ESTRAZIONI (di gas e petrolio), TRIVELLAZIONI, SUBSIDENZA, SISMICITA’ – Gli allarmanti dati sulle possibili origini del TERREMOTO in EMILIA del 2012, non fermano progetti estrattivi nelle regioni italiane – E parte nel MAR ADRIATICO un grande progetto estrattivo petrolifero della CROAZIA

Veduta dell’Isola di PELAGOSA (da Wikipedia). DA QUI PARTE IL PROGETTO DELLA CROAZIA DI TRIVELLAZIONI PETROLIFERE NELL’ADRIATICO
Veduta dell’Isola di PELAGOSA (da Wikipedia). DA QUI PARTE IL PROGETTO DELLA CROAZIA DI TRIVELLAZIONI PETROLIFERE NELL’ADRIATICO

LAGOSTA PELAGOSALe isole di PELAGOSA (in croato: Palagruža) formano un PICCOLO ARCIPELAGO DEL MAR ADRIATICO SITUATO TRA LE ISOLE TREMITI E L’ISOLA DI LAGOSTA e a circa 53 km dalla penisola italiana (IL PUNTO PIÙ VICINO È LA COSTA DEL GARGANO). Oggi l’arcipelago (in realtà UNA PICCOLA ISOLA E ALCUNI SCOGLI CIRCOSTANTI) appartiene politicamente alla CROAZIA, ma ha avuto una storia movimentata con vari passaggi di sovranità: fu storicamente legato a Venezia e alla Puglia per divenire temporaneamente italiano nel 1861, poi austriaco e nuovamente italiano tra il 1918 ed il 1947, quando infine fu ceduto all’allora Jugoslavia. Per STRUTTURA GEOLOGICA l’arcipelago è la naturale CONTINUAZIONE DELLE ISOLE TREMITI E DELLA PENISOLA DEL GARGANO, caratteristica che lo vede appartenere geograficamente alla regione ed alla piattaforma italiana piuttosto che a quella dalmata. Inoltre IL PICCOLO ARCIPELAGO, pur essendo croato È PIÙ VICINO ALLA TERRAFERMA ITALIANA che a quella croata. (da Wikipedia)

……………………….

   Torna nuovamente lo spettro delle TRIVELLAZIONI NEL MARE ADRIATICO e questa volta sembra che sia già fin troppo tardi per le proteste. LA CROAZIA, infatti, ha dato il via libera alle perforazioni petrolifere nel Mar Adriatico nello specchio d’acqua antistante le Isole di Pelagosa, arcipelago situato tra le isole Tremiti e l’isola di Lagosta.

   In questo post i primi due articoli che riportiamo danno informazioni su questo progetto croato di sfruttamento della “loro” parte di Mar Adriatico a fini di estrazione petrolifera. Da noi l’estrazione (di gas) è vecchia questione (nell’Alto Adriatico); e va detto che nel tempo ha trovato opposizioni forti da parte di operatori turistici, della politica regionale (di maggioranza e minoranza), concentrandosi perlopiù sul RISCHIO SUBSIDENZA (cioè sull’abbassamento del suolo dovuto alle estrazioni, alle trivellazioni).

I GIACIMENTI OFF-SHORE IN GARA
I GIACIMENTI OFF-SHORE IN GARA

   A questo pericolo possiamo aggiungere i pazzeschi rischi ambientali di piattaforme che se capitasse un solo grave incidente si creerebbe una situazione davvero critica, difficile: un ambiente, un ecosistema assai delicato (ma tutti i luoghi lo sono…); il fatto che ci troviamo in presenza di un mare, che ha tanto le caratteristiche del “grande lago”: ogni polo estrattivo è a contato diretto con le coste, con un microcosmo ambientale, naturalistico, antropico, suscettibile immediatamente a qualsiasi squilibrio possano provocare attività umane “dure” come some le estrazioni di gas o petrolio.

   E alle trivellazioni nel mare pare aggiungersi, nello stesso tempo, in questi mesi, la questione delle trivellazioni di terraferma riferite a quanto accaduto nel 2012 in Emilia con i due tragici terremoti. E qui di seguito ve ne diamo conto.

LA COMMISSIONE ICHESE E IL TERREMOTO DELL’EMILIA

   In Emilia Romagna da decenni si estraggono petrolio e gas naturale. Dopo le liberalizzazioni del 1998 e 2001, non c’è più solo l’Eni, ma è diventata terra di conquista da parte di tutte le compagnie. Nel maggio 2012 c’è stato il grave episodio del terremoto: con in particolare le due forti scosse del 20 e 29 di quel mese, con 27 persone uccise e centinaia di feriti, e tanti danni a case, chiese, fabbriche… nell’area della pianura padana emiliana, specie nell’epicentro delle province di Modena, Ferrara, ma anche in quelle di Bologna, Reggio Emilia, e con forti danni nel mantovano in Lombardia e nella provincia di Rovigo in Veneto.

Terremoto  in Emilia del 20 maggio 2012 -  localizzazione dell'epicentro e scala delle intensità
Terremoto in Emilia del 20 maggio 2012 – localizzazione dell’epicentro e scala delle intensità

   Questo terremoto ha fatto subito nascere un dubbio nella popolazione, ma anche nei tecnici e politici: È POSSIBILE CHE ESISTA UN COLLEGAMENTO TRA LE ATTIVITÀ DI ESTRAZIONE DEGLI IDROCARBURI E I TERREMOTI?

   A questa domanda ha cercato di dare risposta la Regione Emilia Romagna che, con l’iniziativa del suo presidente nonché nominato commissario straordinario per l’emergenza terremoto Vasco Errani, ha istituito una Commissione internazionale di studiosi per cercare di dare una risposta chiara a questo dubbio di CORRELAZIONE TRA PERFORAZIONI DEL SOTTOSUOLO E SISMICITA’.

   E’ così stata creata la cosiddetta COMMISSIONE ICHESE (questa sigla sta per: International Commission on Hydrocarbon Exploration and Seismicity in the Emilia Region) che è appunto una commissione internazionale “tecnico-scientifica per la valutazione delle possibili relazioni tra attività di esplorazione per gli idrocarburi e aumento di attività sismica nel territorio della regione Emilia Romagna colpita dal sisma del mese di maggio 2012”. Pertanto un gruppo di studiosi di varia provenienza ha iniziato di fatto il suo lavoro nel maggio 2013, un anno dopo il sisma.

   Questa Commissione è giunta alle conclusione (nel febbraio di quest’anno) che i terremoti che hanno colpito l’Emilia-Romagna il 20 e il 29 maggio 2012, uccidendo 27 persone e causando centinaia di feriti, potrebbero essere stati causati dall’estrazione petrolifera in zona. Cioè questa correlazione non viene per niente esclusa. Conclusioni rivelate nel mese di aprile dalla rivista SCIENCE, perché la Regione Emilia Romagna ha preferito non pubblicare subito queste deduzioni assai gravi.

La Commissione “Ichese” punta l’indice in particolare su un sito estrattivo (Cavone, a Mirandola, in provincia di Modena) a venti chilometri dall’epicentro del sisma: nelle conclusioni del rapporto si dice che “non può essere escluso che le attività di estrazione nel sito potrebbero aver innescato il terremoto del 20 maggio, il cui epicentro è a 20 chilometri di distanza”.da Corriere di Bologna 15 aprile 2014

   Non è escluso, si dice (cioè una posizione attendista, possibilista, né sì né no)…. Per questo “Servono ulteriori studi per accertare un nesso causale tra il terremoto del 2012 e attività estrattive in Emilia-Romagna” dicono ora il Commissario per il terremoto in Emilia, il Dipartimento della Protezione Civile e il Ministero dello Sviluppo Economico. E il Commissario Errani, in attesa di dati sicuri, dà uno stop alle trivelle in tutta l’Emilia Romagna, ma solo per quanto riguarda i nuovi permessi di ricerca: per chi invece il via libera a individuare o a coltivare idrocarburi l’aveva già ricevuto, non c’è stata nessuna revoca.

CONCLUSIONI – LE TRIVELLAZIONI IN MAR ADRIATICO E QUELLE IN TERRAFERMA

   Da ciò, in questa situazione di incertezza con possibili effetti sismici delle trivellazioni (dell’azione umana), incertezza confermata da tecnici e scienziati internazionali, vien da chiedersi se possiamo con leggerezza trapanare il nostro sottosuolo, in terraferma o in mare.

   E i dubbi di SUBSIDENZA (cioè ogni movimento di abbassamento verticale della superficie terrestre) o SISMICITÀ, come ci sono (dubbi) in Emilia ora, portano a chiedere che forse i nostri geo-territori, fatti di forte presenza antropica e con un Mar Adriatico dalle caratteristiche più di un grande lago, mal si adattano a interventi diffusi di estrazione del petrolio e del gas.

   Sull’Adriatico poi verrebbe da aggiungere che la vocazione di questo mare appare essere più di un importante ponte di interscambio (culturale, economico, di progetti comuni…) tra le diverse aree regionali italiane con i paesi balcanici che sono accomunati a noi dalle stesse acque (Slovenia, Croazia, Bosnia, Serbia, Albania, Macedonia); con un recupero della pesca; di un turismo balneare fatto di qualità (anche dove è di massa); di valorizzazione e conservazione di biotopi di grande pregio (il sistema lagunare nell’alto adriatico, ma non solo…); con lo sviluppo dei porti adriatici nei commerci mediterranei che restano ancora i più importanti al mondo…

   Ebbene tutto questo mal si adatta con un Adriatico fonte petrolifera e di gas fossile… E neanche una Croazia ora appartenente a un unico progetto di Unione Europea, può pensare di fare quel che vuole nell’installare in Adriatico (pur nei confini di sua “sovranità”) ben 29 piattaforme petrolifere (l’Unione Europea e il governo italiano dovrebbero trovare una via di trattativa con quello croato).

   Il “microcosmo euromediterraneo”, sia di terraferma che marino, mostra evidenti difficoltà ad accettare progetti dirompenti petroliferi. Purtuttavia lo sviluppo delle fonti energetiche alternative rinnovabili (a partire da quella solare) devono dimostrar concretamente di poter sostituire questi progetti così pericolosi per sismicità e subsidenza. (s.m.)

…………………………

L’OFFSHORE SUBÍTO: LA CROAZIA ALLA CONQUISTA DEL PETROLIO ADRIATICO

di Flavia Orlando, 22/4/2014, da sito FIRSTLINE, www.firstlinepress.org/

   Se ne parla come del “nuovo Texas”, come del “nuovo hub energetico dell’Europa sudorientale” e come di una “piccola Norvegia”. Un lancio aggressivo sui mercati energetici che negli ultimi anni, al suon di “offshore”, “shale gas” e “tar sands”, stanno diventando sempre più famelici e pervasivi.

   Parliamo dell’Adriatico e dei ricchi giacimenti di petrolio che l’azienda norvegese Spectrum ha esplorato negli ultimi mesi. Ma i protagonisti non siamo noi: è il Governo di Zagabria a dirigere le danze, e a ballare saranno le aziende che si candideranno per il bando per le concessioni relative allo sfruttamento di questo bacino, bando aperto il 2 aprile e che durerà sei mesi.

   Ci sono già una ventina di possibili candidate che hanno già acquistato i dati prodotti dalla Spectrum all’interno dell’indagine “Multi-Client 2D seismic acquisition survey offshore Croatia”, relativa alla  maggior parte dell’offshore croato.

   Un bocconcino molto appetibile: la compagnia statale Ina, attuale monopolista energetica di un mercato nazionale in corso di liberalizzazione, ha prodotto una stima sulle quantità di petrolio presenti nei futuri giacimenti offshore: secondo i suoi dati nella fascia di 12.000 chilometri quadrati di competenza della Croazia potrebbero essere estratti circa 2,8 miliardi di barili tra gas e petrolio.

L'AREA ADRIATICA  RICCA DI GIACIMENTI PETROLIFERI ESTRAIBILI CHE, SU COMMISSIONE DELLA CROAZIA, , E' STATA ESPLORATA IN QUESTI MESI DALL'AZIENDA NORVEGESE "SPECTRUM"
L’AREA ADRIATICA RICCA DI GIACIMENTI PETROLIFERI ESTRAIBILI CHE, SU COMMISSIONE DELLA CROAZIA, , E’ STATA ESPLORATA IN QUESTI MESI DALL’AZIENDA NORVEGESE “SPECTRUM”

Per il momento si tratterebbe solo di stime, la compagnia norvegese dal canto suo è stata più prudente e non ne ha prodotte. Il presidente della Spectrum, Rune Eng ha infatti dichiarato: “È ancora troppo presto per parlare delle quantità ma l’Adriatico orientale è senza dubbio molto attraente per le corporations internazionali dato che il mare non è molto profondo, fatto che riduce notevolmente il costo delle piattaforme per l’estrazione, in paragone ad altre parti del mondo, come in Africa o in Brasile”.

Tuttavia se la realtà anche solo si avvicinasse alle proiezioni dell’Ina l’Adriatico rappresenterebbe per la Croazia un’enorme ricchezza. Si pensi che le attuali estrazioni croate sono solo di 80 milioni di barili, e che già così coprono il 30% del fabbisogno energetico nazionale. Nel caso le estrazioni offshore partissero la produzione energetica Croata supererebbe abbondantemente il consumo interno, trasformandola appunto in una nuova Eldorado.

   A dichiararlo è stato lo stesso ministro dell’economia Ivan Vrdoljak nel corso della visita per i media da lui organizzata sulla nave della Spetrum “Seabird Northern Explorer: “Sembra che la Croazia possa essere uno dei pochi Paesi europei che possiedono molte più risorse di gas e petrolio del loro fabbisogno e potrebbe, entro la fine di questo decennio, trovarsi nella posizione di una piccola Norvegia, diventando uno snodo energetico dell’intera regione”.

   Una possibilità che il Governo non ha nessuna intenzione di farsi scappare, in particolare se si pensa alla necessità del paese di sistemare i propri bilanci da quando, nel luglio dello scorso anno, ne è stata accettata l’entrata nell’Unione Europea. Il quotidiano croato Vecernji list ha sostenute che solo nei prossimi 4 anni potrebbero entrare nelle casse del paese un miliardo e 400 milioni di euro. E si calcola che l’attività estrattiva potrebbe durare per circa 25 anni.

   Inoltre ad attrarre potenziali investitori si aggiungono altri fattori: l’Adriatico si presenta come un bacino petrolifero già ricco di infrastrutture, si contano 107 piattaforme offshore, 68 nel Nord Adriatico, 33 nella parte centrale e 6 a sud, nel mar Ionio. E per di più, come già detto, la superficialità dei fondali adriatici riduce ulteriormente gli investimenti necessari per la realizzazione di impianti estrattivi.

   Insomma si sta costruendo un nuovo hub petrolifero proprio a ridosso delle coste italiane, e ciò manderà a monte il percorso di emancipazione dall’offshore che diverse regioni avevano intrapreso. Infatti l’anno scorso i Consigli regionali di Veneto, Abruzzo, Molise, Marche e Puglia, hanno spinto per una proposta di legge al Parlamento che vieti le ricerche di petrolio e gas.

   Ciò in accordo col più ampio orientamento europeo verso una politica marittima di Adriatico e Ionio: si tratta di una guida tracciata dalla Commissione europea, e sottoscritta anche dalla Croazia, per dare la priorità a “UN’ECONOMIA BLU RAFFORZATA, UN AMBIENTE MARINO PIÙ SANO, UNO SPAZIO MARITTIMO PIÙ SICURO E UN’ATTIVITÀ DI PESCA PIÙ RESPONSABILI”.

   L’Italia non potrà mettere bocca sulla situazione, anzi, l’avanzare del progetto darà spazio ai sostenitori interni del petrolio offshore come fonte energetica sicura, che promuoveranno le stesse politiche per le aree marittime italiane, giustificandole con il rischio già subito per le estrazioni croate.

   Eppure in Italia l’opposizione popolare alle trivellazioni è in crescita. Esiste un COORDINAMENTO NAZIONALE NO TRIV la cui voce comincia a farsi sentire. Giusto il 17 aprile il Tar del Lazio ha respinto il ricorso della britannica Medoilgas che si era opposta alla richiesta di una Autorizzazione Integrata Ambientale necessaria per la trivellazione offshore dell’area adriatica “Ombrina mare”. A dimostrazione della richiesta di sicurezza e tutela che alcuni comitati locali, tra cui il “No Petrolio” di Lanciano avanzano tramite le vie giuridiche a loro accessibili.

   Ma nel nostro paese c’è chi vede nel petrolio addirittura una delle risorse economiche più importanti per una rinascita del sud. E nelle ultime settimane il Ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi (proveniente dall’industria e apprezzata anche dal centrodestra come un proprio ministro all’interno del Governo) se ne è fatta la prima sostenitrice.

   Nel corso di una recente intervista rilasciata a Il Mattino ha dichiarato come a suo avviso sia necessario “dare spazio all’utilizzo di risorse energetiche tutte meridionali da tempo dimenticate”, e il 27 marzo ha indicato come  priorità del proprio dicastero la ripresa degli investimenti privati per la ricerca e la produzione di idrocarburi e la centralizzazione delle competenze in materie di infrastrutture energetiche strategiche.

   Il 7 aprile ha poi annunciato la necessità di sfruttare le risorse petrolifere in particolare in Basilicata: “basta con i veti e l’immobilismo. Non si può continuare a far finta di niente sapendo che sotto i nostri piedi ci sono enormi potenzialità energetiche, giacimenti di gas e idrocarburi indispensabili a garantire energia allo sviluppo del Paese».

   La “sfida del sud” secondo il ministro sarà vinta avviando “lo sfruttamento delle risorse petrolifere di cui gran parte del territorio è ricco ma che restano sottoutilizzate per non dire del tutto ignorate”. La spinta neoliberista è forte nelle prospettive ministeriali: il ministro ha proseguito il suo discorso appellandosi agli  “investimenti privati pronti, e non da oggi,  ad essere attivati nel rispetto delle più ampie garanzie di tutela ambientale. Non si possono confondere le giuste esigenze ambientali con l’immobilismo più totale. Il mondo cambia in 24 ore, e noi non possiamo continuare a dipendere dall’estero: se penso che tra i più importanti Paesi fornitori di energia all’Italia figurano Siria, Libia e Ucraina, una riflessione vada fatta”.

   A tutela dell’ambiente e delle popolazioni rimane una normativa di sicurezza preventiva europea: dopo il DISASTRO DI 4 ANNI FA OPERATO DALLA PIATTAFORMA OFFSHORE DELLA BP NEL GOLFO DEL MESSICO, la COMMISSIONE EUROPEA ha avviato un’analisi sulla sicurezza delle attività offshore che ha portato alla produzione nel GIUGNO 2013 della DIRETTIVA 2013/30/UE.

   Al suo interno è previsto che OGNI STATO MEMBRO, nel momento in cui rilascia un’autorizzazione all’estrazione di idrocarburi, DEBBA ASSICURARSI CHE IL SOGGETTO AUTORIZZATO SIA IN POSSESSO DELLA CAPACITÀ FINANZIARIA NECESSARIA A GARANTIRE OPERAZIONI SICURE ED EFFICACI, nonché di quella necessaria a coprire i costi di eventuali gravi incidenti. Una magra consolazione per le popolazioni che suoi propri territori quei gravi incidenti, spesso irreparabili al di là delle risorse disponibili, non vorrebbero mai vederli avvenire. (Flavia Orlando)

……………………….

PETROLIO, LA CROAZIA SFIDA L’ITALIA

di Jacopo Giliberto, da “il Sole 24ore” del 27/4/2014

   Via libera della Croazia alle perforazioni petrolifere nel mare. Ovviamente il via libera vale nella metà dalmata dell’Adriatico, fino al confine delle acque, e vale come una sfida all’immobilismo italiano. Si stima che in mezzo al mare, fino a un millimetro dalle acque italiane, ci siano giacimenti su 12mila chilometri quadrati di spettanza croata, 3 miliardi di barili. Ma come in superficie l’inquinamento, anche nel sottosuolo i giacimenti non seguono i limiti di competenza assegnati dai burocrati e, come sa bene chi ama la granita nel bicchiere, la cannuccia arrivata nella granita per prima assapora lo sciroppo migliore e lascerà ad altri i soli detriti.

   Sarà deluso chi ritiene che l’Italia, pensando all’immagine della cannuccia nella granita, si affretti a fare altrettanto con i giacimenti di qua dal confine marittimo: l’Italia fa l’esatto contrario. La Regione Emilia-Romagna, di fronte alle cui spiagge ci sono più di 50 piattaforme italiane che estraggono il metano usato da decenni dalle famiglie in cucina e per scaldare le case, ha deciso di vietare qualsiasi forma di trivellazione nel suo territorio, mentre a Roma il Senato intende vietare del tutto ogni ricerca di giacimenti nella parte italiana dell’Adriatico, con l’obiettivo sotteso di bloccare lo sfruttamento di un piccolo e contestatissimo giacimento davanti a una spiaggia abruzzese.

   L’elenco dell’autolesionismo demagogico continua. Nello stesso ordine del giorno che ferma le ricerche di giacimenti nella parte italiana dell’Adriatico, il Senato impone che i giacimenti italiani a sud della Sicilia non vengano sfruttati. Con ogni probabilità, ciò darà a Malta la libertà di trivellarli al posto nostro, lasciando ai maltesi la cannuccia (per restare sull’immagine della granita) e a noi i detriti.

   Nel settembre scorso, periodo degli ultimi bagni in Adriatico, la nave norvegese Northern Explorer noleggiata dal Governo di Zagabria per 12 milioni al mese ha cominciato a sparare nel mare bolle d’acqua, in modo da far risuonare il fondale. L’ascolto dell’eco svela i segreti del sottosuolo.

Ci sono 107 piattaforme offshore: 68 nel Nord Adriatico, 33 nella parte centrale e 6 a sud nel mar Ionio
Ci sono 107 piattaforme offshore: 68 nel Nord Adriatico, 33 nella parte centrale e 6 a sud nel mar Ionio

   Ecco il ministro croato degli Esteri, Ivan Vrdoljar: «Una piccola Norvegia di gas a Nord e di petrolio a Sud – ha detto – che può fare di noi un gigante energetico dell’Europa». Nelle scorse settimane Vrdoljar ha incontrato rappresentanti della Rosneft e della Gazprom. Un mese fa il Governo croato ha emanato il bando per l’esplorazione e lo sfruttamento di idrocarburi in Adriatico. Entro novembre dovrebbe essere chiusa l’asta e nei primi mesi dell’anno venturo ci saranno i vincitori.

   Sono interessate circa 40 compagnie di mezzo mondo, comprese l’ExxonMobil, la Shell e anche l’Eni che, a un passo dal confine fra le due acque, condivide la piattaforma “Ivana” della croata “Ina” (compagnia oggetto di inchieste per tangenti, la cui maggioranza è stata messa in vendita pochi giorni fa dal Governo di Zagabria, mentre socio di minoranza è l’ungherese Mol). Per leggere i dati raccolti dalla nave spara-acqua norvegese bisogna pagare 5mila dollari.

   Sono all’asta 29 blocchi di fondale adriatico, fra i mille e i 1.600 chilometri quadrati l’uno, di cui otto nel Golfo di Venezia. Assicura la presidente dell’Agenzia croata degli idrocarburi, Barbara Doric, che saranno osservate le regole ambientali più rigorose. Non c’è dubbio.

   Una citazione merita la protesta «No triv» che agita alcuni abitanti delle isole Tremiti (Foggia) e molti abitanti delle città di terraferma, i quali temono conseguenze ambientali per le trivellazioni sul lato italiano dell’Adriatico. Mentre l’Italia ha dovuto sospendere per le contestazioni i progetti di sfruttamento al largo delle Tremiti, uno dei blocchi messi all’asta da Zagabria è quello attorno all’isola di Pelagosa, adiacente alle Tremiti. Era un’isola italiana la cui esistenza fu dimenticata da Roma e nella disattenzione italiana venne jugoslavizzata nel ’47. Oggi si chiama Palagruža e da lì le compagnie potranno trivellare in tutta la loro croata sicurezza, vicino a Pianosa e ad appena 30 chilometri dalle scogliere superbe del Gargano. (Jacopo Giliberto)

……………………

………….

SISMA IN EMILIA: SCIENCE, UN RUOLO LE ESTRAZIONI?

(Ansa) – 11/4/2014 – I terremoti che hanno colpito l’Emilia-Romagna il 20 e il 29 maggio 2012, uccidendo 27 persone e causando centinaia di feriti, potrebbero essere stati causati dall’estrazione petrolifera in zona. Sarebbero le conclusioni non ancora pubblicate, in attesa di studi ulteriori, del rapporto della commissione Ichese, anticipate dalla rivista Science. La commissione fu istituita per valutare le possibili relazioni tra esplorazione ed estrazione di idrocarburi in Emilia Romagna e i due terremoti.  Science cita fonti che conoscono lo studio, secondo le quali ”il rapporto sarebbe stato presentato alla Regione Emilia-Romagna, almeno un mese fa”. Secondo le stesse fonti ”i politici sia a livello regionale sia nazionale sarebbero preoccupati per gli effetti e starebbero ritardando la pubblicazione”.

    Il rapporto, spiega Science, esclude che il deposito di gas naturale sopra la faglia geologica attiva nei pressi di Rivara nella valle del Po potrebbe aver causato i terremoti perché le trivellazioni dovevano ancora iniziare quando questi si sono verificati. Invece, secondo Science, il rapporto ”punterebbe l’indice su un altro sito: il giacimento di petrolio di Cavone, gestito da Gas Plus”. Science sostiene di aver visto le conclusioni del rapporto nelle quali ci sarebbe scritto che ”non può essere escluso che le attività di estrazione nel sito potrebbero aver innescato il terremoto del 20 maggio, il cui epicentro è a 20 chilometri di distanza”.

   PROTEZIONE CIVILE, RAPPORTO ICHESE NON CONCLUSO –  Servono ulteriori studi per accertare un nesso causale tra il terremoto del 2012 e attività estrattive in Emilia-Romagna. E’ il passaggio cruciale, in sintesi, di una nota congiunta del Commissario per il terremoto, del Dipartimento della Protezione Civile e del Ministero dello Sviluppo Economico in merito all’articolo della rivista Science ripreso oggi da alcuni organi di stampa italiani in cui si mette il relazione il sisma e l’estrazione di petrolio in località Cavone, nel Modenese.

   “Il Rapporto, denominato Ichese – precisa la nota congiunta – è stato elaborato da una Commissione di esperti costituita su iniziativa del Commissario e d’intesa col Dipartimento della Protezione Civile al fine di avere risposte esaustive circa una eventuale relazione di concausa tra i terremoti che hanno colpito la Regione Emilia-Romagna nel 2012 e le attività estrattive di idrocarburi. Il Rapporto, consegnato a metà febbraio, sottolinea come sia necessario, per escludere o confermare l’ipotesi di un legame causale tra le estrazioni di idrocarburi nella località Cavone e i fenomeni di sismicità dell’area, approfondire gli studi sviluppando attività di monitoraggio altamente tecnologiche per l’acquisizione di ulteriori dati necessari alla costruzione di un modello dettagliato del sottosuolo”. “In febbraio si è quindi costituito presso il Ministero dello Sviluppo Economico, in stretta relazione con la Regione – prosegue la nota – un Gruppo di lavoro composto da tecnici del Ministero, del Dipartimento della Protezione Civile ed altri esperti, che da allora sta lavorando agli approfondimenti indicati nelle raccomandazioni della Commissione, per la definizione di linee guida che consentiranno di raccogliere i dati per dare le risposte necessarie. Si tratta di una attività di indagine che si colloca ai livelli più avanzati di ricerca del mondo. Il protocollo delle linee guida, che sono in fase avanzata di preparazione, sarà presentato in tempi rapidi insieme alla pubblicazione integrale del Rapporto Ichese”.

……

IL RAPPORTO della Commissione ICHESE:

Report on the Hydrocarbon Exploration and Seismicity in Emilia Region

Vedi tutti gli aggiornamenti sul caso pubblicati dalla Regione Emilia Romagna:

http://ambiente.regione.emilia-romagna.it/geologia/notizie/primo-piano/commissione-ichese-on-line-il-rapporto-integraleestrazione petrolifera_2

………………………….

SISMA, COMMISSIONE: “NON SI PUÒ ESCLUDERE RAPPORTO TRA ESTRAZIONI E TERREMOTI”

di Annalisa Dall’Oca | Modena | 11aprile 2014, da “Il Fatto Quotidiano”

– La rivista Science anticipa le conclusioni dell’indagine condotta dal gruppo tecnico scientifico incaricato nel 2012 dalla Protezione civile di fare luce sulle possibili relazioni tra le attività di esplorazione per la ricerca di idrocarburi e le due scosse del 2012. –

   “Non è possibile escludere” un collegamento tra le attività estrattive e i terremoti che nel maggio del 2012 colpirono Emilia Romagna, Lombardia e Veneto. Sarebbero queste le conclusioni dell’indagine condotta dalla commissione internazionale Ichese, incaricata nel 2012 dalla Protezione civile, su richiesta del commissario alla ricostruzione Vasco Errani, di fare luce sulle possibili relazioni tra le attività di esplorazione per la ricerca di idrocarburi e l’aumento dell’attività sismica nel territorio dell’Emilia Romagna.

   Il rapporto che conterrebbe quelle affermazioni ad oggi non è stato ancora reso pubblico, anche se sarebbe stato consegnato alla Regione già un mese fa. Contattato da ilfattoquotidiano.it, il presidente Errani si è limitato a rispondere che “tutto sarà chiarito pienamente”.

   Tuttavia, secondo la rivista Science, che afferma di averlo letto e che per prima ne ha dato notizia, sarebbero proprio le attività di estrazione petrolifera nel giacimento di Cavone (Modena), secondo gli esperti della Ichese, ad aver “innescato” i terremoti di magnitudo 5.9 e 5.8 che il 20 e il 29 maggio del 2012 costarono la vita a 27 persone, provocando danni per 13 miliardi di euro. Sarebbe invece da escludere l’ipotesi per cui le indagini invasive nel deposito gas vicino a Rivara avrebbero determinato le scosse.

Nel rapporto della commissione, che secondo Science sarebbe datato febbraio 2014, i tecnici incaricati dalla protezione civile sulla base dell’ordinanza 76 del 12 novembre 2012 emessa dal commissario Errani, infatti, indicherebbe un possibile “fattore scatenante” tra le cause che hanno provocato i fenomeni sismici di due anni fa: gli impianti petrolifici di Cavone, nei pressi di San Possidonio, in provincia di Modena, di proprietà della Gas Plus.

   “Nelle conclusioni della commissione – cita la rivista scientifica – c’è scritto che non si può escludere che le attività nel sito abbiano dato inizio al terremoto del 20 maggio, il cui epicentro era a circa 20 chilometri di distanza”: “Secondo gli esperti – riporta Science – le variazioni di stress e pressione all’interno della crosta terrestre, derivanti sia dalla rimozione del petrolio, sia dall’introduzione di fluidi necessari a provocare la fuoriuscita del greggio, quasi certamente non sarebbero state sufficienti a provocare, da sole, un terremoto simile. Tuttavia è possibile che la faglia coinvolta nella sequenza sismica del 20 maggio fosse vicina al punto di rottura, e che le variazioni imposte dall’uomo alla crosta terrestre, seppur minime, siano state sufficienti a innescare il terremoto. Fenomeno che, a sua volta, potrebbe aver dato avvio alla scossa del 29 maggio”.

   Le ipotesi formulate dalla commissione di tecnici – i cui membri sono il presidente Peter Styles, docente di geofisica applicata e ambientale alla Keele 4 Univerity in Gran Bretagna, ma anche membro dello “Shale Gas Europe expert advisory panel”, il professore emerito di Geofisica alla Federico II di Napoli, Paolo Gasparini, altresì consulente per varie ditte petrolifere, il direttore dell’International center for geothermal research in Germania, Ernst Huenges, centro a sua volta finanziato da petrolieri, il professore ordinario di geologia strutturale all’Università di Pisa, Paolo Scandone, il direttore generale per le risorse minerarie ed energetiche del dipartimento per l’Energia del ministero dello Sviluppo Economico Franco Terlizzese e Stanislaw Lasocki, capo del Dipartimento di Sismologia e Fisica della Terra a Varsavia, in Polonia – si baserebbero sulla correlazione tra l’aumento di attività registrata negli impianti di Cavone nell’aprile del 2011 e l’aumento di sismicità nell’area prima del 20 maggio 2012. Tuttavia, precisa Science, “manca un modello fisico di sostegno”, in grado di dimostrare effettivamente il nesso tra la dinamica dei fluidi legati all’estrazione del petrolio e l’effetto che tali fluidi avrebbero sulla crosta terrestre.

   Ed è proprio per costruire un modello dettagliato del sottosuolo in grado di confermare o smentire l’ipotesi tale nesso che, fanno sapere Regione Emilia Romagna, ministero per lo Sviluppo economico e Protezione civile in una nota congiunta, “in seguito alla consegna del rapporto Ichese, a febbraio è stato costituito, presso il ministero dello Sviluppo economico, un gruppo di lavoro dedicato a effettuare gli approfondimenti indicati nelle raccomandazioni della commissione”.

   Le conclusioni iscritte nel rapporto Ichese, spiega la nota, “sottolineano la necessità, per escludere o confermare l’ipotesi di un legame causale tra le estrazioni di idrocarburi nella località Cavone e i fenomeni di sismicità dell’area, di approfondire gli studi sviluppando attività di monitoraggio altamente tecnologiche per l’acquisizione di ulteriori dati necessari alla costruzione di un modello dettagliato del sottosuolo”.

   Il gruppo di lavoro, quindi, definirà “le linee guida che consentiranno di raccogliere dati per fornire le risposte necessarie”, “un’attività di indagine che si colloca ai livelli più avanzati di ricerca del mondo”, e tali linee guida, “che sono in fase avanzata di preparazione”, “saranno presentate in tempi rapidi insieme alla pubblicazione integrale del Rapporto Ichese”. Intanto il 15 aprile la giunta Errani riferirà in aula sulle attività della commissione.

   In Emilia Romagna, nella bassa terremotata, del resto, cittadini e sindaci aspettano. Perché sul tavolo del ministero dell’Ambiente le domande presentate da AZIENDE ITALIANE E STRANIERE INTERESSATE A TRIVELLARE IL TERRITORIO ALLA RICERCA DI IDROCARBURI, AUMENTANO: c’è la texana Aleanna Resources, che vorrebbe esplorare il sottosuolo ferrarese alla ricerca di metano, c’è la milanese Expoloenergy s.r.l, che in piena area ‘cratere’ vorrebbe estrarre lo ‘shale gas’, c’è Independent Resources, che non ha mai rinunciato al ricorso per il sito di Rivara. Solo per fare qualche esempio. E se la Regione, dopo i terremoti del 2012, aveva sospeso ogni autorizzazione a trivellare proprio in attesa del parere della commissione Ichese, il timore è che prima o poi, quel via libera possa arrivare.

L’articolo su Science

……………………………

L’inchiesta di “REPORT” -Rai3- sui terremoti in Emilia del 20 e 29 maggio del 2012:

VIDEO-INCHIESTA “COSA C’E’ SOTTO?”

……………………………

TERREMOTO EMILIA. STOP ALLE TRIVELLAZIONI DOPO IL RAPPORTO ICHESE. MARIO TOZZI: “DOPO L’AQUILA NESSUNO RISCHIA”

da “il Mattino di Padova” del 16/4/2014

– Secondo il geologo non viene indicato un nesso causa-effetto. ll presidente dell’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia Stefano Gresta è cauto: “Leggerò le carte” –

   Il presidente dell’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia Stefano Gresta è prudente, chiede tempo per leggere il rapporto Ichese, appena arrivato sul suo tavolo: «Voglio capire quali sono le motivazioni – dice – Certo, ci sono, in determinate regioni del mondo, evidenze che l’attività dell’uomo abbia innescato terremoti. Ma non di magnitudo 6, a parte per un caso, in India, di sismicità indotta da un grosso invaso per una diga. Vorrei capire come un’attività antropica possa essere messa in relazione con una magnitudo 6, una quantità di energia e un volume di crosta coinvolto nella frattura molto ampio rispetto a quella che può essere la microsismicità indotta da estrazioni petrolifere o dal ripompare acqua nella crosta».

   La cautela è necessaria, dice, perché «non vorremmo che ci fosse sfuggito qualcosa che la commissione ha ritenuto di valutare», perché è necessario trovare una spiegazione alla frase-chiave: «non è possibile escludere, ma neanche provare» che le attività di sfruttamento dei pozzi di Mirandola possano aver contribuito a innescare l’attività sismica». Perché piccoli eventi sismici registrati per esempio vicino a bacini petroliferi, sottolinea, sono conosciuti, «ma di magnitudo inferiore a 3, quindi 30mila volte più piccoli rispetto a un sisma di magnitudo 6».

   Mario Tozzi, geologo, primo ricercatore del Cnr e divulgatore scientifico, non nasconde invece la sua sorpresa. E spiega così le conclusioni del rapporto: «È un modo per cautelarsi. Dopo L’Aquila nessuno si prende più la responsabilità di dire che non ci sono relazioni. Il rapporto non dice nulla, sostanzialmente: si parla di concomitanza statistica, non di rapporto causa-effetto. Se non ci fosse stata la sciagurata sentenza aquilana adesso non ci sarebbero queste conclusioni, perché siccome nessuno può escludere nulla nessuno se la sente di dire quello che fino a ieri avrebbe detto: cioè che attività antropiche possono provocare terremoti molto limitati». La condanna a sei anni degli scienziati che componevano la commissione Grandi rischi, accusati di avere dato «informazioni inesatte, incomplete e contraddittorie» sulla pericolosità delle scosse registrate nei sei mesi precedenti al 6 aprile 2009, secondo Tozzi rappresenta un vero e proprio spartiacque.

   «Quella della Regione di bloccare le nuove attività è una decisione politica, probabilmente al loro posto avrei fatto la stessa cosa. Ma il motivo per cui devi bloccare l’estrazione di idrocarburi è perché fa male bruciarli, non perché generano terremoti, e poi di quella magnitudo, potentissimi. La domanda vera da porsi è: quante probabilità esistono che questa attività abbia innescato quel terremoto? Una su mille, una su un milione, su cento milioni?».

   Tozzi è perplesso anche davanti al termine «innesco» usato nel rapporto Ichese per definire un’attività umana che in qualche modo «anticipa» un terremoto: «Non c’era mica una sequenza sismica, come all’Aquila. Nel Pollino per due anni si sono registrati terremoti, in un’area tra la Calabria e la Basilicata, dove da vent’anni si estrae petrolio e ci sono i più grandi giacimenti d’Europa. Avrebbero dovuto far cessare ogni attività, ma non è stato fatto e neppure c’è stato alcun grande terremoto. Eppure lì siamo sicuri che lo stress tettonico si stava caricando. Certo, non avremmo potuto escluderlo, ma come non possiamo escludere alcun altro tipo di fenomeno». (m.r.t.)Trivellazioni e terremoti ci si domanda se c_e un nesso

……………………

SISMA, DA REGIONE STOP A TRIVELLAZIONI. MA SOLO PER NUOVI PERMESSI. ERRANI: “MI SCUSO”

di Annalisa Dall’Oca | 15 aprile 2014, il Fatto Quotidiano

– La giunta di Errani ha illustrato all’assemblea legislativa il “rapporto Ichese”, elaborato dal gruppo di esperti e che non “può escludere” la correlazione tra indagini nel sottosuolo e le scosse del maggio 2012. E riguardo al ritardo con cui sono stati diffusi i risultati, l’assessore alla protezione civile Gazzolo ha assicurato che “non si voleva nascondere la verità”. Errani: “Mi scuso per il silenzio ma non volevamo allarmare nessuno” –

Stop alle trivelle in tutta l’Emilia Romagna, ma solo per quanto riguarda i nuovi permessi di ricerca. Per chi invece il via libera a individuare o a coltivare idrocarburi l’aveva già ricevuto, non ci sarà nessuna revoca.

É una sospensione delle autorizzazioni a perforare il sottosuolo per cercare giacimenti di combustibile fossile solo parziale quella varata dalla giunta Vasco Errani alla luce delle conclusioni redatte dalla commissione internazionale Ichese, che nel report consegnato lo scorso febbraio (leggi qui) aveva scritto di non poter escludere un nesso tra le attività estrattive e l’aumento di sismicità nel territorio regionale.

Il provvedimento, infatti, riguarderà solo i 14 nuovi permessi di ricerca che attendevano il via libera della Regione Emilia Romagna, mentre non toccherà né le 35 autorizzazioni già approvate a scavare pozzi esplorativi per individuare giacimenti in tutte le nove provincie, né le 3 concessioni di sfruttamento attive a Spilamberto, a Recovato e a Mirandola.

Solo l’impianto petrolifero di Cavone, di proprietà della Gas Plus, “innesco”, secondo la commissione Ichese, del terremoto del 20 maggio, smetterà di produrre petrolio, almeno temporaneamente: “domani – annuncia Errani – presso il ministero, verrà firmata un’intesa per condurre una sperimentazione finalizzata alla definizione del modello geodinamico del sottosuolo, di monitoraggio nonché alla realizzazione di un sistema semaforo per stabilire un vero e proprio piano di gestione del rischio”.

“Quelle autorizzazioni – precisa Errani – non sono di competenza della Regione, ma del ministero dello Sviluppo Economico“. Tanto che a larga maggioranza é stata bocciata dall’Assemblea legislativa la risoluzione presentata da Andrea Defrancheschi, capogruppo del Movimento 5 Stelle, e da Giovanni Favia, Gruppo Misto, per “impegnare la giunta a negare tutte le autorizzazioni di ricerca e prelievo di idrocarburi sul territorio regionale attualmente in corso di valutazione impatto ambientale, nonché a revocare, di concerto col ministero, quelle già rilasciate”: 35 voti contrari su 43 votanti.

“Non possiamo votare un provvedimento illegittimo – spiega anche l’assessore alle Attività produttive Gian Carlo Muzzarelli – ed é illegittimo dire si revocano i permessi. La Regione non é titolata dalla legislazione a farlo perché é il ministero a concedere le autorizzazioni”. Per ora, quindi, gli occhi del parlamento regionale rimarranno rivolti verso Roma, dove UN GRUPPO DI TECNICI COSTITUITO PRESSO IL DICASTERO ALLO SVILUPPO ECONOMICO STA LAVORANDO AGLI APPROFONDIMENTI INDICATI NELLE RACCOMANDAZIONI DELLA COMMISSIONE, con lo scopo definire linee guida operative per ulteriori attività di monitoraggio.

Sulla base di ciò che concluderà questa nuova commissione, quindi, la Regione deciderà sulle trivellazioni future. Intanto, però, la giunta Errani, accusata di aver tentato di “insabbiare” per ragioni politico – economiche la relazione Ichese, ha annunciato che il documento sarà immediatamente reso pubblico in versione integrale sul sito della Regione Emilia Romagna.

“Nessuno – sottolinea Errani, rivendicando la ‘buona fede della propria decisione, quella cioè di attendere prima di diffondere l’esito dell’indagine sul rapporto trivelle e terremoti – può pensare che non si volesse far conoscere la relazione, semplicemente si è pensato di far corrispondere alla pubblicazione le scelte conseguenti per non ingenerare allarme, ma visto che le anticipazioni sulla relazione pubblicate hanno creato sospetti chiedo scusa. Me ne assumo la responsabilità”.

Scuse che però non sono state accolte dai comitati No Triv di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, che a marzo, quindi circa un mese dopo la consegna delle conclusioni alla Regione, avevano richiesto un incontro con l’assessore alle Attività produttive Gian Carlo Muzzarelli proprio per parlare di idrocarburi e trivelle, e per chiedere conto sulle attività della Ichese. All’incontro, del resto, l’attuale candidato a sindaco di Modena per il centrosinistra non c’era andato, e al suo posto si era presentato il sottosegretario Alfredo Bertelli, “che però – racconta Irene Gigante dei No Triv di Ferrara – ci ha mentito. Ci ha detto che la commissione era ancora molto lontana dalla consegna della relazione, quando invece era già stata consegnata da un mese. É una vergogna”.

“Ciò che Errani ha detto oggi non soddisfa né noi comitati, né i cittadini – spiega Elisabetta Sala dei No Triv – Non è possibile aspettarsi dalla scienza una risposta unitaria, univoca, ma per noi che in questa terra terremotata e trivellata ci viviamo, quel “non si può escludere” pronunciato dalla commissione Ichese é più che sufficiente a dire ‘stop a tutte le trivellazioni in Emilia Romagna‘”.

“L’idea che l’Emilia Romagna diventi un modello per sperimentare delle linee guida per estrarre idrocarburi dal sottosuolo, con 27 persone morte in seguito a terremoti che potrebbero essere stati innescati da quelle stesse trivelle é scellerata – commenta anche Maria Teresa Pistocchi, No Triv e M5S di Ferrara – noi non siamo cavie”.

“É inaccettabile che si spendano ancora soldi pubblici per un’attività che alla Regione e ai Comuni interessati non porta guadagno, che inquina e deturpa il paesaggio” sottolinea anche Favia. “Errani così prende tempo, e parla di trasparenza quanto per due mesi hanno tenuto questo rapporto nel cassetto – conclude Defranceschi – a questo punto viene da chiedersi cos’altro ci venga tenuto nascosto finché qualche bravo giornalista non li smaschera come in questo caso. Ai cittadini dell’Emilia Romagna serviva un atto politico, che con la bocciatura della nostra risoluzione è mancato”.

……………………..

IL SITO DI CAVONE È IN ESAURIMENTO

da “la Gazzetta di Modena” del 15/4/2014

– L’assessore regionale Muzzarelli sulle trivellazioni: «Non andrà avanti per molto, quindi si può chiudere e stiamo facendo verifiche per questo» –

   Il sito di Cavone a Mirandola è in esaurimento. E la regione si sta già attivando per poterlo chiudere definitivamente.

   Nel frattempo, come confermato anche oggi dal governatore Vasco Errani, l’attività di estrazione è sospesa e domani sarà firmata l’intesa a Roma con la società di gestione Gas Plus per l’avvio di un’attività di monitoraggio e ricerca scientifica sui possibili legami fra le trivellazioni e il terremoto che nel maggio 2012 squassò l’Emilia.

   «Il sito di Cavone, mi dicono oggi i tecnici, è in esaurimento- afferma l’assessore regionale alle attività produttive, Giancarlo Muzzarelli, oggi durante l’incontro con i comitati No triv in Regione – non andrà avanti ancora per molto. Quindi si può chiudere, stiamo facendo delle verifiche anche su questo”. I comitati chiedono di poter nominare uno scienziato di loro fiducia che partecipi agli studi del Cavone: »non siamo disposti a fare da cavia», dicono.

   Ma Muzzarelli fa capire che è impossibile. “Il ministero non vuole nessuno attorno al Cavone- avverte l’assessore- sarà già difficile che accettino la presenza della regione. Ci rivediamo ogni tanto per informarvi di come procedono le cose”.

   Stessa rassicurazione anche da parte di Paola Gazzolo, assessore regionale alla difesa del suolo, anche lei presente al faccia a faccia. «Non mettiamo il bavaglio a nessuno- assicura- ora leggete bene il rapporto ichese che abbiamo pubblicato oggi e poi ci rivediamo, altrimenti rischiamo di parlare di due livelli diversi»

……………………….

ALTRI PARERI

ICHESE, CHI ERA COSTUI?

di Enzo Boschi*, da www.usirdbricerca.info/ del 15/4/2014

   Ho letto, su un portale istituzionale, un comunicato congiunto del Commissario per il terremoto dell’Emilia-Romagna, del Dipartimento della Protezione Civile e del Ministero dello Sviluppo economico, datato 11 aprile.

   Il documento parla del rapporto della Commissione, chiamata Ichese, istituita dalla Regione Emilia-Romagna in seguito alle scosse sismiche che colpirono la Bassa provocando 27 vittime e un diffuso danneggiamento.

   Il rapporto Ichese è stato consegnato alla Regione in febbraio ma solo il 12 aprile noi cittadini italiani ne siamo stati informati, grazie alla rivista americana Science che, non è dato sapere come, è riuscita a consultarlo.

   Sembra che gli esperti della Commissione siano giunti alla conclusione che “non si può escludere” che estrazioni petrolifere abbiano causato la scossa del 20 maggio che poi, a sua volta, avrebbe determinato la seconda, quella del 29 maggio, che provocò il maggior numero di vittime.

   A mio avviso, una conclusione di questo tipo non è decorosa per una Commissione scientifica fatta, secondo certi giornali, di luminari. Quindi prima di formulare un giudizio netto è bene attendere il testo ufficiale, se sarà reso disponibile.

   Non voglio pensare che questo ritardo sia dovuto al fatto che si sta concordando ancora il testo del rapporto, perché a pensar male si fa peccato.

Il fatto che già si sia stabilito che un’altra Commissione sarà necessaria per approfondire quanto fatto dalla prima, non fa comunque ben pensare. E non se ne può escludere a questo punto, per induzione, una terza. Sempre di luminari.

Spero che mi si possa perdonare, ma i luminari me li immagino tutti ricoperti di piccole lampadine intermittenti, come gli alberi di Natale di una volta.

Mi sto convincendo comunque che si è fatto in modo di far avere la notizia a Science per vedere “l’effetto che fa” e che le cose raccontate siano sostanzialmente corrette.

Ovviamente e giustamente, la conclusione capziosa della Commissione, così come è riportata da Science, sta scatenando un gran putiferio fra la gente dei Comuni particolarmente colpiti, ai quali, bisogna riconoscerlo, sono  state raccontate balle di ogni tipo e fatte promesse che non sono state mantenute.

Non a caso si stanno organizzando in maniera più che decisa per ottenere chiarezza da parte della Regione.

Non si può non osservare che la cosa è stata gestita in maniera dilettantesca a tutti i livelli, da tutti gli attori di questa vicenda e che ha ormai assunto toni grotteschi.

Nel comunicato citato all’inizio ci si impegna a rendere disponibile il rapporto Ichese in forma integrale ma non subito, e a finanziare “un’attività di monitoraggio altamente tecnologico per l’acquisizione di un modello dettagliato del sottosuolo”.

Ottimo proposito, anche se non si capisce come questo “sistema altamente tecnologico” potrà chiarire che cosa è successo in Emilia nei mesi immediatamente precedenti le scosse di due anni fa e, in particolare, nei giorni o nelle ore immediatamente dopo la prima.

Il modello rappresenterà al più la situazione attuale della crosta della zona e non quella prima della scossa ormai irreversibilmente modificata.

La “teoria” Ichese è che la zona fosse a un passo dal terremoto; in altre parole, che bastasse una piccola quantità di energia per arrivare all’innesco della frattura (un terremoto altro non è che una frattura che si propaga nelle rocce crostali).

Le operazioni di estrazione avrebbero fornito la “goccia che ha fatto traboccare il vaso”.

Non c’è bisogno di essere grandi esperti per capire che un ragionamento simile non ha alcun fondamento. Prima di tutto perché nessuno sa descrivere su basi fisiche lo stato della zona sismogenetica quando è in prossimità della frattura e sopratutto nessuno sa stabilire operativamente che cosa si intende per prossimità.

Inoltre, ammesso che le operazioni di estrazione possano realmente influire sullo stato di stress della zona epicentrale, è da dimostrare che facciano anticipare l’evento: potrebbero benissimo averlo fatto ritardare!

Sarebbe poco elegante e molto presuntuoso da parte mia invitare i luminari a studiare un po’ di meccanica dei continui, riflettere sul principio di conservazione dell’energia (vale anche per i geologi) e ripassare un testo qualsiasi di Sismologia elementare. Sarebbe poco elegante e non lo faccio a costo di apparire ipocrita.

In tutta questa storia si deve tener sempre presente che stiamo parlando di due scosse di magnitudo 6 e non di scosse di magnitudo attorno a 3, tipiche della sismicità indotta, che sono in termini di energia alcune decine di migliaia di volte più piccole. Scosse indotte di piccola entità hanno consentito a taluni di atteggiarsi ad esperti, ma con esiti a dir poco ridicoli.

Probabilmente si intende potenziare il sistema di monitoraggio in Emilia tanto per far qualcosa, per spendere un po’ di soldi e per far piacere a qualcuno. Può anche andar bene. Si tenga presente però che quello che è successo nel 2012 è ovviamente irripetibile e anche se, migliorando le misure, si potranno fare ipotesi e discussioni più sofisticate, non si potrà mai rispondere su basi scientifiche al quesito posto. A meno di non poter ritornare indietro nel tempo, come succede nei film di fantascienza, per iniziare a monitorare tutto il sistema molti mesi prima del terremoto. E non è assolutamente detto che anche in questo caso sarebbe possibile trovare una risposta univoca.

Non posso dimenticare in questo contesto che nel 2008 proposi un sistema di monitoraggio completo e complesso, incoraggiato in questo dalla Presidenza del Consiglio, dal Ministero dello Sviluppo Economico e dal Ministero dell’Ambiente. Se fosse stato in funzione, molte questioni sarebbero state risolte. Purtroppo fu osteggiato in tutti i modi possibili e immaginabili e bloccato.

Di questo ho già parlato nel Foglietto, ma ne riparlerò ancora per mostrare fino a che livelli di ottusa mediocrità possano giungere personaggi del mondo accademico che, forse obnubilati da meschini interessi personali, arrivano a impedire lo sviluppo della  ricerca avanzata.

“Ci sarà pure un Giudice a Berlino!”

Tornando a oggi, sempre secondo il Ministero dello Sviluppo Economico, un nutrito gruppo di persone di varie Istituzioni sta  lavorando “approfonditamente” alla definizione delle linee guida per risolvere il dilemma. Sembra che adesso tutto verrà reso pubblico e in molti siano impazienti di imparare! Saranno certamente linee guida che lasceranno il segno nello sviluppo dell’osservazione dei fenomeni naturali.

Solo una cosa è certa: tutto  questo fa distogliere l’attenzione dei cittadini da quanto è successo nel 2012. Fa distogliere l’attenzione, in particolare, da due problemi ben definiti:

– Perché non vennero date indicazioni tempestive subito dopo la prima scossa? Se l’allora Presidente Monti lanciò inutilmente l’allarme una settimana DOPO la seconda scossa, il 5 giugno, perché non lo fece subito dopo la prima, il 20 maggio, che indubbiamente aveva modificato la situazione dinamica della zona sismogenetica molto di più di quanto non potesse fare l’estrazione petrolifera, se non altro per l’enorme quantità di energia in gioco?

In ogni caso azioni cautelari dopo la prima scossa si potevano e si dovevano dare!

Si è sempre fatto! Si sarebbero potute salvare vite umane.

Perché non lo si è fatto?

– Perché la Regione non ha recepito tempestivamente le indicazioni pubblicate nella Gazzetta Ufficiale (Mappa di Pericolosità Sismica) a partire dal 2004 per mettere in sicurezza almeno gli edifici pubblici, chiudere gli edifici fatiscenti e obbligare a realizzare le nuove costruzioni secondo le regole antisismiche? I moderni capannoni, costruiti meglio, per esempio non sarebbero crollati. La situazione sarebbe tornata rapidamente alla normalità e non ci sarebbero stati tutti questi strascichi. Perché non lo si è fatto?

È del tutto evidente che si è cercato e si cerca in ogni modo di sviare l’attenzione dai veri aspetti critici dell’accaduto, perché, forse, si teme di doverne rispondere a vari livelli.

In Italia, dopo ogni terremoto, il Potere si ostina a cercare colpevoli: veri e propri capri espiatori. Come racconta benissimo Voltaire in Candide, quando si trova a Lisbona dopo il famoso terremoto.

In Emilia si è tentato di tutto. Si è affermato:

.”la zona non era classificata sismica”… ma c’è la mappa di pericolosità ufficiale … e poi la classificazione è compito della Regione …

.”la mappa sottovaluta”… e invece sopravvaluta …

.”si faceva il fracking di nascosto”… ma non ci sono scisti …

.”a Rivara si depositava il gas”… niente gas, solo un progetto da completare…

Non ci si vuol rassegnare insomma all’idea che dai terremoti ci si difende solo costruendo bene nei luoghi giusti. E che tutte le informazioni necessarie per farlo sono disponibili. Sono gli edifici mal costruiti che provocano vittime! Il terremoto è un fenomeno del tutto naturale, una caratteristica fondamentale del Pianeta dove viviamo.

I terremoti sono la manifestazione di una grande energia che sostiene le montagne, che mantiene in essere le fosse oceaniche, che fornisce magma alle centinaia di vulcani attivi che rinnovano continuamente crosta e atmosfera … che insomma consentono lo sviluppo e il permanere della vita di miliardi e miliardi di esseri viventi.

Non so quanto stia costando e quanto costerà tutta questa sceneggiata emiliana. Non so quanto sia apprezzata da coloro che ancora vivono in condizioni disagiate a due anni dal terremoto nella Regione da tutti considerata, da me per primo, all’avanguardia nella prevenzione.

Che cosa ci sta succedendo? Imbonitori, guaritori, indovini, mercanti loschi stanno prendendo il sopravvento?

Torniamo ad essere un Paese serio: quello di Galileo, di Fermi, di Natta, di Olivetti … Non ci vuole molto!

*Geofisico

P.S.

Si acclude un comunicato stampa del Ministero dello Sviluppo Economico, concernente la Commissione Ichese. Molto istruttivo …

AGGIORNAMENTO DELLE ORE 17 DEL 15 APRILE 2014

Stamani, quando Il Foglietto era già uscito, è stato pubblicato per intero il Rapporto Ichese.

Sono riuscito a sfogliarlo solo a metà pomeriggio. Mi sono giunte anche altre informazioni che, purtroppo non ho potuto verificare integralmente.

Il 10 aprile, il Presidente dell’Ingv, probabilmente informato che stava per uscire l’articolo di Science, indirizzò un messaggio a tutti i ricercatori, affermando che l’Istituto avrebbe fatto una dichiarazione sulla questione soltanto dopo la pubblicazione integrale del Rapporto. Finora non mi risulta che sia stata pubblicata una dichiarazione di tal genere.

Nel messaggio era anche scritto che “I ricercatori che vogliano rilasciare interviste sul tema possono farlo solo ed esclusivamente a titolo personale accertandosi che la testata giornalistica riporti questa dicitura”. In parole povere: un invito a stare zitti.

Tutto questo è sgradevole perché all’Ingv lavora, anche se non a livelli apicali, un discreto numero di ricercatori di livello mondiale che si occupano di Fisica della Sorgente Sismica. Mi piacerebbe conoscere la loro opinione ma non li cerco per non creare loro imbarazzo.

Comunque tutto questo è curioso. Abbiamo il più grande Istituto europeo di geofisica, che nel passato ha avuto giudizi estremamente prestigiosi da agenzie di valutazione nazionali e internazionali e che è indubbiamente il miglior conoscitore della sismicità italiana, ciononostante quando ci si trova di fronte a un problema delicato e di interesse nazionale ci si rivolge a un gruppo di persone, certamente responsabili, che, pur con tutto il rispetto, non possono però essere considerate all’avanguardia nella moderna sismologia.

Eppure l’Ingv è un ente di ricerca la cui indipendenza culturale è sancita dalla nostra Carta Costituzionale proprio a garanzia dei cittadini.

È incomprensibile, pertanto, questo silenzio e il non aver fatto sedute pubbliche della Commissione, in piena e totale trasparenza, come la serietà del problema richiede.

Se tutto è stato tenuto segreto ci sarà stata una ragione…anche se a pensar male… Ho sfogliato il Rapporto. È molto prolisso, a mio avviso inutilmente. La sensazione che ne ho ricavato è che non si voglia prendere alcuna posizione definita. Non si capisce se per paura delle conseguenze o per scarsa conoscenza dei temi trattati.

Molte delle cose ipotizzate nel testo non possono essere confermate sperimentalmente, quindi molti ragionamenti rimangono nell’ambito della pura speculazione: si ha l’impressione che si voglia mostrare sopratutto una completa erudizione per paura di critiche.

Durante le vacanze pasquali ne farò una lettura più approfondita, sperando di ricredermi. Al momento mi dispiace di non essere riuscito a capire come si spiega che la prima scossa, quella del 20 maggio, sia decisamente più lontana dal Cavone, cioè dalla sorgente dell’innesco, della seconda, che è avvenuta una decina di giorni dopo, il 29 maggio 2012. Nella mia logica, forse un po’ naïf, dovrebbe essersi verificato l’opposto visto che la seconda zona epicentrale è molto vicina alla zona di estrazione del petrolio.

Studierò ancora di più per capire l’arcano: magari banalmente ho una mappa del luogo sbagliata!

Enzo Boschi – Geofisico

…………………………….

…………………..

PER SAPERNE DI PIU’ SULLA SUBSIDENZA:

https://geograficamente.wordpress.com/2009/01/16/gas-estrazioni-in-alto-adriatico-il-rischio-della-subsidenza-vale-il-quantitativo-energetico-estraibile/#comment-3209

……………………………

……………..

VOLANTINO "STOP TRIVELLAZIONI IN  BASILICATA"
VOLANTINO “STOP TRIVELLAZIONI IN BASILICATA”
Annunci

One thought on “ESTRAZIONI (di gas e petrolio), TRIVELLAZIONI, SUBSIDENZA, SISMICITA’ – Gli allarmanti dati sulle possibili origini del TERREMOTO in EMILIA del 2012, non fermano progetti estrattivi nelle regioni italiane – E parte nel MAR ADRIATICO un grande progetto estrattivo petrolifero della CROAZIA

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...