UCRAINA: PROVE DI GUERRA CIVILE in un Paese tra Europa occidentale e orientale (Russia europea); anziché essere PONTE di sviluppo e pace tra due mondi storicamente legati tra loro – Il nuovo presidente ucraino: un PAESE IN MANO AI MAGNATI – La speranza di un’autorevole POLITICA ESTERA EUROPEA di mediazione pacifica

COMBATTENTI FILO-RUSSI NELLA CITTA’ DI SLAVYANSK (da http://rt.com/news/ ) - 1 giugno 2014: Sono ripresi nella notte i bombardamenti dell'artiglieria ucraina sulla martoriata città di SLAVYANSK, nella regione di DONETSK dove, in un villaggio poco a nord proprio della città di Donetsk, alcuni contadini affermano di aver trovato una fossa comune in un bosco, con 10-15 cadaveri in avanzato stato di decomposizione. Secondo alcuni si tratterebbe dei corpi di alcuni miliziani del Donbass, molti ventenni, che si erano rifiutati di combattere
COMBATTENTI FILO-RUSSI NELLA CITTA’ DI SLAVYANSK (da http://rt.com/news/ ) – 1 giugno 2014: Sono ripresi nella notte i bombardamenti dell’artiglieria ucraina sulla martoriata città di SLAVYANSK, nella regione di DONETSK dove, in un villaggio poco a nord proprio della città di Donetsk, alcuni contadini affermano di aver trovato una fossa comune in un bosco, con 10-15 cadaveri in avanzato stato di decomposizione. Secondo alcuni si tratterebbe dei corpi di alcuni miliziani del Donbass, molti ventenni, che si erano rifiutati di combattere

   Difficile dare conto di quel che sta accadendo, giorno per giorno, ora per ora, in Ucraina. Quel che si capisce è che la regione più a est del paese, verso la Russia, quella della città di Donetsk e di Slavyansk, è sull’orlo della guerra civile, o lo è già da ora in guerra. Tra l’esercito ucraino e i filo-russi secessionisti.

Una miccia accesa in un conflitto che pare insanabile tra l’Ucraina rivolta alla “nostra” Europa occidentale e quella Ucraina orientale sotto l’influenza della Russia (e dove si trova una popolazione molto forte di etnia russa). Due parti del Paese che stanno tra oriente ed occidente europeo: ma sempre di Europa si potrebbe parlare. Perché, a nostro avviso, storicamente e geograficamente ragionando, sempre di Europa dovrebbe trattarsi. E il “ponte” ucraino, non è un ponte di comunicazione e pace come dovrebbe e potrebbe essere, ma solo un tentativo impossibile di divisione etnica, dove la forte parte russa vuole stare con la madre patria, e l’altra non russa (e che si identifica con lo stato nazionale ucraino), propenderebbe per la “nostra” Europa occidentale.

La regione orientale dell'Ucraina con le citta di Donets'k e Slovians'k, teatro di inizi di guerra civile
La regione orientale dell’Ucraina con le citta di Donets’k e Slovians’k, teatro di inizi di guerra civile

   Insomma cose già viste. Per anni, per decenni, popolazioni di origine etnica diversa convivono, poi scoppia il “riferimento nazionalistico”. Sentimenti, odi, moti dell’animo quasi sempre creati “ad arte”; da qualcuno che fomenta la situazione e crea situazioni adatte allo scontro etnico (per questo le responsabilità di Putin e della creazione di una “grande Russia” che accorpi tutti i territori dove vivono comunità russe, è cosa che crea queste tensioni, la guerra civile).

combattimenti a DONETSK
combattimenti a DONETSK

Scontro tra etnie che in uno stesso territorio potevano e possono convivere pacificamente e senza problemi, e che invece si tenta di cambiare l’asticella dei già fragili confini tra Est e Ovest (Europa).

   Appare nella geografia di guerra in particolare in queste settimane una città, DONETSK (si trova a est, vicina alla Russia…), una città dai modi ricchi (viene considerata la Milano ucraina), 3ª città del paese e 1ª per peso economico, assaltata dai ribelli filo russi (tra cui ci sono russi provenienti dalla Cecenia, combattenti disperati che a volte sono nelle file anti Mosca, anti russe, e invece in questo caso schierati con Putin).

ANDY ROCCHELLI e il suo amico russo Andrey Mironov _(foto Ansa-Cesura-Micalizzi) ANDY, QUEL GIOVANE UN PO' TIMIDO MORTO PER RACCONTARE LA GUERRA - ANDREA ROCCHELLI, ANDY, 30 anni, di Pavia, fotoreporter. Era arrivato il 10 maggio a Kiev, salendo poi su un vagone per DONETSK. Lì, durante le 12 ore di viaggio, aveva conosciuto Andrey Mironov, un russo sulla sessantina, attivista russa, giornalista, della Cecenia.  Sabato 24 maggio, insieme con l’ormai inseparabile amico russo e con il collega francese William Roguelon, Andy è salito in macchina per raggiungere la torre della televisione poco lontano da SLOVIANSK. Sono stati colpiti, pare, dal fuoco di un mortaio. William è riuscito a salvarsi. Andy e Andrey sono morti insieme. (da “Corrriere.it”, 25/5/2014))
ANDY ROCCHELLI e il suo amico russo Andrey Mironov _(foto Ansa-Cesura-Micalizzi) ANDY, QUEL GIOVANE UN PO’ TIMIDO MORTO PER RACCONTARE LA GUERRA – ANDREA ROCCHELLI, ANDY, 30 anni, di Pavia, fotoreporter. Era arrivato il 10 maggio a Kiev, salendo poi su un vagone per DONETSK. Lì, durante le 12 ore di viaggio, aveva conosciuto Andrey Mironov, un russo sulla sessantina, attivista russa, giornalista, della Cecenia. Sabato 24 maggio, insieme con l’ormai inseparabile amico russo e con il collega francese William Roguelon, Andy è salito in macchina per raggiungere la torre della televisione poco lontano da SLOVIANSK. Sono stati colpiti, pare, dal fuoco di un mortaio. William è riuscito a salvarsi. Andy e Andrey sono morti insieme. (da “Corrriere.it”, 25/5/2014))

   Solo un episodio, fra i più significativi, fra i tanti quotidiani che accadono: nelle prima mattina di lunedì 26 maggio, c’è stata una battaglia per il tentativo di conquista dei filo russi dell’aeroporto di Donetsk. Nello scalo e nelle immediate vicinanze si sono ancora asserragliati i filo russi, con il dilagare in tutta la città degli scontri per la riconquista da parte dei filo-ucraini (che poi sarebbero le truppe “legittime” territorialmente sovrane). Alla fine, pare, i filo-russi hanno dovuto capitolare e l’aeroporto è stato riconquistato al legittimo stato ucraino. E in questo contesto, solo in questa città, in non più di tre giorni, i morti sarebbero stati almeno 100, quasi tutti filo russi, ma anche molti civili. Questo fatto per descrivere il contesto da guerra civile che sta vivendo parte dell’Ucraina (le regioni a est più vicine alla Russia).

Una foto di Andy Rocchelli dello scorso febbraio a Kiev (tratta da www.cesura.it)
Una foto di Andy Rocchelli dello scorso febbraio a Kiev (tratta da http://www.cesura.it)

   E domenica 25 maggio in Ucraina ci sono pure state le elezioni presidenziali che hanno visto vincitore un altro magnate miliardario (dopo gli anni della Tymoshenko) che, avendo una fabbrica di dolciumi viene appunto definito “il re del cioccolato” (si chiama Petro Poroshenko) (ma è anche industriale dell’automobile, della cantieristica e proprietario di un canale televisivo e di un settimanale).

   Tutto questo (l’elezione a presidente di un magnate) nella scia di quanto accade da tempo anche in Russia: cioè comandano i nuovi ricchi (veri e propri clan di oligarchi) che si sono spartiti le spoglie stataliste delle proprietà (e risorse naturali, gas, petrolio…) dell’epoca comunista. Pertanto in Ucraina non è la politica che decide le cariche, ma l’oligarchia economica che decide la politica. E per Putin questo è un segnale verso quel che è accaduto già in Russia; e può essere un possibile ritorno ucraino alla “madre Russia”; o perlomeno una posizione meno filo europea ucraina.

   Pertanto l’Ucraina quale ponte di scambio e comunicazione tra Oriente e Occidente (o meglio: tra Europa Occidentale ed Europa della parte occidentale della Russia, come è quel paese, profondamente legato e protagonista nei secoli della cultura europea nella letteratura, musica, pittura, cinema, tradizioni…), questo ponte di pace, di scambio, è ben lungi dall’essere ora realizzabile (e temiamo ancora per lunghi anni) (…ma è anche vero che nei rapporti umani,e politici, “mai dire mai”…). Noi osserviamo tutto questo da spettatori, senza capacità di incidere sui fatti che lì stanno accadendo. (s.m.)

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LA GRANDE METAMORFOSI DELLA POLITICA UCRAINA

di Taras Voznjak, da LIMES del 22/5/2014

(http://temi.repubblica.it/limes/ )

– Riforma, rivolta, resistenza. Nel giro di pochi mesi il panorama della protesta ha subìto un drastico mutamento. Le articolazioni di Majdan. La posizione dei partiti tradizionali. I ripensamenti di Bat’kivščyna, Udar e Svoboda. La Crimea cambia tutto. –

   Per comprendere che cosa stia accadendo attualmente in Ucraina e quali conseguenze geopolitiche avranno i fatti delle ultime settimane è necessario partire dall’assetto che per ventidue anni ha caratterizzato l’Ucraina e il resto del mondo.

   Tale status quo ha formato il modo di pensare di diverse generazioni di politici ucraini e non. Ora si sta disgregando davanti ai nostri occhi. O per lo meno se ne sta testando la resistenza. Non è soltanto Putin con la sua aggressione all’Ucraina a farlo, né unicamente le proteste ucraine in Majdan. Si tratta anche di cambiamenti oggettivi: LO SPOSTAMENTO DEL BARICENTRO ECONOMICO DEL PIANETA COMPORTERÀ INEVITABILMENTE ANCHE LO SPOSTAMENTO DI QUELLO GEOPOLITICO. La presa di coscienza di questi processi costituisce lo sfondo delle proteste in Majdan.

   La dissoluzione dell’Urss nel 1991 ha inaugurato la fase «unipolare» dell’egemonia statunitense, protrattasi per circa un decennio. In questo lasso di tempo e nei successivi dieci anni sono apparsi e si sono sviluppati DUE GRANDI PROGETTI POLITICO-ECONOMICI: L’UNIONE EUROPEA E LA NUOVA CINA. La prima resta ad oggi un’incompiuta quanto a forma istituzionale, confini e contenuto, pertanto mantiene le sembianze di un progetto. Tale progetto comprende una periferia abbastanza sviluppata, composta da paesi che partecipano a vario titolo al grande disegno europeo. Alcuni vi aderiscono volontariamente, come l’Ucraina dei tempi del presidente Juščenko; altri lo subiscono, come la Russia putiniana fino ai recenti fatti ucraini. Tenendo conto di questa zona d’influenza esterna, possiamo parlare di un progetto EUROPA-PLUS.

   Anche la nuova Cina è nel pieno di un processo di trasformazione e definizione. Si tratta non soltanto della retorica (Taiwan) e della pratica (Hong Kong, Macao) revisionista. In gran parte, la Cina sta recuperando le proprie relazioni regionali (ad esempio con Singapore); al contempo mira però a sviluppare una rete di interessi e d’influenza nel mondo, che potremmo definire CINA-PLUS.

   L’UNICA VERA POTENZA GLOBALE RESTANO GLI STATI UNITI, che recentemente si sono concepiti e hanno agito in vari modi. Con George W. Bush l’America ha tentato di approfittare della dissoluzione dell’Unione Sovietica, dei problemi economici della Cina e dell’incompletezza dell’Unione Europea per modellare un ordine mondiale imperniato su Washington. Anche questa costruzione geopolitica si potrebbe definire un progetto, che a suo tempo aveva goduto dell’entusiastico consenso dell’Europa centrale, dall’Estonia alla Romania. Con Barack Obama gli Usa sono tornati a concentrarsi sui problemi interni, specie durante il primo mandato. Questa periferia variabile che risente degli interessi e degli influssi americani configura un progetto USA-PLUS. Al posto dell’Unione Sovietica era rimasto un vuoto geopolitico, anche se armato di testate nucleari.

   DAL SUO ARRIVO, VLADIMIR PUTIN HA PUNTATO A FARE NUOVAMENTE DELLA RUSSIA UN ATTORE GEOPOLITICO: se non il primo al mondo, almeno uno significativo. Mosca ha iniziato ad accrescere le risorse e le ambizioni, usando come base del proprio revanscismo le risorse energetiche. Putin ha cercato di ricostituire l’esercito, almeno parzialmente. Tuttavia, i suoi successi in questo ambito impressionano solo i paesi che non hanno alcun esercito. Finora, tutto il potere della Russia si regge sul vecchio potenziale nucleare.

   Il presidente russo è riuscito a ottenere il pieno controllo del sistema informativo in Russia e nei paesi ex sovietici. Ciò costituisce per lui una risorsa importante. Ciò nonostante, NON È RIUSCITO A TRASFORMARE L’ECONOMIA. La base dell’economia russa rimane la primitiva esportazione di idrocarburi e di altre materie prime. Putin NON È INSOMMA RIUSCITO A REPLICARE QUANTO FATTO DALLA CINA, la quale ha costruito UN’ECONOMIA MANIFATTURIERA.

   Quindi, il protagonismo globale della Russia appare alquanto esagerato. ANCHE A PUTIN PIACEREBBE FORMULARE UN PROGETTO RUSSIA-PLUS. Tuttavia, nel caso russo il plus è di norma costituito da regimi violenti e autoritari, come quello di Bashr al-Asad in Siria o le autocrazie post-sovietiche, come l’Ossezia del Sud, l’Abkhazia e la Transnistria. Ora assistiamo al tentativo di aggiungere alla lista anche la Crimea.

   QUALE SAREBBE IL POSTO DELL’UCRAINA IN QUESTA COSTELLAZIONE GEOPOLITICA? All’epoca di Boris Eltsin il paese fu lasciato a se stesso. Allora (siamo negli anni Novanta) gli Stati Uniti consolidavano la loro influenza sull’Europa centrale, mentre l’Ue si stava ancora formando e la Russia era in rovina.

ALL’INIZIO DEGLI ANNI DUEMILA, L’UCRAINA SI È TROVATA IN UNA SPECIE DI TRIANGOLO GEOPOLITICO TRA GLI USA-PLUS, L’UE-PLUS E LA FEDERAZIONE RUSSA. Considerato che ciascuno di questi attori possedeva strumenti per influenzare l’Ucraina, il presidente dell’epoca, Leonid Kučma, diede vita a una politica «multivettoriale», barcamenandosi tra i grandi vicini. Tale approccio garantiva dei vantaggi sul piano tattico, ma L’UCRAINA STAVA DIVENTANDO UNA ZONA GRIGIA. Non era protetta dall’ombrello di sicurezza della Nato, né da quello dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Csto), alleanza politico-militare difensiva creata nel 1992 (ma attiva dal 1994) tra Russia, Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan.

   L’Ucraina ha goduto a lungo delle garanzie di sicurezza e di integrità territoriale previste nel memorandum di Budapest, in cambio della sua adesione al Trattato di non proliferazione nucleare sottoscritto il 5 dicembre 1994 assieme a Stati Uniti, Russia e Regno Unito. Nel frattempo, l’élite ucraina – al pari di quella russa – privatizzava le proprietà pubbliche. Tuttavia, la legislazione dell’Ucraina registrava formalmente l’intenzione del paese di integrarsi nell’Ue e nella Nato.

   QUESTO «IDILLIO DI INCERTEZZE» È STATO INTERROTTO DAL PRESIDENTE JUŠČENKO, che a partire DAL 2004 – dopo la rivoluzione arancione – abbandonò la politica «multivettoriale » a favore di una postura nettamente PRO-EUROPEA e FILOATLANTICA. Durante la sua presidenza (fino al 2010), provò a includere formalmente l’Ucraina nel processo d’integrazione europeo e nella Nato.

   LA RUSSIA INIZIÒ A CONTRASTARE ATTIVAMENTE TALI SFORZI: il trionfo della diplomazia russa e il disastro per l’Ucraina si registrarono in occasione del vertice Nato di Bucarest, nel 2008, durante il quale a Ucraina e Georgia non venne concesso il Membership Action Plan.

   Nemmeno i progetti d’integrazione nell’Ue andarono a buon fine. L’Accordo di associazione tra Ucraina e Unione Europea era in preparazione già dai tempi di Juščenko. Tra il 2007 e il 2012 si tennero ben 21 cicli di negoziati nell’ambito di tre gruppi di lavoro.

   Con l’elezione a presidente di Viktor Yanukovich, nel 2010, la dottrina militare nazionale fu modificata in senso filorusso, riconoscendo lo status di paese non-allineato dell’Ucraina. Così il paese rinunciò ufficialmente alla Nato.

   Per forza d’inerzia continuava invece la preparazione dell’Accordo di associazione con l’Ue, che persino Yanukovich ebbe forse timore di rinnegare. Tuttavia, essendo del tutto prono all’influenza russa, YANUKOVICH SI PREPARAVA AD ABBANDONARE ANCHE I PROPOSITI DI INTEGRAZIONE EUROPEA, dato che l’Ucraina era parte integrante del progetto revanscista di Unione eurasiatica.

   Tale progetto aveva diverse fasi e forme: la Comunità degli Stati Indipendenti, l’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva e l’Unione doganale. Tuttavia, LA SOSTANZA RIMANEVA INVARIATA: LA RESURREZIONE DELL’URSS. È in questo contesto che YANUKOVICH CERCÒ DI INSERIRE IRREVERSIBILMENTE L’UCRAINA NEI PROCESSI RUSSI DI INTEGRAZIONE NEOIMPERIALE. Il 9 novembre 2013 tenne un incontro segreto con Putin in una base militare in Russia per concordare l’ingresso del paese nel perimetro geopolitico russo. LA MANCATA SOTTOSCRIZIONE DELL’ACCORDO DI ASSOCIAZIONE CON L’UE AL VERTICE DI VILNIUS DEL 28 E 29 NOVEMBRE 2013 SANCÌ UFFICIALMENTE LA NUOVA LINEA.

   Già il 22 novembre in molte città dell’Ucraina (Donetsk, Kharkiv, Kiev, Leopoli) sorsero spontaneamente le cosiddette Jevromajdan, i prodromi di quell’opposizione che in tre mesi avrebbe condotto al rovesciamento del presidente Yanukovich. DI FRONTE AL MONTARE DELLA PROTESTA LA CAMERA ALTA DEL PARLAMENTO UCRAINO (VERKHOVNA RADA) FECE PRECIPITOSAMENTE MARCIA INDIETRO, PREPARANDOSI A SOTTOSCRIVERE L’ACCORDO DI ASSOCIAZIONE CON L’UE. Tale orientamento rispondeva sia ai segnali della piazza sia agli orientamenti dei partiti e dei movimenti politici che partecipavano alle proteste.

   Nel mese di febbraio, la Verkhovna Rada ha risposto all’occupazione militare russa della Crimea con una proposta di modifica alle leggi in materia di sicurezza nazionale che prevedeva il rifiuto dello status di paese non-allineato. Secondo la proposta, la proclamazione di tale status nel 2010 «non ha garantito una maggiore sicurezza all’Ucraina; al contrario, ha abbassato il potenziale difensivo e il livello di sicurezza nazionale del paese». Il progetto di legge mira a consolidare, a livello legislativo, gli obiettivi dell’integrazione euroatlantica e dell’adesione alla Nato. Ciò in quanto le garanzie alla sicurezza connesse all’adesione dell’Ucraina al Trattato di non proliferazione non hanno funzionato: la Federazione Russa, tra i garanti dell’inviolabilità e dell’integrità dell’Ucraina, ha infatti disatteso i suoi obblighi.

   L’OBIETTIVO DELL’OPERAZIONE MILITARE RUSSA IN CRIMEA ERA ESPLORATIVO: MOSCA VOLEVA CAPIRE FINO A CHE PUNTO POTEVA SPINGERSI E QUALE SAREBBE STATA LA REAZIONE DI STATI UNITI E UNIONE EUROPEA.

   L’OBIETTIVO MINIMO è quello di RENDERE L’UCRAINA INGESTIBILE. Putin lo persegue sia attraverso i propri servizi segreti sia attraverso le organizzazioni filorusse. L’OBIETTIVO MASSIMO È STABILIRE IN CRIMEA UNA TESTA DI PONTE PER UN’ULTERIORE DESTABILIZZAZIONE DEL PAESE e per un’annessione dell’Ucraina, graduale ovvero istantanea. Una variante di tale annessione potrebbe essere il rovesciamento dell’attuale governo ucraino e la sua sostituzione con un governo fantoccio che cancelli i risultati di Majdan. Vi sono anche altri obiettivi.

   LA RIVOLUZIONE DEL GAS DA SCISTI (lo shale gas negli Usa, ndr) MINACCIA IL MONOPOLIO RUSSO: dal momento che il prezzo del gas scende, è necessario diversificare i mercati e ridurre i costi di trasporto. A tale scopo bisogna ottimizzare e ridurre i costi del progetto South Stream, il sistema di gasdotti di concezione italorussa che deve passare sotto il Mar Nero congiungendo Novorossijsk al porto bulgaro di Varna (o alla Romania) e poi, attraverso i Balcani, all’Italia e all’Austria. Questo gasdotto potrebbe attraversare anche la Crimea. Un’alternativa sarebbe costruire in Crimea dei porti con fondali profondi dotati di terminali per il gnl (gas naturale liquido) in grado di accogliere navi cisterna con un pescaggio di 25 metri.

   Il fine ultimo è l’esportazione del gas naturale liquefatto in Cina e in altri paesi non europei. Lentamente ma costantemente, si stanno realizzando le previsioni di Henry Kissinger: il baricentro globale si sta spostando dal Nord Atlantico verso il Pacifico, nel poligono costituito da Stati Uniti, Cina, Giappone, Corea del Sud e Taiwan. Pertanto, la Russia è interessata a spingere anche questa regione alla dipendenza dal gas. Con l’Europa ci è riuscita. Tuttavia, l’Ue lo ha ormai capito e tenta di attivare delle contromisure, come la diversificazione delle forniture energetiche.

   A fronte di questi scenari strategici, qual è stata l’evoluzione della protesta sul terreno? All’inizio di dicembre a dominare era Jevromajdan, ossia la piazza che si batte per l’integrazione dell’Ucraina nell’Ue. Tuttavia, tra gennaio e febbraio lo scopo principale di Majdan muta nel rovesciamento del regime di Yanukovich. Quando infine inizia l’occupazione russa in Crimea e la provocazione delle rivolte filorusse nel Sud-Est del paese, la piazza muta di nuovo in resistenza all’aggressore.

   Ma I DIMOSTRANTI NON SONO L’UNICO ATTORE COINVOLTO. Insieme ad essi, I DIVERSI PARTITI POLITICI UCRAINI HANNO SVOLTO E SVOLGONO UN RUOLO IMPORTANTE. Il partito Bat’kivščyna (Patria) ha attraversato un’evoluzione: ai tempi di Viktor Juščenko, quando Yulia Tymoshenko era primo ministro, esso sosteneva l’integrazione dell’Ucraina nell’Ue. Ora ci si è resi conto dell’errore: sia il partito che la stessa Tymoshenko vedono la situazione in una nuova luce, sebbene il premier provvisorio Arsenij Jacenjuk (braccio destro della Tymoshenko) per ora non parli di un’adesione alla Nato. Il partito Udar (Alleanza per la riforma democratica in Ucraina) è inequivocabilmente filoeuropeo. Viceversa, la sua posizione sull’integrazione nella Nato è piuttosto ondivaga. In ciò Udar tiene conto anche degli elettori in Ucraina orientale, dove l’integrazione euroatlantica è impopolare. Il partito di destra Svoboda (Libertà), al contrario, era inizialmente contro l’integrazione europea dell’Ucraina. Tuttavia, l’esplosione di Jevromajdan negli ultimi mesi ha modificato il suo atteggiamento. Ora, almeno a parole, sostiene una cauta integrazione europea, a patto che salvaguardi l’identità ucraina. Ciò nondimeno, relativamente alla Nato esprime una posizione favorevole a una più ampia cooperazione euroatlantica, fino all’adesione all’Alleanza Atlantica. Se analizziamo le formazioni politiche minori scese in piazza, le loro opinioni risultano nel complesso filoeuropee e pro-atlantiche.

   Dopo l’aggressione russa, il processo di cristallizzazione delle preferenze geopolitiche delle componenti di Majdan si è decisamente accelerato. L’opposizione alle dichiarazioni filorusse del Sud-Est era percepita esclusivamente come la ribellione del popolo al potere cleptocratico. Yanukovich voleva trasformarla invece in un conflitto tra due parti dell’Ucraina. Proprio su questo contava Putin mentre ispirava gli interventi filorussi. Tuttavia, gli eventi recenti dimostrano che la paura della guerra ha unito il Nord-Ovest e il Sud-Est del paese, che ora sono entrambi per l’unità dell’Ucraina. L’unica eccezione è la Crimea occupata dall’esercito russo.

   L’occupazione russa della penisola ha dato al conflitto un carattere internazionale: la resistenza ucraina contro l’occupazione è diventata orizzontale. Ed è così che la situazione viene percepita dalla maggioranza delle forze politiche di Majdan. Dovremmo aspettarci la reazione anche delle altre forze politiche, ormai demoralizzate, che costituivano il pilastro del regime di Yanukovich. Il Partito comunista ucraino non si esprime a questo proposito, pur essendo sempre stato antieuropeo e anti-Nato. Il Partito delle regioni è spaccato e alla ricerca di una nuova collocazione. Tuttavia, di fatto sostiene i partiti centristi di Majdan, Udar e Bat’kivščyna.

   Forse è ancora presto per dire che l’élite politica ucraina stia imparando, ma di certo essa reagisce in fretta. Il che fa sperare che, in futuro, i suoi passi saranno sensati. (Taras Voznjak, traduzione di Julia Dottori)

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UCRAINA. BOMBARDAMENTI NELLA NOTTE SU SLOVIANSK, 200 MORTI IN 5 GIORNI

da ArticoloTre www.articolotre.com/, 31/5/2014

– Prosegue la fuga della popolazione della regione di Donetsk che cerca rifugio altrove. Ritorvata una fossa comune a pochi chilometri da Donetsk; sarebbero 25 i corpi, ancora non si è stabilito se appartengono a militari, ribelli o civili. –

   Nuovi bombardamenti dell’esercito, si sono susseguiti per tutta la notte su Sloviansk, una delle roccaforti ribelli nella regione di Donetsk.     I media russi parlano di vittime tra i civili, per i ribelli questa è stata una vendetta per l’abbattimento dell’elicottero militare ucraino.    “Il bombardamento è durato diverse ore, in questo momento tutto sembra calmo”, riferisce una portavoce dei ribelli nella città citata da Itar-Tass. “In genere bombardano di notte e all’alba, temiamo nuovi colpi”, aggiunge un portavoce.

LA REGIONE DI DONETSK
LA REGIONE DI DONETSK

   La Russia, che giovedì ha annunciato aiuti umanitari ai secessionisti della Repubblica popolare di Donetsk, parte un’altra bordata:una commissione di inchiesta russa ha concluso che i militari governativi ucraini  hanno violato la convenzione di Ginevra, colpendo volontariamente i civili con ogni mezzo a disposizione. I ribelli rincarano la dose, parlando non solo di elicotteri, blindati e armi pesanti, ma anche di munizioni bandite come i micidiali proiettili a frammentazione. Vladimir Putin chiede uno stop dell’operazione militare di Kiev.

   Ieri un colpo di artiglieria è piovuto sull’ospedale pediatrico della città. Secondo Itar-Tass sono rimasti feriti sette bambini. I ribelli sostengono invece che i piccoli pazienti sarebbero stati fatti evacuare in un rifugio antiaereo, e sarebbero rimasti tutti illesi.

   Prosegue la fuga della popolazione ucraina dalle zone dove si combatte. Un gruppo di 175 bambini provenienti dalle zone di conflitto dell’est Ucraina in rivolta contro Kiev sono arrivati a Camp Artek, in Crimea. Lo riferiscono media ucraini. Camp Artek è la struttura di Yalta dove morì 50 anni fa Palmiro Togliatti, da sempre struttura di accoglienza delle colonie estive per adolescenti e bambini.

   E sul conflitto ucraino è intervenuta la portavoce del dipartimento di Stato americano, Jen Psaki: Kiev “ha la responsabilità di far rispettare la legge e mantenere l’ordine sul proprio territorio. Abbiamo visto tanti abusi da parte dei separatisti, comprese assassini, rapimenti e saccheggi. Alcuni sfortunati incidenti possono capitare in zona di guerra: raccomandiamo a Kiev di limitare i danni alla popolazione civile”, ha aggiunto. Le dichiarazioni di Psaki hanno grande risalto oggi sulle agenzie russe.

   Nessuna novità intanto sui due team dell’Osce in missione a Lugansk e Sloviansk con cui da giorni si sono persi i contatti. Venerdì, si era diffusa la notizia di una possibile liberazione del gruppo trattenuto a Lugansk. Informazioni che però non hanno trovato conferma ufficiale.

   Intanto, un velo di macabro orrore cala sul conflitto nell’est ucraino. In un villaggio poco a nord di Donetsk alcuni contadini affermano di aver trovato una fossa comune in un bosco, con 10-15 cadaveri in avanzato stato di decomposizione. Secondo alcuni si tratterebbe dei corpi di alcuni miliziani del Donbass, molti di nemmeno vent’anni, che si erano rifiutati di combattere. Secondo altri, di vittime non accertate dei violenti scontri tra nazionalisti e ribelli per il controllo di un checkpoint il 23 maggio.

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Gli scontri sono cominciati intorno alle 3 di mattina del 26 maggio, poco dopo la fine delle elezioni presidenziali ucraine, quando un gruppo di miliziani filo-russi che fanno riferimento all’autodichiarata “Repubblica Popolare di Donetsk” (DNR) aveva cercato di prendere il controllo dell’aeroporto che si trova appena fuori dalla città, cacciando i soldati dell’esercito ucraino che erano di guardia e prendendo posizione con diversi uomini dentro e intorno all’aeroporto. L’esercito ucraino nel pomeriggio del 26 maggio ha avviato un’operazione per cercare di riprendere il controllo dell’aeroporto: aerei da guerra e diversi elicotteri hanno attaccato i filo-russi. Nel pomeriggio gli scontri si sarebbero estesi anche alla stazione ferroviaria di Donetsk, che è stata evacuata e chiusa per alcune ore (IL POST.IT)

Sono arrivati anche i ceceni? Tra le persone rimaste ferite negli scontri tra lunedì e martedì ci sono anche alcuni combattenti “stranieri”. La presenza di stranieri – storia ampiamente ripresa da un articolo del New York Times – è stata confermata inaspettatamente anche dal sindaco di Donetsk, Lukyanchenko, che ha detto che tra i ribelli portati in ospedale dopo gli scontri ci sono almeno otto persone con passaporto russo: Lukyanchenko ha aggiunto che i combattenti stranieri provengono da Mosca, dalla Crimea e dalle città di Grozny e Gudermes, in Cecenia, una repubblica russa. Finora il governo russo ha negato le accuse secondo cui i suoi soldati sarebbero coinvolti negli scontri in Ucraina (Putin aveva invece ammesso il loro coinvolgimento nella crisi in Crimea, prima del referendum per decidere l’annessione).

Uno dei combattenti ceceni ha detto al New York Times: «Abbiamo ricevuto l’invito di aiutare i nostri fratelli», aggiungendo di provenire da Grozny e di avere combattuto la guerra cecena iniziata nel 1999. Ha spiegato di essere arrivato in Ucraina orientale la scorsa settimana con decine di altri uomini che si sono uniti alle milizie filo-russe. Un altro combattente sentito martedì dal Financial Times fuori dall’ospedale regionale di Donetsk ha detto: «Il nostro presidente [Ramzan Kadyrov, alleato di Putin e considerato da diverse associazioni di difesa dei diritti umani coinvolto in casi di tortura e omicidio] ci ha dato l’ordine e noi siamo venuti.» Un altro ha aggiunto che tra i membri della sua divisione c’è stato anche un morto: «Ci prenderemo 100 delle loro vite per ogni vita di un nostro fratello». Ramzan Kadyrov ha negato di avere alcun legame i combattenti ceceni in Ucraina.

Il ministro degli Esteri ucraino ha detto: «Ci sono delle basi per affermare che i terroristi russi siano entrati nel territorio dell’Ucraina e si siano organizzati e finanziati attraverso il controllo diretto del Cremlino e delle forze speciali russe. Oggi le nostre forze di sicurezza in Ucraina orientale devono affrontare mercenari russi ben preparati e armati, pronti a rubare, intimidire, torturare e uccidere cittadini ucraini». (IL.POST.IT)

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UCRAINA, I RIBELLI ABBATTONO ELICOTTERO. “QUATTORDICI MORTI, TRA CUI UN GENERALE”

da “la Stampa.it” del 29/5/2014

– Il presidente uscente Turchynov conferma la notizia data dai separatisti. L’agguato a Slavyansk, nell’Est del Paese da giorni al centro del conflitto –

   Si infiamma il conflitto in Ucraina dell’est: un elicottero dell’aviazione di Kiev è stato abbattuto nei pressi di Sloviansk, la città a nord di Donetsk dove ha trovato la morte anche il fotoreporter italiano Andrea Rocchelli. Quattordici le vittime tra i militari ucraini, tra loro anche un generale. Il prezzo di sangue più alto pagato da Kiev dall’inizio dell’operazione antiterrorismo. E secondo i ribelli, gli elicotteri abbattuti sono due, ma al momento non c’è alcuna conferma.

    Si combatte anche nella regione di Lugansk, dove da giorni le armi tacevano. Epicentro della battaglia la cittadina di Aleksandrovsk, circa 14 km a ovest dalla capitale dell’altra autoproclamate Repubblica secessionista dell’est Ucraina. Mentre la tensione è altissima a Kharkov, dove sono scesi in piazza i filorussi per chiedere che «il bagno di sangue voluto da Kiev» si fermi.

   I morti di questi giorni accendono le micce: domenica a Odessa i simpatizzanti dei ribelli hanno annunciato nuove manifestazioni. Nella città portuale, settimane fa, si è consumata la strage più odiosa dall’inizio della crisi, con almeno 40 filorussi morti nel rogo del Palazzo dei Sindacati, dove cercavano riparo dagli estremisti di destra e ultrà decisi a vendicare scontri precedenti.

   Stamani a Donetsk si è svolto il macabro rituale funebre per decine di cadaveri, almeno una quarantina, di miliziani e civili morti nella battaglia dell’aeroporto. Le bare rosse erano ammonticchiate nei viali alberati dell’immenso policlinico a due passi dal centro. I corpi caricati a bordo dei camion: alcuni sono partiti verso la Russia, tra i morti ci sono infatti almeno 30 cittadini della Federazione di Vladimir Putin.

UCRAINA, GUERRA A DONETSK
UCRAINA, GUERRA A DONETSK

   «Erano volontari arrivati per aiutarci», hanno detto i capi separatisti. Altre bare, e cadaveri, di miliziani e civili di Donetsk sono state invece portate via dai familiari. Ma mentre i ribelli arringavano la folla di giornalisti, dall’altra parte di un ponte, nel viale principale della città, la sede dell’autoproclamata Repubblica popolare veniva messa sotto il controllo di almeno un centinaio di soldati del Battaglione ceceno Vostok (Oriente), che hanno sgomberato a colpi di ruspe le barricate di pneumatici e filo spinato messe in piedi nelle scorse settimane dai miliziani separatisti. Buona parte di questi ultimi, fino a ieri accampati all’interno del mastodontico palazzo, sono usciti dal portone principale bagagli in spalla.

   I volontari, come si definiscono, sono uomini addestrati, molti veterani dei campi di battaglia del Caucaso o dell’Afghanistan. Gli Ak47 sono scomparsi come le barricate: i ceceni sono armati con i più moderni Ak-12 e hanno gli rpg in spalla. La loro presenza, spiegano esperti osservatori, è un messaggio alle forze ucraine che di fatto assediano la città. I ceceni sono agguerriti, e non perdonano.

   Sul fronte diplomatico, si attende la liberazione di 4 osservatori Osce arrestati dalle milizie di Sloviansk. È un segno del deterioramento della situazione, spiegano diplomatici occidentali preoccupati che la guerra civile esploda con ancora maggiore violenza.

   Da mercoledì 28 a Donetsk il cielo è cupo, e piogge torrenziali sferzano la città. «Ecco perché non sfrecciano i caccia», dice una signora. Si attende il sole con terrore, e si dà la caccia all’elenco dei rifugi antiaerei dell’epoca sovietica nel timore di un bombardamento della città, che conta oltre 1 milione di abitanti.

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UCRAINA, BATTAGLIA A DONETSK. «I MORTI SONO ALMENO 100»

di Giuseppe Sarcina, inviato a Donetsk , da “IL Corriere della Sera” del 27/5/2014

– Ordinata l’evacuazione dei civili. Scontri intorno all’aeroporto e nel centro della città. Ultimatum di Kiev ai filo russi –

   La battaglia per l’aeroporto di Donetsk non si è ancora conclusa. Nello scalo e nelle immediate vicinanze sono ancora asserragliati gruppi di miliziani filo russi. L’esercito ucraino si preparerebbe all’assalto finale nelle prossime ore. Intanto nella città si contano i morti.

   «Almeno 100, la metà dei quali sono dei civili», ha dichiarato martedì mattina, nella ormai consueta conferenza stampa quotidiana, Denis Pushilin, uno dei leader del movimento filo russo. Da una verifica diretta all’obitorio risultano, almeno per il momento, altre cifre.

MAPPA UCRAINA
MAPPA UCRAINA

   Il medico legale dell’ospedale Kalinin, Sergej Chochulja, riferisce che i morti sono 37; 6 sono stati trasportati già nella notte di lunedì e 31 martedì 27 maggio. Sono TUTTI MILIZIANI FILO RUSSI, TRANNE I DUE CIVILI uccisi lunedì alla stazione. Cinque cadaveri non sono stati ancora identificati. I miliziani viaggiavano sul camion colpito lunedì notte dai colpi di mortaio dell’esercito. Il mezzo trasportava dei feriti.

   Le autorità della Repubblica popolare di Donetsk confermano che è in vigore il coprifuoco dalle 20 alle 6 del mattino in tutta la città.

L’ULTIMATUM DI KIEV

Intanto, riferisce Fox News, le autorità di Kiev hanno lanciato un ultimatum ai ribelli filo russi di Donetsk: «Lasciate la città o verrete colpiti con precisione». Non sono noti i termini esatti ma, secondo l’emittente Usa, l’ultimatum potrebbe scadere nelle prossime ore.    Nel pomeriggio di martedì, Barack Obama ha chiamato il nuovo presidente ucraino, Petro Poroshenko, per congratularsi per la sua elezione. Obama ha ribadito l’appoggio degli Stati Uniti a Kiev nella difficile situazione in cui la sovranità nazionale e l’integrità territoriale dell’Ucraina sono a rischio. I due presidenti si sono quindi dati appuntamento in Europa in occasione della visita di Obama nel Vecchio Continente nei prossimi giorni.

   Si aggiunge anche un altro elemento di tensione. L’agenzia di stampa russa Interfax ha annunciato che «quattro osservatori dell’Osce (l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione europea ndr) sono stati arrestati dai filo russi nei pressi di Donetsk». La memoria è subito andata agli altri sette osservatori sequestrati a Sloviansk e liberati dopo otto giorni.

LA CITTÀ SEMIDESERTA

La città è semideserta. Negozi chiusi e poca gente per le strade anche lungo la Artioma, l’arteria principale, di solito sempre affollata, che collega la piazza Lenin alla zona della stazione. Truppe dell’esercito ucraino avrebbero intensificato i controlli fuori città. I caccia ucraini sono rimasti a terra. Sparatorie a bassa intensità nella zona dell’aeroporto. Ma la tensione rimane alta e si susseguono voci e allarmi incontrollabili.

LA PIAZZA SI SVUOTA

Intanto il Maidan ha tolto le tende: dopo oltre sei mesi di presidio della piazza centrale di Kiev, simbolo della protesta filo europea, nella notte è cominciato il loro smantellamento. La rimozione delle tende era stata chiesta dal neo sindaco, Vitali Klitscho, all’indomani della sua elezione. Ed era stata auspicata anche da Mosca. A smontare le tende ci hanno pensato gli impiegati dei servizi comunali, senza incontrare la resistenza degli attivisti. (Giuseppe Sarcina)

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LA SALMA DI ROCCHELLI IN ITALIA. ANSIA PER 4 OSSERVATORI OSCE BLOCCATI NELL’EST DELL’UCRAINA

da “la Stampa.it” del 28/5/2014

– Rientrato a Ciampino il feretro del fotoreporter ucciso a Sloviansk – Dopo il bagno di sangue è caos a Donetsk: nei cieli volano i jet di Kiev –

   Si è concluso in poche ore il giallo sulla sorte di 11 osservatori Osce, tra cui un’italiana, che si temeva fossero in stato di fermo nella regione di Donetsk, dove stamani sono tornati a sfrecciare in cielo i caccia militari di Kiev. «Si è trattato di un problema di connessioni telefoniche», spiegano fonti Onu nella città. Ma restano in stato di fermo altri 4 osservatori, bloccati il 26 al confine con l’altra regione ribelle, quella di Lugansk.

L’accredito giornalistico di Andrea Rocchelli
L’accredito giornalistico di Andrea Rocchelli

   D’altro canto, proprio dal 26, giorno della battaglia per l’aeroporto di Donetsk che ha lasciato sul campo 100 morti, tra i quali diversi civili – secondo quanto riferito dalle autorità separatiste – l’escalation militare è tangibile. Kiev ha messo in campo elicotteri e caccia, mentre i ribelli sono visibilmente meglio armati e quelli che fino a qualche tempo fa sembravano civili in uniforme sembrano siano stati rafforzati da miliziani meglio addestrati.

   A Donetsk la giornata si è aperta con la notizia di una marcia di minatori, che alcune fonti indicavano essere sostenitori di Kiev e che invece sono arrivati nella centralissima piazza Lenin intonando cori contro le autorità ucraine e innalzando vessilli con l’immagine di un minatore che prende a pugni una svastica nazista.

A mezzogiorno il leader dei separatisti, Denis Pushilin, si è concesso un bagno di folla. «Non combatteremo fino alla fine, ma fino alla vittoria», ha tuonato scatenando applausi scroscianti. Finito il comizio però, mentre rilasciava interviste ai tanti giornalisti stranieri arrivati in città negli ultimi giorni, l’aviazione ucraina ha dato una nuova dimostrazione di forza, con i caccia tornati a sfrecciare alti in cielo, coperti dalle nuvole. Ma il rombo dei motori è bastato a scatenare altro panico, con le auto che hanno iniziato a sfrecciare verso la parte ovest della città, in un irreale traffico da megalopoli.

   Non lontano da piazza Lenin è poi scoppiata una sparatoria, a colpi di armi automatiche, nei pressi della sede dei servizi segreti di Kiev (Sbu) occupata dai ribelli come altri palazzi istituzionali. Non è chiara la dinamica, l’unica certezza è che «non ci sono state vittime».

   Nel pomeriggio, il premier ribelle Alexander Borodai, in conferenza stampa in un albergo della città, ha rincarato la dose. E ha ribadito che la presenza tra le fila dei separatisti di miliziani ceceni e osseti è per «proteggere i russi nella regione», e che Mosca non c’entra nulla: «Sono volontari», ha tagliato corto. Ma la tensione si tagliava a fette. Il premier è arrivato scortato da miliziani armati di tutto punto, mentre altri in borghese presidiavano la saletta della conferenza stampa. Finite le domande dei giornalisti si è alzato: le telecamere hanno catturato la fondina nera della pistola sulla cintola. Un cecchino era stato piazzato sul tetto a monitorare la situazione.

   Il fronte diplomatico è stato dominato da Barack Obama, che ha sì rivendicato il diritto unilaterale degli Usa ad agire militarmente per salvaguardare i propri interessi e cittadini, ma ha ammonito che «non è vero che ogni problema possa essere risolto militarmente». Una dichiarazione che in molti, qui a Donetsk, hanno voluto leggere come una tirata d’orecchi a Kiev, e alla sua sanguinosa offensiva di lunedì scorso.

   Nella città ribelle cala la sera, e l’annunciato coprifuoco, in vigore dalle 20, ha desertificato per il terzo giorno consecutivo le strade, prima gremite di giovani fino alle ore piccole. Ma non sembra una misura che i ribelli sono riusciti a imporre ovunque. Alle 22 circolavano ancora gli autobus, qualche pedone e numerose auto. Insomma, un’altra giornata di tensione e attesa snervante per gli abitanti, oramai certi che prima o poi inizieranno combattimenti senza quartiere strada per strada.

   In serata intanto il feretro di Andrea Rocchelli, il fotoreporter italiano ucciso sabato scorso a Sloviansk, è arrivato a Ciampino. La tragica Odissea del suo cadavere si è conclusa

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CON POROSHENKO IN UCRAINA VIENE ELETTO IL GATTOPARDO

di Fulvio Scaglione, da LIMES (http://temi.repubblica.it/limes/ ) del 27/5/2014

– Le elezioni presidenziali ucraine incoronano il “re del cioccolato”. Al comando nuovi magnati, ma il meccanismo della spartizione del potere tra clan di oligarchi rimane immutato. Per la soddisfazione di Vladimir Putin. –

[Il neo-eletto presidente Poroshenko saluta i suoi sostenitori, foto tratta da centrepresseaveyron.fr]
[Il neo-eletto presidente Poroshenko saluta i suoi sostenitori, foto tratta da centrepresseaveyron.fr]

L’Ucraina ha circa 47 milioni di abitanti. Domenica 25 maggio, quando si è votato per eleggere il nuovo presidente, almeno il 10% della popolazione non ha potuto esprimersi.

Non hanno potuto i circa 2 milioni di persone che vivono in Crimea – la penisola del Mar Nero che il 16 marzo ha deciso con un referendum di tornare a essere territorio della Russia – e gran parte degli abitanti del Donbas, 5 milioni di persone, la regione a Est dove infuria una guerra civile che ha già fatto almeno 200 morti.

In qualunque altra circostanza ci si chiederebbe quale credibilità e validità possa avere un’elezione svolta in queste condizioni: almeno una persona su 10 lontana dalle urne per cause di forza maggiore, con la Milano ucraina – cioè Donetsk, 3ª città del paese e 1ª per peso economico – in mano a ribelli che danno l’assalto all’aeroporto, mentre infuriano gli scontri armati e il governo provvisorio mobilita l’aviazione.

Il mondo, però, ha deciso che si tratta di un’elezione credibile e valida. Non solo gli Usa, che puntano molto sul pasticcio ucraino per impedire qualunque forma di (ri)avvicinamento tra Europa e Russia (tra Russia e Germania in particolare) e per “vendicare” gli affronti che la Russia ha portato alla Casa Bianca sull’Iran e sulla Siria.ucraina-mappa

Non solo l’Europa, che con grande ingenuità si è fatta trascinare in una partita che può giocare solo per conto di terzi e dalla quale non può tirarsi indietro. Ma anche la Russia, che per bocca di Vladimir Putin già alla vigilia del voto si era detta pronta a riconoscerlo e ad accettarlo qualunque fosse poi stato l’esito.

Così Petro Poroshenko, 48 anni, fortuna stimata in 1,5 miliardi di dollari, soprannominato “il re del cioccolato” per le redditizie attività nel campo dei dolciumi ma ben piazzato anche nell’industria dell’automobile, della cantieristica e dei media (è proprietario di un canale televisivo e di un settimanale), è diventato presidente al primo turno, in un quadro internazionale che sembra, grazie alla sua comparsa sulla scena, tirare un grande sospiro di sollievo.

Ma l’Ucraina oggi ha pochi amici e quei pochi sono tutti interessati. Degli Usa si è detto: a loro preme soprattutto complicare la vita al Cremlino. Lo hanno fatto nel 2004, quando finanziarono la rivoluzione arancione e riuscirono a ritardare di qualche anno l’arrivo al potere dell’uomo di Putin, Viktor Yanukovich, poi caduto per le spallate di Euromaidan, e lo hanno rifatto appunto tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014.

Un giorno l’Ucraina entrerà nella Nato, seguendo lo schema già usato prima con Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria (entrate nel 1999) e poi con Bulgaria, Romania, i paesi baltici, Slovacchia e Slovenia (2004). Gli Usa potrebbero aggiungere giusto qualche buona parola al Fondo monetario internazionale, se proprio dovesse servire.

L’Ue scoprirà presto di essersi cacciata in un vespaio. Anzi, l’ha già scoperto: le dichiarazioni di José Barroso, presidente della Commissione europea, alla notizia del mega-accordo sul gas tra Russia e Cina, già facevano intuire più di un dubbio sulla convenienza di mettersi in rotta di collisione con il Cremlino. Ma i problemi maggiori arriveranno se realmente dovesse essere avviato il processo di integrazione europea dell’Ucraina, paese per sua natura duale, ponte naturale tra Est e Ovest.

I 5 settori dell’economia che generano il 90% degli introiti da esportazioni (più o meno l’80% della ricchezza nazionale) vendono in Europa solo per il 26% (contro il 38% venduto nell’area ex Urss e il 36% nel resto del mondo). Quando si apriranno le frontiere, le merci europee potrebbero invadere l’Ucraina, che non avrebbe modo di rispondere in misura adeguata. La prospettiva per l’Ue è di doversi impegnare in un lungo sforzo per sostenere l’Ucraina e la sua faticosa risalita dall’attuale sprofondo economico.

Potrebbe stupire, invece, l’assenso preventivo espresso da Putin. Assenso che, al contrario, era uno degli elementi più prevedibili e insidiosi, soprattutto se considerato da Occidente. In primo luogo il Cremlino, sconfitto nella piazza di Kiev, si è rifatto nelle strade dell’Est. L’idea di un’invasione militare, a lungo agitata dalla propaganda americana, era palesemente insostenibile. Ma Poroshenko e i suoi sanno quanto sia precario il loro controllo sulla regione più importante per la sostenibilità economica e la stabilità politica dell’intero paese. Da un certo punto di vista la nuova presidenza nasce a “sovranità limitata”.

Poi c’è, appunto, Petro Poroshenko. Chi oggi sottolinea la sua vittoria al primo turno non ha capito che questa era un’elezione a candidato unico. In corsa c’era solo Poroshenko, che guarda caso ha vinto: tutti gli altri, dall’eroina Tymoshenko al pugile Vitaly Klytchko, si erano fatti da parte fin dall’inizio. Contenti di qualche futuro incarico politicamente sensibile l’una, della poltrona di sindaco di Kiev l’altro. C’era solo Poroshenko perché IN UCRAINA NON È LA POLITICA CHE DECIDE LE CARICHE, MA L’OLIGARCHIA ECONOMICA CHE DECIDE LA POLITICA. Se prima dominavano i magnati del “clan di Donetsk” (gli Akhmetov e i Pinchuk, per intendersi), anche grazie a Euromaidan ora dominano altri magnati: POROSHENKO, appunto, KOLOMOISKI (subito nominato governatore di DNEPROPETROVSK), TARUTA (terzo uomo più ricco del paese, anche per lui una nomina: governatore di Donetsk) e così via.

Cambia tutto e non cambia niente. Infatti in questi anni i clan si sono avvicendati ai vertici del potere ma solo in rarissimi casi i singoli miliardari sono stati emarginati, o spinti alla rovina o all’emigrazione. Essendo Poroshenko da molte settimane l’unico vero candidato, non ci sarebbe da stupirsi se avesse preso qualche discreto contatto con Putin e i suoi uomini. I quali peraltro lo conoscono bene, essendo stato ministro degli Esteri durante la presidenza di Tymoshenko e poi ministro dello Sviluppo economico con Yanukovich.

Lo schema ucraino (con gli oligarchi fissi al potere e l’alternanza solo di questo o quel clan) è così perfettamente cinico e utilitaristico da diventare molto accettabile per il Cremlino. Sarebbe peggio, per Mosca, imbattersi in un politico idealista e imprevedibile o in un uomo competente ma eterodiretto com’era Viktor Jushenko, approdato alla presidenza dell’Ucraina dopo aver lavorato al dipartimento di Stato e al dipartimento del Tesoro degli Usa.

Per tutte queste ragioni è abbastanza naturale prevedere che l’elezione di Poroshenko, sancendo il definitivo cambio di potere a Kiev, non chiuda tanto una stagione ma ne apra un’altra, forse meno sanguinosa ma non meno ricca di colpi di scena. (Fulvio Scaglione)

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GAS, STORICO ACCORDO FRA RUSSIA E CINA DA 400 MILIARDI DI DOLLARI IN 30 ANNI

da “il Sole 24ore” del 21/5/2014

   Cina e Russia hanno firmato a SHANGAI un storico contratto sul gas, frutto di un decennio di negoziazioni ma che ha un nuovo significato strategico dopo gli ultimi mesi di tensioni fra Russia da una parte e Nato, Ue e Usa dall’altra per la crisi ucraina che ha portato alla destituzione del presidente filorusso Yanukovich e alle nuove elezioni presidenziali di domenica 25 maggio.

   L’accordo – annunciato dall’agenzia Nuova Cina – è stato chiuso durante la visita in Cina del presidente russo Vladimir Putin dopo una lunga fase di stallo sul prezzo del gas naturale. IL CONTRATTO PREVEDE UNA FORNITURA TRENTENNALE DI METANO, PARI A 38 MILIARDI DI METRI CUBI ALL’ANNO (la metà dei consumi italiani), garantito da un gasdotto lungo 2.200 chilometri dalla Siberia alla Cina orientale ancora da costruire.

   L’ACCORDO VALE 400 MILIARDI DI DOLLARI IN TRENT’ANNI, ha confermato l’Ad di Gazprom, Alexei Miller. PARTIRÀ DAL 2018 ed è stato firmato dai presidenti dei due gruppi, Zhou Jiping, a capo di China National Petroleum Corporation (CNPC), e Alexei Miller, Ceo di Gazprom.

Cambiano gli scenari geopolitici mondiali dell’energia Il contratto è stato siglato dopo che fino a ieri sembrava destinato addirittura a saltare. Erano dieci anni che i russi di Gazprom tentavano di chiudere un accordo per vendere gas alla Cina. Il colosso pubblico russo del gas e la compagnia petrolifera pubblica cinese Cnpc hanno firmato a Shanghai un accordo storico che cambierà inevitabilmente gli scenari geopolitici dell’energia mondiale.

Mosca in rotta con l’Ue si avvicina alla Cina La firma dell’intesa, avvenuta alla presenza di Putin e Xi Jinping, rappresenta un’importante sviluppo per Mosca che dall’inizio della crisi ucraina sta cercando sbocchi alternativi per vendere il suo gas. Fino al 2013 l’Europa è stato il primo cliente di Mosca con 160 miliardi di metri cubi acquistati ma la Cina da solaèé già da quest’anno sarà un mercato più grande. Pechino prevede di aumentare del 20% le importazioni di gas, per ridurre il peso dell’inquinantissimo carbone per produrre energia elettrica, e arrivare a 186 miliardi di metri cubi.

Barroso scrive a Putin Il presidente della commissione Ue, Jose Manuel Barroso, ha scritto al presidente russo, Vladimir Putin, per assicurarsi che Mosca garantisca la continuità dei flussi di gas all’Europa via Ucraina. È «imperativo» scrive Barroso in una lettera a Putin che i negoziati continuino e che «nel frattempo i flussi di gas non siano interrotti».

L’accelerazione dopo la crisi a Kiev Nonostante le trattative fossero in corso da un decennio la crisi con Kiev e l’Occidente ha spinto Putin ad accelerare e a concedere uno sconto sul prezzo richiesto, che nei giorni scorsi, secondo indiscrezioni, oscillava in un range tra i 350 e i 400 dollari per mille metri cubi. E proprio sulla cifra inferiore si è raggiunta l’intesa. In questo modo la pressione delle eventuali sanzioni economiche di Usa e Ue si depotenzia. Mosca, anche se tra 4 anni, avrà un grosso mercato alternativo all’Ue.

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Ucraina (da "Le Monde Diplomatique)
Ucraina (da “Le Monde Diplomatique)
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