Il CASO VENETO e l’avanzata del POPULISMO in Europa – LA BALCANIZZAZIONE DELL’EUROPA: piccole patrie (REGIONI) che vantano l’INDIPENDENZA nell’epoca della crisi economica e della FRAMMENTAZIONE istituzionale – Un’EUROPA (forte e credibile) DELLE REGIONI, con MACRO-PROGETTI TERRITORIALI, fermerà le follie separatiste?

 

INDIPENDENTISTI VENETI MANIFESTANO IN PIAZZA SAN MARCO
INDIPENDENTISTI VENETI MANIFESTANO IN PIAZZA SAN MARCO

   Premesso che per il referendum per l’ “indipendenza” del Veneto (fatto con 120 seggi sparsi nel territorio, ma in particolare on line) sono stati dati dei risultati di partecipazione del tutto improbabili (2 milioni e 350mila vi avrebbero partecipato e l’89%, cioè 2.100.000 si sarebbero pronunciati per il sì: ma da dati riscontrati la partecipazione pare non abbia superato i 100.000 veneti, più di 20 volte di meno del dato dichiarato!), premesso questo, lo stesso la situazione di disagio e “rivolta” sembra esserci davvero (in Veneto, ma non solo).

   Pertanto se il referendum veneto tenutosi nelle scorse settimane sarà sproporzionato (lo è sicuramente), i sondaggi (come quello Demos di Ilvo Diamanti, che in questo post vi proponiamo in un articolo) confermano il disagio, la frustrazione (per un’economia che non va più, per fabbriche, laboratori, negozi che chiudono…), lo straniamento veneto verso lo stato centrale.

REGIONI D'EUROPA
REGIONI D’EUROPA

   E in Europa non è solo il Veneto a incazzarsi contro un paventato centralismo burocratico delle stato nazionale: altre regioni italiane paventano lo stesso malessere, come la Sicilia e la Sardegna; e poi ci sono le cose ancor più “serie”, cioè concrete, come la Catalogna in Spagna, la Scozia in Gran Bretagna, le Fiandre in Belgio, che si approssimano a “regolari” referendum (non come in Crimea, dove comunque il risultato parrebbe ineccepibile nel volere l’adesione alla Russia…)…. Pertanto piccole patrie e geografia degli stati nazionali che dimostra una gran voglia di cambiare….

   Cambiare: non si sa come, in che modo. Ma i disagi (economici, di troppe tasse…) portano a veri e propri deliri identitari, speranze che ritornando a contesti del passato tutto ritorni come prima (la lira al posto dell’euro….): cioè si spera che “la piccola patria” risolva il problema del disagio sociale esistenziale. E’ per questo che il Veneto non parla più neanche di Nordest, ma solo di se stesso, che Venezia e Mestre vanno a un nuovo referendum per separarsi l’una dall’altra…. (neanche immaginabile piccole fusioni tra i 581 comuni veneti in entità più adatte ai tempi: ogni referendum che si tiene viene quasi sempre bocciato dai cittadini “paurosi” che qualcosa cambi).

LA SCHEDA ELETTORALE DEL REFERENDUM PER IL VENETO INDIPENDENTE - Secondo i promotori del referendum i votanti sono stati circa 2.350.000. I sì all’indipendenza 2.100.000
LA SCHEDA ELETTORALE DEL REFERENDUM PER IL VENETO INDIPENDENTE – Secondo i promotori del referendum i votanti sono stati circa 2.350.000. I sì all’indipendenza 2.100.000

E’ per questo che politiche geografiche, di revisione istituzionale territoriale, forti ed efficaci, sono messe inesorabilmente in crisi dal contesto attuale: tanto dal dover rinunciare a immaginare Macroregioni europee autorevoli e funzionali a territori che mostrano analoghe vocazioni economiche, sociali, culturali, di mobilità interna dei loro abitanti… Macroregioni che si integrano e interloquiscono tra loro in una forte, unitaria, solidale (e più che mai federalista) Europa… il caos istituzionale di adesso richiede perlomeno che le bocce delle proposte (che anche noi abbiamo tentato di fare) siano ferme.

Il 18 settembre 2014 verrà indetto UN REFERENDUM PER LA SECESSIONE DELLA SCOZIA DAL REGNO UNITO. Gli scozzesi andranno al voto per rispondere a un’unica domanda: “La Scozia dovrebbe essere un paese indipendente?”. I sondaggi dicono che perderanno. (da “il Fatto Quotidiano”)
Il 18 settembre 2014 verrà indetto UN REFERENDUM PER LA SECESSIONE DELLA SCOZIA DAL REGNO UNITO. Gli scozzesi andranno al voto per rispondere a un’unica domanda: “La Scozia dovrebbe essere un paese indipendente?”. I sondaggi dicono che perderanno. (da “il Fatto Quotidiano”)

   Pertanto i sommovi- menti in Europa (dalla Crimea che entra nella federazione russa, ai referendum che ci saranno in Scozia e in Belgio –quest’ultimo spaccherà il paese con l’allontana- mento della ricca parte nord delle Fiandre-, e la Catalogna in Spagna che vuole affrancarsi da Madrid…), questi sommovimenti sono una cosa veramente seria, da non sottovalutare, che potrebbero sfociare in un caos doloroso (di nuova guerra civile europea, magari a macchia di leopardo su vari territori); sommovimenti, e “scontenti”, che richiedono sforzi e politiche accorte per prevenire disastri possibili di qui ai prossimi mesi e anni (come invece è accaduto all’inizio degli anni ‘90 del secolo scorso con lo smembramento della ex Iugoslavia).

   E poi: dove volete che possano andare (fare) da soli questi staterelli che è possibile si formeranno? …In un momento “globale” in cui è necessario aggregarsi, ci si frammenterà ancor di più…

   C’è pertanto un desiderio di separarsi per sottolineare un disagio, un progetto di società mancante per il presente e il futuro. Ma si sa già che, se accadesse di “ritrovarsi indipendenti”, ci sarà la necessità immediata di riaggregarsi in modo diverso all’interno di entità nuove; di trovare qualcuno, più grande e potente, che quel progetto territoriale (economico, sociale, politico) ce l’ha, lo esprime (in questo senso la scellerata annessione della Crimea alla Russia sancita da un referendum-plebiscito risolve per la Crimea all’origine la cosa: cioè ci si aggrega alla “madre-Russia” sperando che Putin porti quel benessere che mancava).

   Nel contesto della frammentazione e del voler andarsene di territori (regioni) di stati nazionali europei, la soluzione “virtuosa”, come dicevamo, sarebbe quella di stabilire il progetto di un’ “Europa delle regioni”, dove poter valorizzare in ciascuna (macro-regione, o “città-stato” nel caso di grandi metropoli) le grandi specificità (culturali, ambientali, industriali, agricole, turistiche, delle nuove tecnologie innovative, della ricerca…); riscoprendo valori e contatti positivi tra popolazioni (giovani che fanno un anno di servizio civile europeo, che viaggiano e imparano lingue e tradizioni; anziani che fanno sì i turisti ma che mettono anche a disposizione le loro conoscenze ed esperienze; centri di ricerca comuni europei sulle nuove tecnologie; volontariato dentro e fuori d’Europa come segno civico della solidarietà con i più deboli; difesa del paesaggio e dall’inquinamento di associazioni e gruppi per forme alternative nuove di vita, a impatto zero…). Esprimendo solidarietà e una politica comune con le altre parti del mondo.

   Ma per fare un’ “Europa delle Regioni” servono le Regioni (cioè entità “vere”, di spessore, e non territorialmente inadeguate, burocratiche e autoreferenziali come sono adesso le regioni italiane…) e serve l’Europa (che adesso “non c’è”).

   Lo spirito dei padri fondatori, del “manifesto di Ventotene” di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, scritto e pensato nel confino (anti)fascista dell’omonima isola del Lazio meridionale in piena guerra civile europea (nel 1941), può essere, con gli opportuni strumenti di modernità dati dal nostro presente, un efficace ritorno concreto alle origini vere della costruzione di un’Europa che si immaginava federalista; e così in grado di dare risposte vere, accogliendo positivamente e risolvendo disagi e spaesamenti delle singole regioni europee per le quali i vetusti stati nazionali stanno stretti. (s.m.)

IL 9 NOVEMBRE 2014 CI SARÀ IL REFERENDUM SULL’AUTONOMIA CATALANA DA MADRID
IL 9 NOVEMBRE 2014 CI SARÀ IL REFERENDUM SULL’AUTONOMIA CATALANA DA MADRID

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MAPPE

DALLA CRIMEA AL VENETO E ALLA SCOZIA: IL RISCHIO DI RIDISEGNARE LA GEOGRAFIA

di Pierluigi Battista, da il Corriere della sera del 23/3/2014

   Morire per la TRANSNISTRIA, dopo aver sfiorato l’apocalisse con la CRIMEA? E quando dovremo esibire i passaporti per visitare TREVISO dopo la simbolica secessione on line del VENETO? Del resto, c’è poco da scherzare. Nessuno conosceva le peripezie etnico-nazionali del KOSOVO prima della dissoluzione della JUGOSLAVIA: e dopo qualche anno è stata la guerra.

   La mistica delle PICCOLE PATRIE riattizza il culto delle radici e dei sacri confini. L’uso politico della geografia non promette mai nulla di buono. E dall’esplosione di Stati e imperi, gli umori indipendentisti incrociano sempre il riaffiorare delle logiche da grande potenza.

   La tragedia si mescola alla commedia, per fortuna. Le convulsioni che scuotono l’Ucraina avvelenano lo scenario internazionale. Il plebiscito pro-secessione del Veneto non ha nessuna efficacia pratica. Ma segnala uno stato d’animo. Una rincorsa alla chiusura che annuncia di solito tentazioni centrifughe, deliri identitari, rifiuti e angosce.

   Tra un paio di mesi, mentre gli elettori del continente si recheranno alle urne con ogni probabilità regalando un grande successo ai partiti eurofobi, gli elettori sanciranno LA FINE DEL BELGIO come noi lo conosciamo, con le ricche FIANDRE che si separeranno dalla VALLONIA nel nome dell’INDIPENDENTISMO FIAMMINGO.

Il 18 settembre sarà la volta della SCOZIA, quando la patria di Braveheart e di Sean Connery che si fa immortalare in kilt si staccherà dall’INGHILTERRA e riacquisterà la piena sovranità.

   E la CATALOGNA? Il dualismo irriducibile tra catalani e castigliani di Madrid si sta trasformando in un dissidio che prelude alla rottura. La bandiera catalana viene sventolata a Barcellona come insofferenza per l’attuale autonomia amministrativa e come atto simbolico di divisione emotiva, prima ancora che istituzionale, nei confronti di Madrid. Lo Stato nazionale spagnolo ne uscirà certamente indebolito.

   Così come è avvenuto nel nazionalismo romantico da un paio di secoli a questa parte, la rivendicazione nazionale si accompagna sempre a mitologie, inni, ricostruzioni leggendarie della storia, fantasie letterarie, attaccamento emozionale al patrimonio folklorico di un «popolo» vissuto come un tutt’uno inscindibile, legato dalla lingua, dalla religione, da un comune passato.

   Ma la differenza fondamentale è che il nazionalismo romantico aveva come bandiera e ideale la costruzione di uno Stato nazionale che inglobasse i particolarismi del passato. Mentre questo culto della separazione, questo neo-indipendentismo talvolta aggressivo, altre volte più mite, e in qualche caso parodistico, denuncia la crisi delle forze coesive degli Stati nazionali.

   L’insoddisfazione verso l’entità sovranazionale dell’Europa politica e monetaria spinge verso il rifugio delle piccole identità che vogliono andare per conto proprio, il rinserrarsi nel recinto di una purezza perduta e che si fantastica come meravigliosa in confronto alle miserie del presente. Si rimettono in discussione confini, frontiere, appartenenze.

   La dissoluzione catastrofica della Jugoslavia ha rinvigorito fino allo spasimo della crudeltà etnica la rivalità tra entità che erano rimaste insieme solo con il pugno di ferro del regime titoista.

   Ma non si è mai concluda la transizione cruenta della dissolta Unione Sovietica verso un’accettabile convivenza tra Stati nazionali diversi, tra il riesplodere delle velleità imperiali della Russia di Putin e il terrore delle nazionalità che si sentono minacciate dal gigantismo prepotente di Mosca. La CECENIA, gli incendi del CAUCASO, ora l’esplosione dell’UCRAINA filoeuropea e l’annessione brutale della CRIMEA da parte di Mosca. Un mosaico complesso e contorto in cui coesistono rivendicazioni religiose, etniche, nazionali, linguistiche.

   Prima che crollasse il muro di Berlino e la bandiera rossa fosse ammainata dal Cremlino, già Alberto RonchY invitava i suoi interlocutori a contare le popolazioni non russe che ribollivano nei confini sterminati di quell’impero: “baschiri, ciuvaschi, daghestani, mordvini, tartari, udmurti, balkari, karaciai, calmucchi, mongoli buriati, ossezi, ingusci, ceceni”. E chissà quante altre ancora.

   Tragedie della storia. Pericolose come le rivendicazioni etnico-nazionali che stanno scuotendo persino la Cina. Imparagonabili con il gesto del Veneto, o con le velleità neoseparatiste che riaffiorano in Sicilia, o con il ribollire sordo della conflittualità etnico-linguistica dell’Alto Adige, peraltro mitigata dalle cospicue regalie finanziarie dello Stato italiano.

   Eppure, nella sfera degli umori e delle emozioni collettive, i segnali che provengono dalle mille “nazioni” che oggi si sentono strette negli abiti degli Stati nazionali devono far riflettere. Troppe volte tutto è cominciato che sembrava uno scherzo. (Pierluigi Battista)

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SONDAGGIO SHOCK DEI VENETI. VOGLIA DI INDIPENDENZA, FINISCE IL SOGNO DEL NORDEST

di ILVO DIAMANTI, da “la Repubblica” del 24/3/2014

– L’indipendenza del Veneto non è uno scherzo. Bocciato lo Stato centrale, no alla politica locale – SONDAGGIO DEMOS. Questa regione pone oggi una questione che conta più di quella settentrionale –

   SONO state accolte con qualche sorpresa e molta perplessità — per non dire incredulità — le notizie riguardo al referendum sull’indipendenza del Veneto. Promosso e organizzato dai movimenti autonomisti, il “plebiscito” si è svolto la scorsa settimana. Secondo i promotori, vi avrebbero partecipato circa tre elettori veneti (aventi diritto) su quattro. Quasi 2 milioni e mezzo. Con un esito “plebiscitario”: 89% di “sì”. Naturalmente, i dati sono ipotetici e non verificabili. Così, in Italia, è prevalsa la tendenza a liquidare l’iniziativa con un misto di sarcasmo e di scetticismo.

LE TABELLE A differenza degli osservatori stranieri, che hanno, invece, trattato l’evento con attenzione. Non solo per il precedente (immediato) della Crimea. Ma, ancor più, per le tensioni indipendentiste che scuotono altri Paesi europei. In Gran Bretagna, Spagna, Belgio… Così, mentre cresce l’insoddisfazione verso l’Unione Europea, si acuiscono le divisioni all’interno degli stati nazionali. Per questo conviene prendere sul serio il segnale che proviene dal Veneto. Anche perché rivela sentimenti estesi. In misura, magari, non “plebiscitaria”, come quella dichiarata dai “venetisti”, ma, tuttavia, maggioritaria.    Lo conferma un sondaggio di Demos, condotto presso un campione rappresentativo di elettori veneti nei giorni scorsi (per la precisione: il 20 e il 21 marzo). La partecipazione al referendum, dai dati, esce ridimensionata. Ma resta, comunque, molto significativa. Quasi metà degli elettori veneti, infatti, sostiene di aver votato oppure di essere intenzionato a farlo. E poco meno dell’80% di essi si dice favorevole al quesito referendario: l’indipendenza veneta. Una posizione condivisa, d’altronde, da un terzo di coloro che dicono di non essere intenzionati a votare.    Nell’insieme, LA MAGGIORANZA DEGLI ELETTORI (COMPRESI NEL CAMPIONE) SI DICE D’ACCORDO CON L’IPOTESI CHE “IL VENETO DIVENTI UNA REPUBBLICA INDIPENDENTE E SOVRANA”. Circa il 55%. Mentre I CONTRARI SONO POCO MENO DEL 40%.

   Dunque, l’indipendenza costituisce una prospettiva attraente per la maggioranza della popolazione. Piace, soprattutto, agli imprenditori e agli operai. I lavoratori dipendenti e autonomi della piccola impresa, che costituiscono il “distintivo” economico e sociale del Veneto. Solo tra i più giovani — e, quindi, fra gli studenti — la posizione contraria all’indipendenza prevale nettamente. Oltre che fra i disoccupati.

   Anche dal punto di vista politico, gli orientamenti sono molto chiari. L’indipendenza veneta piace agli elettori di Destra (in particolare di FI) e, ovviamente, ai leghisti e agli “autonomisti”. Ma prevale nettamente anche fra gli elettori del M5s, dove, peraltro, negli ultimi due anni è confluito gran parte del voto leghista. Il Veneto, d’altronde, è politicamente una zona di centrodestra. Forzaleghista (come la definiva Edmondo Berselli).    LA DISTANZA DEI VENETI DALLO STATO NAZIONALE, dunque, È CRESCIUTA e oggi si traduce in aperto distacco. In misura molto maggiore che in passato. Tuttavia, molte cose sono cambiate, negli ultimi anni.    LA CRISI, anzitutto, HA ACCENTUATO IL RISENTIMENTO VERSO LO STATO, riassunto, non solo simbolicamente, in Roma capitale. LE DIFFICOLTÀ ECONOMICHE, infatti, hanno sollecitato maggiore sostegno e HANNO RESO PIÙ ACUTO IL CONTRASTO CON IL CETO POLITICO E LA BUROCRAZIA CENTRALE.    A differenza del passato, inoltre, la rivendicazione indipendentista, oggi, non evoca patrie immaginarie, come la Padania, ma neppure aree poco definite e, internamente, differenziate, come il Nord. Com’è divenuto lo stesso Nordest.

   Richiama, invece, il Veneto. La Regione. Considerata l’ambito che suscita maggiore appartenenza da circa il 25% dei Veneti (Oss. Nordest per Il Gazzettino, settembre 2012). Non a caso, la Lega (Padana), inizialmente tiepida verso l’iniziativa, l’ha, in seguito, sostenuta. Il governatore, Luca Zaia, in particolare. Che si prepara, a sua volta, a far votare al Consiglio veneto una proposta di legge per indire un referendum “formale” per l’indipendenza. Anche se incostituzionale, costituirebbe, comunque, per Zaia, il manifesto per una Lista civica (personale) in vista delle elezioni regionali dell’anno prossimo. Per compensare la debolezza della Lega.    D’altronde, la Liga Veneta è “la madre di tutte le leghe”, come ebbe a definirla uno dei fondatori, Franco Rocchetta. Che venerdì sera era in piazza, a Treviso, a festeggiare il referendum e il mito dell’indipendenza veneta.    Bisogna, dunque, prendere sul serio il segnale che proviene dal referendum. Al di là delle misure — ipotetiche — della partecipazione e del consenso dichiarate dagli organizzatori, la rivendicazione autonomista appare fondata e largamente maggioritaria.

   Al tempo stesso, bisogna interpretarne correttamente il significato. In-dipendenza significa, infatti, “non dipendenza”. E, dunque, AUTONOMIA. AUTOGOVERNO. Non necessariamente “secessione”.

   Ne danno conferma le opinioni circa il modo migliore “per sostenere gli interessi del Veneto”. La “piena indipendenza del Veneto”, infatti, è sostenuta da una quota ampia, ma non superiore al 30%. Meno di quanti riterrebbero più utile “eleggere parlamentari migliori” (dunque, capaci di esercitare maggiore pressione “su Roma”). Mentre appaiono ampie anche le componenti “federaliste”. È significativo come, fra gli stessi sostenitori dell’indipendenza veneta al referendum, quanti vedono nell’indipendenza “piena” la via maestra per affermare gli interessi regionali siano una maggioranza larga. Ma non assoluta: il 45%.    L’INDIPENDENZA, dunque, costituisce per i veneti e il Veneto UN MODO PER DENUNCIARE, in modo estremo, IL DISAGIO NEI CONFRONTI DELLO STATO CENTRALE. L’insoddisfazione contro la classe politica e di governo. Non solo nazionale, ma anche regionale.    Da ciò, un’altra indicazione significativa. Soprattutto se si pensa al diverso impatto ottenuto dal referendum dei giorni scorsi rispetto alla manifestazione per l’indipendenza padana, promossa nel settembre 1996. Quando, in marcia lungo il Po per marcare la frontiera del Nord, si recarono pochi leghisti, spaesati e sparsi.

Per rappresentare il sentimento e il risentimento territoriale, oggi, CONVIENE RINUNCIARE A PATRIE IMMAGINARIE, come la Padania. MA ANCHE ALLE MACROREGIONI oppure ad aree ampie — e differenziate. COME IL NORD E LO STESSO NORDEST. Per storia, economia, identità e interessi, infatti, è sempre più difficile tenere insieme il Veneto con il Piemonte, la Lombardia e lo stesso Trentino Alto Adige. Treviso con Milano e Bolzano.

   La “questione Veneto”, oggi, conta più di quella “settentrionale”. E affievolisce il Nordest. (Ilvo Diamanti)

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DALLE SECESSIONI AL BISOGNO DI IMPERO

di STEFANO CINGOLANI, da “IL FOGLIO” del 22/3/2014

   “Il 18 settembre ti sarà chiesto: la SCOZIA deve diventare un paese indipendente? Il governo scozzese ti invita a rispondere sì”. La più clamorosa secessione nell’Europa occidentale contemporanea, comincia così, con un documento di 670 pagine che non si limita a spiegare le ragioni, ma offre anche ai cinque milioni di abitanti una guida pratica su come vivere fuori dal regno che a questo punto si chiamerà solo di Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord (almeno finché anche gli altri pezzi non decideranno di seguire le orme dei cugini celti).

   Alex Salmond, primo ministro della Scozia, regione autonoma dopo la devolution introdotta dallo scozzese Tony Blair nel 1998, ha promesso che tutti i sommergibili atomici inglesi abbandoneranno le coste della nuova nazione sovrana, anche se chiederà di restare nella Nato di restare e di entrare nell’Unione europea.

Non si sa con quale moneta, se la sterlina, l’euro o magari una valuta locale: la questione è aperta e dipende in gran parte da Londra che avrà l’ultima parola su tutte le più spinose questioni di collocazione e affiliazione internazionale.

   Se vincerà il sì. Sean Connery, il più famoso testimonial indipendentista, non ha dubbi, lo scrive e lo ripete ovunque, soprattutto agli americani che hanno preso male l’ultima delle bizzarrie europee. “Fa parte di un trend preoccupante che non può non allarmare anche gli Stati Uniti”, ha scritto in un editoriale il Washington Post. Ma i confini non sono inviolabili, non lo sono mai stati, tanto meno in questo tornante della storia in cui possono essere attaccati dall’interno e dall’esterno, a furor di popolo o a mano armata (e magari in entrambi i modi).

   Inviolabili, quante volte abbiamo sentito questo impegno, tanto solenne quanto vuoto, riguardo alle frontiere? Non solo là dove sono tracciate sulla sabbia o disegnate dalle grandi potenze coloniali con un tratto di penna, ma nella vecchia Europa. Del resto, perché meravigliarsi, Europa non è stata rapita e stuprata? Quale altra violazione è più forte e simbolica?

   Con le armi o con le urne, ormai da tempo è tutto un correre a ridisegnare le mappe, un gioco di separazioni più o meno consensuali, una corsa alla secessione: la SCOZIA e la CATALOGNA, i PAESI BASCHI e la CORSICA, le FIANDRE o la SICILIA (passando per la SARDEGNA), il VENETO e il TIROLO. Per non parlare dei BALCANI dove la BOSNIA, grande come il Lombardo-Veneto, è divisa in tre. Il KOSOVO, il MONTENEGRO, la MACEDONIA, anzi LE DUE MACEDONIE, in lite tra loro anche sul nome (la Grecia sostiene che solo la sua ha il diritto di chiamarsi come la patria di Alessandro).

   E poi la SLOVACCHIA che ha tranciato un solco con la Repubblica ceca, la MOLDOVA piccolo cuscinetto tra Ucraina e Romania. E via via divorziando. Insomma, NON C’È SOLO LA CRIMEA, siamo di fronte alla “BALCANIZZAZIONE DELL’EUROPA”, secondo Lord Robertson ex segretario generale della Nato, laburista scozzese che si rivolge ai suoi compatrioti per invitarli a pensarci due volte prima di chiudere il vallo di Adriano.

   Ma attenti, c’è secessione e secessione, ci ammonisce Bernard-Henri Levy, l’ormai appassito nouveau philosophe che si è fatto immortalare sulle barricate di Kiev: “NON SI PUÒ PARAGONARE KOSOVO E CRIMEA”, sentenzia BHL tra le piume della sua vanità. Un vero truismo, direbbero i vecchi filosofi. E poi c’è sempre un distinguo, esiste sempre un’eccezione. Prendete il KURDISTAN, mica può essere paragonato ai paesi sotto il tallone di zar Putin? Certo che no, infatti non esiste. I CURDI SONO SCHIACCIATI DA ALMENO TRE TALLONI: QUELLO SIRIANO, QUELLO IRACHENO E QUELLO TURCO e anche GLI STIVALI SONO DIVERSI, la Turchia se non altro fa parte della Nato. Princìpi puri e principio di realtà, del resto, si sono sempre scontrati da che mondo è mondo.

   La separazione democratica è diversa da quella imposta con il ferro e il fuoco, è ovvio. Eppure l’adesione alla Germania, l’Anschluss, venne approvato dagli austriaci (seppure sotto una qualche minaccia dell’esercito hitleriano). Dunque, non basta il voto, bisogna che sia libero, consapevole, trasparente e non come le urne di vetro usate in Crimea dal gran burlador di Mosca. Ma dividersi non è affatto facile, per i popoli e gli stati ancor meno che per le famiglie; anzi spesso non funziona proprio e si finisce per cercare un protettore, un grande amico, magari un imperatore benevolente pronto ad accogliere nelle sue braccia amorevoli la pecorella smarrita. E non vale solo per i nuovi staterelli dell’est europeo o del Caucaso, ma anche per entità con ben altro pedigree. Come ad esempio la SCOZIA.

   Qual è la linea di demarcazione? Etnica? Linguistica? C’è di mezzo il mito, la storia, l’economia, la politica? Di tutto un po’, ma certo nelle Highlands il mito ha una importanza altrettanto grande che sulle montagne della Serbia. Gli scozzesi hanno combattuto per secoli gli inglesi. Morta Elisabetta I, fin dal 1603 con Giacomo VI Stuart hanno piazzato un loro re in Inghilterra aprendo la strada all’ Unione.

   L’autonomia è sempre rimasta viva, l’indipendenza è rifiorita con i nazionalismi ottocenteschi e di nuovo nell’ultima parte del secolo scorso. E tuttavia, una divisione etnica è difficile da digerire tanto profondo è il metissage nelle isole britanniche. William Wallace, l’eroe popolare, è riemerso agli onori con la cultura pop. Braveheart, il film di Mel Gibson, coglie il nuovo spirito del tempo, anche se trasforma il figlio di un latifondista che conosceva il latino e il francese in una sorta di capo di sanculotti in tartan. Persino il gruppo metal rock Iron Maiden ne fa l’eroe delle sue canzoni come The Clansman. La trasfigurazione conta più della realtà. Prendete il kilt.

   William Wallace non indossava il gonnellino come lo conosciamo oggi. Ma, quando deponeva l’armatura di cavaliere la classica tunica medievale. Persino il plaid a scacchi e colori dei clan, il breacan, con il quale si cingevano i fianchi passandolo attraverso una spalla, è una moda introdotta solo due secoli dopo nel corso del ‘500. Quanto all’indumento a pieghe con tutti i suoi orpelli, diventato emblema di ogni “cultura e società celtica, irlandese, gallese, galiziana, è un’invenzione inglese e ha solo un flebile legame con il folklore o con indumenti degli antichi celti più o meno ricostruiti dagli archeologi.

   Proprio così. Nasce nei primi decenni del ‘700 grazie a tal Thomas Rawlison che si era rifugiato nelle Highlands anche per sfuggire alla chiesa d’Inghilterra che non amava le sette calviniste (tanto che furono costrette a emigrare in America). Altro che tradizione, è una operazione commerciale, del tutto capitalistica, al pari di Braveheart. Adesso li vediamo sventolare ovunque, in guerra e in pace, da settembre probabilmente copriranno gli scranni del parlamento scozzese.

   E’ stato il romanticismo a trasfigurare tutto, anche il kilt, ed è il nazionalismo che l’ha mistificato, rendendolo un simbolo importante quanto la croce di Sant’Andrea. E’ accaduto lo stesso a tantissime leggende che formano la cosiddetta cultura etnica e che con l’etné non hanno nulla a che vedere.

   Trasformare un plaid in kilt è molto più facile che scegliere una nuova moneta. Infatti, i primi intoppi per il progetto di Salmond sono insorti proprio sulla sterlina. Un’idea, infatti, è quella di continuare ad usare la valuta inglese. “E già, e chi garantisce per il vostro debito”, ha subito replicato Mark Carney, il canadese che guida la Banca d’Inghilterra. Bisognerebbe introdurre dei meccanismi simili a quell’ambaradan che la Bce ha creato per i paesi che partecipano all’euro.

   Ma attenzione: LA MONETA UNICA CONTINENTALE NASCE CON UNA DEBOLEZZA DI FONDO, PERCHÉ È PRIVA DI UNA POLITICA FISCALE COMUNE. Dunque la Scozia potrebbe sì distaccarsi, ma dovrebbe lasciare a Londra quanto meno il controllo ferro sulle tasse e le spese, cioè sui due attributi fondamentali della sovranità di uno stato. Gli scozzesi fanno leva sulle riserve petrolifere nel Mare del Nord, molte delle quali sono al largo delle loro coste.

   Già, ma quanto al largo? E poi oggi sono gestite dalle grandi compagnie inglesi come la Bp e la Shell. Che cosa vuol fare Salmond, appropriarsene? Nazionalizzarle come Chavez in Venezuela? Ci provi pure sghignazzano i boss delle multinazionali. Dunque, LA SCOZIA PUÒ ESSERE INDIPENDENTE, MA NON SOVRANA. E qui comincia una discussione, anzi una trattativa durissima perché gli inglesi cercheranno di far valere il loro potere monetario contro la secessione.

   “Ah sì? Allora noi adottiamo l’euro”, replicano gli indipendentisti. Fermi tutti. Il problema del debito si pone lo stesso. E in questo caso Londra avrebbe l’ultima parola. Non solo. All’idea di una Scozia indipendente che viene accolta a braccia aperte a Bruxelles, comincia a rumoreggiare Madrid. Indiscrezioni su un veto spagnolo sono circolate nelle capitali europee al punto che il governo di Mariano Rajoy ha dovuto smentirle ufficialmente.

   Una cosa è certa: LA SCOZIA È IL VESSILLO CHE SVENTOLANO IN PIAZZA ANCHE I CATALANI i quali mai come questa volta chiedono non solo ancor più autonomia e poteri, ma di separarsi dai castigliani. Una catastrofe per il resto della Spagna perché a Barcellona e nella sua regione è concentrata la maggiore ricchezza. Ma anche per la portata davvero storica di una frattura che metterebbe fine a cinquecento anni di unità.

   A differenza dalla Scozia, la Catalogna non avrebbe problemi di carattere monetario, visto che fa già parte della zona euro. L’integrazione piena in una struttura sovranazionale, infatti, favorisce il distacco dagli stati nazionali, anzi lo rende non solo fattibile, ma addirittura legittimo.

   E’ quel che sosteneva in Italia Gianfranco Miglio quando agli esordi della Lega Nord progettava le macroregioni e dialogava con i bavaresi della CSU, affascinati lì per lì dall’idea, o con gli svizzeri del Canton Ticino. E oggi Luca Zaia, tardo epigono proclama: “Il Veneto come la Catalogna, sono in ballo 21 miliardi di euro” (calcola le tasse che non andrebbero versate a Roma non quello che gli altri contribuenti italiani versano al Veneto).

   Il movimento PLEBISCITO.EU vuole la secessione e la regione guidata dalla Lega ha in discussione un progetto di legge per un referendum. Ma c’è anche chi chiede, con un sondaggio on line su AFFARITALIANI.IT, se la Sicilia deve seguire l’esempio della Crimea. Già, per andare dove? Verso gli Stati Uniti come sognava Finocchiaro Aprile nel 1943 quando sbarcavano i marines?

   A BARCELLONA SI VOTERÀ IL 9 NOVEMBRE, dunque DOPO LA SCOZIA CHE FARÀ DA BATTISTRADA e influenzerà necessariamente le altre iniziative indipendentiste. E il paradosso dei paradossi vuole che proprio questa Europa dei tecnocrati odiata dalle “estreme” e disprezzata da Beppe Grillo, questo super-stato burocratico, lontano dai popoli come dice anche Matteo Renzi, potrà consentire proprio ai popoli di esprimersi liberamente senza paura di restare appesi al nulla o di finire nelle fauci di un lupo siberiano o di un leone dell’Atlante. Perché IL MOSAICO DI STATI EUROPEI È IN GRAN PARTE UNA COSTRUZIONE ARTIFICIOSA.

   Scrive Tony Judt in “Dopoguerra” che dopo il primo conflitto mondiale, con il disfacimento degli Imperi centrali e quello ottomano, vennero cambiati i confini, dopo la seconda guerra mondiale vennero spostati interi popoli, costruendo stati su base “etnica”. I SINGOLI PAESI NEL 1939 ERANO ANCORA MULTICULTURALI E MULTIRELIGIOSI, NONOSTANTE I REGIMI FASCISTI, NEL 1949 NON PIÙ.

   Sono pressoché scomparsi gli ebrei, ma non solo: in Polonia i polacchi erano il 68% della popolazione oggi sono oltre il 90, la stessa Italia diventa più omogenea, mentre nei Balcani e nei territori occupati dall’Armata rossa, avviene un rimescolamento all’insegna di vere e proprie deportazioni.

   L’EUROPA DEGLI ALLEATI VINCITORI, dunque, anche in occidente NASCE ALIMENTANDO IL PREGIUDIZIO, una grave colpa che attraversa i decenni come un fiume carsico e riesplode prepotente con la fine della guerra fredda. Le guerre di Jugoslavia lo dimostrano. Gli Stati Uniti erano “distratti” da Saddam Hussein e l’Unione europea era ossessionata dalla “questione tedesca”, così LA GERMANIA CHE IMPOSE IL RICONOSCIMENTO UNILATERALE DELLA SLOVENIA E DELLA CROAZIA, CONSIDERATI PAESI SATELLITI, proprio mentre era impegnata a digerire il boccone degli Ossie. E COMINCIARONO SETTE ANNI DI STRAGI E FLAGELLI le cui ferite non sono ancora rimarginate.

   IL PREGIUDIZIO ETNICO è lo stesso che oggi opera come un verme nella pancia degli ucraini e dei russi, così simili da tutti i punti di vista e così lontani. DOVE POSSONO ANDARE DA SOLI QUESTI STATERELLI che dovremmo chiamare da operetta se sul palcoscenico d’Europa non si recitasse un dramma? Non sono autosufficienti né sul piano economico né su quello militare. Quindi CERCANO UN PADRINO. Il patronage può essere rude e opprimente come quello russo o morbido e avvolgente come quello europeo. Ma esiste un modello ideale al quale riferirsi?

   Peter Klaus Hartman, storico dell’università di Magonza, lo ha trovato nel SACRO ROMANO IMPERO. La Regensburg del 1653 dove si riuniva la dieta (il Reichstag) presieduta dall’imperatore, può essere paragonata alla moderna Bruxelles. Anche le discussioni tra i riottosi principi, costretti a ingoiare bon gré mal gré gli accordi fiscali e a rispettarli ancor più malvolentieri, assomigliano alle liti sul patto di stabilità. Sono stati gli Asburgo, arrivati al potere dalla Svizzera nel sedicesimo secolo, a dare fondamenta nuove alla ormai vetusta costruzione di Carlo Magno.

   Altrove fiorivano le monarchie assolute, l’imperatore veniva scelto, invece, dai principi elettori (prima sette poi dieci) che esprimevano la multiforme realtà di un territorio diviso in 180 feudi secolari e 136 ecclesiastici, più 83 città che godevano uno statuto speciale (alcune come Amburgo lo conservano ancor oggi). Le guerre di religione lacerarono per trent’anni, senza scardinarla, questa cattedrale tardogotica che seppe ritrovare un equilibrio tra confessioni (non solo cristiane), popoli e culture, rimasto invariato fino al 1914.

   Lo storico inglese Joachim Waley che ha pubblicato a Cambridge una storia dell’impero in due volumi, si lancia in un parallelismo ancor più ardito con l’odierna Unione europea. C’era persino la trojka, racconta, perché il Reichstag, trasformato in dieta perpetua dal 1663, mandava i suoi funzionari a discutere e trattare ristrutturazioni dei debiti nei feudi in default. Whaley calcola ben 57 salvataggi nel ‘700 il secolo delle riforme anche per gli Asburgo. Ma la vera idea forte era che i conflitti dovevano essere risolti dai giudici e non dagli eserciti. Le corti di Vienna e Speyer erano del tutto simili all’alta corte del Lussemburgo. E il principe elettore di Magonza faceva la parte della attuale presidenza semestrale della Ue.

   Magari Hartman e Waley si sono fatti vincere dall’entusiasmo e dal gusto del paradosso. Ma certo è impressionante come oggi, mentre a ovest si diffonde l’euroscetticismo, a oriente, là dove il limes è ancor oggi confuso e mobile, si minacci una guerra per entrare nell’Unione, la versione moderna e benevolente del Sacro romano impero.

   Non è, dunque, una mera bizzarria da studioso, è emerso in questo mondo non più piatto, ma diviso in placche tettoniche, UN DESIDERIO DI SEPARARSI E RIAGGREGARSI IN MODO DIVERSO ALL’INTERNO DI ENTITÀ NUOVE che meglio rispondano (o almeno così si pensa) ai bisogni di questa era. E che mettano in qualche modo rimedio agli errori dei vincitori, quelli compiuti nel 1945, ma anche quelli del 1989 e degli anni successivi all’implosione dell’Unione sovietica.

   E’ il messaggio che arriva dalla Crimea e dalla Scozia (o dalla Catalogna), luoghi opposti gli uni agli altri anche sulla mappa geografica, ma luoghi dell’ira per il passato, dello scontento per il presente e (forse) della speranza per il futuro. (STEFANO CINGOLANI)

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L’EUROPA DILANIATA TRA RIBELLISMO ED EGOISMI

di Adriana Cerretelli, da “il Sole 24ore” del 25/3/2014

   Marine Le Pen ha vinto insieme all’assenteismo che ha sfiorato il 40%. Entrambi hanno umiliato la Francia socialista e quella gollista mettendone a nudo l’impotenza politica, il fossato che le separa dalla gente, dai loro problemi e anche dalle loro nevrosi. La duplice vittoria di due “sussulti” popolari estranei ai giochi della democrazia tradizionale promette però di non fermarsi sulle sponde della Senna.

FRANCIA - Dalle urne del primo turno (domenica 23/3/2014 delle elezioni comunali francesi i dati nazionali dicono che la destra ha vinto nettamente, con il 47% dei voti, mentre la sinistra si deve accontentare del 38%, quasi dieci punti in meno rispetto alle municipali del 2008. Ma IL VERO VINCITORE È IL FRONT NATIONAL, il partito di estrema destra guidato da MARINE LE PEN (nella foto). Il dato nazionale, che assegna al Front il 5%, è infatti poco significativo, visto che il partito era presente solo nella metà dei collegi. Mentre i risultati locali dimostrano come l'estrema destra sia riuscita a costruirsi un vero radicamento territoriale e sia ormai un protagonista stabile della scena politica. I suoi candidati sono in testa in 17 città di oltre 10mila abitanti (alcune importanti, come Avignone e Perpignan) e saranno presenti al secondo turno (avendo quindi ottenuto più del 10%) in 230 comuni
FRANCIA – Dalle urne del primo turno (domenica 23/3/2014 delle elezioni comunali francesi i dati nazionali dicono che la destra ha vinto nettamente, con il 47% dei voti, mentre la sinistra si deve accontentare del 38%, quasi dieci punti in meno rispetto alle municipali del 2008. Ma IL VERO VINCITORE È IL FRONT NATIONAL, il partito di estrema destra guidato da MARINE LE PEN (nella foto). Il dato nazionale, che assegna al Front il 5%, è infatti poco significativo, visto che il partito era presente solo nella metà dei collegi. Mentre i risultati locali dimostrano come l’estrema destra sia riuscita a costruirsi un vero radicamento territoriale e sia ormai un protagonista stabile della scena politica. I suoi candidati sono in testa in 17 città di oltre 10mila abitanti (alcune importanti, come Avignone e Perpignan) e saranno presenti al secondo turno (avendo quindi ottenuto più del 10%) in 230 comuni

   Se così sarà, L’EUROPA COMUNITARIA PRIMA O POI POTREBBE INVERTIRE ROTTA, CAMBIARE IL CORSO DELLA SUA STORIA. Mancano solo due mesi alle elezioni europee che rischiano di travolgerla, di vedere una parte consistente dei suoi oltre 500 MILIONI DI CITTADINI consegnarle un messaggio-killer, l’invito a rassegnarsi alla propria eutanasia. DOVUNQUE NEI 28 PAESI DELL’UNIONE EUROSCETTICISMO, ANTI-EUROPEISMO, POPULISMO E NAZIONALISMI CRESCONO PER LE RAGIONI PIÙ DIVERSE.

    Vinte le amministrative, il Fronte nazionale potrebbe diventare in maggio il primo partito francese. E contare di più nelle dinamiche europee attraverso le alleanze che sta stringendo con il partito della Libertà di Geert Wilders, che a sua volta promette di arrivare primo in Olanda, con la Lega in Italia, il Fpoe in Austria, il Vlaams Belang in Belgio. E formazioni simili in Finlandia e Svezia.

   Nel nuovo Europarlamento, annunciano i sondaggi, gli anti-europeisti potrebbero oscillare tra un quarto e un terzo del totale dei seggi. Al GRUPPO “LEPENISTA” si affiancheranno infatti le forze dell’INGLESE UKIP, a sua volta probabile primo partito, gli eletti del MOVIMENTO 5 STELLE che potrebbero convergere nelle loro file. ESTREMA DESTRA E SINISTRA GRECA. I partiti nazionalisti dell’Est, Ungheria in testa. NELLA STESSA GERMANIA, tradizionalmente vaccinata contro questo tipo di pulsioni, “ALTERNATIVA PER LA GERMANIA”, IL PARTITO ANTI-EURO, SAREBBE ALL’8%. Con l’estrema sinistra che combatte la stessa battaglia, il no arriverebbe al 15%.    In attesa di vedere come andrà a finire, sorge una domanda: MA L’EUROPA SI MERITA questa insurrezione popolare, i forconi dei suoi cittadini infuriati, IL PLEBISCITO DEL RIFIUTO?    Insomma l’euroscetticismo dilagante è davvero il figlio legittimo della Malaeuropa o non è piuttosto il suo bastardo?    Le risposte non sono univoche perché la realtà europea è estremamente complessa, priva di una chiara identità, di ambizioni e visioni comuni. È un oggetto che, soprattutto in tempi di avversità economiche, suscita diffidenze e paure, spesso irrazionali ma non per questo meno sentite. Per timore dei servizi a basso costo che avrebbe potuto offrire in Francia grazie alla detestata DIRETTIVA BOLKESTEIN, il famoso “idraulico polacco” indusse i francesi a bocciare la Costituzione europea, con tutti i contraccolpi negativi che si scaricarono sull’Ue. Qualche anno dopo si scoprì però che in quel maggio 2005 in Francia di idraulici polacchi ce ne erano 13. Sì, soltanto 13.

   Una volta l’Europa era una casa immobile nel mondo bloccato di Yalta, una casa piccola, coesa e rassicurante che distribuiva pace e benessere, in una parola sicurezze. Il mondo è cambiato, è diventato mobile e globale. Dalla caduta del Muro in poi, anche l’Unione si è globalizzata, riunificandosi e allargandosi. Mercato unico, moneta unica, frontiere sempre più a Est. La GERMANIA raddoppiata che inevitabilmente esce dalla taglia media, quella degli altri Grandi, per farsi unica SUPERPOTENZA EUROPEA: ECONOMICA MA ANCHE POLITICA E SOPRATTUTTO CULTURALE.    Poi la grande crisi finanziaria del 2008 che dagli Stati Uniti sbarca in un’Europa psicologicamente disarmata, impreparata a gestirla. E così LA PICCOLA GRECIA (2% del Pil euro e 3% del debito) con le sue malefatte sui conti pubblici diventa l’incredibile DETONATORE DELLA GRANDE EURO-CRISI. I mercati ci sguazzano, i governi non sanno che pesci pigliare. In attesa di rafforzare la governance dell’euro, partono le cure da cavallo del rigore e la troika che non guarda in faccia a nessuno. Irlanda, GRECIA, PORTOGALLO, SPAGNA e CIPRO evitano in extremis il default ma gli aiuti europei costano carissimo: recessione, disoccupazione alle stelle, welfare nelle stalle. Il debito però sale invece di scendere.    Mentre il Sud soffre, IL NORD, che pure ha contribuito alla crisi con gli incauti investimenti nei titoli sovrani mediterranei dai lauti rendimenti, LUCRA SUI PAESI PIÙ VULNERABILI: le casse dello Stato e le imprese tedesche si finanziano a tassi sottozero ma nell’immaginario collettivo è il contribuente tedesco a pagare ingiustamente per fannulloni e frodatori meridionali.

   COSÌ L’EUROPA SI SPACCA. Nord e Sud si guardano in cagnesco, incattiviti, esasperati. Esplode una crisi di sfiducia reciproca senza precedenti. L’EUROPA CHE DISTRIBUIVA PACE E BENESSERE ORA DISPENSA SACRIFICI, RANCORI, DISPERAZIONE, INSICUREZZE DIFFUSE, FUTURO INCERTO. Ha perso lo spirito di famiglia, il senso di solidarietà. Fondata sul principio dell'”unità nelle diversità” si trasforma nel club dei separati in una casa dove le “divisioni nelle avversità” sono la regola.    E allora EUROPA perché, PER FARE CHE COSA E ANDARE DOVE?

   E, poi, si può amare un riformatorio? Prolifera sul ribellismo popolare, scatenato dal rigore cieco che ha bloccato la crescita e distrutto lavoro, l’euroscetticismo che spadroneggia a Sud. A Nord invece si alimenta di egoismi e istinti difensivi: la vecchia paura del club-Med, il terrore di dover pagare di tasca propria, via la moneta unica, l’irresponsabilità degli altri.    EUROSCETTICISMO, in breve, FA RIMA CON INCOMUNICABILITÀ: SOPRATTUTTO CULTURALE. Debito in tedesco significa colpa, in greco fiducia: due mondi agli antipodi eppure due concetti entrambi compatibili con quella parola: dipende da come si maneggiano i debiti. Sarebbe semplicistico però spiegare la rivolta con la sola emergenza euro. Il disagio viene da più lontano, ha radici più profonde.

   La crisi ha strappato il velo delle ambiguità e delle ipocrisie europee, facendo non a caso riaffiorare ferite della storia che si credevano cicatrizzate proprio grazie al successo dell’integrazione post-bellica. Sulla piazza Syntagma ad Atene si sono viste bruciare bandiere naziste. SULLA “BILDT” TEDESCA TITOLI CUBITALI INVITAVANO I GRECI A VENDERE RODI E LE ISOLE PER FARE CASSA. Europa?    Europa sì, LA VECCHIA EUROPA DEI CIECHI NAZIONALISMI, dei turpi egoismi che sfociarono in tre guerre civili. Mentre si consumava il divorzio dai suoi cittadini, l’Europa ha continuato a funzionare uguale a se stessa. Meglio, quasi uguale. Il quinquennio di crisi ha infatti accelerato l’indebolimento delle istituzioni comunitarie, garanti del rispetto dei Trattati Ue oltre che naturale luogo di mediazione tra i molteplici interessi dei Paesi membri. Istituzioni comuni più fragili, metodo intergovernativo all’arrembaggio. Unione più frammentata, meno coesa paradossalmente proprio quando cerca più convergenza per uscire dalla crisi.    Questo consesso più intergovernativo, dove ovviamente vige la legge del più forte, usa l’Europa come l’idiota del villaggio, l’alibi per vendere decisioni impopolari ai propri cittadini, dipingendola come un’eurocrazia stupida, arrogante, troppo invadente. Tacendo sul fatto che quell’eurocrazia si limita a usare i poteri che le sono affidati dai governi e dai Trattati, scritti da quegli stessi governi, ratificati dai loro parlamenti.    Allora MALAEUROPA o malgoverni, mala-comunicazione e mala-informazione?    C’è una diffusa ignoranza in Europa sull’Europa, su che cosa fa davvero e perché. Nessuno, per esempio, ha spiegato ai cittadini che cosa significavano le riforme che hanno rafforzato il patto di stabilità, i poteri più intrusivi della Commissione nei bilanci nazionali. Per la verità nemmeno tutti i parlamenti nazionali l’hanno capito. E così quando poi se ne coglie il senso, è rivolta, indignazione, rifiuto. Anche perché il nuovo trasferimento di sovranità nazionale a Bruxelles si è compiuto senza trasparenza democratica.

   L’EUROPA VIVE COME PROGETTO DELLE ELITES, NON DEI POPOLI. Però ora che entra sempre più nella gestione delle nostre vite e delle nostre tasche, la gente pretende a giusto titolo che sia più democratica, meno opaca e tecnocratica.    Sfortuna vuole che la crisi esistenziale dell’Unione si incroci sia con quella provocata dalla globalizzazione economica e migratoria con il carico di insicurezze che si porta dietro, sia con quella delle democrazie occidentali, incapaci di trovare un efficace modus vivendi e operandi nella società della comunicazione istantanea e dei social network dove i partiti tradizionali non si ritrovano più, incapaci di risposte convincenti, avvitati su politiche miopi, prive di orizzonti strategici. Ansiosi solo di mettere la testa sotto la sabbia.    IN 60 ANNI DI VITA L’EUROPA ha dato tanto ma NON È RIUSCITA A DARSI UNA SOLIDA IDENTITÀ: dopo il quinquennio di passione, l’euro non sembra il veicolo più adatto.

   COME RICOSTRUIRE IL CONSENSO PERDUTO? Se tornerà la ripresa economica, l’anti-europeismo rientrerà nei ranghi fisiologici, giurano in molti. C’è da sperarlo. Nel mondo globale L’EUROPA NON È UN’OPZIONE MA UNA NECESSITÀ ASSOLUTA. Peccato che, prima dei loro cittadini, siano molti governi a non averlo ancora capito. Per questo Marine Le Pen potrebbe essere l’avanguardia francese di un disastro europeo. (Adriana Cerretelli)

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GLI STRANI NUMERI DEL REFERENDUM SUL VENETO INDIPENDENTE

di Massimo Zamarion, 22/3/2014, dal blog Giornalettismo (www.giornalettismo.com/)

   Alcune semplici considerazioni fanno capire come le cifre diffuse dai promotori del “referendum” online sull’indipendenza del Veneto pongano serissimi dubbi.

   Il corpo elettorale veneto, tolti i minori e la popolazione straniera residente, è di circa 3.700.000 individui. Per votare a questo referendum, attraverso internet, col telefono o recandosi ai seggi, bisognava possedere un codice numerico personale, che avrebbe dovuto essere contenuto in una lettera spedita per posta o consegnata a domicilio a questi 3.700.000 elettori. Al sottoscritto non è arrivato nulla, pur vivendo in provincia di Treviso, fulcro dell’organizzazione indipendentista.

   La stessa organizzazione non risulta né capillare né omogenea. I seggi sparsi sul territorio veneto elencati sul sito dei promotori sono circa 120, il che significa un seggio – un locale o un gazebo – ogni 30.000 elettori circa, che già non è un gran risultato.

   Però il 70% di questi seggi risultano dislocati nelle province di Treviso e Padova, e spesso concentrati in alcuni comuni, e non sempre i più grandi. Il resto del 30% dei seggi se lo dividono le altre 5 province: a Vicenza una ventina, a Verona ce ne sono 6, a Venezia 5, a Belluno 3, a Rovigo solo 1. Di fatto, fuori dell’area vicentina-trevigiana-padovana l’organizzazione sembra assente.

   E’ plausibile che solo una parte, forse minoritaria, del corpo elettorale abbia ricevuto la lettera col codice. Ciò comporta che per moltissimi votanti sarebbe stato necessario generare il codice mediante registrazione sul sito del comitato promotore. Registrazione piuttosto laboriosa: dati personali, documento d’identità, password, e-mail di conferma. E in ogni caso anche chi aveva il codice avrebbe dovuto poi attivarlo. Qualcuno dirà che è una sciocchezza, ma nel mondo reale dei grandi numeri la gente va in crisi anche per molto meno.

   Possiamo poi scalare in via prudenziale dai 3.700.000 elettori complessivi un 15% almeno di astensionisti fisiologici o patologici, più un altro 10% di elettori che non hanno accesso a internet e che non hanno ricevuto la famosa lettera, i quali ultimi per votare avrebbero dovuto recarsi ai pochi seggi (rintracciabili solo sul sito web) o chiamare un apposito numero telefonico (che però si trova solo sul sito web) per chiedere l’aiuto di un operatore (per fare cosa?), o andare a rompere le scatole a conoscenti di presunta fede indipendentista. Tolto questo 25%, il corpo elettorale si riduce a circa 2.800.000 persone.

   Possiamo inoltre calcolare, sempre in via prudenziale, su questo resto di 2.800.000 persone un 40% di elettori di centrosinistra, di sinistra (compresa una parte dei grillini) e di un nocciolo duro della destra vera e propria che, ancorché non ostili per principio a forme di autonomia, sono però sicuramente ostili a progetti indipendentisti. Il che riduce l’elettorato potenziale massimo indipendentista a circa 1.700.000.

   Risultato massimo che sarebbe raggiunto a patto che tutti questi elettori, indipendentisti vari, leghisti, destrorsi vari, berlusconiani, centristi, grillini secessionisti e microscopici rimasugli di sinistra votassero compatti per l’indipendenza. Molti dopo avere fatta la trafila della generazione del codice. Il che sembra molto, ma molto difficile.

   Ciononostante secondo i promotori del referendum i votanti sono stati circa 2.350.000. Sono circa 400.000 voti espressi con attivazione del codice più un numero sconosciuto ma certamente poderoso di operazioni di generazione del codice per ognuno dei sei giorni del referendum. E’ vero che molti avranno votato col telefono, o con lo smartphone, ma se erano sprovvisti di codice bisognava pure che lo generassero collegandosi al sito web. Il che suggerisce che il sito, che non si è mai bloccato, avrebbe dovuto avere, presumibilmente, un numero di contatti giornalieri a sei zeri. E tuttavia sulla sezione “news” del sito gli utenti in linea in questi risultavano in media sui 200-400, anche se non è chiaro se si riferissero al sito nel suo complesso.    I sì all’indipendenza sono stati 2.100.000, ben superiori ai fatidici due milioni necessari a «proclamare l’indipendenza», e 250.000 no. I 2.100.000 voti per il sì corrispondono a circa il 60% dell’intero corpo elettorale veneto. Anche se il confronto non è del tutto pertinente, in una normale tornata elettorale con un tasso di astensione del 20%, corrisponderebbero al 75% dei votanti. Sono numeri stratosferici.

   Però a Treviso in piazza a festeggiare la proclamazione d’indipendenza c’era solo qualche centinaio di persone.

   Fatto significativo, ma non conclusivo: la storia non ha sempre bisogno di grandi palcoscenici. Rimane sempre possibile un’altra spiegazione: che cioè, una volta ammesso il sorprendente tasso di familiarità dei veneti con le nuove tecnologie, i figli della Serenissima di tutte le tendenze politiche abbiano voluto mandare un avvertimento e gridare il loro malcontento, senza per questo sposare tutti quanti sul serio le tesi indipendentistiche. Ci crediamo? Onestamente no. (Massimo Zamarion)

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NON SOLO CRIMEA, ECCO LE REGIONI EUROPEE CHE PUNTANO ALL’INDIPENDENZA

di Silvia Ragusa 23marzo 2014, da “Il Fatto Quotidiano”

   Citando il Kosovo, dopo la vittoria schiacciante dei sì al referendum in cui si chiedeva agli abitanti della Penisola di voler far parte della Russia, Putin ha lanciato l’assist perfetto ai movimenti separatisti di mezza Europa: dalla Catalogna alla Scozia (che va al voto il 18 settembre), fino all’Irlanda del Nord, passando per le Fiandre. Anche in Italia c’è chi vorrebbe fare del Veneto una Repubblica a sé stante.

   Il popolo di Crimea, secondo il presidente russo Vladimir Putin, si è comportato in base alla “regola dell’autodeterminazione dei popoli”. Lo ha detto nel suo discorso al Parlamento di Mosca, il giorno dopo aver firmato il decreto che riconosce l’indipendenza della penisola ucraina. Non è cosa nuova. L’altro precedente, continuava Putin davanti a una platea entusiasta, si è avuto quando “l’Occidente ha riconosciuto legittimo il distacco del Kosovo dalla Serbia, dicendo che non c’era bisogno di alcun permesso dal potere centrale”.

   Il leader russo ha accusato gli Usa di usare la “legge del più forte” e di aver ignorato le risoluzioni dell’Onu. Nel 2008, infatti, Pristina dichiarò unilateralmente la sua secessione dalla Serbia con una risoluzione votata dal suo parlamento provvisorio: esattamente come oggi la Crimea si sente russa, ai tempi il Kosovo – prevalentemente albanese -voleva la separazione dalla Serbia. Non servì alcuna consultazione popolare, il voto dei deputati fu risolutivo.

   Il Kosovo quindi non è la Crimea. Se oggi Putin porta come esempio la crisi dei Balcani per sottolineare l’ipocrisia della comunità internazionale, dovrebbe ricordarsi di quando, insieme alla Cina, si oppose fermamente alla secessione del Kosovo appoggiando i tentativi serbi di non concedere alcuna sovranità a Pristina, a differenza di Europa e Stati Uniti che riconobbero immediatamente la sua autonomia. Tuttavia, facendo leva sul principio di autodeterminazione dei popoli, Putin ha lanciato l’assist perfetto ai movimenti separatisti di mezza Europa: dal meridione catalano al settentrione scozzese, passando per l’Irlanda, le Fiandre giù fino all’Italia. Così, proprio pochi mesi dopo le elezioni europee del prossimo maggio, l’Europa si troverà a dover gestire le spinte separatiste di alcune sue zone strategiche.

CATALOGNA, LA CRIMEA SPAGNOLA

“L’ultimo trucco di Mas: portare la gente in strada come in Ucraina”. Il titolo in prima pagina è del quotidiano spagnolo La Razón. I mass media di Madrid hanno guardato al referendum in Crimea con apprensione. Esiste infatti un “parallelismo” tra il voto in Crimea e il referendum del prossimo 9 novembre sull’autonomia catalana. Almeno secondo il ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel García-Margallo.

   Gli articoli della Costituzione ucraina “sono uguali alle leggi della Costituzione spagnola”. Insomma per García-Margallo il parallelismo tra Catalogna è Crimea è “assoluto”. Artu Mas, presidente della Catalogna, non si è scomposto: ha allontanato i parallelismi e ha garantito che i catalani sono come il biblico David che riuscirà a vincere Golia con “astuzia, determinazione e volontà”. Poi però Mas ha spiegato di non scartare “una dichiarazione unilaterale d’indipendenza”, se quella che lui stesso chiama “via britannica” – l’accordo tra inglesi e scozzesi per un referendum simile – sarà ancora ostacolata da Madrid.

SE CE LA FA BARCELLONA, CE LA FA ANCHE VENEZIA

“Vuoi tu che il Veneto diventi una Repubblica federale indipendente e sovrana?”. La domanda è semplice e diretta, valida fino al 21 marzo. In soli tre giorni ha già raccolto 1 milione e 300mila voti: il referendum per l’indipendenza del Veneto, promosso da Plebiscito.eu, ha superato le più rosee aspettative degli organizzatori. Tant’è che i riflettori della stampa mondiale, non solo italiana, si sono accesi su Gianluca Busato, che ha così commentato i risultati: “L’obiettivo di due milioni di veneti che votano il referendum di indipendenza del Veneto è raggiungibile”. Il governatore Luca Zaia ha preso come fonte d’ispirazione quello che accade in Catalogna: “Dobbiamo capire se sull’indipendenza riescono ad aprirci un varco. La loro deadline è il 9 novembre 2014. Se l’indipendenza la ottiene Barcellona, seguendo il loro metodo potrebbe ottenerla anche Venezia”.

SCOZIA LIBERA, SOTTO LA REGINA ELISABETTA

A nord del vallo di Adriano è già tutto deciso. Il leader dello Scottish national party, Alex Salmond, ha trovato l’accordo con il premier britannico David Cameron riguardo l’indipendenza della Scozia: il 18 settembre 2014 verrà indetto un referendum per la secessione dal Regno Unito. Gli scozzesi andranno al voto per rispondere a un’unica domanda: “La Scozia dovrebbe essere un paese indipendente?”. I sondaggi dicono che perderanno.

   Ma da Edimburgo potrebbero arrivare delle sorprese. Secondo il progetto di Salmond, la Scozia diverrebbe nei fatti una nazione autonoma ma parte del Commonwealth, con governo indipendente sotto l’egida della regina Elisabetta. Il partito nazionalista sostiene che le risorse di petrolio nel mare del Nord, l’industria locale agricola, la pesca e il whisky consentono a una Scozia indipendente di essere prospera in termini economici. Altri partiti di Edimburgo e il governo britannico invece pensano che la secessione sia svantaggiosa per entrambi i Paesi.

REFERENDUM ANCHE IN IRLANDA DEL NORD

Il movimento indipendentista irlandese, il Sinn Fein, vuole realizzare un referendum per decidere se continuare a far parte del Regno Unito o unirsi al resto dell’isola. Il numero due del partito, Martin McGuinness, ritiene che il Nord sia pronto per un referendum nel 2016, proprio in coincidenza con il centenario della rivolta di Pasqua, la sanguinosa ribellione che ha portato alla guerra d’indipendenza contro l’Inghilterra.

GUERRA TRA FIANDRE E SUD FRANCOFONO

Anche in Belgio si respira aria di scissione. La trasformazione delle Fiandre in uno stato indipendente e sovrano è l’obiettivo della Nieuw vlaamse alliantie (Nuova alleanza fiamminga), il partito che ha trionfato alle ultime elezioni del 2010, dopo la crisi del governo, accanto agli indipendentisti fiamminghi di destra del Vlaams Belang, fautori della separazione dai valloni. Motivazione etno-culturale ed economica, perché spesso le regioni più ricche spingono per sganciarsi dal resto del Paese. Secondo i sondaggi però solo il 30 per cento degli abitanti delle Fiandre vorrebbe una piena indipendenza. (Silvia Ragusa)

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L’INDIPENDENZA DEL VENETO, NON SOTTOVALUTARE

di Marco Ventura, da “PANORAMA”, 24/3/2014

(http://news.panorama.it/)

– L’Europa è piena di movimenti e richieste separatiste. Guai a catalogarli come populismo –

   L’Italia non è sempre stata una e non è detto che lo rimanga. Unita. Quindi attrezziamoci mentalmente a uno scenario di disgregazione.

   Troppo facile liquidare le spinte indipendentiste del Veneto come frutto di campagne populiste. Il tema è più attuale di quanto non s’immagini, anche perché al di là del risultato del referendum online non verificabile al quale avrebbero partecipato 2 milioni di veneti in maggioranza indipendentisti, tutti i sondaggi concordano sul fatto che la spinta centrifuga è comunque prevalente (l’analisi dei numeri ). C’è poi una differenza non marginale di sfumature tra pulsioni alla secessione, all’indipendenza o all’autonomia. Rendersi indipendenti, dotarsi di una forma di autogoverno, non significa giocoforza separarsi. Il tema fondamentale è quello del fisco, che viene re-distribuito nella cornice di uno Stato nazionale. L’esempio principe è quello della ex Jugoslavia.

   Croazia e Slovenia proclamarono l’indipendenza dalla Federazione degli “slavi del Sud” (“jugo-slavi”) costituendosi in Stati nazionali secessionisti. Le due Repubbliche più ricche della Jugoslavia erano stanche di costituire la fonte principale di finanziamento dello Stato federale centrale, comprese le Forze armate. A questo si aggiungeva però un elemento storico-culturale ed etnico che affondava le sue radici in secoli di contrapposizioni armate. Non a caso la guerra nella ex Jugoslavia ha contagiato Bosnia-Erzegovina e Kosovo, coinvolgendo tutte le nazionalità di uno Stato in qualche modo condannato alla dissoluzione dopo la morte di Tito.

   In Europa, oggi, questa febbre secessionista è diffusa, anzi onnipresente. Le scadenze del 2014 più rilevanti sono quelle dei referendum scozzese (concordato con Londra) e catalano (osteggiato da Madrid), e le elezioni di maggio nelle Fiandre, la regione più ricca del Belgio dove si parla una lingua neerlandese diversa dal francese dei Valloni. Nel caso delle Fiandre e di Barcellona, si tratta di regioni ricche, che danno più di quello che ricevono dallo Stato centrale. Nel caso della Scozia, invece, l’effetto positivo per Edimburgo di una eventuale secessione sarebbe assai controverso (nonostante la Scozia non sia priva di risorse, principalmente petrolio, gas e whisky). Intanto ecco che la Crimea si separa dall’Ucraina nell’aspirazione a unirsi alla Russia, di fatto se non formalmente. E brillano sotto la cenere i focolai basco in Spagna, nordirlandese in Gran Bretagna, corso in Francia.

   L’Italia non è immune, anche se il separatismo è tradizionalmente più sardo, siciliano e sudtirolese che non veneto o lombardo. In Italia, il problema nasce da una profonda insoddisfazione dei cittadini verso lo Stato centrale, verso Roma, e verso l’apparato burocratico con tutte le sue rigidità e la sua violenza di tutti i giorni. Il problema è molto serio, tutt’altro che folcloristico, anche se non etnicamente motivato. E si sposa, alla vigilia delle elezioni europee, con l’insofferenza verso un altro livello di centralismo burocratico, quello dell’Unione europea. Spinte diffuse alla disgregazione e riaggregazione su scala minore attraverso il continente.

   In Italia il desiderio di autogoverno ha motivi politico-economici. Nasce dall’esasperazione, dallo scollamento rispetto al governo centrale e alle sue diramazioni e ramificazioni. È un errore dare un giudizio semplicemente negativo dell’indipendentismo e dei movimenti che lo “cavalcano”, tacciati automaticamente di populismo. Anche perché l’insoddisfazione verso lo Stato è più forte oggi proprio in quei territori del Nord nei quali sempre c’è stata una forte etica del lavoro e non certo della criminalità come anti-Stato.

   Il referendum online degli ultimi giorni non è ancora un referendum para-istituzionale sul modello di quello indetto in Catalogna, né tantomeno una consultazione legittimata dal centro come quella scozzese. Ma non per questo va sottovalutata la spinta alla separazione e all’indipendenza (che non è secessione) inserita per di più in un contesto generale di implosione degli Stati nazionali.

   L’Europa stessa è frammentata e divisa, non può costituire un ombrello sotto il quale gli indipendentisti di tutti i colori possano trovare rifugio. La UE, oggi, non è un’Unione ma un cartello di Stati nazionali sempre più deboli, sia all’interno, sia tutti insieme nella proiezione esterna in un mondo di soggetti globalmente forti (Stati Uniti , Cina…).

   Nulla si può escludere. Sarebbe un azzardo giurare sull’eternità dell’Unità d’Italia. (Marco Ventura)

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FEDERALISTI SÌ MA EUROPEISTI

di Eugenio Scalfari, da “l’Espresso” del 8/1/2014

– La Catalogna in Spagna, la Scozia in Gran Bretagna, la Baviera in Germania, le Fiandre in Belgio: tutti riscoprono il separatismo e l’indipendentismo.Ma dentro un forte Stato europeo. La Lega e i lepenisti francesi invece…-

   La Catalogna farà un referendum sponsorizzato dal governo di quella regione, il cui esito è praticamente già scontato: sarà una regione-nazione che riconosce alla Spagna di rappresentarla nella politica estera e nella Difesa nel solo caso di un’aggressione. Ma anche le altre regioni-nazioni preparano referendum analoghi: l’Andalusia, la Mancia, i Paesi Baschi. Poi voterà la Spagna in quanto tale e probabilmente anche l’esito di questo atto conclusivo sarà la struttura federale dello Stato spagnolo.

   Un federalismo che va ben oltre l’autonomia amministrativa poiché contiene elementi di forte politicità.

   È inutile sottolineare che il linguaggio delle varie regioni-nazioni non ha struttura dialettale; il catalano, il basco, l’andaluso, non sono dialetti ma vere e proprie lingue e hanno alle spalle una vera e propria storia politica che per lunghi secoli ebbe un suo autonomo sviluppo, a cominciare dagli Emirati Arabi di Cordoba e Granada che sopravvissero fino a quando la Castiglia di Isabella e la Catalogna di Alfonso d’Aragona non si unirono e cominciarono la “reconquista”.

   Del resto non è soltanto la Spagna a orientarsi verso il separatismo. Il fenomeno della Scozia è ancor più antico e ha fatto già molti passi avanti. Anche lì un referendum è imminente e non è il primo. Dovrebbe sancire nuove e ancor più politiche forme di indipendenza. La realtà è che la Scozia ha da sempre avuto una storia propria, una religione propria e una propria dinastia regnante con un esercito combattente. Perfino quando l’impero di Roma sbarcò, prima con Cesare e poi, più stabilmente, con gli imperatori Antonini, il Vallo di Adriano lasciò fuori dal perimetro di conquista il Galles e la Scozia.

   La Scozia fu da sempre cattolica e impose la sua religione a tutta la Gran Bretagna quando il figlio di Maria Stuart divenne re di tutto il paese. Ora la Scozia torna all’indipendenza e l’Inghilterra è d’accordo ma il separatismo si estenderà anche al Galles e alle provincie settentrionali. L’Irlanda è da tempo sulla stessa via. Il medesimo fenomeno si sta manifestando in Francia, il paese dove da almeno mezzo millennio l’unità ha marciato di pari passo con la “grandeur”.

   In Germania la tradizione dei principati elettori è invece antica e mai spenta e sta ora manifestando la sua spinta in Baviera, nel Palatinato, in Renania, in Brandeburgo. Le Fiandre riscoprono anch’esse la loro lingua e la loro disposizione indipendentista. Insomma l’Europa intera torna all’ideale federalista, ma con una particolarità un tempo ignota: il federalismo delle regioni-nazioni non solo non è contrario, ma ha come caratteristica essenziale l’esistenza di uno Stato europeo; uno Stato vero, non una confederazione di paesi nazionali guidati da governi nazionali. L’Europa unita e le regioni-nazioni che in essa si riconoscono e in essa trovano quella dimensione continentale, quella moneta unica, quella politica estera che parli con una sola voce e si confronti pacificamente ma affermando i propri valori e interessi rispetto al resto del mondo e alla sua convivenza globale.    Questo è il quadro, questo le forze che lo compongono e in esso si riconoscono e si articolano, con alcune vistose eccezioni: il Fronte nazionale lepenista e la Lega padana.

   Queste forze non vogliono affatto uno Stato europeo e tanto meno una moneta comune. Sono forze nazionaliste o favorevoli a confederazioni regionali dove l’accento si ponga contro la globalizzazione mondiale. Quale possa essere il loro futuro è ancora incognito a loro stesse, ma nella situazione attuale è un futuro ignoto che tende soltanto alla totale rottura del presente, nel bene e nel male che in esso convivono. (Eugenio Scalfari)

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GLOBALIZZAZIONE O NUOVA FRAMMENTAZIONE?

di Marco Caffarello, 24/3/2014, dal sito TERMOMETRO POLITICO (www.termometropolitico.it/ )

   Dalla Scozia alla Catalogna, dai Paesi Baschi al Veneto, dal SudTirolo alla Crimea, si assiste ad una rinascita dei nazionalismi, ad un ripristino del principio di autodeterminazione dei popoli che in quanto tale minaccia il corso della Globalizzazione e il ritorno ad una frammentarietà dei singoli Stati nazionali.

Scriveva nel 1999 il sociologo Ulrich Beck all’interno di quello che è a conti fatti il suo lavoro più importante, Cos’è la Globalizzazione, edito in Italia dalla casa editrice Carocci:” Globalizzazione significa il processo in seguito al quale gli Stati nazionali e la loro sovranità vengono condizionati e connessi trasversalmente da attori trasnazionali, dallo loro change di potere, dai loro orientamenti, identità e reti.”

   Riportare dunque le parole di colui che, tra i primi, comprese in cosa consista il fenomeno, la realtà complessa della globalizzazione, quando questo termine ormai super-inflazionato cominciava a farsi appena presente nel gergo quotidiano delle masse, rappresenta la migliore introduzione per analizzare a distanza di qualche anno quelle che sono state le reazioni dei popoli sovrani ai condizionamenti di questo fenomeno, una cornice che com’è noto tratteggia aspetti e categorie di ogni realtà, da quello squisitamente economico, essendo la globalizzazione un processo sopratutto di unificazione dei mercati, a quello essenzialmente politico, essendo ogni sovranità nazionale subordinata a quelle che sono le esigenze della ‘globalità‘, a quello propriamente comunicativo.

   Quel processo dunque iniziato con gli anni 80′, rafforzatosi poi negli anni 90′ e infine realizzatosi definitivamente con l’inizio del nuovo secolo, grazie anche all’avvento di internet, che a reso possibile scambiare informazioni e dati sincronicamente da ogni lato del mondo, si presta oggi ad una migliore analisi, anche nei suoi aspetti propriamente storici, ad essere guardato più concretamente  da presso nella contingenza delle reazioni sovrane e nazionali, ad una introspezione di quei trasversali condizionamenti che in quanto tale, quasi si trattasse di una ‘profezia’ di Herbert Marcuse, hanno uniformato le infinite differenze dei popoli sovrani ad una sola ed esclusiva ‘dimensione‘, ovviamente quella del dominio della tecnologia e del capitalismo.

   Sicchè non rappresenta più un ‘tabù‘ parlare della genesi, per così dire endogena, di forze ostili a questo processo ineluttabile, persino reazionarie in certi casi, a quello che a conti fatti sembra essere un destino inalienabile per ogni popolo sovrano, l’uniformità alle regole dei mercati internazionali, della produzione, della tecnica e della lingua.

   Negli ultimi due, tre anni infatti, complice la crisi economica internazionale, si è assistito in più occasioni ad una rivisitazione del principio di autodeterminazione dei popoli, protesi ognuno per proprio conto, secondo la propria tradizione, cultura ed economia, a rielegittarsi difronte agli obblighi e ai condizionamenti che la globalizzazione trasversalmente ha imposto, a dichiararsi indipendenti e pienamente sovrani difronte ad ogni straniero ‘occhio’, un fuoco questo che a ben vedere si acceso in più parti e in più aree del mondo, dalla Scozia alla Catalogna, dai Paesi Baschi al Veneto Italiano, dal SudTirolo alla Crimea.

   L’attuale boom di LePen in Francia e la vittoria dei nazionalisti fiamminghi di Bart De Wever in Belgio alle elezioni locali dello scorso anno, rappresentano eloquentemente e con chiarezza il ritorno dei sentimenti nazionalisti nel grembo della vecchia Europa, ed ora ne minacciano anche l’unità tanto agognata. Sì, perchè naturalmente la fioritura dei sentimenti nazionalisti e la rivisitazione del principio di autodeterminazione dei popoli costituiscono la sola ed unica minaccia per il cammino della stessa Unione, a conti fatti solo economica e burocratica, molto più infatti della stessa condizione di crisi che ne attaglia l’economia da qualche anno a questa parte, e come spesso si sente dire, le prossime elezioni rappresenteranno di certo la più classica delle prove del nove. Non è difficile infatti, date le premesse, che il prossimo parlamento europeo sarà quello più euro-scettico che la  breve storia dell’Unione abbia mai visto, tanto da minacciare il proseguimento  della stessa moneta unica.

   D’altronde basta visitare un saggio politico dell’illuminista Immanuel Kant per comprendere cosa la globalizzazione abbia  in realtà mancato, se non da un punto di vista economico- finanziario, come metodologia scientifica di scambio, come ‘positivismo organizzativo’, certamente da un punto di vista squisitamente razionale, tanto da rovesciarsi gradualmente nel suo opposto, ovvero in un processo di frammentazione dell’unità,  indispensabile, secondo l’etica del filosofo di Konigsberg, per l’esistere stesso di ogni ‘pace perpetua‘.

   Kant infatti, che credeva nel progresso dell’umanità, sosteneva che la pace perpetua è una possibilità reale, ma al contempo un asintoto verso cui tendere; i requisiti essenziali per l’ottenimento di questo, sono l’autodeterminazione dei popoli e il divieto assoluto di eserciti permanenti nei territori, da cui si evince, forse, che qualcosa sta andando quindi storto.

Tant’è che nella sua visione ideale, ma non utopica, il filosofo di Konigsberg parla di una confederazione di Stati‘, e quindi di popoli autoderminatisi secondo la prioprio cultura e tradizione, ma non di una ‘Repubblica mondiale‘, perchè come dice il filosofo all’interno del saggio del 1795, la Pace Perpetua:

molti popoli in uno Stato farebbero solamente un popolo che contraddice la premessa, al contrario invece ogni Stato ripone la sua maestà proprio nel fatto di non essere soggetto a nessuna costrizione legale. Cosí deve necessariamente esserci una Federazione di tipo particolare, che si può chiamare federazione di pace (foedus pacificum), che si differenzierebbe dal trattato di pace (pactum pacis) per il fatto che questo cerca di porre fine semplicemente a una guerra, quella invece a tutte le guerre per sempre. Questa federazione non si propone la costruzione di una potenza politica, ma semplicemente la conservazione e la garanzia della libertà di uno Stato preso a sé e contemporaneamente degli altri Stati federati, senza che questi si sottomettano (come gli individui nello stato di natura) a leggi pubbliche e alla costrizione da esse esercitata. Non è cosa impossibile immaginarci la realizzabilità (la realtà oggettiva) di questa idea di federazione, che si deve estendere progressivamente a tutti gli Stati e che conduce cosí alla pace perpetua.”

   Si comprende dal passo del filosofo di Konigsberg, quindi, cosa in realtà la Globalizzazione abbia in sé fallito, cosa abbia generato quel processo tendente, anziché all’unità degli Stati tenuti insieme da una confederazione che garantisce il diritto di ognuno per il Bene di tutti,( ovvero ciò a cui tende la Ragione incondizionata) ad una nuova frammentazione dei rapporti diplomatici tra Stati, tanto da minacciare, come si vede amaramente in questi giorni, l’esistenza stessa della pace; l‘esercizio di un potere ‘autoritario’ , ovvero di una Repubblica mondiale secondo una lettura kantiana, che anziché riconoscere  la conservazione e la garanzia della libertà di ogni Stato e contemporaneamente degli altri Stati confederati, dando luogo quindi ad un concerto internazionale nel quale il solo interesse deve essere il Bene comune, li ha sottomessi alla coercizione delle leggi pubbliche, alienandoli da quelli che sono i propri interessi e tradizioni.

L’esatto opposto di ciò che dice infatti un Sistema di Ragione illuminato. (Marco Caffarello)

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UNA STRADA SVIZZERA PER L’UNIONE EUROPEA

di Giuseppe Bertola, 25/3/2014, da LA VOCE.INFO (www.lavoce.info/)

– Gli svizzeri hanno capito che è necessario affrontare i problemi comuni in modo pragmatico e condiviso, pur rispettando le differenze culturali tra le diverse regioni. Un modello valido anche per l’Unione Europea?-

DUE MODELLI D’EUROPA

La crisi dell’Unione Europea è tanto economica quanto culturale. Per capire come si possano affrontare i problemi dell’Unione, è interessante vedere se e come sono stati risolti all’interno della Svizzera o in altri Stati, dove le differenze culturali sono rese evidenti dalla diversità linguistica e religiosa. (1)Gli stati-nazione di cui l’Unione Europea dovrebbe gestire le relazioni economiche e politiche si sono formati a partire dal Cinquecento e fino all’Ottocento. La Confederazione svizzera fu inizialmente incline a partecipare al gioco, ma dopo aver conquistato Borgogna e Lombardia fu sconfitta dalla nazione prototipo, la Francia. Si ritirò in una neutralità permanente e armata e non partecipò né alle successive guerre, né, in tempi più recenti, al processo di formazione dell’unione economica e monetaria che oggi la circonda completamente.    Anche la struttura economico-sociale della Confederazione è rimasta a lungo diversa da quella delle nazioni circostanti. Un mercato unico all’interno della Svizzera è stato introdotto nel 1996, imitando o adottando le misure che già nel 1992 avevano eliminato le barriere commerciali tra Stati europei, all’interno dei quali il commercio di beni e servizi era stato liberalizzato da un paio di secoli. La partecipazione a un sistema pensionistico integrato è diventata obbligatoria solo nel 1985, quando c’erano ancora più di 17mila fondi pensione legati all’impiego in specifiche località e occupazioni.

   Solo nel 1995 è diventato possibile mantenere tutti diritti pensionistici quando la carriera lavorativa oltrepassa i confini di tali spezzoni di mercato del lavoro. Sempre in un passato relativamente recente è stata introdotta un’assicurazione federale contro la disoccupazione con regole identiche in tutta la Svizzera. A parità di condizioni nel mercato del lavoro e altre caratteristiche individuali, i disoccupati germanofoni approfittano dei sussidi molto meno a lungo dei francofoni. Non è una sorpresa: in tedesco il lavoro rende liberi e felici, in francese travaglia e affatica. Ma è interessante notare quanto sarebbe assurdo se le più o meno ovvie differenze culturali portassero la Svizzera a prevedere regole che dipendono dalla lingua madre del lavoratore.    Gli svizzeri hanno capito che le differenze vanno riconosciute e rispettate, ma sono tante, e si devono tollerare e smussare per poter stare insieme. Anche se la struttura economica delle regioni svizzere le rende sensibili in modo diverso alle fluttuazioni del tasso di cambio, nessun Cantone contempla l’adozione di una moneta differente dal franco svizzero. Ben consci che convivere e condividere gli conviene, gli svizzeri hanno navigato bene in questa crisi, e in altre precedenti, prendendo decisioni necessarie e coraggiose (come l’introduzione di limiti all’indebitamento pubblico, il salvataggio di una banca enorme e l’accumulo di ancor più enormi riserve valutarie per contenere l’apprezzamento del franco svizzero) con un pragmatismo immune dalle polemiche a volte isteriche che si scatenano su temi analoghi nell’Unione economica e monetaria europea.    Anche in Belgio coesistono culture ancora più visibilmente diverse di quelle che popolano l’Italia e altri Stati nazionali; oggi però non riescono più a governarsi bene insieme.

LA MOBILITÀ SENZA REGOLE COMUNI

La Svizzera e il Belgio sono dunque come due Europe in miniatura, di cui una riesce a risolvere il problema che l’Unione Europea deve affrontare, l’altra no. Per capire come mai, si può ricordare che, come in Svizzera, anche in Belgio si è combattuta una breve guerra civile nell’Ottocento. In Svizzera, la vinsero i cantoni economicamente e socialmente più avanzati che, pur prevalentemente germanofoni, concordarono una condivisione del potere politico molto rispettosa delle autonomie locali.

   È per questo che l’organizzazione socio-economica della Svizzera restò a lungo meno moderna rispetto a stati-nazione come il Belgio, dove la guerra la vinsero i francofoni, e dove uno Stato piuttosto centralizzato non è mai riuscito a integrare in un’identità nazionale belga la cultura fiamminga che si sentiva conquistata. La globalizzazione ha rovesciato le sorti economiche delle regioni belghe: quelle di cultura dominante hanno perso l’industria pesante, le altre hanno potuto sfruttare porti oceanici e una cultura più adatta al mercato che alla burocrazia. Uno shock economico ha minato una coesione istituzionale più densa, ma meno solidamente radicata di quella svizzera.

   E si può anche sommessamente notare che in Europa l’ultima guerra l’hanno persa i tedeschi, che a lungo hanno dovuto rinunciare ad asserire la propria specificità nazionale e ora potrebbero attribuire a una qualche superiorità culturale, piuttosto che alla buona sorte, il rigoglioso sviluppo della loro economia manifatturiera dopo la Grande Recessione. Capire che un problema culturale in Europa esiste, e discuterne serenamente, è il primo passo per trovare una soluzione.    Alla soluzione dovrebbe contribuire un processo decisionale pragmatico e condiviso come in Svizzera, piuttosto che ideologico e verticistico come nelle nazioni tradizionali e nel complicato e oscuro patteggiare dell’Unione europea. Forse si può creare un’identità europea, come si fece molti secoli fa per l’identità francese, più recentemente per quella tedesca e, meno bene, quella belga. Più realisticamente, gli europei si possono convincere che hanno problemi da risolvere insieme. Di avere problemi in comune gli svizzeri se ne accorsero ai tempi delle guerre mondiali: è legittimo sperare che l’Europa possa compattarsi di fronte a pressioni esterne provenienti da Russia e Medio Oriente.    Della soluzione deve necessariamente far parte anche un sistema integrato di regole, contributi e sussidi per il mercato del lavoro europeo. Gli svizzeri hanno capito nel secolo scorso che un sistema di welfare locale è incompatibile con un’economia moderna, in cui il lavoro deve essere tanto mobile quanto tutelato e hanno provveduto a introdurre pensioni e assicurazioni federali.    Non è facile risolvere questo problema oltre i confini di Stati gelosi delle loro diverse tradizioni sociali e già internamente tormentati da difficili riforme. In febbraio, una risicata maggioranza ha approvato in Svizzera un referendum che vincola la Confederazione a introdurre quote per i lavoratori provenienti dall’Unione Europea. Del resto, nel 2013 il Belgio ha espulso 2.700 cittadini europei che, in quanto disoccupati da più di sei mesi, pesavano sul suo bilancio nazionale. Ma è chiaro che il problema va affrontato perché, in assenza di un sistema integrato di tutele e sussidi, la mobilità del lavoro è destabilizzante sia per la sostenibilità economica degli stati sociali nazionali (che ne sarà dei pensionati greci e italiani se molti dei loro figli e nipoti verseranno contributi in Germania?), sia per la sostenibilità politica di un mercato comune privo di politiche comuni. (Giuseppe Bertola)

 (1) I fatti a cui si fa riferimento sono documentati in “Switzerland: Relic of the Past, Model for the Future?” The EEAG Report on the European Economy, CESifo, Munich 2014, pp. 55–73, Da lì sono tratte anche alcune delle considerazioni qui esposte, ma non tutte. (Giuseppe Bertola)

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