Il BRASILE e i suoi MONDIALI DI CALCIO: opposizioni, malcontento e spirito critico di un popolo che non si accontenta più di “panem e circenses” – i MONDIALI come “guerra con altri mezzi” (pacifici), dove l’America Latina, periferia del mondo, spera in una visibilità mondiale con il suo “centro” (il Brasile)

MONDIALI, sciopero della metropolitana a SAN PAOLO: CODA DI 209 CHILOMETRI
MONDIALI, sciopero della metropolitana a SAN PAOLO: CODA DI 209 CHILOMETRI

   Secondo Goldman Sachs a vincere i mondiali di calcio sarà il Brasile, avendo questa banca multinazionale elaborato uno studio statistico (chiamato “World Cup and Economics 2014”) basato su un database di oltre 10.000 partite. E Goldman Sachs è un colosso finanziario, tra le più grandi banche d’affari al mondo “che si occupa principalmente di investimenti bancari e azionari, di risparmio gestito e di altri servizi finanziari, prevalentemente con investitori istituzionali (multinazionali, governi e privati)” (Wikipedia).

   Vien da pensare che la geopolitica del calcio (tra due continenti che da sempre si affrontano, quello europeo e quello sudamericano) fa entrare “nel gioco” di chi potrà (dovrà?) vincere, l’Alta Finanza, i “regolatori finanziari” del mondo (che peraltro in questo ultimo decennio non sembra abbiano per nulla brillato nel creare benessere planetario). Ma il messaggio pare chiaro fin dall’inizio: il Brasile deve vincere! Per tornare a far correre la sua economia (incagliatasi con la crisi, come del resto in parte è accaduto a tutti i BRICS, gli ex paesi emergenti, acronimo fatto delle iniziali di Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa).

(da Limes)
(da Limes)

   E perché, nell’attuale caos brasiliano di rivendicazioni dal basso, perdere un mondiale in casa significherebbe togliere quel poco che un grande paese (con ancora una maggioranza di popolazione sotto ogni standard di benessere) cerca inopinatamente di dare: cioè la gioia del calcio, della vittoria. Ma è proprio così?

   Dalla maggior parte degli articoli che vi proponiamo in questo post, partendo proprio dalle proteste e rivolte sociali che in Brasile hanno accompagnato l’inizio del Mondiale, pare che il moto “panem e circensis” non esista più (per fortuna), superato da una consapevolezza della popolazione brasiliana che non ci si può accontentare della “presa in giro” delle vittorie sportive, ma che invece si rivendicano diritti di cittadinanza veri, servizi efficienti, una vita civile e dignitosa che l’apparato pubblico deve saper offrire.

RIO DE JANEIRO - 26 maggio 2014 - UNA DELLE PROTESTE CONTRO I MONDIALI: "Non ci sarà nessuna Coppa del Mondo, ci sarà uno sciopero" (foto ripresa da LaPresse.it)
RIO DE JANEIRO – 26 maggio 2014 – UNA DELLE PROTESTE CONTRO I MONDIALI: “Non ci sarà nessuna Coppa del Mondo, ci sarà uno sciopero” (foto ripresa da LaPresse.it)

   Per dire che è dimostrabile quasi sempre dappertutto, che quando un Paese inizia a crescere, ad uscire dalla povertà e miseria, la consapevolezza del cittadino cresce: cioè non si accontenta più di “stare un po’ meglio di una volta”; ma chiede diritti, libertà, regole più chiare, fine di sistemi di prevaricazione e corruzione.

   Pertanto la lettura (geopolitica) che potremmo qui abbozzare, sommariamente, di questi Mondiali brasiliani, è che essi sono diversi da tutti gli altri tenutisi precedentemente in paesi poveri (o emergenti ma con forti sacche di povertà). E che la previsione di Goldman Sachs di vittoria finale del Brasile, può essere interpretata come un voler esserci (della banca d’affari) in un paese che sta radicalmente cambiando, ma con grandi rischi di non farcela (per le rivolte sociali, per la classe politica inadeguata).

   E a questi Mondiali è tutta l’America Latina in primis che sta a guardare, interessata: continente ora più che mai periferia del mondo (lo si sente assai poco…) che mette in campo come protagonista, nel suo essere “periferia”, il CENTRO DEL CONTINENTE (il Brasile).

CARTA FISICA DEL BRASILE - Il Brasile è il paese più grande dell'America meridionale (il quinto al mondo per estensione) e anche il più ricco a livello economico (da www.ripassofacile.blogspot.it)
CARTA FISICA DEL BRASILE – Il Brasile è il paese più grande dell’America meridionale (il quinto al mondo per estensione) e anche il più ricco a livello economico (da http://www.ripassofacile.blogspot.it)

   Pertanto il malessere e il minor attaccamento dei brasiliani a questo campionato di calcio sembra dato da fattori che ne dimostrano la “nuova maturità civile”; ad esempio per il costo della manifestazione, nove miliardi di euro: troppo in un paese che sta subendo una forte flessione economica, dopo essere stato il protagonista tra i paesi emergenti. Cosa del tutto nuova che ci sia in Brasile questa avversione per una coppa che è stata tanto amata (in questi Mondiali solo il 51 per cento della popolazione è felice di ospitare le partite, e appena un terzo pensa che la manifestazione favorirà l’economia nazionale).

   In questa fase storica il Brasile, nella sua economia da esportazione, si sta legando molto alla Cina diventando il grande fornitore di soia, ferro, petrolio. Ed è pur vero che nonostante la crisi e le forti contraddizioni sociali, il Paese mostra di voler resistere a ogni decadimento economico: a differenza dall’Argentina, ha svalutato in tempo la propria moneta (il real, nel 1999) evitando una crisi catastrofica. Creando sì una forte inflazione (malattia endemica in Brasile) ma resistendo come stato sociale, come welfare, grazie a un’economia reale molto forte ancora (non come da noi, fittizia, finanziaria, ferma nelle idee e negli investimenti…); economia reale brasiliana che si sorregge in particolare sulla presenza di una popolazione in crescita fatto di persone assai giovani (l’età media è di 32 anni).

   Per dire. Finora il sistema pensionistico brasiliano permette di ritirarsi a 54 anni con il 70% dell’ultimo stipendio, rappresentando l’emblema di un welfare sostenibile appunto solo grazie al lavoro dei tantissimi giovani che si fanno avanti, e a una crescita in grado di creare ogni anno più reddito e più occupazione. Proprio questo equilibrio però oggi viene rimesso in discussione.

   Pertanto sembrerebbe che il Mondiale di calcio, e la sua vittoria finale, non è più la panacea a tutti i mali, per un popolo brasiliano più consapevole dei propri diritti e delle politiche economiche ora così poco efficaci. E che l’interesse di grandi banche (come la Goldman Sachs) a prevedere chi vincerà (statisticamente loro dicono “il Brasile”), sia solo un modo per esserci della finanza internazionale in eventi sportivi mondiali, geopolitici, pur se essi (eventi) poco lasceranno di tendenza a nuove politiche e a cambiamenti sociali una volta che saranno terminati. (s.m.)

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IL CALCIO E LA RABBIA POPOLARE

di BERNARD GUETTA, 11/6/2014, da INTERNAZIONALE

(http://www.internazionale.it/ )

   Il calcio in Brasile è una passione nazionale. Da decenni domina l’identità collettiva di questo paese che ha più di 200 milioni di abitanti e si trova nel cuore dell’America Latina, una terra dove le razze si mescolano e le grandi ricchezze convivono con la miseria più nera.

   Eppure, alla vigilia del calcio d’inizio della ventesima Coppa del mondo, il Brasile è travolto dalla rabbia popolare, dagli scioperi e dalle manifestazioni di protesta.

   Sette anni fa i brasiliani avevano festeggiato quando al loro paese è stato assegnato il più grande evento sportivo del mondo. Oggi solo il 51 per cento della popolazione è felice di ospitare le partite, e appena un terzo pensa che i Mondiali favoriranno l’economia nazionale.

   A cosa è dovuto questo straordinario voltafaccia?

   È dovuto al costo della manifestazione (nove miliardi di euro in un paese segnato da grandi mancanze), agli standard di comfort, infrastrutture e trasporti che la Fifa impone ai paesi ospitanti indipendentemente dal loro livello di sviluppo, in poche parole al contrasto tra il lusso dell’evento e la povertà in cui vive un gran numero di brasiliani.

   Siamo di fronte a una sorta di scontro di civiltà, al quale si aggiunge la rabbia popolare per i budget sforati, alimentata anche dalle accuse di corruzione che hanno travolto la Fifa. Il calcio è diventato troppo commerciale e neanche in Brasile è riuscito a restare popolare, intoccabile, e al di sopra delle parti. Eppure, nemmeno questa somma di motivi basta a spiegare la recente avversione brasiliana per una coppa che è stata tanto amata.

   La vera spiegazione è che a trent’anni dalla fine della dittatura il Brasile ha fatto enormi progressi. I miliardi investiti nei programmi sociali hanno allargato i ranghi della classe media. La democrazia è salda. Gli esuli di ieri sono passati dalle torture agli incarichi governativi, e il paese figura ormai tra gli stati emergenti che avranno un ruolo di primo piano in questo secolo.

   Il Brasile, insomma, non è più un paese che può accontentarsi di panem et circenses. Il calore del tifo non compensa più la durezza della quotidianità, e il calcio non è più “l’oppio dei popoli”, poiché sono ormai molti gli abitanti capaci di leggere mezzi d’informazione liberi, di capire le statistiche sulla disuguaglianza e di sapere cos’è un bilancio nazionale e quali dovrebbero essere le priorità di un governo.

   Pacifiche o violente, le rivoluzioni si verificano raramente quando la popolazione non ha motivi di sperare. Al contrario, il più delle volte scoppiano dove i programmi economici e sociali sono stati abbastanza efficaci da creare una società che pretende un futuro migliore ed è disposta a protestare per far sentire la sua voce.

   Tutto questo sta accadendo oggi in Brasile, ma anche in Turchia e in tutti i paesi dove la classe media si è affermata negli ultimi anni. Presto o tardi accadrà anche in Cina, e il risveglio dei popoli usciti dalla miseria sarà uno dei grandi fenomeni del XXI secolo. (Bernard Guetta, traduzione di Andrea Sparacino)

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QUANDO I COBRA FUMANO

di Lucio Caracciolo, 12/6/2014, da Brasiliana, il #nuovoLimes

   Il Brasile conta molto in un subcontinente che conta poco.

   Domina il Sudamerica, spazio secondario nel planisfero geopolitico presente e passato. È uno Stato di dimensioni continentali al centro di quell’America Minor, tra Rio Grande e Patagonia, che vista da Washington resta periferia imperiale.

IL NUOVO LIMES IN EDICOLA
IL NUOVO LIMES IN EDICOLA

   Può dunque sentirsi «gigante per sua propria natura», come vuole l’inno nazionale, e insieme soffrire del «complesso del bastardino», stigma coniato sotto l’effetto della «Hiroshima brasiliana»: il Maracanaço, l’inconcepibile sconfitta casalinga contro l’Uruguay nella finale della Coppa del Mondo del 1950, quando l’intera nazione precipitò dalla festa al lutto.

   Essere il centro di una periferia implica qualche sbalzo d’umore. A seconda delle fasi e delle occasioni l’accento cade sul primo o sul secondo riferimento.

   Il saggista José Miguel Wisnik è arrivato a stabilire una legge storica, per cui «la memoria collettiva brasiliana è demarcata e suddivisa (…) dalle Coppe del Mondo di calcio».

   Il gioco è la realtà. Spiega Wisnik: «Invece di sottoporre il piacere alla prova della realtà, è la realtà a essere sottoposta alla prova del piacere».

   Vittorie e sconfitte calcistiche ritmano la storia del Brasile. Nulla di troppo strano in una ex colonia portoghese che, a differenza di alcune consorelle di matrice ispanica, fu prima Stato che nazione.

   E si sente nazione, a intermittenza, anche grazie alla passione agglutinante per o jogo bonito (Pelé).

(Lucio Caracciolo, inizio dell’Editoriale ripreso daBrasiliana”, il numero monografico di LIMES scaricabile su iPad oppure acquistandolo in edicola o in libreria)

Una carta storica tratta da Brasiliana, il #nuovoLimes - Fonte: "Aspectos do Brasil moderno", Ministério do trabalho, indústria e comércio, Departamento nacional da indústria e comércio, 1934] “O Brasil no mundo” è una delle carte storiche selezionate e commentate da Edoardo Boria. Le carte geografiche - spiega Boria -  sono rappresentative della percezione che un popolo ha di sé e del proprio territorio. Qui si rivendica fieramente il posto del Brasile nel mondo. Fonte: «O Brasil no mundo», da Aspectos do Brasil moderno, Ministério do trabalho, indústria e comércio, Departamento nacional da indústria e comércio, 1934
Una carta storica tratta da Brasiliana, il #nuovoLimes – Fonte: “Aspectos do Brasil moderno”, Ministério do trabalho, indústria e comércio, Departamento nacional da indústria e comércio, 1934]
“O Brasil no mundo” è una delle carte storiche selezionate e commentate da Edoardo Boria. Le carte geografiche – spiega Boria – sono rappresentative della percezione che un popolo ha di sé e del proprio territorio. Qui si rivendica fieramente il posto del Brasile nel mondo. Fonte: «O Brasil no mundo», da Aspectos do Brasil moderno, Ministério do trabalho, indústria e comércio, Departamento nacional da indústria e comércio, 1934

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Sono molti i giocatori sudamericani che possiedono anche il passaporto del nostro Paese. La nazionalità con più rappresentanti in Brasile? Quella francese (60)

AL MONDIALE 23 AZZURRI. E 53 «ITALIANI»

di Antonio Carioti, da “LA LETTURA”, inserto domenicale de “il Corriere della Sera” del 8/6/2014

I 736 giocatori che saranno in Brasile hanno 954 passaporti, considerando le doppie nazionalità.

   32 Paesi non qualificati al mondiale saranno rappresentati indirettamente da giocatori con doppia nazionalità. Giappone, Corea ed Ecuador sono i soli Paesi a non avere neanche un giocatore con doppia nazionalità. Ogni squadra è composta da 23 giocatori

   A Roma ottant’anni fa, nel 1934, la nazionale azzurra di calcio vinceva per la prima volta un campionato mondiale schierando in finale ben tre giocatori nati in Argentina: il difensore Luisito Monti e due attaccanti, Enrique Guaita e Raimundo Orsi.

   L’enorme entità dell’emigrazione dalla nostra penisola nel Paese del Rio della Plata, sempre ricco di talenti in fatto di football, ha permesso anche in seguito di naturalizzare e schierare in nazionale come «oriundi» (cioè elementi di origine italiana) validissimi calciatori argentini, da Omar Sivori a Mauro Camoranesi, campione del mondo a Berlino nel 2006.

   Nell’odierno mondiale brasiliano però il legame tra Italia e America Latina si manifesta in modo diverso, nel senso che assai numerosi sono i giocatori delle nazionali di quel continente che possiedono un passaporto italiano per la provenienza delle rispettive famiglie. Ben 15 giocano nell’Argentina, 9 nell’Uruguay e 2 nel Cile. Altri 2 vestono la maglia gialla dell’Australia e 2 quella rossa della Svizzera, Paesi nei quali allo stesso modo troviamo una forte presenza dell’emigrazione italiana.

   Più in generale, dei 736 calciatori convocati per la grande kermesse brasiliana, 218 dispongono di un doppio passaporto. La nazionalità italiana è la seconda per diffusione (la possiedono 53 degli atleti che partecipano alla competizione) dietro quella francese (60 calciatori) e davanti a quella spagnola (44) e a quella tedesca (40). Ma ogni Paese fa storia a sé.

   Per la Francia è evidente il peso del passato coloniale, visto che ad avere il passaporto sono in genere giocatori di Paesi africani un tempo possedimenti di Parigi, in primo luogo l’Algeria (16) e il Camerun (11).

Nel caso della Spagna oltre all’evidente attrattiva di squadre che dominano lo scenario europeo, conta il legame storico con terre latinoamericane quali Argentina (5), Messico (4), Brasile (3), Costa Rica (2).

   Quanto alla Germania, non sorprende certo trovare 4 nazionali bosniaci con passaporto tedesco, data la gran massa di profughi accolti dal governo di Berlino durante le guerre nella ex Jugoslavia, mentre incuriosisce il fatto che lo possiedano anche 6 calciatori degli Stati Uniti. (Antonio Carioti)

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#BRASILE2014, IL MONDIALE È UN AFFARE GEOPOLITICO

di Stefano Congolani, da LINKIESTA del 9/6/2014 (www.linkiesta.it/)

– Anche questa coppa verrà analizzata secondo teorie economiche e sociali – 

   Secondo Goldman Sachs, sarà il Brasile a vincere il Mondiale (Buda Mendes/Getty), considerata squadra europea perché possiede due primati: la strategia e la tecnologia. Ne è pure convinto Vitomir Miles Raguz, banchiere parigino e allenatore con tanto di patentino. Sul Wall Street Journal ha scritto un lungo articolo per motivare la sua previsione.

   Tutti, alla vigilia della Coppa del mondo si sono dedicati a scommettere, come è normale, e a divinare chi sarà la stella che farà la differenza. La maggior parte punta sul Brasile che gioca in casa (secondo le statistiche ciò aggiunge oltre un terzo di probabilità), e vede quattro squadre favorite: due europee, Germania e Spagna, due del sud America, Brasile naturalmente e Argentina. Con due outsider, il sorprendente Belgio e l’Uruguay che arrivano dai due continenti rivali.

   A mano a mano che il football diventa lo sport globale (ancora non lo è perché ha un impatto minimo in colossi come l’India, anche se nel Nord America sta facendo passi da gigante) il gioco si fa più complesso e con esso anche il reticolo degli interessi. Nemmeno la corruzione che circonda da sempre la Fifa (l’ultimo scandalo riguarda l’assegnazione della competizione al Qatar) ne ha ridotto l’appeal.

   Il Financial Times e il Wall Street Journal, le due testate che più influenzano i mercati, hanno dedicato pagine e pagine ai vari aspetti della Coppa del Mondo, compresi i più frivoli come la gara per gli abiti dei calciatori, senza contare la colossale guerra tra le multinazionali dello sport per produrre la palla tecnologicamente perfetta (con il rischio di commettere errori clamorosi come in Sud Africa dove si giocava con una sfera troppo leggera e troppo liscia, tanto da rendere imprevedibile la sua traiettoria).

FOOTBALL E MONDIALISATION - LA GEOPOLITICA DEL CALCIO è un pallino di Pascal Boniface, direttore dell’Istituto per le relazioni internazionale e strategiche di Parigi. Ha scritto recentemente un libro di successo (Football et Mondialisation), ma le sue analisi sono diventate popolari dopo la vittoria della Francia nel 1998, con la squadra delle tre B (Bleus, Blancs e Beurs), che sembrava un mélange ben riuscito, un esempio di integrazione piena. La vittoria ora del Front National sembra dire il contrario (Stefano Cingolani, da LINKIESTA.IT del 9/6/2014)
FOOTBALL E MONDIALISATION – LA GEOPOLITICA DEL CALCIO è un pallino di Pascal Boniface, direttore dell’Istituto per le relazioni internazionale e strategiche di Parigi. Ha scritto recentemente un libro di successo (Football et Mondialisation), ma le sue analisi sono diventate popolari dopo la vittoria della Francia nel 1998, con la squadra delle tre B (Bleus, Blancs e Beurs), che sembrava un mélange ben riuscito, un esempio di integrazione piena. La vittoria ora del Front National sembra dire il contrario (Stefano Cingolani, da LINKIESTA.IT del 9/6/2014)

   Goldman Sachs ha cominciato per tempo ad annunciare la sua puntata sul Brasile. Non sorprende. La banca d’affari americana è quella che ha inventato i Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) e in quattro di essi il calcio è già il primo sport. Ma è anche quella che ha gettato una pioggia di miliardi sull’eterna promessa sudamericana, incurante delle continue delusioni. Altri colossi della finanza mondiale sono più cauti; in ogni caso nessuno resiste alle sirene di un gioco diventato un grande affare destinato ad avere ricadute non solo nel mondo degli affari, ma anche nella geopolitica.

   LA GEOPOLITICA DEL CALCIO è un pallino di Pascal Boniface, professore a Science Po e direttore dell’Istituto per le relazioni internazionale e strategiche di Parigi. Ha scritto recentemente un libro di successo (Football et Mondialisation), ma le sue analisi sono diventate popolari dopo la vittoria della Francia nel 1998, con la squadra delle tre B (Bleus, Blancs e Beurs), guidata dalla franco-algerino Zinedine Zidane, che sembrava un mélange ben riuscito, un esempio di integrazione piena. La vittoria del Front National sembra dire il contrario, anche se molti elettori di origine araba hanno votato per Marine Le Pen che ha giurato di non consentire mai e poi mai il matrimonio tra omosessuali. Ci sono più cose in cielo e in terra di quanto contenga ogni filosofia.

   L’idea che il football sia una guerra condotta con altri mezzi, un surrogato delle armi, un veicolo diplomatico più efficace di lunghi discorsi e noiose risoluzioni dell’ONU, come pensa Boniface, o che possa diventare persino l’araldo della democrazia (Christopher Anderson della Cornell University sostiene che più un paese è democratico più probabilità ha di vincere la coppa del mondo), insomma tutte le teorie fiorite negli ultimi vent’anni, sono destinate a durare lo spazio di un mattino.

   È vero che la globalizzazione ha favorito il proselitismo calcistico, e la televisione lo ha reso davvero uno spettacolo mondiale. Questi sono due fatti evidenti. Ma più in là meglio non spingersi, ogni generalizzazione rischia di essere contraddetta. Del resto, persino la globalizzazione ha subito, con la crisi, qualche battuta d’arresto.

   Anche per questo, l’analisi del finanziere-allenatore merita un’attenzione particolare. Miles Raguz ricorda che dagli anni ’70 in poi le maggiori innovazioni nel gioco sono venute dall’Europa, prima dall’Olanda poi dalla Spagna e le potenze continentali (Germania e Italia) le hanno assimilate a modo loro, seguite dalla Francia.

   L’Inghilterra è stata la più lenta ad allontanarsi dalla tradizione e anche per questo non ha mai ottenuto grandi risultati. In qualche modo, fino a quel momento ciascun paese adattava al calcio una sorta di strategia nazionale sia pur molto di base: l’attacco possente e sistematico della Germania faceva pensare all’avanzata delle Panzer-Division, l’assalto con le ali degli inglesi ricordava le cariche di cavalleria, anche le più disastrose come quelle di Balaklava, e il contropiede italiano era la variante sportiva di un paese costretto a difendersi e a spiazzare poi tutti con gesti improvvisi e talvolta scriteriati come l’invasione della Libia. Un imperialismo tardivo e presuntuoso, approfittando del dissolvimento di un impero (quello ottomano). Altri poi seguiranno nel secolo breve e sanguinario.

   Dal calcio totale dell’Ajax nulla fu più come prima in Europa e gli europei acquisirono un vantaggio strategico sui sudamericani, brasiliani compresi, consolidato poi dal Bacellona di Guardiola. Ma accanto al modulo di gioco, gli europei hanno saputo utilizzare meglio anche la tecnologia e la scienza: dagli allenamenti alla dieta, si può dire che le varie branche della biologia e della medicina hanno dato un contribuito fondamentale al passaggio del calcio dall’adolescenza alla maturità. Il terzo fattore è stato la caduta delle barriere nazionali.

   Simon Kuper e Stefan Szymanski nel loro libro Soccernomics, diventato un punto di riferimento per chi si occupa del football in modo professionale e non, mettono l’accento proprio sulla reazione a catena innescata dalla sentenza Bosman del 1995. I nostalgici così come i neoisolazionisti lamentano che i club europei sono ormai delle multinazionali e questo avrebbe ridotto il legame con i tifosi, quella chimica speciale che si creava con la squadra del cuore.

   Ma le cose non stanno affatto così. Gli stadi sono più pieni là dove i club sono multicolore, basti prendere l’Inghilterra. Non solo. Il confronto con talenti diversi di paesi e culture diverse, ha arricchito tutti, è stato un win-win game, un gioco dal quale ciascuno ha tratto vantaggio. I sudamericani hanno strutturato in modo diverso le loro squadre, gli africani applicano una strategia più razionale (anche grazie agli allenatori stranieri), cinesi, giapponesi, coreani hanno messo a frutto la loro rapidità e precisione. Mentre negli Stati Uniti, dopo decenni di tentativi, finalmente il soccer è esploso — lo ricordava l’Economist di questa settimana.

   Ma proprio il potere diffusivo del “meticciato” non contraddice la teoria di Miles Raguz? Non è vero che oggi Europa e Sud America giocano in modo molto più simile? Non si è già visto negli ultimi campionati il potenziale delle squadre africane? O le sorprese che potranno arrivare dal mar della Cina? Sì, è vero, tuttavia esiste ancora una distanza enorme con gli inseguitori. Ecco, nel calcio si possono applicare le teorie dello sviluppo usate per capire l’evoluzione di paesi o imprese.

   L’Europa è l’incumbent, poi c’è il Sud America che ha creato un quasi duopolio. Via via arrivano i new comers e vogliono sottrarre ai primi due i privilegi (denaro, tecnica, organizzazione) che hanno segnato il loro successo. Le gerarchie calcistiche non sono lo specchio esatto di quelle economiche e di quelle politiche, naturalmente, però tendono a diventarlo a mano a mano che questo sport apparentemente bizzarro con ventidue uomini in mutande che inseguono una palla, si fa davvero mondiale.

   La Germania è il paese dominante in Europa, la Spagna sembra stare agli antipodi, eppure proprio Madrid ha saputo reagire alla crisi in modo più ordinato e “teutonico” accettando, anche subendo, i diktat di Berlino. La Francia si è cullata nella sua prosopopea. L’Italia ha cercato di arrangiarsi senza farsi salvare da nessun paese. Un motivo d’orgoglio che andrebbe valorizzato anche se è costato molto, forse troppo.

   Dall’altra parte del mondo, il Brasile è la prima potenza latino-americana anche se adesso mostra tutte le sue intrinseche debolezze, come abbiamo scritto qui. L’Argentina dopo la bancarotta del 2001 ha cercato di seguire la via brasiliana (dalla soia per la Cina fino alle recenti scoperte petrolifere nel mare ai confini tra i due paesi) ma con minore capacità strategica. In entrambi i paesi la classe politica è il grande punto debole, con le sue scie di protezionismo, populismo e corruzione. Chi ha seguito un altro modello come il liberista Cile sembra arrivato anche lui al capolinea.

   Lanciarci in voli pindarici politico-economici può apparire bizzarro. Eppure non si resiste alla tentazione. Se il Sud America rovesciasse il pronostico e pareggiasse il conto delle coppe (dieci contro le dieci europee) darebbe un colpo di acceleratore, favorirebbe il cambiamento culturale della classe dirigente? La risposta è più no che sì, però potrebbe valer la pena fare la prova. Dunque, ha ragione Goldman Sachs, puntiamo sul Brasile? Forse sì, a meno che l’Italia, contro tutte le macumbe tedesche, non arrivi in finale. (Stefano Cingolani)

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BRASILE, DISILLUSIONE MUNDIAL

di Stefano Cingolani, da LINKIESTA del 29/4/2014

– L’effetto sul Pil sarà minimo. Ma sperando nella manna dei Mondiali il Paese non ha fatto le riforme –

   (….) Le favelas di Rio de Janeiro, anzi quelle di IPANEMA e COPACABANA che possono essere considerate l’élites delle favelas, esplodono; l’economia cresce solo dello 0,7% (il governo applaude perché comunque è il doppio delle attese) e Dilma Rousseff, che il 5 ottobre corre per un secondo mandato, sembra imprigionata da una catena di guai che solo il carisma di Lula avrebbe potuto risolvere.

   Si sapeva che “a Presidenta” non poteva essere a livello del proprio mentore; la saggezza proletaria dell’ex sindacalista Luiz Inácio da Silva è una dote che non si acquisisce facilmente, ma il paragone la colloca al di sotto di ogni ragionevole attesa. I sondaggi fotografano impietosi la caduta della economista che proprio sull’economia ha trovato ostacoli insormontabili, anche se una opposizione divisa e anch’essa poco credibile offre a Dilma un vantaggio immeritato.

   Cosa sta accadendo al gigante del Sud America, eterno Paese “Paese del futuro” che, come un tempo si diceva del socialismo, è sempre all’orizzonte?

   Due parabole, in senso geometrico ma anche un po’ biblico, possono aiutarci a capire: una riguarda le favelas, l’altra è quella di un campione del nuovo Brasile, Eike Batista il magnate che tanto si è speso e ha speso per portare nel suo Paese la Coppa. Proprio da lui, il paradigma dei nuovi potenti, il sogno della ruggente classe media, vogliamo cominciare.

   Nel 2012, secondo la classifica di Bloomberg, Batista era il settimo uomo più ricco al mondo, con un patrimonio stimato in trenta miliardi di dollari; nel luglio 2013 valeva appena 200 milioni, nel gennaio scorso era già sceso sotto zero. Una catastrofe clamorosa che non sembrava affatto annunciata. Eike è per così dire figlio d’arte. Suo padre Eliezer Batista da Silva, ex ministro delle miniere e amministratore della Companhia Vale do Rio Doce, colosso minerario di Stato, gli ha garantito i contatti e l’esperienza, oltre ai cospicui assegni che hanno consentito al più piccolo dei sette figli una jeunesse dorée in Europa. Terminati gli studi di metallurgia in Germania, patria di sua madre Jutta Fuhrken, Eike torna in patria, si butta nelle miniere d’oro e d’argento, sposa una modella, accumula quattrini a palate, poi si lancia anche nell’acciaio e in tutto ciò che dalla viscere della terra può generale valore.

   Tutto gli va bene, grazie al fiuto, alla fortuna e ai legami in quella che un tempo si chiamava la borghesia compradora, che in Brasile contano forse ancor più che altrove. Finché non incontra la maledizione dell’oro nero. Batista scommette su mirabolanti riserve di petrolio al largo di Rio, ma dopo mesi di ricerche la bonanza promessa non si materializza, la sua compagnia Ogx crolla in borsa trascinando con sé l’intero patrimonio.

   Il magnate è stato aiutato da Petrobras, ma il colosso petrolifero pubblico, rimasto scottato, ritira ogni real investito. Nessuno lo sostiene più, le banche vogliono indietro i prestiti e pretendono di rivalersi sul patrimonio. Così, in pochi mesi ricchezza e potere si volatilizzano. La caduta di Eike dipende dai propri errori, ma non solo. Abbondanti riserve di petrolio tra Rio e San Paolo esistono davvero, tante da poter spingere il Brasile a sorpassare il Venezuela e diventare una potenza alla stregua dell’Arabia Saudita. In futuro, perché anche questa è un’altra speranza tutta da verificare.

   Petrobras ha bisogno di tecnologie che non possiede, ma la legge brasiliana impone alle compagnie straniere lacci e lacciuoli che diventano catene quando la congiuntura peggiora. Tirar fuori il greggio dalle acque costa moltissimo ed è diventato ancor meno vantaggioso da quando il governo ha imposto un calmiere ai prezzi del carburante nel tentativo di mettere sotto controllo l’inflazione che s’aggira sul 6 per cento.

   Ancora una volta, misure amministrative si rivelano disastrose e inutili. Tanto che la banca centrale, ai primi di aprile, ha estratto dal cassetto l’attrezzo sempre efficace, la stretta monetaria. I tassi di interesse vengono portati all’11%, gettando un’ombra sulla campagna elettorale e mettendo in seria difficoltà una economia che crescerà poco più dell’un per cento secondo le ultime previsioni per l’anno in corso.

   Se si aggiunge il rallentamento della domanda cinese, si può avere idea di quanto sarà difficile far uscire il Paese da uno stato di frustrante stagflazione. «Il 2015 è l’anno del grande aggiustamento», ha spiegato alla Reuters Marcelo Salomon l’economista che segue il Brasile per la banca Barclays, «forse si riuscirà a evitare una vera recessione, ma sarà in ogni caso un altro anno perduto per la crescita».

   Aggiustamento è un eufemismo per esprimere una vera e propria frenata anche dal lato del bilancio pubblico. Il disavanzo viaggia al 4% annuo, una percentuale non eccessiva, ma tale da appesantire un debito pubblico rispetto al Pil del 65% considerato preoccupante tanto da spingere le agenzie di rating a suonare un campanello d’allarme: Standard & Poor’s ha abbassato la valutazione a BBB quindi a un passo dai junk bonds, i titoli spazzatura.

   Dilma non ha intenzione di imporre tagli pesanti alla spesa prima delle elezioni, ma la stessa Coppa del mondo si sta rivelando deludente, il suo impatto sulla crescita è modesto (si calcola non superiore allo 0,4%) mentre pesa e come sul bilancio federale.

   Austerità, dunque, sia pure in versione basileira non greca. Ma sufficiente ad allargare la forbice sociale e rallentare gli investimenti dei quali il Paese ha un enorme bisogno per trasformare le speranze in realtà. E questo ci porta dalla parabola di Batista a quella delle favelas. Perché anche in questo caso ci troviamo di fronte a una grande delusione, a speranze tradite, a rabbia generata dalla frustrazione.

   Era stato Lula nel 2009 a mettere sotto controllo severo le baraccopoli, fonte mefitica della microcriminalità e terreno di coltura di una malavita molto più forte e pericolosa che trae alimento dalla droga. Spacciatori di ogni tipo e caratura sono la manovalanza per il grande commercio. Rio è una metropoli in cui miseria e nobiltà convivono spalla a spalla. Immediatamente a ridosso delle due spiagge più famose, Copacabana e Ipanema, arrampicate sulle verdeggianti e ripide colline sorgono le favelas dove si mescolano povertà dignitosa e degradazione umana.

   I posti di blocco della Upp (Unità di polizia pacificatrice), che alcuni, soprattutto nell’Europa venusiana, avevano considerato alla stregua di una giro di vite repressivo da stato totalitario o un paravento per farsi belli davanti ai turisti, erano stati presi da molti abitanti delle bidonville come un sollievo, nel tentativo di sottrarre il controllo territorio ai gruppi violenti e ben armati di malavitosi legati ai signori della droga. Sono loro a dettare legge, a decidere se, dove e come mandare a lavorare gli uomini e le donne (per lo più a compiere mansioni servili nei quartieri ricchi) riscuotendo il pizzo, imponendo la loro legge con minacce e violenze. Per un po’, la presenza dei poliziotti è servita ad allentare la pressione. Ma con il passare del tempo e con il peggiorare della situazione economica, s’è trasformata in un boomerang.

   L’ultima scintilla è scoppiata per il misterioso decesso di Douglas Rafael da Silva Pereira, conosciuto come DG, 25 anni, ballerino di un noto programma televisivo. Amici e parenti della vittima sono convinti che sia stato picchiato a morte dalla polizia, che lo avrebbe scambiato per un trafficante in fuga. La protesta di residenti dell’agglomerato di “favelas” Pavao-Pavaozinho e Cantagalo, dove il giovane abitava, è presto degenerata in violenza all’arrivo del battaglione antisommossa delle forze dell’ordine. Importanti vie di Copacabana, come l’Avenida Nossa Senhora de Copacabana, la Rua Raul Pompeia e il tunnel Sa Freire Alvim, sono state bloccate con barricate di fuoco da parte della popolazione furibonda.

   Durante gli incidenti, un uomo di 30 anni, Edilson da Silva dos Santos, è rimasto ucciso da un proiettile che lo ha raggiunto alla testa. Secondo le autorità locali, in quel momento si sarebbe verificata una sparatoria tra militari e narcos. Per alcuni media, anche un bambino di 12 anni è rimasto ferito, finendo nel fuoco incrociato, mentre scendeva da un vicolo dello slum con le mani alzate. I disordini si sono poi estesi al confinante quartiere di Ipanema, dove ci sarebbero stati vari saccheggi, causando il panico tra la gente. Anche la sede dell’Upp di Pavao- Pavaozinho e Cantagalo (una delle 39 installate a Rio) è stata attaccata da sconosciuti, mentre alcuni agenti sarebbero stati attorniati e minacciati da persone inferocite. Il governo si vede costretto a fare un ricorso massiccio all’esercito, mettendo in stato d’assedio Rio e, forse, la stessa San Paolo.

   La ricaduta politica può diventare disastrosa per Dilma che in poco più di un mese ha perso il 6% dei consensi. Un sondaggio attribuisce alla presidente brasiliana e al partito laburista il 38% delle preferenze (a fine febbraio era 44%), ma il candidato socialdemocratico Aecio Neves si mantiene al 16% e il socialista Eduardo Campos è aumentato di un solo punto, raggiungendo il 10%. «A prescindere da chi vincerà le elezioni, sarà un anno difficile molto più di quel che si dice pubblicamente», spiega Fernando Henrique Cardoso, presidente dal 1995 al 2003, leader dell’opposizione e padre riconosciuto (forse più all’estero che in patria) della rinascita brasiliana.

   Le analisi retrospettive indicano che i semi della crisi attuale sono stati gettati proprio durante il boom che dalla metà degli anni ’90 ha portato 35 milioni di persone fuori dalla fame e dalla miseria. IL PAESE SI È LEGATO A DOPPIO FILO ALLA CINA DIVENTANDO IL GRANDE FORNITORE DI SOIA E FERRO. L’export ha fatto da traino, ma i brasiliani sono stati abili nello sfruttare il grande motore cinese.

   A differenza dall’Argentina, il Brasile ha svalutato in tempo il real nel 1999 evitando una crisi catastrofica. Il prezzo pagato si chiama inflazione, malattia endemica, gestibile finché l’economa reale consente di spalmare latte e miele su una fetta sempre più ampia di popolazione. Il sistema pensionistico che permette di ritirarsi a 54 anni con il 70% dell’ultimo stipendio, rappresenta l’emblema di un welfare sostenibile solo grazie alla demografia (l’età media è di 32 anni) e a una crescita in grado di creare ogni anno più reddito e più occupazione. Proprio questo equilibrio oggi viene rimesso in discussione.

   Le liberalizzazioni, sia pur parziali, di Cardoso e l’abile politica sociale di Lula, sembravano aver trovato la chiave per sfruttare al meglio la domanda cinese, ma «abbiamo costruito troppe auto negli anni del boom e non abbiamo fatto abbastanza strade»: è questa la metafora più in voga tra gli economisti brasiliani. Le infrastrutture mancano davvero (lo stock è pari al 15% del pil rispetto al 71% medio nelle grandi economie) e per esse lo stato spende solo l’1,5 % del pil (la media internazionale è del 3,8). È ovvio, però, che la battuta ha un senso più generale.

   Prendiamo l’infrastruttura principe, la politica. Nonostante le continue purghe che hanno coinvolto esponenti di primo piano anche nel governo, la corruzione è consustanziale in quanto si fonda sulla centralità perversa di una politica basata sullo scambio di favori. Nulla accade se non si passa per il cacicco di turno.

   La prima tappa di ogni uomo d’affari straniero è a Brasilia per baciare la pantofola al ministro o nel palazzo del governatore di uno dei 26 stati, come ho constatato di persona. Il signoraggio politico pesa sulle società statali e su quelle private, sulle multinazionali ma anche sulle imprese domestiche.

   Né la gestione liberale di Cardoso né quella socialista di Lula hanno spezzato il modello sudamericano, basato su una grandezza pomposa e inefficiente, con una oligarchia ad un tempo populista e chiusa in se stessa, che si scambia posti di comando al governo e nelle aziende. Questo sistema di governance (direbbero i McKinsey boys) resta il principale ostacolo affinché l’eterna promessa diventi realtà.

   Un anno fa, alla vigilia della Continental cup, si è presentata una congiuntura molto simile a quella attuale: bassa crescita, conflittualità politica, rivolta nelle favelas. «Dilma deve cambiare rotta», ammoniva allora l’Economist. A Presidenta non l’ha fatto sperando nella manna del Mundial. E, come per i cittadini di Hadleybourg raccontati da Mark Twain, l’improvvisa ricchezza s’è trasformata in condanna. (Stefano Cingolani)

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ARRIVANO I MONDIALI DI CALCIO 2014 E L’AMERICA LATINA METTE SOTTO SCACCO DIRITTI UMANI

1/6/2014 – di La redazione da “SEGNALI DI FUMO” www.sdfamnesty.org/

   La strada per lo sviluppo ed il miglioramento complessivo delle condizioni di vita dei cittadini passa principalmente dal tema dei diritti umani fondamentali. Il più importante, dal quale derivano tutti gli altri, è proprio il diritto all’incolumità ed alla sicurezza personale. Nel continente latinoamericano, dove crisi politiche, sociali ed economiche sicuramente non mancano, la via verso lo sviluppo sta nella capacità delle istituzioni nazionali e locali di gestire i diritti.

   I Paesi dell’America Latina vengono riportati spesso sui media europei per il clima di insicurezza in cui vivono che è generato dai narcotrafficanti, dalla criminalità organizzata e dai guerrilleros. Quello che oggi incontriamo, leggendo un quotidiano che tratta tematiche legate all’America Latina, è che lo Stato, che dovrebbe proteggere i suoi cittadini, si trasforma spesso nell’aguzzino. Ciò accade per via di nuove leggi estremamente severe che sono concepite (forse senza intenzionalità) per tutelare la sicurezza dei cittadini, ma che diventando uno strumento di repressione che ledono diritti umani.

   La lista di Paesi latinoamericani che non sono in grado di dare garanzie sulla protezione dei diritti umani dei propri cittadini sembra aumentare con l’avvicinarsi del campionato mondiale di calcio.

Messico:

Due settimane fa uno Stato del Messico ha approvato un disegno di legge che consente l’uso di armi da fuoco nel corso di proteste pubbliche. Questo restringerebbe la libertà di espressione e manifestazione. Apparentemente tale legge è stata modificata in seguito alla accese proteste e pare che il nuovo disegno di legge non consenta più l’utilizzo delle armi da fuoco durante il corso di pubbliche manifestazioni.

Brasile:

Dallo scorso novembre il Parlamento brasiliano lavora su una legge anti-terrorismo che, in teoria, dovrebbe fornire uno strumento per difendersi da attentati ed atti violenti. Nella pratica, la definizione di terrorismo presentata nel provvedimento è talmente generica si presterebbe facilmente a punire crimini che non hanno nulla a che fare con il terrorismo. Attivisti per i diritti umani hanno già manifestato grandi perplessità riguardo l’utilizzo che il governo potrebbe fare del provvedimento in occasione di proteste. Se le nuove norme si dovessero applicare, chi compie atti vandalici rischierebbe una reclusione di minimo 12 anni fino ad un massimo di 40 anni. La pena minima è superiore alla pena prevista per omicidio.

A tale proposito AMNESTY INTERNATIONAL ha lanciato un appello denominato “DAGLI IL CARTELLINO GIALLO” nella quale viene chiesto al governo brasiliano di evitare l’uso della forza per contrastare le manifestazioni pacifiche. C’è tempo fino al 2 giugno per firmare l’appello e puoi farlo cliccando qui.

Argentina:

In Argentina esiste già una legge anti-terrorismo che è stata applicata, per la prima volta, per accusare il giornalista Juan Pablo Suárez di sedizione e incitamento alla violenza collettiva contro le istituzioni. A fine 2013 Suarez aveva filmato l’arresto di un poliziotto scioperante da parte di alcuni colleghi. Suarez dopo dieci giorni è stato rilasciato, ma sta affrontando un processo che potrebbe potrebbe portarlo ad una condanna di 12 anni di reclusione.

Venezuela:

Da febbraio si portano avanti in Venezuela delle manifestazioni contro il presidente Nicolas Maduro. Secondo un report dell’organizzazione Human Rights Watch, i manifestanti sono stati vittime di abusi fisici e psicologici tra cui fratture, negazione di cure mediche e minacce di morte o di stupro. Oltre 40 persone sono morte da quando le proteste sono scoppiate.

   I casi dei Paesi dell’America Meridionale dimostrano come sia ambigua la strada che alcuni Paesi percorrono per ottenere riforme, sviluppo di beni pubblici e migliore tenore di vita per i propri cittadini. La regione sudamericana sta affrontando una sfida con se stessa ma deve mettere al primo posto i bisogni della gente, vale a dire, il rispetto dei diritti umani.

Fonti:www.animalpolitico.orgwww.lagranepoca.comwww.lapresse.itwww.latinamerica.undp.org

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IL BRASILE DEVE VINCERE IL MONDIALE PER BATTERE LE PROTESTE

di Giorgio Cuscito, da LIMES del 11/6/2014

(http://temi.repubblica.it/limes/)

– All’inizio della Coppa del Mondo di calcio e il malcontento per l’operato del governo di Dilma Rousseff non accenna a placarsi. Un trionfo nel prestigioso trofeo potrebbe limitare le proteste e rilanciare l’immagine di Brasilia –

   In Brasile, dove giovedì 12 giugno è iniziata la Coppa del mondo di calcio, le manifestazioni di protesta contro il governo della presidente Dilma Rousseff proseguono. Parte della popolazione ritiene che i circa 11 miliardi di dollari spesi nell’organizzazione della Copa (do Mundo) dovessero essere investiti in settori in cui il paese è carente, come sanità, istruzione e trasporti pubblici.

SAN PAOLO, CENTRO DELLE PROTESTE

San Paolo – la cui area metropolitana è popolata da 20 milioni di abitanti – è la città in cui si respira maggiore tensione. Il 5 giugno, i lavoratori della metropolitana cittadina hanno annunciato uno sciopero a oltranza per ottenere salari più alti. Dopo cinque giorni, questo è stato sospeso per consentire al governo e al sindacato di trovare un accordo.  (….)

   Sempre a San Paolo, 10 mila attivisti del Movimento dei lavoratori senza casa si sono radunati presso la Corinthians Arena, che ha ospitato la cerimonia d’inaugurazione del Mondiale. Nei mesi scorsi, i Black bloc e il gruppo Resistência urbana avevano già minacciato proteste contro gli sfratti delle famiglie di operai dalle proprie case a causa dei lavori collegati alla Coppa del Mondo.(….).

   A maggio in almeno 14 Stati brasiliani (il paese è una federazione, ndr) funzionari della polizia federale erano scesi in piazza chiedendo salari più alti. Il governo di Brasilia ha concordato un aumento del 16% circa per evitare che questi scioperassero durante il Mondiale, provocando falle nel sistema di sicurezza.

   Malgrado i grandi investimenti, l’organizzazione del torneo ha subito notevoli ritardi. Basti pensare che fino a pochi giorni fa nella Corinthians Arena non era stata ancora completata l’installazione dei sedili. Per questo motivo, la Fifa ha criticato l’operato di Dilma Rousseff, che si è difesa dicendo che “nessuno è in grado di costruire una metropolitana in due anni” e che i ritardi organizzativi sono il “costo della nostra democrazia”.

   Per impedire violenze simili a quelle che si sono verificate durante la Confederations Cup del 2013, Brasilia dispiegherà 170 mila unità tra polizia, esercito e guardie di sicurezza per gli stadi nelle 12 città che ospiteranno il Mondiale. Secondo l’Instituto brasileiro de turismo (Embratur), 600 mila turisti visiteranno il Brasile durante il torneo. Il timore è che la combinazione di un così grande evento sportivo e manifestazioni di protesta non solo generi scontri con le forze di polizia, ma costituisca un’occasione ghiotta per la criminalità brasiliana.

MALCONTENTO INTERNO E ASPIRAZIONI “MONDIALI”

Durante la presidenza di Luiz Inácio Lula da Silva e poi di Dilma Rousseff, la crescita economica (legata soprattutto all’export di materie prime) e le politiche di assistenza sociale portate avanti dal governo hanno consentito a milioni di brasiliani di non vivere più in condizioni di povertà e formare una nuova classe media.

   È questa fascia di popolazione che oggi protesta più vigorosamente contro Dilma. Dalla presidente i brasiliani pretendono la soluzione in tempi rapidi di problemi come la grande diseguaglianza nella distribuzione della ricchezza, l’alto tasso di criminalità, l’inadeguatezza della rete d’infrastrutture e la corruzione diffusa a tutti i livelli della politica. La miccia che ha innescato le proteste è stata l’aumento dei prezzi dei trasporti pubblici risalente allo scorso giugno. Il rallentamento della crescita durante gli ultimi anni, segnati da alta inflazione, bassa produttività e deprezzamento del real (la moneta nazionale), ha alimentato il dissenso.

   Tale situazione destabilizza il paese anche sul piano internazionale. Il Brasile è la punta di diamante dell’America Latina, una “potenza nella periferia” che aspira a diventare una potenza mondiale. In tal senso vanno le sue attività nel gruppo Brics (che comprende anche Russia, India, Cina e Sudafrica), nel G20 e gli sforzi per avere maggiore potere decisionale presso il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e le Nazioni Unite (vedi la richiesta di riforma del Consiglio di sicurezza).

L’ONTA DEL MARACANAÇO E IL FUTURO DEL BRASILE

È la seconda volta che il paese lusofono ospita la Coppa del Mondo. Il ricordo della prima, nel 1950, è a dir poco amaro. Quell’anno la seleção fu inaspettatamente sconfitta nell’ultima partita dall’Uruguay allo stadio Maracanã. Quell’incontro ha inciso così profondamente nella memoria dei brasiliani che la maglia della nazionale, fino ad allora bianca con il collo blu, fu sostituita da quella gialla con il collo verde.

   Per il Brasile, la Copa (come le Olimpiadi di Rio 2016) è l’occasione per mostrare la propria maturità sul piano politico e per attrarre investimenti esteri. Possibilmente non legati solo allo sfruttamento delle commodities come accade con la Cina, primo partner commerciale del Brasile, che importa da qui grandi quantità di ferro, soia e petrolio. La collaborazione tra Brasilia e Pechino è certamente proficua, ma rischia di trasformarsi in un rapporto in stile coloniale, basato sull’esportazione di risorse e importazione di prodotti ad alto contenuto tecnologico.

   Il proseguimento delle proteste durante il torneo è altamente probabile, ma una vittoria del Brasile, oltre a lavare l’onta del Maracanaço, aiuterebbe a sedarle, almeno momentaneamente. Il prestigio del paese e le speranze di rielezione di Dilma – a ottobre si terranno le presidenziali – passano per un’edizione trionfale della Copa.

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BRASILE, IL MONDIALE NON È IL BENVENUTO

di Giuseppe Bizzarri, da “il Fatto Quotidiano” del 11/6/2014

   “Il Brasile non spenderà un centesimo di denaro pubblico per la costruzione e la riforma degli stadi destinati alla Coppa del mondo”. L’affermazione era stata fatta nel 2007 dall’ex ministro dello Sport Orlando Brito, il quale esultò, assieme all’ex presidente Inácio Lula e altri 12 ministri del suo governo, quando Joseph Blatter, il presidente della Fifa, comunicò al mondo che il paese sudamericano aveva ottenuto il Mondiale di calcio.

   Le cose non sono andate esattamente come forse avrebbe voluto Brito, poiché l’85 per cento dei 30 miliardi di reais spesi per organizzare il travagliato Mundial sono usciti dalle casse dello Stato brasiliano.

   Pochi avrebbero potuto pensare che, nell’auge dell’era Lula, quando i potenti della Terra osannavano il miracolo economico brasiliano, il calcio, la passione nazionale del Paese, sarebbe poi diventato la miccia di un’onda di rivendicazioni sociali e salariali da parte di milioni di cittadini, i quali avrebbero voluto che i fondi destinati alla Coppa fossero invece diretti verso la disastrosa educazione pubblica, la decadente sanità, lo sconquassato trasporto e la giustizia sociale. São Paulo, la città che Nunca para, non si ferma mai, è rimasta paralizzata per 6 giorni a causa dello sciopero dei trasportatori della metro, ma anche delle manifestazioni a favore dei lavoratori in sciopero.

   Tredici scioperanti sono stati arrestati, 61 licenziati e gli uomini della Pm, la polizia militare, controllano in stato operativo le stazioni della subway. I leader dello sciopero hanno sospeso per due giorni l’agitazione. I paulisti sono oggi più preoccupati per il futuro della metropoli e della nazione, che per l’apertura della Coppa che avverrà giovedì nel nuovo stadio Itaquerão, dove avverrà la cerimonia di apertura del Mondiale, ma è anche morto l’operaio Fabio Hamilton da Cruz a causa dei disumani turni di lavoro.

   Per Hamilton e altri 7 lavoratori deceduti non ci sarà nessuna Coppa, e tantomeno per circa 170 mila carioca, i quali sono stati rimossi dalle loro case per fare posto a stadi, impianti sportivi, vie espresse, parcheggi e shopping center.

   LO SCIOPERO della metro e il caos del transito cittadino che ha intrappolato nei giorni scorsi anche alti esecutivi della Fifa nel loro arrivo a São Paulo, sembra non preoccupare il segretario generale della federazione calcistica, Jérôme Valcke, ma secondo quanto rivelano fonti della Fifa al giornale Estado de São Paulo, lo sciopero, se dovesse riprendere, potrebbe diventare un incubo per la Fifa e la torcida.

   Lo sperpero del denaro pubblico usato per organizzare il business privato della Coppa ha innescato in tutto il paese, un’incessante onda di proteste che diventano sempre più imprevedibili soprattutto con l’accentuarsi dell’aggressiva campagna elettorale per le elezioni del 5 ottobre, quando i brasiliani saranno chiamati alle urne per eleggere il nuovo presidente e il futuro assetto politico (governatori, deputati e senatori) che guiderà nei prossimi quattro anni il gigante sudamericano.

   “Não vai ter Copa”. Lo slogan è divenuto una hit molto popolare nell’eterogeneo mondo della protesta brasiliana, dove la stessa Fifa ammette che, secondo le statistiche di Datafolha, il 50,7 per cento della popolazione è contraria alla scelta del paese come sede della competizione mondiale. Il test di allenamento contro il Fluminense, vinto dalla Nazionale italiana 5-3, si è giocato a Volta Redonda nello Stato di Rio de Janeiro. La cittadina è un crocevia molto conosciuto anche alla Polizia federale brasiliana, dove sequestra carichi di cocaina e armi provenienti da São Paulo e diretti alle gang narcotrafficanti della Capitale carioca. A Rio de Janeiro è in atto un impressionante spiegamento di forze militari e civili. Durante la Coppa avverrà il maggior schieramento di militari e polizia mai avuto nella storia dei Mondiali.

   L’esercito brasiliano occupa i punti strategici della città e la favela della Maré, dove lunedì i militari sono entrati in confronto con residenti e trafficanti della comunità. Le scaramucce armate tra narcos e militari, nonostante l’installazione dell’Upp, le Unità di pacificazione militare, non sono mai cessati anche nella Rocinha e nell’immenso agglomerato di favelas che compongono il Complexo do Alemão. Saranno l’esercito brasiliano, la polizia militare, la polizia federale, civile e municipale a tenere lontani fino a cinque chilometri di distanza dagli stadi, i manifestanti. All’interno di questo perimetro di sicurezza saranno invece i contractor della Fifa a mantenere l’ordine.    Preoccupano anche gli assalti di strada, le rapine sono aumentate del 40%. I pochi addobbi gialloverdi sono apparsi all’improvviso nelle strade di Rio de Janeiro, la città in cui la gente sembra più preoccupata a far quadrare i conti familiari a causa dell’inflazione galoppante e l’inadempienza bancaria che non era stata così alta sin dal 2010.

   L’ATMOSFERA è tesa anche per le garotas de programa, le prostitute che lavorano in maniera indipendente e non nei bordelli camuffati da saune e discoteche. A Niteroi, la città turistica sulla sponda della baia de Guanabara opposta a quella di Rio de Janeiro, le prostitute sono scese ripetutamente in strada per protestare contro la polizia militare e la prefettura che hanno fatto sloggiare con forza e illegalmente circa duecento prostitute, le quali– nonostante affittassero regolarmente i propri appartamenti – sono oggi impedite di lavorare nel celebre bordello verticale autogestito dell’avenida Amaral Peixoto, meglio conosciuto come palazzo della Caixa

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SAN PAOLO. NELLA CITTÀ SOTTO ASSEDIO LA GUERRA DEI NUOVI POVERI

di Concita De Gregorio, da “la Repubblica” del 10/6/2014

SAN PAOLO. L’ASTRONAVE della Fifa atterra a San Paolo su una città in guerra. Un enorme uccello con le piume verdi e fucsia, estraneo regale e impassibile, che plana tra i grattacieli abbandonati di un centro deserto, abitato da spettri miserabili, fumatori di crack e puttane, mendicanti.

I NUOVI abitanti, giovani, dell’antico quartiere dell’alta borghesia paulista innamorata dell’Europa sono oggi i senza lavoro, senza diritti. Sono arrivati dalle periferie coi fagotti e hanno riordinato, spazzato le macerie, costruito sale conferenze per l’attività politica nei vecchi auditorium, asili nei garage. Hanno preso possesso della città lasciata vuota. Manifestanti dei movimenti dei senza casa e senza terra sono ogni mattina respinti con proiettili di gomma dalla polizia statale in armi. Metro in sciopero, trasporti pubblici bloccati. Blade runner, il mondo dopo la fine del mondo.

I dirigenti in doppiopetto della Fifa sono arrivati in auto dall’aeroporto, giorni fa, e sono rimasti per ore intrappolati in una coda di 600 chilometri. Non è un errore: 600. La città estesa conta 18 milioni di abitanti, come l’Olanda. Per arrivare allo stadio dal centro, in condizioni normali, ci vogliono due ore. Con lo sciopero dei mezzi semplicemente non si arriva. Hanno detto, spazientiti, nel loro inglese: «Bisogna trovare un piano B». Mancano due giorni all’inaugurazione e non ci sono lettere dell’alfabeto per indicare nessun altro piano possibile che non sia quello di rendersi conto, almeno per un attimo, di cosa c’è fuori dai finestrini oscurati delle auto. Del posto in cui l’astronave e i suoi sponsor globali è atterrata.

Qui la mattina ci si sveglia col rumore degli elicotteri che volano radente ai tetti. Pensi: l’esercito, e invece no. Ogni giorno è così. Ogni giorno mille persone, nel centro di San Paolo, escono da casa dopo colazione e vanno al lavoro in elicottero, centrano quella specie di cestini da pane sistemati sui tetti, aggiustano il doppiopetto e scendono in ufficio. Mille elicotteri privati in città, il record del mondo. Giù di sotto, per strada, c’è un’altra guerra.

Non esiste un’altra città al mondo dove nel centro storico, quello dove nel bel teatro rosa dei primi Novecento danno, stasera, la Carmen di Bizet, si affaccino sulla piazza sei grattacieli occupati, abbandonati e occupati. Vuoti, gli occhi bucati fino al ventesimo piano, le finestre senza vetri, le bandiere dei movimenti che sventolano dai bagni comuni. Davanti al municipio dove lavora il sindaco.

La leader del movimento per la casa Mmpt (Movimento moradia para todos) si chiama Welita Caetano, ha 28 anni e allatta sua figlia di 3 mesi, Anita, nell’appartamento numero 314 dell’edificio occupato di via Marconi, di fronte al luogo che la Fifa ha scelto per fare la sua grande ininterrotta festa, il Fifa Fun Fest.

E’ laureata in Economia, sta ancora studiando Diritto, è figlia di immigrati brasiliani che hanno cominciato ad occupare quando lei aveva 9 anni per la semplice ragione che non avevano dove vivere. Ha studiato coi soldi del Movimento, adesso è lei che va in tribunale a difendere le 400 famiglie che rappresenta. «Ci sono a San Paolo 700 mila famiglie iscritte alle liste di attesa per avere una casa, e nel centro quasi 400 edifici abbandonati.

Il piano del governo ‘Minha casa minha vida’ non riesce a tutelare chi guadagna meno di 1500 reais, 500 euro al mese, perché a San Paolo il suolo è troppo caro, prezzi lievitati anche a causa della Coppa, e il sussidio non basta. Le liste di assegnazione degli alloggi estraggono a sorte e non tutelano chi ha davvero bisogno. Nel centro abbiamo occupato, noi ed altre associazioni, 60 edifici, grattacieli e non. In questo di via Marconi vivono 120 famiglie. Diamo la precedenza a donne sole con figli che fuggono da situazioni di violenza domestica.

Un portiere vigila che non arrivino i mariti a riprenderle. Poi molti haitiani, la nuova immigrazione, ma anche moltissimi paulisti con redditi bassissimi. Qui non si può bere né fumare, le regole sono molto severe e chi sgarra esce, abbiamo 70 bambini che vivono nel palazzo. Il Mondiale della corruzione non ha portato ricchezza né opportunità a chi ne ha bisogno, ha portato soldi ha chi già ne aveva. Dilma ha fatto molte cose buone, ma col mondiale ha sbagliato».

Dilma col mondiale ha sbagliato. L’hanno fischiata, all’inaugurazione della Confederation cup, e oggi – dice il suo ministro dello sport Aldo Rebelo – «non deve aver paura di essere fischiata ancora, i fischi fanno parte del gioco. Abbiamo fatto quel che dovevamo. Il calcio è sempre stato un grande veicolo di emancipazione sociale in questo paese, specie per i neri, i nostri eroi sono stati Fausto, Garrincha e Pelè. Il Mondiale non è stato mai contestato neppure durante gli anni della dittatura, non capisco perché debba esserlo oggi ».

E invece è contestato o almeno non applaudito nella capitale neppure dalla classe media, che al contrario di sempre non espone bandiere ai balconi, non compra magliette e gadget gialloverdi, «persino i bambini scaricano dai youtube i video coi rap che attaccano Dilma sulla corruzione, poi le canticchiano a scuola e se non finiscono l’album delle figurine pazienza», dice Claudia, madre di due gemelli decenni.

Oggi la presidenta arriva da Brasilia ad aprire i lavori del congresso Fifa. A poche centinaia di metri di distanza ci sarà il sit in del movimento Copa pra quem, Mondiale per chi?, che riunisce i movimenti popolari (per la casa, per la terra, contro la militarizzazione della polizia) che Rousseff ha sempre difeso e sostenuto. Un paradosso.

Fra pochi mesi si vota di nuovo e la stessa sinistra teme che la contestazione del mondiale possa rivelarsi alla fine un boomerang, un asso nella manica della destra. Il leader socialdemocratico Josè Serra, già governatore e sindaco di San Paolo, ex ministro della Salute e storico antagonista di Dilma, da lei sconfitto nella corsa alla presidenza alle ultime elezioni, dice, in gran relax a una festa di compleanno, che «Dilma ha sovrapposto la sua immagine a quella del mondiale dopo aver sbagliato le principali scelte di politica economica, nessun investimento reale, ha solo planato su una fortuna effimera, il paese oggi ristagna. Se il Brasile, inteso come squadra, andrà bene lei potrà ancora cavarsela, forse. Se la squadra affonda Dilma perde il mondiale e la sua corsa».

I lavori, allo stadio Itaquerao, sono ancora in corso. Gli operai dormono in mezzo alla strada nella pausa pranzo, esausti. Sulla collina che domina lo stadio è comparsa nel giro di una settimana una favela enorme, si chiama Copa du povo, la Coppa del popolo.

I bambini giocano al pallone in mezzo alla plastica nera delle loro capanne guardando in basso le bandiere Fifa issate sullo stadio nuovo. Ci sono cinquemila famiglie, dona Elena è la leader del Movimento lavoratori senza tetto, accoglie chi arriva.

C’è una cucina comune per ogni lotto, 4 reais un pasto, poco più di un euro. Al lotto due cucina Carla: ha 28 anni anche lei come Welita Caetano, due bambini piccoli, Stefany e Mikael. Prima pagava 450 reais di affitto, dice, ma non lavora e suo marito non abbastanza, non ce la fanno. «Qui si sta bene», dice. Dorme coi bimbi per terra. «Fa solo un po’ freddo».

Alla manifestazione di oggi no, non potrà andare perché non sa a chi lasciare i figli, e poi c’è sciopero dei mezzi, non ci si muove, bisogna partire a piedi la notte. Quando è buio gli invisibili si incamminano verso il centro. Contano di arrivare all’alba. Proprio quando i piloti degli elicotteri controllano se sia tutto a posto per il decollo dei signori di denari, chi cerca lavoro si incammina verso l’antica via pedonale dei caffè per un ingaggio diario, i bambini nei grattacieli occupati si svegliano e la giornata comincia di nuovo.

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SAN PAOLO: SPACCATA TRA ANGELI E DEMONI BLACK BLOC E FERITI NEL CUORE DELLA FESTA

di Concita De Gregorio, da “la Repubblica” del 13/6/2014

SAN PAOLO. PERCHÉ a febbraio c’è il Carnevale e «nessuno è fedele a nessuno», ride il barista senza denti del barrio Bixiga, il quartiere degli immigrati italiani, dunque sarebbe assurdo, no?, fare la festa degli innamorati nel tempo del liberi tutti.

Le coppie scendono in strada da casa mano nella mano, a Bixiga, mentre la polizia in armi presidia le fermate della metropolitana che porta, unica via di transito, all’Itaquerao.    La polizia brasiliana si comporta come le comparse dell’Aida. Arrivano i plotoni a cavallo, alla fermata Carrao dove i manifestanti si sono dati convegno, sfilano in formazioni militari motociclistiche, avanzano scudi alla mano in schieramento a tartaruga ad uso quasi esclusivo dei fotografi e delle telecamere di tutto il mondo.

Si fanno volentieri fotografare, monumentali e spesso neri in divisa, poi sparano a vuoto, nelle strade semideserte, lacrimogeni che hanno lo scopo di evitare la manifestazione prima che nasca. Dissuasivi. Gli abitanti del quartiere attraversano davanti alla testuggine senza batter ciglio portando le borse della spesa, in periferia i super asiatici restano aperti anche quanto è festa nazionale perché il Mondiale comincia.

Cinquanta manifestanti, quasi tutti giovani dei movimenti dei senza terra e senza casa, non fanno nemmeno in tempo a urlare «senza istruzione non c’è democrazia, meno pallone più istruzione» che già il quartiere è grigio di fumo, due impavide inviate americane si sono avventurate verso la testuggine e si feriscono con schegge di vetro, una resta travolta dall’avanzata del plotone assai convinto della sua missione e subito sui social e in internet rimbalzano le immagini di uno scontro che, in definitiva, non c’è.

Il metodo brasiliano della polizia militare, cresciuta nella dittatura, è quello di disperdere i manifestanti prima ancora che si riuniscano. I superstiti si radunano nella fermata della metro più vicina, in sostanza per strada c’è uno show di poliziotti che sparano per le telecamere della Cnn. Migliaia e migliaia di tifosi camminano accanto ai militari bevendo coca cola, li salutano raggiungono a piedi lo stadio lontano 20 chilometri dal centro. Pochi croati simili a scacchiere vengono invitati, nel mare di maglie canarino, a fare selfie ricordo.

Il biglietto per lo stadio ce l’hanno solo i ricchi. Tutti bianchi, i brasiliani che marciano coi figli in braccio, i capelli dei bambini dipinti di verde, tutti neri gli addetti alle biglietterie. La festa vera, la festa paulista è nei quartieri, per strada.    Nella sede della tifoseria Corinthians, i Gavioes de fiel che hanno il quartier generale al Bom Retiro, i bambini giocano felici col pallone di gommapiuma nel campo della squadra il cui nome onora l’apertura del mondiale. Lo stadio è loro, prima o dopo lo ripagheranno. “Lealtà, umiltà e metodo” dice lo striscione in alto, il motto della squadra di Socrates.

A Valle Maddalena, il quartiere boheme degli artisti, la via dei bar di design è chiusa al traffico, oggi, migliaia e migliaia di brasiliani sono scesi in strada con le infradito ai piedi, è un inverno mite, e la maglia di Neymar addosso. Si mangia riso e fagioli, si beve caipirinha, le coppie si baciano. Nuove coppie nascono, come è sempre bello vedere.

La grande festa del Fifa Fan club, in centro, è moltitudinaria ma ben più triste, coi suoi uomini sandwich pagati per fare la pubblicità alla nuova Coca cola dietetica, della strepitosa fantastica festa di strada del quartiere Bixiga, sotto le insegne della più grande e antica scuola di samba della città, la Vai Vai.

Anche qui si mangia fejioada, portata in strada dalle donne e servita in piatti di coccio, non di carta. Ci sono santoni sincretisti, leader religiosi, politici in ciabatte e donne in vestito da sera. Qui puoi intervistare con tranquillità, birra in mano, il ministro della salute in carica, Alexandre Padilha, lulista membro del governo di Dilma, candidato alla poltrona di governatore dello stato di San Paolo.

Padilha porta la maglia col suo nome, bacia la moglie, abbraccia il santone. È sceso da casa così, questo è il suo quartiere la Vai Vai la sua scuola di samba. Cosa dice delle proteste ministro? «Son sempre legittime e benvenute, siamo in democrazia. Io in gioventù ho partecipato al movimento che ha portato all’impeachment del presidente Collor de Mello. Sono stato caricato dalla polizia. Il problema è la violenza, da entrambe le parti. La polizia, in specie, in questo paese ha un assetto di guerra permanente. È qualcosa che dobbiamo sconfiggere».

Padilha ha portato in Brasile migliaia di medici da Cuba, col suo programma Mais medicos, più medici. I dottori brasiliani sono scesi in piazza a manifestare coi nasi rossi da pagliaccio contro i colleghi cubani. E poi? «E poi adesso l’80 per cento del processo di integrazione ha avuto successo, e milioni di brasiliani hanno un medico di base. I nostri non volevano farlo, abbiamo chiamato chi voleva». E queste proteste, faranno male a Dilma? Vincerà le elezioni di ottobre? «Sono molto ottimista. Vincerà. E vincerà il Brasile. La squadra, il paese».

Adaleke, nigeriano laureato in filosofia proprietario di un negozio di oggetti religiosi africani, esce e porta in dono una statuetta di un angelo protettore. Angeli e demoni sono la stessa cosa, dice ridendo. È il minuto esatto in cui il Brasile segna il pareggio con la Croazia. I manifestanti sono tornati a casa, la polizia dell’Aida ha finito il suo show. Compaiono dai balconi le prime bandiere del Brasile, finalmente. La Coppa comincia. (Concita De Gregorio)

(da Limes)
(da Limes)
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