I TROPPI CONFLITTI nel nostro VILLAGGIO GLOBALE se non si riuscirà a farli cessare potranno innescare una NUOVA GUERRA MONDIALE? – E i civili che muoiono più dei militari: in primis BAMBINI (olandesi, nell’aereo malese che sorvola la guerra ucraina; palestinesi, nel conflitto tra Israele e Hamas) – La necessità di una forte diplomazia internazionale di pace

17 luglio 2014: Isreale lancia l'attacco di terra sulla Striscia di Gaza - 20/7/2014:HAMAS: CATTURATO SOLDATO ISRAELIANO. 13 MILITARI UCCISI - Gaza City (Gaza), 20 lug. (LaPresse/AP) - Le brigate al-Quassam hanno annunciato di aver rapito il soldato israeliano Shaul Aron. Lo riporta l'agenzia di stampa palestinese Maan.  Il soldato sarebbe stato catturato durante i combattimenti nella Striscia di Gaza. Parlando ad una stazione televisiva di Hamas, il portavoce Abu Ubaida ha dichiarato: "Abbiamo catturato un soldato sionista e l'occupazione non l'ho ha ammesso". Per ora  nessun commento da Israele.   TREDICI SOLDATI UCCISI. Sono 13 i soldati israeliani rimasti uccisi nella Striscia di Gaza oggi durante l'offensiva di terra. Lo afferma l'esercito di Israele. Le vittime portano a 18 il totale delle vittime tra i militari israeliani. Nei giorni scorsi due civili israeliani sono rimasti uccisi dagli attacchi con colpi di mortaio e razzi verso Israele. Decine i soldati feriti. Sono almeno 425 i palestinesi uccisi nella Striscia da quando è cominciata l'offensiva israeliana, quasi due settimane fa.   "VOGLIONO ACCUMULARE MORTI CIVILI". "Israele sta prendendo di mira solo militanti nella sua campagna, ha detto il premier israeliano Benjamin Netanyahu, parlando con la Cnn. "Tutte le vittime civili non sono volute da noi, ma sono volute da Hamas. Vogliono accumulare tutti i morti civili che riescono, è orribile", ha detto il premier
17 luglio 2014: Isreale lancia l’attacco di terra sulla Striscia di Gaza – 20/7/2014:HAMAS: CATTURATO SOLDATO ISRAELIANO. 13 MILITARI UCCISI – Gaza City (Gaza), 20 lug. (LaPresse/AP) – Le brigate al-Quassam hanno annunciato di aver rapito il soldato israeliano Shaul Aron. Lo riporta l’agenzia di stampa palestinese Maan. Il soldato sarebbe stato catturato durante i combattimenti nella Striscia di Gaza. Parlando ad una stazione televisiva di Hamas, il portavoce Abu Ubaida ha dichiarato: “Abbiamo catturato un soldato sionista e l’occupazione non l’ho ha ammesso”. Per ora nessun commento da Israele. TREDICI SOLDATI UCCISI. Sono 13 i soldati israeliani rimasti uccisi nella Striscia di Gaza oggi durante l’offensiva di terra. Lo afferma l’esercito di Israele. Le vittime portano a 18 il totale delle vittime tra i militari israeliani. Nei giorni scorsi due civili israeliani sono rimasti uccisi dagli attacchi con colpi di mortaio e razzi verso Israele. Decine i soldati feriti. Sono almeno 425 i palestinesi uccisi nella Striscia da quando è cominciata l’offensiva israeliana, quasi due settimane fa. “VOGLIONO ACCUMULARE MORTI CIVILI”. “Israele sta prendendo di mira solo militanti nella sua campagna, ha detto il premier israeliano Benjamin Netanyahu, parlando con la Cnn. “Tutte le vittime civili non sono volute da noi, ma sono volute da Hamas. Vogliono accumulare tutti i morti civili che riescono, è orribile”, ha detto il premier

BASTA

   A me non interessa se erano israeliani o palestinesi. A me interessa che erano bambini. Bambini che stavano giocando a pallone sulla spiaggia. Il primo missile li ha sorvolati, lasciandoli increduli. Possibile che la guerra potesse ruggire proprio lì, tra gli alberghi e i capanni del lungomare? Sono scappati col pallone sotto l’ascella. Qualcuno è corso verso un gruppo di giornalisti stranieri appena usciti da un hotel. Qualcun altro si è rifugiato dentro un capanno, nell’illusione che al riparo di un tetto il male sparisse o facesse meno danni.

Gaza, 16 lug. – Dramma su una spiaggia di Gaza dove quattro bambini palestinesi di una stessa famiglia sono stati uccisi da colpi di artiglieria sparati dalla Marina
Gaza, 16 lug. – Dramma su una spiaggia di Gaza dove quattro bambini palestinesi di una stessa famiglia sono stati uccisi da colpi di artiglieria sparati dalla Marina

È a quel punto che il secondo missile li ha colpiti. Sono morti in quattro, tutti della stessa famiglia. Il più piccolo aveva nove anni. Il più grande dodici. I feriti perdevano sangue dalla testa e si tenevano le mani sullo stomaco, urlando di spavento e di dolore.     Immaginate i parenti di quei piccoli, l’odio senza tempo che da oggi germinerà nei loro cuori. A me non interessa più capire questa guerra, distinguere tra atti bellici e atti terroristici, soppesare i torti e le ragioni. A me interessano quei quattro bambini. E i tre adolescenti della parte opposta uccisi a freddo nei giorni scorsi. La mattanza di futuro ha raggiunto ritmi insostenibili persino per un mondo in overdose perenne d’indignazione come il nostro. Nel tentativo di dare almeno una forma all’orrore, scrivo i nomi delle sette vittime, senz’altra distinzione che non sia la loro comune appartenenza alla razza umana: Eyal Yifrah, 19 anni, Gilad Shaar (16), Naftali Fraenkel (16), Ramez Bakr (11), Ahed Bakr (10), Zakaria Bakr (10), Mohammad Bakr (9). Nove anni. Scrivo i loro nomi e urlo il mio infantile, inutile, definitivo: basta. (MASSIMO GRAMELLINI, da “la Stampa” del 17/7/2014)

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   “Troppi «focolai di crisi», accesi intorno a noi”. Lo ha detto il presidente Napolitano. E ogni crisi – oggi – può diventare globale.

   L’abbattimento del boeing 777 malese, con lo scambio di accuse tra Kiev e Mosca sulla responsabilità, con 298 vittime, perlopiù olandesi (con 80 bambini uccisi, l’aereo era partito da Amsterdam e andava a Kuala Lumpur in Malaysia), mostra come la guerra sia così vicina a noi, poche centinaia di chilometri dal nostro confine (500 chilometri) (tanto quanto lo è stata, la guerra, nella prima metà degli anni 90 nei Balcani)

   Fa pensare che il missile lanciato (è molto probabile ad opera dei separatisti russi dell’Ucraina orientale, appoggiati da Putin) sia un missile di fabbricazione russa che è in dotazione, oltre che naturalmente ai russi e ai separatisti, anche al governo ucraino e, quando non si colpisce un inerme aereo di passeggeri perlopiù olandesi, questi missili della stessa fabbricazione vengono usati da entrambe le parti l’uno contro l’altro: insomma stesse armi che si fronteggiano. Ma ciò accade spesso in tutti i fronti di guerra……

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DOV E CADUTO L AEREO MALESE
DOV E CADUTO L’AEREO MALESE

  UCRAINA: UNA GUERRA CHE RIGUARDA TUTTI

 Alla fine l’incidente è arrivato, lo scenario da guerra fredda è da ore sugli schermi tv-computer-smartphone di tutto il mondo. Quale che sia la causa e chi sia il colpevole, un aereo non può cadere per caso in un zona di guerra. Qualcuno ha premuto un grilletto.    Le 298 povere vittime originarie di ogni angolo del pianeta trasformano il conflitto che da mesi sobbolle in quella periferia di confine tra Ucraina e Russia in un conflitto dal valore globale. Non è più una nuova, vecchia, sporca storia tra ex sovietici. Quella guerra, ora più che mai, ci riguarda tutti. (…..) (Cesare Martinetti, da “la Stampa” del 18/7/2014)

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   …….E dall’altra, in un’altra parte del pianeta (non eccessivamente lontano dall’Ucraina), nello stesso giorno parte l’intervento di terra israeliana sulla Striscia di Gaza (52 mila uomini impegnati e altri 18 mila di riserva), accompagnato e derivato dall’irragionevole rifiuto di ogni tregua (proposta dagli egiziani) da parte di Hamas (con i suoi circa 20 mila guerriglieri rintanati nei tunnel o tra la popolazione) (questa ennesima guerra israelo-palestinese è possibile che si risolva in una carneficina e con conseguenze future ancora peggiori, di odio fra i due popoli).

   Ma non è solo questo (e basterebbe!). C’è da preoccuparsi dello Stato-Califfato che si sta costituendo in buona parte del territorio della Siria e dell’Iraq (ma con ambizioni di allargarsi alla Giordania, Libano e a tutto il Medio Oriente), uno stato confessionale nato “contro l’Occidente” (Al Qaeda al suo posto era un groppuscolo moderato…); oppure la presa della città di Amran nello Yemen da parte dei ribelli Houthi ai primi di luglio (vicenda fuori dall’informazione internazionale di questi giorni); molti altri conflitti ed eccidi all’interno di Stati africani e non (Congo, Nigeria, ma anche Corea del Nord etc.)… Tutto questo sembra portare a una situazione fuori controllo da parte degli altri Paesi del mondo, delle loro diplomazie “di pace” (l’America che non vuole più coinvolgersi nelle crisi in Medio Oriente, l’Europa inesistente in ogni ruolo diplomatico, la Russia che ci gioca sui conflitti, qualche paese che ci prova a dire qualcosa, come la Turchia, ma pare più per sopire conflitti interni…)….

   E tutti i soggetti in campo, che combattono tra di loro, pare non abbiano nessun “progetto” vero di come vorrebbero la società futura, il contesto per il quale hanno deciso di “usare la guerra” E, forse quel che è ancora peggio, la loro debolezza dà vita a UNA FRAMMENTAZIONE INTERNA con gruppi quasi sempre ultra radicali, violenti, che “fanno da sé”, conducono la guerra per conto proprio e come vogliono.

   Un’instabilità, una frammentazione dei soggetti, un prevalere di forze estremiste e ultraviolente… un contesto di anarchia generale davanti alla quale ci si sente impreparati

   E in tante altre parti del mondo i conflitti armati sono in larga parte sostituiti da controversie commerciali, embarghi, dispute sulla gestione delle risorse naturali…

   Poi si aggiungono le difficoltà economiche che pare stiano vivendo anche Paesi finora in crescita, come quelli identificati nell’acronimo “Brics” (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica…)…

   Ecco, tutto questo per dire che se non ci sarà una svolta “degli uomini di buona volontà”, una spinta dal basso che può riguardare tutti, un ritorno all’associazionismo internazionale, umanitario, politico, culturale rivolto ai popoli e agli stati ora non più lontani del nostro mondo-villaggio globale, tutto fa presagire che possa scoppiare un conflitto mondiale, fatto di rabbia e violenza, senza alcuna motivazione. Ma, ogni contesto storico negativo, può essere rimediato, superato, se non si sta solo a guardare. (s.m.)

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I fatti di oggi e le lezioni del passato 

GAZA E UCRAINA: DUE CRISI, UNA STORIA DA RIPASSARE

di Alessandro Zaccuri , da AVVENIRE del 19 luglio 2014

   La Storia non si ripete, d’accordo, eppure «la Storia ha più memoria di noi», come dichiarava ieri il filosofo francese Régis Debray in una lunga intervista apparsa sul quotidiano francese «Le Monde».

   Anche la geografia, del resto, ha le sue ragioni. C’è una diagonale che attraversa per intero – da Est a Ovest, e da Sud verso Nord – la carta geografica dell’Ucraina. Muove dal confine con la Russia, nei pressi di Donetsk, nel punto in cui l’altro giorno è stato abbattuto il volo MH17 della Malaysian Airlines.

IL LUOGO DELL'ABBATTIMENTO
IL LUOGO DELL’ABBATTIMENTO

   Si parte dalla cronaca di queste ore, incerte e concitate, e si risale fino a un’altra zona di frontiera, il triangolo in cui convergono UCRAINA, POLONIA E BIELORUSSIA. BREST-LITOVSK è incastonata in questo mosaico. È la città bielorussa dove, il 3 MARZO DEL 1918, fu firmato il trattato che poneva fine alla guerra tra gli Imperi centrali e la Russia non più zarista, non ancora sovietica. Mosca perdeva una serie di territori strategici, a partire dall’UCRAINA, una nazione considerata già allora molto appetibile a causa dei suoi GIACIMENTI DI FERRO E CARBONE.

   Un anno dopo il patto di Versailles avrebbe in qualche modo riequilibrato la situazione, riducendo drasticamente la sovranità tedesca, ma questo non smentisce l’affermazione dello storico inglese Norman Stone: «L’EUROPA MODERNA – scrive – È UNA BREST-LITOVSK DAL VOLTO UMANO, anche se ci sono volute una seconda guerra mondiale e un’occupazione angloamericana della Germania per farci arrivare fin qui».

   Qui dove?, viene da domandarsi non appena si prova a ripercorrere la successione delle notizie degli ultimi giorni. Prima l’ABBATTIMENTO DEL BOEING 777 MALESE, con lo SCAMBIO DI ACCUSE TRA KIEV E MOSCA. Subito dopo, al termine di una tregua durata solo poche ore, ISRAELE ROMPE GLI INDUGI E DECIDE DI COLPIRE GAZA PER VIA DI TERRA, dando inizio a un’invasione a lungo ritenuta più temibile che probabile. Siamo arrivati qui, appunto. A rendere ancora più incerta e inquietante la prospettiva è l’ACCELERAZIONE CONCOMITANTE DI DUE CRISI che da tempo si alternano sulle pagine dei giornali e che adesso, all’improvviso, si ritrovano affiancate.

   Si tratta di uno scenario inedito, che chiama diversamente e – di nuovo – contemporaneamente in causa la RUSSIA DI PUTIN e l’AMERICA DI OBAMA. Coinvolta in modo diretto la prima, e non soltanto perché una delle ipotesi di cui si discute vuole che l’aereo di linea sia stato scambiato per il volo presidenziale russo.

   Da diversi mesi ormai l’Ucraina è divenuta il banco di prova dell’egemonia putiniana sui satelliti della galassia ex sovietica. Interessi economici che si scontrano con il risorgere di vecchi nazionalismi, senza che Mosca appaia disposta ad arretrare di un passo rispetto alle sue prerogative.

   Dall’altra parte ci sono gli Stati Uniti, che durante il doppio mandato del presidente democratico non sono riusciti a elaborare una politica innovativa sulla questione israelo-palestinese, impegnati come sono nelle campagne militari in Afghanistan e in Iraq, con un dispendio di uomini e mezzi che ha gettato più di un’ombra sul Nobel “preventivo” con cui nel 2009, fresco di mandato, Barack Obama fu premiato per il suo impegno a favore della pace.

   Torniamo a guardare la carta geografica e riportiamo, ancora una volta, il calendario indietro di un secolo scarso, fino al momento in cui, alla fine della Prima guerra mondiale, il territorio del futuro Stato di Israele viene posto sotto il mandato britannico. Régis Debray direbbe che non è abbastanza.

   I processi storici hanno una portata più vasta, per capire il presente non basta richiamarsi al passato prossimo, occorre retrocedere alle sottigliezze del medioevo, c’è bisogno di maneggiare archetipi radicati nell’antichità. Sarà anche vero, ma ora come ora RICUCIRE LE DISTANZE CON GLI ESORDI DEL “SECOLO BREVE” RIMANE UN’OPERAZIONE ABBASTANZA ISTRUTTIVA.

   Il Novecento, infatti, ereditò dall’Ottocento il rompicapo del cosiddetto “Grande Gioco”, un viavai continuo di spie e trafficanti lungo un altro crocevia di frontiere, nelle terre che oggi sono IRAN, IRAQ, AFGHANISTAN, con la Russia sempre lì a un passo e Gerusalemme, e Istanbul, a fare da porte d’Oriente. Allora Londra sfidava Mosca, ora tocca a Washington prendere e mantenere posizione.

   E L’EUROPA, IN TUTTO QUESTO? Davvero, al cospetto di una crisi tanto vasta e sfaccettata, l’Unione può permettersi di non elaborare una riconoscibile e unitaria politica internazionale? La questione va al di là della vicenda che in questi stessi giorni interessa l’Italia per la candidatura di Federica Mogherini alla rappresentanza europea degli Affari esteri. È un processo di lungo periodo, che affonda le radici nella tradizionale vocazione “atlantica” dell’Unione, di fatto mai sottoposta a ragionata revisione neppure dopo un massiccio allargamento a est destinato a produrre, presto o tardi, attriti e incomprensioni con la Russia.

   La Storia non si ripete, dicevamo, ma DALLA STORIA SI HA L’OBBLIGO DI IMPARARE. Nel 1914 gli osservatori erano concordi nel riconoscere la complessità e la fragilità degli equilibri in atto, restando peraltro concordi nella valutazione che una guerra, a quel punto, non sarebbe stata possibile né conveniente.

   La situazione precipitò a Sarajevo, in quello che può essere considerato un incidente del tutto imprevisto: l’attentato fallito, l’automobile dell’arciduca Francesco Ferdinando che cambia tragitto, sbaglia strada, si imbarca in una retromarcia non prevista e in questo modo passa proprio davanti al cospiratore Gavrilo Princip, che estrae la rivoltella, spara, uccide. La guerra impossibile diventa, in pochi giorni, ineluttabile.

   DONETSK NON È SARAJEVO, IL 2014 NON È IL 1914. NON PER QUESTO, PERÒ, I SEGNALI VANNO SOTTOVALUTATI. E i segnali, in questo momento, vanno nella stessa direzione, che è quella di UN’INSTABILITÀ DAVANTI ALLA QUALE CI SI SENTE IMPREPARATI E IMPAURITI.

   Né è di grande consolazione la consapevolezza che IN MOLTE ZONE DEL MONDO (ma non in tutte, come dimostra la tragica contabilità delle vittime in Terrasanta) I CONFLITTI ARMATI SONO IN LARGA PARTE SOSTITUITI DA CONTROVERSIE COMMERCIALI, EMBARGHI, DISPUTE SULLA GESTIONE DELLE RISORSE NATURALI. Sono guerre anche queste, sia pure combattute con altri mezzi. Ma provocano ugualmente lutti, disastri, povertà. Processi devastanti, che la globalizzazione ormai compiuta rischia di proiettare su scala parossistica, con conseguenze che nessuno, in questo momento, è in grado di prevedere.

   Un importante storico anglosassone, Niall Ferguson, in un suo imponente studio sulla PRIMA GUERRA MONDIALE, ha cercato di rispondere a una serie di domande che possono, da ultimo, ridursi a una sola: PERCHÉ NESSUNO HA IMPEDITO UN MASSACRO CHE DIVENTAVA DI GIORNO IN GIORNO PIÙ EVIDENTE? Tra un secolo, forse, qualcuno potrebbe rivolgere a noi un interrogativo simile. La risposta, questa volta, sarebbe meglio trovarla noi stessi, e trovarla per tempo. (Alessandro Zaccuri)

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LE DUE CRISI E IL RISCHIO DELL’IRRILEVANZA: IL PARAVENTO OCCIDENTALE

di Sergio Romano, da “il Corriere della Sera” del 18/7/2014

   Per conoscere con certezza le cause del disastro aereo nei cieli ucraini, di cui è stato vittima un Boeing delle linee malesi, con la morte di 298 persone, occorrerà attendere probabilmente le fotografie scattate dai satelliti americani. Soltanto allora sapremo se si tratti di un incidente, di un collasso strutturale o se il velivolo sia stato colpito da un missile che potrebbe essere stato lanciato dal suolo (secondo prime indicazione di fonte americana) o da un altro aereo.

   Ma vi sono situazioni, come quella ucraina, in cui tutto assume immediatamente una valenza politica. Ancora prima di attendere i risultati delle indagini, i ribelli filorussi accusano le forze armate ucraine, e il governo di Kiev a sua volta ritorce l’accusa sui ribelli o addirittura sulla Russia, «colpevole» di avere considerevolmente aumentato negli scorsi giorni il numero delle truppe (ora circa diecimila) dislocate lungo la frontiera. Vi sarà persino qualcuno che non mancherà di ricordare il volo 007 delle linee sudcoreane, durante il viaggio da Anchorage a Seul, abbattuto da un missile sovietico il 1° settembre 1983 mentre sorvolava le coste occidentali delle isole Sakhalin. I portavoce dell’Urss negarono dapprima qualsiasi responsabilità e sostennero poi di avere eliminato un aereo spia.

   Non era vero e fu un terribile errore che provocò la morte di 269 passeggeri e membri dell’equipaggio, ma ebbe luogo durante la Guerra fredda, quando ogni crisi, anche la più drammatica e sanguinosa, veniva trattata nella inconfessata convinzione di entrambe le parti che niente giustificasse un conflitto fra le maggiori potenze. Due anni dopo, quando Gorbaciov divenne segretario generale del partito comunista dell’Unione Sovietica, il dramma era già stato dimenticato.    Quell’era è finita. Oggi assistiamo a sanguinosi SCONTRI IN UCRAINA, ma anche NELLA STRISCIA DI GAZA, per non parlare della SIRIA e dell’IRAQ, in cui la logica di chi governa non è necessariamente quella di chi combatte.

   Non credo che Vladimir Putin voglia una guerra con l’Ucraina e penso che ne abbia dato una prova, dopo l’annessione della Crimea, abbassando il volume delle deprecazioni e delle accuse. Non credo neppure che il governo di Kiev coltivi la strategia avventurista del tanto peggio tanto meglio.

   E non credo infine che il primo ministro israeliano sia deciso a continuare l’assalto a Gaza fino alla definitiva distruzione della Striscia, rischiando di vincere sul terreno e perdere nella guerra delle percezioni e delle immagini.

   Ma temo che NESSUNO DEI TRE SIA IN CONDIZIONE DI CONTROLLARE TOTALMENTE LE SUE FAZIONI PIÙ RADICALI E LE REAZIONI DI COLORO CHE HANNO SUL TERRENO UN RISCHIOSO COMPITO OPERATIVO.

   Ci sono russi, non soltanto nel campo dei ribelli dell’Est, che vogliono liquidare una volta per tutte la questione ucraina anche a costo di un grande conflitto regionale; ucraini che vogliono suscitare una generale indignazione e provocare un più incisivo intervento delle democrazie occidentali; israeliani che vogliono mandare all’aria la riconciliazione fra Hamas e l’Autorità nazionale palestinese; fanatici islamisti per i quali una guerra si vince soltanto costringendo il nemico ad uccidere il maggior numero possibile di civili innocenti.

   Non è facile fare proposte e suggerimenti. Ma è lecito dire che gli STATI UNITI e l’UNIONE EUROPEA dovrebbero SMETTERLA DI BALOCCARSI CON MISURE PUNITIVE DI DISCUTIBILE EFFETTO. Le sanzioni più severe adottate da Washington nelle ultime ore e quelle di cui si è discusso anche nell’ultimo incontro del Consiglio europeo, colpiscono spesso la popolazione più di quanto non feriscano la dirigenza del Paese e sono diventate il paravento dietro il quale le democrazie occidentali nascondono l’irrilevanza della loro diplomazia.

   Nella questione ucraina occorre impedire che il partito della guerra imponga ai governi la propria logica. È un obiettivo a cui Putin dovrebbe essere non meno interessato del leader ucraino Petro Poroshenko e, per quanto concerne Gaza, del presidente iraniano Hassan Rouhani. Sono loro i nostri migliori interlocutori. (Sergio Romano)

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LE VITTIME INERMI DELL’ERA MODERNA   

di Alberto Negri, 18/7/2014, da “il Sole 24ore”

– Non è soltanto un tragico errore o una fatalità. Le immagini della fusoliera spezzata del Boeing malese tra Russia e Ucraina come quella dei bambini palestinesi inseguiti dai proiettili israeliani raccontano la cruda realtà dei conflitti moderni –

   Nelle guerre contemporanee il 90% delle vittime è rappresentato da civili. In quasi tutti i conflitti degli ultimi 30 anni, dal Medio Oriente ai Balcani, dall’Asia all’Africa, era più facile uscire vivo indossando una divisa e impugnando un fucile: a essere massacrati erano, e sono, soprattutto gli inermi.

IL TRAGITTO DELL AEREO
IL TRAGITTO DELL AEREO

   Solo due giorni fa l’Olanda è stata condannata in tribunale per il comportamento dei suoi caschi blu che non protessero la popolazione di Srebrenica: il generale serbo Ratko Mladic massacrò più di 8mila bosniaci, il peggiore eccidio dalla seconda guerra mondiale in Europa. Ma Srebrenica, nel luglio 1995, scosse brevemente la disattenzione di una calda estate di vacanze.

   Questa volta la guerra nel cuore dell’Europa, con l’abbattimento del Boeing 777 con 295 persone a bordo, passa meno inosservata: il conflitto dei Balcani, a soli 500 chilometri da noi, sembrava l’eco di una lontana barbarie da attribuire a popoli bellicosi e inaffidabili, adesso, per il coinvolgimento diretto in Ucraina della Russia, dell’America e della Nato, si insinua tra gli europei l’inquietudine, l’ora degli interrogativi senza risposta, il timore dell’allargamento incontrollato di un conflitto su scala continentale.

   Questo sì che ci scuote, che magnetizza l’attenzione, più dei bambini palestinesi e degli altri tre milioni di fanciulli colpiti dalle guerre africane, dal Sudan al Centrafrica, che vagano tra le rovine o al riparo dei tremolanti teli azzurri dell’Onu.

   Anche Wall Street, l’oracolo che misura il benessere e la stabilità, ha accusato il colpo per l’abbattimento del Boeing. I sonnambuli al potere in Europa alla vigilia della prima guerra mondiale, così ben descritti da Christopher Clark, restarono ciechi di fronte all’orrore in incubazione, noi forse ci stiamo svegliando.

   Il 28 giugno 1914, un secolo fa esatto, quando furono assassinati a Sarajevo l’arciduca Francesco Ferdinando e la moglie Sofia, l’Europa era in pace: 37 giorni dopo era un continente in guerra. E adesso si aggira un fantasma. Per la stragrande maggioranza sono un vago ricordo scolastico o cinematografico i 50 milioni di vittime della seconda guerra mondiale che inaugurò l’era del conflitto totale, dichiarato non solo contro gli eserciti ma contro l’economia, le infrastrutture e le popolazioni civili di intere nazioni. Il lancio delle atomiche su Hiroshima e Nagasaki significò il debutto dell’era nucleare e dell’equilibrio del terrore.

   La nostra generazione è nata da quelle macerie. In Europa le vittime furono 35 milioni ma la fine di Hitler e del Nazismo non significò la nascita di una nuova era di armonia: tra il 1945 e 1947 decine di milioni di persone furono cacciate dai loro Paesi in una delle più colossali operazioni di pulizia etnica della storia. E neppure il crollo del Muro nel 1989 ha sistemato le cose, come hanno dimostrato i Balcani e ora il conflitto in Ucraina.

   Ucraini e filo-russi si accusano a vicenda. Ma QUELLO CHE INQUIETA DI PIÙ SONO LE COINCIDENZE: la RECRUDESCENZA DEL CONFLITTO UCRAINO, la DISINTEGRAZIONE DEL MEDIO ORIENTE dove affondano interi Stati, le nuove sanzioni imposte dall’America alla Russia.

   Putin e Obama si telefonano, magari tentano di spegnere le tensioni: ma hanno davvero la situazione sotto controllo? Queste telefonate ricordano un po’ la famosa linea rossa tra Washington e Mosca, nella nostra immaginazione ingenua la cornetta di un improbabile telefono di bachelite che doveva essere alzata in caso di pericolo di guerra nucleare. Quando se ne parlava, prima dello sgretolamento del Muro, si tratteneva il respiro. Chissà che adesso pure i sonnambuli europei di Bruxelles, impigliati nelle loro beghe di poltrone, si siano finalmente svegliati. I fantasmi della guerra bussano alla porta, anche nell’immagine drammatica di quella fusoliera frantumata da un missile o da una raffica che ha spazzato in un attimo la vita di trecento persone. (Alberto Negri)

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LA QUARTA GUERRA DI GAZA SERVE SIA A ISRAELE SIA AD HAMAS

di Umberto De Giovannangeli, da LIMES del 18/7/2014

(http://temi.repubblica.it/limes/ )

– Netanyahu con i bombardamenti e l’invasione di terra, il movimento palestinese con i razzi: i due protagonisti della nuova crisi nella Striscia hanno tutto l’interesse a perpetuare lo status quo.

Bombe, razzi, droni, artiglieria pesante, fanteria. Ancora: la conta dei morti, in grande maggioranza civili palestinesi, tanti i bambini. –

   Di nuovo i proclami: “Per Hamas è la fine”, e dall’altro versante: “Israele ha aperto le porte dell’inferno”. Che giorno è, che anno è….

   La cronaca della 4ª guerra di Gaza, nome in codice “Margine Protettivo” (Protective Edge), sembra ricalcare le 3 precedenti. Le dinamiche militari si ripetono, con poche varianti.

   Ciò che colpisce, in un continuum con le storie precedenti, è l’assenza di uno straccio di strategia politica che supporti le operazioni belliche. La guerra di Gaza, le guerre di Gaza contestano il famoso assunto di Carl von Clausewitz secondo cui “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”.

   In questo caso, la guerra surroga la politica o, per meglio dire, riempie il vuoto lasciato dalla politica e, in aggiunta, dal miserevole agitarsi della diplomazia internazionale. Ecco allora il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu affermare che l’obiettivo di Tsahal è quello di distruggere i tunnel attraverso i quali i miliziani di Hamas e Jihad islamica provano a infiltrarsi nello Stato ebraico, negando, Netanyahu, che il fine sia quello di abbattere il governo islamista imperante nella Striscia.

   C’è da credere a “Bibi” Netanyahu. C’è da credergli perché il premier israeliano sa bene – su questo sono chiari i rapporti dell’intelligence di Tel Aviv – che Hamas è ancora profondamente radicato nella società palestinese, soprattutto in quella della Striscia, e non è con la forza che potrà essere reciso, una volta per tutte, quel cordone ombelicale. Il primo ministro d’Israele ha letto i rapporti “top secret” dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interno dello Stato ebraico.

   Questi rapporti dei servizi evidenziano come un crollo di Hamas non favorirebbe la leadership moderata, e sempre più infiacchita, di Mahmoud Abbas (Abu Mazen), ma lascerebbe campo libero alla nuova nebulosa jihadista che ambisce a fare della Palestina un pezzo del “Califfato islamico” realizzato sulla dorsale Mosul-Aleppo. Pressato dai falchi al governo – l’asse Lieberman-Bennett – Netanyahu deve mostrare di non aver perso lo spirito combattivo; dunque torna a calzare l’elmetto, e lo fa dopo aver cementato il matrimonio d’interessi con il presidente-generale dell’Egitto, quel Abdel Fattah al Sisi che, se possibile, odia Hamas (alleato dei Fratelli musulmani egiziani) più del premier d’Israele.

   Sul fronte opposto, Hamas “usa” la guerra per provare a risollevare il proprio credito nel composito ed eterodiretto fronte della Resistenza palestinese. Un credito che si era fortemente ridotto in questi ultimi tempi, fiaccato dalla concorrenza sempre più agguerrita dei salafiti e dal venir meno di alleati munifici, come i Fratelli egiziani ma anche Teheran e Arabia Saudita. Ha ragione in questo Janiki Cingoli, direttore del Centro per la pace in Medio Oriente.

   Dice Cingoli: “L’incertezza israeliana è dovuta alla mancanza di una qualsiasi prospettiva accettabile: rioccupare stabilmente o comunque per un lungo periodo Gaza non è considerato possibile o comunque tollerabile, per l’alto numero di morti delle due parti che ne scaturirebbe, ma soprattutto per la necessità di riprendere a controllare e a farsi carico di quella popolazione, di oltre un milione e mezzo di abitanti.”

   Così come “la stessa scelta di porre termine al controllo di Hamas su Gaza, annientandone la struttura, creerebbe il problema di cosa può avvenire dopo, di chi potrebbe esserne il successore. Certamente non Fatah e l’Anp: Mahmoud Abbas mai potrebbe accettare di essere reinsediati al potere a Gaza dall’esercito israeliano”.

   L’offensiva terrestre voluta da Netanyahu non risolve questa incertezza, ma ne è una componente. A ben vedere, la guerra di bassa intensità serve sia al governo in carica a Gerusalemme sia ai “padroni” dimezzati della Striscia. La guerra li rilegittima reciprocamente, spazzando via tutte le posizioni intermedie, tarpa le ali alle sfiancate “colombe”. La guerra ricompatta, tranne voci isolate e sempre più flebili, le opinioni pubbliche dei due campi, nella paura le rassicura, alimenta la psicologia nazionale israeliana, un “popolo in trincea permanente” circondato da entità ostili, come rilegittima Hamas quale campione indomito della resistenza all’”entità sionista”.

   In questo schema, la popolazione civile di Gaza è oggetto-soggetto del cinismo di Hamas. Oggetto, perché ostaggio di scelte su cui non può influire. Soggetto, perché, nonostante finanziamenti tagliati sull’asse Cairo-Riyad (ma resta il portafoglio del Qatar), a Gaza funziona ancora il “Welfare verde” di Hamas: quella rete di associazioni caritatevoli che hanno sempre garantito alla costola palestinese della Fratellanza un seguito di massa nella società civile palestinese, anzitutto nei suoi settori più deboli.

   Gaza, dunque, non è solo assediata (e ora invasa) dall’esercito israeliano. Gaza è ancora prigioniera di se stessa. Ieri come oggi, siamo condannati alla conta dei morti, ai racconti dell’orrore, i bambini uccisi sulla spiaggia o mentre giocavano sul tetto di casa… e a registrare il vuoto colpevole della politica. Il cinismo è la cifra delle scelte compiute dalle due leadership, quella israeliana e quella di Hamas: un cinismo miope ma non per questo meno pericoloso.

   Con bombe e razzi, Netanyahu e i capi di Hamas (ai quali la guerra serve anche a mascherare i dissidi interni e la sempre più evidente lontananza del braccio militare, le Brigate Ezzedin al-Qassam, dalla direzione politica) provano a fissare il tempo, puntando a mantenere lo status quo che garantisce a entrambi una rendita di posizione. Ambedue – Israele e Hamas – si fanno forti dell’inesistenza della diplomazia internazionale, il cui fallimento è simboleggiato dagli innumerevoli tour in Terra Santa del segretario di Stato Usa John Kerry, puntualmente conclusisi con sconfortanti flop.

   La guerra di Gaza, così come la colonizzazione della Cisgiordania, dimostra che non ha più senso ripetere il mantra di una pace fondata sul principio “due popoli, due Stati”. Spazi, fisici e politici, per un vero Stato di Palestina, sono oggi pressoché inesistenti, per non parlare di una classe dirigente degna di questo nome e di questa sfida. Sia chiara una cosa: su ogni nodo strategico legato a un accordo globale – dai confini a lo status di Gerusalemme, dal controllo delle risorse idriche alla questione dei rifugiati – nel corso degli anni si sono definiti piani dettagliati, indicando compromessi possibili, mediazioni praticabili.

   Non sono le idee a mancare. È la volontà politica e il coraggio di “osare la pace” andando anche controcorrente rispetto alla pancia di una nazione. Volontà e coraggio. Beni introvabili oggi a Tel Aviv come a Ramallah e a Gaza City.

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LA GUERRA TRA ISRAELE E HAMAS

IL PEGGIO CHE VERRÀ

di Bernardo Valli, da “la Repubblica” del 19/7/2014

   Lo scontro a terra, il corpo a corpo, era inevitabile. Era temuto da entrambe le parti. Ma né Israele né Hamas potevano sfuggire a una battaglia terrestre. Non mi riferisco all’odio irresistibile che alimenta l’animosità di israeliani e palestinesi, ma alla situazione che si era creata e che non lasciava altre soluzioni. Inevitabile dunque e al tempo stesso assurdo l’intervento di Tsahal (52 mila uomini impegnati e altri 18 mila di riserva).

   E ALTRETTANTO irrazionale, non ragionevole, il disperato rifiuto della tregua da parte di Hamas (con i suoi circa 20 mila guerriglieri rintanati nei tunnel o tra la popolazione). Sarà difficile agli uni e agli altri sfuggire alle trappole che li attendono. Vi finiscono tragicamente, smarrendovi la vita o l’anima, da quando Gaza è stata evacuata dagli israeliani nel 2005. La rivolta è puntuale, come in un indomabile penitenziario, e la repressione arriva altrettanto puntuale. Israele, tenace, reagisce secondo il principio del Muro di Ferro contro quale devono sbattere i suoi nemici. E Gaza, caparbia, disperata, reagisce ribadendo il suo rifiuto. Non riconosce lo Stato ebraico. È il suo dogma. Il dialogo è un talismano introvabile in quella terra della Bibbia.

   L’ASSASSINIO DEI TRE ADOLESCENTI ISRAELIANI E QUELLO DEL GIOVANE PALESTINESE BRUCIATO VIVO HANNO FATTO DA DETONATORE a una situazione esplosiva. Spinto dalla disperazione per le difficoltà economiche e politiche la secessionista Hamas aveva appena riannodato i rapporti con l’Autorità palestinese di Ramallah. Avendo le casse vuote, aveva accettato di governare in una posizione subordinata nonostante l’accusa di collaborazionismo rivolta per anni ad Abu Mazen, il capo di quell’Autorità. Sperava di trovare le risorse indispensabili per pagare i quarantamila dipendenti dei servizi amministrativi di Gaza. Le relazioni con gli alleati siriani e iraniani erano ridotti al minimo e l’avvento al potere del generale Abdel Fattah al-Sisi in Egitto aveva provocato la chiusura di quasi tutti i tunnel di Rafah, grazie ai quali gli abitanti della Striscia ricevevano il necessario per vivere.

   Hamas è una derivazione dei Fratelli musulmani ed è quindi detestata dal nuovo rais del Cairo che ha decimato e imprigionato i membri della Confraternita sulle sponde del Nilo. Quando Al-Sisi ha proposto la tregua, di fatto un cessate il fuoco senza la prospettiva di un accordo più ampio, i dirigenti di Gaza non hanno esitato a respingere la sua iniziativa. Non si fidavano di Al-Sisi e ancor meno degli israeliani che l’avevano accettata senza esitare. Per HAMAS una tregua era possibile soltanto se venivano posti sul tappeto LE SUE RIVENDICAZIONI.

   Anzitutto LA FINE DEL BLOCCO IMPOSTO DA ISRAELE. L’Ong israeliana Gisha ricorda sul suo sito internet che GERUSALEMME CONTINUA A CONTROLLARE LARGA PARTE DELLA VITA DEGLI ABITANTI DI GAZA: le acque territoriali, lo spazio aereo, persino l’anagrafe e l’unico terminal commerciale.

   I dirigenti di Gaza vorrebbero che i pescatori potessero uscire in mare fino a sei miglia dalla costa, e non soltanto a tre miglia come adesso. Vorrebbero anche lavorare nei campi situati nella “zona tampone”, ossia lungo i confini con Israele, dove si stende il 35 per cento delle terre coltivabili. Adesso l’accesso è rischioso, o addirittura impossibile, perché gli israeliani sparano a vista. Eppure negli accordi sottoscritti nel 2012 si autorizzavano i pescatori a spingersi lontano dalla costa e i contadini a mettere piede nei loro piccoli poderi. Hamas chiede inoltre la liberazione dei prigionieri. E LA POSSIBILITÀ DI RAGGIUNGERE LA CISGIORDANIA, L’ALTRA PARTE DELLA PALESTINA, territorialmente separata. Adesso Tsahal non lo consente.

   L’OSTILITÀ DEI MILITARI EGIZIANI SUCCEDUTI AI FRATELLI MUSULMANI E I DIFFICILI RAPPORTI CON SIRIA E IRAN hanno contribuito alla PERDITA DI SESSANTAMILA POSTI DI LAVORO e hanno portato la disoccupazione al quaranta per cento. Lo straricco Qatar, ancora fedele ai Fratelli musulmani o ai suoi derivati, si è dichiarato disposto a pagare gli impiegati dall’amministrazione rimasti senza stipendio, ma gli americani si sono opposti al finanziamento di un movimento come Hamas, che figura nell’elenco del terroristi.

   Si sono allora offerte come intermediarie le Nazioni Unite, ma il ministro degli esteri israeliano, Avigdor Lieberman, l’ha impedito. Tra le rivendicazioni di Hamas, di cui si discute in queste ore al Cairo (dove proseguirebbero i contatti, sia pure non diretti) ci sono, appunto, anche le paghe bloccate dei funzionari e la riapertura dei tunnel di Rafah, lungo il confine egiziano.

   NELL’ATTESA DELL’INTERVENTO TERRESTRE I RESPONSABILI DI HAMAS SI PONEVANO IL DILEMMA: MORIRE NEL CORSO DI UN’OFFENSIVA O LENTAMENTE DI STENTI COME DEI MISERABILI? La prima opzione è stata preferita dai gruppi estremisti, quali la Jihad islamica, di fronte ai quali Hamas è un movimento moderato. IN QUANTO ALLA POPOLAZIONE CHE FA DA SCUDO NESSUNO CI PENSA. La scuola dell’Onu in cui sono stati trovati decine di missili non è certamente un caso unico. Israele ha un sofisticato sistema antimissili che annienta i razzi nel cielo di Tel Aviv e di Gerusalemme; Gaza ha la carne umana.

   ANCHE PER ISRAELE L’OPERAZIONE TERRESTRE, IL CORPO A CORPO, ERA INEVITABILE. Hamas ha accumulato negli anni migliaia di razzi, di missili a lunga portata, di fabbricazione iraniana o siriana, che nelle crisi scaglia contro le città israeliana sperando di fare vittime. Israele non può vivere con questo incubo, anche se finora l’Iron Dome, il sistema antimissili ha funzionato.

   RAZZI E MISSILI SONO SPARATI DA TUNNEL SCAVATI SOTTO LA CITTÀ, IN MEZZO ALLA POPOLAZIONE. Da qui il numero delle vittime civili. Forse anche per questo Benjamin Netanyahu ha esitato prima di ordinare l’operazione di terra. Per trovare e distruggere quelle armi bisogna frugare tra gente inerme. Ma ministri influenti del suo governo, Avigdor Lieberman e Naftali Bennett, l’hanno accusato apertamente di debolezza quando è saltato sull’iniziativa egiziana e ha subito accettato la tregua. Hamas l’ha poi aiutato rifiutandola e lasciandogli una sola scelta, quella dei falchi.

   L’operazione è rischiosa. I guerriglieri islamisti potrebbero fare dei prigionieri. Ed anche dei morti. Ma soprattutto indebolendo Hamas, l’esercito israeliano favorirebbe i gruppi estremisti. E allora verrebbe il peggio. (Bernardo Valli)

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IL CONFLITTO RUSSO-UCRAINO

SULLA TRINCEA D’EUROPA

di Paolo Garimberti, da “la Repubblica” del 18/772014

   L’abbattimento nel cielo sopra le linee del fronte della guerra russo-ucraina di un aereo della Malaysia Airlines, una compagnia contro la quale il destino si accanisce in maniera agghiacciante, riporta d’improvviso l’attenzione su un conflitto che si stava nascondendo dietro una routine quasi burocratica: nei notiziari giornalistici, nell’opinione pubblica e nei corridoi della diplomazia internazionale.

   Oscurato dall’acutizzarsi della crisi di Gaza nell’eterno scontro israelo-palestinese. Oscurato dai litigi sulle nomine del nuovo vertice dell’Unione europea, dal declino domestico di Obama e perfino dalla vittoria della Germania nei mondiali di calcio.

   Eppure i morti continuavano a essere a centinaia nelle file dell’esercito regolare ucraino e di quello irregolare filorusso, specie nella regione Shiaktiorsk (shaktar in ucraino significa minatore, principale lavoro nell’area di Donetsk, che ne è la capitale). Da dove sarebbe partito il missile che avrebbe abbattuto il Boeing 777, stesso modello e stessa compagnia di quello misteriosamente scomparso tempo addietro nei cieli dell’Estremo Oriente. Specie dopo che il nuovo presidente ucraino Petro Poroshenko aveva deciso di mostrare i muscoli, rivestendoli sovente della mimetica da combattimento, per remunerare politicamente la piazza che l’ha eletto e che reclama l’annientamento delle milizie separatiste.

   Ma come tutte le guerre intestine (e quella in Ucraina lo è per la storia dei rapporti tra i due Paesi), a sfondo etnico, la quantità delle vittime diventa a lungo andare una tragica, ma ripetitiva contabilità, che fa sempre meno notizia. Finché c’è la strage che ridesta l’attenzione e risveglia le coscienze.

   Così fu per la mattanza di Srebrenica nel conflitto balcanico (che quello russo-ucraino molto ricorda) per la quale proprio due giorni fa è stata condannata l’Olanda con una sentenza che fa Storia, prima ancora che giurisprudenza.

   Ora è molto difficile — come lo fu a lungo nei Balcani — stabilire chi è il carnefice nel rimpallo di accuse tra ucraini fedeli a Kiev e ucraini fedeli a Mosca. Nessuno sa di che armamenti siano esattamente in possesso le milizie separatiste e dunque, fino a prova contraria, la loro affermazione di non avere missili capaci di raggiungere un aereo che volava a 10mila metri di quota non può essere dismessa come disinformatsjia di stampo vecchio Kgb. Però alcuni indizi sono sospetti: c’era in aria, in quel momento, un Iljushin 76 che trasportava viveri per le truppe di Kiev. Un missile a ricerca automatica può aver puntato il velivolo sbagliato?

   I vecchi cremlinologi, tornati in auge grazie alla nostalgica vocazione imperiale di Putin, troveranno anche sospetto lo zelo con il quale il numero due dell’autoproclamata Repubblica di Donetsk, il filorusso Andrei Purghin, ha promesso che la scatola nera del Boeing sarà consegnata alle autorità russe «per un’indagine obiettiva». Che tale sarà soltanto se verranno fuori prove a carico dell’esercito ucraino. Di questo c’è da essere certi ed è improbabile che una commissione d’inchiesta internazionale possa essere nominata e anche se lo fosse possa operare in modo autonomo.

   Certo, anche la chiamata di Putin a Obama, resa nota con strana sollecitudine dal Cremlino attraverso uno dei suoi megafoni televisivi, fa sorgere qualche interrogativo: proprio due giorni fa il capo della Casa Bianca aveva annunciato un inasprimento delle sanzioni contro la Russia.

   Quale che sia la verità, una cosa è certa. La diplomazia internazionale non potrà continuare a considerare la guerra russo-ucraina come il «solito business» che non la riguarda di fronte a 295 morti e (secondo le fonti dei separatisti russi sul posto) tanti corpi di bambini sparsi nei verdi campi dei “minatori”. Tanto più che il momento politico del conflitto appariva quanto mai favorevole a una mediazione.

   Con Putin, da una parte, stranamente silente da tempo quasi non sapesse più come districarsi di fronte alle sanzioni specie dopo che la Banca centrale ha pronosticato un calo dell’economia del 4,6 per cento. E Poroshenko dall’altra desideroso di appagare le richieste “europeiste” della Maidan che lo ha eletto, ma timoroso di finire nella rete delle sirene degli ex satelliti europei dell’Urss, che lo vogliono non soltanto nella Ue, ma anche e soprattutto nella Nato (sulla prima scelta la Russia potrebbe anche chiudere un occhio, sulla seconda mai e poi mai).

   DI FRONTE A QUESTA SREBRENICA AEREA (O SARAJEVO MISSILISTICA, VISTO CHE SIAMO NELL’ANNO DEL CENTENARIO) L’OCCIDENTE DEVE PRENDERE UN’INIZIATIVA. Non solo di verbale «ferma condanna», della quale sono pieni i cimiteri.

   Ma chi può farlo? Gli Stati Uniti sempre più ripiegati su se stessi, militarmente e politicamente, con un presidente di cui i giornali si fanno ormai beffe contando quante volte ha giocato a golf rispetto ai suoi predecessori? L’Unione europea, così impegnata a litigare su come distribuire le poltrone della Commissione e gli incarichi per l’Alta (?) autorità per la politica estera? Come disse una volta François Mitterrand dopo un vertice europeo al culmine dell’assedio di Sarajevo «siamo troppo deboli militarmente e divisi politicamente per poter far qualcosa».( Paolo Garimberti)

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ISRAELE E PALESTINA, PERCHÉ VINCE LA GUERRA

di Wlodek Goldkorn e Gigi Riva, da “L’ESPRESSO”, 24/7/2014

– Il conflitto infinito vive un nuovo capitolo. Ma i piani sono gli stessi da oltre vent’anni, per la spartizione di un territorio grande come la Toscana. Ecco le risposte a tutte le domande sui motivi per cui non si fa la pace

Resta ai più incomprensibile il perché in Terrasanta periodicamente riesploda la guerra. E non si arrivi a risolvere un conflitto che, nelle sue radici lunghe, ha una durata ormai secolare. Israele chiede sicurezza, un diritto sacrosanto. I palestinesi vogliono uno Stato dopo 47 anni di occupazione, diritto altrettanto sacrosanto. Sembra semplice ma a prevalere è sempre la logica delle armi. In sei punti spieghiamo perché – HAMAS HA BISOGNO DI MARTIRI Non sono stati probabilmente i vertici di Hamas a decidere il rapimento e l’uccisione dei tre ragazzi ebrei in Cisgiordania, ma una tribù vicina al movimento che ha agito in autonomia. Dopo il successivo omicidio di un ragazzo palestinese da parte di estremisti ebrei la situazione si stava calmando quando Hamas ha deciso di rialzare lo scontro lanciando numerosi razzi dalla Striscia. Non più solo i rudimentali kassam, imprecisi e dalla gittata limitata, ma i più moderni J-80, M-302 Khaibar, Fajr 8 e Fajr 3, capaci di colpire quasi tutto il territorio di Israele.

   Sapevano, conoscendo la logica eterna del conflitto, che lo Stato ebraico avrebbe reagito come nel 2008 (operazione “Piombo fuso”) e nel 2012 (“Colonna di fumo”). E infatti ha lanciato “Margine di protezione”. Guerre così asimmetriche da registrare un forte squilibrio di vittime: per “Piombo fuso”, ad esempio, 1400 morti palestinesi e 13 israeliani.

   Perché provocare allora la carneficina del proprio popolo sapendo che Israele non sa usare la forza se non in modo eccessivo come avvenuto anche stavolta? Per la logica del martirio, da sempre perseguita, la sola capace di ridare fiato a un movimento in verticale calo di consenso, avendo disatteso tutte le aspettative della sua gente dopo la clamorosa vittoria elettorale del 2006.

   Stando all’ultimo sondaggio del Centro palestinese per l’opinione pubblica, se si votasse oggi (e si votasse finalmente dopo otto anni) Fatah, l’organizzazione secolare che fu di Arafat, vincerebbe col 39 per cento contro il 15,6 di Hamas e sarebbe prima non solo in Cisgiordania ma anche a Gaza. Il leader più popolare è risultato Marwan Barghouti, Fatah, comandante della Seconda Intifada, in una galera israeliana dal 2002 dove sconta cinque ergastoli. Batte non solo l’attuale presidente Abu Mazen (33,2 a 26,9) ma anche il premier di Hamas a Gaza Ismail Haniyeh (49,7 a 16) e il capo di Hamas Khaled Meshaal (51 a 16,2). Ecco allora spiegato il motivo per cui  il movimento islamista aveva bisogno di una guerra: doveva ricompattare le file contro il nemico esterno.

NETANYAHU NON VUOLE L’ACCORDO

E per fare una (limitata) guerra non c’è partner migliore di Bibi Netanyahu il premier di Israele. Retorica da superfalco, prassi da uomo che teme un guerra totale, convinzione che Israele possa un giorno scomparire, nonostante il suo eccellente apparato militare, profonda sfiducia, per non dire disprezzo, nei confronti dei vicini arabi e l’idea fissa che gli ebrei sono sempre stati e sempre saranno isolati nel mondo, oggetto di ostilità: Netanyahu incarna questa visione catastrofica ereditata dal padre, Ben Zion, un genitore ingombrante, scomparso all’età di 102 anni nel 2012.

   Non si può capire la sua riluttanza a fare concessioni ai palestinesi (condizione indispensabile di un trattato di pace) né si può comprendere la sua narrazione basata sull’idea della mobilitazione permanente in vista di una guerra estrema (che fortunatamente non si verifica), senza aver presente il padre. Ben Zion, storico, ha sviluppato una teoria per cui i marrani, gli ebrei convertiti al cattolicesimo in Spagna, non erano perseguitati perché comunque fedeli all’antica fede, ma per motivi razziali. Ed è questo l’eterno destino del popolo d’Israele.

   Tradotto nella politica di oggi, e con l’aggiunta del trauma della Shoah: è solo la forza che conta. Nato nel 1949, Netanyahu ha vinto per la prima volta le elezioni, contro Peres. nel 1996 (grazie a uno scarto dello 0,5 per cento, con lo slogan “Peres dividerà Gerusalemme” e mentre nelle città israeliane saltavano per aria gli autobus). Congelò il processo di pace, ma non diede disdetta degli accordi di Oslo né rinnegò l’idea di due Stati per due popoli. Semplicemente tentò di mantenere lo status quo.

   Tornò al potere nel 2011 e rivinse le elezioni dell’anno scorso cavalcando la paura dell’atomica iraniana, e minacciando la guerra contro Teheran. Ma si è astenuto dallo scatenare un conflitto vero. Liberista in economia, è convinto che, oltre all’esibizione dei muscoli, è lo sviluppo economico la leva che può far rimandare ogni decisione sui confini. Sperando che il presente possa durare in eterno, o almeno per qualche decennio. Del resto, non fosse per Hamas e Gaza, forse avrebbe ragione.

UN PAESE OSTAGGIO DEI COLONI

Il paradosso è questo: in tutti i sondaggi, l’ultimo quello recente pubblicato su Haaretz alla vigilia della crisi attuale, la maggioranza degli israeliani si dichiara favorevole alla soluzione di due Stati per due popoli. In pratica, la divisione della Palestina storica.

   Ma il Paese è ostaggio della potente lobby dei coloni: gente che ha deciso di vivere nei territori della Cisgiordania. Il loro numero è controverso. Se si calcolano anche gli abitanti ebrei di Gerusalemme Est, mezzo milione di persone. Altrimenti circa 300 mila.

   Non tutti estremisti. Ci sono i “moderati”, ad esempio, che abitano a Gush Etzion, un blocco di insediamenti  a sud di Gerusalemme, che esisteva prima della guerra del 1948 e i cui abitanti vennero, sempre nel 1948, sterminati dalla Legione araba. La gente che è andata a vivere lì all’indomani della guerra del 1967 mantiene rapporti tutto sommato corretti coi vicini palestinesi. Il nucleo duro è composto da persone che in seguito alla Guerra di Sei giorni, videro nella conquista dei luoghi biblici, da Hebron a Nablus, da Betlemme alle colline della Samaria e della Giudea, il segno della vicina Redenzione.

   È in quell’ambiente che operava Baruch Goldstein, medico di origini americane, che dopo gli accordi di Oslo compì, nel 1994, la strage dei musulmani in preghiera sulla Tomba di Abramo a Hebron. Ed è da quell’ambiente che proveniva Igal Amir l’assassino di Itzhak Rabin, e del resto il premier israeliano da quell’ambiente venne condannato a morte in quanto “traditore”. Il trauma di quell’assassinio non è stato ancora elaborato.

   La punta avanzata e più estrema della lobby dei coloni sono “i giovani delle colline”, ragazzi ultrareligiosi, armati e che uniscono una sorta di romanticismo di stampo tedesco ottocentesco alla fede nell’imminente arrivo del Messia. Ma la loro vera forza politica sta nella sua rappresentanza parlamentare. Il partito Bayit Yehudi (La casa ebraica), capeggiato da Naftali Bennet, figlio di immigrati americani dispone di 12 deputati su 120 alla Knesset.

   E Bennet è ministro potentissimo nel governo di Netanyahu. Gioca anche il richiamo alle origini stesse del sionismo: la prassi del sacrificio, della vita avventurosa in mezzo ai nemici. Con una differenza non da poco.

In origine, i pionieri erano laici, si insediavano nei luoghi dove la terra era fertile senza riferimenti alle sacre scritture, spesso professavano un’ideologia socialista. E l’inimicizia con gli arabi era considerata un fenomeno provvisorio; senza alcun significato mistico, trascendentale.

LE COLOMBE SONO I GENERALI

Bisogna guardare il documentario “The Gatekeapers” (una nomination all’Oscar) per sfatare un luogo comune. Nel film i capi del Mossad e dello Shabak (intelligence interna) spiegano che non si possono reprimere le istanze di libertà e di indipendenza di un popolo. Tanto più dopo 47 anni di occupazione. Tantopiù se il trend demografico farà si che gli arabi saranno maggioranza sul territorio che va dal Mediterraneo al fiume Giordano, la Palestina classica.

   Un ex capo dello Shabak, Yaakov Peri (1988-1994) dovette fronteggiare la prima Intifada (o Intifada delle pietre) quella in cui le parole d’ordine dei palestinesi erano democrazia, dignità, diritti umani. Oggi è ministro della Scienza, tecnologia e spazio in quota al partito centrista di Yair Lapid. Poco prima dell’attuale crisi aveva chiesto la convocazione di una Conferenza internazionale di pace a cui invitare anche i Paesi arabi ed è convinto sostenitore dei due Stati.

   Un suo successore, Ami Ayalon, milita in un movimento pacifista. Un altro, Carmi Gillon, è tra i principali critici dell’uso eccessivo della forza da parte di Israele. Per non dire dei generali, considerati “di sinistra” (lo stesso Rabin fu Capo di Stato maggiore). Sono loro, spesso, a frenare gli eccessi dei politici forti di un ethos dell’esercito che prevede la sconfitta ma non l’umiliazione del nemico. E del resto l’esercito popolare affonda le sue radici nel secolarismo. Niente a che vedere coi molti soldati, soprattutto delle truppe d’élite, che arrivano, almeno nel recente passato, dai ranghi dei coloni: e stanno innestando nei ranghi una cultura religiosa.

OBAMA NON PUÒ NULLA

Manca un arbitro in Medioriente. Lo furono gli Stati Uniti un tempo (e del resto i molti piani di pace portano i nomi di mediatori e inviati speciali americani). Non lo sono più da quando George Bush il figlio decise di scendere in campo con la casacca israeliana. Barack Obama ha cercato di riequilibrare la posizione di Washington ma non è riuscito nell’intento.

   Intanto per la mancata credibilità pregressa, e poi per la cordiale antipatia, diventata proverbiale, tra lui e Netanyahu. Il governo dello Stato ebraico, abituato a orientare la politica Usa, non accetta di essere contraddetto. Da qui i numerosi “schiaffi” impartiti a uomini chiave dell’amministrazione come il vicepresidente Joe Biden o al Segretario di Stato John Kerry, accolti in patria contestualmente all’annuncio della costruzione di nuove colonie, uno degli ostacoli maggiori ad ogni trattativa.

LA PACE POSSIBILE

DUE STATI PER DUE POPOLI: gli israeliani e i palestinesi, con Gerusalemme capitale di ambedue e frontiere permeabili. Sono questi i termini di un accordo di pace su cui tutti, dalle grandi potenze a quel che rimane dell’Europa e fino ai due diretti interessati, Israele e l’Autorità nazionale palestinese, sono d’accordo, da più di vent’anni.

   E allora, perché quel trattato non è stato mai firmato? Per una questione di dettagli. Ma dietro i dettagli c’è una sostanziale sfiducia che ambedue le parti nutrono verso l’altra. Con ordine.

   Tutto ebbe inizio con gli accordi di Oslo, firmati a Washington (presidente Blll Clinton), nel settembre 1993 tra il governo di Itzhak Rabin e Shimon Peres da un lato e Yasser Arafat dall’altro. Sancivano il riconoscimento tra lo Stato ebraico e l’Organizzazione per la liberazione della Palestina. Di conseguenza Arafat tornò dal suo esilio tunisino, in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza venne instaurato un regime di Autonomia. In pratica, Israele rinunciò all’occupazione militare, mentre i palestinesi abbandonarono la  lotta armata.

   In realtà, quegli accordi non erano altro che un tentativo di instaurare una stretta collaborazione in vari campi (compreso quello della sicurezza) per cercare di costruire una reciproca fiducia. Sembrava una strada fattibile. Tanto che, nonostante Rabin nel frattempo fosse stato ammazzato (nel 1995) da un estremista ebreo, nel 2000, negoziati di Camp David, e all’inizio del 2001, trattative di Taba, si arrivò vicini a un accordo definitivo.

   Che in varie trattative “tecniche” condotte da altri governi israeliani non venne mai smentito né sconfessato. In sostanza: Gaza ai palestinesi. E per quanto riguarda la Cisgiordania Israele si sarebbe ritirato dal 97 per cento circa del territorio. L’annessione del rimanente 3 per cento (dove risiede circa l’80 per cento dei coloni) sarebbe stata ricompensata con la cessione da parte di Israele alla Palestina di una porzione uguale del suo territorio. Gerusalemme sarebbe stata divisa tra la parte israeliana e quella palestinese (con cogestione della città).

   Restava la questione del diritto al ritorno dei profughi, cruciale per i palestinesi. La soluzione prospettata era un ritorno simbolico di qualche decina di migliaia di persone  e una serie di risarcimenti materiali (a carico per lo più dei contribuenti americani) per gli altri. Infine: siccome lo spazio della Palestina tutta è stretto (è grande come la Toscana), i confini sarebbe stati aperti per uomini e merci. Altre soluzioni  non sono state trovate. Perché non esistono. Il piano, gira e rigira, è sempre lo stesso. Cercasi leader col coraggio di attuarlo. (Wlodek Goldkorn e Gigi Riva)

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QUEI PICCOLI CORPI SULLA SABBIA DI UNA PRIGIONE A CIELO APERTO

di Adriano Sofri, da “la Repubblica” del 17/7/2014

   LE PAGINE di ieri si aggiornavano con titoli e foto su quattro bambini uccisi a Gaza su una spiaggia. Una di queste fotografie è specialmente difficile da guardare.    PER il modo in cui il colpo ha schiacciato il viso nella sabbia sporca, ha invertito il sopra e il sotto, il davanti e il di dietro degli arti. Si sceglierà di non pubblicarla quella foto, di sostituirle un’altra, che mostri quello che è accaduto, e però si tenga un passo di qua dal troppo orrore.bambini nella spiaggia

   Ci si interrogherà anche su come sia stata scattata, sul fondale di spiaggia vuota, prima dell’impulso a correre a toccarlo, ricomporlo, sollevarlo.    Su tutto ci si interroga in questa quarta guerra di Gaza, una specie di Biennale dell’odio e del furore. Sulle fotografie falsificate, sulla provenienza dei proiettili, sulle intenzioni reciproche. Ci si interroga su tutto perché niente ha senso.    Ieri i morti, dopo nove giorni, avevano superato i 200. Nella scorsa edizione della Biennale di Gaza, 2012, erano morti in 177 in una settimana, 26 erano bambini. Questa volta, secondo fonti palestinesi o Save the Children, i bambini uccisi sarebbero uno su cinque, dunque già una quarantina.

   Mentre lo scrivi, «una quarantina », senti la nausea. È una lugubre, stolida coazione a ripetere, dicono i commenti. C’è una provocazione, o un pretesto, Israele interviene e punisce Hamas e le sue piazzeforti, poi si ritira, e così via.

   Ma non è vero che la storia si ripeta uguale. Ogni volta è diverso, e peggiore. La gittata dei razzi e dei missili di Hamas e della Jihad, che già due anni fa toccavano Tel Aviv e lambivano Gerusalemme, cresce ogni volta. La regione che circonda la breve terra in cui israeliani e palestinesi si guardano si conoscono e si odiano stringe a sua volta una morsa attorno a Israele: se in Egitto i Fratelli Musulmani sono banditi e condannati a morte e hanno lasciato orfana Hamas, in Siria e in Iraq l’estremismo dispotico e jihadista infuria, e la Giordania gremita di milioni di profughi ne sente il fiato. E infine, a ogni nuova eruzione, la violenza si accumula nel sottosuolo, esacerbata dal rancore e dalla vendetta.

   La grande maggioranza delle vittime dell’azione militare israeliana è di civili. Sono civili i bersagli prediletti dei lanci di razzi e missili di Hamas. Anche le parole sono consunte, e pronte a tradire le intenzioni e la verità, come la «sproporzione». Uno a duecento, i morti israeliani e palestinesi. Uno a mille o a duemila, i prigionieri scambiati. E così via.

   I governanti israeliani vantano di tenere supremamente alle vite umane, che i capi di Hamas sfruttano cinicamente come scudi e martiri della loro propaganda. Ma i responsabili israeliani possono dire di tenere altrettanto alle vite dei civili e dei bambini palestinesi? Non è affar loro – e nostro? Hamas impiega le sue risorse a moltiplicare i razzi da far piovere sui villaggi e le città israeliane piuttosto che per costruire rifugi o ripari al popolo che pretende di guidare: questo esime il governo di Israele da una responsabilità verso quello stesso popolo? Il governo di Israele avverte i civili palestinesi dei propri attacchi: ma c’è, non che un diritto, un resto di umanità nell’ingiunzione a centomila persone, famiglie di vecchi e bambini, donne e uomini, di evacuare le loro case e cercare scampo altrove, nel fazzoletto di terra più affollato del mondo?

   Il governo di Israele accetta la tregua mentre Hamas, o la sua fazione più truce e potente, la respinge: ma la stessa eventualità di concordare una tregua cui sia Israele che Hamas si uniformino non segnala la necessità e l’inevitabilità di riconoscersi, pur con tutta l’inimicizia e il disprezzo possibile, e trattare reciprocamente?

   Che la striscia di Gaza sia una prigione a cielo aperto non è solo un modo di dire, e tanto meno un modo di dire propagandistico e fazioso. È una descrizione istruttiva e rivelatrice, se solo i responsabili israeliani volessero prenderla in parola nel proprio stesso interesse. Dentro una prigione che si abbandona per sorvegliare solo i muri di cinta e gli accessi e impedire le evasioni, a rischio di morte – com’è a Gaza, per la stessa possibilità di passare in Cisgiordania e viceversa – succede come in ogni galera che si pretenda di governare lasciandola a se stessa: che il potere passa ai più incalliti e feroci criminali, e i deboli e inermi non possono che divenirne ostaggi, o confidare nella loro brutalità. L’esempio è istruttivo, a condizione di ricordare che i quasi due milioni di persone della Striscia non sono detenuti per aver commesso qualche reato ed esserne stati giudicati. Sono il deposito innocente di una disgrazia terribile.

   I quattro bambini di ieri si sono guadagnati un titolo, come figure improvvisamente affiorate e colorate dentro un’infinita processione grigia: perché erano su una spiaggia, perché era il nono giorno, e chissà perché ancora. Come i tre ragazzi israeliani rapiti e trucidati. Come il ragazzo palestinese linciato. Si può andare indietro senza fine, in questa processione luttuosa interrotta da qualche nome scandito, da qualche immagine colorata. Questo significa che si può andare avanti senza fine, nel futuro, vedendo già espandersi il cimitero di fosse comuni interrotto qua e là da qualche tomba guarnita di un nome e una data, qualche figurina rosa o celeste, o verde o rossa? I bambini morti sono invidiati dai bambini vivi. I bambini vivi imparano ad aver paura e a odiare. (Adriano Sofri)

……………………………

AFFONDATA PURE L’ARCA CHE PORTAVA DONI VIA MARE

di Roberta Zunini, da “il fatto Quotidiano” del 17/712014

   Hanno bussato anche sul tetto dell’Arca e su quello del centro di riabilitazione di Wafa dove ci sono solo malati con più di 60 anni di età bisognosi di cure 24 ore su 24”. Charly Andreason è un attivista svedese dell’International Solidarity Movement -di cui faceva parte anche Vittorio Arrigoni, ucciso a Gaza nell’aprile 2011 – che dall’altra notte, quando una bomba dell’aviazione israeliana ha “bussato sul tetto” del Wafa Rehab Center, fa da scudo umano per difendere i pazienti ricoverati.

   “Gli israeliani hanno definito eufemisticamente e ironicamente questi bombardamenti “knocking on the roof”, ma se non fosse l’ennesima tragedia verrebbe voglia di definire questa operazione una farsa: questa reazione sproporzionata porterà solo altro odio. Ciò che serve a Netanyahu per evitare i negoziati e mantenere invariata la macabra politica che non prevede la fine dell’assedio della Striscia”.

   Andreason vive da 9 mesi a Gaza. Qui nessuno è più al sicuro fisicamente, in nessun luogo della Striscia, ma dal 2006, quando Hamas ha vinto regolarmente le elezioni, la vita dei gazawi è un incubo sotto tutti gli aspetti. “L’assedio di tutte le frontiere, il blocco di tutti gli spazi compresi quelli aerei e navali, ha distrutto quel minimo di economia di sussistenza che si stava sviluppando. La gente vive degli aiuti internazionali, ma anche in questo caso Israele crea continui ostacoli, trovando dei cavilli burocratici per farli entrare con il contagocce. Inoltre i permessi per uscire dalla Striscia son sempre più rari”.

   “L’altra notte una serie di bombe ha ‘bussato sul tetto’ dell’Arca talmente tante volte che alla fine ne è rimasto solo lo scafo carbonizzato. Saremmo dovuti già salpare a maggio ma una bomba l’aveva danneggiata e ora è distrutta. Il problema è che anche 6 piccoli pescherecci ormeggiati accanto sono andati distrutti. Rappresentavano la loro unica fonte di sopravvivenza dei pescatori”.    Il progetto dell’Arca, piccola nave costruita nel porto di Gaza, era nato per trovare rimedio al blocco della Flottilla da parte della marina israeliana. “Il nostro scopo era caricarla di prodotti agricoli e tessili locali per portarli a coloro che li avevano acquistati per solidarietà. Era già virtualmente stipata di spezie e tessuti. Molti europei avevano aderito e a settembre avremmo provato a rompere il blocco e portarli a destinazione. Ma ora è impossibile, anche perché non abbiamo i soldi per comprarne un’altra”. (Roberta Zunini)

One thought on “I TROPPI CONFLITTI nel nostro VILLAGGIO GLOBALE se non si riuscirà a farli cessare potranno innescare una NUOVA GUERRA MONDIALE? – E i civili che muoiono più dei militari: in primis BAMBINI (olandesi, nell’aereo malese che sorvola la guerra ucraina; palestinesi, nel conflitto tra Israele e Hamas) – La necessità di una forte diplomazia internazionale di pace

  1. claudia martedì 22 luglio 2014 / 11:00

    Non so più cosa pensare….. anche se mi sforzo di capire e di ricordare chi e cosa ha fatto scattare tutto questo pandemonio… chi è il responsabile…. ? non so dare risposta se non quella che dalla guerra non può che nascere un’altra guerra…

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