VENEZUELA, un paese confuso e fermo, tra repressione poliziesca e rivolta continua, e che rischia il default – L’AMERICA LATINA (ancora una volta dimenticata dal contesto mondiale in trasformazione) che non trova un suo interno ed esterno equilibrio di pace e sviluppo

Dallo scorso febbraio le COMUNITÀ VENEZUELANE di tutto il mondo si stanno mobilitando per sostenere quel popolo oppresso da un governo che proclama il socialismo e pratica la dittatura. La terra generosa che ha dato lavoro e ospitalità a molti emigranti italiani adesso è sede di un potere ingiusto, che guarda con indifferenza chi non ha più latte, carta igienica e, soprattutto, libertà. La mobilitazione mondiale “S.O.S. VENEZUELA” (vedi il blog “italiano” http://movimentovenezuela.blogspot.it/ ) è nata innanzitutto con lo scopo di informare tutti sulla situazione che sta vivendo quella terra e di unire la voce dei venezuelani sparsi nel mondo. (testo ripreso dal blog www.strettoweb.com/ )
Dallo scorso febbraio le COMUNITÀ VENEZUELANE di tutto il mondo si stanno mobilitando per sostenere quel popolo oppresso da un governo che proclama il socialismo e pratica la dittatura.
La terra generosa che ha dato lavoro e ospitalità a molti emigranti italiani adesso è sede di un potere ingiusto, che guarda con indifferenza chi non ha più latte, carta igienica e, soprattutto, libertà.
La mobilitazione mondiale “S.O.S. VENEZUELA” (vedi il blog “italiano” http://movimentovenezuela.blogspot.it/ ) è nata innanzitutto con lo scopo di informare tutti sulla situazione che sta vivendo quella terra e di unire la voce dei venezuelani sparsi nel mondo. (testo ripreso dal blog http://www.strettoweb.com/ )

   Che dire del Venezuela in profondissima crisi? …con tensioni sociali al massimo, povertà e indisponibilità di cibo e beni di prima necessità dati per acquisiti in qualsiasi altro paese di medie possibilità (la carta igienica che non c’è in vendita….). Il paese latino-americano che si contraddistingue per avere grandi riserve petrolifere, e per vantare una democrazia “socialista” (liberale e aperta rispetto alla dittatura cubana) e che, mettendo assieme le due cose (petrolio e democrazia), si potrebbe immaginare in una situazione ottima ed equilibrata di benessere a disposizione di tutti; cioè una ricchezza da ripartire in modo equo su tutta la popolazione…. Ma così non è. Per niente.

Il VENEZUELA è una repubblica federale. Fu il primo Stato latinoamericano ad emanciparsi dalla Corona spagnola e proclamare la propria indipendenza il 5 luglio 1811. Ha per capitale Caracas. - «UN PAESE DA SOGNO, dove con facilità si riescono ad avere RAPPORTI VERI, SPETTACOLARE da un punto di vista naturalistico, diviso TRA MONTAGNA E MARE. ORA È UN INFERNO, in Italia non avete idea di come la vita di ogni giorno sia legata a un filo. Anche quella della gente comune». (testimonianza di un anonimo italiano residente in Venezuela, da L’Arena del 2/3/2014)
Il VENEZUELA è una repubblica federale. Fu il primo Stato latinoamericano ad emanciparsi dalla Corona spagnola e proclamare la propria indipendenza il 5 luglio 1811. Ha per capitale Caracas. – «UN PAESE DA SOGNO, dove con facilità si riescono ad avere RAPPORTI VERI, SPETTACOLARE da un punto di vista naturalistico, diviso TRA MONTAGNA E MARE. ORA È UN INFERNO, in Italia non avete idea di come la vita di ogni giorno sia legata a un filo. Anche quella della gente comune». (testimonianza di un anonimo italiano residente in Venezuela, da L’Arena del 2/3/2014)

   Dalla morte di Hugo Chavez (nel marzo del 2013), e la conseguente ascesa al potere di Maduro, il suo delfino vicepresidente (dall’aprile dello stesso anno), la situazione del Paese è costantemente peggiorata. Il tasso di inflazione ha superato il 50 per cento, e le riserve valutarie sono state velocemente consumate nel tentativo di evitare collassi peggiori. Ma non è stata la morte di Chavez la causa. Forse son venuti al nodo i problemi di una democrazia improbabile fatta di culto della personalità, massimalismo, inefficienze di una classe dirigente (cooptata su basi ideologiche di appartenenza), e non rispetto di regole certe di garanzia.

   E il VENEZUELA, come del resto l’AMERICA LATINA tutta, è un paese dimenticato, di cui non si parla certo in Europa, e nel resto del mondo. Questo perché l’America Latina non interessa a livello globale neanche con le sue tragedie, nel senso che “è una via di mezzo” su tutto: conflitti e terrorismi sì violenti ma meno di quelli asiatici e del Medio Oriente (dell’Iraq, dell’Afghanistan…); povertà non durissime come invece accade in alcune parti dell’Africa centrale…. E forse più scarso interesse verso di essa (dopo la fine della divisione del mondo in due blocchi) da parte dell’America del nord, gli Stati Uniti… pur anche un minor interesse, nel caso del Venezuela, al suo petrolio, visto che altre fonti “interne”, come lo shale gas, stanno riposizionando gli USA in modo del tutto nuovo rispetto alle realtà planetarie ricche di petrolio meno necessario rispetto a qualche tempo fa.

   E della scarsa visibilità internazionale del Venezuela, e della situazione assai critica che sta vivendo, in Occidente ci si è accorti solo quando a febbraio è stato dato molto risalto dai media internazionali all’uccisione di una miss per strada (Genesis Carmona, uccisa colpita da una pallottola alla testa durante una protesta anti chavista il 18 febbraio scorso). Solo per questo.

GENESIS CARMONA, una Miss di 23 anni, è morta dopo 24 ore di agonia. Colpita da una pallottola alla testa durante una protesta anti chavista il 18 febbraio scorso, era stata portata all’ospedale di Valencia, nello stato di Carabobo, da due manifestanti in moto, ma non c’è stato nulla da fare
GENESIS CARMONA, una Miss di 23 anni, è morta dopo 24 ore di agonia. Colpita da una pallottola alla testa durante una protesta anti chavista il 18 febbraio scorso, era stata portata all’ospedale di Valencia, nello stato di Carabobo, da due manifestanti in moto, ma non c’è stato nulla da fare

   L’inizio degli scontri può essere ascritto al 4 febbraio, giorno in cui hanno avuto luogo le prime manifestazioni studentesche contro il governo di Nicolas Maduro, nello stato di TACHIRA, al confine con la COLOMBIA. Poi le manifestazioni si sono fatte aspre e dure dal 12 febbraio, giorno in cui i manifestanti si sono diretti verso il tribunale di Caracas, assaltandolo con bottiglie molotov, causando una forte repressione da parte della polizia. E poi nell’ultima settimana di marzo scontri tra polizia antisommossa e dimostranti scesi in piazza a Caracas per contestare l’arresto di due sindaci dell’opposizione. In tutto finora si parla di 31 morti, e il ferimento di 461 persone. Arresti di circa 2000 manifestanti che sono stati fermati durante episodi violenti a margine delle proteste.

   L’origine di queste proteste è dato da tre cose in particolare: a) cause economiche, b) un fortissimo tasso di criminalità, e c) una grave carenza di generi di primaria necessità, anche per chi avrebbe i soldi per comprarseli. Le file per il pane, il latte e l’olio, l’inflazione al 57% (la più alta di tutta l’America Latina) e i problemi strutturali che minano la fornitura di acqua ed energia elettrica. Ma c’è qualcos’altro: un contesto politico di scontro tra classi ricche e povere (e sono queste ultime quelle che percepiscono più duramente sulla loro pelle la crisi economica, la carenza di generi alimentari, i servizi sociali che spariscono con la crisi dello stato…).

MAPPA DEL SUD AMERICA
MAPPA DEL SUD AMERICA

   Elementi tipici “organizzati” di stati socialisti di altra epoca: che non riescono a dare regole certe a un pur mercato libero; e con poteri politici che ribadiscono la volontà di “lavorare per il popolo” (e non si può dimenticare che il quindicennio di Chavez ha segnato una diffusione dell’educazione di massa, e di altri servizi che prima il Venezuela non dava alla sua popolazione…), ma che non hanno la capacità di “mandare a casa” la propria classe dirigente quando questa si mostra inadeguata (anche perché si creano le condizioni perché non si formino classi dirigenti alternative).   Un paese il VENEZUELA che forse non è ancora una dittatura, ma che di certo non è più, e da tempo, una democrazia. Forse bisognerà ritornare a porre più attenzione, nella GEOPOLITICA intesa come denuncia del rispetto dei diritti umani, a quello che adesso è l’America Latina, facendola uscire, con i suoi popoli, dal dimenticatoio mediatico di denuncia dei diritti offesi in cui ora è. (s.m.)

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ULTIMORA 12 APRILE 2014: Primo incontro a CARACAS, in diretta televisiva dal palazzo presidenziale Miraflores, tra il governo venezuelano di Maduro e i rappresentanti dell’opposizione antichavista, dopo le proteste con 39 morti e centinaia di feriti, con la mediazione di Unasur (Unión de Naciones Suramericanas, un’alleanza politico-economica fra 12 paesi latino-americani) e il Vaticano.

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VENEZUELA TRA MITO E REALTÀ

da http://www.correttainformazione.it/ , 8/4/2014

– Manifestazioni, repressione, presunto golpe, interferenze occidentali, un calderone che rende sempre più difficile analizzare il Venezuela post Chavez –

   Dal 4 febbraio, giorno in cui hanno avuto luogo le prime manifestazioni studentesche contro il governo di Nicolas Maduro nello STATO DI TACHIRA, AL CONFINE CON LA COLOMBIA, la copertura mediatica, dentro e fuori dal Venezuela, sembra traballare.

   Tra le emittenti direttamente controllate dallo stato, la censura (come quella del canale colombiano Tnt24 e l’espulsione di alcuni giornalisti della Cnn) giustificata dall’accusa di cospirazione antigovernativa, e le analisi grossolane e politicamente orientate dei media occidentali, non vi è un vero spazio indipendente dentro il quale inquadrare e analizzare le proteste venezuelane.

   All’interno di questo caos, le contestazioni hanno occupato strade e piazze, fino a dirigersi contro la casa del Governatore di stato, col conseguente arresto di 14 persone, di cui solo due studenti. Le manifestazioni si sono diffuse in numerose città senza però determinare un intervento delle forze dell’ordine.

   Almeno fino al 12 febbraio, giorno in cui i manifestanti, capeggiati da Lopez, si sono diretti verso il tribunale di Caracas, assaltandolo con bottiglie molotov, causando una forte repressione da parte della polizia. Repressione duramente condannata da quasi tutti i Paesi occidentali, capeggiati dagli Stati Uniti. Certo, la repressione violenta è sempre condannabile, ma la cosa che fa riflettere è che questo biasimo arrivi da paesi come l’Italia, il cui passato nasconde qualche scheletro in fatto di repressione da parte delle forze dell’ordine.

   Un altro aspetto da sottolineare è che le prime due vittime, Bassil Da Costa, studente di 24 anni, e Juan Montoja, sono stati uccisi dalla stessa pistola di un militare in borghese, fatto che ricorda tanto il tentato colpo di stato del 2002.

   Inoltre, alcune delle morti avvenute durante le proteste sono attribuibili a militanti di cui non è chiaro lo schieramento, la cui identità viene politicamente manipolata a uso propagandistico sia dall’opposizione che dal governo. C’è di certo che molte delle morti attribuite alla sanguinosa repressione del governo dai media mainstream (primo fra tutti El Pais, di cui si ricordano i legami con l’alta borghesia venezuelana) siano invece state causate dalla presenza delle barricate poste dalle forze di opposizione, consistenti spesso in un filo spinato teso tra due pali con l’obiettivo di ferire o uccidere.

   Secondo alcune fonti statali, quel famoso 12 febbraio il premier Maduro avrebbe dato ordine agli uomini della SEBIN (Servicio Bolivariano de Inteligencia Nacional) di rimanere in caserma, ma alcuni appartenenti ai servizi segreti si sono comunque recati alla manifestazione. Qualche giorno dopo, il capo della Sebin è stato arrestato. Nonostante ciò, rispetto al 2002, oggi l’esercito è in buon parte fedele al governo, e questo rende improbabile la riuscita di un colpo di stato.

   Infine, l’analisi di queste proteste dovrebbe concentrarsi non solo sulle cause economica, sull’elevato tasso di criminalità  e sulla grave carenza di generi di primaria necessità, ma anche sulla matrice classista delle medesime.

   Se si prende in considerazione, infatti, il ruolo istituzionale degli edifici assaltati, risulterà evidente come siano stati presi di mira quei luoghi che garantiscono i programmi sociali del governo, alla base della riforma bolivariana: dall’ufficio del ministero dell’Ambiente alla sede della tv pubblica, dalla Mision Mercal (ente alla base dei programmi sociali che si occupa di distribuire cibo alle fasce più povere della società) alle cliniche ospedaliere, scandendo lo slogan  “Fuori i medici cubani” (secondo un accordo con Cuba è previsto uno scambio di medici con provvigioni di petrolio).

   È evidente che qualcosa in Venezuela non stia funzionando. Le file per il pane, il latte e l’olio, l’inflazione al 57% (la più alta di tutta l’America Latina) e i problemi strutturali che minano la fornitura di acqua ed energia elettrica stanno mettendo a dura prova la pazienza dei venezuelani. Il governo denuncia un sabotaggio economico congiunto dall’opposizione, dal mondo imprenditoriale e dagli Stati Uniti, ma si dovrebbe concentrare di più sulla gestione delle proprie risorse naturali, prima tra tutte il petrolio, la cui distribuzione dei proventi a livello sociale non fa che aumentare il tasso di inflazione.

   Ed è proprio questo uno dei più grandi paradossi del Venezuela: essere un dei più grandi produttori di petrolio al mondo con la volontà di non piegarsi al sistema capitalista. Paradosso che genera una devastante crisi economica con conseguente fuga di capitali e che sta spingendo sempre più il Venezuela a scegliere tra continuare a essere un’isola socialista o entrare nell’oceano liberista.

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«VENEZUELA, IL PARADISO IN CUI SI UCCIDE LA GENTE PER STRADA»

di Fabiana Marcolini, 2/3/2014, da L’ARENA (http://www.larena.it/ )

   «Il mondo ha notizie parziali di quello che accade, ma qui ora è un inferno. La protesta è pacifica e l’esercito ha ordine di sparare»

   «Un Paese da sogno, dove con facilità si riescono ad avere rapporti veri, spettacolare da un punto di vista naturalistico, diviso tra montagna e mare. Ora è un inferno, creda, in Italia non avete idea di come la vita di ogni giorno sia legata a un filo. Anche quella della gente comune». Veronese, 38 anni, in Venezuela a cento chilometri da Caracas vive da tempo. Era rientrato alcuni mesi in Italia e poi dai primi di gennaio è tornato in Sudamerica con la moglie. E dal 4 febbraio sta assistendo alla trasformazione di un luogo da sogno in uno da incubo.

L’INFORMAZIONE. «Guardi, le notizie vengono tutte filtrate, non trapela nulla dalle agenzie internazionali perchè l’informazione fornita è quella di regime, quella voluta dal governo di Nicolas Maduro e solo la Cnn latina “fotografa” tutto il giorno quello che realmente accade per strada. Tutto quello che riusciamo a sapere sulla reale situazione, anche noi qui, lo sappiamo attraverso internet, Twitter e Instagram. Il resto è coperto. Le dico che è un inferno. Ho assisitito a scene che credevo appartenessero a un passato che non doveva ritornare, la paragonerei alla repressione attuata da Nicolae Ceausescu in Romania. Incredibile».

   Teme per sè, per la sua incolumità e per quella dei suoi cari, per questo CHIEDE DI NON ESSERE CITATO, di non mettere il suo nome. Perché comunicare all’esterno in questo momento può essere pericoloso perchè non esiste il distinguo. E la gente normale muore per strada senza una ragione.

TERRORE. «Lo so che sembra impossibile ma in rete stanno girando video raccapriccianti girati dalle persone che si trovano di fronte a scene di ordinaria crudeltà. Avete sentito della fotografa italiana arrestata? Rischia l’accusa di terrorismo ma speriamo che ora la rete diplomatica si muova, che si muovano le organizzazioni internazionali affinchè il Venezuela ritorni ad essere quello che era. Sa», prosegue abbassando la voce, «finire in carcere qui è un incubo. Quando ti vengono a prendere a casa di te poi non si sa più nulla. E vive nel terrore anche chi non ne avrebbe motivo, basta un sospetto».

UN PAESE FERMO. Racconta della difficoltà di lavorare, che in questo momento tutto è fermo perchè la protesta degli studenti è stata l’inizio di una repressione senza uguali. «I ragazzi e la gente manifestano con i cartelli e l’esercito li affronta con i carri armati. Non siamo ancora arrivati al coprifuoco, non ufficialmente almeno, ma dalle 16 uscire di casa è pericoloso. Mi spiego, se la polizia trova in giro qualcuno di notte è autorizzata a uccidere, ma da metà pomeriggio per le strade girano bande di “motorizzati”, come li chiamano qui, che altro non sono che delinquenti comuni autorizzati e rapinare e sparare contro le case. E contro chiunque».

GLI ARRESTI. Spiega che è una sorta di «caos gestito» per fiaccare la protesta pacifica di chi chiede pari opportunità, di lavorare e di avere la possibilità di dimostrare il proprio valore. E secondo i dati ufficiali forniti all’Onu dall’inizio della protesta fino all’altro giorno sono state arrestate 579 persone. Un numero in continuo aumento.

 «Dopo la morte di Chavez il declino è stato inesorabile», prosegue, «la corruzione è alle stelle e tutto il denaro che il Venezuela ricava dalla vendita del petrolio resta in poche mani, non crea ricchezza. L’unica cosa che ora tutti sperano, e lo spero anch’io, è che gli Stati Uniti «barattino» il prodotto finito con la garanzia di un ritorno alla normalità e al dialogo. Loro hanno un enorme potere contrattuale, l’unico forse su cui si può far leva per rientrare nella normalità. Chi protesta lo fa disarmato, esercito e polizia sparano contro persone inermi».

   Lontano dalla capitale, nel luogo in cui lui e la moglie vivono, la tranquillità è relativa, ma gli «squilli di rivolta», corrono veloci e si diramano per tutto il Paese.

   «Parlando con un caro amico di Verona giorni fa gli ho detto che voi lì sapete di quel che accade solo perchè è stata data enfasi all’uccisione di una miss per strada, qui c’è la più alta concentrazione delle donne più belle del mondo. Ma solo per questo ogni tanto l’attenzione si sposta su questo angolo di paradiso dimenticato dall’opinione pubblica». E sottolinea che non è un rivoluzionario, che è un uomo assolutamente normale che ha riscoperto in questi giorni terribili il valore di cose che nel nostro vivere quotidiano si danno per scontate. Ma che scontate non sono.

LA CRISI. «Non se ne parla, non si sa. Se ho paura? Sì, anche se non faccio nulla di male. Me ne resto a casa ma non posso nemmeno rientrare facilmente in Italia. Il debito pubblico ha raggiunto livelli tali che le compagnie aeree non assicurano più i voli con Caracas, ora costano dieci volte di più, anche facendo scalo negli Stati Uniti il prezzo del biglietto è particolarmente alto». E lui, turista che vorrebbe restare in Sudamerica, ora si trova in un Paese bloccato che vive un pericoloso isolamento «voluto» dall’interno. https://www.youtube.com/embed/A_Wz8yiVkcM (Fabiana Marcolini)

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LE PIAZZE DI KIEV E DI CARACAS

di Moisés Naìm, da “la Repubblica” del 26/2/2014  

   «L’America Latina non è competitiva nemmeno con le sue tragedie», mi ha detto cinicamente un amico. Si riferiva al fatto che laggiù la povertà non è infernale come quella africana, i conflitti armati non sono minacciosi come quelli asiatici e i terroristi non sono suicidi come quelli del Medio Oriente. È per questo che il resto del mondo normalmente non si cura più di tanto dei problemi di questo continente. Altrove le tragedie sono più gravi o hanno maggiori probabilità di coinvolgere altri Paesi.

   In questi giorni, le orribili immagini della repressione che insanguina le strade di Caracas partono svantaggiate rispetto a quelle che arrivano da Kiev, quando si tratta di contendere l’attenzione di giornalisti e politici. Gli eventi in corso in Ucraina sono più sanguinosi, le immagini più drammatiche e la contabilità dei morti più tragica: in Ucraina le vittime si contano a decine, mentre in Venezuela fino a questo momento sono 14. Ma c’è di più: a Kiev sono in gioco le frontiere dell’Europa, la sua sicurezza energetica, l’egemonia della Russia sui Paesi dell’ex Unione Sovietica e la reputazione di Vladimir Putin dentro e fuori la Russia.

   Quello che succede in Venezuela non è altrettanto pericoloso. Per molti, le strade piene di giovani che protestano sono un episodio di più dell’ormai annoso confronto tra un Governo che ama i poveri e detesta gli Stati Uniti e un’opposizione che alcuni giornalisti hanno l’abitudine di descrivere come una “classe media” che non riesce a vincere le elezioni.

   È una descrizione inesatta. La metà dei venezuelani è contro il Governo di Nicolás Maduro. Lo dimostrano tutti i sondaggi e i risultati elettorali. Nonostante i suoi ben documentati abusi, trucchi e brogli, il Governo vince le elezioni con un margine ristrettissimo: Nicolás Maduro è arrivato alla presidenza con un vantaggio di appena l’1,5 percento sul candidato dell’opposizione.    Aggiungo che la “classe media” è ben lungi dal rappresentare la metà della popolazione e questo significa che la metà dei venezuelani che ha dimostrato di essere contro il Governo include necessariamente milioni di quei poveri che Maduro dice di rappresentare.    È questa la metà del Paese i cui figli sono in piazza a protestare contro un regime che li reprime come se fossero un nemico mortale. E forse lo sono davvero, perché rappresentano l’avanzata di una società che non tollera più un regime che da quindici anni abusa del proprio potere e i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti: ha condotto il Venezuela al primato mondiale per inflazione, omicidi, insicurezza e mancanza di beni fondamentali (dal latte per i bambini all’insulina per i diabetici).

   Tutto questo nonostante possieda le maggiori riserve petrolifere del mondo e nonostante il Governo detenga il controllo assoluto di tutte le istituzioni dello Stato. Usa il potere per comprare voti, mandare in carcere gli oppositori o chiudere canali televisivi, invece di usarlo per creare prosperità per tutti. La carestia, la paura e l’assenza di speranza sono arrivate a livelli insopportabili.

   Le proteste degli studenti sono il simbolo di un regime che ha perso il messaggio politico principale su cui Hugo Chávez aveva fondato la sua popolarità: la denuncia del passato e la promessa di un futuro migliore. La denuncia del passato ormai politicamente non dà più frutti, perché il passato è il chavismo. I venezuelani con meno di trent’anni (la maggioranza della popolazione) non hanno conosciuto altri Governi che quelli di Chávez o di Maduro. E i risultati catastrofici della loro gestione sono sotto gli occhi di tutti: per questo le promesse del regime non sono più credibili. I giovani sanno che se le cose continueranno così il loro futuro non sarà migliore. E l’unica promessa del Governo a cui prestano fede è quando dice che non intende cambiare rotta.

   Sorprendentemente e inavvertitamente, le lotte e i sacrifici dei giovani venezuelani potrebbero avere conseguenze anche al di fuori dei confini nazionali. Sfidare il Governo di Maduro vuol dire sfidare la grottesca influenza di Cuba sul Venezuela. Senza gli smisurati aiuti economici del Paese sudamericano, l’economia cubana sarebbe già crollata. Se il Venezuela cambiasse regime, anche sull’isola caraibica le cose cambierebbero. Per i fratelli Castro la massima priorità è avere a Caracas un Governo che continui ad appoggiarli. E come sappiamo il Governo cubano ha decenni di esperienza nella gestione di uno Stato di polizia repressivo e abile nella manipolazione politica e nella “neutralizzazione” fisica o morale dei suoi oppositori. È difficile immaginare che queste tecnologie cubane non siano state esportate in Venezuela. O in altri Paesi dell’America Latina.

   Cuba però non esporta solo tecniche repressive. Esporta anche cattive idee politiche ed economiche. Senza il petrolio gratuito che riceve dal Venezuela, L’Avana non avrebbe tutta questa influenza a livello continentale.    Il momento più buio della notte è quello che precede il sorgere del sole. E il Venezuela sta attraversando momenti molto bui. Ma forse l’alba sta per arrivare. E se arriverà, l’America Latina dovrà essere riconoscente a quei giovani venezuelani che non hanno avuto paura di sfidare un Governo che fa di tutto perché abbiano paura. (Moisés Naìm)

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VENEZUELA, LA POLITICA POST-CHAVISTA IN DISFACIMENTO

di Silvia Ragusa, da LINKIESTA (http://www.linkiesta.it/ ) del 13/3/2014

MADURO AI FUNERALI DI CHAVEZ NEL FEBBRAIO 2013
MADURO AI FUNERALI DI CHAVEZ NEL MARZO 2013

– A Caracas si protesta e si muore, mentre il Paese in crisi è sempre più isolato internazionalmente – Le proteste antigovernative coinvolgono migliaia di persone nel Paese –  Crollano Pil e prezzo del petrolio –

   «A Caracas si vive in pace». Il presidente del Venezuela NICOLÁS MADURO lo ha affermato da Palazzo Miraflores nel corso del programma radiofonico appena inaugurato «EN CONTACTO CON MADURO».

Il governo frenerà le manifestazioni che in queste ore inondano le strade del suo Paese. Tanto più che non si tratta di proteste, ma di tentativi «di attaccare i lavoratori. È vandalismo, è terrorismo, e in quanto tale verrà trattato», ha accusato Maduro. L’unica cosa utile per uscire dalla CRISI CHE IL VENEZUELA VIVE DALLO SCORSO 12 FEBBRAIO è, sostiene il Presidente, che l’opposizione «fermi le barricate e si sieda a un tavolo» per negoziare. Il punto sarebbe capire però su cosa. …

“A CARACAS LATTE, FARINA, ZUCCHERO E CARTA IGIENICA SONO DIVENTATI UN LUSSO”

   Almeno 28 morti, centinaia di feriti e oltre mille arresti non sembrano scalfire il potere dell’erede di Hugo Chávez. Tuttavia gli studenti continuano a scendere in piazza contro Maduro e lo considerano il responsabile della RECRUDESCENZA DEI FENOMENI CRIMINALI (25 mila persone sono morte ammazzate nel 2012, per l’Osservatorio venezuelano sulla violenza), dell’ALTA INFLAZIONE (secondo la Banca centrale del Paese a quota 53,6 per cento) e delle CARENZE DI PRODOTTI E ALIMENTI che affliggono IL PIÙ GRANDE ESPORTATORE DI GREGGIO DEL SUD AMERICA.

   Per intenderci a Caracas latte, farina, zucchero e carta igienica sono diventati un lusso. Perfino ai gruppi editoriali manca la carta per stampare le loro edizioni quotidiane.

CHE STRADA PRENDERÀ IL SUDAMERICA ORFANO DI CHÁVEZ?

di Gabriella Saba, da LINKIESTA (http://www.linkiesta.it/ ) del 13/3/2014

   Il Venezuela soffre una delle peggiori crisi economiche della sua storia. E la situazione è di la dal risolversi. Per citare alcuni dati: le ultime stime del CEPAL (COMISIÓN ECONÓMICA PARA AMÉRICA LATINA Y EL CARIBE) dicono che il tasso del Pil per abitante è crollato di un 0,3 per cento nel 2013 – rispetto a una crescita del 4 nel 2012 -, il più basso della macroregione.

   Senza contare il FATTORE PETROLIO: il 98 per cento delle entrate da export sono petrolifere, ma LA PRODUZIONE È CALATA DA 3,3 MILIONI DI BARILI al giorno nel 1999 A 2,7 MILIONI nel 2014. Di questi poi quasi 1 milione non produce valuta perché viene esportata in Cina, a Cuba e nei Paesi dei Caraibi in cambio di beni e servizi.

   Mentre IL BOLÍVAR SUBIVA IPER SVALUTAZIONI annuali, il PREZZO A BARILE è crollato DA 117 EURO NEL 2008 A 71 nel 2013 – una riduzione del 38 per cento – e il debito interno è cresciuto nel 2013 fino a 44 milioni di euro, aumentato di conseguenza il passivo dell’AZIENDA PETROLIFERA STATALE (PDVSA).

   Il punto chiave è la CARENZA DI INVESTIMENTI PRIVATI, proprio quando la Pdvsa si è convertita in succursale del partito di governo. La gestione delle finanze pubbliche è poco trasparente e il Fondo monetario non esamina l’economia del Venezuela da ormai dieci anni. A farla breve per Standard & Poor’s IL PAESE RISCHIA IL DEFAULT, tra questo e il prossimo anno. …

Segnalato al 160° posto su 177 Paesi nell’INDICE DI CORRUZIONE percepita di Trasparency Internacional, in piena crisi economica sui quattro fronti più importanti (fiscale, monetario, del cambio e petrolifero), e con una politica post-chavista in disfacimento, a Miraflores si cerca qualcuno su cui scaricare la responsabilità.

   Coinvolgere il presidente americano Barack Obama sarebbe come fare un terno al lotto. Maduro ha più volte accusato l’ingerenza degli Yankee fino a rispedire a Washington tre suoi diplomatici. Poi ha nominato un nuovo ambasciatore negli Stati Uniti, come a dire che a Caracas la disputa non è tra il governo dispotico e l’opposizione violenta, ma tra il Paese e i potenti vicini del Nord.

   Da quel versante, l’America gioca a nascondino: il segretario di Stato, John Kerry, proprio poche ore fa ha parlato di «sanzioni disciplinari». Ma poi ha lasciato intendere che a occuparsene sarà l’Organizzazione degli Stati americani (Oea), visti, nonostante tutto, i convenienti rapporti economici, a suon di petrodollari, tra i due Paesi «nemici».    Ma il declino del governo Maduro potrebbe segnare una svolta, anche nel panorama sudamericano: l’Argentina di Cristina Kirchner arranca mentre il governo ecuadoriano di Rafael Correa ha appena ricevuto una batosta alle elezioni locali. “Alcune compagnie potrebbero sospendere i voli sul Venezuela: il governo deve loro 3,7 milioni di dollari”    Gli altri Paesi cercano di mettere una toppa alla stretta di Caracas, che ha chiuso quasi tutti i rubinetti dorati. A MADURO RESTA CARA L’AVANA, mentre, in questi giorni, potrebbero arrivare in soccorso investimenti da Oriente, Cina e Russia, nella speranza almeno che i collegamenti funzionino ancora.

   L’Associazione internazionale del trasporto aereo ha fatto sapere che alcune compagnie potrebbero sospendere i voli sui cieli venezuelani: il governo deve loro 3,7 milioni di dollari. A Caracas intanto si protesta e si muore, ancora. (Gabriella Saba)

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L’AMERICA LATINA VUOLE MADURO, IL VENEZUELA (IN PARTE) NO

di Maurizio Stefanini, 20/3/2014, da limes

(http://temi.repubblica.it/limes/ )

RUBRICA ALTREAMERICHE – Il contesto regionale e mondiale non potrebbe essere più favorevole all’erede di Chávez, ma il suo stile di governo sta diventando insostenibile. –

   Nel momento della grande rottura tra Putin e l’Occidente sulla Crimea, difficilmente il contesto mondiale e regionale potrebbe essere più favorevole al presidente del Venezuela Nicolás Maduro.

   In CILE, la socialista Michelle Bachelet si è insediata alla presidenza con una coalizione in cui – accanto a 6 esponenti del socialdemocratico Partido por la democracia, 6 democristiani, 5 socialisti, 2 radicali e un indipendente – ci sono anche 3 ministri della sinistra radicale, tra cui per la 1ª volta dopo 41 anni un esponente del Partito comunista: l’antropologa Claudia Pascual Grau, preposta alla direzione del Servizio nazionale della donna. Le foto d’occasione hanno mostrato inoltre Bachelet, l’argentina Cristina Kirchner e la brasiliana Dilma Rousseff: quel trio Abc di presidenti del Cono Sur di sinistra che proprio questa rubrica aveva previsto.

   In COSTA RICA, il candidato del Partito di liberazione nazionale (Pln) Johnny Araya Monge ha annunciato il suo ritiro dal ballottaggio per la presidenza, dopo il deludente risultato al primo turno. Il Pln sta provando a fare campagna elettorale lo stesso, visto che comunque la legge impone di votare. Ma a questo punto la vittoria di Luis Guillermo Solís Rivera è certa.

   In EL SALVADOR, il Tribunale elettorale ha ratificato l’elezione a presidente del candidato del Fronte Farabundo Martí di liberazione nazionale Salvador Sánchez Cerén, vicepresidente uscente ed ex guerrigliero. Al ballottaggio del 9 marzo si è imposto con il 50,11%, contro il 49,89% del candidato della destra Norman Quijano. Un successo inferiore alle aspettative, di misura, che ha dato luogo a dure contestazioni degli sconfitti e ha imposto un riconteggio dei voti; comunque, una conferma della sinistra in un contesto non facile, per giunta con una prospettiva di radicalizzazione, sia pure presumibilmente non eccessiva.

   Sembra quindi riprendere vigore quella ”ondata a sinistra in America Latina” cui proprio l’elezione di Hugo Chávez aveva dato inizio, dopo alcune battute di arresto come la parentesi di Piñera in Cile, l’elezione di Martinelli a Panama, il post-Zelaya in Honduras, il post-Lugo in Paraguay, il ritorno del Pri al potere in Messico, o l’elezione di Pérez Molina in Guatemala.

   Unica ostinata eccezione resta la COLOMBIA, dove alle politiche del 9 marzo il duello tra gli ex sodali Juan Manuel Santos e Álvaro Uribe Vélez è stato vinto, sia pure di misura, dal presidente in carica: 21 senatori e 31 rappresentati per il Partido de la U di Santos; 19 senatori e 12 rappresentanti per il Centro democratico uribista, che ha eletto lo stesso Uribe in Senato. Una certa spinta a destra sembra confermata dai 19 senatori e 26 rappresentanti del Partito conservatore, appena uscito dalla coalizione di Santos, che invece ha l’appoggio di liberali (17 senatori e 34 rappresentanti) e Cambio radicale (9 senatori e 15 radicali). La sinistra è limitata a 5 senatori e 6 rappresentanti dell’Alleanza Verde e 5 senatori e 3 rappresentanti del Polo Democratico Alternativo.

   La spaccatura sul negoziato con le Farc rende piuttosto fragile l’iniziativa di Bogotá a proposito della crisi in Venezuela, malgrado l’antipatia che c’è in Colombia per Maduro, abbastanza evidente nelle maschere per il carnevale che lo deridevano come repressore da quattro soldi. Un’iniziativa forte è invece venuta da Panama, che il 25 febbraio ha chiesto la convocazione dell’Osa contro la volontà del governo Maduro di discutere la crisi nell’Unasur, senza la presenza degli Usa.

   L’Osa non è riuscita a prendere una posizione forte e il risultato è stata la rottura diplomatica tra Venezuela e Panama, condita da accuse reciproche sui debiti venezuelani. Panama aveva già dei contenziosi con altri governi dell’Alba come Nicaragua, Cuba ed Ecuador. Ma il 4 maggio anche a Panama si vota e secondo Martinelli l’Alba starebbe appoggiando pesantemente il candidato della sinistra Juan Carlos Navarro, peraltro solo 3° nei sondaggi. La riunione dell’Unasur tenutasi a Santiago dopo l’insediamento di Bachelet ha confermato che la maggioranza di sinistra dei governi sudamericani tende a trascinare la regione su posizioni di appoggio a Maduro, anche se non sono mancati inviti a dialogare con l’opposizione e si è parlato di “commissioni di pace”.

   “Gli altri paesi latinoamericani, in particolare il BRASILE, sono importanti per disinnescare la crisi in Venezuela”, osserva a nome del governo italiano il sottosegretario Mario Giro, esprimendo però l’impressione che il gigante lusofono esiti a svolgere il suo naturale ruolo di mediazione “in parte per via delle tensioni sociali interne al Brasile stesso”. Giro ricorda che “nella comunità internazionale e in Europa c’è una forte preoccupazione per il deterioramento della situazione politica e di tutela dei diritti umani. La via auspicata, in linea con la posizione europea, è che si riaprano i negoziati sostanziali con le opposizioni”. Ma con i fatti della Crimea, Caracas passa per forza di cose in secondo piano.

   Peraltro il Venezuela, con la Corea del Nord e la Siria, ha sostenuto le ultime mosse di Putin. Il 7 marzo, il ministro del Petrolio e delle Miniere del Venezuela Rafael Ramírez ha annunciato la firma di un accordo tra la società petrolifera di Stato venezuelana Pdvsa e l’omologa russa Rosneft, con cui quest’ultima fornirebbe 2 miliardi di dollari per realizzare quegli investimenti di cui l’industria petrolifera venezuelana ha bisogno. Si sta dunque realizzando la saldatura tra Russia e “Asse del Male” in un’alleanza anti-Usa, un grande obiettivo strategico di Chávez.

    Malgrado ciò, la crisi in Venezuela continua. E continuano le proteste. Il contesto sarebbe favorevole a Caracas, ma il modello gestito da Maduro è ormai del tutto insostenibile, senza contare che la leadership dello stesso Maduro è sempre più carente. È possibile che il blocco chavista resti ancora al potere in Venezuela a lungo, ma questo paese avrà il ruolo di una pedina – russa o brasiliana è ancora da vedere – piuttosto che quello del protagonista, come sognava Chávez.

   Un particolare estremamente significativo: Maduro non è andato all’insediamento di Bachelet. Aveva timore di lasciare Caracas e di venire contestato da un Congresso cileno in cui gran parte dei senatori e deputati indossava le spillette dell’opposizione Sos Venezuela. (Maurizio Stefanini)

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VENEZUELA: REQUIEM PER LA COSTITUZIONE

di Massimo Cavallini, da “Il Fatto Quotidiano” del 9/4/2014

   Che cosa voleva dirci il ‘comandante eterno’ Hugo Chávez quando levava al cielo, come una fiaccola fonte di luce perenne, il libretto azzurro della Costituzione Bolivariana del 1999? E che cosa ci dicono oggi i suoi ‘figli’ ed ‘apostoli’ quando, con identico fervore, compiono il medesimo gesto?

   Una cosa molto semplice: ‘questa è mia, e di lei faccio quel che mi pare’. Una decina di giorni fa all’apostolo Diosdado Capello, presidente della Asamblea Nacional, è ‘parso’ che la deputata María Corina Machado, eletta con il più alto numero di preferenze dell’intera assemblea, dovesse esser privata del suo seggio.

   E così è all’istante stato, senza che all’espulsa fosse concesso di dire ‘bah’ a propria difesa. Il tutto alla faccia degli articoli costituzionali che garantiscono il diritto al ‘giusto processo’ (il 49) e che impongono (il 187, comma 20) super-qualificate maggioranze per decretare il decadimento d’un deputato eletto.

   Nonché, naturalmente, con il quasi immediato avallo (un vero e proprio ossequiente inchino, in effetti) del Tribunal Supremo de Justicia. Ovvero: dell’organismo che, dalla Costituzione previsto come gran sentinella del rispetto dei suoi principi e del suo spirito, è nei fatti diventata – da quando, nel 2004, il ‘comandante supremo’ l’ha riformata ed imbottita di suoi fedelissimi – zelantissimo garante della impunità di quanti la vanno, a loro piacimento e con ostentata sfacciataggine, stuprando in ogni sua parte.

   Il caso della Machado è infatti, volendo parafrasare un celebre aforisma di Ennio Flaiano, certamente grave, ma non serio e, soprattutto, non nuovo. Solo qualche mese fa, quando Maduro chiese all’Assemblea d’approvare una ‘ley habilitante’ (vale a dire: di dargli il potere di legiferare per decreto), capitan Cabello trovò da par suo il modo d’aggirare, anzi, di frantumare l’articolo costituzionale che prevede, in questi casi, l’approvazione dei due terzi dell’Assemblea.

   Come? Prima liberando quest’ultima, grazie ad una serie di risibili d’accuse di corruzione (dal capitano presentate in Parlamento e subito avallate dal TSJ) dalla presenza dei deputati d’opposizione Maria Mercedes Araguren e Richard Mardo (entrambi dal capitano chirurgicamente scelti perché, guarda caso, erano gli unici della ‘bancada’ della MUD ad avere un supplente di fede chavista); e quindi forzando non solo la Costituzione, ma anche la matematica.

   Il voto finale contro Mardo fu infatti 97 a 68 (percentualmente 54 a 41) molto al di sotto dei due terzi richiesti dall’art. 187. Ma il capitano decise che andava bene così. Ed il TSJ (oh sorpresa!) immediatamente assentì.

   Prima ancora c’era stata – quando l’ormai morente Chávez si trovava a Cuba in condizioni di salute mantenute rigorosamente segrete – la sentenza con la quale il TSJ d’autorità cancellò, come preventivamente richiesto da Nicolás Maduro, vicepresidente ed erede autentico del ‘supremo’, tutte le norme costituzionali che definivano le procedure nel caso d’impedimento permanente o temporaneo del presidente eletto.

   Come? Sentenziando che, a dispetto di tutti questi molto dettagliati articoli, Hugo Chávez sarebbe a tutti gli effetti restato, fino a quando lui stesso non avesse deciso il contrario, presidente della Nazione.

Perché? Perché rispettare quegli articoli implicava informare l’opinione pubblica sul vero stato di salute di Chávez. Poco più tardi, morto Chávez, Il TSJ superò di nuovo se stesso, decidendo che, nel periodo precedente le nuove elezioni, l’incarico di presidente – che la Costituzione molto chiaramente affida al presidente della Asamblea Nacional e, in ogni caso, non a un candidato – dovesse essere ricoperto dal vicepresidente (e candidato presidenziale) Nicolás Maduro.

   Perché? Ovviamente perché l’erede designato da Chávez desiderava utilizzare, nel corso della campagna elettorale, le cosiddette ‘cadenas’. Vale a dire: la possibilità d’usare a suo piacimento i messaggi tv a reti unificate, privilegio, questo, concesso solo a chi è presidente.

   Questo per fermarsi solo ai casi più recenti o, per meglio dire, agli ultimi anelli d’una catena che dipanatasi lungo l’intero quindicennio chavista, è passata per tre snodi fondamentali. Il primo è, per l’appunto, il totale asservimento del potere giudiziario. Le altre due riguardano quelle che, del potere, sono in Venezuela le principali sorgenti: le forze armate ed il petrolio. Le prime ridotte, contro la ‘neutralità’ sancita dalla Costituzione, ad una appendice (non solo politica, ma anche ideologica) del potere esecutivo.

   Come lo stesso Chávez s’è premurato di sentenziare nel febbraio del 2012. ‘Le forze armate sono chaviste – ha detto e ripetuto il ‘supremo’, applaudito dagli alti comandi – e se a qualcuno la cosa non piace, peggio per lui (‘duélale a quien le duela’). Il secondo, sottratto ad ogni controllo pubblico (come previsto dalla Costituzione) attraverso un trucco di bilancio, ed incostituzionalmente  dirottato, complice il solito TSJ, verso fondi di esclusiva ed assai opaca gestione del governo (alla faccia del ‘petrolio restituito al popolo’).

   Questo è il Venezuela che il caso della deputata María Corina Machado è tornato a rivelare. Un paese che, forse, non è ancora una dittatura, ma che di certo non è più, e da tempo, una democrazia. Un paese derubato d’ogni legalità costituzionale, indispensabile base di quel ‘dialogo nazionale’ di cui ha un vitale bisogno per evitare una soluzione violenta della crisi che l’attraversa. Sarà possibile cambiare rotta? Io sono molto pessimista. (Massimo Cavallini)

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LE QUATTRO RIVOLTE DI FEBBRAIO

di Silvia Favasuli, 20/2/2014, da LINKIESTA (www.linkiesta.it)

– Kiev, Sarajevo, Caracas, Bangkok: capitali scosse da proteste anti-governative. Cosa sta succedendo –

THAILANDIA 

Martedì 19 febbraio i manifestanti antigovernativi thailandesi circondano la sede provvisoria dell’ufficio del primo ministro, Yinglukck Shinawatra, l’ufficio nell’area nord della capitale dove l’esecutivo ha spostato la sua attività dopo che in dicembre i manifestanti hanno circondato la sede ufficiale del governo. A guidare un convoglio di 200 automobili è stato il leader della protesta Suthep Thaugsuban, segretario generale del Comitato di Riforma del Popolo democratico (Pdrc). Ma Yingluck e il suo governo ad interim non sono nell’ufficio. La polizia attacca e il bilancio di fine giornata è di almeno 4 morti e 64 feriti. Il giorno precedente la polizia aveva tentato di riconquistare il controllo della zona attorno alla sede del governo, tentativo che ha provocato uno scontro a fuoco che ha causato cinque morti, un poliziotto e quattro dimostranti.

PERCHÉ SI PROTESTA

I manifestanti, in rivolta dallo scorso novembre, puntano a paralizzare l’attività del governo per costringere la primo ministro Yingluck alle dimissioni. Ma il vero obiettivo delle proteste è il fratello Thaksin Shinawatra, l’ex primo ministro fuggito all’estero per evitare una condanna a due anni per abuso di potere. Quello di Shinawatra – vincitrice delle elezioni del 2011 – sarebbe, per i dimostranti, nient’altro che il governo ombra del fratello Thaksin, in esilio dal 2006 dopo essere stato rovesciato da un colpo di stato.

QUANDO SONO SCOPPIATE LE RIVOLTE

Le manifestazioni sono state scatenate dall’approvazione il primo novembre 2013 di una legge che cancellerebbe i reati politici successivi al golpe del 2006 che ha rovesciato Thaksin. E cancellerebbe quindi anche la sua condanna per corruzione, emessa nel 2008.

COSA È SUCCESSO IN QUESTI MESI

Per tentare di calmare le proteste, il premier Yingluck Shinawatra il 9 dicembre 2013 ha sciolto il governo e convocato elezioni anticipate per il 2 febbraio. Ma nel giorno delle elezioni, i manifestanti anti governativi hanno bloccato diversi seggi. Circa il 10% dei seggi elettorali è rimasto chiuso e centinaia di dimostranti sono scesi in strada.

   Il Partito democratico ha chiesto quindi alla Corte costituzionale thailandese l’annullamento del voto, ritenuto incostituzionale nel suo svolgimento. La Costituzione prevede infatti che le operazioni di voto si completino nell’arco di un’unica giornata, cosa che non è accaduta. Ma la Corte costituzionale ha rifiutato lo scorso 12 febbraio la richiesta di annullamento, dando la colpa del mancato compimento al blocco provocato dai manifestanti nei seggi elettorali.

   Ma i dimostranti sono contrari alle elezioni e chiedono la formazione un «people council», una sorta di assemblea popolare, senza passare dalle urne, che abbia lo scopo di riformare il sistema politico. E puntano a paralizzare l’attività del governo per costringere il primo ministro Yingluck alle dimissioni.

Il Paese resta così in sospeso, mentre il governo ha dichiarato 60 giorni di stato di emergenza a Bangkok e nelle province adiacenti.

   Lunedì 17 febbraio la Commissione elettorale ha dichiarato che non si possono organizzare nuove elezioni finché non verrà annulato il rischio di nuovi sabotaggi da parte dei dimostranti. Il Governo dall’altro lato spinge perché nuove elezioni si tengano al più presto.

   Intanto, l’agenzia nazionale anti-corruzione ha deciso di accusare la prima ministra thailandese Yingluck Shinawatra di negligenza nell’ambito di un controverso programma di sussidio ai produttori di riso. Secondo la Commissione, Yingluck non ha considerato gli avvertimenti ricevuti, che la mettevano in guardia sull’aumento della corruzione e le perdite finanziarie che quel tipo di politica stava provocando nel Paese.

BOSNIA

Ultime notizie

Continuano le manifestazioni di protesta nelle città della Bosnia Erzegovina e nascono i primi comitati autonomi di cittadini. Iniziate nelle cittadine ex industriali di Tuzla, Brčko, Bihać, le manifestazioni si sono diffuse anche nella capitale Sarajevo e in cittadine periferiche come Zenica, Mostar, Kakanj, Sanski Most, Gračanica, Zavidovići, Bugojno e Orašje.

   Venerdì 7 febbraio è stato il giorno di maggiore violenza. Rivolte sono scoppiata in una trentina di città della Bosnia-Herzegovina. Sono circa 5mila le persone che in quella data hanno partecipato alle rivolte nella città di Tuzla, nel nord del Paese, e circa 3mila a Sarajevo, la capitale, dove i manifestanti hanno tirato sassi contro la stazione della polizia hanno incendiato il palazzo del governo del cantone Sarajevo, la sede del municipio, la Presidenza della Bosnia Erzegovina.

   La polizia ha risposto sparando proiettili di gomma sulla folla. A Zenica, nel cetro della Bosnia, i manifestanti hanno dato fuoco al palazzo del governo locale. L’8 febbraio si è dimesso il premier cantonale, Suad Zeljkovic.

PERCHÉ SI PROTESTA

I manifestanti accusano il governo di corruzione e nepotismo. Ma si protesta anche per la mancanza di prospettive, in una terra duramente colpita da una lunga guerra terminata solo nel 1995. Da vent’anni la Bosnia Erzegovina attende un cambiamento che non arriva, spossata da pessime condizioni economiche (la disoccupazione, altissima, è oltre il 40%, tra i giovani sale al 60%; anche se occorre tenere conto di chi un lavoro ce l’ha, senza dichiararlo) e da una classe politica considerata incapace e corrotta.

QUANDO SONO SCOPPIATE LE RIVOLTE

Come raccontato da Rodolfo Toè su Linkiesta, mercoledì 4 febbraio a Tuzla 500 lavoratori rimasti senza lavoro dopo la chiusura delle fabbriche in cui erano impiegati, si presentano davanti al palazzo del governo cantonale, una delle dieci unità amministrative in cui è suddivisa la Federacija Bosne i Hercegovine. Chiedono che alla loro situazione sia trovata una soluzione.

   Il primo ministro del cantone, Sead Causevic, sbatte la porta in faccia. Rifiuta di ricevere i disoccupati, sostenendo che «tutto quello che chiedono sono maggiori sussidi», e che questa richiesta è «inaccettabile, per le fragili finanze dell’amministrazione locale».

   A quel punto i manifestanti decidono di irrompere nella sede del governo locale, sfondando i cordoni di sicurezza. La polizia passa subito all’uso della forza. I manifestanti, dopo la giornata iniziale, si riorganizzano. Annunciano che non desisteranno dalla lotta. Immediatamente, già il giorno successivo (giovedì), in alcune delle principali città bosniache (Sarajevo, Mostar, Bihac) si organizzano dei cortei a sostegno dei lavoratori di Tuzla.

COSA È SUCCESSO NEI GIORNISCORSI

Dopo gli avvenimenti del 7 febbraio la situazione si è stabilizzata. In alcuni casi, come nel Cantone di Sarajevo o in quello di Bihac, le proteste hanno persino portato alle dimissioni (o alla fuga) del primo ministro del cantone.    La protesta si sta strutturando e in diverse città sono nati comitati autonomi di cittadini, (chiamati «plenum građana»). Sono 4 le assemblee nate a Sarajevo nello spazio pubblico della Casa dei Giovani, Dom Mladih. Vi partecipa un migliaio di persone. Queste, secondo quanto riporta Limes, sono le richieste scritte dai comitati: la formazione di un governo tecnico ad interim per il cantone di Sarajevo; la revisione delle procedure di privatizzazione e adeguamento salariale; la formazione di un comitato indipendente di inchiesta che chiarisca le responsabilità rispetto agli eventi di venerdì 7 febbraio; il rilascio dei manifestanti arrestati.

   Concluso il ciclo di consultazioni pubbliche tra cittadini, fino a venerdì 21 l’assemblea si divide in gruppi di lavoro. Anche intellettuali e professori universitari stanno raggiungendo Sarajevo per partecipare alle assemblee pubbliche.

È la prima volta che avvengono scontri così violenti dalla fine del conflitto e la prima volta che persone di diverse etnie scendono in piazza insieme, fianco a fianco.

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  La primavera bosniaca senza leader e in mano ai vandali

Rassegna Est

UCRAINA

ULTIME NOTIZIE

Nella notte tra il 18 e il 19 febbraio il governo del presidente Viktor Yanukovich ha lanciato un assalto contro le barricate e gli accampamenti dei manifestanti antigovernativi, con l’obiettivo di smantellarli definitivamente. Dopo una tregua concessa nella notte, nella mattina di giovedì 20 febbraio sono ripresi gli scontri. Si parla già di 10 morti e dozzine di feriti. L’assalto delle forze armate è giunto dopo il fallimento delle trattative in corso con l’opposizione (il Parlamento ha rifiutato il 18 febbraio di mettere all’ordine del giorno la discussione della proposta di riforma costituzionale chiesta dall’opposizione per ridurre i poteri del Presidente).

PERCHÉ SI PROTESTA

Iniziata sotto la stella europeista, in opposizione alla decisione del Presidente Yanukovich di non firmare l’Accordo di associazione (Aa) con l’Unione europea, la protesta si è trasformata nei mesi successivi in qualcosa di ben diverso. Come ha spiegato Stefano Grazioli su Linkiesta  alla base della rivolta c’è la volontà di cambiamento di fronte a una classe dirigente cleptocrate e a un sistema economico oligarchico che ha bloccato lo sviluppo del Paese, lasciando gran parte della popolazione solo con l’illusione di essere uscita dal tunnel del comunismo. Gli ucraini sono scesi in strada per mandare a casa Victor Yanukovich, che non ha mantenuto nessuna delle promesse elettorale dopo la vittoria del 2010 e che ha ridotto il Paese a una succursale della propria famiglia e degli oligarchi a lui vicini.

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  Fra le barricate di Kiev l’Europa è solo un pretesto

Stefano Grazioli

QUANDO SONO SCOPPIATE LE RIVOLTE

A scatenare la protesta in Ucraina è stata la decisione del presidente Victor Yanukovich, lo scorso novembre, di non firmare l’Accordo di associazione (Aa) con l’Unione Europea, facendo fallire il vertice dell’Eastern partnership a Vilnius. Anziché svoltare verso Bruxelles, il capo di Stato ha preso la strada di Mosca, firmando a metà dicembre consistenti accordi economici con Vladimir Putin. La Russia ha l’obbiettivo di integrare prossimamente l’Ucraina nell’Unione euroasiatica.

COSA È SUCCESSO NEGLI ULTIMI MESI. LE TAPPE

– Dopo aver rifiutato di sottoscrivere l’alleanza commerciale con l’Europa a fine novembre, martedì 17 dicembre il presidente Yanukovich firma un accordo con la Russia che prevede l’abbassamento del prezzo importato da Mosca e 15 miliardi di dollari russi investiti in titoli di stato ucraini.

– Il 24 dicembre la Russia versa i primi tre miliardi di dollari a Kiev.

– Le proteste non si fermano, la gente continua a radunarsi in piazza Maidan. Il 21 gennaio entrano in vigore le leggi anti protesta approvate in tutta fretta dal Parlamento ucraino per alzata di mano e senza dibattito. Le norme prevedono che chi partecipa a manifestazioni non autorizzate, chi monta delle tende in un luogo pubblico, chi protesta a volto coperto o indossando un casco, o prende parte a un carosello con più di cinque auto rischia fino a cinque anni di carcere.

– Le leggi anti protesta infiammano piazza Maidan. Il 22 gennaio la protesta ha le prime vittime: tre manifestanti uccisi, due dei quali raggiunti da proiettili. Il 24 gennaio l’opposizione guidata dal campione di boxe e leader del partito di opposizione Udar Vitali Klitschko lancia un ultimatum al governo e iniziano i negoziati faccia a faccia con Yanukovich. Si chiedono elezioni anticipate, abrogazione delle leggi anti protesta e amnistia per i manifestanti arrestati. Altrimenti si «passa all’offensiva».

– Il 25 gennaio Yanukovich propone a uno dei leader dell’opposizione Arseny Yatsenyuk l’incarico di premier al posto di Nikolai Azarov. Yatsenyuk rifiuta.

– Il 29 gennaio il primo ministro ucraino si dimette e Yanukovich affida a Serhiy Arbuzov, l’incarico di primo ministro ad interim. Il parlamento ucraino abroga con 361 voti a favore e solo 2 contrari le leggi anti-proteste approvate due settimane prima. Il Parlamento approva una legge sull’amnistia a favore dei manifestanti arrestati. Si concede la liberazione dei dimostranti in cambio dell’abbandono di tutti gli edifici occupati e dello smantellamento delle barricate. Ma per l’opposizione è chiedere troppo.

– Il 30 gennaio, con le proteste ancora in corso, la Russia sospende l’attuazione del piano di salvataggio firmato con Kiev a fine dicembre (15 miliardi di dollari). Washington intanto pensa a sanzioni contro il governo di Kiev.

– Il 14 febbraio i I 234 manifestanti antigovernativi ucraini arrestati nel corso delle proteste delle ultime settimane vengono scarcerati e messi agli arresti domiciliari. Per la liberazione definitiva il governo chiede lo smantellamento delle barricate e l’abbandono degli edifici occupati, come prevede la legge varata il 29 gennaio.

– L’opposizione ucraina ribadisce il rifiuto di qualsiasi tipo di compromesso sull’amnistia e intende portare in Parlamento la richiesta di tornare alla costituzione del 2004, basata su poteri più limitati del Presidente.

– Lunedì 17 febbraio la Russia, che aveva sospeso l’erogazione degli aiuti promessi in dicembre – 15 miliardi di dollari per tenere a galla il governo – riapre i rubinetti. Afferma che una tranche degli acquisti di titoli ucraini, del valore di 2 miliardi di dollari, scatterà entro la fine della settimana. È il segnale per molti che Yanukovich ha assicurato a Putin di poter riprendere in mano la situazione nel Paese.

– Martedì 18 febbraio un corteo di dimostranti tenta di avvicinarsi al Parlamento dopo aver ricevuto la notizia che la proposta di modifica costituzionale avanzata dall’opposizione non è stata messa in agenda. La polizia passa all’attacco e respinge con la forza i manifestanti. Il governo dà un ultimatum per le 18:00 dello stesso giorno ai manifestanti perché lascino la piazza. Da quel momento la polizia inizia un assalto che continuerà per tutta la notte.

– La sera del 18 febbraio il leader dell’opposizione Klitschko si reca negli uffici presidenziali per cercare una soluzione alla crisi. Tornato al Maidan dopo l’incontro, Klitschko spiega ai giornalisti di aver chiesto a Yanukovych di fermare l’azione della polizia e di prevenire ulteriori morti, ma che l’unica risposta del presidente è stata lo stop immediato alle proteste e lo smantellamento delle barricate.

– Il 19 febbraio, mentre Yanukovich concede una tregua ai manifestanti, la Russia blocca di nuovo la tranche da 2 mld, parte del prestito di 15 mld deciso a dicembre. Nella stessa sera il presidente ucraiano sostituisce il capo dell’esercito – e ministro della Difesa – con il capo della marina militare. La scelta giunge – sostengono le agenzie – dopo che l’ex ministro della Difesa aveva dichiarato di voler attaccare la parte più estremista dei manifestanti.

– Il 20 febbraio mattina riprendono gli scontri. Alle 10.30 il bilancio è già di 10 morti e dozzine di feriti

La situazione in Ucraina rischia di sprofondare ora in una guerra civile, in un Paese spaccato tra un est allineato con lo storico alleato russo e una parte – più giovane e dinamica – che chiede cambiamenti e avvicinamento all’Europa.

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  La guerra di Kiev, la cronaca

VENEZUELA

   Almeno cinque giovani manifestanti dell’opposizione sono rimasti feriti da spari di arma da fuoco il 19 febbraio a Valencia, la terza città più importante del Venezuela. È successo quando un gruppo di uomini armati ha attaccato un corteo anti-chavista nel centro storico. I feriti hanno fra i 16 e i 23 anni, e la più grave è una ragazza raggiunta da una pallottola alla testa.    Il giorno precedente, Leopoldo Lopez, leader del partito di opposizione venezuelano Volontà Popolare si consegna alla giustizia dopo averlo annunciato su You Tube, chiedendo alla popolazione di accompagnarlo. È un bagno di folla. Si di lui pendono le accuse di omicidio e incitamento alla violenza nel corso delle proteste delle settimane precedenti, in cui sono morte tre persone. Le vittime sono Juan Montoya, dirigente di un colectivo (gruppo progovernativo), e due studenti che partecipavano alla protesta: Alejandro Dacosta e Neyder Arellano Sierra.

http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/venezuela-ancora-proteste-a205…

Leopoldo Lopez, leader dell’opposizione, nel video registrato prima di consegnarsi alla giustizia

PERCHÉ SI PROTESTA

Per protestare contro l’alto tasso di criminalita, l’inflazione al 56% e la carenza di beni di prima necessità, in un paese ricco di petrolio. Maduro, il delfino dell’ex presidente Chavez, sta affrontando la più profonda crisi sociale da quando è stato eletto, nell’aprile del  2013.

   La parte più radicale dell’opposizione, guidata proprio da Lopez, ha appoggiato i manifestanti, incoraggiando anche un’occupazione continuativa delle piazze fino alla caduta del governo, al motti la “La Salida” (in italiano “Fuori” ad indicare l’uscita di scena).  – See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/venezuela-ancora-proteste-a205…

   La parte più radicale dell’opposizione guidata da Lopez, ha incoraggiato i manifestanti a continuare l’occupazione delle piazze fino alla caduta del governo.    Dalla morte di Hugo Chavez, e la conseguente ascesa al potere di Maduro, la situazione del Paese è costantemente peggiorata. Il tasso di inflazione ha superato il 50 per cento, e le riserve valutarie sono state velocemente consumate nel tentativo di evitare collassi peggiori.

Quando sono scoppiate le manifestazioni

Il 3 febbraio gli studenti dell’opposizione sono scesi in piazza per la prima volta.

Cosa è successo negli ultimi giorni

– Il 9 febbraio il governo di Nicolas Maduro ha limitato l’acquisto della carta in Venezuela e almeno 10 quotidiani regionali sono spariti dalla circolazione. Lo denuncia l’Associazione dei giornalisti venezuelani all’estero, secondo cui per lo stesso motivo altri 14 giornali del Paese sono stati costretti a ridurre il numero delle pagine (El Nacional ha diminuito le sue pagine del 40%, El Impulso, uno dei più antichi del Paese, è arrivato a pubblicare appena una pagina).

– Il 16 febbraio il presidente Maduro ha organizzato un corteo di suoi supporters per le strade di Caracas e ha fatto trasmette l’evento in diretta dalla tv di stato.

– Il 17 febbraiolo stesso Maduro ha ordinato a tre funzionari dell’ambasciata degli Stati Uniti di abbandonare il Paese. «Vadano a cospirare a Washington», ha detto Maduro in una intervista televisiva. I tre avrebbero incontrato gli studenti durante le recenti proteste che hanno provocato 3 morti e più di 60 feriti.

– Il Segretario di Stato Usa John Kerry ha rilasciato negli stessi giorni una dichiarazione in cui si è detto preoccupato dell’escalation di tensione in Venezuela, in particolare dell’arresto di alcuni oppositori e del mandato contro Leopoldo Lopez, leader dell’opposizione.

– Il 18 febbraio Leopoldo Lopez, leader dell’opposizione si consegna alla giustizia. Lo accompagna fino al ministero della Giustizia un bagno di folla.

Maduro, il delfino dell’ex presidente Chavez, sta affrontando la più profonda crisi sociale da quando è stato eletto, nell’aprile del  2013. Il Presidente ha subito definito le proteste in corso un «tentativo di golpe» supportato dalle destre.

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VENEZUELANI MANIFESTANO A FIRENZE
VENEZUELANI MANIFESTANO A FIRENZE

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