IL RAMMENDO DELLE PERIFERIE: tema di maturità da un articolo di RENZO PIANO – Ma c’è periferia e periferia: la bruttura dei medio-piccoli comuni può essere più grave delle periferie urbane – Scempio urbano, desolazione sociale e delitti familiari sono ora fuori delle città: nella sconfinata periferia degli 8.000 comuni italiani – La proposta di una revisione della divisione istituzionale territoriale attuale

ESAMI DI MATURITA'
ESAMI DI MATURITA’

MATURITA’ 2014, tema di italiano, 18 giugno

TIPOLOGIA D – TEMA DI ORDINE GENERALE

«Siamo un Paese straordinario e bellissimo, ma allo stesso tempo molto fragile. È fragile il paesaggio e sono fragili le città, in particolare le periferie dove nessuno ha speso tempo e denaro per far manutenzione. Ma sono proprio le  periferie la città del futuro, quella dove si concentra l‟energia umana e quella che lasceremo in eredità ai nostri figli. C‟è bisogno di una gigantesca opera di rammendo e ci vogliono delle idee. […] Le periferie sono la città del futuro, non fotogeniche d‟accordo, anzi spesso un deserto o un dormitorio, ma ricche di umanità e quindi il destino delle città sono le periferie. […] Spesso alla parola “periferia” si associa il termine degrado. Mi chiedo: questo vogliamo lasciare in eredità? Le periferie sono la grande scommessa urbana dei prossimi decenni. Diventeranno o no pezzi di città?»

Renzo PIANO, Il rammendo delle periferie, “Il Sole 24 ORE”  del 26 gennaio 2014.

Rifletti criticamente su questa posizione di Renzo Piano, articolando in modo motivato le tue considerazioni e convinzioni al riguardo.

rammendatrici
rammendatrici

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   Allarghiamo qui l’interessante spunto dato da una delle tracce degli esami di maturità di quest’anno, riguardo al tema della prima giornata di prove, che riprende una frase di Renzo Piano estrapolata da un articolo sul “Sole 24ore” del gennaio scorso (che riportiamo in questo post). Sulle PERFERIE URBANE e sulla necessità di RAMMENDARLE (bellissimo a nostro avviso questo termine, un lavoro dolce, fatto con cura…). Ripristinare in esse (periferie) vivibilità e bellezza.

Il quartiere romano di Tor Bella Monaca
Il quartiere romano di Tor Bella Monaca

   Allarghiamo il discorso perché nelle complessità geografica italica pensiamo che sia difficile pensare alle “periferie” solo come al “non centro” delle città. Solo qualcosa di marginale al centro storico. Nel nostro concetto di periferia ci vien da pensare all’INSEDIAMENTO DIFFUSO, spesso lungo le strade, che caratterizza tanta parte d’Italia; in particolare nel nord (ma non solo).

   E come non pensare a “periferia” la molteplicità smisurata di comuni (8.000…) di cui siamo dotati, tutti che programmano da se la politica urbanistica territoriale, che legiferano su tasse locali (adesso la TASI…8.000 provvedimenti diversi…); che non sono per niente in grado (anche per motivi finanziari) di fare una coerente ed allargata politica sociale, ambientale, di sicurezza, di sviluppo del lavoro nelle caratteristiche dei luoghi che essi (comuni) governano (o “non governano”).

   Cos’è allora ai giorni nostri la “periferia”? Solo i territori marginali alle grandi città? Da che punto a che punto? E le campagne inurbate che sono cresciute con le abitazioni sparse confusamente, come potremmo definirle? E l’attenzione (giusta) verso il paesaggio sventrato, è l’unica cosa che realmente accade in periferia?

   Tempo fa parlavamo dell’insolito (e doloroso) fenomeno degli efferati delitti (molti dei quali all’interno di cosiddette “famiglie felici”) che, quasi del tutto inesorabilmente, accadono nei piccoli e medi comuni, in quella periferia diffusa che troviamo oltre le medie-grandi città… Una volta era fenomeno metropolitano… da qualche decennio avviene nelle periferie diffuse dei medio-piccoli comuni (in provincia, si diceva un tempo…).

la citta diffusa del nordest
la citta diffusa del nordest

   Fenomeno di malessere sociale dei luoghi “oltre le città ben connaturate” che fa capire che “questa periferia” necessita prima di tutto di essere riorganizzata istituzionalmente. Nel governo, nella democrazia interna, nei poteri. Rivedere la separazione istituzionale degli obsoleti ottomila comuni a nostro avviso è il primo urgente passo. Metterli virtuosamente assieme (accorparli è brutto termine e non rende l’aspetto felice della cosa…), trasformare i medio-piccoli comuni (periferie) in vere città.

   Se la periferia vuol diventare “città” deve cominciare dal pensare a se stessa in funzione di aree (ambiti) e luoghi più confacenti alla contemporaneità, alle caratteristiche geomorfologiche, alla mobilità più allargata, che già da molto tempo fa sì che una persona in una giornata oltrepassi in più momenti gli obsoleti confini odierni comunali. (Ri)trovare così la dimensione geografica vera ideale, contemporanea e rivolta al futuro, da poter virtuosamente organizzare entità, luoghi (gli enti locali, i comuni), che si ritrovano tra loro per sciogliersi in nuove realtà, trasformarsi in città.

   Ecco. Superare le periferie: così da lavorare al superamento vero di ogni degrado sociale, ambientale, urbanistico, e progettare con determinazione e serenità il presente e il futuro. (s.m.)

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LA TRANQUILLA PROVINCIA SI SCOPRE PIÙ SANGUINARIA DELLE PERIFERIE URBANE

di Enrico Fovanna, da “il Giorno” del 18/6/2014 (http://www.ilgiorno.it/ )

Milano, 18 giugno 2014 – Poteva divertirsi a fare della letteratura, oggi, Gianni Biondillo, giallista milanese che spesso sconfina nel noir. Invece no. Di fronte alla svolta nel delitto di Yara e al triplice omicidio in famiglia di Motta Visconti, di fronte ai mostri nascosti dietro la facciata di padri di famiglia, prova solo imbarazzo.

«Faccio molta fatica a parlarne. Una cosa è immaginare dei morti e degli assassini in un libro, quasi un esorcismo. Un’altra parlare di persone vere, di gente che in questo momento sta piangendo i propri cari. Fare della fiction sulla realtà mi fa venire i brividi. Quando chiudo i libri, esco con le mie bambine, vado al parco, al cinema. Nella mente dei criminali devono entrare i magistrati e i poliziotti. Ma un desiderio ce l’avrei».

panorama del comune di Motta Visconti (Milano)
panorama del comune di Motta Visconti (Milano)

Quale?

«Mi verrebbe voglia di parlar male di tutto quello che c’è attorno. Mi basta pensare a quando si parla dei romeni che vanno nelle ville e uccidono. Alle fiaccolate contro gli extracomunitari. Ai colpevoli sbagliati, indicati nella strage di Erba, quando subito si è indicato come killer il marito tunisino, o nello stesso caso di Yara, quando toccò a un muratore marocchino. In realtà, ogni buon magistrato sa che questi sono i tipici omicidi che si svolgono in realtà molto ristrette, tra persone conosciute. Bravi ragazzi incensurati».

Come a Motta Visconti…

«In quel caso, la prima cosa che ho pensato e che mi sono tenuto per me è quanto si sia battuto il tamburo sulla paura indotta per non ammettere che i mostri siamo noi. Oggi ho visto l’apoteosi della pornografia.Ho visto siti con le foto dei bambini, che non c’entrano niente. Tutto ciò mi spaventa».

Lo spettacolo sul dolore?

«Certo. Orrendo. Ho visto siti web in cui si diceva: l’assassino è… E poi dovevi fare un clic per scoprire il nome. Come se fosse un gioco a premi.estero, dobbiamo dirlo, non funziona così. .

Cosa intende?

«Ogni volta scopriamo che gli assassini sono quelli della porta accanto. Pensiamo a Novi Ligure, all’epoca erano gli albanesi i cattivi. Funziona sempre così. perché abbiamo un sistema di informazione che sottostà a questa scelta politica di aumentare la paura collettiva. Oppure per non voler ammettere che noi, e sottolineo noi, siamo mostruosi. Il mostro lo vogliamo lontano. E questa è la ragione per cui le periferie si indicano come luoghi di pericolo e di terrore».

Un atto di accusa verso la provincia il suo.

«Questi omicidi dove sono sempre avvenuti? In una placida provincia italiana, in realtà ben più spaventosa di quelle famose periferie urbane. Una provincia eletta a tranquillo dormitorio, dove conosci tutti, dove si lascia la porta aperta e non si lega la bicicletta. Luoghi invece spaventosi e non perché sia arrivata un’ondata migratoria, ma perché c’è tutto un represso e un indefinito che lavora sotto. Non chiedetemi di commentare le storie dei singoli. Non ne ho il diritto».

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IL RAMMENDO DELLE PERIFERIE

di Renzo Piano, da “il Sole 24ore” del 26 gennaio 2014

   Siamo un Paese straordinario e bellissimo, ma allo stesso tempo molto fragile. È fragile il paesaggio e sono fragili le città, in particolare le periferie dove nessuno ha speso tempo e denaro per far manutenzione. Ma sono proprio le periferie la città del futuro, quella dove si concentra l’energia umana e quella che lasceremo in eredità ai nostri figli. C’è bisogno di una gigantesca opera di rammendo e ci vogliono delle idee.

RENZO PIANO
RENZO PIANO

   Siamo un Paese che è capace di costruire i motori delle Ferrari, robot complicatissimi, che è in grado di lavorare sulla sospensione del plasma a centocinquanta milioni di gradi centigradi. Possiamo farcela perché l’invenzione è nel nostro Dna. Come dice Roberto Benigni, all’epoca di Dante abbiamo inventato la cassa, il credito e il debito: prestavamo soldi a re e papi, Edoardo I d’Inghilterra deve ancora renderceli adesso.

   Se c’è una cosa che posso fare come senatore a vita non è tanto discutere di leggi e decreti, c’è già chi è molto più preparato di me. Non è questo il mio contributo migliore, perché non sono un politico di professione ma un architetto, che è un mestiere politico. Non è un caso che il termine politica derivi da polis, da città. Norberto Bobbio sosteneva che bisogna essere «indipendenti» dalla politica, ma non «indifferenti» alla politica.

   Se c’è qualcosa che posso fare, è mettere a disposizione l’esperienza, che mi deriva da cinquant’anni di mestiere, per suggerire delle idee e per far guizzare qualche scintilla nella testa dei giovani. Una scintilla di una certa urgenza, con una disoccupazione giovanile che sfiora una percentuale elevatissima.

   Quindi con il mio stipendio da parlamentare ho assunto sei giovani, che ruoteranno ogni anno e che si occuperanno di come rendere migliori le nostre periferie. Perché le periferie? Le periferie sono la città del futuro, non fotogeniche d’accordo, anzi spesso un deserto o un dormitorio, ma ricche di umanità e quindi il destino delle città sono le periferie. Nel centro storico abita solo il 10 per cento della popolazione urbana, il resto sta in questi quartieri che sfumano verso la campagna. Qui si trova l’energia.

    I centri storici ce li hanno consegnati i nostri antenati, la nostra generazione ha fatto un po’ di disastri, ma i giovani sono quelli che devono salvare le periferie. Spesso alla parola «periferia» si associa il termine degrado. Mi chiedo: questo vogliamo lasciare in eredità? Le periferie sono la grande scommessa urbana dei prossimi decenni. Diventeranno o no pezzi di città? Diventeranno o no urbane, nel senso anche di civili?

   Qualche idea io l’ho e i giovani ne avranno sicuramente più di me. Bisogna però che non si rassegnino alla mediocrità. Il nostro è un Paese di talenti straordinari, i giovani sono bravi e, se non lo sono, lo diventano per una semplice ragione: siamo tutti nani sulle spalle di un gigante. Il gigante è la nostra cultura umanistica, la nostra capacità di inventare, di cogliere i chiaroscuri, di affrontare i problemi in maniera laterale. (Renzo Piano)

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IL RAMMENDO DELLE PERIFERIE NELLA COSCIENZA COLLETTIVA

di Renzo Piano, da “il Sole 24ore” del 19 giugno 2014

   Quando i commissari d’esame hanno aperto le buste con i temi mi sono reso conto che il rammendo delle periferie è entrato nella coscienza collettiva. Che dire? Sono l’architetto e senatore più felice del mondo.    Quello che intendo come ruolo di senatore a vita è questo: risvegliare le coscienze, soprattutto quelle dei giovani che in questi giorni affrontano la maturità. A loro va il mio più sincero in bocca al lupo, visto che per scaramanzia gli auguri non si fanno.

   Quello che è importante nella mia veste di senatore, che non può essere diversa da quella di architetto, è piantare dei semi nell’immaginario dei giovani e non solo. Il mio contributo è parlare e lavorare sulle periferie che sono la città del futuro così come sulle scuole che oggi accolgono gli italiani di domani. In questo terreno si piantano i semi ed è importante che sia coltivato, fertile e ben irrigato.

   Sono certo che i semi germoglieranno perché i nostri giovani sono straordinari, eredi di una cultura che non ha pari. E lo dice uno che ha lavorato in tutti gli angoli del mondo. Penso che sia fondamentale che in Senato siedano persone che portino energia civica. Scienziati, ricercatori, musicisti, inventori, esploratori: il tesoro del nostro Paese è soprattutto nella cultura, che è alimentata dalla bellezza e dall’amore per la scienza.

   Sono convinto che la bellezza salverà il mondo, magari salvando una persona per volta, ma lo salverà. Non sono argomenti astratti: all’inizio del secolo scorso furono i senatori scienziati, che provenivano dal mondo del lavoro, a sconfiggere la piaga della malaria in Italia. Come fa l’Italia a guardare lontano senza la cultura, la nostra vera forza?

   Credo sia essenziale avere in Senato persone che rappresentino il nostro Paese sotto questo aspetto. Anche oggi c’è chi, come me, si occupa di trasformare le periferie in pezzi di città felice e chi di denunciare le truffe di Stamina. Penso che questa sia la strada giusta, chiamiamole competenze o se preferite cultura.

   Nel mio progetto di rammendo delle periferie sono infatti centrali le scuole, che sono la fabbrica della nostra cultura. Una cultura non nozionistica ma vera, fatta di ricerca, conoscenza, sapere e curiosità.

Questa ci appartiene e il suo luogo di riferimento nel mondo è l’Europa, e all’interno dell’Europa è il Paese dove viviamo.

   Noi italiani siamo come dei nani sulle spalle di un gigante, tutti. E il gigante è la cultura, una cultura antica che ci ha regalato la capacità di cogliere la complessità delle cose. Si tratta di un capitale enorme che va conservato e alimentato. Un compito che spetta alla scuola che deve essere un luogo d’aggregazione, una piazza dove ci si incontra e confronta, una sorta di casa di quartiere dove i ragazzi imparano e insieme imparano anche i genitori. Un edificio permeabile alla città, con un continuo scambio tra dentro e fuori.

Abbiamo una tradizione educativa che parte da Maria Montessori per arrivare a Mario Lodi e Loris Malaguzzi, passando per la scuola di Barbiana. Spesso ce ne dimentichiamo mentre all’estero ci copiano: in Italia ci sono 137 scuole con il metodo Montessori, negli Usa oltre 5.000 e in Germania 1.600. Eppure l’abbiamo inventata qui.

   Il problema delle scuole è un problema di mancanza di cura, di incuria e menefreghismo. Il contrario del motto “I care” che don Lorenzo Milani aveva scritto su una parete di un’aula di Barbiana: me ne importa, mi sta a cuore. L’opposto esatto del “me ne frego” fascista. La scuola deve essere vissuta come la propria casa e non come un luogo percepito estraneo e lontano, certo non si può pretendere di accendere la scintilla del senso civico nei ragazzi se gli edifici sono abbandonati al degrado e, magari, anche i luoghi destinati al gioco e ai laboratori sono inagibili.

   Ci vuole un cambio di mentalità che parta dallo Stato, poi il resto viene di conseguenza se un luogo diventa vissuto e amato. In Giappone nelle scuole elementari e medie sono gli scolari a occuparsi delle pulizie dei locali. Ma c’è innanzitutto bisogno di una grande opera di rammendo e consolidamento delle scuole, con cantieri leggeri e poco invasivi che non obblighino a deportare i bambini in altre strutture.

   Un rammendo che deve anche essere un’occasione per ripensare quali siano gli spazi più adatti all’educazione dei ragazzi. Parlo di tetti trasformati in osservatori astronomici e arricchiti di orti dove coltivare gli ortaggi per la mensa, di un piano terra che diventa una casa aperta ai genitori, ai nonni, ai pensionati che vogliono contribuire con la loro esperienza.

   Penso a palestre ma anche a spazi dove fare teatro, suonare e ascoltare la musica, a laboratori, biblioteche e sale vuote dove semplicemente si possa pensare. Perché anche il silenzio e la solitudine fanno parte dell’educazione. (Renzo Piano)

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PIANO E LE PERIFERIE

URGENTE RAMMENDARE LE NOSTRE RETI URBANE PER TRARNE NUOVE ENERGIE

di LEONARDO SERVADIO, da AVVENIRE del 19/6/2014

  “Rottamare” è un verbo spesso associato alle periferie. La proposta fu formulata da Aldo Loris Rossi, dell’Università di Napoli: in riferimento agli edifici sorti affrettatamente, frutto di speculazione, a volte pericolanti (in anni recenti vi sono stati diversi crolli).

   Il problema è noto: l’urbanesimo del secondo dopoguerra, quando l’economia italiana da agricola divenne industriale, ha portato all’improvvisa crescita delle città. Torino, Milano, Venezia (Mestre) hanno più che raddoppiato la loro popolazione. È scoppiata la cementificazione: in 60 anni s’è costruito più che in tutte le epoche precedenti assieme.

   E le periferie spesso sono diventati “non-luoghi”. Ricorrono i nomi del quartiere Zen di Palermo, delle Vele di Scampia a Napoli… Al che si aggiunge negli ultimi vent’anni la deindustrializzazione, coi vuoti lasciati da fabbriche dismesse. L’argomento è ampiamente dibattuto. Un po’ come avviene col tema dell’inquinamento: che fare dei rifiuti? Nasconderli, portarli altrove, abbandonarli? O riutilizzarli come fonte di nuova energia?

   La proposta di Piano non è nuova: per esempio Jaime Lerner, anni addietro capo dell’Uia (il consiglio mondiale architetti) propose «l’agopuntura urbana»: tanti piccoli interventi capaci di cambiar il volto dei quartieri.

   Nelle periferie vivono milioni di persone, capaci di immaginare un futuro migliore: un incrocio può diventare una piazza alberata, un capannone può essere trasformato in biblioteca. Se si potesse osservare in modo accelerato, come una moviola al contrario, il lento movimento delle trasformazioni urbane, si vedrebbe che nei secoli molti luoghi prima periferici sono diventati centrali. Il Duomo di Milano sorse nel XIV secolo ai margini della città; lo stesso accadde con S. Giovanni in Laterano o S. Pietro in Vaticano nella Roma tardo antica.

   Oggi i cambiamenti avvengono molto rapidamente. I Docks di Londra, come Harlem a Manhattan, da “rifiuti urbani” che erano sono divenuti ricchi di cultura e di socialità. A Tor Tré Teste in Roma una nuova chiesa firmata da Richard Meier ha attirato migliaia di turisti, lo stesso una chiesa progettata dallo Studio Fuksas tra Foligno e la campagna… E nelle periferie che cresce la città.

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LE NUOVE CITTA FRIULANE AL POSTO DEI COMUNI

ADDIO PROVINCE, NASCONO I “SUPER COMUNI”

di Marco Ballico, da “il Piccolo di Trieste”

– La giunta Serracchiani ridisegna la mappa degli enti locali. Territorio suddiviso in 18 AMBITI FINO A 50MILA ABITANTI. Trieste viaggia da sola –

TRIESTE. Le comunità montane spariranno. Stavolta davvero, a quanto pare. E con esse associazioni e unioni comunali che erano state introdotte dalla legge 1 del 2006, quella targata Franco Iacop, allora assessore della giunta Illy. Al loro posto, con un nome forse ancora da perfezionare, NASCONO GLI AMBITI, LA NUOVA SUDDIVISIONE, ANCHE GEOGRAFICA, DEL FVG.

GLI AMBITI

La maggioranza di centrosinistra, in un percorso che lo stesso Paolo Panontin definisce «ancora da condividere in alcune parti», sta abbozzando la riforma degli enti locali. L’assessore alla Funzione pubblica ha ben chiara la filosofia ma non vuole anticipare più di tanto dei dettagli. Gli Ambiti, a quanto risulta, potrebbero essere 18, uno di questi vedrebbe Trieste in solitaria. Ma le conferme, appunto, non arrivano, non prima di un vertice di coalizione fissato nell’ultima settimana di giugno.

I CONTENUTI

Ma come funzioneranno questi Ambiti? Che competenze gestiranno? Come saranno governati? Premesso che, prima delle ufficializzazioni, «è corretto e opportuno trovare il consenso più ampio possibile all’interno della maggioranza per poi confrontarsi anche con le opposizioni», Panontin chiarisce che numero e perimetri degli Ambiti non sono ancora definiti, così come vanno ulteriormente raffinate la rappresentatività dei territori (in questo tema rientra la questione minoranze) e la quantità, oltre che l’intensità delle funzioni da attribuire ai nuovi organismi.

GLI ENTI DA CANCELLARE

Sono i tre temi cardine su cui la maggioranza è impegnata a chiudere una prima bozza di testo. Nella convinzione già acquisita peraltro che questi Ambiti andranno a sostituire, cancellandole, le comunità montane e le diverse convenzioni, associazioni e unioni intercomunali partorite dalla legge 1. Si trattava, nello spirito della legge, di favorire comunioni d’intenti tra Comuni contermini inseriti in contesti omogenei dal punto di vista territoriale e socio-economico, finalizzate alla gestione associata di una pluralità di funzioni e servizi. Qualche esempio? L’esercizio congiunto poteva riguardare finanza e contabilità, tributi, commercio e attività produttive, urbanistica, servizi tecnici, gestione del personale e polizia municipale.

GLI ABITANTI

L’intento è ora di far nascere, sotto la veste degli Ambiti, aggregazioni sovracomunali più ampie di quanto poi concretizzato con la legge Iacop. Sulla carta, stando alle volontà già espresse di Panontin, si punta a METTERE INSIEME FINO A 50MILA ABITANTI, fatte salve le deroghe per la montagna ma con un sistema istituzionale che funzionerà allo stesso modo in Alto Friuli come in pianura.

SISTEMA DUALE

Di certo, una volta superate le Province, lo schema sarà duale. Da una parte la Regione, dall’altra i Comuni, aggregati per ambiti omogenei, rimarranno i due soli livelli istituzionali a dividersi le competenze della pubblica amministrazione in Fvg. Comprese quelle ancora nelle mani degli organi provinciali: mobilità, ambiente, viabilità, edilizia scolastica e lavoro. Con la Regione che ne uscirà presumibilmente alleggerita rispetto a oggi e i Comuni più responsabilizzati (e finanziati).

L’ITER

Uno schema che la giunta intende portare in Consiglio nel 2014, per poi farlo diventare operativo entro il 2015. «Siamo ancora in una fase in cui le diverse tematiche vanno digerite dai gruppi di maggioranza – aggiorna Panontin -, conto che la giunta possa approvare in via preliminare il ddl prima della pausa estiva». Dopo di che si tratterà anche di evitare il “traffico” autunnale: «Siamo impegnati anche su altri fronti importantissimi, dalla sanità alla cultura. E dunque andrà evitato di portare in una stessa seduta consiliare provvedimenti così rilevanti in contemporanea». In ogni caso, dopo il percorso consiliare e il confronto con i diretti interessati, quindi il Consiglio delle Autonomie, la riforma dovrebbe approdare in aula prima della maratona della Finanziaria di fine anno. (Marco Ballico)

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CITTÀ METROPOLITANA, LA PROVINCIA CHIEDE AL GOVERNO STOP PER VENEZIA

di Fiorella Girardo, da VENEZIE POST del 18/6/2014 (http://www.veneziepost.it/ )

   Stanno per scadere le province italiane, destinate a scomparire definitivamente entro l’anno, quando al posto di una decina di loro nasceranno le città metropolitane. Mentre si discute un passaggio tutt’altro che semplice, il consiglio provinciale di Venezia chiede di approvare una deroga e stoppare la legge, almeno per la realtà lagunare.

   Travolto dallo scandalo del Mose, il Comune di Venezia probabilmente andrà alle urne in autunno, retto fino ad allora da un commissario straordinario. Per questo motivo l’assemblea provinciale ha approvato un ordine del giorno che chiede al Governo e al Parlamento di modificare la legge istitutiva per spostare i termini di costituzione e dell’entrata in funzione della Città metropolitana.

   Nel testo si chiede il rinvio per stabilire tempi «coerenti con il rinnovo degli organi di governo del comune capoluogo, al fine soprattutto di garantire senza soluzione di continuità il mantenimento degli standard qualitativi e quantitativi nell’erogazione dei servizi attinenti alle funzioni fondamentali dell’Ente».

   Alla votazione non hanno preso parte i consiglieri del Pd, di Rifondazione comunista e del gruppo misto. Per la presidente della Provincia, Francesca Zaccariotto, si tratta di «una questione importante che riguarda il territorio, verificatasi a seguito delle dimissioni del sindaco; dobbiamo assumerci la responsabilità di una situazione ancora tutta da definire. E dobbiamo avere il coraggio di fare chiarezza e rispondere ai cittadini su questo tema».

   A maggioranza è stato inoltre approvato un ordine del giorno presentato da Fdi che chiede una modifica alla legge Del Rio per consentire l’elezione diretta di «sindaco e consiglio metropolitani».    Un tema, questo, più volte ribadito da Zaccariotto anche nell’ultimo incontro, presente il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni, con i primi cittadini della futura città metropolitana in cui si era discusso di statuto e ordinamenti. Gli appuntamenti messi in calendario sono stati congelati e poco si sa sui tempi della nascita dell’organismo, per legge stabilito il 1° gennaio 2015, mentre da qui ad allora sarebbe la presidente provinciale a reggere l’ordinaria amministrazione.

   SE VENEZIA PIANGE, NON SI RIDE NEANCHE DALLE ALTRE PARTI. «Le città metropolitane rischiano di nascere già in dissesto per colpa dei debiti delle Province, le quali negli ultimi anni hanno subito tagli fortissimi, che sono stati assai maggiori della spesa» ha lanciato oggi l’allarme il presidente dell’Upi (Unione Province Italiane) e assessore alla Regione Piemonte, Antonio Saitta, nel suo intervento a un convegno. «La grave situazione in cui sono state portate le Province – ha spiegato Saitta tra gli applausi dei partecipanti – naturalmente si ripercuoterà sulle funzioni che queste espletavano – soprattutto strade, scuole e ambiente – e tutto ciò peserà come un fardello sul futuro delle città metropolitane». L’amministratore piemontese ha suggerito ai partecipanti «di fare attenzione alla questione delicata delle funzioni e della loro collocazione, tema che non deve essere oggetto di battaglie istituzionali».

   Diverso il parere dei Comuni, espresso dal presidente dell’Anci e sindaco di Torino Piero Fassino. «La legge che istituisce le città metropolitane fa decollare, nonostante qualche criticità, un progetto che era fermo da più di 20 anni – ha ribattuto oggi – e ha una forte rilevanza, paragonabile soltanto al varo delle Regioni; la sua importanza è rilevante anche perché è stata pensata insieme alla revisione del sistema bicamerale, del titolo V e all’istituzione delle Province di secondo livello. Su tutte le riforme che ho citato – ha osservato il leader dei Sindaci – i Comuni rappresentano il filo rosso che lega tutto». Il progetto delle città metropolitane, ha poi evidenziato, «rappresenta dunque una scelta strategica per il futuro del Paese e per forza di cose si dovrà andare avanti con approssimazioni successive che consentiranno nel tempo nuovi miglioramenti».

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