EBOLA, la nuova peste dell’AFRICA: e manca una ricerca scientifica per un vaccino (solo ora per paura di diffusione mondiale si inizia) – Come va in AFRICA?…tra SVILUPPO possibile, “NUOVI CONQUISTATORI”, e GUERRE CIVILI (e con persecuzioni e violenze contro i cristiani) – ESISTERA’ MAI UN FUTURO DI PACE E SVILUPPO PER L’AFRICA?

Il virus Ebola fu identificato per la prima volta nel 1976 quando scoppiarono quasi simultaneamente due epidemie, in Sudan e nello Zaire (l’attuale Repubblica Democratica del Congo). La malattia, per cui non ci sono cure o vaccini, si trasmette attraverso il contatto con il sangue e gli altri fluidi corporei di persone infette: finora non ha causato epidemie su larga scala proprio perché provoca, di solito in breve tempo, la morte dell’organismo che ha infettato, riducendo la possibilità di nuove infezioni (mappa ripresa dal sito della rivista INTERNAZIONALE)
Il virus Ebola fu identificato per la prima volta nel 1976 quando scoppiarono quasi simultaneamente due epidemie, in Sudan e nello Zaire (l’attuale Repubblica Democratica del Congo). La malattia, per cui non ci sono cure o vaccini, si trasmette attraverso il contatto con il sangue e gli altri fluidi corporei di persone infette: finora non ha causato epidemie su larga scala proprio perché provoca, di solito in breve tempo, la morte dell’organismo che ha infettato, riducendo la possibilità di nuove infezioni (mappa ripresa dal sito della rivista INTERNAZIONALE)

   EBOLA CHE SI DIFFONDE: sono più di 700 i morti, nei tre Paesi dell’Africa occidentale, LIBERIA, SIERRA LEONE e NUOVA GUINEA dove, secondo Medici senza frontiere (Msf), l’epidemia è ormai fuori controllo. la ricerca di un vaccino è ferma per mancanza di fondi. 

   La preoccupazione per la possibilità di diffusione globale del contagio non è considerata possibile in Europa e in altri paesi: perché (dicono gli esperti) non ci sono collegamenti (aerei) diretti con quei paesi; e chi si ammala di questo terribile virus in pochissimi giorni non è più in grado di muoversi…. (ma se prendesse un aereo, e se la malattia si manifestasse in volo?…).

   E’ ovvio che le autorità occidentali tendono a rassicurare (come sempre fanno in questi casi)… ma il “villaggio globale mondo” fa sì che ogni cosa che c’è in un luogo possa essere esportata in qualsiasi altro…. E poi… se anche fosse che in Europa, nei paesi occidentali questa terribile malattia non si propaga, è moralmente giustificabile che non ci si impegni adeguatamente per debellarla?… (e a mettere in atto le condizioni, le medicine, i vaccini… per curare i malati)?africa

   Ma nel trattare, in questo post, di questo terribile virus e della sua diffusione geografica, si vorrebbe allargare il tema a una pur parziale riflessione sull’Africa e il suo attuale sviluppo, sui suoi problemi di miseria e benessere che ancora non si esprime compiutamente (e autonomamente, degli africani); e sul fatto che troppe guerre, civili, ci sono in questo continente poco presente all’attenzione dei media (perché conta poco nell’economia e nella politica internazionale).

   Numerosi sono i punti caldi di guerra civile in Africa: la Libia più che mai (ne parliamo compiutamente in un articolo qui di seguito), l’Egitto (e le tensioni interne che hanno riportato a un “controllo” del paese da parte dei militari), il Mali (con la guerra contro i tuareg e militanti islamici), la Nigeria (guerra contro i militanti islamici integralisti Boko Haram e le loro azioni violente contro i cristiani e ogni forma di modernizzazione, ad esempio con il rapimento di 276 ragazze “colpevoli” di essere studentesse), la Repubblica Centrafricana in guerra civile, la cosiddetta Repubblica Democratica del Congo (in guerra contro i gruppi ribelli), la Somalia (in guerra contro i militanti islamici), Sudan (guerra contro i gruppi ribelli), Sud Sudan (guerra civile)…..

IL CASO WANBAO – In MOZAMBICO, nella PROVINCIA DI XAI-XAI, poche centinaia di chilometri a Nord dalla capitale MAPUTO, L’AZIENDA CINESE WANBAO PRODUCE RISO E MAIS dal 2011. L’impresa si estende per 20MILA ETTARI, dà lavoro a 1.340 persone, di cui 500 cinesi. Ma questo indotto occupazionale è PAGATO A CARO PREZZO DALLE COMUNITÀ LOCALI. OLTRE 80MILA LE PERSONE SFOLLATE: contadini che prima, attraverso l’agricoltura, provvedevano autonomamente alla propria sussistenza. Più di 200 famiglie piccole proprietarie terriere, a causa del progetto Wanbao, hanno perduto 537 dei 582 ettari di terra che prima coltivavano, e alle quali restano oggi circa 45 ettari per la propria sussistenza (solo 0,2 ettari a testa). (da Corriere.it, 28/11/2013)
IL CASO WANBAO – In MOZAMBICO, nella PROVINCIA DI XAI-XAI, poche centinaia di chilometri a Nord dalla capitale MAPUTO, L’AZIENDA CINESE WANBAO PRODUCE RISO E MAIS dal 2011. L’impresa si estende per 20MILA ETTARI, dà lavoro a 1.340 persone, di cui 500 cinesi. Ma questo indotto occupazionale è PAGATO A CARO PREZZO DALLE COMUNITÀ LOCALI. OLTRE 80MILA LE PERSONE SFOLLATE: contadini che prima, attraverso l’agricoltura, provvedevano autonomamente alla propria sussistenza. Più di 200 famiglie piccole proprietarie terriere, a causa del progetto Wanbao, hanno perduto 537 dei 582 ettari di terra che prima coltivavano, e alle quali restano oggi circa 45 ettari per la propria sussistenza (solo 0,2 ettari a testa). (da Corriere.it, 28/11/2013)
CAMPAGNA PER LA LIBERAZIONE DELLE 276 RAGAZZE NIGERIANE - NIGERIA- Il gruppo ultraintegralista BOKO HARAM ha rapito 276 STUDENTESSE nella notte tra il 14 ed il 15 aprile a CHIBOK nello Stato di BORNO. Hanno stipato le 276 ragazzine su un camion e le hanno sequestrate perché la scuola, il loro stile di vita e le loro abitudini erano HARAM, PROIBITE, secondo quello che loro definiscono il vero Islam
CAMPAGNA PER LA LIBERAZIONE DELLE 276 RAGAZZE NIGERIANE – NIGERIA- Il gruppo ultraintegralista BOKO HARAM ha rapito 276 STUDENTESSE nella notte tra il 14 ed il 15 aprile a CHIBOK nello Stato di BORNO. Hanno stipato le 276 ragazzine su un camion e le hanno sequestrate perché la scuola, il loro stile di vita e le loro abitudini erano HARAM, PROIBITE, secondo quello che loro definiscono il vero Islam

   E nell’era geopolitica “del cibo”, cioè del settore AGRO- ALIMENTARE che è diventato strategico dello sviluppo mondiale (soppiantando i sistemi industriali pesanti, come quelli dell’acciaio, e mettendosi in competizione con la rivoluzione informatica, di internet, e pure in competizione con la ricerca di energie da petrolio e gas), l’era geopolitica del cibo dicevamo (che potrà avere il suo punto di sintesi anche nell’Expo di Milano il prossimo anno, dedicato proprio a questo tema) vede proprio il continente africano, con i suoi 200 milioni di ettari arabili ma non coltivati, l’eldorado per chi è a caccia di profitti alimentari.

   Il MERCATO DELLA TERRA non interessa più solamente le multinazionali del Nord del mondo. Altri paesi ed aree geografiche sono interessate ad acquisire TERRE FERTILI: come i paesi del Golfo Arabo, le economie emergenti di Cina, Brasile, Sud Africa…. E certo lo scopo non è “cooperativistico” nei confronti delle popolazione e dei paesi che detengono e vivono queste grandi terre. Una volta si parlava che la cooperazione con l’Africa NON doveva essere tra “nord e sud” del mondo, ma tra SUD E SUD…addesso sta accadendo (con Cina, Brasile, Sudafrica…) ma non nel migliore dei modi sperati… cioè lo sfruttamento è anche maggiore di quello praticato una volta (e anche adesso) dalle multinazionali del nord.

   Organizzazioni africane di piccoli contadini e gruppi internazionali a loro sostegno (come l’italiana Slowfood, l’inglese Oxfam….) denunciano il LAND GRABBING, cioè l’usurpazione della terra da parte di stati e grandi gruppi economici stranieri che a loro nulla interessa lo sviluppo e il benessere delle economie locali.

   Pertanto l’EBOLA come nuova peste che si diffonde in Africa, a partire dalla fascia centrale occidentale (Liberia, Sierra Leone, Guinea… ma casi si sono rilevati anche in Nigeria e Costa d’Avorio…) sembra interessare il mondo occidentale solo per la paura realistica di importazione in Occidente (Europa, America del nord…) di questo terribile virus….

   Pare così che ancora una volta non se ne esca da uno sviluppo possibile autonomo del continente africano, afflitto da malattie, guerre civile e depredazioni di economie esterne che hanno gioco facile nell’introdursi in questo continente non portando però uno sviluppo e un benessere endogeno come si potrebbe sperabilmente accadere.

   Vien da credere e pensare che ancora una volta solo un Governo Mondiale dell’economia e della politica, se ci fosse veramente, potrebbe valutare ed intervenire veramente per orientare anche in Africa uno sviluppo virtuoso garantendo la pace e la convivenza tra etnie e religioni diverse. (s.m.)

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VIRUS DELL’EBOLA: SINTOMI, TRASMISSIONE, CONTAGIO E ORIGINE

di Patrizia Chimera, 1/8/2014, da BLOGO

(http://scienzaesalute.blogosfere.it/)

   La malattia provocata dal virus dell’ebola è una delle patologie che più fanno paura in tutto il mondo, soprattutto per la sua rapida diffusione e per il fatto che l’esito della malattia nell’uomo spesso è la morte. La febbre emorragica grave è provocata da un virus il cui nome proviene da un fiume della Repubblica Democratica del Congo, dove nel 1976 si manifestò uno dei primi focolai epidemici. Le epidemie di ebola si verificano sovente con una certa periodicità e con un tasso davvero molto alto di mortalità.

Il virus ebola, che appartiene alla famiglia dei Filoviridae, genere Filovirus, si trasmette per contagio interumano con il contatto di sangue e altri fluidi biologici infetti. La trasmissione per via sessuale può avvenire anche 7 settimane dopo la guarigione, a causa della permanenza del virus nello sperma. Uno studio scientifico ha anche dimostrato la trasmissione aerea del virus in primati del genere Rhesus. Il contagio può avvenire anche tramite il contatto con oggetti contaminati.

   I sintomi dell’ebola, che si manifesta improvvisamente con un’incubazione che varia da 2 a 21 giorni, ma in media è di una settimana, sono febbre, astenia, cefalea, artralgie, mialgie, faringite, vomito, diarrea e talvolta anche esantema maculo papuloso. Dopo una settimana possono apparire dei fenomeni emorragici cutanei e viscerali, che nella maggior parte dei casi sono fatali.

   Diagnosticare precocemente l’ebola è praticamente impossibile, anche perché i suoi sintomi iniziali sono molto comuni ad altre malattie, anche se può essere più facile arrivare a diagnosticarla mettendo in riferimento sintomi e altre informazioni, come luogo di provenienza del soggetto, possibili viaggi in zone a rischio. In caso di sospetto è bene porre in isolamento il paziente e allertare le autorità sanitarie. Tramite degli esami del sangue si può arrivare alla diagnosi verificando se il paziente soffre di linfopenia, neutrofilia, piastrinopenia grave, ma si può assistere anche ad un aumento degli enzimi epatici.

   Purtroppo al momento non esiste una cura per l’ebola, così come non esiste un vaccino: i pazienti devono essere trattati per i loro sintomi, cercando di mantenere bassa la pressione e la febbre, controllando l’ossigenazione e l’equilibrio idro-elettrolitico e tenere sotto controllo eventuali sovrainfezioni. Non esistendo una cura, la prevenzione è molto importante: lavarsi le mani e seguire tutte le regole di una corretta igiene è importante, così come è necessario che il personale medico attui subito il protocollo per poter isolare i pazienti e tenere sotto controllo il virus, affinché la malattia non si diffonda. (Patrizia Chimera)

Ecco come si sta espandendo il virus dell’Ebola nell’Africa Occidentale - In questa mappa pubblicata dal Cdc i Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie degli Stati Uniti, sono evidenziate le zone in cui il virus si è diffuso in Liberia, Sierra Leone e Guinea. Nelle zone in rosso i casi di ebola sono accertati e provati. (da “la Stampa.it” del 29/7/2014
Ecco come si sta espandendo il virus dell’Ebola nell’Africa Occidentale – In questa mappa pubblicata dal Cdc i Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie degli Stati Uniti, sono evidenziate le zone in cui il virus si è diffuso in Liberia, Sierra Leone e Guinea. Nelle zone in rosso i casi di ebola sono accertati e provati. (da “la Stampa.it” del 29/7/2014

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EBOLA FA STRAGE IN AFRICA. NATURE: “RICERCA VACCINO FERMA PER MANCANZA DI FONDI”

di Davide Patitucci da “il Fatto Quotidiano” del 31/7/2014

– Sono più di 700 i morti, nei tre Paesi dell’Africa occidentale, LIBERIA, SIERRA LEONE e NUOVA GUINEA dove, secondo Medici senza frontiere (Msf), l’epidemia è ormai fuori controllo. – Il ministro Lorenzin: “In Italia nessun pericolo”. – Gli Stati Uniti hanno innalzato il livello di allerta. – Il virologo Heinz Feldmann sulla rivista scientifica: “Ebola non è considerato un problema di salute pubblica globale” –

   Con le loro tute protettive sembrano astronauti pronti per una nuova missione. Abbiamo imparato a conoscerli attraverso serie tv o film. Sono i tanti eroi silenziosi che lavorano a stretto contatto con i più pericolosi agenti patogeni del Pianeta, come il virus Ebola, alla ricerca di un vaccino o per dare soccorso ai malati. Medici, infermieri, ricercatori, spesso volontari, abituati ogni giorno a rischiare la vita.

   Come i due cittadini americani che operano in Liberia con l’organizzazione umanitaria Samaritan’s Purse, la volontaria Nancy Writebol e il medico missionario Kent Brantly, contagiati da Ebola in Liberia, le cui condizioni sono molto gravi. O come il medico a capo del centro clinico di Kenema, nella Sierra Leone, Sheik Umar Khan, morto di febbre emorragica martedì, dopo una settimana di agonia.

   Infettati dallo stesso virus letale che, secondo l’ultimo bollettino dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), datato 27 luglio, ha già contagiato 1201 persone, uccidendone 672, nei tre Paesi dell’Africa occidentale, Liberia, Sierra Leone e Nuova Guinea dove, secondo Medici senza frontiere (Msf), l’epidemia è ormai fuori controllo. E che minaccia adesso di colpire altri Paesi. Tutto questo mentre la ricerca di un vaccino è ferma per mancanza di fondi. 

Caso di contagio esportato con viaggio aereo, Lorenzin: “In Italia nessun pericolo”. Nei giorni scorsi è stato segnalato il primo caso di contagio esportato con un viaggio aereo. Si tratta di un cittadino americano di origini liberiane, Patrick Sawyer, arrivato a Lagos, capitale della Nigeria, in volo dalla Liberia. L’ospedale in cui era ricoverato è stato messo in quarantena. Un caso che ha destato preoccupazione per la possibilità di diffusione globale del contagio. Il ministro della Salute Beatrice Lorenzin nelle scorse ore ha assicurato che “In Italia il pericolo non c’è. Il livello di allerta è già alto fin dal principio dell’epidemia. Negli aeroporti e nei luoghi di transito sono già effettuate visite mediche nei casi ritenuti necessari”.

Per l’Oms “remota l’eventualità che il virus esca dall’Africa”. Al momento, l’Oms non ha imposto restrizioni ai voli: gli esperti considerano remota l’eventualità che il virus fuoriesca dall’Africa. “Sebbene Ebola sia molto aggressivo, è in teoria facile da contenere – ha dichiarato in queste ore alla Cnn Peter Piot, lo scienziato che ha scoperto il virus nel 1976 e che dirige la London school of hygiene and tropical medicine-. Per infettarsi occorre un contatto molto stretto con un individuo contagiato, un contatto diretto con i suoi fluidi corporei. Il solo trovarsi in un bus o aereo con qualcuno colpito da Ebola – spiega lo studioso – non è di per sé un problema”.

Nature: “Rischio basso di infezione tra persone che condividono trasporti pubblici”. Sulla stessa lunghezza d’onda la rivista Nature che, in un articolo di commento a firma di uno dei suoi senior reporter, Declan Butler, sottolinea che “Malgrado l’epidemia di Ebola che ha colpito l’Africa occidentale sia la più grande di sempre, non rappresenta una minaccia globale. Lo European centre for disease prevention and control (Ecdc) – sottolinea la rivista britannica – classifica le persone che condividono trasporti pubblici con individui infettati a rischio molto basso di contrarre il virus”.

Ma in Gran Bretagna è allarme e gli Usa hanno innalzato il livello di allerta. Ma, intanto, alcuni Paesi hanno deciso di prendere sul serio la minaccia. In Gran Bretagna, l’esecutivo di David Cameron ha programmato un “Cobra meeting”, riunione interministeriale convocata in caso di questioni considerate urgenti, proprio sulla minaccia dell’epidemia.

   Negli Usa, il presidente Barack Obama si tiene “Costantemente informato” e i Centers for disease control and prevention (Cdc), i laboratori americani attrezzati contro gli agenti patogeni più pericolosi, hanno alzato il livello di allerta a 2, su una scala di rischio di 5. Uno stadio di allarme in base al quale i medici devono identificare i pazienti che potrebbero aver viaggiato recentemente nella zona colpita, studiare i sintomi della malattia e i trattamenti immediati da fornire. “La probabilità che il virus si propaghi al di fuori dell’Africa occidentale è molto bassa – ha spiegato Stephan Monroe dei Cdc -, ma comunque dobbiamo essere preparati anche a questa remota possibilità”.

   L’Oms ha emanato un appello ai Paesi coinvolti, affinché i pazienti siano subito segnalati alle autorità competenti. In molti villaggi, infatti, i malati sono spesso nascosti. Alcuni medici, secondo quanto riferisce il New York Times, sono stati addirittura minacciati e accusati di diffondere l’epidemia. “Bisogna smettere di dire che non ci sono trattamenti per il virus – afferma un comunicato dell’Oms -. Prima i pazienti sono portati in un centro specializzato, maggiori sono le loro chance di sopravvivere e non contaminare i propri cari”.

Nature: “La sperimentazione è bloccata per mancanza fondi o domanda internazionale”. Ma proprio sul fronte del contrasto al virus A CHE PUNTO È LA RICERCA DI UN VACCINO? “Sebbene esistano promettenti studi su farmaci e vaccini contro Ebola – si legge su Nature -, la sperimentazione è bloccata per mancanza di fondi o di domanda internazionale”.

   Heinz Feldmann, virologo presso lo US National institute of allergy and infectious disease (Niaid) di Hamilton, nel Montana, che nel 2005 ha pubblicato su PLoS Med uno studio sperimentale su un vaccino che si è rivelato efficace contro Ebola nei macachi, ha dichiarato su Nature che “Ebola non è considerato un problema di salute pubblica globale”. “Nel mio laboratorio – aggiunge Thomas Geisbert, microbiologo presso la University of Texas medical branch di Galveston, che ha collaborato alla ricerca – tutti si offrirebbero volontari per sperimentare il vaccino”.

   Un altro vaccino, messo a punto dal Niaid Vaccine research center di Bethesda, nel Maryland, dovrebbe essere testato su individui sani, a partire da settembre. I ricercatori stanno chiedendo in queste ore alla Food and drug administration (Fda), l’ente americano di controllo sui farmaci, di accelerare le procedure a causa dell’epidemia africana. “Siamo stati sfortunati nella tempistica di diffusione della malattia – conclude Armand Sprecher, uno dei medici di Msf che con la sua tuta da astronauta lotta contro Ebola -. Se fosse scoppiata tra uno o due anni, forse ci saremmo trovati in una condizione migliore”. (Davide Patitucci)

Sono 729 i morti causati dall'EBOLA in AFRICA OCCIDENTALE. Lo rende noto l'ORGANIZZAZIONE MONDIALE per la SANITÀ. Secondo i numeri dell'Oms, sono state almeno 57 le vittime dell'Ebola negli ultimi giorni e quasi la metà di queste sono morte in LIBERIA. La presidente della Liberia ha ordinato la chiusura delle scuole e degli uffici pubblici, per evitare la diffusione ulteriore della malattia. In SIERRA LEONE, dove sono morte nove persone fra le vittime più recenti, è stato dichiarato lo stato di emergenza sanitaria e le autorità stanno cercando di mettere in quarantena le persone infette che non hanno voluto andare nei centri di isolamento. L'epidemia è iniziata in GUINEA a marzo, ma la crisi si è intensificata nei giorni scorsi.  (31 lug., LaPresse/AP)
Sono 729 i morti causati dall’EBOLA in AFRICA OCCIDENTALE. Lo rende noto l’ORGANIZZAZIONE MONDIALE per la SANITÀ. Secondo i numeri dell’Oms, sono state almeno 57 le vittime dell’Ebola negli ultimi giorni e quasi la metà di queste sono morte in LIBERIA. La presidente della Liberia ha ordinato la chiusura delle scuole e degli uffici pubblici, per evitare la diffusione ulteriore della malattia. In SIERRA LEONE, dove sono morte nove persone fra le vittime più recenti, è stato dichiarato lo stato di emergenza sanitaria e le autorità stanno cercando di mettere in quarantena le persone infette che non hanno voluto andare nei centri di isolamento. L’epidemia è iniziata in GUINEA a marzo, ma la crisi si è intensificata nei giorni scorsi. (31 lug., LaPresse/AP)

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L’AFRICA CHE VIENE “CONQUISTATA” E DEPREDATA

TERRA, SVILUPPO E I CAIMANI DELL’AGROBUSINESS

da “NIGRIZIA”, mensile dei padri comboniani, 2/7/2014, EDITORIALE LUGLIO-AGOSTO 2014

   Olivier De Schutter è stato per due mandati il relatore speciale dell’Onu per il diritto al cibo (o all’alimentazione). Ha terminato il suo impegno il 30 maggio scorso. Dal 2008 si è speso per combattere l’ideologia rapace e utilitaristica che considera la natura solo come un’inanimata risorsa da sfruttare. Ha guardato con sospetto i devoti all’“agricoltura produttivista”.

   Gli stessi che vogliono pigiare sull’acceleratore dell’evoluzione dall’autosufficienza all’agrobusiness temendo, altrimenti, di inchiodare il sud del mondo alla rupe dell’arretratezza.

   Anche nel suo ultimo rapporto/testamento, De Schutter ricorda, invece, come il modo migliore per far diminuire la povertà rurale e aumentare la sicurezza alimentare nelle regioni più povere del pianeta sia proprio RIDARE LA TERRA AI CONTADINI SU SCALA PIÙ PICCOLA.

   Il modello vincente sarebbe proprio quello dell’agricoltura familiare. Con le pratiche dal basso. Modello, tuttavia, che collide con gli interessi privati. Soprattutto delle grandi imprese. Ne è consapevole lo stesso ex relatore, che motiva le difficoltà della sua proposta «da una parte a causa del peso delle lobby dell’agrobusiness, che condizionano le scelte dei politici, dall’altra perché è una sfida difficile e costosa che non interessa molto gli investitori privati».

   De Schutter appartiene a quella piccola riserva indiana che ritiene l’eccessiva industrializzazione dell’agricoltura un modello perdente. La sua voce è un bisbiglio tra gli strilli di chi ha già deciso che solo il passaggio da un’agricoltura familiare a quella commerciale può trainare il sud del mondo, in particolare l’Africa subsahariana, a vincere la TRIPLICE SFIDA della CRESCITA, della RIDUZIONE DELLA POVERTÀ e della SICUREZZA ALIMENTARE.

   VIVIAMO GIÀ IL TEMPO DELLA FINANZIARIZZAZIONE AGRICOLA. DELLA SPECULAZIONE. DEI CACCIATORI DI TERRA. Del cibo come il nuovo petrolio. Dell’agricoltura, con il controllo dei terreni fertili, diventata uno dei settori strategici per lo sviluppo delle nazioni, vista la contrazione globale dei terreni arabili, di uno stress idrico crescente e dell’aumento della domanda alimentare.

   E NELL’ERA GEOPOLITICA DEL CIBO (che sarà “santificata” l’anno prossimo con l’apertura a Milano dell’Expo), È PROPRIO IL CONTINENTE AFRICANO, CON I SUOI 200 MILIONI DI ETTARI ARABILI MA NON COLTIVATI, l’eldorado per chi è a caccia di profitti alimentari.

   Secondo uno studio, del 2013, della Banca mondiale se l’Africa, i suoi governi e i suoi imprenditori migliorassero l’accesso al capitale nel settore agricolo; aumentassero il potenziale di energia elettrica disponibile; migliorassero la tecnologia con terreni maggiormente irrigati per far crescere cibo ad alto valore nutrizionale; se ci fosse, insomma, uno sfruttamento agricolo “produttivista” l’agrobusiness africano triplicherebbe il suo valore da qui al 2030 arrivando a mille miliardi di dollari. Con ricadute positive per tutti.

   Ci dicono che solo così, con il modello dell’industrializzazione massiccia dell’agroalimentare, si porrà fine alla povertà. Perché, strano ma vero, l’obiettivo di molti istituti internazionali parrebbe essere proprio lo sradicamento della povertà nel mondo.

   Nell’ottobre scorso, Jim Yong Kim, presidente di quella Banca mondiale, si è presentato in Vaticano, felice di incontrare papa Bergoglio. «Condividiamo quella che lui chiama la “opzione preferenziale per i poveri”. Spero che possiamo lavorare assieme», ha dichiarato Yong Kim in un’intervista al Sole 24ore.

   Finanza e Chiesa: non solo lo stesso obiettivo, ma il medesimo slogan. Ma è proprio così?

   Per il presidente della Bm eliminare la povertà non significa chiedersi se l’attuale modo di consumare e di produrre sia ancora oggi sostenibile (ogni anno 1.226 milioni di metri cubi d’acqua sono utilizzati per produrre quel 30-50% di cibo prodotto che viene perso o sprecato prima del consumo).

   E non si interroga neppure se l’eccesso di sfruttamento agricolo torni davvero a beneficio delle comunità africane più povere. Per Jim Yong Kim l’“opzione preferenziale per i poveri” si materializza, invece, nel sostenere le attività della Società finanziaria internazionale (Sfi), il braccio operativo della Bm, accusata di facilitare il LAND GRABBING (vedi articolo qui sotto, ndr) in Africa, attraverso gruppi privati stranieri. Il business dei soliti noti.

   Le parole hanno una loro fragilità interna. Sviluppo e lotta alla povertà sono come il gladio romano: una lama a doppio taglio. Così come le “buone azioni”, che per papa Francesco non sono proprio legate alla finanza. (editoriale da “NIgrizia” luglio-agosto 2014)

da Nigrizia
da Nigrizia

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QUANDO IL SUOLO È UNA MERCE

LE TERRE USURPATE DELL’AFRICA POVERA

– Il «land grabbing» e il ruolo dell’Occidente. L’offensiva cinese. Il caso Mozambico: sfruttamento e cooperazione –

dal “Corriere.it” del 28/11/2013 (www.corriere.it/)

   La crisi finanziaria e alimentare del 2007-2008, e il conseguente aumento e volatilità del prezzo del cibo, hanno accelerato la corsa alla terra come bene rifugio per grandi capitali privati in cerca di investimenti sicuri, mezzo per garantire la sicurezza alimentare di Paesi ricchi di liquidità ma poveri di risorse, strumento di influenza geo-politica a livello locale e internazionale.

   Tanto che gli investimenti in terra arabile promossi nell’anno fiscale 2012 dalla sola Banca Mondiale hanno superato i 9 miliardi di dollari. LA TERRA IN QUESTIONE È QUELLA DEI PAESI PIÙ POVERI O IN VIA DI SVILUPPO, SOPRATTUTTO AFRICANI, i cui Governi, favorendo l’affluire di enormi capitali in entrata (attraverso investimenti privati e cooperazione internazionale), beneficiano di un posizionamento più favorevole nello scacchiere internazionale, consolidando così il ruolo dei vari leader al potere – senza che questi riescano mai neanche ad alleviare i problemi che sono chiamati a risolvere.

MERCATO FERTILE – Il mercato della terra è fertile, e GLI INVESTITORI NON SONO PIÙ SOLTANTO LE MULTINAZIONALI DEL COSIDDETTO NORD DEL MONDO. I PAESI DEL GOLFO ARABO e le economie emergenti come CINA, BRASILE o SUD AFRICA, ad esempio, giocano un ruolo sempre più preponderante, anche in nome di una cooperazione Sud-Sud dai tratti a volte ambigui.

   Per descrivere il fenomeno delle grandi acquisizioni su larga scala, la Banca Mondiale parla di «crescente interesse verso la terra» e promuove prospettive di crescita occupazionale e sicurezza alimentare. CONTADINI LOCALI, ASSOCIAZIONI E ORGANIZZAZIONI INTERNAZIONALI (come OXFAM, che recentemente ha rilanciato la sua campagna, o SLOWFOOD che, oltre a una campagna, ha avviato diversi progetti in Africa sull’uso responsabile della terra, l’ultimo in Mozambico), DENUNCIANO INVECE IL LAND GRABBING, LETTERALMENTE «USURPAZIONE DELLA TERRA», un fenomeno che porta con sé lo sfollamento delle popolazioni rurali, la loro difficoltà o impossibilità di accedere a risorse primarie quali cibo e acqua, oltre a disequilibri sociali, economici e ambientali.

CONFLITTI – NON TUTTE LE ACQUISIZIONI DI TERRA SONO SINONIMO DI USURPAZIONE. Tuttavia, come dimostrano diversi casi di studio riportati sempre dalla Banca Mondiale, troppo spesso si concretizzano nell’INCAPACITÀ – DA PARTE DEI GOVERNI dei Paesi destinatari – DI RICONOSCERE TUTELARE E COMPENSARE I DIRITTI TERRIERI DELLE COMUNITÀ LOCALI; l’incapacità di gestire i grandi investimenti, anche attraverso consultazioni realmente partecipative che scaturiscano in accordi chiari e attuabili; l’incapacità di elaborare proposte di investimento tecnicamente praticabili che non siano in contrasto con la visione locale e i piani di sviluppo nazionali; e il conseguente insorgere di conflitti – specie di genere – legati alla distribuzione e all’accessibilità delle risorse.

MOZAMBICO – In Mozambico la terra non si vende, si dà in concessione. E il prezzo può scendere fino a 1 DOLLARO L’ETTARO. ALL’ANNO. Le concessioni arrivano fino a 99 anni, e sono rinnovabili. IN MOZAMBICO LA TERRA È PRATICAMENTE GRATIS. Oltre che fertile e abbondante: 36 milioni di ettari di superficie arabile, secondo il Ministero dell’Agricoltura, di cui SOLO IL 10% COLTIVATO – sebbene, come concordano diversi esperti, solo di rado la terra è effettivamente inutilizzata e disponibile così come viene definita nei freddi report istituzionali piuttosto che nelle ammiccanti presentazioni delle aziende private, e la sua acquisizione su larga scala comporta sempre dei costi, siano essi ambientali o sociali.

   Land Matrix (un’iniziativa di monitoraggio promossa dalla International Land Coalition) finora ha tracciato 117 acquisizioni di terra nel Paese. I dati a disposizione relativi a 77 di queste (solo il 66%) parlano di un’estensione pari a oltre 2,4 milioni di ettari contrattualizzati. Per farvi un’idea, è come se il Mozambico avesse dato in concessione un’area estesa almeno quanto la Toscana. Un’idea approssimativa, naturalmente, perché nessuna raccolta dati può avere pretesa di esaustività in un ambito così controverso, in cui la condotta degli attori coinvolti è spesso opaca e poco è dato sapere dei processi di affidamento e gestione delle terre in cui dovrebbero svilupparsi i progetti. «È difficile poter affermare con certezza assoluta che una transazione sia realmente avvenuta, per quale superficie, quale durata e quale uso», confermano i ricercatori di Land Matrix.

IL CASO WANBAO – Nella provincia di Xai-Xai, poche centinaia di chilometri a Nord dalla capitale Maputo, l’azienda cinese Wanbao produce riso e mais dal 2011, dopo aver rilevato il progetto dalla Hubei Lianfeng, un’impresa statale precedentemente individuata da Mozambico e Cina per lo sviluppo della produzione di riso nel Paese africano.

   L’impresa si estende per 20mila ettari, conta su un investimento iniziale di 250 milioni di dollari (cui si aggiungono i 10 milioni appena ricevuti attraverso il Fondo di Cooperazione per lo Sviluppo tra Cina e Paesi di lingua portoghese) e dà lavoro a 1.340 persone, di cui 500 cinesi. Ma questo indotto occupazionale è pagato a caro prezzo dalle comunità locali.

   A fronte di poco più di mille nuovi lavoratori, infatti, sarebbero oltre 80mila le persone sfollate a causa del progetto Wanbao, secondo quanto riporta l’emittente televisiva Canal de Moçambique. Carlos Mhula, coordinatore della Lega Mozambicana per i Diritti Umani, ci ha parlato di «oltre 10mila famiglie sfollate, tutti contadini provenenti dai villaggi limitrofi che prima, attraverso l’agricoltura, provvedevano autonomamente alla propria sussistenza, e oggi hanno difficoltà ad accedere ad un bene primario come il cibo».

VITE STRAVOLTE – Uno studio condotto e segnalatoci da Fonga (il Forum delle Organizzazioni non governative della provincia mozambicana di Gaza) ha accertato il caso di 217 persone che, a causa del progetto Wanbao, hanno perduto 537 dei 582 ettari di terra che prima coltivavano, e alle quali restano oggi circa 45 ettari per la propria sussistenza (solo 0,2 ettari a testa).

   Ma ad essere stravolte non sono soltanto le vite delle comunità rurali mozambicane. Perfino un cimitero ha dovuto far posto all’ingombrante presenza di Wanbao, la cui attività procede senza sosta nonostante nessuno studio di impatto ambientale sia stato finora approvato dal Governo, come denuncia la società civile e come ci confermano candidamente i vertici aziendali. La società civile lamenta anche di non beneficiare della produzione agricola di Wanbao, e teme che questa sia destinata unicamente all’esportazione.

   Dall’azienda si difendono spiegando che la recente piena ha messo in ginocchio l’intera area, provocando ingenti perdite in termini di raccolti e investimenti proprio in avvio di produzione. «Abbiamo perso 10 milioni di dollari per via della piena, ma questo non ci ha spaventati e non ha fermato il nostro progetto», sostiene Luo Haoping, direttore di Wanbao. Anzi, i piani dell’azienda sono eloquenti: una volta messa a regime la produzione a Xai-Xai, infatti, il progetto prevede un’espansione sul territorio, sempre formalmente sotto l’egida dello scambio di conoscenze e tecnologie, nonché della collaborazione tra i due Paesi, i cui rapporti risalgono alla lotta per l’indipendenza del Mozambico dal Portogallo (1975).

CON I PUNTI ARANCIONE SONO INDICATI I PAESI CHE HANNO CEDUTO LE TERRE A GRUPPI STRANIERI (da A SUD  - www_asud_net -)
CON I PUNTI ARANCIONE SONO INDICATI I PAESI CHE HANNO CEDUTO LE TERRE A GRUPPI STRANIERI (da A SUD – www_asud_net -)

L’ITALIA – – Anche l’Italia ha rapporti di lunga data col Mozambico, tanto che la pace raggiunta nel 1992, dopo i circa 15 anni di guerra civile seguiti all’indipendenza, è stata firmata grazie ad una faticosa trattativa mediata dalla Comunità di Sant’Egidio e dal governo italiano. Il business tricolore in Mozambico è soprattutto quello dell’energia, con il colosso Eni che gioca un ruolo di primo piano.

   In termini di investimenti in terra, invece, la presenza italiana è piuttosto esigua: solo 5 quelli registrati da Land Matrix, tutti nel settore agricolo. Il gigante dell’energia Api, in partnership con SAB Mozambique/Inveragro e Gruppo Maccaferri, è titolare di un progetto per la coltivazione di jatropha, un biocombustibile, che richiede terreni cosiddetti sciolti, ovvero che favoriscono il fluire dell’acqua impedendone la stagnazione.

   A dimostrazione di una difficile quantificazione del fenomeno delle acquisizioni di terra su larga scala, Land Matrix ha potuto verificare un’estensione da contratto poco superiore ai 6mila ettari, mentre il console onorario del Mozambico in Italia, Simone Santi, già nel 2010 parlava di sperimentazioni su «terreni e colture in piantagioni molto grandi, fino a 30mila ettari». Oggi il progetto di Api è in stallo, a quanto pare a causa dell’eccessiva salinità del terreno su cui avrebbe dovuto svilupparsi. Il condizionale resta d’obbligo, poiché i responsabili del progetto, più volte sollecitati, non hanno rilasciato commenti. Anche la jatropha dei siciliani di Moncada non ha mai visto il sole del Mozambico: 15mila ettari per un investimento in biocombustibili mai realmente operativo. E anche in questo caso nessun commento dall’azienda.

TERRA DI NESSUNO – Chilometri e chilometri di terra che giace inutilizzata, inutilizzabile. In un Paese fertile in cui l’agricoltura è la principale fonte di sostentamento per circa l’80% della popolazione attiva complessiva e che pure langue al 94° posto su 107 Paesi nell’indice di sicurezza alimentare dell’Economist. È una situazione comune in Africa.

   Proprio il Mozambico, secondo la World Bank, ha già provato a riappropriarsi di alcune delle terre cedute agli investitori (la legge lo consentirebbe, ma è una soluzione onerosa e molto osteggiata), «la metà delle quali non produce le colture promesse da questi ultimi, col risultato che le popolazioni locali perdono beni e risorse ricevendo in cambio pochi o nessuno dei benefici prospettati».

   Si tratta di un’ulteriore dimostrazione che – come sostiene Joseph Hanlon, ricercatore presso la London School of Economics, e come testimonia la controversa storia delle politiche agricole del Paese – «in Mozambico gli investimenti internazionali su larga scala finora non hanno mai funzionato». Ed è una spia allarmante del fatto che, anche laddove non si parli esplicitamente di usurpazione della terra, ma di regolari acquisizioni e investimenti su larga scala, le conseguenze sono comunque spesso nefaste per le comunità locali.

BISOGNI DIVERSI – Eppure «il Mozambico ha bisogno sia di investimenti sia di tecnologie, sebbene di altra portata», spiega ancora Hanlon. Investimenti e progetti possibilmente supportati da studi di fattibilità orientati ai reali fabbisogni e capacità del Paese, in grado di garantire una governance effettivamente trasparente ed equilibrata tra i vari attori coinvolti.

   Un caso italiano, quello dell’imprenditore agricolo Michele Sammartini, può essere considerato un esempio di investimento responsabile, a detta anche delle associazioni locali di tutela del territorio che non hanno peli sulla lingua quando si tratta di denunciare abusi ai danni delle comunità locali. La sua è una machamba («campagna» in portoghese) di mille ettari che produce mais e frumento, dà lavoro a 50 persone e, grazie a una adeguata consultazione preliminare con la comunità locale, è ben integrata nel territorio di Xai-Xai. Sammartini è consapevole del fatto che «occupare le terre, anche se disponibili e non coltivate, sconvolge equilibri e tradizioni locali». Per questo è importante condividere preventivamente i progetti e assicurare un contraccambio, non solo economico, ma anche in termini di occupazione e conoscenza volti a creare ulteriore sviluppo e ricchezza. Nel rispetto della dimensione rurale.

SCENARI – Tuttavia, il Mozambico non pare essere orientato nella direzione indicata da Hanlon e Sammartini, e auspicata da contadini e attivisti locali. Nel corso del G8 tenutosi a L’Aquila nel 2009, infatti, Giappone e Brasile hanno siglato un accordo per «promuovere lo sviluppo agricolo del Mozambico nell’ambito del Programma di Partenariato Giappone-Brasile», attraverso la realizzazione del ProSAVANA, un programma di cooperazione internazionale che coinvolge i tre Paesi. Il Programma non è ancora operativo, riguarderà un’area compresa tra 10 e 14 milioni di ettari (quella del Corridoio di Nacala, a nord del Paese) e, nelle parole del coordinatore Calisto Bias, «intende segnare il passaggio da un modello agricolo familiare a uno commerciale, nel rispetto della sovranità dei contadini».

   Peccato che i contadini non siano mai stati coinvolti in un reale processo di consultazione né di informazione. D’altronde, i mozambicani hanno appreso del programma solo attraverso una fuga di notizie che ha reso noto il Piano Generale e «tramite le informazioni provenienti dall’estero, ma non dalle istituzioni di Maputo», come conferma anche Fernando Lima, direttore di Savana, il principale giornale di opposizione del Paese. Non c’è quindi troppo da stupirsi se, nonostante gli sforzi (pochi) delle Istituzioni, contadini e società civile temono per i loro diritti, primo tra tutti quello alla terra.

SOTTIGLIEZZE – Lo spettro agitato è quello del land grabbing ma, nel caso del ProSAVANA, i meccanismi sono più sottili e non si può parlare esplicitamente di usurpazione della terra. Il programma, infatti, non prevede acquisizioni dirette di terra, ma schemi di contract farming, in cui le grandi aziende investitrici trasferiscono a reti di agricoltori locali tecnologie e conoscenze per migliorare la produzione, che acquistano in stock per poi rivendere sul mercato.

   Tutto ciò avviene a fronte di prestiti ai contadini garantiti da specifici contratti. Si tratta di soluzioni teoricamente vantaggiose sia per l’investitore sia per i contadini, ma, come ci spiega Hanlon, richiedono supporto e garanzie adeguati, e finora il Mozambico ha espresso pochi esempi positivi in tal senso. Ricercatori come Isabela Nogueira de Morais, dell’Universita di Ginevra, infatti, proprio in virtù dei meccanismi asfittici di indebitamento e dipendenza ingenerabili da tali contratti, prospettano scenari neanche troppo futuristici di post land grabbing, con benefici solo potenziali e, comunque, potenzialmente molto destabilizzanti per gli equilibri sociali economici e ambientali a livello locale.

E col rischio, inoltre, solo differito di mettere comunque il cappio al collo delle popolazioni rurali e, di conseguenza, delle intere economie nazionali dei Paesi destinatari degli investimenti. Nel frattempo i contadini mozambicani e la società civile dei tre Paesi chiedono con vigore che il processo di attuazione del Programma venga sospeso, per ridefinirne obiettivi e portata insieme alle autorità responsabili.

   Ma i numerosi appelli, fino a una lettera aperta indirizzata ai presidenti di Mozambico Giappone e Brasile, sono invariabilmente caduti nel vuoto. Anabela Lemos, dell’associazione mozambicana Justiça Ambiental, esprime efficacemente tutta la sua preoccupazione e frustrazione nei confronti delle autorità responsabili: «Se davvero i nostri timori sono infondati, dimostrateci pubblicamente che abbiamo torto!».

(Per questa inchiesta la ricerca sul campo e’ stata realizzata da Andrea Fama, Jacopo Ottaviani, Isacco Chiaf e Cecilia Anesi nell’ambito dell’Innovation in Development Reporting dell’European Journalism Centre) 28 novembre 2013

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IL MIRACOLO IN UN’AFRICA MARTIRIZZATA

di Domenico Quirico, da “la Stampa” del 25/7/2014

– La versione assoluta dell’islam impone la cacciata del diverso: la croce primo bersaglio –

   «Coloro che credettero e poi negarono non fecero che accrescere la loro miscredenza, Allah non li perdonerà». Le parole del Corano stanno lì, impossibile interpretare, sfumare, distinguere: la storia di Meriam (e di quanti altri rimasti senza nome?) non si può aggirare. E ancora: chiunque cambiò la sua religione uccidetelo! Tale è il potere della religione su quelli che essa possiede; tutto si colloca in essa, anche ciò che sembra essere ai suoi antipodi, il dubbio, la negazione, il peccato.

   Il musulmano, come lo vuole un’idea totale della fede che si sta affermando e dilaga sempre più sulla carta del mondo, non può compiere nessun gesto, dal più banale al più assoluto come negare e cambiare idea su Dio, che lo liberi, giacché questo gesto prenderà sempre un significato sul piano religioso. Certo: può sfuggire alla Grazia (come il cristiano) ma cadere nel peccato non è evadere dall’islam, è legarvisi in maniera più temibile, fino alla morte.

NIGERIA – foto diffusa dal gruppo ultraintegralista BOKO HARAM delle OLTRE 276 STUDENTESSE RAPITE, avvenuto la notte tra il 14 ed il 15 aprile a CHIBOK nello Stato di BORNO. Nonostante l’opinione pubblica mondiale si sia sollevata e abbia sollecitato in tutti i modi la liberazione delle giovani studentesse, LE AUTORITÀ DI ABUJA NON SONO STATE ANCORA IN GRADO DI RITROVARLE, e circolano indiscrezioni di stampa circa la possibilità che la gran parte di loro sia stata portata all’estero (Ciad e Camerun), mentre le più grandi sarebbero state date in sposa ai loro rapitori. (da http://www.bloglobal.net/ 30/5/2014)
NIGERIA – foto diffusa dal gruppo ultraintegralista BOKO HARAM delle OLTRE 276 STUDENTESSE RAPITE, avvenuto la notte tra il 14 ed il 15 aprile a CHIBOK nello Stato di BORNO. Nonostante l’opinione pubblica mondiale si sia sollevata e abbia sollecitato in tutti i modi la liberazione delle giovani studentesse, LE AUTORITÀ DI ABUJA NON SONO STATE ANCORA IN GRADO DI RITROVARLE, e circolano indiscrezioni di stampa circa la possibilità che la gran parte di loro sia stata portata all’estero (Ciad e Camerun), mentre le più grandi sarebbero state date in sposa ai loro rapitori. (da http://www.bloglobal.net/ 30/5/2014)

   Cedere alla carne, nutrire il proprio dubbio, rafforzarlo in tutte le dottrine, sacrificare agli idoli, non è per il musulmano uscire dalla religione. Davanti a questo giudice dunque ognuno rimette la maschera, gli occhi non esprimono più nulla, le anime si sentono spiate. In Sudan vige già la sharia come in molti altri Paesi: ma la desertificazione del pensiero avanza come le nuove armate dell’islam radicale.

   A Mossul dove tuona già il Nuovo Califfo dipingono la «N», iniziale della parola araba «nazareno» sulle case dei cristiani, e nelle sabbie del sahel, tra le spinose acacie somale e nella foresta che sfiora il Niger falsi profeti proclamano la cacciata di tutti coloro che onorano un falso dio diverso da quello musulmano. Già divenuti «dhimmi», protetti, il primo passaggio verso la diversità colpevole.

   Purificare, pulire, uccidere: il califfato prossimo venturo sarà un luogo dove aver trovato significherà non pensar più. Dove vorranno creare dei santi, con una verità posseduta una volta per tutte. Meriam in Sudan ha patito il carcere e rischiato la morte. L’intellettuale Abu Zayd, nel più tollerante Egitto degli anni Novanta, ha comunque dovuto accettare l’emarginazione e l’esilio. Non è anche questa una condanna a morte?

   Fiutiamo in questo ideale sovrumano un trabocchetto teso sulla soglia dell’esistenza ad anime ansiose di superarsi e dove le ingiustizie quotidiane renderanno caduche le regole dell’equità. Come nei regimi falsi e bugiardi che le sedicenti rivoluzioni islamiche si vantano di voler annientare.

   Il fanatismo per l’islam è divenuto come il cammello e la palma, fa parte del colore locale. Osserviamo, stupefatti e incerti, tentennando, le innocenti e fragili creature in preda all’estremismo che le opprime, le rotola nel loro sangue, ne trae tutto ciò che possono offrire di sofferenza. Credi! Continuano a lanciar questa parola, senza tregua, come una sassata.

   Il peccatore è parte integrante del meccanismo della fede islamica. Indispensabile come il santo. Esiste una specie di uomini in queste terre dell’Assoluto obbligatorio, che non potranno mai uscire da questo meccanismo. Anche l’unica via di uscita, la negazione, non è affatto una porta di uscita, è una porta che non si apre sull’esterno. Né la negazione né il rinnegamento potrebbero strappare questa tunica aderente dalla loro pelle.

   La stessa Meriam per ribattere ai suoi giudici, non ha accettato orgogliosamente la propria scelta, non avrebbe avuto scampo. Ha dovuto proclamare che, in realtà, non è mai stata musulmana e quindi non ha tradito. Il peccato non era stato commesso, ma restava, anche per lei, un peccato. Un tributo alla logica dei suoi persecutori. Ma quanti cristiani, da Maiduguri in Nigeria all’Iraq, hanno potuto discutere prima di essere uccisi?

   Come possono esser nate, dalla fede dei musulmani, tante orribili complicazioni? L’Islam in fondo è una fede semplice. È sentire dentro di sé il battito dell’universo, vivere il suo ritmo. Nel Corano è scritto che il musulmano rivolge il proprio volto al dio dei mondi, che non è, come qualcuno ha tradotto, sottomettersi a dio, ma piuttosto darsi a Lui. Un dono assoluto ma nello steso tempo un dono volontario, come quello cristiano.

   Eppure ogni volta torna il tarlo, il problema iniziale: l’apostasia o anche il laicissimo Dubbio, semplicemente, non sono un fatto privato, ma qualcosa che corrompe l’intera società, che offre la tentazione alla rivolta, che crea confusione, disordine, separazione.

   È questo il Peccato più terribile per l’Islam! La giustizia, per i Falsi profeti, deve essere gelida, come un’arma. Essa non è una virtù come pare indicare il nome, è un’organizzazione la cui virtù è quella di essere insensibile. Non è che faccia espiare: non ha nulla a che vedere con l’espiazione. Il suo compito è quello di porre degli esempi, di trasformare il colpevole, Meriam e gli altri, in uno spauracchio, di gettare l’argomento della propria crudeltà nella meditazione di chi pende verso la colpa.

   In fondo Dio non ha alcun rapporto con il processo all’apostata Meriam: assomiglia orribilmente a quelli che i totalitarismi montano ai propri adepti che hanno scoperto le piaghe purulente della dottrina perfetta, la sua rapida marcescenza. (Domenico Quirico)

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LA NIGERIA HA L’ECONOMIA PIÙ GRANDE DELL’AFRICA MA SEMBRA UN “FAILED STATE”

di Paola Peduzzi, 9/5/2014, da IL FOGLIO

   “Penso che il rapimento di queste ragazze sarà l’inizio della fine del terrorismo in Nigeria”, ha detto ieri il presidente nigeriano, Goodluck Jonathan, accogliendo e rassicurando i delegati internazionali arrivati ad Abuja per il World Economic Forum, nonostante le violenze.

   Jonathan ci teneva molto all’appuntamento, ha dato ai dipendenti pubblici questi giorni di vacanza per evitare troppo traffico e per garantire la sicurezza almeno ad Abuja. Non può avere problemi, questo evento è il coronamento della Nigeria, diventata prima economia del continente africano.

   Ospite d’onore è il primo ministro cinese, Li Keqiang, e non è un caso: Pechino ha promesso soldati e aiuti contro Boko Haram, ha firmato trattati di cooperazione economico-strategica, ha siglato all’inizio dell’anno un accordo da 10 miliardi di dollari per esplorare le riserve di petrolio e gas nel bacino di Bida.

   Il legame è talmente forte che all’ingresso della CHINATOWN DI LAGOS, la CITTÀ PORTUALE PIÙ POPOLATA DEL PAESE E CON UN QUARTIERE CINESE POPOLATISSIMO, c’è un cartello che dice: “Lunga vita all’amicizia tra Nigeria e Cina” (a Lagos è iniziato un progetto pilota per insegnare il mandarino nelle scuole). I cinesi non si occupano degli affari interni dei paesi in cui investono, ma si sono uniti al coro internazionale contro Boko Haram per evitare che l’instabilità rovini i loro investimenti.

   E’ la preoccupazione di tutti. I DATI DELLA NIGERIA SONO SPETTACOLARI, la sua economia vale 509,9 miliardi di dollari (c’è stata una correzione verso l’alto dell’89 per cento, in una sola notte, per questioni statistiche che vengono comunemente dette “effetto magico”: proiezioni sbagliate poi confrontate con la realtà e corrette) e negli ultimi vent’anni è cambiata radicalmente grazie a due business principali, oltre a quello del PETROLIO (sotto attacco dei pirati del Delta del Niger): LE TELECOMUNICAZIONI E “NOLLYWOOD”, L’INDUSTRIA CINEMATOGRAFICA NIGERIANA SEMPRE PIÙ RICCA (il blockbuster è “One God One Nation”, racconta la storia di un musulmano che vuole sposare una ragazza cristiana).

   GLI INVESTIMENTI DIRETTI SONO CRESCIUTI del 28 per cento l’anno scorso arrivando a 21,3 miliardi di dollari, e il trend di quest’anno sembra positivo. Il pil pro capite era l’anno scorso di 2.688 dollari l’anno, in netto aumento rispetto al 1.437 del 2012, ma ben lontano dal pil pro capite annuo del vicino Sud Africa (7.508 dollari) che pure ha un’economia in termini assoluti più ridotta.

   LA DISEGUAGLIANZA CRESCE: nel 2010 il 61 per cento dei nigeriani ha vissuto con un dollaro al giorno: nel 2004 lo faceva il 52 per cento (e non va dimenticato che anche Boko Haram nasce come un gruppo islamista contro le élite ricche e cristiane del sud).

   E poi c’è LA CORRUZIONE che si mischia con la politica: a febbraio, il presidente ha sospeso dal suo incarico Sanusi Lamido Sanusi, il governatore della Banca centrale, che aveva scritto una lettera al governo, poi trapelata sui giornali, in cui denunciava un giro di corruzione del valore di 20 miliardi di dollari legato alla Nnpc, l’azienda petrolifera di stato.

   Jonathan ha negato ogni cosa, il governatore ha perso il posto. Sanusi era l’artefice della stabilizzazione economica del paese: nel 2009, quando il sistema bancario stava collassando, il governatore ha salvato i correntisti, licenziato i sette manager più importanti del settore, dando un colpo all’establishment che il presidente non gli ha perdonato, pure se la politica economica aggressiva della Banca ha permesso all’inflazione di scendere sotto la soglia del 10 per cento, rafforzando la naira, la valuta locale.

   Anche Ngozi Okonjo-Iweala, la potentissima ministra delle Finanze nominata da Time come una delle persone più influenti del mondo e nota per le sue campagne anticorruzione, ha difeso l’operato del governo.

   Gli investitori si sono spaventati: LA NIGERIA È LA PRIMA ECONOMIA DELL’AFRICA MA PRESENTA MOLTI ELEMENTI DA “FAILED STATE”. E’ anche per questo che ora JONATHAN PUNTA SULLA LOTTA AL TERRORISMO: è l’occasione per dimostrare che la Nigeria è solida davvero, anche se MANCA L’ELETTRICITÀ IN BUONA PARTE DEL PAESE CINQUE GIORNI SU SETTE. (Paola Peduzzi)

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COSA PUÒ FARE L’OCCIDENTE PER SALVARE LA LIBIA

di Karim Mezran, da LIMES, 18/7/2014

– Il fallimento delle elezioni e la persistenza della crisi a Tripoli suggeriscono un nuovo tipo di intervento esterno. Salwa Bugaighis, l’avvocato che difendeva i diritti umani, ultima vittima degli omicidi mirati. –

   Un gruppo armato e mascherato ha attaccato a Bengasi l’abitazione dell’avvocato e attivista politico Salwa Bugaighis, assassinandola e rapendo il marito: era la sera di mercoledì 25 giugno.

   La brutalità, l’efferatezza, l’impunità con la quale è stato condotto il gesto rappresentano purtroppo l’ulteriore evidenza del tracollo nella capacità di assicurare l’ordine pubblico e la convivenza civile in Libia. Quello di Salwa Bugaighis è infatti solo l’ultimo di una lunga catena di omicidi mirati, effettuati contro membri delle forze di sicurezza, giornalisti e attivisti politici.

   La situazione è andata peggiorando negli ultimi 9 mesi. All’aumento e alla recrudescenza degli attacchi terroristici ha fatto sponda il tracollo delle legittime e seppur fragili istituzioni libiche. L’unica reazione da parte delle forze politiche e della comunità internazionale è stata quella di indire nuove elezioni [legislative, tenutesi proprio il 25 giugno, ndr], ponendo ogni speranza di risolvere la crisi in un ipotetico successo della tornata elettorale.

   Oggi è ancora più chiaro quanto futile sia questa speranza. Queste elezioni organizzate in grande fretta, condotte non su liste di partito ma puntando su candidati individuali, dopo una campagna elettorale pressoché inesistente, priva di contenuti e senza alcun progetto politico o programma, non può che dar luogo a un parlamento ancor meno incisivo del precedente. Lo confermano i dati sull’affluenza alle urne da parte della popolazione, bassissimi, con poco meno del 20% degli aventi diritto recatosi a votare, dimostrando senza margine d’errore la grande apatia e il disinteresse di una popolazione stremata dall’azione della criminalità, dalla violenza delle milizie e dai continui disservizi. Infatti non si contano più le interruzioni nella fornitura di elettricità, acqua, benzina e gasolio.

   Queste elezioni non saranno in alcun modo risolutive, non risultando da un accordo su larga scala da parte di tutte le forze legittime libiche.

   Sono semplicemente un tentativo di procrastinare scelte drastiche e forse impopolari. L’elezione di un nuovo parlamento non potrà cambiare la gravità della situazione sul terreno: il predominio delle logiche locali, degli interessi dei clan e dei singoli individui rimangono immutati.

Lo scontro in atto oggi in Libia non è – come spesso erroneamente riportato – quello tra islamisti e non-islamisti, federalisti contro nazionalisti, tribù contro tribù. LA RADICE DELLE VIOLENZE E DELL’INSTABILITÀ DERIVA DALLA DIVERGENTE VISIONE DI CHI LECITAMENTE AMBISCE ALLA PROCLAMAZIONE DI UNO STATO DI DIRITTO (ivi inclusa una costituzione che porti a una pacifica coesistenza pluralista e democratica) E CHI AL CONTRARIO PERSEGUE AMBIZIONI E INTERESSI PERSONALI, che solo la violenza, il disordine e il crimine possono assicurare.

   Non v’è oggi altra soluzione possibile se non quella di ORGANIZZARE UN TAVOLO NEGOZIALE IN SENO ALLE PRINCIPALI FORZE LEGITTIME DEL PAESE – QUELLE ORIENTATE AL PERSEGUIMENTO DI UN OBIETTIVO UNITARIO E DEMOCRATICO PER LA LIBIA. Tramite questo potrà trovarsi l’accordo per la costituzione di un governo di unità nazionale.

   Una prima lista, seppur non esaustiva, degli esponenti sicuramente da includere vedrebbe, oltre ai moderati secolari uniti attorno all’Alleanza delle forze nazionali di Mahmoud Jibril, le forze islamiste moderate facenti capo alla Fratellanza musulmana e a tutti quei gruppi della galassia islamista che hanno dimostrato volontà politica e rigetto dell’uso della forza. Dovrebbero essere ugualmente inclusi i leader delle principali milizie affiliate allo Stato o dipendenti da forze regolari locali – in particolare quelli di Misrata e di Zintan.

   Proprio su questo obiettivo lavorava l’avvocato Salwa Bugaighis, con la sua instancabile opera nella direzione della Commissione preparatoria per il dialogo nazionale, e con ogni probabilità proprio per questo è stata assassinata. LA DOMANDA CHE IN MOLTI ADESSO SI PONGONO È QUINDI QUESTA: POSSONO I LIBICI FARCELA DA SOLI A USCIRE DA QUESTA CRISI?

   Non c’è dubbio che la soluzione va cercata e individuata dai libici. Ma anche oggi, come nel 2011, potrebbe essere risolutivo un aiuto dall’esterno. Allora, l’intervento della Nato per fermare le colonne corazzate del colonnello Gheddafi che marciavano alla volta di Bengasi per schiacciare nel sangue la rivoluzione, fu decisivo e permise il successivo rovesciamento del regime.

   L’Alleanza atlantica giustificò il suo intervento con l’adozione del principio in base al quale la comunità internazionale ha il diritto di intervenire per difendere la popolazione civile minacciata [right to protect, ndr]. Lo stesso principio potrebbe essere invocato anche oggi, sebbene in modi e termini differenti.

   Per intervenire bisogna però comprendere l’urgenza imposta dalla crisi e agire agitando i ben noti carota e bastone, per indurre tutte le forze libiche ad accettare concretamente l’opzione negoziale. La “CAROTA” consiste nel SOSTEGNO ECONOMICO, DIPLOMATICO E POLITICO ALLA RICOSTRUZIONE DEL PAESE, AL SUO SVILUPPO, ALLA QUALITÀ DELLA VITA E AL BENESSERE COLLETTIVO.

   Più difficile è invece definire il “BASTONE“, non essendoci alcun interesse degli attori occidentali a sostenere un intervento armato, da condurre contro le inafferrabili forze antagoniste e antitetiche alla democrazia. Una possibile misura – già adottata con relativo successo in altri casi – potrebbe consistere nell’INDIVIDUARE I SINGOLI LEADER POLITICI, COMANDANTI DI MILIZIA E CAPIBANDA, COLPENDONE GLI INTERESSI CON UN SISTEMA MIRATO DI SANZIONI ECONOMICHE, restrizioni al movimento e altre misure coercitive, cercando di favorirne in tal modo l’adesione al processo negoziale. O, in alternativa, provocarne la marginalizzazione e la riduzione nel ruolo e nella capacità d’azione.

   Resta in ogni caso prioritaria l’esigenza di far comprendere agli attori internazionali come e quanto urgente sia la situazione sotto il profilo della sicurezza, così che intervengano prontamente a sostegno delle forze interessate alla stabilità, per impedire il tracollo della transizione e il precipitare del paese in uno stato di anarchia o, peggio, in una nuova dittatura. (Karim Mezran)

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CONFLITTI IN AFRICA: UN PUNTO SU MALI, SUD SUDAN E NIGERIA

da http://www.bloglobal.net/ 30/5/2014

di Danilo Giordano, Giuseppe Dentice, Maria Serra

   Nate spesso come conflitti locali, etnici-tribali e per l’accesso alle risorse, dalla maggiore o minore intensità e con le evidenti ricadute a livello regionale, LE GUERRE IN AFRICA HANNO NEGLI ULTIMI ANNI ASSUNTO UN CARATTERE SEMPRE PIÙ INTERNAZIONALE a causa del coinvolgimento militare e umanitario di attori esterni, per lo più Paesi occidentali.

   DALL’AFRICA SUB-SAHARIANA FINO AD OLTRE IL CUORE DEL CONTINENTE, SI ESTENDE UN ARCO DI INSTABILITÀ DOVUTO ALLA PRESENZA DI NUMEROSI GRUPPI MILITARI E PARAMILITARI, peraltro sempre più interconnessi con il network terroristico qaedista, che sta imponendo un generale ripensamento delle strategie di mantenimento della pace e della stabilità non solo alle organizzazioni internazionali impegnate nella tutela della sicurezza collettiva ma anche ai singoli Paesi, i quali – anche per la protezione dei propri interessi nazionali – sono indotti ad agire spesso (ma non sempre) di concerto fra loro.

   Anche se in numero minore rispetto al picco raggiunto nel corso degli anni Novanta, sono NUMEROSI I CONFLITTI AFRICANI CHE PROVOCANO OGNI ANNO MIGLIAIA DI MORTI. Si fa pertanto qui di seguito un punto della situazione di tre di queste guerre, che per un verso o per l’altro, stanno impegnando e impegneranno nell’immediato futuro anche i Paesi occidentali.

MALI

A due anni dall’inizio di una guerra civile che sembrava incamminarsi verso una soluzione positiva dopo l’INTERVENTO FRANCESE nel Paese nel GENNAIO 2013, si sono riaccese le tensioni nel nord del Mali.

L’occasione è stata la ripresa degli scontri fra l’esercito regolare di Bamako e i ribelli tuareg del MNLA (Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad) e del MMA (Movimento Arabo dell’Azawad): secondo il Primo Ministro Moussa Mara «l’attacco di Kidal è stata una dichiarazione di guerra».

   L’escalation di SCONTRI TRA ESERCITO E RIBELLI TUAREG, avvenuti tra il 17 e il 21 maggio, ha causato una cinquantina di vittime tra le forze governative. I militari sono stati costretti ad abbandonare le proprie posizioni a Kidal, ricaduta in mano ai gruppi antigovernativi così come la città strategica di Menaka, nella regione di Gao. Secondo Moussa AG Attaher, portavoce di MNLA, i gruppi tuareg controllerebbero anche Aguelhok, Anefis, Tessalit e Anderamboukane, in sostanza l’intero territorio del nord.

   Al momento gli scontri sono stati interrotti in virtù di un accordo di cessate il fuoco, firmato il 23 maggio scorso, mediato dall’Unione Africana. Nel tentativo di riportare la calma nel Paese il Presidente Ibrahim Boubacar Keita è intervenuto in diretta tv con un discorso alla nazione in cui richiamava l’unità maliana e delineava una doppia strategia nella quale parallelamente alla prosecuzione di negoziati ufficiali con i separatisti del nord si sarebbe perseguito un piano di securitizzazione del territorio e di lotta ai terroristi.

   Secondo il Premier l’attacco nel nord è solo l’ennesima provocazione dei gruppi armati tuareg e di altri movimenti jihadisti più o meno legati al-Qaeda come HCUA (Alto consiglio per l’unicità dell’Azawad), al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM), Ansar al-Dine e MUJAO (Movimento per l’Unicità e il Jihad in Africa Occidentale).

   Le milizie qaediste e i gruppi tuareg – quest’ultimi ufficialmente impegnati nei negoziati di pace col governo centrale a Ouagadougou, in Burkina Faso – controllano di fatto ancora tutto il territorio settentrionale contando anche sugli scarsi controlli lungo i confini dei Paesi vicini (Mauritania, Algeria e Niger, soprattutto) per lanciare attacchi e azioni destabilizzanti contro le forze militari franco-africane impegnate nella messa in sicurezza del territorio.

   A seguito dei fatti di sangue di Kidal si è dimesso il Ministro della Difesa del Mali, Soumeilou Boubeye Maiga: al suo posto, riferisce l’agenzia di stampa DPA, è stato nominato l’ex Comandante dell’Aerounautica, Mba Dao.

   La RIPRESA DELLE VIOLENZE NEL NORD DEL MALI rappresenta un campanello d’allarme anche per la Francia che per prima si era mossa all’interno di questa crisi africana attraverso l’Operazione Serval, intervento coadiuvato dalla MINUSMA, la task force delle Nazioni Unite per la stabilizzazione del Paese.

   Se da un lato si fanno sempre più incessanti le proteste della società civile maliana, scesa in piazza il 21 maggio scandendo slogan anti-francesi, dall’altro Parigi nel ribadire il proprio impegno militare deve far fronte alla regionalizzazione della questione e alle implicazioni della lotta al terrorismo su scala regionale.

   Infatti al fine di meglio contrastare i fenomeni terroristici di stampo jihadista, il Colonnello Bertrand Lavaux, a capo del quartier generale dell’Operazione Serval a Gao, nel nord-est del Mali, ha spiegato che «il comando verrà trasferito da Bamako a N’Djamena, in Ciad» facendo diventare la presenza militare francese un presidio permanente nella lotta al terrorismo: 3.000 uomini, soprattutto forze speciali e Legione Straniera, droni, elicotteri saranno impegnati insieme ai droni e ai soldati statunitensi, dislocati tra Ciad, Burkina Faso e Niger, a sorvegliare e a sventare l’insorgere di nuovi focolai qaedisti nonché di arrestare e, possibilmente, sconfiggere gli insorti.

   Intanto anche gli Stati Uniti hanno chiesto attraverso Jen Psaki, portavoce del Dipartimento di Stato, «l’immediato rilascio di tutti gli ostaggi» e hanno invitato «le parti a evitare violenze o qualsiasi azione che possa mettere a rischio i civili». Come sottolineato da Washington, la perdita del cosiddetto Azawad aprirebbe il rischio concreto di favorire l’insorgere di un arco di instabilità che si estende con continuità territoriale dal Maghreb al Golfo di Guinea.

SUD SUDAN

L’ultimo nato della scena internazionale sta affrontando da lungo tempo una difficile situazione di instabilità interna. Se all’indomani del referendum che nel gennaio del 2011 ha sancito l’indipendenza di Juba da Khartoum il principale problema dei nuovi governanti è stato quello di ristabilire rapporti durevoli e pacifici con il Sudan, sullo sfondo è rimasto intatto il contestato nodo del petrolio quasi totalmente situato nei territori sud sudanesi della regione di Abyei ma inutilizzabile se non attraverso le infrastrutture di proprietà del governo sudanese.

   DA DIVERSI MESI A QUESTA PARTE LE SFIDE ALLA STABILITÀ E ALL’ORDINE PROVENGONO DALL’INTERNO: le minacce maggiori provengono da una LOTTA DI POTERE A CARATTERE ETNICO tutta interna al SPLA (Sudan People Liberation Army) – il partito/movimento che ha condotto la lotta per l’indipendenza del Sud Sudan –, tra l’attuale Presidente Salva Kiir (di ETNIA DINKA) e il suo ex numero 2 Riek Machar (appartenente ai NUER).

   La prima singolarità sta proprio nell’ingombrante presenza di quest’ultimo, il quale è stato dimesso dalla sua carica di vice Presidente da Salva Kiir dopo aver dichiarato che avrebbe partecipato alle elezioni presidenziali del prossimo 2015.

   Da quel momento in avanti le divergenze tra i due, senza escludere le accuse di corruzione rivolte dall’establishment del SPLA al Presidente Kiir, sono diventate sempre più marcate, sino a sfociare, la notte del 15 dicembre 2013, nell’annuncio in diretta televisiva di un tentato golpe compiuto dalle forze fedeli a Machar.

   La dinamica di quanto avvenuto quella sera non è molto chiara, ma il presunto colpo di Stato sarebbe stato scatenato dalla volontà di Kiir di isolare Machar e la sua tribù di appartenenza dalla vita politica nazionale. Il maldestro tentativo di discredito ha scatenato una serie di scaramucce che si sono trasformate in un rincorrersi continuo di regolamenti di conti, esecuzioni sommarie, omicidi mirati e massacri indiscriminati: la notizia dei disordini si è diffusa a macchia d’olio in tutto il Sud Sudan e i vecchi rancori tra le due principali comunità sono esplosi, non soltanto nella capitale Juba, ma anche alla periferia del Paese, soprattutto laddove, durante i lunghi anni di guerra civile, si erano già verificati scontri tra le varie componenti dell’SPLA.

   QUELLO CHE AVVIENE IN SUD SUDAN È QUINDI UNO SCONTRO DI POTERE INTERNO AL PARTITO-NAZIONE ma risulta facile a Kiir e Machar cercare di polarizzare il consenso attorno alle proprie figure, facendo appello alle rispettive famiglie etniche: lo stesso Kiir, ad esempio, il 24 aprile, ha sollevato dall’incarico il Capo di Stato Maggiore dell’esercito, Generale James Hoth Mai, e il Capo dell’intelligence militare, Generale maggiore Mac Paul Kuol, rei di appartenere ai nuer, sostituendoli con due suoi fedelissimi appartenenti alla sua stessa etnia.

   Dal punto di vista militare le schermaglie tra le due fazioni si sono concentrate soprattutto attorno alla città di Malakal, capitale dell’Upper Nile, e Bentiu, capitale dell’Unity, entrambi Stati ricchi di petrolio che durante questi cinque mesi di conflitto sono passati di mano diverse volte: a Bor, capitale del Jonglei, la popolazione locale dinka ha preso d’assalto la base dell’ONU, in cui si erano rifugiate circa 5.000 persone nuer, causandone la morte di almeno 60.

   Dal punto di vista umanitario la giovane nazione sud sudanese è in una situazione catastrofica: secondo l’ONU LE VIOLENZE HANNO PORTATO ALLA FUGA DI PIÙ DI 1,3 MILIONI DI PERSONE, mentre oltre metà della popolazione necessiterebbe di assistenza umanitaria.

   Ad oggi, dopo cinque mesi di conflitto, sono stati siglati due accordi di pace, ma entrambi sono stati sconfessati nel giro di poche ore. L’ultimo accordo è stato firmato il 9 maggio scorso, nella sede negoziale dell’Intergovernmental Authority on Development (IGAD) ad Addis Abeba: Salva Kiir e Rieck Machar sembravano aver trovato un’intesa risolutiva alla crisi ma nuovamente si è tramutato il tutto in un nulla di fatto.

   Firmato sotto la forte pressione della comunità internazionale – che nel frattempo aveva cominciato ad attuare provvedimenti sanzionatori nei confronti di alcuni dei responsabili degli episodi più sanguinosi del conflitto e aveva minacciato di toccare gli interessi di entrambi i contendenti –, il documento prevedeva un’attuazione immediata di un cessate il fuoco, la collaborazione con l’ONU per portare aiuto alla popolazione civile, la formazione di un governo transitorio di unità nazionale e, infine, l’inclusione nei negoziati di pace di tutti gli attori sud sudanesi interessati (e dunque non le sole parti in conflitto).

   Ma l’accordo è nato già menomato perché avrebbe dovuto essere negoziato dai due leader in un confronto diretto e, invece, è stato discusso separatamente dai mediatori con i due interessati, così come separatamente sarebbero state apposte le firme.

   Il futuro del Paese africano sembra tutt’altro che deciso: mentre ulteriori passi per gli accordi di pace vengono bloccati a causa del rifiuto della delegazione governativa di accettare la ritirata delle truppe straniere sul proprio territorio, Kiir ha già annunciato che le elezioni presidenziali previste per il 2015 saranno spostate al 2017 o 2018.

NIGERIA

La Nigeria del Presidente GOODLUCK JONATHAN si trova dinanzi ad un bivio fondamentale della propria storia: da un lato rischia di diventare, un po’ a sorpresa, il punto di riferimento del continente africano dal punto di vista politico, dall’altro di ritrovarsi invischiata nell’ennesimo conflitto a carattere religioso/settario che ha già colpito altri Stati africani.

   Un importante passo in avanti è stato compiuto il 6 aprile scorso quando la Nigeria è diventata, ufficialmente, la più grande economia dell’Africa: lo ha annunciato Yemi Kalele, Capo dell’Ufficio Nazionale di Statistica, specificando che adesso il PIL nigeriano è pari a circa 510 miliardi di dollari, contro i 370 miliardi di dollari del Sudafrica.

   Nonostante l’economia nigeriana sia cresciuta al ritmo del 7% annuo durante la scorsa decade, questo impressionante balzo in avanti è frutto, soprattutto, di un aggiornamento delle modalità di calcolo: adesso il PIL include settori mai inseriti nel conteggio, come le telecomunicazioni, l’information technology, la musica, le vendite online, l’industria cinematografica.

   Ciononostante IL PAESE RIMANE SEGNATO DALL’INSICUREZZA E DALLA PAURA DI NUOVI ATTACCHI TERRORISTICI DA PARTE DI BOKO HARAM, il gruppo estremista islamico, guidato da Abubakar Shekau, che ha come obiettivo quello di distruggere tutto ciò che rappresenta “la modernità e il mondo occidentale”, e che agisce, in particolare, nelle regioni settentrionali della Nigeria.

   Il precipitare della situazione ha costretto il governo federale a decretare dal maggio 2013 lo stato di emergenza in tre Stati del nord-est (Borno, Yobe ed Adamawa). Dall’inizio dell’anno sembra che Boko Haram abbia compiuto enormi progressi dal punto di vista strategico, poiché i suoi attacchi si succedono ad una velocità incredibile e con una sempre maggiore capacità di fuoco.

   Il gruppo fondamentalista, inoltre, sembra aver esteso il campo dei suoi nemici, dato che ha sempre dichiarato di voler istituire un califfato islamico nel nord-est della Nigeria, mentre i feroci attacchi degli ultimi mesi sono stati diretti indiscriminatamente anche contro i musulmani.

   L’avvenimento che ha calamitato più di tutti l’attenzione è stato il RAPIMENTO DI OLTRE 276 STUDENTESSE, AVVENUTO LA NOTTE TRA IL 14 ED IL 15 APRILE A CHIBOK NELLO STATO DI BORNO. Nonostante l’opinione pubblica mondiale si sia sollevata e abbia sollecitato in tutti i modi la liberazione delle giovani studentesse, le autorità di Abuja non sono state ancora in grado di ritrovarle nonostante da alcuni giorni circolino indiscrezioni di stampa circa la possibilità che la gran parte di loro sia stata portata all’estero (Ciad e Camerun), mentre le più grandi sarebbero state date in sposa ai loro rapitori.

   Sebbene il governo nigeriano continui a dichiarare che sta vincendo la guerra contro i terroristi, che in poco tempo Boko Haram sarà sconfitto e che il nord del Paese sarà definitivamente pacificato, il Presidente Jonathan sembra più interessato a varare leggi draconiane contro gli omosessuali e a dividere, con gli altri membri della famiglia, le ricchezze del Paese.

   Intanto il governo degli Stati Uniti, attraverso la portavoce del Dipartimento di Stato, Marie Harf, ha reso noto di aver contattato la controparte nigeriana per offrire il proprio aiuto nella ricerca delle ragazze scomparse: l’azione statunitense dovrebbe concretizzarsi nell’invio di militari e di droni di sorveglianza che partirebbero dal Niger e dal Ciad, dove sono giunte 86 militari del gruppo dei marines incaricati di fornire supporto alle truppe del Paese africano.

   In realtà l’assistenza USA alla Nigeria, soprattutto in termini di sicurezza e di counterterrorism, va avanti da alcuni anni ma solo dal 2012 Washington porta avanti un programma incentrato sull’addestramento e la formazione dei militari nigeriani per prevenire gli attacchi da parte dei terroristi.

   Nel frattempo i Presidenti di Nigeria, Ciad, Camerun, Niger, Mali e Benin si sono incontrati il 17 maggio scorso a Parigi, sotto la supervisione di François Hollande: proprio il leader francese ha evocato la costituzione di un piano globale-regionale a medio-lungo termine per l’eliminazione definitiva della minaccia costituita da Boko Haram.

   Questo summit rappresenta un’importante presa di coscienza da parte della comunità internazionale, sempre molto restia ad intervenire in contesti poco conosciuti. La riuscita di questa operazione non rappresenterebbe la fine dei problemi del gigante sub-sahariano: nel Paese agiscono ancora gli attivisti del MEND (Movement for the Emancipation of the Niger Delta) che si oppongono allo sfruttamento delle risorse petrolifere da parte delle multinazionali straniere, mentre sono numerose le controversie tra le diverse etnie che spesso sfociano in piccole guerre locali. (Danilo Giordano, Giuseppe Dentice, Maria Serra)

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EBOLA IN AFRICA OCCIDENTALE. GIOVANNI REZZA: “EPIDEMIA SENZA PRECEDENTI. IN ITALIA MENO RISCHI, NON CI SONO VOLI DIRETTI”

Pubblicato: 30/07/2014 SU http://www.huffingtonpost.it/ di Giulia Berardelli

   L’epidemia di ebola che ha investito l’Africa occidentale è “senza precedenti, assolutamente fuori controllo e la situazione può solo peggiorare”, con il “rischio reale” che vengano colpiti “altri Paesi”. È pesantissimo l’allarme lanciato dal direttore delle operazioni di Medici Senza Frontiere, Bart Janssens, in un’intervista al quotidiano La Libre Belgique. Da marzo a oggi oltre 1.200 casi registrati e almeno 672 morti, un bilancio che fa paura anche alle istituzioni europee. Per capire quali sono i reali rischi abbiamo intervistato Giovanni Rezza, direttore del Dipartimento di Malattie Infettive dell’Istituto Superiore di Sanità. Secondo il quale la situazione “è molto grave”, anche se in Italia il rischio di un contagio è estremamente basso, non avendo voli diretti da e per i paesi più colpiti.

Professor Rezza, si parla dell’epidemia di ebola in corso in Africa occidentale come di un’epidemia senza precedenti. In una nota la Commissione europea l’ha definita “la più grave di sempre”. Ci può spiegare perché?

In effetti sì, si tratta dell’epidemia di ebola più grave in assoluto, e per almeno tre ragioni. Innanzitutto è la prima volta che il virus si diffonde così tanto in Africa occidentale. Di solito l’ebola colpisce nell’Africa centro-orientale, con epidemie limitate a singoli paesi (come ad esempio il Sudan o l’Uganda). Qui invece parliamo dell’Africa occidentale, una zona del mondo che è nuova a questa particolare emergenza.

Secondo motivo: questa epidemia ha già preso tre paesi – Sierra Leone, Guinea e Liberia – e ora rischia di diffondersi ad altri paesi limitrofi (nei giorni scorsi si è registrato il primo caso mortale in Nigeria, ndr).

Terzo motivo: l’epidemia sembra particolarmente difficile da tenere sotto controllo. Solitamente è abbastanza facile isolare i malati e bloccare così il contagio, dal momento in cui si tratta di una malattia devastante, con sintomi molto evidenti. Stavolta, però, il virus si è esteso su un’area molto ampia, che copre almeno tre paesi. Un’area percorsa da guerre tribali, dove è difficile avere un coordinamento anche solo a livello sanitario. Il problema non sono le grandi città, dove è più semplice isolare i malati, ma i piccoli centri, le zone periferiche… Qui, in molti casi, vigono ancora credenze popolari in base a cui si tende a nascondere i malati, a tenerli dentro casa. E il personale medico non è formato adeguatamente, per cui rischia a sua volta di infettarsi.

Quanto è alto il rischio di una diffusione più ampia? E quali sono i rischi per l’Europa in generale e per l’Italia in particolare?

Trattandosi di una malattia dai sintomi evidenti, in teoria quando un malato arriva in una grande città dovrebbero scattare immediatamente le procedure di isolamento, riducendo così al minimo il rischio di contagio. Ricordiamo che il contagio avviene solo per contatto diretto con i fluidi corporei, quindi una volta isolato il paziente e rispettate le adeguate cautele è abbastanza facile contenere il virus. La diffusione nelle città è quindi improbabile, e di conseguenza è difficile che la malattia arrivi in Europa. Di certo, però, non si può escludere che qualcuno che ha già contratto il virus prenda un volo e sbarchi nel Regno Unito piuttosto che in Francia… Per questo il livello di guardia deve essere molto alto.

E cosa mi dice sui rischi per l’Italia?

L’Italia non ha voli diretti da e per i paesi colpiti, quindi i rischi per il nostro paese sono inferiori rispetto a quelli del Regno Unito, che ha rapporti molto più stretti con la Liberia, e della Francia, storicamente legata alla Guinea. Questo ci mette in una posizione relativamente più protetta. Resta il fatto che se un paziente viene da me, dopo aver viaggiato in quelle zone, lamentando una febbre molto alta, io lo tratto come se fosse ebola, anche se molto probabilmente si tratta di malaria. Insomma, di fronte a situazioni anche minimamente ‘sospette’ è bene partire prendendo in considerazione lo scenario peggiore.

Ieri il ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha detto all’HuffPost che l’Italia non ha nulla da temere perché “il livello di allerta è già alto fin dal principio dell’epidemia”. Pensa sia il caso di adottare misure straordinarie o possiamo stare davvero tranquilli?

Direi che possiamo stare sereni. Il rischio di una diffusione è estremamente basso, e poi da quelle zone si viaggia poco. In ogni caso i nostri ospedali di malattie infettive sono ben attrezzati, sono stati quasi tutti ristrutturati e sono in grado di assicurare tutte le misure di isolamento necessarie.

Concludiamo con qualche informazione pratica. Quali sono i sintomi? Quale la terapia?

I sintomi iniziali sono febbrone, grande spossatezza e dolori vari; dopo qualche giorno compaiono i sintomi emorragici, e quindi perdite di sangue dal naso, dalle gengive, dalle orecchie, dagli orifizi. Una terapia apposita non c’è, si può intervenire solo con una terapia sintomatica di supporto. Purtroppo, come ho già detto, si tratta di una malattia devastante.

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EBOLA, ALLARME DI MEDICI SENZA FRONTIERE: “EPIDEMIA RISCHIA DI COLPIRE ALTRI PAESI”

da “la Repubblica” del 30/7/2014

– Si allarga la diffusione del virus in Africa Occidentale. Il direttore delle operazioni di Msf, Bart Janssens: “Diffusione senza precedenti, assolutamente fuori controllo”. Ma la Ue minimizza: “Improbabili contagi in Europa” –

BRUXELLES – Si sta diffondendo con una rapidità e un’estensione senza precedenti e rischia di coinvolgere altri Paesi. L’epidemia di ebola che si è diffusa in Africa Occidentale si aggrava sempre di più, tanto da spingere il direttore delle operazioni di Medici senza frontiere, Bart Janssens, a lanciare, in un’intervista rilasciata a Libre belgique, un avvertimento: “Questa epidemia è senza precedenti, assolutamente fuori controllo e la situazione non fa che peggiorare, per cui si sta nuovamente estendendo, soprattutto in Liberia e Sierra Leone, con focolai molto importanti”, ha detto. “Se la situazione non migliora abbastanza rapidamente, c’è il rischio reale di vedere nuovi Paesi colpiti”, ha ammonito, spiegando che il rischio di contagio non si può escludere, anche se è difficile da prevedere l’entità, perché un’epidemia di questo tipo non si è mai vista.

BILANCIO PREOCCUPANTE. I dati relativi al virus non lasciano certo tranquilli: al momento i casi accertati sono almeno 1.201, con 672 decessi dall’inizio dell’anno in Guinea, Liberia e Sierra Leone. E ieri è deceduto il medico “eroe” della lotta al virus, il dottor Omar Khan. Il Servizio sanitario del Regno Unito raccomanda ai medici di prestare particolare attenzione a chiunque lamenti strani sintomi dopo aver viaggiato nell’Africa Occidentale. L’allarme si è diffuso dopo la morte, avvenuta venerdì scorso, di Patrick Sawyer, consulente finanziario per il ministero dell’Economia liberiano stroncato dall’ebola. L’uomo, la cui sorella è deceduta recentemente per lo stesso virus, si era imbarcato in Liberia, aveva fatto uno scalo in Ghana, aveva cambiato aereo in Togo e infine era arrivato in Nigeria. La sua storia ha fatto alzare il livello di guardia. Intanto un medico americano, Kent Brantly, si è ammalato in Liberia, dove si trovava per curare i malati di ebola e si trova in condizioni critiche. Notizie che hanno fatto scattare una serie di controlli anche negli Stati Uniti, soprattutto con controlli sui voli.

PRECAUZIONI. La preoccupazione per la diffusione del virus ha spinto il governo della Sierra Leone ad adottare misure per limitare il contagio: chiusi teatri, cinema e bar e rinviati a fine agosto gli esami pubblici di terza media previsti a luglio. “La tensione comincia a sentirsi anche qui a Freetown”, ha raccontato Nicola Orsini, da anni impegnato in Sierra Leone per la Ong italiana Fondazione Avsi, sull’epidemia di ebola che ha raggiunto la capitale dopo che sembrava che i contagi fossero circoscritti alle regioni orientali di Kenema e Kailahun.

   Da giugno il governo e la società civile hanno rafforzato le misure di prevenzione per fermare il contagio: oltre ai checkpoint per circoscrivere l’epidemia, i centri sanitari dedicati, sono i luoghi pubblici a essere stati oggetto delle misure precauzionali più severe. Nei supermercati i gestori invitano tutti i clienti a lavarsi le mani con acqua e cloro, l’unica sostanza in grado di uccidere il virus, messa a disposizione agli ingressi.

   Nelle chiese, durante le messe, sempre affollate in un paese con il 15% della popolazione cristiana, non ci si stringe più la mano: lo scambio di pace è stato sostituito da un inchino con la mano destra sul cuore, e il sacerdote dà l’eucarestia nelle mani e non più direttamente in bocca. Abitudini costrette a cambiare, segnali piccoli, ma che amplificano il senso di paura tra la popolazione.    In Sierra Leone rimane però la diffidenza della popolazione a farsi curare dai centri nazionali, riporta l’ong Avsi. Sono ancora in molti a evitare di prendere contatto con i medici in caso di sintomi della malattia, a fuggire dagli ospedali non appena la diagnosi è confermata, a nascondere le persone infette nelle case e nei villaggi, aumentando così il rischio di contagio e la diffusione della malattia. Inoltre, nella mentalità delle popolazioni rurali gli ospedali sono spesso percepiti come luoghi di morte e non di cura e dunque si preferisce far curare i propri cari dallo “stregone” locale.

   È forse a partire da queste credenze che in alcune aree si è diffusa la voce che addirittura l’ebola non esista e che sia solo un’invenzione del governo per far fuori oppositori politici e per attrarre i finanziamenti internazionali. UE: “BASSO RISCHIO PER L’EUROPA”. L’Unione Europea è attrezzata per diagnosticare e curare i pazienti contagiati dal virus dell’ebola, ma la probabilità che l’epidemia che ha colpito l’africa occidentale arrivi negli stati membri è “minima”. Lo ha assicurato una fonte di Bruxelles. “Non si può escludere la possibilità che arrivi in Europa, ma l’Ue ha i mezzi per diagnosticare e contenere l’epidemia rapidamente”, ha affermato questa fonte a Bruxelles. “Un caso sospetto è stato segnalato a Valencia, in Spagna. In realtà si è rivelato negativo, ma il sistema ha funzionato. Il paziente è stato isolato e il laboratorio ha fornito rapidamente i risultati”, ha spiegato. L’Ue si è dotata di una rete di allerta e tutti gli stati hanno infrastutture specializzate per curare queste patologie. L’ITALIA. Per quanto riguarda il rischio che alcuni malati possano arrivare in Italia, il direttore del Dipartimento malattie infettive, Gianni Rezza, dell’Istituto superiore di sanità rassicura: “Il virus ha delle modalità di diffusione molto particolari. Per infettarsi occorre entrare a contatto diretto coi fluidi di una persona malata.

   Le persone che hanno contratto il virus e che però non sono ancora malate, i portatori sani, non possono trasmettere l’infezione. Questi fattori fanno di Ebola un virus pericoloso per l’elevata mortalità, ma non così facilmente trasmissibile come per esempio il virus dell’influenza. Il nostro paese non ha voli diretti con quelle zone e dunque è davvero difficile che qualche pazienti arrivi fino a noi”. Anche da mare attraverso i flussi migratori “appare molto difficile che arrivino dei casi di persone infette. “Si tratta di viaggi molto lunghi durante i quali un eventuale malato avrebbe tutto il tempo di sviluppare la malattia prima di arrivare in Italia”.

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9 agosto 2014 – dal CUAMM Padova (“Medici con l’Africa”

http://www.mediciconlafrica.org/ )

Carissimi tutti,

pensiamo doveroso portarvi un aggiornamento sulla situazione in Sierra Leone, come si ricava dalle dirette testimonianze dei nostri sul campo nel distretto di Pujehun. Sono Clara, Paolo e Stefania sua moglie, Chiara, Tito e Annunziata sua moglie, Alessandro, Angela e Giovanni che li ha raggiunti dalla sede per sostenere il team in questo momento di massima allerta. I nostri sono partiti per vaccinare, misurare altezze e pesare, formare, assistere e curare mamme e bambini, fuori e dentro l’ospedale, come facciamo di solito. È gente normale che si proponeva di condividere un po’ della propria umanità e competenza. E poi si sono ritrovati senza volerlo in mezzo alla bufera dell’Ebola! Non hanno scelto di esserci ma adesso che sono lì decidono di restare e, insieme ai locali, affrontano e combattono questa “maledizione”. Ci sono mascherine, guanti, occhiali protettivi, materiale pulito, disinfettante e altro ancora in ogni angolo. Lo staff locale e quello volontario fa ogni giorno gli straordinari, tutti sono attenti e scrupolosi, il clima è sereno e collaborativo anche se la preoccupazione è palpabile! Vi lasciamo alle loro parole:

don Dante

“Se una persona adesso arrivasse a Pujehun, ancora vedrebbe una tranquillità apparente. La gente è in attesa. Tutti si guardano tra loro, in silenzio, e aspettano. Pujehun ha visto l’inizio dell’epidemia da un mese, quindi siamo nella fase in cui potrebbe scoppiare da un momento all’altro o potrebbe esaurirsi. Ma temo sia più probabile la prima ipotesi. Ci spinge un discorso affettivo, perché con il personale qui abbiamo un forte rapporto di collaborazione e amicizia che si è creato e solidificato nel tempo, per cui sappiamo che lasciarli qui da soli per loro sarebbe tremendo. Aleggia una depressione generalizzata indescrivibile. Se andiamo via anche noi, si sentono proprio abbandonati. Tutti noi abbiamo ben presente la nostra responsabilità. Stiamo cercando di prendere tutte le precauzioni possibili per noi e per loro. A Kenema sono morti 20 operatori sanitari che lavoravano nelle tende, dentro al centro. 20 sono tanti… Con loro è morto anche il dottor Khan, che era il direttore del centro, e per loro è stato un colpo di portata incommensurabile. Sabato siamo andati a Zumi, un piccolo centro rurale dove ci sono state 4 persone decedute sicuramente per ebola, ma essendo morte non sono stati effettuati i prelievi. Si aggiungono ai probabili casi quindi, ma sono quasi sicuri. Siamo andati lì per sensibilizzare la popolazione per cercare di evitare che la gente si nasconda. Hanno paura dell’arrivo delle autorità locali, temono di essere prelevati e di essere internati in centro di isolamento. Quindi siamo andati lì e abbiamo organizzato una riunione con la popolazione. Si percepivano il terrore, la paura, ma pian piano siamo riusciti a far capire loro l’importanza del controllo, che la popolazione deve controllarsi reciprocamente, per proteggersi. È stato molto difficile, la gente era timorosa ma cominciavano a capire l’importanza della tutela e di come salvarsi. Qui basta che entri qualcuno che è malato e il contagio è pressoché immediato”. Clara Frasson, capo progetto, 7 agosto 2014

“L’epidemia sta peggiorando. Tutti i distretti, inclusa Freetown hanno casi sospetti e morti certificate di Ebola. L’ultimo bollettino di ieri del MOH riporta un totale di 213 morti su un totale di 613 casi confermati. Dati che sembrano non corrispondere alla realtà che c’è sul campo. Ieri assieme dal DMO di Pujehun, dr. David Bome, Clara e Paolo, abbiamo visitato l’ospedale di Kenema. Il DMO del posto, dr. Vandi, vecchia conoscenza del Cuamm, ci ha dipinto un quadro pesante, a tratti fosco. Cadaveri di persone vengono trovati lungo le strade e le piazze. Alcuni di questi sono risultati positivi al test della saliva per Ebola. Si tratta di persone o abbandonate dalla famiglie o scappate dalla famiglie. Nonostante una capacità di 50 letti, il reparto di pazienti affetti da Ebola non riesce a far fronte ai nuovi casi. Ci sono stati 81 decessi, mentre solo ieri mattina  si sono registrati 17 nuovi casi risultati positivi al test Elisa o al test PCR. I pazienti saranno trasferiti in un reparto più spazioso, mentre al di fuori della città sono iniziati i lavori per la costruzione di un centro di trattamento dell’Ebola. Una decina di esperti OMS fornisce supporto clinico, formativo, laboratoristico e epidemiologico. Le vie di trasmissione fuori controllo sono le stesse di sempre: quella comunitaria e quella ospedaliera. Gli effetti sono quelli già visti in contesti simili: diminuisce drasticamente l’utilizzazione dei servizi sanitari, dalle vaccinazioni ai parti assisti (una regressione del sistema sanitario!) e si moltiplicano le manifestazioni di rabbia e rigetto con gli operatori sanitari, rei di ” avvelenare ” i pazienti. C’è un grande lavoro da fare per coinvolgere la comunità attraverso l’informazione e la partecipazione attiva e responsabile di tutti. A Pujehun finora ci sono stati 2 morti per Ebola ricoverati presso l’unità di isolamento e 4 morti probabili avvenute a Zimmi, una località distante circa 4-5 ore dal capoluogo. Forse per la sua posizione geografica il distretto di Pujehun risulta meno colpito di altri. Forse… Importante e apprezzato il lavoro realizzato da Clara e dal team con il DMO per l’allestimento della tenda. IL DMO e il MS hanno molta fiducia nel Cuamm  e ci coinvolgono in molte decisioni. Sono fragili ma aperti alla collaborazione. I problemi più urgenti sono: completare isolamento dei pazienti sospetti di Ebola secondo le procedure richieste, garantire il massimo della protezione al personale (tutto, il nostro e quello locale) secondo i livelli di rischio, formare e motivare il personale locale, sostenere il distretto nel case finding e nel case tracing nel territorio. Con tutte le cautele e le apprensioni del caso, non dobbiamo mollare la presa. Bisogna dare tutti i sostegni necessari da Padova. Per oggi è tutto”. Giovanni Putoto, responsabile programmazione, 7 agosto 2014

Condividiamo come in famiglia, gioie e dolore del nostro servizio in Africa. Stiamo continuamente monitorando la situazione e il suo evolversi, pronti a ridefinire anche la nostra presenza, per proteggere anche i nostri operatori. Facciamo davvero tutto il possibile per sostenere questo impegno, accompagnandoli con il nostro aiuto e anche, con una preghiera, un abbraccio e un saluto a tutti voi.

Don Dante Carraro

Direttore Medici con l’Africa Cuamm …

Come possiamo aiutare:

Con 10 euro assicuri materiale informativo e di sensibilizzazione alla popolazione locale Con 20 euro garantisci il trasferimento del paziente sospetto dalle unità periferiche all’ospedale Con 30 euro copri i costi di analisi e test di controllo Con 100 euro assicuri i kit completi di protezione individuale: guanti, occhiali, camice, maschera, copri scarpe o stivali, copricapo Causale Emergenza Ebola c/c postale 17101353 intestato a Medici con l’Africa Cuamm IBAN: IT 91H0501812101000000 107890 per bonifico bancario presso Banca Popolare Etica, PD

mediciconlafrica.org

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