CITTA’ CHE CAMBIANO: 1) Le CITTÀ DI NOTTE CHE CONTINUANO A VIVERE: attività pubbliche culturali, commerciali, di servizi, che esistono nelle ore notturne soddisfacendo necessità e producendo idee e vita – 2)L’AUTOESCLUSIONE SOCIALE di quartieri poveri, la desolazione urbana dei PICCOLI CENTRI e delle PERIFERIE DIFFUSE (NONLUOGHI): MODI di INTERVENTO e RECUPERO dal degrado

 

MILANO - un'edicola di notte (foto da LINKIESTA.it)
MILANO – un’edicola di notte (foto da LINKIESTA.it)

   Proponiamo qui una serie di articoli dedicati all’ “esclusione urbana” vista in due modi. La prima è data dai ritmi diversi temporali, nel giorno o nella notte, che vivono la maggior parte dei centri urbani e delle periferie diffuse fatte in particolari di piccoli-medi comuni. Cioè il salto di qualità (positiva o negativa) nei “ritmi di vita” dei luoghi urbani: in pieno giorno ritmi frenetici (di traffico, di incontri fra persone…. elementi negativi, elementi positivi…) e dall’altra lo spegnersi di ogni vitalità urbana alla sera (e notte): una quiete assoluta, una desertificazione dei centri e delle strade che anch’essa contiene caratteristiche buone (finalmente un po’ di silenzio!…) con altre decisamente negative (lo squallore della “non vita” di tanti paesi, quartieri, periferie, dopo una certa ora serale).

PERCHÉ NEW YORK NON DORME MAI - Foursquare, Il popolare SOCIAL NETWORK DI GEOLOCALIZZAZIONE ha preso un anno di check-in dei propri utenti e li ha visualizzati su una mappa di alcune delle più grandi città al mondo. I punti rappresentano un check-in mentre le linee rappresentano i tragitti degli utenti. I diversi colori servono a rappresentare le diverse categorie di luoghi, dai ristoranti alle abitazioni private. Presentiamo qui un fotogramma degli SPOSTAMENTI DEGLI ABITANTI DI NEW YORK. (da WIRED.IT www.wired.it/ )
PERCHÉ NEW YORK NON DORME MAI – Foursquare, Il popolare SOCIAL NETWORK DI GEOLOCALIZZAZIONE ha preso un anno di check-in dei propri utenti e li ha visualizzati su una mappa di alcune delle più grandi città al mondo. I punti rappresentano un check-in mentre le linee rappresentano i tragitti degli utenti. I diversi colori servono a rappresentare le diverse categorie di luoghi, dai ristoranti alle abitazioni private. Presentiamo qui un fotogramma degli SPOSTAMENTI DEGLI ABITANTI DI NEW YORK. (da WIRED.IT http://www.wired.it/ )

   Noi propendiamo per un esprimersi di una vitalità effettiva, magari non assordante e con gli aspetti negativi del pieno giorno; però è importante che la sera (e la notte) ciascun cittadino possa avere il diritto e la possibilità di fare vita comunitaria anche fuori delle mura domestiche. Dedichiamo in questo post alcuni articoli che parlano di come le grandi metropoli oramai riescano ad esprimere un ciclo continuo di vita(lità) oltre il giorno (il dì), alla sera e fin tutta la notte.

Padova, Piazza dei Signori_d'estate di notte
Padova, Piazza dei Signori_d’estate di notte

   L’altra questione che qui trattiamo, in merito alla vitalità delle città (e in particolare dei piccoli paesetti, quartieri, periferie…) è legata al fenomeno di “ghettizzazione” in classi sociali che già sta avvenendo in Italia. Cioè (quartieri) poveri ben divisi da (quartieri) ricchi. Su questo tema dell’ “autoemarginazione urbana” qui vi proponiamo due interviste a nostro avviso molto interessanti, una al geografo francese JACQUES LEVY, e l’altra all’architetto (ora anche senatore a vita) RENZO PIANO. Entrambi, pur in modo diverso, dicono la stessa cosa e propongono le stesse soluzioni sulla divisione urbana classista che le periferie urbane stanno assumendo.

   Levy rileva questo pericolo di autoreclusione nelle città: ricchi con ricchi, poveri con poveri; e sottolinea che vanno in particolare rivisti, riprogettati, gli spazi pubblici, comuni…. Riuscendo a far diventare protagonisti gli abitanti, dando a loro cittadini più poteri di decisione nella gestione degli spazi (è pure un fatto di necessità: ad esempio pensiamo che parchi pubblici di quartiere in futuro solo con la collaborazione volontaria degli abitanti potranno ancora essere mantenuti idoneamente).

JACQUES LEVY, geografo francese - «Esiste un pericolo dell’AUTORECLUSIONE NELLE CITTÀ: ricchi con ricchi, poveri con poveri… Le città sono SPAZI DA REINVENTARE, arricchire, svuotare»  - «Gli abitanti la città sono attori di rapporti individuali continui dentro i meccanismi della città: e possono nascere micro-conflitti, risolvibili solo riconoscendo un RUOLO ATTIVO DI CIASCUNA PERSONA NELLA CITTÀ, dando (creando) più potere ai cittadini; EVITANDO così LA FUGA URBANA, l’autoreclusione in distretti omogenei che escludono l’alterità mentre lo spazio comune è considerato fonte di rischio» - «Lo si può fare con politiche coerenti che mescolino segmenti sociali, per esempio PORTANDO SCUOLE D’ECCELLENZA E ISTITUZIONI CULTURALI NEI SOBBORGHI POVERI in modo da renderli attraenti per le classi abbienti»
JACQUES LEVY, geografo francese – «Esiste un pericolo dell’AUTORECLUSIONE NELLE CITTÀ: ricchi con ricchi, poveri con poveri… Le città sono SPAZI DA REINVENTARE, arricchire, svuotare» – «Gli abitanti la città sono attori di rapporti individuali continui dentro i meccanismi della città: e possono nascere micro-conflitti, risolvibili solo riconoscendo un RUOLO ATTIVO DI CIASCUNA PERSONA NELLA CITTÀ, dando (creando) più potere ai cittadini; EVITANDO così LA FUGA URBANA, l’autoreclusione in distretti omogenei che escludono l’alterità mentre lo spazio comune è considerato fonte di rischio» – «Lo si può fare con politiche coerenti che mescolino segmenti sociali, per esempio PORTANDO SCUOLE D’ECCELLENZA E ISTITUZIONI CULTURALI NEI SOBBORGHI POVERI in modo da renderli attraenti per le classi abbienti»

   Pertanto NO ai ghetti (degli immigrati tutti assieme in condomini, ad esempio), no al “chiudersi”, ma mescolare le classi sociali; e le funzioni (specie quelle strategiche innovative, i servizi migliori), vanno messe nei quartieri, nelle periferie, nei paesetti dove il contesto urbano è più a rischio, più critico, “povero”. Fare questo per tentare di risolverlo (il contesto urbano disagiato) mescolando segmenti sociali; per esempio portando scuole d’eccellenza e istituzioni culturali nei sobborghi poveri così da renderli attraenti per le classi abbienti: su questo è d’accordo anche Renzo Piano che nell’articolo che vi proponiamo dice che “Bisogna portare nelle periferie le funzioni della città. Prima di tutto le scuole”.

   Interessante poi sono le osservazioni che riportiamo di Tommaso Montanari (da “il Fatto Quotidiano”), nelle quali si parla de “lo scenario di un nuovo scontro: non il conflitto di classi delle vecchie periferie, ma la «guerra civile molecolare», cioè la guerriglia degli individui isolati……..”. Montanari fa notare che “fra le ragioni del deterioramento della democrazia va annoverata la decadenza delle istituzioni civiche, dai partiti politici ai parchi pubblici, ai luoghi d’incontro informali”: strutture sociali oggi sostituite nei centri cittadini, nei quartieri, nelle periferie disordinate, da centri commerciali, shopping malls, catene di fast food….

   Sono tutte osservazioni critiche assai interessanti e che ognuno di noi può riscontrare nella propria specifica quotidianità urbana. Il lavoro del recupero territoriale (delle periferie degradate, dei paesi e quartieri amorfi, con sempre meno vita) è molto da fare, e passa per servizi (scolastici, del tempo libero, sanitari, dei nuovi lavori…) che devono essere di qualità, innovativi, anche di rottura con il passato. Solo così si può pensare di invertire la rotta delle periferie degradate.

   Ci piace aggiungere il tema iniziale della vitalità temporale che ogni luogo urbano secondo noi deve esprimere, di giorno come di sera, come di notte. In questo post cerchiamo di porre il tema senza voler fare un’unica sintesi. (s.m.)

…………………………….

LE CITTA’ SEMPRE APERTE

di Vera Schiavazzi, da “la Repubblica” del 15/4/2014

– Biblioteche, musei, bus, negozi, palestre e parrucchieri. Da Torino alla Sicilia, sempre più servizi non si fermano di notte. Come a Berlino e New York. Orari flessibili, prolungati, più vicini ai cittadini. Per una società che non dorme mai –

   Vescovi e direttori di musei, galleristi e single urbani. Ma anche bibliotecari senza frontiere e intere associazioni di categoria, come Confcultura, tutti con un unico obiettivo: città aperte la sera e la notte, non solo a chi vuole bere una birra o ascoltare una canzone, ma anche a chi desidera vedere un quadro, leggere un libro, cenare con la famiglia dopo il teatro e perfino aprire la propria anima a un ministro del culto. Come a dire: colmare il vuoto, dare una risposta diversa.

   La parola d’ordine è h24, treni e autobus che continuano a circolare senza isolare le città dal loro hinterland, come già avviene a Berlino o a Zurigo, musei aperti fino alle 22 senza bisogno di tradurre concetti astrusi (“il museo è aperto ogni quinto lunedì del mese”), librerie e ristoranti, o magari tutte e due insieme, per chi ha lavorato fino alle 19 e ha ancora voglia di pensare.

   “Al centro ci dev’essere il cittadino, che non è uguale in tutto il mondo – spiega Stefano Stabilini alla guida del laboratorio di Progettazione urbanistica del Politecnico di Milano -. Per ottenere questo obiettivo occorre prima di tutto ascoltare le persone: a Bergamo, per esempio, ci è stato fatto notare che il Teatro Donizetti è bellissimo, ma quando esci è tutto sprangato e non trovi neppure un panino”.

   A Torino i musei civici sono stabilmente aperti ogni giovedì sera fino alle 22, senza costringere turisti e non turisti a difficili esercizi di interpretazione, mentre a Milano ci si aspetta che il piano degli esercizi pubblici arrivi all’approvazione del Consiglio comunale entro maggio: “Insieme alle altre nove città più grandi d’Italia – spiega l’assessore al commercio Franco D’Alfonso – abbiamo chiesto all’Anci un passo indietro rispetto all’estrema liberalizzazione prevista dalla direttiva Bolkenstein e dalla legge Bersani. E’ importante che siano le città a riprendere la competenza e a fare proposte su orari diversi in diversi quartieri, partendo dai bisogni delle persone e dalla mediazione tra residenti, commercianti e giovani che partecipano alla movida”.

   E sempre a Torino, il vescovo Cesare Nosiglia è sceso per le strade di San Salvario, a tarda sera, a incontrare i ragazzi che bevono, chiacchierano e affollano i locali: un video racconta il dialogo, sulla soglia della parrocchia dei Santi Pietro e Paolo dove si può confessare anche di notte, iniziativa che – a sorpresa – è stata apprezzata dai giovani. E in primavera, in tutta Italia le diocesi hanno deciso aperture notturne, col titolo “24 ore per il Signore”.

   Cultura, assistenza, spiritualità e servizi alla persona sono le parole-chiave della nuova Italia aperta di notte. “Il personale dei musei non è più il custode del tempio – spiega Patrizia Asproni, direttore dei musei civici a Torino e presidente di Confcultura, che in seno a Confindustria rappresenta le imprese del settore – ma un addetto all’accoglienza dei visitatori. Da dieci anni ci battiamo perché i musei siano aperti in orari comprensibili a tutti, stabili, e perché anche quelli statali possano diversificare secondo il luogo dove si trovano. Un museo della scienza dedicato soprattutto alle scuole dovrà essere aperto al mattino, un altro che tutela un sito archeologico come Selinute dovrà pensare a orari serali. E nelle località di mare del Sud, dove d’estate le temperature sono torride, non serve tenere aperto la mattina, meglio prolungare dopo le 10, quando le persone rientrano dalla spiaggia e possono avere voglia di andarci”.

   In Inghilterra come in Germania, i negozi sono sbarrati dopo le 19. In Italia no: si può fare la spesa nella shopville fino alle 21, frequatare la palestra fino alle 22, godere di una messa in piega dal parrucchiere di fiducia fino alle 20 o più in là, almeno nelle grandi città. Ma in Europa c’è chi ha scelto di puntare sulla notte, come Gijon, nel nord della Spagna, dove si è deciso di inventare un’altra movida, con musei, mostre e gallerie aperte fino a notte fonda proprio per offrire un’alternativa all’alcol a poco prezzo offerto nei locali.

   La domanda fa l’offerta e viceversa. Così in Francia spopola l’appello di BIBLIOTHÈQUES SANS FRONTIERS, che chiede servizi pubblici in prestito almeno fino a mezzanotte: lo hanno firmato Bernard Pivot, presidente dell’Accadémie Goncourt, e lo scrittore Erik Orsenna. A Roma l’apertura per chi vuole un libro in prestito avviene a turno, spontaneamente, quartiere per quartiere, mentre a Lucca c’è un comitato che vuole “vivere di notte”.

   “Sono state prima di tutto le donne a chiedere orari diversi per le città – dice Stefano Stabilini – e l’esigenza è aumentata in questi anni: servono nuovi orari perché cambia la società. Il lavoro diventa flessibile, e dunque le persone smettono di lavorare a orari diversi, e le città cambiano la loro composizione etnica, dunque devono adattarsi ad abitudini diverse”. Aggiunge Iolanda Romano, presidente di Avventura Urbana: “Gli orari non possono più essere rigidi. Quando vado a fare la spesa di domenica o di sabato vedo intorno a me negozi pieni. Comprendo che questa esigenza possa essere difficile da contrattare, ma suggerisco di coinvolgere i dipendenti pubblici e privati nel confronto”.

   A Berlino come a Zurigo, decine e decine di linee di trasporto urbano funzionano già h24, perché la città non deve essere soltanto aperta in notturna, ma anche accessibile, e se non lo è discrimina chi non abita in centro. A Milano le linee in funzione sono dieci, a Torino due. “Sono soprattutto i musei statali a fare resistenza alle aperture prolungate – dice Patrizia Asproni – Ma in quelli civici le cose vanno meglio, e gli orari si adeguano”.

   Anche i galleristi la pensano così: “Aprire negli orari più apprezzati dai visitatori è il nostro obiettivo – dice Ermanno Tedeschi, mercante d’arte contemporanea con vetrine a Roma, Milano e Torino – Non sono sempre gli stessi. Ma il nostro compito è proprio adattarci alle loro esigenze, coniugando insieme cultura e mercato, e prendendo esempio da città che, come New York e Tel Aviv, sono aperte giorno e notte, senza interruzione”. (Vera Schiavazzi)

MILANO, LAVORI DI NOTTE (dal sito LINKIESTA.IT)
MILANO, LAVORI DI NOTTE (dal sito LINKIESTA.IT)

…………………………

PERCHÉ NEW YORK NON DORME MAI

di Denis Rizzoli, 20/1/2014, da WIRED.IT www.wired.it/

– FUORSQUARE ha raccolto un anno di spostamenti degli utenti in alcune delle più grandi metropoli del mondo e li ha visualizzati in una mappa. Ed è proprio vero: i newyorkesi non dormono mai! –

   Si dice che New York City sia la città che non dorme mai. Chi meglio di Foursquare può dirci se è vero? Il popolare social network di geolocalizzazione ha preso un anno di check-in dei propri utenti e li ha visualizzati su una mappa di alcune delle più grandi città al mondo. I punti rappresentano un check-in mentre le linee rappresentano i tragitti degli utenti. I diversi colori servono a rappresentare le diverse categorie di luoghi, dai ristoranti alle abitazioni private.

Le metropoli visualizzate sono New York, San Francisco, Chicago, Tokyo, Londra e Istanbul. I dati mostrano le attività delle città su 24 ore, partendo dalle sei del mattino per terminare alle cinque di notte. Per esempio, i newyorkesi vanno in ufficio presto: il picco di check-in nei mezzi di trasporto sono le sei di mattina, per poi calare e scambiarsi con quelli nei luoghi di lavoro fino alle nove. Il momento preferito per la pausa pranzo è mezzogiorno, mentre l’orario preferito per andare a cena fuori sembra essere le sette. I locali dedicati alla vita notturna si cominciano ad animare nel tardo pomeriggio per raggiungere il loro massimo a mezzanotte. Poi si torna a casa tardi: il picco di check-in nella propria casa è alle 3 del mattino. Quindi è vero. La Grande Mela non riposa mai.

Guarda questo interessante video sugli spostamentii della popolazione newyorchese:

Foursquare check-ins show the pulse of New York City from Foursquare on Vimeo.

…………………………..

SPINGI IL GIORNO UN PÒ PIÙ IN LÀ: IL MONDO DIMENTICA GLI OROLOGI

di Vittorio Zucconi, da “la Repubblica” del 15/4/2014

   Fu NEW YORK la prima a meritarsi il titolo di “The City That Never Sleeps”, di “città che non dorme mai” nel vortice di locali, taverne, club, ristoranti, drugstore, supermercati, mendicanti, taxi in funzione tutta la notte, alimentato (ma questo le guide turistiche evitavano di notarlo) da un robusto flusso di polvere bianca.

   Era un turbine che sbalordiva chi di noi ci sbarcava venendo dalla quiete oscura delle città italiane. Se il mio primo pasto a MANHATTAM, 40 anni or sono, fu un misero toast con prosciutto e formaggio all’italiana, l’eccezionalità fu consumarlo in un bar aperto alle 3 del mattino.

   La “gentrificazione” di questa città di tutte le città, la trasformazione di quartieri di vita e di movida in residenze anche per famiglie che preferiscono dormire ha indotto qualche sonnolenza anche nella insonne New York, ma la trasformazione della notte in giorno si è ormai globalizzata.

   L’onda della vita 24/24, quasi senza più distinzioni fra luce artificiale e naturale, ha investito IL CAIRO, prima nella classifica delle notti bianche non sempre per svago, ma soprattutto le metropoli dove si parla quella che sembra diventata la lingua della notte, lo spagnolo.

   Delle dieci città del mondo nelle quali si dorme poco o nulla e tutto continua a girare indifferente alle lancette degli orologi, ben otto sono “ispaniche”, MONTEVIDEO, MALAGA, SARAGOZA, MADRID, BARCELLONA, VALENCIA, SIVIGLIA e BUENOS AIRES, dove una vena a mezzanotte passata è considerata la norma, e soltanto BEIRUT, riesce a intrufolarsi fra le top ten.

   Non c’è neppure bisogno di avventurarsi fino a LAS VEGAS, che non vive, ma esiste soltanto di notte e nasconde gli orologi per non distrarre il gregge da tosare, per riconoscere che la tendenza dominante è ormai quella di spingere sempre più avanti la linea di confine fra il giorno e la notte fino a sovrapporle e confonderle.

   Né sono soltanto i soliti viaggiatori delle nottia popolarle, magari barcollando alla ricerca dell’ultimo taxi per essere trascinati a casa, perché in quelle che un tempo si chiamavano le ore piccole si incrociano, nei supermarket di TOKYO come in quelli di SIDNEY – anch’essa in rimonta nella graduatoria dell’insonnia – nei drugstore di Manhattan come negli stand dei venditori di cibo da strada a MANILA, si incontrano madri di famiglia stravolte dopo due turni di lavoro per il cartone del latte o la scatola della formula, e padri con gli occhi arrossati in cerca di inutili sciroppi contro la tosse del bambino.

   Il vuoto delle notti nelle grandi città italiane (ROMA è al ventisettesimo posto nella classifica dell’effetto notte, ben dietro LONDRA e PARIGI, MILANO non è neppure elencata nelle ricerche) interrotto soltanto da qualche campanello di ragazze di vita e dalla croce luminosa della rara farmacia di turno, è un’anomalia, una controtendenza.

   I grumi e le esplosioni di movida che affliggono anche città di provincia senza dare loro vita, ma soltanto fastidio, sono il segno dell’attaccamento a un ciclo circadiano, al ciclo di luce e buio, che sa di tradizionalismo romantico più che di realismo.

   Popolare la notte è il futuro, anche della famosa sicurezza. Aprirla agli abitanti della città è una rivoluzione delle abitudini e dei costumi alla quale sarà difficile opporsi. Per la gioia di chi installa finestre antirumore con doppi vetri. (Vittorio Zucconi)

…………………………….

INTERVISTA A JACQUES LEVY

«CONTRO LA SOLITUDINE URBANA MESCOLARE I SEGMENTI SOCIALI»

di Maria Serena Natale , da “il Corriere della Sera” del 9/4/2014

– Il geografo francese JACQUES LEVY arriva a Lugano per il ciclo di incontri “Visioni in dialogo” – «Il pericolo dell’autoreclusione nelle città: ricchi con ricchi, poveri con poveri» –

   Città sottili, continue, nascoste, sistemi complessi di segni e desideri. La geografia immaginifica e parallela delle Città invisibili di Calvino si sviluppa su coordinate ideali che con la grazia del paradosso si adattano al corpo simbolico delle metropoli, spazi da reinventare, arricchire e svuotare di senso in quel doppio movimento di espansione e contrazione che annulla le distanze, ma esaspera le differenze.    Addentrarsi nei territori urbani del XXI secolo è anche perdersi nell’instabilità di linguaggi e regole da rinegoziare tra individui in relazione, chiamati a scegliere tra l’anonimato della folla e la forza politica della comunità impegnata in un’opera di costruzione.

   La co-produzione dello spazio pubblico inteso come bene comune, questo sforzo condiviso d’invenzione che definisce l’identità urbana, è al centro delle ricerche di Jacques Lévy, geografo esperto di “teoria dello spazio delle città”, professore ordinario all’École polytechnique fédérale di Losanna. Sabato a Lugano Lévy introdurrà il suo film «URBANITÉ/S», suggestioni calviniane, psicologia sociale e proposte teoriche della sociologia contemporanea fuse in un esperimento visivo che è insieme diario di viaggio e strumento d’indagine sui nuovi codici metropolitani dalla Cina all’America.

PROFESSOR LÉVY, IN CHE MODO LA FOLLA COME SOGGETTO STORICO-POLITICO S’INSERISCE NELL’ORIZZONTE DELL’URBANITÉ?

«Gli ultimi due secoli hanno visto il progressivo ribaltamento di un assetto millenario che opponeva la debolezza dell’individuo alla forza del gruppo, l’anomia come crisi degli equilibri comunitari tradizionali descritta da Hannah Arendt. Finché, nell’era delle masse e dei totalitarismi ovvero nel momento di massima potenza delle folle, il soggetto ha acquisito coscienza di sé come intenzionalità. Oggi dobbiamo pensare la folla non come astrazione ma come sistema di corpi nello spazio pubblico, secondo l’intuizione di Norbert Elias di una società degli individui animata dalla tensione dialogica individuo/collettività».

TENSIONE CHE NELLA TRAMA RELAZIONALE DI METROPOLI MAI PACIFICATE SFOCIA IN CONFLITTO…

«Gli abitanti delle città contemporanee si percepiscono come attori in rapporto tra loro e con una dimensione presente in ogni interazione, la società come un tutto: in questo schema io-tu-società occorre cercare insieme le soluzioni dei micro-conflitti. Ecco perché una delle sfide per i governi oggi è trasferire più potere ai cittadini. Il risultato può essere una creatività condivisa a partire dalle capacità di raggruppamento individuate dal sociologo francese Isaac Joseph, oppure una conflittualità permanente. Lo scenario più pericoloso per la coesione sociale è la fuga urbana, l’autoreclusione in distretti omogenei che escludono l’alterità mentre lo spazio comune è considerato fonte di rischio. Ricchi con ricchi e poveri con poveri».

DISTANZA FISICA CHE APPROFONDISCE L’ISOLAMENTO EMOTIVO?

«Senz’altro. Il sociologo tedesco Ferdinand Tönnies diceva che, senza gruppo, l’individuo è per sempre solo. La separazione tra spazio pubblico e privato è funzionale a un sistema di protezione dell’individualità che con l’anonimato della dimensione pubblica bilancia la forza di legami e diritti propri di quella privata».

SOLITUDINE CONDIZIONE COSTITUTIVA DELLA METROPOLI. COME RESTITUIRE ALLO SPAZIO URBANO L’ORIGINARIA FUNZIONE DI LUOGO D’INCONTRO E CONDIVISIONE?

«Con politiche coerenti che mescolino segmenti sociali, per esempio portando scuole d’eccellenza e istituzioni culturali nei sobborghi poveri in modo da renderli attraenti per le classi abbienti. Accade in alcune città degli Stati Uniti o nella colombiana Medellín, il modello comincia ad essere assorbito in Europa. Si parte dall’educazione, bene comune per eccellenza». (Maria Serena Natale)

……………………………….

UN ALTRO MODO DI INTENDERE LE BIBLIOTECHE

“BIBLIOTECHE PUBBLICHE, NUOVE PIAZZE DEL SAPERE”

di Paolo Di Stefano, da “il Corriere della Sera” del 15/4/2014

   La cultura, la lettura hanno bisogno di silenzio. Come la scrittura. Anche per questo esistono le biblioteche. Non c’è luogo più raccolto e rassicurante. La velocità dei tablet non riuscirà, probabilmente, a intaccare questa esigenza umana di quiete e di concentrazione: anzi, può darsi che la accresca come forma di compensazione.

   Va detto però che LE BIBLIOTECHE PUBBLICHE, da ambienti di studio e di lettura, SI STANNO TRASFORMANDO IN SPAZI SOCIO-CULTURALI. Non è un caso se un po’ ovunque si costruiscono nuove biblioteche: l’elenco sarebbe lungo, dalla Danimarca agli Stati Uniti, dall’Austria all’Inghilterra, dalla Francia a Taiwan, dalla Finlandia al Giappone. In Italia sono numerosi, in questi ultimi anni, i progetti di ristrutturazione, e non mancano i nuovi edifici, tra cui quelli di Melzo, Chivasso, Pisa. Negli ultimi due anni undici inaugurazioni, secondo quanto riferisce ANTONELLA AGNOLI nel recentissimo LA BIBLIOTECA CHE VORREI (Editrice Bibliografica).

   La Agnoli è una delle più tenaci fautrici dell’istituzione bibliotecaria, collabora con architetti ed enti locali per progettare spazi e per formare il personale. Crede nella biblioteca pubblica come «piazza del sapere» utile al cittadino che voglia informarsi, discutere, partecipare, accrescere la propria cultura.

   «La biblioteca deve essere parte di una mobilitazione culturale che realizzi una collaborazione, e quando è possibile una convergenza, con scuole, teatri, musei, altrimenti è inutile (…): chi si rassegna alla routine quotidiana rimarrà vittima della prossima spending review ». È proprio questo il punto dolente.

   I piani di risparmio dei vari governi colpiscono per primi, tradizionalmente, gli enti culturali del Paese: occorre invece, secondo la Agnoli, un piano nazionale per le biblioteche, non più intese unicamente come custodi della memoria libraria, ma come punti di riferimento per la comunità (la città, il quartiere, il rione), opportunità di partecipazione e di scambio di informazioni.    Un ampio articolo uscito qualche giorno fa sul Guardian illustrava come IN AMERICA LO SVILUPPO DELLE BIBLIOTECHE PUBBLICHE, con il contributo attivo dell’ALA (American Library Associaton), sia diventato una priorità assoluta, da quando si è constatato che SONO DIVENTATE VERI E PROPRI CROCEVIA A CUI IL CITTADINO SI RIVOLGE PER ESSERE AIUTATO PER LA COMPILAZIONE DI MODULI, PER LA RICERCA DEL LAVORO, PER LA FORMAZIONE E L’APPRENDIMENTO, PER LA FORMAZIONE, ANCHE PER L’APPRENDIMENTO DELLE NUOVE TECNOLOGIE.

   Sono spazi in cui NASCONO persino INIZIATIVE IMPRENDITORIALI, grazie all’incontro di giovani ingegni. La Princeton Public Library in New Jersey è diventata un luogo di ritrovo tra imprenditori del digitale tramite eventi, i Tech Meetup , che promuovono la ricerca. Nella contea di Howard (Maryland), la biblioteca scientifica ha organizzato per MIGLIAIA DI BAMBINI CORSI DI ROBOTICA E DI NANOTECNOLOGIA. L’Italia deve farne di strada, per arrivare a questi risultati: ma si tratta soprattutto di mettersi in testa che l’ecosistema culturale vale almeno quanto quello economico. (Paolo Di Stefano)

…………………………..

RENZO PIANO: COSI’ SALVEREMO LE NOSTRE PERIFERIE

di Alberto Garlini, da “Il Fatto Quotidiano” del 17/3/2014

– Intervista con RENZO PIANO. Dal suo studio di senatore diventato laboratorio per giovani architetti lancia una proposta alla politica: “Dobbiamo dedicare i prossimi trent’anni a recuperare le aree delle città dove vive l’80 per cento degli italiani”. Ecco i punti del suo progetto. Cosa gli risponderà il Governo? –

   Le periferie. Questa è la nostra grande sfida, dobbiamo recuperarle, renderle davvero parte delle città. Negli anni ‘70 e ‘80 ci siamo battuti per salvare i centri storici, ricordo l’impegno con amici come Mario Fazio. Il cuore delle nostre città era minacciato dalle follie del Dopoguerra che radevano al suolo i quartieri storici, come via Madre di Dio a Genova. È stato un successo, perfino troppo, ora i centri storici corrono il rischio di trasformarsi in shopping center, in oasi per ricchi.

   Adesso dobbiamo dedicare i prossimi trent’anni al recupero delle periferie, che non devono più essere solo qualcosa che sta intorno a un centro. Questo sarà il filo conduttore del mio lavoro di senatore a vita per i prossimi dieci, vent’anni, finché non mi revocheranno il mandato”, sorride con un misto di ironia e di dolcezza Renzo Piano.

   È una delle prime volte che parla del nuovo impegno, proprio dall’ufficio del Senato. Stanza G124, così si Chiama anche il gruppo di giovani architetti che Piano ha messo su appena nominato. Lavorano ogni giorno. Anche quando il “capo” è in giro per il mondo.

   È difficile rintracciare la stanza dell’architetto-senatore, persa nei corridoi decorati di Palazzo Giustiniani,

tra uffici di ex presidenti e di altri senatori a vita. Devi seguire il profumo, quello del legno tagliato di fresco. All’improvviso ti ritrovi in una stanza diversa da tutte le altre.

   Le pareti sono state coperte da enormi pannelli di compensato chiaro tappezzati di progetti, di fotografie: le periferie, appunto. Torino, Roma e Catania. Nord, Centro e Sud. Poi un grande tavolo circolare con decine di sedie pieghevoli di tela. Come in un laboratorio.

   I paramenti del palazzo storico sono invisibili. “Le sedie degli antichi senatori erano così, degli strapuntini”, esordisce Piano con un minimalismo che ricorda le origini genovesi. Intanto la sua mano comincia a tracciare sul foglio un centro, la città, e frecce che puntano verso l’esterno. La periferia. Appunto.

Il senatore delle periferie. É questo lo spirito del suo mandato?

“All’inizio non ci avevo nemmeno pensato. Mi ricordo la telefonata del presidente Napolitano, nell’agosto scorso. Ero in taxi a New York, stavo correndo in cantiere. Mi ha fatto piacere sentire la sua voce, è una persona che ammiro. Ha cominciato a spiegarmi che cosa sono i senatori a vita, pensavo volesse chiedermi… chissà… un consiglio sui nomi …Poi mi ha domandato se ero disponibile e sono rimasto interdetto…

sono troppo giovane, ho scherzato. Prendevo tempo. Non sapevo se avrei potuto essere utile”.cosi salveremo le nostre periferie

Un riconoscimento dal suo Paese…

“Sì, per me è un grande onore. L’Italia è il mio Paese. Ma voglio fare qualcosa di concreto”, spiega Piano e guarda lo studio che ha messo su. Però prima di arrivare alle periferie gli sta a cuore dire cosa significhi questa carica per lui che vive gran parte dell’anno all’estero, che progetta più in America che in Italia.

Architetto, anzi, senatore, ma lei si sente ancora italiano?

“Ho 76 anni, un’età in cui si pensa alla propria terra senza retorica. Sento emergere in me il legame con la mia città, Genova. Sento dentro di me l’acqua, i colori, gli odori. I genovesi hanno una istintiva diffidenza verso la retorica, però oggi sento questo legame molto profondo e se c’è qualcosa di autentico nel tuo linguaggio, nel tuo modo di comportarti e di esprimerti, deriva dalle esperienze intense dell’infanzia e dell’adolescenza”.

Quali immagini si porta dentro della sua Genova?

“I cantieri di mio padre, che era un piccolo imprenditore edile. Poi le gite domenicali in porto, un mondo enorme, silenzioso, in perenne movimento. Il porto è un miracolo antigravitazionale: gli immensi carichi sollevati amezz’aria dalle gru, le navi lunghe centinaia di metri, ma sospese sull’acqua. Quella lotta contro il peso per conservare la leggerezza è la stessa che dobbiamo affrontare noi architetti”.

Genova, l’Italia, eppure lei si definisce “cosmopolita”…

“Sì, ma se c’è qualcosa di universale, una miniera comune cui attingiamo tutti sono le esperienze dell’infanzia. Nel mio studio lavorano architetti di venti paesi, ma abbiamo in comune l’autenticità che nasce dalle radici”.

In Italia viene bollata come “provincialismo”.

“Lo è se diventa chiusura. Ma io mi sento profondamente local. Come diceva Calvino, ci sono due tipi di liguri, quelli attaccati al loro scoglio e quelli che traggono forza dal legame con la loro terra per scoprire il mondo”.

Non c’è il rischio di abbandonarla?

“No, è la spinta che ti dà forza. L’orizzonte ristretto ti fa nascere dentro il desiderio di scoprire. Ti fa provare una rabbia essenziale. Ma il legame resta, e ti dà solidità. Dopo Roma andrò a Los Angeles, dove abbiamo

progettato la nuova sede dell’Accademia degli Oscar, lavoriamo con persone come Steven Spielberg e Tom Hanks. Ecco, anche loro sono local, hanno un legame forte con le origini. Io lo sento soprattutto nei silenzi… la sera, la mattina appena sveglio…nei momenti in cui cerchi te stesso”.

   E Piano tira fuori di tasca un foglietto, lo passa a Giovanna, l’assistente che lo segue sempre in Italia.

Cos’è, architetto, il progetto di un grattacielo?

“É Oscar, chiamiamo così affettuosamente il palazzo di Los Angeles. Mi è venuto in mente un dettaglio e l’ho subito disegnato. Mi sveglio sempre su un particolare, non su un pensiero totale. E lo annoto”.

Ma che cosa c’è delle sue origini, di local, nei progetti realizzati in mezzo mondo?

“Prenda il Beaubourg… c’è qualcosa di navale nelle sue forme… come in altri progetti

L’eco delle gite in porto?

“Sì. E lo Shard, il grattacielo di Londra… è alto più di trecento metri, ma all’improvviso si ferma, come, però, se volesse continuare a crescere. Ecco quel desiderio di superare gli orizzonti imposti che ho conosciuto nella mia adolescenza. E poi la lotta per la leggerezza”.

Già, la leggerezza, ma cosa c’entra con la politica, con quella italiana? Cosa ci fa un architetto al Senato?

“Questa mattina sono passato in aula, ma mi dedico soprattutto a questo”, e indica il grande tavolo rotondo dove il giorno prima c’è stata una riunione con i giovani architetti.

Qualcuno storce il naso, sostiene che non ha senso fare senatore, pagare una persona che, per quanto prestigiosa, non può essere presente…

“Quando mi hanno affidato questa stanza e mi hanno detto “sarà sua per tutta la vita” ero perplesso. Poi mi hanno concesso di mettere i pannelli, i progetti, e mi si è sollevato il morale. Ho capito che potevo fare quello che desideravo: mettere a disposizione la mia esperienza, mi pare un modo onesto di svolgere la mia funzione. Assente? No, sono diversamente presente. Vengo periodicamente, ho tanti appuntamenti. Lavoro, più spesso fuori dell’aula. È vero, ci danno soldi, anche un po’ troppi, ma li metto tutti a disposizione del gruppo G124, i sei giovani architetti, selezionati tra 600, che studiano le periferie”.

Alla fine ci perde?

Piano sorride.

Architetto anche in Senato. Ha rinunciato a un ruolo politico?

“Mi sento diversamente politico. Sono indipendente, non indifferente alla politica”.

E il suo amico Beppe Grillo?

Piano appoggia la penna, non ha piacere ad affrontare il discorso, ma non sfugge: “L’affetto per Beppe è grande, come non voler bene a una persona come lui. Ma gliel’ho detto: devi tornare a fare il comico”.

Parliamo delle periferie?

“Sì. Quando Napolitano mi ha chiamato ho pensato: come senatore potrei impegnarmi a difendere la bellezza del Paese. Poi è nato il nostro gruppo e ho deciso di concentrarmi sulle periferie”.

Qualcuno vorrebbe raderle al suolo…

“Sarebbe un atto di violenza, di arroganza, simile a quello di chi le ha costruite”.

Come cancellare danni tanto profondi?

“Le periferie sono state costruite senza amore, senza cura per chi doveva viverci. Ma non sono tristi. Come diceva Calvino nelle Città invisibili in ogni luogo c’è un bagliore, un angolo di bellezza”.

Chissà se chi ci vive è d’accordo…

“È una bellezza che nasce dall’energia. Dalla vita. Le periferie sono la città che non sa di esserlo. Se il centro storico è il passato, i nuovi quartieri rappresentano la conquista, la speranza. Il futuro. Qui vive l’80-90% della popolazione. Dobbiamo impegnare tutte le nostre energie per recuperarle”.

Non teme che restino discorsi teorici?

“No, l’architettura può nutrirsi di filosofia, ma poi diventa assolutamente concreta. Trae spunto dai propri limiti per dare slancio alle idee”.

In tanti hanno lanciato grandi iniziative, cosa ne è rimasto? E dove trovare le risorse?

“Ecco il punto, dobbiamo puntare a un lavoro di rammendo”.

Rammendare lo Zen di Palermo, Scampia a Napoli, Tor Bella Monaca a Roma. Difficile, ci vivono milioni di persone. Bisogna recuperare il tessuto sociale, non solo quello architettonico…

“É così, e l’architettura gioca un ruolo importante. L’architettura è concretezza. Il primo, essenziale passo è portare qui le attività civiche. A New York abbiamo progettato un campus universitario ad Harlem. Nella banlieue di Parigi nascerà il nuovo tribunale. Bisogna portare nelle periferie le funzioni della città. Prima di tutto le scuole… pensate a quanto lavoro crea una scuola. E poi biblioteche, teatri, musei, ospedali, tribunali”.

Il secondo passo?

“Occorre, per cominciare, un consolidamento strutturale. Non penso a interventi faraonici, ma a quelli realizzati da imprese piccole, spesso guidate dai giovani. Immaginate che impatto avrebbe sul lavoro. Certo, oggi non è facile. Per interventi come questi si paga l’Iva fino al 22%. Bisogna riorganizzare i cantieri. Puntare a piccoli interventi anche con micro-finanziamenti”.

E gli abitanti?

“Facciamo cantieri tolleranti, come li chiamiamo noi, leggeri che non mandino via la gente durante i lavori”. Si rivolge a Giovanna: “Ti ricordi Gesuina?”.

Gesuina?

“Sì. A Otranto c’era una donna che abitava in un edificio che stavamo recuperando. Gesuina. Siamo riusciti a terminare i lavori senza allontanarla.

Terzo?

“L’adeguamento energetico. Che consentirebbe enormi risparmi, minore inquinamento e garantirebbe lavoro a industrie e piccole imprese”.

Nelle fotografie che tappezzano la sua stanza c’è un colore prevalente, il grigio…

“Quarto punto: il verde. Non è solo un fatto estetico o poetico, non è solo bellezza, per quanto importante. È assolutamente pratico: significa ridurre la temperatura d’estate di due, tre gradi. Così si abbattono anche i livelli di anidride carbonica. E si contribuisce al consolidamento del suolo, soprattutto dove, come a Genova, esiste un elevato rischio idrogeologico. In periferia c’è almeno un vantaggio, c’è più spazio, può essere

occupato dal verde”.

Ma alla fine le periferie restano tali, lontane dalla città, quella vera…

“No, devono diventare parte della città. Ecco un altro punto essenziale, le piazze. Oggi o non esistono o sono piuttosto dei vuoti. Bisogna realizzarle e portarci le attività del quartiere, devono essere un luogo dove la gente si incontra e confronta. Torniamo a scuole, centri civici, teatri”.

Se solo ci si potesse arrivare…

“I trasporti. Le metropolitane, certo, ma non soltanto. Ci sono gli autobus, il car sharing, le piste ciclabili. Bisogna intervenire sulle distanze”.

Le periferie sono state costruite sulla pelle degli abitanti. Come farli partecipare alla rinascita?

“Servono processi partecipativi. Bisogna ascoltare la gente, ma non per persuaderla, per imporre progetti già

decisi. Occorre ascoltare e accogliere il loro contributo”.

Rammendare le periferie. Ma come costruire quelle nuove?

“No, il presupposto del recupero delle periferie è non costruirne ancora. Bisogna crescere, ma per implosione. Completando, recuperando. Quanti edifici non utilizzati nelle nostre città”…

Stop alle costruzioni, al cemento: il ruolo della politica…

“Bisogna mantenere il primato del pubblico. Fare concorsi per i progetti, gli appalti e la diagnostica. Per rendere sicuri gli edifici sul nostro territorio”.

Bè, adesso che è senatore, può contribuire alle decisioni…

“Come senatore a vita potrei presentare disegni di legge, ma il mio ruolo è mettere a disposizione la mia esperienza. In vent’anni ospiteremo 120 architetti, poi vedremo, finché non mi cacciano io qui ci sto… siamo ironici”.

Renzi vuole abolire il Senato…

“Credo che sarà trasformato, è giusto. Spero che continui a chiamarsi Senato. Una bella cosa, come Camera Alta. L’abbiamo inventata noi, poi è stata sviluppata nel mondo, dagli Stati Uniti alla Francia”.

Renzi ascolterà le sue proposte?

“Il compito di un senatore a vita è seminare. Questo è stato un Paese disattento, ma spero che le nostre idee diventino leggi, abbiano effetti pratici. Altrimenti il lavoro andrebbe perso. E perderemmo la battaglia per le periferie”. (Alberto Garlini)

………………………….

AI MARGINI DELLA CITTÀ

VIVERE OSTAGGI DELL’ESPERIMENTO DI UN ARCHITETTO

di Tomaso Montanari, da “il Fatto Quotidiano” del 17/3/2014 – Da Palermo a Napoli, da Roma a Firenze si vedono le ferite dei mega-complessi griffati costruiti negli anni ’60 e ’70. –

   Uno dei tanti motivi per cui è istruttivo mettere a confronto “LA GRANDE BELLEZZA” (2013) con “LA DOLCE VITA” (1960) è che si può così toccare con mano quanto sia avanzata la rimozione delle periferie dall’immaginario collettivo dell’Italia di oggi.

   In Fellini, Roma è presente in tutta la sua scalatura urbanistica e sociale, in Sorrentino la città si identifica con il suo centro, e con un centro liftatissimo, senza nemmeno un segno di degrado (a parte quello morale di chi lo abita).

   IL DISCORSO SULLE PERIFERIE sembra riservato ai tecnici, ai sociologi o agli urbanisti: e quando approda al grande pubblico lo fa semmai con un documentario (vedi il caso di Sacro Gra).    CI SONO, ovviamente, molte eccezioni, e proprio una di esse (l’indimenticabile GOMORRA di Matteo Garrone, 2008), ha permesso agli italiani di ricordarsi che c’è un nesso strettissimo tra la malattia delle nostre città (le periferie) e la malattia della nostra comunità (in questo caso, la bestialità della camorra).    Ma SE OGGI FATICHIAMO A PARLARE DI PERIFERIE, è perché gli schemi di lettura elaborati nella seconda metà del Novecento sembrano inadeguati a rendere conto della loro estrema evoluzione (o piuttosto involuzione). L’immagine classica della periferia è legata al tragico fallimento di progetti nati con intenzioni opposte ai risultati che poi si verificarono.

   Il CORVIALE di Roma (progettato nel 1972, ultimato nel 1982) nasce come una reazione ‘ordinata’ e pianificata al disastro dei palazzinari; lo ZEN (Zona Espansione Nord) di Palermo è un’opera pensatissima di Vittorio Gregotti; le VELE di Scampia, progettate negli anni Sessanta, da Franz Di Salvo avevano l’ambizione di fare Le Corbusier a Napoli; le PIAGGE di Firenze, nacquero, negli stessi anni, come un quartiere modello.

   Eppure tutti QUESTI QUARTIERI SONO STATI CLAMOROSI FALLIMENTI, diventati simbolo di una convivenza ridotta a macelleria reciproca, anti-città per eccellenza: e questo è avvenuto un po’ per problemi intrinseci alla progettazione, ma moltissimo per l’incapacità della politica di governare e assistere il cambiamento sociale che questi quartieri imponevano.

   Periferia è, letteralmente, ciò che sta intorno: e tutti questi luoghi sono stati pensati, ma non sono mai diventati, parti di un tutto orbitante intorno ad un centro.    MA OGGI è quasi impossibile parlare di periferie in questo senso classico. Oggi non siamo di fronte a progetti falliti, ma all’assenza di un qualsiasi progetto, cioè alla proliferazione cancerosa di quello che gli urbanisti chiamano «SPRAWL» (letteralmente: disordine): un’URBANIZZAZIONE SELVAGGIA che consuma il suolo intorno alle città senza alcuna pianificazione.

   Un italiano su quattro vive o lavora in queste aree: come ha scritto l’architetto e antropologo Franco La Cecla, «la forma urbis è scoppiata. La sua espansione indefinita ne vanifica non solo i confini, ma anche il centro. Nel nuovo paesaggio di suburbi, lo spazio restante tra gli agglomerati perde il carattere di filtro e assume quello di terra di nessuno».

   È quello che è accaduto al Veneto (esemplare il caso di Negrar, a Verona), ma anche in Emilia o vicino a Pescara, tra Firenze e Pistoia o TRA ROMA E NAPOLI, DUE METROPOLI CHE SI AVVIANO AD ESSERE «UNA SOLA DISORDINATA CONURBAZIONE CHE CRESCE PER UNA SORTA DI PROPAGAZIONE SPONTANEA» (Salvatore Settis).

   E questo è lo scenario di un nuovo scontro: non il conflitto di classi delle vecchie periferie, ma LA «GUERRA CIVILE MOLECOLARE», CIOÈ LA GUERRIGLIA DEGLI INDIVIDUI ISOLATI, di cui parla lo scrittore tedesco Hans Magnus Enzensberger.

   Contemporaneamente anche i centri storici si trasformano in scenari dello stesso conflitto. Lo storico e sociologo americano CRISTOPHER LASCH ha notato che FRA LE RAGIONI DEL DETERIORAMENTO DELLA DEMOCRAZIA VA ANNOVERATA LA «DECADENZA DELLE ISTITUZIONI CIVICHE, DAI PARTITI POLITICI AI PARCHI PUBBLICI, AI LUOGHI D’INCONTRO INFORMALI … su di loro, oggi, incombe la minaccia dell’estinzione, man mano che i ritrovi di quartiere cedono il passo agli shopping malls, alle catene di fast food, ai take away. … GLI SHOPPING MALLS SONO ABITATI DA CORPORAZIONI DI TRANSEUNTI, NON DA UNA COMUNITÀ … Quando il mercato esercita il diritto di prelazione su qualsiasi spazio pubblico e la socializzazione deve ‘ritirarsi’ nei club privati, la gente corre il rischio di perdere la capacità di autogovernarsi».

   Tuttavia, i sindaci delle nostre città preferiscono commissionare un logo, costruire un brand, commissionare l’ennesimo lifting ai monumenti-simbolo piuttosto che porsi il problema di questi imbarazzanti cimiteri verticali per vivi che ci ostiniamo a chiamare periferie, anche se crescono ormai intorno al nulla. Come sempre in Italia, l’unica reazione è la rimozione. (Tomaso Montanari)

……………………………

28/09/2012

“LAVORARE DI NOTTE È BELLO”, VIAGGIO NELL’ALTRA MILANO

di Alessandro Da Rold e Dario Ronzoni, da LINKIESTA (www.linkiesta.it/)

   FARMACISTI, TASSISTI, PORTIERI DI NOTTE. Tra Linate e l’Ortomercato, tutti hanno storie da raccontare, e anni passati nel mondo notturno. Dove le regole e le persone sono diverse, e così anche la solidarietà e la violenza. Qui gli intrusi sono quelli che vanno a ballare, e il giorno che arriva è l’inizio della fine.

   Il tour della Milano che lavora di notte comincia al SUPERMERCATO Carrefour di piazza principessa Clotilde, aperto 24 ore su 24, sette giorni su sette. La gente è poca, e i gestori sono due. Niente cassiere o cassieri. Il più timido non parla. L’altro, invece, sembra non aspettare altro: «Lavorare di notte? L’ho scelto io. Me lo hanno chiesto, e io ho accettato». Per lui è un trampolino per la carriera. «Lavoro nel settore da dieci anni, ma voglio crescere. Sono partito dalla gastronomia, e ho girato tutto. Questo è un settore di responsabilità». Ma la verità è anche che «di notte il lavoro è più tranquillo, i clienti sono pochi e questo mi piace: il rapporto con il cliente, alla lunga non lo sopporto», sorride.

   Lavorare di notte è diverso. Non è una questione di orari, o di luce. LA NOTTE È UN’ALTRA CITTÀ, HA REGOLE E RITMI SUOI. PIÙ TENUI, MA SOLO ALL’APPARENZA. È «più tranquillo», come dice il farmacista all’angolo di piazza Clotilde, e come ripetono anche gli operatori dell’Amsa. «Ci sono alcuni sbandati, certo». Gli ubriachi della movida, ma anche soltanto balordi che sembrano vivere solo di notte. Arrivano di fronte al Carrefour, biascicano parole con le guardie, e mimano gesti incomprensibili. «Sono anche simpatici», commenta uno della security del supermercato. «Ma vengono sempre qui». Si lamenta. «Il problema è che non puoi menarli», si lamenta.

   Però è tranquillo. Il titolare della farmacia, che da sei anni fa turni notturni, non ha dubbi. «Di notte, d’inverno, entrano i barboni all’improvviso, e non vogliono più uscire». Non sono pericolosi, «ma io temo sempre il pazzo». Le rapine, «quelle no, quelle non sono un problema. Entrano e rubano. Sono le persone che non riesco a prevedere, che temo di più». Poi, ci sono prostitute, che comprano preservativi e medicinali, e altri che si riforniscono di farmaci per l’automedicazione. «Credo che ci taglino la droga». Ma la notte è un’altra cosa, «sono clienti come tutti». Il lavoro è solitario, e chi vive di notte è solidale. Si riconoscono, tra loro, come se avessero in comune un’abitudine che li renda diversi da tutta la gente che vive di giorno. Conoscere la notte ti cambia.

   «Ormai i nostri ritmi sono tutti diversi. Andiamo a dormire alle otto, ci alziamo per le due del pomeriggio», spiegano i dipendenti dell’Amsa. I loro mezzi percorrono le strade e le puliscono, svuotano i cestini, disintossicano la città mentre dorme. Lavorano di notte da anni. Chi dieci, chi dodici. Mai avuto problemi? «Alcuni ragazzi ubriachi. Era il giorno della vittoria dell’Inter alla Champions», racconta uno di loro. «Volevano un passaggio con il mezzo pulitore. Io gli dicevo di no, e si sono arrabbiati. Uno mi ha tirato un pugno al collo, e mi hanno spaccato il vetro». Pericoloso. «Sì, ma io ne ho lasciato a terra uno», sorride, mostrando il pugno, «rompendomi la mano». Altre regole, quelle della notte. Chi passa la notte a festeggiare, non le capisce. «Noi aspettiamo che finiscano e se ne vadano, per pulire». Altrimenti, «ci tirano contro le bottiglie, fanno di tutto». Finisce il quarto d’ora di pausa, e ritornano sul mezzo, a pulire le strade. «Ma niente foto, che di questi tempi, poi sa i capi non capiscono».

   OGNI PARTE DELLA CITTÀ DIVENTA UN SUO MONDO. La Stazione centrale è deserta e chiusa, una guardia della sicurezza sorveglia l’androne tenendo chiuse le porte: fuori in tanti dormono sul marciapiede. Il viavai dei tassisti è moderato. C’è chi guarda un film, o chiacchiera con il collega. «Se lavoro di notte è perché anche mia moglie lo fa. In questo modo siamo coordinati», spiega uno di loro. «Si lavora meno, perché ci sono meno viaggi da fare. Ma in un quarto d’ora si può attraversare tutta la città». I ritmi sono tenui, «Ma la sicurezza è poca. Rapine? Ce ne sono tante. Ancora di più scappano senza pagare. E poi devi prendere di tutto. Prostitute, travestiti, e ragazzi che escono dai locali». Quelli sono un vero pericolo: «cosa faccio se vomitano in macchina? La mia nottata di lavoro si chiude. Tempo buttato via». Si capisce che chi lavora di notte non apprezza chi la passa a divertirsi. Sono visti come intrusi, perché dilatano i ritmi e le regole del giorno.

   Invece, LAVORARE DI NOTTE SIGNIFICA CONCEDERSI UNO STILE DIVERSO. Persone diverse, a volte bizzarre, e fatti su cui è meglio essere discreti: «Qui nella reception la notte è molto noiosa», racconta il portiere di notte di un hotel di via Torriani. Sono alberghi che circondano la stazione, luoghi di passaggio e di incontro di gente strana. Ma è una posa: le cose succedono, tanto che lui sta «scrivendo un libro di aneddoti». E sono cose non da poco. Arresti di spacciatori colombiani, orge «organizzate non si sa come, in cui la gente pagava le camere, ma non prendeva le chiavi», perché si ritrovavano tutti nella stessa camera.

   E SE NON È IL TEMPO DEL PECCATO, È IL TEMPO DELL’OSSERVAZIONE. Chi non può dormire, guarda. «Ho visto Milano passare di qui, nei miei vent’anni di edicolante», spiega Walter, nella sua edicola della Bovisa. «E Milano è cambiata. Sono cambiati i clienti. Le persone. Le cose che fanno». In sostanza, l’edicola va male, («sono tempi durissimi») i giornali vendono poco, e anche i film hard. Passano in pochi, pochissimi si fermano a parlare. «Gli altri sono stranieri, e comprano solo ricariche del telefono». Nell’Edicolaccia, tra Paolo Sarpi e viale Ceresio l’umore è migliore, perché il settore del porno va ancora bene. «Vogliono cose di qualità, che Internet non può ancora dare», ridacchia il titolare. Racconta anche aneddoti divertenti, dal signore elegantissimo che cerca di rubacchiare cd infilandoseli nei pantaloni, al disturbato che si infila in bocca il fallo di gomma in vendita. Ma poi torna cupo. «Lavorare di notte non mi pesa. Mi pesa Milano, com’è cambiata. Ho 56 anni, ma non tornerei ventenne con la mentalità di adesso». Ora «si pensa solo alla bottiglia e alla droga». Ai suoi tempi, «c’era altro». E ancora, lo sguardo è eloquente, verso la sua mercanzia. Ma è l’Edicolaccia, stupirsene sarebbe blasfemo.

   Invece, Efisio ha visto passare al suo baracchino per panini in viale Sempione clienti speciali. Passare e andare via. Sembra un chiosco comune e simile a tanti, che si trovano aperti fino a tardissimo (o prestissimo, perché i confini della notte sono incerti) nelle strade di Milano, ma è solo apparenza. Da lui ci andavano pezzi grossi, politici. Si racconta che nelle notti si ritrovano a mangiare panini e discutere strategie i capoccia del Pdl. «Conosco Maullu, perché è sardo come me», spiega Efisio e forse è questo il trait-d’union. Ma non solo. «Ho incontrato anche altre persone, come Lupi,». E poi «Ho conosciuto la Moratti, che mi ha dato questa targa», e la mostra orgoglioso, «l’anno scorso, come premio». «E prima ancora, il sindaco Albertini», che ha festeggiato lì la sua doppia elezione.

   Efisio è al centro di strade di potere. «Da questa parte c’è la Rai», indica. «Di là, la Guardia di Finanza». Poi, «c’era anche il locale di Vasco». E sotto le sue tende, si ritrovano (o ritrovavano) i vertici Pdl «Sono passati tutti di qua, da Efisio», sorride, con la testa all’insù, orecchino e sguardo furbo. Li ha visti passare e scomparire. Come dice il suo aiutante, «noi siamo ancora qua». Eh già.

   Solo all’ORTOMERCATO la notte diventa caotica, rumorosa come una mattinata. Qui non c’è il silenzio della città, o la calma spettrale di Linate, dove tutto è chiuso e si aggirano solo passeggeri e barboni. Nella confusione, casse di ortaggi e frutta vengono trasportati, depositati, scaricati e affastellati, pesati, separati, sollevati, divisi, assommati. Una ressa fatta di muraglie di pomodori, che si affiancano a torri di zucche e albicocche.

   I fornitori sono arrivati, gli intermediari sfrecciano su biciclette e muletti velocissimi. «Il lavoro comincia alle quattro di notte, ma per i camion che vengono più da lontano, come la Sicilia, anche alle tre». La grande ressa, però, «si crea solo alle cinque». I mercanti e i venditori all’ingrosso si incontrano, gridano, trattano su prezzi e qualità. Alcuni litigano, ma si conoscono tutti. Insieme, ci sono i tuttofare, giovani stranieri, perlopiù abusivi, che trasportano casse e cose per conto di altri. «Entrano di nascosto, verso le quattro, e cominciano subito a lavorare». Fermarli è impossibile, il rischio piuttosto è di venire investiti. Cercano di gestire più trasportatori, che li pagano a seconda di quanto riescono a spostare. Si può arrivare anche a più di cento euro al giorno. «Il loro lavoro dura quattro ore. Alle otto hanno finito il grosso». Il viaggio, ormai, è al termine della notte, e le prime luci dell’alba si affacciano sul caotico va e vieni di camion e muletti, sulle grida di prezzi e discussioni.

   La quiete di una Milano che ancora sonnecchia, è sempre più illuminata. Nelle vie centrali, l’inizio del giorno accompagna la chiusura delle farmacie e il riposo degli spazzini. Il buio scompare, cambiano le regole, ritorna la normalità e la folla. I primi sono pendolari e pensionati con animali. La luce ritorna sulla frutta e sulla verdura, che viene esposta nei mercati e nei negozi. Un altro giorno è arrivato, con le sue norme e i suoi divieti. Mentre la notte, e chi ci lavora, lascia il passo.

……………………………..

Su questo tema vedi anche in questo blog: 

https://geograficamente.wordpress.com/2012/01/16/la-liberalizzazione-degli-orari-di-apertura-dei-negozi-opportunita-concreta-di-una-rivitalizzazione-geografica-dei-centri-storici-ma-ancor-di-piu-delle-periferie-diffuse-nei-medio-piccoli-comuni/#comment-2447

…… 

https://geograficamente.wordpress.com/2012/09/19/la-citta-cosa-sara-scenari-citta-aperte-o-chiuse-citta-ideale-o-citta-reale-medievale-disordinata-o-rinascimentale-ordinata-citta-speculazione-edilizia-sfr/

……………………………………

…………………………

CITTA’ PIU’ VERDI

da “Il Mattino di Padova” del 23/4/2014

– Un miliardo di voci chiedono ai governi di salvare il Pianeta – Obbiettivo del 2014 è rendere le città più verdi promuovendo l’utilizzo delle fonti energetiche rinnovabili –

   Una rete con oltre un miliardo di persone in 192 Paesi nel mondo si è mobilitata per proteggere il Pianeta. Nella 44/a edizione dell’EARTHDAY, la Giornata della Terra istituita dall’Onu, in cui si celebrano le città “verdi”, da SYDNEY a NUOVA DELHI, da NEW YORK a ROMA, al CAIRO, da PECHINO a BEIRUT, dall’AMAZZONIA a HONOLULU, a WASHINGTON e a MOSCA, sono state organizzate manifestazioni per chiedere azioni concrete ai governi per fermare i disastri ambientali.

   «L’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo e la terra dove cresce il nostro cibo sono parte di un ecosistema globale delicato, che è sempre più sotto pressione per colpa della mano pesante dell’uomo» ha avvertito il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, lanciando un appello a prendersi cura del Pianeta, «la nostra unica casa», promuovendo lo sviluppo sostenibile e l’utilizzo di fonti energetiche rinnovabili.

   L’Sos sull’urgenza di ridurre le emissioni globali di gas serra, combattere i cambiamenti climatici, vivere in modo più eco-friendly e proteggere così le generazioni future è una causa che va avanti per tutto l’anno: l’impegno si concentra sulle misure per un futuro più sostenibile soprattutto nelle città dove ormai si concentra la metà della popolazione mondiale.

   Il focus è nel risparmio di energia, nell’uso delle rinnovabili, nella lotta agli sprechi, nell’aumento di aree verdi; significa ridisegnare i trasporti, i sistemi energetici, l’edilizia. Per il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti, «in un mondo che continua a consumare risorse naturali che non sono infinite, ogni governo ha il dovere morale di affrontare la salvaguardia del pianeta come un’emergenza immediata».

   C’è l’impegno per rilanciare la crescita italiana ed europea attraverso «un’economia completamente ambientale e sostenibile, costruita su un modello circolare di riutilizzo immediato di ciò che si usa, sulla riduzione delle emissioni nocive per una migliore qualità della vita e per frenare i cambiamenti climatici di cui paghiamo già le conseguenze, sulla limitazione drastica degli sprechi di cibo e acqua, sulle fonti rinnovabili, sulla messa in sicurezza del territorio. E ancora sulla difesa dei mari, della natura e delle specie protette», ha detto ancora il titolare dell’Ambiente.

   Insomma occorre rafforzare la sensibilità ambientale dei cittadini, partendo dalle scuole. Questa giornata «deve essere un momento di riflessione sulla tutela del nostro territorio e sulla capacità produttiva che avremo in futuro», gli ha fatto eco il ministro delle Politiche agricole, Maurizio Martina, ricordando che «in Italia, NEGLI ULTIMI 5 ANNI, ABBIAMO PERSO 70 ETTARI DI TERRENO AL GIORNO».

   «Dobbiamo intervenire in fretta. Siamo impegnati affinché il nostro Paese abbia una legge adeguata sul contenimento del consumo del suolo», aggiunge il ministro. L’ITALIA HA PERSO NEGLI ULTIMI VENTI ANNI IL 15% DELLE CAMPAGNE PER EFFETTO DELLA CEMENTIFICAZIONE E DELL’ABBANDONO, provocati da un modello di sviluppo sbagliato che ha RIDOTTO DI 2,15 MILIONI DI ETTARI LA TERRA COLTIVATA, è l’allarme lanciato anche dalla Coldiretti mentre per l’Associazione nazionale bonifiche e irrigazioni (Anbi) «non può esserci green city senza sicurezza idrogeologica».

   Legambiente auspica infine che l’Earth Day 2014 sia l’ultimo senza i delitti contro l’ambiente nel codice penale visto che «sono OLTRE 30 MILA OGNI ANNO I REATI COMMESSI CONTRO L’AMBIENTE: un’attività che frutta a chi delinque – segnala l’associazione – oltre 16 miliardi di euro».

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...