LA RUSSIA IN BILICO tra ritorno a un impossibile passato di contrapposizione tra blocchi, ed EMARGINAZIONE GEOPOLITICA che segnerà la fine di Putin e della sua classe dominante – LA CRISI “UCRAINA – CRIMEA”, accadimento pericoloso ma importante per una ridefinizione degli equilibri mondiali – Il possibile RUOLO dell’EUROPA come motore di sviluppo e pace

NIDO DI RONDINE (in russo: Ласточкино гнездо, Lastočkino gnezdo; in ucraino: Ластівчине гніздо, Lastivčyne hnizdo) è un castello decorativo vicino a JALTA, in CRIMEA. Fu costruito in stile neogotico fra il 1911 e il 1912 vicino a Gaspra, su una scogliera a strapiombo sul mare (40 metri di altezza) ed è opera dell'architetto russo Leonid Sherwood. Il castello domina il CAPO DI AI-TODOR sul MAR NERO e sorge a poca distanza dalle rovine dell'accampamento romano di Charax. Nido di rondine è uno dei monumenti più visitati della Crimea ed è divenuto il simbolo della costa meridionale della penisola. (foto e testo dal sito: http://isolafelice.forumcommunity.net/)
NIDO DI RONDINE (in russo: Ласточкино гнездо, Lastočkino gnezdo; in ucraino: Ластівчине гніздо, Lastivčyne hnizdo) è un castello decorativo vicino a JALTA, in CRIMEA. Fu costruito in stile neogotico fra il 1911 e il 1912 vicino a Gaspra, su una scogliera a strapiombo sul mare (40 metri di altezza) ed è opera dell’architetto russo Leonid Sherwood. Il castello domina il CAPO DI AI-TODOR sul MAR NERO e sorge a poca distanza dalle rovine dell’accampamento romano di Charax. Nido di rondine è uno dei monumenti più visitati della Crimea ed è divenuto il simbolo della costa meridionale della penisola. (foto e testo dal sito: http://isolafelice.forumcommunity.net/)

LA BELLEZZA DELLA CRIMEA, DOVE ČECHOV DICEVA «NON È MAI INVERNO» – Anton Čechov, malato, si trasferì in Crimea nel settembre 1898. Scriveva al fratello: «Qui a Yalta, non è mai inverno». Nel 2013 il National Geographic aveva indicato la Crimea come una delle migliori mete dove trascorrere una vacanza (da www.linkiesta.it)

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   La situazione in Crimea, con l’annessione alla Russia dopo il referendum del 16 marzo contestato dai paesi occidentali (nel quale il 96,6% della popolazione si sarebbe pronunciata per un sì al distacco dall’Ucraina); e l’accelerazione immediata di Putin che ha firmato al Cremlino (con i leader politici indipendentisti della Crimea) l’accordo per l’ingresso della penisola nella Federazione Russa, tutto questo ha messo scompiglio e crisi vera nella geopolitica internazionale. Tra quei “referenti occidentali” che non possono accettare un’azione così forte da parte della Russia: in particolare l’America di Obama, ma anche l’Unione europea divisa sì in stati nazionali con politiche estere diversificate, ma che, una volta tanto, UE che dovrà darsi una linea comune, proprio per la situazione assai grave creatasi tra Russia e Ucraina.

   Adesso dovrebbero quindi scattare le sanzioni promesse dai Paesi europei (seppur con toni incerti, frenati dai forti interessi con Mosca): sanzioni come il congelamento dei beni di oligarchi russi con forti interessi economici nel mondo occidentale; più severità nei visti (i turisti super-ricchi russi delle località turistiche potrebbero avere dei problemi…); e provvedimenti ancora più severi, e quindi controversi, negli scambi commerciali.

da wikipedia
da wikipedia

Leve deci­sive, finan­zia­rie, poli­ti­che, personali (del nuovo apparatik della nomenclatura dei nuovi ricchi) da mettere in ginocchio la Russia. Per dire: men­tre Putin man­dava i suoi soldati in Crimea, per tenere minacciosamente sotto controllo la situazione, l’indice di borsa a Mosca crol­lava del 12% in poche ore, creando un vero panico, con una perdita di oltre 60 miliardi di dol­lari (più del costo delle olim­piadi invernali di Sochi).

   Pertanto il problema del passaggio della Crimea dall’Ucraina alla Russia non è solo problema europeo e americano: la Russia rischia molto in questo contesto. La sfida per Putin è pesante. Già ferito dalla perdita dell’Ucraina, si sente minacciato di estromissione dal sistema finanziario occidentale; vede appunto i beni degli oligarchi, amici o nemici, sul punto di essere congelati: i super-ricchi che fanno shopping di ville, aziende, negozi, squadre di calcio e quant’altro nei paesi europei: una cosa a cui stavamo abituandoci. Ora qualche problema lo avranno, e potrebbe segnare la “fine di espansione economica” partita dal loro paese di origine dove hanno conquistato, non si sa come (dalle ceneri del comunismo) ricchezze spropositate.

L’ANNESSIONE DELLA CRIMEA ALLA FEDERAZIONE RUSSA. Con una cerimonia solenne nella sala di San Giorgio del Cremlino il 17 marzo 2014, il presidente russo ha siglato l'accordo con il premier e il presidente del parlamento di Crimea, Serghei Aksenov e Vladimir Konstatinov, sindaco di Sebastopoli (a destra nella foto). L'accordo deve ora essere ratificato dal Parlamento. Poi si dovrà approvare una nuova legge che permetta il riconoscimento di Crimea e Sebastopoli come nuovi soggetti della Federazione
L’ANNESSIONE DELLA CRIMEA ALLA FEDERAZIONE RUSSA. Con una cerimonia solenne nella sala di San Giorgio del Cremlino il 17 marzo 2014, il presidente russo ha siglato l’accordo con il premier e il presidente del parlamento di Crimea, Serghei Aksenov e Vladimir Konstatinov, sindaco di Sebastopoli (a destra nella foto). L’accordo deve ora essere ratificato dal Parlamento. Poi si dovrà approvare una nuova legge che permetta il riconoscimento di Crimea e Sebastopoli come nuovi soggetti della Federazione

   Pertanto la Russia di oggi non è l’Urss di ieri, e nessuno ha più intenzione di emarginarsi in casa, men che meno i ricchi (viene poi qui in mente i giovani delle “primavere arabe”, disposti alla rivolta per “inserirsi a pieno titolo nel “mondo” come i loro coetanei occidentali; forse anche in Russia il ritorno a un possibile isolamento internazionale sarà ben accetto).

   Su questo contesto geopolitico, grave, di questi giorni, vogliamo, nella seconda parte degli articoli proposti in questo post, concentrarci su un tema che a noi pare fondamentale nei prossimi giorni e mesi: L’INTRECCIO TRA LA QUESTIONE ENERGETICA E POLITICHE POSSIBILI NELLA CRISI UCRAINA-RUSSA (come, ad esempio, quale distribuzione di fonti energetiche ci sarà nei prossimi anni?… l’avvento dello SHALE GAS come fonte energetica –pur inquinantissima- che sta sempre più diventando strategica…).

   Le mag­giori com­pa­gnie ener­ge­ti­che della Rus­sia sono di fatto statali. La possibilità di ricattare l’Europa chiudendo i rubinetti del gas e del petrolio, può essere considerata solo una minaccia: perché la riduzione delle esportazioni, met­terebbe in dif­fi­coltà queste compagnie (Gazprom per tutte…) riducendo le entrate. E così signi­fica met­tere in crisi il bilan­cio della Rus­sia.

L'UNIONE EUROPEA DIPENDE PER IL 30% DELLE SUE FORNITURE DAL GAS RUSSO, ma tale percentuale sale drammaticamente nei Paesi dell'ex Patto di Varsavia, per esempio al 70% nel caso dell'industrializzata Polonia (che però sta puntando a sua volta sullo shale gas per emanciparsi da Mosca) e addirittura al 100% per la Bulgaria (grafico ripreso da www.ilpost.it )
L’UNIONE EUROPEA DIPENDE PER IL 30% DELLE SUE FORNITURE DAL GAS RUSSO, ma tale percentuale sale drammaticamente nei Paesi dell’ex Patto di Varsavia, per esempio al 70% nel caso dell’industrializzata Polonia (che però sta puntando a sua volta sullo shale gas per emanciparsi da Mosca) e addirittura al 100% per la Bulgaria (grafico ripreso da http://www.ilpost.it )

   Quasi metà dell’esportazione russa va in Europa, e tre quarti di essa è fatta di gas e petro­lio. E tutto que­sto passa in gran parte dagli oleo­dotti ex sovie­tici che attra­ver­sano l’Ucraina. Una Ucraina lasciata al “nemico”, agli americani (dopo già essersi annessa la Crimea), come pare stia succedendo (difficile pensare a un’invasione di tutto il paese…) signi­fica problemi non da poco nella vendita del gas all’Europa (è pur vero che è partita la costruzione dell’oleodotto “South Stream” che passerà sotto il Mar Nero per evitare proprio l’Ucraina, ma ci vorranno 5 o 6 anni prima che funzioni). E lo “shale gas” americano, la diffusione di perforazioni nel nostro continente (la Polonia sta già iniziando…), l’approvvigionamento dai paesi del nord Africa, potrebbe limitare molto il fabbisogno energetico dalla Russia per l’Europa… Per dire che la Russia di Putin sembra si sia messa in un “cul de sac” con l’acquisizione della Crimea di non facile soluzione, assai pericoloso per lei.

   Ma ancora una volta sorge la speranza di una politica (estera, interna, tutto…) dell’Europa che sia efficace e virtuosa. E’ possibile una politica europea non fatta di interessi contrapposti, ma di giustizia mondiale, di prosperità “cercata” per tutti? Dove quella parte di spirito europeo di cui far vanto derivato dalla propria millenaria storia (di cultura, arte, letteratura, esplorazione del mondo, invenzioni…. -lasciando perdere altre cose, come fascismi, nazismi e cose accadute nel secolo passato-…) sia un simbolo del ritorno occidentale ad esprimere qualcosa di vivido ed esportabile come valore. In un mondo fatto sempre più di etnie che si incontrano e, nella valorizzazione delle differenze, si possono mischiare, come elemento di ricchezza. (s.m.)

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LA NUOVA GUERRA FREDDA DI VLADIMIR

di Ugo Tramballi, da “il Sole 24ore” del 19/3/2014
   Nel suo «Lungo Telegramma» di 5.500 parole, già nel 1946 George Kennan preannunciava i pericoli delle ambizioni sovietiche, esortando tuttavia l’amministrazione americana ad evitare il confronto militare. Il contenimento dell’Urss, consigliava, sarebbe stato più proficuo: essendo la strategia staliniana una continuazione di quella russa, prima o poi anche il sistema sovietico sarebbe appassito come quello zarista.

   Forse globalizzazione e web oggi rendono superfluo un diplomatico dalle capacità straordinarie come Kennan. In ogni caso il dubbio fondamentale sulle ambizioni di Putin non è meno profondo del mistero di Stalin, allora: DOVE VUOLE ARRIVARE?

   LA PARTITA DI VLADIMIR PUTIN SI CHIUDE IN CRIMEA O È STATO SOLO IL PRIMO PASSO DEL RITORNO DI UN’ANTICA POLITICA DI ESPANSIONE EUROPEA? Basta Sebastopoli o il piano prevede l’uso della forza militare nel resto dell’Ucraina Orientale e ovunque vivano cospicue minoranze russe? In Estonia e Lettonia, due repubbliche baltiche ora associate alla Nato, i russi sono il 27 e 25% della popolazione.

   Lo sguardo di Putin si può estendere anche a Est di Mosca. In KAZAKHSTAN, PIENO DI GAS E PETROLIO, i RUSSI sono quasi IL 24%. In Ucraina compresa la Crimea, erano meno del 18. Nella lunga conferenza stampa di ieri il leader russo non ha chiarito i confini delle sue ambizioni.

   Dal comportamento di queste ultime settimane, durante le quali la diplomazia non ha aperto brecce, e dalle parole forse orgogliose, forse arroganti di ieri, Putin ricorda Alessandro III. Era lo zar ultra-conservatore morto nel 1894, convinto che la Russia avesse due soli amici al mondo: la sua marina e il suo esercito.  STUDIARE LA STORIA NON RISOLVE IL PROBLEMA DELLA DISOCCUPAZIONE GIOVANILE MA AIUTA A CAPIRE IL PRESENTE. FORSE ANCHE IL FUTURO.

   Se dobbiamo restare alle parole di ieri e non ancora agli atti che verranno, PUTIN HA DICHIARATO DI NUOVO UNA GUERRA FREDDA ALL’OCCIDENTE. Ha il diritto di provarci, tuttavia anche lui sa che sarà UN CONFLITTO MOLTO DIVERSO DA QUELLO DI PRIMA: non tanto perché nel frattempo il mondo è piuttosto cambiato. Soprattutto LA RUSSIA DI OGGI NON È L’URSS DI IERI.

   I Paesi satelliti europei d’un tempo oggi sono tutte democrazie compiute, membri dell’Unione Europea e dell’Alleanza atlantica: nelle due istituzioni sono tra l’altro i più anti-russi. L’influenza di Mosca sulle repubbliche asiatiche ex sovietiche è più concreta ma tolte le risorse energetiche del Kazakhstan, quei Paesi non hanno peso.

   Mao Zedong diceva che Stalin era come un ravanello: rosso solo di fuori e bianco dentro. È DIFFICILE CHE I CINESI DI OGGI, impegnati nella loro crescita e nelle loro riforme, POSSANO AVERE CON LA RUSSIA DI OGGI RAPPORTI MIGLIORI CHE NEL PASSATO; che possano gradire il disordine internazionale provocato da Putin. I “Cinque principi della coesistenza pacifica”, l’elogio maoista dello status quo internazionale, valgono oggi quanto cinquant’anni fa.

   Il blocco russo avrebbe DUE SOLI PARTNER CERTI: la SIRIA di Bashar Assad e il VENEZUELA del dittatore senza personalità Nicolàs Maduro. NON L’IRAN, se Hassan Rohani è sincero sul nucleare; sfumata sarebbe perfino l’adesione di CUBA per il cui regime il modello di sopravvivenza è ormai più cinese che sovietico.

   Ma se Putin avesse tendenze maniacali, c’è qualcuno nel sistema russo che potrebbe farlo desistere o a Mosca sta andando in scena una specie di ONE MAN SHOW? Nell’uso di slogan nazionalisti e contemporaneamente comunisti, a Simferopoli, Kharkiv e alla Duma di Mosca, viene fuori una miscela che confonde pericolosamente il XIX e il XX secolo. Sfortunatamente per Putin, questo invece è il XXI. (Ugo Tramballi)

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CRIMEA: IL REFERENDUM È ILLEGITTIMO, MA POLITICAMENTE INDISCUTIBILE

di Massimiliano Sfregola, da “il Fatto Quotidiano” del 19/3/2014

Venti di guerra tra Russia ed Ucraina, sulla questione del referendum secessionista della Crimea; mentre Unione Europea ed Usa si muovono per “ripristinare la legalità internazionale” le dichiarazioni di netta condanna di Obama non hanno convinto tutti

   Partendo dal presupposto che il destino della maggioranza di lingua russa che abita la Crimea non è probabilmente in cima (né a metà) nella lista di preoccupazioni di Putin, bisogna però ammettere che la questione sul tavolo è ben più complessa di quanto non l’abbia fatta apparire la stampa occidentale (soprattutto anglosassone); bisogna allora distinguere il piano giuridico (internazionale) da quello politico. Utilizzare in maniera pretestuosa interpretazioni un po’ di parte di cavilli del primo, per giustificare la condanna di un atto politico, non porta lontani. E nel caso della Crimea, forse, non porta proprio da nessuna parte.

CRIMEA VINCE IL REFERENDUM DI ANNESSIONE. I FESTEGGIAMENTI
CRIMEA VINCE IL REFERENDUM DI ANNESSIONE. I FESTEGGIAMENTI

   A COMINCIARE DALLA LEGITTIMITÀ (O MENO) DEL REFERENDUM: secondo la Costituzione ucraina su eventuali modifiche territoriali deve pronunciarsi la popolazione intera. Giusto, ma in KOSOVO, il precedente che tiene maggiormente banco nella dialettica sulla crisi in Crimea, non SI PRONUNCIÒ l’intera popolazione serba (il Kosovo era infatti, tecnicamente, una regione autonoma della repubblica serba), ma solo LA MINORANZA LINGUISTICA ALBANESE, MAGGIORANZA NELLA REGIONE KOSOVARA. E quel risultato, benché non riconosciuto da Belgrado (e neppure da Putin), venne considerato legittimo da parte della Corte Internazionale di Giustizia, il massimo organo delle Nazioni Unite. E poco convince la postilla di allora della Corte che affermò come di “caso unico e non ripetibile” si trattasse.

   Certo nei confronti della popolazione kosovara e di quella SAHRAWI nel SAHARA OCCIDENTALE le gravi violazioni dei diritti umani compiute, rispettivamente, dalle autorità serbe e da quelle marocchine, rendono questi due esempi ben lontani dalla crisi in Crimea anche se non si può ignorare il fatto che la popolazione della penisola del Mar Nero si sia pronunciata, ed in maniera abbastanza netta, sul proprio futuro.

   Indipendentemente dall’illegalità o meno della consultazione: IN FONDO LE SECESSIONI SONO SEMPRE ATTI ILLEGALI, almeno dal punto di vista delle autorità che “subiscono” l’addio (la Serbia è un caso di scuola, avendo “perso” tanto il Kosovo quanto il Montenegro)

   Non si ha notizia di violenze ai seggi, di intimidazioni per influenzare il voto a favore della secessione o di un clima di terrore che possa aver indotto la popolazione locale alla “resa” per timore di un’occupazione militare: A QUANTO SEMBRA, IL VOTO È STATO REGOLARE, seppur convocato in fretta e furia. Era stata persino invitata l’Ocse per supervisionare il corretto andamento delle operazioni; invito informale declinato poiché la Crimea non è uno stato sovrano.

   Secondo Ian Birrell, inviato in Crimea del Guardian, un recente sondaggio aveva inequivocabilmente indicato che la maggioranza degli abitanti della Crimea non vuole l’annessione con Mosca. Ma questo sondaggio è stato scritto chiaramente sulla pagina del Washington Post che il giornalista inglese aveva preso come fonte, non è rappresentativo della Crimea, ma dell’intera Ucraina. Specificando, tra l’altro che “Crimeans are broadly opposed to a dramatic westward geopolitical reorientation of Ukraine, and a substantial minority supported either independence or full political union even before February”

   Un altro parere accademico, sempre del Guardian, finisce invece per chiudere la questione tra gli steccati del formalismo: Lea Brilmayer, docente di diritto internazionale a Yale, usa argomenti che richiamano una sorta di “diritto di proprietà” ucraino sulla Crimea, dimenticando la complessa ed articolata storia della regione (sotto la sovranità ucraina, in maniera per giunta molto autonoma, solo dal ’92). Certo è difficile credere che la presenza dell’esercito di Putin nella regione abbia rispettato una sorta di “par condicio”, ma è altrettanto vero che non ci sono state testimonianze di violenze sistematiche, intimidazioni o di autobus pieni di migliaia di nazionalisti russi che da Mosca hanno invaso i seggi della Crimea per alterare i risultati del voto.

   La studiosa americana accenna all’ipotesi, ma in effetti non può andare oltre la mera speculazione.

Quindi potrebbe essere un’ipotesi concreta pensare che la regione sia volontariamente tornata tra le braccia di Madre Russia e pare certo che Putin non abbia cercato di “ripopolare” la regione la notte prima del voto: che la penisola fosse abitata in maggioranza da ucraini di etnia e lingua russa era ben noto da prima dello scoppio della crisi.

   E la mossa dell’assemblea della Crimea di chiedere l’annessione a Mosca e non semplicemente di proclamare la propria indipendenza eviterà che l’”effetto Kosovo” si abbatta sulla regione: pur in presenza di un riconoscimento ampio, suggellato dal pronunciamento della Corte Internazionale di Giustizia, lo stato parte dell’ex Jugoslavia ha ottenuto riconoscimento solo dalla metà dei membri delle Nazioni Unite. Per la Crimea, il problema non si pone: eventuali sanzioni o ritorsioni riguarderanno Mosca, non Sinferopoli.

   L’ipotesi più probabile viene ventilata dal Cambridge journal of international and comparative law: alla fine prevarrà certamente il principio di “effettività” ed il mondo occidentale non potrà farci nulla. Senza prove schiaccianti che dimostrino frodi elettorali, IL VOTO DI DOMENICA È  ILLEGITTIMO (PER IL DIRITTO INTERNO UCRAINO), MA POLITICAMENTE INDISCUTIBILE. (Massimiliano Sfregola)

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Esteri – la Stampa.it – www.lastampa.it/ – 20/03/2014

OBAMA-PUTIN, GUERRA DI SANZIONI. KIEV: PRONTI A UNA RISPOSTA MILITARE SE LA RUSSIA TENTA DI PRENDERE L’EST

– Gli Stati Uniti allargano la black list. La risposta “simmetrica” della Russia. Merkel: «Al momento il G8 non esiste». E l’Onu pensa all’invio di osservatori –

   È guerra di sanzioni tra Usa e Russia sullo scacchiere ucraino, mentre l’Ue prova ad alzare la voce e sospende il G8. Mosca oggi ha varato sanzioni simmetriche contro Washington, ma ha «snobbato» l’Europa, dove nonostante nuovi inasprimenti delle misure annunciate dal summit straordinario dei 28 del 6 marzo, una folta schiera di colombe (tra queste il premier italiano Matteo Renzi) lavora per mantenere aperte le porte del dialogo. Intanto l’Ucraina ha elevato l’allerta delle sue Forze armate allo stato di «pronte a combattere» ed il premier Arseni Iatsieniuk ha parlato di «risposta» anche «militare» a qualsiasi tentativo di nuove annessioni ad Est.

LE “LISTE NERE”

Il rompicapo del risiko internazionale si complica, e se col decreto firmato oggi dalla Casa Bianca, gli Usa estendono la loro «lista nera» con una nuova mitragliata di sanzioni diretta ad alti funzionari russi, come il capo dello staff di Putin Sergei Ivanov, e di persone che con la loro ricchezza e influenza rendono forte il capo del Cremlino, ecco che pronta è arrivata la rappresaglia del ministero degli Esteri russo. Così sono piovute sanzioni reciproche, e di pari numero, contro dirigenti e parlamentari americani prossimi a Obama: nel mirino anche tre consiglieri del presidente, dalla vice assistente per la sicurezza nazionale Caroline Atkinson all’ex ghost writer e braccio destro del presidente Daniel Pfeiffer. Il Cremlino non ha reagito per il momento di fronte agli irrigidimenti che emergono dal vertice di Bruxelles, con la cancelliera tedesca Angela Merkel che ha annunciato un «allungamento» della lista delle persone colpite dal bando dei visti e dal congelamento dei beni, e la sospensione del G8 «fino a quando le condizioni politiche» non saranno mutate. Mentre il presidente francese Francois Hollande ha certificato l’annullamento del vertice Ue-Russia di giugno.

SLITTANO LE SANZIONI ECONOMICHE

Ma per molti dei leader europei non è ancora arrivato il momento del passaggio alla “fase tre” della strategia studiata per fare pressing sul Cremlino. A Bruxelles non c’è la stessa disinvoltura degli americani nell’agitare il fantasma delle sanzioni economiche e finanziarie, perché il loro peso è di tenore ben diverso e si teme un effetto boomerang. Le prime pallottole europee da sparare nel caso che l’escalation si aggravi tuttavia sono pronte, ed un primo step potrebbe essere l’embargo commerciale delle armi – non a caso infatti in Francia si è tornati a parlare di un blocco della vendita di due maxi-navi da guerra Mistral alla Russia – ma di fatto è chiaro a tutti, Cremlino compreso, che le conseguenze delle iniziative economiche sarebbero «dolorose» per tutti. In aggiunta, se è vero che Usa e Ue si stanno muovendo in parallelo, le misure varate fino ad ora dalla Casa Bianca hanno un peso più incisivo e sono «le più severe del dopo-Guerra Fredda sul fronte russo», mentre quelle arrivate da Bruxelles hanno un peso poco più che simbolico. Iniziative, quelle americane, che secondo il Tesoro Usa potrebbero arrivare a danneggiare il cambio del rublo, sul dollaro, del 3%.

BAN A MOSCA

E mentre l’Ucraina si prepara, domattina, a firmare la parte politica dell’accordo di partnership con l’Ue, il premier Iatseniuk mostra i denti e avverte che l’Ucraina «risponderà fermamente, anche con mezzi militari a tutti i tentativi di impossessarsi dell’Ucraina, di attraversamento delle frontiere da parte delle truppe russe o di annettere le regioni dell’Est o qualsiasi altra». Intanto il segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon, dopo il suo incontro con Putin al Cremlino, cerca di calmare le acque e propone il dispiegamento di osservatori dell’Onu in Ucraina. «È importante che sia garantita la difesa dei diritti di tutti i cittadini dell’Ucraina, soprattutto delle minoranze – dice la guida delle Nazioni Unite -. Il miglior modo di eliminare l’inquietudine per i diritti umani sarebbe che tutte le parti accettassero il dispiegamento di gruppi di osservatori Onu che in loco potrebbero valutare la situazione e comunicarci quello che succede».

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CRIMEA, FIRMATA ANNESSIONE ALLA RUSSIA. UE: NON LA RICONOSCIAMO. PRIMO SOLDATO UCRAINO UCCISO

da “la Repubblica.it” del 19/3/2014

   Annessione, come da copione. Sfidando le sanzioni occidentali varate da Bruxelles e Washington, il presidente russo Vladimir Putin ha firmato al Cremlino con i leader politici della Crimea l’accordo per l’ingresso della penisola nella Federazione Russa. Atto che è stato immediatamente respinto dalla comunità internazionale, con la Ue e la Nato che hanno dichiarato di non riconoscere la nuova entità.
Con una cerimonia solenne nella sala di San Giorgio, il presidente russo ha siglato l’accordo con il premier e il presidente del parlamento di Crimea, Serghei Aksenov e Vladimir Konstatinov, e il sindaco di Sebastopoli. L’accordo deve ora essere ratificato dal Parlamento. Poi si dovrà approvare una nuova legge che permetta il riconoscimento di Crimea e Sebastopoli come nuovi soggetti della Federazione.
Putin ieri aveva firmato un decreto con il quale riconosceva la Crimea “Paese sovrano e indipendente”, poche ore dopo che Usa e Ue avevano annunciato le sanzioni contro Mosca. Ma per il Cremlino queste suscitano solo “ironia e sarcasmo”.
Il capo di Stato russo non si è fermato qui, pur non essendo legalmente tenuto a farlo, alle 15 ora di Mosca (le 12 in Italia), ha riferito di fronte ai membri della Duma e del Consiglio della Federazione riuniti in seduta congiunta, insieme agli 83 governatori della Russia: “La Crimea è stata e resta parte inalienabile” della Russia e la decisione di Nikita Krushev di cederla all’Ucraina “fu presa in violazione della costituzione” sovietica. “In Crimea ci saranno tre lingue statali di uguale diritto: russo, ucraino e tartaro di Crimea”, ha detto il presidente, affermando: “L’Occidente si è ricordato che c’è un diritto internazionale, bene. Meglio tardi che mai”. La platea, dove siedono tra gli altri il premier russo Dmitri Medvedev, quello di Crimea Serghei Aksenov e il presidente del parlamento Vladimir Konstatinov, è esplosa in un applauso.

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UN IMBROGLIO DI CUI NON C’ERA BISOGNO

di Bernardo Valli, da “la Repubblica” del 17/3/2014

Dopo il referendum conclusosi in Crimea con una forte maggioranza in favore di un’annessione alla Federazione russa, le sanzioni occidentali peseranno sul negoziato per la Crimea

UN AVVENIMENTO illegale può esprimere una volontà autentica. Disonesti e sinceri? Può accadere. È il caso, per certi aspetti, del referendum conclusosi domenica (16 marzo, ndr) in Crimea con una forte maggioranza in favore di un’annessione alla Federazione russa.

   LO SCRUTINIO potrebbe essere stato truccato. Vladimir Putin non è un uomo di sfumature. Voleva sfidare l’Occidente che lo diffidava dall’indire una consultazione pirata in Crimea, e l’ha fatto con gli abituali toni eccessivi. Appare infatti tale, eccessiva, la percentuale (“sovietica”) attribuita a coloro che vogliono un ritorno alla madre Russia (il 97%, ndr).

   A far da freno non c’erano osservatori internazionali. Putin non ne ha voluti tra i piedi. Perché pur trattandosi di un’operazione da furfanti, illegittima e incostituzionale, era tanta la gente in Crimea che voleva ritornare a casa, tra le braccia della grande madre russa. Se dunque c’è stato un imbroglio non ce n’era bisogno.safe_image
Il referendum poteva essere organizzato soltanto in seguito alla richiesta di almeno tre milioni di cittadini, e doveva svolgersi su tutto il territorio ucraino per decisione del Parlamento nazionale. E invece Vladimir Putin ha montato una sua messa in scena. Ha traumatizzato gli abitanti della Penisola presentando con la sua propaganda la rivoluzione della Majdan, a Kiev, come una minaccia fascista e persecutoria ai cittadini russi di Crimea; ha spinto il parlamento locale a dichiarare l’indipendenza senza che ne avesse il potere; e soprattutto ha invaso militarmente la Penisola.
Potremmo definire l’accaduto truffa a mano armata. Aggiungendo tuttavia che la maggioranza delle vittime era contenta di essere truffata e rapinata. Di fatto è andata a votare “sulla punta dei fucili russi”, ma il ritorno alla grande madre Russia era un suo intenso desiderio. Non di tutti, di molti, dei più. E quest’ultimi hanno colto l’occasione per esaudirlo. La Crimea è stata russa per secoli.
La conquistò nel ‘700 Caterina II e per cambiamenti burocratici verificatisi durante l’Unione Sovietica si è ritrovata inclusa nell’Ucraina indipendente. Della quale nel 1994 la Russia garantì tuttavia solennemente, con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, l’integrità territoriale.

   Vladimir Putin non ha quindi rispettato l’impegno sottoscritto dallo Stato di cui è il massimo rappresentante. Perduta l’Ucraina come stretta e ubbidiente alleata, s’è preso una sua provincia. La più russa delle province ucraine, dove c’è anche una vecchia base navale affacciata sul Mar Nero e rivolta al Bosforo, ai mari caldi, al Mediterraneo.

   Lo scippo garba agli abitanti col cuore russo, colma la loro aspirazione, ma lascia scettici gli ucraini fedeli a Kiev e i Tatari fedeli a se stessi e indotti dalla storia a sospettare degli altri. In particolare se russi. Putin, alla minoranza che domenica ha perso il referendum, e che in gran parte non è nemmeno andata alle urne, non ispira fiducia.
Questo imbroglio sulla penisola del Mar Nero è destinato ad aggravare la crisi europea più grave degli ultimi decenni, e ad accentuare l’aspro confronto politico tra Washington e Mosca. L’Occidente intero, con sfumature diverse, ha dichiarato illegittimo il referendum proponendosi di punire Putin e i suoi nel caso fosse stato tenuto.

   Adesso dovrebbero quindi scattare le sanzioni promesse con toni incerti dai Paesi europei, frenati dai forti interessi con Mosca, e con piglio più fermo dagli Stati Uniti, che di interessi con Mosca ne hanno meno.    Sono in programma il congelamento dei beni di oligarchi russi o di responsabili politici legati a Putin, dosaggio più severo dei visti, e provvedimenti ancora più severi, e quindi controversi, negli scambi commerciali.

   Sul piano politico e militare i rapporti sono già sotto osservazione o sospesi. Quel che si profila è un isolamento della Russia. I tempi lasciano un margine all’attività diplomatica mai sospesa.
Votando al referendum la gente di Crimea non ha decretato l’annessione alla Federazione russa. Non ne aveva il potere. Si è dichiarata in favore del ricongiungimento. Decidere come annettere la Crimea, e sotto quale forma, spetta al Parlamento russo. Il quale ha già dato un giudizio positivo ma dal 21 marzo avvierà una discussione sull’ingresso nelle strutture federali di un territorio che ne abbia la volontà e l’esprima in una determinata situazione.
Sotto questo aspetto sarà affrontato formalmente il caso Crimea. A influenzare la decisione saranno i negoziati e le reazioni alle sanzioni nel frattempo decise. Sarà Putin a emettere il verdetto finale e le scelte possono variare: vanno da un’annessione netta, a una repubblica autonoma compresa nella Federazione russa, a una provincia con grande autonomia, in grado di mantenere i legami anche con l’Ucraina.

   Sempre il 21 marzo, il governo di Kiev firmerà l’associazione politica con l’Unione europea, quella all’origine della protesta sulla Majdan. Viktor Yanukovich, il presidente filo russo, la rifiutò provocando la protesta dei filo europei. I quali adesso, cacciato Yanukovich, e rifiutata l’alternativa dell’Unione euroasiatica di Putin, si rivolgono di nuovo a Bruxelles. Questa decisione inciderà sulla forma istituzionale della Crimea recuperata dalla Russia. Farà parte dei negoziati.
I quali si annunciano severi, perché nell’euforia della vittoria del referendum in Crimea i filorussi della regione sudorientale dell’Ucraina possono alzare la voce per chiedere, pure loro, consultazioni sull’avvenire delle loro province.

   In un clima politico surriscaldato gli incidenti sono facili. Gli stessi militari russi, che già hanno preso il controllo sul territorio ucraino di un impianto di gas destinato alla Crimea, potrebbero violare con disinvoltura i confini, per garantire gli impianti che forniscono, ad esempio, acqua ed elettricità alla provincia conquistata. Saranno, giorni, ore roventi.
La sfida per Vladimir Putin è pesante. È ferito dalla perdita dell’Ucraina; si sente minacciato di estromissione dal sistema finanziario occidentale; vede i beni degli oligarchi, amici o nemici, sul punto di essere congelati nelle banche occidentali; e, sempre agli oligarchi, feudatari dell’economia russa, potrebbe essere persino precluso o dosato l’accesso in Occidente. PER IL CAPO DEL CREMLINO SONO GUAI SERI. Ritornano attorno a lui, dicono le cronache attente da Mosca, i vecchi “stalinisti” che si erano allontanati dopo l’apertura liberista dell’economia, con tutte le conseguenze nei rapporti con l’Europa e l’America, e che adesso vedono con piacere riemergere quella che, riluttanti, chiamiamo NUOVA GUERRA FREDDA. (Bernardo Valli)

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UN TRATTO DI PENNA AL CREMLINO. E LA CRIMEA CAMBIA BANDIERA

di Fabrizio Dragosei, da “il Corriere della Sera” del 19/3/2014

– A Mosca la firma del trattato per l’ingresso della Crimea nella Federazione – Soldato ucraino ucciso a Sinferopoli – Kiev: crimine di guerra –

MOSCA — L’ha paragonata alla riunificazione tedesca del 1990: «Nei cuori e nella mente della gente la Crimea è sempre stata parte della Russia e questa ferma convinzione, basata sulla verità e sulla giustizia, era incrollabile ed è passata da una generazione all’altra». Nel firmare il trattato che sancisce l’ingresso della Crimea nella Federazione, Vladimir Putin ha chiesto ai tedeschi di mostrare ora la stessa comprensione e lo stesso «sostegno» che l’Urss ebbe allora per loro.
Ha affermato che non intende annettere altre parti dell’Ucraina, ma poi si è dilungato sulla nazione russa che dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica si è trovata a essere «uno dei più grandi gruppi etnici al mondo diviso da frontiere, se non il più grande».

   E questo ha fatto correre BRIVIDI SULLA SCHIENA DI PARECCHI VICINI: dalla MOLDOVA, dove la TRANSDNISTRIA ha subito chiesto di essere annessa alla Russia come la Crimea, alla stessa KIEV, con il DONBASS e altre regioni dell’Est che si sentono in maggioranza russe.President Vladimir Putin speaks about Crimea
L’annessione dovrà essere ratificata dal Parlamento e seguire altre procedure. Ma il risultato non è dubbio, visto che la Duma e il Consiglio della Federazione sono sotto lo stretto controllo di Putin. E non è un caso che quando il presidente russo si deve rivolgere ai due rami del Parlamento non è lui a muoversi, come avviene nella maggior parte dei Paesi (Usa, Francia, Gran Bretagna, Italia e perfino Bielorussia). A Mosca i deputati e i senatori vengono praticamente chiamati a rapporto e si presentano al Cremlino.
Nel suo discorso (interrotto dagli scroscianti battimano di rito) Putin ha difeso le scelte fatte e ha accusato gli Stati Uniti e in generale l’Occidente di voler mettere la Russia «in un angolo» e di comportarsi in maniera «irresponsabile, rude e non professionale». Ha richiamato il paragone con il Kosovo e ha sostenuto che non c’è alcuna differenza. Le migliaia di morti che portarono alla separazione di quella regione dalla Serbia, «non costituiscono un elemento giuridico previsto dal diritto internazionale». Ha fatto capire che se in Crimea non c’è stato spargimento di sangue questo è dovuto unicamente alla presenza russa che, peraltro, non ha oltrepassato «i 25 mila uomini previsti dal trattato esistente con l’Ucraina».
La sua affermazione che nella regione non s’è registrato neanche un morto è stata subito smentita nei fatti quando uomini armati non identificati hanno sparato uccidendo un militare e ferendone altri due. Secondo Kiev si tratta di loro soldati, secondo le milizie crimeane, il morto sarebbe loro e i feriti uno per parte. Il primo ministro ucraino Arsenij Yatsenyuk: «I soldati russi hanno cominciato a sparare contro i militari ucraini e questo è un crimine di guerra».
Era atteso a Mosca il presidente del Consiglio europeo Van Rompuy, anche se sulla Crimea sembra che oramai ci sia ben poco da trattare. Forse per questo la visita sarebbe stata annullata. La Russia e Putin non faranno mai marcia indietro. Ieri in decine di migliaia hanno affollato la Piazza Rossa per esprimere il loro sostegno a Vladimir Vladimirovich. E perfino alcuni critici di Putin, come Mikhail Gorbaciov, hanno approvato la «riunificazione».
La questione, ora, è IL DESTINO DEL RESTO DELL’UCRAINA, visto che la Russia continua a non ritenere legittimo il governo al potere. L’impressione è che se ci fosse una ipotesi concreta di ingresso nella Nato o nella Ue, allora il Paese si spaccherebbe. «Figuratevi un po’, saremmo dovuti andare a Sebastopoli ospiti dei marinai Nato», ha ironizzato ieri Putin riferendosi all’idea di una Crimea parte di una Ucraina nell’Alleanza Atlantica.
Per tentare di gettare acqua sul fuoco, il premier di Kiev Yatsenyuk ha parlato in tv in russo (lui che proponeva di non considerarlo più seconda lingua del Paese) e ha detto che l’Ucraina non intende entrare nell’Alleanza e che il governo disarmerà le milizie nazionaliste. Cioè l’ala estrema del gruppo che, secondo Putin, è costituito da «nazionalisti, neonazi, russofobi e antisemiti». Ma poco dopo il vicesegretario del Consiglio di Sicurezza ucraino Dmytro Yarosh, che è leader del gruppo di estrema destra Pravij Sektor, ha smentito Yatsenyuk: «Disarmarci? Non se ne parla nemmeno». (Fabrizio Dragosei)

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GORBACIOV: L’ANNESSIONE DELLA CRIMEA ALLA RUSSIA CORREGGERÀ UN ERRORE STORICO

da Internazionale del 18/3/2014

Mosca, 17 mar. (TMNews) – Il mondo dovrebbe accogliere con favore il ricongiungimento della Crimea con la Russia perché questa correggerà un errore storico commesso in epoca sovietica. Lo sostiene l’ultimo leader dell’Urss Mikhail Gorbaciov, che ricorda che la Crimea è finita a far parte del territorio ucraino solo perché fu trasferita dal leader sovietico Nikita Khruscev quando entrambi i Paesi facevano parte dell’Urss.

   “Per imporre sanzioni occorrono basi molto gravi. E queste vanno sostenute dalle Nazioni unite” ha detto Gorbaciov all’Interfax. “La possibile assunzione della Crimea in territorio russo non costituisce una tale base” ha detto, descrivendo il referendum di ieri, in cui il 97% degli abitanti della Crimea ha votato il ricongiungimento a Mosca, “un successo che ha risposto alle aspettative degli abitanti”.

   “Finora la Crimea è stata legata all’Ucraina a causa di leggi sovietiche approvate senza chiedere alla gente, ora la gente di Crimea ha deciso di correggere l’errore” ha detto il padre della perestroika. “Questo andrebbe accolto con favore e non con l’annuncio di sanzioni”.

   I ministro degli Esteri della Ue hanno concordato sanzioni contro 21 dirigenti russi e della Crimea responsabili dell’escalation nella penisola separatista. Gorbaciov è malvisto in Russia per aver consentito la frantumazione dell’Unione sovietica.

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LA CRIMEA DONATA ALL’UCRAINA. LE RAGIONI DELLA GENEROSITÀ
(risponde SERGIO ROMANO, da “il Corriere della Sera” del 18/3/2014)
“Tra i tanti articoli e servizi giornalistici usciti in questi giorni su Crimea e Ucraina, ho letto che nel 1954 il presidente sovietico Nikita Krusciov, di origine ucraina, decise di «regalare» la penisola della Crimea alla Repubblica Socialista Sovietica Ucraina per commemorare il 300º anniversario dei Trattato di Pereyaslav tra i cosacchi ucraini e la Russia.Quali erano le intenzioni e gli obiettivi di questa decisione piuttosto insolita? La scelta di Krusciov fu un’azione solitaria o concordata con gli altri membri del Pcus? Come andarono veramente le cose?” – Davide Chicco
Caro Chicco,
La decisione fu certamente collettiva perché nessun membro del Comitato centrale avrebbe osato dissentire pubblicamente dall’uomo (Nikita Krusciov) che aveva conquistato da pochi mesi la segreteria del partito. A Kiev il dono fu accolto entusiasticamente. Nikolaj Podgorny, secondo segretario del partito comunista ucraino, disse che era un’altra manifestazione del «grande amore fraterno del popolo russo» per la sua terra.

   Ma KRUSCIOV E PODGORNY ERANO D’ORIGINE UCRAINA e, il secondo, in particolare era l’uomo a cui era stato dato l’incarico di «rimettere ordine» nella sua terra dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Entrambi sapevano che GLI INVASORI TEDESCHI ERANO STATI ACCOLTI ENTUSIASTICAMENTE nelle zone del Paese in cui nessuno aveva dimenticato la BRUTALE COLLETTIVIZZAZIONE DELLA TERRA NEGLI ANNI TRENTA, la spietata LOTTA AI KULAKI, la LUNGA CARestia, il TRASFERIMENTO FORZATO DEI CONTADINI renitenti al di là degli Urali.

   Vi era stato un COLLABORAZIONISMO INDIGENO che si era manifestato, tra l’altro, con il reclutamento di 80.000 ucraini per la Divisione SS Galizien. E LA «RESTAURAZIONE DELL’ORDINE» AD OPERA DI PODGORNY, dopo la fine del conflitto, era passata attraverso la eliminazione di gruppi armati indipendentisti che continuarono a combattere per parecchi mesi.
Situazioni analoghe si erano verificate in altre zone occupate dalla Wehrmacht fra il Baltico e il Caucaso. La resistenza dei russi contro Hitler fu certamente una grande guerra patriottica, ma ESISTEVANO POPOLI, evidentemente, PER CUI L’URSS NON ERA UNA PATRIA. Per reprimere e punire, Stalin non esitò a usare in alcuni casi il metodo della PULIZIA ETNICA. Se ne servì con i CECENI, con i TATARI DELLA CRIMEA e anche con LA PICCOLA COMUNITÀ ITALIANA DI KERCH sulla costa sud-orientale della penisola: tutti DEPORTATI VERSO IL KAZAKISTAN e altre regioni dell’Asia Centrale.
LA DONAZIONE DELLA CRIMEA ALL’UCRAINA RIENTRA IN QUESTO QUADRO. Le parole di Podgorny sono retoriche, ma il dono era un gesto di conciliazione e dimostrava l’importanza che lo Stato centrale attribuiva all’Ucraina per propria sicurezza e integrità. Vi erano del resto AUTOREVOLI PRECEDENTI. All’inizio degli anni Venti, per compiacere la Turchia, Stalin aveva regalato all’AZERBAIGIAN l’enclave ARMENA del NAGORNO-KARABACH.
P.S. La GUERRA TRA L’ARMENIA E L’AZERBAIGIAN PER IL POSSESSO DEL NAGORNO-KARABACH fu il PRIMO CONFLITTO INTERETNICO dopo la disintegrazione dell’Urss nel dicembre 1991. (Sergio Romano)

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IL PUZZLE UCRAINO E IL RISCHIO

di Rita di Leo, da “il Manifesto” del 19/3/2014

   L’esito del refe­ren­dum ripro­pone il puzzle ucraino nella sua com­ples­sità. E, men­tre scri­viamo, ecco le ombre di un con­fronto che rischia di essere armato, tra annunci di Kiev all’«uso della forza» per rispon­dere a gravi inci­denti bel­lici alla frontiera.
È un puzzle con DUE PISTE, e ambe­due por­tano al tempo che fu. LA PRIMA, tanto a cuore ai mass media occi­den­tali, è il RITORNO ALLA GUERRA FREDDA. La respon­sa­bi­lità è di Putin, il quale vuole rico­sti­tuire l’impero sovie­tico e annet­tersi popoli e terre, persi per colpa di Gor­ba­chev e di Yel­tsin. Usando il rubi­netto del gas dap­prima e poi chissà per­sino le armi.

   In Geor­gia lo ha fatto con suc­cesso. E altret­tanto nel Cau­caso. E per­ché no in Ucraina, comin­ciando dalla Cri­mea?

   È dif­fi­cile capire sino a che punto cre­dano a una tale let­tura i poli­tici che con­tano – Obama, Mer­kel, Xi –. Il vec­chio Kis­sin­ger no: per lui PUTIN È UNO STA­TI­STA POLI­TICO CON UNA STRA­TE­GIA CHE HA IL CON­SENSO DEL PAESE. Il lea­der russo VUOLE UNO STATO-NAZIONE, rico­no­sciuto come la nuova potente Rus­sia. Per lui non deve più acca­dere come nel primo decen­nio dalla fine dell’Urss, quando l’America e l’Europa si pre­sero con l’avversario scon­fitto, mille sod­di­sfa­zioni in poli­tica interna e in poli­tica estera.

   Dopo 74 anni di paure si erano con­vinte che la Rus­sia era un paese «finito», con la sua eco­no­mia in mace­rie, con un governo e uno stato, irri­me­dia­bil­mente cor­rotti. Un paese che dipen­deva finan­zia­ria­mente dalle orga­niz­za­zioni inter­na­zio­nali e poli­ti­ca­mente e cul­tu­ral­mente accet­tava lezioni da chi l’aveva vinto.

   Putin ha rotto que­sto schema con poli­ti­che e com­por­ta­menti pub­blici e pri­vati, uni­ver­sal­mente cri­ti­cati all’estero. Che la Rus­sia, l’ex impero zari­sta, l’ex Unione delle repub­bli­che socia­li­ste sovie­ti­che, torni a con­tare sulla scena inter­na­zio­nale è un impre­vi­sto calato sugli equi­li­bri post 1989, per colpa di una ex spia sovie­tica che si crede un novello Met­ter­nich.

   Poli­tici e grandi opi­nio­ni­sti Usa chie­dono a Obama di punirlo (to punish), men­tre al pre­sente Mer­kel sta veri­fi­cando le dif­fi­coltà di tener in piedi le due poli­ti­che paral­lele della Ger­ma­nia uni­fi­cata. Da un lato l’intesa com­mer­ciale con Putin e dall’altro l’egemonia sulle eco­no­mie dei paesi dell’ex Patto di Var­sa­via. E dun­que a brac­cetto con­tem­po­ra­nea­mente con la Polo­nia e con la Rus­sia. La sfida di Putin sulla Cri­mea è un sasso su tale sta­tus quo.

   Innan­zi­tutto SONO PIÙ CHIARI I GIO­CHI CHE DA TEMPO SI FANNO SULLA PELLE DEGLI UCRAINI. Il loro paese in crisi non fa gola all’Unione Euro­pea. Bru­xel­les e il Fondo Mone­ta­rio tre­mano all’ipotesi di dover­sene fare carico e infatti sino a ieri si sono spesi in lusin­ghe solo ver­bali. OGGI IL CON­FRONTO POLI­TICO LI OBBLIGA A PRO­MET­TERE SOLDI, nella stessa quan­tità offerta da Putin, ma legati alle solite ristrut­tu­ra­zioni radicali.

   Come è suc­cesso agli altri paesi est euro­pei: MESSI IN SALVO DALLA GESTIONE SOVIE­TICA E SUBITO CALATI IN QUELLA NEO­LI­BE­RI­STA. L’effetto è lacrime e san­gue per buona parte degli abi­tanti e grandi for­tune per le élite finan­ziare trans­na­zio­nali. Se il brac­cio di ferro con la Rus­sia si risol­verà con Putin nell’angolo, allora per l’Ucraina finirà il limbo. È un limbo che dura dal distacco da Mosca, da quando un paese di 46 milioni di abi­tanti, supe­rin­du­stria­liz­zato, con una ricca agri­col­tura e soprat­tutto un retag­gio cul­tu­rale e reli­gioso, non è riu­scita a farsi stato.

   È rima­sto un TER­RI­TO­RIO DI CON­QUI­STA DEGLI EX DIRET­TORI DEI GRANDI KOM­BI­NAT SOVIE­TICI, gli oli­gar­chi che lo gover­nano. Il più noto è una donna, YULIA ABRA­MO­VIC TIMO­SHENKO, la zarina del gas, così brava che pro­ces­sata per un suo ambi­guo busi­ness con Putin, in pri­gione si è dichia­rata vit­tima della lotta per l’indipendenza dalla Rus­sia. In tal senso è ormai un’icona uni­ver­sale, con la trec­cia bionda delle con­ta­dine ucraine anni trenta: un vero colpo di genio della comu­ni­ca­zione da parte sua che è un inge­gnere di etnia ebraica, di cul­tura urbana, ESPERTA DI MILLE TRAF­FICI POLI­TICI ED ECO­NO­MICI. E che ha impa­rato l’ucraino giu­sto al tra­monto dell’Urss.

   L’ALTRA PISTA DEL PUZZLE UCRAINO È CAPIRE APPUNTO DA DOVE VEN­GONO STO­RIE SIMILI. Io ho impa­rato il russo da Valia, un’ucraina della Gali­zia che a casa par­lava polacco, e non cono­sceva la lin­gua ucraina «tanto non serve impa­rarla».

   Le vicende allora apprese non da libri ma nel modo più dome­stico, mi aiu­tano a capire quelle di oggi. Valia rac­con­tava del COL­LA­BO­RA­ZIO­NI­SMO DEGLI UCRAINI, che per essi era una VEN­DETTA NEI RIGUARDI DEI BOL­SCE­VI­CHI ebrei del Crem­lino, come Lazar Kaga­no­vic, un ex cia­bat­tino ebreo, mas­simo respon­sa­bile della guerra ai con­ta­dini e della care­stia.

   Rac­con­tava di quanto vene­rato fosse l’ultra nazio­na­li­sta Ste­pan Ban­dera, che appog­giava i tede­schi, e di quello che era suc­cesso ai tatari, depor­tati nel dopo guerra per­ché erano per i tur­chi. E infine vi era LA CRI­MEA, PIÙ BELLA DI CAPRI, piena di ebrei, i quali ave­vano addi­rit­tura spe­rato di farne la loro repub­blica, «un foco­lare ebraico».

   Anche per que­sto Kru­schev l’aveva rega­lata agli ucraini, anti­se­miti come lui che era un mina­tore ucraino e ucraino era anche Bre­zh­nev, un ope­raio che aveva indu­stria­liz­zato la sua terra, strap­pan­dola al destino di gra­naio della Rus­sia. Da trenta anni l’Urss era gover­nata da diri­genti ucraini e Valia che par­lava nell’ultimissimo periodo di Bre­z­hev, non sapeva che un altro ucraino, Cher­nenko stava per diven­tare segre­ta­rio del Pcus.

   Valia rac­con­tava della sua terra, di Kiev dove viveva, degli ucraini tena­ce­mente anti­co­mu­ni­sti e degli ebrei ucraini che vi vive­vano da secoli, con una luci­dità che sor­pren­deva in un intel­let­tuale sovie­tica dell’epoca.

È LA MEDE­SIMA LUCI­DITÀ DELLE ANA­LISI DI HAA­RETZ, IL SOLO GIOR­NALE (ISRAE­LIANO) CHE DESCRIVE IL PUZZLE UCRAINO SENZA LE IPO­CRI­SIE DEGLI ALTRI. Certo lo fa per­ché pre­oc­cu­pato dalle aggres­sioni agli ebrei da parte di mem­bri di par­titi ultra-nazio­na­li­sti, ora al governo e rice­vuti alla Casa Bianca.

   L’avversione per la Rus­sia di Putin è tale da soste­nere i suoi avver­sari comun­que siano. E invece la mossa utile per tutti i con­ten­denti è quella di ridi­scu­tere gli anni suc­ces­sivi alla fine dell’Unione sovie­tica e rico­no­scere gli errori com­messi allora da tutti i contendenti. (Rita di Leo)

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L’OCCIDENTE SANZIONA CHI?

di Giulietto Chiesa, da “il Manifesto” del 18/3/2014

– Crisi ucraina. In un articolo del New York Times, intitolato «PERCHÉ LA RUSSIA NON PUÒ PERMETTERSI UN’ALTRA GUERRA FREDDA», Anders Aslund e Strobe Talbott indicano la via di un «contenimento» più o meno morbido della Russia di Putin. Di più, secondo loro, non occorre, perché IL LEADER RUSSO È CONSIDERATO PRATICAMENTE GIÀ DEFUNTO. Dal punto di vista politico –

   Siamo avviati verso un guerra fredda, nuova, o verso una guerra calda? E di quale guerra si trat­te­rebbe? Certo nes­suno parla di pace, e que­sto già dovrebbe pre­oc­cu­pare molti. Invece non è così: tutti sem­brano igno­rare il peri­colo. Ma, nel silen­zio quasi gene­rale, c’è chi pensa al nostro futuro.

   Per esem­pio negli Stati Uniti è in corso la resur­re­zione dei «sovie­to­logi», quelli che, con i loro con­si­gli a Clin­ton, con­tri­bui­rono non poco allo sman­tel­la­mento dell’Urss. Pare che a Washing­ton ci sia carenza di cer­velli pre­pa­rati allo sman­tel­la­mento, que­sta volta, della Rus­sia.

   In un arti­colo del New York Times, signi­fi­ca­mente inti­to­lato «Per­ché la Rus­sia non può per­met­tersi un’altra guerra fredda», Anders Aslund e Strobe Tal­bott indi­cano la via di un «con­te­ni­mento» più o meno mor­bido della Rus­sia di Putin. Di più, secondo loro, non occorre, per­ché il lea­der russo è con­si­de­rato pra­ti­ca­mente già defunto. Dal punto di vista politico.

   Non è un otti­mi­smo di fac­ciata. È la con­vin­zione che gli Stati Uniti hanno già visto anche que­sta offen­siva. LA CRI­MEA DIVEN­TERÀ RUSSA? SIA PURE, MA L’UCRAINA È STATA CON­QUI­STATA. QUANTO BASTA PER POR­TARLA NELLA NATO, cioè per far sal­tare in aria l’intero sistema della sicu­rezza euro­pea por­tando i mis­sili 300 km più avanti verso nord e verso est.

   La Cri­mea sarà ripresa subito dopo, quando Putin e la Rus­sia saranno stati liqui­dati entrambi. C’è per­fino chi iro­nizza sulla mossa cri­meana del pre­si­dente russo: pove­retto, non poteva fare di più. Per­ché? Per­ché – scrive il NYT – «la Borsa di Mosca gli stava facendo, men­tre lui flet­teva i muscoli, un refe­ren­dum ostile».  MEN­TRE PUTIN MAN­DAVA I SUOI MARI­NES A RAF­FOR­ZARE LA GUAR­NI­GIONE DI CRI­MEA E LA BASE NAVALE DI SEBA­STO­POLI, L’INDICE RTSI CROL­LAVA DEL 12% in poche ore, in pieno panico, giun­gendo a inflig­gere una per­dita di oltre 60 miliardi di dol­lari, più del costo delle olim­piadi di Sochi. Il rublo in caduta libera costrin­geva la Banca Cen­trale russa ad alzare il tasso d’interesse dell’1,5% per evi­tare «il» crollo.

   Natu­ral­mente Aslund — ora senior fel­low dell’Istituto Peter­son per le rela­zioni inter­na­zio­nali – usa l’arsenale della pro­pa­ganda di Washing­ton, attri­buendo a Putin l’intenzione di inva­dere l’Ucraina, cosa che Putin non ha nem­meno preso in con­si­de­ra­zione. A Washing­ton usano spesso l’artificio dell’attribuire all’avversario ciò che loro pen­sano.

   La Rus­sia, che pure per­se­gue il pro­prio inte­resse, e dun­que tende a ricom­pat­tare attorno a sé quanta più ex Unione Sovie­tica è pos­si­bile. Ma Putin ha ripe­tuto che le sue inten­zioni e quelle della Rus­sia non inclu­dono la ricon­qui­sta mili­tare di nes­suno dei paesi ex Urss, dun­que nem­meno dell’Ucraina. In effetti molte cose con­fer­mano che MOSCA AVREBBE PRE­FE­RITO UN REFE­REN­DUM PIÙ MOR­BIDO DI QUELLO DECISO A SIM­FE­RO­POLI.

   Ma, di fronte alla rea­zione di paura dei russi di Ucraina e di Cri­mea, dopo la car­ne­fi­cina di Piazza Mai­dan, una sua linea cede­vole avrebbe pro­vo­cato una estesa pro­te­sta in Ucraina e in tutta la Rus­sia. Ciò detto, per sgom­be­rare il campo dalla pro­pa­ganda, resta da ammet­tere che i numeri for­niti da Aslund sono reali.

   Gli Stati Uniti hanno leve deci­sive, finan­zia­rie e poli­ti­che per fare i conti con Putin, se que­sti dovesse deci­dere di non cedere nulla sugli inte­ressi della Rus­sia. A WASHING­TON SANNO BENE CHE LE MAG­GIORI COM­PA­GNIE ENER­GE­TI­CHE DELLA RUS­SIA SONO MAG­GIO­RI­TA­RIA­MENTE STA­TALI. MET­TERLE IN DIF­FI­COLTÀ SIGNI­FICA MET­TERE IN CRISI IL BILAN­CIO DELLA RUS­SIA.

   Nello stesso tempo tutte le com­pa­gnie glo­ba­liz­zate russe sono quo­tate nelle Borse di Wall Street, di Lon­dra, di Parigi e di Fran­co­forte. QUASI LA METÀ DEGLI AZIO­NI­STI DI GAZ­PROM SONO AME­RI­CANI (per JP Mor­gan Secu­ri­ties) e la banca che detiene in custo­dia i loro assets è la Bank of New York Mel­lon.

   È LA GLO­BA­LIZ­ZA­ZIONE, BEL­LEZZA, dice Strobe Tal­bott, ora pre­si­dente del Broo­kings Insti­tu­tion. Tutte le ban­che russe sono sal­da­mente inca­sto­nate nel sistema finan­zia­rio glo­bale. Così lo è anche Rosneft, la prima com­pa­gnia petro­li­fera mondiale.

   A Washing­ton pen­sano di poter punire Putin, in caso insi­sta, in molti modi. L’Ucraina con­qui­stata diventa la nuova arma — ener­ge­tica — per legar­gli le mani. Quasi METÀ DELL’ESPORTAZIONE RUSSA VA IN EUROPA, E TRE QUARTI DI ESSA È FATTA DI GAS E PETRO­LIO. E tutto que­sto passa in gran parte dagli oleo­dotti ex sovie­tici che attra­ver­sano l’Ucraina.

   Una Ucraina «ame­ri­cana» signi­fica che QUEI RUBI­NETTI DIVEN­TANO AME­RI­CANI. Certo l’Europa ha biso­gno del gas russo, e in caso di chiu­sura di quei rubi­netti, dovrà sof­frire non poco. Ma la signora Nuland non ha forse detto «fuck Ue»? L’essenziale è che chiu­dere quei rubi­netti signi­fi­cherà inflig­gere alla Rus­sia una per­dita di 100 miliardi di dol­lari all’anno.

   Potrà Putin man­te­nere il livello di con­senso di cui gode ora, se dovesse chie­dere ai russi di strin­gere la cin­ghia e i con­sumi? E cosa faranno gli oli­gar­chi russi che hanno tra­sfe­rito nelle ban­che occi­den­tali qual­che tri­lione di dol­lari, che potreb­bero essere seque­strati dagli Stati Uniti, con­ge­lati a tempo inde­fi­nito per punire la Rus­sia riot­tosa? Può per­met­tersi tutto que­sto Putin? La rispo­sta di Tal­bott è «no».

   Certo biso­gnerà pro­met­tere qual­che cosa in cam­bio agli euro­pei, che hanno tutto da per­dere. Per esem­pio IL GAS NATU­RALE NOR­VE­GESE. E IL GAS CHE STATI UNITI E CANADA COMIN­CIANO A PRO­DURRE DAGLI SCI­STI BITU­MI­NOSI: GAS A BASSO PREZZO, ANCHE SE DEVA­STANTE PER L’ECOLOGIA.

   Ma che importa? Obama è par­tito in quarta. C’È UN NUOVO ELDO­RADO POCHI METRI SOT­TO­TERRA. Ser­virà per i pros­simi quin­dici anni, per dare agli Usa una minore dipen­denza dall’importazione ener­ge­tica esterna, e anche, nello stesso tempo, per inca­te­nare l’Europa agli Stati Uniti.

   Sfor­tu­na­ta­mente tutto que­sto gas dovrà essere prima liqui­di­fi­cato, all’origine, e poi nuo­va­mente riga­si­fi­cato, all’arrivo. Si annun­ciano inve­sti­menti colos­sali. Ma QUANTO TEMPO CI VORRÀ? NON MENO DI SEI-SETTE ANNI. Nel frat­tempo ASPET­TIA­MOCI AUMENTI PESANTI DELLA BOL­LETTA DEL GAS. E un colpo a tutte le imprese mani­fat­tu­riere euro­pee, tede­sche incluse.

   E la Rus­sia? Sarà spe­cu­lar­mente anch’essa in dif­fi­coltà. MOSCA HA UN ALTRO MER­CATO CHE ASPETTA IL SUO GAS. Più grande di quello euro­peo. È LA CINA. Ma ci vor­ranno sei o sette anni per­ché arrivi a desti­na­zione. WASHING­TON È PAS­SATA ALL’OFFENSIVA senza andare per il sot­tile. Per la prima volta dalla seconda guerra mon­diale un governo euro­peo è a par­te­ci­pa­zione nazi­sta. PER­CHÉ UNA TALE ACCE­LE­RA­ZIONE? La rispo­sta non viene da Washing­ton: sui destini dell’Occidente gra­vano nuvole nere. Biso­gna vin­cere prima che arrivi la tem­pe­sta. Così pen­sano. Dopo di loro, il diluvio. (Giulietto Chiesa)

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SHALE GAS, L’ATOMICA DELLA NUOVA GUERRA FREDDA: COSÌ GLI USA VOGLIONO LIBERARE L’EUROPA DAI RICATTI DI PUTIN

di ENRICO MARRO, da “il Sole 24ore” del 19/3/2014

   L’arma finale degli Stati Uniti nella nuova Guerra Fredda con Mosca potrebbero non essere le sanzioni economiche agli oligarchi o i cacciabombardieri Stealth, ma L’INESAURIBILE MINIERA DELLO SHALE GAS. In grado di tagliare il cordone ombelicale che lega l’Unione Europea alla Russia. Visto che gli States sono diventati esportatori netti di petrolio (tanto da poterlo presto vendere anche agli Emirati Arabi, e non è fantascienza) sta crescendo il pressing bipartisan di repubblicani e democratici per cercare di sottrarre il Vecchio Continente dai ricatti russi sulle forniture di gas.

   L’UNIONE EUROPEA DIPENDE PER IL 30% DELLE SUE FORNITURE DAL GAS RUSSO, ma tale percentuale sale drammaticamente nei Paesi dell’ex Patto di Varsavia, per esempio al 70% nel caso dell’industrializzata Polonia (che però sta puntando a sua volta sullo shale gas per emanciparsi da Mosca) e addirittura al 100% per la Bulgaria.

IL MAXI TERMINAL DELLA LOUISIANA
«Attualmente, gli Stati Uniti non hanno la capacità di spedire tutto questo gas naturale all’estero – spiega Michael Wara, docente a Stanford, al New York Times – . Ma un terminale di esportazione in grado di fornire tre miliardi di metri cubi di gas liquido al giorno in forma liquefatta è in costruzione a Cameron Parish, Louisiana, e numerosi altri sono in fase di pianificazione. Questi grandi progetti permetteranno una soluzione a lungo termine a problemi come quello in Ucraina».

LA BUROCRAZIA
Il problema, prosegue Wara, è che non è così semplice vendere shale gas in Paesi, come quelli dell’Unione Europea, che non hanno firmato un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti. Per ogni progetto va presentata una richiesta al Dipartimento dell’Energia, il quale deve dichiarare che l’esportazione di gas è di “interesse pubblico”. E anche se sulla sicurezza energetica degli alleati europei a Washington nessuno dovrebbe discutere (soprattutto dopo il caso Crimea), il portavoce della Casa Bianca, Josh Earnest, ha sottolineato che anche con i permessi, le prime strutture per esportare il gas in Europa non sarebbero pronte fino alla fine del 2015

IL PREZZO
Un altro problema, più serio, è quello del prezzo: come spiega l’International Energy Agency, spedire lo shale gas in Europa costa molto: al momento non conviene ai consumatori del Vecchio Continente. E nemmeno ai fornitori americani, che non a caso preferiscono venderlo sui mercati asiatici, ricorda Michael Levi del think thank Council on Foreign Relations. «Ma i mercati globali evolvono – incalza ancora Wara – e con una maggior offerta anche i differenziali di prezzo potrebbe erodersi, rendendo il gas statunitense un’opzione attraente per gli europei».

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UCRAINA: SHELL RINUNCIA A PRODURRE GAS NEL MAR NERO MA NON ABBANDONA SHALE GAS

Il Sole 24 Ore del 19/3/2014

   Il gruppo anglo-olandese Shell ha annunciato di aver messo fine alle negoziazioni con le autorità ucraine e l’americana ExxonMobil per produrre gas naturale nel giacimento nel nord-ovest del mar Nero.

   Lo scorso settembre la presidenza ucraina aveva annunciato un accordo preliminare di partnership con due ‘major’ occidentali e con l’operatore locale Nadra Ukrainy e il gruppo romeno Petrom per il settore Skifski nel mar Nero, con l’obiettivo di produrre fra otto e dieci miliardi di metri cubi di gas all’anno.

   “Nel gennaio 2014 Shell ha messo fine alle negoziazioni relative al settore Skifski in acque profonde nel mar Nero” ha comunicato il gruppo precisando che si auspicava una firma nel 2012 o 2013 “ma ciò non è stato possibile” e Shell ha quindi deciso di concentrare sforzi e capitale ad altri progetti nel mondo.

   Attualmente l’Ucraina produce gas al largo della Crimea, ma una delle prime decisioni delle nuove autorità pro-russe della penisola, dopo il referendum di domenica, è stata la ‘nazionalizzazione’ della società pubblica ucraina Tchornomornaftogaz che, secondo alcune indiscrezioni della stampa locale, potrebbe essere rilevata dal gigante russo Gazprom

   Shell ha comunque sottolineato che la sua decisione non rimette in discussione la sua partecipazione ad altri progetti in Ucraina, principalmente l’esplorazione nella zona est della regione per produrre shale gas.

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RUSSIA, NELLA PARTITA PER L’UCRAINA ENTRA IN CAMPO SOUTH STREAM

da “il Sole 24ore” del 14/3/2014

   La russa Gazprom assegna per 2 miliardi di dollari alla SAIPEM, la società d’ingegneria del GRUPPO ENI,  la costruzione del primo tratto del SOUTH STREAM, il gasdotto promosso da Gazpromo, Eni, Gaz de France e Wintershall che dovrà collegare le infrastrutture del gas della Russia meridionale a quelle dell’Europa occidentale passando sotto il Mar Nero, proprio davanti alle coste della Crimea, e risalendo poi verso Nord attraverso la Bulgaria.

   L’annuncio è stato dato due giorni prima del referendum per l’annessione della Crimea alla Russia (16 marzo). Un segnale ad Italia, Germania e Francia, i paesi Ue coinvolti nel progetto South Stream e dipendenti in varia misura dalle importazioni di metano dalla Siberia. Una prova ulteriore della partita che si sta giocando intorno all’Ucraina.

La russa GAZPROM assegna per 2 miliardi di dollari alla SAIPEM, la società d'ingegneria del GRUPPO ENI,  la costruzione del primo tratto del SOUTH STREAM, il gasdotto promosso da Gazpromo, Eni, Gaz de France e Wintershall che dovrà collegare le infrastrutture del gas della Russia meridionale a quelle dell'Europa occidentale passando sotto il Mar Nero, proprio davanti alle coste della Crimea, e risalendo poi verso Nord attraverso la Bulgaria
La russa GAZPROM assegna per 2 miliardi di dollari alla SAIPEM, la società d’ingegneria del GRUPPO ENI, la costruzione del primo tratto del SOUTH STREAM, il gasdotto promosso da Gazpromo, Eni, Gaz de France e Wintershall che dovrà collegare le infrastrutture del gas della Russia meridionale a quelle dell’Europa occidentale passando sotto il Mar Nero, proprio davanti alle coste della Crimea, e risalendo poi verso Nord attraverso la Bulgaria

GASDOTTI, CON LA CRIMEA AI RUSSI SCONTO DI 10 MILIARDI SUL SOUTH STREAM

di Sissi Bellomo, da “il Sole 24ore” del 15/3/2014

   Il nazionalismo dei filorussi non è soltanto una cortina di fumo per nascondere altri interessi. Ma non è neppure l’unico fattore all’origine della spinta secessionista in Crimea: anche la piccola repubblica, “regalata” agli ucraini dal Cremlino nel 1954, rappresenta un TASSELLO DELLE STRATEGIE ENERGETICHE DI MOSCA. Strategie che vengono oggi perseguite anche manu militari e non più soltanto con le “guerre del gas” che Kiev ha conosciuto in passato, economicamente dolorose ma incruente.
L’ANNESSIONE DELLA CRIMEA, REGALEREBBE ALLA RUSSIA – E SOPRATTUTTO TOGLIEREBBE ALL’UCRAINA – UN TERRITORIO RICCO DI IDROCARBURI. Inoltre darebbe la possibilità di realizzare con minori difficoltà tecniche e con uno sconto miliardario il South Stream: il gasdotto con cui Gazprom punta a scavalcare proprio l’Ucraina – da cui oggi passa oltre la metà del suo export di gas verso l’Europa – sottraendole potenzialmente 25 miliardi di metri cubi di forniture, che nel breve termine Kiev non sarebbe in grado di sostituire completamente.
UNA CRIMEA RUSSA CONSENTIREBBE DI EVITARE AL SOUTH STREAM UN PERCORSO TORTUOSO, nei fondali più profondi del Mar Nero: le CONDOTTE potrebbero essere invece POSATE IN PARTE SULLA TERRAFERMA, ATTRAVERSANDO LA PENISOLA, e in parte in un tratto di mare meno profondo. In questo modo la lunghezza della pipeline diminuirebbe di parecchi chilometri e la sua costruzione comporterebbe minori complessità e rischi.

   Il risparmio sarebbe di 10 miliardi di dollari secondo Andràs Jenei, consulente del ministero dello Sviluppo ungherese. Il periodico russo Ekspert, in genere autorevole su temi energetici, stima un taglio dei costi di addirittura 20 miliardi, ricordando come l’ex presidente ucraino Viktor Yanukovich in passato avesse più volte cercato di convincere Mosca a preferire la rotta attraverso la Crimea, facendo leva proprio su aspetti economici.
Dando seguito alla promessa di Gazprom – che aveva anticipato un’accelerazione nelle gare di appalto, per avviare il gasdotto entro il 2015 – IL CONSORZIO SOUTH STREAM TRANSPORT HA APPENA ASSEGNATO ALL’ITALIANA SAIPEM UN CONTRATTO DA 2 MILIARDI DI DOLLARI per costruire la prima delle quattro linee del tratto sottomarino di South Stream. CAMBIARE PERCORSO, in una fase così avanzata, COMPORTEREBBE come minimo UN FORTE ALLUNGAMENTO DEI TEMPI e Mosca non sembra disposta ad aspettare.

   Prima di posare le linee successive, tuttavia, un ripensamento potrebbe anche arrivare, se Gazprom riuscisse a convincere i soci stranieri della tratta offshore: Eni (20%), più la francese Edf e la tedesca Wintershall (ciascuna col 15%). Del resto l’interesse a risparmiare ci sarebbe eccome per i russi, dato che sul progetto girano ormai stime di costi faraonici: 46 miliardi di dollari, compreso il necessario potenziamento della rete interna russa.
South Stream a parte, NEL MATRIMONIO CON MOSCA LA CRIMEA PORTA IN DOTE ANCHE ALCUNE TRA LE AREE ESPLORATIVE PIÙ PROMETTENTI IN UCRAINA: quelle del MAR NERO, dove Kiev sperava di sfruttare giacimenti capaci di affrancarla dalla dipendenza da Gazprom (insieme a shale gas, nuovi rigassificatori e potenziamento della capacità di importare via Slovacchia, Polonia e Germania).
Il vicepremier della Crimea, Rustam Temirgaliev, nei giorni scorsi ha già fatto dichiarazioni minacciose in proposito, promettendo di trasferire alla repubblica la proprietà di tutti gli asset nel suo territorio, compresi i giacimenti e la compagnia energetica Chornomornaftogaz. «Dopo la nazionalizzazione – ha aggiunto in seguito – dovremo decidere su una eventuale privatizzazione, se emergerà un grande investitore come ad esempio Gazprom».
Per le compagnie straniere coinvolte nei progetti offshore del Mar Nero sarà un bel grattacapo. Nel novero ci sono big del calibro di ExxonMobil – che ha già detto di aver congelato le attività in Ucraina – Royal Dutch Shell e l’italiana ENI, arrivata solo lo scorso novembre, con un contratto di Production sharing agreement (Psa) che sulla carta sembrava davvero favorevole: UN’AREA DI 1.400 KM QUADRATI AL LARGO DELLA CRIMEA ORIENTALE, dove sono già state fatte alcune scoperte interessanti, e per la quale il gruppo di San Donato otteneva il ruolo di operatore e una quota del 50% della joint venture per lo sfruttamento, di cui fa parte col 10% anche Chornomornaftogaz. (Sissi Bellomo)

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ANNESSA LA CRIMEA, ALLA RUSSIA ORA SERVE IL PONTE DI KERCH

di Mauro De Bonis, da LIMES, 18/3/2014

– Con la penisola presto sotto la sua sovranità, per Mosca il collegamento tra le due sponde del Mar d’Azov diventa fondamentale. Un progetto nato con zar Nicola, tentato da Stalin e riproposto da Putin all’Ucraina poco tempo fa –

   Adesso che la Crimea ha scelto di stare con la Russia, diventa fondamentale per il Cremlino collegare la penisola alla sponda russa più vicina.

   La costruzione di un tunnel o di un ponte nello stretto di Kerch diventa indispensabile per Mosca per legittimare ulteriormente la scelta secessionista del territorio già ucraino in odore di diventare un soggetto federativo russo.

   Con il pieno controllo della Crimea e di un futuro passaggio stradale/ferroviario con i territori russi rivieraschi, Mosca mette in sicurezza il Mar d’Azov, sbocco naturale del grande fiume Don, arteria commerciale fondamentale per il meridione della Federazione, e riduce notevolmente i tempi di trasporto di merci e persone tra una sponda e l’altra.

   Il progetto di un ponte per attraversare il braccio di mare che divide Russia e Crimea (e Ucraina) di soli 4,5 chilometri ha una lunga storia. Si deve tornare a Nicola II per trovare il primo interessamento russo alla costruzione di un passaggio così strategico. Lo scoppio della prima guerra mondiale fa desistere lo zar dalla sua realizzazione.da www_osservatorioitaliano_org_

   A rivoluzione russa compiuta e Unione Sovietica in pieno sviluppo è invece Stalin a pensare di tornare sul vecchio progetto zarista. Ma anche questa volta è necessario accantonare l’idea. La grande guerra patriottica costringe il leader sovietico a rimandare il progetto della costruzione del ponte sullo stretto di Kerch. Ponte che riesce però a realizzare nel 1944 dopo aver costretto Hitler alla fuga. Il leader nazista aveva avuto la stessa idea di Stalin e aveva iniziato a far costruire un passaggio che avrebbe accorciato di molto la strada verso il petrolio caucasico e quella verso l’Asia e l’India.

   Il ponte di Stalin regge pochi mesi prima di crollare miseramente. Fa in tempo a traghettare verso Mosca la delegazione sovietica di ritorno dalla conferenza di Jalta. Ma poi si arrende alle correnti. Da allora il progetto è rimasto nei cassetti russi e ucraini, per essere ritirato fuori dopo la caduta dell’Unione Sovietica. A esso si sono interessati il presidente ucraino filo-occidentale Jushchenko, la pasionaria Tymoshenko e dal 2010 – appena eletto presidente – lo spodestato Janukovich.

   Un primo memorandum tra Russia e Ucraina per la costruzione comune dell’attraversamento viene firmato nel novembre 2010, con Putin che definisce l’iniziativa “una vittoria comune ai due popoli”.

   Tre anni dopo, il 17 dicembre 2013, subito dopo il niet ucraino alle proposte europee e in piena rivolta di piazza, ecco una serie di accordi tra Mosca e Kiev; tra questi, la costituzione di una commissione comune per lo studio di fattibilità di un progetto per la costruzione di un ponte (o tunnel) nello stretto di Kerch. Lo studio viene affidato alla russa Avtodor e il 3 marzo scorso il primo ministro della Federazione Medvedev firma un decreto per la realizzazione del progetto stanziando 3 miliardi di dollari.

   Il ponte eviterà di dover fare l’intero giro del Mar d’Azov per arrivare in auto dalla Crimea nella Russia continentale e agevolerà gli investimenti che Mosca intende fare nella penisola, partendo da una base di 5 miliardi di dollari.

   Investimenti più che necessari per risollevare le malconce finanze di Simferopoli e non deluderne una popolazione che da Mosca si aspetta sviluppo e benessere.

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LA CRISI DEL METANO RILANCIA IL CORRIDOIO SUD DELL’ITALIA

di Jacopo Giliberto, da “il Sole 24ore”del 8/3/2014

   La crisi ucraina – più grave delle precedenti – consolida i grandi progetti internazionali del corridoio sud, “southern corridor”, per portare il gas dall’Azerbaijan fino all’Europa via Puglia. La crisi del metano pone l’Italia in vantaggio sul resto d’Europa, continente che dipende in gran parte dal gas siberiano portato attraverso l’Ucraina. Il corridoio sud è il percorso che sfugge al controllo russo, è la conduttura che nel passaggio attraverso la Turchia potrebbe raccogliere anche metano iracheno (i contatti con Baghdad sono avviati) e – chissà – anche quello persiano e in futuro anche il gas dei nuovi succosi giacimenti scoperti in Israele, Libano, Cipro.

Oggi rimangono solo due dei tanti progetti per il corridoio sud che c’erano pochi anni fa. Per esempio, ormai è sfumato il progetto Igi-Itgi-Poseidon che avrebbe traversato l’Adriatico fra la Grecia e Otranto. Nei Balcani resiste il Nabucco nella variante Ovest (l’austriaca Ömv con l’ungherese Mol, la Bulgargaz e altri) e attraverso l’Italia si rafforza il Tap-Tanap (la norvegese Statoil, la Bp e la compagnia statale azera Socar al 20% ciascuna, più quote minori a Total, Fluxys, Eon e Axpo). Insieme, questi due grandi progetti formeranno un anello attorno all’Adriatico, il sistema Interadriatic.

Secondo i tratti, la tubazione del costo di 45-50 miliardi di dollari assume nomi e partner leggermente diversi, come il Tanap (Trans anatolian natural gas pipeline) nel percorso turco, Iap nei Paesi balcanici non ancora metanizzati (già firmati gli accordi) e infine il Tap (Trans Adriatic Pipeline), che è il tratto fra Grecia, Albania e Italia verso l’Europa continentale.

All’origine c’è il giacimento di Shah Deniz, il cui gas oggi finisce tutto nella rete monopolista della Gazprom. La scelta del Governo di Baku è stata sofferta: la Gazprom offriva all’Azerbaijan prezzi appetitosissimi (prezzi che pagano i consumatori) pur di convincere la Socar a non cercare alternative alla via russa.

Il metano attraverserà Georgia, Turchia, Grecia, un breve tratto d’Albania per immergersi in Adriatico sulla costa di Fier, non lontano da Valona, e riemergerà a San Foca, in comune di Melendugno, nel Salento. Da lì, dopo 8 chilometri, la tubazione si collegherà con la dorsale adriatica della Snam per entrare nella rete europea.

Il primo tratto, il Tanap, arriverà a 24-25 miliardi di metri cubi (più i 6 per i mercati locali), cioè più della produzione di Shah Deniz perché si conta già su apporti di giacimenti di altri Paesi vicini. L’ultimo tratto, il Tap, avrà la capacità di 10 miliardi di metri cubi l’anno raddoppiabile a 20 miliardi.

Nel frattempo la domanda italiana negli ultimi cinque anni ha perso una quindicina di miliardi di metri cubi di metano all’anno e i concorrenti del consorzio Tap non sembrano gradire questa nuova offerta sul mercato, il quale già subisce la concorrenza dei rigassificatori di Rovigo e, ora, Livorno; un mercato dove non trovano spazio i rigassificatori Enel a Porto Empedocle e Sorgenia-Iride a Gioia Tauro. Ma l’Europa è assetata di metano e l’ennesima crisi ucraina del gas ha reso urgentissimo lo sviluppo del progetto. Non a caso importanti quote di metano azero sono già state prenotate dall’Enel, dalla Hera e dalla Suez Gaz de France. L’Italia che importa gas dall’Algeria e dalla Libia «con questa tubazione – osserva l’analista Carlo Capè della Bip – diventerà quel nodo europeo del gas della Strategia energetica nazionale tratteggiata un anno fa dagli allora ministri Corrado Passera e Corrado Clini».

Oltre ai concorrenti, sembrano malgradire il progetto alcuni comitati pugliesi del no. Sono i “no-tap”, che s’ispirano ai no-tav del Piemonte. La Regione Puglia pare sensibilissima al consenso degli elettori, e così in dicembre, pochi giorni le conferme al progetto assicurate dall’allora ministro degli Esteri Emma Bonino, è arrivato un parere regionale di valutazione di impatto ambientale contrario. E gli azionisti del Tap sono impazziti per cercare di capire quest’Italia incomprensibile che può approvare e al tempo stesso mandare all’aria un progetto intercontinentale che dev’essere in ogni tratto sincronizzato con precisione. (Jacopo Giliberto)

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LA QUESTIONE DEL GAS RUSSO

di DAVIDE DE LUCA, 673/2014, da IL POST (http://www.ilpost.it/ )

   Secondo una diffusa lettura della crisi in Ucraina, uno dei principali fattori che dovrebbero spingere l’Europa a trattare con prudenza la Russia è la dipendenza che il vecchio continente ha dal gas russo (se ne parla qui, ad esempio). Alle sanzioni europee, infatti, la Russia potrebbe rispondere con un taglio delle forniture di gas che ci farebbe sprofondare in un gelido inverno nel quale non potremmo più riscaldare le nostre case, far funzionare le nostre industrie e riscaldare i nostri pasti.

   È una strategia che il presidente russo Vladimir Putin potrebbe decidere di intraprendere (in queste ultime settimane ci ha abituato a scelte piuttosto imprevedibili) e se lo facesse le economie europee subirebbero certamente dei danni. Ma ne subirebbero molti meno rispetto a qualche anno fa e, probabilmente, chi pagherebbe di più per questa scelta sarebbe proprio la Russia. Questo per almeno due motivi: il primo è che l’Europa da diversi anni non è più così dipendente dal gas russo e la seconda è che la Russia è almeno altrettanto dipendente dai ricavi che ottiene dalla vendita del gas.

   Non è sempre stato così. In passato ci sono state diverse crisi energetiche, durante le quali la Russia – per brevi periodi – ha interrotto le forniture di gas all’Europa gettando nel panico diversi governi europei. Durante l’ultima crisi, nel 2009, diversi paesi dell’Europa centrale dichiararono lo stato di emergenza e in Bulgaria e Slovacchia scuole ed edifici pubblici vennero chiusi per diversi giorni. Negli ultimi cinque anni, però, sono cambiate parecchie cose.

   Come potete vedere in questa infografica realizzata da @ginoselva, i principali paesi europei sono dipendenti dalle importazioni di gas russo per una quantità non superiore a circa un terzo del totale (il paese più dipendente è la Germania, con il 39 per cento, mentre Spagna e Regno Unito fanno completamente a meno del gas russo, qui trovate tutti i dati a pagina 22). Perdere un terzo delle proprie forniture di gas non è uno scherzo, ma bisogna considerare che si tratta di una minaccia molto meno spaventosa se fatta a marzo, cioè all’inizio della bella stagione, rispetto ad ottobre o novembre. Inoltre, un inverno insolitamente mite ha permesso ai vari paesi europei di formare ampie riserve strategiche di gas che basteranno per diversi mesi (secondo alcune analisi, infatti, nel 2013 la domanda europea di gas è stata la più bassa dal 1999).

   Non solo: sul mercato oggi sono disponibili molti più fornitori di gas rispetto al passato. Come ha scritto su Forbes Christopher Coats, un giornalista ed esperto di questioni energetiche, un’interruzione delle forniture russe porterebbe certamente ad un incremento dei prezzi, ma gli stati europei potrebbero continuare a rifornirsi da paesi come Norvegia e Algeria. Il recente boom dello shale gas negli Stati Uniti, infatti, ha “liberato” una serie di produttori di gas che ora sono in cerca di mercati dove vendere il gas che non viene più acquistato dagli americani.

   A questo bisogna aggiungere che la dipendenza è reciproca. Anzi: da un certo punto di vista, la Russia dipende dalle vendite di gas ancora più dell’Europa. Circa un terzo del gas prodotto da Gazprom (la società che esporta la maggiore quantità di gas russo ed è controllata dal governo federale) viene venduto all’Europa. Se a queste esportazioni sommiamo quelle che riceve l’Ucraina arriviamo alla metà del totale delle vendite di Gazprom. L’Unione Europea, inoltre, è anche il principale destinatario delle esportazioni di petrolio russo, con una quota intorno all’80 per cento. Il totale delle esportazioni di gas e petrolio genera, attraverso i ricavi di Gazprom e le imposte, la metà di tutte le entrate del governo federale russo. Questo significa che poco meno di un terzo delle entrate del governo federale russo dipendono dalla vendita di gas e petrolio all’Europa e all’Ucraina.

   Tagliare per rappresaglia queste forniture significherebbe per il governo russo perdere dall’oggi al domani circa 100 milioni di dollari al giorno, secondo Coats. Questo salasso non farebbe che peggiorare una situazione già grave. Il bilancio russo si è sforzato in maniera considerevole per pagare l’organizzazione delle olimpiadi di Sochi e già oggi – con i ricavi dalla vendita di gas ancora al sicuro – diversi analisti dubitano che il governo abbia le risorse necessarie a mantenere in piedi per un lungo periodo l’esercito necessario a invadere e occupare la Crimea e i territori orientali dell’Ucraina. (DAVIDE DE LUCA)

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LE MACERIE DEGLI IMPERI

di Timothy Garton Ash, da “la Repubblica” del 10/3/2014 (traduzione di Emilia Benghi)  

   GLI avvenimenti in Ucraina possono essere interpretati anche in maniera diversa: come l’ultima tappa della autodecolonizzazione d’Europa. Dopo la demolizione dell’impero sovietico gli europei hanno portato a termine l’opera già iniziata di smantellamento degli imperi austro-ungarico e ottomano. Compresi gli stati successori, come la Jugoslavia e la Cecoslovacchia. Ora è la volta dell’impero russo pre-sovietico. Pensate al presidente russo come a Vladimir, l’ultimo zar.

    Smantellare gli imperi è un bel problema. Non sono mica fatti col Lego, smontabili in blocchetti compatti, uno rosso qui uno giallo là. Su che base si decide quale gruppo di individui su quale pezzo di terra diventerà uno stato? Senza dubbio le affinità culturali, linguistiche, etniche e storiche hanno un peso. Come lo hanno i retaggi di accordi diplomatici internazionali da tempo dimenticati e le divisioni interne ad un impero o ad uno stato successore multietnico. Importantissime sono la volontà politica e la leadership sul territorio. Forse più importante di tutto è la sorte storica, quella “fortuna” che Machiavelli definisce “arbitra della metà delle azioni nostre”. È stato un misto di storia, volontà, abilità e sorte che ha portato al Kosovo la sua indipendenza, tuttora non universalmente riconosciuta.

   Quest’idea circa lo smantellamento dei vecchi imperi mi colse qualche anno fa visitando il parastato separatista di Transnistria, all’estremità orientale della Moldavia, accanto all’Ucraina. A Tiraspol, la capitale, strana città dallo stile retrò sovietico, mi imbattei in un’imponente statua equestre del feldmaresciallo Alexander Suvorov, celebrato come fondatore della città alla fine del diciottesimo secolo. In precedenza, a Uzhhorod, città sul confine occidentale dell’Ucraina con la Slovacchia, avevo avuto occasione di incontrare il sedicente governo provvisorio della Rus sub-carpatica, o Rutenia, per praticità.

   Il primo ministro era un professore medico che mi ricevette cortesemente in un piccolo studio dell’ospedale locale. Il ministro degli esteri era arrivato in macchina dalla sua casa in Slovacchia. Il ministro della giustizia preparò il tè. Riuscii quasi a persuaderli a cantare l’inno nazionale che inizia così: “Russi dei sub Carpazi, svegliatevi dal sonno profondo”. Da ridere, direte voi. Operetta! Ma poi la fortuna fa girare il caleidoscopio della storia e ad un tratto appare un paese riconosciuto a livello internazionale chiamato, che so, Moldavia o Montenegro. I suoi figli e le sue figlie cedendo al potere normativo del dato di fatto e fuorviati sui banchi di scuola dai libri di storia nazionalisti crescono dando per scontata la realtà di stato nazione.

   Poi però, eversivamente, le frontiere dei vecchi imperi riemergono sulle mappe elettorali delle nuove democrazie, quasi fossero tracciate in inchiostro invisibile. Usiamo i colori per mappare il voto di maggioranza espresso per i partiti e i candidati alla presidenza in quelli che erano nell’Ottocento i territori dei grandi imperi. Per gli ex appartenenti all’impero austro-ungarico e tedesco il colore è l’arancione, per quelli dell’impero russo o ottomano il blu. In Ucraina, Romania e Polonia i partiti e i colori variano, ma il fenomeno è lo stesso.

   I liberali sono bravi a enunciare principi universali a favore della pari sovranità e l’autodeterminazione dei singoli individui. Entrano totalmente in crisi quando si tratta di popoli. Perché i kosovari dovrebbero aver diritto all’autodeterminazione e i curdi no? Perché se vale per la Scozia non vale per la Catalogna? E se vale per la Catalogna perché non per la Padania? Con l’indebolirsi degli imperi e degli stati multinazionali sale il grido “perché noi dobbiamo essere una minoranza nel vostro stato quando voi potreste essere una minoranza nel nostro?” (mutuo la geniale formulazione dell’economista macedone Vladimir Gligorov). Oppure, come ha detto recentemente a titolo di provocazione il nazionalista russo Vladimir Zhirinovsky, se l’Ucraina può fare la sua rivoluzione perché la Crimea no?    Come i lettori ormai hanno appreso dai giornali la Crimea venne donata alla Repubblica Socialista Sovietica Ucraina per ordine di Nikita Krusciov 60 anni fa, nel febbraio 1954, in occasione del tricentenario del trattato di Perejaslav, che i propagandisti sovietici reinterpretarono come segno della “riunificazione dell’Ucraina con la Russia”. Nikolai Podgorny, comunista dell’Ucraina sovietica, definì la decisione di Krusciov come “ulteriore affermazione del grande amore fraterno e della fiducia nutriti dal popolo russo per l’Ucraina”. Oh, oh. Anche se Krusciov non fosse stato sbronzo quando decise, come talvolta viene malignamente insinuato, certo nella sua scelta non ci fu nulla di inevitabile né di “naturale” sotto il profilo storico, o , se è per questo, di “innaturale”.

   Se non fosse accaduto, la Crimea oggi farebbe parte della Federazione Russa con un’ampia maggioranza di Tartari e Ucraini di Crimea che si lamenterebbero all’insegna del “perché noi dobbiamo essere una minoranza nel vostro paese quando voi potreste essere una minoranza nel nostro”. Ma è accaduto, e la rabbia sale alla rovescia. Non c’è necessità storica in questi esiti, né giustizia universale, ma da più di un secolo di autodecolonizzazione europea dovremmo imparare due cose. Innanzitutto che dal momento in cui un popolo ha uno stato tendenzialmente non vuole rinunciarvi. Un amico macedone subito dopo l’indipendenza del suo paese dalla ex Jugoslavia mi disse: «Sai, credo che la Macedonia non dovesse diventare necessariamente uno stato indipendente, ma ora che lo è mi piace così». Non a caso il numero degli stati dell’Onu continua a crescere, non a diminuire. Dietro le quinte sono in attesa i membri dell’Unpo, l’Organizzazione della nazioni e dei popoli non rappresentati, tra cui i Tartari di Crimea.

   Ancor più importante è la seconda lezione. Come ribadiva il grande antimperialista Mahatma Gandhi, tra mezzi e fini non esiste una netta distinzione. La violenza genera violenza. Le modalità non sono soltanto importanti quanto l’azione; in realtà determinano l’esito finale. Un divorzio di velluto, come in Cecoslovacchia, porta ad una situazione diversa rispetto al divorzio sanguinoso. Lo stesso vale per una convivenza pacifica e volontaria (Scozia e Inghilterra forse?) rispetto ad una forzosa. L’uso della forza porta sempre conseguenze indesiderate. Lo Zar Vladimir può riconquistare il dominio sulla Crimea, ma la sua azione andrà infine a rinforzo dell’indipendenza dell’Ucraina. (Timothy Garton Ash)

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