La dura vita dei BALCANI, colpiti da una DISASTROSA ALLUVIONE – Ma questa volta i popoli divisi ritrovano una loro solidarietà – LE DIFFICOLTA’ DELLA BOSNIA, che stenta a risollevarsi dalla guerra civile – IL PREMIO SCARPA DEI GIARDINI (Fondazione Benetton) assegnato (a esperienze di ripresa agricola, ritorno della popolazione e condivisione interetnica) a due villaggi vicini a SREBRENICA

ALLUVIONE DEI BALCANI. LA MAPPA DEI FIUMI STRARIPATI (in colore scuro le zone più colpite dall’alluvione). Nonostante il sole sia tornato a splendere sui Balcani, la situazione rimane drammatica a seguito delle pesanti alluvioni avvenute in particolare tra il 10 e il 15 maggio scorsi. Le acque si ritirano progressivamente lasciando desolazione e distruzione, in particolare in Serbia e Bosnia Herzegovina. 44 sono state le vittime. E attualmente sono ancora 37.000 le persone evacuate, 660 i dispersi solo in Serbia (mappa da www.ecoblog.it)
ALLUVIONE DEI BALCANI. LA MAPPA DEI FIUMI STRARIPATI (in colore scuro le zone più colpite dall’alluvione). Nonostante il sole sia tornato a splendere sui Balcani, la situazione rimane drammatica a seguito delle pesanti alluvioni avvenute in particolare tra il 10 e il 15 maggio scorsi. Le acque si ritirano progressivamente lasciando desolazione e distruzione, in particolare in Serbia e Bosnia Herzegovina. 44 sono state le vittime. E attualmente sono ancora 37.000 le persone evacuate, 660 i dispersi solo in Serbia (mappa da http://www.ecoblog.it)

   E’ stata (è) per i Balcani, l’alluvione più devastante degli ultimi 120 anni quella accaduta con le precipitazioni intense della prima metà di maggio. Ha fatto 44 vittime (ma forse di più). Il vortice ciclonico avuto nei giorni tra il 10 e il 15 maggio ha scaricato su larga scala fino a 150-250mm di pioggia, con picchi locali di 300mm.

   La situazione più critica resta quella lungo il corso del fiume Sava, che attraversa sia la Bosnia a nord sia la Serbia a est della capitale Belgrado. E proprio le acque del fiume Sava hanno minacciato pure la grande centrale elettrica serba di Nikola Tesla, a Obrenovac, la più importante del Paese.

OBRENOVAC, 40 chilometri a ovest di Belgrado (foto da IL POST:IT)
OBRENOVAC, 40 chilometri a ovest di Belgrado, 17 MAGGIO 2014 (foto da IL POST:IT)

   In Bosnia Erzegovina l’emergenza non ha soltanto provocato distruzione e morte ma ha avuto, se non altro, il merito di evidenziare la grande solidarietà degli abitanti fin qui divisi dalla guerra civile del 1991-1995 tra musulmani-bosniaci e cristiano-ortodossi filo-serbi (ma anche cristiano-cattolici filo-croati): fin dal primo minuto dell’ “emergenza alluvione” c’è stato un reciproco aiutarsi delle comunità divise etnicamente per prestare i primi aiuti e per raccogliere il materiale necessario ad aiutare gli sfollati. Ad esempio, gli studenti dell’Università di Sarajevo sono riusciti a organizzare un gruppo di 500 volontari che sono giunti in aiuto delle varie municipalità più colpite.

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   L’alluvione in Bosnia Erzegovina avviene tra l’altro in un momento difficilissimo per questo Paese da un punto di vista delle tensioni sociali interne: malaffare, corruzione e iper-burocrazia sta letteralmente sbriciolando la Bosnia nell’indifferenza della comunità internazionale che ha contribuito non poco (nell’indifferenza e nella non collaborazione economica) a determinare questo stato di cose. Il problema etnico — è opinione diffusa — esiste solo sulla carta, poco o niente nella società civile, accomunata dal rifiuto di un apparato politico burocratico che ha creato sue rendite di posizione e privilegi, e che non governa il paese nel senso di un possibile sviluppo economico e sociale.

Una protesta operaia iniziata nei primi giorni di febbraio di quest’anno, con una manifestazione di alcune centinaia di persone a TUZLA si è gradualmente estesa a tutti i principali centri del paese, trasformandosi nel maggiore movimento di protesta in Bosnia Erzegovina dalla fine della guerra. I dimostranti alzano la voce contro un sistema etno-politico-affaristico ormai insostenibile che produce solo divisioni, disagio e disoccupazione (da www.balcanicaucaso.org )
Una protesta operaia iniziata nei primi giorni di febbraio di quest’anno, con una manifestazione di alcune centinaia di persone a TUZLA si è gradualmente estesa a tutti i principali centri del paese, trasformandosi nel maggiore movimento di protesta in Bosnia Erzegovina dalla fine della guerra. I dimostranti alzano la voce contro un sistema etno-politico-affaristico ormai insostenibile che produce solo divisioni, disagio e disoccupazione (da http://www.balcanicaucaso.org )

   Pertanto la Bosnia uscita in grave difficoltà nel 1995 dalla guerra civile si trova ancora in un’emergenza perenne (molta parte del Paese conserva ancora le mine sparse ovunque in campi e territori abitati…). Ma quel che è chiaro è che adesso (perlomeno) la separazione etnica non c’entra niente. Anzi, esiste una solidarietà forte tra etnie (come si sta vedendo ora nel caso dell’alluvione).

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OSMAČE E BREŽANI, PREMIO CARLO SCARPA 2014 - il PREMIO INTERNAZIONALE «CARLO SCARPA PER IL GIARDINO», ideato dalla “Fondazione Benetton studi ricerche” (FBSR) è stato ASSEGNATO quest’anno A OSMAČE E BREŽANI, due villaggi del PODRINJE, regione della BOSNIA ORIENTALE, ai confini con la Serbia. Siamo sull’ALTOPIANO SOPRA SREBRENICA, scavato da corsi d’acqua e ondulato come un gheriglio di noce, stretto dentro i profondi canaloni di una grande ansa della DRINA (nella foto: Veduta aerea della regione del Podrinje. L’altopiano sopra Srebrenica. In primo piano alcuni borghi del villaggio di Osmače; in secondo piano quelli di Brežani. - fotografia di Zijah Gafić per FBSR, marzo 2014)
OSMAČE E BREŽANI, PREMIO CARLO SCARPA 2014 – il PREMIO INTERNAZIONALE «CARLO SCARPA PER IL GIARDINO», ideato dalla “Fondazione Benetton studi ricerche” (FBSR) è stato ASSEGNATO quest’anno A OSMAČE E BREŽANI, due villaggi del PODRINJE, regione della BOSNIA ORIENTALE, ai confini con la Serbia. Siamo sull’ALTOPIANO SOPRA SREBRENICA, scavato da corsi d’acqua e ondulato come un gheriglio di noce, stretto dentro i profondi canaloni di una grande ansa della DRINA (nella foto: Veduta aerea della regione del Podrinje. L’altopiano sopra Srebrenica. In primo piano alcuni borghi del villaggio di Osmače; in secondo piano quelli di Brežani. – fotografia di Zijah Gafić per FBSR, marzo 2014)

   Questo contesto, e un MESSAGGIO DI SPERANZA per una spinta propulsiva verso il ritorno a una vita comunitaria normale e di prosperità, è stato dato il 10 maggio scorso con l’assegnazione del PREMIO INTERNAZIONALE «CARLO SCARPA PER IL GIARDINO» (ideato dalla “Fondazione Benetton studi ricerche” di Treviso) a due villaggi bosniaci (OSMAČE e BREŽANI) per un loro interessante e importante progetto agricolo, di utilizzo virtuoso della propria terra.

   OSMAČE e BREŽANI sono due villaggi del PODRINJE, regione della BOSNIA ORIENTALE, ai confini con la Serbia. Siamo sull’ALTOPIANO sopra SREBRENICA. I due villaggi compongono insieme uno dei tanti luoghi della Bosnia dai quali due decenni or sono è stata strappata la vita di una comunità, devastata la sua convivenza multiculturale di lunga durata, dispersi i sopravvissuti. E ciò ne fa un luogo di testimonianza e di esperienza altamente significative: un piccolo nucleo di famiglie di agricoltori e allevatori cerca da qualche anno di trovare la strada del ritorno e la trama della memoria, di costruire nuove relazioni tra persone, di rinnovare il legame necessario tra spazio da occupare, terra da curare, casa da ricostruire, condizione umana da conquistare. Senza alcuna differenza tra musulmani e serbi.

SREBRENICA, a nord est di SARAJEVO
SREBRENICA, a nord est di SARAJEVO

   Il progetto nato a Osmače e Brežani è stato chiamato SEMINANDO IL RITORNO e mira a rimettere in movimento il ciclo produttivo che fu spazzato via dai cecchini. E si sta appunto lavorando alla coltivazione e produzione del GRANO SARACENO, che cresce bene nelle valli montane: siamo a circa mille metri di altezza. Da un paio d’anni si cerca di ripristinarne la coltura.

   Nel rappresentare le difficoltà della Bosnia, e dei Balcani tutti, presi dalla devastante alluvione, si può notare che pur tra tutte le difficoltà una nuova speranza può esserci per questi paesi finora quasi del tutto dimenticati dall’Europa, pur essendo essi parte integrante della geografia e della storia europea. Il rinnovo della politica dell’Unione Europea passa pertanto con l’integrazione dei Balcani nel nostro “sentire comune” (che tanto difficile appare proprio nel contesto delle elezioni europee).

…Qui in particolare ci siamo concentrati sulle difficoltà della Bosnia… Noi crediamo che i Balcani (a pochi chilometri da casa nostra) possano farci partecipare ad un unico progetto di sviluppo, solidarietà, interazione (cioè cose da fare assieme). (s.m.)

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“I BALCANI SOTTO IL DILUVIO CHE UNISCE I POPOLI NEMICI

   di Paolo Rumiz, da “la Repubblica” del 19/5/2014

   Il preludio è già sopra FIUME. Ammassi di betulle storte, schiantate dalla tempesta di febbraio — gelo e bora — come asticelle del gioco chiamato “Sciangai”. Montagne russe per piccoli canyon, fra montagne storte, sotto un cielo inchiostro con accenni di nevischio. Gli evacuati di OBRENOVAC (Serbia) ospitati in un palazzetto dello sport.  

   A DELNICE ancora boschi stremati, persino tralicci piegati dal gelicidio. È lo stesso posto dove vent’anni fa vedevi i primi segni di guerra, le case dinamitate o sforacchiate dai kalashnikov. E poi via, oltre una cordigliera desertica, dove penetrarono le avanguardie del Turco, e dove la Bosnia col suo labirinto di acque spinge come un cuneo verso la VALLE DELLA KUPA, ultimo fiume delle Alpi.

   Lassù sembra che MEDITERRANEO E CENTRO EUROPA SI DIANO BATTAGLIA A COLPI DI VENTO. Oltre, pensi, andrà meglio. E invece no. Dopo GRADISKA, quando la SAVA sembra raddoppiare di portata per l’immissione dei primi affluenti di destra — l’UNA e il VRBAS — proprio lì le prime colline di Bosnia sono inghiottite da uno strato di nubi grasse color topo.

   L’aria è ferma, in bilico fra i monti e la PANNONIA. Ma il peggio arriva col fiume BOSNA, lo stesso che sfiora SARAJEVO. Fra DERVENTA, MODRICA e DOBOJ il traffico si interrompe, i ponti sulle montagne son venuti giù, la precedenza è tutta per i mezzi di soccorso.

OBRENAVAC, 40 chilometri a ovest di Belgrado, 17 maggio 2014 (DA IL POST_IT)
OBRENAVAC, 40 chilometri a ovest di Belgrado, 17 maggio 2014 (DA IL POST_IT)

   Ora esce il sole, il paesaggio luccica di rivoli, mostra plasticamente la dimensione della catastrofe. MAGLAJ è sotto quattro metri d’acqua. A DOBOJ si parla di settanta vittime e di numerosi dispersi. A SREBRENICA, fa sapere Azra Ibrahimovic, si arriva solo per la strada alta delle miniere; BRATUNAC e POTOCARI sono isolate. TRAVNIK, la città di Ivo Andric, è andata sotto, e così anche PRIJEDOR e ZENICA. Fra MODRICA e ZEPCE il fiume si è mangiato 200 metri di ferrovia e chilometri di asfalto stradale.

   Ma il peggio è il seminato perduto: granturco spazzato via, alberi di prugne e ciliegie che hanno perso i frutti. DOPO L’ALLUVIONE, LA PAURA DELLA CARESTIA.    C’è una COLONNA CROATA che sale da SLAVOSNSKI BROD, LA CATENA DELLA SOLIDARIETÀ È PARTITA ALLA GRANDE, ANCHE FRA EX NEMICI, SULLE STESSE STRADE DELLA PULIZIA ETNICA. Serbi, croati, musulmani, cartelli in cirillico, in alfabeto latino, ora nessuno guarda la differenza. E’ saltato tutto, l’emergenza ridicolizza le spartizioni di Dayton. «Dite che mandino aiuti dall’Italia, ma non al governo che si mangerebbe tutto. Portate direttamente a noi. Cibo, vestiario, materassi, coperte, badili».

   Ma italiani non si vedono, gli aiuti governativi sono a quota zero. Dalla SERBIA, dove il disastro prosegue oltre la frontiera della Drina, arriva notizia di colonne slovene, ungheresi e anche russe. Mosca è già al lavoro con squadre a OBRENOVAC, cuore del disastro a Sudovest di Belgrado. Annunciano aiuti gli Emirati. MANCA SOLO L’EUROPA. La gente non la vede, in Serbia come a Sarajevo. All’Unione, ti fanno capire, i Balcani interessano per i giochi della geopolitica, e chi se ne frega se «stavolta è quasi peggio della guerra», se i fiumi si portano via villaggi e fabbriche, se “le colline si muovono” e sommergono quel poco che due Paesi in ginocchio sono riusciti a ricostruire.

   Alcune strade si stanno già riaprendo, ma IL RISCHIO È SULLE MONTAGNE dove i campi minati ancora non bonificati smottano in alcuni punti. Una situazione afgana. Il territorio abraso dall’incuria e dalla guerra è diventato un acceleratore di piene , e così non tanto i grandi fiumi, ma i piccoli “potok” si trasformano in killer, centuplicano la portata in poche ore.

   A DOBRINJA, PERIFERIA di SARAJEVO, un rigagnolo ha trascinato via un uomo. A MODRICA e a ZVORNIK c’è chi ha visto corpi portati dalla Drina come nei giorni della pulizia etnica, quando le bande trasformarono i ponti in scannatoi.

  La gente si è ritirata sui piani alti o sui tetti, e aspetta soccorso. Vecchi, adulti e bambini dormono all’aperto, sulle colline. Per via degli ospedali tagliati fuori molte donne hanno partorito in casa o in ambulatorio.

   LE FACCE. INDESCRIVIBILI. MOLTO OLTRE LA RASSEGNAZIONE. Ti guardano per dire: CHE PUÒ SUCCEDERCI DI PEGGIO? Cosa ancora, dopo gli scannamenti, il silenzio dell’Occidente, il genocidio impunito, la criminalità al governo e una grande alluvione? Eppure NON C’È FATALISMO. Nessuno aspetta la protezione civile, come da noi. Qui sono vent’anni che non c’è. Quelli che possono, sono a spalare. E sarebbero tanti di più, se li si rifornisse di stivali di gomma. Stivali che, ovviamente, non ci sono.

   CAPACITÀ DI SCHERZARE, ANCHE COL FANGO ALLE CINTOLA: «Va male, malissimo. Ma intanto facciamoci un cicchetto». Frase già sentita, vent’anni fa, a Sarajevo assediata. Quattro giorni fa, quando la Miljacka si è improvvisamente gonfiata nella capitale, qualcuno aveva sparato l’immagine dell’onda con sopra, in fotoshop, un surfista. “Grazie Tito”, ghigna Emina Bruha Brkovic, alludendo alla DIGA DI LUKAVAC piena fino all’orlo. Il senso è: meno male che fu Tito a farla costruire. Se l’avessero appaltata quelli di oggi, sarebbe già venuta giù.

   Le note stonate, come sempre, dalla politica. «Sabac non deve cadere» proclamano i giornali serbi, gonfi di Dio-Patria-Famiglia. E fanno il verso alla Grande Guerra, quando proprio Sabac, sulla Sava, fu nucleo della resistenza contro l’austro-ungarico invasore. «Mobilitazione generale!», volano parole così. Ma funzionano: in diecimila hanno accumulato sacchi di sabbia attorno alla città, e ora il top della piena è passato, scende su Belgrado. E intanto partono appelli al mondo: “È UNA DELLE PEGGIORI EMERGENZE CLIMATICHE DEL SECOLO. GLI SFOLLATI FRA BOSNIA E SERBIA SOLO ALMENO SETTANTAMILA».

   La DRINA dalle parti di BIJELJINA è inavvicinabile: la confluenza con la SAVA è diventata un lago dove solo le cicogne sembrano a loro agio. Ci sono già stato un mese fa, sul fiume cantato da Ivo Andric attraverso la storia di un ponte. Le colline a Sud di LOZNICA, specialmente, mi sono parse un piccolo Eden. Sterminati frutteti, le prugne più buone del mondo, cespugli di more e mirtilli e, ai crocicchi, piccoli chioschi “turchi” profumati di grigliata. Ma soprattutto acqua, un reticolo luccicante di acqua benedetta tra i boschi, villaggi e mille piccoli ponti. Nessuno avrebbe detto, un mese fa, che quei rigagnoli avrebbero mosso le montagne. (Paolo Rumiz)

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ALLUVIONI IN BOSNIA ERZEGOVINA, LE DIMENSIONI DEL DRAMMA

da “Osservatorio Balcani e Caucaso” (www.balcanicaucaso.org/) del 20/5/2014

   Nel fine settimana la pioggia ha concesso una prima tregua, permettendo alla popolazione colpita dalle inondazioni un parziale ritorno alla normalità. La situazione resta però drammatica in molte località. E il bilancio delle vittime, con il ritirarsi delle acque, è destinato ad aumentare

   Può permettersi di tirare un primo timido sospiro di sollievo la Bosnia Erzegovina. Per la prima volta, da quando l’allarme alluvioni è cominciato (giovedì 15 maggio), nel fine settimana (18/5) la pioggia ha smesso di cadere. La parte peggiore della tragedia, con un po’ di fortuna, è passata, anche se si continua a lottare contro l’acqua, a ripulire le strade e – inevitabilmente – a recuperare i corpi di chi non è sopravvissuto alla catastrofe dei giorni scorsi.

ALLUVIONE NEI BALCANI, 17/5/2014
ALLUVIONE NEI BALCANI, 17/5/2014

   LA SITUAZIONE MIGLIORA, anche se è decisamente ancora troppo presto per dichiarare conclusa l’emergenza. In tutto il paese, infatti, resta l’allarme, anche se in molti centri urbani colpiti dalle inondazioni gli abitanti stanno ritornando per cercare di riprendere la propria vita quotidiana.

PER INVIARE AIUTI 

La lista delle associazioni che si sono attivate per aiutare la popolazione colpita dalle inondazioni.

   A Banja Luka l’elettricità è stata quasi completamente ristabilita. Esperti e tecnici sono in questo momento al lavoro per esaminare i danni subiti da ponti e infrastrutture, e per decidere l’entità dei lavori che serviranno a rimetterli in sesto.

   Nei villaggi attorno a Bijeljina, che nei giorni scorsi sono stati totalmente evacuati, l’acqua ha cominciato a ritirarsi, e i livelli dei fiumi Drina e Sava si stanno gradualmente abbassando.

Anche a Maglaj, uno dei comuni più colpiti, nella mattinata di domenica è stata riallacciata l’elettricità e gli abitanti hanno ricominciato a pulire le strade per cancellare i segni del passaggio dell’acqua. Nel cantone di Zenica-Doboj, una delle zone in cui i danni sono maggiori (domenica sera il sindaco di Doboj, Orben Petrović, aveva dichiarato che il numero delle vittime nella città era di venti persone, e che era destinato ad aumentare) l’evacuazione della popolazione rallenta. Nella città cominciano ad affluire aiuti e medicinali.

   Nel momento in cui scriviamo [lunedì sera, 19/5], l’unica situazione davvero allarmante si registra ad Orašje: il 60% della città è sott’acqua e si attende con preoccupazione il passaggio di una nuova ondata di piena della Sava. 4.500 persone sono state evacuate e per tutta la giornata di lunedì militari, membri della protezione civile e volontari hanno lavorato per rinforzare gli argini attorno al fiume ed evitare così il peggio.

STUDENTI, TIFOSI, PLENUMAŠI

Il bilancio delle vittime delle alluvioni è pesantissimo. Si parla di almeno una trentina di morti, anche se si tratta di dati non ufficiali, mentre il primo ministro Vjekoslav Bevanda, in una conferenza stampa rilasciata lunedì pomeriggio, ha dichiarato che “sono almeno 950.000 i cittadini bosniaci che, in un modo o nell’altro, sono stati obbligati a lasciare le proprie case”. Secondo Miro Pejić, il presidente dell’associazione dei produttori agricoli della BiH, i danni complessivi provocati da questo disastro potrebbero aggirarsi “nell’ordine di miliardi di marchi”.

   L’emergenza non ha soltanto provocato distruzione e morte ma ha avuto, se non altro, il merito di evidenziare la grande solidarietà degli abitanti di Bosnia Erzegovina, che fin dal primo minuto si sono attivati – in gran parte spontaneamente – attraverso i social network per prestare i primi aiuti e per raccogliere il materiale necessario ad aiutare gli sfollati. Così, per esempio, gli studenti dell’Università di Sarajevo sono riusciti a organizzare un gruppo di 500 volontari che sono giunti in aiuto delle municipalità più colpite come Olovo, Maglaj, Doboj e Zavidovići.

   Chiunque si sia trovato a fare parte di un qualsiasi tipo di organizzazione si è immediatamente messo a disposizione delle zone colpite. A spalare il fango dalle strade si sono visti anche i gruppi delle ‘Horde zla’ o dei ‘Manjiaci’, tifosi delle due principali squadre di calcio di Sarajevo. Anche i plenum, creatisi con le ultime grandi proteste in febbraio , si sono attivati per dare il proprio aiuto e per raccogliere materiale per le vittime dell’alluvione.

   Non è mancata neppure la solidarietà internazionale. Numerosi governi hanno immediatamente dato il proprio sostegno a Sarajevo per affrontare l’emergenza. Tra questi, tutti quelli dell’ex Jugoslavia (persino il Kosovo si è offerto di aiutare la Bosnia Erzegovina, nonostante di fatto non sia mai stato ufficialmente riconosciuto da Sarajevo), la Turchia, la Repubblica Ceca, la Slovacchia, il Lussemburgo, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia. L’Italia ha deciso di donare 100.000 euro alla Bosnia Erzegovina attraverso la Croce Rossa, come confermato a Osservatorio Balcani e Caucaso da fonti interne al ministero degli Esteri.

FRANE, EPIDEMIE E MINE VAGANTI

Nonostante il pericolo di nuove alluvioni, nell’immediato, sembri scongiurato, ci sono molti motivi per rimanere all’erta. Il primo è rappresentato dalle frane. Da giorni in tutto il territorio alluvionato si susseguono notizie di smottamenti di dimensioni enormi. Secondo le autorità bosniache, finora le piogge avrebbero messo in movimento qualcosa come duemila frane, soprattutto nelle zone vicino a Zenica, Tuzla e Vareš: interi villaggi sono spariti, inghiottiti dal fango.

   C’è poi la questione, di certo non secondaria, dell’accoglienza riservata agli sfollati. Se, infatti, per il momento la risposta della società civile è stata sufficientemente adeguata da garantire un primo soccorso ai cittadini che hanno dovuto lasciare le proprie abitazioni, resta da capire quanto durerà la loro sistemazione. “I prossimi quindici giorni saranno cruciali per scongiurare l’insorgere di epidemie e infezioni”, ha dichiarato Rusmir Mesihović, il ministro della Sanità della Federacija, che ha precisato: “È importante che, nelle aree colpite dalle inondazioni, le persone non bevano l’acqua delle condutture. È importantissimo per evitare contaminazioni e infezioni”, soprattutto l’epatite A.

   A rendere più fosco lo scenario è infine l’allarme, lanciato dal Mine action center di Bosnia Erzegovina (BHMAC) sulla concreta possibilità che alluvioni e smottamenti possano aumentare sensibilmente l’esposizione dei cittadini ai campi minati , ancora molto presenti nel paese all’indomani della guerra degli anni novanta, in particolare nel territorio maggiormente colpito dalle inondazioni, ovvero la zona di Doboj, Maglaj, Olovo, il cantone Una-Sana e la Posavina bosniaca.Bosnia-Erzegovina_country

   All’inizio, il problema era che l’acqua aveva rimosso la segnaletica relativa a numerosi campi minati già registrati e individuati dalle autorità bosniache. Ora la situazione è molto più seria, dal momento che le acque potrebbero avere trasportato gli ordigni in nuove zone. “Ci è già capitato, in questi giorni, di trovare delle mine in aree dove non ci sono mai state prima”, ha dichiarato Saša Obradović, un funzionario del BHMAC, all’agenzia di stampa AP : “sminatori verranno immediatamente utilizzati nelle aree più colpite, per trovare un rimedio a questa emergenza”.

   Il problema, tuttavia, potrebbe non riguardare solamente la Bosnia Erzegovina: “A causa delle enormi quantità d’acqua che si sono riversate nel nostro territorio, è possibile che le mine vengano trasportate fino al Djerdap [in Serbia], ma anche fino al Mar Nero”, ha dichiarato ad ‘Aljazeera Balkans’ Fikret Smajiš, capo dell’ufficio regionale del BHMAC. “Si tratta di una situazione molto particolare, perché evidentemente qui non si parla più di semplici campi minati, ma piuttosto di ordigni inesplosi, che pertanto ricadono nella giurisdizione della protezione civile. In questo momento non siamo capaci di fare delle chiare previsioni sul nostro lavoro. Quello che è chiaro, per ora, è che le regioni più colpite sono quelle attorno a Maglaj e Doboj. Invitiamo pertanto la cittadinanza a usare la massima cautela, quando ritornerà nelle proprie case e ricomincerà a ripulire la città”.

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EMERGENZA BOSNIA-ERZEGOVINA –Appello per raccolta fondi e aiuti tramite l’associazione di Tuzla Tuzlanska Amica

22.5.2014, Fondazione Langer (http://www.alexanderlanger.org/it ) e Adopt Sreberenica

INFO E AGGIORNAMENTI NELLA SEZIONE DEL SITO ADOPT SREBRENICA

   Abbiamo ricevuto anche da Irfanka Pasagić (http://www.alexanderlanger.org/it/269/1323 ) notizie drammatiche sulla situazione nelle zone in cui opera Tuzlanska Amica (vedi http://www.alexanderlanger.org/it/389 ).

   “Mi sembra di essere ritornati  – ha scritto – alla situazione che c’era durante la guerra ..ancora una volta abbiamo bisogno di cibo, acqua, vestiti, attrezzature per pulire e per disinfettare. La situazione è così terribile che è difficile immaginarla peggiore..A Tuzla sembra tutto normale, mentre a un paio di chilometri da qui c’è l’orrore.

   Irfanka si è offerta di coordinare, con lo staff di Tuzlanska Amica e il gruppo di Adopt Srebrenica, l’aiuto nella vasta area interessata alla loro quotidiana presenza, comprando sul posto le cose più necessarie che poi verranno distribuite alle famiglie più bisognose. Sa che sono state create delle facilitazioni per il transito degli aiuti umanitari ma suggerisce di verificare con loro quando venire e se le strade sono già accessibili.

   Con il suo consenso abbiamo così deciso di mettere a disposizione, per una raccolta straordinaria di fondi, il nostro conto presso la Banca popolare etica:

Fondazione Alexander Langer Stiftung, Bolzano

conto N. 132715 c/o Banca Popolare Etica Spa

IBAN: IT86H0501812101000000132715 – BIC/SWIFT: CCRTIT2T84A (estero)

Specificando come causale: “per Tuzlanska Amica, emergenza BiH”

E mandando una comunicazione dell’avvenuto versamento (individuale o collettivo) a: info@alexanderlanger.net    I fondi raccolti verranno da noi versati ogni settimana sul conto corrente bancario di Tuzlanska Amica, che provvederà a rendicontarli con la sua ben conosciuta affidabilità:

Tuzlanska Amica  – Tuzla, Ulica Hasana Kikica 1, Telefono: 00387.35.312 321, e-mail: tz-amica@bih.net.ba

Abbiamo ricevuto anche queste notizie da notizie direttamente da Srebrenica e dintorni:

Velibor Rankić ci ha scritto  “al nostro ritorno in BiH da Treviso (ndr: il 10/5, per il ritiro del premio Scarpa sui Giardini della Fondazione Benetton) ci ha accolto una catastrofe. A Srebrenica “città” non ci sono stati grossi danni a parte alle strade e al disagio di rimanere una settimana senz’acqua potabile. A Potocari sono satate distrutte le case, i ponti, le strade e i raccolti, ma per fortuna non ci sono state vittime. A Bratunać ci sono stati danni enormi. La casa di Valentina è stata allagata, ma per fortuna loro stanno bene e stanno iniziando le operazioni di pulizia dal fango. Da Valentina (come in tutta quella zona di Bratunac) il fango e i detriti arrivavano a 50cm di altezza. Kravica ha subito danni notevoli e anche la zona di Konjevic Polje.

Alcuni villaggi della zona di Cerska sono stati spazzati via dal fango. In Bosnia la sorte peggiore è toccata alla zona di Doboj, mentre in Serbia i danni maggiori e il maggior numero di vittime si è registrato a Obrenovac in Serbia. Lì ci sono state molte vittime, ma ancora non sono state quantificate con precisione.

A me personalmente sono state danneggiate le piantagioni di lamponi e anche la mia macchina è affondata sotto l’acqua, ma non mi sono turbato più del dovuto quando ho visto cosa è successo a chi ha subito più danni e più perdite di me. Sto organizzando una raccolta di aiuti (coperte, materassi, vestiti, cibo in scatola) e ho deciso di donare 8 tonnellate di patate alle persone che sono rimaste senza cibo e senza casa.

Un caro saluto a tutti e ringrazia tutti quelli che si sono preoccupati per noi. E’ bello sapere che qualcuno pensa a noi”.

   E Nemanja Zekić ha aggiunto: “A Srebrenica “città” nessun danno rilevante oltre alle vie di comunicazione e all’acquedotto (sovraccaricato), che è saltato per diversi giorni. La situazione è molto peggiore nei villaggi intorno a Srebrenica. I danni maggiori sono registrati nella zona di Bratunać, dove le alluvioni hanno spazzato via caseggiati interi e riempito tutta l’area di fango e detriti. La buona notizia è che le persone si stanno rimboccando le maniche per cercare di ripristinare la normalità (se così si può chiamare).

Grazie ancora per l’interessamento. Noi proviamo a dare una mano a chi ha bisogno, ma qui serve un po’ di tutto (cibo, coperte, vestiti, mezzi per pulire e disinfettare, ecc.).”

Grazie fin d’ora a chi vorrà aderire e potrà diffondere questo appello. (info@alexanderlanger.net ) Fondazione Alexander Langer Stiftung – campagna “Adopt Srebrenic” – 39100 BZ -Via Bottai 5 Bindergasse tel fax: +39.0471-977691

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ALLUVIONE NEI BALCANI, OLTRE 40 VITTIME. PAURA PER LA PIÙ GRANDE CENTRALE ELETTRICA DELLA SERBIA, A OBRENOVAC

da “Il sole 24ore” del 18/5/2014

   L’alluvione più devastante degli ultimi 120 anni ha fatto già oltre 44 vittime, ma continuano senza sosta, in Serbia e Bosnia-Erzegovina, le operazioni di soccorso ed evacuazione delle popolazioni minacciate dall’acqua alta e dalla piena dei fiumi. Il bilancio delle inondazioni, però, è destinato sicuramente ad aumentare dal momento che le autorità serbe hanno fatto sapere di non voler comunicare nuovi dati aggiornati per non creare panico e choc nella popolazione già molto provata dalla furia delle intemperie. Gli sfollati soi contano ormai a decine di migliaia.

BALCANI (da Wikipedia)
BALCANI (da Wikipedia)

   La BBC riferisce che le acque del fiume Sava minacciano la grande centrale elettrica serba di Nikola Tesla, a Obrenovac, la più importante del Paese. Migliaia di abitanti della cittadina che si trova a sud ovest di Belgrado sono stati evacuati e il premier serbo Aleksandar Vucic ha assicurato che la priorità del governo è proteggere la centrale, che fornisce gran parte dell’energia elettrica del Paese. Migliaia di volontari hanno risposto all’appello delle autorità e hanno piazzato migliaia di sacchetti di sabbia lungo le rive del fiume. Un appello per aiutare le vittime e prendere parte ai soccorsi è stato lanciato via Twitter anche dal tennista serbo Novak Djokovic.

La situazione più critica La situazione più critica resta proprio quella lungo il corso del fiume Sava, che attraversa sia la Bosnia a nord sia la Serbia a est della capitale Belgrado. In queste regioni sono in corso massicce operazioni di evacuazione anche in centri abitati importanti come Sremska Mitrovica (sito rilevante per l’archeologia romana), Sabac, Obrenovac, tutti in Serbia. Grande attenzione viene rivolta alla difesa delle centrali termiche e elettriche, importanti per l’erogazione dell’energia elettrica.

   In Serbia sono ancora più di centomila le famiglie senza energia. In Serbia con l’Esercito, appoggiato da mezzi pesanti e elicotteri, alle operazioni di soccorso partecipano migliaia di giovani e volontari giunti da ogni angolo del Paese. A Belgrado la piena della Sava (che in città confluisce con il Danubio) è attesa per martedi o mercoledì.

Gli aiuti alle popolazioni colpite Si intensifica, intanto, l’afflusso di aiuti dall’estero. Oggi sono giunti a Belgrado e a Nis (sud) altri due cargo russi con a bordo soccorritori, viveri, generatori d’emergenza e gommoni. Pompe per la raccolta dell’acqua e altri materiali sono arrivati dall’Ue e dai Paesi vicini come Macedonia e Montenegro. Novak Djokovic, poco dopo essere approdato alla finale degli Internazionali di Roma, ha postato un appello sulla sua pagina Facebook: «Sostegno e solidarietà per la mia gente in Serbia!». Eulex, la missione europea in Kosovo, ha inviato un elicottero, aiuti in denaro e attrezzature tecniche per i soccorsi hanno inviato l’Italia e numerosi altri membri Ue, oltre a tutti i Paesi della regione balcanica. (…..)

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da: http://www.3bmeteo.com/ , 22/5/2014

Alluvione Balcani: catastrofiche inondazioni tra Bosnia e Serbia, ancora centinaia i dispersi

BALCANI carta fisica
BALCANI carta fisica

a cura di Edoardo Ferrara

Aggiornamento: Nonostante il sole sia tornato a splendere sui Balcani, la situazione rimane drammatica a seguito delle pesanti alluvioni della scorsa settimana. Le acque si ritirano progressivamente lasciando desolazione e distruzione, in particolare in Serbia e Bosnia Herzegovina. Attualmente sono ancora 37.000 le persone evacuate, 660 i dispersi solo in Serbia. Mentre prosegue a pieno regime la macchina dei soccorsi, le autorità fanno le prime stime dei danni e si mettono a punto i primi piani di aiuti su larga scala. *********************************************

Alluvione sui Balcani, la peggiore degli ultimi decenni – Allagamenti pesantissimi si sono avuti su vaste porzioni di Serbia e Bosnia Herzegovina, ma anche sulla Croazia. Il vortice ciclonico dei giorni scorsi ha scaricato su larga scala fino a 150-250mm di pioggia, con picchi locali di 300mm. Si tratta di un’alluvione davvero distastrosa, con il bilancio delle vittime che sale ad oltre 40, mentre decine di migliaia sono gli sfollati o evacuati dalle proprie abitazioni. Il bilancio delle vittime è comunque con tutta probabilità destinato ad aumentare. *********************************************

Polizia, esercito e volontari lavorano senza sosta a Obrenovac, a Sud-Ovest di Belgrado, dove le inondazioni rischiano di creare danni economici ancora più gravi. Secondo la Camera di Commercio almeno l’11% di tutte le imprese serbe si trova in comuni colpiti dalle alluvioni. Preoccupano in particolare le piene del Sava e del Danubio, che potrebbero mettere a repentaglio l’attività di due importanti centrali termiche che da sole coprono circa il 50% del servizio elettrico di tutta la Serbia.

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Ancora più grave l’effetto collaterale indotto dai diffusi smottamenti sulla disposizione delle mine anti-uomo, presenti in migliaia di unità nel suolo ed eredità delle guerre degli anni 90. Queste mine, mai rimosse, potrebbero dunque subire dei pericolosissimi spostamenti dalla loro posizione nota.

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LA BOSNIA PRIMA DELL’ALLUVIONE: DISOCCUPAZIONE, CORRUZIONE, POVERTA’, PROTESTE

– Disoccupazione record, corruzione che dilaga e costi della politica alle stelle. La Bosnia si ribella a pochi mesi dalle elezioni di ottobre: bruciati i palazzi del potere, nazionalisti in piazza e ricchi in fuga. E 20 anni dopo la guerra civile, musulmani, serbi e croati si ritrovano: questa volta dalla stessa parte della barricata –

di Renato Caprile, da “la Repubblica” del 23/4/2014

SARAJEVO IL lavoro sporco, l’incendio a colpi di molotov dei palazzi del potere bosniaco lo hanno fatto loro, i duri della “brigata Ibraimovic”, mente e cuore del tifo della Zeljo, una delle due squadre di calcio di Sarajevo.

BOSNIA, la rivolta di febbraio 2014
BOSNIA, la rivolta di febbraio 2014

   Una ventina d’anni, testa rasata, braccia super tatuate, Amel non ha problemi ad ammettere: «Sì, siamo stati noi. La gente era incavolata di brutto, c’era bisogno di qualcuno che prendesse l’iniziativa, che avesse esperienza per dare “spessore” alla protesta di chi combatte gli affamatori del nostro popolo». I partiti, le etnie non c’entrano, giura Amel: «Siamo trasversali. Nessuno ci paga, nessuno ci manovra siamo cittadini incazzati anche noi. Pronti, conclude questo leader politico in erba, a scatenare l’inferno al prossimo segnale».

   Non è finita, dunque, la partita è appena iniziata. E non sono certo bastate un po’ di “elemosine” e le dimissioni di qualche governo locale a far rientrare la rabbia contro la mala politica. Il primo “messaggio” è arrivato forte e chiaro, basta vedere come i nuovi ricchi siano già corsi ai ripari blindando le loro sontuose residenze private sulla collina di Poljine.

   «Non solo i soldi, si sono fregati anche il freddo e la neve…». Mujo la butta sul ridere in una mattina in cui il cielo è di un azzurro imbarazzante per queste latitudini e il sole picchia così forte da far pensare di essere ai tropici e non a Sarajevo, sulla Titova, di fronte alla sede della presidenza collegiale della Bosnia Erzegovina, assaltata e data alle fiamme qualche tempo fa. Una mezza dozzina di poliziotti è lì perché a qualcuno non venga in mente di riprovarci. Ma in questa giornata che sa di estate precoce i “rivoluzionari” sono tutti over 60, malandati per lo più, armati solo di chiacchiere e innocui cartelli «contro la mafia al potere». Sono lì a testimoniare. Come Mujo Porobic, veterano della difesa di Sarajevo ai tempi dell’assedio, che non ha perso la speranza nei “promjene”, i cambiamenti «di cui il Paese — dice — ha assoluto bisogno come e più del pane». Ogni giorno, a partire dalle 12 e fino alle 17, Mujo è lì con il suo fischietto a inveire contro la Casta. Come il suo amico Fahim, vedovo, senza più un lavoro e senza ancora una pensione dopo quarant’anni passati a spaccarsi la schiera in un’officina, che dichiara di avere un solo obiettivo: «Un futuro migliore per i nostri ragazzi». Già, perché il presente è per i più pessimo.

   UN COCKTAIL DI MALAFFARE, CORRUZIONE E IPER BUROCRAZIA STA LETTERALMENTE SBRICIOLANDO LA BOSNIA NELL’INDIFFERENZA DELLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE che ha contribuito non poco a determinare questo stato di cose. Il problema etnico — è opinione diffusa — esiste solo sulla carta, poco o niente nella società civile. Serve da scudo ai politici per giustificare la loro esistenza.

«Nonostante la guerra, l’assedio, perfino nonostante Srebrenica, tra musulmani, serbi e croati c’è assai meno odio di quanto si possa pensare», spiega Valentina Pellizzer, italiana, operatrice umanitaria, in Bosnia da oltre quindici anni dove vive e lavora. «Se è tutto finito? Mi auguro proprio di no. Ma il solo fatto che per una volta si siano trovati tutti dalla stessa parte, che sia emersa una cittadinanza trasversale è già una vittoria». Un ammonimento che la classe politica non potrà più ignorare.

   «Un mostro a tre teste, ecco cos’è la Bosnia del dopoguerra — sintetizza Sacir Filanda, docente di Scienze politiche all’Università di Sarajevo — la presidenza collegiale, la Republika Srpska, quella di Karadzic tanto per intenderci, nella quale i non serbi ormai si contano a poche decine di migliaia e la Federazione BH, l’entità a maggioranza croato-musulmana. E se a tutto questo sommiamo i 10 Cantoni, qualcosa di simile alle vostre regioni, i Comuni e il Distretto speciale di Bihac, ci si rende conto di tutto quello che non dovrebbe essere una nazione di meno di quattro milioni di abitanti, grande più o meno due ventesimi del vostro paese. E soprattutto che 14 diversi livelli di governo sono un lusso insostenibile per chiunque».

   I numeri d’altra parte sono impietosi: la disoccupazione sfiora il 50%, con punte del 60 in zone come Tuzla, che era il polmone industriale del paese ed ora ne è l’anello più debole. L’80% delle privatizzazioni, secondo stime internazionali, è più che sospetto. E i risultati si vedono. Fabbriche che davano lavoro a migliaia di persone sono state scientificamente portate sull’orlo del collasso per essere poi cedute a prezzi stracciati all’amico straniero di turno. Austriaci, tedeschi e russi, tra coloro che si sono spartiti gli affari migliori.

   Perfino il mitico Holiday Inn, la leggendaria casa dei giornalisti occidentali durante l’assedio di Sarajevo non è sfuggito a questo destino. Ceduto nel 2003 a una società austriaca — che ne acquisisce il 76% grazie a un prestito ottenuto dando in garanzia l’albergo di cui non è ancora proprietario — oggi è chiuso e difficilmente riaprirà i battenti.

   Ritorniamo sulla Titova di fronte alla Presidenza collegiale su cui sventola la bandiera giallo-blu bosniaca. Mujo e Fahim sono ancora lì insieme a pochi altri. «Nonostante la paura che pure c’è — prova a spiegare Mujo più a se stesso che a chi lo ascolta — la stanchezza e le minacce, soprattutto alle donne, fatte dagli “incappucciati”, squadracce di teppisti sguinzagliate in giro per la città per impedire che la gente si concentri davanti agli edifici pubblici, niente potrà essere più come prima della rivolta di febbraio».

   Quel venerdì, quando a migliaia assaltarono a colpi di molotov i palazzi del potere. Mentre Mostar, Tuzla, Zenica e la capitale Sarajevo bruciavano, la Tv di Stato trasmetteva a reti unificate le Olimpiadi di Soci. Non una sola parola o immagine su quanto di terribile stava accadendo in pieno giorno in quattro delle più importanti città della Bosnia. Se non fosse stato per i social network, la più violenta, spontanea ondata di protesta sociale mai registratasi in questo disgraziato lembo di ex Jugoslavia, sarebbe passata sotto silenzio.

   Nessun presidente (e sono cinque) deputato (e sono centinaia), ministro (e sono decine), consigliere (e sono centinaia) — serbo, croato o musulmano che fosse — dei 14, diversi livelli di governo in cui si articola la Bosnia del dopoguerra partorita a Dayton che trovasse il coraggio di uscire allo scoperto, di schierarsi, di stigmatizzare, di abbozzare una spiegazione o semplicemente ammettere di avere sbagliato. Un assoluto, criminale black-out di Stato, durato oltre 24 ore. Una muta, chiara ammissione di colpevolezza per aver fatto a pezzi un Paese, per averne svenduto le ricchezze, per aver affamato un popolo. (Renato Caprile)

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Balcani: i semi della pace

SREBRENICA, TERRA BUONA

di Carlo Vulpio, 23/3/2014, dall’inserto domenicale “LA LETTURA” del Corriere della Sera

– Bosgnacchi e serbi combattono uniti per recuperare i campi abbandonati –

   Ai lupi e ai cinghiali si può sparare, appostandosi di notte a difesa del gregge o del campo di grano. Ma contro la felce aquilina che infesta le terre tutt’intorno a Srebrenica non c’è niente da fare. Anche se spari, spari alla luna, come i pazzi.

   Non servono né il fucile caricato a pallettoni, per sventrare i lupi e i cinghiali che attaccano sempre più numerosi e famelici, né il venerato kalashnikov, che quasi ogni famiglia — dice la leggenda di questi luoghi — conserverebbe in cantina o sotto il pavimento. La felce aquilina è resistente come e più della gramigna, si impossessa dei terreni e a mille metri di altitudine è la regina maledetta tra le piante selvatiche, capace di ricrescere più abbondante e più forte di prima anche dopo un incendio.

   Lupi, cinghiali e felce aquilina nei terreni una volta coltivati e oggi trasformati in radure ostili sono il risultato di vent’anni di espulsione dell’uomo da questi luoghi. Andò così.

   L’Onu, nel momento di maggiore crudeltà della guerra che stava sbriciolando la ex Jugoslavia, dichiarò SREBRENICA SAFE AREA, AREA SICURA, e così tutti i bosniaci musulmani che vi riuscirono, 25 o 30 mila, raggiunsero Srebrenica a dorso di mulo, in motocicletta, in auto, ammassati su vecchi camion e soprattutto a piedi.

   Invece di trovare «sicurezza», concentrati com’erano in questa cittadina — da sempre un’enclave musulmana — FACILITARONO IL LAVORO DEI LORO CARNEFICI, i serbi di quell’autoproclamata Republika Srpska le cui truppe, guidate dal generale Ratko Mladic, il «macellaio dei Balcani» e fedeli al presidente Radovan Karadžic, erano coadiuvate dai paramilitari di Željko Ražnatovic, meglio noto come «Arkan la tigre».

   C’erano I CASCHI BLU DELL’ONU a Srebrenica — GLI OLANDESI guidati dall’ineffabile generale Thom Karremans — e dovevano proteggere i profughi ammassati nei capannoni della fabbrica Akumulatorka, ma NON MOSSERO UN DITO. Tutti gli SFOLLATI DI SESSO MASCHILE in età riproduttiva, più o meno DAI QUATTORDICI ANNI IN SU, vennero separati dalle donne e dai bambini. E poi uccisi e seppelliti in fosse comuni. Era l’11 luglio 1995. Una data passata alla storia come IL GIORNO DEL GENOCIDIO DI SREBRENICA. DIECIMILA PERSONE o forse più, tutti civili, ASSASSINATE A FREDDO.

   In questi diciannove anni, grazie agli esami del Dna sui resti ritrovati nelle 88 fosse comuni — le fosse scoperte fino a oggi, ma ve ne sono altre non ancora localizzate — alle 8.372 vittime accertate è stato dato un nome. Il Memoriale di Potocari però, il grande cimitero musulmano con moschea all’aperto allestito proprio di fronte alla Akumulatorka, contiene solo 6.066 stele funerarie, poiché i familiari di quelle vittime di cui sono stati ritrovati solo miserrimi resti sperano, prima di dar loro una tomba, di ricomporne almeno in parte la salma.

   Ricordare cos’è successo a Srebrenica è inevitabile, non solo per sete di giustizia e di verità, e non certo per alimentare la fiamma dell’odio e della vendetta (ce n’è già a sufficienza nel processo di accuse e controaccuse di genocidio tra Serbia e Croazia), ma semplicemente per capire che cos’è oggi questa città, questo luogo immalinconito e spaventato, nel quale tuttavia, contro ogni previsione, contro i lupi che sbranano le pecore, contro i cinghiali che devastano il raccolto e contro la felce aquilina che ricopre tutto, germoglia la speranza.

   È vero, Srebrenica aveva 40 mila abitanti e adesso ne ha 5 mila. Aveva una zona industriale, in contrada Zeleni Jadar, in cui lavoravano 10 mila persone, che ora è soltanto un ammasso di rovine. Aveva tre facoltà universitarie e oggi ne ha una sola, giurisprudenza. E persino della squadra di calcio che militava in serie B — la Güber Srebrenica, fondata nel 1924 da un serbo e da un bosniaco, che insieme donarono anche l’area per costruire lo stadio — è rimasta solo la formazione giovanile. Ma, nonostante tutto, duecento studenti ogni giorno fanno i pendolari come meglio gli riesce dai paesi vicini.

   Nonostante tutto, nella locanda di Alic si bevono il caffè e la slivovitz, la grappa di prugne, immersi in nuvole di fumo, e si discute di cultura, di politica, di futuro. Nel ristorante Misirlije si ritrova il gusto di mangiare, e anche bene, tutti insieme, serbi, bosgnacchi (bosniaci musulmani), croati, musulmani, ortodossi, cristiani, agnostici, atei — manca solo qualche eretico bogomilo (una setta cristiana che si diffuse nei Balcani e riteneva inconciliabili tra loro il mondo spirituale e quello corporale, l’eterno e il contingente) — e anche qui si discute di tutto.

   E si capisce, dalle parole di Muhamed Avdic — che ha 32 anni ed è del villaggio bosgnacco di Osmace — di Nemanja Zekic — 26 anni, nato nel vicino villaggio serbo di Brežani — e di Damir Moranjek, 29 anni, che viene da Tuzla, come quella del germoglio non sia una metafora ma un fatto concreto. Perché È DA QUI, DAL GERMOGLIO DEI SEMI DI GRANO — VARIETÀ: GRANO SARACENO, il più resistente alla felce aquilina e già coltivato con maggiore successo del mais anche nel passato — CHE STA RIFIORENDO LA SPERANZA DI UNA CITTÀ COME SREBRENICA, che si voleva morta e si riscopre viva.

   È da qui, da questi semi, dai primi 130 dulum (tredici ettari) di terra dissodata con un vecchio trattore inadeguato e seminati grazie a una donazione di appena 3 mila euro e dal primo raccolto mietuto con una mietitrebbia vista soltanto in qualche filmato d’epoca, che piano piano sta cominciando il futuro di Srebrenica, la città che ha saltato una generazione.

   Qui, dal 1995 al 2005 non è nato nessuno e ora ci si affida a quella generazione di chi ha tra i venti e i trent’anni e ha conosciuto il genocidio quando era bambino, leggendolo negli occhi terrorizzati dei genitori, oppure, diventato più grande, attraverso il racconto di chi è sopravvissuto e gli ha raccontato del papà visto per l’ultima volta.

   Ricostruire la memoria. Ricomporre trame familiari strappate. RECUPERARE IL PASSATO anche attraverso un sapere agricolo scomparso con le persone uccise. Ritornare al futuro. È questo il senso del PROGETTO SEMINANDO IL RITORNO, che NEI BORGHI DI OSMACE E BREŽANI, sulle montagne di Srebrenica, da dove si vedono le cime di Sarajevo e della Serbia, sta riportando la gente a casa.

   Nella sola Osmace, dove nel 1991, prima della guerra, vivevano quasi mille persone, ce ne sono a malapena un centinaio. Ma ci sono. Sono tornate. E vogliono rimanere. Mentre la scuola dei due villaggi, che ospitava 540 bambini e che dopo i bombardamenti e l’abbandono sembrava dover chiudere i battenti per sempre, sta rinascendo con una fiducia e un coraggio eroici.

   Quando si chiede ad Amina, che fa la quarta elementare, in quanti sono nella sua classe, lei risponde seria: «Siamo due». E in tutto l’istituto? «Nove». Per tutti loro, dicono, si è trattato di una vera e propria diaspora. Non possono ritornare tutti e tutti insieme: molti sono a Tuzla, a Sarajevo e molti altri sono all’estero, soprattutto negli Stati Uniti e in Australia.

   Ma quasi tutti vorrebbero ritornare e riunirsi agli altri. Per sempre. Anche se per ora questo accade soltanto in occasione del Kurban-Bajram, il sacrificio del montone, la festa più solenne dell’islam, in cui Abramo come segno di sottomissione a Dio è pronto a sacrificare suo figlio Isacco (Ismaele nell’islam), poi sostituito dal montone.

   TORNARE E RIMANERE PER SEMPRE È UN SOGNO, che per avverarsi richiede tempo e alcune certezze minime. A cominciare da quelle che riguardano le TERRE DA COLTIVARE, ostaggio della felce aquilina.

   Di chi sono quelle terre? Quali sono i confini? Chi può legittimamente coltivarle, in un Paese in cui non esiste il catasto e i confini e le proprietà devono essere ricostruite affidandosi alla memoria individuale e collettiva? Per fortuna, questa memoria non è andata perduta. E anzi, ricucita anch’essa con pazienza e a volte anche con ostinazione, consente di ridefinire al centimetro ciò che non è custodito in un alcun archivio e di evitare così altri conflitti. Ma consente anche di capire quanta «cura dei luoghi» abbiano avuto queste persone: perciò gli ideatori del progetto SEMINANDO IL RITORNO le hanno seguite un passo dopo l’altro e le hanno alla fine gratificate con IL PREMIO INTERNAZIONALE «CARLO SCARPA PER IL GIARDINO», ideato dalla Fondazione Benetton studi ricerche, che ne riconosce anche il valore «etico e poetico».

   I bosgnacchi di Osmace e i serbi di Brežani hanno sempre convissuto pacificamente fino a quando non è scoppiata la guerra, con la soldataglia che se l’è presa con i civili inermi, come mai era accaduto prima. Raccontano che la collaborazione tra le due comunità era così stretta che con i capi di bestiame di un villaggio si ingravidavano quelli dell’altro. E le macchine agricole che non avevano i contadini di Osmace venivano prestate da quelli di Brežani, e viceversa.

   Così i contrasti propri della vita quotidiana: erano più frequenti all’interno di ciascun villaggio, tra persone della stessa etnia, che non tra i due borghi. Non era l’Arcadia. Era semplicemente la vita normale che ora sperano di ritrovare. Che vogliono ritrovare. (Carlo Vulpio)

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la terra coltivata a GRANO SARACENO
la terra coltivata a GRANO SARACENO

La storia

BOSNIA, IL SEME DEL BUON RITORNO

di Leonardo Servadio, da “Avvenire” del 8/5/2014

   A Osmace e Brežani non c’era più nessuno. I due villaggi, non lontani da Srebrenica, in Bosnia, avevano assieme circa milleduecento abitanti, ma con la guerra del 1992-95 si svuotarono: molti furono uccisi, qualcuno riuscì a scappare. Era l’epoca della “pulizia etnica” e i bosniaci non avevano un’etnia comune, ma erano un insieme di diversi ceppi e religioni, per cui il conflitto si incrudelì al parossismo tra di loro. Oggi restano brandelli di edifici tempestati dai proiettili, campi minati, depositi di bare anonime, fosse comuni nascoste per occultare le prove dei massacri. E alcuni, ora adulti, allora bambini, che dall’inizio del nuovo millennio affrontano la nostalgia: il dolore del ritorno. E la fatica della ricostruzione.

   Se ne parla oggi grazie al fatto che ai due villaggi viene attribuito il Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino, la cui giuria ha espresso questa motivazione: «Siamo sull’altopiano sopra Srebrenica, scavato da corsi d’acqua e ondulato come un gheriglio di noce, stretto dentro i profondi canaloni di una grande ansa della Drina, un fiume cruciale della storia e della cultura europea, confine e insieme legame di civilizzazioni che si sono confrontate nella geografia balcanica. Un territorio di fronte al quale è inevitabile interrogarsi sulla contraddizione tra la bellezza della natura e i segni onnipresenti di una guerra ancora leggibile. OSMACE E BREŽANI COMPONGONO INSIEME UNO DEI TANTI LUOGHI DELLA BOSNIA dai quali due decenni or sono è stata strappata la vita di una comunità, devastata la sua convivenza multiculturale di lunga durata, dispersi i sopravvissuti. Tra questi ultimi, e ciò ne fa un luogo di testimonianza e di esperienza altamente significative, un piccolo nucleo di famiglie di agricoltori e allevatori cerca da qualche anno di trovare la strada del ritorno e la trama della memoria, di costruire nuove relazioni tra persone, di rinnovare il legame necessario tra spazio da occupare, terra da curare, casa da ricostruire, condizione umana da conquistare».

   Sono figli di chi quella guerra ha sepolto. Non badano più alle differenze. Serbi e musulmani sembrano tenersi per mano mentre cercano di dissodare un terreno rimasto per troppo tempo incolto, pur disponendo solo di un vomere vecchio e corto. Hanno un progetto: si chiama SEMINANDO IL RITORNO e mira a rimettere in movimento il ciclo produttivo che fu spazzato via dai cecchini. C’era IL GRANO SARACENO, quello che cresce bene nelle valli montane: siamo a circa mille metri di altezza. Da un paio d’anni cercano di ripristinarne la coltura. Non solo le erbe selvatiche hanno invaso i campi, non solo non ci sono più gli strumenti e gli edifici sono ruderi, ma la frattura bellica ha privato i giovani del sapere dei padri: qui il gap generazionale è consistito in un azzeramento di tutta una cultura.

   S’è messa in moto allora un’altra logica: quella della solidarietà. Quella che è sempre ostracizzata dove incalza trionfante la logica della competizione, ma che qui, dove si conosce il sapore acre della sconfitta che accomuna tutte le vittime della guerra a prescindere dai suoi esiti, la solidarietà è l’unica via possibile per riprendere la vita.

   Così, dopo l’esperienza di convivenza compiuta grazie all’associazione TUTSLANSKA AMICA, fondata dalla psichiatra IRFANKA PAŠAGIC per assistere le donne e i bambini vittime della pulizia etnica, alcuni hanno dato vita al gruppo informale Adopt Sebrenica per ragionare sul loro futuro e sulle prospettive di quella regione. E, conosciuto il pregio del dialogo, alcune famiglie costituite da persone originarie di Osmace hanno deciso di tornarvi. Per rimettere in moto l’agricoltura hanno trovato anche il sostegno di diversi gruppi italiani: da Padova, AGRONOMI SENZA FRONTIERE, Associazione di Cooperazione e Solidarietà, la COOPERATIVA AGRICOLA EL TAMISO; da Bolzano la FONDAZIONE ALEXANDER LANGER; il CENTRO PACE DEL COMUNE DI VENEZIA; la TAVOLA VALDESE. L’aiuto che ricevono consiste soprattutto nella formazione tecnica ma anche nella fornitura di sementi o di carburanti.

   Stanno restaurando alcuni edifici. Case, ma anche la scuola che un tempo aveva 500 allievi provenienti da tutti i villaggi vicini e ora ne conta nove. Nei paesi dove qua e là tornano a fumare i comignoli, tra le case non ci sono steccati: lo spazio di viottoli e orti è comune. Era così prima della guerra, è tornato a essere così ora che si ricostruisce la pace. Ma senza chiudere gli occhi sugli anni oscuri in cui si scatenò l’inferno, anzi, scavandovi alla ricerca delle vite e delle identità affossate. Nel 2011 Adopt Srebrenica, con la collaborazione dell’Archivio Storico di Bolzano, ha promosso un centro di documentazione sulle storie individuali e collettive della regione. Il lavoro sarà lungo: basti pensare che IL VILLAGGIO DI POTOCARI, VICINO A SREBRENICA, OSPITA UN MEMORIALE DOVE ANCORA L’ANNO SCORSO SONO STATI SEPOLTI I RESTI DI 409 PERSONE UCCISE NEL CONFLITTO, il che porta a 6.066 il numero di morti che vi sono ospitati. E nel centro di Tuzla, preposto alla raccolta dei resti umani, continua ad aumentare il numero di bare senza nome.

   A Osmace e Brežani i giovani Muhamed Avidic e Velibor Rankic lavorano assieme nel progetto Seminando il ritorno: i loro stessi nomi rivelano le loro diversità. A loro sarà consegnato il Premio Carlo Scarpa per il Giardino, perché solo dalla collaborazione nasce la cura, così delle persone come del territorio. Sta scritto nella bibbia: «il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse». Non perché lo distruggesse. (Leonardo Servadio)

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OSMAČE E BREŽANI

Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino – XXV edizione, 2014

Motivazione della giuria

La giuria del Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino ha deciso all’unanimità di dedicare la venticinquesima edizione a OSMAČE e BREŽANI, due VILLAGGI DEL PODRINJE, regione della BOSNIA ORIENTALE, ai CONFINI CON LA SERBIA.

   Siamo sull’altopiano sopra Srebrenica, scavato da corsi d’acqua e ondulato come un gheriglio di noce, stretto dentro i profondi canaloni di una grande ansa della DRINA, un fiume cruciale della storia e della cultura europea, confine e insieme legame di civilizzazioni che si sono confrontate nella geografia balcanica.

Un territorio di fronte al quale è inevitabile interrogarsi sulla contraddizione tra la bellezza della natura e i segni onnipresenti di una guerra ancora leggibile. Osmače e Brežani compongono insieme uno dei tanti luoghi della Bosnia-Erzegovina dai quali due decenni or sono è stata strappata la vita di una comunità, devastata la sua convivenza multiculturale di lunga durata, dispersi i sopravvissuti.

   Tra questi ultimi, e ciò ne fa un luogo di testimonianza e di esperienza altamente significative, un piccolo nucleo di famiglie di agricoltori e allevatori cerca da qualche anno di trovare la strada del ritorno e la trama della memoria, di costruire nuove relazioni tra persone, di rinnovare il legame necessario tra spazio da abitare, terra da curare, casa da ricostruire, condizione umana da conquistare.

   “Prima dello strappo”, nel 1991, Osmače aveva 942 abitanti e Brežani 273. Nessuno vi ha abitato dal 1993 al 2002. Oggi un centinaio di persone vive nei borghi di Osmače: Mahala, Hadrovići, Sedlari, Podstran, Prisoje, Mursalovići, Sećimići; mentre alcune famiglie vivono nei borghi del contiguo villaggio di Brežani: Primilac, Posolila, Gajić, Turija.

   Il luogo si presenta dunque come un arcipelago di borghi, autentiche cellule insediative, distanti tra loro varie centinaia di metri, sparse in una ventina di chilometri quadrati di territorio posto tra i 900 e i 1.000 metri di altitudine, segnato da corsi d’acqua, disegnato da prati e boschi. Ogni borgo è a sua volta costituito da un numero assai variabile di case unifamiliari, separate l’una dall’altra ma nel loro insieme in grado di connotarne la postura e definirne il toponimo.

   Le case, manufatti edilizi la cui semplicità costruttiva è visibilmente derivata dall’es­senzialità dei mezzi disponibili, sono dotate ognuna di un proprio spazio aperto destinato alla corte degli animali domestici, all’orto, al frutteto; un’area dominicale confinante su più lati con i terreni dei vicini e su un lato con il passaggio pubblico, diventa così un vero e proprio ambito di relazione, di vicinanza, di scambio dei frutti della terra e della cucina.

   Le relazioni interpersonali e interfamiliari quotidiane, espressioni di una civiltà materiale comune e di una cura collettiva dell’ambiente fisico, appaiono in grado di costruire nel tempo un nuovo tessuto antropologico unitario fondato sul pieno rispetto delle differenze di cultura, di gusto, di pratica devozionale. Le case e i loro immediati contesti sono i nodi di un reticolo che diviene, alla scala del borgo, la misura fondativa dello spazio e del tempo comunitario.

   I borghi mostrano tra loro rapporti privi di gerarchia, in una condizione senza centro che ci sorprende. Ma in realtà l’arcipelago insediativo che dà forma a un microcosmo multiculturale si costituisce dentro misure di spazi e presenze di segni di diverse memorie e ierofanie, i diversi edifici religiosi, il piccolo cimitero, il tempietto con la lista dei caduti, il crocevia con la fontana, luogo di incontro per le persone che passano e per gli animali che pascolano.

   Assume valore simbolico la scuola che “prima” accoglieva insieme oltre 500 alunni provenienti da vari villaggi circostanti in un bell’edificio scolastico “moderno” degli anni Settanta del Novecento, oggi in rovina al centro di una vasta radura nel bosco tra i borghi di Brežani e quelli di Osmače.

DA http://www.fbsr.it/ 10/5/2014

PAESAGGIO DELL'ALTOPIANO SOPRA SREBRENICA
PAESAGGIO DELL’ALTOPIANO SOPRA SREBRENICA
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