JACQUES LE GOFF morto a 90 anni – Il PAESAGGIO UMANO e NATURALE EUROPEO, delle LANDE deserte e delle FORESTE (che non ci sono più) popolate e misteriose, raccontato da uno STORICO che dà senso e significato ai luoghi come insieme di “natura – artificio umano – accadimenti storici”

JACQUES LE GOFF
JACQUES LE GOFF

   Vogliamo qui ricordare Jacques Le Goff, morto il 1° aprile a Parigi a 90 anni, che ha modificato la nostra percezione del Medioevo, con uno studio storico, e la sua conseguente esposizione (in libri, all’università, alla radio francese…) più attenta al contesto sociale, alla vita quotidiana delle persone che vivevano nel periodo cosiddetto medioevale (le sue ricerche si sono concentrate in particolare nel XIII secolo, ottocento anni fa). E ha unito storia e geografia, assieme a sociologia e antropologia: per una storia che fosse (sia) dinamica, attenta alle idee, ai costumi, ai modelli economici.

   Perché il “metodo” di Le Goff ci serve? Perché libera una disciplina di conoscenza così importante (la storia) da modi tradizionali, “pesanti”, di intenderla: e ci fa ancora più curiosi di sapere com’era una volta: per poi accorgerci che in fondo tante cose della nostra vita quotidiana assomigliano alla natura dell’uomo di ottocento anni fa. Oppure, mettendola in negativo, perché siamo così antropologicamente cambiati rispetto ai nostri avi da dover ora riconoscerci come degli alieni. Non evoluzione di una specie, ma qualcosa di estraneo al contesto uomo-natura, e inesorabilmente in un declino cui dovremmo in questi tempi porvi rimedio, reagire (ma questa è solo un’estremizzazione negativa).

La LEGGENDA DI VERA CROCE, circa 1380, affresco della Cappella Maggiore di Santa Croce a Firenze, opera del pittore fiorentino AGNOLO GADDI. Racconta la storia della croce sulla quale venne crocifisso Gesù. La versione più nota è quella che fa parte della Legenda Aurea di Jacopo da Varazze, composta nel 13esimo secolo. JACQUES LE GOFF, che E’ STATO UN GRANDE STUDIOSO DI JACOPO DA VARAZZE, disse: «La Leggenda aurea è uno dei libri più importanti del Medioevo. Me ne sono interessato da molto tempo e non ho mai smesso di pensarci”
La LEGGENDA DI VERA CROCE, circa 1380, affresco della Cappella Maggiore di Santa Croce a Firenze, opera del pittore fiorentino AGNOLO GADDI. Racconta la storia della croce sulla quale venne crocifisso Gesù. La versione più nota è quella che fa parte della Legenda Aurea di Jacopo da Varazze, composta nel 13esimo secolo. JACQUES LE GOFF, che E’ STATO UN GRANDE STUDIOSO DI JACOPO DA VARAZZE, disse: «La Leggenda aurea è uno dei libri più importanti del Medioevo. Me ne sono interessato da molto tempo e non ho mai smesso di pensarci”

   E Le Goff si è mosso nel solco della tradizione francese che unisce geografia e storia, sul modello di FERNAND BRAUDEL (grande conoscitore dell’evoluzione del nostro mondo mediterraneo). Come Braudel Le Goff non credeva a nette separazioni tra periodi storici catalogati come diversi: Il Medioevo, il Rinascimento, la Modernità… bisognava secondo lui supe­rare que­sta idea e cogliere nella sto­ria la lunga durata (come anche affermava Braudel) di tanti feno­meni che siamo abi­tuati a pen­sare come pret­ta­mente «medie­vali».

   E Le Goff, dai suoi analitici studi e testimonianze che riesce ad acquisire, mostra di saper “annusare” la vita di ottocento o mille anni fa: la salubrità dell’aria e la fertilità del suolo, l’abbondanza di foreste ricche di miele e luogo naturale di esistenza umana (leggete il suo scritto nel primo articolo di questo post…), ma anche misteriose e piene di insidie. E le nuove città che incominciavano ad affermarsi, l’uscita da un cuneo di riflessione sul futuro dell’umanità.

immagine dal film “IL NOME DELLA ROSA” (di Jean-Jacques Annaud, con Sean Connery) tratto dal romanzo omonimo di Umberto Eco – JACQUES LE GOFF, amico di Umberto Eco, fu coinvolto nella creazione del film come esperto di tutti gli aspetti del periodo medioevale
immagine dal film “IL NOME DELLA ROSA” (di Jean-Jacques Annaud, con Sean Connery) tratto dal romanzo omonimo di Umberto Eco – JACQUES LE GOFF, amico di Umberto Eco, fu coinvolto nella creazione del film come esperto di tutti gli aspetti del periodo medioevale

   Le Goff aderisce all’ANNALES, la rivista fondata nel 1929 da Marc Bloch e Lucien Febvre, che aveva iniziato un nuovo approccio alla storiografia, privilegiando, rispetto alla storia fatta di eventi di re e imperatori (nomi, battaglie, date, trattati politici) una ricerca su tutti gli aspetti di un periodo, in particolare la vita materiale, i costumi, le strutture sociali. E lui era anche un vero affascinante raccontatore, cioè la storia con lui diveniva (diviene) “storia che si legge” con curiosità vera, senza alcuna noia (e questo Le Goff lo faceva da letterato di grandissimo spessore).

   Scriveva sui giornali, aveva una trasmissione alla radio francese, insegnava all’Università, sapeva parlare al grande pubblico senza però mai essere banale o con lo scopo di assecondare i gusti, “vendere” il prodotto: la ferrea disciplina di ricerca storica permaneva, ma in un contesto di leggibilità estrema dei suoi libri e delle suo esposizioni in tutti gli altri modi diversi dai libri. Libri che comunque per il grande pubblico sono ricchi di illustrazioni e di documenti bizzarri, ma che appunto riuscivano (riescono) ad essere leggibili e godibili da tutti proprio perché dietro vi stanno i risultati di lunghe ricerche e magistrale sapienza.

LAVORI CONTADINI NEL MEDIOEVO (dal sito www.mondimedievali.net)
LAVORI CONTADINI NEL MEDIOEVO (dal sito http://www.mondimedievali.net)

   Son quei casi nei quali storia e geografia sono un tutt’uno, un unico progetto di visione del mondo, sia naturale che umano. Il mettere in ordine la “natura originaria” del paesaggio (urbano, della natura, della montagna, della foresta, marino…), con gli “artifici” che l’uomo su di esso ha costruito nel tempo (e già questa è ricerca storica), e infine con gli “accadimenti” storici avvenuti in quel dato luogo (accadimenti che possono essere di vita quotidiana, di costume che cambia, che si evolve…dell’economia….).

   Pertanto non studiando solo gli avvenimenti politici, militari… Tutto questo mette assieme la seria e forse anche faticosa disciplina storica con la visione geografica del mondo (nel micro o nel macro) per far “immaginare” a chi studia e legge creativamente queste esposizioni (racconti, immagini, analisi, considerazioni..,.) possibilità e opportunità di come possa o potrà essere nel presente e nel futuro un dato luogo (biotopo naturale, villaggio, regione, conurbazione urbana, bacino fluviale, nuovo insediamento di ricerca tecnologica, luogo turistico che esprime bellezze naturalistiche e architettoniche diversificate…).

   Dare perciò senso al tutto, con la curiosità, la disciplina scientifica e l’immaginazione di quello che è stato un periodo storico (il medioevo) così appartenente ancora a noi; ben rappresentato da questa bella e importante figura di persona e di storico che è Le Goff, che qui vogliamo onorare. (s.m.)

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UNA DIVERSA IDEA DI STORIA

di JACQUES LE GOFF – da “La civiltà dell’Occidente medievale. Strutture spaziali e temporali (X-XIII secolo)”, 1964 (1981 in Italia, Einaudi Editore) – ripreso da minima&moralia (2/4/2014)

   Quando il giovane Tristano, sfuggito ai mercanti-pirati norvegesi approdò al litorale della Cornovaglia, “con gran sforzo salì fino alla cresta della scogliera e vide che, al di la di UNA LANDA ONDULATA E DESERTA si stendeva UNA FORESTA SENZA FINE». Ma da questa foresta venne fuori un gruppo di cacciatori e il fanciullo si uni a loro. «Allora si misero a camminare conversando, finché scoprirono un ricco castello. Era circondato da praterie, da frutteti, da sorgenti vive, da peschiere e da terre arate».

   Il paese di re Marco non è una terra leggendaria immaginata da un troviero. È LA REALTÀ FISICA DELL’OCCIDENTE MEDIEVALE. UN GRANDE MANTO DI FORESTE E DI LANDE ATTRAVERSATO DA RADURE COLTIVATE, più o meno fertili: questo è IL VOLTO DELLA CRISTIANITÀ, simile a una negativa dell’Oriente musulmano, mondo di OASI IN MEZZO AI DESERTI.

   Qui il bosco è raro, là abbonda, qui gli alberi significano civiltà, là barbarie. LA RELIGIONE, NATA IN ORIENTE AL RIPARO DELLE PALME, SI FA LUCE IN OCCIDENTE A DETRIMENTO DEGLI ALBERI, rifugio dei geni pagani, che monaci, santi, missionari abbattono senza pietà.

   Qualunque progresso nell’Occidente medievale è scasso di terre, lotta e vittoria su sterpi, arbusti oppure, se occorre e se l’attrezzatura tecnica e il coraggio lo permettono, sugli alberi di alto fusto, la foresta vergine, la «gaste forêt›› di Perceval, la selva oscura di Dante. Ma la realtà palpitante è un insieme di spazi piu o meno vasti, cellule economiche, sociali, culturali.

   Per lungo tempo l’occidente medievale è rimasto un agglomerato, una giustapposizione di domini signorili di castelli e di città sorti in mezzo a distese incolte e disabitate. D’altronde IL DESERTO È ALLORA LA FORESTA. La si rifugiano gli adepti volontari o involontari della fuga mandi: eremiti, innamorati, cavalieri erranti, briganti, fuorilegge.

   Tali san Bruno e i suoi compagni nel deserto della Grande Chartreuse o San Roberto di Molesmes e i suoi discepoli nel deserto di Citeaux; tali Tristano e Isotta nella foresta del Morois (“Noi ritorniamo alla foresta, che ci protegge e ci salva. Vieni Isotta, mia dolce amica!… Entrarono nelle alte erbe e nelle brughiere, gli alberi rinchiusero su loro i rami, essi scomparvero in mezzo alle fronde”); così, precursore e forse modello di Robin Hood, l’avventuriero Eustachio il Monaco, all’inizio del XIII secolo, si rifugia nei boschi del Boulonnais. MONDO DEL RIFUGIO, LA FORESTA HA LE SUE ATTRATTIVE.

   Per il cavaliere è il mondo della caccia e dell’avventura. Perceval vi scopre “le più belle cose che esistono” e un signore consiglia a Alcassino, malato di amore per Nicoletta: “Montate a cavallo e andate lungo questa foresta per distrarvi, vedrete le erbe e i fior, sentirete cantare gli uccelli. Per caso sentirete delle belle parole che vi faranno stare meglio”.

   Per i contadini e per tutto un piccolo popolo laborioso, la foresta è fonte di guadagno. Là vanno a pascolare i greggi, là soprattutto si ingrassano in autunno i suini, ricchezza del povero contadino che, dopo averlo impinguato di ghiande ammazza il porco, promessa di sostentamento, se non di cuccagna, per l’inverno.

   Là si abbatte il legno, indispensabile a un’economia per lungo tempo povera di pietra, di ferro, di carbon fossile. Case, utensili, focolari, forni, officine esistono e lavorano solo grazie al legno o al carbone di legna. Là si colgono i frutti selvatici che sono per l’alimentazione primitiva del rustico un nutrimento di integrazione essenziale e, in tempo di carestia, la principale possibilità di sopravvivenza. Là si raccolgono la scorza delle querce per la concia, le ceneri dei cespugli per la lavanderia o la tintoria, e soprattutto i prodotti resinosi per le torce e i ceri, e il miele degli sciami selvatici, tanto ricercato da un mondo per tanto tempo privo di zucchero.

   All’inizio del XII secolo il cronista francescano Gallus Anonymus, stabilitosi in Polonia, enunciando i vantaggi di questa contrada, cita, subito dopo LA SALUBRITÀ DELL’ARIA e LA FERTILITÀ DEL SUOLO, Silva melliflua L’ABBONDANZA DI FORESTE RICCHE DI MIELE.

   Cosi tutto UN POPOLO DI PASTORI, DI TAGLIALEGNA, DI CARBONAI (Eustachio il Monaco, il «bandito forestale», compie travestito da carbonaio una delle sue azioni di brigantaggio piú riuscite), DI CERCATORI DI MIELE, VIVE DELLA FORESTA e ne fa vivere gli altri. Questo piccolo popolo fa anche volentieri il cacciatore di frodo, ma la selvaggina è innanzi tutto il prodotto della caccia riservata ai signori. Le guardie forestali sorvegliano ovunque i contadini ladruncoli.

   I sovrani sono i più grandi proprietari forestali del loro regno e cercano con tutte le forze di restar tali. Anzi, i baroni inglesi, dopo essersi rivoltati, impongono nel 1215 a Giovanni Senzaterra, accanto alla Magna Charta politica, una speciale “CARTA DELLA FORESTA”. Quando nel 1332 Filippo VI di Francia fa compilare un inventaro di diritti e risorse, con i quali vuole costruire una dote per la regina Giovanna di Borgogna, fa redigere a parte un “estimo delle foreste”, le cui rendite rappresentano il terzo dell’insieme dei redditi di questo demanio regio.

   MA LA FORESTA È ANCHE PIENA DI MINACCE, di pericoli immaginari o reali. E’ L’ORIZZONTE INQUIETANTE DEL MONDO MEDIEVALE. Essa lo accerchia, lo isola lo stringe. Fra le signorie, fra i paesi, rappresenta una frontiera, il no man’s land per eccellenza; della sua opacità temibile sorgono d’improvviso lupi affamati, briganti, cavalieri, predoni.

   In Slesia, all’inizio del XIII secolo, due fratelli tengono per anni la foresta di Sadlno, da dove escono ogni tanto per esigere il riscatti dai poveri contadini dei paraggi, e impediscono al duca Enrico il Barbuto di stabilirvi un solo villaggio. Il sinodo di Santiago de Compostela dovrà stabilire, nel 1114, un canone per organizzare la caccia ai lupi. Ogni sabato, salvo la vigilia di Pasqua e della Pentecoste, preti, cavalieri, paesani che non lavorano sono mobilitati per la distruzione dei lupi erranti e per mettere le tagliole. Una multa colpisce quelli che si rifiutano. Questi lupi famelici sono trasformati facilmente in mostri dall”immaginazione medievale, che attinge ad un folclore ancestrale. In quante agiografie incontriamo il miracolo del lupo ammansito dal santo, come Francesco di Assisi, che soggioga la crudele bestia di Gubbio! Da tutti i boschi sbucano gli uomini-lupi, i lupi mannari, nei quali la selvatichezza medievale confonde la bestia con l’uomo semibarbaro.

   Talvolta la foresta nasconde mostri ancor piú sanguinari, ereditati nel Medioevo dal paganesimo: tali la tarasque provenzale domata da santa Marta. Cosí le foreste diventano, attraverso questi terrori troppo reali, un universo di leggende meravigliose e spaventose. La foresta delle Ardenne dal cinghiale mostruoso è il rifugio dei “quattro figli di Aimone”, dove sant’Uberto da cacciatore diventa eremita, san Tibaldo di Provins, da cavaliere eremita e carbonaio; la foresta di Broceliandia, in Armorica, è teatro degli incantesimi di Merlino e Viviana; nella foresta di Oberon Huon de Bordeaux soccombe alle stregonerie del nano; nella foresta di Odenwald Sigfrido termina la sua caccia tragica sotto i colpi di Hagen; nella foresta di Le Mans erra penosamente Berta dai grandi piedi e lo sventurato re di Francia Carlo VI diventerà pazzo. (Jacques Le Goff)

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LA MORTE DI JACQUES LE GOFF

da “Il Fatto Quotidiano” del 1/4/2014

   Jacques Le Goff, storico e grande medievalista francese, è morto oggi a Parigi. Aveva 90 anni. Ad annunciarlo è stata la sua famiglia, secondo quanto si legge sul sito del quotidiano Le Monde.

   E’ stato autore di numerosi saggi storici, tra cui “Gli Intellettuali nel Medioevo”, “La civiltà dell’occidente medievale”, “Mercanti e banchieri nel Medioevo”, “Tempo della Chiesa e tempo del mercante”, “La nascita del purgatorio”, “Il meraviglioso e il quotidiano nell’Occidente medievale”, “La borsa e la vita. Dall’usuraio al banchiere”, “L’uomo del Medioevo”. Volumi che lo hanno consacrato come il gigante degli studi sull’età di mezzo.

   Tra i massimi studiosi della società medioevale di tutti i tempi, Le Goff, uno dei grandi maestri della scuola storiografica degli “Annales”, ne ha indagato temi cruciali, cogliendo i nessi fra storia della cultura e dinamica economica, sociologica, antropologica, e individuando il formarsi di atteggiamenti, mentalità e dottrine all’interno di una ricerca unitaria dei processi storici.

   Le Goff si è mosso nel solco della tradizione francese che unisce geografia e storia, sul modello di Ferdinand Braudel e Maurice Lombard. Nato a Tolone il 1 gennaio 1924, allievo dell’Ecole Normale Superieure, Le Goff fu nominato aggregato di storia a Parigi nel 1950. Professore alla facoltà di lettere dell’Università di Lille (1954-58), ricercatore al Centre nationale de la recherche scientifique a Parigi (1958-60), nel 1972 assunse per cinque anni la direzione della sesta sezione dell’Ecole Pratique des Hautes Etudes, già diretta da Braudel, divenuta nel 1975 Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales. Dalla fine degli anni Sessanta era condirettore della rivista “Annales. Economies. Societes. Civilisations”.

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QUELL’UMANISTA CURIOSO CHE AMAVA LE MINIATURE PIU’ DEI GRANDI EVENTI

di Umberto Eco, da “la Repubblica” del 2/4/2014

   È scomparso Jacques Le Goff. Aveva novant’anni, e a molti potrà sembrare un’età ragionevole, ma dopo la morte della moglie, trauma che lo aveva letteralmente sconvolto e da cui non si era mai liberato, aveva passato gli ultimi anni immobilizzato in casa, senza poter camminare, anche se la testa gli funzionava ancora benissimo e non cessava di lavorare e pubblicare, muovendosi con apparati di sostegno, senza incespicare, tra i grattacieli di libri che, non potendo essere ospitati negli scaffali, si ergevano come una dotta Manhattan nel suo appartamento minuto.

   La Francia ha prodotto tanti e insigni studiosi del Medioevo, e basti pensare per la storia della filosofia a Etienne Gilson, per la storia dell’arte a Émile Mâle o a Henri Focillon, per la storiografia a Pirenne o a Duby, ma Le Goff è stato un interprete personalissimo di questa grande vocazione francese.

   Nasceva nell’ambiente di ANNALES, la rivista fondata nel 1929 da Marc Bloch e Lucien Febvre, che aveva iniziato un nuovo approccio alla storiografia, privilegiando, rispetto alla “storia evenemenziale” (nomi, battaglie, date, trattati politici) una ricerca su tutti gli aspetti di un periodo, in particolare LA VITA MATERIALE, I COSTUMI, LE STRUTTURE SOCIALI.

   Le Goff si distingueva nel solco di questa tradizione per avere veramente infranto ogni barriera tra storia degli eventi, modi di pensiero e modi di vita. Nel 1964 il suo LA CIVILTÀ DELL’OCCIDENTE MEDIEVALE ci aveva rivelato un Medioevo a tutto tondo, dalla coltivazione dei fagioli ai miracoli dell’architettura, dai modi di vita ai modi di pensiero. Voglio dire che se dovessi indicare a qualcuno il modo migliore per comprendere quella grande epoca che è stato il Medioevo, non potrei che consigliare ancora questo grande libro, anche se ha ormai cinquant’anni.

   Le Goff ha esplorato il Medioevo nei suoi aspetti più trascurati, la vita degli intellettuali e dei mercanti, o il meraviglioso e il quotidiano. Anche qui, se dovessi rendere conto del suo modo di fare storia, dovrei invitare il non specialista a capire meglio quei secoli non attraverso un elenco di battaglie, ma guardando LE MINIATURE DEI MESI DELLE TRÈS RICHES HEURES DU DUC DE BERRY, dove si vede come i contadini sedevano intorno al fuoco, come coltivavano i campi o pascolavano i maiali, senza trascurare il gusto cromatico che si manifestava nelle vesti femminili, nelle gualdrappe, nei festini.

   Ma, giocando a metà tra storia degli eventi e storia materiale, Le Goff ha scritto una monumentale San LUIGI, che gli è costata anni di lavoro, e mi ricordo con che entusiasmo (se la parola è giusta per una ricerca così dolorosa) nel corso del suo lavoro intratteneva gli amici con la descrizione di come era stato bollito il corpo del re in Terrasanta, per poterne riportare le ossa in Francia. Che è un bel modo di fare storiografia, se il racconto storico deve farci davvero capire che cosa avveniva e che cosa si faceva in un tempo antico. E ho usato la parola “racconto” perché LE GOFF ERA ANCHE UN GRAN RACCONTATORE, OVVERO SAPEVA TRASFORMARE LA STORIA IN STORIE AFFASCINANTI, DA LETTERATO FINISSIMO.

   E come storico non tanto degli eventi quanto della cultura (e della filosofia e della teologia) rimane monumentale la sua opera sulla NASCITA DEL PURGATORIO, del 1981,capolavoro di erudizione e di riscoperta di testi dimenticati.    Questo studioso, che ha passato la vita all’ombra delle grandi cattedrali e passeggiando curioso per Vico degli Strami, non si limitava al lavoro di grande accademico e grande cattedratico ma, come anche i lettori di quotidiani ricordano, SAPEVA PARLARE AL GRANDE PUBBLICO e per il grande pubblico sono stati scritti tanti suoi LIBRI APPARENTEMENTE DIVULGATIVI, ricchi di illustrazioni e di documenti bizzarri, ma che riuscivano ad essere leggibili e godibili da tutti proprio perché dietro vi stavano i risultati di lunghe ricerche e magistrale sapienza.

   Le Goff partecipava attivamente anche alla vita politica del suo tempo, anche se non appariva schierato con gruppi riconoscibili. Ma vorrei ricordare la sua appassionata collaborazione alla Academie Universelle des Cultures, presieduta da Elie Wiesel, dove con Jorge Semprun e me (e cito questo episodio personale perché si era trattato di una appassionante avventura) dell’Accademia aveva stilato LA CARTA, una sorta di appello e programma CONTRO OGNI FORMA DI RAZZISMO E INTOLLERANZA.

   E, visto che ho dato la stura ai ricordi personali, vorrei ricordare il suo gusto per la buona cucina, il senso dell’amicizia, il saper parlare di grandi cose sorseggiando un buon calvados. Aspetti non casuali e accessori perché ritengo che, per essere un grande studioso, occorra anche essere un grande essere umano, e giovialità e amore per la vita facevano parte della sua capacità di ridar vita al passato. (Umberto Eco)

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DAI SANTI AI BANCHIERI: IL NOSTRO MEDIOEVO NARRATO DA LE GOFF

di Agostino Paravicini Bagliani, da “la Repubblica” del 2/4/2014

   Come nessun altro storico, Jacques Le Goff, morto il 1° aprile a Parigi a 90 anni, ha modificato la nostra percezione del Medioevo; e come pochi altri storici la sua opera nasce dal desiderio di innovare con sempre nuove domande e nuovi temi, allargando il «territorio dello storico» alla luce della Nouvelle histoire e, grazie a una straordinaria abilità nel comunicare con un pubblico vasto, con la parola oltre che con la scrittura.

   Nei suoi radiofonici LUNDIS DE L’HISTOIRE presentò per decenni (dal 1968 in poi) i nuovi libri di storia discutendo con gli autori, sovente anche giovani. E dal suo SEMINARIO PARIGINO (1962-1992) lanciò temi (come la storia del riso, I riti, il tempo, il riso, 2001) che si imposero presto, anche perché accoglievano le scienze sociali (antropologia culturale, etnografia) e la storia delle immagini, allora agli inizi.

   Nato a Toulon nel 1924 – suo padre, bretone, era professore di inglese e sua madre, insegnante di pianoforte –, vince nel luglio 1945 il concorso per entrare alla École Normale Supérieure. Nel 1953 è ospite a Roma della Scuola francese di Palazzo Farnese, dove inizia una tesi di dottorato sulle università medievali (che si trasformerà in una tesi sul lavoro nel Medioevo, soprattutto intellettuale).

   Al suo ritorno in Francia, Michel Mollat lo vuole come assistente all’università di Amiens. Nell’autunno 1959, Maurice Lombard, studioso di storia economica del mondo islamico, che Le Goff ha ammirato alla pari di Marc Bloch, lo chiama ad insegnare all’allora nascente VIe Section dell’École Pratique des Hautes Études.

   INVIATO PIÙ VOLTE DA BRAUDEL A VARSAVIA per insegnare nell’ambito di una convenzione con quell’università, incontra e poi sposa (1961) una giovane dottoressa polacca specializzata in psichiatria infantile, Hanka, che gli darà due figli e alla cui memoria dedicherà un affettuosissimo libro di ricordi ( Avec Hanka, 2008). Più tardi, nel 1968, sempre a Varsavia, assisterà alle repressioni di Gomulka e alla rottura del suo amico Bronislaw Geremek con il partito comunista.

   Fin dai suoi primi due libri, SUI MERCANTI E I BANCHIERI (1956) e GLI INTELLETTUALI (1957), poi con la sua prima grande sintesi, LA CIVILTÀ DELL’OCCIDENTE MEDIEVALE (1964), forse la sua opera più originale, Le Goff riesce ad imporre il suo modo di intendere il Medioevo: studiarne le strutture fondamentali – la foresta, la città e così via – incrociando i vari contesti sociali con l’immaginario e il simbolico e con l’analisi di gruppi sociali visti quali figure tipologiche della società.

   Non la storia dei monaci ma il monaco. NON I MERCANTI MA IL MERCANTE, che nel Medioevo è sempre un po’ usuraio, a causa della condanna dell’usura da parte della Chiesa (LA BORSA O LA VITA, DALL’USURAIO AL BANCHIERE, 2003).

   La ricchezza nel Medioevo non è soltanto di questo mondo, anche se il ruolo del denaro non fa che crescere dal Mille in poi (LO STERCO DEL DIAVOLO. IL DENARO NEL MEDIOEVO, 2010). Studiando l’intellettuale come rappresentante di quel gruppo sociale che ha il compito di pensare e di insegnare, pur in un contesto di condanne e di censure, Le Goff apre la porta a una STORIA delle università PIÙ ATTENTA AL CONTESTO SOCIALE. È forse il suo libro più agile e vivace. Lo aiutarono frequenti conversazioni con un domenicano geniale, Marie-Dominique Chenu.

   Nel 1969, FERNAND BRAUDEL lo chiama a dirigere insieme a Emmanuel Le Roy Ladurie e a Marc Ferro la prestigiosa rivista degli ANNALES fondata da Marc Bloch e da Lucien Febvre. Nel 1972 viene eletto successore di Braudel alla direzione della VIe Section. Sotto la sua direzione (1975), la VIe Section si trasforma nell’ormai celebre École des Hautes Etudes en Sciences Sociales.

   Quando (1977) lascia la direzione dell’École esce un suo nuovo libro, il cui titolo – PER UN ALTRO MEDIOEVO – è un programma cui aggiunge un altro concetto a lui molto caro e destinato a diffondersi, quello di UN LUNGO MEDIOEVO, perché molte sono le strutture dalla feudalità all’immaginario sociale, sopravvissute fino alla Rivoluzione francese.

   Proprio in quegli anni di pesanti responsabilità amministrative Le Goff inizia a studiare una struttura dell’immaginario – il Purgatorio – con fortissime implicazioni di carattere sociale ed economico oltre che intellettuale e teologico. LA NASCITA DEL PURGATORIO (1981) diventerà uno dei suoi libri più famosi – i principali sono stati tradotti in Italia da Laterza, per cui ha diretto, dal 1993, la collana “Fare l’Europa”. Partendo da una scoperta lessicale – il fuoco purgatorio (aggettivo) di cui si parla già nei primi secoli del cristianesimo si trasforma nel corso del XII secolo in un sostantivo – lo storico francese vede nel Purgatorio una struttura positiva che accompagna l’uscita del Medioevo dal dualismo inferno-paradiso e permette all’uomo di impadronirsi del tempo dell’aldilà. In un altro famoso saggio aveva già teorizzato che il tempo dei mercanti si fosse sostituito al tempo della Chiesa (Annales, 1960, trad. 2000).

   In quel XIII secolo che ha tanto studiato, il re di Francia Luigi IX incarna l’apogeo dell’Europa cristiana. Il personaggio lo affascina a tal punto da dedicargli, un po’ controcorrente, una ponderosa biografia (SAN LUIGI, 1996). Come il mercante e l’intellettuale, anche San Luigi è visto nella sua singolarità e come figura tipologica (di sovrano medievale).

   San Luigi è anche il re sofferente, ad imitazione del Cristo in croce. Come Francesco d’Assisi è nelle sue stimmate un alter Christus (SAN FRANCESCO D’ASSISI, 2000). Ed ecco sorgere uno spiccato interesse per la storia del corpo che Le Goff tratta come una «delle principali tensioni dell’Occidente», perché nel Medioevo il corpo è stretto tra una straordinaria valorizzazione cristiana (INCARNAZIONE, RELIQUIE, STIMMATE) e un’altrettanto forte retorica di disprezzo del mondo (IL CORPO NEL MEDIOEVO, con Nicolas Truon, 2007). Il dualismo che attanaglia il corpo si attenua però dal XII secolo in poi, lasciando spazi nuovi alla medicina e alle scienze del corpo che aprono la via alla modernità.

   Sebbene il cristianesimo medievale condanni come errori le novità, Le Goff scorge verso la fine del Medioevo una società europea creatrice che innova e prepara la modernità che si consoliderà nell’Umanesimo (L’EUROPA MEDIEVALE E IL MONDO MODERNO, 1994). Il Medioevo di Le Goff affascina perché realtà e immaginario si fondono pur nelle loro contraddizioni. Il suo Medioevo non è mai senza legami profondi con il tempo lungo, è sempre attento all’uomo (L’UOMO MEDIEVALE, 2006) ed è quindi più vicino a noi. (Agostino Paravicini Bagliani)

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IL MEDIOEVO È INFINITO

di Marina Montesano, da “il Manifesto” del 2/4/2014

– Muore a novant’anni Jacques Le Goff. Per lo studioso francese non erano mai esistiti i secoli bui né la storia della modernità era cominciata con il Rinascimento. Fra le sue opere capitali, «La nascita del Purgatorio» –   

   Ha susci­tato qual­che foco­laio di pole­mica anche agli inizi del 2014, Jac­ques Le Goff, ormai novan­tenne, quando è uscito un suo breve libro (FAUT-IL VRAI­MENT DÉCOU­PER L’HISTOIRE EN TRAN­CHES?, per ora pub­bli­cato solo in Fran­cia) nel quale ripro­po­neva un con­cetto che era andato svi­lup­pando in tanti anni di studi: quello di un «MEDIOEVO LUNGO» che rove­sciava le cate­go­rie sto­rio­gra­fi­che dell’Ottocento, epoca nella quale il suo con­ter­ra­neo (e peral­tro ammi­rato) Jules Miche­let aveva «inven­tato» il ter­mine RENAIS­SANCE, «Rina­sci­mento», pre­sunta cesura fra il mil­len­nio dei secoli bui e la nostra moder­nità; con­cetto che sarebbe stato ripreso, ampliato, por­tato al suo mas­simo svi­luppo dal grande Jakob Burc­khardt nella sua monu­men­tale Civiltà del Rina­sci­mento in Ita­lia.

LA LUNGA DURATA

Dalle pagine del Cor­riere della Sera, in quell’occasione, uno stu­dioso legato a una visione essen­zial­mente sto­ri­ci­sta qual è Giu­seppe Galasso aveva riba­dito che intorno al Quat­tro­cento una cesura, un ini­zio di ciò che chia­miamo moder­nità c’è effet­ti­va­mente stato, men­tre Franco Car­dini, sto­rico ita­liano fra i più vicini alla visione anti­sto­ri­ci­stica delle Anna­les, soste­neva con Le Goff la neces­sità di supe­rare que­sta idea e COGLIERE NELLA STO­RIA LA LUNGA DURATA (altra espres­sione venuta fuori dal cir­colo delle Anna­les e da un altro dei suoi mas­simi espo­nenti, Fer­nand Brau­del) di tanti feno­meni che siamo abi­tuati a pen­sare come pret­ta­mente «medie­vali» o come esclu­si­va­mente «moderni».

   Non che Jac­ques Le Goff, nato nel gen­naio 1924 e scom­parso il 1° aprile 2014, fosse estra­neo alla visione otto­cen­te­sca del Medioevo; magari di quello eroico, caval­le­re­sco e roman­tico, se è vero che uno dei suoi primi approcci con quest’epoca gli giunse gra­zie alla let­tura dell’IVA­N­HOE di WAL­TER SCOTT. Ma la sua espe­rienza di sto­rico in for­ma­zione è venuta pro­prio da quella prima metà del Nove­cento, tanto dram­ma­tica sotto il pro­filo poli­tico, sociale e mili­tare quanto feconda per gli studi sto­rici in gene­rale e medie­vi­stici in particolare.

   Nel 1929 Marc Bloch e Lucien Feb­vre ave­vano dato vita alla rivi­sta Anna­les d’histoire éco­no­mi­que et sociale, attorno alla qualle si pre­pa­rava il ter­reno per una grande rivo­lu­zione sul piano del metodo sto­rio­gra­fico. Le Goff non poté cono­scere diret­ta­mente Bloch, fuci­lato nel 1944, ma fu allievo di alcuni grandi nomi che par­te­ci­pa­vano al rin­no­va­mento di que­gli anni, avendo stu­diato e discusso la sua tesi con Charles-Edmond Per­rin, Mau­rice Lom­bard, lo stesso Brau­del, non­ché con lo sto­rico belga Henri Pirenne.

    Que­sti primi passi, com­piuti nella Fran­cia di Vichy, li ha ricor­dati lui stesso nell’intervista-biografia UNA VITA PER LA STO­RIA, uscita in Fran­cia nel 1996 e poi tra­dotta anche in Ita­lia per Laterza. Si appren­dono i suoi tra­scorsi uni­ver­si­tari a Praga, a Oxford e a Roma, la sua con­vi­venza non sem­pre facile con l’Accademia, il suo approdo nel 1969 alla pesti­giosa dire­zione delle Anna­les, con­di­visa con Emma­nuel Le Roy Ladu­rie e l’ingresso con com­piti diret­tivi nell’École des hau­tes étu­des en scien­ces socia­les a par­tire dagli anni Set­tanta; ossia in quella fucina di idee e di studi che amplia­vano la visione sto­rio­gra­fica verso nuovi lidi e nuove espres­sioni: la sto­ria seriale, la sto­ria mate­riale, la sto­ria quan­ti­ta­tiva, la sto­ria delle men­ta­lità, l’antropologia storica.

   I risul­tati che ne sareb­bero usciti ci pos­sono sem­brare appar­te­nere a indi­rizzi dia­me­tral­mente oppo­sti, ma sono comun­que il por­tato di un unico, col­let­tivo sforzo di ripen­sa­mento del modo di fare sto­ria. Dall’intervista si apprende anche la sto­ria di un uomo pro­fon­da­mente laico e pro­fon­da­mente fran­cese, che ha tra­scorso l’esistenza a inte­res­sarsi con pas­sione di un’epoca in cui la cul­tura reli­giosa è ovun­que, cer­cando di guar­darla in una pro­spet­tiva glo­bale, mai localistica.

MODELLI COLTI E POPOLARI

La sto­ria delle men­ta­lità e l’antropologia sto­rica sono senz’altro i set­tori nei quali ha ope­rato Jac­ques Le Goff, raro esem­pio di spe­cia­li­sta che rie­sce a gio­strare fra tema­ti­che ed epo­che anche lon­tane tra loro. Ai primi decenni della sua car­riera appar­ten­gono opere come GLI INTEL­LET­TUALI NEL MEDIOEVO (prima edi­zione 1957), LA CIVILTÀ DELL’OCCIDENTE MEDIE­VALE (prima edi­zione 1964), la dire­zione con Pierre Nora dell’opera col­let­tiva Fare Sto­ria. Una pie­tra miliare è, nel 1981, il volume LA NASCITA DEL PUR­GA­TO­RIO, mono­gra­fia nella quale sem­bra con­fluire tutto ciò che Le Goff ha rea­liz­zato fino a quel momento.

   Da una parte la straor­di­na­ria cono­scenza delle fonti del medioevo latino e vol­gare, della cul­tura teo­lo­gica di quell’epoca, dei suoi modelli «colti»; dall’altra il ten­ta­tivo di andare oltre tutto que­sto per com­pren­dere i grandi feno­meni cul­tu­rali con­di­visi, il modo in cui gli uomini e le donne di un’epoca hanno pla­smato la società in base a deter­mi­nate idee, e in che modo tali idee hanno poi con­di­zio­nato la società.

   In tal senso, quella di Le Goff è  stata una vera ANTRO­PO­LO­GIA STO­RICA, secondo la migliore lezione di Marc Bloch che invi­tava a calarsi nel pas­sato come un antro­po­logo si cale­rebbe in una civiltà «altra» rispetto alla sua.

  LA STO­RIA DELLE MEN­TA­LITÀ, espres­sione oggi poco apprez­zata e piut­to­sto pas­sata di moda, era il ten­ta­tivo di cogliere que­sta com­plessa feno­me­no­lo­gia. In par­ti­co­lare, un tema che allo stu­dioso fran­cese stava a cuore, così come a molti altri tra anni ’60 e ’70, era il rap­porto tra società e cul­tura, tra stra­ti­fi­ca­zione sociale e motivi cul­tu­rali, in sin­tesi tra cul­tura dotta e popo­lare: un tema che una parte della sto­rio­gra­fia pure cre­sciuta in seno alle Anna­les, ma con una più forte influenza mar­xiana, ten­deva a risol­vere in ter­mini di dico­to­mia, lì dove Le Goff pre­fe­riva pre­stare atten­zione alla cir­co­la­zione di modelli (secondo la lezione mai dimen­ti­cata di Jakob­son e Boga­ty­riev) tra ceti sociali.

   Vedeva nella cul­tura popo­lare una delle fucine crea­trici, in par­ti­co­lar modo per secoli — quelli del medioevo cen­trale — nei quali la cul­tura scritta era appan­nag­gio dei chie­rici e i laici, anche quelli dei ceti ele­vati, par­te­ci­pa­vano di idee, con­ce­zioni, modi di pen­sare legati a quella che viene chia­mata «cul­tura folklorica».

L’EUROPA SOR­GIVA

Negli anni più tardi, Jac­ques Le Goff non ha mai abban­do­nato que­ste pas­sioni; in fondo, anche la monu­men­tale bio­gra­fia su San Luigi (uscita nel 1996) aveva alle spalle già degli scritti sul tema pre­ce­denti di un paio di decenni. Ma la sua pro­du­zione più recente mostra anche un’attenzione agli svi­luppi della sto­rio­gra­fia con­tem­po­ra­nea (si vedano i suoi lavori sulla con­ce­zione del corpo), non­ché un inte­resse per gli svi­luppi della società tout court: a que­sto secondo filone appar­ten­gono le rifles­sioni sull’Europa e le sue radici, che era poi soprat­tutto una rifles­sione per i suoi esiti poli­tici pre­senti e futuri.

   Aveva comin­ciato la sua vita acca­de­mica (e non solo) in un momento in cui l’Europa si dibat­teva fra le guerre, ha fatto in tempo a sognare insieme a molti un’Europa diversa, si è spento quando que­sto sogno pare ormai sulla via del tramonto. (Marina Montesano)

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TRA I PIÙ GRANDI STUDIOSI CONTEMPORANEI DEI SECOLI DOPO LA CADUTA DELL’IMPERO ROMANO D’OCCIDENTE

da “la Stampa” del 1/4/2014

   I cosiddetti secoli bui, se oggi ci appaiono ben illuminati e sappiamo che furono ricchi di fatti, personaggi, evoluzioni, avvenimenti significativi e fondanti, lo dobbiamo sostanzialmente all’opera di Jacques Le Goff che con il suo lavoro scientifico, cui ha sempre affiancato quello divulgativo, ha reso il Medioevo vivo e popolare, appassionando tanti lettori comuni.

   Nato il primo gennaio del 1924, è scomparso oggi, dopo aver compiuto da poco i novanta anni. Era una delle figure di spicco uscita dalla scuola degli «Annales» francesi di maestri quali Ferdinand Braudel e Maurice Lombard, nella loro attenzione al quotidiano e non solo ai grandi fatti, nell’unire storia e geografia con ottica anche sociologica e antropologica, per una ricostruzione storica dinamica che pone attenzione al nascere delle idee, dei costumi, al modificarsi dei modelli economici.

   In «Les intellectuels au Moyen age» (1957 – tradotto in una decina di lingue e in italiano più volte ristampato da Mondadori, anche negli Oscar), sua opera seconda dopo «mercanti banchieri nel medioevo», prese in esame la formazione di un ceto intellettuale nel XII secolo, in concomitanza con la rinascita delle città e poi il sorgere delle università nel XIII secolo, la loro evoluzione, la costituzione di un’aristocrazia accademica, i rapporti tra università e politica. Il medioevo «lungo», «l’altro» medioevo, il medioevo «quotidiano», il periodo «meraviglioso» e l’attenzione a «l’immaginario collettivo» erano modi di dire suoi propri, che non a caso tornano in titoli di alcuni suoi libri, nel cercare di sollevare la cortina pesante che copriva quei secoli.

   Laureato all’Ecole Normale Superieure, Le Goff divenne associato di Storia all’Università di Parigi nel 1950, per passare poi a quella di Lille e, per tutti gli anni ’60, ricercatore al centre Nationale de la Recherche Scientifique di Parigi quando divenne anche condirettore della rivista «Annales». Nel 1972 prese il posto che era stato di Braudel alla direzione della sesta sezione dell’Ecole Pratique des Hautes Etudes, divenuta nel 1975 Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales. Il 25 ottobre del 2000 ha ricevuto la laurea honoris causa in Filosofia all’Università di Pavia, dove tenne la lectio «Histoire et Memoire». La sua attenzione andava in particolare alla memoria collettiva, alla sua realtà e alla sua manipolazione come strumento di potere.

   Il suo legame con l’Italia era molto forte: collaborò alla «Storia d’Italia» Einaudi e ha curato vari volumi per editori italiani. Aveva rapporti di amicizia con molti nostri storici e intellettuali, poi in particolare con uno studioso come Umberto Eco (partecipò, quale esperto, alle riprese del film tratto da «Il nome della rosa») e con l’editore Laterza, per il quale dirigeva la collana «Fare l’Europa» e, per l’occasione, una decina di anni fa, scrisse, sempre attento all’attualità attraverso la lente dello studioso del passato: «L’Europa oggi è ancora da fare e addirittura da pensare. Il passato propone ma non dispone. Il presente è determinato tanto dal caso e dal libero arbitrio, quanto dall’eredità del passato».

   Innumerevoli i saggi e i libri di Le Goff, tra cui sono molto noti «La civilisation de l’Occident me’die’val» (1964); «Pour un autre Moyen ge» (1978); «La naissance du Purgatoire» (1981); «L’apoge’e de la chre’tiente» (1982); «L’imaginaire me’die’val» (1985); «Saint Louis» (1996); «Saint Francois d’Assise» (1999); «L’Europe est-elle ne’e au Moyen ge? (2003); «Le Moyen ge et l’argent» (2010 – in italiano «Lo sterco del diavolo»), ma anche uno studio iconografico come «Un Moyenge en images» (2000), analisi della mentalità, della spiritualità e della vita quotidiana dell’uomo medievale attraverso le opere d’arte dell’epoca, e, ancora, vari libri per ragazzi. Infine va citato «Avec Hanka» (2008), in cui ricostruisce la storia d’amore con la donna che gli è stata accanto per 40 anni ed è scomparsa nel 2004, che diventa – spiega lui stesso -l’occasione per «mostrare come i sentimenti e la vita quotidiana di una famiglia si articolino con l’ambiente e la storia che hanno vissuto – vita privata e vita collettiva, in un momento in cui si profila un’Europa più unita».

   È in questo lungo, molteplice lavoro di tutta la vita che analizza figure, dal banchiere al medico o l’intellettuale, e istituzioni che, nate nel medioevo, sono alla radice, ben visibile, degli analoghi dei nostri giorni: «Io sono del resto, come discepolo di Fernand Braudel, ma anche in modo per così dire indipendente, partigiano deciso della storia come lunga durata – spiegava in un’intervista recente a una studiosa dell’Università di Parma – I più importanti avvenimenti della storia sono quelli che durano, che maturano, quelli che formano l’humus della nostra esistenza collettiva, come l’humus permette di coltivare e far fruttificare un terreno. Di conseguenza, bisogna sapere che essa – la storia – ci appartiene.

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LE GOFF MITO DELLA STORIA (NONOSTANTE GLI STORICI)

di Marco Gorra, da “LIBERO” del 2/4/2014 (pubblicato da materialismostorico a 19:48 )

   È scomparso a 90 anni il grande medievista che rivoluzionò la storiografia attraverso i testi sociali. Ma quelli che oggi lo rimpiangono sono gli eredi di chi, nell’ambiente accademico, lo mise alla gogna.

   L’ultimo affronto, al solito, arriva a salma ancora calda. Il tempo perché si diffonda la notizia della morte di Jacques Le Goff (il grande storico del Medioevo si è spento il primo aprile a Parigi all’età di novant’anni), che si scatena il coccodrillo collettivo a botte di «venerato maestro», «insigne studioso», «faro di conoscenza» e via tromboneggiando. Sul sito di un noto quotidiano italiano appare persino il video-obituary intitolato “Una vita per la storia”, manco il defunto fosse il professor Malipiero di gaberiana memoria.

       Ora, di tutti i destinatari possibili di simile tromboneggiamento stereo, Le Goff era davvero il meno indicato. E questo non perché non meritasse gli elogi (tutt’altro), ma perché quegli elogi sono il marchio di fabbrica di una mentalità e di un mondo – quello dell’accademia e della comunità storica – di cui Le Goff incarnava l’antipode.

   Un mondo che contro il legoffismo ha condotto per anni durissima lotta. Un mondo che lo ha provato a trattare da paria finché ha potuto e che ha fatto di tutto per impedirgli di ottenere il successo ed il riconoscimento che meritava (e che si sarebbe preso nonostante tutto). Perché Jacques Le Goff è stato, prima di tutto, un rivoluzionario. E si sa che negli ambienti storici (dove l’idea stessa di conservazione gode di inesausto fascino) i rivoluzionari sono visti con estremo sospetto.

   La rivoluzione di Le Goff – in estrema sintesi – fu la seguente: INNESTARE NELLO STUDIO DELLA STORIA MEDIEVALE LE COSIDDETTE SCIENZE SOCIALI COME L’ANTROPOLOGIA E LA SOCIOLOGIA (ALLE VOLTE SPINGENDOSI FINO ALLA PSICANALISI).

   L’intuizione di Le Goff fu, come di prammatica, semplice ma geniale: essendo il Medioevo UN PERIODO STORICO A PROGRESSO MOLTO LENTO dove sovente il tempo si misura in manciate di generazioni, bisognerà PORRE MAGGIORE ATTENZIONE ALLA DIMENSIONE DELLA QUOTIDIANITÀ, dal cui lento ed inesorabile stratificarsi trarre le indicazioni per risalire al grande quadro. Si teorizza dunque un’inversione di prospettiva che ha del copernicano: invece di pretendere di desumere il particolare dall’universale si parte dagli elementi a valle, li si mette insieme e si tirano le somme.

   Che le teorie del giovane Le Goff fossero destinate ad incontrare la resistenza della comunità storica era inevitabile. Intanto perché, nei rigidi Cinquanta e Sessanta, che la storia potesse e dovesse procedere unicamente per massimi sistemi era opinione accettata ed incontestabile. Ma soprattutto perché, spostando l’attenzione sui sistemi minimi, Le Goff pretendeva di far entrare dalla finestra discipline universalmente disprezzate come la sociologia (parola al cui solo suono il bravo storico snob e con la puzzetta sotto il naso mette mano alla fondina urlando alla deriva presentista) nel salotto buono dell’accademia.

   Peggio ancora: lo sconsiderato pretendeva pure di scrivere sui giornali e di parlare in tv di storia medievale onde coinvolgere il grande pubblico. Per i parrucconi che a stento si erano ripresi dalla comparsa della sociologia, lo sdoganamento della divulgazione (altro termine che in determinati ambienti non sta bene nemmeno pronunciare) era troppo. Nonostante l’opposizione del bel mondo accademico, Le Goff incontrò tuttavia un successo planetario. Il motivo è molto semplice: aveva ragione su tutto.

   Aveva ragione SUL METODO: L’APPROCCIO MULTIDISCIPLINARE PORTÒ LINFA NUOVA NELL’INTERA MATERIA, formando secondo il nuovo criterio almeno due generazioni di storici che nei decenni successivi avrebbero fatto fare passi da gigante alla ricerca. E non fu solo la storia a trarne giovamento: anche gli altri ambiti di studio (segnatamente l’economia e la religione) avrebbero tratto benefici dall’ibridazione con la storia.

   SOPRATTUTTO, AVEVA RAGIONE NEL MERITO. Ovvero che PER LA STORIA MEDIEVALE ESISTEVA UNA DOMANDA DA PARTE DEL GRANDE PUBBLICO e che per soddisfare questa domanda ERA NECESSARIO SOLO ABBATTERE QUALCHE BARRIERA. Grazie a Le Goff, tanti lettori che mai sarebbero stati in grado di affrontare le mattonate classiche di – poniamo – storia dell’economia potevano leggersi LA BORSA E LA VITA o IL TEMPO DELLA CHIESA e IL TEMPO DEL MERCANTE e guadagnarne una conoscenza della storia che altrimenti mai avrebbero avuto.

   Perciò, che Le Goff sia stato IL PRIMO STORICO COMPIUTAMENTE MEDIATICO dell’età contemporanea è qualcosa di cui bisogna essere grati. Perché se oggi è finalmente opinione comune che la famosa storia del Medioevo epoca buia è una solenne panzana, il merito va a lui che, pazientemente e un libro alla volta, ha lavorato perché quanta più gente possibile potesse toccare con mano la vitalità e il dinamismo dell’Età di mezzo.

   Rendendo al Medioevo un servizio mille volte più prezioso di quello reso dai professoroni che, al solo sentire nominare Le Goff, si stracciavano le vesti chiedendosi dove saremmo andati a finire di questo passo. (Marco Gorra)

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INTERVISTA A JACQUES LE GOFF REALIZZATA IL 27 GENNAIO 2012

LE GOFF: “SCOPRII LA STORIA NEL FRIGORIFERO”

di Alberto Mattioli, da “la Stampa” del 28/1/2012

– Dalle imprese di Dracula alla leggenda aurea di Jacopo da Varazze, le nuove curiosità del grande studioso –

   Un’intervista con Jacques Le Goff dà un nuovo significato all’espressione «parlare come un libro stampato». Sulla scrivania sommersa da un quadruplo strato di libri e di carte, il computer non c’è. La macchina per scrivere, nemmeno. «Mai usati. Ho sempre scritto a mano. Adesso, però, non ci riesco più». E allora come fa? «Detto. Viene qualche studente, oppure l’editore mi manda qualcuno». Forse è il segreto del suo francese netto, scandito, cartesiano, con le frasi che si susseguono senza mai un’incertezza o una ripetizione.

   Il medievista ottimo massimo ha 88 anni, è vedovo, solo, non esce più di casa e dentro si muove appoggiato a un girello. Le gambe lo tradiscono. Il cervello, no. Dal ‘56, da MERCANTI E BANCHIERI NEL MEDIOEVO, passando per saggi diventati classici come LA NASCITA DEL PURGATORIO o la monumentale biografia di SAN LUIGI, Le Goff continua a raccontare il Medioevo in modo tale che sembra di viverci. E, in ogni caso, verrebbe voglia di farlo.

   L’ultimo libro è appena stato pubblicato da Perrin: A LA RECHERCHE DU TEMPS SACRÉ, «Alla ricerca del tempo sacro», sottotitolo Jacques de Voragine et la Légende dorée, «JACOPO DA VARAZZE E LA LEGGENDA AUREA», cioè la più celebre raccolta di vite di santi dell’epoca e non solo di quella: «La Leggenda aurea è uno dei libri più importanti del Medioevo. Me ne sono interessato da molto tempo e non ho mai smesso di pensarci. Ma disponevo solo di traduzioni francesi del Diciannovesimo secolo o dell’inizio del Ventesimo. Nel 2004 è stato finalmente pubblicato il testo originario in latino. Jacopo da Varazze era un domenicano, prima a capo della provincia della Lombardia e poi vescovo e cronachista di Genova».

   Il suo libro fu il bestseller del Medioevo: «Soltanto per la Bibbia esiste un numero maggiore di manoscritti. E, cosa interessante e rara per l’epoca, la Leggenda ebbe molte traduzioni nelle lingue volgari. Jacopo era al centro di tutto quel che c’era di più interessante nel suo tempo. Intanto stava a Genova, che nella seconda metà del XIII secolo era il centro economico più importante d’Europa. Poi era un domenicano, quindi un esponente del movimento religioso, ma anche intellettuale, più nuovo e dinamico. Inoltre, ha beneficiato di alcune novità importanti della cultura medievale: per esempio, la lettura silenziosa. Fino al XIII secolo, la lettura si faceva a voce alta, e non solo nei conventi. La lettura silenziosa si diffonde insieme alla cultura laica e chiaramente significa anche una lettura più facile e più frequente. Infine, JACOPO AVEVA CERTAMENTE ANCHE UN TALENTO LETTERARIO: le sue vite sono piene di racconti e di aneddoti».

MA SE FOSSE FINALMENTE INVENTATA LA MACCHINA DEL TEMPO E GLI POTESSE PARLARE, COSA GLI CHIEDEREBBE?

«Credo che per prima cosa gli esprimerei, molto umilmente, la mia ammirazione».

   L’appartamento, nel Diciannovesimo arrondissement di Parigi, è moderno e abbastanza anonimo. La stanza dove Le Goff passa le sue giornate insieme alle sue pipe e ai libri, i suoi e quelli degli altri, è piccola, silenziosa, un po’ buia: un invito alla concentrazione. Su uno scaffale, uno stemma di Solidarnosc: Bronislaw Geremek era un suo grande amico.

PROFESSOR LE GOFF, PERCHÉ HA SCELTO LA STORIA?

«Mi ha sedotto da sempre. Però l’importante è capire quale storia. A me piace la storia che ti vedi passare davanti agli occhi. Negli Anni Trenta vivevo a Tolone con i miei genitori. Mi accorsi che per le strade si vedevano sempre più automobili e nelle case sempre più telefoni e frigoriferi. Noi eravamo una famiglia della piccola borghesia, mio padre era professore d’inglese, e non avevamo né automobile né telefono né frigorifero. C’era la ghiacciaia, e sento ancora il venditore ambulante di ghiaccio urlare per strada: “La glace! La glace!”. E allora mi facevano scendere per comprarlo. Ma questo non è importante. L’importante, per me, è stato capire molto presto che L’AVVENTO DEL FRIGORIFERO E LA SCOMPARSA DELLA GHIACCIAIA ERA UN AVVENIMENTO STORICO, PERCHÉ CAMBIAVA LA VITA QUOTIDIANA, LA VITA DELLE PERSONE, molto più delle guerre e dei Re. Per me, la storia è sempre stata storia sociale».

D’ACCORDO: MA PERCHÉ IL MEDIOEVO?

«Oh, anche questo l’ho deciso molto presto, avrò avuto dodici anni, e per due ragioni molto precise. La prima, perché in quel periodo lessi Ivanhoe di Walter Scott, che mi entusiasmò. E poi perché a scuola c’era un professore bravissimo, il migliore che abbia mai avuto, e quell’anno il programma di Storia era incentrato appunto sul Medioevo».

INSOMMA, LA VOCAZIONE DI UNO DEI MAGGIORI STORICI DEL NOVECENTO LA DOBBIAMO A UN FRIGORIFERO E A IVANHOE. L’HA PIÙ RILETTO?

«Certo! Walter Scott l’ho letto tutto e Ivanhoe, l’ultima volta, qualche anno fa. E’ un bellissimo libro, che parla di storia sociale, del rapporto fra cristiani ed ebrei e in più è scritto benissimo, perché Scott aveva un grandissimo talento. Anche se l’ho capito davvero solo quando l’ho letto in inglese».

POI, CERTO, DI LIBRI NE SONO SEGUITI MOLTI.

«Testi che mi hanno formato? Certamente I re taumaturghi di Marc Bloch, per il quale ho anche scritto una prefazione cui tengo molto, nell’edizione ripubblicata da Gallimard. Ed ero molto vicino ai grandi medievisti italiani, per esempio Arsenio Frugoni, autore della bellissima biografia di Arnaldo da Brescia».

DI ANDARE IN PENSIONE, OVVIAMENTE, NON SI PARLA.

«Per la verità, ho pensato, come autore, di ritirarmi. Però continuano a chiedermi libri, sarebbe un peccato non scriverli…».

SCRIVERLI, AL PLURALE?

«In cantiere ne ho due. Il primo è in realtà una raccolta di articoli, soprattutto di prefazioni. E’ un genere che ho sempre coltivato perché trovo che sia importante per gli storici giovani. Una prefazione generica, modello “comprate questo libro, è buono” non serve a niente. Credo che una prefazione analitica e magari anche critica, invece, aiuti il libro e anche chi l’ha scritto». E L’ALTRO? «L’altro è in realtà un’opera collettiva che sto dirigendo, un centinaio di brevi biografie di personaggi importanti del Medioevo. Compresa una quindicina di personaggi immaginari, perché per la storia l’immaginazione è importantissima. Dunque, o figure leggendarie, come Merlino o la fata Melusina, oppure figure realmente esistite ma poi mitizzate e diventate altro. Come Artù o Dracula».

LE GOFF SI INTERESSA AL CONTE DRACULA?

«Sì, proprio quel Dracula. In realtà era un principe della Valacchia, nell’attuale Romania, si chiamava Vlad III e nel suo XIV secolo era famoso come l’Impalatore, perché aveva una predilezione per questo supplizio. Poi con il tempo il personaggio leggendario ha preso il sopravvento su quello storico, ha cambiato, diciamo così?, metodo criminale ed è diventato un vampiro. Fino a diventare una star del cinema, a partire da quello muto. Generando tutto un filone letterario e anche cinematografico che comprende personaggi come Frankenstein».

A QUESTO PUNTO È INUTILE CHIEDERLE SE ABBIA RIMPIANTI…

«No. Anzi sì: forse non sono contento proprio di tutto quello che ho scritto. Però se ci sono dei soggetti che non ho trattato è perché ho avuto delle buone ragioni. Per esempio, il riso nel Medioevo. Ho scritto degli articoli, ma il tema era decisamente troppo ampio. Ma sono rimasto colpito dalla quantità di risate che si incontra nella Leggenda aurea. E un mio allievo che è diventato il massimo esperto della Scolastica mi segnala che sul riso esistono dei testi quasi sconosciuti di Tommaso d’Aquino e di Alberto Magno. Quindi magari il terzo libro sarà quel saggio sul riso nel Medioevo che finora non ho mai potuto scrivere…».

LEI È SEMPRE STATO UN INTELLETTUALE EUROPEO.

«In Europa ho anche studiato, grazie a delle borse di studio. Prima a Praga, una città meravigliosa ma triste. Poi a Oxford: la Biblioteca Bodleiana è straordinaria, però il modo di comportarsi degli inglesi non mi è mai piaciuto. Dell’Inghilterra amo solo Londra. E poi naturalmente ho lavorato anche in Italia. Ci passai un anno prima di sposarmi e fu forse uno dei più belli della mia vita. La Scuola francese mi metteva a disposizione una camera su piazza Navona: che splendore. E che rumore: la sera la gente conversava in strada fino a tardi, poi all’alba arrivavano i netturbini, quindi le notti erano brevissime. Ma che incanto, quella piazza…».

ULTIMA DOMANDA: DI RECENTE NICOLAS SARKOZY HA USATO ANCORA UNA VOLTA L’AGGETTIVO «MEDIEVALE» NEL SENSO DI RETRIVO E OSCURANTISTA. PROFESSOR LE GOFF, HA FORSE INSEGNATO INVANO?

«Per me monsieur Sarkozy è di un’intollerabile volgarità sia come uomo che come politico. Basti pensare alla sua politica disgustosa verso i giovani che vengono a studiare in Francia. Non mi stupisco che usi gli aggettivi in maniera sbagliata: a parte tutto, non ha nemmeno una buona conoscenza della lingua francese». (fonte: Tuttolibri, 28 gennaio 2012)

Jacques Le Goff nella sua biblioteca in una foto del ‘99
Jacques Le Goff nella sua biblioteca in una foto del ‘99

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