PAESI CHE ODIANO LE DONNE – La connessione tra dominio maschile e paura dell’occidentalizzazione nel sentire comune dei Paesi in via di sviluppo, che provoca violenza sulle donne, parte emergente e innovativa di quelle società – Solidarietà concreta in favore del mondo femminile

SALWA BUGAIGHIS E’ STATA UCCISA il 25 giugno scorso a coltellate da estremisti islamici. Avvocatessa impegnata nelle prime giornate del febbraio-marzo 2011 della “primavera libica” contro il regime di Gheddafi a BENGASI, apparteneva a una famiglia da sempre di oppositori di Ghedaffi, e di quel piccolo gruppo di avvocati e intellettuali legati alla facoltà di legge nella capitale della Cirenaica che nei primi mesi cercò di organizzare e guidare la rivoluzione. Dopo la caduta del regime libico si era impegnata in particolare nel garantire in Libia i DIRITTI DELLE DONNE E DEI PIÙ DEBOLI. Si era dimessa dal Parlamento dopo meno di tre mesi dall’elezione, per protestare per la condizione femminile in Libia, sostenendo che le donne dovevano avere più voce
LIBIA – Nella foto: SALWA BUGAIGHIS a una manifestazione per i diritti delle donne a Bengasi – SALWA E’ STATA UCCISA il 25 giugno scorso a coltellate da estremisti islamici. Avvocatessa impegnata nelle prime giornate del febbraio-marzo 2011 della “primavera libica” contro il regime di Gheddafi a BENGASI, apparteneva a una famiglia da sempre di oppositori di Ghedaffi, e di quel piccolo gruppo di avvocati e intellettuali legati alla facoltà di legge nella capitale della Cirenaica che nei primi mesi cercò di organizzare e guidare la rivoluzione. Dopo la caduta del regime libico si era impegnata in particolare nel garantire in Libia i DIRITTI DELLE DONNE E DEI PIÙ DEBOLI. Si era dimessa dal Parlamento dopo meno di tre mesi dall’elezione, per protestare per la condizione femminile in Libia, sostenendo che le donne dovevano avere più voce

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   «HANNO paura, gli uomini indiani. Temono che l’emancipazione femminile possa significare la perdita della loro supremazia. E ogni forma di violenza verso una donna che aspiri a essere qualcosa di più di una brava moglie o figlia finisce per essere giustificata con il pretestuoso richiamo della tradizione». La considerazione di Anita Nair, scrittrice indiana intervistata da Valeria Fraschetti nell’articolo che in questo post proponiamo dà il senso vero delle difficoltà di comprensione di civiltà (non è vero che sia “scontro”) che accade in questo nostro tempo.

INDIA - MANIFESTAZIONE A NEW DELHI CONTRO LE VIIOLENZE SULLE DONNE
INDIA – MANIFESTAZIONE A NEW DELHI CONTRO LE VIIOLENZE SULLE DONNE

   Ogni tentativo di apertura e richiesta dei giovani, delle donne, dei paesi che potremmo continuare a chiamare “in via di sviluppo” (non è il caso di identificarlo con un credo religioso, l’India ad esempio non è islamismo…), ogni “primavera” e tentativo di ribadire i propri diritti individuali pari per ciascuna persona, ebbene questi tentativi di comunità e società dove ciascuno ha diritti uguali, fondamentali e imprescindibili della persona, tutto questo si scontra con resistenze e paure: di perdere il potere secolare (ad esempio da parte del mondo maschile su quello femminile), ma anche di diritti di “proprietà” sull’altro essere umano (la donna) fatto di violenze e opportunismi, di nessuna voglia di cambiare le proprie primitive e irrazionali volontà di dominio.

con la linea rossa si vedono i paesi con la maggiore violenza sulle donne (mappa da LIMES)
con la linea rossa si vedono i paesi con la maggiore violenza sulle donne (mappa da LIMES)

   Già in questo blog avevamo trattato delle violenze sulle donne in una geografia desolante (una mappa di quali paesi dove non è cosa fortunata nascere donna:

https://geograficamente.wordpress.com/2011/07/06/la-condizione-femminile-nell%80%9c/ ).

   Ma ci pare che, forse, qualcosa sta cambiando, seppur molto lentamente. Cioè che la coscienza collettiva internazionale si sta interessando di più alla questione femminile, in particolare in quei paesi finora senza una politica (e una giustizia) in difesa dei diritti delle donne e delle pari opportunità di genere.

   Proponiamo pertanto un breve incompleto excursus su continenti e paesi dove la questione dei diritti delle donne sembra più urgente, invitandoci (e invitandovi) ad approfondire i tema e a considerarlo una priorità nelle nostre attenzioni e azioni. (s.m.)

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L’assassinio di SALWA BUGAIGHIS

LIBIA: IL MARTIRIO DI SALWA, L’AVVOCATA DELLE DONNE

di Lorenzo Cremonesi, da “il Corriere della Sera” del 27/6/2014

– Era appena tornata a Bengasi per il voto. Accoltellata dagli estremisti islamici –

   Cosa poteva fare Salwa contro i suoi assassini? Cosa poteva fare una donna di 47 anni, forte solo delle sue idee, delle sue convinzioni, del suo coraggio morale, contro quattro o cinque giovani uomini armati di coltelli e pistole, ciechi di fanatismo religioso, decisi ad ucciderla? Dall’ospedale di Bengasi i bollettini medici parlano di un’aggressione brutale, senza scampo.

   Sembra sia stata accoltellata più volte. Ma la ferita letale è stata un proiettile alla testa. Alla camera operatoria è giunta in coma, per spirare subito dopo. Pare che una guardia del corpo sia stata ferita. Invece non si sa nulla del marito, Essam Ghariam: rapito, fuggito o nascosto? A casa non c’è.

   Così è morta mercoledì pomeriggio 25 giugno SALWA BUGAIGHIS, solo poche ore dopo aver votato sorridente per il rinnovo del parlamento. E con lei è morta un poco di più anche la speranza di una rivoluzione democratica frutto della «primavera araba», si è ulteriormente afflosciato l’ottimismo di una Libia libera finalmente dai fantasmi del dopo Gheddafi ed emancipata dalla minaccia qaedista.

   La morte di Salwa è in realtà l’ennesimo grido di dolore che arriva dalla parte migliore, più aperta del mondo arabo. Una richiesta di aiuto e allo stesso tempo un urlo di disperazione.  «Guardavamo a voi occidentali. Speravamo di poter diventare come voi. Avere il vostro benessere, i vostri media, la vostra democrazia, la vostra libertà di viaggiare, pensare e vivere. Ma ci stanno uccidendo. Lentamente stiamo morendo»: questo gridano le avanguardie di intellettuali, professionisti, studenti che solo tre anni fa erano pronti a morire in piazza pur di rovesciare le dittature.

   E Salwa, l’avvocatessa Bugaighis, era una di loro, a pieno titolo. La sua figura troneggia nelle memorie delle giornate concitate della sommossa contro Gheddafi a Bengasi nel febbraio-marzo 2011. Lei con la sorella Iman, docente universitaria appena poco più anziana, sono figlie d’arte. Il padre era stato cacciato in esilio tre decadi fa per la sua critica alla dittatura.

   Soprattutto Salwa fu parte trainante di quel piccolo gruppo di avvocati e intellettuali legati alla facoltà di legge nella capitale della Cirenaica che nei primi mesi cercò di organizzare e guidare la rivoluzione. «Magari moriremo. E allora? La storia non morirà. E la storia sta con noi. Noi siamo nel giusto», diceva lei convintissima. C’era sempre, a ogni riunione, alle manifestazioni, alle commissioni, a cercare di dare risposte per noi giornalisti stranieri. Bella, alta, il vestito e i capelli sempre curati, il sorriso determinato. Insisteva nel dire che le donne non avevano alcun obbligo di mettere il velo, neppure di fronte al montare dei bigotti islamici.

    Venne subito eletta nel Consiglio Nazionale Transitorio. E lei si impegnò immediatamente nel garantire i diritti delle donne, dei più deboli. Meno di tre mesi dopo la sua elezione nel primo parlamento si dimise sostenendo che le donne dovevano avere più voce. Già sentiva che specie dalla Cirenaica gli islamici radicali stavano diventando una minaccia. Ultimamente ne parlava di continuo nel suo nuovo ruolo di vice-presidente del Comitato per il Dialogo Nazionale.

   Ma era diventata anche più fatalista, consapevole dei pericoli, eppure sprezzante. «Non hai paura di tornare a Bengasi per le elezioni?», le abbiamo chiesto incontrandola due settimane fa nella hall dell’hotel Al Waddan a Tripoli. «Non posso tirarmi indietro. Bengasi è la nostra trincea. Devo esserci». Ora non parlerà più. La sua scomparsa ricorda il senso di disarmante impotenza di cui scrisse pagine memorabili Stefan Zweig, prima di morire suicida nel 1942 di fronte al deserto del nazismo. Salwa: ovvero la forza del coraggio civile, dell’intelligenza critica, tanto preziosa, eppure tanto vulnerabile di fronte alla brutalità dell’intolleranza. (Lorenzo Cremonesi)

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L’INDIA E LE VIOLENZE SULLE DONNE – L’intervista alla scrittrice Anita Nair

“LE VIOLENZE GIUSTIFICATE CON LA TRADIZIONE”

di Valeria Fraschetti, da “la Repubblica” del 27/6/2014

   «HANNO paura, gli uomini indiani. Temono che l’emancipazione femminile possa significare la perdita della loro supremazia. E ogni forma di violenza verso una donna che aspiri a essere qualcosa di più di una brava moglie o figlia finisce per essere giustificata con il pretestuoso richiamo della tradizione».

   ANITA NAIR ci parla dalla sua casa materna nel Kerala, quello stesso Stato dell’India meridionale verso cui è diretto il treno su cui viaggiano le sei protagoniste del suo romanzo più noto, Cuccette per signora. Tra loro, ci sono personaggi come Marikolanthu, segnata per sempre da uno stupro, o Akhila che, come single a 45 anni, fatica a sentirsi a suo agio in un Paese dove vige la regola dei matrimoni combinati. Personaggi che sembrano ispirati alle drammatiche cronache locali.

Signora Nair, questa settimana un uomo a Delhi ha ucciso la figlia di tre anni perché avrebbe preferito al suo posto un maschio. Com’è possibile che un Paese che ha avuto un premier donna, Indira Gandhi, già negli Anni ‘60, che ha manager in sari nelle multinazionali, sia anche uno dei più pericolosi al mondo per le donne?

«È vero, abbiamo donne ai vertici in politica e nell’industria. Ma quante sono? Una parte infinitesimale della società. Per il resto l’India è un Paese dove l’istruzione femminile è al 65% mentre quella maschile all’80. La maggior parte degli indiani ritiene ancora che investire nell’educazione di una bambina sia un investimento a fondo perduto e pericoloso».

Istruire le donne è rischioso?

«Una donna istruita è una minaccia allo status quo , al predominio maschile nella società. Ma soprattutto una donna è vista come un fardello economico, a causa della dote che suo padre sarà costretto a pagare per darla in sposa. Un regalo nuziale esoso, per il quale ci si indebita fino al collo. Perché finanziarle anche gli studi? Tanto meglio avere figli maschi, investire nella loro educazione, così un giorno avranno un buon lavoro e garantiranno una pensione ai genitori. Così ragionano in tanti, così la pensava probabilmente il signore che ha ucciso la sua bimba giorni fa».

La dote è bandita da una legge dal 1961. Perché il governo non la fa rispettare, se questo costume mette a repentaglio persino la vita delle bambine?

«Corruzione e mancanza di volontà dei funzionari pubblici, che hanno la stessa mentalità patriarcale delle persone che dovrebbero punire».

Intanto le donne non si ribellano abbastanza, però.

«Se denunciassero il futuro sposo che chiede loro una dote, nessun altro poi vorrebbe sposarle. Ed essere single in India è una macchia per l’onore della famiglia. Accade persino in Kerala, dove il tasso di alfabetizzazione è tra i più alti dell’India. La figlia della nostra domestica, per esempio, ha ricevuto una proposta di matrimonio da un ragazzo con cui non ha mai scambiato una parola, ma che le ha chiesto in dote 10mila rupie in contanti e 200mila in oro».

E la ragazza accetterà?

«Immagino di sì. Purtroppo le donne finiscono per essere complici dei soprusi che subiscono. Fin dalla loro infanzia si sentono dire che il loro ruolo nella società è diventare mogli devote, che l’uomo va rispettato sempre e comunque perché è un essere superiore. Anche per questo le violenze sessuali resistono così diffusamente».

Com’è possibile conciliare valori simili con l’immagine di modernità che l’India vuole dare di sé?

«Qui il rispetto della tradizione è tiranno, e le brutalità commesse contro le donne vengono giustificate in nome della tradizione. E la destra nazionalista indù al potere è da sempre molto abile nel proporre interpretazioni distorte dei testi sacri che esaltano la sottomissione della donna».

Col risultato che molti indiani accusano l’occidentalizzazione della cultura indiana della diffusione degli stupri.

«Esatto. L’influenza dell’Occidente è un formidabile capro espiatorio. Fa presa sugli indiani delle classi medie e basse, che si sentono minacciati dall’emancipazione femminile».

Da anni si discute della possibilità di riservare il 33% dei seggi in Parlamento alle donne. Aiuterebbe?

«Assolutamente, sì. Già a livello locale esistono le quote rosa, e le donne elette hanno dimostrato di essere in grado di migliorare i servizi più utili alla comunità femminile».

Cosa consiglierebbe inoltre al governo Modi per rendere l’India un Paese per donne?

«Più istruzione e più welfare. Al momento le indiane non dispongono di alcun aiuto economico se decidono di abbandonare i propri mariti».

Modi proteggerà le donne come ha promesso?

«L’ intellighenzia non lo crede. Io posso solo sperare che le sette donne ministre abbiano un’influenza su di lui. Ma è solo una flebile speranza». (Valeria Fraschetti)

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IL CUORE NERO DELL’INDIA

di Nilanjana S. Roy, da “la Repubblica” del 27/6/2014

– Con l’ascesa al potere della destra nazionalista, nel Paese si è riaperto il dibattito sulla contrapposizione tra “valori asiatici” e “occidentali”. Secondo la scrittrice NILANJANA ROY è però solo un pretesto per minacciare i diritti civili –

NEW DELHI –  Di tutte le schede utilizzate nelle scuole indiane come sussidio didattico quella del Bambino ideale è stata l’incubo della mia generazione. Il Bambino Ideale si alzava e si lavava i denti con cura, salutava i genitori, diceva la preghiera, arrivava a tavola puntuale, aiutava, faceva le commissioni e, cosa che lasciava più perplessi, accompagnava «i bambini smarriti al posto di polizia».

  Il Bambino Ideale incarnava determinati valori indiani e, nonostante l’aria innocua, nei suoi lineamenti abbozzati, identificabili con il classico aspetto degli indù e degli indiani del nord, e nella sua espressione di compiaciuta santità c’era qualcosa che terrorizzava la mia mente infantile. Ora che sono adulta e che in India la destra è tornata al potere capisco il perché di quel senso di nausea. Era un presentimento, la sensazione che si potesse fare appello a valori indiani tradizionali, altrimenti indiscutibili, come il rispetto per la propria famiglia, l’obbedienza agli anziani, la modestia femminile, al fine di emarginare o reprimere determinati gruppi.

   IL NUOVO GOVERNO DEL BHARATIYA JANATA PARTY PARE DECISO A ISPIRARSI ALL’ASIA SOTTO IL PROFILO POLITICO E CULTURALE. Il primo ministro NARENDRA MODI si propone come figura autorevole – addirittura autoritaria – in linea con l’ideale regionale dell’uomo forte. Ha sempre curato i contatti con le sue controparti. Ha in calendario visite ufficiali in Bhutan e in Giappone e il ministro degli Esteri cinese ha appena concluso il suo viaggio in India.

   L’approccio di Modi non è frutto semplicemente di una scelta personale, ma specchio di un più ampio mutamento in corso in India, soprattutto tra i politici e gli intellettuali di destra, alla ricerca di un insieme di NORME CULTURALI ASIATICHE CONDIVISE che possano aiutarli a creare e rafforzare un nuovo senso di identità indiana.

   Negli Anni ‘90 l’ex primo ministro di Singapore, Lee Kuan Yew, scatenò un aspro dibattito ponendo un distinguo tra libertà occidentali da un lato e, dall’altro, la visione asiatica dell’armonia dell’esistenza, in cui i diritti individuali possono essere sospesi per il bene comune. In India, il dibattito sui ‘valori asiatici’ portò tra l’altro a discutere sullo sviluppo e a tentativi di screditare gli ambientalisti, accusati di farsi troppo influenzare dall’Occidente.

   Le problematiche sono le stesse ora come allora. L’economista AMARTYA SEN nel 1997 si chiedeva: «QUALI POSSONO ESSERE CONSIDERATI I VALORI DI UNA REGIONE COSÌ ESTESA E COSÌ ETEROGENEA? ». Appellarsi all’identità indiana o asiatica in un paese o in una regione così plurale spesso diventa un pretesto per la maggioranza per tacitare molte minoranze. Sen si chiedeva anche perché mai i “concetti occidentali” dovessero essere considerati per principio «in qualche modo estranei all’Asia».

   Qualche settimana fa i media indiani hanno divulgato un rapporto dell’intelligence sull’influsso esercitato dalle ong. Tra l’altro il rapporto conclude che molte ong locali, alcune finanziate da «donatori con sede negli Usa, Regno Unito, Germania, Olanda e paesi scandinavi», avevano utilizzato «argomenti incentrati sulle persone» per bloccare i progetti di sviluppo. Il rapporto sostiene inoltre che l’operato delle ong è in parte «funzionale agli interessi strategici di politica estera» dei governi occidentali.

   Questo linguaggio rigido e burocratico non è solo una peculiarità dell’intelligence, ma rivelatore di un ATTEGGIAMENTO DI SOSPETTO NEI CONFRONTI DELL’OCCIDENTE E DELLA CULTURA DEI DIRITTI UMANI come opera occidentale, atteggiamento diffuso in India tra politici e imprenditori e, a dire il vero, tra molta gente comune.

   Tutti i grandi casi di stupro ad esempio hanno recentemente scatenato una reazione bellicosa nei confronti delle vittime, spesso espressa in termini che pongono l’India in opposizione all’Occidente.

   Il 7 giugno S. Gurumurthy, uno dei massimi ideologi dell’organizzazione di estrema destra Rashtriya Swayamsevak Sangh, ha sollevato un piccolo vespaio con un tweet: «Se le donne indiane si occidentalizzeranno gli stupri aumenteranno di 50/60 volte, portandosi ai livelli occidentali, ma la stampa tacerà e non ci sarà alcun intervento delle Nazioni Unite». Nei successivi tweet ha spiegato cosa intende per OCCIDENTALIZZAZIONE: «INDIVIDUALISMO SFRENATO CHE DISTRUGGE I RAPPORTI E LE FAMIGLIE».

   Oggi SI TIRA IN BALLO L’INFLUENZA NEFASTA DELL’OCCIDENTE NON SOLO PER MOTIVARE LA VIOLENZA SESSUALE sulle donne, ma anche per spiegare perché la cultura indiana è in pericolo, perché bisognerebbe censurare gli artisti e perché chi mette in discussione i costi dello sviluppo è “contro la nazione”. In altri termini il dibattito sui valori riapertosi in India è già diventato un pretesto per attaccare i diritti civili e politici.

   A suo tempo Sen aveva sostenuto che «i cosiddetti valori asiatici a cui si fa appello per giustificare l’autoritarismo non sono prettamente asiatici in alcun senso significativo». Il suo fu un saggio tentativo di superare inguaribili dicotomie. Ma faceva appello alla razionalità e ultimamente la razionalità è un valore che non sembra troppo indiano. (The New York Times. Traduzione di Emilia Benghi)

STUPRATE E IMPICCATE A 14 ANNI: L’INDIA RESTA IL PAESE DEGLI ORRORI PER LE DONNE

di Alessandra Muglia, da “il Corriere della Sera” del 30/5/2014

   Sono stati per ore fermi in silenzio sotto l’albero di mango con l’orrore negli occhi: due ragazzine appese ai rami, i loro corpi senza vita a raccontare le brutali violenze subite. Gli abitanti di Katra, villaggio dello Stato indiano dell’Uttar Pradesh, le avevano cercate fino a notte fonda dopo che la famiglia ne aveva denunciato la scomparsa martedì sera, allarme inascoltato dalla polizia. Si sono mobilitati e  quando le hanno trovate, hanno impedito a chiunque — medici, agenti —  di portarle via: «Non ce ne andremo fino a quando i responsabili non saranno arrestati», hanno scandito, come a voler dare alle due giovani vittime quella protezione che non hanno potuto avere da vive, quando un gruppo di sette uomini, tra cui due poliziotti, le ha assalite, ripetutamente stuprate e strangolate prima di appenderle al mango. Erano due sorelle, poco più che bambine, di 14 e 15 anni.

   Sono state aggredite mentre camminavano in un campo alla ricerca di un posto appartato da usare come bagno, di cui casa loro è sprovvista. Una consuetudine per quasi la metà degli indiani, visto che una casa su due nel Subcontinente non dispone di toilette, anche se ha un telefono. Una delle contraddizioni di un Paese dove la modernità si fa strada senza soppiantare angusti retaggi del passato, che certo non basta a dare ragione di come nella più grande democrazia al mondo le donne siano pesantemente discriminate e in pericolo di vita.

   Dopo il clamore e la mobilitazione per Nirbhaya, la studentessa brutalmente stuprata e uccisa su un bus di New Delhi nel dicembre di due anni fa, l’India sembrava determinata a fare i conti con l’anima più nera della sua cultura e dei suoi uomini. Invece è rimasto il Paese dove si compie uno stupro ogni 22 minuti. Dove ogni 90 minuti una donna viene bruciata per controversie legate alla dote.

  «Nella maggior parte degli Stati indiani la donna non ha diritto all’eredità, quindi i genitori della sposa “trasferiscono” i propri lasciti in dote al marito. Dopo il iniziano le torture per estorcere più beni, spesso fino alla morte», spiega la commentatrice indiana Rini Simon Khanna.  Anche se il pagamento e l’accettazione della dote è illegale da oltre 40 anni e anche se nessuno lo dichiara, il fenomeno è ancora dilagante e l’UTTAR PRADESH è tra gli Stati dove è più diffuso.

   E pensare che per anni questa regione è stata governata da una donna dalit («fuori casta», come le due ultime giovani vittime). Ma la controversa Mayawati ha pensato più a immortalare se stessa in statue autocelebrative che alle «sue» donne. E anche ora non arrivano segnali incoraggianti: il mese scorso il capo del partito al governo, Mulayam Singh Yadav, si è detto contrario alla nuova legge introdotta sull’onda dell’indignazione per il caso di Nirbhaya che arriva a punire con la morte gli stupratori. «I ragazzi sono ragazzi, fanno errori», ha detto indulgente.

   Quel che resta dopo Nirbhaya sono anche più denunce e più servizi per sole donne come taxi, treni, bus. «E’ atroce, così la società patriarcale ci dice che non ha intenzione di proteggere le donne ma di segregarle» commenta Jayati Ghosh, docente della Nehru University di New Delhi.

   Resta purtroppo anche una diffusa cultura dell’impunità. Beena Pallical del National Campaign on Dalit Human Rights osserva che le vittime di stupro soffrono prima per l’aggressione e poi per la non volontà delle autorità a fare indagini. «E’ una storia senza fine. Le violenze vanno avanti qualsiasi cosa facciamo» dice scoraggiata.

   «L’unica cosa che può funzionare come deterrente nei casi di stupro è la velocità del processo» dice Ayesha Kidwai, docente della Nehru University  impegnata a difendere i diritti delle donne.

   «Le tradizioni patriarcali indiane  portano gli uomini a usare lo stupro come un mezzo per impaurire le donne» spiega l’attivista Ranjana Kumari, «cambiare questa mentalità è una sfida durissima». (Alessandra Muglia)

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NIGERIA, BOKO HARAM RAPISCE ALTRE 60 GIOVANI DONNE

da “l’Unità” del 25.6.2014

   Un altro sequestro in Nigeria. Più di 60 donne e ragazzine sono state rapite nel Nord-Est del Paese. Il sequestro è stato attribuito al gruppo BOKO HARAM, sebbene non vi sia stata ancora alcuna rivendicazione. Nell’incursione sono state uccise almeno 30 persone, secondo quanto riferito da alcuni testimoni scampati alle violenze.

   Le donne sono state prelevate la scorsa settimana dal VILLAGGIO DI KUMMABZA, nel distretto di Damboa, Stato di Borno. La notizia è resa nota da un alto funzionario del Governo del distretto di Damboa. Le forze di sicurezza hanno però negato i rapimenti: il ministero della Difesa di Abuja ha riferito con un tweet di essere ancora in attesa di una conferma ufficiale del nuovo sequestro.

   «Non possiamo confermare neppure ora le notizie circa il rapimento di ragazze nel Borno », ha poi spiegato il portavoce della Difesa nigeriana. Un altro rappresentante anonimo del Governo locale di Damboa ha confermato alla testata Leadership la notizia del sequestro.

   Secondo un portavoce delle pattuglie di zona, Aji Jalil, i sequestrati sarebbero 91, di cui 60 donne e ragazze. Non ci sono stati modi di verificare in modo sicuro e indipendente la notizia proveniente da Kummabza, a 150 chilometri da Maiduguri, capitale dello Stato di Borno.

   Aji Khalil, membro di un gruppo locale anti-Boko Haram, ha detto che i rapimenti sono avvenuti sabato, nel corso di un attacco nel quale 30 abitanti sono rimasti uccisi. Khalil fa parte di uno dei gruppi di vigilanti che hanno avuto qualche successo nel respingere gli attacchi di Boko Haram con armi primitive.

   L’esercito nigeriano si è messo sulle tracce del gruppo terroristico e non meno di 70 presunti miliziani di Boko Haram sono stati uccisi ieri con un raid aereo dell’aviazione nigeriana. La notizia è stata confermata dal portavoce della Difesa, Chris Olukolade, e da testimoni locali. I miliziani avrebbero partecipato lo scorso weekend agli attacchi contro i villaggi di Chuha e Korogilim nello Stato del Borno. Uno dei testimoni locali, Joshua Yakubu, afferma di avere visto, dopo il bombardamento, un centinaio di corpi senza vita. Un blitz delle forze di sicurezza del Camerun contro i miliziani ha portato alla morte di altri 8 guerriglieri di Boko Haram. LA REAZIONE L’area è comunque LA STESSA, NELLO SCORSO APRILE, BOKO HARAM AVEVA GIÀ PRESO IN OSTAGGIO OLTRE 200 LICEALI, ANCORA TRATTENUTE contro la loro volontà. I terroristi avevano diffuso un video in cui le liceali rapite venivano presentate coperte integralmente dal velo. In questo caso la comunità internazionale si è mobilitata (…)

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CRONACHE DAL NIGER – IN FUGA DALLA GUERRA E DAGLI STUPRI

di Mauro Armanino, 15 giugno 2014 da IL FATTO QUOTIDIANO

… Una volta arrivati nella foresta ho visto il campo delle donne. Ho vissuto per circa 9 mesi in foresta, schiava sessuale delle milizie armate. Un giorno una ragazza ha voluto fuggire ed è stata uccisa sul posto. Ho visto sgozzare bambini e tagliare il sesso di un uomo. Ho visto strappare il cuore della gente per mangiarlo. Altri cuori erano conservati in foglie di banano. Ho visto madri obbligate ad avere rapporti coi propri figli. Ero stuprata quasi ogni giorno da vari miliziani. Piangevo recitando il nome dei miei figli, di mio padre, delle mie sorelle, di mia madre e dei miei fratelli. Ogni giorno la mia vita finiva e vedevo a cosa era ridotto l’amore. Ci nutrivamo di foglie e di millepiedi. Era disgustoso. Soprattutto il corpo delle donne non aveva più nessun valore. Ho rimpianto di essere una donna…

Judith è tornata al suo paese di origine qualche settimana fa. E’andata a Goma per incontrare la sua storia con quella delle donne stuprate durante la guerra. Spera di rivedere le sue figlie in Olanda.

… Mio padre era capitano. Lo ricordo all’avvicinarsi delle feste di Natale. Ci faceva dei regali, ci comprava vestiti nuovi, giocattoli e la bicicletta. Ciò faceva la gioia di Davis e la mia. Da quando lui non c’è più la mia vita è cambiata. Penso sempre a mio padre che è morto sotto i miei occhi. Un mattino ci siamo svegliati, stavo conversando con mio padre quando abbiamo visto una macchina che si fermava. Alcuni uomini armati sono usciti con le armi in pugno. Ci hanno portati in un casolare abbandonato e hanno iniziato a picchiarci entrambi. Mi hanno violentato davanti  a lui e quando hanno finito con me gli hanno sparato. Non si fermavano di sparare malgrado il sangue che scendeva sul suo corpo. Ho visto mio padre morire. Da quel giorno sono una ragazza senza forze. Siamo scappate con mia madre e abbiamo lasciato tutto. La bella casa, i miei giocattoli, la mia scuola, la mia camera e la nostra macchina. Anche la mia vita è cambiata. E’ diventata un incubo. Mi ricordo sempre di mio padre e gli parlo. A volte lui mi viene vicino quando dormo e mi consiglia …

Ornella ha imparato taglio e cucito in una scuola. A fine mese riceve il diploma di fine corso. Desidera tornare in Centrafrica da suo zio. Si porta sempre appresso una bambola di pezza.

... Eravamo una famiglia unita malgrado i figli che mio padre aveva avuto con altre donne. Mia madre lo diceva di nascosto. Io non le credevo perché lui mi voleva bene e mi sorprendeva sempre coi regali. Siccome ero spesso malata mia madre mi vietava di fare i lavori domestici. A scuola ero piuttosto  svogliata e mio padre mi ha punito una sola volta. Ogni domenica si partiva in chiesa e a volte anche durante la settimana. La domenica era una festa perché potevamo sottrarre una parte dei soldi dell’elemosina per comprarci i dolci e le caramelle. Mio padre voleva che io diventassi una suora ma a me piaceva il mestiere di sarta di alta moda. Nel 1997 i ribelli attaccarono la capitale. Ci siamo chiusi in casa ma dopo qualche giorno i soldati entrarono e uccisero mio padre davanti a noi. Con mia zia, mia madre e mia sorella minore ci siamo rifugiate a Brazzaville da una famiglia amica. Poi i militari ci hanno portato in foresta per un anno. Le donne erano stuprate e tutti erano picchiati. Abbiamo potuto scappare all’estero…

Jodelle lavora in un internet café di Niamey. Vorrebbe studiare l’inglese ed è sarta. Ha incominciato a cucire il suo abito da sposa. Non vuole tornare al paese. Spera di abbandonare l’Africa.

… Mi trovo a Niamey dal 2009. La guerra di Goma mi ha portato fin qui. Hanno ucciso mio marito e altri familiari. Mia figlia piangeva e i vicini la sgridavano per paura. Alcuni vicini ci hanno aiutato a partire con l’aereo nel Mali e da lì siamo arrivati in Niger. Non conoscevo nessuno: tutto era difficile. Ho portato a Niamey l’altra figlia che non vedevo da 5 anni. Parliamo nel dialetto di quando era bambina. La guerra fa molto male. Però bisogna imparare a perdonare. Solo così Dio asciuga le nostre lacrime. Sono contenta perché le mie figlie ora sono qui con me…

Miriam lavora come domestica e ha cambiato molti padroni. Adesso affitta una camera con le figlie nel centro città. Vuole celebrare degnamente il 20 giugno. Giornata mondiale dei rifugiati. (Niamey, giugno 2014)

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IRAQ, CHE ACCADE

DONNE A CASA, CRISTIANI TASSATI: IL CODICE DEL CALIFFATO

di Lorenzo Cremonesi, da “il Corriere della Sera” del 24/6/2014

– Le 16 regole diffuse dai jihadisti a Mosul «E’ ora di accettare il nuovo ordine» –

BAGDAD — Donne relegate in casa, cristiani costretti a pagare una tassa minima di 250 dollari mensili, tagli delle mani per i ladri, pena di morte per chi rinnega l’Islam: così i gruppi più radicali del fronte sunnita lanciato alla conquista dell’Iraq fanno rivivere l’utopia teocratica del «Califfato».

   Sino a qualche giorno fa le voci che in particolare i militanti dello «Stato Islamico dell’Iraq e del Levante» avessero diffuso per le strade della provincia di Ninive e nella città di Mosul (da loro presa il 9 giugno) un «CODICE DI CONDOTTA» articolato in 16 punti, e modellato sulla loro interpretazione radicale della legge islamica, appariva più propaganda che realtà. Se è vero che in guerra la prima vittima è in genere la verità, allora occorre stare molto attenti a rilanciare la gigantesca mole di notizie incontrollate riguardanti Iraq e Siria che arrivano da ogni dove, moltiplicate dai social network nell’era di internet.

   Ma con il passare del tempo la storia del «CONTRATTO CON LA CITTÀ», come pare abbiano chiamato il documento, sta assumendo consistenza. E i suoi contenuti fanno paura. «Anche noi all’inizio lo abbiamo preso con le pinze. Eppure l’islamizzazione forzata in nome del Califfato è ormai una realtà. E proprio per questo stiamo cercando di fare uscire da Mosul gli ultimi circa 500 cristiani», ci diceva ieri pomeriggio presso il patriarcato caldeo di Bagdad il 35enne padre Tahir Essa.

   «Il problema più grave che registriamo nelle zone perdute dal governo centrale è che sono adesso occupate da una pletora di gruppi e milizie molto differenti tra loro. Se si è sotto il controllo dei baathisti e delle tribù sunnite locali, non va male. Ma se invece arrivano le brigate straniere dei volontari della jihad allora è una catastrofe. Almeno due chiese di Mosul sono state derubate e vandalizzate. I radicali più cattivi arrivano da Arabia Saudita, Yemen, Cecenia, Afghanistan e si danno alla furia iconoclasta, abbattono statue e sfregiano i quadri dove appare il volto umano. Hanno già detto che distruggeranno le croci sui campanili, elimineranno ogni simbolo pubblico del cristianesimo, come i Talebani in Afghanistan», aggiunge.

   Tra i sedici punti si leggono la proibizione al politeismo, dell’apostasia dell’Islam, l’obbligo per gli ex poliziotti e militari del governo di Nouri al Maliki di fare una dichiarazione di pentimento pubblica, il dovere per i musulmani di recitare le preghiere alle ore comandate, le amputazioni per i ladri, la crocifissione per i delitti più gravi, il divieto del consumo di droghe, alcool e tabacco.

   PER LE DONNE LE INDICAZIONI SONO PRECISE: «DEVONO RESTARE IN CASA, USCIRE SOLO SE NECESSARIO, IL LORO RUOLO È PROVVEDERE ALLA STABILITÀ DEL FOCOLARE». Padre Essa sostiene che per i cristiani la situazione è nettamente peggiorata negli ultimi tre o quattro giorni. Da quando cioè i gruppi radicali hanno rispolverato l’antica formula dei «dihimmi» (come venivano definiti una volta ebrei e cristiani nelle terre dell’Islam) e come tali costretti a pagare la «jizyah», la tassa tradizionalmente imposta ai non musulmani.

   «La jizyah ha rappresentato la classica goccia che fa traboccare il vaso. Come minimo chiedono 250 dollari per ogni adulto. Una cifra impossibile, specie se si tiene conto che il salario medio supera di poco i 500 dollari, ma soprattutto che oggi nessuno lavora. Come possono pagarla!», esclama. La alternative? La conversione o l’espulsione. Chi resiste rischia di vedersi requisire ogni proprietà. I capi delle comunità cristiane di Bagdad tengono ora canali di comunicazione aperti con i correligionari rimasti nelle terre della guerra e dei tentativi di Califfato.

   Dalla zona di Abu Ghraib, una ventina di chilometri a ovest della capitale ora i mano alla rivoluzione sunnita, hanno fatto fuggire una quarantina di famiglie. Ma gli spostamenti stanno diventando sempre più difficili.

   Attorno a Mosul si combatte ancora. E soprattutto appare sempre più evidente il piano sunnita di circondare completamente la capitale. Ieri si sono registrati attacchi sanguinosi anche sulle strade che da Bagdad vanno verso il meridione sciita. La determinazione delle brigate sunnite resta granitica. Recitano nelle ultime righe del loro «Contratto» rivolgendosi alla popolazione irachena: «Avete provato tutti i sistemi di governo laici — monarchia, repubblica, baathismo, Saddam Hussein — e ne siete rimasti vittime: è arrivata l’ora di accettare il Califfato islamico». (Lorenzo Cremonesi)

IRAQ

TRA LE GUERRIERE DELLA CITTÀ ASSEDIATA “BAGDAD HA PAURA MA LA DIFENDEREMO”

di Vincenzo Nigro, da “la Repubblica” del 26/6/2014

– Gli islamisti dell’Isis avanzano da nord e la capitale già viene colpita da una raffica di attentati. Così migliaia di donne sciite prendono le armi per respingere i jihadisti –

BAGDAD. La paura di Bagdad è già dentro la città, già dentro il suo popolo. Nella testa di ogni uomo e donna di questa distesa di asfalto e cemento tagliata dalle acque marroni del Tigri. La paura è figlia di una certezza: la guerra non ha bisogno di entrare dentro la città, i miliziani dell’Isis non hanno bisogno di attaccare con una colonna di blindati, con le bandiere nere al vento. La città ormai è già divisa in due, fra sciiti e sunniti. È la gente è spaventata dall’avanzata dei miliziani jihadisti, che stanno seminando il terrore poco più a nord.

   La guerra è già dentro la città, colpita da una raffica di attentati. Il più grave nel quartiere sunnita di Mahmudiyah, a sud di Bagdad, dove un kamikaze si è fatto esplodere uccidendo 12 persone. E per la prima volta da quando è sotto il controllo dei Peshmerga curdi, anche Kirkuk, nel nord del Paese, è stata colpita dagli attacchi degli islamisti.

   Gli uomini che ci avevano portato a Sadr City, il mega-quartiere popolare sciita, ci presentano una donna: è venuta da Najaf, dove ha creato una Ong che si occupa di donne nel cuore dell’Iraq sciita. Najaf è una città santa, la base di Moqtada Sadr, il religioso che ha appena ricostituito il suo esercito battezzandolo “l’Armata della Pace”. Lei lavora con donne vedove o divorziate per aiutarle a sopravvivere e mandare avanti le loro famiglie.

   SHUKRIA KADUM ha 45 anni, la sua fondazione si chiama “El Foudala”. E’ venuta a Bagdad spinta dalla macchina di propaganda dei sadristi per dire che lei e molte sue compagne non hanno paura, sono pronte a imbracciare il kalashnikov per difendere «il popolo (sciita) contro i terroristi (sunniti) che ci minacciano». «Sono quasi professionale nell’uso delle armi leggere», afferma la donna col chador nero senza nessun imbarazzo, «perché quando ero giovane e c’era ancora Saddam, il nostro movimento ci preparò a difenderci dal dittatore».

   «Siamo pronte a combattere, nella mia Ong ci sono 3000 donne, e già 45 si sono dette volontarie». Quindi: UNA DONNA VEDOVA, CHE AIUTA LE SUE COMPAGNE A SOPRAVVIVERE IN UNA SOCIETÀ CONSERVATRICE DURA E DIFFICILE COME QUELLA SCIITA. Che viaggia senza paura fino a Bagdad per propagandare la sua voglia di combattere in una guerra civile.

   Nella hall del Baghdad Hotel due avvocati sciiti commentano invece i due fatti del giorno, il premier Al Maliki che ha detto di non essere assolutamente disposto a varare un governo di unità nazionale. E poi i terroristi di Al Qaeda in Siria (Al Nusra) che chiedono alleanza ai colleghi dell’Isis vittoriosi in Iraq. Col particolare che fino a ieri Al Nusra e Isis in Siria si combattevano e si tagliavano le teste fra loro peggio di quanto provavano a fare con il regime di Assad. L’accordo sembra essere tattico, e mira a saldare il fronte jihadista nella battaglia contro le forze governative irachene e siriane.

   Ebbene, i due civili avvocati sciiti quasi esultano per il “tanto peggio tanto meglio”. «Dobbiamo arrivare alla resa dei conti, dob- biamo preparaci allo scontro finale, non ci sarà altra soluzione, con i sunniti non dobbiamo fare nessun governo, e se il mondo vede che sono tutti inquadrati sotto il segno di Al Qaeda forse ci aiuterà! ».

   In sé la sparata di Al Maliki è quella di un politicante prevedibilmente aggrappato alla poltrona: vede che il fallimento dei suoi 8 anni di governo viene denunciato da tutti, innanzitutto dagli altri partiti sciiti, poi dagli americani che lo aiutarono a salire al potere, vede la freddezza e la cautela degli stessi iraniani. Ma anche lui ha paura, di esser fatto fuori, prima politicamente e poi chissà cosa. Per questo attacca, denuncia che «il tentativo creare un governo nazionale è un golpe contro la Costituzione ». Questo mentre i miliziani dell’Isis continuano a colpire il suo esercito.

   Altro segnale che la confusione aumenta è il racconto di due dottori, due specialisti che si occupano di oncologia pediatrica. Sono molto vicini all’Italia, il loro progetto nella Medical City di Bagdad è stato rafforzato dalla Ong italiana Intersos che dopo il 2003 ha mandato qui il suo leader per un progetto di collaborazione anche con strumenti di telemedicina sponsorizzati dalla Telecom. Verificano a distanza le diagnosi del cancro ai bambini e si scambiano informazioni e protocolli sul modo migliore per curarli.

«Ringraziamo la Sapienza di Roma, ha aiutato anche me quando sono stata colpita da un cancro al seno», dice la dottoressa Salma Abbas. Parla della cooperazione sanitaria anche il dottor Walid Abdul Kasam che con lei partecipa al progetto di Intersos. Ma improvvisamente il discorso si sposta su Bagdad e sui suoi cittadini. Innanzitutto sul fatto che PIÙ DELLA METÀ DEGLI IRACHENI DA ANNI AVREBBE BISOGNO DI MASSICCE CURE PSICHIATRICHE. «Abbiamo paura, mille paure. Dal 2003 in poi è stato devastante per tutti noi», dicono i due medici, «e adesso c’è questo ritorno annunciato della guerra settaria che devasta le famiglie, gli amici, le nostre coscienze, i nostri cervelli ».

   Da qualche anno la dottoressa Salma si è spostata dalla casa in cui aveva sempre vissuto, da un quartiere sunnita a una zona sciita, che è la confessione a cui appartiene. «Ma noi per anni ci siamo incrociati nei matrimoni, abbiamo vissuto insieme, abbiamo famiglie miste… il fatto è che i sunniti non vogliono accettare di dividere il potere, non voglio accettare che noi siamo il 60 per cento di questo paese, vorrebbero continuare a comandare solo loro come è avvenuto per centinaia di anni… non abbiamo paura che la guerra arrivi da fuori, ma che esploda qui, dentro la città, fra tutti noi».

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LA SVEZIA SOTTO CHOC: SESSANTA BIMBE MUTILATE

di Monica Perosino, da “la Stampa” del 23/6/2014

– Le infibulazioni scoperte a scuola. Scricchiola il modello d’integrazione – I sistemi sanitario e scolastico svedesi sono in allarme: molte infibulazioni vengono praticate nei Paesi di origine durante le vacanze estive –

   Un altro strappo, inatteso e doloroso. Proprio nel Paese, la Svezia, in cui le regole, la legge e la difesa dei diritti sono ormai talmente interiorizzati da essere dati per scontati. Eppure la spaccatura tra la società-stereotipo e quella reale sembra essere sempre più profonda.

   Dopo le prime aggressioni neonaziste a una manifestazione di pacifisti a marzo, le «schedature» segrete dei Rom, gli scontri delle «banlieu» dell’anno scorso, i raid degli estremisti di destra contro gli immigrati, ancora una volta la patria del benessere viene risvegliata dai colpi della realtà.

   I servizi sanitari di NORRKÖPING, città di 80 mila abitanti della Svezia orientale, hanno scoperto che 60  bambine e ragazze dai 4 ai 14 anni hanno subito mutilazioni genitali, 30 di loro sono nella stessa classe. La maggior parte è stata vittima della peggiore forma di mutilazione «rituale», con l’asportazione totale di clitoride e grandi labbra e l’area genitale cucita quasi completamente.    In Svezia la pratica è illegale già dal 1982 (in Italia solo dal 2006), e viene punita con quattro anni di prigione, dieci nei casi più gravi. Dal 1999 è reato anche se praticata in altri Paesi. E ora l’allarme è altissimo, visto che molte mutilazioni vengono fatte all’estero, durante le vacanze estive, quando molte famiglie tornano ai loro Paesi d’origine dove sono ancora oggi un rito di passaggio all’età adulta diffusissimo. Secondo l’Eige, l’agenzia europea per l’uguaglianza di genere, la diffusione delle Fmg in Svezia ha coinciso con l’enorme flusso migratorio dall’Africa subsahariana – soprattutto dalla Somalia – negli Anni 80. Per questo i legislatori scandinavi, ancora una volta, hanno tentato di prevenire il danno con una regola. Ma non è bastato.

   Gli effetti sulla ragazzine sono devastanti: infezioni gravissime, infertilità, disturbi psichici, emicranie, crampi e, naturalmente, l’annientamento completo e definitivo della vita sessuale. «Abbiamo scoperto le mutilazioni durante i colloqui periodici con gli studenti: è stato uno choc – dice Juno Blom, direttrice del Dipartimento di sostenibilità sociale dell’Östergötland – . Questo è un risveglio vergognoso per tutti noi».

 «Vergogna», è questa la parola che corre di bocca in bocca, sui giornali, in televisione, nelle eterne riunioni che caratterizzano tutte le pieghe della società fondata sul confronto. Vergogna e senso di colpa. Per questo nessuno osa fare differenze tra i membri della società-stereotipo e quelli più reali della società multirazziale, nessuno allude all’origine delle vittime. Sono svedesi, punto. Svedesi da proteggere. «Il caso Norrköping – spiega Blom – potreb be essere strumentalizzato da forze xenofobe. Esacerbare ancora di più le tensioni. Non deve succedere. Qui in Svezia è incredibilmente importante che tutti siano trattati allo stesso modo». (Monica Perosino)

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CINA, LA TRATTA DELLE VIETNAMITE – RAPITE E VENDUTE COME MOGLI AI CINESI

di Ilaria Maria sala, da “la Stampa” del 25/6/2014

– Nelle zone rurali la politica di Pechino del figlio unico e il fenomeno delle bambine non nate hanno portato a una crescente richiesta di donne. Il governo vietnamita avvia un programma per difendere le concittadine: “Non girate da sole nelle zone di frontiera, non seguite gli sconosciuti”. –

HONG KONG – Donne vietnamite rapite e vendute per soddisfare la richiesta di mogli in Cina nelle zone rurali, rimaste maggiormente vittime della politica del figlio unico e dell’impatto che ha avuto sulle bambine non lasciate nascere.

Una donna vietnamita nella zona al confine con la CIna  (da "la Stampa_it")
Una donna vietnamita nella zona al confine con la CIna (da “la Stampa_it”)

   Nuove rivelazioni fatte all’agenzia di stampa AFP mettono in luce il crescente traffico di donne che avviene in particolare lungo la frontiera che divide la Cina dal Vietnam, specialmente nelle zone intorno alla città di frontiera di Lao Cai – una città di commercio molto attiva, attraversata da una linea ferroviaria che collega Hanoi alla capitale della regione del Yunnan, Kunming.

   Solo alcune delle donne che vengono rapite e vendute – anche da membri delle loro stesse famiglie – riescono a contattare la polizia cinese e essere riportate in Vietnam, dove vengono accolte da centri creati negli ultimi anni proprio a questo scopo. Altre, meno fortunate, restano sposate per anni a uomini che le hanno acquistate per poter avere una discendenza.

   Rimangono dunque nascoste ed illegali nel Paese, prive di ogni diritto e di qualsiasi appiglio a loro familiare, madri di figli a loro volta illegali ma capaci di portare avanti il cognome maschile. Si tratta di un fenomeno tragico, ma diffuso in Cina tanto lungo il confine vietnamita che quello con la Cambogia e il Laos e in particolare quello che separa la Cina dalla Corea del Nord, che vede le donne ancora una volta essere le più vulnerabili, in particolare in situazioni di assenza di diritti sia politici che economici.

   Molte delle donne che finiscono come “mogli” a uomini che le hanno acquistate dai trafficanti lungo il confine con la Corea del Nord avevano cercato di loro volontà di lasciare il Paese, nella speranza di trovare cibo e condizioni materiali migliori, ritrovandosi invece nelle mani della delinquenza cinese, pronta a fornire donne a chi non riesce a trovarne. Per le donne vietnamite, invece, il traffico avviene direttamente in Vietnam, dove le ragazze sono vendute e successivamente portate oltre frontiera.

   SECONDO HUMAN RIGHTS WATCH SI TRATTA DI UN PROBLEMA “SISTEMATICO”, che vede ragazze vietnamite vendute per un massimo di 5000 dollari americani – sia come mogli che come schiave sessuali nei bordelli lungo il confine.

   Per cercare di contrastare il problema, dunque, il governo vietnamita ha lanciato alcuni programmi educativi per mettere in guardia le ragazze che vivono nelle zone montuose di frontiera, affinché non si fidino di chi promette loro un lavoro fuori dal villaggio o non seguano sconosciuti in zone che non conoscono. Ma molti gruppi per i diritti umani che cercano di occuparsi del fenomeno dicono che i pochi programmi governativi, tanto in Vietnam che in Cina, sono del tutto inadeguati davanti alle dimensioni del problema.

   Lo scorso anno la Cina ha finalmente rilassato la sua annosa politica detta “del figlio unico”, che prevede un solo figlio per famiglia nel tentativo di ridurre la popolazione nazionale.

   Ma l’inversione di marcia arriva troppo tardi per più di una generazione di persone. Vista la preferenza per il figlio maschio, infatti, DOPO ANNI DI INFANTICIDIO FEMMINILE SI ERA PASSATI AD ABORTI SELETTIVI PORTANDO ALL’ATTUALE DISPARITÀ NUMERICA FRA UOMINI E DONNE ORA IN ETÀ ADULTA, in particolare nelle campagne. Per gli uomini disperatamente alla ricerca di moglie, anche una ragazza costretta a forza dal Vietnam sembra così una possibile “soluzione”.

DONNE IN RIVOLTA CONTRO GLI ABUSI: UNA BRECCIA NELLA MURAGLIA CINESE

di Guido Santevecchi, da “il Corriere della Sera” del 26/6/2014

– Li Yan uccise il marito violento: condanna a morte annullata –

PECHINO —Li Yan ha 43 anni ed è rinchiusa in un carcere di provincia in Cina: condannata a morte per aver ucciso il marito che la picchiava sistematicamente, la umiliava, la minacciava. Ci sono migliaia di donne cinesi in prigione per lo stesso motivo: omicidio o ferimento intenzionale del coniuge. I tribunali della Repubblica popolare non prendono in considerazione la lunga storia di abusi subiti dalle imputate. Ma ora la Corte suprema di Pechino ha annullato la sentenza e ordinato la ripetizione del processo: un avvenimento storico.

   Li Yan si era sposata nel 2009 nel Sichuan, ma poco dopo il marito Tan Yong aveva cominciato a colpirla, a sottoporla a una violenza domestica brutale, la chiudeva fuori di casa nelle notti d’inverno, le spegneva mozziconi di sigaretta sulle braccia, le aveva anche rovinato una mano con una coltellata. La donna aveva provato a denunciarlo: inutilmente. Un giorno del 2010 la tragedia annunciata: Tan prende un fucile ad aria compressa e minaccia di sparare; Li glielo strappa dalle mani, lo colpisce alla testa; il marito muore e la donna fa a pezzi il cadavere e lo getta in un pentolone di acqua bollente. Poi confessa.

   Di fronte ai giudici Li Yan spiega che la polizia le aveva risposto che i suoi erano solo problemi familiari: «Ma lui si ubriacava e mi picchiava sempre, perché la sua non era una colpa?». Nel 2011 fu emessa la condanna a morte, nessuna attenuante per legittima difesa. Il caso era diventato un simbolo in Cina: centinaia di avvocati e attivisti dei diritti civili avevano firmato una petizione per salvarla dal plotone d’esecuzione. La Corte suprema del Sichuan però aveva confermato la sentenza nel 2013 e tutti avevano pensato che la sorte di Li fosse segnata: di solito dopo questi pronunciamenti l’esecuzione segue nel giro di una settimana, in silenzio. Invece l’intervento insperato dei giudici supremi di Pechino crea un grande precedente per la Cina.

   Le donne cinesi hanno cominciato a mobilitarsi e organizzarsi alla fine del 1800, con rispettate intellettuali che reclamavano il diritto all’istruzione, al voto, al lavoro, alla sessualità. Nel 1900 hanno avuto un ruolo importante nell’ascesa del Partito comunista e nella conquista del potere e con la proclamazione della Repubblica popolare nel 1949 i loro diritti, la loro eguaglianza sono stati formalmente riconosciuti.

   Ma la realtà è diversa: i salari sono sempre più bassi rispetto a quelli degli uomini e secondo stime del governo il 25 per cento delle donne in Cina ha subito abusi, aggressioni, restrizioni della libertà personale, controllo economico, sesso forzato nel matrimonio. L’ufficio statistiche ammette che il dato è sottostimato, molte non denunciano. Nelle stanze segrete del Partito comunista le donne sono una rarità: solo due tra i 25 membri del Politburo e mai nessuna accettata nel suo Comitato permanente; meno del 5% tra i 200 del Comitato centrale.

   Le cinesi però sono eccellenti negli studi e stanno conquistando posizioni di vertice nel management aziendale: sono il 51% nei ruoli senior, secondo sondaggi internazionali. Per le lavoratrici normali invece la diseguaglianza di genere è ancora grave e il gap salariale si allarga: le dipendenti nelle città cinesi guadagnavano il 78% dei colleghi maschi nel 1990, ora sono scese al 67%.    Negli ultimi tempi le donne si stanno riorganizzando: gruppi di attiviste si sono mostrate in pubblico con il capo rasato per protestare contro la discriminazione sul lavoro; altre si sono sporcate di vernice rossa come il sangue della violenza. E i giornali hanno scritto molto di Xiao Meili, che questa primavera ha marciato per 2.298 chilometri da Pechino a Canton per sollevare il problema degli abusi sessuali. (Guido Santevecchi)

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UN SOS CUCITO NEI PANTALONI “SIAMO SCHIAVI CINESI, SALVATECI” - I NAUFRAGHI affidano le richieste di soccorso a una bottiglia. UNO SCHIAVO O UNA SCHIAVA CINESE HA INFILATO IL SUO MESSAGGIO NELLA TASCA DI UN PANTALONE. Detenuti nella prigione Xiangnan di Hubei, in Cina (come hanno scritto nel messaggio in caratteri cinesi, ma il titolo “SOS” erano ben comprensibile). Le probabilità che arrivasse in mano a qualcuno erano più o meno le stesse di quelle di un uomo abbandonato su un’isola in mezzo all’oceano. Eppure alla fine il messaggio è giunto a destinazione, dopo un viaggio intorno al mondo conclusosi nell’armadio di una casa vicino a BELFAST, in IRLANDA DEL NORD. (Enrico Franceschini, “la Repubblica” 27/6/2014)
UN SOS CUCITO NEI PANTALONI “SIAMO SCHIAVI CINESI, SALVATECI” – I NAUFRAGHI affidano le richieste di soccorso a una bottiglia. UNO SCHIAVO O UNA SCHIAVA CINESE HA INFILATO IL SUO MESSAGGIO NELLA TASCA DI UN PANTALONE. Detenuti nella prigione Xiangnan di Hubei, in Cina (come hanno scritto nel messaggio in caratteri cinesi, ma il titolo “SOS” erano ben comprensibile). Le probabilità che arrivasse in mano a qualcuno erano più o meno le stesse di quelle di un uomo abbandonato su un’isola in mezzo all’oceano. Eppure alla fine il messaggio è giunto a destinazione, dopo un viaggio intorno al mondo conclusosi nell’armadio di una casa vicino a BELFAST, in IRLANDA DEL NORD. (Enrico Franceschini, “la Repubblica” 27/6/2014)

UN SOS CUCITO NEI PANTALONI “SIAMO SCHIAVI CINESI, SALVATECI”

di Enrico Franceschini corrispondente Londra, da “la Repubblica) del 27/6/2014

– La drammatica richiesta d’aiuto in mandarino ritrovata in un paio di calzoni venduto nella catena Primark di Belfast –

I NAUFRAGHI affidano le richieste di soccorso a una bottiglia. Uno schiavo o una schiava cinese ha infilato il suo messaggio nella tasca di un pantalone. Le probabilità che arrivasse in mano a qualcuno erano più o meno le stesse di quelle di un uomo abbandonato su un’isola in mezzo all’oceano. Eppure alla fine il messaggio è giunto a destinazione, dopo un viaggio intorno al mondo conclusosi nell’armadio di una casa vicino a Belfast, in Irlanda del Nord.

Karen Wisinska aveva acquistato un paio di calzoni sportivi stile cargo da Primark, una catena di grandi magazzini a basso prezzo, nel capoluogo dell’Ulster tre anni fa, ma non li aveva mai indossati perché la chiusura lampo era difettosa. La settimana scorsa, preparando la valigia per una vacanza, li ha tirati fuori dal guardaroba e ha notato che una tasca era rigonfia, come se ci fosse dentro qualcosa. Ha slacciato un bottone, ci ha messo la mano dentro e ha estratto un biglietto accuratamente ripiegato.

Era un cartoncino scritto in caratteri cinesi, per cui non poteva comprenderne il significato, ma in cima c’erano, in alfabeto latino, tre parole che chiunque conosce, in tutte le lingue: «SOS», seguita da un punto esclamativo. Il segnale internazionale di richiesta di aiuto. Non ancora completamente convinta, ha fotografato il biglietto, lo ha messo sulla propria pagina di Facebook e chiesto agli amici se qualcuno era in grado di decifrarlo.

Quando ha ricevuto una prima bozza di traduzione è rimasta scioccata: «Era stato scritto da qualcuno che evidentemente lavorava in condizioni di schiavitù in una prigione cinese». A quel punto si è rivolta ad Amnesty International e la sua impressione è stata confermata: il messaggio sembra provenire dal Gulag di Pechino, dove apparentemente i detenuti sono costretti a lavorare in condizioni disumane per produrre ara ticoli da vendere poi alle grandi aziende occidentali. Il prigioniero o la prigioniera cinese avrebbe confezionato personalmente i pantaloni per la Primark, rischiando la vita per nasconderci dentro il suo Sos.

«Siamo detenuti nella prigione Xiangnan di Hubei, in Cina», afferma il biglietto. «Da molto tempo lavoriamo in carcere per produrre abbigliamento per l’esportazione. Ci fanno fare turni di 15 ore al giorno. Quello che ci danno da mangiare è perfino peggio di quello che si darebbe un cane o a un maiale. Siamo tenuti ai lavori forzati come animali, usati come buoi o cavalli. Chiediamo alla comunità internazionale di condannare la Cina per questo trattamento disumano ». Commenta Patrick Corrigan, direttore di Amnesty in Irlanda del Nord: «È una storia orribile. Naturalmente sarà molto difficile appurare se è genuina, ma abbiamo il timore che sia solo la punta di un iceberg». La Primark ha aperto immediatamente un’inchiesta.

«Tre quarti dei pantaloni di quel tipo sono stati acquistati da noi all’inizio del 2009», dice un portavoce dei grandi magazzini alla Bbc. «Troviamo un po’ strano che il biglietto sia venuto alla luce solo ora, quando i pantaloni sono stati comprati nel 2001. Contatteremo la cliente per farci dare l’indumento e per proseguire le indagini. Dal 2009 ad oggi la Primark ha condotto nove ispezioni dei nostri fornitori per verificare il rispetto degli standard etici in Cina e altrove, e nessun caso di lavori forzati, lavori in prigione o altre violazioni è mai stato riscontrato ».

Si tratta tuttavia della stessa azienda coinvolta, insieme ad altre marche d’abbigliamento occidentali, nel crollo di uno stabilimento in Bangladesh in cui morirono più di 1100 persone: criticata per non avere denunciato le insufficienti condizioni di sicurezza dello stabile, la Primark ha finora pagato 12 milioni di dollari (8 milioni di euro) di indennizzo ai familiari delle vittime e sostiene di avere moltiplicato le ispezioni dei suoi fornitori. Non è la prima volta che un capo d’abbigliamento della Primark viene ritrovato un biglietto con richieste di soccorso da parte di presunti schiavi dell’industria del fashion in Cina o in altri paesi in via di sviluppo.

Il boom del settore tessile nel Terzo Mondo è uno dei motori della globalizzazione e sta portando milioni di famiglie fuori dalla povertà. Ma l’altra faccia della crescita è lo sfruttamento. E talvolta per denunciarlo non c’è altro mezzo che un messaggio in una tasca di pantaloni. (Enrico Franceschini)

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One thought on “PAESI CHE ODIANO LE DONNE – La connessione tra dominio maschile e paura dell’occidentalizzazione nel sentire comune dei Paesi in via di sviluppo, che provoca violenza sulle donne, parte emergente e innovativa di quelle società – Solidarietà concreta in favore del mondo femminile

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