ISRAELE – PALESTINA di Hamas: CI SARA’ LA GUERRA? – il MEDIO ORIENTE CHE SI STA DISINTEGRANDO – Gli USA incapaci di mediare; in Siria e Iraq si è creato il nuovo crudele Stato-Califfato “ISIS” – Ma i giovani arabi della “PRIMAVERA” (e quelli israeliani) sono disposti a combattere?

Foto di GAZA CITY (palazzina colpita dai raid aerei israeliani) - Sono stati 690 i razzi e i colpi di mortaio lanciati DA GAZA VERSO ISRAELE dall'inizio dell'operazione “BARRIERA PROTTETTIVA". Lo ha detto un portavoce dell'esercito di Tel Aviv, spiegando che alcuni dei razzi sono penetrati in territorio israeliano per oltre 100 km.  Sul fronte opposto, A GAZA, i raid aerei subiti avrebbero causato l’uccisione di almeno 120 palestinesi, in gran parte civili (i feriti sono 670). Distrutte 282 case, mentre altre 9mila sarebbero state danneggiate.
Foto di GAZA CITY (palazzina colpita dai raid aerei israeliani) – Sono stati 690 i razzi e i colpi di mortaio lanciati DA GAZA VERSO ISRAELE dall’inizio dell’operazione “BARRIERA PROTTETTIVA”. Lo ha detto un portavoce dell’esercito di Tel Aviv, spiegando che alcuni dei razzi sono penetrati in territorio israeliano per oltre 100 km. Sul fronte opposto, A GAZA, i raid aerei subiti avrebbero causato l’uccisione di almeno 120 palestinesi, in gran parte civili (i feriti sono 670). Distrutte 282 case, mentre altre 9mila sarebbero state danneggiate.

   Da l’impressione di “già visto”, del “già sentito” (nelle notizie dei telegiornali, della radio, dei giornali…) quel che sta accadendo tra Israele e l’organizzazione palestinese che governa la Striscia di Gaza Hamas. Un’escalation di guerra con i soliti atroci preannunci: 3 ragazzi israeliani (Eyal Yifrah, Gilad Shaar e Naftali Fraenkel) rapiti e uccisi da uno dei tanti gruppi estremisti palestinesi; la “risposta”, rappresaglia, di alcuni integralisti israeliti con la barbarie dell’uccisione di un ragazzo palestinese (Mohammed Abu Khudair) bruciato vivo.

   Lo scrittore ebreo David Grossman, tra i più critici dell’atteggiamento israeliano verso i palestinesi (in un articolo che in questo post riportiamo) parla di questo “eterno” conflitto come “una legge della natura o di un assioma che stabilisce che questi due popoli saranno per sempre condannati alla guerra e non avranno mai pace”.

ASHKELON (ISRAELE) Una famiglia corre verso un rifugio pochi secondi dopo il suono della sirena di allarme
ASHKELON (ISRAELE) Una famiglia corre verso un rifugio pochi secondi dopo il suono della sirena di allarme

   Ma questa volta, nella tragedia e nella sofferenza di entrambi i popoli (gli israeliani sotto la paura dei razzi di Hamas; i palestinesi che subiscono i raid aerei), c’è qualcosa di ben diverso nella geopolitica del conflitto in atto: 1-un Medio Oriente in totale confusione e cambiamento (e non in meglio); 2-le potenze occidentali (in primis gli USA) che non hanno più alcuna funzione mediatrice tra le parti; 3-la frammentazione di forze diverse, tra gli stessi israeliani e i palestinesi, che non si riconoscono più nei leader e nelle istituzioni tradizionali.

   Le divisioni interne al mondo palestinese (tra l’organizzazione Hamas che controlla la striscia di Gaza e la Cisgiordania di Abu Mazen) sono esplose prima ancora che con Israele; le due leadership storiche arabe sono in agonia. Per questo hanno creato una specie di governo di unità nazionale. E da situazioni interne non controllate da entrambe sono sfociati i gravi episodi di violenza riesplosa con il sequestro e l’uccisione dei tre studenti israeliani. Dall’altra è Israele che pare non riuscire a controllare l’estremismo dentro a se: ne è la dimostrazione l’assassinio dell’adolescente palestinese (questo nel mentre stava per arrivare la dura rappresaglia israeliana contro l’uccisione dei tre ragazzi…).

   Ma sono stati i palestinesi di Hamas a (ri)iniziare il lancio di razzi e missili dalla Striscia di Gaza contro Israele… e la risposta (area) di Israele è durissima: finora 120 palestinesi, perlopiù civili uccisi. E si fa strada la possibilità di un’invasione “via terra” israeliana della Striscia di Gaza….L'originale piano di partizione della Palestina e gli insediamenti israeliani_ da Wikipedia

   Insomma, un caos indescrivibile, una situazione di smarrimento reciproco, una frammentazione delle contrapposizioni violente, senza che né i capi palestinesi né quelli israeliani possano sufficientemente controllare la spirale violenta. E dall’altra, in Siria e Iraq, gli estremisti islamici dell’ISIS (molto più pericolosi e violenti di Al Qaeda…) che guadagnano posizioni e si consolidano (appunto in Iraq e Siria ma con ambizioni di espandersi in Giordania e tutto il Medio Oriente) con la creazione di un loro Stato confessionale islamico (si dovrà stampare una nuova carta geografica dei confini e dei paesi mediorientali?).

   L’Occidente (l’America, gli Stati Uniti…) incapaci di mediare (non parliamo dell’Europa del tutto assente), e anche l’importante Egitto in epoche precedenti di paese facente azione mediatrice, ora è fuori gioco con i suoi problemi di contrapposizioni interne.

Eyal Yifrah, Gilad Shaar e Naftali Fraenkel, i tre ragazzi isrealiani catturati e uccisi da frange estremiste palestinesi
Eyal Yifrah, Gilad Shaar e Naftali Fraenkel, i tre ragazzi isrealiani catturati e uccisi da frange estremiste palestinesi

   Dal novembre 2012 (data che segna la mediazione egiziana e il fiume di sangue già versato consigliarono ai contendenti una tregua pur priva di garanzie), quel novembre 2012 nel quale pure era stato nominato segretario di stato statunitense da Obama John Kerry, lui ci aveva provato a far giungere i due popoli a una pace duratura, ma ha fallito del tutto: e Kerry stesso ripartendo le colpe fra entrambi gli schieramenti, israeliani e palestinesi, per il fallimento del suo negoziato di pace, ha chiarito anche che la colpa è stata più dei primi che dei secondi.

   Il fatto vero è che da quel novembre del 2012 è cambiato buona parte del mondo, e soprattutto è radicalmente cambiato il Medio Oriente. La Siria si dibatte nella guerra civile, le primavere arabe e i giovani in rivolta contro l’estremismo sociale religioso delle loro società non hanno ottenuto granché…. L’Egitto è tornato ai colpi di stato militari per bloccare lo strapotere sociale dei fratelli mussulmani e non conta più niente nell’azione di mediazione con Hamas e Israele…. E dietro gli egiziani, comunque, c’era sempre stata l’America e tutti lo sapevano. Ed è così finita ogni influenza americana nella regione mediorientale e tra israeliani e palestinesi in particolare.

Mohammed Abu Khudair, il ragazzino palestinese rapito e ucciso per rappresaglia da integralisti israeliani
Mohammed Abu Khudair, il ragazzino palestinese rapito e ucciso per rappresaglia da integralisti israeliani
Amir Peretz, ministro dell’Ambiente israeliano
Amir Peretz, ministro dell’Ambiente israeliano

GLI INSULTI RAZZISTI ALL’IDEATORE DELLA CUPOLA DI FERRO – Minacce di morte e applausi. Gli estremisti ebrei attaccano AMIR PERETZ, ministro dell’Ambiente, colpevole per loro di aver visitato la famiglia di MOHAMMED ABU KHUDAIR, il ragazzino palestinese rapito e ammazzato l’8 luglio. La sua pagina Facebook è diventata un elenco di insulti, incitazioni razziste, odio contro gli arabi. L’altra Israele, la maggioranza, lo ferma per strada e gli stringe la mano per ringraziarlo. Peretz rischierebbe di passare alla storia come uno dei peggiori ministri della Difesa (tra il 2006 e il 2007, gestione criticata della guerra con il Libano) se non fosse anche l’artefice politico di IRON DOME, il sistema anti missilistico che ha voluto e sostenuto quasi da solo. È la sua Cupola di ferro a proteggere in questi giorni le città. (da “il Corriere” del 11/7/2014)

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 Con Hamas sempre più debole e senza più sostegni esterni (la Siria, l’Egitto…che hanno altro cui pensare), con Israele senza gli americani… la situazione si fa ancor più anarchica, senza mediatori tra le parti. E con la debolezza di Israele e Hamas acquistano peso piccoli gruppi quasi sempre ultra estremisti, sia palestinesi che ebraici….

   Che fare allora? …. Forse i giovani non ne possono più di guerra, sia quelli ebrei che quelli palestinesi, e vogliono vivere il senso, i viaggi, le conoscenze, la mondialità vissuta da altri giovani del pianeta (le “primavere arabe” sono partite da questa necessità…). E, riguardo a quel che sta accadendo in questi giorni di scontro tra le due parti, persistono gesti di solidarietà che possono avere significati politici molto alti, concreti: come la mano tesa tra i familiari di uno dei ragazzi ebrei uccisi e quelli del palestinese bruciato vivo; oppure il Ministro dell’ambiente israeliano Amir Peretz che ha visitato la famiglia del ragazzino palestinese rapito e ammazzato. Forse la parti dialoganti di entrambi gli schieramenti possono dare forza alla speranza di uscire da questo ripetersi perenne di guerre e violenze in quell’area così importante del mondo. (s.m.)

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IL RUOLO (CHE NON C’E’ PIU’) DI EGITTO E USA

LA SCOMPARSA DEI MEDIATORI

di Franco Venturini, da “il Corriere della Sera” del 10/7/2014

   Razzi e missili di Hamas piovono sulle ben protette città israeliane, bombe israeliane piovono sulla Striscia di Gaza controllata da Hamas, e ogni giorno, quasi ogni ora, la spirale che porta a una azione terrestre delle forze di Gerusalemme appare più inarrestabile.

   Eppure non è trascorso tanto tempo da quel novembre del 2012 in cui la mediazione egiziana e il fiume di sangue già versato consigliarono ai contendenti una tregua priva di garanzie. Perché non riprovarci, perché non arrestare in tempo una tragedia annunciata e conosciuta?

   Perché in realtà, nel tempo trascorso DAL NOVEMBRE DEL 2012, È CAMBIATA BUONA PARTE DEL MONDO E SOPRATTUTTO è radicalmente cambiato IL MEDIO ORIENTE. DIVERSI SONO GLI EQUILIBRI GEOPOLITICI, NUOVE SONO LE MINACCE, E NON ESISTONO PIÙ MEDIATORI CREDIBILI. Per questo, se la guerra terrestre alla fine ci sarà, avrà tutto l’impeto di una guerra «nuova», non di una semplice ripetizione del dramma. E fermarla sarà molto più difficile.

   Nel 2012 la mediazione egiziana usufruì del rapporto privilegiato tra Hamas e i Fratelli musulmani del Cairo. Ma oggi, con i Fratelli in galera e i generali al potere, sono credibili i buoni uffici che pure l’Egitto tenta di offrire alle parti?    Dietro gli egiziani, comunque, c’era sempre stata l’America e tutti lo sapevano. Ma quale vera influenza ha oggi l’America di Obama nella regione mediorientale e tra israeliani e palestinesi in particolare? La spola screditante di Kerry, il convincimento della Casa Bianca che un accordo debba essere deciso dalle parti con la sola assistenza diplomatica degli Usa, le voglie neo-isolazioniste dell’opinione statunitense, tutto contribuisce a ridurre in maniera consistente il peso di Washington.

   AI CAPI DI HAMAS, che è sempre stata un ombrello di diverse organizzazioni estremiste, RESTANO SOLTANTO GLI AIUTI FINANZIARI DAL QATAR. Si vede in queste ore che malgrado il suo isolamento ha ricevuto missili più moderni e a più lunga gittata, provenienti forse dall’Iran, ma di sicuro non attraverso la vecchia rotta siriana in fiamme da tre anni.

   L’EGITTO è diventato nemico, DAMASCO lotta per sopravvivere, HEZBOLLAH è impegnato a sostenere Assad, con i tagliagole dell’ISIS si potrebbe parlare ma il loro Califfato non è ancora maturo. Davvero stupisce che Hamas abbia tentato un governo di unione con il frustrato Mahmoud Abbas e la Cisgiordania, che le divisioni interne si siano moltiplicate e che la violenza sia riesplosa, prima con il sequestro e l’uccisione dei tre studenti israeliani cui ha fatto da contraltare l’orrendo assassinio di un adolescente palestinese, poi con la ripresa dei lanci di razzi e missili contro Israele?

   E poi c’è ISRAELE, appunto. IRRITATO per l’atteggiamento occidentale verso l’IRAN. DISORIENTATO e anche impaurito dagli sconvolgimenti che rischiano di creare roccaforti jihadiste in SIRIA e in IRAQ mentre anche la GIORDANIA è vicina all’esplosione. DECISO ad escludere ogni dialogo con un governo palestinese che comprendesse Hamas (la cui leadership, è giusto ricordarlo, continua a rifiutare ogni riconoscimento dello Stato ebraico). TENTATO in definitiva di dare il colpo di grazia al nemico in difficoltà, ma più insicuro di altre volte in un contesto regionale che non lo favorisce.    Troppe debolezze perché non ci sia una guerra. (Franco Venturini)
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LA SPIRALE INFINITA NEL CAOS MEDIORIENTALE

di Lucio Caracciolo, da LIMES 10/7/2014

– La storia non si ripete mai: lo scontro odierno tra Israele e Hamas è diverso da quelli precedenti, anche perché è cambiato il quadro regionale: il Medio Oriente si sta disintegrando. –

   Parrebbe la solita storia. Hamas provoca, Israele risponde.

   Fitti lanci di razzi palestinesi da Gaza dapprima contro località israeliane di confine, poi verso le principali città, Gerusalemme e Tel Aviv incluse; aerei con la stella di Davide a sganciare missili “intelligenti” su Gaza, che producono decine di vittime civili; segue spedizione punitiva di Tsahal, stivali per terra nella Striscia. Salvo rientro alle basi entro un paio di settimane. Tutti pronti a ricominciare dopo congruo intervallo.

   MA LO SCONTRO IN CORSO È DAVVERO UNA REPLICA DEL TRAGICO REFRAIN SCRITTO DAI PROTAGONISTI FIN DALLA CRISI DEL DICEMBRE 2008? NON PROPRIO.

   È CAMBIATO IL CONTESTO. E stanno rapidamente mutando i rapporti di forza all’interno delle élite dirigenti (si fa per dire) palestinesi e della leadership israeliana.

   Il contesto prima di tutto. IL GRANDE MEDIO ORIENTE SI STA DISINTEGRANDO. Dal Nordafrica al Levante e all’Afghanistan, trovare qualcosa che assomigli a uno Stato o anche solo a un numero di telefono contro cui vomitare minacce o con il quale tessere compromessi è impresa assai ardua.

   Le “primavere arabe” e le controrivoluzioni di marca saudita non hanno finora prodotto nuovi equilibri, ma guerre, miseria, precarietà. Valgano da paradigmi di questa CAOSLANDIA il golpe egiziano con tentativo tuttora in corso di annegare nel sangue la Fratellanza musulmana; la disintegrazione della Libia; il massacro permanente sulle macerie della Siria; la mai spenta guerra civile in Iraq che in ultimo ha visto riemergere le tribù sunnite e i vedovi di Saddam, insieme ai jihadisti dell’Isis, inventori dell’improbabile “califfato” di Abu Bakr al-Baghdadi. Sullo sfondo il rischio che anche la Giordania, battuta da cotante onde sismiche, finisca per crollare.

   Infine I TRE MASSIMI PUNTI INTERROGATIVI: quanto e come potrà tenere l’ARABIA SAUDITA, che stenta a riprendere il controllo dei “suoi” jihadisti e altri agenti scagliati contro il regime di al-Asad e gli sciiti iracheni di al-Maliki – oltre che dediti a liquidare i Fratelli musulmani dovunque siano – alla vigilia di una delicatissima successione al trono? Quale fine farà il disegno dell’IRAN – o di parte dei suoi leader – di rientrare a pieno titolo nella partita internazionale sacrificando le proprie ambizioni nucleari sull’altare di un accordo con gli Stati Uniti? Per conseguenza: OBAMA vorrà portare fino in fondo il suo ritiro dal Medio Oriente, o sarà costretto a smentirsi per non perdere quel che resta della credibilità americana nella regione e nel mondo?

   NEL CAMPO PALESTINESE, il riflesso dello tsunami regionale ha una conseguenza strategica: ENTRAMBE LE SUE LEADERSHIP STORICHE SONO IN AGONIA. Per questo hanno dovuto inventare un improbabile “governo” di unità nazionale. Abu Mazen si era ridotto a fare il poliziotto per conto di Netanyahu, venendo per ciò remunerato e vezzeggiato da europei e americani. Ma la pax cisgiordana degli ultimi anni, culminata nel record del 2012 (zero morti israeliani in Giudea e Samaria), è stata minata dal recente assassinio di tre ragazzi israeliani e dalle rappresaglie che ne sono seguite.

   In questa vicenda è venuta in piena luce la crisi di Hamas, che ha perso il controllo di centinaia di gruppuscoli jihadisti o financo “lupi solitari” che agiscono in proprio ma sono in grado di condizionare le agende altrui, Israele incluso. L’atroce uccisione di EYAL YIFRAH, GILAD SHAAR e NAFTALI FRAENKEL è stata subito attribuita da Netanyahu a Hamas. Quanto meno, è una semplificazione.

   A compiere quel crimine sono probabilmente stati alcuni killer della TRIBÙ DEI QAWASAMEH, basata a HEBRON, che si dedica da tempo a compiere attentati per screditare la leadership di Hamas ogni volta che questa cerca di costruirsi una qualche legittimità internazionale. Una scheggia, non un referente militare della peraltro divisa leadership di Gaza.

   La rappresaglia contro la Striscia non potrà dunque portare a risultati duraturi, perché i mille clan jihadisti non sono bersaglio da missile. Favorirà, al contrario, la radicalizzazione di altri giovani palestinesi. Spirale infinita, ma non uguale a se stessa. A ogni giro di provocazione e rappresaglia, il gioco di violenze e controviolenze diventa più rischioso. La crisi potrà essere sedata, magari a lungo. Non risolta.

   Fino a ieri Netanyahu non sembrava preoccupato da tale deriva. Anzi, nel foro interno la salutava in quanto conferma dell’inaffidabilità dei “terroristi” della Striscia appena riciclati come uomini di “governo” nel patetico abbraccio con Abu Mazen e con ciò che residua del Fatah.

   Oggi il primo ministro israeliano rischia di fare i conti con gli effetti imprevisti del machiavellismo con cui lui, come i suoi predecessori, ha pensato di chiudere la partita palestinese giocandone le fazioni una contro l’altra. Dopo aver cercato il basso profilo nella rappresaglia contro Hamas, la pressione dell’opinione pubblica, angosciata dalla continua pioggia di razzi, lo sta spingendo ad alzare il tiro. L’estrema destra lo accusa di passività, la coalizione di governo perde pezzi (Avigdor Lieberman) e il suo aspirante successore, Naftali Bennett, affila le armi.

   Risultato: 40 mila riservisti sono mobilitati e una nuova campagna di terra dentro Gaza sembra imminente. Con quale obiettivo? Una soluzione radicale dovrebbe prevedere la rioccupazione della Striscia. Impossibile senza un bagno di sangue, con perdite considerevoli anche fra i soldati israeliani. Eppoi, l’ultima cosa che Gerusalemme vuole è riaccollarsi la responsabilità di quell’inferno da cui Sharon seppe smarcarsi quasi dieci anni fa.

   La storia non si ripete. Massimo, fa rima. E illude. Tutti i contendenti pensano di recitare un copione scritto. Anche volendo, non possono. Dentro e intorno a casa, tutti hanno preso a correre all’impazzata. Verso dove, nessuno sa. Meno che mai quelli che pensano di saperlo. (Lucio Caracciolo)

(Per approfondire: Alle origini del risveglio arabo [#LimesFestival]Articolo originariamente pubblicato su la Repubblica il 10/7/2014)

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ISRAELE PRONTO ALLA GUERRA. LE ANALISI DI FOUAD ALLAM E MOLINARI

http://oltreradio.it/fattidalmondo/israele-pronto-alla-guerra-analisi-di-fouad-allam-molinari

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ISRAELE SOTTO ATTACCO

NEL SUPER BUNKER DI ASHKELON DA DOVE PARTE LA CACCIA AI RAZZI

di Maurizio Molinari, inviato ad Ashkelon,da “la Stampa” del 11/7/2014

– Un team guidato dal sindaco guida la difesa dagli attacchi di Hamas –

   Dietro la sede del Municipio, in un corridoio laterale c’è un’anonima porta grigiastra senza insegne da cui si accede al «Hamal».

   È questo l’acronimo di «Heder Milchamà» ovvero la «War Room» da dove il sindaco Itamar Shimoni coordina le difese civili di una città di 240 mila abitanti che in 72 ore è stata bersagliata da quasi 300 razzi lanciati dalla Striscia di Gaza. Ogni città d’Israele ha una «Hamal» perché la difesa civile del territorio è un pilastro strategico di quella militare, consentendo di suddividere le responsabilità, informare la cittadinanza e in ultima istanza ridurre i rischi.

   Da quando l’operazione «Protective Edge» è iniziata Ashkelon è – assieme a Sderot – la città più esposta agli attacchi di Hamas per ragioni geografiche: dista appena 8 km dal confine e 16 dal centro di Gaza. «Hamas spara i razzi contro di noi dal centro di Gaza – spiega Yosef Greenfield, capo della sicurezza civile cittadina – e ci arrivano in appena 15 secondi». È in questo ristretto arco di tempo che le batterie antimissili Iron Dome identificano i razzi e intercettano quelli più pericolosi – perché diretti verso zone densamente popolate – facendo scattare in contemporanea gli allarmi lì dove l’impatto può avvenire.

   È un sistema difensivo hi-tech che dalla «War Room» cittadina viene monitorato per essere pronti a intervenire in caso di danni a proprietà o persone. La sala blindata, due piani sottoterra, è circondata da altre stanze più piccole e corridoi dove dozzine di funzionari civili lavorano 24 ore su 24, 7 giorni su 7, per tenere d’occhio ogni dettaglio. Ci sono monitor, piantine della regione da Gaza ad Ashkelon, telecamere accese in movimento nelle zone più critiche e una cucina dove, nei momenti di pausa, chi non è di turno consuma Nescafè a volontà. «La difesa militare spetta all’esercito, noi qui ci occupiamo della sicurezza civile» spiega Avi, un avvocato che come riservista tiene i rapporti fra sindaco ed esercito. Significa «pensare agli oltre 1500 bambini che vivono in case vecchie, senza stanze protette perché da 72 ore sono chiusi dentro e potrebbero restarvi per settimane».

   Il sindaco Itamar Shimoni ha pensato di organizzare per loro concerti all’auditorium per «farli uscire da casa e tenerli al tempo stesso in un luogo protetto». Poi c’è il problema di malati, infermi e anziani impossibilitati a raggiungere i rifugi nei 15 secondi di tempo che vi sono dopo ogni sirena d’allarme. «Per loro abbiamo studiato un sistema basato su volontari li vanno a prendere per portarli all’aria aperta, lungo percorsi dove ci sono rifugi agibili facili da raggiungere» spiega Avi, secondo il quale però «il problema maggiore viene dai bambini piccoli». Ecco il motivo: «Sentono la sirena, intuiscono il pericolo incombente ma non riescono a capire di cosa si tratta». Da qui la necessità di dozzine di psicologi, spesso donne, che il Comune manda nelle case su richiesta dei genitori, per mettere in atto «comportamenti rassicuranti» basati sull’esperienza fatta dalle famiglie di Sderot, la città più colpita dai razzi sin dall’indomani del ritiro israeliano da Gaza nel 2005.

   «La collaborazione e i nervi saldi della popolazione sono fondamentali – spiega Greenfield, un ex generale con una figlia iscritta a Medicina all’ateneo di Torino – proprio come avveniva nella Gran Bretagna bersagliata dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale». Da qui i corsi a raffica, nelle scuole e sui posti di lavoro, con gli istruttori che ripetono in continuazione cosa fare per difendersi dai razzi: chi si trova a casa deve andare nelle «stanze protette», create in ambienti senza finestre, o se possibile nei rifugi mentre chi ascolta la sirena mentre si trova all’aperto deve stendersi pancia a terra con la testa fra le mani.

   A spiegare il motivo è Avi, indicando i resti di alcuni razzi Qassam posizionati al centro della «War Room»: «Sono tubi di metallo, al cui interno mettono centinaia di biglie di ferro che l’esplosione trasforma in proiettili e possono generare schegge di altri materiali, a cominciare dall’asfalto perché cadendo in terra creano per reazione frammenti volanti roventi, capaci di perforare un corpo umano, fino a ucciderlo». Per evitare biglie e schegge bisogna aspettare, spiegano gli istruttori della «War Room», «almeno 10 minuti dal momento della sirena» per dare tempo all’Iron Dome di intercettare il razzo, farlo esplodere e far cadere in terra ogni suo singolo componente.

   «È fondamentale restare al coperto per 10 minuti» ripetono all’unisono i consiglieri del sindaco, che annotano su una particolare lavagna luminosa tutti i «missili pericolosi» che hanno minacciato la città negli ultimi giorni con le relative «misure adottare in risposta». L’avvocato Avi è un riservista di 38 anni mentre Yosef Greenfield è un generale in pensione e di anni ne ha 60: appartengono a generazioni diverse ma attorno al sindaco Shimoni lavorano in tandem, accomunati dalla volontà di «far passare questo periodo senza danni». Nella comune speranza che «la crisi a Gaza finisca presto e i lanci di razzi si interrompano» perché «il problema maggiore potrebbe venire da tempi lunghi, capaci di causare conseguenze economiche negative per l’impossibilità di lavorare in molte aziende e negozi». (Maurizio Molinari)

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STRISCIA DI GAZA

LA TRAPPOLA PALESTINESE CHIUSA AL MONDO

di Cosimo Caridi, da “il Fatto Quotidiano”, del 11/7/2014

STRISCIA DI GAZA – Saracinesche chiuse e strade sgombre, Gaza sembra dormire. Come rintocchi in lontananza si sentono le esplosioni. Squilla il telefono. “Allon-ta-na-tevi subito, la casa sta per essere distrutta dalle nostre forze armate”.

   Questione di qualche minuto, un razzo piove dal cielo e trasforma gli edifici in cumuli di macerie. Sono oltre 80 i morti e almeno 500 i gazawi feriti nei bombardamenti “chirurgici” ordinati da Netanyahu. L’operazione Margine Protettivo, iniziata 4 giorni fa, vuole colpire Hamas, ma a pagare il prezzo più alto sono i civili. Ieri Arye Shalica, portavoce dell’esercito israeliano, ha ammesso che martedì un’intera famiglia è stata sterminata per errore.

   I Karawe, abitavano a Khan Yunis, la seconda città più popolosa della striscia. Una telefonata li ha avvertiti dell’arrivo di un razzo. La famiglia ha abbandonato la casa, subito il missile ha colpito la loro abitazione: un piccolo ordigno che non trasportava esplosivo, per “bussare sul tetto” come viene chiamata questa procedura in gergo militare. Il missile doveva confermare la serietà dell’avvertimento telefonico, ma in 8 hanno pensato il pericolo fosse passato e sono corsi dentro. Mentre rientravano in casa viene lanciato un secondo missile, questo più grande e micidiale, capace di distruggere l’edificio. Muoiono tutti. L’obbiettivo dell’esercito israeliano era Odeh Kaware , uno dei capi di Hamas a Khan Yunis. Il miliziano non era in casa al momento dell’attacco. I leader di Hamas sono spariti da giorni e si fanno sentire solo tramite portavoce o attraverso messaggi video. Proprio da una tv Hamas ha chiesto ai civili di fare da scudo umano, salendo sui tetti delle case. Impendendo così il lancio dei razzi israeliani.

   “I BOMBARDAMENTI su Gaza sono più frequenti degli anni bisestili” dice Nail con un sorriso amaro. “Ma ora noi siamo stanchi – continua, scrutando il cielo – chi non muore sotto le macerie si spegne lentamente schiacciato dall’occupazione”. Tornato dagli Stati Uniti nel 2005 Nail ha tentato di investire nella Striscia i suoi risparmi d’espatriato. “Sto ancora pagando per i danni che ho subito nei bombardamenti del 2012”. Mentre parla si sente il frastuono di un enorme combustione. È un missile che dalla Striscia viene lanciato contro Israele. Secondo l’intelligence di Gerusalemme i miliziani di Hamas sarebbero in possesso di circa 10mila “razzi artigianali”.

   Nei primi 3 giorni dall’inizio dell’operazione il movimento islamico ha lanciato oltre 350 missili tra cui gli M302, ordigni con una gittata di oltre 100 chilometri che compromettono la sicurezza di Gerusalemme e Tel Aviv. L’esercito dichiara che il 90% dei missili a lunga gittata sono stati abbattuti dal sistema di difesa Iron Dome. Sono però le città nel sud d’Israele le più esposte agli attacchi. Hamas non telefona ai suoi bersagli prima di lanciare i razzi. Secondo le istruzioni dell’esercito chi vive ad Ashkelon ha 15 secondi, dall’inizio delle sirene antiaeree, per correre nei rifugi. Ogni casa ha una stanza di sicurezza, sovvenzionata dallo Stato. (Cosimo Caridi)

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GLI OSPITI CON LA KIPPAH A CASA DI MOHAMMED «PROVIAMO VERGOGNA»

di Davide Frattini, da “il Corriere della Sera” del 9/7/2014

GERUSALEMME — Il necrologio sta adesso appeso vicino al sorriso di Mohammed. Moshe Samhovitch lo ha portato con sé e consegnato al padre. È venuto qui per ripetere di persona le parole che ha voluto pubblicare su Al Quds, il quotidiano palestinese: «Mi inchino davanti alla famiglia, agli abitanti di Shuafat e a tutto il vostro popolo. Provo vergogna per il terribile assassinio commesso da criminali senza cuore».

   La visita non è inaspettata e all’inizio neppure benvenuta. Walid, cugino del padre, panettiere diventato in questi giorni di dolore il portavoce dei parenti, ha cercato di convincere i quattrocento israeliani a non presentarsi, a non stringere la mano di Hussein uno alla volta, a non abbracciarlo per sussurrargli frasi di conforto. Invece è successo. Prima un piccolo gruppo, seguito da una lunga fila. Scendono dall’autobus sulla strada che la notte è ancora il campo di battaglia per gli scontri con la polizia. Indossano la kippah di velluto degli ortodossi, quella all’uncinetto dei sionisti religiosi, coppie di giovani laici, anziani pacifisti che ancora sperano anche se hanno visto più guerre di tutti.

   Scendono e nessuno li ferma. Quando dalla casa degli Abu Khudair una delle zie esce urlando «cacciateli via», Walid la zittisce «adesso sono nostri ospiti». Il primo contatto è stato teso: il palestinese ripete «i politici israeliani sono venuti senza chiedercelo, vogliono sfruttare l’occasione per farsi pubblicità, siamo contro il vostro governo», l’attivista ebrea lo rassicura «anche noi». Sotto la tenda del lutto si riunisce quella sinistra che si sente in colpa perché teme di non aver alzato abbastanza la voce: a sovrastare i cori da stadio dei tifosi del Beitar Gerusalemme («morte agli arabi»), a contrastare l’incitamento all’odio dei rabbini che insegnano nelle colonie, a smontare la propaganda antinegoziato della destra.

   Le donne arrivate dall’altro mondo aprono il piccolo cancello di ferro verde, le foglie della vite fanno ombra alle signore velate che in questa settimana sono uscite solo per il funerale, quando il cadavere carbonizzato di Mohammed è stato restituito alla famiglia dopo l’autopsia: il ragazzino, 16 anni, è stato rapito dall’altra parte della strada, davanti al negozio di elettricista del padre, picchiato e bruciato vivo nella foresta attorno a Gerusalemme. Per l’omicidio — tra esecutori e complici — sono stati arrestati sei estremisti ebrei, tre di loro minorenni, che volevano vendicare la morte di tre ragazzi sequestrati e uccisi in Cisgiordania.

   «Gli israeliani venivano dalle colonie che ci circondano a fare la spesa, credevamo di poter convivere, adesso resta solo la paura», dice Ansam, 27 anni, cugina di Mohammed. Porta la keffiah bianca e nera che Yasser Arafat non toglieva mai ai tempi della seconda intifada. «Non so come reagire a questa visita, sento emozioni diverse, all’inizio li avrei mandati via, capisco che sono sinceri e vogliono compiere un gesto positivo».    Il padre di Mohammed resta con il sorriso smarrito che gli ha bloccato il volto, Moshe gli siede vicino. Il vecchio anarchico israeliano che ogni venerdì manifesta a fianco dei palestinesi contro il muro di separazione e il palestinese che di politica non si è mai occupato, i primi scontri li ha visti in questa settimana davanti a casa. Shuafat è quartiere borghese, l’ex premier Salam Fayad aveva scelto di abitare da queste parti, andava avanti e indietro dall’ufficio di Ramallah.

   Il treno leggero non passa più. Le rotaie sono state mozzate dai manifestanti palestinesi con le seghe circolari, le pietre delle banchine trasformate in armi, le mappe con le fermate sbriciolate, la città dall’altra parte è un luogo senza nomi. Gadi Gvaryahu, portavoce dell’organizzazione antirazzista Tag Meir, è venuto per provare a dimostrare che quel tragitto comune è ancora possibile: «Bruciare un ragazzino è inaccettabile», dice ai parenti e agli uomini di Shuafat appena usciti dalla moschea dopo la preghiera del pomeriggio. «Siamo la generazione sopravvissuta all’Olocausto, dobbiamo urlare: mai più». (Davide Frattini)

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TEL AVIV

TRA SPIAGGE E AUTOSTRADE LA NUOVA FOBIA DEI RAZZI

di Roberta Zunini, da “il Fatto Quotidiano” del 11/7/2014

   Te la ricordi la lavanderia dove ci nascondevamo ai tempi dei razzi di Saddam? Ieri ci siamo andati di nuovo, questi razzi iniziano a ricordarci quelli del rais”. “Quando mi sono svegliato questa mattina ho scoperto che un pezzo di razzo era caduto davanti nel giardino. La mia fidanzata mi ha detto che questa notte, quando la sirena aveva iniziato a dare l’allarme, aveva provato a svegliarmi in tutti i modi. Mentre stava per buttarmi in faccia una secchiata d’acqua, ha visto qualcosa dalla finestra che è caduta per terra facendo un bel rumore. Poi la sirena ha smesso di suonare e anche lei è tornata a letto”.

   VOCI DA TEL AVIV. Iftach, Lior, Yeremy, Shira, Oree, Sharon, Michal, sono amici che abitano nella capitale israeliana dove anche ieri sono suonate le sirene per avvertire la popolazione che il 5° razzo nel giro di due giorni, era stato lanciato dalla Striscia di Gaza. Son stati tutti intercettati dal sistema di difesa antimissile ma i pezzi di uno sono arrivati dentro la zona sud della città, finendo su un auto, in autostrada e davanti a una casa, quella dell’ amico dal sonno inscalfibile.

   Nella casa-ufficio di Iftach – un avvocato che si batte contro l’occupazione dei Territori palestinesi e ha difeso più volte in tribunale i giovani palestinesi di Gerusalemme Est incarcerati per il lancio di pietre contro i coloni – ero stata più volte per intervistare i suoi clienti e un giorno mi fece scendere nell’attuale lavanderia per mostrarmi la ‘camera di protezione’.

   “Non mi sorprende che Hamas sia in grado di lanciare tali razzi. L’Iran ha continuato a fornirglieli e nessuno è stato in grado di fermarlo. A dimostrazione che bombardando la Striscia si ottengono solo morti tra i civili ma non si blocca la capacità militare del movimento islamico. Ma se la forza fosse davvero efficace, allora perché dopo ‘Piombo fuso’ o ‘Colonna di difesa’ (nomi delle ultime due operazioni aeree israeliane contro Gaza, la più recente avvenuta un anno e mezzo fa, ndr) tutto è ricominciato come prima, anzi peggio, considerato che Hamas ora dispone di missili che riescono a raggiungere anche Haifa, a 150 chilometri dalla Striscia?”.

   La domanda retorica dell’avvocato Cohen non se la pongono in molti, soprattutto nelle ultime 24 ore, quando s’è registrato l’arrivo di un razzo ogni 10 minuti. “Se noi israeliani togliessimo il blocco delle frontiere di Gaza e non impedissimo l’ingresso di cibo, medicinali e materiale edile, insomma se non punissimo ogni giorno tutta la popolazione di Gaza col nostro assedio criminale, Hamas non avrebbe più scuse per lanciare i razzi. In realtà il nostro governo ha bisogno di un nemico come Hamas per evitare di concludere gli accordi di pace e distrarre i cittadini dai veri problemi del Paese”, conclude Cohen.

   Ma ora gli israeliani, soprattutto quelli che vivono a ridosso della Striscia, nel sud-ovest di Israele, sono terrorizzati e passano ormai il loro tempo dentro i rifugi. L’ingresso delle truppe di terra a gaza si avvicina dunque sempre più e suona alle orecchie di tutti, assieme al suono delle sirene, come un’operazione di autodifesa. Finora non ci son state vittime, eccetto una signora scivolata nella doccia mentre cercava rifugio al suono delle sirene. (Roberta Zunini)

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I TANK ISRAELIANI ASSEDIANO GAZA

– Netanyahu muove i tank «La tregua non è in agenda» – Carri armati ammassati al confine della Striscia – Intensificati i raid aerei – Ban Ki-moon: «Forza eccessiva» – Sirene a Tel Aviv, lanciati da Gaza 365 razzi –

di Umberto De Giovannangeli, da “l’Unità” del 11/7/2014

   Per ora la guerra è «solo» aerea. Ma quei tank con la stella di Davide ammassati ai valichi di frontiera con la Striscia danno conto di una invasione imminente. È di 83 morti e 575 feriti il bilancio dei raid israeliani sulla Striscia di Gaza, in tre giorni di offensiva denominata «Margine protettivo». La metà sono donne e bambini. Cinque piccoli palestinesi sono tra le 21 persone uccise l’altra notte dai raid a Khan Yunis, la città più colpita nel sud del territorio controllato da Hamas.

   Il lato palestinese del valico di Eretz, al confine tra Israele e la Striscia di Gaza, è stato distrutto. Un raid ha toccato il campo profughi di Nusseirat. Fra le vittime anche un giornalista locale. Altri tre palestinesi sono morti colpiti da un missile mentre viaggiavano in automobile a Jabalya. Ma è un conteggio impossibile da fare, e continua a salire.

   «Una tregua con Hamas non è in agenda», nessun cessate il fuoco in questa fase», ribadisce Benjamin Netanyahu. Nel corso della giornata, una riunione del premier israeliano con i membri della Commissione Affari Esteri e Difesa del Parlamento a Tel Aviv è stata bruscamente interrotta dal suono della sirena d’allarme che ha costretto tutti a correre nei rifugi anti-missili. Israele sta iniziando le operazioni di schieramento di carri armati lungo il confine con la Striscia. La tv Canale10 riporta che l’esercito israeliano avrebbe cominciato ad avvertire i residenti di Gaza vicino al confine di allontanarsi dalla zona. Potrebbe trattarsi di una mossa psicologica – avverte l’emittente -ma forse anche di un’iniziativa preliminare all’invasione.

   Nelle ultime 24 ore, e in particolare durante l’altra notte, il volume di fuoco è stato infernale: oltre 320 gli obiettivi che i militari israeliani affermano di aver colpito nel territorio di Gaza. Presi di mira postazioni di lancio, tunnel, basi di addestramento, depositi di armi e munizioni, capi militari di Hamas o delle altre fazioni radicali, distrutto il lato palestinese del valico di Eretz. Nello stesso lasso di tempo sono stati oltre 100 i razzi, di varia gittata, 21 dei quali intercettati in volo e 82 caduti in territorio israeliano. Sono 365 i razzi sparati dalla Striscia dall’inizio del conflitto. L’ARSENALE Le sirene sono risuonate di nuovo ieri mattina pure a Tel Aviv. E testimoni riferiscono di aver visto scie di razzi provenire anche dal vicino e turbolento Sinai egiziano. Due razzi sono stati lanciati dalla Striscia contro Gerusalemme, ma sono stati intercettati da missili «Iron Dome». Lo ha riferito un portavoce dell’esercito israeliano senza fornire ulteriori dettagli.

   Altri due razzi, lanciati contro la Città Santa, sono caduti in spazi aperti. Secondo testimoni e fonti della sicurezza palestinese, un razzo è caduto nei pressi dell’insediamento di Maaleh Adumim in Cisgiordania, vicino all’area industriale di Mishor Adumim, mentre un secondo vicino alla prigione militare israeliana di Ofer, a ovest di Ramallah. È la seconda volta in due giorni che le sirene risuonano nella Città Santa, facendo correre la popolazione nei rifugi. Subito dopo si sono avvertite tre esplosioni.

   Un arsenale, quello dei missili palestinesi, che – accusa Israele – ha ricevuto evidenti aiuti dall’Iran, con vettori in grado di colpire qualsiasi città israeliana, perfino Haifa. Un arsenale, rilevano fonti militari citate dai media, stimato in almeno11.500 pezzi, 6.000 dei quali in mano ad Hamas e 5.500 alla Jihad islamica: difficili da distruggere, perché spesso nascosti in affollati condomini o edifici pubblici.

   «Sono allarmato dalla nuova ondata di violenza che ha travolto Gaza, il sud di Israele e la Cisgiordania, inclusa Gerusalemme est. Questo è uno dei test più critici che la regione ha affrontato negli ultimi anni», dichiara il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon alla riunione del Consiglio di sicurezza. «Il deterioramento della situazione a Gaza sta portando a una spirale verso il basso che potrebbe rapidamente sfuggire al controllo di chiunque», ha aggiunto parlando con i giornalisti al Palazzo di Vetro, «più urgente che mai trovare un terreno comune per un ritorno alla calma e a un accordo di cessate il fuoco».

   Ban ha anche condannato l’«eccessivo uso della forza da parte di Isarele». Il segretario Onu ha telefonato al presidente dell’Egitto, Abdel- Fattah al-Sissi, ai leader dell’Arabia Saudita e del Qatar, nonché al segretario di Stato Usa John Kerry, chiedendo a loro di fare pressioni sugli israeliani e palestinesi affinché ritornino all’accordo sul cessate il fuoco del novembre 2012 e riprendano i negoziati di pace.

   Da Ramallah, il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Mahmoud Abbas (Abu Mazen) è tornato ad attaccare duramente Israele minacciando il ricorso alle agenzie internazionali, compresa la Corte penale dell’Aja. «Gli eventi di queste ore non sono una guerra contro Hamas, ma una guerra contro il popolo palestinese. Partita da Hebron, passata a Shufat e adesso a Gaza», ha sottolineato Abu Mazen, riferendosi sia alle operazioni israeliani in Cisgiordania, dopo il rapimento e l’uccisione dei tre ragazzi israeliani, sia al ragazzo palestinese sedicenne, Mohammed Abu Khdeir, arso vivo nel sobborgo di Gerusalemme da estremisti ebrei. (Umberto De Giovannangeli)

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La difficoltà di un dibattito aperto in Italia

«NON FACCIAMO CHE RADICALIZZARE LA FAIDA»

di Paolo Conti, da “il Corriere della Sera” del 11/7/2014

   Com’è difficile ragionare con pacatezza, anche qui in Italia, sul dramma del Medio Oriente. Persino di fronte alla morte. Davanti al massacro di Naftali, Gilad ed Eyal, i tre ragazzi ebrei rapiti e trucidati in terra palestinese. O, specularmente, quando si affronta la tragedia di Mohammed, il loro coetaneo palestinese rapito per rappresaglia e bruciato vivo.

   L’Italia, presidente di turno dell’Unione europea, vive le stesse, parallele spaccature che si registrano in Medio Oriente. Un dato aiuta a capire il perché del coinvolgimento. In Israele sono diecimila gli abitanti con passaporto italiano. Cittadini di religione ebraica che hanno scelto ora di risiedere nello Stato israeliano oppure sono figli o nipoti di chi emigrò nel dopoguerra. Un vincolo forte, che riguarda quindi migliaia di nuclei familiari, rimasti in Italia o residenti ora in Israele.

   Ma naturalmente c’è di più. Ne è convinto Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, da anni impegnato nel sostegno a una pace raggiunta attraverso il confronto e la via diplomatica (uno dei successi è stata la pacificazione del Mozambico): «È verissimo. È quasi impossibile, da noi in Italia, affrontare la questione con lucidità senza dividersi in fronti. La tipica politica estera italiana fatta a uso e consumo della politica interna. L’espressione di un Paese che ha rinunciato ad avere un peso internazionale, all’interno di un’Europa diplomaticamente decaduta. Mentre impallidisce l’influenza degli Usa in quel quadrante, l’Unione sembra aver rinunciato a giocare un ruolo importante. Fatale che i processi conflittuali impazziscano sia nella terra in cui tragicamente si svolgono che in Italia».

   Un Paese, ricorda Riccardi, che ha avuto una grande tradizione diplomatica in Medio Oriente: «C’era diversità di vedute, Giovanni Spadolini filo-israeliano e Giulio Andreotti filo-palestinese. Ma c’era, appunto, un quadro di rapporti, relazioni e investimenti. Ora non c’è quasi nulla».

   Non è diversa la convinzione di Matteo Orfini, presidente del Pd: «Da troppo tempo l’Europa ha delegato agli Stati Uniti la gestione della tragedia mediorientale. Come ha ricordato il presidente Matteo Renzi, è tempo che l’Unione europea riprenda il suo ruolo, la sua missione di speranza. Se dalla scena europea scompare una buona politica estera per quell’area, tutto viene divorato da opposte tifoserie come si vede anche qui in Italia, dove le polemiche politiche interne strumentalizzano anche quei morti. Dobbiamo ricordare che vanno fermamente condannati i lanci di razzi così come la spropositata reazione di Israele che colpisce i civili e non Hamas. Non è così che si risolve il problema».

   Il rabbino Giuseppe Laras, presidente emerito e onorario dell’Assemblea rabbinica italiana, pone a questo punto un quesito: «Gli israeliani sono spesso accusati di reagire troppo duramente, e forse possono esserci degli argomenti. Ma come si fa a discutere, qui in Italia o in qualsiasi posto al mondo, con chi dichiara che il suo scopo è farti sparire? In quanto alla difficoltà di un confronto nel nostro Paese penso ci sia oggettivamente un antefatto. Ovvero l’antisemitismo diffuso, anche se non lo si vuole riconoscere e ammettere. Gli israeliani sono ebrei, e il ragionamento può provocare reazioni abnormi figlie dell’antico sentimento antiebraico. Ma si deve uscire dalla tragedia del Medio Oriente, anche se il nodo appare indissolubile. Perché oltre c’è solo la disgregazione e la morte di tutti»

   Un altro cittadino italiano è fortemente legato al Medio Oriente, si chiama Hamza Roberto Piccardo, è un editore e scrittore, membro del direttivo dell’Unione delle comunità e delle organizzazioni islamiche in Italia: «Non è questione di essere o non essere italiani, di ragionare qui o in qualsiasi altro posto del mondo. Basta mettere mano alle cartine geografiche storiche. Il territorio palestinese si è ridotto a un ventesimo rispetto al 1948. Subisce un’aggressione continua ed è spossessato di tutto. Direi le stesse cose se si trattasse di un paese centro-americano o del Botswana, cito due esempi a caso. Per questo è difficilissimo confrontarsi , c’è alle spalle una guerra di trent’anni e un’ingiustizia che non ha fine». Non ci sarà mai la pace, insomma? «Noi siamo credenti e preghiamo ogni giorno per la pace. Preghiamo e diffondiamo informazione».

   Vero, verissimo. Com’è difficile parlare di Medio Oriente anche qui in Italia, senza dividersi esattamente come avviene in quella terra così vicina a noi italiani, quindi all’Europa. (Paolo Conti)

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PROVE DI GUERRA TRA ISRAELE E HAMAS

09/07/2014 , LA STAMPA.IT

– Peres: “Stop ai missili o invadiamo” – Escalation più vicina. Raid sulla Striscia, decine di morti. Ucciso anche un giornalista palestinese – Pioggia di razzi sulle città israeliane. Il presidente: «Pronti all’operazione di terra». Abu Mazen: «Fermatevi, è un genocidio» –

   Se i razzi non cesseranno, Israele estenderà l’intervento e l’operazione terrestre potrebbe essere inevitabile. Il primo ministro Benyamin Netanyahu, così come il presidente Shimon Peres, non ha nascosto le intenzioni dello stato ebraico mentre il presidente palestinese Abu Mazen ha definito la situazione a Gaza «un massacro e un genocidio». Il secondo giorno di confronto tra Hamas e Israele ha sempre più il contorno di una guerra vera e propria. Le vittime nella Striscia secondo alcune fonti sono saliti a oltre 50, di cui più di venti oggi (compresi donne e bambini) e centinaia di feriti. E fra le vittime si conta anche un giornalista locale, ucciso in un raid che ha centrato il veicolo su cui viaggiava con la sua troupe (almeno tre i feriti).

   Su Israele in due giorni – secondo il portavoce militare – sono stati intanto lanciati più razzi che in tutto lo scontro del 2012: 220 dall’inizio delle operazioni, di cui solo oggi oltre 70 (anche su Tel Aviv e la sua area metropolitana). Compresi i temibili M302 a lunga gittata: una novità che Israele imputa alle forniture dell’Iran alla fazione islamica. Quelli lanciati oggi sono arrivati a 130 chilometri di distanza, verso Zichron Yaacov poco distante da Cesarea. Se per ora non ci sono vittime lo si deve al sistema antimissili Iron Dome che ha riportato un 90% di successo.

   Ma nessun posto del paese sembra essere al sicuro: sette razzi sono stati scagliati anche contro Dimona, dove è accreditata la presenza del sito nucleare israeliano, anche questi intercettati dalla “Cupola di Ferro”. Mentre sulla costa due “uomini-rana” infiltratisi dalla Striscia di Gaza sono stati intercettati e uccisi dalle pattuglie israeliane secondo quanto riferisce fonti militari, nel secondo episodio del genere in due giorni. E la direzione dell’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv ha annunciato una riduzione dei voli di linea per dar spazio a quelli militari.

   Il Fronte del Comando interno ha dato ordine di aprire i rifugi a Haifa e sul Carmelo, a circa 160 chilometri da Gaza. Nella Striscia, dove la realtà è drammatica, la popolazione (2 milioni di persone) ha praticamente passato la notte in bianco: i 160 raid si sono susseguiti uno dopo l’altro. Dall’avvio dell’operazione, l’esercito ha annunciato di aver centrato oltre 550 siti di Hamas – tra questi la casa di un comandante che rapi’ il soldato israeliano Gilad Shalit – inclusi 31 tunnel e 60 lanciatori di razzo. «L’operazione sarà estesa e proseguirà fino a quando – ha ammonito Netanyahu che sembra aver ritrovato l’unità del suo governo e del paese – gli spari verso le nostre città non cesseranno del tutto e la calma ritornerà». Anche il presidente Shimon Peres – in carica ancora per pochi giorni- ha messo in guardia Hamas che l’offensiva di terra potrebbe cominciare «a breve». «Li abbiamo avvisati. Gli abbiamo chiesto di fermarsi – ha ricordato Peres – abbiamo atteso un giorno, due, tre e loro hanno continuato. Ed hanno sparso il loro fuoco su molte aeree di Israele».

   Il leader palestinese – che ha detto di essere in contatto con l’Onu e l’Egitto – ha attaccato duramente Israele minacciando il ricorso alle agenzie internazionali, compresa la Corte penale dell’Aja. «Gli eventi di queste ore non sono una guerra contro Hamas, ma una guerra contro il popolo palestinese. Partita da Hebron, passata a Shufat e adesso a Gaza», ha sottolineato, riferendosi sia alle operazioni israeliani in Cisgiordania, dopo il rapimento e l’uccisione dei tre ragazzi israeliani, sia al ragazzo palestinese arso vivo nel sobborgo di Gerusalemme ad opera di estremisti ebrei. E Khaled Maashal, leader in esilio di Hamas ha denunciato che «le cose sono state in pace finché Netanyahu non ha commesso ogni possibile tipo di terrorismo contro il nostro popolo».

   Di fronte ad uno scenario dagli esiti ancora più distruttivi, la diplomazia internazionale si sta muovendo. Angela Merkel e Francois Hollande hanno avuto colloqui telefonici con Benyamin Netanyahu, condannando entrambi i lanci di razzi da Gaza, mentre il segretario di Stato Usa, John Kerry, ha sentito sia il premier israeliano sia il presiedente palestinese Abu Mazen. Il ministro degli esteri italiano Federica Mogherini da Mosca insieme al collega Serghiei Lavrov ha raccomandato moderazione a tutte le parti e ha notato che «è urgente evitare una spirale di violenza in Medio Oriente che rischierebbe di sfuggire al controllo e di infiammare una regione attraversata da conflitti drammatici». «La prima preoccupazione, umana prima ancora che politica – ha aggiunto – è la protezione dei civili» e «riprendere i negoziati di pace”.

   L’Egitto – che ha mediato il cessate il fuoco tra le parti nel 2012 – starebbe scendendo in campo mentre la Lega Araba ha chiesto agli Usa di obbligare Israele a fermarsi. Ma per ora la nuova leadership dell’ex generale Sisi si limita a contatti informali. Mentre fonti di Hamas riprese da Haaretz affermano stasera che Israele in questa fase «si rifiuta di negoziare un accordo» di tregua.

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QUEI SEI BAMBINI UCCISI DA UN MISSILE «È STATO UN ERRORE»

di D. F., da “il Corriere della Sera” del 11/7/2014

GERUSALEMME — Il primo avvertimento arriva alle 13.30. «Avete cinque minuti per scappare, prendete i bambini», dice la voce al telefono. A Gaza tutti sanno che cosa significhino quelle parole, sono le stesse pronunciate nella guerra del 2009 e negli otto giorni di offensiva due anni fa. Passa più di un’ora e un drone lascia cadere un razzo sul tetto: non esplode, non deve, è un altro colpo di avviso. La casa è su tre piani, sette appartamenti, i Kaware vivono tutti insieme, ci abita anche Odeh, uno dei figli del capofamiglia Ahmad. Sarebbe lui l’obiettivo perché è un miliziano delle brigate di Hamas.

   Escono dall’edificio e pochi minuti dopo rientrano, salgono le scale per arrivare in cima al cubo grigio di cemento e cercare di fermare il bombardamento. È troppo tardi, il missile è partito, muoiono in otto, tra loro sei bambini. Adesso l’aviazione israeliana dice che la strage di martedì a Khan Younis, nel sud della Striscia, è stata un errore. «Non c’è stato niente da fare — spiega una fonte al quotidiano Haaretz —, il missile era già in volo e non c’è stato modo di deviarlo. Nel video si vedono i famigliari ritornare di corsa , a quel punto era troppo tardi».

   I palestinesi raccontano che non tutti i Kaware avevano lasciato il palazzotto, le vittime erano rimaste dentro. «Gli israeliani hanno sparato lo stesso». B’Tselem, organizzazione di Gerusalemme per i diritti umani, ha raccolto le testimonianze e ricorda che le case dei civili non sono obiettivi militari legittimi, «anche se non ci fossero vittime collaterali». L’esercito risponde che Odeh è il comandante militare dell’area: «Da eliminare». Non è rimasto ucciso, forse non era neppure in casa.

   Le Brigate Ezzedin Al Qassam l’hanno ribattezzato nei loro proclami «il massacro dei bambini di Khan Younis»: «È stata superata una linea rossa, consideriamo tutti gli israeliani come bersagli». Non che prima evitassero i tiri indiscriminati sulle città.

   Le ruspe scavano la sabbia e quel che resta del Fun Time Beach, un locale sulla spiaggia dove in molti erano usciti mercoledì sera per vedere la partita tra Olanda e Argentina. Negli appartamenti l’elettricità va e viene, qui c’era un generatore e lo schermo gigante. Il colpo potrebbe essere partito dalle navi che in quella notte hanno bombardato la Striscia: i morti sono nove. «Avrebbe dovuto essere una serata normale», dice un poliziotto locale all’agenzia France Presse . «I ragazzi erano venuti per rilassarsi, l’aria è più fresca in riva al mare. Invece gli ebrei hanno vinto 9 a 0».

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Il discorso

IL DOVERE DELLA SPERANZA: UN PAESE OSTAGGIO DELLA DISPERAZIONE. MA IO CONTINUO A SOGNARE LA PACE

di David Grossman, da “la Repubblica” del 9/7/2014

   SPERANZA e disperazione. Ci sono stati anni in cui abbiamo oscillato fra le due. Oggi sembra che la maggior parte degli israeliani e dei palestinesi si trovi in uno stato d’animo nebuloso, piatto, privo di orizzonte. In un torpore ottuso, in un’auto-narcosi.    AL giorno d’oggi, in un Israele avvezzo alle delusioni, la speranza (sempre che qualcuno vi faccia cenno) è immancabilmente insicura, un po’ timida, sulla difensiva. La disperazione invece è disinvolta, risoluta. Pare che parli a nome di una legge della natura o di un assioma che stabilisce che questi due popoli saranno per sempre condannati alla guerra e non avranno mai pace.

   Agli occhi della disperazione chi ancora spera, o crede, in una possibilità di pace è, nella migliore delle ipotesi, un ingenuo o un visionario delirante, e, nella peggiore, un traditore che, irretendo gli israeliani con miraggi, ne indebolisce la capacità di resistenza.

   In questo senso la destra ha vinto. È riuscita a instillare la sua pessimistica visione del mondo nella maggior parte degli israeliani. E si potrebbe dire che non solo ha sconfitto la sinistra, ma che ha sconfitto Israele. Non tanto perché questo suo modo di vedere le cose spinge lo stato ebraico a una condizione di paralisi su un terreno tanto cruciale per lui, dove servirebbero audacia e flessibilità e creatività, ma perché ha sconfitto quello che un tempo si sarebbe potuto definire «lo spirito israeliano»: quella scintilla, quella capacità di rinascere a dispetto di tutto. Ha annientato il nostro coraggio e la nostra speranza.

 Nell’ambito più importante della sua esistenza Israele è quasi del tutto immobile, se non addirittura impotente. Stranamen  te, però, questa situazione non comporta una sofferenza visibile per i suoi leader e per gran parte dei suoi cittadini che sono bravissimi a compiere una netta separazione tra lo stato di cose esistente e la loro coscienza.

   Molti israeliani vivono così da molti anni, quarantasette per la precisione, e nemmeno troppo male, laddove di fatto, al centro del loro essere, c’è il vuoto. Un vuoto di azioni e di coscienza in cui si verifica un’efficace sospensione del giudizio morale.

   Lo scrittore americano David Foster Wallace racconta di due pesciolini che, mentre nuotano in mare, incontrano un anziano pesce. Salve ragazzi, li saluta l’anziano, come va? Alla grande, rispondono i due. E l’acqua, com’è? Domanda il vecchio. Ottima, gli rispondono. Poi lo salutano e continuano a nuotare. Dopo qualche istante uno dei pesciolini domanda all’altro: dì un po’, ma cosa diavolo è l’acqua?

   Ascoltate l’acqua. L’acqua in cui nuotiamo e che beviamo da quarantasette anni. Alla quale siamo talmente abituati da non percepirla. È la vita che scorre qui, ancora indubbiamente piena di vitalità e di creatività ma anche un po’ folle, con un’atmosfera caotica da saldi di fine stagione, da disturbo bipolare in cui mania e depressione si intrecciano, in cui la sensazione di possedere un grande potere si alterna a cadute di profonda debolezza.

   Una vita che scorre in una democrazia compiaciuta di se stessa, con pretese di liberalità e di umanesimo ma che da decenni si impone su un altro popolo, lo umilia e lo schiaccia. Una vita che scorre nel forte clamore dei media, in gran parte mirato a distrarre l’opinione pubblica e a intorpidire i sensi.

   Come si può infatti resistere in una situazione simile senza distrazioni, senza un po’ di autonarcosi? Come si possono affrontare, per esempio, le conseguenze della cosiddetta “opera di insediamento” e il pieno significato di questa folle scommessa sul futuro del paese? Ascoltate l’acqua: sotto la melma nella quale sguazziamo ormai da quarantasette anni c’è una corrente profonda e gelida: il terrore di un errore storico, di uno sbaglio madornale, di ciò che, sotto ai nostri occhi, sta assumendo la forma di uno Stato binazionale, o di uno Stato di apartheid, o militare, o rabbinico, o messianico.    Nella disperazione israeliana c’è anche uno strano elemento, una specie di gaiezza per l’imminente catastrofe, o per la delusione. Una sorta di gioia maligna nei confronti di chi ha visto deluse le proprie speranze.

   Una gioia particolarmente distorta perché, in fin dei conti, ci rallegriamo delle nostre stesse disgrazie. Talvolta sembra che nell’animo degli israeliani frema ancora l’offesa del 1993 quando, con la firma degli accordi di Oslo, osarono credere non solo che il nemico si fosse trasformato in un partner, ma che le cose avrebbero anche potuto andar bene qui, che un giorno saremmo stati bene.

   È come se avessimo tradito noi stessi – dicono i rappresentanti del partito della disperazione – per essere stati tentati a credere a qualcosa di totalmente contrario alla nostra esperienza, alla nostra tragica storia, a un qualche segno distintivo del nostro destino. E per questo abbiamo pagato e ancora pagheremo, con gli interessi.

   Ma per lo meno, da ora in poi, nessuno più ci coglierà in fallo, non crederemo più a niente, a nessuna promessa, a nessuna opportunità. E anche se Mahmoud Abbas si batterà con tutte le sue forze per prevenire il terrorismo contro gli israeliani, anche se proclamerà che verrà a Safed, sua città natale, unicamente come turista, anche se dichiarerà che la Shoah è il peggior crimine della storia umana e attaccherà ferocemente gli assassini dei tre ragazzi rapiti, il primo ministro israeliano Netanyahu si affretterà a versargli in testa un secchio d’acqua gelata.

   È interessante notare che sebbene Israele abbia seriamente tentato la via della pace con i palestinesi soltanto una volta, nel 1993, è come se avesse deciso di rinunciare per sempre a perseguire questa possibilità dopo quel fallito tentativo. Anche qui entra in gioco la logica distorta della disperazione. La strada della guerra, dell’occupazione, del terrorismo, dell’odio, l’abbiamo provata decine di volte senza stancarci né scoraggiarci. Come mai invece ci affrettiamo a respingere definitivamente quella della pace dopo un solo fallimento?

   Israele, naturalmente, ha molte ragioni di preoccuparsi, di stare in ansia. Ma proprio davanti a pericoli e minacce la disperazione e l’inazione non possono essere considerate una linea politica efficace. L’attuale governo israeliano, come i suoi predecessori, si comporta come se fosse prigioniero della disperazione.

   Non ricordo di aver mai sentito un discorso di seria speranza da parte di Netanyahu, dei suoi ministri e dei suoi consulenti. Nemmeno una parola sul sogno di vivere in pace, sulle possibilità racchiuse in un simile ideale, o sull’opportunità che Israele si inserisca in un intreccio di nuove alleanze e interessi in Medio Oriente.

   Come ha fatto la speranza a trasformarsi in un termine volgare, colpevolizzante, secondo per pericolosità soltanto a “pace”? Guardateci: il paese più forte della regione – una potenza, in termini locali – che gode dell’appoggio quasi inconcepibile degli Stati Uniti, della simpatia e del sostegno di Germania, Inghilterra e Francia, dentro di sé si considera ancora una vittima impotente. E si comporta come tale: vittima delle proprie paure, reali o immaginarie, delle atrocità sofferte in passato, degli errori di vicini e nemici.

   Quale speranza ci può essere in una situazione tanto difficile? Una ce n’è, malgrado tutto. La speranza che, senza ignorare i pericoli e le numerose difficoltà, si rifiuta di vedere solo quelli. La speranza che, se le fiamme del conflitto si affievoliranno, potrebbero ancora emergere, a poco a poco, i tratti sani ed equilibrati dei due popoli sui quali comincerà ad agire il potere terapeutico della quotidianità, della saggezza della vita, del compromesso, di una sensazione di sicurezza esistenziale grazie alla quale poter crescere i figli senza la minaccia della morte, senza l’umiliazione dell’occupazione, senza la paura del terrorismo, e aspirare a un tessuto di vita semplice, familiare, fatto di lavoro e di studio.

   Oggi, nei due popoli, agiscono quasi esclusivamente agenti di disperazione e di odio. Potrebbe essere quindi difficile credere che la visione che ho prospettato sia possibile. Ma una realtà di pace comincerà a forgiare agenti di speranza, di vicinanza e di ottimismo, che abbiano un interesse concreto e privo di risvolti ideologici a creare sempre più contatti con i membri dell’altro popolo.

   Forse, un giorno, fra molti anni, ci saranno un riavvicinamento più profondo e persino rapporti di amicizia tra questi due popoli. Tra questi esseri umani. Non sarebbe la prima volta nella storia.    Io mi aggrappo a questa speranza e la custodisco in me perché voglio continuare a vivere qui. Non posso permettermi il lusso della disperazione. La situazione è troppo grave per esse- re lasciata ai disperati e, accettarla con rassegnazione, sarebbe di fatto un’ammissione di sconfitta. Non una sconfitta sul campo di battaglia ma una sconfitta umana.

   Nel momento infatti in cui accettiamo che la disperazione ci governi qualcosa di profondo e di vitale in noi esseri umani ci viene negato, ci viene portato via. Chi segue una linea politica che, di fatto, non è che una sottile patina di rivestimento di un sentimento di profonda disperazione, mette in pericolo l’esistenza di Israele.

   Chi si comporta in questo modo non può sostenere di «essere un popolo libero nella nostra terra». Può forse cantare la Tikvah, la Speranza, il nostro inno nazionale, ma nella sua voce, al posto della parola «speranza», echeggerà «disperazione ». «Una disperazione di duemila anni».    Noi, che da moltissimi anni chiediamo la pace, continueremo a insistere sulla speranza. Una speranza consapevole e che non si dà per vinta. Che sa di essere, per israeliani e palestinesi, l’unica possibilità di sconfiggere la forza di gravità della disperazione. (David GrossmanTraduzione di Alessandra Shomromi)

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IL RISCHIO DI UNA GUERRA A TUTTO CAMPO

Quello che nessuno vuole e può accadere

di Antonio Ferrari, da “il Corriere della Sera” del 9/7/2014

   MAI IN ISRAELE, NEGLI ULTIMI DECENNI, LA GUERRA — intendo una guerra vera, di cui tutti vedono l’inizio ma non immaginano né la fine né le devastanti conseguenze — ERA STATA COSÌ VICINA.

   Non era così vicina nel ’91, al tempo dei missili Scud di Saddam Hussein; non la era nella seconda intifada, quando non si contavano gli attentati-suicidi palestinesi che terrorizzavano Israele; non lo è stata neppure due anni fa, quando Israele aveva richiamato 70.000 riservisti per attaccare la Striscia di Gaza da terra. Un passo che avrebbe rischiato di annullare l’operazione — smantellamento degli insediamenti ebraici deciso da Ariel Sharon. L’attacco non ci fu e il mondo respirò di sollievo.

   Oggi è tutto molto più difficile ed estremamente pericoloso perché UN ECCESSO, UNA PROVOCAZIONE, UNA TRAGICA FORZATURA TRASCINEREBBE TUTTI NELL’ABISSO DI UN CONFLITTO incattivito da un odio crescente e da un’incontrollata emotività: senza quel ricorso alla ragione invocato assieme, in Israele, dal presidente uscente Shimon Peres e da quello entrante Reuven Rivlin.

   IL PASSO VERSO IL PUNTO DI NON RITORNO È LUNGO IL TEMPO DI UN RESPIRO, perché l’offensiva israeliana sulla Striscia, con il bombardamento di un centinaio di siti sensibili, e i missili che sono piovuti su Tel Aviv e su Gerusalemme, lasciano intendere quanto sia possibile lo scenario più terribile: una guerra a tutto campo, senza sapere che ci sia qualcuno in grado di fermarla.    Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu sta sicuramente affrontando la prova più difficile. Non essendo un uomo di guerra, come tanti suoi predecessori, è abilissimo nel minacciare, assai incerto nel decidere di assumersi rischi che potrebbero nuocere tremendamente a Israele.

   Compiacendo l’estrema destra del suo governo, probabilmente si è spinto troppo avanti nel concentrare accuse e propositi di vendetta contro Hamas, senza distinguere i fondamentalisti da altri estremisti concorrenti, ancor più feroci. Anche Abu Mazen, che aveva sperato, con fiducia assai velleitaria, in un governo di unità nazionale con gli storici avversari di Hamas, si ritrova più debole di prima.

   La risultante è che tutti sembrano impotenti. Netanyahu sta conoscendo le più velenose insidie del potere: ha richiamato 40.000 riservisti, ma è troppo scaltro per pensare di impiegarli in un’operazione di terra a Gaza che potrebbe risolversi in una tragedia, con un costo insopportabile di vite umane. Anche se sa che l’irreparabile non è affatto escluso.

   Eppure nel momento dell’allarme estremo, Israele non si sottrae alla lezione della propria coscienza. Orribile l’assassinio dei tre studenti ebrei, atroce la vendetta nei confronti di un ragazzo palestinese, catturato, obbligato a bere benzina, e poi bruciato vivo per vendetta. Lo Stato ebraico ha vinto guerre, ha compiuto vendette, i suoi militari hanno ucciso. MA C’È QUALCOSA CHE L’ISRAELIANO MEDIO NON ACCETTA: LA VIOLENZA FEROCE E GRATUITA SUI CIVILI.

   Dopo la strage di Sabra e Shatila, quando i soldati di Tel Aviv voltarono la testa mentre i falangisti cristiani libanesi compivano il massacro, 400.000 israeliani scesero in piazza per gridare vergogna. Oggi la mano tesa tra i familiari di uno dei ragazzi ebrei uccisi e quelli del palestinese bruciato vivo danno forza alla speranza di uscire da questo incubo. (Antonio Ferrari)

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I LIMITI E I RISCHI DELL’ENNESIMA ESCALATION

di Ugo Tramballi, da “il Sole 24ore” del 9/7/2014

   La domanda è la stessa di tutte  le altre volte: fino a dove si può spingere l’indiscutibile diritto di Israele a garantire la sua sicurezza? Perché come “PIOMBO FUSO” fra il 2008 e l’inizio del 2009, e tutte le precedenti operazioni militari su Gaza, anche “SOGLIA DI PROTEZIONE” – così è stata chiamata dai militari la missione in corso – porrà Israele e i suoi amici nel mondo di fronte allo stesso dilemma.

  Cinque anni fa morirono circa 1.200 palestinesi, due terzi dei quali civili; e 13 militari israeliani, quattro dei quali uccisi da fuoco amico. Almeno fino a ieri pomeriggio si registra la morte di 16 palestinesi: ancora dei civili fra loro. Un diritto fondamentale come la sicurezza non si misura sul calcolo delle vittime. Ma questo calcolo ha il suo peso, anche morale.

   Soprattutto perché il conflitto al quale stiamo assistendo è politico, religioso e fra due nazionalismi in competizione per lo stesso fazzoletto di terra. Ma soprattutto è una faida nella quale anche una sola vittima mette in moto la catena che porta a una guerra. Come Israele non può sopportare senza reagire la morte di un suo cittadino, così Hamas. E ques ta priorità supera ormai qualsiasi considerazione politica o strategica.

   Il partito islamico non ha mai dimostrato di avere cara la popolazione civile di Gaza: è stato provato che spesso i razzi partono dai centri abitati; che i loro arsenali sono nel sottoscala delle case. Per pesante che ne sia il prezzo, la faida per loro è diventata un fortino imprendibile. Per quanto Israele bombardi o intervenga con la fanteria, la Striscia non potrà essere ridotta in cenere. Né militarmente occupata: è già stato fatto e non è servito a nulla. Cioè, è facile vincere la battaglia, impossibile la guerra.

  Cinque anni fa Israele tenne sotto attacco Gaza per 23 giorni. Quando i soldati si ritirarono, la Striscia non aveva più un’economia e migliaia di abitanti non avevano più una casa. Poche settimane più tardi i Qassam ricominciarono sporadicamente a partire. Durante “Piombo fuso” Hosni Mubarak se ne andò in vacanza nella sua villa di Sharm el-Sheikh e Abu Mazen tacque: in Cisgiordania la vita era continuata normalmente.

   Oggi le cose sono differenti in Medio Oriente. Il generale egiziano al-Sisi sta spendendo i suoi servizi segreti per mediare un cessate il fuoco. Ma se fallisse del tutto e “Soglia di protezione” mettesse in campo anche i 40mila fanti mobilitati, al-Sisi non potrebbe far finta di niente. Così Abu Mazen. Alle spalle degli israeliani schierati, la Cisgiordania non è più un luogo tranquillo: i segni premonitori di una nuova Intifada ci sono già stati. L’egiziano e il palestinese sono arabi moderati. QUALE SAREBBE LA REAZIONE NEL RESTO DEL MEDIO ORIENTE? Regimi sotto assedio e milizie islamiche troverebbero la scusa perfetta per tornare a mettere gli occhi sul nemico comune.

   Ripartendo le colpe fra israeliani e palestinesi per il fallimento del suo negoziato di pace, l’americano John Kerry aveva comunque chiarito che la colpa è stata più dei primi che dei secondi. Un accordo o quanto meno la continuazione della trattativa, avrebbe dimostrato la bontà delle ragioni dei palestinesi moderati: la pace aveva una posibilità. Fallito quel negoziato e tirando su Israele i suoi razzi, in qualche modo Hamas ha già vinto la sua guerra prima che la fanteria israeliana decida di avanzare. (Ugo Tramballi)

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One thought on “ISRAELE – PALESTINA di Hamas: CI SARA’ LA GUERRA? – il MEDIO ORIENTE CHE SI STA DISINTEGRANDO – Gli USA incapaci di mediare; in Siria e Iraq si è creato il nuovo crudele Stato-Califfato “ISIS” – Ma i giovani arabi della “PRIMAVERA” (e quelli israeliani) sono disposti a combattere?

  1. Agata lunedì 14 luglio 2014 / 12:00

    Leggo il resto o leggiamo anche “BUONE NOTIZIE” http://www.avsi.org ?

    “(Preghiera silenziosa) Ora, Signore, aiutaci Tu! Donaci Tu la pace, insegnaci Tu la pace, guidaci Tu verso la pace. Apri i nostri occhi e i nostri cuori e donaci il coraggio di dire: “mai più la guerra!”; “con la guerra tutto è distrutto!”. Infondi in noi il coraggio di compiere gesti concreti per costruire la pace… Rendici disponibili ad ascoltare il grido dei nostri cittadini che ci chiedono di trasformare le nostre armi in strumenti di pace, le nostre paure in fiducia e le nostre tensioni in perdono. Amen.” (Papa Francesco – http://it.clonline.org/ )

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