TERRA DEI FUOCHI (tra Napoli e Caserta): a rischio solo il 2 per cento del territorio – I rifiuti speciali e tossico-nocivi delle industrie del nord (Italia ed Europa) lì abbandonati in discariche abusive (e bruciati) non avrebbero procurato i danni ambientali che si credeva – un MOTTO DI SOLLIEVO e speranza? o solo un’ILLUSORIA VERITÀ?

[…] poco dopo l’alba, i camion abbandonarono la provinciale e si inoltrarono nella campagna di Nola. In mezzo ai campi coltivati si levava il fumo di numerosi falò. «La terra dei fuochi. Il colore del fumo rivela quali schifezze stanno bruciando» iniziò a spiegare Carla indicando le diverse direzioni. «Nero: residui plastici. Rosso: sostanze fosforose. Invece quello laggiù è azzurrino per la concentrazione di cromo». «Com’è possibile, così alla luce del sole?» domandai indignato. Carla ridacchiò. «Qui comanda la camorra. Adesso hai capito con che razza di gente fanno gli affari Trevisan e Zuglio» (dal libro “NORDEST” di Massimo Carlotto e Marco Videtta, ed. E/O)
[…] poco dopo l’alba, i camion abbandonarono la provinciale e si inoltrarono nella campagna di Nola. In mezzo ai campi coltivati si levava il fumo di numerosi falò. «La terra dei fuochi. Il colore del fumo rivela quali schifezze stanno bruciando» iniziò a spiegare Carla indicando le diverse direzioni. «Nero: residui plastici. Rosso: sostanze fosforose. Invece quello laggiù è azzurrino per la concentrazione di cromo». «Com’è possibile, così alla luce del sole?» domandai indignato. Carla ridacchiò. «Qui comanda la camorra. Adesso hai capito con che razza di gente fanno gli affari Trevisan e Zuglio» (dal libro “NORDEST” di Massimo Carlotto e Marco Videtta, ed. E/O)

   E’ capitato a chi scrive di interessarsi di discariche nella seconda metà degli anni ‘80 nell’(ex) ricco Nordest italiano. Mentre già in quel periodo si metteva in moto, nel Veneto in particolare, uno strepitoso modo di separare e recuperare i rifiuti solidi urbani (ora considerato tra i più ecologicamente efficaci al mondo), la stessa cosa non si poteva dire per i rifiuti speciali e (compresi in essi) quelli tossico-nocivi in particolare, di cui il modello industriale del nordest (allora in pieno boom) produceva in abbondanza, tanto da essere considerati quei rifiuti industriali molto ma molto superiori quantitativamente a quelli urbani (quattro o cinque volte di più).

   Fu allora che incominciarono a essere autorizzate (dall’ente Provincia) e a sorgere discariche di rifiuti speciali (sono “i rifiuti speciali” tutti quelli che non sono “urbani” o scarti edili inerti): si chiamavano discariche 2C, e ve n’erano in abbondanza, tanto da fare arrivare camion da varie parti dell’Italia centrale e meridionale.

    Ma quel che veniva smaltito, di “rifiuto speciale”, non era granché inquinante e pericoloso (almeno…); e già allora tutti pensavano e sospettavano che quei camion ripartivano per il sud “non vuoti”, ma invece carichi di rifiuti di ben altra pericolosità; veleni difficili da smaltire in loco a prezzi bassi per le aziende di  produzione: cioè si sospettava (a ragione, e nessuno smentì mai) che il “vero viaggio” quei camion meridionali lo facessero da nord a sud. Cioè che rifiuti tossico-nocivi andassero verso il sud.

La definizione “TERRA DEI FUOCHI” deriva da una frase utilizzata da Roberto Saviano nel libro GOMORRA, che a sua volta riprende i RAPPORTI ECOMAFIA pubblicati da LEGAMBIENTE. comprende un’AREA molto vasta TRA LA PROVINCIA DI NAPOLI E QUELLA DI CASERTA. In questi posti esistono molte DISCARICHE ABUSIVE, in PIENA CAMPAGNA o LUNGO LE STRADE: quando queste si saturano, per liberare spazio per i rifiuti successivi, VENGONO APPICCATI DEGLI INCENDI. Nel tempo il fenomeno si è esteso a tutta la Campania, giungendo anche nella provincia di Salerno
La definizione “TERRA DEI FUOCHI” deriva da una frase utilizzata da Roberto Saviano nel libro GOMORRA, che a sua volta riprende i RAPPORTI ECOMAFIA pubblicati da LEGAMBIENTE. comprende un’AREA molto vasta TRA LA PROVINCIA DI NAPOLI E QUELLA DI CASERTA. In questi posti esistono molte DISCARICHE ABUSIVE, in PIENA CAMPAGNA o LUNGO LE STRADE: quando queste si saturano, per liberare spazio per i rifiuti successivi, VENGONO APPICCATI DEGLI INCENDI. Nel tempo il fenomeno si è esteso a tutta la Campania, giungendo anche nella provincia di Salerno

   Poi ne vennero inchieste giornalistiche, scrittori “di indagine” di grande livello (come Saviano che ha raccolto le sue osservazioni e il suo certosino lavoro nel celeberrimo libro “Gomorra” pubblicato nel 2006), la stessa magistratura…. individuando nella cosiddetta “Terra dei fuochi” (così chiamata da un’indagine sulle ecomafie di Legambiente e poi ripresa dallo stesso Saviano nel titolo dell’ultimo capitolo di Gomorra), tra Napoli e Caserta… individuando in quell’estesa area campana di più di mille chilometri quadrati di superficie, la caratteristica appunto “dei fuochi”, cioè che qui c’erano di notte (ma anche di giorno), falò di rifiuti che venivano bruciati, che si tentava di eliminare dopo lo scarico dei camion. Il tutto con la supervisione di camorristi improvvisatisi smaltitori (che poi, invertendo i termini, sarebbero diventati imprenditori-smaltitori camorristi, cioè avrebbero organizzato bene, industrialmente l’ “affare”).

   Per dire che alcuni notevoli costi economici di quell’epoca “favolosa” del Nordest (ma si dice di anche altre parti ricche del centro-nord Europa) sono state fatte pagare sulla pelle (la salute dei cittadini e l’ambiente) del Sud.

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   Ora indagini e analisi ordinate all’Agenzia per la Protezione ambientale campana, e a strutture sanitarie nazionali, dicono che in fondo nella “terra dei fuochi” non è così inquinato come si è creduto in questi anni. La mappatura del ministero delle Politiche agricole ha interessato 57 comuni tra la provincia di Napoli e Caserta. Individuati 51 terreni dove verranno effettuati interventi di salvaguardia: 64 ettari di suolo agricolo risultano avvelenati da rifiuti tossico-nocivi. Pari a solo il 2% della superficie totale di quell’area, e allo 0,14% di quella campana. Lo dimostrano appunto le analisi eseguite dopo l’emanazione di un disegno di legge approvato lo scorso 23 dicembre che, oltre ad ordinare un chek-up approfondito di quei territori, proibisce ogni possibilità di bruciare ancora rifiuti, ammesso che qualcuno lo volesse fare senza che intervenissero le forze dell’ordine.

La mappatura del ministero delle Politiche agricole ha interessato 57 comuni tra la provincia di Napoli e Caserta. Individuati 51 terreni dove verranno effettuati interventi di salvaguardia
La mappatura del ministero delle Politiche agricole ha interessato 57 comuni tra la provincia di Napoli e Caserta. Individuati 51 terreni dove verranno effettuati interventi di salvaguardia

La serietà delle rilevazioni sembra assai credibile: ciascun sito, potenzialmente inquinato, è stato fotografato dall’alto più volte. Nella prima immagine si vede un campo coltivato, poi si nota un buco. Nell’ultima foto il terreno risulta ricomposto e nuovamente coltivato. E dal confronto tra le immagini è stato possibile risalire allo sversatoio abusivo e quindi ai veleni.

    E nel decreto del 2 dicembre scorso che prima abbiamo citato, si prevede anche che chi appicca i roghi rischia dai due ai cinque anni di reclusione (e se non viene consentito all’autorità giudiziaria di effettuare controlli, i terreni verranno catalogati come zone “no-food”).

   Pertanto bene che adesso sia stato avviato lo screening di massa su questi territori per dare certezza e sicurezza alla popolazione (sono stati stanziati 50 milioni di euro). E l’individuazione di solo una piccola parte dei terreni come siti sicuramente inquinati, è cosa buona. Pertanto sollievo e speranza per queste terre, per chi qui ci abita. Cioè che i dati positivi riportati dalle analisi chimiche (solo il 2% contaminato…) siano dati veri. Che fanno riprendere a vivere con speranza…. Resta il fatto che nessuno ha mai messo in dubbio l’arrivo di camion dal Nord (Italia, ma anche Europa) e che i roghi ci fossero, avvenissero quotidianamente.

   I “rifiuti speciali” sono la parte più consistente dei rifiuti – circa l’80 per cento dei rifiuti prodotti ogni anno in italia – e anche i più costosi da smaltire: fino a 600 euro per tonnellata, per i più pericolosi. – Si vorrebbe smentire, con i provvedimenti e i dati rivelati ora, non solo giornalisti, osservatori, testimoni, scrittori… ma anche camorristi pentiti. Tutti, su fronti opposti, che hanno descritto le condizioni di illegalità e “maltrattamento” di quei territori. Ma è pure difficile smentire tutte le innumerevoli denunce che ci sono state: dal 2001 ad oggi sono state 33 le inchieste per attività organizzata di traffico illecito di rifiuti condotte dalle procure attive nelle due province di Napoli e Caserta. I magistrati hanno emesso 311 ordinanze di custodia cautelare, con 448 persone denunciate e 116 aziende coinvolte. L’Arpac, l’Agenzia per l’ambiente della Regione Campania, ha individuato 2 mila siti inquinati. PER QUESTO POCO CREDIBILE E’ CONSIDERARE CHE “TUTTO O QUASI VA BENE IN QUELLE AREE”.

   Sta di fatto che la suddivisione tra terreni e luoghi non considerati dalle analisi ufficiali contaminati, da quelli inquinati, è una cosa doverosa e importante. E che qualsiasi azione sanitaria, ambientale, di ulteriore chiarezza è la benvenuta… Resta il fatto che questa TERRA, quest’area della Campania, la “Terra dei fuochi”, è UNA TERRA VIOLENTATA, “USATA” per le necessità di industrie del nord che volevano abbattere i costi di smaltimento, e bene accettavano chi si portava via, chi si prendeva carico (la criminalità) quei loro rifiuti tossici che costavano troppo smaltire nei loro luoghi di produzione. (s.m.)

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TERRA DEI FUOCHI, CONTAMINATO SOLO LO 0,14% DELLA CAMPANIA

di Daniela De Crescenzo da IL MATTINO di Napoli del 12/3/2014

I risultati delle analisi: avvelenati dai rifiuti tossici 64 ettari. Fondi alla Regione Campania per pagare le analisi ai cittadini –

   SESSANTAQUATTRO ETTARI AVVELENATI NELLA TERRA DEI FUOCHI: lo dimostrano le analisi previste dal disegno di legge approvato lo scorso 23 dicembre.

   I risultati sono stati presentati martedì 11 marzo a Palazzo Chigi dai ministri alla Salute, Beatrice Lorenzin, all’Ambiente Gian Luca Galletti e all’Agricoltura Maurizio Martina, e dal governatore della Campania, Stefano Caldoro che queste norme ha fortemente voluto. UN DATO PREOCCUPANTE MA FORSE MENO ALLARMANTE DEL PREVISTO: i terreni inquinati sono delimitati con precisione. Occorre ora garantire che i loro prodotti non siano immessi sul mercato e soprattutto passare alla seconda fase, quella più importante e spinosa: le bonifiche.
Un dossier corposo con una copertina inquietante, quello presentato ieri: mostra lo stesso sito fotografato dall’alto più volte. Nella prima immagine si vede un campo coltivato, poi si nota un buco. Nell’ultima foto il terreno risulta ricomposto e nuovamente coltivato. E dal confronto tra le immagini è stato possibile risalire allo sversatoio abusivo e quindi ai veleni.

   Lo stesso lavoro è stato fatto per tutte le aree a rischio della Terra dei Fuochi: le indagini infatti hanno messo a confronto i dati di enti locali, agenzie dell’ambiente, magistratura, università e forze dell’ordine che già nel passato avevano mappato i 57 Comuni delle Province di Napoli e Caserta, un’area complessiva di 1.076 chilometri quadrati che sono stati vittima di sversamenti abusivi. Quella che è venuta fuori è una sorta di classifica dei veleni: I CAMPI SONO STATI DIVISI IN CINQUE GRUPPI A SECONDA DELL’INDICE DI GRAVITÀ DELLA SITUAZIONE.
Di quello più danneggiato, il 5, fanno parte sette siti, che si trovano nei comuni di ACERRA, CAIVANO, GIUGLIANO, SUCCIVO e VILLA LITERNO (tra questi ci sono le aree degli stabilimenti dei fratelli Pellini). Le altre 44 si trovano anche a CASTEL VOLTURNO, VILLA LITERNO e NOLA. In totale si tratta di 64 ETTARI DI SUOLO AGRICOLO, PARI AL 2% DELLA SUPERFICE DELLA TERRA DEI FUOCHI E ALLO 0,14% DI QUELLA CAMPANA.
I prodotti di tutte queste aree non potranno essere messi sul mercato fino a quando, lo prevede il decreto firmato ieri dai tre ministri, non saranno ultimate ulteriori analisi che dovranno essere concluse entro novanta giorni. I proprietari potranno però, farle fare a loro spese, dalla Autorità competente. Proprio per venire incontro alle esigenze dei coltivatori la Giunta regionale ha varato, lo ha sottolineato il governatore Caldoro, un fondo di 50 milioni di euro per le imprese agricole che dovranno far fare in proprio i controlli e le analisi aggiuntive e quindi dovranno sostenere costi straordinari.
Quella messa in campo, lo hanno sottolineato ieri tutti i ministri intervenuti è un’operazione chiarezza. «Oggi presentiamo un buon lavoro dal punto di vista dell’ambiente, della salute, dell’agricoltura ma anche dal punto di vista politico»: ha sostenuto il ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti sottolineando «l’attenzione di questo governo alla Campania e alla Terra dei fuochi» con «tre ministri che potrebbero avere interessi confliggenti ma che in poco tempo hanno trovato una identità comune molto forte».
E il ministro Martina ha spiegato: «Con l’atto che andiamo a firmare definiamo nuove azioni, e entro 90 giorni si completeranno nuove indagini per indicare precisamente la destinazione possibile per ogni area. Un’intervento che servirà a rilanciare i prodotti campani».
Caldoro, dal canto suo, ha sottolineato: «Questo decreto è un buon esempio di collaborazione istituzionale: quello che prima non si incrociava oggi dialoga. E così è possibile passare dall’emotività alla razionalità». E il responsabile dell’Agea, Giovanni Mainolfi ha spiegato: «IN ITALIA NON ESISTE LEGISLAZIONE SU LIMITI INQUINANTI PER I TERRENI ci siamo riferiti quindi ai parametri utilizzati per il verde pubblico, ma a maggio ci saranno due nuovi decreti per definire i parametri da utilizzare per l’acqua e per il territorio». (Daniela De Crescenzo)

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TERRA DEI FUOCHI

da IL POST del 5/11/2013 (http://www.ilpost.it/ )

La definizione “Terra dei fuochi” deriva da una frase utilizzata da Roberto SAVIANO nel libro GOMORRA, che a sua volta riprende i RAPPORTI ECOMAFIA pubblicati da LEGAMBIENTE. Da molto tempo la questione viene denunciata dai cittadini dei comuni colpiti e da molte associazioni, anche con numerosi appelli, esposti e manifestazioni.

CHE COSA SUCCEDE E DOVE
La cosiddetta “Terra dei fuochi” comprende un’AREA molto vasta TRA LA PROVINCIA DI NAPOLI E QUELLA DI CASERTA. In particolare riguarda i comuni di Scampia, Ponticelli, Giugliano, Qualiano, Villaricca, Mugnano, Melito, Arzano, Casandrino, Casoria, Caivano, Grumo Nevano, Acerra, Nola, Marigliano, Pomigliano; dal lato di Caserta ci sono i comuni di Parete, Casapesenna, Villa Literno, Santa Maria Capua Vetere, Casal di Principe, Aversa, Lusciano, Marcianise, Teverola, Trentola, Frignano, Casaluce. Nel tempo il fenomeno si è esteso a tutta la Campania, giungendo anche nella provincia di Salerno.

   In questi posti esistono molte DISCARICHE ABUSIVE, in PIENA CAMPAGNA o LUNGO le STRADE: quando queste si saturano, per liberare spazio per i rifiuti successivi, VENGONO APPICCATI DEGLI INCENDI.

   La maggior parte dei rifiuti che vengono “smaltiti” in queste zone sono RIFIUTI SPECIALI. I rifiuti speciali sono definiti nell’articolo 7 del DECRETO LEGISLATIVO NUMERO 22 del febbraio 1997: sono una categoria speciale di rifiuti che si differenzia nettamente dai rifiuti urbani, quelli domestici o assimilabili a quelli domestici, quelli per esempio che derivano dalla pulizia delle strade o quelli provenienti da aree verdi.

   Rientrano tra i rifiuti speciali quelli da attività agricole e agro-industriali, quelli derivanti da attività di demolizione, costruzione, da lavorazioni industriali e artigianali, da attività commerciali o di servizio, o ancora quelli derivanti da macchinari, combustibili, veicoli a motore.

   Sono i rifiuti più pericolosi e inquinanti, per capirsi, specie se il loro “smaltimento” avviene con modalità così rudimentali. Lo smaltimento dei rifiuti speciali dovrebbe seguire una modalità di trattamento e stoccaggio particolare, proprio per contenere i pericoli ambientali derivanti dalla loro gestione. Lo smaltimento è poi differente a seconda della tipologia di rifiuto: il percorso di un solvente di laboratorio è diverso da quello di un pannello di amianto. I RIFIUTI SPECIALI SONO LA PARTE PIÙ CONSISTENTE DEI RIFIUTI – circa L’80 PER CENTO DEI RIFIUTI PRODOTTI OGNI ANNO IN ITALIA – e anche i più costosi da smaltire: fino a 600 euro per tonnellata, per i più pericolosi.

   Oltre al DANNO AMBIENTALE derivante dallo smaltimento illegale, c’è anche QUELLO ALL’AGRICOLTURA – celebre il caso delle mozzarelle di bufala provenienti dalle zone a rischio – e QUELLO SANITARIO. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) i continui smaltimenti illegali di rifiuti, con dispersione di sostanze inquinanti nel suolo e nell’aria, e l’inquinamento di falde idriche utilizzate per l’irrigazione di terreni coltivati, sono in stretta correlazione con l’incremento di diverse PATOLOGIE TUMORALI. I casi maggiori si registrano, infatti, proprio negli OTTO COMUNI CON IL MAGGIOR NUMERO DI DISCARICHE DI RIFIUTI: ACERRA, AVERSA, BACOLI, CAIVANO, CASTELVOLTURNO, GIUGLIANO, MARCIANISE E VILLARICCA.

DATI
Dal 2001 ad oggi sono state 33 LE INCHIESTE PER ATTIVITÀ ORGANIZZATA DI TRAFFICO ILLECITO DI RIFIUTI condotte dalle procure attive nelle due province di Napoli e Caserta. I magistrati hanno emesso 311 ordinanze di custodia cautelare, con 448 persone denunciate e 116 aziende coinvolte. L’Arpac, l’Agenzia per l’ambiente della Regione Campania, ha individuato 2 mila siti inquinati.

   Dal primo gennaio 2012 al 31 agosto 2013, secondo i dati raccolti dai Vigili del fuoco su incarico del viceprefetto Donato Cafagna (che dal novembre del 2012 segue per conto del ministero dell’Interno l’attività di monitoraggio e contrasto dei traffici e degli smaltimenti illegali di rifiuti nella “Terra dei fuochi”), i roghi di rifiuti, materiali plastici, scarti di lavorazione del pellame, stracci sono stati ben 6.034, di cui 3.049 in provincia di Napoli e 2.085 in quella di Caserta.

IL RUOLO DEI CLAN
La camorra ha iniziato a occuparsi di rifiuti fin dagli anni Ottanta, prima di quelli urbani, poi di quelli speciali e pericolosi, più redditizi. Il fenomeno è diventato più conosciuto grazie alle prime dichiarazioni del boss Nunzio Perrella ai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Napoli: Perrella sottolineò l’enorme interesse finanziario della criminalità organizzata per questo settore (è sua la celebre frase “la munnezza è oro”). Dalla sua testimonianza nascerà l’INCHIESTA ADELPHI, conclusa la quale gli inquirenti scrissero che in cambio di tangenti e grazie al controllo esercitato sul territorio i clan riuscirono a scaricare illegalmente in Campania «rilevantissime quantità di rifiuti», nell’ordine di centinaia di migliaia di tonnellate.

   Nel tempo LE FIGURE DELLE PERSONE COINVOLTE NEI TRAFFICI SI È TRASFORMATA PASSANDO DA QUELLA DEI “CAMORRISTI IMPRENDITORI” A QUELLA DEGLI “IMPRENDITORI CAMORRISTI”.

   La definizione è del magistrato Maria Cristina Ribera, che nel 2011 ha fatto mettere a verbale in Commissione parlamentare di inchiesta sul ciclo dei rifiuti questa dichiarazione: «Mentre prima soggetti notoriamente come camorristi avevano imprese che gestivano i rifiuti, ora alcuni imprenditori hanno un controllo quasi monopolistico di alcuni ambiti di questo settore che però sono il braccio economico del clan».

   Fino a oggi sono una ventina gli ex boss che hanno operato nella gestione dei rifiuti e che hanno raccontato agli inquirenti come funziona il sistema. Tra loro c’è il pentito Carmine Schiavone, che già nel 1995 ai magistrati aveva evidenziato come la Campania fosse destinata a diventare una discarica a cielo aperto, soprattutto di materiali tossici tra cui piombo, scorie nucleari e materiale acido. Le sue dichiarazioni sono tornate di attualità dopo un’intervista che ha rilasciato a Sky in cui spiega nel dettaglio i luoghi dei seppellimenti dei rifiuti provenienti da tutta Italia e anche dall’estero e il sistema di “smaltimento”: 
   «IL VERO BUSINESS ERA QUELLO DEI CARICHI CHE DAL NORD EUROPA ARRIVAVANO AL SUD. Rifiuti chimici, ospedalieri, farmaceutici e fanghi termonucleari. Scaricati e interrati dal lungomare di Baia Domizia fino a Pozzuoli. (…) I rifiuti erano scaricati da camion e gettati nei campi e nelle cave di sabbia. Negli anni le cassette di piombo si saranno aperte, ecco perché la gente sta morendo di cancro. Stanno morendo 5 milioni di persone».

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TERRA DEI FUOCHI, LA RABBIA DEI SINDACI: «NESSUNO CI SPIEGA»

di Gigi Di Fiore, da “il Mattino di Napoli” del 13/3/2014

Il giorno dopo il grande annuncio – Il giorno dopo l’individuazione dei terreni a rischio dopo gli sversamenti e gli smaltimenti abusivi – Alla fine, i ministeri dell’Agricoltura e della Salute hanno annunciato 51 siti, per 64 ettari, su cui è necessario «garantire la sicurezza della produzione agroalimentare» –
UNA BANCA DATI, TRA LE PROVINCE DI NAPOLI E CASERTA, CHE DICHIARA A RISCHIO IL 2 PER CENTO DEL TERRITORIO. «Sull’area di mia competenza ho già da mesi effettuato uno screening e sono molto avanti – dice Mario De Biase, commissario per le bonifiche nel territorio giuglianese – Su 44 aree agricole, abbiamo dichiarato 4 siti contaminati, quelle delle famose discariche come la ex Resit, o a ridosso di Ponte Riccio e Masseria del Pozzo. Sono 20 ettari, per cui abbiamo dichiarato la non produzione. Abbiamo comunicato i risultati del nostro lavoro al ministero, nessuno ci ha contattato prima dell’ultimo annuncio».
Il giorno dopo, sembra quello dei raccordi mancati. Dell’assenza di informazioni precise sulla mappatura. Lo conferma il sindaco di VILLA LITERNO, Nicola Tamburrino, che dice: «Abbiamo impiegato un’intera giornata a criptare dati e tabelle per renderci conto e capire cosa dobbiamo fare. Il ministero dell’Ambiente non ci ha fornito risposte, poi ci hanno detto che è di competenza del ministero della Salute. Occorrerebbe uno sforzo di chiarezza e comunicazione in più, per ora siamo all’assurdo di avere come uniche fonti di informazione i giornali e Facebook». Confusione del giorno dopo, ma anche speranza che qualcosa possa realmente cambiare nella terra dei fuochi.
Uno dei comuni più falcidiati dall’inquinamento è ACERRA. Spiega il sindaco Raffaele Lettieri: «Anche noi siamo in attesa di conoscere il contenuto completo del decreto, per avere le idee chiare. Nel frattempo, di nostra iniziativa, con i vigili urbani abbiamo verificato i suoli che ci interessano. Di certo, non sono coltivati con prodotti da immettere in commercio». E ancora: «Se l’entità del fenomeno è quella indicata dal decreto, bisogna chiedersi chi ripagherà gli agricoltori del danno subito da un allarmismo che, a questo punto, appare eccessivo». Non sono d’accordo, naturalmente i comitati e i movimenti della terra dei fuochi.
Dice Lucio Iavarone, coordinatore dei COMITATI TERRA DEI FUOCHI: «Siamo scettici. Assistiamo all’assemblamento di dati di almeno sei-sette anni fa. È un primo passo, certo, ma ci sembra un’operazione essenzialmente mediatica. Nessuno ci ha coinvolti nei monitoraggi. Diciamo ben vengano questi screening, ma che siano attendibili. Ci aspettiamo, su questa base di partenza, ulteriori accertamenti». Scetticismo, attenzione spostata anche sulle bonifiche e i divieti. Il sindaco di Nola, Geremia Biancardi, commenta: «Siamo coinvolti per un solo sito e questo ci incoraggia, tenendo conto che siamo un comune che, per estensione, viene subito dopo Napoli e Giugliano. Ora vanno coinvolte le associazioni in un dialogo con i ministeri competenti per passare dallo screening all’azione di vigilanza e bonifica».

   I più contenti sono i PRODUTTORI AGRICOLI. Il Copagri ha diffuso subito un comunicato, in cui parla di «segnali molto rassicuranti». Aggiungendo: «Le aree con accertate contaminazioni sono estremamente circoscritte rispetto al territorio interessato dalle verifiche e ai timori iniziali. Ora vanno fatte le bonifiche, sostenendo i produttori agricoli che hanno subito danni enormi».

   Sulla stessa scia Massimo Grimaldi, presidente della commissione bilancio della Regione Campania. Che commenta: «I prodotti delle nostre terre sono qualitativamente i migliori in Europa, sinonimo di genuinità. È dimostrato che più teniamo sotto controllo il territorio, più tuteliamo la nostra agricoltura».
Il parroco di Caivano, don Maurizio Patriciello, sembra invece scettico. Commenta: «Sarei davvero contento, se fosse questa la verità. Certo, VANNO CAPITI I CRITERI USATI PER LA MAPPATURA. La gente si sente tradita da questi dati che appaiono in contrasto con la legge approvata in precedenza». Come gli altri amministratori comunali, anche il sindaco di Maddaloni, Rosa De Lucia, ha bisogno di capire e interpretare i dati della mappatura governativa. Spiega proprio il sindaco Rosa De Lucia: «Abbiamo preso contatti con l’assessorato regionale all’Agricoltura, per capire quali sono i terreni e i prodotti interdetti nel nostro comune. Per ora, stiamo incrociando i dati in possesso dei nostri uffici tecnici con quelli diffusi. Di certo, mi sembra, e questo è confortante, che la percentuale dei terreni a rischio sia molto inferiore rispetto a quella che si pensava all’inizio delle verifiche».
E aggiunge ancora il COMMISSARIO PER LE BONIFICHE Mario De Biase: «Le nostre dichiarazioni di contaminazione e i provvedimenti successivi sono più avanti della semplice non commercializzazione prevista dall’ultimo decreto governativo. Come si conciliano le due attività? Nessuno ce lo ha finora spiegato».
Insomma, IL GIORNO DOPO SEMBRA NON ESSERE QUELLO DELLE SPERANZE E DEI BUONI AUSPICI. Almeno non solo. PREVALE LA CONFUSIONE, L’ATTESA DI SPIEGAZIONI. Fa professione di ottimismo il governatore campano Stefano Caldoro: «La terra dei fuochi deve diventare la terra del lavoro». Ma sostengono i comitati terra dei fuochi: «Un passo in avanti almeno si è fatto. Fino ad ora, nessuno ammetteva che esistessero siti inquinati e dichiarati tali». Pareri e visioni, ancora una volta, contrastanti. (Gigi Di Fiore)

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TERRA DEI FUOCHI, GOVERNO: “STOP VENDITA PRODOTTI PROVENIENTI DALLE AREE A RISCHIO”

dalla Redazione de “Il Fatto Quotidiano” dell’11/3/2014

– La mappatura del ministero delle Politiche agricole ha interessato 57 comuni tra la provincia di Napoli e Caserta. Individuati 51 terreni dove verranno effettuati interventi di salvaguardia –

   Vietata la vendita dei prodotti alimentari provenienti da terreni a rischio nella Terra dei fuochi. Lo ha stabilito un decreto interministeriale “attivo – ha sottolineato il ministro della Salute Beatrice Lorenzin – da subito”. Oltre a questo provvedimento, il ministero delle Politiche  ha presentato i risultati di un’indagine dalla quale emerge che  ”su un totale di 1.076 km quadrati di terreni mappati in 57 comuni (tra la provincia di Napoli e Caserta, ndr) – si legge nella mappatura -, le aree ritenute sospette rappresentano soltanto il 2%, per un totale di 21,5 km quadrati”. Il governo ha comunque individuato 51 siti su cui devono essere effettuati interventi di salvaguardia.

   L’analisi sui terreni presentata dal governo in una conferenza stampa a Palazzo Chigi “è una tappa intermedia”, ha detto il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina nel corso dell’incontro a cui hanno preso parte anche il ministro della Salute, Lorenzin, dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, e il presidente della Regione Campania, Stefano Caldoro.

   “Questa tappa – ha sottolineato Martina – consentirà di procedere verso tutti i passaggi successivi per l’analisi dei territori”. “Si sta parlando dello 0,01% del territorio della Regione”, ha precisato Caldoro. Mentre il provvedimento interministeriale sui prodotti alimentari provenienti dalle aree a rischio precisa che la vendita “è consentita ad almeno una di queste condizioni: che le colture siano state già oggetto di controlli ufficiali con esito favorevole negli ultimi 12 mesi; che siano state effettuate indagini, su richiesta e con spese a carico dell’operatore, dall’Autorità competente, con esito analitico favorevole”.

   A inizio febbraio, ilfattoquotidiano.it riportò la notizia che i due colossi Findus e Orogel non acquistavano più frutta e verdura proveniente dall’area interessata dallo smaltimento criminale di rifiuti.

   “Fino a 3 mesi fa sulla Terra dei fuochi c’era una specie di sipario chiuso, che abbiamo aperto con una serie di provvedimenti importanti, con l’obiettivo di risolvere i problemi. Un lavoro poderoso, importante. Abbiamo già avviato lo screening di massa su questi territori per dare certezza e sicurezza alla popolazione. Sono stati stanziati 50 mln di euro e stiamo quindi affrontando il problema salute di quelle zone a tutto tondo”, ha aggiunto il ministro della Salute, Lorenzin.

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Notizia del 3 dicembre 2013:

TERRA DEI FUOCHI, GOVERNO APPROVA IL DECRETO. BRUCIARE RIFIUTI DIVENTA REATO

dalla Redazione de “Il Fatto Quotidiano” del 3 dicembre 2013

   Chi appicca i roghi rischia dai due ai cinque anni di reclusione. Se non viene consentito all’autorità giudiziaria di effettuare controlli, i terreni verranno catalogati come zone no-food. 600 milioni di euro sono destinati alla bonifica dei territori

Bruciare rifiuti diventa reato e chi appicca roghi a cumuli di rifiuti tossici abbandonati rischia da due a cinque anni di carcere. E naturalmente segue il sequestro del terreno. Il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto emergenze e tra le varie norme si interviene anche per risolvere la situazione della Terra dei fuochi, introducendo per la prima volta sanzioni penali. Inoltre sono destinati 600 milioni per le bonifiche, che si aggiungeranno ai 300 milioni già destinati dalla Regione Campania.

(…..) Con il decreto legge viene introdotto nell’ordinamento italiano il reato di combustione dei rifiuti. Entro 150 giorni tutti i terreni saranno controllati. E’ previsto che l’autorità giudiziaria informi direttamente gli amministratori locali sugli sversamenti illegali. Mentre “una parte del decreto – spiega il ministro dell’Ambiente – riguarda la classificazione dei suoli per sapere se sono coltivabili o meno sulla base di parametri certi”. (…..)

   Tra gli altri elementi contenuti c’è anche la catalogazione delle aree no-food prevista per quei terreni in cui non sarà consentito l’accesso dell’autorità giudiziaria. (…..) Gli interventi saranno coordinati tra i vari ministeri e la stessa Regione Campania.

   Una “risposta senza precedenti” per contrastare un’emergenza che si è protratta per troppo tempo, forse decenni. Ed è per questo che si è scelto di intervenire con un decreto, anche per recuperare il tempo perduto. L’iniziativa mira alla salvaguardia “ambientale e sanitaria” e a un “rilancio economico delle produzioni di quei territori.

   Pugno duro sulla situazione della Terra dei Fuochi, ma non solo. Il decreto infatti si occupa anche della QUESTIONE ILVA. Come spiega Legambiente, il testo dovrebbe ”semplificare le procedure e ridurre i tempi previsti per l’esame degli interventi necessari alla piena attuazione dell’Aia, oltre che a rendere utilizzabili i beni sequestrati alla famiglia Riva per la gestione commissariale”.

La denuncia in proposito è del Co-portavoce dei Verdi Angelo Bonelli che annuncia: “C’è una norma del decreto sull’Ilva che contiene la sospensione delle sanzioni per le prescrizioni ambientali è assolutamente incostituzionale perché subordina in maniera inaccettabile la vita e la salute alla produzione. Mai ci saremmo aspettati che si potesse giungere a superare questo limite con una norma che non solo garantisce l’impunità a chi inquina ma abbandona i cittadini di Taranto a subire le drammatiche conseguenze dell’inquinamento”.

   Secondo Bonelli, a beneficiare delle sospensioni saranno tutti gli impianti di importanza strategica, tra cui anche la FERRIERA DI TRIESTE. “Con questo decreto si vuole garantire un periodo transitorio che secondo la struttura commissariale dovrebbe durare almeno 3 anni, periodo nel quale, da quello che abbiamo compreso non sarà possibile garantire la conformità degli impianti dell’Ilva alla legge. Di fatto si tratta di un decreto che consente nei prossimi anni la libertà d’inquinare“.

   Ad essere preoccupata per le norme presenti nel decreto emergenze è anche Legambiente: ”Valuteremo con molta attenzione il contenuto delle norme”, hanno commentato i rappresentanti Tarantini e Franco, “che il Governo adotterà. Riteniamo che semplificazioni e riduzioni dei tempi non debbano comportare stravolgimenti degli organi preposti alla verifica e alla approvazione dei singoli interventi e, più in generale, la possibilità di un loro esame approfondito”.

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NAPOLI, LA TERRA DEI FUOCHI: ARIA INFETTA, RIFIUTI E TUMORI ATTORNO AL VESUVIO

di Antonello Caporale, 9 novembre 2013 – da “il Fatto Quotidiano”

REPORTAGE – Viaggio nel cuore di una Campania alla ricerca di un riscatto impossibile tra EDILIZIA SELVAGGIA, CRIMINALITÀ e CAMORRA. “Sono scappata da Afragola, non riuscivo a respirare”, spiega una giovane. Il geologo Benedetto De Vivo: “Stanno costruendo l’OSPEDALE DEL MARE dove, nel caso dovesse esserci l’eruzione, il flusso piroclastico, queste tremende bombe di terra e cenere, si riverserà. Si può essere più sciagurati?”

   Fuma la terra lungo le curve che da Agnano portano a Fuorigrotta. Si alzano colonnine nere come fossero figlie di un arrosto di catrame all’altezza dell’edificio che gli americani hanno abbandonato (era la vecchia sede della Nato). Chi vuole entra nel palazzone e sporca, strazia, struscia, rompe o solo lo sfiora incolonnato in auto nell’attesa di arrivare allo stadio.

   IL CALCIO È L’UNICA IMPRESA CHE FUNZIONA A NAPOLI e dai tempi di Maradona il catino dove l’allenatore Benitez schiera i suoi uomini non appariva il covo di felicità compulsiva che sazia al punto da arrivare fino alla bocca dello stomaco e poi eruttare.

   Felicità sgraziata, rumorosa, mediamente eccessiva. Anche il San Paolo, come quasi tutto a Napoli, poggia i piedi sul cratere e sebbene la Protezione civile abbia innalzato il livello di attenzione (secondo dei quattro gradi di pericolo previsti) LE CALDARE DEI CAMPI FLEGREI si trasformano da pericolo immanente a falso storico, fonte di ispirazione creativa per gli ultras.

   Il Vesuvio erutta in curva, fuoco denso e rosso, tra le migliaia di comparse che costruiscono la sceneggiatura perfetta: il fuoco che allaga diviene rappresentazione di gioia pura, distillata, insuperabile. E poi sul fuoco e sui lapilli, sulla brace e sulla cenere, milanisti, interisti, juventini, romanisti quando trovano gli azzurri di fronte impegnano la loro voce: “Vesuvioooo, lavali con il fuocoooo”. I partenopei restituiscono le cortesie: “Alè Vesuvioooo, il Vesuvio è la terraaa che amiamooo, dell’eruzione ce ne freghiamooo”.

“SONO DOVUTA SCAPPARE DA AFRAGOLA: NON RESPIRAVO” – Napoli ha il fuoco nel suo ventre, borbotta, fuma, e sembra sempre pronto a esplodere. A oriente come a occidente. Ma lo custodisce come fosse un tesoro non un pericolo. “L’unica eruzione buona è quella del Vesuvio”, dice Tilde Baldascini, una giovane combattente contro lo schifo, davanti al fondale della monnezza, appena dietro la costruzione svedese e ordinata dell’Ikea, nella grande piana metropolitana a nord della città storica.

   La piana dei fuochi, della tosse, dei veleni, della puzza di questa terra trasformata dagli uomini in una discarica permanente, in un inferno permanente, in fuoco perenne. Marilù è invece emigrata per non sentirsi parte di quello schifo: “Sono dovuta scappare da Afragola, la mia città. Non riuscivo a respirare, quell’odore fisso prendeva alle narici e non ti lasciava più. Io e Massimo, quando abbiamo deciso che era venuta l’ora di fare un figlio, ci siamo detti: qui no, qui non è possibile farlo nascere. Ora viviamo a Pontedera, in Toscana, e sapessi che pena tornare a casa. Appena imbocchiamo lo svincolo la puzza ci assale. Io penso a mamma e a papà, alle mie sorelle che lì resistono malgrado tutto”.

   AFRAGOLA NON È UNA CITTÀ MA UN’ESCRESCENZA EDILIZIA, una somma di abusi all’urbanistica, alla civiltà, alla ragione stessa. Case, casone, casette, tuguri, svincoli intestati al nulla, guard rail rotti, puttane per strada insieme a mamme con la carrozzina, il venditore di patate, il negozio di sposa, il cartello pubblicitario: “Vivi i tuoi giorni felici”. Un unico anello d’asfalto s’incunea nel cordone di cemento. Un paese e l’altro, una città e l’altra, un abuso e l’altro. Un fuoco velenoso e l’altro.

   VILLARICCA, QUALIANO, GIUGLIANO. La mappa della fetenzia è aggiornata sul web grazie al grande lavoro dei volontari che danno vita a laterradeifuochi.it. Cliccate, e a vostra scelta vi troverete a selezionare e inquadrare il cimitero dei misteri seppelliti e di quelli rinvenuti: lì una bara collettiva di bidoni tossici, qui l’amianto, lì monnezza varia. Poi percolato, liquami, fogne a cielo aperto o solo materassi, vecchie carcasse di auto, frigo, cucine da campo, tinelli sfondati, cucchiai, farmaci scaduti.

   Sono efferati testimoni dell’ignavia collettiva, dell’irresponsabilità collettiva. Il tribunale ha appena assolto Antonio Bassolino, ex governatore della Campania, e altri 26 indagati per l’affare discariche. Non c’è condanna e non c’è verità. “Non puoi credere a niente, perché persino la scienza bara, tarocca, tradisce. Con la montagna dei veleni che abbiamo alle spalle puoi pensare che siano sincere le parole della Protezione civile che dicono che qui, ai Campi flegrei, c’è il rischio di un nuovo, catastrofico bradisismo? Fuma la terra, embè? Rispetto a quello che hanno combinato gli uomini questa è l’ultima delle paure possibili”.

   A LICOLA, ovest di Napoli, il sociologo Sergio Mantile mi conduce a pranzo in campagna. Costantino è il vecchio oste che mentre apparecchia ricorda: “Tranne la scossa di trent’anni fa io non ricordo terremoti qui. Sono altre le paure. L’anno scorso i canali si sono riempiti d’acqua. Telefonavo ogni giorno al Comune: veniteli a pulire che ci allaghiamo. E loro: domani vediamo. E il giorno dopo: stiamo provvedendo. Nessuno è venuto, e le piogge torrenziali ci hanno allagato e affamato. Ho perso tutto il bestiame, solo un cavallo si è salvato: per due giorni è riuscito a tenere la testa fuori dall’acqua. È stato bravo”.

   In una terra che non conosce verità, ma solo paura, il Vesuvio può essere fonte di disperazione? “ASSOLUTAMENTE NO. LA PAURA È POLVERIZZATA IN MILLE ATTI QUOTIDIANI, DISTILLATA NELLE FORME CONSUETE DELLA VITA FAMILIARE”, dice l’antropologo Marino Niola.

“UN PUGNO IN FACCIA PER UNO SCAMBIO DI PERSONA Si ha paura di uscire di casa di sera, paura di parcheggiare e litigare con l’abusivo di turno, paura della fila, paura persino dell’ospedale. Se hai la ventura di capitare al pronto soccorso del Cardarelli chi ti salverà? Paura della vita.

   “Noi viviamo di piccole ma costanti paure, e di una bugia immensa, tossica, che produce solo fatalismo”, aggiunge Mantile. Succeda quindi quel che deve, siamo sotto il cielo. “Ero al bar a prendere un caffè. D’un tratto arriva un signore che mi sferra un pugno. Non l’avevo mai visto, non sapevo chi fosse né perché avesse fatto quel gesto. Alcuni avventori lo hanno separato da me gridandogli: hai sicuramente sbagliato persona, non è lui, non è lui!”.

   Ciro Biondi cura l’ufficio stampa della diocesi di Pozzuoli. Mesi fa si trovò il naso sanguinante, la testa tra le mani e lo stupore. “Avevo appena realizzato che ero stato vittima di uno scambio di persona, il tipo era conosciuto e considerato come uno del sistema camorristico. Cosa feci? Volli andare dai carabinieri a sporgere querela, perché non potevo credere che tutto quel che mi era accaduto fosse normale. Volevo difendermi dalla barbarie che avrebbe preso me se non avessi reagito con un atto di civiltà, di rispetto minimo per la mia dignità. Ma non me ne è venuto niente. L’aggressore ha chiesto scusa, alla fine ho rinunciato a proseguire nel processo”.

   TI PUÒ CAPITARE DI TUTTO A NAPOLI, E DEVI ESSERNE CONSAPEVOLE. “Siamo i teorici dell’irrilevanza della verità. Persino la scienza nega fatti macroscopici. Qui la discarica di Pianura ci ha lasciato una lunga striscia di morti. SI MUORE DI TUMORE MOLTO DI PIÙ CHE IN ALTRI LUOGHI”.

   Negli ultimi venti anni in provincia di Napoli (città esclusa) si sono avuti incrementi percentuali del tasso di mortalità per tumori del 47% fra gli uomini e del 40% tra le donne, incrementi che sono stati rispettivamente del 28,4% e del 32,7% anche in provincia di Caserta.

   Mentre in Italia, negli stessi ultimi venti anni, “i tassi sono viceversa rimasti tendenzialmente stabili” e “al Nord sono addirittura diminuiti”. Annota lo studio sui Comuni campani appena concluso dall’Istituto nazionale per i tumori “Pascale” di Napoli che il lavoro è stato realizzato per “verificare e valutare il fenomeno” attraverso le schede di morte individuale con diagnosi di tumore. “Questo eccesso di mortalità, che riguarda anche altre patologie cronico-degenerative – sottolinea l’Istituto – si configura come un grave problema sociale e ambientale, oltre che sanitario, di vasta dimensione e notevole gravità”, tanto che “richiederebbe maggiore attenzione da parte delle istituzioni”.

   Ecco i livelli raggiunti da alcune singole patologie oncologiche. Tumore del colon retto: “In provincia di Napoli nel triennio 1988/1990 si riscontra negli uomini un tasso del 17,1 (su 100mila abitanti, ndr) negli uomini, che nel periodo 2003/2008 sale al 31,3”, mentre nelle donne gli stessi tassi per gli stessi periodi sono 16,3 e poi 23. Situazione identica a Caserta: 19,3 (sempre per 100mila) per i maschi dal 1988 al 1990 e 30,9 dal 2003 al 2008, con 16,4 e poi 23,8 nelle donne.

   Al contrario i tassi italiani, per lo stesso tipo di tumore e gli stessi periodi, “sono stabili, passando dal 33 al 35 negli uomini e dal 30,5 al 29,3 nelle donne”. L’aumento del tasso di mortalità femminile per tumore del polmone è il più alto in Italia. Su una base percentuale media di 45 a Caserta è del 68, il tumore alla mammella è balzato dal 21,4 al 31,3.

   Un altro esempio, stavolta riguardante gli uomini: il tasso di mortalità maschile per tumore al fegato registrato in provincia di Napoli nel 1988/1990 era 22,1 e quello in provincia di Caserta 22,3, livelli cresciuti via via fino al 2003/2008 rispettivamente a quota 38 e 26,4. Nello stesso periodo, al contrario, questo tasso su scala nazionale è diminuito da 12,3 a 10,7 per 100mila.

   Accostiamo, nel cammino verso oriente, verso il PUNTO G del pericolo massimo, la zona rossa vesuviana, alla CITTÀ DELLA SCIENZA, nella meravigliosa e intossicata baia di BAGNOLI. Era il segno della rinascita culturale, una speranza in più. Era terreno bonificato e salvato alla speculazione. Fuoco anche lì. Appiccato dai criminali.

   Tutto è bruciato e ora? “Napoli è il luogo delle illegalità più acute e della fantasia primordiale. Pensi che avevano delimitato l’area rossa, questa che vede alle pendici del Vesuvio, secondo i confini amministrativi dei Comuni. Avevano sbianchettato per decreto Napoli, immaginando che la lava alle viste dei primi quartieri del capoluogo si fermasse e rispettosamente deviasse”.

   Siamo alla Federico II, facoltà di scienze della terra, nella stanza del geologo Benedetto De Vivo. “Stanno costruendo l’ospedale del mare, quello che dovrebbe dare un po’ di respiro e di salute nel punto esatto dove – nel caso dovesse esserci l’eruzione – il flusso piroclastico, queste tremende bombe di terra e cenere, si riverserà. Noi scienziati sappiamo poco dei tempi di eruzione. Potranno passare secoli e secoli oppure può accadere domani. Ma siamo certi dei danni che la prova del fuoco farebbe. E ce ne freghiamo. Si può essere più sciagurati?”.

   Le pendici vesuviane sono il set perfetto dell’irragionevolezza: case e vicoli ovunque, ostruzioni ovunque. Qui prende forma planetaria la teoria dell’irrilevanza della verità. C’è il rischio che la tua casa venga mangiata dal fuoco ma tu la edifichi. C’è la zona rossa e nessuno la rispetta. C’era la legge per lo svuotamento di questa enorme sacca umana (si chiamava VesuVia) ma non è stata rifinanziata.

   L’assessore regionale alla Protezione civile Edoardo Cosenza ha messo in moto piccole pratiche di buon senso. Innanzitutto allargando l’area a rischio. Adesso sono compresi anche i quartieri orientali di Napoli e le persone in pericolo sono passate da 550 mila a 700mila. Una città grande come Bologna e tutta la Romagna, Bari e il Salento. Una massa enorme, una pressione demografica ingestibile come hanno dimostrato due test di evacuazione.

“IL VULCANO CI DÀ IL TEMPO DI PREPARARCI, MA LO IGNORIAMO” – Nel 2006 fu il Mesimex e doveva testare la capacità di trasporto e svuotamento. Il rischio enorme è che la paura, da sola, mieta vittime in misura catastrofica. Le vie di fuga non esistono.

   Solo nel 2015, sempre che i finanziamenti esistano, sarà completato con lo svincolo di Angri l’ampliamento dell’autostrada. Tutto qua, o quasi. Al pericolo della lava che inonda si aggiunge un secondo e altrettanto mortale rischio: che migliaia di edifici nelle zone contigue possano collassare per via del peso della cenere che si depositerà sui terrazzi di copertura. Il piano della salvezza è un misterioso mix di buone ma velleitarie intenzioni e cattive pratiche.

   Ogni regione è gemellata con un Comune e dovrebbe ricevere i suoi abitanti incolonnati su bus e auto (solo le vie autostradali sono ritenute idonee per la fuga). Dovrebbero venirci a salvare dall’Europa (Francia, Spagna, Portogallo e Svezia gli Stati membri impegnati nel primo soccorso).

   “Il Vesuvio ci dà il tempo di prepararci e noi non lo facciamo”, ricorda il geologo De Vivo. Napoli, scriveva il tedesco Sohnretel, è la capitale della filosofia del rotto. Tutto è ammaccato, il futuro è indefinito e la ragione scriteriata. Si salvi chi può. (Antonello Caporale)

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INCHIESTA TRA NAPOLI E CASERTA

TERRA DEI FUOCHI, LA LEGGENDA DEL CIBO CHE UCCIDE

Bisogna dividere il buono dal cattivo”. E al catasto le discariche risultano terreni agricoli

di Lidia Baratta, da LINKIESTA.IT del 24/2/2014

NAPOLI – La “Terra dei fuochi” è un calderone incandescente di ortaggi, contadini, rifiuti, tumori, pentiti, politica e camorra. Una matassa ingarbugliata di cui è difficile trovare il capo, come le stradine sterrate e fangose che portano agli orti coltivati a broccoli, fragole, cavoli e finocchi.

   Frutta e verdura della discordia. Piantata e raccolta lungo il muro di una discarica, come è accaduto a Giugliano. O su un terreno imbottito di rifiuti, come è successo a Caivano. Ma è vero che tutti i prodotti di questa lingua di terra tra Napoli e Caserta (che per prima Legambiente nel 2003 chiamò “Terra dei fuochi”) sono contaminati e pericolosi per la salute di chi li mangia? E come si è passati dalla Campania felix alla terra dei roghi tossici da cui grandi marchi come Findus e Orogel stanno fuggendo?

1. DALLA CAMPANIA FELIX ALLA TERRA DEI FUOCHI
Basta fare un viaggio su uno dei tanti treni regionali che da Caserta portano a Napoli per capire quanto il cibo rappresenti una risorsa vitale per questa regione (la filiera agroindustriale pesa per il 4,3% sull’economia regionale). A destra e a sinistra della ferrovia si estendono a perdita d’occhio le cupole bianche delle serre e i campi gialli dei broccoli che qui si chiamano “friarielli”. Non solo piccoli contadini, ma soprattutto imprese agricole innovative, che investono in tecnologie e puntano ai mercati esteri. Lo dice anche il rapporto di Bankitalia sull’economia campana: la filiera agroindustriale campana “si caratterizza per una propensione all’export maggiore della media italiana”. Un tesoretto di 13 produzioni Dop, 12 Igp, 4 Docg, 15 Doc, 10 Igt e 335 prodotti tradizionali.

   Il cibo, in Campania, è cosa sacra. Terra felix appunto, ideale per coltivare il grano, grazie ai fertili terreni vulcanici e all’abbondanza di acqua. Tanto che anche negli anni della crisi, nella regione si è sì risparmiato sulle spese mediche e sui vestiti, ma non sulla spesa. Nel 2011 – come ricorda Gianluca Abate in Pomodoro Flambè – la Campania non a caso è stata la regione in cui la spesa alimentare è risultata la più alta d’Italia: 558 euro a famiglia, contro i 491 della Lombardia e i 481 del Piemonte.

   E poi cosa è successo? Le denunce dei comitati della Terra dei fuochi hanno cominciato a fare rumore, don Maurizio Patriciello ha portato i pomodori “avvelenati” sull’altare della sua chiesa di Caivano, nelle terre coltivate sono arrivate le telecamere e il pentito Carmine Schiavone, boss del clan dei Casalesi, ha iniziato a concordare interviste con i giornalisti di tutto il mondo ripetendo a volto scoperto il mantra del “qui moriranno tutti”. Eppure, ad oggi, nessuno può dire con certezza che i prodotti di queste terre non si possano mangiare affatto o che mangiarli faccia ammalare di tumore.

   Perché se Le Iene hanno prelevato una pianta di pomodoro coltivata nell’Area Vasta di Giugliano dicendo di aver trovato mercurio, arsenico e piombo, la stessa cosa ha fatto l’Istituto superiore di sanità attestando che quei pomodori, invece, sono commestibili.   Eppure il marchio Pomì il 3 novembre del 2013 ha preferito comprare un’intera pagina sui principali quotidiani nazionali con l’immagine di un pomodoro sulla cartina del Nord Italia e lo slogan “Solo da qui. Solo Pomì”. Tradotto: non compriamo prodotti dalle zone avvelenate della Campania.

   Ma quella dei roghi tossici e degli sversamenti illegali di rifiuti non è una storia di pochi mesi fa, quando le dichiarazioni di Carmine Schiavone di fronte alla Commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti sono state desecretate.

   Già alla fine degli anni Ottanta il pentito di camorra Nunzio Perrella aveva detto ai magistrati di Napoli: «Ma quale droga, la vera miniera d’oro sono i rifiuti». Si rischiava meno e si guadagnava di più. E poi sono arrivate le dichiarazioni di Gaetano Vassallo, il “Buscetta dei rifiuti”. «Nel 1993 abbiamo fatto lanciato le prime grida di allarme», racconta Stefano Tonziello, coordinatore scientifico dei Comitati della Terra dei fuochi, che da trent’anni insegue la sostenibilità ambientale nella Campania “pattumiera d’Italia”.

   Lo stesso Roberto Saviano, nel 2006, intitolò “Terra dei fuochi” l’ultimo capitolo del suo Gomorra. E ricordiamo tutti le immagini dei cumuli di spazzatura di Napoli e gli annunci di Silvio Berlusconi, così come è rimasta impressa nella memoria la scena del film di Matteo Garrone tratto dal romanzo di Saviano in cui un Toni Servillo nei panni di un cinico imprenditore getta via una cassetta di pesche (che «fetano», puzzano) perché coltivate in un terreno in cui lui stesso ha sversato rifiuti tossici delle industrie di tutta Italia in cambio di soldi dati agli stessi proprietari che quelle pesche gli hanno regalato. «Ho visto come li fai campare», polemizza il giovane apprendista con Servillo, «salvi un operaio a Mestre e uccidi una famiglia a Mondragone».

   «La stragrande maggioranza delle pesche qui non puzza», controbatte Tommaso De Simone, presidente della Camera di Commercio di Caserta. «Qui vengono prodotti 2 milioni di quintali di pesche all’anno e non puzzano. Solo nella nostra provincia ci sono 15mila aziende agricole su 100mila imprese, che nei primi sei mesi del 2013 segnavano un export agroalimentare di un +36% rispetto al 2012. Eravamo tra le province del meridione più avanti rispetto alle altre».

   Dopo è arrivata quella che De Simone chiama «la campagna mediatica». Tutto era partito quando, nel novembre del 2012, don Maurizio Patriciello, ex infermiere del Policlinico di Napoli, sacerdote al Parco Verde di Caivano, scriveva su L’Avvenire: «I veleni occultati nel terreno passano nelle verdure e da qui nel corpo umano, provocando malattie».

   A spingerlo a scrivere quel pezzo era stata una foto scattata dal fotografo Mauro Pagnano che ritraeva un campo di cavolfiori di Caivano con nel mezzo una macchia di cavoli di colore giallo. Tre mesi dopo la Forestale sequestrerà il terreno per aver riscontrato la presenza di «cadmio, arsenico e piombo con parametri che superavano di 4-500 volte il limite massimo consentito».

   Finché Carmine Schiavone in una intervista a SkyTg24 dice: «Sono stato camorrista per vent’anni e ho assistito al disastro ambientale del mio territorio, contribuendovi… Stanno morendo cinque milioni di persone». Cose che Schiavone, in realtà, aveva già rivelato nel 1997 in una audizione davanti alla Commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti presieduta da Massimo Scalia. Sedici anni dopo, il 31 ottobre del 2013, il presidente della Camera Laura Boldrini decide di desecretare quel verbale. Le parole di Schiavone così si prendono le prime pagine di tutti i giornali e il governo Letta corre ad approvare il decreto Terra dei fuochi.

   Ma molti magistrati, da Federico Cafriero de Raho a Raffaele Cantone, che sui Casalesi hanno condotto diverse indagini, minimizzano sulle dichiarazioni di Schiavone. «Siamo andati nei laghetti di Castelvolturno», dice Cafiero de Raho al TgR Campania, «lì dove Schiavone aveva detto che erano stati scaricati i fusti. Arrivammo con la Forestale, i Carabinieri, i sub. Avevamo anche apparecchiature incredibili. Ma i rifiuti radioattivi non c’erano».

   Eppure la preoccupazione cresce a vista d’occhio. Quando si tratta della salute, si preferisce non rischiare. I grandi marchi lo sanno. E non importa che dopo le analisi i prodotti non siano risultati contaminati. Il dubbio rimane, se Le Iene in tv dicono il contrario. Così le aziende dei surgelati che prima facevano a gara per comprare i prodotti tra Napoli e Caserta, fanno un passo indietro. Lo ha fatto la Findus Italia, seguita dalla Orogel. Mentre la Coop, come ha raccontato Fanpage.it, ha sottoposto i fornitori vicini alla Terra dei fuochi a un campionamento straordinario. Il risultato è stato che «tutti i campioni analizzati, sia di vegetali edibili, che di acque e terreni, sono risultati a norma di legge per i tenori dei metalli pesanti, Pcb, diossine, radioattività».

   Ma nessuno vuole più mangiare i prodotti della Terra dei fuochi. A Sarno, in provincia di Salerno, i genitori dei bambini che frequentano l’asilo comunale chiedono e ottengono la sostituzione della ditta che forniva il pane per la mensa. Il motivo: era di Giugliano. I cittadini vanno dal medico di famiglia per capire cosa possono comprare e cosa no; i fruttivendoli espongono cartelli: “Qui non si vendono i prodotti di Giugliano”. Una psicosi, dice qualcuno. Da allora, le vendite sono calate del 30 per cento, soprattutto sul mercato interno, dice De Simone. Mentre la grande distribuzione estera, tedesca in particolare, continua a comprare e a confermare gli ordini per la primavera, anche dall’area di Giugliano, visto che le analisi sui prodotti loro le hanno sempre fatte e continuano a farle. Ma «il pericolo è che se in Italia la Terra dei fuochi diventa la Campania intera, all’estero può essere in pericolo tutto il made in Italy».

   Allora, chi ha ragione? Il pentito di camorra che queste terre ha inquinato o i magistrati? Le Iene o l’Istituto superiore di sanità? «Nel frattempo», scrive Gianluca Abate, «forse i magistrati potevano comunque fare di più… Ma chi oggi – dopo aver ascoltato una delle cento e passa interviste di Schiavone – trema davanti al pomodoro o alla pesca che ha nel piatto davanti a sé, sappia almeno che su quelle dichiarazioni i pm hanno indagato. E dunque, se è comprensibile l’allarme tra i consumatori, sono decisamente sospetti l’accanimento del pentito e gli allarmismi». E solo i magistrati sanno quanto le bonifiche siano un business milionario che da tempo fa gola alla Camorra.

   Una cosa è certa, dice Tommaso De Simone, «questa terra è stata violentata». Al di là dei film e dei romanzi, lo dicono anche i dati dell’Arpac (Agenzia regionale per la protezione ambientale in Campania): tra le province di Napoli e Caserta sono stati censiti 2.001 siti inquinati censiti (nelle rilevazioni compiute nel 2008), di cui 800 solo nella provincia di Caserta.

   «Ma molti sono cosiddetti siti provvisori», continua De Simone. «Probabilmente con la pala e con il camion si riesce a risolvere. Stiamo ragionando di qualche gomma, senza contaminazione del terreno. I siti che invece sono stati oggetto di occultamento di fusti e di rifiuti sono sotto sorveglianza da parte della procura per essere individuati».

   Quello che servirebbe, insomma, è una mappatura dei terreni, così come previsto dal decreto da poco convertito in legge. Per arginare i veleni, e salvare e rilanciare quello che è sano. «Dobbiamo avere la certezza che in alcune aree non si vada a coltivare più. Teniamo però anche presente che su buona parte di questi siti già non si produce niente perché sono siti di discariche.

   Che poi quel patto scellerato tra politica e camorra ha portato anche allo scarico illegale di rifiuti nelle discariche legali, di questo si occupa già l’attività giudiziaria». Ma «ragioniamo di meno dell’1% del territorio, e non è corretto che venga messo a rischio il futuro di decine di migliaia di imprese agricole che operano nel rispetto delle regole. Se oggi prendiamo il nastro rosso e bianco delimitiamo le aree e le guardiamo da sopra, ci accorgiamo che stiamo ragionando di una piccola parte del nostro territorio».

   La “campagna mediatica”, però, con il susseguirsi delle interviste di Schiavone a volto scoperto, è coincisa «con l’arrivo dell’inverno, quindi con la presenza di relativamente pochi prodotti sul territorio. Il problema si sta riaprendo con l’arrivo della primavera, si parte con la campagna delle fragole fino a quella delle pesche e dei pomodori. Quello sarà il banco di prova. E i coltivatori non possono correre il rischio di seminare senza sapere se piazzeranno quei prodotti sul mercato», dice De Simone.

   Tant’è che in tanti si stanno attrezzando da soli per effettuare analisi sui prodotti e i terreni. A spese proprie. Lo ha fatto il consorzio dei coltivatori della mela annurca, lo hanno fatto le cooperative che producono vicino a Giugliano, lo hanno fatto i produttori di pomodori di Villa Literno. «Le organizzazioni di prodotto, op, dei pomodori hanno commissionato 186 analisi di terreno e 130 analisi delle acque, per una spesa di 70mila euro», dice De Simone.

   E i risultati sono tutti a senso unico: i prodotti sono sani e commestibili. «È l’unico modo scientifico che hanno per dimostrare che il prodotto non ha problemi di inquinamento». Gli agronomi del luogo, intanto, propongono la nuova denominazione Doag, Di origine ambientale garantita. E a Napoli, a pochi metri dalla Stazione Centrale, è nato addirittura il polo del gusto della “terra del buono”. Ognuno, insomma, fa quello che può.

   Nel centro di Caserta, a pochi passi dalla Reggia, sventola la bandiera gialla di Coldiretti “Campagna amica”. Accanto agli uffici, c’è anche il fruttivendolo dell’associazione di categoria gestito da un coltivatore di Valle dei Maddaloni. Tutto è tracciato e certificato, al contrario degli altri fruttivendoli della zona, che sulle cassette non indicano alcuna provenienza. «Qui vengono persone che prima non venivano», dice l’agricoltore, «ci chiedono allarmate da dove vengono i prodotti. Vendo quello che produco io stesso con uno sconto del 30% rispetto ai prezzi indicati dal ministero dell’Agricoltura e ci metto la faccia. È tutto certificato e controllato. Ma questa dei terreni contaminati non è mica una cosa nuova, si sa da un pezzo. Ora è arrivata la tv e sono tutti in allarme».

   Certo, aggiunge, Giovanni Lisi, direttore di Coldiretti Caserta, «non possiamo neanche minimizzare dicendo che tutto va bene. Ci sono stati anche esempi poco edificanti, di chi ha prodotto accanto alle discariche o chi ha coltivato su terreni che erano già stati incriminati in passato. E ci sono stati i coltivatori conniventi: qualcuno è stato vessato, qualcuno è stato attratto dal facile guadagno di offrire i propri terreni per gli sversamenti illegali. E poi c’è stato uno scarso controllo delle istituzioni, oltre che uno scarso senso civico da parte della popolazione».

   Basta percorrere la strada statale 265 che da Caserta porta a Giugliano per accorgersene: le piazzole di sosta sono piccole discariche, a ogni angolo c’è un frigorifero o un materasso e qualche volta si può anche vedere a distanza il fumo dei roghi di spazzatura di chi non smaltisce i rifiuti legalmente. Che però, come riporta il portale Prometeo, stanno diminuendo: nella provincia di Caserta dai 665 incendi di rifiuti e altre sostanze del 2012, nel 2013 si è passati a 327. Numeri più alti, ma sempre in calo, anche nella provincia di Napoli: 1.445 roghi tossici nel 2012, 815 nel 2013.

   «C’è gente che carica la macchina e non si reca al primo bidone, ma preferisce lasciarla su un’aiuola o su una piazzola di sosta delle strade. Anche se oggi, dopo 20 anni di cattive abitudini, c’è una maggiore presa di coscienza», dice Lisi. Ma pure lo Stato ha fatto la sua parte, precisa Lisi: «Solo a Caserta sono state piazzate sei discariche grandissime nella piana dei Mazzoni, proprio dove è nata la mozzarella di bufala. Hanno sottratto un terreno fertilissimo, rovinato il paesaggio e probabilmente compromesso il terreno circostante. Qualcosa nell’ecosistema sarà stato modificato, e tutto legalmente».

2. GIUGLIANO: L’EPICENTRO DI UN TERREMOTO
Se la “Terra dei fuochi” fosse un terremoto, l’epicentro sarebbe l’Area Vasta di Giugliano in Campania, uno dei paesi più grandi d’Italia, con più di 100mila abitanti. A qualche centinaio di metri da un centro commerciale e dal grande mercato ortofrutticolo, che un tempo era trafficatissimo, una stradina che sembra una groviera di buche porta verso l’area delle discariche.

   Spazzatura a destra e a sinistra: copertoni, materassi, stracci, bambole, frigoriferi. Camioncini bianchi vanno e vengono dal vicino campo rom, mentre un gruppo di bambini e bambine si rincorre tra le pozzanghere e i cumuli di immondizia.

   La puzza di uova marce entra nel naso e poi nella gola in poco tempo. Qui le pianure sono diventate nel tempo colline di rifiuti. Su un’area di 200 ettari sono state concentrate sette discariche, tra le più grandi della Campania, compresa la Resit, oltre 62mila metri quadri dove è stato sversato ogni sorta di rifiuto industriale, anche i fanghi pericolosi dell’Acna di Cengio.

   E lì accanto c’è un terreno, San Giuseppiello, di proprietà del pentito di camorra Gaetano Vassallo, che come lui stesso ha dichiarato, è imbottito di rifiuti di ogni tipo. Sull’avvelenamento di quest’area nel novembre del 2013 è stata inflitta una condanna esemplare: Francesco Bidognetti, boss dei Casalesi, è stato condannato a vent’anni di carcere con giudizio abbreviato per «associazione camorristica finalizzata all’avvelenamento della falda acquifera e al disastro ambientale», per aver seppellito rifiuti tossici nella discarica Resit, di proprietà dell’avvocato Cipriano Chianese, definito dalla magistratura come uno degli inventori della “Ecomafia” e imputato davanti alla V sezione della Corte d’Assise di Napoli per avvelenamento delle falde e disastro ambientale insieme ad altre 38 persone.

   La discarica ora è sequestrata, circondata da plastica arancione. Ogni sei ore i custodi si danno il turno in un container precario, in cui si entra ed esce tramite una scaletta di ferro. «Siamo qui 24 ore su 24 a respirare questa puzza, è biogas», dice il guardiano di turno, «siamo qui da soli, a farci compagnia ci sono solo questi cani. Ed è da 16 mesi che non veniamo pagati».

   Giovanni Balestri è un geologo fiorentino, che da 15 anni va su e giù con la sua auto a fare carotaggi, prelievi delle acque e voli aerei per la mappatura termica delle zone inquinate per conto della Procura di Napoli. Dal 2004 studia anche l’area vasta di Giugliano. «Ho avuto a che fare con le dichiarazioni di Gaetano Vassallo, che nasce e cresce con i rifiuti. Carmine Schiavone in confronto è un battitore libero», racconta Balestri dopo una giornata di prelievi, seduto al tavolo di un piccolo albergo alle porte di Caserta.

   «Vassallo ha dato tante indicazioni, che sono state verificate e sono risultate coerenti. Ma se non ci arriva lui, ci arrivo io con la mia tecnologia. Scegliamo i luoghi da analizzare sulla base dell’archivio storico delle foto aeree che vanno dal dopoguerra in poi. Vedo il terreno iniziale, osservo se magari ha una strada larga sei metri quando invece dovrebbe passarci solo un contadino. Cosa ci fa una strada di sei metri in un terreno di contadini? Ci passano i camion. Guardando le foto, incrocio i dati e mi faccio un elenco 60 siti potenzialmente trafficati e uno per uno li andiamo a verificare».

   Ma se il pentito non indica luoghi specifici, «non è che non lo fa nessuno. L’unica cosa lui mi può dire è più a destra o sinistra, ma se lui se lo dimentica, io con la geofisica, la geoelettrica me lo scopro da solo. Lui serve solo per farmi risparmiare tempo».

   Le perizie di Balestri hanno portato alla condanna di Bidognetti. E sua è la famosa relazione di 290 pagine in cui si dice che la contaminazione nell’area vasta di Giugliano è così grave che entro il 2064 provocherà un disastro ambientale.

   «Ho calcolato che se la contaminazione è cominciata nel 1985 ed è arrivata a trenta meri sotto il terreno, mancano dieci metri alla falda che è a meno quaranta», racconta. «Se dovesse accumularsi percolato a meno trenta metri, quel tufo e quella pozzolana potrebbero essere attraversati dal percolato in 79 anni. Se 25 anni sono già passati, nel 2064 si arriva alla falda. Se tutto dovesse essere fermo, la natura farà sì che il percolato arrivi in falda».

   Cosa si può fare per evitare un tale disastro? Dall’agosto del 2010 la patata bollente della messa in sicurezza e della bonifica di Giugliano è nelle mani del commissario regionale per le bonifiche Mario De Biase, ex sindaco di Salerno nominato da Antonio Bassolino e confermato da Stefano Caldoro, che da tre anni effettua analisi e carotaggi tramite la Sogesid, società del ministero dell’Economia.

   Le analisi di De Biase, affiancato da un team di tecnici, si sono allargate oltre i 200 ettari di Giugliano a un’area di 2mila ettari intorno all’epicentro delle discariche per capire quanto i contaminanti avessero inquinato i terreni circostanti.

   De Biase trasmette quello che fa alla procura, poi il pm Alessandro Milita trasmette i documenti a Balestri per avere un parere. «Fatta la caratterizzazione», racconta il commissario nel suo ufficio del quartiere Santa Lucia di Napoli, «l’area è stata poi suddivisa in celle e per ogni cella è stato analizzato un pozzo. In tutto sono stati analizzati cento pozzi. Il risultato è che la falda acquifera è contaminata di cov, composti organici volatili, che possono essere cancerogeni. Con una ordinanza del Comune abbiamo così interdetto i pozzi per l’uso agricolo e animale».

   E soprattutto come fonte per l’acqua da bere. A questo punto la domanda è stata: se l’acqua è contaminata, la frutta e la verdura che vengono irrigati con quest’acqua come sono? «Il discorso che si faceva è che se l’acqua è inquinata i prodotti non possono che essere inquinati. Era un pregiudizio comune, anche mio. Ma chi lo diceva che era vero?».

   Con l’Istituto superiore di sanità, De Biase ha analizzato per due anni, tra il 2011 e il 2012, la frutta e la verdura coltivati nell’area. Anche Balestri ha svolto alcune delle analisi. «Io ho studiato le piante», racconta. «La pianta certamente ne risente, ma questo non vuol dire che non si possa mangiare la pesca e che il frutto sia chimicamente alterato. Vuol dire che la pianta è stressata: le foglie risultano ingiallite e il fusto ha una sudorazione gommosa. Per vedere se frutto o ortaggio è chimicamente alterato, bisogna fare analisi sui frutti».

   Ed è quello che ha fatto l’Istituto superiore di sanità. «Abbiamo raccolto trenta prodotti diversi», racconta De Biase. «Prima la frutta e non c’era niente; poi abbiamo visto gli ortaggi e non c’era niente; poi quelli a foglia larga e non c’era niente, poi le fragole e non c’era niente. Abbiamo fatto anche le analisi dei metalli pesanti: sono risultati tutti sotto la soglia di rilevabilità e sotto le soglie indicate per cromo e mercurio dalla Comunità europea. Ma quando io ho cominciato a diffondere questi risultati, sono stato dileggiato da tutti: o ero ignorante, o ero colluso, o ero scafesso».

   E don Patriciello? E il pomodoro avvelenato delle Iene? Ancora una volta: chi ha ragione? «Che ci siano anomalie e degrado ambientale è fuori di dubbio, ma è criminale prendere la mamma di un bambino morto di tumore e farla assurgere a simbolo di correlazione, anche se lo fa un prete. Patriciello ha cominciato la vicenda portando i pomodori sull’altare, ma l’analisi di quei pomodori io non sono mai riuscito ad averle», dice De Biase.

   «Le Iene hanno preso una pianta di pomodoro e l’hanno fatta analizzare: quella scena l’hanno vista milioni di consumatori italiani, quella è una mistificazione. Il campionamento di un prodotto si fa con un protocollo, si fa delimitando area, facendo la doppia v, va prelevato solo frutto sano, emendato di ogni ammaccatura. Le Iene prendono una pianta con le spalle alla Resit quando c’erano ancora le fumarole di vapore acqueo da mineralizzazione dei rifiuti, dicendo che le radici possono essere equiparate a una carota o una patata, le foglie della pianta all’insalata. Perché tu ti mangi le radici di pomodoro? Sul terreno di San Giuseppiello pianteremo i pioppi perché le radici sono in grado di attirare i metalli pesanti, ma mica mi mangio quelle radici! Bisogna distinguere pianta per pianta. E poi le analisi sono state fatte da un laboratorio di Bergamo adibito agli studi di fattibilità per le cucine industriali. Io faccio protocolli da anni, poi arriva uno con sei milioni di audience e una pianta di pomodoro in mano e pensa di dire la verità!».

   Ma è possibile che un consumatore possa recepire l’idea che accanto al muro di una discarica ci sono fragole sane? «Per un problema etico di comunicazione e rassicurazione bisogna trovare un modo per avere un’area di no food accanto a questi siti, che però non può essere obbligatoriamente imposto. Qualsiasi Tar lo rigetterebbe, visto che i prodotti coltivati risultano sani. Quindi bisogna pensare a degli incentivi per gli agricoltori: avere 50 metri di bosco intorno alla Resit quanto costa? Quanto guadagni con queste stramaledette fragole? Te lo pago io pubblico. Ma per me oggi è indispensabile questo, e lo dico io che affermo che i prodotti non sono contaminati».

   Dell’Area Vasta di Giugliano, quattro terreni sono stati interdetti all’uso agricolo: «Uno è San Giuseppiello, dove Vassallo ha dichiarato di aver sversato rifiuti, in un altro sono stati trovati valori maggiori di arsenico che qui già sono alti per il terreno vulcanico e forse sono dovuti a un uso sbagliato degli anticrittogamici, in un altro abbiamo trovato clorometano in suolo, l’ultimo è un terreno non coltivato in cui negli anni Cinquanta c’era un canale che probabilmente è stato interrato nel corso degli anni con rifiuti vari, e infatti lo abbiamo trovato contaminato con rifiuti solidi urbani».

   Nonostante l’allarme sia vecchio di anni e anni, il lavoro di De Biase e colleghi è ancora agli inizi. «Qui non so ancora che fare», ammette De Biase. «Perché il mio presupposto è che i suoli agricoli debbano rimanere tali, senza trasformarli in suoli industriali e risolvere tutto così. Servirebbe però il lavaggio del suolo, ma costa l’ira di Dio. E qui i 48 milioni di euro che mi avevano dato sono finiti. L’ho detto anche al ministro Orlando, che mi ha chiamato chiedendomi tre milioni per annunciare in conferenza stampa i voli per la mappatura. Tutte le attività che sto facendo sono tutte in danno ai privati».

3. “DIVIDERE IL BUONO DAL CATTIVO”
Ma allora come si può salvare un’area di 2mila metri quadri e tutta la Campania? «A San Giuseppiello stiamo provando a sperimentare la fitodepurazione con le piante bonificanti», spiega De Biase, che un tecnico non è, ma in questi anni ha studiato molto (qualcuno dice che la “relazione Balestri” sia fissa sul suo comodino). «Stiamo pensando di piantare pioppi, coinvolgendo l’università locale.

   Le radici dei pioppi sono in grado di attirare i metalli pesanti. Mentre per la messa in sicurezza della Resit e delle altre discariche, bisogna intervenire con la copertura per fare in modo che l’acqua piovana non attraversi più i rifiuti speciali diventando percolato, e poi bisogna estrarre il percolato e il biogas. Ed è anche necessario mettere la gramigna sopra, che è anche ignifuga, altrimenti d’estate rischia di bruciare. Tutto intorno poi bisogna creare una fascia di alberi ad alto fusto per confinare la ferita. Per dire: questa è la Resit, ma è isolata. Il resto è buono».

   E la falda? «Se i contaminanti sono solo composti volatili, la falda si può bonificare come ha detto l’Iss con il processo di air stripping. Detto in napoletano: sbattimiento. I cov all’aria degradano, se l’acqua la butti in una vasca e la agiti, hai risolto. Certo, è un passaggio in più ed è costoso. Oppure c’è il consorzio Basso Volturno, che fornisce l’acqua già a una parte dell’area, basterebbe estendere la rete. Ma ci vogliono 300mila euro di elettricità in più». Balestri è meno ottimista: « Forse l’ossigenazione dell’acqua da sola non basta. Bisogna far sì che gli invasi siano tutti inscatolati da meno 34 metri in poi per fermare la contaminazione della falda. Non si sa se questo è previsto a breve, so solo che ci sono costi molto alti».

   Ma una cosa è la messa in sicurezza, un’altra è la bonifica. «Solo per la bonifica della Resit ci vorrebbero dai 150 agli 800 milioni. Qui di discariche ce ne sono sette», dice De Biase agitando una grande cartina dell’area. «Poi se si prendono in considerazione gli altri 40 siti che andrebbero bonificati in tutta la regione, ci vogliono miliardi. Dove stanno questi soldi? Solo per dire che abbiamo fatto la bonifica? Ma che te ne fotte? L’importante è la messa in sicurezza, purché la discarica non faccia più danno».

   Perché il tema vero, aggiunge, «è invece la bonifica dei suoli agricoli, le discariche trattiamole da discariche. Se poi ci sono criminali che coltivano sulle discariche, quelli sono criminali. A Caivano, ad esempio, c’era una vasca di macerazione della canapa che è stata interrata di rifiuti e c’era un criminale che coltivava sopra, ma quello non è un terreno agricolo, quella è una discarica. La mistificazione è non dire che si coltivava su una discarica. Per mesi hanno detto che si stava coltivando su un terreno agricolo. È come dire ho coltivato i pomodori sopra la Resit».

   Questa confusione tra discariche e suoli agricoli è quella che potrebbe far dire che “moriremo tutti” e che “la Terra dei fuochi è tutta contaminata”. E la confusione esiste già al Catasto. La Resit, ad esempio, risulta come “seminativo” e “frutteto”. Eppure è una discarica. Stessa cosa per Novambiente e Masseria del Pozzo, ma anche per il deposito di ecoballe Ponte Riccio.

   «Ora con la legge sulla Terra dei fuochi entro il 23 febbraio bisognerà fare la mappatura», dice De Biase. «Nel foglio particellare della Resit risulta ancora suolo agricolo. Quando faranno la mappatura capiranno che si tratta di discarica anche se c’è scritto suolo arboreo? Il catasto non ha cambiato la destinazione d’uso. È così dappertutto, si parla di suolo agricolo anche quando effettivamente sono discariche. Speriamo che non sarà così. Se poi esce tra i suoli agricoli contaminati anche la Resit, io farò il pazzo! Continuando così avremo una mappatura di tutta la Campania contaminata. Con il rischio che si uccide l’economia agricola».

   La soluzione che propone Balestri, e che potrebbe essere estesa a tutta la Campania, è che ai contadini vengano dati degli incentivi per effettuare carotaggi in profondità. Perché più che l’acqua, come dice anche De Biase, «la cosa importante sono i terreni».

   E qui il problema è individuare non le discariche conosciute, ma quelle sconosciute. L’agro aversano, ricco di pozzolana, negli anni è stato sventrato per usare questi materiali per l’edilizia. «Ci sono enormi buchi a trenta metri di profondità e quindi visto che hanno reso una volta hanno pensato di farli rendere un’altra volta riempendoli con i rifiuti», racconta Balestri. «Per legge andrebbero ripristinati con terreno vergine agrario, ma costava troppo.

   Tutti quelli che avevano la cava l’hanno riempita di rifiuti. I contadini anziché rompersi la schiena con le pesche, hanno venduto i loro terreni al quintuplo di quello che possono costare e chi li ha comprati smaltendo illegalmente i rifiuti ci ha guadagnato cento volte tanto». Il punto è che se un contadino ha comprato il terreno dopo, «sa quello che c’è a due-tre metri sotto il suo suolo, ma magari non sa quello che c’è a meno trenta metri.

   Per questo servono i controlli in profondità, con un protocollo che devono seguire tutti. Alcuni si stanno facendo le analisi da soli, però lo devono fare seguendo un controllo. Perché chi sa di essere in difetto, può prendere anche fare analizzare il pomodoro preso da un’altra parte».

   Serve, insomma, come ripetono tutti, dai tecnici agli amministratori, una mappatura della regione. Che pure è prevista nella legge sulla Terra dei fuochi. «Qui basterebbe fare un volo con le mie strumentazioni e in un mese è tutto pronto. Si fa l’archivio di foto satellitari, foto aeree, sovrapposizioni, io un lavoro del genere te lo faccio in un mese. E poi possiamo dire dove fare verifiche sul posto e altri terreni escluderli a priori. Se un campo è sempre stato lì, sempre coltivato e la stradina di accesso era quella che è, è inutile a starci a perder tempo. Io i primi voli li ho fatti nel ‘97-’99, ma da allora non è successo nulla».

   È quello che dice anche Stefano Tonziello: «Non abbassare la guardia, ma dividere il buono dal cattivo sì. Vanno risanate le aree e bisogna intervenire sul territorio piantando essenze no food fitoestrattive, che significa piante non destinate all’alimentazione umana, né a quella degli animali. Le radici sono laboratori chimici, se non trovano da mangiare trasformano le sostanze che trovano. Fatto questo, poi devo tutelare le aree food».

   Ma non tutte le piante hanno la stessa capacità fitoestrattiva, le radici sono un filtro che seleziona i materiali di cui cibarsi. «I pomodori ad esempio sono poco fitoestrattivi, il mais lo è molto. Dipende dalle essenze. I broccoli non succhiano l’arsenico, come i pomodori, mentre le tuberose sì».

   Da trent’anni Tonziello, ex insegnante, fa battaglie contro l’inquinamento della sua terra. In questi anni ha visto l’esercito fare dieci viaggi con i camion carichi della spazzatura di Napoli «quando sarebbe bastato un solo autocompattatore e risparmiare benzina». Ha visto l’assoluzione di Bassolino e di Impregilo per l’emergenza rifiuti, «e ora viene fuori che il risarcimento di 1,5 miliardi di euro chiesto per danni è stato già messo a bilancio di Salini». Ha visto spendere «oltre un miliardo di euro, di cui 64 milioni solo per monitorare le aree vaste». Ma «fatte le analisi, sono rimaste analisi». E solo per una volta, racconta sorridendo, «siamo riusciti a far portare indietro i rifiuti di fonderia che venivano da Reggio Emilia, a Morcone, in provincia di Avellino. È stata la nostra unica vittoria».

   Tonziello cammina con un plico di 70 pagine sotto il braccio. Ci sono dati, numeri, procedimenti scientifici che lui propone da quasi dieci anni. E spesso viene anche consultato dalle forze dell’ordine. «Dire che i nostri prodotti non sono buoni, fare di tutta l’erba un fascio significa fare solo confusione e dietro a questa confusione ci sono molti miliardi spesi», dice. «Nel momento in cui circoscriviamo le aree vaste più altra piccola area, circoscriviamo il problema, dicendo che in queste aree non si produce più un chilo di cibo. Così noi siamo tranquilli. Se passa questo principio, noi abbiamo risolto il problema. Ma è una cosa disponibile non da oggi, è dal 2005 che le aree vaste sono state individuate. La Resit è del 1985! Di mappature ce ne sono anche troppe».

4. CAMPANIA TERRA DI TUMORI?
E i tumori? È vero che nella Terra dei fuochi si muore di più? Tutti ripetono: «Qui non c’è una famiglia senza un parente morto di cancro». Lo ripete don Patriciello. Lo ripetono alcuni medici di famiglia, come Luigi Costanzo, di Frattamaggiore: «Negli ultimi cinque anni nel mio distretto i codici di esenzione da ticket richiesti per le neoplasie sono triplicati».

   E il rapporto di Legambiente “Terra dei fuochi: radiografia di un ecocidio”, del novembre 2013, cita l’Istituto superiore di sanità: «Per la mortalità generale, nelle 5 categorie di Comuni il rischio cresce mediamente del 2%, in entrambi i sessi, da una categoria a minor pressione ambientale alla successiva a pressione più elevata, con un trend statisticamente significativo. Confrontando il gruppo dei Comuni a maggior rischio ambientale con quello di riferimento si osserva un eccesso di mortalità generale del 9% per gli uomini e del 12% per le donne».

   Ma un oncologo come Umberto Veronesi è scettico. «Allo stato attuale delle conoscenze ci sembra di poter escludere che i vegetali che crescono in questa zona siano inquinati, perché le radici delle piante sono un filtro molto selettivo per le sostanze tossiche», dice al Mattino, e chiede l’istituzione di un «registro tumori».

   Anche Mario Fusco, responsabile regionale del registro tumori, che è stato istituito ma ancora non è partito (serve almeno un triennio per raccogliere tutti i dati), sostiene che «i dati scientifici non esistono». E precisa: «La paura la capisco nell’uomo della strada e nel parroco che agisce in buona fede, ma non nello scienziato». E non è un caso che il 16 novembre 2013, insieme a don Patriciello, in piazza a Napoli siano scese 100mila persone raccolte tramite l’hashtag #fiumeinpiena. A sfilare c’erano anche le mamme con le foto dei propri bambini morti, i morticini. E sugli striscioni era scritto: «‘A terra è nostra e non s’adda tuccà»; «Stop biocidio».

   Ma ci sono anche scienziati che parlano di “biocidio”. Come Antonio Giordano, oncologo napoletano e direttore dello “Sbarro Institute for Cancer Research and Molecular Medicine” di Philadelphia, che ha condotto un’analisi sulla salute dei cittadini campani. «Certamante in Campania abbiamo riscontrato un’incidenza tumorale superiore rispetto al resto d’Italia. Ci si ammala di più e prima», dice. Giordano cita uno studio pubblicato sulla rivista Cancer Biology & Therapy, Wasting lives: the effects of toxic waste exposure on health. The case of Campania, Southern Italy”, coordinato da lui stesso, in cui si «evidenziava l’aumento delle morti per cancro in Campania, il 22% in più (+9,2% per gli uomini e +12,4% per le donne), e delle malformazioni congenite, soprattutto urogenitali e del sistema nervoso: 82% in più per le prime e 84% per le seconde, rispetto ai valori normali.

   Queste patologie si sono registrate nelle zone dove la gestione dello smaltimento dell’immondizia ha fallito e il traffico illegale di sostanze tossiche è stato ampiamente documentato. I dati raccolti in questo studio, fino al 2009, dimostrano chiaramente che i decessi per tumore – carcinomi della mammella, epatocarcinomi, tumori del colon – sono in eccesso rispetto ai dati previsti e la causa è lo sversamento illegale di rifuti tossici». E con la contaminazione delle falde acquifere, dei terreni e dell’aria, «è ovvio che siano stati compromessi anche i cibi».

 Eppure, aggiunge, «il cancro è una malattia multifattoriale e anche gli stili di vita come il fumo di sigaretta, l’assunzione delle sostanze alcooliche o una scorretta alimentazione giocano un ruolo dell’insorgenza della malattia. Tuttavia, in più di un caso è capitato che autorevoli ministri della Salute hanno ritenuto di dover imputare l’aumento delle patologie tumorale, in terre fortemente contaminate, agli stili di vita piuttosto che alla inconfutabile presenza di rifiuti tossici».

   In effetti, da Balduzzi a Lorenzin, è stata sollevata quella che tutti chiamano la “teoria degli stili di vita”. La Campania è la regione con il tasso di obesità giovanile più alto d’Italia, oltre che la regione con la più alta percentuale di fumatori tra le persone tra i 14 anni in su, e anche questo inciderebbe sulla diffusione dei tumori.

   Stabilire una relazione di causa ed effetto tra il cibo di queste terre e i tumori, insomma, sembra impossibile. «La causa ed effetto non esiste», spiega Stefano Tonziello, «ma le concause ed effetto sì. Se vivo con stili di vita ottimali e vivo in un ambiente malsano, non c’è stile di vita che tenga. Ma se mangio dei broccoli di un territorio non vuol dire che mi viene per forza il cancro. Esistono concause. Certo non tutti si ammalano, però se vivo vicino alle discariche ho dieci volte di possibilità in più di ammalarmi rispetto a chi sta a Capri».

   E c’è una bella differenza tra i rifiuti che stanno sotto il terreno e quelli che stanno sopra. Tra i rifiuti che bruciano e producono diossina e i terreni imbottiti di liquami. Lo dicono sia Tonziello sia Balestri: «I metalli pesanti presenti in acqua si accumulano nell’organismo, ecco perché l’acqua contaminata non va bevuta. Un’altra cosa è la diossina. Il problema sono eventuali mutazioni genetiche a livello cromosomico che la mamma può trasmette al figlio. Le mutazioni genetiche possono essere causate dall’accumulo di diossina nel corpo. La diossina che viene dalla combustione dei rifiuti ricade come particella sugli ortaggi, ma se vengono lavati bene non c’è pericolo, perché la diossina non è idrosolubile. Il problema è la diossina che finisce sull’erba. La pecora e la mucca la mangiano; la diossina si accumula nei grassi degli animali e nel latte, poi viene trasmessa all’uomo che lo consuma. Queste sostanze possono creare modificazioni nella riproduzione cellulare che portano alle disfunzioni ereditarie anche per i bambini».

   Questa potrebbe essere una delle spiegazioni per cui i bambini di uno, due, tre anni possono ammalarsi. Ma «non significa che ci si ammala perché è stata mangiata la fragola», precisa Balestri. «Il nesso di causalità in medicina non ha molto senso, non si può dire che è solo quello, ci sono una serie di concause, non è possibile scinderle. Non si proverà mai che 100 chili di fragole di Giugliano corrispondono a un aumento dell’incidenza di tumore di uno su un milione».

   Mangiare o non mangiare, quindi? Sulla Terra dei fuochi si sono espressi scienziati e predicatori, con il rischio – spesso – di confondere le parole con i fatti. Alessandro Barbano, direttore del Mattino, il 15 novembre dice nel videoeditoriale “L’allarmismo è peggio dei veleni”: «La Terra dei fuochi sta diventando il terreno su cui pentiti di camorra, capipopolo, giornalisti a caccia di scoop, politici dal consenso debole e ambientalisti dell’ultima ora stanno giocando una partita che nulla ha a che fare con il destino delle popolazioni, che sono le uniche vittime». E qui se muore anche l’agricoltura, questa terra rischia di essere vittima due volte.

   «Prima i contadini della zona», racconta la proprietaria di un bar di fronte al mercato ortofrutticolo di Giugliano, «passavano e ci regalavano qualcosa a fine giornata. Ora non accettiamo più niente. Andiamo a comprare frutta e verdura da qualche altra parte, anche se magari la roba sempre da qua viene. E io c’ho avuto tanti familiari che si sono ammalati di tumore».

   E l’acqua? «Quella non la possiamo più bere. Questa terra rischia di morire. In questo bar prima non c’era spazio per prendere il caffè, il bar era pieno dei camionisti che passavano dal mercato ortofrutticolo e qui fuori i camion erano parcheggiati uno dietro l’altro, ora non è rimasto più nessuno». (Lidia Baratta)

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TERRA DEI FUOCHI, SOLO IL 2 PER CENTO DEI TERRENI È SOSPETTO

da “IL FOGLIO” del 12/3/2014

   Un’indagine del governo ridimensiona l’allarme in Campania. L’inchiesta del Foglio e i dubbi della scienza

Appena il 2 per cento delle aree mappate in 57 comuni campani è ritenuto sospetto. Sono 21,5 km quadrati, di cui 9,2 destinati all’agricoltura, su un totale di 1076 km quadrati.

   Sono stati individuati 51 siti per i quali risulta necessario che siano proposte in via prioritaria misure di salvaguardia per garantire al sicurezza delal produzione agroalimentare, per un totale di 64 etari di suolo agricolo. I dati sono stati diffusi ieri pomeriggio nel corso di una conferenza stampa tenuta a Palazzo Chigi dai ministri delle Politiche Agricole, Maurizio Martina, della Salute, Beatrice Lorenzin, e dell’Ambiente, GianLuca Galetti, e il governatore campano Stefano Caldoro, che illustrava i risultati delle indagini tecniche per la mappatura dei terreni destinati all’agricoltura nella regione Campania.

   Un mese fa SALVATORE MERLO ha condotto un’inchiesta nella Terra dei fuochi raccontando la Campania percepita, quella dei rifiuti che “ci ammazzeranno tutti”, dove le fragole sono buone, i preti maledicono i pomodori e gli scienziati sono meno creduti dei camorristi.

8 febbraio 2014

BALLE INCENDIARIE: NELLA TERRA DEI FUOCHI FATUI

di Salvatore Merlo, da “il Foglio” del 8/2/2014

– Viaggio disincantato nella Campania percepita, quella dei rifiuti che “ci ammazzeranno tutti”, dove le fragole sono buone, i preti maledicono i pomodori e gli scienziati sono meno creduti dei camorristi –

   Giugliano, provincia di Napoli. Una decina di ragazzetti maschi e femmine, zingarelli scurissimi, cenciosi, i capelli di pece e le narici fervide, mobili come passeri e diffidenti come gatti. Sfilano scalzi lungo la strada statale, alle spalle dell’immensa discarica sequestrata. Seguono una scalcinata serpentina d’asmatici furgoncini, Ape Piaggio dall’aria decrepita e stracarichi d’ogni tipo di rifiuti cittadini, vecchi copertoni d’auto, chili di cavi elettrici ancora coperti di plastica, dimenticate videocassette Vhs, dischi in vinile, scarpe rotte.

   Per niente intimoriti dalla presenza d’estranei, che devono aver rapidamente giudicato inoffensivi, imboccano una stradetta tortuosa che s’addentra come un’ansa di fiume in una campagna rigogliosa e infernale, sudicia come un sobborgo cittadino, tra un albero da frutto e la carcassa d’un frigorifero, un mezzo salotto sfondato e abbandonato così, in mezzo all’erba e al fango.

   I movimenti dei bambini sono una danza leggera e confusa, un moto da telaio intorno alla catasta di robaccia che stanno costruendo in una radura che ha la superstrada come orizzonte. Preparano un cumulo di monnezza cui sarà dato fuoco nel corso della notte, ammonticchiano spazzatura su spazzatura e calpestano altra, preesistente spazzatura: carte d’imballaggio, di maccheroni, fogli di quaderni, a liste, a pallottole, a foglie morte, a trucioli e a coppetti, carte e bucce di arance, bambole decapitate, senza dire dei resti di quella che sembra plastica fusa, catrame e una strana, mefitica guazza oleosa su cui questi ragazzini sciamano scalzi con surreale e infantile allegria.

   La chiamano Terra dei fuochi. E tentare di raccapezzarcisi, all’inizio, dà le vertigini. Incredibile è la parola che ci vuole. Ma incredibile è anche l’Italia, e bisogna andare in Campania per constatare quanto è incredibile l’Italia, con le sue follie, il suo circo mediatico.

   Che cos’è l’emotività, come si scatena una psicosi in una terra in cui la disgrazia è il prolungamento della normalità? Me lo chiedo mentre passeggio su un campo coltivato a fragole nelle campagne di Giugliano, a mezz’ora di macchina da Napoli. Se sollevo appena lo sguardo ho di fronte la recinzione della più grande discarica abusiva della Campania, appezzamenti di terra imbottiti di schifezze, duecento chilometri quadrati avvelenati dal clan dei casalesi in quasi vent’anni di attività criminale e oggi sequestrati. Ma le fragole di Giugliano, come dice il contadino che le guarda amorevole e preoccupato, “sono buone”. Sono cioè commestibili, sane, non contaminate.

   Lo dice il Nucleo anti sofisticazione dei carabinieri, il Nas. Da tre anni è in corso, con i pochi mezzi della regione, un lungo processo di messa in sicurezza per oltre duemila chilometri quadrati intorno al cuore marcio della discarica. Ma la televisione, il New York Times, le telecamere di mezzo mondo sono arrivate soltanto adesso, e con allarme, dopo le parole di Carmine Schiavone, pentito di Camorra, appena uscito dal programma di protezione, ospite fisso dei talk-show di La7, Sky e Mediaset, autore di rivelazioni ancora prive di riscontri e giudicate poco attendibili o estremamente generiche dai magistrati. Ma non dai giornalisti.

   Schiavone sta per pubblicare un libro, offre anche due, tre, interviste al giorno. Nel salotto di casa, sul caminetto, ha appeso un foglio, è un carnet d’appuntamenti con giornalisti di mezza Europa, francesi, inglesi, svedesi, anche americani. A ciascuno ripete: “Qui moriranno tutti di cancro”. E non solo i giornalisti, ma anche la popolazione crede più a lui che ai carabinieri, ai funzionari dell’Asl, ai medici dell’Istituto superiore di sanità.

   Qui il mondo è sottosopra, povertà e collusione, corruzione e ignoranza, decenni di mala gestione amministrativa hanno come ispessito un atavico sentimento di diffidenza, l’idea spagnolesca che lo stato sia ostile e un po’ nemico. La famiglia è l’unico istituto veramente vivo nella coscienza del napoletano, lo Stato – con la esse maiuscola – è fuori: impone le tasse, il divieto di sosta, i carabinieri; è un’entità realizzata dalla forza ma che si può aggirare con la furbizia e la lusinga. Dunque è prepotente e anche un po’ cialtrone, meglio diffidare.

   Così quando il dottor Mario Fusco, il responsabile regionale del registro tumori, esprime perplessità, dice con cautela di medico e funzionario che “i dati scientifici non dimostrano ancora nulla”, “andiamoci piano”, “le cause di neoplasia sono molteplici”, alla meglio viene snobbato, alla peggio gli danno del politicante, del servo, persino del camorrista. Eppure anche Umberto Veronesi, l’oncologo, il luminare, ha detto la stessa cosa in un’intervista al Mattino di Napoli.

   Ecco, adesso abbasso lo sguardo e ci sono invece le fragole di Giugliano, coperte da una leggera e morbida peluria, sono il frutto più delicato che ci sia. La prima piantina dista appena trenta metri dalla discarica dei veleni. Ed ecco il paradosso: il contadino le mangia queste fragole, e le vende. Queste di Giugliano sono forse le fragole più controllate del mondo, e sono fragole sane, pulite, commestibili, lo hanno certificato le analisi del Nas dei carabinieri e anche quelle del commissario speciale per la bonifica di quest’area infelice, la ex Resit.

   Dice Umberto Veronesi: “Allo stato attuale delle conoscenze ci sembra di poter escludere che i vegetali che crescono in questa zona siano inquinati, perché le radici delle piante sono un filtro molto selettivo per le sostanze tossiche”. E non c’è un solo prodotto agricolo di questa area che sia risultato nocivo per la salute, contaminato. “Ma come si fa a dirlo? Non posso nemmeno dirlo, non ci crede nessuno, dicono che sono colluso. Mi insultano”, esplode Mario De Biase, il commissario alla bonifica, salernitano, ex funzionario del Pci, uomo burbero, compenetrato nella sua difficile funzione, ma pragmatico, senza orgogli luciferini.

   E il commissario alla bonifica quasi si strappa i radi capelli dalla testa. La grande distribuzione internazionale continua a comprare, effettua i suoi controlli di qualità, come hanno sempre fatto i mega supermercati della Germania e della Francia che acquistano i prodotti dell’agroalimentare campano. Sono gli italiani che non comprano più.

   La Doria è una famosa azienda che inscatola pomodori pelati, vende il sugo per la pasta, la passata, la polpa. Non produce qui a Giugliano, ma a Salerno, ottanta chilometri a sud-est, ha stabilimenti a Potenza e a Ravenna. Eppure negli ultimi due mesi, in corrispondenza delle interviste fatte a Schiavone, La Doria ha subìto una flessione del 30 per cento nelle proprie vendite. Potere dei pentiti. Lo stesso accade all’acqua Ferrarelle, che sgorga a settanta chilometri da Giugliano, e ad altri marchi prestigiosi e lontanissimi da questa terra disgraziata; anche alle industrie di Antonio D’Amato che, tra le altre cose, impasta con l’acqua napoletana (quella della rete idrica, controllata. Sono alcuni pozzi di campagna a essere stati compromessi) la farina per comporre le cialde sulle quali poi d’estate mangiamo il gelato. A maggio del 2013 don Maurizio Patriciello, parroco di Parco Verde a Caivano, periferia della periferia, ha poggiato una cassa di pomodori sull’altare. “Questo pomodoro è maledetto”.

   Oggi aspetto don Patriciello di fronte al cancello di questa sua chiesa costruita nel ’92, circondata da cancelli e muri, decoroso fortino in un sobborgo in cui tutto comunica una grammatica di violenza e banalissimo degrado. Una donna di mezz’età, muso truccato a girasole, scarpe coi tacchi alti a sostenere una persona tracagnotta e un paio di gambe gremite di vene varicose e scoperte fin al di sopra dei livelli della più audace minigonna, attraversa la strada. Mi passa di fronte.

   Due uomini a cavallo d’un motorino girano e rigirano intorno all’isolato, vanno per serpentine, per semicerchi, occhiuti come sentinelle, hanno il volto coperto. Questo quartiere è un mercato della droga, il commissario di polizia mi ha avvertito, con ritmo algebrico: “Quattromila abitanti, milleduecentosessanta pregiudicati. Case popolari costruite dopo il terremoto del 1980”. Ecco la donna che avanza come un carro caracollante, i seni esplosivi ballonzolanti nelle libere vesti e il fiato pesante delle donne dei cannibali. Uno dei giovani in motorino le lancia addosso un fiume d’improperi come un secchio d’intestini fumanti. Lei scappa.

   E quello che sento è un dialetto marcio come le strade ricolme di monnezza e le case popolari dai muri umidi di spugna. In alcuni angoli di Chiaia e del Vomero, o in un ottocentesco caffè di via Caracciolo, in centro a Napoli, dove il barman accoglie gli avventori in livrea rossa, talvolta può capitare di sentir parlare qualche anziano signore in palandrana con quel tono dialettal-borbonico che ricorda l’ironica inflessione di Totò o di Carlo Croccolo, con l’intercalare morbido e fatuo, “bellezza mia”… Ma qui è un’altra lingua.

   Questa non è la città di Croce né di Scarpetta, né di Viviani né di De Filippo, né di Di Giacomo né della Serao né di La Capria. I ragazzi in motorino e le donne rotonde, dall’aspetto burbanzoso, si esprimono in un dialetto deciso e canagliesco, niente di simpatico e nemmeno di pittoresco.

   Persino l’aria che respiro, mentre aspetto don Patriciello, qui a Parco Verde – strana ironia per un posto che di verde non ha proprio nulla – sa di polvere umida e d’altri innominabili residui ed essenze; sa di pulizia sommaria, di trascuratezza, di abbandono. “Tutto è cominciato una notte d’estate, dal caldo si dormiva con le finestre aperte. Una puzza. Ma una puzza. Ho sollevato lo sguardo verso il crocifisso: ‘Che cosa mi stai chiedendo?’”.

   Don Patriciello si passa le grosse mani sui capelli brizzolati, le tonde guance chiare, lievemente curvo, le palpebre dalle ciglia femminee che dietro gli occhiali nascondono in parte pupille sfuggenti, su un volto composto nell’espressione remissiva da parroco di frontiera. “Io non sono professore”, dice. “Ma qui non c’è famiglia senza un morto o un malato di cancro. Non faccio diagnosi, ma vedo i sintomi”.

   Gli squilla il telefono. E’ un comitato pugliese, gli chiedono quanta gente potrà portare in piazza. Gli chiedono se ha a disposizione i pullman, risponde di sì. Rimette il telefono in tasca. “Sono quelli che lavorano con Pino Aprile. O’ scrittore. Un amico”, mi dice. “Mi trovo a essere la voce del sud”, spiega, “l’ho anche detto a Napolitano”.

   E qui mi racconta di come la sera del 31 dicembre il presidente della Repubblica ha cambiato il suo discorso di fine anno dopo una telefonata con lui, don Patriciello. “Ricevetti una chiamata dagli uffici del Quirinale. Consigliai di far inserire al presidente un passaggio sulla Terra dei Fuochi. E il presidente l’ha fatto, si sentiva che quel passaggio era incongruo, come inserito all’ultimo momento nel corpo del discorso”.

   Il telefono squilla ancora. “C’è stato un altro morto di cancro, a Casalnuovo. Qui sono venuti anche quelli delle Iene, hanno fatto un gran servizio. Siamo diventati amici. Questa terra è maledetta. Maledetta. L’aumento dei tumori tra il 2008 e il 2012 ha avuto un incremento del 300 per cento”. Scusi, ma non c’è nessuno studio scientifico che lo dimostri. Veronesi è scettico, l’Istituto superiore di Sanità pure. “Ma a Frattamaggiore c’è un medico, Luigi Costanzo, che ha fatto una ricerca. Tu l’hai visto il film di Domenico Iannacone sulle tombe del cimitero di Caivano?”. No. “Ogni anno trecento morti, il settanta per cento di cancro”.

   Il 16 novembre, questo prete cinquantottenne che da laico faceva il paramedico ha portato in piazza a Napoli centomila persone. Il 9 e 10 novembre è stato invece organizzato un “biocidio tour” internazionale. Ed ecco un’altra espressione tremenda, un altro fuoco: “Biocidio”. “Stop al biocidio” si legge sui cavalcavia del trafficatissimo Asse Mediano e persino in Piazza Dante, nel cuore di Napoli, alle spalle del monumento vandalizzato che raffigura un severo e malcapitato Dante Alighieri al centro d’una delle piazze più belle e trascurate d’Italia. La potenza della Terra dei Fuochi sta anche nell’aver coniato parole nuove, reso amichevoli espressioni disgustose come “sversare”, “percolato”, “eco balle”, “biocidio”; nell’aver mostrificato cose familiari e un tempo rassicuranti come la frutta e la verdura, il pomodoro e le fragole.

   Adesso persino i quadri di Arcimboldo, i suoi volti umani composti d’ortaggi e di fiori, d’uva e di cipolle, a ben osservarli sembrano attraversati da un’ombra ostile, un ghigno inquietante. Don Patriciello fa roteare con la mano sinistra il suo rosario, come un lazzo. “Impazzisco quando negano l’evidenza”. E mi mostra le foto dei bambini ammalati. Le storie sono lancinanti, non c’è dolore più grande della perdita d’un figlio, un’eco di sconforto quasi insopportabile ci avvolge entrambi. Ma non vi fidate dei medici, dell’Istituto superiore di Sanità, dell’Asl, dello stato? Il prete ascolta senza dire niente, inclinando la testa, con un’espressione di attenzione e di segreto calcolo. “Abbiamo mandato settantacinquemila cartoline come questa a Papa Francesco”.

   Lo saluto mentre si allontana in automobile, stasera presenta il suo libro, s’intitola “Vangelo dalla Terra dei Fuochi”. A pagina 96 si legge una preghiera al camorrista pentito Schiavone, il vecchio zio dai cinquantotto “circa” omicidi: “Carmine, fratello mio, stiamo soffrendo. E’ giunta l’ora del coraggio e della verità. Aiutaci tu a svergognare questi loschi figuri nascosti dietro la cravatta e il computer”. Fuori dalla chiesa ritrovo il quartiere dormitorio, il motorino è scomparso, due grasse e muscolute comari chiacchierano con i palmi ben piantati sui colmi delle ardue pance. Accendo una sigaretta con l’autista, Enzo. “Bisognerebbe trovare un uomo di scienza”, mi dice.

   Ed ecco la parola chiave, l’illuminazione improvvisa. L’uomo che possedesse “la scienza”. E forse questa terra cerca il guaritore, lo stregone, l’illuminato, il ciarlatano. La dimensione è quella dei derelitti, sembra avvolgerli come un sentimento di collera, di speranza e di diffidenza, di millenarismo e di paura. Si affiderebbero a chiunque. Sono pronti a credere a chiunque. Purché non sia lo stato.

   Carmine Schiavone  passeggia per Casal di Principe, silenzioso paesone di camorra in provincia di Caserta. Ha l’aria simpatica di un vecchio zio, saggio e bonario – quante persone ha ammazzato? “Credo cinquantotto”, dice. Gusta il caffè con lentezza, in un mutismo disteso.

   Qualche volta quando parla si confonde, racconta dettagli incomprensibili, parla come se avesse di fronte un ufficiale di polizia o un magistrato inquirente: cita nomi, fatti, personaggi evidentemente sconosciuti al suo interlocutore, e così lo porta lontano e poi solo a fatica si fa ricondurre indietro. Sembra disordinato nei pensieri.

   Eppure con gli occhi, che tra le palpebre paiono diventati due acquose fessure, sprizza d’improvviso un’intelligenza vivace ma remota, come assestata, volutamente occultata lì in fondo allo sguardo indecifrabile, da qualche parte, come pronta a balzare fuori con un lampo feroce. E forte si fa il sospetto d’una sottile doppiezza di questo anziano settantenne che tra i casalesi era considerato l’uomo di mondo, quello brillante, l’istruito, l’unico con il diploma di scuola superiore.

   Ma lei ha sul serio visto interrare dei fusti ricolmi di scorie radioattive? “Me lo hanno detto”. E dove sono? “Qui, là, tutt’intorno a noi. Ci hanno costruito sopra. Ed è così anche in Sicilia, in Calabria, persino in Liguria. A La Spezia. Andate e scavate”.

   Raffaele Cantone, il magistrato che ha annientato i  casalesi, invece sussurra poche parole: “Dice stupidaggini”. E sono altri i pentiti che hanno indicato le zone in cui la criminalità seppelliva rifiuti industriali, chimici e cittadini, e si tratta di quattro vasti appezzamenti di terra distribuiti e circoscritti tra Napoli e Caserta, più altri punti a macchia di leopardo: sono stati individuati, recintanti, sequestrati e sottoposti ad accertamenti già parecchi anni fa, in un contesto d’ignoranza, degrado e povertà che coinvolge anche le amministrazioni locali.

   E per capirlo bisogna proprio venire a vedere la condizione d’abbandono di queste campagne dove i gommisti per risparmiare smaltiscono i copertoni inutilizzabili di camion e automobili, mentre alcuni disperati, in cerca di facile guadagno, vengono a bruciare la plastica che ricopre i fili elettrici, per recuperare il rame prezioso e poi rivenderlo. I comuni non raccolgono la spazzatura che in campagna prima veniva seppellita, adesso bruciata, abbandonata sul ciglio della strada, sotto i cavalcavia, dove capita.

   La monnezza è sopra ed è sotto, è un po’ nell’aria e un po’ nell’acqua dei pozzi. Camminare in mezzo alla campagna è un’avventura. Materie immonde incastrate, anzi “azzeccate” sotto i tacchi, un piede che sembra essersi fatto più alto dell’altro per l’incollatura di qualche strano mollicone spugnoso, bucce pelose che fuoriescono dalle suole come zampette di scarafaggi e la necessità alla fine della camminata non solo di spazzolare, ma di passar a fil di coltello le parti sottostanti. O di gettare le scarpe.

   I soldi sono pochi e la sfiducia nelle istituzioni, da queste parti, sfiora il ribellismo, si mescola a una neghittosità tutta meridionale, a strumentalizzazioni politiche, stranezze, fatalismo, tragedia. E in mezzo ci va tutto, persino Giorgio Napolitano, “che sapeva e non ha parlato”. Ma di cosa? Perché? Cercano la monnezza radioattiva, e non vedono quella normale che li seppellisce e li appesta. E’ un movimento di popolo guidato da preti e centri sociali, ragazzi di Beppe Grillo e notabilato di paese, farmacisti, medici generici, oscuri oncologi.

   Ma è la stessa popolazione che, circondata dal paesaggio stravolto di campagne un tempo felici, si oppone alla costruzione dell’inceneritore a Giugliano “perché inquina”. Fino a qualche anno fa veniva assediato l’inceneritore di Acerra, come la discarica regolare di Terzigno doveva essere protetta dall’esercito.

   Paradossi imprendibili. E questa è evidentemente una storia in cui paura, plebeismo, fantasia e realtà formano un impasto micidiale in cui perdersi è facile. Il governo si è interessato del problema soltanto adesso, grazie a Schiavone, il pentito che farfalleggia in tivù sotto i riflettori spettacolari del circo mediatico e straparla d’una terra condannata. E lì, in televisione, sui giornali stranieri, persino sull’Espresso (“Bevi Napoli e poi muori”), si fa un tutt’uno tra i rifiuti interrati e quelli bruciati in superficie, tra gli affari delle lobby criminali e l’incuria amministrativa, l’inciviltà diffusa, l’abitudine di buttare i sacchetti un po’ dove capita, i miasmi veri e quelli fasulli, i fatti e i fattoidi, la cronaca e le leggende.

   “Questa storia mi fa impazzire. Ci morirò”, mi dice al telefono Ciro Pellegrino, il giornalista che con Antonio Musella e Gaia Bozza ha fatto per il sito fanpage.it i reportage e le videoinchieste più smaliziate e intelligenti. “Siamo stati ore a guardare sconsolati gli scavi a Casal di Principe, con i carabinieri che non trovavano niente. Poi ho letto un pezzone in prima pagina sul New York Times. Un pezzo strano, allarmato, convenzionale ma che pure, contemporaneamente anche diceva la verità: sottoterra non c’era nulla”, sorride amaro Antonio Musella.

   Ma appena affiora un vecchio secchio squarciato c’è qualcuno che urla: “Ecco i fusti con le scorie”. Hanno trovato il piombo e il cadmio, scarti delle concerie toscane, medicinali scaduti. Ma da tutt’altra parte. Molto tempo fa. E come si legge nella relazione dell’Istituto superiore di Sanità del 29/10/2013, prot. 2013/0002251: “Dai risultati ottenuti, i prodotti ortofrutticoli prelevati nell’area di Giugliano in Campania sono conformi alla normativa di settore”.

   Federico De Raho, capo del pool anticamorra che indagò sullo sversamento dei rifiuti in Campania, lui che sostenne l’accusa nel processo Spartacus, terminato con novantuno condanne per oltre ottocento anni di reclusione, inarca le spalle, come una smorfia: “Abbiamo già cercato. Non ci sono riscontri”. Sotto terra è un mistero buffo. Ma in superficie osservo una compagnia di topi in assetto da guerra. I notevoli roditori ritengono preferibile lo sfruttamento delle strade, assai più ricche di rifiuti e di commestibili in genere, delle native fogne.

   E non si capisce davvero più nulla, ma tutto sembra possibile. Enzo, il tassista che mi accompagna su e giù, da Caserta a Napoli, da Caivano a Giugliano, mi racconta storie incredibili di pecore con tre occhi, di mucche al plutonio, mi dice che “cacciano latte verde”, poi si confonde con le mozzarelle blu, quelle che però venivano dalla Germania. Enzo non sa niente, ma sa tutto perché l’ha letto “su internet”. Terra dei fuochi, la chiamano, con gusto letterario corrispondente alla nuova oleografia partenopea: monnezza e camorra hanno sostituito Pulcinella e scugnizzi, ma sempre di bozzetto si tratta.

   Questo nome l’ha inventato parecchi anni fa Angelo Ferrillo, giovane ricercatore universitario. Lui ha cominciato a segnalare sul sito http://www.terradeifuochi.it  i roghi di spazzatura e materiale plastico il cui fumo denso e nero è talvolta visibile anche in automobile, percorrendo l’Asse Mediano, la strada di scorrimento veloce che collega Napoli alla sua sterminata provincia, da nord a sud, da est a ovest.

   Per Ferrillo è stato un modo di combattere l’indifferenza e la rassegnazione. Poi è arrivato Roberto Saviano, e lui  l’ha inciso a caratteri tintinnanti nella letteratura internazionale questo nome formidabile ed evocativo, con l’ultimo capitolo di “Gomorra”, Terra dei Fuochi, appunto, milioni di copie vendute nel mondo. Ma la Terra dei Fuochi è un posto che non esiste, è una bestia puntiforme, un non luogo dalla geografia irregolare, un barocchismo shakespeariano corrispondente, per dimensioni, allo 0,5 per cento della Campania. Dunque fuochi di monnezza e fuochi di parole.

   “Ma le esagerazioni sono anche servite”, dice Mario De Biase, il commissario alla bonifica. “Si sono accesi i riflettori del cinematografo. Sempre meglio che essere ignorati”, mormora. Anche il governatore Stefano Caldoro si sente un po’ meno solo, ha evitato il default della regione, e senza soldi, con i fondi europei, è riuscito a fare qualcosa. Il governo manderà l’esercito, ha stanziato venticinque milioni di euro per l’ordine pubblico, per fermare i roghi di monnezza. Sono anche state inasprite le pene.

   Ma dov’è “l’inferno atomico” che hanno raccontato Michele Santoro e Sandro Ruotolo a “Servizio Pubblico”? Dove sono le scorie nucleari provenienti dalle centrali atomiche della Germania di cui parla Schiavone? Moriremo tutti di cancro? I carabinieri hanno scavato, già una volta alla fine degli anni Novanta, nei pressi di Casal di Principe, il paese di Francesco Schiavone detto Sandokan, di Francesco Bidognetti detto Cicciotto ’e mezzanotte, e di Carmine Schiavone, appunto, lui che adesso ripete – e con la medesima genericità di allora – la stessa storia che raccontò già nel 1997 ai magistrati e ai membri della commissione d’inchiesta sul traffico illecito dei rifiuti nel corso di un’audizione intorno alla quale s’è costruito un romanzo nel romanzo.

   Titolo di giornale: “Le rivelazioni di Schiavone secretate per sedici anni. Si poteva intervenire prima”. Erano secretate perché c’erano indagini in corso. “E comunque erano dichiarazioni evidentemente così generiche da risultare inutili”, dice Massimo Scalia, che quella commissione d’inchiesta nel 1997 la presiedeva. Ma i carabinieri continuano a scavare, oggi come sedici anni fa, nello stesso posto.

   Dieci, venti, trenta metri sotto terra. Non c’è niente. “Dovete andare più in là. No, più in qua”, dice Schiavone. Come a mosca cieca. All’angolo della strada un vecchio erbivendolo espone un carretto carico di frutta e verdura, è in compagnia d’un cane randagio mezzo spelacchiato, ma di una straziante umanità. L’erbivendolo leva il tendone che ricopre come un sacco a pelo l’intero corpo del furgoncino, e aspetta i clienti. Non ne arriveranno. (Salvatore Merlo)

…………

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gomorra-saviano

GOMORRA. Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra è il primo romanzo non-fiction di Roberto Saviano, pubblicato nel 2006 dalla casa editrice Mondadori.

Il romanzo ha venduto oltre 2 milioni e 250 000 copie nella sola Italia e 10 milioni nel mondo, essendo stato tradotto in 52 paesi. Da Gomorra è stato tratto un film diretto da Matteo Garrone dal titolo omonimo, uscito nelle sale italiane nel maggio 2008.

Il libro è un viaggio nel mondo affaristico e criminale della camorra e dei luoghi dove questa è nata e vive: la Campania, Napoli, Casal di Principe, San Cipriano d’Aversa, Mondragone, Giugliano, luoghi dove l’autore è cresciuto e dei quali fa conoscere al lettore un’inedita realtà.

Saviano, basandosi sugli atti processuali e sulle indagini di polizia, descrive una realtà fatta di terre dove finiscono quasi tutti i rifiuti sfuggiti ai controlli legali, pari ad una massa grande il doppio del Monte Everest (ogni anno, secondo una stima di Legambiente, sono quattordici milioni le tonnellate di rifiuti smaltiti illegalmente), di una terra infetta, quella della Campania, dove i morti di tumore sono cresciuti del 21% rispetto al resto dell’Italia. Ci parla di montagne gravide di rifiuti tossici, campagne pregne di sostanze mortali che individui senza alcuna morale hanno sparso vendendo fertilizzanti misti a rifiuti tossici. (da Wikipedia)

GOMORRA, il film di MATTEO GARRONE
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