OMAGGIO A GABRIEL GARCIA MARQUEZ, nel momento della sua dipartita – scrittore e osservatore di quel REALISMO MAGICO che appartiene al mondo dell’AMERICA LATINA, pieno di vitalità che segna la felicità e il destino (a volte non buono) della popolazione e dei luoghi di un continente così straordinariamente diverso da tutti gli altri

GABRIEL JOSÉ DE LA CONCORDIA GARCÍA MÁRQUEZ, soprannominato GABO , scrittore e giornalista colombiano, è stato insignito, nel 1982, del PREMIO NOBEL PER LA LETTERATURA. Considerato il maggior esponente del cosiddetto realismo magico in narrativa, ha contribuito a rilanciare fortemente l’interesse per la letteratura latinoamericana. Il suo romanzo più famoso “CENT’ANNI DI SOLITUDINE” è stato votato, durante il IV Congresso internazionale della Lingua Spagnola, tenutosi a Cartagena nel marzo del 2007, come SECONDA OPERA IN LINGUA SPAGNOLA PIÙ IMPORTANTE MAI SCRITTA, preceduta solo da DON CHISCIOTTE DELLA MANCIA di MIGUEL DE CERVANTES (da “la Stampa.it”)
GABRIEL JOSÉ DE LA CONCORDIA GARCÍA MÁRQUEZ, soprannominato GABO , scrittore e giornalista colombiano, è stato insignito, nel 1982, del PREMIO NOBEL PER LA LETTERATURA. Considerato il maggior esponente del cosiddetto realismo magico in narrativa, ha contribuito a rilanciare fortemente l’interesse per la letteratura latinoamericana. Il suo romanzo più famoso “CENT’ANNI DI SOLITUDINE” è stato votato, durante il IV Congresso internazionale della Lingua Spagnola, tenutosi a Cartagena nel marzo del 2007, come SECONDA OPERA IN LINGUA SPAGNOLA PIÙ IMPORTANTE MAI SCRITTA, preceduta solo da DON CHISCIOTTE DELLA MANCIA di MIGUEL DE CERVANTES (da “la Stampa.it”)

Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito…. (incipit da “Cent’anni di solitudine”)

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GABRIEL GARCIA MARQUEZ uno dei più grandi e amati scrittori del mondo, è morto giovedì 17 aprile. Era da tempo malato (con l’Alzheimer, aveva 87 anni). Era colombiano e aveva vinto il premio Nobel per la letteratura nel 1982. Il più celebre romanzo di Garcia Márquez, CENT’ANNI DI SOLITUDINE

(http://digilander.libero.it/ilmondodimacondo/centannidisolitudine.pdf ), fu pubblicato per la prima volta nel 1967: qui sopra vi abbiamo dato il magistrale inizio, incipit (si dice che questo “inizio” di romanzo sia il più grande, nella letteratura mondiale): in pochissime parole, righe, Marquez inquadra tutta la storia e la struttura del romanzo.

   Gabo (come veniva chiamato) era già da vivente uno scrittore-mito; lo sarà ancora di più con la sua morte; e la fortuna mondiale della letteratura latino-americana in questi decenni è iniziata grazie a lui. Il New York Times ora lo associa a Dickens, Hemingway, Tolstoj.centanni di solitudine feltrinelli

   La visione fantastica del mondo che Garcia Marquez nei suoi romanzi più famosi ha saputo infondere (L’AUTUNNO DEL PATRIARCA, CRONACA DI UNA MORTE ANNUNCIATA, L’AMORE AI TEMPI DEL COLERA, ma soprattutto CENT’ANNI DI SOLITUDINE) fa parte di un realismo fantastico che fa vedere e interpretare la vita della persone e dei luoghi nel più strepitoso desiderio di rappresentare immaginazione, fantasia, follia creativa, curiosità nella scoperta delle cose, che a nostro avviso appartiene molto alla geografia, al pensiero geografico inteso come osservazione-descrizione del mondo (nel micro e nel macrocosmo), dei luoghi e degli accadimenti, con quel desiderio di dare al realismo delle cose l’interpretazione più curiosa e positiva.

   Il racconto immaginifico del “villaggio Macondo” descritto in Cent’anni di solitudine riunisce in se tragedia e commedia del vivere quotidiano e storico (c’è molto dello spirito “caldo”, nel bene e nel male, della storia dell’America latina), e lo strepitìo dei desideri espressi e portati avanti dai suoi personaggi, sembra essere una terapia di vita per noi tutti che ci piace vedere il mondo con lucida positiva follia ricercandone “futuri possibili” dove poter stare bene, curiosando i luoghi e le persone che incontriamo. (s.m.)

Appena si è diffusa la notizia della morte di Gabriel Garcia Marquez, su Twitter sono comparsi migliaia di messaggi, principalmente con gli hashtag #GraciasGabo e Cien Anos de Soledad, pieni di citazioni ed omaggi alla memoria dello scrittore colombiano, sovrastati da una frase del suo capolavoro, "Cent'anni di solitudine": "Uno non è di nessuna parte finché non ha un morto sotto terra". Un'altra frase di 'Gabo', "Non è vero che la gente smette di inseguire i suoi sogni perché invecchia, è che invecchia perché smette di inseguire i suoi sogni", è stata citata dalla giornalista american Arianna Huffington, mentre un ammiratore colombiano ha segnalato che "Garcia Marquez è morto un Giovedì Santo, come Ursula Iguaran, protagonista del suo capolavoro". Residente, uno dei membri del gruppo hip hop Calle 13, ha sottolineato un'altra coincidenza in un suo tweet: "Ma allora è stato un complotto fra Cheo Feliciano (musicista di salsa morto oggi, Ndr) e Garcia Marquez per portare un pomeriggio di bohème alle mie nonne in cielo....il mondo intero è in lutto". (da ANSA.IT, 17/4/2014)
Appena si è diffusa la notizia della morte di Gabriel Garcia Marquez, su Twitter sono comparsi migliaia di messaggi, principalmente con gli hashtag #GraciasGabo e Cien Anos de Soledad, pieni di citazioni ed omaggi alla memoria dello scrittore colombiano, sovrastati da una frase del suo capolavoro, “Cent’anni di solitudine”: “Uno non è di nessuna parte finché non ha un morto sotto terra”. Un’altra frase di ‘Gabo’, “Non è vero che la gente smette di inseguire i suoi sogni perché invecchia, è che invecchia perché smette di inseguire i suoi sogni”, è stata citata dalla giornalista american Arianna Huffington, mentre un ammiratore colombiano ha segnalato che “Garcia Marquez è morto un Giovedì Santo, come Ursula Iguaran, protagonista del suo capolavoro”. Residente, uno dei membri del gruppo hip hop Calle 13, ha sottolineato un’altra coincidenza in un suo tweet: “Ma allora è stato un complotto fra Cheo Feliciano (musicista di salsa morto oggi, Ndr) e Garcia Marquez per portare un pomeriggio di bohème alle mie nonne in cielo….il mondo intero è in lutto”. (da ANSA.IT, 17/4/2014)

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17/4/2014, il lutto

ADDIO A GARCIA MARQUEZ, MAESTRO DEL REALISMO MAGICO

– Aveva 87 anni, nel 1982 fu premiato con il Nobel per la letteratura. Fra i capolavori “Cent’anni di solitudine”e “L’amore ai tempi del colera” –

da “la Stampa.it” del 18/4/2014

UNA STRADA DI ARACATA (MAGDALENA, COLOMBIA) CITTA' NATALE DI GARCIA MARQUEZ
UNA STRADA DI ARACATACA (MAGDALENA, COLOMBIA) CITTA’ NATALE DI GARCIA MARQUEZ

Citta’ del Messico – Nella memoria di chi lo ha amato risuonerà sempre uno degli incipit più celebri della storia della letteratura: quello in cui il colonnello Aureliano Buendia viene portato dal padre a conoscere il ghiaccio. Sono le prime parole di “Cent’anni di solitudine”, il più celebrato romanzo di Gabriel Garcia Marquez, “Gabo”, morto a Città del Messico a 87 anni.

   Prima di diventare l’autore-simbolo di un’intera generazione, di un continente e di una lingua, il Nobel colombiano è stato per anni un grande giornalista, un «periodista» attento, poetico e duro, dei più drammatici avvenimenti che avevano mutato la mappa di mezzo mondo, dalle rivoluzioni di Cuba e del Portogallo alla tragedia cilena, al Che, ai cubani in Angola, ai montoneros, ai dittatori centroamericani, alla Spagna postfranchista di Felipe Gonzales.

   Nato ad Aracataca, Magdalena, nel 1928, ha mescolato nella sua opera la dimensione reale e quella fantastica, dando impulso allo stile della narrativa latino-americana definito «realismo magico», di cui “Cien años de soledad” (1967) rappresenta un manifesto. Nel 1982 ha ricevuto il premio Nobel per la letteratura.

   Pubblicò “La hojarasca” nel 1955, analisi di un suicidio attraverso il monologo di tre testimoni che portano alla luce vicende e passioni di tutto un paese nel corso di un secolo. Seguirono “Nessuno scrive al colonnello” (1961), “I funerali della Mamà Grande” (1962) e “La mala ora” (1962), romanzo con intenzioni politiche.

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   La sua opera di maggior successo, “Cent’anni di solitudine” è del 1967, nella quale, sullo sfondo di un paese leggendario, Macondo, si intrecciano avvenimenti e fantasticherie, eroismi, crudeltà e solitudine. Ma ciò che più conta nel romanzo è la particolare struttura narrativa in cui la metafora e il mito acquistano valore nel quadro di una nuova visione della realtà. Dopo “Racconto di un naufrago” (1970), il volume di racconti “La incredibile e triste storia de la candida Erendira e della sua nonna snaturata” (1972) e una raccolta di articoli torna al romanzo con “L’autunno del patriarca” (1975), in cui rievoca, con il suo personale lirismo mitico e con accentuato surrealismo, la figura tragico-grottesca di un dittatore sudamericano. La sua produzione, quasi interamente tradotta in italiano, comprende i romanzi “Cronaca di una morte annunciata” (1982), “L’amore ai tempi del colera” (1985) e “Il generale nel suo labirinto” (1989), riflessione sul potere attraverso la narrazione degli ultimi giorni di vita di Simon Bolivar.

MAPPA DELLA COLOMBIA
MAPPA DELLA COLOMBIA

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   Del 1992 è, invece, la raccolta di racconti “Dodici racconti raminghi”, a metà tra realtà e fantasia; “Dell’amore e altri demoni” (1994) indaga, attraverso la storia di una ragazza internata in un convento in quanto ritenuta indemoniata, sull’ineluttabilità e sull’inspiegabilità del sentimento amoroso. Ha poi scritto “Vivere per raccontarla” (2002) e “Memoria delle mie puttane tristi” (2004), un romanzo che racconta la storia di un vecchio giornalista che, a novant’anni, trascorre una notte con una ragazzina illibata, rimanendone piacevolmente sconvolto al punto da incominciare, quasi, un nuovo percorso di vita. La sua attività pubblicistica è stata parzialmente pubblicata in “A ruota libera 1974-1995” (2003). Nel 2012 è stata edita in Italia la raccolta “Tutti i racconti”, che ricostruisce il percorso letterario dello scrittore a partire dalle prime sperimentazioni giovanili.

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   La vita di “Gabo” si intrecciò con le vicende politiche dell’America Latina. Come molti intellettuali della sua epoca difese dall’inizio la rivoluzione castrista a Cuba. Molti gli hanno rimproverato i vincoli con Castro quando il regime cubano aveva iniziato a mostrare il suo volto più crudele. In seguito divenne un simpatizzante di Hugo Chavez.

Gabriel Garcia Marquez con la moglie Mercedes Barcha, sposata nel '58
Gabriel Garcia Marquez con la moglie Mercedes Barcha, sposata nel ’58

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GARCIA MARQUEZ: GLI INCIPIT PIU’ FAMOSI

CENT’ANNI DI SOLITUDINE (1967). Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica cos truito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito.

CRONACA DI UNA MORTE ANNUNCIATA (1981). Il giorno che l’avrebbero ucciso, Santiago Nasar si alzò alle 5,30 del mattino per andare ad aspettare il battello con cui arrivava il vescovo. Aveva sognato di attraversare un bosco di higuerones sotto una pioggerella tenera, e per un istante fu felice dentro il sogno, ma nel ridestarsi si sentì inzaccherato da capo a piedi di cacca d’uccelli. «Sognava sempre alberi, – mi disse Plácida Linero, sua madre, 27 anni dopo, nel rievocare i particolari di quel lunedì ingrato. – La settimana prima aveva sognato di trovarsi da solo su un aereo di carta stagnola che volava in mezzo ai mandorli senza mai trovare ostacoli», mi disse. Plácida Linero godeva di una ben meritata fama di sicura interprete dei sogni altrui, a patto che glieli raccontassero a digiuno, ma non aveva riscontrato il minimo segno di malaugurio in quei due sogni di suo figlio, né negli altri sogni con alberi che lui le aveva riferito nei giorni che precedettero la sua morte.

DELL’AMORE A ALTRI DEMONI (1994). Un cane cenerognolo con una stella sulla fronte irruppe nei budelli del mercato la prima domenica di dicembre, travolse rivendite di fritture, scompigliò bancarelle di indios e chioschi della lotteria, e passando morse quattro persone che si trovavano sul suo percorso. Tre erano schiavi negri. L’altra fu Sierva Marìa de Todos los Angeles, figlia unica del marchese di Casalduero, che si era recata con una domestica mulatta a comprare una filza di sonagli per la festa dei suoi dodici anni.

MEMORIA DELLE MIE PUTTANE TRISTI (2004). L’anno dei miei novant’anni decisi di regalarmi una notte d’amore folle con un’adolescente vergine. Mi ricordai di Rosa Cabarcas, la proprietaria di una casa clandestina che era solita avvertire i suoi buoni clienti quando aveva una novità disponibile. Non avevo mai ceduto a questa né ad altre delle sue molte tentazioni oscene, ma lei non credeva nella purezza dei miei principi. Anche la morale è una questione di tempo, diceva, con un sorriso maligno, te ne accorgerai.

(da “il Fatto Quotidiano.it del 17/4/2014)

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E’ MORTO LO SCRITTORE GABRIEL GARCIA MARQUEZ

– Il premio Nobel colombiano, autore di Cent’anni di solitudine, si è spento a 87 anni. –

da lettera43, http://www.lettera43.it/ , 17/4/2014

   Lo scrittore e giornalista colombiano Gabriel Garcia Marquez è morto a Città del Messico. Fonti della famiglia hanno comunicato la morte dell’autore di Cent’anni di solitudine alla stampa colombiana. Garcia Marquez aveva compiuto 87 anni il 6 marzo scorso. NOBEL NEL 1982. Era stato insignito del premio Nobel per la letteratura nel 1982. È considerato il più noto esponente del realismo magico. Le sue opere hanno contribuito a rilanciare l’interesse verso l’intera letteratura sudamericana, di cui resta l’autore in assoluto più conosciuto. Con lui la letteratura sudamericana ha trovato la reale coscienza della propria identità, saldando la tradizione culturale europea con il mondo e la tradizione locale in modo nuovo, risolto. Quel modo che sta all’origine del boom dei narratori latinoamericani nel mondo negli Anni 60.

   E l’emblema non può che essere l’esemplare realtà della sua fantastica Macondo, la provincia di fantasia creata dallo scrittore e in cui si svolgono quasi tutti i suoi racconti, riflettendo verità e storia della Colombia d’oggi (l’abbandono e solitudine un po’ di tutto il Sudamerica), dal cuore, dai riti, dal sentire così antico e magico. OPERA COLOSSALE. Il suo romanzo più famoso, Cent’anni di solitudine, è stato votato, durante il IV Congresso internazionale della Lingua Spagnola, tenutosi a Cartagena nel marzo del 2007, come seconda opera in lingua spagnola più importante mai scritta, preceduta solo da Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes. Tra i suoi romanzi più famosi: L’amore ai tempi del colera (1985), Cronaca di una morte annunciata (1981), Dell’amore e di altri demoni (1994).

   ERA MALATO. Nato ad Aracataca, in Colombia, il 6 marzo 1927, Garcia Marquez versava da giorni in condizioni critiche. Lo scorso 3 aprile era stato ricoverato in seguito all’aggravarsi di una polmonite, che non gli ha dato scampo. Per anni giornalista di professione, Garcia Marquez è però con l’invenzione artistica che è riuscito davvero a rappresentare il senso di una condizione, di una realtà, verso la quale non è mai venuto meno il suo impegno ideologico e civile. HA STUDIATO GIURISPRUDENZA. Marquez ha frequentato a Bogotà la facoltà di giurisprudenza, già scrivendo e pubblicando su riviste i primi racconti, prima di arrivare al giornalismo, chiamato a Cartagena per lavorare a El universal. Nella capitale è tornato nel 1954 per collaborare a El Espectador e l’anno dopo si è recato in Europa, mentre usciva il suo primo romanzo, Foglie morte. Un viaggio importante e in cui è nato, tra l’altro il forte legame con l’Italia e il nostro cinema, amato da sempre con quello francese, in opposizione alle produzioni americane. L’AMORE PER IL CINEMA ITALIANO. A Roma ha frequentato il Centro Sperimentale, ha conosciuto Zavattini e molti altri personaggi, come testimoniavano le sue corrispondenze, ma anche un racconto intitolato La santa. A Bogotà scriveva «una favola, girata però in un ambiente insolito, mescolando il reale e il fantastico in modo geniale, al punto che spesso non è possibile sapere dove finisce l’uno e dove comincia l’altro», non parlando, come potrebbe sembrare, della propria letteratura, ma recensendo Miracolo a Milano di De Sica.

L’epoca dei grandi romanzi

Al suo ritorno, a cominciare dal 1961, sono usciti i primi romanzi importanti, preparatori di Cent’anni di solitudine. L’opera più importante alla fine troverà un editore nel 1967, dopo Nessuno scrive al colonnello, Il funerale della Mama Grande e La mala ora. In essi, come poi ne L’autunno del patriarca o il più apparentemente tradizionale Cronaca di una morte annunciata, appare evidente come la scrittura e la struttura del narrare di Marquez abbiano raggiunto una loro felice specificità, che si lega al contenuto stesso e alle sue fonti. DA FAULKNER A JOYCE. Dietro restano tutte le grandi esperienze del romanzo americano e europeo del ‘900, da Faulkner, che con la sua Yoknapatawpha è il padrino di Macondo (oltre che di tutta la nuova letteratura latino americana), al monologo joyciano. Ad essi va aggiunta la tradizione barocca dei colonizzatori spagnoli, ma fusa con la cultura indigena in un gioco continuo di dissoluzione e rigenerazione, in un senso di morte che si intreccia con la vita e va oltre in una dimensione magica che intride ogni momento quotidiano, rivelandone poi alla fine la verità al di là del tempo.

Un capolavoro da 60 milioni di copie

Cent’anni di solitudine, uscito nel 1967, è stato un successo planetario. Nel mondo ha venduto 60 milioni di copie ed è stato tradotto in 37 lingue, eppure all’inizio ha stentato a trovare un editore. Il merito è stato della Sudamericana di Buenos Aires, ma per dattiloscrivere Il romanzo è la storia di un simbolico secolo della famiglia Buendia e della immaginaria provincia di Macondo, le cui vicende sono preconizzate dall’indovino Melquiades. UN SECOLO DI BUENDIA. Si parte dalla mitica figura del fondatore di Macondo, Josè Arcadio Buendia e di sua moglie Ursula e si segue la parabola di solitudine e sconfitta in un mondo che pare fuori del tempo e dello spazio, tra 32 guerre civili, tutte perdute dal colonnello Aureliano Buendia, padre di 17 figli illegittimi. Si arriva così all’ultimo della dinastia, Aureliano Babilonia, con cui la storia si chiude, in pratica come era cominciata, in un intreccio indistinguibile di realtà e fantasia, che è però esemplare ritratto dell’abbandono della solitudine in cui viveva la gente del Sudamerica.

L’impegno civile e l’amicizia con Fidel

La figura di Marquez non è però legata solo alla sua attività letteraria e la sua notorietà la ha sempre usata anche quale megafono per un un impegno in nome della libertà e giustizia, valori spesso dimenticati dalle dittature sudamericane, ma anche dai Paesi del ”socialismo reale”, oltre che internazionalmente contro la pena di morte o per il disarmo. PIÙ ALL’ESTERO CHE IN COLOMBIA. Amico di Fidel Castro, che ha definito «uno dei grandi idealisti del nostro tempo», ma cui ha sempre chiesto più democrazia, accanto a lui ha assistito all’Avana alla messa del Papa durante la storica visita pontificia del 1998. Anche per questo, tra tante polemiche, è sempre vissuto più all’estero che nel proprio Paese. Questo specie dopo che negli Anni 80 fu pretestuosamente associato dai militari boliviani alle attività dei guerriglieri dell’ M-19, voci riprese quando si adoperò attivamente per le trattative di pace, poi fallite, promosse dal presidente conservatore Betancur. CONTRO L’IMPERIALISMO AMERICANO. Certi suoi discorsi, davanti a alte assise internazionali, sono rimasti celebri, assieme alla precisazione che il suo nemico principale era l’imperialismo americano solo perché, da latino americano, è con esso che aveva diretta e quotidiana lotta. Proprio come il suo Arcadio Buendia a Macondo, invasa da una grande piantagione di banane statunitense. E allora ‘Gabo’, come lo hanno chiamato fan e amici, ha usato la letteratura quale mezzo per rompere la solitudine della sua gente.

Giovedì, 17 Aprile 2014

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IL PATRIARCA DELLA RIVOLUZIONE GRAZIATO DAL LETTORE CLINTON

di Ranieri Polese, da “il Corriere della Sera” del 18/4/2014

– Un’ostinata fedeltà a Fidel Castro, contro tutti –

   Figlio di un Paese, la Colombia, e di un continente, l’America Latina, condannati a subire per una sorta di maledizione geopolitica regimi dittatoriali, politicanti corrotti, spietati padroni locali e rapaci multinazionali, Gabriel Garcia Marquez non poteva non approdare alla fede rivoluzionaria.

   Una fede che riconosceva come unico líder Fidel Castro e come unica forma possibile di governo quella instaurata a Cuba nel 1959. In quello stesso anno, Márquez è all’Avana, come giornalista invitato dal governo rivoluzionario per assistere ai processi contro gli uomini della caduta dittatura.

   Arrivava dal Venezuela, dove lavorava in esilio per giornali dell’opposizione. Subito accetta di diventare corrispondente negli Stati Uniti per «Prensa Latina», l’agenzia di stampa creata dal Che per smascherare la propaganda statunitense che condannava l’avvicinamento di Castro all’Unione Sovietica.

   Sono i giorni dell’embargo, del fallito attacco alla Baia dei porci (aprile 1961), e Márquez deve lasciare New York per sfuggire alle minacce dei profughi cubani. La fede in Castro, e l’amicizia che lega lo scrittore al Líder Máximo, dureranno per sempre.

   Negli anni Sessanta, quando da Cuba parte il progetto di liberazione di tutti gli sfruttati del Terzo Mondo, ivi compresa l’Africa, e di appoggio incondizionato al Vietnam del Nord. Ma anche oltre, quando il patriarca della rivoluzione adotta metodi sempre più coercitivi contro i nemici interni, gli intellettuali dissidenti. Proprio uno di questi, Heberto Padilla, sarà al centro di un caso che segna la fine dell’idillio dell’intellighenzia occidentale con Cuba.

   Premiato nel 1968 per un libro di poesie fortemente critico verso il castrismo (con Márquez che disapprova pubblicamente la scelta dei giurati), Padilla viene incarcerato nel 1971 con l’accusa di attività sovversiva. Per la sua liberazione firmano Mario Vargas Llosa e Jean-Paul Sartre, Alberto Moravia, Octavio Paz, Carlos Fuentes, Susan Sontag, Simone de Beauvoir. García Márquez no. E questo significherà la rottura di antiche amicizie, un nuovo, lungo isolamento.

   Ma la popolarità del suo capolavoro, Cent’anni di solitudine (1967; in Italia lo traduce Feltrinelli nel 1968), il culto di cui è fatto oggetto da parte dei movimenti studenteschi e delle frange più desideranti della sinistra extraparlamentare che apriva locali intitolandoli Macondo, tutto questo fervore mette un po’ in ombra la sua ostinata ortodossia castrista.

   Nel 1973, alla notizia del golpe di Pinochet in Cile, Márquez è di nuovo in prima fila a protestare contro l’opera della Cia in America Latina. Scrittore amatissimo e detestato, Márquez ha fatto scoprire un mondo e un modo di fare letteratura che ha affascinato lettori di ogni età. Come i giurati di Stoccolma che nel 1982 gli assegnano il premio Nobel per la letteratura. E come Bill Clinton, che una volta eletto presidente, toglierà il divieto di ingresso all’autore del «suo romanzo preferito». (Ranieri Polese)

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1927-2014

ADDIO GABO

SCOMPARE IL GRANDE SCRITTORE LATINO-AMERICANO CHE CI REGALÒ LA MAGIA DI «CENT’ANNI DI SOLITUDINE»

di Franco Cordelli, da “il Corriere della Sera” del 18/4/2014  

   Oltre le valutazioni che sono state date nel corso del tempo (Cent’anni di solitudine, il libro di lingua spagnola più importante di sempre dopo Don Chisciotte) e le opinioni dei singoli lettori sui diversi libri di Gabriel García Márquez, c’è l’immagine d’insieme della sua opera, che vediamo nella sua monumentalità: laggiù, lontana, come la osservassimo con un binocolo; o qui, vicino a noi, sfogliando le pagine dei suoi tanti romanzi e racconti, delle cronache e della interviste.

   Perché quest’opera tale ci appare, come un monumento? Per più d’un decennio, finché non si esaurì la sorpresa, Cent’anni di solitudine fu percepito come la punta di un iceberg: il romanzo latino-americano con la sua energia, la sua vitalità, la sua miracolosa epicità, si contrapponeva e sbaragliava le perplessità, la secchezza, l’aridità della narrativa europea. Era come un miracolo: cosa sapevamo noi di Colombia e Venezuela, di Cile e Perù? Purché vengano da un paese lontano i miracoli dagli scettici, se non dagli increduli, possono essere accolti.

GARCÍA MÁRQUEZ COSTRINSE A CREDERE ANCHE QUELLI CHE NON CREDEVANO

   Poi, poco a poco, mentre la sua stessa esplosione si raffreddava, si cominciò a ragionare, si andavano ricomponendo i tasselli d’una storia complessa che ovviamente era più ampia di quella di un singolo libro, o anche di più libri del medesimo autore.

   Primo tra tutti, fu il cileno José Donoso in Storia personale del boom (del 1972) a chiarire la natura ambigua di quel successo: «Cien años de soledad venne pubblicato nel 1967: da allora, è chiaro, il successo a livello di clamore e di scandalo (è necessario spiegare che lo scandalo è dovuto soprattutto al fatto che alcuni non riescono a sopportare che un libro di tale qualità letteraria rappresenti anche un successo di pubblico) del romanzo di García Márquez, ha fatto sì che fosse l’unico libro i cui introiti potessero definirsi pingui».    Ma la verità è che questi pingui introiti ora sono di nessun interesse o che tali sono, introiti e pingui, in tutt’altro senso. Mi viene naturale parlarne in prima persona, il lettore mi perdonerà. Dal linguaggio incandescente, tropicale di Cent’anni di solitudine mi sentii travolto, non pensavo che era nuovo, pensavo che era troppo. Non poteva non piacermi, ma gli opponevo una sorda resistenza. Altre erano le mie abitudini di lettore. Erano le stesse, lo capii tempo dopo, di tanti italiani ed europei — noi, lettori di Calvino e Landolfi, di Robbe-Grillet e di Salinger. … L’autunno del patriarca del 1975 fu per Márquez una scommessa, di potersi superare senza tradire se stesso, a sé fedele e oltre ciò che fin lì era stato da lui scritto e anche al di là di ciò che gli altri avevano scritto su di lui. Mi ricordo i pareri sprezzanti di Octavio Paz («Ritengo inopportuno che mi si chieda se ho letto o meno il romanzo. Sono affari miei») o di Guillermo Cabrera Infante («Il romanzo non l’ho letto, né ho molto interesse a leggerlo. Il linguaggio raffinato e baroccheggiante di Márquez non mi è mai stato troppo congeniale»). Voglio invece citare di fronte all’iperbole dell’Autunno, la compostezza e la chiarezza analitica di Cesare Segre, quando il libro uscì in Italia: «Quasi trecento pagine, compattissime, senza un a capo; periodi di decine di righe distribuiti in sei “enunciati” non numerati.    Una scrittura in cui s’alternano senza segni d’interpunzione discorsi diretti, indiretti e narrazioni. In questa nuova forma l’immaginazione di García Márquez continua a svolgersi con le sue espressioni lussureggianti, le metafore immaginose, le iperboli: una fiumana che trascina grovigli vegetali e animali, gabbie d’uccelli, termometri e comete. Perché lo scrittore ha turbato la limpidezza stilistica degli altri volumi? Per lo stesso motivo per cui non ha mantenuto l’armonico alternarsi dei punti di vista, che distingueva in Cent’anni di solitudine la coscienza del vissuto nei personaggi, la considerazione extratemporale in Melquíades, e la funzione di nascosto demiurgo nello scrittore, che ora s’identificava sentimentalmente con i primi, ora godeva dell’onniscienza del secondo».

DOBBIAMO PENSARE, DA MÁRQUEZ IN POI, IN TERMINI GEOGRAFICI

Ecco, dunque, che linguaggio (stile) e struttura, sono in primo piano, tengono la scena. Sono quei due libri, quello del 1967 e quello del 1975, le colonne che sostengono, essenzialmente in ragione della loro forma, l’arco di tutta l’opera di Márquez. Ma, da soli, questi due capolavori, uno probabilmente tale, l’altro probabilmente fallito, non sarebbero bastevoli alla fama dello scrittore colombiano.

   Ciò che importa, per valutare il significato storico del «monumento» di colui ch’era stato un «giornalista felice e sprovveduto», è vedere cosa c’era prima e cosa venne dopo, vedere insomma quale è il tema che sostiene il tutto e che è all’origine di un fenomeno che trascende la fioritura del romanzo latino-americano. Mi riferisco a un’immagine della «cosa letteraria» assai diversa da quella cui eravamo abituati.

   Noi pensavamo in termini storici, questo viene prima e questo dopo, adesso non viene più niente, la faccenda si va esaurendo. No, ora dobbiamo pensare, da Márquez in poi, in termini geografici: in termini orizzontali, o circolari, anziché verticali, o profondi. …    Tendo però a sottovalutare ciò che venne dopo: Cronaca di una morte annunciata, L’amore al tempo del colera, Il generale nel suo labirinto sono tutt’altro che lontani dalla scaturigine autentica di Márquez, ma sono opere di conciliazione, quanto meno di sospensione — come se il suo autore quel tempo circolare di cui ho appena parlato lo vedesse sospeso, in attesa di tornare in un punto di esplosione.

   Ben diversi Racconto del naufrago del 1955 e Nessuno scrive al colonnello del 1957, due romanzi brevi, o racconti lunghi. Sappiamo bene che non c’è tema che non sia insufficiente, che non sia essenzialmente sentimentale: lo sono quelli politici, quelli sociali, quelli psicologici e pure quelli propriamente sentimentali, o puramente descrittivi.

   Ma pure sappiamo che non c’è tema che non sia cruciale: benché l’unico in grado di sconfiggere la forma come assoluto e stasi (o sospensione!) è il tema che accetta di assumere la forma in quanto tale, ossia come ethos o decoro. È l’unico contenuto vero, il contenuto stoico. Grandezza è averne coscienza e proprio esso porre in luce fino al punto d’una coincidenza tra quell’idea di forma e la messa a tema di quel contenuto.

COS’ALTRO ERA TUTTO QUESTO SE NON LA STORIA DI UNA NAZIONE?

Che cos’è il naufrago di Márquez se non un eroe, uno che resiste a tutte le avversità, nonostante ogni perdita di senso e quasi di vita nella sconfinata, illimitata piattezza del mare? E cosa diventa poi, lui soldato della marina militare, quando decide di non prestare più il suo nome alla dittatura che l’ha trasformato in eroe e di «demolire la propria statua» — costringendo lo stesso Márquez all’esilio?

   E che cos’è il colonnello che, negletto, obliato, cancellato, aspetta una pensione che non arriverà mai? Chi sono se non coloro che al puro resistere contrappongono la «scelta di resistere»?

   C’è il momento, in tutti e due i racconti, quello giornalistico–hemingwayano, e quello già quasi faulkneriano (ma Hemingway e Faulkner saranno insieme abbandonati in Cent’anni), c’è il momento in cui la linea orizzontale (del mare) e il caotico (della foresta) si illimpidiscono. Il testo si verticalizza. Al mare e alla foresta viene contrapposto il Radioso. Il naufrago decide di non essere più eroe. Il colonnello annuncia alla moglie, quanto lui malata, la propria invincibilità, la volontà di andare fino in fondo — in fondo fino alla «merda» (è la parola conclusiva), pur di non piegarsi a chiedere.    Cos’altro era tutto questo se non la storia di una nazione, anzi di un continente, o di tutti i continenti che non avevano avuto parola? E che cos’era se non la rinascita del cosiddetto romanzo, in cui più nessuno credeva, che tutti bramavano? (Franco Cordelli)

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LA MAGIA DEL TEMPO E DELLA SOLITUDINE

di Franco Avicolli, da “il Sole 24ore” del 18 aprile 2014

   E forse si tratta della paura per quel nulla a cui si assimilano la solitudine e la morte, temi di grande rilevanza nello scrittore latinoamericano.    A Macondo, città mitica e sicuramente latinoamericana, piovve “quattro anni, undici mesi e due giorni”, si legge in Cent’anni di solitudine e non si può non sentire la pioggia che scivola addosso goccia a goccia, lunga come il tempo che la rende reale.

   In “L’amore ai tempi del colera”, Florentino Ariza aspetta Fermina Daza per “cinquantun anni, nove mesi e quattro giorni” e nessuno può dubitare perciò che si tratti di amore vero al quale il personaggio pensa “come a uno stato di grazia che non era un mezzo per nulla, bensì un’origine e un fine di per se stesso”.    Cosicché, pare che le cose e il tempo per lo scrittore colombiano, possano funzionare in modo separato, avere una loro autonoma valenza, e che la scansione di questo tempo voglia offrire un indizio che conduce appunto ad un suo valore speciale, ad una sua capacità intrinseca di dare non tanto un senso alla vita, quanto un segno del suo essere, nell’elementare consistenza della durata.

   La quale ha la particolare capacità di rivelare quello che non c’è, ma anche quello che c’è, che per Florentino è il vuoto e con esso l’amore che ha una ragione in sé, come anche il tempo che può esistere in sé e come durata. E’ questo il tempo della solitudine, lo stato relativo all’assenza di valore che Garcia Marquez soffre come condizione assegnata all’America Latina da un’Europa che in gran parte ne segna le origini storiche e quasi per intero quelle linguistico-letterarie. Fermina, forse potrebbe farne e coinvolgere in esso Florentino che l’ama; egli attende che accada e perciò può comportarsi “come se il tempo non passasse per lui ma solo per gli altri”, il che però non può eliminare la sua durata, che in fondo è un’esistenza, anche se vuota.

  C’è poi la morte, l’entità che ha a che vedere con il tempo in modo assoluto. Essa ricorre in quasi tutti gli incipit delle opere di Garcia Marquez: si presenta ad Aureliano Buendìa con il plotone di esecuzione che apre la scena di Cent’anni di solitudine e si respira nell’aria che sa di mandorle amare che annunciano “l’autorità della morte”, come si legge nella prima pagina di L’amore ai tempi del colera. “Il giorno che l’avrebbero ucciso, Santiago Nasar si alzò alle 5,30 del mattino…” è la prima frase di Cronaca di una morte annunciata. Pare che alla morte che incombe sul tempo, Garcia Marquez voglia assegnare una qualche condizione di partenza: della vita, della storia, dell’amore o di tutto ciò che è capace di annullarla. Può essere un appuntamento, ma anche l’inizio della narrazione.    Come la morte che porta con sé il colera in agguato e costringe il battello su cui vivono i loro giorni d’amore Fermina e Florentino, ad una navigazione senza meta e senza tempo. Il capitano guarda il non più giovane innamorato, resta colpito dalla sua fermezza e poi turbato dal “sospetto tardivo che è la vita, più che la morte, a non avere limiti”. Gli chiede allora lumi per sapere fino a quando sarebbe durato “questo andirivieni del cazzo”. La domanda non trova impreparato Florentino Ariza che “aveva la risposta pronta da cinquantatré anni sette mesi e undici giorni, notti comprese.” Nessun dubbio lo attraversa perché il tempo e la vita seguono percorsi autonomi; può quindi concedersi all’amore e dire con ardore e senza possibilità di sbagliarsi: “Per tutta la vita”.

   In una recente trasmissione radiofonica messicana, il conduttore Jacobo Zabludowsky, nel dare la notizia del ricovero, ha affermato: “un raffreddore di Garcia Marquez fa tremare il mondo”, un bel modo di riferire sulla salute dello scrittore latinoamericano spostando la questione su un altro piano e raccontandola alla sua maniera.    Mi pare l’eco dell’insolita introduzione a Dell’amore e di altri demoni, con cui Garcìa Marquez ricorda le origini del romanzo che fissa nel 1949 quando, essendo cronista, venne mandato dal capo redattore del giornale ad assistere allo svuotamento delle tombe del convento di Santa Clara. “Fatti un giro” gli disse “chissà che non ti venga in mente qualcosa”. E qualcosa accadde di fronte ai ventidue metri della capigliatura di tale Sierva Maria de Todos los Angeles che vennero fuori dalla sua tomba per diventare poi narrazione.    La trasfigurazione del mondo deve avvenire appunto per non morire nella solitudine dell’esistenza in sé. La narrazione ha dato il suo fondamentale contributo e ad essa il grande scrittore colombiano ha assegnato il senso della propria vita e del proprio tempo. (Franco Avicolli) 

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CIAO GABO

di Irene Bignardi, da “la Repubblica” del 18/4/2014

   GABRIEL García Márquez, Gabo  per tutti quelli che lo hanno sfiorato nel corso della sua bellissima vita, conclusasi ieri a 87 anni, amava dire che tutti hanno una vita pubblica, una vita privata e una vita segreta. Nel suo caso, nel caso di un uomo simpaticissimo, vitale, seducente, allegro e generoso, nel caso di uno scrittore che ha inventato un mondo, lanciato una moda di raccontare, rappresentato l’ambasciatore e il simbolo di un continente, è difficile dire qualcosa circa la sua vita segreta. Ma certo vita privata e vita pubblica si sono intrecciate in un’unica, sola leggenda, storie e storie si sono fuse in un unico paesaggio avventuroso e magico, ricordi e fantasie si sono coniugate in un monumento al raccontare.

   Da tempo le condizioni di Márquez si erano aggravate. La settimana scorsa era stato dimesso dall’ospedale, a Città del Messico, dove era stato ricoverato, ufficialmente per una polmonite, anche se da tempo si parlava di un male più grave, mai confermato dalla famiglia. Ieri sera intorno alle 22 italiane le voci sulla sua morte si sono susseguite sul web, fino alla conferma da fonti vicine alla famiglia. «Mille anni di solitudine e tristezza per la morte del più grande dei colombiani di tutti i tempi», ha detto il presidente della Colombia Juan Manuel Santos.    Nel corso di una delle molte interviste che mi ha concesso a nella capitale messicana, nella sua Cartagena, a Bogotà, all’Avana, attraverso le quali ho avuto la fortuna di diventare una specie di amica di famiglia, o, almeno, così ti faceva sentire lui, Gabo, una volta che si parlava della morte, disse con la sua consueta aria ironica che sì, in aereo alla morte ci pensava sempre, Ma che «seriamente (e intanto sorrideva sornione), l’unica cosa che mi dispiace della mia morte è che non potrò essere lì a raccontarla». E certo lui l’avrebbe raccontata bene.

   E ci si sente inadeguati a ripercorrere al posto suo la sua vita meravigliosa. Salvo ricorrere ancora a lui, al suo modo di raccontarsi. Per esempio la nascita di Cent’anni di solitudine. «Andavamo da Città del Messico ad Acapulco con la nostra vecchia Opel, io e Mercedes, e i nostri due bambini, Rodrigo e Gonzalo. E come per una folgorazione, mentre guidavo, ho capito come dovevo raccontare la storia, anzi, le storie, che mi seguivano da almeno dieci anni, da quando avevo scritto per una rivista colombiana La Casa de Los Buendía. Apuntes para una novela . Dovevo raccontare le storie come le raccontava la nonna Tranquilina».

   Il libro, diceva Gabo, era maturo e pronto, «come se qualcuno gli dettasse dentro». Non c’era che metterlo sulla carta. Girò il muso della macchina, tornò a casa, si mise a scrivere, incaricò Mercedes di occuparsi della vita quotidiana, si chiuse in casa e ne uscì un anno dopo. Per campare fece debiti e vendette la Opel. Mercedes, di suo, sacrificò anche l’asciugacapelli. E nel 1967, quando il libro uscì, in Argentina, e fece fuori tutta la tiratura in una settimana, Gabo si ritrovò improvvisamente famoso. «Un’esplosione », diceva, stupito, pensando anche ai cinque libri, tra cui Nessuno scrive al colonnello e I funerali della Mamà grande , che aveva già dato alle stampe, che erano stati ignorati, e che sarebbero risorti magicamente. Un po’ per celia e molto sul serio diceva anche che lui Cent’anni di solitudine lo odiava. «Lo odio», sosteneva «perché penso che abbia sbarrato il passo agli altri libri. Lo odio perché è diventato un mito e io ho voluto scrivere un libro e non un mito. Preferisco essere ricordato per sempre per L’amore ai tempi del colera. Quello è il mio libro con i piedi sulla terra. L’altro è mitologia».

   Quella di Macondo (che altro non è, si scoprì poi, se non il nome di un albero), di Aureliano Buendía, di Ursula che continua a vivere perché non sa di essere morta, di Remedios, di Arcadio. Una mitologia fatta di «ricordi e di sentimenti, ma non della mia vita. È la storia della mia gente, del mio paese, nutrita delle memorie provenienti dalla casa di Aracataca dove viveva la mia famiglia, dove abbandonato da due genitori erranti ho vissuto la mia infanzia in una famiglia di sedici fratelli (anche l’ultimo si chiamava Gabriel)… Il mondo magico della nonna Tranquilina… Per anni sono stato prigioniero di Cent’anni di solitudine. Qualsiasi cosa scrivessi, diventava Cent’anni di solitudine ».

   E allora? «Allora ho scritto qualcosa di assolutamente diverso, L’autunno del patriarca , che è stato un fiasco clamoroso. I lettori volevano Cent’anni di solitudine ».    Amato è stato, e tanto, Gabo Márquez. Girare con lui la Colombia era come viaggiare con Garibaldi a Caprera. Ai semafori la gente gli raccontava delle storie che trovava «degne di Márquez ». Le hostess degli aerei andavano in deliquio. I ragazzini lo inseguivano con copie pirata dei suoi libri – che lui firmava, senza mai tirarsi indietro, con il suo nome e un fiore, a volte autografando anche libri di altri, purché ci fosse un libro di mezzo.

   Un eroe nazionalpopolare? No, meglio, un eroe internazionalpopolare. E un grande giornalista “empirico” («Non c’è nessuno dei miei romanzi che non abbia una base nel reportage, nella realtà»). E un generoso insegnante, come dimostra la sua esperienza alla scuola di cinema della Fondazione del nuovo cinema latino americano di San Antonio de los Baños, che finanziava grazie ai proventi delle interviste televisive, cinquantamila dollari a botta. «Con me fanno spettacolo sì o no? E io i soldi li giro alla scuola» dove teneva dei vivacissimi corsi di sceneggiatura, in un avvincente ping pong di idee tra il professor Márquez e i suoi affascinati studenti.    E, a proposito di Cuba, Gabo è stato anche l’amico personale (cosa discussa, cosa criticata) di Fidel Castro. Un’amicizia che non amava commentare. Un discorso, quello sul socialismo reale, che cercava di schivare: «Non sono mai stato comunista. Non ho studiato il marxismo, anche perché non pensavo potesse applicarsi a una realtà particolare come quella del Sudamerica. A dire il vero, non ho studiato proprio niente. Quello che so l’ho imparato vivendo, comprese le necessità dell’America latina, compresa la mia simpatia per Cuba e la rivoluzione cubana». Quanto all’amicizia con Fidel nata, raccontava, con uno scambio di libri ( Il diario dell’anno della peste di Defoe e il Dracula di Stoker) è stata «un’amicizia molto personale, che si è tradotta in un’amicizia per il paese».    Il cinema è stato l’amore non sempre corrisposto di Márquez, che da ragazzo è stato allievo del Centro sperimentale a Roma, amico di Zavattini, di Carlo Di Palma e di Pontecorvo, ultimo assistente («il miracolo è avvenuto ») di Blasetti sul set di Peccato che sia una canaglia , sceneggiatore di film come il suo Tiempo de morir e Edipo alcalde trasposizione colombiana dell’ Edipo redi Sofocle («un modello assoluto, una scoperta abbagliante: l’unica storia che conosco in cui l’investigatore scopre di essere lui stesso l’assassino»), ambedue tiepidamente accolti, ispiratore di film belli e meno belli come Cronaca di una morte annunciata e L’amore ai tempi del colera.    Ma un amore, quello per il cinema, che non ha mai ceduto di fronte al fascino della scrittura. «Quando scrivo» diceva in quella sua prosa sempre poetica, anche quando parlava nel suo deliziosamente imperfetto italiano, «sono un uomo libero, solitario nella mia isola. Non devo farmela con nessuno, tantomeno con i soldi. Sì, credo di aver scritto Cent’anni di solitudine contro il cinema, per dimostrare che con la scrittura si può fare di più».

   E tantissimo ha fatto. Inventando meravigliose favole del reale che sono diventate una moderna mitologia per tutti. Dando voce a un continente. Restando fedele alla sua terra. Unico tra i premiati del Nobel (signore a parte) a presentarsi alla cerimonia di Stoccolma non con il frac, che Gabo considerava il vestito dei morti e dei becchini, ma con il caraibico liquiliqui , la camicia bianca a piegoline che, con lui, è diventata la bandiera della cultura dello Stato libero di Macondo. (Irene Bignardi)

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AVANTI, INDIETRO, AVANTI: LA RUOTA DELLA STORIA NON SI FERMA A MACONDO

di CESARE SEGRE, da “il Corriere della sera” del 18/4/2014

– Pubblichiamo l’estratto di un testo inedito che Cesare Segre, il grande filologo e critico scomparso lo scorso 16 marzo, aveva preparato in ricordo di Gabriel García Márquez. –

   Quando nel 1967 apparve Cent’anni di solitudine, le varie anticipazioni avevano creato, in America Latina, una certa attesa. Ma la fama che il romanzo gli diede non fu sudamericana, bensì mondiale. Fu un vero ciclone: mentre i compagni di lavoro, come Fuentes e Vargas Llosa, celebravano la grandezza del libro, e milioni di lettori lo divoravano, i giovani scrittori lo presero come modello, e se ne possono trovano ovunque le tracce.

   Colpiva il tono mitico e insieme ironico, il senso della ciclicità della storia, attraversata da profezie e leggende, il gusto dell’iperbole, la vivacità dei personaggi, che, nel secolo percorso dalla narrazione, realizzano una felice fenomenologia di tipi umani. La ciclicità si proiettava anche fuori del testo, perché una serie di romanzi scritti in precedenza (Foglie morte, 1955; Nessuno scrive al colonnello, 1961; La mala ora, 1962, ecc.) rivelavano avvincenti agganci con le vicende dei «cento anni ».

   Il tempo del romanzo si presentava come una ruota che gira a volontà verso episodi del passato e previsioni di avvenire; anche se poi la solitudine, introspezione che rallenta e soffoca l’agire, diventava una condanna, insieme, dell’inconcludenza e dell’incapacità di ribellarsi all’opera ferocemente organizzata del potere, qui incarnato nel neocolonialismo. Il tempo ospitava lo sviluppo possente di una famiglia che poi scivola verso la decadenza, simboleggiata dalla nascita di un figlio mostruoso; vi scivola seguendo le vicende intrecciate di una spinta esogamica e di un istinto endogamico.

   Il modello delle matriarche, che dominano in Cent’anni di solitudine provvedendo alla continuità e all’unione della famiglia Buendía mentre i maschi continuano a battersi contro i loro mulini a vento, sarà cancellato, ma solo nel ben più tardo L’amore ai tempi del colera, dall’unione paritetica e consapevole dei due protagonisti. E invece Macondo, che è la nativa Aracataca vista con gli occhiali di Faulkner, precipiterà nel nulla. Lo scrittore non si accontenta del successo: ogni suo nuovo libro sperimenterà modi diversi di porsi davanti ai fatti e di usare la lingua (il suo meraviglioso spagnolo).

   L’autunno del Patriarca (1975) è la storia di un dittatore — ispirato, insieme, a quelli sudamericani e al generale Franco — narrata con un discorso continuo e senza segni d’interpunzione, che adatta splendidamente espedienti stilistici dell’avanguardia ai grovigli di una personalità spietata ma anche malinconica, anzi disperata nella sua solitudine.

   E la Cronaca di una morte annunciata (1981), se da un lato è la denuncia di un’indifferenza morale che lascia realizzare il sacrificio d’un uomo nonostante gl’infiniti annunci che avrebbero potuto impedirlo, dall’altro ci propone un modo originale di rappresentare il tempo, che avanza inesorabile e capriccioso nonostante lo scrittore cerchi di rallentarlo o bloccarlo. Ogni nuova opera di Márquez era accolta con diffidenza, perché pareva impossibile che lo scrittore potesse ancora inventare qualcosa di nuovo; e ogni volta invece si rimaneva meravigliati.

   García Márquez ha incominciato come giornalista e finito come giornalista. Negli ultimi anni si alternano agli scritti d’invenzione indagini su fatti di cronaca, come L’avventura di Miguel Littín, clandestino in Cile (1986), o come Notizia di un sequestro (1996), in cui si ricostruiscono le fasi del rapimento di dieci persone da parte di una banda di narcotrafficanti. Certo, non condivideva l’uso ideologico del concetto d’impegno. Il suo impegno era partecipazione ai fatti, sforzo anche personale per superarne la negatività. (Cesare Segre)

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CARO SOLDATO DI MACONDO: HAI COMBATTUTO LA MIA GUERRA

di Salman Rushdie, da “la Repubblica” del 23/4/2014

– Il più grande di tutti noi”. Salman Rushdie ricorda Gabriel García Márquez. –

   Gabo vive. La straordinaria risonanza che ha avuto in tutto il mondo la morte di Gabriel Garcí a Márquez e il cordoglio sincero provato dai lettori di ogni Paese alla notizia della sua dipartita sono il segnale che i libri di Gabo sono più vivi che mai. Da qualche parte c’è ancora un «patriarca» dittatoriale che fa cucinare e servire il suo rivale in una cena sontuosa per i suoi invitati, un vecchio colonnello che aspetta una lettera che non arriva, una bellissima ragazza fatta prostituire dalla nonna senza cuore e un patriarca più gentile, José Arcadio Buendía, uno dei fondatori del nuovo insediamento di Macondo, un uomo interessato alla scienza e all’alchimia, che dichiara alla moglie inorridita che «la terra è rotonda come un’arancia».

   Viviamo in un’epoca di mondi alternativi, di fantasia: la Terra di Mezzo di Tolkien, la Hogwart di J. K. Rowling, l’universo distopico di The Hunger Games, i mondi dove vampiri e zombie si aggirano in cerca di prede. È un momento d’oro per posti del genere. Ma a dispetto di questa moda della narrativa fantastica, nei più raffinati microcosmi immaginari della letteratura c’è più verità che fantasia: nella Yoknapatawpha di William Faulkner, nella Malgudi di R. K. Narayan e naturalmente nella Macondo di Gabriel García Márquez, l’immaginazione è usata per arricchire la realtà, non per fuggire da essa.   

   Cent’anni di solitudine è uscito ormai 47 anni fa, e nonostante continui a godere di una popolarità in generale smisurata e persistente, il suo stile — il realismo magico — in America Latina ha lasciato il posto ad altre forme di narrazione, in parte per reazione allo smisurato successo di García Márquez. Il più stimato tra gli scrittori latinoamericani della nuova generazione, Roberto Bolaño, è famoso per aver dichiarato che il realismo magico «fa schifo» e per essersi fatto beffe della popolarità di García Márquez, definendolo «un uomo terribilmente compiaciuto di frequentare tutti quei presidenti e arcivescovi ».

   È stato uno scatto infantile da parte di Bolaño, ma ha dimostrato quanto sia ingombrante, per tanti scrittori latinoamericani, la presenza del colosso. («Ho la sensazione », mi ha detto una volta Carlos Fuentes, «che gli scrittori latinoamericani ormai non riescano più usare la parola “solitudine”, per paura che la gente pensi che stiano alludendo a Gabo. E temo», aveva aggiunto maliziosamente, «che ben presto non potremo più usare nemmeno la locuzione “Cent’anni” ».) Nessuno scrittore mondiale ha mai avuto un impatto paragonabile a quello di García Márquez nell’ultimo mezzo secolo. Ian McEwan ha giustamente paragonato la sua preminenza a quella di Charles Dickens: nessuno scrittore, dai tempi del maestro inglese, è mai stato tanto letto e tanto profondamente amato come Gabo.

   Il problema dell’espressione «realismo magico» è che quando la si dice o la si sente dire, se ne dice o se ne sente soltanto metà, il magico, e non ci si cura dell’altra metà, il realismo. Ma se il realismo magico fosse solo realismo, non conterebbe nulla. Sarebbe una semplice stravaganza dove tutto può succedere e di conseguenza nulla lascia il segno.

   Il magico del realismo magico funziona perché le sue radici affondano in profondità nel reale, perché si alimenta del reale e vi getta luce in modi meravigliosi e inaspettati. Prendiamo questo famoso passaggio di Cent’anni di solitudine : «Non appena José Arcadio chiuse la porta della camera, lo scoppio di una pistolettata rimbombò nella casa. Un filo di sangue uscì da sotto la porta, attraversò la sala, uscì in strada, continuò in un percorso diretto lungo marciapiedi disuguali, scese scalinate e scalò parapetti, si lasciò dietro la Strada dei Turchi, girò a destra in una cantonata e a sinistra in un’altra, piegò ad angolo retto davanti alla casa dei Buendía, passò sotto la porta chiusa, attraversò il salotto buono strisciando lungo le pareti per non macchiare i tappeti […] e finì nella cucina dove Úrsula stava per rompere trentasei uova per fare il pane.

   “Ave Maria Purissima!” gridò Úrsula ». Qui sta succedendo qualcosa di assolutamente fantastico. Il sangue di un uomo morto acquista uno scopo, quasi una vita propria, e si muove metodicamente attraverso le strade di Macondo fino a fermarsi ai piedi di sua madre. Il comportamento del sangue è «impossibile », eppure a leggere questo brano si ha la sensazione di leggere qualcosa di veritiero, il viaggio del sangue come il viaggio della notizia della sua morte dalla stanza dove si era sparato alla cucina di sua madre, e il suo arrivo ai piedi della matriarca Úrsula Iguarán è alta tragedia: una madre apprende che suo figlio è morto.

   Il sangue di José Arcadio può e deve continuare a vivere finché non riesce a portare a Úrsula la triste notizia. Il reale, grazie all’aggiunta del magico, guadagna forza drammatica ed emotiva. Diventa più reale, non meno reale.    Il realismo magico non è stata un’invenzione di García Márquez. Prima di lui sono venuti il brasiliano Machado de Assis, l’argentino Jorge Luis Borges e il messicano Juan Rulfo. García Márquez studiò attentamente il capolavoro di Rulfo, Pedro Páramo , e ha detto che ebbe su di lui un impatto paragonabile a quello della Metamorfosi di Kafka. (Nella città fantasma di Comala, in Pedro Páramo, è facile vedere il luogo di nascita della Macondo di García Márquez.)

   Ma lo ripeto: per volare la fantasia ha bisogno di avere un solido terreno sotto di sé. Io conoscevo i colonnelli e i generali di García Márquez, o almeno i loro corrispettivi indiani e pachistani; i suoi vescovi erano i miei mullah, le sue strade del mercato i miei bazar. Il suo mondo era il mio tradotto in spagnolo. È più che normale che me ne sia innamorato, non per la sua magia (anche se per uno scrittore cresciuto con le storie di meraviglie dell’Oriente anche questo elemento non era privo di fascino), ma per il suo realismo. La differenza era che il mio mondo era più urbano del suo: è la sensibilità del villaggio che dà al realismo di García Márquez quel suo sapore particolare, il villaggio dove la tecnologia spaventa, ma una ragazza devota assunta in cielo è perfettamente credibile, dove — come nei villaggi indiani — si crede che il miracoloso sia dovunque e coesista con il quotidiano.

   García Márquez era un giornalista che non perdeva mai di vista i fatti. Era un sognatore che credeva nella verità dei sogni. Era anche uno scrittore capace di momenti di una bellezza farneticante, e spesso comica. All’inizio dell’ Amore ai tempi del colera: «L’odore delle mandorle amare gli ricordava sempre il destino degli amori contrastati». Nel pieno dell’ Autunno del patriarca , dopo che il dittatore ha venduto il Caribbean agli americani, «se lo portarono via in pezzi numerati gli ingegneri nautici dell’ambasciatore Ewing per seminarlo lontano dagli uragani, nelle aurore di sangue dell’Arizona, se lo portarono via con tutto quello che aveva dentro, signor generale, col riflesso delle nostre città, coi nostri annegati timidi, coi nostri draghi dementi».

   E naturalmente, l’indimenticabile: «Il colonnello Aureliano Buendía promosse trentadue sollevazioni armate e le perse tutte. Ebbe diciassette figli maschi da diciassette donne diverse, che furono sterminati l’uno dopo l’altro in una sola notte, prima che il maggiore compisse trentacinque anni. Sfuggì a quattordici attentati, a settantatré imboscate e un plotone di esecuzione. Sopravvisse a una dose di stricnina nel caffè che sarebbe bastata ad ammazzare un cavallo».    Per tanta magnificenza l’unica reazione possibile è la gratitudine. È stato il più grande di tutti noi. (Salman Rushdie, traduzione di Fabio Galimberti)

………….

ADDIO VECCHIO AMICO. INSIEME A CERVANTES SEI STATO IL PIÙ GRANDE

di Santiago Gamboa, da “la Repubblica” del 18/4/2014

   NON è un’iperbole suggerita dalla tristezza affermare che García Márquez è stato uno degli ultimi giganti del Ventesimo secolo, un tipo di scrittore che non sembra possa tornare ad esistere, visto che le sue opere hanno riunito almeno due elementi molto difficili da conciliare nel mondo d’oggi, e cioè una smisurata popolarità tra i lettori e, al tempo stesso, una piena ammirazione da parte delle istituzioni culturali, dell’Accademia e della critica letteraria.

   In spagnolo, Cien años de soledad è senza dubbio l’opera letteraria più importante dopo il Don Chisciotte . In essa, il mondo e il linguaggio tornano a nascere e a rivelarsi con una forza tale che la cultura della lingua spagnola è tornata ad essere predominante.

   Dopo Cervantes, lo spagnolo non aveva più avuto questo ruolo di protagonista nel mondo e la sua letteratura non era in prima fila sulla scena centrale della cultura dell’Occidente. Un altro aspetto dell’opera di García Márquez è stata la sua vita stessa.

   Nato in un paese insignificante e misero della regione caraibica della Colombia, Aracataca, riuscì a diventare una delle persone più famose del mondo. Presidenti, imprenditori, artisti, sportivi, perfino il Papa aspettavano per avere un appuntamento con lui, per conoscerlo e ascoltarlo.

   «Ho avuto una fortuna mal distribuita», disse, riferendosi al fatto che fino ai 40 anni non ebbe né successo né soldi, così che dovette fare un’infinità di lavori per mantenere la sua famiglia, finché giunse la fama mondiale e tutto il resto in un solo colpo.

   «Essere famoso», disse una volta, «è come compiere gli anni tutti i giorni». Lo vidi per la prima volta nel 1995, durante un festival letterario a Biarritz. Dopo una seduta fotografica nel suo albergo, il fotografo argentino Daniel Mordzinski lo invitò ad avvicinarsi a un tavolo per presentargli un gruppo di scrittori ansiosi di conoscerlo e tra questi mi trovavo anch’io, accanto a Jean-Claude Izzo, José Manuel Fajardo e Luis Sepúlveda. García Márquez salutò ciascuno cordialmente e quando arrivò da me, mi disse: «Ti sto leggendo».

   Una settimana dopo, mi chiamò e parlai con lui per quasi due ore. Recentemente, ho trovato un episodio identico nelle memorie di Rushdie, quando parlò con García Márquez per telefono: «”Gabo!”, come se si chiamasse un dio con un nomignolo affettuoso», dice Rushdie. Mi faceva la stessa impressione e per questo non l’ho mai chiamato “Gabo”.

   Ma il ricordo più bello è quello di una storia che mi raccontò nel 2011, durante un pranzo con Carlos Fuentes e altri invitati. «In che parte del mondo abiti adesso?», mi chiese. Gli risposi che stavo in India e volli sapere se ci era mai andato. Mi disse di sì. «Una volta Fidel Castro mi chiese di accompagnarlo a una riunione a Nuova Dehli», disse, «e arrivati all’aeroporto, decisi di restare sull’aereo per non disturbare il protocollo.

   All’improvviso, vidi dal finestrino che Indira Gandhi scendeva dal palco presidenziale e saliva la scaletta dell’aereo. Entrando nella cabina passeggeri, gridò: “Dov’è García Márquez?”. Da quel momento, non ci separammo più. Lei parlava francese, e al terzo giorno mi sembrava che Indira fosse nata a Aracataca. Mi invitò a fare un viaggio per tutta l’India, organizzato da lei, e io accettai ».

   Il viso di García Márquez si incupì, i suoi occhi si riempirono di lacrime, e disse: «Poi giunse la notizia che l’avevano assassinata, e per questo promisi che non sarai mai più andato in India». Negli ultimi anni della sua vita, Mercedes Barcha de García, sua moglie per sessant’anni, aveva preso le redini di ogni cosa, con il suo straordinario carattere e la sua forza da primadonna.

   «È l’unica persona che io conosca capace di rimproverare Fidel Castro», diceva di lei García Márquez. Quando compì settant’anni, nel corso di un’intervista, assicurò che avrebbe dato in cambio tutto, i suoi libri e i suoi milioni di lettori, pur di riavere i suoi 40 anni. «E perché?», gli chiese il giornalista. Lui gli rispose: «Per ricominciare ». (Santiago Gamboa , traduzione di Luis E. Moriones )

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UN RACCONTO

ESTEBAN L’ANNEGATO, un racconto di GABRIEL GARCIA MARQUEZ ripreso da un post di “Geograficamente”: 

https://geograficamente.wordpress.com/2011/08/05/racconto-d%e2%80%99estate-%e2%80%93-esteban

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GABRIEL GARCIA MARQUEZ
GABRIEL GARCIA MARQUEZ

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