‘FORTEZZA EUROPA’: le quasi quotidiane STRAGI DI MIGRANTI nel disperato tentativo di entrare in Europa e allontanarsi dalla guerra e miseria – 25 anni di stragi nel CANALE DI SICILIA, diventato fossa comune del Mediterraneo – L’urgenza di una soluzione concreta

le rotte dei migranti (da Reuters) (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)
le rotte dei migranti (da Reuters)

LE ROTTE DEGLI IMMIGRATI: DA DOVE VIENE E DOVE VA CHI PARTE DALLA LIBIA

– Viaggi e traiettorie dei migranti che riescono a sfuggire ai naufragi –

di Fabrizia Bagozzi, da EUROPA del 12/5/2014

(www.europaquotidiano.it/)

   La LIBIA è il LUOGO DI CONFLUENZA di migliaia di profughi e DISPERATI CHE ARRIVANO DALL’AFRICA CENTRALE – ma ANCHE DA EGITTO E SIRIA. Uno dei terminali, il più organizzato nel senso che è il paese in cui le organizzazioni criminali che trafficano le persone sono più radicate, complice l’attuale anarchia di fatto, hanno qui il concentramento di uomini e mezzi.

   I migranti che sopravvivono al viaggio fino a Tripoli provengono da ERITREA, SOMALIA, NIGERIA, SUDAN, ETHIOPIA, ma anche da TUNISIA, EGITTO e dalla SIRIA vengono concentrati in luoghi fatiscenti e privi delle  condizioni sanitarie (e umanitarie) di base.

   Da Tripoli ci si imbarca – spesso si viene costretti a imbarcarsi (vedendo le condizioni dei barconi i migranti spesso non vorrebbero più salire) facendo rotta per LAMPEDUSA e lambendo MALTA) e da Lampedusa si spera di trovare un ponte per l’Europa (la FRANCIA, la GERMANIA, l’OLANDA, l’INGHILTERRA, soprattutto. Ma anche ROMA e MILANO).

   Immigrati e profughi provenienti dall’Egitto, dalla Tunisia, dalla Siria passano anche da BENGASI, PORTO DI PARTENZA DIVERSO per una tratta che di nuovo lambisce Malta ma che punta all’Italia con le stesse mete: Francia, Germania, Olanda, l’Inghilterra.

   Dall’ ALGERIA si tenta la via per CEUTA e da qui per lo STRETTO di GIBILITERRA, la SPAGNA (Madrid, Barcellona e poi la Francia), ma negli ultimi anni si è anche aperta una rotta che collega Algeria e SARDEGNA (e Tunisia e Sardegna), partendo dalla costa appena sopra ANNABA. (la mappa è ripresa dalla Reuters)

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   Quasi non si contano più le vittime di migranti naufraghi nel Mediterraneo che dalla costa libica in particolare (ma anche algerina e tunisina) cercano di raggiungere l’Europa, l’Italia, con carrette del mare strapiene (terribile l’episodio del 2 luglio scorso dei 45 morti asfissiati all’interno della stiva di quel barcone trainato poi a Pozzallo -nel ragusano- dalla nave Grecale e sul quale viaggiavano in seicentoundici).

   E questo abituarsi a quasi quotidiani bollettini di stragi in mare non è una cosa accettabile: per dire, il 30 giugno un naufragio ha fatto ancora 80 vittime al largo di Catania (oltre ai 45 “soffocati” nel barcone che abbiamo detto). E come dimenticare la strage di Lampedusa (366 morti) che il 3 ottobre scorso non riuscirono a toccare terra.

MERCOLEDI’ 2 LUGLIO: Mar Mediterraneo, al largo di POZZALLO (Ragusa): GLI ULTIMI MINUTI SUL BARCONE DELLA MORTE. Un telefonino azionato da uno dei migranti, un siriano, riprende il momento in cui, in mare aperto, spunta la nave della Marina militare GRECALE. Qualcuno fa con le dita il cenno della vittoria: loro, I 600 CHE STANNO SOPRA, SONO SALVI. Quelli sottocoperta, 45 si saprà dopo, SONO GIÀ TUTTI MORTI, ASFISSIATI.  (foto da “la Stampa.it” del 3/7/2014)
MERCOLEDI’ 2 LUGLIO: Mar Mediterraneo, al largo di POZZALLO (Ragusa): GLI ULTIMI MINUTI SUL BARCONE DELLA MORTE. Un telefonino azionato da uno dei migranti, un siriano, riprende il momento in cui, in mare aperto, spunta la nave della Marina militare GRECALE. Qualcuno fa con le dita il cenno della vittoria: loro, I 600 CHE STANNO SOPRA, SONO SALVI. Quelli sottocoperta, 45 si saprà dopo, SONO GIÀ TUTTI MORTI, ASFISSIATI. (foto da “la Stampa.it” del 3/7/2014)

   E imperversa una doppia polemica (a nostro avviso fuorviante) sull’operazione messa in atto dal governo italiano chiamata “MARE NOSTRUM”: polemica antigovernativa di chi ritiene che le avventure in mare verso le coste del sud Italia siano cresciute per la consapevolezza che adesso “qualcuno verrà a salvarci, a prenderci a bordo”. E altra polemica delle autorità italiane verso l’Unione Europea che mostra quest’ultima scarso interesse e collaborazione verso l’iniziativa di salvataggio italiana. La realtà, al di là di ogni valutazione, è che sessantamila migranti sono stati tratti in salvo grazie all’operazione «MARE NOSTRUM». E noi siamo convinti che il mettersi in mare “verso l’Europa” sarebbe stato altrettanto quantitativamente uguale anche senza la consapevolezza dei migranti dell’operazione di salvataggio in corso.

   E’ infatti un movimento inarrestabile, carico di dolore, che non cesserà con le misure che l’Ue ha adottato finora né con quanto la task force «Mediterraneo» si appresta a fare in materia di frontiere e di cooperazione giudiziaria e di polizia. Sono perlopiù giovani giovanissimi uomini del centro Africa che tentano “l’avventura europea” mettendo fortemente a rischio la propria vita.

   l’Unhcr (l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) stima in 500 i migranti morti nel Mediterraneo dall’inizio del 2014 (una stima sicuramente per difetto visto che, certamente, di altri incidenti e naufragi non è mai arrivata notizia).

POZZALLO, nel Ragusano, una delle mete di appoggio della Marina Militare italiana per il salvataggio di migranti con l'operazione MARE NOSTRUM
POZZALLO, nel Ragusano, una delle mete di appoggio della Marina Militare italiana per il salvataggio di migranti con l’operazione MARE NOSTRUM (cliccare sull’immagine per ingrandirla)

   E ci sono state 20mila vittime in 25 anni (solo su dati ufficiali, ma forse son di più…) nel MEDITER- RANEO, di cui più di 7mila nel CANALE DI SICILIA, diventata la fossa comune più grande del Mediterraneo.

   La conta disperata di tutte queste stragi, la loro mappa, la si può trovare in un encomiabile blog, FORTEZZA EUROPA di Gabriele Del Grande (http://fortresseurope.blogspot.it/ ). Frutto di sei anni di viaggi nel Mediterraneo lungo i confini dell’Europa. Alla ricerca delle storie che fanno la storia. Il sottotitolo di FORTEZZA EUROPA significativamente dice che il blog vuole essere “la storia che studieranno i nostri figli, quando nei testi di scuola si leggerà che negli anni duemila morirono a migliaia nei mari d’Italia e a migliaia vennero arrestati e deportati dalle nostre città. Mentre tutti fingevano di non vedere”. Un contesto politico, culturale, sociale, che appartiene pertanto più che mai al nostro presente.

NEL MONDO CI SONO 50 MILIONI DI RIFUGIATI. L’UNHCR – l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati - lancia l'allarme: si tratta del dato più alto dai tempi della Seconda guerra mondiale. CINQUANTA MILIONI DI PERSONE che hanno lasciato le proprie case e il proprio paese per rifugiarsi altrove, in fuga dalla guerra e dalle persecuzioni. Un numero che non era mai stato così alto dai tempi della Seconda guerra mondiale. (Valentina Spotti - 20/06/2014 – da http://www.giornalettismo.com)
NEL MONDO CI SONO 50 MILIONI DI RIFUGIATI. L’UNHCR – l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati – lancia l’allarme: si tratta del dato più alto dai tempi della Seconda guerra mondiale. CINQUANTA MILIONI DI PERSONE che hanno lasciato le proprie case e il proprio paese per rifugiarsi altrove, in fuga dalla guerra e dalle persecuzioni. Un numero che non era mai stato così alto dai tempi della Seconda guerra mondiale. (Valentina Spotti – 20/06/2014 – da http://www.giornalettismo.com)

   E appunto prima di tutto sono STORIE individuali. Di persone, donne, uomini, bambini, inghiottite in una tragedia che è anche collettiva della storia del Mediterraneo, da sempre considerato mare di collegamento, di scambio culturale e commerciale, ponte di civiltà tra sponde così diverse, importanti, dell’umanità.    Pertanto la necessità di dare una svolta a questi dolori, a questa carneficina quotidiana, si impone alla politica, alla cultura europea (in un momento in cui lei, l’Europa, cerca di ritrovare le sue origini migliori, il suo senso di essere geograficamente un’entità cui guardare per i suoi aspetti migliori nei secoli).

   Ma le proposte sono poche, tra encomiabili operazioni di salvataggio (come “MARE NOSTRUM”) o operazione di frontiera messe in atto dalla Ue (come FRONTEX, l’istituzione europea preposta al coordinamento del pattugliamento delle frontiere esterne aeree, marittime e terrestri degli Stati della UE). Per questo assume rilievo (politico, sociale, culturale, una PROPOSTA formulata da un parlamentare italiano, Luigi Manconi, nella quale per la prima volta la UE (se partendo innanzitutto dal nostro governo venisse accettata a Bruxelles) potrebbe “prendere l’iniziativa” sulla questione immigrazione, senza doverla subire, controllare, gestire o con respingimenti o con salvataggi difficili in mare.

   La proposta di Manconi, in sintesi, chiede di anticipare geograficamente, territorialmente, diplomaticamente, giuridicamente, nei paesi della costa settentrionale dell’Africa, il momento e la procedura di richiesta della protezione degli immigrati. Un’Europa così protagonista di una politica d’asilo efficace, in grado di farsi carico di uomini, donne e bambini, in fuga da guerre e persecuzioni. Garantendo asilo e protezione, dando ai profughi la possibilità di chiedere soccorso senza dover rischiare la vita attraversando il Mediterraneo. E senza l’intermediazione dei trafficanti di esseri umani. Un programma di reinsediamento nei paesi europei che garantisca viaggi legali e sicuri per poterli raggiungere, con il coinvolgimento di tutti gli Stati membri.

   Tutto questo ovviamente stabilendo QUOTE DI ACCOGLIENZA per ciascuno Stato europeo, programmando così ogni politica di immigrazione possibile, e facendola nella parte settentrionale dell’Africa. Istituendo così CENTRI E STRUTTURE NEI PAESI DELLA SPONDA SUD DEL MEDITERRANEO (Giordania, Libano, Tunisia, Egitto, Algeria, Marocco…). Con PRESIDI INTERNAZIONALI, europei, magari utilizzando le ambasciate che gli stati membri della Ue hanno già, operative e senza strumenti nuovi da dover inventare. Ci pare una proposta concreta, buona, possibile. Spetta all’Italia e al nostro governo (titolare della guida europea in questo semestre) fare in modo che la volontà politica degli Stati europei si indirizzi verso scenari nuovi. (s.m.)

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LA RISPOSTA SI CHIAMA «AMMISSIONE UMANITARIA»

di Luigi Manconi, da “l’Unità” del 1/7/2014

– Anticipare nei Paesi della costa settentrionale dell’Africa il momento e la procedura di richiesta della protezione. Ma tutto ciò va progettato subito –

   MA È POSSIBILE FERMARE QUESTA STRAGE? C’è un metodo o un’idea, uno strumento o una strategia – qualora ce ne sia la volontà – che non consista nell’affidarsi al buon Dio o a un destino diventato improvvisamente propizio?    Nel corso dell’ultimo quarto di secolo, il mare Mediterraneo è diventato una tomba d’acqua o, se si preferisce, un cimitero marino che accoglie ogni giorno i suoi morti.

   Sono state, innanzitutto, le cifre crudeli di questa macabra contabilità, che ci hanno indotti a elaborare una PROPOSTA DI «AMMISSIONE UMANITARIA». Un piano, formulato nei mesi scorsi, all’indomani del naufragio del 3 ottobre a largo di Lampedusa.

   Oggi quel piano, già sottoposto ai rappresentanti del governo, alle più alte cariche istituzionali e alle principali organizzazioni internazionali, e che ha raccolto consensi e osservazioni, appare più che mai indifferibile.

   In estrema sintesi, si tratta di ANTICIPARE GEOGRAFICAMENTE, TERRITORIALMENTE, DIPLOMATICAMENTE, GIURIDICAMENTE, nei Paesi della Costa settentrionale dell’Africa, IL MOMENTO E LA PROCEDURA DI RICHIESTA DELLA PROTEZIONE. E si deve cominciare a progettare tutto ciò da subito.

   Altri trenta corpi si sono aggiunti al tragico computo dei morti nel canale di Sicilia, nonostante gli sforzi della nostra marina militare a cui dobbiamo la vita di oltre sessantamila migranti tratti in salvo grazie all’operazione «MARE NOSTRUM ». Un movimento inarrestabile, carico di dolore, che non cesserà con le misure che l’Ue ha adottato finora né con quanto la task force «Mediterraneo» si appresta a fare in materia di frontiere e di cooperazione giudiziaria e di polizia.

   Occorre ampliare il raggio di intervento a livello europeo, alzare lo sguardo e realisticamente percorrere una strada comune che veda l’EUROPA PROTAGONISTA DI UNA POLITICA D’ASILO efficace, in grado di farsi carico di uomini, donne e bambini, in fuga da guerre e persecuzioni, offrendo loro un’opportunità di vita futura. Una soluzione duratura nell’ambito della gestione delle migrazioni e della politica di protezione dell’Unione europea nei confronti dei rifugiati.

   Al centro di questa azione umanitaria, la necessità di garantire asilo e protezione dando ai profughi la possibilità di chiedere soccorso senza dover rischiare la vita attraversando il Mediterraneo. E senza l’intermediazione dei trafficanti di esseri umani. Un programma di reinsediamento nei paesi europei che garantisca viaggi legali e sicuri per poterli raggiungere, con il coinvolgimento di tutti gli Stati membri, stabilendo QUOTE DI ACCOGLIENZA PER CIASCUNO STATO.

   Si tratta, dunque, di ISTITUIRE CENTRI E STRUTTURE NEI PAESI DELLA SPONDA SUD DEL MEDITERRANEO (Giordania, Libano, Tunisia, Egitto, Algeria, Marocco), da cui partono o dove transitano o si addensano i movimenti migratori verso l’Europa.

   Il primo passo è la REALIZZAZIONE DI PRESIDI INTERNAZIONALI IN QUEI PAESI per l’avvio della procedura di concessione di protezione, presidi da istituire sulla scorta di quelli delle organizzazioni umanitarie internazionali che accolgono i profughi lì presenti. I presidi andrebbero realizzati dalla stessa Ue, d’intesa con le organizzazioni umanitarie internazionali, attraverso ambasciate e consolati dei singoli stati o la rete del Servizio europeo per l’azione esterna. Le necessarie intese con i Paesi interessati potrebbero rientrare nella cooperazione Ue sul modello dei partenariati per la mobilità, già conclusi con Marocco e Tunisia.

   Questa proposta vuole essere una traccia, delineata guardando ad esperienze già esistenti – si pensi alla Germania che ha aderito a un programma di resettlement (re-insediamento) dell’Unhcr accogliendo migliaia di siriani – e la sua articolazione può essere differente ricorrendo a strumenti giuridici e procedure di altra natura.

   E proprio perché è forte la consapevolezza delle difficoltà di rendere concreto un piano europeo di ammissione umanitaria. Ma è una traccia che va assolutamente segnata e ulteriormente definita. Le statistiche pubblicate da Eurostat nei giorni scorsi riguardanti i rifugiati accolti in re-insediamenti nella Ue nel 2013 parlano chiaro: sono in tutto 4.840 i profughi siriani inseriti nei paesi europei. A queste cifre ridottissime vanno accostati i 2,5 milioni di profughi rifugiati all’estero che l’Unhcr stima siano la conseguenza della guerra in Siria.

   Ora tocca all’Italia e al nostro governo, fare in modo che la volontà politica degli Stati europei si indirizzi verso scenari nuovi, scelte consapevoli e condivise, lungimiranti e coraggiose. Nessun piano sarà efficace se non si parte dalla necessità di porre fine alla politica degli ultimi anni che ha causato solo morte, incapace di guardare a quanto avviene al di là del Mediterraneo. (Luigi Manconi)

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LE 20 MILA VITTIME DELLA ‘FORTEZZA EUROPA’

di Mario Marcis, da “Il Fatto Quotidiano” del 1/7/2014

– In 25 anni una strage continua. E il Canale di Sicilia è la fosse comune più grande del Mediterraneo –

   Se ci si limitasse a guardare i numeri lo si dovrebbe chiamare “Mare monstrum”, non “Mare nostrum”, secondo la dicitura latina. In 26 anni, dal 1988, il Mar Mediterraneo ha inghiottito 19.812 esseri umani. Il dato viene da Fortress Europe, blog di Gabriele Del Grande, che per anni ha viaggiato nei paesi affacciati sul Mediterraneo alla ricerca di storie.

    Ma le storie, i volti, senza i numeri valgono poco, soprattutto quando si parla di morti. In quella che Del Grande definisce “una grande fossa comune” i numeri che si possono estrapolare dalla cifra totale sono tanti. Il 2011 è stato l’annus horribilis delle migrazioni. Ben 2.352 migranti hanno perso la vita in quell’anno. Sono 590 i morti nel 2012 e 801 nel 2013. Il Canale di Sicilia, nella grande fossa comune, è la buca più profonda.

   Le vittime sono state 7.314, di cui 5.360 sono stati i dispersi. Cercavano di espugnare la ‘fortezza Europa’, attraverso il TRATTO PIÙ BREVE, QUELLO CHE COLLEGA TUNISIA E LIBIA A MALTA, MA SOPRATTUTTO ALLA SICILIA. Tra Lampedusa e la Libia ci sono solo 355 chilometri. Un’altra tratta ‘calda’ – che non è nel Mediterraneo, ma è comunque una porta per il Vecchio continente – è quella che attraverso l’Atlantico porta alla Spagna continentale o alle Canarie. 4.910 persone di cui 2.466 disperse, sono morte nelle navi salpate da Mauritania, Senegal, Algeria e Marocco. Il Mar Egeo ha fagocitato meno vittime, ma 1.577 morti, tra i quali 857 dispersi, non sono pochi. C’è chi sui barconi neanche ci arriva. Il mare è solo l’ultimo ostacolo da affrontare per molti di loro.

   PER CHI FUGGE dalla Siria o dal Corno d’Africa il Sahara è una tappa obbligata. Nei viaggi di fortuna sui camion o sui tir, dal 1996 a oggi sono morte almeno 1.790 persone, secondo i dati di Fortress Europe, ma si tratta di un dato sottostimato.    Poi ci sono i governi dei paesi del Maghreb: Tripoli, Algeri e Rabat non sono mai stati teneri verso profughi e migranti. Nel 2000 a Zawiyah, in Libia, furono sterminate 560 persone nel corso di sommosse razziste. Viaggiando nascosti nei tir hanno perso la vita per incidenti stradali, per soffocamento o schiacciati dal peso delle merci 373 persone. Circa 416 esseri umani sono annegati attraversando i fiumi frontalieri: la maggior parte nell’Evros tra Turchia e Grecia.

   Alla fine si arriva alla frontiera e non sempre ci sono le Fregate militari e Frontex ad accogliere. Soprattutto in passato sono state le armi spianate a ricevere i migranti. La polizia di frontiera spagnola, al confine tra Ceuta e Melilla, le enclavi spagnole in territorio africano, ha ucciso negli anni a colpi di fucile almeno 53 persone. (Mario Marcis)

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45 MORTI ASFISSIATI: A BORDO DEL PESCHERECCIO DELLA MORTE. GLI SCAFISTI: “VOI NERI, IN STIVA”

(di Fabio Albanese, da “la Stampa.it” del 3/7/2014)

   È stato un video ripreso da un profugo siriano che era tra i passeggeri del peschereccio rimorchiato a Pozzallo (Ragusa) con 45 morti asfissiati nella stiva, a permettere alla polizia di individuare e arrestare altri due scafisti.

   Un altro testimone ha riferito delle condizioni drammatiche nelle quali si trovavano al momento della partenza, dalle coste della Libia: «Durante la traversata si avvicinava al nostro barcone un peschereccio battente bandiera tunisina. L’equipaggio del natante tunisino riusciva ad affiancarsi a distanza ravvicinata all’imbarcazione ed apprendeva da alcuni passeggeri, della morte di alcuni migranti e vedeva che eravamo troppi, per tale motivo intimava al timoniere dell’imbarcazione di fermare la navigazione. Lo scafista non si è fermato ed ha continuato nella navigazione in quanto, a suo dire, avrebbero perso i soldi se non fossimo stati soccorsi per arrivare in Italia. Durante tale fase uno dei passeggeri, di nazionalità marocchina, si tuffava in mare e riusciva a guadagnare l’imbarcazione tunisina salendo a bordo e portandosi in salvo. Sentivo i passeggeri che si trovavano nella stiva chiedere aiuto perché avevano fame, sete e non respiravano. I passeggeri che avevano un po’ di acqua l’hanno data ai ragazzi che erano giù, mentre l’equipaggio non faceva nulla. Era il comandante che prendeva le decisioni di non aiutare nessuno e proseguire il viaggio, mentre gli altri membri dell’equipaggio lo assecondavano».

   «Ci hanno fatto sistemare nel barcone come dicevano i libici, chi provava a dire qualcosa di diverso, perché non voleva mettersi dove dicevano loro, veniva minacciato con pistole e picchiato. Nella stiva andavano solo i neri, che sono sempre trattati malissimo in quanto i libici sono razzisti con quelli che hanno la pelle scura, mentre i bianchi venivano fatti stare sul ponte».

   C’è dunque una “gerarchia” anche tra i disperati. I migranti hanno anche raccontato che chi ha pagato di più ha potuto avere un salvagente, chi meno poteva usare una camera d’aria di una ruota. Chi non poteva permetterselo, è finito sotto coperta, nella cella frigorifera dove ha poi trovato la morte. Quarantacinque di loro, trovati ammassati uno sull’altro, tutti alla disperata ricerca di aria e di luce.  (da LA STAMPA.IT del 3/7/2014)

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NEL MONDO CI SONO 50 MILIONI DI RIFUGIATI

di Valentina Spotti – 20/06/2014 – (da http://www.giornalettismo.com)

– Le Nazioni Unite lanciano l’allarme: si tratta del dato più alto dai tempi della Seconda guerra mondiale –

CINQUANTA MILIONI DI PERSONE che hanno lasciato le proprie case e il proprio paese per rifugiarsi altrove, in fuga dalla guerra e dalle persecuzioni. Un numero che non era mai stato così alto dai tempi della Seconda guerra mondiale. Le Nazioni Unite lanciano l’allarme: per la prima volta in settant’anni, il dato globale sui rifugiati torna a superare i cinquanta milioni di individui. Alla fine del 2012 la stima del numero dei rifugiati superava di poco i 45 milioni: impossibile non collegare questo drammatico aumento del numero di quanti chiedono asilo politico alla gravissima situazione in Siria, dove dalla guerra civile sono già scappati oltre tre milioni di profughi.

CINQUANTA MILIONI DI RIFUGIATI – Per l’UNHCR – l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati – sono da considerarsi tali sia le persone che fuggono dal proprio paese e chiedono asilo politico all’estero, sia coloro che sono costretti a spostarsi dalle proprie regioni di origine pur rimanendo entro i confini del proprio paese. I dati sono stati raccolto sia dai governo che dalle ONG che collaborano con le Nazioni Unite.

IL DRAMMA DELLA SIRIA – In questa giornata, l’attenzione dell’Onu si concentra sopratutto sulla Siria e sui nove milioni di persone che sono stati costretti ad abbandonare le proprie case. Di questi, 3 milioni sono andati all’estero, cercando rifugio nei campi profughi posti oltre confine o tentando di raggiungere l’Europa con mezzi di fortuna. Gli altri 6,5 milioni di profughi sono rimasti in Siria, lontani dalle proprie città ma sempre esposti ai pericoli di una guerra che dura ormai da oltre tre anni.

IL PAESE DA CUI SCAPPANO TUTTI – Ma tra questi 50 milioni di rifugiati ci sono soltanto i siriani: l’Afghanistan, devastato da una lunghissima guerra, è il paese che conta più rifugiati del mondo, seguito appunto dalla dalla stessa Siria e dalla Somalia. Pakistan, Iran e Libano sono invece i paesi che ospitano il maggior numero di rifugiati in assoluto, a causa della loro vicinanza con le nazioni tormentate dalla guerra. Dei 51,2 milioni di rifugiati contati nel 2013, 16.7 milioni hanno lasciato il proprio paese. Quasi 12 milioni sono sotto la tutela delle agenzie delle Nazioni Unite: di questi, la metà sono assistiti direttamente dall’UNHCR e sono lontani dal proprio paese da più di cinque anni.

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UN’ALTRA STRAGE IN MARE: AFFONDA UN GOMMONE, 80 MIGRANTI DISPERSI

di Alessandra Ziniti, da “la Repubblica” del 3/7/2014

– In 27 si sono salvati: “Ma a bordo eravamo più di cento” – E a Pozzallo salgono a 45 gli uomini asfissiati nella stiva –

CATANIA. Ogni profugo che scende racconta nuove storie di morte e di orrore. «Non c’eravamo solo noi su quel gommone. Da AL ZWARA siamo partiti in centouno. Gli altri sono caduti in mare, sono affogati, quando ci hanno salvati erano già scomparsi tra le onde».

   Basta fare una sottrazione ed ecco il numero di una nuova tragedia: dei centouno stipati su quel gommone che ha cominciato a sgonfiarsi dopo mezza giornata di navigazione ne sono arrivati solo ventisette. Tanti erano i profughi che un mercantile, che sabato ha avvistato l’imbarcazione mezzo affondata, ha poi consegnato alla nave Orione della Marina militare. Dunque all’appello mancherebbero in settantaquattro.

   Dispersi come dispersi sarebbero altri quattro ragazzi, un marocchino e tre subsahariani, saliti a bordo di un barcone senza un goccio d’acqua da bere e buttatisi in mare nel folle tentativo di raggiungere un’altra nave che incrociava poco distante, mentre altri due uomini (dopo aver bevuto acqua di mare) sarebbero morti a bordo disidratati e sarebbero poi stati gettati in acqua: entrambi siriani, un giovane e un anziano. I loro compagni, 215, ancora con negli occhi l’orrore della loro fine, sono stati salvati poche ore dopo dal mercantile “Asso” e sono sbarcati ieri mattina a Porto Empedocle.

   E la triste contabilità di chi non ce l’ha fatta è aumentata di altre sei unità. «La barca sulla quale viaggiavamo – hanno raccontato agli operatori dell’Unhcr – era partita dalla Libia sabato ma il secondo giorno si è rotto il motore e siamo rimasti fermi, in balia del mare, senza acqua da bere».

   Ancora ottanta vittime, dunque, solo nell’ultimo weekend, almeno stando al racconto di chi ce l’ha fatta, che vanno ad aggiungersi ai quarantacinque morti asfissiati all’interno della stiva di quel barcone trainato ieri a Pozzallo dalla nave Grecale e sul quale viaggiavano in seicentoundici.

   Sulle salme, tutte di giovani o di giovanissimi uomini del centro Africa, recuperate con molta difficoltà dai vigili del fuoco, ieri sono cominciate le autopsie per verificare le cause della morte, mentre gli investigatori della squadra mobile di Ragusa hanno individuato ed arrestato i due scafisti del viaggio che ha fruttato agli organizzatori più di un milione di dollari. I due, un senegalese e un gambiano, sono accusati anche di sequestro di persona, per aver tenuto i migranti costretti nella stiva impedendo loro l’unica via di fuga.

   Le notizie, ancora vaghe, delle nuove vittime sono arrivate ieri grazie alle testimonianze degli ultimi arrivati raccolte dagli operatori dell’Unhcr che stima in 500 i migranti morti nel Mediterraneo dall’inizio del 2014. Una stima sicuramente per difetto visto che, certamente, di altri incidenti e naufragi non è mai arrivata notizia.

   Il racconto dei profughi sbarcati a Catania dalla nave Orione è considerato attendibile dagli inquirenti. La conferma arriva anche dal procuratore di Catania Giovanni Salvi, che ha aperto un’inchiesta: «Il naufragio – spiega – sarebbe avvenuto per le pessime condizioni del gommone, che era sovraffollato, sul natante infatti risulta che si trovassero 101 persone. Queste informazioni naturalmente sono provvisorie e dovranno essere oggetto di ulteriore verifiche». (Alessandra Ziniti)

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I NUMERI DELL’IMMIGRAZIONE NEI PAESI DELL’OCSE

(dati OCSE pubblicati nel dicembre 2013) (ripresi da http://infogr.am/ )

   L’Ocse, l’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico che comprende 34 Paesi, tra cui Unione europea, Stati Uniti e Giappone, nel mese di maggio ha pubblicato uno studio in cui si analizzano dinamiche e caratteristiche dei flussi migratori verso i Paesi membri. Dopo il picco del 2007, nei cinque anni successivi gli immigrati sono diminuti del 14 per cento. Il dato invece è costante tra 2011 e 2012: 4 milioni, con delle differenze significative tra Paese e Paese: l’immigrazione nei paesi del Sud dell’Europa è diminuita, mentre è aumentata di oltre un terzo in Germania, ora al secondo posto dopo gli Stati Uniti nella classifica degli «immigrati permanenti». Al contrario sono aumentati i flussi in uscita dall’Europa del Sud, con un più 45 per cento tra il 2009 e il 2011. Nello stesso anno i richiedenti asilo sono aumentati di oltre un quinto raggiungendo le 400mila richieste. Dominano la classifica degli ospitanti gli Stati Uniti, seguiti da Francia, Germania e Italia. A crescere costantemente anche il numero degli studenti internazionali, che nel 2010 hanno toccato quota 2 milioni e 600mila.

MIGRAZIONI&FINANZAPUBBLICA

   L”impatto che hanno gli immigrati hanno sull’equilibrio fiscale in genere non supera mai lo 0, 5 per cento del Pil, né in termini negativi né positivi. Il dato secondo l’Ocse si spiega con «un gettito contributivo e fiscale inferiore a quello dei netivi, e non per una maggiore dipendenza dalle prestazioni sociali». Gli immigrati contribuiscono per lo più in Lussemburgo e Svizzera, mentre in Italia, se si considerano le pensioni il dato aumenta dallo 0,91 allo 0,98 per cento. Secondo l’Ocse «un’azione volta ad aumentare il tasso di occupazione degli immigrati affinché raggiunga lo stesso livello dei nativi sarebbe una fonte sostanziale per le finanze di molti stati europei».

MIGRAZIONI&DISOCCUPAZIONEnaufragi

   Analizzando invece il mercato del lavoro, si vede che la situazione degli immigrati è peggiorata negli ultimi anni: in media tra il 2008 e il 2012 il tasso di disoccupazione degli stranieri è aumentato di 5 punti percentuali, mentre quello dei nativi di 3 punti. Un esempio? In Europa i più colpiti sono i migranti del Nord Africa e dell’America Latina, che nel 2012 hanno dovuto affrontare un tasso di disoccupazione che ha sfiorato il 27 per cento. Tra il 2008 e il 2012 il numero di immigrati disoccupati da più di un anno è passato dal 31 al 44 per cento.

MIGRAZIONE&DISCRIMINAZIONE

   La popolazione di origine straniera che vive in Italia è tra le meno integrate dei Paesi dell’Ocse, al terzultimo posto in classifica prima di Grecia e Spagna. Solo l’11 per cento degli immigrati ha un alto livello di istruzione, contro una media del 31 per cento. Anche il reddito medio delle famiglie di immigrati è tra i più bassi: il 37 per cento delle famiglie vive in condizioni abitative non adeguate, contro una media del 20 per cento. Solo il 33 per cento degli stranieri sono proprietari della loro abitazione, contro il 76 per cento dei nativi. Gli studi dell’Ocse indicano che la discriminazione è più rilevante al momento dell’assunzione, anche se puà incidere anche sulla carriera e sugli stipendi: non è raro che gli stranieri, a parità di curriculum vitae, siano costretti a inviare più del doppio delle candidature per ottenere un colloquio. In alcuni Paesi sono state introdotte misure di «discriminazione positiva», come i curricula anonimi: i dati raccolti dimostrano che «se concepiti con cura possono contrastare efficacemente il fenomeno della discriminazione».

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IL DIRITTO DI RESPIRARE

di Gad Lerner, da “la Repubblica” del 1/7/2014

   IL GROVIGLIO di corpi accatastati nei barconi fino a provocare la morte per soffocamento di chi sta sotto, è la diretta conseguenza del monopolio sul trasporto marittimo dei migranti che noi europei abbiamo concesso alle organizzazioni criminali. Stiamo uccidendo migliaia di innocenti e stiamo arricchendo le nuove mafie transnazionali.

   NOI che ci indigneremmo se in simili condizioni venissero stipati gli animali destinati al macello, accettiamo che degli umani vengano caricati sui battelli a cinghiate come bestiame.

   Quello che i sopravvissuti tra di loro chiamano pudicamente “il viaggio”, ma solo in pochi avranno il coraggio di rievocarlo, è la cruna dell’ago del mondo contemporaneo. Chi lo intraprende sa cosa rischia: ormai depredato di tutto, imbarcandosi è come se entrasse per sua volontà in stive le cui pareti metalliche possono trasformarsi in camere a gas, fatale ultimo azzardo dopo un’infinità di torture subite.

   Uomini, donne e bambini muoiono sotto i nostri occhi in uno stretto braccio di mare per disidratazione, per affogamento e ora anche per mancanza d’aria. È grottesco pensare di disincentivarli inasprendo i controlli o negando loro accoglienza. Le sofferenze che li hanno sospinti a partire e le violenze già subite lungo il tragitto, sono incommensurabili col nostro potenziale dissuasivo.    Meritano il nostro rispetto le unità della Marina militare che con scarsità di mezzi si prodigano nei salvataggi, riscattando il disonore dei giorni in cui eseguirono l’ordine dei respingimenti. Ma è evidente che Mare Nostrum è solo un palliativo, là dove andrebbe creato subito un corridoio umanitario, ovvero un servizio civile di traghetti e voli charter per smistare razionalmente i migranti in varie destinazioni europee.

   Nel recente Consiglio dell’Ue è stato ancora una volta eluso l’imperativo di un “mutuo riconoscimento” delle decisioni di asilo. Si perpetua l’assurdità per cui tale diritto di asilo viene riconosciuto solo nello Stato membro che l’ha concesso. Ne deriva una prassi ipocrita: le autorità italiane evitano tacitamente di procedere all’identificazione dei migranti approdati sulle nostre coste ma desiderosi di farsi riconoscere lo status di rifugiati in nazioni più accoglienti.

   Così, per favorire la loro ripartenza, dopo quello degli scafisti incrementiamo pure il trasporto illegale via terra dei passeur. Siamo apprendisti stregoni,   favoriamo il riciclo di enormi profitti spesso destinati all’acquisto di armi con cui verremo minacciati e poi forse aggrediti.

   Sappiamo bene che la tragedia storica delle migrazioni dalla sponda sud del Mediterraneo divide lo nostre coscienze. Il leader del principale partito di opposizione si è dichiarato contrario a aiutare i migranti perché altrimenti «finiremmo con percentuali di voto da prefisso telefonico ». L’estrema destra impersonata da Salvini resuscita la fandonia dell’«aiutiamoli a casa loro» dopo che per anni i governi che appoggiava hanno tagliato i fondi della cooperazione, favorito l’esportazione di armi, sostenuto gli aguzzini di quei popoli.

 Lo stesso disimpegno europeo, che Juncker non rimedierà certo con la nomina di un commissario ad hoc , rischia di far solo da foglia di fico perché maschera inadempienze tutte italiane. Come non riconoscere un segno plateale del declino che ci affligge nel nostro essere contemporaneamente un paese sempre più vecchio e un paese restio a aggiornare le sue normative per l’integrazione dei flussi migratori. Matteo Renzi, un maestro nella conquista del consenso popolare, ha una spiccata tendenza a eludere le questioni che dividono l’opinione pubblica. Lo testimonia il dirottamento a Strasburgo di Cécile Kyenge, forse la principale novità del governo precedente. E lo conferma la messa in sordina della cittadinanza per i bambini stranieri residenti in Italia.    Eppure il cataclisma euromediterraneo in cui si trova immerso il nostro paese, per quanto difficile da gestire, ne rappresenta anche l’unica prospettiva futura di rinnovamento. Viviamo in un’epoca che ha visto schizzare a 51,2 milioni nel 2013, secondo l’ultimo rapporto Global trends dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i profughi, il numero dei migranti forzati. Molti di loro sono sfollati interni che aspirano a fare ritorno non appena possibile alle proprie case. Ma i fuggiaschi sono aumentati di ben 6 milioni nel giro di un solo anno. La Siria, la Repubblica Centrafricana e il Sud Sudan si aggiungono all’Eritrea, alla Somalia e in parte al Maghreb come luoghi in cui vivere è quasi impossibile. Gli apolidi sono circa 10 milioni, di cui solo un terzo effettivamente censiti.    Di fronte a un tale sommovimento neanche se lo volesse l’Europa potrebbe trasformarsi in una fortezza. Del resto, nella prima metà del secolo scorso, furono gli europei a emigrare in decine di milioni verso le Americhe e l’Australia. Ora al vecchio continente tocca gestire un flusso inverso, riconoscendo a noi prossima l’umanità dei miserabili in cammino. L’osmosi è un destino ineluttabile, da programmare con lungimiranza.

   Tanto per cominciare, abbiamo gli strumenti civili, tecnologici e militari per debellare le organizzazioni criminali che lucrano sul commercio di vite umane. La Libia, anche per nostra colpa, è caduta nelle mani di signori della guerra cui va sottratto il potere territoriale di smistamento dei migranti. Creare delle enclaves per il soccorso, l’identificazione e il trasporto sicuro è meno pericoloso che subire il loro predominio. Il semestre europeo dell’Italia ci assegna un compito strategico, da assolvere con pietà e efficienza.

   Traghetti subito. Mutuo riconoscimento delle domande d’asilo. Monitoraggio comune e equo smistamento. Affinché nessuno muoia più soffocato dal corpo di un padre o di un fratello. (Gad Lerner)

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I MILLE FIGLI DI «MAMMA VIRGINIA» LA DONNA CHE DÀ CASA AI PICCOLI IMMIGRATI

di Felice Cavallaro, da “il Corriere della sera” del 3/7/2014

POZZALLO (Ragusa)— Senti chiamare «mamma» fra le brande dei minori arrivati dalla Siria o fra i ragazzi egiziani che giocano a pallone e corre lei, Virginia Giugno, una quarantenne alta e bruna, gli occhi dolci, pronta per coccolare i giovani sventurati senza genitori, i piccoli migranti in cerca di futuro, prima diffidenti, poi attaccati come ventose alla coordinatrice della protezione civile perché per tutti è «Mamma Virginia».

   Quando si è laureata in lingue e letteratura straniere e quando il sindaco Luigi Ammatuna l’ha nominata capo di gabinetto pensava di dover seguire nella vita solo le sue due figlie, una all’università, l’altra al liceo.  E invece adesso deve dividersi fra Walid, Ayman, Sam e centinaia di altri «non accompagnati» che ad ogni sbarco le vengono affidati per decidere come assisterli, se trattenerli a Pozzallo, magari iscrivendoli a scuola, se stabilire un contatto con le case famiglia, con le parrocchie, con i centri Spar del ministero dell’Interno. Lei scheda i dati, annota le debolezze, l’estro, le aspirazioni di ognuno, cerca di capire cosa è meglio fare, dove è meglio indirizzare ogni ragazzo. Come ha fatto lunedì per 72 minori spostati dal Centro accoglienza del porto di Pozzallo per fare spazio agli altri 50 arrivati con i primi naufraghi salvati sul peschereccio dell’orrore.

   «Il più piccolo in questi giorni ha 12 anni. Il primo compito è separarli dai maggiorenni, se non hanno genitori. E subito tirarli fuori dal Centro che è sempre un capannone dove non si può costruire niente, passando invece a strutture “ponte”, come le definiamo, in attesa di qualcosa che dia sempre più certezze: una parrocchia, una casa famiglia, un centro per minori…» racconta Mamma Virginia che negli ultimi mesi ha ribaltato qualche convinzione.

   «Vedevo davanti a me questi ragazzi mandati da soli nel pozzo nero del Mediterraneo e pensavo a genitori scriteriati, incapaci di tenerseli vicini. Ma ho capito che è esattamente il contrario» spiega. «Ho capito che le famiglie investono tutto per consentire a questi ragazzi di fuggire da fame e stenti, di non farsi arruolare a sedici anni come soldati armati di fucili che pesano più di loro. Fra la morte per fame o guerra e il rischio di giocare la vita nella roulette del Mediterraneo, i genitori puntano sul viaggio della speranza mettendo i loro figli nelle mani dei trafficanti. Una scommessa. Che noi finiamo per raccogliere…».

   Ed è questa la storia di Ayman, 14 anni, il viso di un bambino, gli occhi inzuppati, i primi tempi con un inglese pasticciato, «blis blis » per dire «please », per invocare di essere rimandato in Egitto, come ricorda la coordinatrice: «Mi ripeteva: “Non volevo venire, mi ha costretto mio padre, voglio tornare a casa, a fare il medico al Cairo…”. E io a confortarlo difendendo quel padre mai visto, convincendolo che il futuro stava davanti a lui e non dietro».

   Come ha fatto con Welid Moahomud, un altro ragazzo egiziano di 15 anni, l’italiano appreso con lei che lo chiama «Kit Kat»: «Lo rimproveravo per le barrette di cioccolato divorate in continuazione, per la sigaretta fumata di nascosto… Ma dopo un anno, trovato un collegio in Calabria, ecco la pagella della promozione in terza media che mi ha inviato via Facebook. Ero fiera, come se l’esame l’avesse superato mia figlia».

   Vorrebbe sempre il meglio una mamma per i propri figli, spiega lei, però si intristisce: «Mi ritrovo spesso a scegliere il loro destino rispondendo a richieste del ministero o dei centri specializzati da dove mi arrivano la mail per la disponibilità di un posto in una struttura o in un’altra. E’ accaduto quest’inverno. Un posto in un ottimo centro di Pachino. Ma in quel momento avevo 107 minori a me affidati. E dovevo sceglierne uno, uno soltanto per regalargli il futuro. Una violenza per gli altri. Ho dovuto, a malincuore. Facendo preparare il bagaglio con le sue piccole cose a Promise Aberun, 16 anni, il più socievole, sempre allegro, felice quando gli ho spiegato che avrebbe studiato, ospite in una casa vera, senza brande, con istitutori di prim’ordine, con tanti giochi e tanti libri. Ma un giorno, un brutto giorno, un mese e tre giorni fa, li hanno portati al mare, in gita, e Promise è annegato, il corpo ritrovato tre giorni dopo. Ecco, l’avevo scelto io. Ed è come se l’avessi mandato io su quella spiaggia, fra quelle onde che se lo sono portato via».

   Torna il sorriso parlando di Sam, 12 anni, «una intelligenza superiore», come dice raccontando la storia di un altro bambino arrivato da solo: «Mamma e fratello arrestati alla partenza dalla Libia da poliziotti che volevano essere pagati. Loro sono fuggiti temendo il peggio, ma gridando a Sam di salire sul barcone mentre salpava. Ed è arrivato qui, solo, poi viziato da tutti: l’elicotterino, la macchinina, la maglietta alla moda. La sera però mi abbracciava e io morivo: “Virginia, mi manca la mamma”. Lo stringevo forte. Si addormentava… Adesso con gli angeli di Save the children sta in una buona struttura a Catania. E lavoriamo tutti per rintracciare la mamma, per agevolare il ricongiungimento…». Ed è davanti a tragedie come queste che l’umanità scopre il peggio, ma anche il meglio di se stessa. (Felice Cavallaro)

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Contagiati – L’indifferenza non cambia verso

LEGGENDA DELLE MALATTIE NELL’ITALIA XENOFOBA

di Furio Colombo, da “il Fatto Quotidiano” del 2/7/2014

   Prima viene la leggenda delle malattie, elencate come in paurosi racconti ottocenteschi, che precedono i vaccini di Pasteur, la penicillina di Pauling e la produzione di massa degli antibiotici. E fingendo di non sapere che quasi tutte le misteriose infezioni senza cura che per certi periodi hanno terrorizzato il mondo, (dalla “mucca pazza” alla “aviaria”) sono tutte esplose (e per fortuna finite, ma non capite) nella parte industriale e ricca del mondo.

   Poi c’è la persuasione xenofoba che “vengono qui perché siamo noi a invitarli con l’accoglienza”. Nei giorni in cui a Pozzallo non ci sono celle frigorifere per i 30 morti finora trovati in mare radio e tv radunano esperti. Radio3, la mattina del 1° luglio aveva fra i suoi “esperti” un giornalista che ha detto: “Gli sciacalli sono sempre più sciacalli e calcolano la convenienza del trasporto in mezzo al mare, calcolano che c’è l’operazione Mare Nostrum che provvederà a portare tutti in salvo e i viaggi si moltiplicano”.

   La frase significa non sapere che non hanno una casa, ignorare cosa succede in Siria, Iraq, Libia, Sud Sudan, nella Repubblica Centrafricana, nel Rwanda, nel Congo, nel Mali, in Etiopia, Eritrea, Somalia, per fare un elenco parziale.

   Non è ignoranza. È una posizione politica radicata nel molle e disorientato terreno dell’informazione dal tenace governo Berlusconi-Bossi fondato su xenofobia, razzismo, superstizione e invenzione. È la credenza di una setta sorda e cieca ma attivissima (la stessa che, all’inaugurazione del Parlamento europeo, ha voltato le spalle a Beethoven e all’Inno alla Gioia) che pensa all’immigrazione come a un viaggio-premio per scansafatiche che poi diventeranno pericolosi se non li nutri e non gli dai una casa.

   Ma è la cultura del respingimento, inventata in Italia, da italiani, in questi anni, è un pensiero di indifferenza che si esprimeva nel vecchio e tradizionale “lasciar fare” e si è trasformato adesso in un tranquillo “lasciar morire”. Sentite.

   Primo, “aiutiamoli a casa loro”. È difficile che una persona mediamente informata possa credere in buona fede che siamo di fronte a popoli che resterebbero a casa, invece di rischiare la morte sul fondo del mare, se gli mandassimo un pacco regalo. Ma la frase circola, ed è quasi una parola d’ordine.

   Secondo, i diritti (di asilo, accoglienza, ricongiunzione familiare, dello stato di rifugiato) devono essere accertati nei Paesi d’origine di chi intende emigrare. Qui si aggirano tre fantasie. Una è che la burocrazia locale, invece di far scomparire il capo famiglia che vuole emigrare, gli darà carte e riconoscimenti necessari per presentarsi al Consolato a cui chiedere il visto. Un’altra che ci sia un Consolato. Infine, come vuole la Bossi-Fini, approvata senza vergogna a grande maggioranza, bisogna procurarsi il contratto di lavoro prima di partire.

   Terzo, un’operazione come Mare Nostrum incentiva il viaggio, invita i profughi, aumenta gli sbarchi. La frase è due volte una bestemmia contro l’umanità. Infatti Mare Nostrum non è altro che salvataggio in mare. E la differenza fra gli sbarchi di prima e gli sbarchi di adesso è data dalla differenza fra coloro che prima morivano e coloro che, adesso, non muoiono più. La superstizione della malattia è di gran lunga la più falsa e ripetuta. Era stato Maroni a inventare le mascherine bianche della polizia, in modo che noi tutti, sani spettatori di razza superiore, percepissimo il rischio del contagio. Infatti la mascherina non era per i morti, ma per giovani vivi e felici di essere vivi che in altri sbarchi, ho visto spinti come bestiame di qua e di là senza ordini e senza luoghi di accoglienza, per poi rinchiuderli in luoghi lerci e con i gabinetti otturati.

   L’Italia continua ad accettare superstizioni della sottocultura che ha dominato il Paese (troppo fragile l’opposizione, e adesso unita) per vent’anni. Nessuno dei nuovi giovani al governo ha provato pena o solo interesse di fronte alla folla di gente giovane che noi lasciamo nelle chiese e sulle banchine, uomini, donne e bambini di secondo livello. Siamo tutti troppo presi dalla celebrazione del semestre italiano. (Furio Colombo)

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LA FEROCIA DEGLI SCAFISTI: I MIGRANTI MORTI? COLPA LORO

di Giovanni Bianconi, da “il Corriere della Sera” del 2/7/2014

   «Tu non potevi fare nulla, hai fatto quello che andava fatto. Questo è il loro destino, perché già erano arrivati. La colpa è loro perché sono voluti partire in tanti». Per gli scafisti la strage di Lampedusa, 366 morti che il 3 ottobre scorso non riuscirono a toccare terra, fu solo un brutto incidente.

   Per i trafficanti di uomini la strage di Lampedusa – 366 morti che il 3 ottobre scorso non riuscirono a toccare terra – fu solo un brutto incidente. Del quale si rammaricavano come fa un contadino quando l’annata va storta, per la siccità o altri motivi. Due di loro ne parlarono al telefono quasi un mese dopo, il 31 ottobre, intercettati dalla polizia italiana.

   «John commenta il naufragio – si legge nel riassunto della conversazione – dicendo che ciò che lo fa maggiormente arrabbiare è il fatto che il naufragio non è da addebitare alle condizioni meteo, ma ai soccorsi, e fa l’esempio di un agricoltore che può accettare che il suo raccolto non vada bene a causa della mancanza di pioggia, ma non all’incuria nel periodo della raccolta».

   John Maray, sudanese residente a Khartum, e Ermies (o Ermias) Ghermay, etiope che vive a Tripoli, sono tra i presunti organizzatori dei viaggi della disperazione individuati dalla Procura di Palermo che ieri ha ordinato il fermo di nove persone per crimini transnazionali legati al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. E dai colloqui registrati dagli investigatori del Servizio centrale operativo emerge il fondato sospetto che proprio Ermies – irreperibile come il suo amico John – sia tra i responsabili della traversata che lo scorso anno si trasformò in una delle più gravi tragedie dell’immigrazione.

   Su quella barca erano troppi, si raccontano John ed Ermies, ma furono gli stessi profughi a insistere per salire e stiparsi oltre il consentito. «Ermies precisa che c’erano molti migranti in gruppi, e non volevano dividersi, pertanto ha cercato di accontentarli imbarcandoli tutti nella stessa barca. Ermies precisa che poteva chiamare la polizia libica così da farli arrestare o scappare, tanto il denaro era già stato incassato (3.300 dollari a testa per oltre 500 passeggeri, hanno riferito i superstiti ndr ), quindi la sua volontà era farli partire senza nessun problema».

   Dunque la responsabilità è degli stessi morti, come sostiene John: «Tu non potevi fare nulla, hai fatto quello che andava fatto. Questo è il loro destino, perché già erano arrivati. La colpa è loro perché sono voluti partire in tanti. Se avessero chiamato mentre erano in viaggio si sarebbero salvati, ma loro erano già entrati nel porto, a distanza di 800 o 1.000 metri. Il capitano non doveva bruciare il lenzuolo senza il loro permesso per farsi notare. Tu hai fatto il tuo meglio… Tutti hanno sbagliato a mettersi da un lato sbilanciando la barca e facendola affondare».

   Poco prima anche Ermies aveva detto: «Ormai è capitato, pace alle anime loro. Quanti erano sopravvissuti al Sinai non riuscendo a entrare in Israele? Era il loro destino». Piuttosto, il grande clamore provocato dalla strage metteva a rischio il lavoro futuro: «Ermies puntualizza che solo il suo viaggio ha avuto un’importanza mediatica elevata. Tante altre persone sono partite, con altri organizzatori, non arrivando mai a destinazione e diventando cibo per pesci, e nessuno ne ha mai parlato». E ancora: «Questo naufragio è stato troppo eclatante e tutti mi hanno dato la colpa per non aver dato a ognuno di loro il giubbotto di salvataggio. Ma se gli italiani che erano a 800 metri non hanno potuto fare nulla, io che posso fare?».

   John cerca di tranquillizzarlo invocando nuovamente il fato: «Quello che Dio ha scritto non si può cancellare. Io quando organizzo i viaggi cerco di trattare bene sempre i viaggiatori facendoli mangiare bene, ma questo non si significa che si possano salvare. È il destino che decide». In ogni caso, quando un’imbarcazione non ce la fa a trasportarli tutti, è meglio utilizzare le maniera forti con chi vuole partire a tutti i costi: «Le persone vanno picchiate e consigliate. Ti assicuro che non gli fa male, perché tu lo fai per il loro bene», spiega John a Ermies.

   Ai telefoni dei due trafficanti i poliziotti dello Sco sono risaliti attraverso le testimonianze di alcuni sopravvissuti fuggiti da diversi Paesi dell’Africa. I quali hanno testimoniato non solo sulla «traversata della morte», ma anche sulla struttura alla quale si erano rivolti. Che comprende due fasi di «assistenza» a pagamento.

   La prima è il viaggio fino alle coste della Sicilia, e la seconda – quando la prima è andata a buon fine – l’aiuto per raggiungere le mete finali, spesso oltre i confini italiani. Per essere aiutati nella fuga dai centri di accoglienza e accompagnati nei Paesi di destinazione finale, i migranti si rivolgono ad altri contatti della stessa organizzazione, alcuni stabilizzatisi a Roma. E devono versare altri soldi: centinaia di euro per gli Stati più vicini, migliaia per quelli più distanti. Sono le conversazioni captate tra gli inquisiti a svelare il tariffario predisposto dai mercanti di esseri umani.

   A un eritreo che chiama da Israele per spostare un giovane nipote che vorrebbe chiedere asilo politico in Svezia come minorenne, «Tesfahiwet (uno degli indagati ndr ) dice che occorrono 800 euro». Un altro – Shemshedin Abkadt, eritreo anche lui – spiega a chi lo chiama per conto di un amico che mira all’Olanda, che per il Regno dei Tulipani ne servono 500; la stessa cifra che Shemshedin chiede per un documento italiano necessario a raggiungere il Canada: «Peccato – dice all’interlocutore – pochi giorni fa avevo disponibile un passaporto americano ma l’ho appena venduto».

   Un passaporto di Malta può valere fino a 2.000 euro, mentre arrivare in Messico costa 3.000 euro a migrante. Shemshedin vive a Roma, e alla donna che al telefono chiede se abita ancora «in quella casa schifosa» di periferia, lui risponde di sì, e che non ha alcuna intenzione di spostarsi: «L’America è dove si fanno i soldi, e la mia America è qui!». (Giovanni Bianconi)

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MIGRANTI, BUFALA VIRALE: L’UNICA VERA MALATTIA È LA POVERTÀ

da “l’Unità” del 2/7/2014

   Macché vaiolo, è un banale caso di varicella. L’allarme era stato lanciato domenica sera. Un allarme lanciato da troppe fonti e con troppo fretta su un possibile caso di vaiolo tra i migranti salvati dalla nave Orione della Marina Militare è immediatamente rientrato.

   L’uomo è affetto da normale varicella. Lo strillo è stato tanto eclatante quanto infondato. Il virus del vaiolo (nelle due forme, Variola maior e Variola minor) è stato completamente eradicato nel 1979, come ha ufficialmente dichiarato l’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 1980. Anche i virus conservati per motivi di studio nei laboratori scientifici sono stati distrutti. In pratica, oggi non ce n’è traccia alcuna su tutto il pianeta. Cosicché prima di annunciarne il ritorno tutti dovrebbero fare molta attenzione.

   La vicenda, dunque, potrebbe essere rubricata tra i casi di «cattiva informazione» – mediatica, ma non solo mediatica – se non avesse avuto un risvolto positivo: il sistema di controllo sanitario alle nostre frontiere ha funzionato molto bene. Il migrante malato è stato subito individuato dai medici presenti a bordo della Orione, come prevedono le leggi internazionali e il protocollo messo in atto da un accordo tra i ministeri della Sanità e della Difesa.

   Essendo sospetto portatore di una malattia infettiva, sono scattate le misure di prevenzione: una quarantena, revocata prontamente dopo aver accertato la natura della malattia. Il paziente è stato immediatamente trasportato, con un elicottero, dalla Orione fino all’ospedale Spallanzani di Roma, specializzato nella diagnosi e cura delle malattie infettive. Le indagini sono state rapide e il referto chiarissimo: si tratta di varicella.

   Se questa doveva essere un test sull’efficienza dei nostri sistemi di controllo, dunque, ha funzionato benissimo. Sgonfiando sul nascere ogni allarme, più o meno strumentale. Già perché la paure che i migranti portino con sé malattie infettive terribili è uno di quei luoghi comuni tanto diffusi, quanto infondati.

   Così come è un luogo comune tanto diffuso quanto infondato il fatto che noi saremmo impreparati di fronte a virus e batteri alieni. Tutto questo semplicemente non è vero. I migranti non sono portatori di chissà quali strane malattie. E il nostro sistema sanitario è, in ogni caso, pronto a contrastare l’arrivo di eventuali agenti infettivi pericolosi.    In Italia vivono quasi 4,5 milioni di stranieri provenienti da 190 diversi Paesi. Molti immigrati provengono effettivamente da aree del mondo dove ci sono malattie infettive endemiche come la tubercolosi (Tbc), l’Aids, una serie di malattie veneree, la malaria le epatiti.

   Ebbene, esiste un piano, chiamato «Sorveglianza sindromica delle popolazioni migranti» che da alcuni anni monitora costantemente la condizione sanitaria degli ospiti venuti dall’estero, anche dei clandestini. Per quanto riguarda questi ultimi, il sistema fa capo all’Istituto Superiore di Sanità (Iss) ed è costituito da una rete regionale costituita dai centri di accoglienza. In pratica il personale sanitario di ogni centro di accoglienza monitora e segnala al Roma i nuovi casi relativi a 13 diverse sindromi poste sotto sorveglianza.

   Ogni giorno vengono elaborate schede molto dettagliate che vengono inviate alle Asl o ad altre strutture regionali e a poi all’Iss. Ciò consente di individuare piccole anomalie statistiche e, dunque, di tenere sotto controllo 13 diverse malattie infettive. I dati aggregati – assicura l’Iss – sono riassunti in un bollettino epidemiologico nazionale e inviati a tutte le strutture che partecipano alla sorveglianza. Inoltre sono pubblicati sul sito Epicentro (www.epicentro.iss.it ) e, dunque, accessibili a tutti. Fino all’11 aprile 2011 il sistema aveva preso in esame 7.667 casi di immigrati contagiati.

   Ebbene nella metà dei casi (il 49,6% per la precisione) la malattia consisteva in «un’infezione respiratoria con febbre», in pratica una banale influenza. In un quarto dei casi (24,9% per la precisione) si trattava di «infestazioni», da piccolo insetti come pidocchi, e nel 22,2% dei casi da «gastroenterite senza sangue», insomma da mal di pancia. Le malattie dei migranti, dunque, sono del tutto simili alle nostre. Anzi, essendo la popolazione migrante costituita da persone di età media inferiore a quella italiana, ma adulte o, al più adolescenti, la morbilità dei migranti è inferiore a quella della popolazione italiana.

   Lo dimostra il fatto, recita un documento dell’Istituto Superiore di Sanità, che anche malattie endemiche nelle zone di provenienza, come la tubercolosi, in Italia hanno bassa incidenza e sono stabili. I casi di Tbc, per esempio, si mantengono stabili in Italia intorno al valore di 7 o 8 casi ogni 100.000 abitanti da venti anni. Anche se ci sono regioni dove l’incidenza è più alta (l’Emilia-Romagna, per esempio, con 12 casi ogni 100.000 abitanti) e altre dove è considerevolmente più bassa (l’Abruzzo e il Molise, con un’incidenza inferiore a 3 casi ogni 100.000 abitanti).

   Le uniche malattie infettive in crescita (in maniera non allarmante) tra le persone di nazionalità extra-comunitaria sono quelle sessualmente trasmissibili. In particolare aumentano i casi di Aids. Non solo perché arrivano più persone contagiate da aree dove il virus dell’Hiv è endemico, ma anche e forse soprattutto perché molte donne e anche molti uomini immigrati sono sottoposti qui in Italia a sfruttamento sessuale con scarsa o nulla protezione. L’unica malattia particolare dei migranti è la povertà. Ed è una malattia curabile.

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One thought on “‘FORTEZZA EUROPA’: le quasi quotidiane STRAGI DI MIGRANTI nel disperato tentativo di entrare in Europa e allontanarsi dalla guerra e miseria – 25 anni di stragi nel CANALE DI SICILIA, diventato fossa comune del Mediterraneo – L’urgenza di una soluzione concreta

  1. Agata domenica 6 luglio 2014 / 9:03

    Vi invio anche questo appello sperando di fare cosa gradita.

    ANGELUS – DOMENICA 29 GIUGNO 2014
    Appello per l’Iraq

    «Le notizie che giungono dall’Iraq sono purtroppo molto dolorose. Mi unisco ai Vescovi del Paese nel fare appello ai governanti perché, attraverso il dialogo, si possa preservare l’unità nazionale ed evitare la guerra…». http://it.clonline.org/

    Agata

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