Un NUOVO “GRAND TOUR”, per un’ITALIA che cerca uno sviluppo nuovo dalle sue risorse artistiche e naturalistiche – LUOGHI letterari, d’arte, marini, urbani, di pianura, collina, montagna… come possibilità di un rilancio culturale ed economico del Territorio

colle-leopardi

Veduta dal Colle dell'Infinito (Monte Tabor)
Veduta dal Colle dell’Infinito (Monte Tabor)

Il “COLLE DEL- L’INFINITO”, a RECANATI, sulla sommità del MONTE TABOR, dove il giovane GIACOMO LEOPARDI sedeva spesso. Lo si raggiunge percorrendo una stradina che segue un muro di cinta; man mano che si sale, si scopre un panorama sempre più largo e aperto con i lontani MONTI AZZURRI, la CATENA DEI SIBILLINI. – Il CONSIGLIO DI STATO, il 25 marzo scorso, ha dato RAGIONE A UNA PROPRIETARIA DI TERRENI AGRICOLI con fabbricati rurali a ridosso del colle, che ha presentato nel 2012 un progetto per la trasformazione urbanistica con ACCORPAMENTO DEI VOLUMI edilizi preesistenti, con UN GARAGE SOTTERRANEO, e con DEMOLIZIONE E RICOSTRUZIONE diversa dalla originaria. La proprietaria del casale vorrebbe trasformarlo in una COUNTRY HOUSE, (con sdraio e ombrelloni nel giardino, si presume). A QUESTO PROGETTO SI OPPONE IL MINISTERO DEI BENI AMBIENTALI E DEL TURISMO; ma che finora è soccombente all’iniziativa privata e alle regole urbanistiche attuali di quel luogo.

……………………………………………

   Vi sono paesaggi di grande pregio ovunque in Italia (tante “Italie”, assai diverse tra loro, ma legate da una certa unità). Un’ “unità”, quella italica, sempre vissuta ed espressa con difficoltà e sofferenza: portata avanti dalle iniziali annessioni allo stato sabaudo (come dimenticare la ferocia dei piemontesi nei confronti delle popolazioni del sud? e il centralismo “stato nazione” che dall’origine ha ignorato ogni diversità che ben si sarebbe espressa in uno stato di tipo federalista).

   Pertanto per lungo tempo abbiamo avuto “italiani” storicamente inconsapevoli di sè, di essere “italiani”, senza rapporti reciproci: c’è voluta la carneficina della prima guerra mondiale per unirli, perché si prendesse coscienza, nelle tragedie e dolori personali della guerra, di essere “italiani”.

   Ora ci si chiede se può esistere un progetto comune di valorizzazione di queste diversità, usufruendo del pregio di tante “Italie” unite però in un unico obiettivo. E questo traino (prima di tutto economico) potrebbe, può, partire dai paesaggi urbani e naturalisti italici appunto nella loro estrema diversità (ad esempio nel Nordest si va dalla ineguagliabile laguna veneziana-veneto-friulana, alle Dolomiti “patrimonio dell’Umanità” che coinvolge tutta l’area nordestina..).

GRAND TOUR, MAPPA italiana - Il Grand Tour era un lungo viaggio nell’Europa continentale effettuato dai ricchi giovani dell’aristocrazia europea (in particolare inglesi) a partire dal XVII secolo e destinato a perfezionare il loro sapere con partenza e arrivo in una medesima città. Questo viaggio poteva durare da pochi mesi fino a svariati anni. La destinazione finale era comunemente l'Italia, o più raramente la Grecia.(da Wikipedia)
GRAND TOUR, MAPPA italiana – Il Grand Tour era un lungo viaggio nell’Europa continentale effettuato dai ricchi giovani dell’aristocrazia europea (in particolare inglesi) a partire dal XVII secolo e destinato a perfezionare il loro sapere con partenza e arrivo in una medesima città. Questo viaggio poteva durare da pochi mesi fino a svariati anni. La destinazione finale era comunemente l’Italia, o più raramente la Grecia.(da Wikipedia)

   E’ su questo progetto di avanzamento dalla crisi industrial-manifatturiera (manifattura che è bene in ogni caso crederci ancora, rilanciare con nuovi prodotti innovativi e di qualità…) che si parla della creazione di un nuovo “Grand Tour” (dal seicento i giovani aristocratici inglesi visitavano l’Europa continentale, in particolare l’Italia e la Grecia, in viaggi che duravano mesi o anni), di un modello di turismo formativo ed educativo rivolto a tutti i cittadini del mondo.

   Mai come in questo momento si cerca di capire se si può investire speranze in un soggetto geografico chiamato Italia che valorizzi se stesso, che esprima una leadership europea per l’area geopolitica del Mediterraneo, che sia ponte di comunicazione di popoli: non importa se turisti o viaggiatori (noi non crediamo molto a questa differenziazione), se immigrati per necessità o rifugati politici, se persone che qui vengono a fare affari ed economia, cioè a chi crede nelle potenzialità del nostro Paese.

   E allora tutti cercano di capire come si possono superare carenze strutturali, le stesse che da tempo rallentano la crescita dell’Italia: piccole dimensioni di impresa, arretratezza del Meridione, regolamentazioni che scoraggiano l’attività imprenditoriale, elevata tassazione, alberghi troppi cari e forme nuove di ospitalità (l’albergo diffuso nei luoghi, ne abbiamo parlato qualche post fa…); un capitale umano non sempre all’altezza di un turismo innovativo (la mancanza di “pacchetti” di iniziative che valutino i possibili diversi interessi dei vari turisti, e che sappia offrire le varie opportunità – ambientali, artistiche, artigianali, storiche…- di ciascun territorio).

   E’ qui allora che si percepisce che adesso è “il momento buono” (finalmente!) per dare avvio alla possibile svolta di un investimento su valori originari prima “avuti” senza bene averne coscienza: paesaggi naturali e beni artistici e culturali in primis; ma anche è ricca l’Italia di produzioni agro-alimentari di pregio, di nicchie artigianali e industriali incomparabili, di culture e saperi da confrontarsi con il mondo di turisti (viaggiatori) che da noi verranno, e che si possa con loro dialogare alla pari, comprendendo le loro esperienze e il loro punto di vista.

   Un investimento per farne attività di lavoro, di reddito, ma anche per rivedere un po’ i modi della nostra vita, in meglio. Allora vien da pensare che nessun senso hanno GRANDI OPERE DISTRUTTIVE del paesaggio, fatte e inventate per un politica industrialista che esiste sempre meno (si continua a parlare di superstrade e autostrade, alte velocità, trivellazioni petrolifere in mare e terraferma…).

   Recupero dei centri storici in abbandono, commercio diffuso nelle città (negozi e negozietti che decidono loro, 24 ore su 24 come e quando il loro orario di apertura…); nuovo modo di pensare i musei (già la parola dà un senso negativo: pensarli meno noiosi, utilizzando i capannoni abbandonati e gli spazi all’aperto ora degradati, i boschi e i paesi svuotati…. e musei più alla portata di tutti…); difesa “forte” dei paesaggi (qui, in questo post, parliamo ad esempio dei “paesaggi letterari”, investimenti nel sapere scolastico formativo che faccia capire, comprendere e conoscere scientificamente le risorse naturalistiche ed artistiche del Paese…).

IL GRAND TOUR DI GUIDO PIOVENE - “VIAGGIO IN ITALIA” di GUIDO PIOVENE (Ed. Baldini-Dalai 2003, prima edizione nel 1957, pag. 900) – E’ un libro “INVENTARIO DELLE COSE ITALIANE” commissionato dalla RAI al giornalista e scrittore Piovene: racconta quanto vide (da NORD a SUD, da est a ovest, nelle Isole…) l'artista vicentino, tra MAGGIO 1953 e OTTOBRE 1956. È un documento storico-letterario e storico-sociale di grande valore. Un NEO-GRAND TOUR scritto con garbo, misura, intelligenza
IL GRAND TOUR DI GUIDO PIOVENE – “VIAGGIO IN ITALIA” di GUIDO PIOVENE (Ed. Baldini-Dalai 2003, prima edizione nel 1957, pag. 900) – E’ un libro “INVENTARIO DELLE COSE ITALIANE” commissionato dalla RAI al giornalista e scrittore Piovene: racconta quanto vide (da NORD a SUD, da est a ovest, nelle Isole…) l’artista vicentino, tra MAGGIO 1953 e OTTOBRE 1956. È un documento storico-letterario e storico-sociale di grande valore. Un NEO-GRAND TOUR scritto con garbo, misura, intelligenza

   Tutto questo potrebbe esprimersi bene in una SINTESI DI PROGETTO che vogliamo: cioè mettere in moto, restaurare (pur con forme dell’attualità più innovativa) il GRAND TOUR che nei secoli scorsi portava giovani aristocratici (ma anche anziani), specie inglesi, a visitare la penisola italica (ma anche “poveri” pellegrini per il turismo religioso, o per altre forma di turismo in Italia, come quello sanitario ai Laghi, al Sud fatto per la salubrità dei luoghi… o il turismo culturale, degli storici e studiosi alla scoperta di grandi città ricche di passato, ma anche di centri minori). Ora ci si confronta con il mondo intero e non solo più con l’aristocrazia (i ricchi) o categorie di persone che cercano cose specialistiche; e il turismo diffuso in ogni dove permetterebbe quel “basso impatto ambientale” che non va scordato.

   Città d’arte, campagna e città: tratto della cultura profonda italica, elemento di traino economico, di nuova originale formazione scolastica… Sarà la volta buona? (s.m.)

…………………………………..

VENTUNESIMO SECOLO. L’ITALIA DEL GRAND TOUR RITORNA AL FUTURO

di Walter Barberis, da “la Stampa” del 31/3/2014

– La continuità di paesaggi naturali e beni artistici è un’opportunità da rimettere a frutto –

   I viaggiatori che hanno visitato l’Italia hanno sempre parlato di «ITALIE» DIVERSE, sottolineandone la frammentarietà e la molteplicità.

   «Las Italias» scriveva consapevolmente Cervantes nelle Novelle esemplari. Quelle differenze, tuttavia, sono sempre state percepite come PARTI DI UN TUTTO, come UN MOSAICO, l’Italia per l’appunto, che ha avuto riconosciuta una sua unità nazionale ben prima dell’Unità istituzionale del 1861.

   Uno dei dati fondamentali è che l’ITALIA è stata percepita COME LUOGO DA VISITARE, da conoscere, dagli europei prima ancora che dagli stessi italiani. L’ITALIA, dal primo millennio in avanti, è stata META DI VIAGGIO, luogo di fascinazione e di attrazione.

   In ordine cronologico, e forse anche di importanza, per l’interesse suscitato da TRE SITUAZIONI TERRITORIALI: ROMA, le realtà cittadine e comunali del CENTRO NORD, e infine il SUD. Per una combinazione di motivi, che mette insieme fattori religiosi, pregio dei beni artistici e archeologici, singolarità del paesaggio.

   ROMA, l’Urbe per eccellenza, ha rappresentato per gli europei due cose sopra le altre. La CAPITALE DELL’UNIVERSO CRISTIANO prima e CATTOLICO POI: con tutte le manifestazioni artistiche e culturali relative a questa dimensione di luogo di culto; quindi, il deposito visibile e ancora prezioso di tutti i mirabilia di uno dei più vasti e complessi imperi della storia del mondo. Primi, si recarono a Roma i PELLEGRINI, i devoti, i cultori di reliquie, i cercatori di indulgenze, gli ammiratori del Papa, i credenti in una Chiesa che garantiva l’eternità dell’anima.

   IN SECONDO LUOGO, dopo i secoli medievali, giunsero a Roma, sulla scorta di una cultura umanistica e rinascimentale, I CULTORI DELL’ANTICO, i pionieri che cercavano le radici della realtà europea nelle rovine di un impero secolare: coloro che alle soglie della modernità si confrontavano con la grandezza materiale e spirituale del Pantheon, del Colosseo, degli acquedotti, dei templi e dei fori.

   Quindi, LE CITTÀ. Non si può dimenticare che nei secoli scorsi, in particolare fra ’200 e ’400, l’Italia fu la locomotiva economica europea. Luoghi come FIRENZE, VENEZIA, GENOVA, ma anche altre piazze minori, furono centri nodali di reti di scambio e di traffici europei e intercontinentali.

   LA CIRCOLAZIONE DI BENI E DENARO fu per lunghi anni MARCHIATA DAGLI ITALIANI. Anche sotto questo profilo, gli europei presero a conoscere l’Italia. E la ricchezza di quelle città incoraggiò un MECENATISMO PUBBLICO che lentamente trasformò proprio quei centri da luoghi dell’economia a luoghi d’arte. Dunque, a partire dalla metà del ’500, il Grand Tour europeo previde soste privilegiate in queste città, sedi di consolidata civiltà e di preziosi manufatti artistici.

   IL MEZZOGIORNO ITALIANO È LUOGO SCOPERTO PIÙ TARDI, ma sintetizza un insieme che si compendia nel termine «paesaggio». VI SONO PAESAGGI OVUNQUE IN ITALIA, e l’elemento naturalistico è totalmente complementare all’elemento artificiale, al costruito, al manufatto. Il Sud esemplifica e potenzia il mito del Paese del sole, della natura incontaminata, del «belvedere», di un luogo esotico, selvaggio e persino pericoloso.

   Il Sud accentua anche le caratteristiche degli italiani, percepiti dal resto d’Europa come simpatici farabutti, sfacciatamente corrotti, inoperosi e gaudenti, filosoficamente abbandonati all’inerzia, affascinanti seduttori.

L’IMPATTO CON NAPOLI LASCIA SENZA FIATO: MISERIA E NOBILTÀ SI CONFONDONO persino retoricamente. Le memorie di viaggio, guide ante litteram, sono stracolme di queste impressioni e di queste valutazioni. Felicità dei paesaggi, preziosità dei reperti e singolare infelicità sociale, con opportuna declinazione a seconda dei luoghi, hanno inondato l’Europa, lasciando per secoli gli italiani sostanzialmente inconsapevoli di sé, senza rapporti reciproci.

   Queste SCOPERTE DI UN TERRITORIO NAZIONALE RICCO DI VEDUTE E DI MERAVIGLIE NATURALISTICHE in Italia si dispiegheranno nel corso del ’900: epoca nella quale agli stranieri, finalmente, si uniranno gli italiani, incoraggiati da prime forme di benessere e da spostamenti migratori interni al territorio nazionale, a visitare luoghi lontani da quelli di origine, o a rivedere i luoghi originari.

   È questo mezzo secolo, FRA GLI ANNI 20 E GLI ANNI 70, a incrementare il VIAGGIO IN ITALIA DEGLI ITALIANI; con conseguenze non tutte virtuose. La MOTORIZZAZIONE DI MASSA e l’invenzione dell’AUTOSTRADA hanno costituito emblematicamente le condizioni dello spostamento sul territorio nazionale, l’AFFOLLAMENTO delle SPIAGGE e l’incursione lungo le VALLATE ALPINE; hanno costituito le premesse per una sempre più fitta rete di comunicazioni stradali, risorsa e insieme FERITA PER IL TERRITORIO ITALIANO; hanno indotto il bisogno di FORTI FENOMENI DI URBANIZZAZIONE, spesso incontrollata, nei siti più ameni e di paesaggio più pregiato; hanno fatto del TURISMO non già una attività di svago e di cultura posta sotto il controllo e la strategia di una autorità pubblica, non già una voce attiva dell’economia e della cultura nazionale, ma soprattutto il TERRENO DI UNA SFRENATA CORSA ALLA SPECULAZIONE privata. Tanto che, proprio oggi, quando molto territorio italiano è stato ormai consumato, compromesso o distrutto, queste eventuali operazioni di restauro ambientale paiono gesti quanto mai opportuni e convenienti.

   Non è più epoca di Grand Tour, classicamente inteso; ma certo, l’Italia è una realtà ancora unica, nella quale si compongono – o potrebbero essere ricomposti – PAESAGGI NATURALI E BENI ARTISTICI E CULTURALI. Questo continuum che lega centri minori a città d’arte, vedute di campagna a orizzonti costieri, parrebbe una opportunità da rimettere a frutto: come tratto della cultura profonda del nostro Paese, come fattore di crescita economica, come materia di insegnamento scolastico, come elemento costitutivo della nostra unità. (Walter Barberis)

…………………………

GRAND TOUR DELL’ITALIA CON LO SGUARDO DI UN GOETHE

di Antonello Cherchi, da “il Sole 24ore” del 31/3/2014

   Ritornare a percorrere l’Italia con il medesimo sguardo che avevano Goethe, Stendhal, Montaigne e tutti i viaggiatori che fino alla prima metà dell’Ottocento hanno visitato il nostro Paese, lasciando taccuini pieni di annotazioni sulle bellezze del paesaggio, sulle grandezze artistiche, sui comportamenti della gente.

Riproporre quel modo di attraversare la Penisola spinti dalla voglia di conoscere, di essere educati al Bello. Farlo, è ovvio, con presupposti diversi, perché se prima il viaggio era privilegio di aristocratici, ora i potenziali interessati sono ben altri.

   Quella del Grand Tour del XXI secolo è una delle proposte contenute nel rapporto che Italiadecide ha dedicato quest’anno al turismo (…).    Il presupposto da cui si parte è che il comparto turistico è in sofferenza, ma continua a rappresentare un settore strategico: NEL 2012 I VISITATORI STRANIERI HANNO SPESO IN ITALIA OLTRE 32 MILIARDI DI EURO. L’OBIETTIVO è TORNARE A RAPPRESENTARE LA META TURISTICA PER ECCELLENZA, forti del vantaggio che ci deriva dall’incredibile mix di cultura, paesaggio, stile di vita. Per farlo occorre SUPERARE CARENZE STRUTTURALI, le stesse che da tempo rallentano la crescita dell’Italia: piccole dimensioni di impresa, arretratezza del Meridione, regolamentazioni che scoraggiano l’attività imprenditoriale, elevata tassazione, un capitale umano non sempre all’altezza.

   Si può farlo partendo da PROPOSTE CONCRETE che incrocino l’opportunità della grande vetrina internazionale che potrà offrire Expo 2015. Una di queste è, appunto, il RILANCIO DEL GRAND TOUR, di un modello di TURISMO FORMATIVO ED EDUCATIVO. Ci si può rivolgere, per esempio, agli uomini d’affari e ai professionisti o anche alle famiglie: si tratta di studiare PERCORSI AD HOC. E per farlo è necessaria la consulenza di un team di curatori interdisciplinari di livello elevato (come l’Enciclopedia italiana e l’Accademia dei Lincei) da mettere a disposizione delle località che si propongono come meta del Grande Viaggio.    L’obiettivo è ELABORARE ITINERARI che rimarchino il ruolo del nostro Paese nello sviluppo della civiltà occidentale e come crocevia di civiltà, ma leggendo quei percorsi IN CHIAVE MODERNA, come approfondimento per prendere le misure CON IL MONDO ATTUALE.

   Si può pensare, come debutto del Grand Tour, a SEI IPOTESI DI VIAGGI BREVI, ciascuno da suddividere, per esempio, in tre tappe e ciascuno contrassegnato da UN’IDEA DI FONDO. Itinerari che possono essere organizzati come VIAGGI COLLETTIVI DI PICCOLI GRUPPI, organizzati e guidati in forma di workshop da un conduttore preparato. Oppure si possono fornire strumenti e informazioni online perché ciascuno organizzi il proprio Grand Tour. L’importante è che una certa immagine dell’Italia ricominci ad affascinare il mondo. (Antonello Cherchi)

…………………………..

BERGAMO (foto di fine ‘800) – LE DUE CITTA’ (ALTA E BASSA) A CONFRONTO – “La vita moderna, grandi negozi, uffici, poteri pubblici, è discesa a Bergamo bassa; quella alta ospita negozi più piccoli, botteghe d’artigiani, popolino, turisti, famiglie aristocratiche nei loro palazzi, e il vescovo sulla cima. Deturparne il carattere sarebbe dunque senza scusa. Purtroppo lottiamo in Italia non solamente contro alcune necessità, vere e presunte; ma contro il modernismo rozzo, il gusto della distruzione, la volgarità presuntuosa e volontaria. Vi è chi distrugge il bello per sentirsi meglio e per mettere il mondo in armonia con se medesimo; ognuno ritrova la pace della coscienza come può.” (GUIDO PIOVENE, “VIAGGIO IN ITALIA”, 1953/56)
BERGAMO (foto di fine ‘800) – LE DUE CITTA’ (ALTA E BASSA) A CONFRONTO – “La vita moderna, grandi negozi, uffici, poteri pubblici, è discesa a Bergamo bassa; quella alta ospita negozi più piccoli, botteghe d’artigiani, popolino, turisti, famiglie aristocratiche nei loro palazzi, e il vescovo sulla cima. Deturparne il carattere sarebbe dunque senza scusa. Purtroppo lottiamo in Italia non solamente contro alcune necessità, vere e presunte; ma contro il modernismo rozzo, il gusto della distruzione, la volgarità presuntuosa e volontaria. Vi è chi distrugge il bello per sentirsi meglio e per mettere il mondo in armonia con se medesimo; ognuno ritrova la pace della coscienza come può.” (GUIDO PIOVENE, “VIAGGIO IN ITALIA”, 1953/56)

…………………………….

IL GRAND TOUR DEL XXI SECOLO: L’ITALIA E I SUOI TERRITORI. RAPPORTO 2014

di Italiadecide

Il Rapporto italiadecide 2014 svolge una ricerca sul futuro del turismo in Italia, secondo quattro prospettive che lo collegano: 1-ad un’ECONOMIA TERRITORIALE che investe sulla QUALITÀ AMBIENTALE, sull’INNOVAZIONE e la QUALITÀ DELLA VITA; 2-alla CULTURA E alla CONOSCENZA DEL TERRITORIO come “la RISORSA PIÙ COMPETITIVA per l’Italia”; 3-al RECUPERO DELL’IDENTITÀ CULTURALE ITALIANA nel contesto globale attraverso l’idea del GRAND TOUR del XXI secolo; 4-all’esigenza di REINTERPRETARE TALE IDEA IN CHIAVE INNOVATIVA per renderla attiva nella contemporaneità.

l Rapporto viene pubblicato alla vigilia di EXPO 2015, che rappresenta una straordinaria occasione per sperimentare questi processi. Come nei precedenti Rapporti dedicati a infrastrutture, reti territoriali, energia e ciclo dei rifiuti, italiadecide interpreta la crisi italiana come una crisi di unità territoriale.

Questa crisi si può superare con una coerente azione di governo capace di ricomporre il legame nord-sud e di attivare un’interazione positiva tra ministeri, livelli territoriali e settori produttivi. A tal fine il Rapporto 2014 propone politiche territoriali guidate da una idea moderna dell’Italia, che le permetta di competere nel mondo globale. (RAPPORTO ITALIADECIDE 2014, € 38,00, Editore Il Mulino, uscita 20/03/2014, Pagine 480)

………………………..

I MUSEI NON SI CONSUMANO

di Philippe Daverio, da QN (Quotidiani Nazionali) del 5/5/2014

   DI TUTTI i faraoni TUTANKHAMON è il più noto, un po’ per via del nome, un po’ per via della scoperta della sua tomba nel 1922, quando gli scavi restituirono una qualità inattesa di materiali e di decori. Il suo trono fu portato al museo del Cairo dove è uno degli oggetti più ammirati. Un mito. E come tutti i miti è stato nel giro d’un secolo sostanzialmente consumato.

   La quantità di visitatori che entrano ogni anno nella sua tomba è enorme: inizialmente trattengono il fiato presi dallo stupore, ma poi si rimettono a respirare come tutti gli esseri umani e il loro fiato è umido come quello di tutti gli esseri umani e l’umidità danneggia irrimediabilmente il decoro in pastiglia della tomba.

   Nulla da fare. Non c’è pace per i faraoni e non è colpa di Mosè, ma del turismo.

   IL CASO NON È DISSIMILE IN REALTÀ DA QUELLO DI POMPEI. Quando questa fu scoperta e disseppellita le pitture ad encausto delle sue case cittadine erano praticamente intatte. Due secoli all’aria aperta hanno fatto invecchiare gli edifici come due secoli li fanno sempre invecchiare, e ben di più ancora se si pensa a come la hanno tenuta, la povera Pompei.

   CASI senza soluzioni? Forse. Almeno che non nasca un sindacato mediterraneo dei siti archeologici volto a difenderne la sopravvivenza. Il che è innegabilmente crudele perché pone la domanda circa il perdurare del TURISTODROMO che da quelle parti alimenta gran parte della popolazione attuale.

   C’è chi ha deciso quindi di FARE DEI BEI FALSI, una tomba rifatta, da far vedere ai turisti: ma sono questi proprio scemi? Pagano il viaggio, affrontano il sole e i venditori ambulanti, hanno forse addirittura letto Assassinio sul Nilo di Agatha Christie e si sentono un poco Hercule Poirot. COME SI FA A NON DELUDERLI, soprattutto se fanno il round trip Napoli-Cairo? Vanno anche in Vaticano, eppure non chiedono di vedere la camera da letto del papa.

   La soluzione c’è: inventare UNA NUOVA SENSIBILITÀ DEL CONSUMO CULTURALE e potenziare I MUSEI. Questi non si consumano, sono fatti per il pubblico. Sempre che li si sappia far funzionare. (Philippe Daverio)

……………………

I LUOGHI DI SCRITTORI E POETI

da Redazione GI

– Lungo la penisola, da Nord a Sud, decine sono gli intrecci che legano scrittori e territori e molti i luoghi da visitare seguendo il fil rouge della letteratura, alcuni dei quali rientrano nella famiglia dei Parchi Letterari (www.parchiletterari.com) nati con lo scopo di tutelare e far conoscere i luoghi che hanno ispirato i grandi scrittori italiani –

Montale e Monterosso a Mare

A Monterosso, affacciato sul mar Ligure, si trova un affascinante percorso letterario dedicato a Eugenio Montale, cantore di queste terre, che nella poesia Fuori Casa così le descrisse: «Paesaggio roccioso e austero, simili ai più forti di Calabria, asilo di pescatori e di contadini… paesi o frazioni di paesi così asserragliati fra le rupi e il mare». Il poeta trascorreva qui le sue estati fin da bambino e passava ore ad osservare quel paesaggio che avrebbe poi descritto in Ossi di Seppia : gli “orti assetati”, la “chiostra di rupi”, le “gazzarre degli uccelli”, la luce “d’accesi riflessi”, il “sole che abbaglia”, il “gioco d’aride onde”. A Monterosso si cerca di far rivivere al visitatore queste emozioni, con un percorso segnalato da una serie di cartelli in cui sono riportati brani delle poesie di Montale.

Giosuè Carducci e Castagneto Carducci

Il paesaggio aspro e selvaggio della Maremma, le colline ondulate dove gli ulivi cedono il passo ai castagni, le pinete ombrose e il più famoso viale di cipressi d’Italia, quello che conduce “in duplice filar” all’oratorio di San Guido, immortalato in una delle più note liriche di Giosuè Carducci, Davanti a San Guido. Stiamo parlando di Castagneto Carducci – borgo medievale nel cuore della Costa degli Etruschi – dove oggi si visitano la casa del poeta, trasformata in museo e a Bolgheri il celebre Viale dei cipressi, dichiarato monumento nazionale. Nei dintorni, da scoprire i luoghi dove Carducci e suoi amici facevano le loro “sgambate”, dalle dune e le pinete del litorale alle colline dell’interno. Particolarmente interessante dal punto di vista naturalistico è la Palude di Bolgheri.

Giacomo Leopardi e Recanati

“Sempre caro mi fu quest’ermo colle/e questa siepe, che da tanta parte/dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”: mai, forse, come in questo caso, un luogo, una poesia, un poeta sono così strettamente identificati. Stiamo parlando di Giacomo Leopardi e del Colle dell’Infinito, sulla sommità del Monte Tabor, dove il giovane Giacomo sedeva spesso. Lo si raggiunge percorrendo una stradina che segue un muro di cinta; man mano che si sale, si scopre un panorama sempre più largo e aperto con i lontani monti azzurri, la catena dei Sibillini. Dal 1937 la parte in declivio del colle è diventato giardino pubblico (il Pincio) e sulla sua sommità, nel monastero di Santo Stefano, si trova il Centro Mondiale della Poesia e della Cultura G. Leopardi, con Biblioteca, Auditorium e Foresteria.

Pasolini e Ostia

Un Parco letterario per ricordare la figura e l’eccezionale versatilità culturale di Pier Paolo Pasolini è stato creato a Ostia dalla Lipu, nel luogo tristemente noto per essere stato teatro della sua morte. Alla foce del Tevere, si estende per oltre 20 ettari ridotti anni fa a discarica e oggi bonificati con la ricostruzione di uno stagno costiero di 11 ettari, nel quale, in pochi anni, tra una lussureggiante vegetazione acquatica e di macchia mediterranea, sono già state censite ben 200 specie di uccelli, con specie nidificanti rarissime come l’airone rosso, a far compagnia, a tuffetto, tarabusino, germano reale, folaga, gallinella d’acqua, usignolo di fiume, cigno reale e pendolino. Un sentiero natura consente di raggiungere 3 ampi capanni in legno ideali per il birdwatching. Nel luogo della scomparsa di Pasolini si trova poi un giardino letterario.

In Sicilia: i luoghi di Verga, Savarese e Quasimodo

Il maniero dove sono state ambientate Le storie del Castello di Trezza e i luoghi de I Malavoglia ad Acitrezza, la Costiera dei Ciclopi con i suoi scogli dove si infrangono alte le onde, il borgo di Vizzini nell’entroterra di Catania: in Sicilia non si può non ripercorrere le tracce di Giovanni Verga. Ad Acitrezza si scoprono i vicoli, le piazze, le chiese e la Casa del Nespolo che fecero da scenario al lento decadimento della famiglia dei Malavoglia, mentre a Vizzini – dove è stato istituito il Parco Letterario Giovanni Verga, che qui nacque nel 1840 – si respira la stessa aria che respirarono i protagonisti di “Cavalleria Rusticana, “Mastro don Gesualdo”. Da questo luogo, circondato da una natura aspra e forte, lo scrittore trasse l’humus vitale che diede vita ai personaggi immortali delle sue opere: qui ci si immerge nel mondo letterario di Verga fatto di terra e di pietra e si percorrono i luoghi ove avvennero molti dei fatti da lui narrati.

…………………..

COLLE DI LEOPARDI, CASA COLONICA DIVENTERÀ RESIDENZIALE. MINISTERO: “NO ALLO SCEMPIO”

di Luca Teolato, da “Il Fatto Quotidiano” del 26/3/2014

– Il Consiglio di Stato ha dato ragione alla donna che ha presentato nel 2012 un progetto per la trasformazione di una abitazione agricola, a ridosso dell’ermo colle del poeta. Il sottosegretario del Ministero dei Beni culturali, Ilaria Borletti Buitoni: “Pur con i pochi mezzi a disposizione, non ci fermeremo. Il nostro ufficio legale ha già avuto mandato di trovare un’alternativa” –

   Il colle dell’Infinito, il promontorio che ha ispirato Giacomo Leopardi a comporre uno dei più bei canti dell’era moderna, non sarà più lo stesso, nonostante un vincolo paesaggistico del ministero dei Beni culturali, risalente al 1955, che tutela l’intera area.

   La proprietaria di alcuni terreni a Recanati, Anna Maria Dalla Casapiccola, ha presentato nel 2012 un progetto denominato “Piano di recupero di iniziativa privata” grazie anche al Piano casa regionale, per la trasformazione di una casa colonica, a ridosso del colle, da agricola a residenziale. Nonostante il parere negativo della stessa sovrintendenza delle Marche la signora non si è arresa e ha presentato, vincendolo, un ricorso al Tar, opponendosi al no secco dei vertici regionali dei Beni culturali.

   Come ultimo baluardo per la salvaguardia del colle dell’infinito restava il ricorso al Consiglio di Stato ma l’appello del ministero dei Beni culturali contro la sentenza del Tar è stato respinto. “Nella sentenza – spiega Alessandra Piccinini, avvocato della signora Dalla Casapiccola – la ricostruzione di controparte viene definitivamente smentita. Il Consiglio di Stato ha riconosciuto le ragioni della mia cliente dichiarando che l’area non è sottoposta a vincolo di inedificabilità, che l’intervento ha il pregio di proporre il recupero di un immobile ammalorato dal tempo e che la tutela del preminente valore del paesaggio non deve necessariamente coincidere con la sua statica salvaguardia”.

   Non sembra d’accordo il Mibac (Ministero dei Beni ambientali e culturali) che si è opposto fino all’ultimo all’intervento edilizio. “Il progetto – commenta un architetto del Mibac – prevede la trasformazione sostanziale con aumento notevole di cubatura dei fabbricati rurali preesistenti, anche con demolizione e ricostruzione di certo non fedele alle misure e tipologie originarie”.

   Il sottosegretario del Mibac, Ilaria Borletti Buitoni promette battaglia: “È davvero un dispiacere vedere disfare di notte una tela che il Ministero tesseva di giorno per proteggere il colle di Leopardi. Cionondimeno, pur con i pochi mezzi a disposizione, non ci fermeremo. Il nostro ufficio legale ha già avuto mandato di trovare un’alternativa per scongiurare lo scempio. Il paesaggio in Italia è difficile da difendere, anche perché c’è il senso comune che il paesaggio e la sua tutela siano una variabile indipendente, slegata da quella del benessere e dell’identità del paese”. (Luca Teolato)

IL GIORNALE “IL MESSAGGERO” PROMUOVE UN APPELLO E UNA RACCOLTA DI FIRME, A FAVORE DEL COLLE DELL’INFINITO

Dalla piccola altura a RECANATI, che in realtà si chiama MONTE TABOR, si ammira la Torre del Passero solitario; è un angolo di paesaggio, vicino al centro storico, rimasto come nell’Ottocento: una casa colonica con le sue pertinenze (deposito di attrezzi, porcilaia e fienile) immersa nel verde. Ha ispirato una tra le più celebri poesie di Giacomo Leopardi, che qui l’ha scritta, perché veniva a «fingersi» (dall’«ermo colle» che gli era «sempre caro», oltre la «siepe che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude»), la «profondissima quiete», gli «interminati spazi», i «sovrumani silenzi».

   Il luogo è ora al centro di una battaglia. Perché la proprietaria del casale vorrebbe trasformarlo, accorpandone i volumi esistenti e scavando un garage sotterraneo; per destinarlo, secondo una prima idea, ad una Country House, con sdraio ombrelloni. Insomma, se rinascesse, e se ancora volesse, il poeta dovrebbe scrivere «sempre caro mi fu quest’ombrellone / e questa sdraio che da tanta parte / dell’ultimo orizzonte il guardo esclude».

   A questo si oppone la soprintendenza, affiancata dal Fai, da Italia nostra, dal conte Vanni e da altri discendenti di Leopardi, il quale già nel 1998 si oppose, vincendo, al passaggio di un elettrodotto sul Colle. Parere negativo al progetto; ricorso al Tar contro l’autorizzazione comunale a costruire; nuovo ricorso al Consiglio di Stato. Il quale, però, ha dato ragione alla parte privata. Il ministro dei Beni culturali e del Turismo, Dario Franceschini, ha subito detto che «il Colle è patrimonio della letteratura e della cultura italiana, e come tale va preservato; ho dato disposizione agli uffici perché adottino tutti gli atti necessari a ribadire il parere negativo sui progetti che incidono sull’area».

   Il soprintendente per le Marche, Stefano Gizzi, ha aggiunto che «la sentenza del Consiglio di Stato non dà alcun via libera alla trasformazione della casa colonica esistente in una Country House», ma impone alla soprintendenza un nuovo parere, «magari anche un diniego definitivo, purché meglio e più puntualmente motivato», spiegando che «apriremo ovviamente un dialogo con la controparte; ma un parere eventualmente favorevole potrà essere dato soltanto a un progetto diverso dall’attuale: che preveda il mero restauro conservativo della casa colonica, tipico esempio d’edilizia minore della zona. Senza aumenti di volume; sbancamenti di terreno nella collina; “resorts”, o altre simili amenità». Numerose altre prese di posizione si sono susseguite, perché lo scempio sia evitato.

   Alla “querelle” non può restare estraneo Il Messaggero, che ha deciso, attraverso la sua edizione on line, di raccogliere le firme per un appello affinché il Ministero non lasci nulla d’intentato pur di garantire la tutela e il salvataggio del Colle leopardiano: un simbolo dell’“Italia da difendere”, che ancora sopravvive. Le sottoscrizioni saranno inviate al Ministro per i Beni culturali Franceschini, come uno sprone e un supporto alla sua azione. (vedi petizione su:

http://firmiamo.it/salviamo-la-vista-dell-ermo-colle-di-leopardi)

………………………….

PAESAGGIO TOSCANO – “La Toscana è tra le regioni del mondo più famose per la loro bellezza. E’ un luogo comune parlare della dolcezza e della grazia dei suoi paesaggi. Le valli intorno a Firenze, nel Pistoiese, in Lucchesia e altrove, con i loro giochi d’olivi chiari e di cipressi scuri, hanno una veste incantevole che sa di pittura e di prospettiva artistica. (Guido Piovene, “Viaggio in Italia”)
PAESAGGIO TOSCANO – “La Toscana è tra le regioni del mondo più famose per la loro bellezza. E’ un luogo comune parlare della dolcezza e della grazia dei suoi paesaggi. Le valli intorno a Firenze, nel Pistoiese, in Lucchesia e altrove, con i loro giochi d’olivi chiari e di cipressi scuri, hanno una veste incantevole che sa di pittura e di prospettiva artistica. (Guido Piovene, “Viaggio in Italia”)

…………………………………….

L’indagineIl viaggio di Patrizia Dalla Rosa attraverso la geografia fantastica che ha ispirato l’artista

BUZZATI, UNA FINESTRA SUL DESERTO

da “il Corriere della Sera” del 23/4/2014

– IL LUOGHI DELLO SCRITTORE BELLUNESE COME PANORAMA DELL’ANIMA –

   Il paesaggio in Dino Buzzati è un paesaggio interiore. Fondamentale per stimolare l’immaginazione, per calare il lettore nell’atmosfera dei suoi racconti fantastici. È una metafora: del mistero, della solitudine, del passare del tempo, dell’attesa. E non è mai soltanto scenario, sfondo per le storie, luogo in cui ambientarle. È anche espediente, memoria, rielaborazione universale di un’immagine.

   È, a sua volta, personaggio, che vive e dà vita (e annuncia, attraverso le trasformazioni meteorologiche, un imminente evento drammatico). Ma è anche un paesaggio reale calato in una dimensione narrativa. Trasposizione e trasfigurazione dei luoghi in cui lo scrittore bellunese è cresciuto, ha giocato, si è formato; che ha amato ed esplorato con il taccuino in mano alla ricerca di un’ispirazione (come accadde per Bàrnabo delle montagne, suo primo, breve romanzo); che ha violato arrampicandosi da scalatore sulle rocce taglienti e fredde di dolomia per ascoltare il silenzio (mai rassicurante) delle cime: i «draghi addormentati».

   Crode, vallate, strade, scorci, boschi, panorami che Patrizia Dalla Rosa, appassionata studiosa di Buzzati e membro del comitato scientifico del Centro Studi di Feltre a lui dedicato, attraverso un’analisi dettagliata di romanzi, racconti e cronache ha rintracciato nella geografia di quelle zone e raccolto in Lassù… Laggiù… IL PAESAGGIO VENETO NELLA PAGINA DI DINO BUZZATI (MARSILIO, PP. 208, E 22).

   Sicura che la vera conoscenza dell’opera dell’autore del Deserto dei Tartari debba passare anche attraverso l’avvici  namento ai suoi luoghi, la Dalla Rosa parte da San Pellegrino, dalla villa alle porte di Belluno che ha dato i natali a Buzzati funzionando da imprinting per la sua visione del mondo (il «paesaggio materno» come lo definisce Giuseppe Sandrini nell’introduzione) e si espande poi oltre la siepe che la chiudeva: passando dal Piave — scenario delle sue prime esplorazioni e avventure, il cui greto asciutto di ghiaia cotta dal sole gli suggerì la prima impressione di deserto — alle montagne affacciate sulla casa, Schiara in testa, frontiera verso l’ignoto; da valli, vallette e valloni ai boschi (la foresta di conifere del Segreto del Bosco Vecchio la si può ritrovare oggi in quella di Somadida, presso Auronzo, o della Val Visdende in Alto Comelico).

 È come se Patrizia Dalla Rosa prendesse per mano il lettore — proprio e di Buzzati — e con lui camminasse nei posti che popolano le pagine dello scrittore, svelandoli. Ne analizza la toponomastica, decifrandone i giochi e le manipolazioni tipicamente buzzatiane. Ne interpreta le trasformazioni; forza, senza strapparlo, l’invisibile sipario che ci separa da essi, e invita a entrare. Il tutto da autoctona — valore aggiunto del saggio —, da chi in quei luoghi è nata e li abita da sempre; che ne (ri)conosce le inquadrature, la storia, gli angoli più nascosti e ne condivide con Buzzati i segreti, i silenzi, la magia e l’inquietudine, le ombre e le luci.

   Questo doppio legame — ai paesaggi e alle pagine in cui sono contenuti — permette così interessanti rimandi e parallelismi: tra la diga del Vajont e l’impianto al centro de “Il grande ritratto”, tra la Sicilia invasa dagli orsi nella sua fiaba per bambini e la Val Belluna, riconoscibile anche nel poemetto “Il Capitano Pic”. L’indagine non tocca per scelta né l’opera pittorica né il teatro, ma stupisce l’assenza di una vera analisi del “Deserto dei Tartari”, cui la Dalla Rosa accenna soltanto qua e là.

   Placa in parte la curiosità del lettore l’aver forse rintracciato l’immagine primaria su cui sarebbe stato elaborato il paesaggio della storia del tenente Drogo (ma anche di altre): il grande affresco della sala da pranzo della villa, opera del pittore ottocentesco Pompeo Molmenti, che Buzzati ebbe davanti agli occhi fin da piccolo e che rappresenta il paesaggio che dall’attuale oasi naturalistica del lago di Santa Croce si apre a settentrione verso Ponte nelle Alpi, lasciando in lontananza l’imbocco per il Cadore. Quel mondo che a Drogo, salendo alla Fortezza Bastiani, ultimo baluardo verso il grande nord, sembrava proprio di aver già visto, forse per averci «vissuto in sogno» o aver «costruito leggendo qualche antica fiaba».

BELLUNO E LE DOLOMITI
BELLUNO E LE DOLOMITI

………………………..

promosso dall’ABI

IL TERRITORIO, MUSEO IMMAGINARIO

di Laura Martellini, da “Il Corriere della Sera” del 7/5/2014

– Dal 12 al 18 maggio, in 50 città, il primo «Festival della cultura creativa» –

   «Il museo immaginario», luogo ideale d’incontro fra adulti e bambini, bellezza dell’arte e creatività giovanile. Non importa quale sarà la cornice, se un’istituzione, una scuola, o una biblioteca. Inconsueto è il punto di partenza di quel nuovo museo, dove tutto sarà possibile, anche imparare a dare un nome alle note con la guida di un musicista della Scala o riuscire a modellare una statua.

   Dal 12 al 18 maggio si svolgerà in settanta luoghi di CINQUANTA CITTÀ ITALIANE il primo «FESTIVAL DELLA CULTURA CREATIVA» promosso, organizzato e realizzato dalle banche italiane, con il coordinamento dell’Abi. Una nuova finestra aperta sul territorio, «un passo ulteriore – ha sottolineato il presidente dell’Abi Antonio Patuelli durante la presentazione – rispetto a iniziative come le aperture annuali dei nostri palazzi storici». «Da sempre facciamo la nostra parte per la conservazione del patrimonio – ha aggiunto il direttore generale Giovanni Sabatini –, ora vogliamo favorirne il godimento, soprattutto da parte dei giovani».    Per una settimana un’invasione di laboratori, pittura, archeologia, musica, canto, letture, linguaggi, racconti e teatro avrà come protagonisti bambini e adolescenti, dai 6 ai 13 anni (www.festivalculturacreativa.it ).

   Da nord a sud, nei grandi centri e in quelli minori. Impossibile non lasciarsi contagiare, e pure il ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, s’è detto ieri certo che la strada giusta è questa, piena di diramazioni. «C’è da strappare i ragazzi al solo modello televisivo. A loro tocca portare avanti quell’idea di bellezza che rende attraente l’Italia e richiama investimenti da tutto il mondo. Non a caso quando mi sono insediato ho stupito qualcuno sostenendo di prendere la guida del ministero economico più importante! La creatività dei giovani talenti va coltivata allo stesso modo in cui un tempo si dava tutto l’aiuto a chi ideava monumenti che ora sono la nostra ricchezza».    Il ministro ha annunciato per fine maggio una convenzione con il ministero dell’Istruzione per attività di promozione della cultura nelle scuole e nei musei e, prendendo spunto dal Festival Abi, che può già appuntarsi la medaglia del presidente della Repubblica, è tornato sul nodo pubblico/privato: «Non vedo perché si debba dire di no a chi intende compiere un atto di liberalità. Servono incentivi fiscali per il mecenatismo, ci stiamo lavorando». Franceschini ha poi accennato alla circolare con cui si vuole mettere un freno all’uso di opere d’arte per abbellire le pareti di uffici pubblici: «Credo che solo in casi eccezionali, e con il parere del Consiglio superiore dei beni culturali, un’opera possa essere trasferita in stanze poco consone. Gli uffici sono per le persone che ci lavorano».

Vedi il programma:

http://www.festivalculturacreativa.it/

…………………………

dati amiex (art & museum international exhibition exchange) e l’abbondanza delle esposizioni

UNA MOSTRA OGNI TRENTA MINUTI

di Roberta Scorranese e Carlo Lodolini ,

da “Corriere.it” (http://www.corriere.it/) del 6/5/2014

– Migliaia di eventi, sempre più spesso fuori dai musei. E che durano nemmeno due mesi –

   Qualche giorno fa, sul suo blog «Fatto ad arte», Pierluigi Panza faceva notare che in Italia si apre una mostra ogni mezz’ora, definendo ironicamente la tendenza come mostromania. Mostruoso, di certo, è il numero delle esposizioni, se si pensa (come ha messo in evidenza il Giornale dell’Arte) che il mercato delle aste nel nostro Paese non è così voluminoso.

   I dati di Amiex (art & museum international exhibition exchange), la prima borsa internazionale delle mostre, non lasciano spazio a dubbi: secondo una serie di calcoli e proiezioni, dopo un lavoro fatto su un campione più di 8 mila mostre, si può arrivare a ipotizzare che nel 2012 ci sono stati oltre 17 mila eventi espositivi. Un’enormità, ma non da meno sono i dati che ci parlano di sedi sempre più disparate: la percentuale di esposizioni allestite nei musei (quindi le sedi per eccellenza) è scesa dal 35,5% del 2011 al 32,2% del 2012, mentre le associazioni sono salite al 13,7% e le sedi aziendali al 5,8%; oltre la metà delle mostre riguarda l’arte contemporanea, mentre LE ARTI APPLICATE (CONSIDERATI I «TESORI» IN POSSESSO DEL NOSTRO PAESE) SI FERMA APPENA AL 3 PER CENTO.

   Tante mostre, che durano relativamente poco (meno di due mesi in media) e grosse produzioni internazionali, pochi introiti (netto predominio degli ingressi gratuiti, che totalizzano il 66,6% contro il 14,9% di quelli a pagamento). Importanti i confronti con l’estero, dove si registra un gran numero di coproduzioni: per ridurre i rischi e contenere gli investimenti su produzioni rischiose, quasi il 25% delle mostre prodotte in Finlandia è il frutto di coproduzioni museali, mentre cresce il numero di mostre itineranti: in Svezia superano il 20%, con proiezioni internazionali.

…………………………….

CULTURA MOTORE DELLA CRESCITA? BORLETTI: MA CON REGÌA DELLO STATO

di Roberta Voltan, da VeneziePost del 10/5/2014 (http://cult.veneziepost.it/stories/ )

   «Dobbiamo restituire allo Stato il ruolo di cabina di regia, ponendo fine alla frammentazione delle competenze fra enti locali in materia di turismo». Così Ilaria Borletti Buitoni, sottosegretario per i Beni e le attività culturali, fra gli ospiti del convegno ”Cultura e turismo: risorse per la crescita dell’Italia”, promosso all’Università di Padova dalla Fondazione Belisario.   

  La Borletti Buitoni ha poi spiegato come la riconsegna allo Stato di un ruolo di guida e di indirizzo, pur lasciando agli enti locali competenze importanti, consentirebbe di creare dei circuiti turistici nazionali, che attraversino più Regioni, portando «i turisti anche nei luoghi un po’ meno frequentati» e costruendo una promozione congiunta fra aree diverse del Paese che presentano elementi di affinità. Un fronte su cui il ministero sta già ragionando e che consentirebbe di creare nuovi flussi e nuove rotte per il turismo oltre a quelle tradizionali e già molto battute.

   Un esempio per tutti? «Pensiamo al valore di un circuito tutto dedicato a Giotto, con i turisti che da Venezia vengono portati a Padova e da qui a fino ad Assisi». La Borletti ha poi spiegato come sia necessario scommettere sul turismo – anche in termini di risorse –  come leva strategica ripensando in questa chiave il sist  ema dei trasporti, ma anche l’offerta alberghiera, oggi «troppo spesso pensata per un turista che si ferma solo 24 ore» e non collegata adeguatamente agli altri nodi della rete turistica.   

 E sulla necessità di ridisegnare lo sviluppo del Paese a partire da cultura e turismo hanno insistito anche Giustina Destro, presidente della delegazione veneto della Fondazione Belisario, e Gilberto Muraro, presidente della Cassa di Risparmio del Veneto, che ha ricordato come senza questi elementi il Paese «rischi di perdere la sfida della competitività». La situazione attuale è tutt’altro che lusinghiera: secondo la Country Brand Index l’Italia è infatti al 15esimo posto nella classifica che misura il valore di un marchio-paese nel mondo, ovvero “rileva” i luoghi in cui varrebbe la pena di vivere o investire. Segnali incoraggianti arrivano proprio da Nordest: «Negli ultimi vent’anni – ricorda la Destro – nel territorio il turismo è cresciuto in modo considerevole, anche grazie al traino della cultura».   

   Fra le esperienze di eccellenza presentate quella dei Musei civici veneziani. «Una delle sfide su cui ci stiamo misurando – ha spiegato il direttore Gabriella Belli – è quella di portare i turisti dai musei più congestionati a quelli meno conosciuti e frequentati». Una scommessa possibile proprio perché i musei sono riuniti in una gestione unitaria, con un’unica cabina di regia. (Roberta Voltan)

……………………..

VIAGGIO IN ITALIA

(di Guido Piovene)

dal sito LANKELOT (http://www.lankelot.eu/)

– “Purtroppo lottiamo in Italia non solamente contro alcune necessità, vere e presunte; ma contro il modernismo rozzo, il gusto della distruzione, la volgarità presuntuosa e volontaria. Vi è chi distrugge il bello per sentirsi meglio e per mettere il mondo in armonia con se medesimo; ognuno ritrova la pace della coscienza come può” (PIOVENE, “Viaggio in Italia”, 1953-1956. In “Bergamo”, p. 159 edizione Baldini Dalai, Milano 2003) –

**

   “Comincio questo viaggio d’Italia senza preamboli. Parto dall’estremo Nord, con l’intento di scendere fino a Pantelleria regione per regione, provincia per provincia. Sono curioso dell’Italia, degli italiani e di me stesso; che cosa ne uscirà, non saprei anticiparlo. Bolzano, come tutti sanno, è città di fondo tedesco…” (Incipit del “Viaggio in Italia” di Piovene, p. 9).

**

   “Inventario delle cose italiane” commissionato dalla RAI (e dagli alberghi Jolly? Quanta pubblicità…) al giornalista e scrittore Piovene, reduce dal notevole reportage “De America”, questo straordinario “Viaggio in Italia” racconta quanto vide l’artista vicentino tra maggio 1953 e ottobre 1956: negli anni in cui Trieste era appena tornata italiana, in cui la Basilicata si chiamava nuovamente Lucania, in cui si viveva quello che oggi viene considerato “boom economico”, restaurando e ricostruendo una nazione distrutta dai bombardamenti aerei e ridotta in miseria dalla lunga, rovinosa guerra.

   È un documento storico-letterario e storico-sociale di grande valore: “Piovene riesce” – leggiamo nella nota introduttiva dell’edizione Baldini-Dalai del 2003 – “come un antropologo, a far emergere dal suo viaggio il carattere nazionale, quello immutabile, che resiste alle mode e ai rovesci della storia. I guai, i vizi, i nodi di quell’Italia di cinquant’anni fa sono alla fine gli stessi di ora, cioè di questi giorni, convulsi e tormentati”. È davvero un contributo brillante e profondissimo, quello di Piovene: un neo-grand tour scritto con garbo, misura, intelligenza, empatia e trasporto. (…..)**

   Piovene mescola osservazioni demografiche (impressionanti: Bolzano passava da 19mila a 80mila abitanti in trent’anni, negli anni Cinquanta; Trieste dai 3000 del Settecento ai 300mila del 1953) a rilievi antropologici, architettonici, occupazionali, letterari, editoriali, industriali, politici: il tutto, inframezzato da descrizioni di singolare bellezza. Raccontare tutto questo libro – oltre novecento pagine – è sostanzialmente impossibile. Mi limito a campionare gli aspetti più appassionanti, curiosi, atipici, e quelli meno noti. Non saranno pochi, vi avverto; e tuttavia non varranno che come campionatura.

   Per prima cosa, Piovene porge omaggio, periodicamente e con sincero dolore, alle città massacrate dalla guerra: io provo anche solo a nominarne qualcuna. Così, un bel giorno, invece di parlare di “boom” economico, parleremo – più correttamente – anche di “restauro”: da tutti i punti di vista; economico, architettonico, sociale, antropologico. La nostra nazione fu restaurata da cima a fondo, ferita com’era nelle sue bellezze artistiche e nel suo orgoglio.

   Terni fu una delle città martiri: “101 bombardamenti aerei, oltre alle distruzioni dei tedeschi in ritirata (…). Naturale che Terni non abbia più l’aspetto, consueto nell’Umbria, di città d’arte” (p. 345). Foggia fu pressoché distrutta dai bombardamenti aerei: 18mila i morti (p. 757). Viterbo: il 43 percento delle case distrutto, oltre l’80 percento danneggiato (p. 803). La fortuna ha voluto che il medievale quartiere di San Pellegrino restasse integro.

   Ancona: i bombardamenti distrussero il 74 percento delle abitazioni. Cambiando in parte il suo aspetto (p. 520). Peggiore tragedia, quella degli 800 bambini intombati dentro un rifugio con le suore che li sorvegliavano, e non più dissepolti. State immaginando? State ricordando?

   Treviso, “devastata”: “molte orribili case sono sorte nei vuoti lasciati dalle bombe”, ma la città è sempre bella (p. 45). Verona subì più di trenta bombardamenti aerei, “che sconvolsero le stazioni, e misero a terra un complesso d’industrie già bene avviato” (p. 84). Firenze ha visto distrutti dai tedeschi tutti i ponti sull’Arno, pazientemente ricostruiti; vennero fatti saltare due antichi quartieri posti ai capi del Ponte Vecchio. Pavia ha perduto il ponte di legno sul fiume Ticino che era, “con quello di Bassano, il più bel ponte popolaresco d’Italia” (p. 118): è stato ricostruito “deturpandolo per ragioni pratiche”. Livorno, “devastata dai bombardamenti, al termine della guerra conservò poche case intatte: chi vi si recò allora, ebbe l’impressione di entrare in una città terremotata. La ricostruzione è avvenuta: ricchi edifici, spesso di stile strano, sono scaturiti in gran numero, alternandosi a tratti ancora demoliti o mezzo in rovina (…). I nobili quartieri settecenteschi e ottocenteschi, straziati dai bombardamenti e perduti senza rimedio, veleggiano come spettri  (…) L’aristocrazia ebraica è in buona parte emigrata in America” (p. 409).

   Cagliari è “risorta dai bombardamenti bellici” (p. 697). Pisa monumentale fu danneggiata dalla guerra: “dai bombardamenti aerei e più ancora nei 40 giorni in cui fu campo di battaglia (…) In parte irreparabili sono purtroppo i danni subiti dal famoso camposanto gotico che sorge presso il Duomo (…)” (p. 415). Napoli è stata quella più ferita nel lato monumentale, pur senza irreparabili fatalità come la distruzione degli affreschi del Mantegna a Padova o del Gozzoli a Pisa (p. 457). E ancora: Avellino, “più volte devastata” (p. 487). Nel Molise, ultimo per il reddito tra i territori italiani, si dovette ripartire praticamente dal nulla (p. 573). Isernia fu semidistrutta.

   Nel bolognese, 7000 case coloniche rase al suolo, 7000 distrutte a metà; morti oltre 140mila bovini (erano 240mila prima del disastro), minati decine di migliaia d’ettari (numerosi agricoltori vi perdettero la vita: p. 280).

   L’Abruzzo è stato secolare martire di terremoti (p. 558): Piovene parla di “oasi sfuggite ai terremoti” già    allora. Avezzano fu rasa al suolo nel 1915 da un sisma che massacrò 10mila dei 12mila abitanti. Quindi, vennero i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, micidiali. Storia simile a quella di Messina, in Sicilia: rasa al suolo dal terremoto nel 1908, distrutta una seconda volta dalla guerra (p. 579). Catania fu “sconvolta dai bombardamenti bellici, non solamente aerei ma anche navali” (p. 604)

   La città rimasta più intera è Siena: “una città del Medio Evo” (p. 382). Secondo Piovene, c’è una Siena anche a Sud: Matera (p. 747). Molte altre città dovrei nominare, tra quelle più drammaticamente ferite dalla guerra: Torino, Milano, Taranto, Roma, Trieste; ma sospetto che l’elenco – pauroso – possa e debba terminare qui. Proviamo ad andare oltre. Ma non dimentichiamo. Soprattutto non dimentichiamo quelle nostre due magnifiche città, Pola in Istria e Zara in Dalmazia, che vennero distrutte dai bombardamenti alleati per poter più facilmente cadere in mano comunista jugoslava. Piovene, in quegli anni, non poteva più chiamarle “italiane”. Fossero rimaste nostre, sarebbero risorte come tutte le altre, tornando – con fatica e sangue – all’antico splendore.

**

   Adesso, qualche battuta memorabile: a parlarne, i capitani di industria di allora. Vittorio Cini così stigmatizzava noi italiani d’antan: sentite se il discorso vi torna famigliare:

“Tutti dicono: a me va bene; oppure male; gli altri non mi riguardano. Manca dovunque il sentimento del lavoro in comune; la coscienza che il bene degli altri è il nostro bene; che il male degli altri finisce con l’ingoiare chi si sente al sicuro. È il difetto italiano, ma oggi si è molto aggravato” (p. 38). Quasi sessant’anni fa, e l’aria non è cambiata. Affatto.

   E invece il conte Oreste Rivetti, da Biella, aveva una gran voglia di prendersi gioco di chi parlava di crisi: “Idee politiche? Io non ne ho. Quelle deve averle il Governo. Vedo il mio piccolo settore, tocca al Governo veder tutto. Crisi? Ma sì, tutti dicono che c’è la crisi. Io invece dico che non c’è. Io lavoro a pieno regime, cerco operai e non li trovo. Tutti oggi sono professori, avvocati, dottori. Questa è la disoccupazione. Tutti hanno la lambretta, la vespa o addirittura l’automobile. Troppo poco lavoro, questo sì, troppe ferie. Mica per me. Io lavoro da mattina a sera. Cosa si fa in Italia? Si passa da una feria all’altra (…)” (p. 208). Certo. Caro, vecchio spirito settentrionale.

   Mario Piaggio, ligure, insegnava: “Gli operai, bisogna trattarli bene, ma restando padroni. I nostri rapporti con le maestranze per esempio sono ottimi. Duri sì ma leali, non falsi e demagogici. I rapporti diventano cattivi quando il padrone si traveste ed entra in una gara di demagogia” (p. 219).

   E pensare, allora, che in certe industrie (Ansaldo) a guerra finita non ridussero il personale, ma lo aumentarono: “Sul criterio economico prevalse quello demagogico: l’industria come istituto di beneficenza per tacitare la piazza” (p. 232)

   Opere pubbliche? Uno sfacelo antico. Si parla di Calabria, e Piovene la definisce un “cimitero d’opere pubbliche” (negli anni Cinquanta!): “arrestate a metà, quando il denaro dello Stato finiva. I resti delle opere pubbliche, ringoiate dalla natura, sono variamente detti accampamenti abbandonati, rottami di un naufragio, sfasciume di miliardi” (p. 658). Insomma: storia vecchia.

**

E adesso facciamo un giro d’Italia per curiosità, aneddoti, divertissement. Partiamo proprio dall’amato Veneto, madrepatria di Piovene. Sentite qui: ancora non c’era traccia della Liga Veneta…

“Mi chiedo poi cos’è il Veneto per i veneti. Rispondo che la loro terra per i veneti è una verità. Essa non ha nulla a che fare col sentimento nazionale, né per associazione né per contrasto. È una verità in più, di natura diversa. Non è politica, né attiva, ed infatti nel Veneto non c’è traccia di separatismo. (…) Il Veneto è una potente realtà della fantasia, che non dà noie al Parlamento” (p. 23).

   E ancora: “La civiltà del Veneto è piuttosto sentimentale, che significa appagamento e delizia in se stessi, affondamento voluttuoso nella propria natura, rifiuto di accettare l’infelicità e riconoscerla; e perciò scarsa inclinazione a mutare. Non per nulla la civiltà veneta è soprattutto coloristica, architettonica ed idillica” (p. 25)

Piovene ricorda – tra le tante perle – che a Venezia i cittadini vanno a piedi, di solito, non in barca. La gondola, per loro, è troppo lenta e costosa. Già negli anni Cinquanta ne erano rimaste 450, contro le 10.000 degli anni belli. A latere, intuisce che la città si sarebbe spopolata presto, perché era eccessivamente caotica e si avviava a diventare invivibile: per questo, sostiene che sarebbe stato fondamentale uno sviluppo delle industrie costiere, e di Marghera. Mestre giocherà un ruolo ben diverso. Ribadiva che Venezia e la laguna avevano bisogno del sostegno della terraferma. È accaduto.

   Passiamo al Friuli-Venezia Giulia. Troverete pagine dedicate alla tragedia di Gorizia, divisa in due dal muro (pp. 67-68), occupata dagli slavi; camminerete per una Trieste in cui il Castello di Miramare deve ancora essere riaperto al pubblico, perché da due mesi soltanto la nostra amata città è tornata all’Italia:

“Poco più di due mesi sono trascorsi dal ritorno di Trieste all’Italia che ha portato quasi al delirio il popolo triestino. La sua accoglienza, dicono i testimoni, è stata superiore a quella del 1918, anche perché si scaricavano in essa anni di paura. (…) Una vera e durevole conquista di Trieste all’Italia comincia adesso, e la si compie ricordando che Trieste è italiana, non però uguale alle altre città italiane” (p. 70). In tanti, soprattutto tra gli economisti, piangono la perdita dell’Istria: si sentono minacciati da una successiva perdita di identità, da una possibile decadenza morale. Tutte cose avvenute.

   Sloveni a Trieste? Con buona pace di Pahor, “Si direbbe che gli sloveni abbiano la virtù naturale di mimetizzarsi (…). Le infiltrazioni clandestine degli sloveni in Trieste città sono state argomento di polemiche e di paura. Comunque sia, traccia di colore sloveno non si avverte in Trieste. La città è veramente tutta italiana. In essa gli sloveni sono un modesto sottobosco di piccoli commercianti, garzoni di bottega, domestiche, lavandaie. Il conflitto razziale è perciò fomentato da quello di classe” (p. 77). In ogni caso, Piovene non ha nessun intento razzista; sostiene che l’italianità di Trieste si difende ribadendone il carattere di metropoli borghese cosmopolita (p. 78). Insomma, sì alla Trieste di Cergoly, del sì del da del ja, ma cum grano salis.

   Più bella città del FVG? Sorpresa: Cividale. “Non so quanti italiani la conoscano (…) conserva l’impronta longobarda più di Pavia, con le viuzze a labirinto. E pochi, tolti gli eruditi soprattutto stranieri, conoscono il museo stupendo e stupendamente ordinato; sculture di scavo, gioielli, croci, stoffe barbariche, mosaici, codici miniati” (p. 64). Come se non bastasse, da quelle parti si può ascoltare il canto aquileiese, anteriore al canto gregoriano.

   Altre curiosità sparse. Sapevate, ad esempio, che in Alto Adige il fascismo non gradiva che gli austriaci indossassero le calze bianche, secondo il costume locale, perché le giudicava provocatorie? (p. 12). E che Milano, “l’unica città d’Italia in cui non si chiami cultura soltanto quella umanistica” (p. 102), “non è meno bella delle altre città italiane?” Possibile? (p. 89). Forse perché “La Lombardia è bella ma non estetica, la bellezza vi nasce dalla praticità, che spesso prende la mano e diventa ottusa. Il bello in Lombardia sorge contro progetto e contro voglia” (p. 138).

***

Le scuole di apprendistato sono nate a Parma (p. 254): vennero subito imitate da Reggio Emilia e Modena. Qualche disparità curiosa: in Piemonte, un asilo ogni 1500-1800 abitanti, in Calabria e Basilicata ogni 7-9000 (p. 452).

   Il migliore sale del mondo? È quello trapanese (p. 652).

Camerino? Finalmente ha perso la fama di università per quelli che vogliono laurearsi senza studiare (p. 528). Cinquant’anni dopo, come sappiamo, la prestigiosa facoltà avrebbe conosciuto la pornofama.

   La vera maschera di Bergamo è il Gioppino, non Arlecchino (pp. 163-164). Negli anni Cinquanta Torino non è ancora la città delle macchine, ma la città dei sarti: vanta un’industria tessile con 100mila dipendenti (p. 175).

   Qual è la regione più simile alla Scozia e all’Irlanda, “romantica” e “stregata”? Il Molise (p. 569 e ss.), terra di eccellenti e fedeli soldati.

   Altro che san Gennaro: in campania tende a liquefarsi il sangue di diversi santi. Scopriamo il caso di santa Patrizia, nel convento di san Gregorio Armeno (p. 432).

   Altro miracolo: “Napoli è la città in cui, secondo le statistiche, si commettono meno furti. Diffuso è solo il furtarello, che serve a campare un giorno in più” (straordinaria, devo dire, questa distinzione. Cfr. p. 438)

Uno degli ultimi grandi burattinai italiani era emiliano, si chiamava Italo Ferrari, era nemico delle marionette, le giudicava meccaniche (p. 255): il burattino invece prendeva vita da un avambraccio di un artista. Era – per questo – vero.

   Vita notturna? All’epoca, Bologna era protagonista (p. 287). In compenso, “ancora nell’anno 1955 si può chiedere a Napoli la colazione al ristorante alle cinque del pomeriggio o il pranzo alle tre di notte, senza che nessuno giudichi la richiesta poco normale. Vige ancora, specie nel medio ceto professionale, l’abitudine del pasto unico, a metà pomeriggio, al termine del lavoro” (p. 430).

Miglior manicomio? Volterra: “tra i migliori e i più umani d’Italia (…) Un numero notevole di ricoverati innocui gira perciò le strade confuso con la gente sana. Vige a Volterra una fiducia, che credo unica nel mondo, di fronte ai malati di mente (…) Potrebbe essere un soggetto letterario potente” (pp. 398-399). E poi venne la Basaglia.

   A Savona, c’erano delle impiegate speciali: toglievano il nocciolo alle ciliegie sotto spirito, si chiamavano sssciancapegulli (con tre “s”: p. 229).

   Un solo agrume cresceva a Reggio Calabria e non in Sicilia: il bergamotto (p. 686 e p. 692).

   Ricordate ancora che il territorio del “vero Bellunese” era, soltanto cinquant’anni fa, una delle zone più depresse d’Italia? “Da sempre – scriveva Piovene – qui serpeggia uno spirito nomade, in cui s’insinua il pittoresco popolare del Veneto: le donne vestite di nero con una grande gerla piena di utensili domestici, i mercanti di stampe sacre, gli arrotini ambulanti. Le industrie allignano a fatica” (p. 22).

   Città celebre per gli scherzi era Ravenna. “Vi è una diversità tra lo scherzo emiliano e la beffa toscana – scrive Piovene – che lasciò tanta traccia nella nostra letteratura. Più sanguigno e più fisico, lo scherzo emiliano è uno sfogo controllato della violenza; la beffa toscana, invece, è di qualità più mentale, ha come sottinteso lo scherno e il disprezzo, per fine l’umiliazione” (p. 306). Se vi incuriosisce chi ha inventato la pernacchia, domandate pure ai discendenti dei Sanniti, a Benevento (p. 495), poi capitale delle streghe, guidate da un diavoletto, il martinello (pp. 503-504).

   Si leggeva sempre poco, in Italia. Una statistica “eccezionale” per l’Italia meridionale era quella di Catanzaro, dove si vendevano 3000 copie di giornali e riviste al giorno (p. 675).

**

Tra gli omaggi letterari: Umberto Saba (Trieste), che si lagna d’essere malato, ma d’infelicità: “La mia sciagura è di essere nato di temperamento idillico in una città tragica” (p. 73), Paolo Monelli (Modena): “Modenese è Paolo Monelli, con la sua prosa pregna di sughi e degli odori di una buona cucina, e insieme capricciosa, paradossale, umoristica e dotta” (p. 265); Enrico Pea (Lucca): “Si può trovare ancora Enrico Pea, genius loci di questa zona, a un tavolino di caffè, la grande barba bianca affondata in un manoscritto; egli infatti scrive al caffè, come già Bernanos in Francia” (p. 422); Gaspare Invrea, alias Remigio Zena (Genova): “La gracile letteratura narrativa di Genova ha dato, con ‘La bocca del lupo‘ di Remigio Zena, un buon romanzo di vita popolaresca; Venezia non l’ha dato mai” (p. 220). Cesare Angelini (Pavia): “Un esempio di letterato umanista italiano, di quelli che hanno cercato di conservare viva una tradizione arcadica e un po’ provinciale della letteratura inserendovi le ricerche degli scrittori nuovi e delle riviste di punta; ultimi sprazzi ed estreme difese dell’umanesimo letterario nel senso antico. Giudicavo Angelini un buono scrittore, ma non privo di leziosaggini, troppo leccato e letterario. Ed ecco, al contatto della persona, abbandono i luoghi comuni e lo vedo com’è davvero. Mi accorgo che è soprattutto un prete. Quest’uomo piccolo, magro, mobile, gaio, che fuma quasi quanto me, così lombardo per buon senso, ingenuità, sincerità e ottimismo, vive la letteratura come una festa cristiana. Il suo modo di invitare a mensa è pari a quello di accostarsi alle lettere. (…) Ha il sentimento della letteratura come festa evangelica, e quasi il misticismo della parola come cibo migliore (…)” (pp. 125-126).

   Piovene saluta l’ultimo scrittore di Cesenatico, Marino Moretti, “maggiore scrittore romagnolo vivente (…), ultimo di una serie scomparsa” (p. 318). Visita la più grande biblioteca privata raccolta da uno studioso italiano, quella di Croce, a Napoli (p. 445), e quella di Leopardi, nelle Marche (trentamila volumi in tutto, p. 526).

   Incontriamo Mondadori – il pioniere dell’editoria lombarda, sbarcato povero e giovanissimo nella grande città – e la casa editrice Guanda, “che ha introdotto in Italia, in forma criticamente impeccabile, i testi e le versioni della grande poesia straniera meno divulgata” (p. 252). E pensate che disgrazia deve avere avuto l’editoria toscana, invece, se allora a Firenze soltanto c’era “una gloriosa raccolta di case editrici: Sansoni, Le Monnier, Barbera, Olschki, Alinari, Salani, La Nuova Italia, La Libreria Fiorentina e altre: studiose le une, le altre popolari, antiquarie, o cattoliche (…). La Vallecchi rimane la casa editrice maggiore per la letteratura d’oggi, intenta alla scoperta di autori giovani e alla divulgazione di opere di qualità” (pp. 372-373). A Bari, come sempre c’è la Laterza, “uno dei pilastri della nostra cultura”: Piovene medita pensando che vende 50 copie l’anno di Aristotele, e suppone che alcuni insegnanti di filosofia si accontentino quindi di conoscerlo indirettamente (p. 771). Proprio come oggi.

**

Politicamente, straordinario l’omaggio dedicato a Giorgio La Pira: “Vede la cultura, nel suo scopo profondo, come opera di carità. Poca differenza dunque egli scorge tra gli annuali convegni teologici della Pace Cristiana e le sue principali preoccupazioni di sindaco, che sono: il lavoro ai disoccupati, le case ai senza tetto, il latte ai bambini, il ricovero ai vecchi, l’assistenza ai carcerati, le scuole, i giardini e magari i concerti in piazza. La funzione di sindaco è sentita da lui come caritativa (…). Rende conto ai poveri della propria amministrazione; del latte giornalmente elargito ai bambini e ai vecchi (…) Si sa che abitava in una cella dei domenicani a San Marco, ed oggi, non potendo più conciliare la funzione di sindaco con l’orario del convento, in una clinica di Firenze; che distribuisce i proventi di professore e l’assegno di sindaco ai bisognosi; che non possiede nulla” (p. 367)

   Contraltare partitico di La Pira è Lauro, a Napoli: contraltare partitico, ma non politico. “Il criterio comune è di beneficare il popolo; il primo in forma caritativa e cristiana, con ardore apostolico. L’altro in forma regale, da gran signore, donatore e ministro degli spettacoli, secondo la tradizione partenopea” (p. 440).

**

La parola “Padania” non è un conio di Bossi o di Sgarbi. Qui si riferiva semplicemente a una “terra ideale ma amata quasi come patria da quelli che vi nacquero o vi abitarono a lungo (…), con le sue cattedrali barbariche e le sue officine” (p. 89). Ragionevolmente, è circoscritta alla pianura Padana.

**

Volevo scriverne, non sapevo come. Un anno dopo la prima lettura, avevo conservato una montagna di appunti, glosse, notarelle. Ho cercato di restituirvele, in allegro disordine creativo. Questo libro si è rivelato prezioso e – devo dire – costituisce uno dei più bei regali che potete fare a chi vuole studiare un po’ di cultura italiana e un po’ di colore dei nostri tanti campanili. Sono passati cinquant’anni, ma l’essenza è intatta; certe questioni politiche sono mutate, ma non sempre sono state risolte. Prima di partire per un viaggio, sfogliate questa guida. Vi divertirà, vi aiuterà a vederci più chiaro, vi spingerà a cercare qualcosa che non cadrà vittima del gorgo delle mode. Parlo della grande arte, e della grande cultura: popolare.

“Viaggio in Italia” di Piovene è un must, assoluto. Il giusto riscatto di secoli di diffamazione – spesso nemmeno “artistica” – sofferti nella letteratura del grand tour.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Guido Piovene (Vicenza, 1907 – Londra, 1974), giornalista, scrittore e critico letterario italiano, discendente da antiche famiglie aristocratiche. Esordì pubblicando la raccolta di racconti “La vedova allegra” (Torino, 1931). Si laureò in Filosofia con una tesi sull’Estetica di Vico.

Guido Piovene, “Viaggio in Italia”, Baldini Dalai, Milano 2003. In appendice, gigantesco indice dei nomi.

Prima edizione: 1957.

(ARTICOLO TRATTO DA LANKELOT – http://www.lankelot.eu/ )

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...