LO SCIOPERO DEGLI SHERPA DEL NEPAL dopo la tragedia dell’EVEREST (16 di loro morti travolti da una valanga) – Un TURISMO ALPINISTICO divenuto di massa che richiede REGOLE e RESTRIZIONI, RISPETTO della natura, TUTELA dei “lavoratori turistici” della montagna (come sono gli sherpa nell’Himalaya)

Sono almeno sedici gli SHERPA che hanno perso la vita sull'Everest (tra guide e portatori d’alta quota). La tragedia è avvenuta in una zona chiamata il 'CAMPO DI POPCORN', lungo il percorso che conduce al  GHIACCIAIO DEL KHUMBU. LA VALANGA SI È ABBATTUTA APPENA SOTTO AL CAMPO 1 della montagna ad un’altezza di circa 5.800 metri ALLE 6.30 LOCALI DI VENERDÌ 18 APRILE, LE 2.45 IN ITALIA. Le guide erano uscite presto per preparare la via normale di salita al Tetto del Mondo prima dell’inizio dell’alta stagione, che comincia a fine aprile
Sono almeno sedici gli SHERPA che hanno perso la vita sull’Everest (tra guide e portatori d’alta quota). La tragedia è avvenuta in una zona chiamata il ‘CAMPO DI POPCORN’, lungo il percorso che conduce al GHIACCIAIO DEL KHUMBU. LA VALANGA SI È ABBATTUTA APPENA SOTTO AL CAMPO 1 della montagna ad un’altezza di circa 5.800 metri ALLE 6.30 LOCALI DI VENERDÌ 18 APRILE, LE 2.45 IN ITALIA. Le guide erano uscite presto per preparare la via normale di salita al Tetto del Mondo prima dell’inizio dell’alta stagione, che comincia a fine aprile

   Sono almeno sedici gli SHERPA che hanno perso la vita sull’Everest (tra guide e portatori d’alta quota), travolti da una valanga all’alba del 18 aprile a circa 6.000 metri di altitudine, mentre preparavano delle vie di salita alla vetta in vista dell’inizio della stagione delle ascese. Si tratta del peggiore incidente di sempre sul cosiddetto tetto del mondo, 8.848 metri.

   Questa tragedia ha suscitato molto clamore, e dispiacere, e lo sciopero degli sherpa continua (specie i più giovani sono i più agguerriti: non vogliono fare la vita di puro sfruttamento e di rischio dei padri)… Anche se temiamo che, ottenuto qualche compenso e assicurazione da parte di questi lavoratori del turismo delle alte vette del Nepal, non se ne parlerà più.

(da Wikipedia)
(da Wikipedia)

   Sarà una vicenda (questa dei sedici morti) a poco a poco assorbita dal fatto che il business messo in piedi con il turismo alpinistico in Nepal è così grande (e importante) che conviene a tutti far sì che ogni cosa proceda come prima: lo stato nepalese, le agenzie private che organizzano questo turismo, il (povero) sistema commerciale di quel paese, gli alpinisti (e i pseudo alpinisti indubbiamente appassionati di montagna che si inventano scalatori…). E, tra l’altro, a guadagnarci per il momento è la Cina, che annuncia la totale apertura del versante tibetano dell’Everest e attende i clienti.

   Un campo base con almeno 10.000 persone in primavera in attesa di salire, con rifiuti smaltiti non si sa come (e i rifiuti abbandonati ci sono anche nella salita); lunghe file (code) nei punti critici dell’ascesa, infortuni e morti… e, questo popolo degli sherpa (riciclatisi da qualche decennio in portatori e accompagnatori dei turisti) che rischiano la vita molto di più dei loro turisti che accompagnano.

Nella foto: Una lunga fila sull’HILLARY STEP (è sull’EVEREST un salto di roccia alto una decina di metri a quota 8.760 metri) il 19 maggio 2012. Qualcuno ha aspettato al freddo per ben due ore per superare questo sperone di 12 metri appena sotto la cima (a 8.848 metri). Nonostante tutto, quel giorno sono arrivate in vetta 234 persone. Quattro alpinisti hanno perso la vita. (Fotografia di Subin Thakuri, Utmost adventure trekking – foto ripresa da http://www.nationalgeographic.it/ del 20/6/2013)
Nella foto: Una lunga fila sull’HILLARY STEP (è sull’EVEREST un salto di roccia alto una decina di metri a quota 8.760 metri) il 19 maggio 2012. Qualcuno ha aspettato al freddo per ben due ore per superare questo sperone di 12 metri appena sotto la cima (a 8.848 metri). Nonostante tutto, quel giorno sono arrivate in vetta 234 persone. Quattro alpinisti hanno perso la vita. (Fotografia di Subin Thakuri, Utmost adventure trekking – foto ripresa da http://www.nationalgeographic.it/ del 20/6/2013)

   Sono molti i motivi per cui uno sherpa rischia “di più”. Agli sherpa non viene fornita la stessa quantità di ossigeno (motivi di costo troppo elevato delle bombole e difficoltà nel loro trasporto); non vengono mai prescritte a loro medicine per evitare edemi cerebrali o polmonari che si rischiano ad alta quota; una guida straniera, che gestisce e organizza la spedizione, secondo il National Geographic guadagna fra i 50mila e i 100mila dollari a spedizione, ben più di dieci volte lo stipendio di uno sherpa.

   Ma non è questo il problema principale (è vero che uno sherpa guadagna meno, ma il potere d’acquisto è ben maggiore in Nepal) quanto il fatto che GLI SHERPA NON HANNO TUTELE AL RISCHIO DI INCIDENTE (mortale o invalidante); e le stesse agenzie per cui essi lavorano, dalle quali sono incaricati, danno loro i maggiori pesi da portare, li fanno rischiare di più…insomma vengono trattati senza le garanzie dei dipendenti “non sherpa” che queste agenzie hanno.

Gli SHERPA sono un’ETNIA delle MONTAGNE DEL NEPAL, con una popolazione di circa 160.000 persone. Hanno una loro lingua (appunto la lingua sherpa); e vengono identificati TRA QUELLI CHE FANNO DA GUIDE E DA PORTATORI DI ALTA QUOTA ingaggiati per le spedizioni sull’HIMALAYA
Gli SHERPA sono un’ETNIA delle MONTAGNE DEL NEPAL, con una popolazione di circa 160.000 persone. Hanno una loro lingua (appunto la lingua sherpa); e vengono identificati TRA QUELLI CHE FANNO DA GUIDE E DA PORTATORI DI ALTA QUOTA ingaggiati per le spedizioni sull’HIMALAYA

   Ma la necessità che qui vogliamo porre all’attenzione, ribadire, è: CHE SENSO HA QUESTO TURISMO ALPINISTICO? …che riempie l’Himalaya di rifiuti e inquinamenti, che fa rischiare la vita a popolazioni autoctone come gli sherpa, che tenta di dare “soddisfazione” a turisti occidentali (molto ricchi, perché queste “avventure” costano decine di migliaia di dollari, sicuramente più di 50.000…) che, pur indubbiamente appassionati di montagna, cercano l’avventura della loro vita in un alpinismo di massa che non ha senso?

   E’ chiaro che la cosa non riguarda solo il turismo nepalese. Capita anche da noi di vedere gruppi numerosi di escursionisti abbarbicati in sentieri o pareti e mal in arnese in luoghi topici delle Dolomiti (o altre montagne famose) e chiederci se questo ha ancora un senso. Per non parlare di sentieri di montagna usati con le mountain bike, o, peggio ancora, con l’uso di veicoli motorizzati (sta accadendo anche questo)….

L'HIMALAYA, detta anche TETTO DEL MONDO, è una CATENA MONTUOSA DELL'ASIA, che separa India, Pakistan, Nepal e Bhutan dal Tibet (che è sotto il dominio della Cina). È LUNGA CIRCA 2.400 KM per una larghezza di circa 100–200 km; è connessa verso occidente con la catena dell'HINDU KUSH afgano. Vi sono comprese le più alte vette del mondo, tra cui i QUATTORDICI OTTOMILA, come il MONTE EVEREST (8848 m), il K2 (8611 m) ed il KANCHENJUNGA (8589 m). In lingua sanscritta, Himalaya significa la DIMORA DELLE NEVI ETERNE (da Wikipedia)
L’HIMALAYA, detta anche TETTO DEL MONDO, è una CATENA MONTUOSA DELL’ASIA, che separa India, Pakistan, Nepal e Bhutan dal Tibet (che è sotto il dominio della Cina). È LUNGA CIRCA 2.400 KM per una larghezza di circa 100–200 km; è connessa verso occidente con la catena dell’HINDU KUSH afgano. Vi sono comprese le più alte vette del mondo, tra cui i QUATTORDICI OTTOMILA, come il MONTE EVEREST (8848 m), il K2 (8611 m) ed il KANCHENJUNGA (8589 m). In lingua sanscritta, Himalaya significa la DIMORA DELLE NEVI ETERNE (da Wikipedia)

   Che fare allora? Impensabile, per restare nel tema delle alte vette himalaiane, che non possa esserci più turismo (sarebbe una battaglia perduta in partenza). Ma da subito è necessario richiedere, a livello internazionale (un governo nazionale, come quello nepalese, indipendente, può decidere come vuole…) norme di tutela e garanzia massima per i “lavoratori di questo turismo”, cioè gli sherpa. Questo sembra cosa possibile da farsi (una pressione politica di tal genere da parte di Organismi internazionali come l’Onu)….

   Poi ci sono degli accorgimenti, delle “regole” per valutare la professionalità degli alpinisti. Nel caso dell’Everest e del sovraffollamento (con tra l’altro alpinisti impreparati) in un articolo di Luca Pieroni su www.agoravox.it/che in questo post vi proponiamo si dice che si potrebbe creare UNA SORTA DI «PATENTE» (per ogni alpinista che obblighi a tentare la vetta) DI ALTRI DUE OTTOMILA PRIMA DI AFFRONTARE IL TETTO DEL MONDO. Questo distribuirebbe il flusso di persone (e di dollari) anche in altre vallate del paese, rendendo più leggere le pressioni ed i carichi di lavoro sostenuti dagli sherpa.

CAMPO BASE DELL EVEREST (dal sito ww.share-everest.org)
CAMPO BASE DELL EVEREST (dal sito ww.share-everest.org)

   Resta il fatto che un’educazione alla montagna, a un “turismo responsabile” passa anche per politiche di sensibilizzazione che ogni singolo Stato dovrebbe fare (per noi l’Europa….potrebbe essere un tema tra i tanti per la campagna elettorale) affinché il “viaggio”, la “scoperta di nuovi luoghi”, e così anche “la montagna” , sia vissuto con un solido equilibrio di persone mature, in grado di capire i propri limiti (per dire: buona parte dei turisti dell’Everest sanno poco usare gli strumenti di sicurezza dell’alpinista…).

Ma ancor di più che non ha senso andare a “scoprire” luoghi oramai intasati da altri turisti, e che proprio per questo diventano impossibili da dare quell’ “esperienza esclusiva” (la montagna vista nella sua bellezza solitaria) e di “prova” della nostra capacità psico-fisica di raggiungere posti impervi, proprio perché quei luoghi sono diventati “di massa”; e con la nostra ulteriore presenza rischiano di perdere ancor di più ogni loro originalità (e diventa solo come andare la domenica in un centro commerciale) (e la cosa vale anche per quelle nostre montagne più famose ora troppo frequentate).

   E si dovrà ragionare su economie montane (anche di stati montani come il Nepal) diverse dal mero esclusivo turismo predatore. (s.m.)

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TUTTI GLI ALPINISTI GIÙ DALL’EVEREST: SHERPA IN SCIOPERO, STOP ALLE SCALATE

di Lorenzo Cremonesi, da www.corriere.it/esteri/ del 26/4/2014

– Nepal: Le guide locali più giovani chiedono un aumento dei compensi – Continua la protesta dopo la morte dei 16 sherpa: in 500 via dal campo base. Alpinisti confessano di aver trascorso notti in tenda con «la piccozza vicino al sacco a pelo» –

   Un lieve strato di neve fresca imbianca da ieri mattina quello che resta del gigantesco campo base a 5.400 metri d’altezza sulla faccia nepalese dell’Everest. GLI ALPINISTI TORNANO A VALLE. C’è il diciottenne malato di epilessia arrivato dall’Inghilterra che voleva essere un modello del «tutto è possibile». Ci sono i cacciatori di primati: il padre che vuole portare il figlio giovanissimo sulla cima più alta della Terra. Chi cerca di salire da skyrunner e da anni si allena alle grandi altezze.

   Il New York Times racconta dell’uomo d’affari che ha rinunciato al lavoro e venduto l’appartamento pur di tentare la vetta. E dell’operaio della California che sperava di spargere le ceneri del fratello morto troppo giovane sui pendii sommitali, il punto più vicino al cielo.

   Invece il campo dei sogni adesso è fatto di piazzole abbandonate, tende smontate in fretta e furia. Neve dove prima stavano le zone delle toilette (obbligatorie per ogni spedizione). E neve sulla traccia di sentiero verso la zona delle corde fisse, i ponticelli di alluminio pensili, i fittoni per la sicurezza piantati dagli sherpa sulla muraglia azzurrina segnata dalle fessure nere dei crepacci e dai lati pendenti dei seracchi che forma la «ice fall», la temibile cascata di ghiaccio.

   I pochi alpinisti occidentali rimasti segnalano sui loro blog e nei messaggi via telefono satellitare ciò che da Katmandu i funzionari governativi confermano da almeno tre giorni: GLI SHERPA SONO IN SCIOPERO, LA STAGIONE DELLE SALITE AI 8.850 METRI DEL «TETTO DEL MONDO» È BLOCCATA.

   «Il 2014 è l’anno nero dell’Everest», lamentano portatori e clienti. È la conseguenza della VALANGA CHE ALL’ALBA DEL 18 APRILE HA FALCIDIATO ALMENO SEDICI TRA GUIDE E PORTATORI D’ALTA QUOTA (tre restano sotto il ghiaccio).

   Secondo i racconti degli alpinisti stranieri, OGGI LE NUOVE GENERAZIONI DI PORTATORI SONO MOLTO PIÙ AGGUERRITE DEI PADRI, chiedono paghe migliori, vogliono essere assicurati, esigono la riduzione dei carichi, un limite alle ore di lavoro.

   Il 49enne Jon Reiter, che aveva con sé le ceneri del fratello Jesse, confessa di aver cambiato il suo modo di guardare alla montagna. «Provo un grande dolore», spiega alla stampa americana ricordando le sue impressioni mentre seguiva dalla tenda le operazioni di recupero dei morti. «Tornerò a casa e abbraccerò mio figlio dodicenne. Avevo investito molti anni della mia vita in questa avventura. Ma penso che ora le montagne siano alle mie spalle. Apprezzerò ciò che possiedo e le mie fortune».

   Qualche anno fa gli sherpa chiedevano sino a 500 dollari a qualsiasi visitatore privo di permesso per la cima che volesse salire qualche centinaio di metri verso il primo campo. Avevano lavorato duro per attrezzare la «ice fall» ed esigevano un compenso. Ma adesso la tragedia li spinge a volere molto di più dal loro governo e soprattutto dalle spedizioni straniere.

   LA LORO RABBIA È SCOPPIATA, anche con manifestazioni violente, quando il MINISTERO DEGLI INTERNI ha risposto alla richiesta di indennizzo PROMETTENDO 410 DOLLARI ALLE FAMIGLIE DELLE VITTIME. Ora la somma è stata alzata a 15.000 dollari. Ma il clima resta incandescente.

   «Alcuni gruppi di sherpa particolarmente giovani minacciano di aggredire chi tra i loro colleghi vorrebbe comunque continuare le ascensioni assieme ai suoi clienti», nota Tim Mosedale, capo spedizione inglese rimasto al campo base. È uno dei pochi.

   Una settimana fa erano in oltre 300 gli stranieri pronti alla salita. Ora sono rimasti una cinquantina (un centinaio tra sherpa e stranieri da 600 che erano pochi giorni fa). Alcuni confessano di aver trascorso le ultime notti in tenda con «la piccozza vicino al sacco a pelo».

   I più militanti tra gli sherpa decisi a ottenere paghe migliori e condizioni previdenziali più alte minacciano quelli disposti invece a riprendere il lavoro. COSÌ LO SHOCK PER LA TRAGEDIA SI STA TRASFORMANDO IN DURA LOTTA SINDACALE. Le loro proteste sono già emerse più volte in passato. Ma non era mai avvenuto che la stagione delle salite all’Everest venisse annullata in questo modo.

   PER IL NEPAL È LA PARALISI DI UN BUSINESS PROFICUO. Gli occidentali possono arrivare a spendere 100.000 dollari per salire. Non a caso i permessi validi in questa stagione sono stati prolungati per i prossimi cinque anni. A Katmandu ricordano che gli stipendi medi degli sherpa superano in tre mesi di oltre dieci volte il reddito medio di una famiglia nepalese.

   A GUADAGNARCI PER IL MOMENTO È LA CINA, che annuncia la totale apertura del versante tibetano dell’Everest e attende nuovi clienti. (Lorenzo Cremonesi)

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salita in fila indiana sull Everest (foto dell'alpinista Simone Moro)
salita in fila indiana sull Everest (foto dell’alpinista Simone Moro)

«INCIDENTE SUL LAVORO»

   Reinhold Messner, l’alpinista altoatesino che per primo nel 1978 salì sull’Everest senza ossigeno parla di «incidente sul lavoro e non di incidente alpinistico». Le persone travolte dalla valanga «erano lavoratori stradali che preparano le piste per gli operatori turistici». Una tale tragedia era «in qualche modo prevedibile», ha aggiunto Messner osservando che il «turismo alpinistico», in crescita negli ultimi anni, richiede piste preparate sempre meglio. «E gli sherpa si assumono i rischi», molto più alti di quelli dei clienti degli operatori turistici, sottolinea lo scalatore altoatesino. La valanga «ha colpito soprattutto giovani padri di famiglia che vivono di questo» e «pertanto dovremmo chiederci se il turismo alpinistico in queste circostanze sia giustificabile». (da “Corriere.it” del 18/4/2014)

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LO SCIOPERO DEGLI SHERPA NEPALESI

da IL POST.IT (www.ilpost.it/) del 24/4/2014

– Dopo la valanga che ha ucciso 16 sherpa sull’Everest, tutto il business turistico è nei guai, non solo in Nepal –

   La mattina di venerdì 18 aprile una valanga ha causato la morte di 16 guide nepalesi nei pressi di un campo base sul monte Everest a circa 6000 metri di altezza, in Nepal. Le guide, tredici delle quali di etnia sherpa (uno dei gruppi nepalesi stanziati sull’Everest la cui occupazione principale, oltre alla pastorizia e all’agricoltura, è quella di portatori e guide) stavano lavorando per attrezzare il percorso per la scalata di alcuni alpinisti stranieri, prevista per maggio.

   Dopo l’incidente, che è stato uno dei più gravi avvenuti negli ultimi anni sull’Everest, circa 400 sherpa che vivono e lavorano sulla montagna hanno minacciato di entrare in sciopero e boicottare la stagione estiva se il governo nepalese non accetterà una serie di richieste per migliorare la loro sicurezza e la loro condizione lavorativa.

   ASSOCIATED PRESSriporta che «dozzine» di sherpa hanno già lasciato il campo base e che, di conseguenza, diversi scalatori stranieri hanno annullato la loro spedizione. INTERNATIONAL MOUNTAIN GUIDES, una delle più grandi agenzie che si occupa di viaggi sull’Everest, ha nel frattempo annunciato che intende annullare le spedizioni già organizzate. Oggi, giovedì 24 aprile, una serie di delegati del governo nepalese visiteranno il campo base per proseguire le trattative con gli sherpa, tentare di trovare un accordo e salvare la stagione estiva, che coinvolge imprese legate al turismo himalaiano in tutto il mondo.

CHI SONO GLI SHERPA Gli sherpa – parola che in tibetano significa “gente dell’est” – sono un gruppo etnico di circa 154mila persone che vive nel Nepal orientale, nella regione montuosa che confina col territorio cinese del Tibet. Inizialmente erano per la maggior parte mercanti e contadini e non avevano l’abitudine di scalare l’Everest, che chiamavano Chomolungma e che onoravano come “Dea madre della Terra”: solo nei primi anni del Novecento, quando le spedizioni alpinistiche divennero sempre più frequenti, la loro occupazione principale cominciò ad essere quella di guide e portatori.

   Le prime due persone che riuscirono a scalare l’Everest furono l’esploratore neozelandese Edmund Hillary e la sua guida sherpa Tenzing Norgay, nel 1953.

   Gli sherpa sono fondamentali per l’economia locale: trasportano attrezzature e cibo e garantiscono assistenza agli alpinisti e ai turisti che ogni anno visitano l’Everest. Rasmus Nielsen, un biologo della University of California contattato da USA Today, ha spiegato che le persone appartenenti all’etnia sherpa sono anche geneticamente più preparate a lavorare in alta quota, a differenza di altri popoli che vivono in contesti simili, come le popolazioni andine del Sud America: «Nessuno sa con precisione perché, ma il loro corpo funziona piuttosto bene in alta quota, senza aumentare la produzione di globuli rossi», prevenendo in questo modo la possibilità di contrarre malattie a lungo termine dovute a una loro produzione eccessiva.

COSA RISCHIANO Le guide assunte per accompagnare le spedizioni sull’Everest – e che non necessariamente sono di etnia sherpa, ma sono comunque originari della zona – si occupano per lo più dei lavori “di fatica” come portare i pesi per gli esploratori, montare le tende ma anche attrezzare i percorsi degli scalatori: concretamente, significa percorrerli per primi senza le misure di sicurezza di cui dispongono in un secondo momento gli scalatori che vengono accompagnati.

   JON KRAKAUER, uno scrittore americano conosciuto per aver scritto il libro su cui si è basato il film Into the Wild, HA SPIEGATO SUL NEW YORKER che ancora oggi, nonostante il costante miglioramento dell’attrezzatura disponibile e una conoscenza più precisa delle condizioni meteo dell’Everest abbiano ridotto di molto il numero di morti (negli ultimi 18 anni sono morte “solo” 104 persone, una ogni 60 spedizioni, fra cui 33 sherpa), RIMANGONO «DIVERSI MOTIVI PER CUI PER UNO SHERPA I RISCHI SONO MOLTI DI PIÙ».

   AGLI SHERPA NON VIENE FORNITA LA STESSA QUANTITÀ DI OSSIGENO che viene data [agli altri], sia perché è molto costoso da comprare e mantenere ad alta quota sia perché tendono ad adattarsi meglio in quota. Agli sherpa, inoltre, NON VIENE MAI PRESCRITTO IL DESAMETOSONE [un potente steroide che si usa per prevenire i rischi di edemi cerebrali o polmonari], poiché non dispongono di persone che glielo prescrivano nei propri villaggi.

   Infine – cosa più importante – SULL’EVEREST GLI SHERPA SI PRENDONO CARICO DEL FARDELLO PIÙ GROSSO, sia metaforicamente sia fisicamente: LE PRINCIPALI AGENZIE TURISTICHE – in maggioranza straniere – ASSEGNANO I LAVORI PIÙ PERICOLOSI E FATICOSI AI LORO DIPENDENTI SHERPA, mentre riducono al minimo i rischi per le loro guide e dipendenti occidentali, i cui zaini raramente contengono più di una bottiglia d’acqua, una macchina fotografica, un giubbotto in più e il proprio pasto.

   Krakauer, che ha fatto parte di una spedizione che ha scalato l’Everest nel 1996, per chiarire i rischi di una guida sherpa cita UN ANEDDOTO riguardo la spedizione alla quale partecipò:

   “Negli ultimi anni, il notevole aumento di temperature avvenuto in Himalaya ha reso LA CASCATA KHUMBU [una cascata di ghiaccio a circa 5500 metri di altezza, compresa in un ghiacciaio e vicina a un campo base] più instabile che mai: non c’è modo di prevedere quando un pezzo di ghiaccio possa staccarsi.

Nel 1996, feci quattro percorsi che passarono attraverso la cascata Khumbu: tre per farmi acclimatare a un’altitudine di circa 7300 metri in Aprile e uno necessario a farmi arrivare in cima e tornare giù. Durante ognuna delle otto volte in cui passai su quel coso fluido congelato, fui terrorizzato: questo nonostante impiegassi – anche con il mio zaino semivuoto – tre ore e passa durante l’ascesa e mezz’ora durante la discesa.

   Parallelamente, ciascuno sherpa che si occupava della mia spedizione era tenuto a fare qualcosa come trenta viaggi, spesso trasportando più di 35 chili di cose fra cibo e bombole di propano e ossigeno. […] Ancora oggi, capita che uno scalatore debba passare solo una volta dalla cascata, mentre uno sherpa ancora almeno venti volte.”

   Secondo un calcolo del magazine Outside Online citato dal Washington Post, FARE LO SHERPA ESPONE ALLA MORTE SUL LAVORO PIÙ CHE FARE IL MINATORE O IL SOLDATO e che se gli sherpa avessero lavorato le stesse ore rispetto ai soldati americani in Iraq fra il 2003 e il 2007, ne sarebbero morti più di 4000, a fronte dei 335 soldati americani uccisi.

I PROBLEMI ECONOMICI Attualmente, secondo il New York Times, uno sherpa può guadagnare per due o tre mesi di lavoro fra i 3000 e i 5000 dollari, esclusi i bonus nel caso di raggiungimento della cima. Si tratta di una cifra notevole, in confronto al reddito medio annuale di un lavoratore nepalese (le stime sono varie, ma sono tutte sotto i 1000 dollari).

   UNA GUIDA STRANIERA, che gestisce e organizza la spedizione, secondo il National Geographic guadagna però fra i 50mila e i 100mila dollari a spedizione, BEN PIÙ DI DIECI VOLTE LO STIPENDIO DI UNO SHERPA.

   Guy Cotter, il capo dell’agenzia di esplorazioni ADVENTURE CONSULTANTS, spiega però che «esiste un certo bilanciamento, se si guarda a cosa uno sherpa può comprare con quei soldi nel proprio villaggio – una casa, per esempio – comparato a cosa può comprare una guida [straniera] in Nuova Zelanda e in Svizzera con il suo stipendio». Secondo Cotter, inoltre, rispetto ai decenni scorsi gli sherpa hanno ottenuto condizioni di lavoro migliori e oggi possono decidere «quale tragitto percorrere, dove mettere corde e scale, quale quantità di carico portare e quando fermarsi per riposare».

   IL PROBLEMA, IN REALTÀ, NON SEMBRA ESSERE LA CIFRA CHE GLI SHERPA PERCEPISCONO, MA GLI EVENTUALI RISARCIMENTI IN CASO DI INCIDENTI. I capi sherpa hanno richiesto al governo – fra le altre cose – un migliaio di dollari a famiglia per coprire le spese dei funerali dei 14 sherpa morti venerdì (il governo ne ha offerti circa 400), diecimila dollari di risarcimento per ogni sherpa infortunato (ora le spese ospedaliere sono pagate dalle aziende che producono le attrezzature), l’aumento a circa 21mila dollari del risarcimento assicurativo per le famiglie degli sherpa morti sul lavoro (ora è di 10.300 dollari e fino all’anno scorso di circa 5mila dollari) e soprattutto L’ISTITUZIONE DI UN FONDO GOVERNATIVO PER GLI SHERPA INFORTUNATI finanziato dal 30 per cento delle tasse sulle concessioni per scalare l’Everest. PER UNO SCALATORE, L’ASCESA ALL’EVEREST PUÒ COSTARE IN TUTTO DAI 50MILA AI 90MILA DOLLARI, molti dei quali vengono pagati in anticipo.

   Il governo del Nepal, che da quest’anno ha abbassato le tariffe per concedere i PERMESSI PER SCALARE L’EVEREST (da circa 25mila a CIRCA 11MILA DOLLARI A PERSONA) ha accettato fra le altre cose di creare un FONDO PER GLI SHERPA INFORTUNATI con le tasse sulle concessioni – che è stato stimato fruttino in tutto circa 3,5 milioni di dollari l’anno – ma ha detto che è disposto a finanziarlo con circa il 5 per cento delle entrare provenienti dalle concessioni. Secondo il National Geographic, molti di quei soldi ogni anno «spariscono o a causa della poca trasparenza della burocrazia nepalese oppure finiscono nelle tasche dei burocrati governativi».

   Nel caso le trattative con il governo non andassero a buon fine e tutti gli sherpa presenti al campo base decidessero di abbandonare il proprio lavoro, le agenzie che organizzano le spedizioni sull’Everest sarebbero costrette ad annullare la stagione estiva e a subire, quindi, un ingente danno economico. LA MAGGIOR PARTE DEI TENTATIVI DI RAGGIUNGERE LA CIMA DELL’EVEREST AVVIENE A METÀ MAGGIO, quando per un breve periodo di tempo, le condizioni meteo sono più favorevoli per l’impresa. (http://www.ilpost.it/2014/04/24/sciopero-sherpa/)

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EVEREST: GOVERNO DEL NEPAL TRATTA CON GLI SHERPA

– Una delegazione partita verso il campo base per salvare la stagione delle ascese –

(ANSA) – KATHMANDU, 24 APR – Il ministro del Turismo del Nepal, Bhim Acharya, e’ partito oggi in elicottero da Kathmandu insieme ad una delegazione governativa per raggiungere il campo base dell’Everest, che si trova a 5.300 metri, e trattare con gli sherpa le condizioni, economiche e di sicurezza, di una conferma della stagione di ascensioni alla vetta piu’ alta del mondo. Dopo la tragedia di venerdi’ in cui 16 sherpa sono morti, era stato deciso di bloccare tutte le spedizioni di quest’anno, da maggio.

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HIMALAYA: IL SOVRAFFOLAMENTO SULL’EVEREST E LA RIVOLTA DEGLI SHERPA

di Luca Pieroni, da AGORAVOX del 24/4/2014 (www.agoravox.it/ )

   Venerdì 18 aprile alle pendici del monte Everest una valanga ha dato luogo al più grave incidente mai verificatosi nell’Himalaya. Un nutrito gruppo di sherpa ne è rimasto vittima nel “POPCORN FIELD”, un dolce pianoro poco distante dal campo I; in sedici hanno perso la vita, molti i feriti.

   La massa di neve e ghiaccio li ha sorpresi mentre stavano attrezzando la via in vista della stagione turistica che sta per iniziare. Per quanto possa suonar strano infatti non c’è termine migliore per definire quello che avviene da qualche anno sul tetto del mondo.

   Nel 2013 sono stati in 658 a raggiungere la vetta, ossia ESATTAMENTE QUANTI ERANO RIUSCITI NELL’IMPRESA NEL PERIODO DI TEMPO DAL 1953, DATA DELLA PRIMA ASCESA, AL 1994.

   LA POSSIBILITÀ DI SCALARE IL GIGANTE HIMALAYANO VIENE CONCRETAMENTE OFFERTA DA NUMEROSE AGENZIE TURISTICHE OCCIDENTALI e sono in molti a mettersi in viaggio anche senza una gran preparazione alpinistica alle spalle.

   Per favorire questo turismo, una gallina dalle uova d’oro per il Nepal, economicamente parlando, negli ultimi anni si sta facendo il possibile per rendere il più agevole possibile la via normale di salita, attraverso scale e corde (fino a 10km) di supporto. Operazioni di questo genere devono essere ripetute ogni anno dal momento che non potrebbero mai resistere all’inverno.

   La logica del profitto fa sì che, per allungare il più possibile la stagione delle ascensioni, la via venga preparata in fretta ed in periodi in cui il rischio valanghe è maggiore.

   In questi giorni da parte della popolazione locale a prevalere sono il dolore e lo choc: la maggior parte degli sherpa hanno abbandonato il campo base e in occasione dei funerali delle vittime è stata espressa l’intenzione di non tornare più al lavoro, facendo così saltare la stagione ormai alle porte.

   La cosa più inaccettabile ai loro occhi è trovarsi a fare il lavoro di allestimento e di ripulitura delle vie (qualcuno dovrà pure riportare a valle i rifiuti e le bombole d’ossigeno vuote), rischiando la vita ogni giorno per i pericoli che possono provenire dalla montagna, ricevendo in cambio un magro compenso, economico e morale.

   Nessuno meglio di chi vive in quelle regioni da secoli sa che incidenti del genere in alta montagna possono sempre capitare e che prevederli è praticamente impossibile. È evidente anche che tutto sommato venerdì le cose sarebbero potute andare molto peggio considerando che a lavorare nel versante a seimila metri d’altezza c’erano oltre 50 persone.

   Quello che dà loro particolarmente fastidio è sapere che OGNI TURISTA OCCIDENTALE DEVE SPENDERE ATTORNO AI 100MILA DOLLARI per levarsi la soddisfazione di scalare l’Everest, mentre UNO SHERPA IN UNA INTERA STAGIONE DI LAVORO PUÒ ARRIVARE A GUADAGNARNE, AL MASSIMO, SEIMILA.

   Inoltre ad essere impiegati come guide alpine e come attrezzatori di vie, e quindi anche le vittime dell’incidente del 18 aprile, sono in gran parte giovani padri di famiglia. L’associazione di alpinismo nepalese, una sorta di sindacato della categoria, ha lanciato un ultimatum al governo richiedendo assicurazioni per i lavoratori e risarcimenti per figli e mogli di chi è morto facendo il proprio lavoro.

   Dato l’indotto economico (oltre 2 milioni di euro, circa il 10% del PIL nazionale) legato alle scalate ed i 318 clienti che hanno già pagato per salire nei prossimi mesi, il governo nepalese non esiterà a soddisfare le richieste.

   Il malcontento degli sherpa però, popolazione semplice e certamente non avida di natura, non è dettato tanto da questioni economiche quanto dalla scarsa considerazione di cui godono. Si sentono trattati alla stregua di facchini a casa loro da stranieri venuti ad affrontare le loro montagne.

   L’anno scorso il loro nervosismo era sfociato in una violenta ribellione che aveva coinvolto anche l’alpinista bergamasco Simone Moro: l’italiano ed un suo compagno di spedizione stavano risalendo un versante in cui un gruppo di sherpa era al lavoro. I due alpinisti si sono avvicinati, trovandosi a dover attraversare la zona in cui le guide stavano lavorando, ma a causa di un’incomprensione sono iniziati a volare insulti e spinte in alta quota. Tornati al campo 1 la situazione si è aggravata ancor di più perché anche gli altri nepalesi, che avevano sentito di quello che era avvenuto per radio, hanno iniziato a comportarsi aggressivamente costringendo gli alpinisti a fuggire via ed a rinunciare al loro progetto (che non prevedeva assolutamente l’utilizzo delle infrastrutture piazzate dagli sherpa).

   Tornando all’incidente dei giorni scorsi una persona che di Himalaya se ne intende, Rehinold Messner, ha dichiarato che «in questo caso si tratta di morti sul lavoro, non di un incidente alpinistico». Lo stesso Simone Moro invece, che per molti anni ha lavorato proprio sull’Everest come responsabile dei mezzi di soccorso in alta quota, in un’intervista ha fatto alcune considerazioni generali molto rilevanti: bisogna sottolineare che gli interessi economici in ballo sono tali che nessuno ha interesse a fermare il buisness delle scalate, nemmeno gli sherpa stessi che percepiscono stipendi molto buoni considerando il costo della vita in Nepal. Se improvvisamente questo via vai di persone scomparisse, per queste popolazioni sarebbe come “tornare alla preistoria”.

   D’altra parte è innegabile che il turismo di massa sta creando un vero e proprio sovraffollamento sull’Everest. Per salire in vetta ci si deve mettere in fila ed attendere in proprio turno come al semaforo in centro.

   Una soluzione? SI POTREBBE CREARE UNA SORTA DI «PATENTE» PER OGNI ALPINISTA che obblighi a tentare la vetta di altri due ottomila prima di affrontare il tetto del mondo. Questo distribuirebbe il flusso di persone (e di dollari) anche in altre vallate del paese, rendendo più leggere le pressioni ed i carichi di lavoro sostenuti dagli sherpa.  (Luca Pieroni)

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Vie di ascesa alla vetta dell'Everest da nord (giallo) e sud (arancione) (da WIKIPEDIA)
Vie di ascesa alla vetta dell’Everest da nord (giallo) e sud (arancione) (da WIKIPEDIA)

INTERVISTA ALL’APINISTA SIMONE MORO

“SULL’EVEREST SI FA DEMAGOGIA. GLI SHERPA SONO UNA LOBBY”

di Enrico Martinet, da “la Stampa.it” del 27/4/2014

– Simone Moro su quelle cime ha partecipato a 50 spedizioni: “Piango i 16 morti, ma mi chiedo: chi sono i veri sfruttatori?” –

   Simone Moro, che in Himalaya ha partecipato a 50 spedizioni e ora lavora anche nel soccorso con un suo elicottero, mostra «grande preoccupazione» per il futuro di queste terre alte dopo la sciagura dell’Everest del 18 aprile in cui sono morti travolti da una valanga sedici guide dell’etnia Sherpa.

   È accaduto all’inizio della stagione delle spedizioni commerciali che fanno salire sull’Everest centinaia di persone, grazie al lavoro degli Sherpa che attrezzano l’intero percorso. Ce n’erano trenta in arrivo al campo base nepalese quando sono caduti blocchi di ghiaccio grandi come auto e hanno provocato la gigantesca valanga. E altrettante avrebbero dovuto essere in cammino la prossima settimana.

PERCHÉ LEI PARLA DI CORRERE AI RIPARI, ANCHE RIPENSANDO LA VIA ALPINISTICA?

«La valanga è caduta alle 6 del mattino quando in quel punto c’è la massima concentrazione di persone. Se la valanga fosse caduta dieci giorni dopo avremmo assistito alla morte di alpinisti. Io credo si debba fare un passo indietro, proprio come itinerario. Fino a qualche anno fa la via di salita iniziale del grande ghiacciaio passava per il centro delle Ice Falls, dove il pericolo è rappresentato dal crollo di ponti di neve sui crepacci o di un seracco, non dalle valanghe. Negli ultimi tre anni invece la via si è addossata alla parete dell’Everest: è più veloce ma meno sicura, all’insidia dei crepacci si aggiunge quella della valanghe che cadono lungo il versante».

LÌ GLI SHERPA STAVANO ATTREZZANDO LA ZONA CON LE CORDE FISSE CHE OFFRONO LA SICUREZZA AI TURISTI D’ALTA QUOTA.

«Sì, per questo dico che possiamo parlare di “morti sul lavoro”».

ORA RIVENDICANO PIÙ DENARO, CHIEDONO MAGGIORE TUTELA AL GOVERNO E SONO DIVISI: ALCUNI VORREBBERO SOSPENDERE LE SCALATE, ALTRI NO.

«Non vorrei essere equivocato, ma occorre fare chiarezza su quanto sta accadendo in Himalaya e soprattutto all’Everest. Ho sentito e letto troppe inesattezze e una sorta di valutazione morale errata. I morti sono morti e devono avere il massimo rispetto. Molti dei tredici li conoscevo, erano amici. Ma attenti alla demagogia, all’esagerato pietismo. Vede, qualcuno parla di morti sfruttati e sarebbe pronto a parlare di morti sfruttatori qualora le vittime fossero i clienti delle spedizioni commerciali. Non è così, Sherpa e operatori delle commerciali vogliono la stessa cosa, più gente sull’Everest».

MA NON SONO MAL PAGATI GLI SHERPA?

«Chi attrezza le vie per le spedizioni guadagna dalle 20 alle 50 volte quanto uno stipendiato nepalese. Sa che sta succedendo? Che gli Sherpa, volendo fare concorrenza alle spedizioni occidentali, pagano la metà i loro connazionali, duemila dollari invece di quattromila».

E ALLORA?

«Ci vuole un ripensamento globale. Si fa un gran parlare, riunioni dappertutto. Il risultato è che molte spedizioni hanno già fatto fagotto e alcuni clienti hanno chiesto i danni. E gli Sherpa, diventati troppo sindacalizzati, rischiano di rimanere senza lavoro. Guai per tutti, insomma».

SINDACALIZZATI?

«Sì, sono una lobby diventata molto potente. Hanno il sacrosanto diritto, per esempio, di chiedere assicurazioni per loro e le loro famiglie, che oggi sono troppo basse. Ma come è cambiato l’alpinismo, sono cambiati anche loro. Mal sopportano altre presenze. Pensi a quanto è accaduto a me, Steck e Griffith l’anno scorso. Ci hanno aggredito, abbiamo rischiato di essere uccisi».

SULL’EVEREST VA TROPPA GENTE: VERRÀ IL GIORNO CHE MOLTI POTREBBERO RIMANERE BLOCCATI E MORIRE SU QUELLA MONTAGNA. NON SAREBBE MEGLIO PENSARE A UN NUMERO CHIUSO?

«Sarebbe la fine di un’economia. Gli Sherpa per primi e perfino il governo nepalese non possono rinunciare a un’attività che offre loro possibilità di sviluppo. Per noi è facile parlare di numero chiuso. No, ci vuole un tavolo tra Sherpa, guide delle spedizioni commerciali e governo per studiare e decidere il da farsi, prima che la situazione sfugga di mano e sia incontrollabile».

INSISTO, C’È TROPPA GENTE SULL’EVEREST.

«Vero. Come avevo detto tempo fa ci vuole una regola ferrea e cioè: chi affronta l’Everest deve aver salito almeno altri due Ottomila. In questo modo si riducono i rischi e anche il numero degli alpinisti sulla montagna. Non solo: si incentiverebbero le spedizioni commerciali a indirizzare i clienti verso altri Ottomila, altre vallate, offrendo più lavoro ai locali».  (Enrico Martinet)

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Nepal Tibet Bhutan
Nepal Tibet Bhutan

NEPAL TRA SHERPA E ALPINISTI, UNA CONVIVENZA NON FACILE SULL’EVEREST

da RAINEWS del 21/4/2014

– Esattamente un anno prima della valanga che ha ucciso 16 guide himalaiane, Simone Moro alpinista italiano, è stato protagonista di una violenta lite con gli sherpa, segno del clima difficile che regna sul tetto del mondo in questo periodo dell’anno –

   Sovraffollamento, stress e pericolo sono le condizioni ideali per creare attriti tra gli esseri umani. E non fa certo eccezione l’Everest, uno degli 8mila più ambiti al mondo, dove ad inizio primavera si riuniscono centinaia di alpinisti pronti a tentare l’ascesa.

   In questo periodo dell’anno, compreso tra la fine di aprile e l’inizio di maggio, gli sherpa nepalesi sono impegnati nella preparazione dei percorsi per la salita che gli alpinisti di mezzo mondo seguiranno. Un lavoro complesso, e pericoloso, una situazione potenzialmente esplosiva che in passato ha portato a diversi scontri. Un alpinista italiano, Simone Moro, ne è stato protagonista lo scorso anno.

   Un anno fa, Moro fu protagonista di uno scontro molto duro con gli sherpa locali. Sui fatti circolano due ricostruzioni, una degli sherpa e una di Moro e compagni. La versione delle guide nepalesi – riportata dall’americano Garrett Madison di Alpine Ascents – racconta di un’assemblea tenutasi tra i vari team che preparavano la salita. Quel giorno viene scelto il team dei migliori sherpa per attrezzare la via di salita con le corde fisse. Viene concordato con le altre spedizioni che mentre gli sherpa lavorano, nessuno deve salire sulla montagna e disturbare il lavoro.

   Simone Moro, che non fa parte di una spedizione commerciale, non partecipa al meeting e non conosce gli accordi. Assieme ai suoi compagni, Steck e Griffith, sale su una linea indipendente, arriva al campo e inevitabilmente incrocia gli sherpa che lavorano. Secondo il racconto di Madison, le due squadre vengono in contatto, discutono, Moro alza la voce, e i nepalesi – indispettiti – lasciano le corde e tornano al campo 2. Quando tornano anche i 3 europei, il litigio continua e degenera: gli sherpa si sentono offesi, e dalle parole si passa alle mani.

   “Una ricostruzione completamente, completamente falsa – dichiarerà poi Moro – Madison deve difendere i suoi affari, ma mentire non è il modo di farlo”.

   La disavventura di Moro altro è comunque il sintomo di una tensione crescente tra gli sherpa e gli scalatori occidentali, testimoniata da altri scalatori. Così, ad esempio, Steve House che su twitter dichiarò: “Nel 2011 ci acclimatavamo sulla via normale al Makalu, scalavamo slegati e senza corde fisse. Il capo degli sherpa ci minacciò. Mi sembra che i lavoratori dell’Everest, gli sherpa, si possano sentire minacciati dalla progressiva affermazione di chi scala senza aver bisogno di loro. C’è un gigantesco fraintendimento del moderno alpinismo da parte degli sherpa in Nepal, probabilmente creato dalle ‘guide’ dell’Everest e dell’Ama Dablam”.

   “Moro e Steck avevano tutto il diritto di salire – disse anche Reinhold Messner – Hanno chiesto e ottenuto alle autorità nepalesi i permessi necessari. Però in parete, sulla via, i padroni, i ‘king’, sono gli sherpa. E li deve essere successo qualcosa. Bisogna tenere conto che a 7500 metri non si è lucidissimi. Tanto meno dopo una giornata di duro lavoro. Questo spiega l’eccesso di nervosismo, ma non basta a spiegare il seguito. Forse c’era qualcosa anche prima. Forse qualche sherpa pensa che chi non usa il loro sistema, non deve salire. E’ uno scontro con le autorità, in pratica. Gli sherpa, che faticano in parete e rischiano anche la vita, forse non vogliono che l’Everest sia aperto a chi, come Moro, non ha bisogno del loro aiuto”.

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HIMALAYA
HIMALAYA

National Geographic Italia, giugno 2013

C’È FOLLA SULL’EVEREST

di Mark Jenkins, da NATIONl GEOGRAPHIC ITALIA del 20/6/2013

– Cresce la tensione sul tetto del mondo; ogni anno la montagna è invasa dalle spedizioni di scalatori e dai rifiuti, ed è ormai diventata un esempio negativo per l’alpinismo –

[…] La conquista dell’Everest è sempre stata una grande impresa, ma oggi che la vetta è stata raggiunta da quasi 4.000 persone – alcune delle quali  lo hanno fatto più di una volta – ha meno valore rispetto a 50 anni fa.

   Oggi circa il 90 per cento degli scalatori dell’Everest è gente che paga una guida per farsi portare su, e molti sono  sprovvisti persino dell’addestramento basilare.    Dopo aver pagato dai 30 mila ai 120 mila dollari, troppe persone inesperte pensano di poter raggiungere la vetta. Molte ci riescono, ma in condizioni spaventose.

   I due percorsi standard, la Cresta Nord-Est e la Cresta Sud-Est, sono pericolosamente affollati e disgustosamente inquinati, pieni di rifiuti che emergono dal ghiaccio e piramidi di escrementi umani che imbrattano i campi ad alta quota.

   Per non parlare delle vittime. Oltre ai quattro alpinisti morti sulla Cresta Sud-Est, nel 2012 altre sei persone, tra cui tre sherpa, hanno perso la vita su questa montagna.    Sembra evidente: c’è qualcosa che non va sul tetto del mondo. Ma a detta di chi conosce bene questa montagna la situazione non è irreparabile. […]

(Tutto l’articolo di Mark Jenkins sul numero di National Geographic Italia di giugno 2013)

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PRIMA DELLA TRAGEDIA

EVEREST: I TIMORI PER L’INQUINAMENTO DI UNO DEGLI ULTIMI POSTI DEL PIANETA CHE SEMBRAVANO RIMASTI INCONTAMINATI

di Franco Brevini, da “il Corriere della Sera” del 16/2/2014

– Ingorgo ad alta quota sull’Everest – L’impresa impossibile è di massa – Il governo del Nepal dimezza il prezzo del permesso di salire – Così sarà superato il record di 810 turisti estremi dell’anno scorso –

   L’Everest a prezzi di saldo. L’anno prossimo scalare la montagna più alta del mondo costerà la metà. Il governo nepalese ha deciso infatti di ridurre il prezzo del permesso di salita da diciotto a ottomila euro. Uno sconto di oltre il 50% che avrà il prevedibile effetto di rendere ancora più affollata una cima, già nelle ultime stagioni spesso ai limiti del collasso.

   L’anno scorso solo dal versante nepalese erano state 810 le persone che avevano tentato l’ascensione, un record assoluto nella storia della montagna, che ha creato spaventosi ingorghi in altissima quota. La conseguenza di una presenza umana tanto invasiva era stato anche un aumento dell’inquinamento dell’ambiente con rifiuti, bombole di ossigeno, spezzoni di corda, quando non con i corpi degli stessi scalatori morti (225 dalla conquista del 1953) gran parte dei quali rimasti sulla montagna per le difficoltà del recupero.

Non erano neppure mancati momenti di tensione e addirittura di scontro fisico fra alpinisti e sherpa, come quello di cui rimasero vittima Simone Moro e il suo compagno. Proprio nel corso di quella spedizione, che aveva come obiettivo la traversata Everest-Lhotse, lo scalatore bergamasco aveva dovuto rinunciare a causa dell’affollamento, diffondendo immagini che mostravano allucinanti file di alpinisti in coda verso la vetta.

   Con il forte ribasso dei permessi di scalare il governo nepalese si aspetta evidentemente un significativo incremento delle entrate a favore di un paese afflitto da endemica povertà. Con l’aumento delle spedizioni, anche per gli sherpa cresceranno le opportunità di lavoro. Ma le preoccupazioni circolano perfino a livello locale, se Dil Bahadur Gurung, del “Katmandu Environment Education Project”, ha dichiarato che la decisione rischia di produrre gravi danni al fragile ambiente dell’alta montagna.

   Anche un gruppo di noti scalatori internazionali, fra cui Reinhold Messner, aveva chiesto al Nepal di chiudere l’accesso all’Everest per alcune stagioni, in modo da consentire un riequilibrio ambientale. Ma la richiesta era stata respinta.

   L’Everest a prezzi di realizzo, che renderà sempre più accessibile il tetto del mondo, incoraggerà conseguentemente il moltiplicarsi delle imprese sempre più bizzarre e stravaganti, che stanno trasformando la sacra montagna nepalese in un gigantesco albero della cuccagna mondiale a garantita visibilità mediatica.

Anche questa banalizzazione dell’Everest rischia di essere un effetto indesiderato del provvedimento economico annunciato. Quanto allo sviluppo del paese, sono gli stessi sherpa a lamentare che i flussi di denaro recati dall’Everest passano sopra le loro teste e finiscono nelle tasche degli organizzatori occidentali.

Basti pensare che ogni scalatore candidato alla vetta deve stanziare una somma che oscilla fra i 25 e i 70 mila euro, di cui in Nepal non rimangono che le briciole. LA VIA DELLO SVILUPPO PASSA ATTRAVERSO ALTRE SOLUZIONI, come quelle promosse da Sonam Sherpa attraverso Thamserku e la Fondazione Lhamu Pasang, dedicata alla moglie, che nel 1993 fu la prima donna nepalese a toccare la cima dell’Everest, morendo purtroppo durante la discesa.

   «Si trovano sherpa in tutto il mondo, spesso relegati ai mestieri più umili – dichiara Sonam Sherpa -. Con operazioni come ad esempio “Comfort Trek” da noi varata, che si propone di allargare davvero, non l’alpinismo, ma il turismo himalayano, il nostro obiettivo è di trattenere i nepalesi sul territorio, insegnando un mestiere, promuovendo attività di incoming, favorendo l’iniziativa personale. Gli sherpa devono prendere in mano l’economia del loro paese, ma da nuovi livelli di dignità e di consapevolezza. NON POSSONO CONTINUARE A ESSERE SOLO PORTATORI». (Franco Brevini)

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Everest
Everest

ALPINISMO DI MASSA: QUANDO I SOLDI NON BASTANO…

da MAPPAMONDO BLOG (http://mapamondoblog.blogspot.it/ ) MAGGIO 2012

Quello che sta succedendo in queste settimane nell’Himalaya probabilmente sfugge ai più. Non tutti si interessano di alpinismo che, soprattutto ad altissimi livelli, è una sorta di “sport” di nicchia dove devono coincidere due fattori fondamentali: una grandissima preparazione fisica e mentale e grandi disponibilità economiche, per far fronte a spedizioni che durano mediamente 30 o 40 giorni ed hanno dei costi elevatissimi tra permessi, autorizzazioni varie, trasporti in luoghi sperduti, materiali all’avanguardia e molto altro.

   Lo spirito di emulazione ha spinto tanta gente, soprattutto nell’ultimo decennio, ad accettare la sfida contro queste montagne sacre e tante volte inviolabili. Sono passati oltre 30 anni dalle imprese di Messner, ora i protagonisti sono altri ed in Italia ne abbiamo uno in particolare, Simone Moro.

   Un curriculum da far venire i brividi solo a leggerlo, esperienza da vendere e capacità tecniche e non solo fuori dal comune. La sua ultima impresa, il concatenamento del Lhotse (4a vetta più alta della terra con 8.501 mt.) e dell’Everest (la più alta con 8.850 mt.) che coniugava l’impresa sportiva ad altri obiettivi tecnico/scientifici per i quali stà lavorando, è stata interrotta per il troppo traffico trovato lungo la via che porta alla cima dell’Everest.

   Oltre 200 persone in fila indiana all’attacco della cima, tutte spedizioni commerciali che hanno fatto pagare ai loro clienti decine di migliaia di euro per venire a sfidare la montagna più alta del mondo.

   Alle loro spalle un altro centinaio di persone in attesa del loro “turno”. La maggior parte di questi assolutamente inesperti, impreparati ma con un conto in banca tale da permettergli di venire a sfidare la sorte, incuranti dei pericoli che l’Everest presenta e dei rischi che faranno correre con la loro incapacità a tutti gli altri.

   La cima più alta del pianeta quest’anno ha già presentato il suo conto: 10 morti, (senza contare quelli nelle altre vette dell’Himalaya e Karakorum) e la stagione è soltanto all’inizio… L’esperienza ha consigliato a Simone Moro di rinunciare e rientrare. Lui che saliva senza ossigeno e a ritmi ben diversi dagli altri ha scritto dal Campo Base: ” “Sono al Campo Base, sono sceso da sotto le fasce gialle. Domani sarà un disastro.

Oggi c’erano 210 persone sulle corde fisse che salivano. Impossibile superare, lentissimi, 6-7 senza ossigeno e tutti gli altri con O2 da Campo due! Domani è impossibile per me tentare senza ossigeno, con quella fila impressionante prevedo incidenti”.

   E ancora: “Ho visto gente che non sa mettere il Jumar nelle corde fisse e ad ogni nodo chiamava lo sherpa per farselo togliere e rimettere a monte – continua l’alpinista -. Con tutta quella gente domani sarà un dramma. Mi dispiace molto. Avere 210 persone davanti o sotto quando scendi è un suicidio. Significa stare fermo per delle ore e congelamenti assicurati”.    Il turismo è la prima fonte di reddito del Nepal e ben vengano gli alpinisti, i trekker e tutti coloro che comunque contribuiranno allo sviluppo di questo Paese. Come sempre il problema è l’incoscienza di molta gente (e l’inciviltà, vedi il problema dei rifiuti nei Campi Base e non solo ma di questo ne riparleremo…).

   Non basta avere i soldi o lo sponsor per comprarsi una vetta da sfoggiare poi ad amici e parenti. La montagna non ha prezzo e merita rispetto.map-nepal

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L’EVEREST NON È UNA PISTA CICLABILE!

Vittorio Brumotti e la sua mtb himalayana (Foto JuriBa)
Vittorio Brumotti e la sua mtb himalayana (Foto JuriBa)

da http://www.loscarpone.cai.it/

– Bloccato dai nepalesi il tentativo di salire in vetta con la bici –

   La salita in vetta all’Everest con la mountain bike in spalla di Vittorio Brumotti è stata bloccata dalle autorità nepalesi. Unica possibilità consentita: arrivare con l’attrezzo fino al Colle Sud, a quota 7.900 metri dopo avere superato l’insidiosa ice fall. Da lì in su niente bici! Una decisione inaccettabile per l’atleta italiano che ha preferito rinunciare e rientrare in Italia, com’è stato annunciato dal suo addetto stampa in un comunicato ripreso da alcuni siti Internet, tra i quali il valtellinese Vaol.it.

GIORNI CONCITATI. Simone Moro, alpinista tra i più stimati e preparati a livello internazionale e coordinatore dell’impresa di Brumotti con il compito di pianificarla e guidarla, ha spiegato: “Sono stati giorni concitati, caratterizzati da trasferimenti, sdoganamenti di materiale, preparazione delle attrezzature con le relative  prime riprese video.  Come un macigno ci è piombata addosso questa brutta sorpresa, inaspettata, imprevedibile. Al regolare e classico permesso di raggiungere la cima dell’Everest a piedi è stata allegata una specifica appendice per la bicicletta con il limite però di 7.900 metri di quota, che rappresenta il Colle Sud, l’ultimo campo alto prima del balzo finale verso la cima”.

QUALI LIMITI. Non c’è forse da stupirsi che il Ministero del turismo nepalese abbia posto e ponga dei limiti all’utilizzo della mtb in alta quota, come succede alle più modeste altezze delle Alpi dove all’aumento esponenziale della presenza di mountain bike in montagna con le nuove pratiche (downhill, freeride, escursionismo) si contrappongono significative limitazioni su sentieri con caratteristiche di pendenza e dimensione ben definite. Tuttavia, in base a un comunicato diramato dagli organizzatori dell’impresa di Brumotti, inviato di “Striscia la notizia”, l’irrigidimento del governo nepalese sarebbe una specie di ripicca in seguito allo scandalo scoppiato pochi giorni fa: un’azienda americana avrebbe messo in vendita degli orologi con incastonati nel quadrante alcuni pezzi di pietre trafugate dalla cima dell’Everest. Sarà davvero così?

LUNA PARK. Benché ridotto a un luna park permanente, come Dino Buzzati previde in un suo elzeviro sul Corriere della Sera nel ’52 l’indomani della conquista di Hillary e Tenzing collegando l’evento alla “decadenza delle Alpi”, l’Everest  sembra reclamare un po’ di silenzio e di discrezione anche se non si può pretendere che tutti gli alpinisti organizzino le loro spedizioni alla maniera di Sergio Martini, socio onorario del CAI, che la sua collezione di ottomila se l’è sudata senza sponsor, dotato solo di umiltà e caparbietà. L’impresa di Brumotti, che aveva addirittura programmato una serie di saltelli una volta salito sul tetto del mondo, è stata oggetto di una martellante campagna di stampa. Con quali risultati? Come annota sullo Scarpone on line Franco Michieli, camminatore filosofo, “i grandi exploit, se comunicati sotto forma di cronaca da reality-show, non riescono più a colpire l’immaginario; e come tutta la cronaca, dopo due giorni sono dimenticati, coperti da altra cronaca”. La rinuncia del pur preparatissimo Brumotti rischia di suscitare un senso di totale indifferenza, perlomeno sui media generalisti. Sui blog c’è invece da aspettarsi un’alluvione di commenti. Tra i più qualificati, da registrare quello di Agostino Da Polenza, alpinista himalayano, organizzatore di spedizioni scientifiche e non, che su Montagna.org così si esprime: “Debbo essere sincero: non mi spiace che Brumotti debba rinunciare. Forse il tempo per una biciclettata sull’Everest non era maturo. Mi piacerebbe però che rinunciassero anche le centinaia di turisti d’alta quota che con ossigeno, sherpa, farmaci, vengono scarrozzati sull’Everest ogni stagione pre e postmonsonica”.

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Nella foto il neozelandese Sir EDMUND HILLARY insieme allo sherpa TENZING NORGAY.  Da quando fu conquistato per la prima volta il 19 maggio 1953  dal neozelandese Sir EDMUND HILLARY insieme allo sherpa TENZING NORGAY, circa 4.000 alpinisti hanno raggiunto la cima dell’Everest, mentre  almeno 200 hanno pagato con la vita l’ambizione di riuscirvi
Nella foto il neozelandese Sir EDMUND HILLARY insieme allo sherpa TENZING NORGAY. Da quando fu conquistato per la prima volta il 19 maggio 1953 dal neozelandese Sir EDMUND HILLARY insieme allo sherpa TENZING NORGAY, circa 4.000 alpinisti hanno raggiunto la cima dell’Everest, mentre almeno 200 hanno pagato con la vita l’ambizione di riuscirvi

sulla “conquista” dell’Everest, vedi:

http://it.wikipedia.org/wiki/Everest

Everest-(foto da Street-view)
Everest-(foto da Street-view)

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PARLIAMO D’ALTRO

HRW, AUMENTATE RESTRIZIONI CONTRO TIBETANI DOPO PRESSIONI CINA

1 aprile 2014, DA Internazionale http://www.internazionale.it/

(ASCA) – Roma, 1 apr 2014 – Il Nepal ha aumentato le restrizioni a danno dei tibetani che vivono nel paese, subendo le forti pressioni della Cina. Lo sostiene il rapporto “Under China’s Shadow: Mistreatment of Tibetans in Nepal” dell’organizzazione Human Rights Watch (HRW), secondo il quale alle comunita’ di rifugiati tibetani che si trovano in Nepal viene negato il diritto di organizzare manifestazioni politiche di protesta, oltre alle restrizioni di altre attivita’ pubbliche, come la promozione della cultura e della religione tibetane.

Il rapporto di HRW denuncia eccessivo uso della forza, arresti arbitrari, maltrattamenti in prigione, minacce e intimidazioni, sorveglianza intrusiva e applicazione arbitaria di capi di imputazione. “Da una parte il Nepal continua a offrire protezione ai tibetani, dall’altra subisce la pressione della Cina che chiede di limitare i flussi di tibetani lungo il confine imponendo restrizioni illegittime”, ha detto Brad Adams, direttore di Human Rights Watch per l’Asia.

In Nepal vive una considerevole comunita’ tibetana e il paese ha sempre giocato un ruolo cruciale nell’accogliere i tibetani che scappavano dalla repressione di Pechino. Ma nel 2013 sono stati meno di 200 i tibetani a lasciare la Cina, contro una media di oltre 2.000 negli anni precedenti al 2008, anno in cui Pechino ha piegato con la forza le manifestazioni di protesta che si erano intensificate in Tibet.

Questa è una notizia dell’agenzia Asca.

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LE CIME DEL MONDO SU STREET VIEW

Da IL POST.IT DEL 18/3/2014 http://www.ilpost.it/

   Dopo avere mostrato le meraviglie della Barriera corallina e il verde verdeggiante dell’Amazzonia, quelli di Google hanno da poco inserito nel loro servizio Street View una spettacolare serie di fotografie panoramiche di quattro delle sette montagne più alte del mondo: l’Aconcagua nel Sudamerica (6.962 metri), il Kilimangiaro (5.895 metri) in Africa, il Monte Elbrus in Russia (5.642 metri) e l’Everest in Nepal (8.848 metri).

   Google ha realizzato il nuovo set di immagini utilizzando fotocamere digitali e obiettivi fisheye, grandangoli che consentono di comprendere con un unico scatto ampie porzioni di un panorama. Le fotografie sono state realizzate nel corso di una serie di viaggi, realizzati a partire dal 2011 e mostrano alcuni dei punti più panoramici dei sentieri che portano verso le quattro vette. Come le classiche immagini a livello stradale, anche queste sono visibili utilizzando il servizio Street View su Google Maps. Potete dare un’occhiata alla selezione qui sotto di immagini, per iniziare a farvi un’idea.

http://www.ilpost.it/2013/03/18/montagne-google-street-view/

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