PROVINCE “fermate” dalla “legge Delrio” (che non andranno al voto di maggio), istituzione di 9 CITTA’ METROPOLITANE (ma negli obsoleti confini provinciali di città capoluogo), e l’occasione mancata della riduzione dei COMUNI con le FUSIONI – La geografia degli enti istituzionali che cerca di adeguarsi alla contemporaneità (ma i comuni non riescono a diventare CITTA’ e le regioni MACROREGIONI)

VECCHIE E NUOVE PROVINCE D'ITALIA: SARA' LA VOLTA BUONA (che saranno abolite)?
VECCHIE E NUOVE PROVINCE D’ITALIA: SARA’ LA VOLTA BUONA (che saranno abolite)?

   Con l’approvazione al Senato del Disegno di Legge del Ministro Delrio (“Disposizioni sulle città metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni di comuni”) che di fatto “blocca” il potere delle province, rendendole altresì “enti di secondo livello” (cioè non più a elezione diretta dei cittadini), ebbene questo atto (seppur limitato nella sua portata: cioè non abolisce del tutto le province essendo necessaria una legge costituzionale, e lì l’iter è assai lungo, e non stabilisce a chi vanno assegnati i ruoli attuali delle provincie –Regione, comuni, o altri enti?-) questo atto dicevamo, segna un punto di non ritorno (almeno… il blocco delle elezioni in scadenza di questa primavera è un fatto assai importante: ben 73 enti provinciali sarebbero andati al voto, vanificando ogni tentativo di “fermare” le province).

   Il governo ha poi dato avvio all’iter costituzionale per togliere il nome “province” dalla Costituzione (con un decreto legge del 31 marzo) ma l’abolizione di fatto definitiva sarà proceduralmente molto lunga. E ADESSO TOCCA AI COMUNI E ALLE REGIONI CAMBIARE.

i flussi della CONURBAZIONE - CITTA' METROPOLITANA MILANESE
i flussi della CONURBAZIONE – CITTA’ METROPOLITANA MILANESE

   Vogliamo qui sottolineare che nella nostra proposta di FUSIONE DI COMUNI per costituire AL LORO POSTO CITTA’ di almeno 60.000 abitanti ciascuna (più volte paventata in questo blog…), questo non farà sì che ci sia un “allontanamento” dei servizi ai cittadini per le dimensioni più grandi dell’ente pubblico cittadino. Anzi, il contrario.

   Crediamo che il mantenimento del rapporto diretto con i concittadini che i Comuni ora cercano di avere, passa inesorabilmente con una riorganizzazione “verso l’alto” dell’istituzione comunale: solo comuni (CITTA’) più grandi territorialmente e demograficamente potranno offrire servizi adeguati e a costi sopportabili.

   Una parte (di questi servizi) saranno sì accentrati, cioè quelli nei quali il cittadino non deve confrontarsi con alcun funzionario pubblico (il “back office”: come l’ufficio personale, o la tesoreria, la ragioneria, l’ufficio legale etc.); e invece quei servizi rivolti al contatto con i cittadini (cioè dove necessita un rapporto diretto: l’anagrafe, lo stato civile, l’urbanistica, l’acquedotto…), si potrà/dovrà garantire la presenza in loco degli impiegati addetti (front office), appunto nei luoghi più vicini alle abitazioni (pertanto non solo nei municipi,. Ma ancor più decentrati, nelle circoscrizioni, quartieri, etc.). Accentrare il back office, decentrare il front office.

   E la scommessa sarà quella di allargare ancora di più il front office delocalizzato al massimo anche a servizi “altri” non propriamente “comunali”: come quelli postali, dell’inps, dell’agenzia entrate, delle prenotazioni USL… (la figura di operatori pubblici polivalenti presenti in loco, a contatto diretto con il cittadino, potrà essere la scommessa ulteriore di una revisione virtuosa del rapporto “pubblico-privato” e di un ritorno della istituzioni sui territori).

   Ma per far tutto questo è impossibile attuarlo con medio-piccole amministrazioni comunali cui ora ci ritroviamo (il 75 per cento degli oltre 8mila comuni italiani ha meno di 5mila abitanti; ma anche quelli che ne hanno 10 o 20mila sono ora realtà urbane in grave difficoltà sia economica sia ad esprimere un progetto urbano autorevole sui luoghi di loro competenza).

   Se dobbiamo guardare positivamente alla (finalmente!) “inertizzazione” del ruolo delle province con l’approvazione della legge “Delrio”, dall’altra questo provvedimento legislativo non è certo il meglio che si poteva fare per dare avvio alle 9 città metropolitane previste: il territorio (il perimetro) e le risorse finanziarie di queste istituite città metropolitane coincide con quelle delle vecchie province: e questo è un limite, una cosa nonsense. Non va bene; è una semplificazione forzata.

   Molte province così cambieranno solo denominazione trasformandosi pari pari in città metropolitane. Per dire: nel Veneto era prevista quella che viene chiamata PATREVE, dalle tre città (Padova, Treviso, Venezia) che dovevano essere il cuore dell’area territoriale omogenea che si voleva istituzionalmente che divenisse area metropolitana: per mobilità, scambi commerciali, formazione scolastica, assistenza sanitaria, cultura e ricerca applicata, tempo libero e sport, e quant’altra erogazione di servizi ci sia… E invece si individua come città-area metropolitana solo Venezia e, appunto, la sua provincia.

CITTA’ METROPOLITANE INDIVIDUATE

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   Per questo, la mancata individuazione di vere CITTA’-AREE METROPOLITANE, adeguate ai tempi; e dall’altra la splendida opportunità perduta di RIDURRE I COMUNI ATTRAVERSO LE FUSIONI (da 8.092 quali ora sono si poteva benissimo arrivare a un migliaio, e nei primi progetti del gruppo dell’attuale presidente del consiglio questo era l’obiettivo…), ebbene per questi motivi, pur plaudendo a una realtà legislativa che finalmente è riuscita a scardinare lobbies di potere e rendite di posizione consistenti (almeno finora…) che impediscono alcuna revisione geografica istituzionale territoriale, nonostante questa positività, pensiamo anche che la legge Delrio permetteva di “fare di più”: di andare nei dettagli perimetrali extraprovinciali per le città metropolitane, di passare da troppi comuni all’istituzione di nuove Città frutto della fusione dei medio-piccoli enti locali.

   Ma il processo di riforma istituzionale dei territori andrà avanti, speriamo.

   Perché se città metropolitane devono essere, esse debbono nascere da esigenze e prospettive vere: di vocazione economica, di caratteristiche geomorfologiche comuni, di mobilità interna dei cittadini, di territorio geografico omogeneo.

   E finora in ombra è rimasta le necessità di rivedere, sciogliere, le attuali 20 regioni. Se a nostro avviso ogni territorio nazionale dovrebbe essere compreso in una sua propria area metropolitana (anche i luoghi di montagna, e quelli meno urbanizzati: in questo senso si era coniato il logo “area agropolitana”); e se già adesso esistono città così estese da considerarsi un po’ città-stato (Milano, Roma…), nondimeno tutta questa riorganizzazione per AREE OMOGENEE, efficienti in tutti i servizi, questo potrà avvenire solo con lo scioglimento delle regioni in MACROREGIONI.

   Tornando alla legge “Delrio” approvata e ai comuni, con questa riforma la dimensione minima delle Unioni (di comuni) dovrebbe raggiungere i 10mila abitanti (3mila per le comunità montane). Come dicevamo, occasione perduta, per prevedere normativamente le FUSIONI di comuni.

   Tito Boeri, in un articolo che proponiamo in questo post ripreso da “la Voce.Info”, scrive che il decreto legge emanato è di fatto una legge di rinvio. Rinvia l’abolizione delle province e rinvia il riordino di funzioni e risorse fra i livelli di governo che dovrebbe sostituire i precedenti. E che “mentre il rinvio sul primo aspetto era inevitabile” sul resto si potevano già stabilire meglio dove andavano le funzioni ora svolte dalle province (le strade provinciali, la formazione, le scuole superiori…). E, aggiungiamo noi, la fusione dei comuni in realtà di almeno 60.000 abitanti poteva mettersi in moto ipso facto.

   Ma questa legge approvata dal Senato il 27 marzo scorso (con voto di fiducia…) è in ogni caso un passo in avanti concreto nella revisione geografico-istituzionale della ripartizione territoriale nazionale: e per questo dobbiamo essere soddisfatti di questo risultato. (s.m.)

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UNA SCORCIATOIA OBBLIGATA PER NON TORNARE INDIETRO

QUEL PUNTO DI NON RITORNO: UNA SCORCIATOIA OBBLIGATA PER NON TORNARE INDIETRO

di Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 27/3/2014

– la prima novità dopo anni di promesse per scardinare le resistenze anche se pesano le incognite –

   È andata. Sia chiaro: LO SVUOTAMENTO DELLE PROVINCE imposto dal governo con il voto di fiducia non è la riforma epocale da anni invocata.

   Era diventato però, tanto più dopo gli ultimi sgambetti in Commissione, il primo scoglio sulla rotta dell’ambizioso vascello riformista. E Renzi sapeva bene che se ci cozzava contro avrebbe avuto problemi serissimi. Per lui e per la svolta promessa. Proprio come i nemici del premier sapevano che, fermato lo sbarco dei rottamatori sulla battigia delle Province, sarebbero state poi più facili da difendere le altre casematte del vecchio sistema. Tutte.

   NON È, come spacciato da certi cantori, L’«ABOLIZIONE DELLE PROVINCE». Non è la rifondazione dello Stato. Non è neppure, essendo figlia un po’ di Mario Monti e un po’ di Enrico Letta (sia pure con l’apporto determinante del braccio destro del premier attuale Graziano Delrio) «la riforma di Renzi». Di più, non è chiaro come andrà a finire con la ripartizione delle competenze e dei dipendenti (quanti passeranno nei ranghi regionali con aumenti medi del 15% e quanti ai Comuni?) sottratti alle Province, svuotate e affidate per ora ai presidenti uscenti nel ruolo di commissari.

   Per capirci qualcosa, infatti, occorrerà aspettare la ristrutturazione, quella vera, del Senato e del cosiddetto «Titolo V» sull’impianto complessivo degli enti locali. Speriamo bene. E speriamo che abbiano torto quanti paventano, in questo periodo di limbo, il rischio di un pasticcio e di costi addirittura superiori.

   Men che meno si tratta di una vittoria sulla «Casta». Dice un tweet del giovane primo ministro che ora «tremila politici smetteranno di ricevere un’indennità dagli italiani». Messa così, sarebbe solo un boccone dato in pasto ai plebei. Un tantino demagogico, pure. Meglio il Matteo Renzi di tre anni fa. Quando spiegava che «o le Province servono, e allora le lascino così, o non servono come dico io, e allora le devono togliere tutte» perché occorre «saltare un gradino istituzionale e amministrativo, semplificando: solo Comuni-Regioni-Stato». Con in più, semmai, unioni di municipi decisi a condividere scelte amministrative, urbanistiche e finanziarie.

   Una novità, però, c’è davvero. Perché da troppi anni il tema dell’eccesso di enti locali (col loro carico di timbri, pratiche e tempi burocratici) era sul tappeto. Perché troppe campagne elettorali erano state combattute su questa promessa. Perché troppe volte la svolta (basti ricordare il titolone della «Padania» a Ferragosto del 2011: «Costi della politica, tagli epocali») era stata sbandierata come già avvenuta.

   Stavolta, come spiega il costituzionalista Augusto Barbera che pure è assai perplesso su varie cose, C’È UN PUNTO DI NON RITORNO: «Questa riforma non sarà l’ideale e sulle CITTÀ METROPOLITANE pronostico già dei problemi ma adesso quelli che vogliono cambiare si sono bruciati i velieri alle spalle. E possono andare solo avanti».

   ACCELERAZIONE OBBLIGATA DAI TEMPI. Che stanno per scadere. Il disegno di legge già approvato alla Camera (sia pure tra polemiche) doveva essere infatti varato dal Senato entro ieri. Per potere poi tornare a Montecitorio dove, viste le modifiche inserite a Palazzo Madama, dovrà essere nuovamente votato entro pochi giorni per evitare che, passati i termini, vengano convocati i comizi elettorali per rinnovare i consigli provinciali in scadenza. Un incubo, per Renzi. Che ne parlò un mese fa, nel discorso di insediamento alla Camera, rivolgendosi ai banchi della destra: «Chiedo alle opposizioni di fare uno sforzo; se non siete d’accordo con il ddl Delrio aiutateci a migliorare il Titolo V, ma evitate che il 25 maggio 46 nuovi presidenti di Provincia siano eletti e insediati». Peggio.

   Se finisse davvero così, le Province chiamate ad eleggere nuovi consigli e nuove giunte e nuovi presidenti sarebbero secondo i calcoli 73, vale a dire 52 in scadenza naturale e 21 commissariate in attesa di quella abolizione mai arrivata. Anzi, bocciata dalla Consulta, che nel luglio dell’anno scorso stabilì che la cancellazione delle Province, che furono previste nella Costituzione e lì sono rimaste, non poteva essere decisa con un decreto legge governativo. Prospettiva scontata: in caso di un naufragio della riforma Delrio e di nuove elezioni provinciali, magari affollate, chi avrebbe poi il fegato di tornare sul tema in tempi brevi?

   Certo, la scelta di questa scorciatoia dello svuotamento delle Province scartando la strada maestra della riforma costituzionale (votare in Parlamento la loro rimozione dalla Carta come proposero i dipietristi, che si schiantarono sull’astensione del Pd) non è limpida, chiara e netta come dovrebbe essere una svolta in una primavera di riforme vere. E certo molti speravano che un governo che rivendica di essere radicalmente nuovo anche nei rapporti con il Parlamento non andasse subito a metter la fiducia su un provvedimento così centrale.

   Ma si sa, dopo anni di sabbie mobili, promesse, intoppi, retromarce e rinvii, chi si contenta gode. Purché questa forzatura venga vissuta solo ed esclusivamente come una scorciatoia presa per tornare al più presto, appunto, sulla strada maestra. L’unica che i cittadini, in mezzo alle nebbie di questi inverni di riforme mancate, possono riconoscere. (Gian Antonio Stella)

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DAL 2015 VIA ALLE PROVINCE «LIGHT»

di Eugenio Bruno, da “il Sole 24ore” del 27/3/2014

   Il governo Renzi fa il lifting alle Province. Trasformandole in enti di secondo livello e snellendone le funzioni a partire dal 2015. A prevederlo è il disegno di legge Delrio che ha incassato ieri la fiducia del Senato (con 160 sì e 133 no) e che passa ora alla Camera per il terzo e probabilmente definitivo via libera parlamentare. Il ddl peraltro impedirà il rinnovo dei consigli provinciali in scadenza.    L’ok dell’assemblea di Palazzo Madama su un testo, che a detta del relatore Francesco Russo (Pd) «porterà un risparmio iniziale di oltre 150 milioni di euro e prevede un taglio di oltre 3000 indennità», è arrivato al termine di una giornata tutto sommato tranquilla. Con il governo e la maggioranza – salvo rare eccezioni ad personam come Maurizio Rossi e Tito Di Maggio (entrambi di Pi) – impegnati a difendere la bontà del provvedimento e la minoranza e l’Upi convinte nel sostenere che la riforma non produrrà alcun beneficio. Anzi. Con una polarizzazione che si è ripetuta anche nelle reazioni post-voto.    Un quadro comunque ben diverso da quello che si era invece presentato martedì quando in commissione erano passati due emendamenti dell’opposizione e in aula stavano per essere approvate le pregiudiziali di costituzionalità avanzate dal M5S.

   Due avvenimenti che hanno convinto l’esecutivo a “blindare” il testo come annunciato nell’emiciclo dal ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi. L’unico fuori programma si è avuto qualche ora dopo quando sono arrivati i rilievi della commissione Bilancio che hanno costretto il governo a un ritocco del maxiemendamento posto poi al voto dell’assemblea. In quella sede sono stati accolti anche tre emendamenti del presidente della V commissione Antonio Azzollini (Ncd) per specificare meglio la gratuità di tutti gli incarichi che riguarderanno Province e città metropolitane. LE PROVINCE SI SVUOTANO In attesa che la riforma costituzionale più volte annunciata elimini dagli articoli 114 e seguenti della carta fondamentale il riferimento alle Province, il ddl Delrio ne cambia i connotati. Facendole diventare enti di secondo livello imperniati su tre organi: il presidente, che sarà il sindaco del comune capoluogo; l’assemblea dei sindaci, che raggrupperà tutti i primi cittadini del circondario; il consiglio provinciale, che sarà formato da 10 a 16 membri (a seconda della popolazione) scelti tra gli amministratori municipali del territorio. Oppure tra i membri uscenti degli enti in scadenza quest’anno a cui il provvedimento ha lanciato una curiosa “ciambella di salvataggio”.

   Per nessuno di questi organi è previsto un compenso. Così come non percepiranno alcuna indennità né i 52 presidenti di Provincia che sarebbero scaduti in primavera e né i 21 commissari in carica per effetto della legge di stabilità fino al 30 giugno. Fino all’inizio del 2015 quando le Province 2.0 s’insedieranno saranno questi organi a supplire al consiglio provinciale mentre gli assessori resteranno al loro posto. Sempre fino a fine 2014 e sempre a costo zero.

   Al tempo stesso cambieranno le funzioni degli “enti di mezzo”. Mentre su trasporti, ambiente e mobilità avranno la semplice pianificazione, sull’edilizia scolastica manterranno la gestione e cominceranno a occuparsi anche di pari opportunità. Tutte le altre competenze passeranno ai Comuni a meno che le Regioni non preferiscano tenerli per sé. E lo stesso percorso seguiranno il personale e il patrimonio. (Eugenio Bruno)

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PURTROPPO RIMARREMO PROVINCIALI

di Tito Boeri, 28/3/2014, da “La Voce.Info” (www.lavoce.info/)

– Il ddl approvato dal Senato non abolisce affatto le province. Si limita a svuotarle senza stabilire a chi andranno le loro funzioni, ripetendo gli errori del federalismo. Difficile superare i 150 milioni di risparmi. E le città metropolitane sono già quindici –

NON ABOLISCE LE PROVINCE

Contrariamente a quanto proclamato da molti titoli di giornali, non abbiamo affatto dato l’addio alle province. Il disegno di legge approvato col voto di fiducia al Senato (dovrà adesso tornare alla Camera) non abolisce le province. Non poteva essere altrimenti dato che per farlo era necessaria una riforma costituzionale.

   Vero che la proposta di riforma del Titolo V della Costituzione, presentata assieme alla legge ordinaria a settembre 2013, si è persa nei meandri della Camera e ora è stata assorbita nella nuova proposta di abolizione del Senato. Speriamo di sprovincializzarci prima della fine della legislatura.

   Nel frattempo il disegno di legge appena approvato si limita a svuotare le province, a renderle più leggere, togliendo loro cariche (e compensi) direttivi. Come sempre nelle riforme incompiute, il rischio di rimanere a metà del guado, o meglio a mezz’aria, con province più leggere, acefale e svuotate di competenze, ma di fatto immortali, non va sottovalutato.

RISPARMI MODESTI

Per le ragioni di cui sopra, il testo approvato al Senato genera pochi risparmi. Né dipendenti né funzioni delle ex province scompaiono e, di conseguenza, non scompaiono neanche i costi relativi, la stragrande maggioranza delle spese di questo livello di governo.

   E siccome le province rimangono in vita, anche se la dirigenza politica è ora espressa in modo indiretto, non si riducono neanche le spese di rappresentanza degli altri enti territoriali e del governo presso le province. Quello che si risparmia con certezza è solo il finanziamento degli organi istituzionali (le indennità del presidente, assessori e consiglieri e i vari rimborsi connessi alle loro attività), che vengono aboliti, insieme alle spese delle relative consultazioni elettorali.

   Il finanziamento degli organi istituzionali è una partita di circa 110 milioni secondo gli ultimi dati disponibili. Non verrà azzerata dati i costi dei nuovi organi delle città metropolitane. Le consultazioni elettorali costano circa 320 milioni e si tengono ogni cinque anni, dunque il risparmio annuale è di circa 60 milioni, in totale i risparmi saranno attorno ai 150 milioni di euro.

   Meglio che nulla, ma certo non è una cifra particolarmente significativa su una spesa pubblica complessiva di circa 800 miliardi di euro. E non si tiene conto del fatto che la legge aumenta il numero di consiglieri comunali: il Governo si è impegnato a rendere questa operazione a costo zero, ma è difficile aumentare le cariche senza aumentare le spese.

LE CITTÀ METROPOLITANE

Vengono istituite NOVE CITTÀ METROPOLITANE (TORINO, MILANO, VENEZIA, GENOVA, BOLOGNA, FIRENZE, BARI, NAPOLI e REGGIO CALABRIA) sulla base di criteri interamente politici. Nessun riferimento alla struttura urbana, come dimostra il caso di Reggio Calabria. A queste si aggiungono ROMA CAPITALE e le CINQUE già ISTITUITE DALLE REGIONI A STATUTO AUTONOMO (PALERMO, MESSINA, CATANIA, CAGLIARI E TRIESTE).

   Il problema è che la legge, mentre non pone i paletti di criteri oggettivi sulla base dei quali fondare lo status di città metropolitane, apre la possibilità di istituire altre città metropolitane. Gioco facile, ad esempio, per Padova o Verona sostenere che se Venezia è città metropolitana, loro hanno molte più ragioni per diventarlo.

   IL RISCHIO È CHE MOLTE PROVINCE (non solo i capoluoghi di Regione!) CAMBINO SOLO DENOMINAZIONE TRASFORMANDOSI IN CITTÀ METROPOLITANE. Del resto, il territorio e le risorse finanziarie delle nuove città metropolitane coincidono con quelli delle vecchie province. Al contempo, regna grande la confusione su quali saranno le competenze dei nuovi enti locali, dunque forte il rischio di creare nuove sovrapposizioni (o conflitti) di competenze, come quello di dare nuove funzioni senza risorse adeguate.

   In tutta la legge approvata al Senato non c’è alcun tentativo di definire le funzioni più appropriate da allocare ai vari livelli di governo, e le risorse di cui dotarli, esattamente lo stesso errore compiuto nel costruire il “federalismo” al contrario negli ultimi venti anni.    L’unica nota positiva è che ci sono state risparmiate le città metropolitane “ciambelle” delle versioni precedenti del disegno di legge; non è più possibile per gruppi di comuni, magari strategicamente piazzati nel mezzo dei nuovi territori, decidere di andarsene e tenersi le vecchie province.

LE UNIONI DI COMUNI

Il testo varato dal Senato, infine, istituzionalizza e definisce anche le UNIONI DI COMUNI (e le convenzioni), con sindaci e consiglieri dei comuni sottostanti che diventano, in parte, presidenti e membri del comitato e del consiglio dell’unione. Una scelta che può essere condivisibile per i comuni di piccoli dimensioni (il 75 per cento degli oltre 8mila comuni italiani ha meno di 5mila abitanti), che non hanno la dimensione sufficiente per offrire in modo efficiente i servizi.

   Con la riforma, LA DIMENSIONE MINIMA DELLE UNIONI DOVREBBE RAGGIUNGERE I 10MILA ABITANTI (3MILA PER LE COMUNITÀ MONTANE). Bene, ma perché non si è avuto il coraggio di andare più a fondo? Visto che per i piccoli comuni la gestione di tutti i servizi fondamentali in forma associata diventa obbligatoria, non si capisce bene PERCHÉ NON PREVEDERNE DIRETTAMENTE LA FUSIONE.

Oppure lasciare ai comuni sottostanti meramente una funzione di rappresentanza. Invece, la legge prevede un incremento (rispetto a quanto definito dal Governo Monti) degli assessori, fino a quattro per i comuni dai 1000 fino ai 10mila abitanti, sia pure “senza oneri aggiuntivi per la finanza pubblica”. Vedremo quanto sarà vero. Si tratta di circa 25mila cariche in più. Lavoreranno tutti gratis? O gli altri consiglieri si faranno un’autoriduzione dei loro compensi?

UNA LEGGE RINVIO

In sostanza, quella approvata al Senato È UNA LEGGE RINVIO. Rinvia l’abolizione delle province e rinvia il riordino di funzioni e risorse fra i livelli di governo che dovrebbe sostituire i precedenti.

   Mentre il rinvio sul primo aspetto era inevitabile, non lo è sul secondo. Perché, ad esempio, non si è previsto che, una volta abolite le province sul piano costituzionale, tutte le funzioni e risorse passassero direttamente all’ente di governo di livello superiore, cioè le Regioni?

   Queste ultime, a loro volta, avrebbero potuto decidere come delegare funzioni e risorse: a proprie suddivisioni amministrative o alle nuove unioni di comuni previste dalla stessa legge. In attesa della riforma costituzionale, si poteva adottare qualche semplice criterio forfettario deciso dal Governo, basato sul costo storico delle funzioni rimaste alle province, per suddividere le risorse tra provincia e Regione, a cui potevano essere attribuite per default le funzioni non lasciate alle province.

   Ma il sospetto è che, anche in questo caso, sulla razionalità delle scelte abbia prevalso la fretta di poter esibire qualche trofeo e di giustificare agli occhi della Consulta il blocco delle elezioni dei consigli provinciali. (Tito Boeri)

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UNA PROPOSTA PER RIDURRE I COMUNI

CITTA’ METROPOLITANE: ECCO COME TROVARLE

di Sabrina Iommi, 25/2/2014, da LA VOCE.INFO (www.lavoce.info/)

– Il disegno di legge Delrio (approvato dal Senato il 27/3/2014, n.d.r.)propone una definizione di CITTÀ METROPOLITANA che difficilmente può garantire gli obiettivi che la riforma si prefigge. UN CRITERIO ALTERNATIVO INVECE RIDISEGNA I COMUNI, RIDUCENDONE DRASTICAMENTE IL NUMERO. La frammentazione amministrativa e la competitività del paese.-

PERCHÉ RIVEDERE GLI ASSETTI ISTITUZIONALI

L’iter di approvazione della legge Delrio “Disposizioni sulle città metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni di comuni” ha riaperto il dibattito sulla questione ormai più che ventennale dell’INDIVIDUAZIONE E DELIMITAZIONE DELLE CITTÀ METROPOLITANE IN ITALIA.

   Per valutare se e quanto la proposta sia adeguata, occorre ripartire da quelli che in generale devono essere gli obiettivi della revisione degli assetti istituzionali.    L’architettura istituzionale, vale a dire l’insieme dei diversi enti, ciascuno con i propri confini e con le proprie funzioni è finalizzata a creare un contesto, fatto di regole certe, ma anche di servizi di supporto e di strategie di investimento, in cui le imprese possano accrescere la loro efficienza e le famiglie il loro benessere.

   Come insegna l’economia istituzionale, le istituzioni non sono necessariamente efficienti, possono ridurre o accrescere i costi di transazione, così condizionando la performance complessiva dell’economia e il benessere della collettività. (1)    Ogni ipotesi di revisione degli assetti istituzionali deve quindi porsi come fine quello di ridurre i costi di transazione, in modo da I) RITROVARE LA COERENZA TRA CONFINI REALI DELLE COMUNITÀ DA GOVERNARE E QUELLI FORMALI DELLE ISTITUZIONI deputate a prendere le decisioni collettive, II) RIDURRE I TEMPI DELLA DECISIONE PUBBLICA, anche limitando il numero dei decisori coinvolti, III) SFRUTTARE ECONOMIE DI SCALA e di scopo, IV) SELEZIONARE E CONCENTRARE GLI INVESTIMENTI.

CHE COSA PREVEDE IL DDL DELRIO

   Il disegno di legge Delrio permette di raggiungere questi obiettivi? La legge approvata dal Senato (con voto di fiducia) appare decisamente insoddisfacente per almeno tre motivi: 1°-, perché prevede l’AUTOMATICA TRASFORMAZIONE DEGLI INTERI TERRITORI PROVINCIALI al cui interno è stato individuato ex lege un polo di rango metropolitano, IN CITTÀ METROPOLITANA, senza alcuna considerazione per criteri più oggettivi, quali i LIVELLI DI POPOLAMENTO e URBANIZZAZIONE, ATTRAZIONE DI FLUSSI DI PENDOLARISMO e di MOBILITÀ in generale, PRESENZA DI FUNZIONI PRODUTTIVE DI PREGIO. 2°- perché introduce la possibilità di accrescere a dismisura il numero delle città metropolitane, indebolendo così il concetto stesso di poli metropolitani come aree strategiche per il rilancio della competitività, sulle quali concentrare le risorse attivabili con il nuovo ciclo di programmazione dei fondi strutturali europei. 3°- perché attribuisce di fatto al nuovo ente le stesse funzioni delle province, con poche competenze aggiuntive e prevede un meccanismo di governo “debole”, affidato a un consiglio metropolitano, formato da un sottogruppo di sindaci e consiglieri di tutti gli enti coinvolti.    Il disegno di legge propone sostanzialmente una CITTÀ METROPOLITANA CHE È “LUOGO DI CONCERTAZIONE” DI COMUNI, OGNUNO DEI QUALI RESTA TITOLARE DELLE PROPRIE FUNZIONI SUL PROPRIO TERRITORIO. Per una riforma, il cui inizio può essere fatto risalire al 1990 (legge 142) e il cui obiettivo è di rilanciare la competitività del paese attraverso il miglioramento dell’efficienza istituzionale, è decisamente un risultato modesto.

UN CRITERIO ALTERNATIVO

   LA PROPOSTA CHE SEGUE riprende sostanzialmente l’approccio sviluppato in un precedente articolo, secondo il quale LA REVISIONE DELL’ARCHITETTURA DEL GOVERNO LOCALE DEVE PARTIRE DAL LIVELLO PIÙ BASSO, RIADEGUANDO CIOÈ LE UNITÀ TERRITORIALI ELEMENTARI, I COMUNI, ALLE COMUNITÀ CONTEMPORANEE REALI, APPROSSIMABILI CON I BACINI DEL PENDOLARISMO QUOTIDIANO (i Sistemi locali del lavoro di fonte Istat).

   La trasformazione comporterebbe IL PASSAGGIO DAGLI ATTUALI 8MILA A 686 COMUNI: con una sola operazione si otterrebbe così l’adattamento del territorio reale con quello istituzionale, il raggiungimento di dimensioni operative adeguate, il superamento della necessità di un livello di governo intermedio come quello provinciale, la riduzione della frammentazione del processo decisionale e dei tempi connessi.    Partendo dalle stesse unità territoriali elementari e selezionando una serie di caratteristiche tipicamente urbane e metropolitane (dimensione demografica ed economica, qualità e varietà delle funzioni svolte, densità e contiguità dell’urbanizzato), si potrebbe quindi individuare con criteri più prettamente “scientifici” la gerarchia dei diversi poli urbani. (2) La TABELLA 1 riporta la parte alta della gerarchia urbana italiana costruita con quei criteri. LE AREE METROPOLITANE VENGONO DISTINTE IN DUE GRUPPI, diversi per dimensione demografica (grandi e medi) e per ciascuna vengono illustrate alcune caratteristiche, riassunte poi in un indicatore sintetico di rango urbano, che “premia” solo poche polarità urbane situate nel Centro-Nord del paese. Di fatto, possono essere considerate realtà metropolitane solo quelle con valori elevati dell’indice sintetico di rango urbano (ad esempio, maggiore di 2).

Tabella 1 – La gerarchia urbana in Italia

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Fonte: elaborazioni Irpet su dati Istat

Le città metropolitane ammesse dal disegno di legge Delrio sono invece quelle riportate nella tabella 2.

Tabella 2 – Le città metropolitane del ddl Delrio

TABELLA 2

 Fonte: Servizio Studi Senato 2014

L’individuazione delle città metropolitane della Legge Delrio risulta eccessivamente inclusiva, perché ammette al rango metropolitano anche polarità che alla scarsa dimensione demografica uniscono la debolezza della struttura urbana: il caso più eclatante è quello di REGGIO CALABRIA, tuttavia anche il rango urbano di Padova è maggiore di quello di Venezia e i confini territoriali dei Sll usati nel nostro esercizio non coincidono con quelli provinciali presi a riferimento dalla legge.

L’individuazione delle aree risulta dunque un ulteriore punto debole della legge Delrio, che va a sommarsi a quelli ricordati in precedenza.    SE L’OBIETTIVO GENERALE È QUELLO DI RENDERE PIÙ COMPETITIVO IL PAESE ATTRAVERSO LA RIFORMA DELLE SUE ISTITUZIONI, È EVIDENTE CHE LA FRAMMENTAZIONE AMMINISTRATIVA VA RIDOTTA PER TUTTO IL TERRITORIO COMPLESSIVAMENTE, AGENDO DUNQUE SULLA REVISIONE DEI CONFINI COMUNALI.

Se poi permane il bisogno di assegnare lo status di città metropolitana per conferire funzioni aggiuntive a polarità urbane di particolare rilievo strategico (una sorta di comuni “speciali”), il riconoscimento deve essere ovviamente attribuito a un gruppo molto ristretto di città, con caratteristiche adeguate.

Diversamente, se si parla di politiche per lo sviluppo delle aree urbane, meritano di essere articolate e graduate sulla base dell’importanza e delle specificità di ciascun polo, ampliando perciò la platea dei beneficiari per includere anche alcune polarità di medie dimensioni, che ospitano funzioni urbane di pregio e che caratterizzano il tradizionale assetto policentrico del paese. (Sabrina Iommi, DA www.lavoce.info/)

(1) North D. C. (1994), Istituzioni, cambiamento istituzionale, evoluzione dell’economia, Il Mulino, Bologna (2) Iommi S., Marinari D. (2013), “Un approccio multicriterio per l’individuazione della gerarchia urbana in Italia e l’elaborazione di territory-specific policies”, XXXIV Conferenza italiana di scienze regionali, Palermo 2-3 settembre; e IV EuGeo Congress, Roma 5-7 settembre.

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LE CITTÀ METROPOLITANE, UNA VIA PER COMPETERE

di Nicoletta Picchio, da “il Sole 24ore” del 8/2/2014

   Un “Manifesto delle città metropolitane italiane”. Per affermare che sono il motore delle economie nazionali e che, una volta istituite, potranno realizzare interventi incisivi per la competitività del territorio, dall’attrazione di investimenti alla realizzazione di aree produttive, poli tecnologici, utilizzare al meglio i fondi europei. Ma non solo: questa forma di governo sovracomunale dovrà essere soprattutto un’occasione per modernizzare la Pubblica amministrazione, e rispondere con una struttura snella ed efficiente a bisogno di imprese e cittadini di una burocrazia più efficiente.

È l’impegno della Rete delle associazioni industriali metropolitane, il network realizzato da dieci associazioni territoriali di Confindustria che hanno preparato il Manifesto per sottolineare la necessità di istituire le città metropolitane, non come sostituzione automatica delle province, ma per far nascere una governance innovativa, snella ed efficace. Evitando che la cornice legislativa sia l’occasione per creare un ulteriore livello politico e amministrativo.

Le città metropolitane hanno assunto un ruolo sempre più rilevante nella geografia economica globale. E le dieci associazioni confindustriali delle aree metropolitane chiedono un avvio «contemporaneo e tempestivo» di tutte le città metropolitane italiane. La questione è di stretta attualità, con la discussione del disegno di legge Delrio, che dovrebbe snellire le province e definire il ruolo delle città metropolitane.

Un’occasione da non perdere, per i presidenti delle dieci associazioni territoriali della Rete, che sono Assolombarda, Confindustria Bari e Barletta-Andria-Trani; Confindustria Firenze; Confindustria Genova; Confindustria Reggio Calabria; Confindustria Venezia; Unindustria Bologna; Unindustria Roma, Frosinone, Latina, Rieti, Viterbo; Unione industriali di Napoli; Unione industriale di Torino. C’erano tutti giovedì mattina a Firenze, alla presentazione del Manifesto. Un evento aperto dal sindaco, Matteo Renzi, che ha rilanciato la necessità della riforma e l’importanza del ruolo delle città.

Quali sono le priorità e le aspettative del mondo produttivo? Le città metropolitane italiane dovranno essere un motore di programmazione e pianificazione strategica, all’altezza delle migliori esperienze europee, e quindi Barcellona, Lione, Monaco, Stoccolma, Amsterdam, capaci di individuare risorse, tempi, soggetti e modalità attuative dei progetti, con una visione condivisa dello sviluppo.

È la visione di Benjamin Barber, politologo americano, che a questo tema da dedicato libri e conferenze: le città come istituzioni, culla della democrazia, capaci di reagire alle sfide globali e di spingere la crescita meglio degli Stati-nazione, istituzioni ormai arcaiche. L’ha ripetuto alla platea di imprenditori e amministratori, a Firenze: le metropoli sono il luogo dove vive il 78% della popolazione dei paesi sviluppati e si genera l’80% del pil mondiale.

«Il rilancio economico del paese sarà necessariamente trainato dal sistema delle aree metropolitane. Il nostro piano Far volare Milano nasce proprio con lo scopo di favorire la sua trasformazione in città metropolitana», è il parere di Gianfelice Rocca (Assolombarda). Una priorità nazionale, quindi, dal Nord al Sud: «Dobbiamo dare un assetto efficiente al territorio e al suo sistema imprenditoriale. Nelle zone industriali esistono problemi di manutenzione, trasporti, servizi. I comuni interessati sono cinque, è complicato trovare l’intesa», dice Angelo Michele Vinci (Bari e Barletta-Andria-Trani). L’assetto di città metropolitana come occasione di rilancio: «Venezia corre il rischio di trasformarsi in una città vetrina. Come città metropolitana può esaltare il ruolo di motore del turismo nazionale e di hub logistico Europa-Mediterraneo», commenta Matteo Zoppas (Venezia).

«Siamo convinti che questa possa diventare la riforma delle riforme, Roma può diventare una megacity come Londra e Parigi ma è fondamentale il raccordo con le altre province del Lazio», sottolinea Maurizio Stirpe (Unindustria). Alberto Vacchi (Bologna) fa un esempio concreto dei disequilibri locali: «Le nostre imprese nello stesso contesto provinciale sono soggette a regolamenti, tassazioni e normative che cambiano da comune a comune, sui rifiuti per i capannoni industriali lo scarto è da +23 a -11 rispetto al 2012».

Sono importanti i tempi: «L’agenda pubblica deve andare in parallelo con quella delle imprese. I territori sono fondamentali per la catena del valore», sottolinea Simone Bettini (Firenze). Il provvedimento Delrio rischia però di di non snellire ma anzi creare un nuovo livello burocratico. Le aree metropolitane potrebbero arrivare ad oltre venti. «Va modificato, ma comunque è meglio avere qualcosa, da rimettere a punto in seguito, rispetto al niente», è la convinzione di Paolo Graziano (Napoli). Le problematiche esistono, e le ha elencate Giuseppe Zampini (Genova), che mercoledì a Firenze si è soffermato sui principali problemi da affrontare in termini di organizzazione, costi e funzioni della città metropolitana.

Nelle città metropolitane italiane, ha detto Licia Mattioli (Torino), si concentra il 36% del pil, il 35% degli occupati, il 32% degli italiani e il 34% della popolazione straniera. Deve intanto fare i conti con il commissariamento Andrea Cruzzocrea (Reggio Calabria): a maggio o in autunno ci saranno le elezioni, racconta. Solo dopo questo passaggio si potrà realizzare l’area metropolitana necessaria per superare le inefficienze amministrative del territorio e puntare al rilancio. (Nicoletta Picchio)

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PROVINCE, ABOLIZIONE A META’

VIA IL NOME DALLA COSTITUZIONE, RESTANO GLI ENTI DI AREA VASTA

di Eugenio Bruno, da “il Sole 24ore” del 1/4/2014

   Gira e rigira la politica italiana continua ad avvitarsi sulle magnifiche sorti e progressive delle province. Non è da meno il DDL COSTITUZIONALE varato ieri dal Consiglio dei ministri che, mentre le elimina dalla nostra Carta fondamentale, inserisce comunque «l’ordinamento degli enti di area vasta» (cioè gli eredi delle amministrazioni provinciali) tra le competenze esclusive dello Stato.

   Una novità contenuta nell’ultima versione del testo insieme alla costituzionalizzazione del principio di semplificazione e di trasparenza dell’azione amministrativa, che si aggiunge alle tante conferme previste dalla riforma del titolo V: dall’abolizione delle materie concorrenti all’introduzione di una clausola di supremazia governativa, fino al ritorno sotto l’ombrello statale di alcune funzioni “sensibili” come energia, reti e grandi opere.

   Per ammissione del premier Matteo Renzi, la bussola che l’esecutivo ha seguito nella stesura delle modifiche agli articoli 114 e successivi della Costituzione è quella di superare l’eccesso di conflitti tra le regioni e lo Stato. Per riuscirci il provvedimento innanzitutto elimina dal titolo V le competenze concorrenti che tanto contenzioso hanno generato in questi 13 anni. E, poi, rimpolpa l’elenco dei settori che rientrano nella legislazione esclusiva dello Stato.

   Molti dei quali erano già previsti nella bozza esaminata dal Cdm del 12 marzo e dopo gli incontri dei giorni scorsi con autonomie e partiti hanno solo cambiato posto, passando da una lettera all’altra dell’articolo 117, comma 2: si va dal «coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario» all’«ordinamento delle professioni e della comunicazione»; dal «commercio con l’estero» alle «norme generali sul governo del territorio»; dalla «produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell’energia» alle «grandi reti di trasporto».

Che, giunte all’ultimo miglio, sono state affiancate dalle «infrastrutture strategiche». Sempre nell’ottica di precisare meglio “chi fa che cosa” la previsione che tutto il resto spetterà alle regioni viene completata da una lista delle funzioni su cui i governatori legifereranno. È il caso, ad esempio, della pianificazione infrastrutturale del territorio, della mobilità interna e dell’organizzazione in ambito regionale dei servizi alle imprese e di quelli scolastici.

   Fermo restando che lo Stato, da un lato, potrà attivare la clausola di supremazia per tutelare l’unità giuridica o economica della Repubblica o realizzare le riforme di interesse nazionale; dall’altro potrà delegare, con legge approvata a maggioranza assoluta della Camera solo per un periodo di tempo determinato, alcune delle sue funzioni.

   Eccezione fatta per ordine pubblico, stato civile e giustizia. Passando per l’inserimento all’articolo 118 del principio di semplificazione e di trasparenza dell’azione amministrativa, arriviamo così alle province. E alla loro scomparsa definitiva. O quasi, visto che alla cancellazione del nome dall’intero titolo V fa da contraltare la previsione che sia lo Stato a determinare l’ordinamento degli «enti di area vasta».

   Un’aggiunta che somiglia tanto a un riconoscimento costituzionale degli organismi di secondo livello previsti dal Ddl Delrio, licenziato mercoledì scorso dal Senato e in attesa dell’ok definitivo della Camera. NATE COME TEMPORANEE, LE “PROVINCE 2.0″ DELINEATE IN QUEL TESTO POTREBBERO DIVENTARE DEFINITIVE. A meno che una legge successiva non intervenga per cambiarne nuovamente i connotati o ridurne il numero complessivo. (Eugenio Bruno)

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