. Le tante chiese ucraine lo hanno capito meglio degli Stati. (Barbara Spinelli)

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L’EUROPA DIVISA, TRE SCENARI PER KIEV
di Paolo Soldini, da “l’Unita’” del 4/3/2014
Tre è il numero magico della crisi tra la Russia e l’Ucraina. Tre sono gli scenari possibili e tre sono gli schieramenti sul che fare che si stanno delineando in seno all’Occidente.

   IL PRIMO SCENARIO è la guerra. Non la drôle de guerre di queste ore, con i soldati russi che occupano senza colpo ferire le installazioni militari in Crimea e i soldati ucraini divisi tra chi sta a guardare e chi passa al nemico, ma la guerra guerreggiata, con le armi che sparano e i morti. Con il passare delle ore, se non ci sono svolte, l’incubo può divenire realtà in ogni momento: basta un nervosismo, un errore.
IL SECONDO SCENARIO è una mediazione internazionale, condotta dall’Osce, o nel seno dell’Osce, l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa con sede a Vienna che ha il pregio di essere oggi l’unica in cui sono presenti tutti i protagonisti della crisi: gli europei, gli americani nonché quelli che potrebbero trovarsi un giorno o l’altro in condizioni non dissimili dall’Ucraina, e cioè gli Stati nati dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica.

   L’obiettivo sarebbe un negoziato che garantisca l’integrità territoriale dell’Ucraina (Crimea compresa?) ma obblighi Kiev a impegnarsi nel rispetto delle minoranze russofone, garantendo qualche sorta di droit de régard a Mosca sulle regioni in cui quelle minoranze sono maggioranza, e cioè nell’est del paese ma anche in parte del sud.

   A cominciare dalla regione di Odessa, che rischia di diventare un nuovo pericoloso focolaio di conflitto, con una popolazione che si considera ucraina ma continua a parlare prevalentemente russo, erede di un passato imperiale in cui il russo era la koiné di un ricchissimo plafond di culture diverse – greca, ebraica, turca, rumena, tedesca – che caratterizzava anche altre regioni occidentali del paese, come la Bucovina dove (a testimoniare quanto l’Ucraina sia una realtà tremendamente complicata) le lingue franche erano il tedesco e il rumeno.
La soluzione Osce potrebbe essere avviata con la creazione di un gruppo di contatto e potrebbe sfociare nell’invio di osservatori permanenti incaricati di vigilare sul rispetto degli accordi.
IL TERZO SCENARIO contempla il collasso economico e politico dell’entità statale ucraina con la secessione o il passaggio puro e semplice di intere regioni alla Russia e la sopravvivenza di una Ucraina notevolmente impiccolita.

   È evidente che questa ipotesi comporterebbe la nascita di un problema inverso a quello attuale, con la necessità di assicurare tutele e protezioni ai non russi, un problema che sarebbe particolarmente complicato del sud, dalla Transnistria (oggi in Moldavia) ad ovest alla Crimea ad est, passando per Odessa, dove etnìe e lingue sono molto mescolate.
Si potrebbe pensare che lo scenario su cui la diplomazia internazionale si dovrebbe orientare più facilmente sia il secondo. Ma non è così, o è così solo in parte. O, se si preferisce, solo a parole. Alle tre ipotesi di sviluppo del conflitto corrispondono tre schieramenti.

   Nessuno, certo, sostiene apertamente l’opportunità che la crisi sfoci in una vera guerra, e tuttavia l’ipotesi viene di fatto contemplata da chi preme per una chiara scelta di roll back da imporre a Mosca con l’adozione di sanzioni dure, l’isolamento internazionale di Putin e l’appoggio incondizionato al nuovo governo ucraino prima ancora che riceva una qualsiasi legittimazione popolare.

   Sostenitori di questa linea sono in genere i Paesi dell’Europa orientale, Polonia in testa, e le repubbliche baltiche. I motivi che li animano sono ben comprensibili alla luce della loro storia: più la Russia è lontana, meglio è. Meno radicali sono quei paesi che, ispirati soprattutto dall’amministrazione di Washington (tutta?) premono per un atteggiamento «fermo» con Mosca, proponendo il boicottaggio del G-8 di Sochi o addirittura l’esclusione della Russia dal clan, ma senza l’atto esplicito di rottura che sarebbe l’imposizione di sanzioni. I governi di Londra e Parigi sono su questa linea.
EREDITÀ DA GUERRA FREDDA. Prima di passare al terzo schieramento, sarà utile notare come i primi due, pur con le loro differenze, si fondano su una premessa politica comune: la Russia va contenuta. E non la Russia di Putin, con le sue deviazioni autocratiche e le evidenti pulsioni neoimperiali, ma la Russia in quanto tale.

   È un postulato geopolitico che è sopravvissuto alla Guerra Fredda e che in qualche modo la scavalca, riallacciandosi a problematiche storiche che hanno attraversato i secoli. In nome del contenimento della Russia, alla fine della Guerra Fredda l’Occidente, gli Usa, la Nato e un poco anche l’Unione europea, hanno cercato di allargare la loro area di influenza verso l’est senza curarsi del fatto che ciò veniva percepito da Mosca come un pericolo e eccitava un nuovo nazionalismo e uno spirito di revanche che hanno contribuito non poco a creare e a consolidare l’autocrazia al Cremlino.
Anche la percezione di questi errori passati sostiene le posizioni dello schieramento pro negoziato e (oggi) pro Osce, del quale hanno preso la guida la cancelliera tedesca e il suo ministro degli Esteri e che trova l’appoggio del nuovo governo di Roma.
Vedremo chi prevarrà. Intanto andrebbe subito sgombrato il campo dal malinteso secondo il quale dietro l’idea della mediazione si nasconderebbe una debolezza politica e morale verso la prepotenza aggressiva dei russi. L’accusa è circolata e Angela Merkel ha dovuto smentire chi a Washington, Londra e Parigi ne propalava il sospetto e chi a Mosca se ne stava servendo propagandisticamente. L’invasione della Crimea è una violazione della legalità internazionale e i movimenti di truppe russe sono una minaccia inaccettabile. Male minacce a chi minaccia non sono una risposta. (Paolo Soldini)

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FRA I FANTASMI DI BALACLAVA TORNA LA CRIMEA DEGLI ZAR

di Domenico Quirico, da “la Stampa” del 4/3/2014
– L’ultimatum alla base voluta da Stalin, ma gli ucraini non ci sono più –
La colonna con l’aquila dei Romanov che ricorda l’eroismo degli artiglieri russi sovrasta la pianura di Balaclava dove la brigata leggera galoppò, follemente, verso la gloria. Guardo le vigne placide e i mandorli che cominciano a fiorire, il trionfo mite, lento, magico, di una magia affettuosa della luce primaverile. Tredici ottobre 1854. Qui molti uomini morirono. Per un conflitto in cui nessuno, alla fine, fu vincitore: l’eterna idiozia della guerra, l’inutilità criminale del sacrificio di esseri umani.
Aerei russi e ucraini si sfiorano nel cielo della Crimea; per ore è circolato, ieri, l’annuncio di un ultimatum che l’ammiraglio Aleksander Vikto, comandante della flotta del Mar Nero, aveva lanciato agli ultimi soldati ucraini che in Crimea non sono stati ancora sopraffatti. Poi la smentita. Mosse, contromosse, pericolose, della guerra psicologica.

   Uno sparo, un gesto di nervosismo può trasformarsi in scontro aperto. Ogni minuto. I soldati ucraini non hanno speranza, ma forse qualcuno, per onore, per coraggio, resisterà. Ci saranno morti. La vita degli uomini nel tempo è tortuosa e complicata, ma quando la si guarda dall’alto di questa collina si vede che nasconde una sua linea retta: dolore, sofferenza, inutilità. L’ira degli imbecilli riempie di nuovo il mondo.
Ma questa volta nessuno combatterà una nuova guerra di Crimea. Nessuno sbarcherà per aiutare l’Ucraina a riprendersi la penisola perduta. Almeno per ora Putin, il grande Semplificatore, ha vinto. Perché ha la determinazione, i mezzi e il cinismo che mancano ai suoi avversari. In quarantotto ore, con poche mosse, senza neppure un morto, ha corretto gli errori di Kruscev e di Eltsin. La nuova Guerra Fredda non assomiglierà certo all’antica, non sarà globale, ma congelerà l’Est dell’Europa per molto tempo. Se Putin non si spingerà troppo lontano.
Guardano l’affannarsi diplomatico dell’Occidente, eccellente esempio di come si possa parlare di cose sublimi e poi agire meschinamente. Hanno capito: non sarà Danzica quando l’Europa indignata alla fine reagì. La loro Crimea assomiglierà a Praga. Tutti gli ucraini che ascolto mi dicono, rassegnati, che questo capitolo è chiuso: «A Simferopoli annunciano che si preparano ad allinearsi sull’ora di Mosca e non più su quella di Kiev. Dopo appena tre giorni dall’aggressione, che fretta spudorata».
Con gli uncini per cui un fatto tira l’altro, il potere centrale, martirizzato da eredità disastrose, da un’economia al collasso e da una legittimità incerta che non tutti gli ucraini riconoscono, si sta sgretolando. Nelle città è cominciata la raccolta delle firme per il referendum che deve sancire il distacco da Kiev, la formula per tornare nelle braccia di Mosca non sarà difficile trovarla.

   Le magre truppe che presidiavano questa penisola, soverchiate dai russi, escono dalle caserme, alzano le mani, si mettono in civile, tornano a casa: non era difficile prevederlo, sono in rapporto di uno a dieci. Questa è l’ultima classe di ragazzi richiamata per la leva obbligatoria. Da quest’anno doveva essere organizzato un esercito di professionisti.

   Saranno i diciottenni di Maidan, dunque, che dovranno morire se ci sarà la guerra.
«Ieri – fa la conta, trionfalmente, Mosca – altri seimila soldati si sono arresi». Ottocento a Belbeck, l’aeroporto militare di Sebastopoli: nella base c’erano 45 mig, una buona forza per resistere. Solo quattro erano in grado di alzarsi in volo. La forza brutale domina, affiocchisce ogni diritto; la fragilità degli altri, la loro cecità, i loro errori fanno il resto. Che banalità!
Sulla strada da Simferopoli a Balaclava un trasporto truppe russo è rimasto in panne. I soldati fumano, placidamente, in attesa dei soccorsi. A duecento metri da loro una pattuglia della polizia stradale locale, con un implacabile multavelox, setaccia le auto che infrangono il limite dei settanta all’ora. Un’altra colonna russa è ferma vicino a un villaggio tataro, dai camion-cucina i cuochi sgamellano per comprare provviste nei mercatini sulla strada: non si nascondono più, le targhe russe sono tornate al loro posto.

   Vecchine tatare scrutano, enigmatiche, questi ragazzoni che indossano pesanti giacche a vento e colbacchi con le insegne tricolori, e sudano sotto il sole già bruciante di primavera. Il tempo sembra essere balzato, qui, su una macchina da corsa e all’auto che corre non si può gridare: fermati, voglio capire meglio! Si può solo descrivere la luce fuggente dei fari. E si può anche finire sotto le ruote.
L’autista accende la radio: arrivano, implacabili, le nuove tappe del piano russo, i denti dell’ingranaggio che stritolerà l’Ucraina si agganciano scricchiolando. A Donetsk una plebe russofona ha invaso il palazzo del governatore alzando la bandiera russa. Un tal Pavel Gubarev, autoproclamatosi governatore, ha tuonato: «Abbiamo preso il potere!». Il referendum per proclamare la volontà popolare contro «i fascisti di Kiev» è già in preparazione. C’era un governatore nominato dal nuovo governo. Non è mai riuscito ad arrivare qui. Anche a Odessa, la multietnica, elegante, sciupata Odessa i russofoni hanno assalito il Palazzo. Ma qui i favorevoli a Maidan ancora li fronteggiano in piazza: bastoni, caschi, odio.
Sì, l’ira degli imbecilli riempie il mondo. Concentra veleni che rendono il popolo dell’Est disponibile, palmo dopo palmo, per ogni sorta di violenza. È folla illusa dall’Oratore invisibile, dalle voci che arrivano da ogni parte, voci che l’hanno ormai presa nelle viscere tanto più potenti sui suoi nervi quanto più si sforzano di parlare il linguaggio dei suoi desideri, dei suoi odi, dei suoi terrori.
Nella rada di Balaclava l’aria è trasparente, venata di argento come le ali delle cicale, indugia pigra sulle pietre della fortezza genovese, sulle colline che declinano al mare con lievi pendii chiazzate da selve di arbusti. La presidiano all’ingresso non più sommergibili e cannoni, ma ville e yacht degli oligarchi ucraini, i tetti verdi, le sagome di antiche dimore aristocratiche sconciamente convertite allo stile internazionale dei nuovi ricchi. Famigliole sbarcate da auto agonizzanti, ignare della guerra che incombe e starnazza ovunque, il viso ricamato con i punti interrogativi della curiosità, spiano i vascelli immensi.
Di fronte c’è l’antro da cui uscivano i sommergibili sovietici, il «Progetto 825», uno dei segreti più custoditi del mondo, l’imbocco degli inferi della potenza staliniana. Acqua marcia accarezza il cemento sgretolato, rifiuti si insinuano nel canale di un chilometro scavato nella roccia, dove i sottomarini venivano armati con le atomiche. La montagna ha il suo scheletro nell’armadio.
«Eppure non era meglio quella gloria, quella fatica, quella Storia di questi ladri, del loro denaro, delle loro ville?». Laievski, ex marinaio della Flotta russa, custodisce per vivere la barca di un inglese ormeggiata nella rada. È un uomo debole e smarrito, han fatto cadere dal cielo, molti anni fa, la sua stella e la sua traccia si è confusa con l’oscurità della notte. Il padre era venuto qui dalle miniere del Donbass, convocato da Kruscev che voleva completare questa follia militare di Stalin: «Guadagnavano il doppio, ma dovevano tenere la bocca cucita». Quella stella non tornerà più. Perché la vita si dà soltanto una volta e non si ripete. Se fosse possibile far tornare i giorni e gli anni avrebbe sostituito in essi la menzogna con la verità. Ma ora è il tempo degli oligarchi e di Putin. Illusioni, miraggi. I despoti sono sempre stati degli illusionisti.
In fondo alla rada, la base della marina ucraina, al molo è attraccato un pattugliatore. Murales giganteschi sul muro di cinta annunciano sbarchi memorabili, bombardamenti da scolpire nel bronzo. Ma sono sparite le bandiere gialle e blu. E con loro i soldati russi che appena due giorni fa la assediavano. Tre miliziani dei gruppi di autodifesa, attraverso i passamontagna di ordinanza, spiano la quieta impudicizia delle minigonne transitanti. La base è passata sotto il controllo del nuovo governo filorusso. Il loro ammiraglio ha giurato fedeltà alla Crimea: «Che potevamo fare?». Già: che potevano fare?  (Domenico Quirico)

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ALLA RICERCA DELL’EURASIA
L’IDEOLOGIA DELL’AGGREGAZIONE POLITICA E TEOLOGICA
di Pietrangelo Buttafuoco, da “la Repubblica” del 6/3/2014
Non è solo un’espressione geografica, l’Eurasia. È un progetto ideologico. Parla con la lingua di Eduard Limonov, è nazionalbolscevica nell’accezione più sgargiante, e, infatti, unisce in un’unica affabulazione Solgenitzin e il kalashnikov. È un esito di passionalità e di convenienze. Sorge oltre i luoghi del Novecento, e da queste giornate di Crimea, in cui la civilizzazione liberale di piazza Majdan, a Kiev, incontra lo specialissimo “spirito russo” – irriducibile Kultur di operai e soldati –, pur con la guerra in agguato genera un amplesso che è già una visione del mondo: l’euroasiatismo.
Questa idea dell’aggregazione continentale di Europa e Asia si accompagna, nella versione più profonda, alla ri-cristianizzazione della società. Si fa carico dell’eredità teologica di Pavel Florenskj e si attiva nella “creazione di una comunità giusta”, per dirla con Il destino della teocrazia di Vladimir Solov’ev, teorico della rinascita spirituale.
Tutto diventa teocentrico e politico. Sacro e Romano è Putin, che in visita a Roma ha donato al Papa la copia dell’Icona con cui Stalin fece benedire la “patria sovietica”. E non è un caso che il primo atto ufficiale della crisi ucraina sia stato del Patriarca di Mosca: la rimozione del Metropolita di Kiev. Mosca, oggi, come più di cento anni fa con Solov’ev, sente la responsabilità verso il «sacerdote d’Occidente che ha bisogno della venuta e della protezione del sovrano d’Oriente». Nella terra che fu laboratorio del materialismo scientifico, l’ostacolo alla causa di Dio è l’ateismo e, al tempo stesso, «il frazionamento del potere statale».
L’Occidente attende di diventare Oriente e l’euroasiatismo (che non è un’esclusiva dei russi: uno dei più attivi teorici è Ahmet Davutoglu, ministro degli Esteri turco) è l’approdo della dottrina politica conservatrice. In tema di valori propri della sacralità, infatti, Mosca offre più garanzie di Washington; ed è significativo come in tutti i think tank della destra – una volta esaurita l’islamofobia – con la criminalizzazione dell’euroasiatismo la russofobia sia diventata la questione principale.
L’Occidente muove guerra all’Oriente. E ciò in ragione di un’inimicizia che prescinde la stessa eredità della Guerra Fredda tra i due blocchi. Lo schema, oggi, è quello di un revival: il ritorno del Grande Gioco, The Great Game, dal racconto di Peter Hopkirk; e non ci si muove dall’eterno conflitto per il controllo di quello che la geopolitica descrive come “il cuore della terra”.
L’Eurasia s’invera nel continente dello scacchiere centroasiatico dove perfino la Cina – forte di una primogenitura culturale, Wu Chengh’en in coppia con Marco Polo – a dispetto dei secoli si presenta con i suoi uomini d’affari per svegliare la Via della Seta – e bussare alle porte dell’Occidente.

   E lo fa sempre con accorta mossa politica, non senza schierarsi, come nel delicato caso dell’Ucraina, al fianco della Russia, la cui Aquila – bicefala – si volge con una testa al di qua degli Urali per cercare un punto d’appoggio esterno, mentre l’altra è compiaciuta nella direzione opposta.

   Ossia a Oriente, dove Mosca – “terza Roma” avendo mutuato in cesarismo universale l’eredità della Terza Internazionale – vigila sui destini delle repubbliche centro-asiatiche, alleandosi con l’Iran, dove l’Eurasia è già carta d’identità, e poi rinnovando il protettorato con le antiche nazioni indo-saracene, dove, in luogo di Solov’ev, le confraternite sufi e i reduci delle guerre afgane leggono in cirillico i testi di Ahmed Yassavi, il Dante Alighieri (o Francesco d’Assisi) degli sciamani. Non sarà mai una costruzione burocratica, l’Eurasia. Vista da qui, dall’Occidente, è un istinto. Vista da lì, da Oriente, un cammino. (Pierangelo Buttafuoco)

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RIVISITAZIONI

IERI COME OGGI: BULGAKOV NARRA LA RIVOLTA DI KIEV

di Anna Zafesova, da “la Stampa” del 26/2/2014
– La direttrice del museo dedicato allo scrittore: “Nel romanzo ‘La guardia bianca’, sulla guerra civile del 1918, troviamo le stesse dinamiche di adesso” –
   «Fu grande e terribile l’anno 1918 dalla nascita di Cristo, il secondo dall’inizio della rivoluzione». Tatiana Rogozovskaya ripete uno degli incipit più famosi della letteratura russa, scandisce le parole che conosce a memoria. Siamo già nel «secondo anno» della rivoluzione nata sul Maidan nel 2013, e la vicedirettrice del Museo di Mikhail Bulgakov a Kiev la vive in un curioso spazio «a tre dimensioni», letteratura, storia e cronaca: «Abbiamo ricostruito gli eventi narrati nel romanzo attraverso i giornali dell’epoca, quasi ora per ora, e le vicende degli ultimi giorni non sono solo parallele a La guardia bianca, coincidono letteralmente».
Nella sua casa di Kiev Rogozovskaya – che offre subito la scelta tra chiamarla Tatiana Abramovna, alla russa, o Tetiana, in ucraino – ha accesa la radio, la tv e Internet. «Ho scoperto Facebook in questi giorni, mai usato prima. Non avevo la forza di guardare e non riuscivo a staccarmi, piangevo, pregavo e scrivevo agli amici». I suoi colleghi e le sue colleghe erano a poche centinaia di metri, in piazza. «Giorno e notte, a turni». E lei presidiava il fortino del museo: «L’abbiamo tenuto sempre aperto, salvo l’ultimo fine settimana, quando il comune ci ha ordinato di chiudere. A un certo punto è arrivata una scolaresca delle medie, le scuole erano chiuse per i disordini e la prof ha portato i ragazzi da noi».
Forse era il miglior posto dove andare, nella Kiev dilaniata dagli scontri. Il primo romanzo di Bulgakov, l’unico pubblicato durante la sua vita e quello che l’ha reso famoso (il Maestro e Margherita uscì solo nel 1968), è ambientato nella Kiev della guerra civile, invasa a turno dai tedeschi, dai nazionalisti inebriati dall’improvvisa libertà, dai bolscevichi, dai monarchici che vogliono difendere l’ordine che non c’è più.

Ukrainian-bluecoats-1918-LaStampa_it
Ukrainian-bluecoats-1918-LaStampa_it

La «città dei giardini più magnifici del mondo» vive una carneficina precipitando nel caos, dove «chi sparasse a chi nessuno lo sapeva». «Era proprio come nel romanzo, potevi uscire a comprare lo zucchero e non tornare», racconta Tatiana.

Ogni ora arrivavano voci di carri armati, di truppe che entravano in città, la metropolitana era ferma e bisognava attraversare a piedi i ponti. «Sentivo i colpi, i cecchini sparavano alla gente in piazza, e poi il fumo nero che avvolgeva tutto». Cosacchi, ufficiali, nazionalisti, studenti che si arruolano con la rivoluzione per venire falciati dalle pallottole, quelli che volevano la Russia, quelli che volevano l’Europa, quelli che sognano l’Ucraina senza nessuno, bande di miliziani, saccheggiatori semplici, ultras, poliziotti, «qualche colore in meno rispetto alle vicende di Bulgakov», ironizza Tatiana, «ma tanta violenza e paura». E poi ancora, gli attivisti che sparivano durante la «tregua» con il governo, e anche qui c’è la citazione appropriata: «Di notte scomparivano e di giorno saltava fuori che erano stati ammazzati».
C’era tutto: la caccia ai provocatori, i feriti nascosti nelle case per salvarli dalla rappresaglia, quelli che gridavano «Germania, vieni a opprimerci pur di difenderci dal contagio moscovita» e quelli pronti a fermare la «plebe che odia tutto quello che è russo». «Bulgakov era veramente un profeta», commenta Pogozovskaya. Il minuscolo museo, che poi è la casa dei Bulgakov attribuita nel romanzo autobiografico alla famiglia Turbin, è appollaiato sulla ripida discesa Andreevsky, si sale dal Maidan e poi si rotola a picco verso il Podol, il quartiere popolare sul Dnepr, stessi indirizzi della rivoluzione del 1918 e di quella di 96 anni dopo.

La casa dello scrittore che ha cantato Kiev, «la Città» come è chiamata in La guardia bianca, è visitata soprattutto da turisti europei e russi. Bulgakov era un russo che riteneva l’ucraino «quella lingua turpe», un monarchico, un anticomunista, uno che nella nuova cultura nazionale non trova posto.

Qualche anno fa qualcuno ha sporcato di vernice la lapide: «Ma non erano nazionalisti, erano barbari, gente che non legge nulla. Qualcuno ha anche distrutto la lapide del poeta ucraino Shevchenko, se dobbiamo giudicare da questo il nazionalismo…». Il guardiano del museo è stato picchiato la notte prima: «Erano i titushki, i banditi di Yanukovich».

Ma cosa volevano dal museo? «Nulla, picchiano chiunque solo perché passano da lì. Una mia amica abita di fronte alla sede del governo, vedeva i titushki che trascinavano nel suo cortile i passanti, donne incluse, per riempirli di botte, non poteva fare niente. Sono dei criminali ai quali il governo aveva promesso di ripulire la fedina penale se facevano il lavoro sporco».
Adesso, nella nuova Ucraina, si vedono, per dirla di nuovo con Bulgakov, gli ufficiali «con i segni delle mostrine appena strappate», e quelli che «all’improvviso non si ricordano più come parlare il russo», dopo che Yanukovich è fuggito dal campo come i comandanti della Guardia bianca. «Certo se proibiranno di parlare in russo come propone qualche nazionalista sarà dura», ride Tatiana. Ma non ci crede. Con l’arrivo dell’indipendenza chiese a un amico (e passa all’ucraino): «Ma mi picchieranno come russa o come ebrea?». L’amico rispose: «Ti hanno già picchiato? No? E allora zitta». (Anna Zafesova)

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