CURDI DELL’IRAQ che combattono per fermare l’ISIS: per se stessi, per il Medio Oriente, per l’Occidente – L’avanzata dell’Isis, tra PULIZIE ETNICHE (il popolo del nord Iraq degli YAZIDI) e la nuova FISIONOMIA GEOGRAFICA MEDIORIENTALE – L’OCCIDENTE chiamato ad aderire a UNA GUERRA NECESSARIA

DONNE CURDE PESHMERGA - Una leggenda dice che ogni famiglia curda ha un PESHMERGA che lo protegge. Cioè UN SOLDATO, anzi UN GUERRIERO che arriva fino “AL FRONTE DELLA MORTE”, traduzione di Peshmerga. Le origini di questo gruppo di combattenti risalgono alla fine dell’ottocento quando con l’impero ottomano in via di disgregazione, i Peshmerga lottarono per RICOSTRUIRE LO STATO CURDO che era stato distrutto. -  Oggi si calcola che siano circa 200 MILA, addestratissimi, preparatissimi e molto ben armati visto che ricevono rifornimenti da Stati Uniti, Francia, Germania e Russia. TRA I PESHMERGA CI SONO ANCHE BATTAGLIONI DI DONNE. (da http://iljournal.today/, 11/8/2014)
DONNE CURDE PESHMERGA – Una leggenda dice che ogni famiglia curda ha un PESHMERGA che lo protegge. Cioè UN SOLDATO, anzi UN GUERRIERO che arriva fino “AL FRONTE DELLA MORTE”, traduzione di Peshmerga. Le origini di questo gruppo di combattenti risalgono alla fine dell’ottocento quando con l’impero ottomano in via di disgregazione, i Peshmerga lottarono per RICOSTRUIRE LO STATO CURDO che era stato distrutto. – Oggi si calcola che siano circa 200 MILA, addestratissimi, preparatissimi e molto ben armati visto che ricevono rifornimenti da Stati Uniti, Francia, Germania e Russia. TRA I PESHMERGA CI SONO ANCHE BATTAGLIONI DI DONNE. (da http://iljournal.today/, 11/8/2014)

   Ormai il Califfato dell’ISIS (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante) è “uno Stato” vero e proprio, un’entità territoriale organizzata che controlla un’armata super equipaggiata: le armi migliori sono state sottratte al demotivato esercito iracheno (e sono tutte americane di ultima tecnologia); c’è il probabile appoggio dell’Arabia Saudita (che addestra alle armi gli adepti dell’Isis); e arrivano adepti da tutte le parti del globo (ceceni, libici, afgani, cinesi, ma anche olandesi, francesi, inglesi). E così le truppe dell’ISIS si ingrossano sempre di più: oltre ai jihadisti fanatici arrivati dall’estero c’è anche la guerriglia sunnita locale.

15/8/2014: "Nessun piano di evacuazione sul monte Sinjar. L'assedio alla minoranza yazida minacciata dai jihadisti dell'Isis è stata rotta". Lo ha detto il presidente Obama, che ha assicurato che "la situazione è migliorata" ma che continueranno i raid  (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)
15/8/2014: “Nessun piano di evacuazione sul MONTE SINIAR (la parte in verde sulla mappa). L’assedio alla minoranza yazida minacciata dai jihadisti dell’Isis è stata rotta”. Lo ha detto il presidente Obama, che ha assicurato che “la situazione è migliorata” ma che continueranno i raid

   Va detto che il fatto che un gruppo ultra-estremista (osteggiato per la sua violenza perfino da Al Qaeda) riesca a avanzare continuamente (perpetrando violenze pazzesche) e si stia formando come “stato” nei territori conquistati, non è un caso, ma ha precise ragioni: 1) oltre alle armi pesanti prima dette, ci sono le ingenti risorse economiche ottenute conquistando città importanti dell’Iraq (come Mosul, centro petrolifero e bacino idroelettrico con una grande diga); 2) Il fatto di potersi muoversi tra due stati ora nel totale caos (Siria e Iraq), spostandosi di qua e di là liberamente dal confine oramai inesistente; 3) come prima detto il sostegno dell’Arabia Saudita, che “gioca” su questo caos in Medio Oriente per accrescere una propria leadership; 4) La debolezza di chi si oppone ai fanatici jihadisti: in Iraq c’è un esercito demotivato, in frantumi, e il governo iracheno con il suo leader (Nouri al-Maliki, ora dimessosi) non ha fatto niente per “recuperare” la componente sunnita che guarda con favore la dissoluzione dello stato, così ha “lasciato fare” agli integralisti; e pure l’Occidente è in difficoltà (forse solo Obama da qualche settimana si muove a difesa di minoranze massacrate come gli Yazidi e a sostegno dei Curdi; e ora timidamente l’Europa manderà aiuti e armi agli oppositori dell’Isis).

YAZIDI IN FUGA (foto dal Messagero.it) - Un popolo in fuga verso la Turchia. Questa è la sorte degli YAZIDI, una minoranza religiosa che da secoli vive nel nord dell'Iraq. Con la nascita dello Stato Islamico del Levante hanno iniziato a subire persecuzioni a causa della loro fede. Il ministero per gli Affari femminili iracheno ha allertato la comunità internazionale per denunciare il rapimento di centinaia di donne e ragazze che correrebbero il rischio di essere rese schiave
YAZIDI IN FUGA (foto dal Messagero.it) – Un popolo in fuga verso la Turchia. Questa è la sorte degli YAZIDI, una minoranza religiosa che da secoli vive nel nord dell’Iraq. Con la nascita dello Stato Islamico del Levante hanno iniziato a subire persecuzioni a causa della loro fede. Il ministero per gli Affari femminili iracheno ha allertato la comunità internazionale per denunciare il rapimento di centinaia di donne e ragazze che correrebbero il rischio di essere rese schiave

   Perché, DOPO GLI SCIITI E I CRISTIANI ORA nel mirino dei miliziani sunniti dello Stato Islamico CI SONO GLI YAZIDI. Una piccola minoranza della quale si cerca, dai fanatici islamisti, di arrivare a una vera e propria PULIZIA ETNICA.

   Come dicevamo anche l’Unione europea il giorno di ferragosto (con la sua abituale lentezza che denota il declino europeo) ha accolto «con favore» la decisione di alcuni stati membri di consegnare le armi ai curdi iracheni, che combattono l’Isis.

LE REGIONI DEI CURDI - Il KURDISTAN è un VASTO ALTOPIANO situato nella PARTE SETTENTRIONALE E NORD-ORIENTALE DELLA MESOPOTAMIA, che include l'alto bacino dell'EUFRATE e del TIGRI, il LAGO DI VAN e il LAGO DI URMIA e le CATENE DEI MONTI ZAGROS E TAURO. Il clima è continentale rigido, le precipitazioni sono abbondanti e i terreni sono fertili per i cereali e l'allevamento. Politicamente è DIVISO FRA GLI ATTUALI STATI DI TURCHIA (sud-est), IRAN (ovest), IRAQ (nord) e, in minor misura, SIRIA (nord-est) ed ARMENIA, anche se spesso quest'ultima zona è considerata facente parte del Kurdistan solo dai più ferrei nazionalisti. Solo il KURDISTAN IRACHENO ha una certa AUTONOMIA politica, come REGIONE FEDERALE DELL'IRAQ, in seguito alla fine del regime di Saddam Hussein nel 2003. Anche il Kurdistan siriano ha una autonomia politica da quando c'è la guerra civile. (da Wikipedia)
LE REGIONI DEI CURDI – Il KURDISTAN è un VASTO ALTOPIANO situato nella PARTE SETTENTRIONALE E NORD-ORIENTALE DELLA MESOPOTAMIA, che include l’alto bacino dell’EUFRATE e del TIGRI, il LAGO DI VAN e il LAGO DI URMIA e le CATENE DEI MONTI ZAGROS E TAURO. Il clima è continentale rigido, le precipitazioni sono abbondanti e i terreni sono fertili per i cereali e l’allevamento.
Politicamente è DIVISO FRA GLI ATTUALI STATI DI TURCHIA (sud-est), IRAN (ovest), IRAQ (nord) e, in minor misura, SIRIA (nord-est) ed ARMENIA, anche se spesso quest’ultima zona è considerata facente parte del Kurdistan solo dai più ferrei nazionalisti. Solo il KURDISTAN IRACHENO ha una certa AUTONOMIA politica, come REGIONE FEDERALE DELL’IRAQ, in seguito alla fine del regime di Saddam Hussein nel 2003. Anche il Kurdistan siriano ha una autonomia politica da quando c’è la guerra civile. (da Wikipedia) (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   L’appoggio alla resistenza curda da parte di tutte le forze che si oppongono alla violenza dell’Isis è una urgente necessità che anche l’Europa deve farsi fortemente carico. Un contesto particolarmente pericoloso quello che sta accadendo (nella geografia del Medio Oriente, nei pericoli per l’Occidente…). Ma su tutto pensiamo deve valere la difesa degli inermi: le vittime civili quotidiane che questa guerra sta provocando, e la cosa intollerabile delle violenze che vengono portate da questi fanatici religiosi.

   Ancor di più si sente la necessità di un governo mondiale che “si intrometta” nei conflitti, con l’obiettivo prioritario di difendere i deboli (da qualunque parte stiano), le vittime di ogni violenza e integralismo. (s.m.)

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La situazione in Iraq

CON I PESHMERGA SULLA LINEA DEL FRONTE. «L’ISIS CI ATTACCA CON LE ARMI USA»

di Lorenzo Cremonesi, inviato a ERBIL, da “il Corriere della Sera” del 13/8/2014

– Dopo la fuga dell’esercito di Bagdad, i jihadisti hanno catturato gipponi, artiglieria, munizioni sofisticate. «E sono passati da 30 mila a 100 mila» –

   I villaggi curdi sono pattugliati da gruppi di volontari armati durante le ore della notte. Controllano le strade, si posizionano nei quartieri che guardano verso Sud. Dopo le dieci di sera e sino alla prima luce dell’alba il traffico è praticamente nullo.

   «Le avanguardie delle milizie islamiche sono qui vicino, forse appena dieci chilometri. Non sappiamo con precisione dove si trovino le loro posizioni, cambiano di continuo. E occorre stare all’erta, preferiscono operare col buio, il momento più tranquillo è la mattina presto», dicono a un paio di posti di blocco peshmerga situati non lontano dai villaggi appena conquistati dai nemici.

   Viaggiando in piena notte tra ERBIL, la capitale della zona autonoma curda, e la cittadina di DAHUK, sulla provinciale che porta in Turchia, salta all’occhio quanto precaria sia la situazione. Dove ancora a fine luglio la minaccia dell’invasione islamica appariva remota, e comunque sotto controllo, ora vige l’incertezza.

Larghe fette di territorio sono prese e perdute in operazioni della durata di poche ore. «Siamo pienamente consapevoli del fatto che, nonostante l’intervento militare americano, le forze del Califfato potrebbero ancora attaccarci e riuscire a mettere in dubbio l’esistenza stessa delle aree autonome curde», ammette Fuad Hussein, capo del gabinetto del presidente della provincia autonoma del Kurdistan iracheno Massoud Barzani. «Per questo motivo ringraziamo gli Stati Uniti per il prolungamento dei loro blitz e chiediamo alla comunità internazionale di fornirci qualsiasi aiuto militare possibile», aggiunge.   

   All’origine dell’evidente disorientamento tra i curdi e le loro richieste di assistenza sta il totale effetto sorpresa causato dell’offensiva lanciata dalle brigate islamiche ai primi di agosto. E’ come se il vecchio mito degli indomiti guerriglieri curdi sempre all’erta sulle montagne fosse un poco ossidato.

   I giovani sono meno propensi al sacrificio. Il benessere degli ultimi anni li distrae. E gli eroi delle guerre contro Saddam Hussein sono in pensione. Pure, in tanti tra questi rispondono alla mobilitazione, anche se con i baffi grigi e la pancetta.

   «Sinceramente non ci aspettavamo che i radicali sunniti potessero attaccarci tanto presto. Ci avevano provato a giugno e li avevamo battuti. Quindi avevano concentrato i loro sforzi per la conquista di Bagdad. Ancora adesso stentiamo a comprendere la loro logica. Nell’arco di poche ore hanno distolto uomini e mezzi dal loro obbiettivo principale per lanciarli verso nord», dice il generale Helgurd Hikmet Mela Ali, responsabile per la comunicazione dei peshmerga.

   La spiegazione più calzante giunge però dall’esame degli arsenali di carri armati, autoblindo, artiglierie, mitra e munizioni di ogni calibro catturati dalle brigate islamiche all’esercito regolare iracheno durante la loro presa di MOSUL e la strabiliante serie di vittorie nel centro-nord del Paese ai primi di giugno. Allora ben sei divisioni regolari irachene armate ed equipaggiate di tutto punto alzarono le mani e si dettero alla fuga praticamente senza combattere.

   «Da quel momento le ancora disordinate e male armate milizie islamiche hanno subito una trasformazione radicale. Da forse 30.000 guerriglieri più o meno improvvisati sono diventati un vero esercito con oltre 100.000 soldati dotato di armi e mezzi molto più sofisticati dei nostri. Noi usiamo ancora le armi prese all’esercito di Saddam Hussein battuto degli americani nel 2003, loro posseggono il meglio della tecnologia bellica made in Usa. Sappiamo che in due grandi basi a MOSUL e una ancora più vasta a BEIJI erano stoccati centinaia di gipponi blindati ultimo modello, batterie da 150 millimetri in grado di sparare a oltre 30 chilometri di distanza, oltre a depositi immensi di munizioni di ogni calibro e tipo. ORMAI IL CALIFFATO È UNO STATO, UN’ENTITÀ TERRITORIALE ORGANIZZATA CHE CONTROLLA UN’ARMATA SUPER EQUIPAGGIATA e con ottimi soldati addestrati sui campi di battaglia, specie quelli nella Siria degli ultimi tre anni», spiega ancora Hussein.

   Non stupisce che i primi raid Usa abbiano colpito alcune batterie di cannoni che stavano per sparare su ERBIL e il suo aeroporto internazionale. Gira voce che gli islamici posseggano anche missili terra-aria, ma non ci sono conferme. «I nostri peshmerga si accorsero subito che i loro bazooka anticarro erano impotenti di fronte alle blindature dei mezzi in mano al nemico. Nella piana di Ninive, attorno ai villaggi cristiani, l’unica scelta possibile è stata la ritirata».

   Lo stesso avvenne per le unità attestate attorno alla diga che forma il gigantesco bacino idrico di Mosul. I comandi curdi non credono ora che i capi del Califfato intendano distruggerla. «Se lo facessero, l’intera città di Mosul e parte di quella di Kirkuk, assieme a diversi pozzi petroliferi, sparirebbero sotto 11 metri d’acqua. Ma a pagare il prezzo sarebbe anche il Califfato, visto che proprio a Mosul ha posto il suo quartier generale. Usano la diga per ricattarci: se noi dovessimo cercare di riprenderla e loro si sentissero minacciati, allora sì che potrebbero distruggerla», dice Hikmet.

   Uno scenario diverso presenta invece la regione della MONTAGNA DI SINJAR, nelle regioni occidentali al confine con la Siria, ove sono tutt’ora intrappolati migliaia di yazidi. «Quella zona è complicata. Tutto attorno vivono tribù arabe sunnite, che sono passate nei ranghi del Califfato, specie dopo la sua cattura della città di Tel Afar. Ciò rende difficilissimi i movimenti dei peshmerga. Le colonne islamiche hanno preso i villaggi uno per uno, causando la fuga di massa delle popolazioni. I nostri soldati sono accorsi per salvare le loro stesse famiglie e si sono uniti all’esodo dei profughi», ricorda Hussein.

   La presenza massiccia di volontari locali ha dato un importante vantaggio agli islamici: la conoscenza del terreno. I comandanti curdi guardano preoccupati alla commistione tra JIHADISTI FANATICI ARRIVATI DALL’ESTERO (PARLANO DI CECENI, LIBICI, AFGANI, CINESI, MA ANCHE OLANDESI, FRANCESI, INGLESI) E GUERRIGLIA SUNNITA LOCALE. Per combatterli chiedono carri armati, moderne armi anticarro, aerei, elicotteri, munizioni. Conclude Hussein: «Noi non possiamo farcela da soli. Voi europei dovete capire che la nostra battaglia è la vostra battaglia. Dopo Erbil il Califfato mirerà a Roma, Londra, Parigi». (Lorenzo Cremonesi)

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IRAQ, ALTRA STRAGE DI YAZIDI SUL SINJAR, CNN: 80 UOMINI UCCISI, 100 DONNE RAPITE. PUGNO DURO DELL’UE CONTRO L’ISIS: «OK ALLA FORNITURA DI ARMI AI CURDI»

da “il Messagero” del 15/8/2014

– Il consiglio dei ministri degli esteri dell’Ue accoglie «con favore» la decisione di alcuni stati membri a consegnare le armi ai curdi iracheni, che combattono l’Isis. Lo si legge nelle conclusioni sull’Iraq della riunione di Bruxelles del 15 agosto –

   La risposta alle richieste dei curdi «saranno fatte in accordo alle capacità e leggi nazionali degli Stati membri e col consenso delle autorità nazionali irachene», si legge nelle conclusioni del Consiglio dei ministri degli esteri dei Ventotto a Bruxelles. L’Ue valuterà inoltre come prevenire che lo Stato islamico (Isis) tragga beneficio dalla vendita di petrolio e condanna i sostenitori finanziari dell’Isis, che contravvengono alle risoluzioni dell’Onu.

L’ITALIA sta valutando l’invio di armi ai curdi, «ma per la decisione politica è necessario il passaggio parlamentare», così il ministro degli Esteri Federica Mogherini al termine del Consiglio Esteri dell’Ue. «Abbiamo ricevuto da parte dai curdi richieste di sostegno e stiamo facendo una valutazione tecnica con loro e anche col ministero della Difesa», ha detto.

ANCORA VITTIME. Almeno 300 persone, soprattutto bambini e anziani, sono morte mentre erano intrappolate sul MONTE SINJAR: lo riporta il quotidiano britannico The Guardian, citando fonti mediche. Fino a 150 mila persone si sono rifugiate sulle montagne per sfuggire alla furia assassina dei militanti dell’Isis camminando per giorni senza acqua o cibo, commenta il giornale. «Le famiglie che provenivano dalla montagna ci hanno dato i nomi dei loro cari che sono morti lungo la strada», ha detto Hussein al-Azzam, il medico del campo di Nawrouz.

CNN: «80 UOMINI UCCISI E 100 DONNE RAPITE». I jihadisti dello Stato islamico dell’Isis hanno ucciso almeno 80 uomini e rapito 100 donne durante un attacco alla minoranza yazida nel nord dell’Iraq. Lo riferiscono il governo curdo e un leader religioso yazida alla Cnn. L’attacco è avvenuto nel villaggio di KOJO, presso SINJAR: le donne sono state portate a Mosul e altrove.

UE. «Siamo contenti di vedere che ora c’è il presidente designato Abadi e speriamo in una maggiore stabilità in Iraq per affrontare le sfide che arrivano dallo Stato Islamico (Isis)», così l’Alto rappresentante Catherine Ashton al suo arrivo al consiglio straordinario Ue. Ashton ha spiegato che l’Iraq sarà la prima questione sul tavolo dei ministri, anche alla presenza del commissario Ue Kristalina Georgieva, per discutere degli aiuti umanitari.

VOLI UMANITARI DALL’ITALIA. «Col ministro Pinotti abbiamo dato il via al piano di assistenza italiana per l’Iraq. Si tratta di sei voli, i primi due domani, che porteranno innanzi tutto generi di prima necessità, quello che ci è stato richiesto dagli operatori sul terreno attraverso l’Unicef. Soprattutto acqua, cibo, biscotti proteici, tende e sacchi a pelo», così il ministro Federica Mogherini ricorda al suo ingresso al Consiglio Esteri Ue straordinario l’impegno umanitario italiano.    Il ponte aereo prevede sei voli, per la distribuzione attraverso l’Unicef di 36 tonnellate di acqua, 14 tonnellate di biscotti proteici, 200 tende da campo e 400 sacchi a pelo. Il ministero della Difesa ha messo a disposizione un aereo C130J dell’Aeronautica Militare, l’equipaggio e specialisti dell’Esercito.    Il piano prevede due voli il 16 agosto per la consegna a Erbil di 20 tonnellate di acqua e otto di biscotti, un volo il 17 agosto (10 tonnellate di acqua e quattro di biscotti), un volo il 18 agosto (sei tonnellate di acqua e due di biscotti), un volo il 19 agosto (100 tende e 200 sacchi a pelo) e un volo il 20 agosto (100 tende e 200 sacchi a pelo). La nuova operazione fa seguito agli stanziamenti già disposti nelle ultime settimane per aiuti di emergenza: 980mila euro a Oms, Pam e Unicef, e un milione di euro per attività organizzate sul posto da Ong italiane in raccordo con l’ambasciata italiana a Baghdad.

PAPA FRANCESCO. «Il mio cuore sanguina quando penso ai bambini in Iraq. La Madonna, nostra Madre, li protegga». È il nuovo tweet lanciato da Papa Francesco dalla Corea. Oggi, festa dell’Assunzione di Maria, in Italia si prega in tutte le chiese per i cristiani perseguitati, con attenzione particolare all’Iraq.

YAZIDI
YAZIDI

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NEL KURDISTAN

GLI YAZIDI, GLI ADORATORI DELL’ANGELO PAVONE DA SEMPRE PERSEGUITATI

di Redazione Online, http://www.corriere.it/ del 10/8/2014

– La religione conta almeno 700.000 seguaci soprattutto nel Kurdistan iracheno – In Iraq sono circa 40.000 in fuga sotto la minaccia dello Stato Islamico –

   Dopo gli sciiti e i cristiani ora nel mirino dei miliziani sunniti dello Stato Islamico ci sono gli yazidi. Etnicamente sono curdi: la loro religione combina Islam e Zoroastrismo (religione e filosofia basata sugli insegnamenti del profeta Zarathuštra) e conta almeno 700mila seguaci. Oltre che in un Dio creatore dell’universo, gli yazidi credono nell’esistenza di altre sette divinità o angeli: la più importante è Tawsi Melek o Melek Taus, «Angelo Pavone», o «Re Pavone».

DA SEMPRE PERSEGUITATI

Come anche i membri di altre religioni gli yazidi nascono nella comunità già credenti, non esiste conversione. Vivono in tutta la regione del Caucaso e soprattutto nel Kurdistan iracheno. Si pensa che questa religione abbia avuto origini attorno al ventesimo secolo a.C. Il popolo degli yazidi sono sempre stati perseguitati perché accusati dall’ortodossia islamica di praticare culti eretici e di adorare il diavolo.

SINJAR, CAPITALE YAZIDA

Sinjar, la città irachena situata a 50 chilometri dalla frontiera con la Siria conquistata il 3 agosto scorso dagli jihadisti dell’Isis (Stato islamico), è la «culla» secolare degli yazidi, una minoranza curdofona seguace di una religione pre-islamica, in parte derivata dallo zoroastrismo. Fino a una settimana fa a Sjniar vivevano 310.000 persone ma anche decine di migliaia di profughi in fuga di fronte all’avanzata sanguinaria dei fondamentalisti islamici.

UNA RELIGIONE ANTICHISSIMA

Quella yazidica è una delle religioni più antiche a memoria d’uomo, vecchia di almeno 4.000 anni, al punto da essere definita da molti studiosi «il museo dei culti orientali». È praticata da circa mezzo milione di persone, in primo luogo in Iraq ma anche in Siria, Turchia, Georgia, Armenia e Iran. Gli yazidi adorano «un angelo decaduto» (il «diavolo»), da loro rappresentato come un pavone. E ciò è valso loro l’appellativo di «adoratori di Satana», con conseguenti persecuzioni e ripetuti massacri.

   Gli yazidi sono invece una popolazione pacifica e tollerante. Sono circoncisi come gli ebrei, adorano il sole e credono alla trasmigrazione delle anime. Credono anche nell’esistenza di un dio buono, Khoda, dio della luce, e di un dio cattivo, Auz-Melek, il dio-pavone considerato da chi li perseguita il diavolo.

   Secondo il loro «Libro della rivelazione», denominato anche «Libro nero», il creato è opera di sette dei. Nel culto yazidita, dato che il dio buono ispira solo sentimenti positivi è inutile adorarlo, mentre bisogna fare offerte e indirizzare preghiere a quello cattivo sperando di placare la sua malvagità. Perciò ogni anno il 10 agosto a SAADLI, nella catena montuosa irachena del JABEL SINJAR, si svolge una processione durante la quale i fedeli si flagellano offrendo le loro sofferenze al diavolo.

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YAZIDI

LA DEPUTATA: “VOGLIONO STERMINARCI TUTTI”

di Vincenzo Nigro, da “la Repubblica” del 10/8/2014

GLI YAZIDI, i seguaci dell'”Angelo-Pavone”, stanno morendo. Una intera popolazione sta per scomparire dal Medio Oriente sterminata dall’avanzata dei miliziani sunniti dell’Isis. I combattenti dello Stato islamico in Iraq hanno già colpito migliaia e migliaia di sciiti e di cristiani, ma adesso nel mirino ci sono i membri di questa misteriosa comunità millenaria che da una settimana è in fuga tra le montagne e nei deserti ai confini con Siria e Turchia.

   I numeri sono incerti, gli yazidi dovrebbero essere fra i 100 mila e i 700 mila. E anche la loro storia, le loro origini sono poco conosciute se non del tutto misteriose. Come altre minoranze religiose in Medio Oriente, come gli ALAWITI di Bashar el Assad o come i DRUSI che vivono in Libano e Israele, gli yazidi nascono membri della loro religione: nessuno può convertirsi al loro credo. Sono una setta della popolazione curda che incrocia Islam, cristianesimo e zoroastrismo, un gruppo millenario che ha continuato a sopravvivere a persecuzioni e violenze in un’area del mondo (fra Iraq, Siria e Turchia) in cui imperi e regimi si sono combattuti e inseguiti per secoli.

   Al telefono da Bagdad uno dei leader della comunità, la deputata MAHMA KHALIL, ci aggiorna sulla fuga dei suoi fratelli dai villaggi del nord: “L’offensiva è partita da una settimana. Da allora io sono in contatto continuo con le Nazioni Unite, ho passato giorni al telefono con Washingotn, col governo americano, con la loro ambasciata qui a Bagdad. E’ in atto un genocidio di un popolo che non è conosciuto da nessuno e quindi non è protetto da nessuno. Sono 200 mila i miei fratelli in fuga dall’Isis nel Nord del paese assieme ai cristiani, sono fuggiti dai giorni nei deserti “. Khalil dice che chiedere aiuto al governo iracheno è inutile: “Qui l’autorità politica nazionale si è frantumata, gli sciiti pensano solo a come difendere se stessi, a come regolare i loro giochi di potere per il prossimo governo. Chi deve intervenire è la comunità internazionale, innanzitutto in sostegno ai gruppi crudi che ci stanno aiutando”.

   L’onorevole Khalil racconta che gli yazidi in fuga nel Nord si stanno avvicinando o sono già entrati nelle aree della Siria e della Turchia controllate dai vari partiti curdi: “Gli aiuti paracadutati dagli americani potrebbero salvare qualcuno, ma i numeri sono massicci, e soprattutto i miliziani dell’Isis continuano a devastare i nostri villaggi, a terrorizzare tutti”.

   Il 3 agosto scorso i jihadisti avevano conquistato Sinjar, la più importante città yazide: I cittadini sono fuggiti verso la “Jebel Shingal”, la montagna Sinjar: si stanno ancora arrampicando fra le pietre, si nascondono le caverne per sfuggire ai sunniti e per trovare un riparto al sole infernale. La montagna è il primo punto in cui gli aerei americani hanno lanciato aiuti.    Oltre ad attaccare i cristiani i miliziani dell’Isis hanno dato l’assalto agli yazidi per allargare le aree che controllano, per mettere sempre maggiore pressione sugli avversari curdi, ma anche perché definiscono gli yazidi “i seguaci del diavolo”. Secondo gli estremisti sunniti, il loro nome deriva da Yazid ibn Muawiya un odiato califfo della dinastia Ommaide.

   La verità è che gli yazidi non sono classificabili come anti-islamici, sono semplicemente autonomi e diversi: venerano sia la Bibbia che il Corano, adorano il sole e rispettano i culti della luce e della notte dello zoroastrismo. Pregano 5 volte al giorno quasi come i musulmani, dividono il pane fra i fedeli come i cristiani. I loro bambini vengono battezzati da un “pir”, un sacerdote, ma i fedeli praticano anche ancora sacrifici di animali e circoncisioni come alcuni ebrei ortodossi.

   Dal loro dio Yasdan promanano sette grandi spiriti tra i quali il più importante è l’Angelo Pavone, il “malak taus” che è fra i più rappresentati nei loro templi e nelle sulle loro tombe. L’altro nome dell’uccello è shaytan, che è simile alla parola araba che si usa per il diavolo, il maligno: appunto “satana”. E questo è un altro degli elementi che li porta ad essere perseguitati dai sunniti appunto come “fedeli del diavolo”.

Il dramma degli Yazidi, in fuga dai massacri degli integralisti (mappa ripresa da "LA STAMPA.IT)
Il dramma degli Yazidi, in fuga dai massacri degli integralisti (mappa ripresa da “LA STAMPA.IT) 

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ROTTO L’ASSEDIO, MIGLIAIA DI YAZIDI IN SALVO

di Maurizio Molinari, da “la Stampa” del 15/8/2014

   I marines rompono l’assedio di Monte Sanjar consentendo a migliaia di yazidi di mettersi in salvo e il presidente Usa Barack Obama rivendica il successo dell’«intervento umanitario» facendo capire che potrebbero esservene altri per «soccorrere i civili iracheni» che continuano a essere minacciati dai jihadisti dello Stato Islamico (Isis). Ecco perché «i raid continuano».

   È lo sbarco di oltre un centinaio di marines sul MONTE SANJAR e sbloccare la crisi nel Nord dell’Iraq perché i soldati americani creano corridoi d’uscita dall’assedio jihadista, verificano che il numero dei civili presenti è «inferiore a quanto pensavamo» e giudicano «relativamente in buone condizioni» i 4500 civili che ancora si trovano sulle montagna, metà dei quali sono pastori che vi risiedono.

   Per John Kirby, portavoce del Pentagono «la combinazione fra raid aerei, lanci di aiuti umanitari, evacuazioni notturne e sostegno delle unità curde» ha consentito a migliaia di yazidi di mettersi in salvo dai jihadisti.

   Il presidente Barack Obama, parlando da Martha’s Vineyard, sottolinea il «successo degli Stati Uniti nel rompere l’assedio di Isis» ottenuto con una «combinazione di interventi militari ed umanitari» che non rende necessarie «ulteriori azioni», a cominciare dall’invio di truppe di terra. Ma ciò non toglie, aggiunge Obama, che «i raid contro Isis continuano» e «simili operazioni potrebbero ripetersi» perché analoghe minacce jihadiste permangono in Iraq «nei confronti di civili cristiani, curdi, sciiti e sunniti».

   Ciò significa che per Washington l’intera popolazione irachena è sotto la minaccia di attacchi da parte di Isis e il Pentagono è pronto a ripetere operazioni di analogo «soccorso umanitario» assieme agli alleati: a cominciare dagli europei che si riuniscono oggi a Bruxelles per discutere proprio di aiuti a Baghdad e invio di armi alle autorità del Kurdistan.

   Se Obama ipotizza nuovi interventi è perché le Nazioni Unite confermano il «livello di emergenza 3» in Iraq – il più alto esistente – in ragione di 1,2 milioni di profughi che vagano senza meta all’interno dei confini, inclusi 150 mila rifugiati a Dohuk, dove la situazione appare più critica.

   I jihadisti del Califfo Abu Bakr al Baghdadi reagiscono al blitz Usa sul Monte Sanjar continuando a premere su Erbil, la capitale del Kurdistan, e riprendendo l’offensiva a Ovest di Baghdad. A Fallujah si sono registrati intensi combattimenti – con almeno 10 guerriglieri e 4 bambini uccisi in raid governativi – in coincidenza con una nuova raffica di attentati dentro la capitale: dal quartiere commerciale di Baya alla centrale Sheik Omar.

  Il bersaglio sono ovunque i civili, riproponendo la strategia delle stragi con cui al Baghdadi – come il predecessore Abu Musab Al Zarqawi – tenta di indebolire credibilità e solidità del governo in carica. Anche per questo, forse, il premier uscente Nouri Al Maliki alla fine ha deciso, ieri sera, di cedere il posto al designato successore Haider Al Abadi. (Maurizio Molinari)

YAZIDI (da "il Messaggero.it")
YAZIDI (da “il Messaggero.it”)

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IRAQ, NUOVO GOVERNO

IRAQ, MALIKI ANNUNCIA LE DIMISSIONI E IL SOSTEGNO AD ABADI

da LETTERA 43 (www.lettera43.it/) del 14/8/2014

– Altra svolta. L’ex premier iracheno rinuncia alla carica di primo ministro nonostante la vittoria elettorale. Per Washington è un successo.

   Il primo ministro iracheno Nouri al-Maliki ha deciso di rinunciare al potere ed è pronto ad annunciare l’intenzione di sostenere il suo successore alla guida del governo, Haidar al-Abadi, in un intervento tivù. Lo ha annunciato il suo portavoce, a quanto hanno reso noto i media internazionali. Ritirato anche il ricorso contro il presidente.

OBIETTIVO RICONCILIAZIONE. Lunedì 11 agosto il presidente della Repubblica, Fuad Masum, aveva incaricato un altro esponente sciita, Haidar al Abadi, di formare un nuovo governo per favorire una riconciliazione con la comunità sunnita, nell’ottica di cercare di arginare l’avanzata dei jihadisti dell’Isis nel Nord del Paese. Maliki, tuttavia, aveva rifiutato di dimettersi, definendo la decisione del presidente una «violazione della Costituzione» e presentando quindi un ricorso contro Masum. Maliki in precedenza era sembrato ignorare anche l’invito a lasciare formulato dalla massima autorità spirituale sciita del Paese, l’influente Grande Ayatollah Ali al Sistani.

ELOGI DAGLI STATI UNITI. La Casa Bianca ha espresso la propria soddisfazione tramite il responsabile per la sicurezza nazionale, Susan Rice: «Elogiamo la decisione del premier Maliki di dimettersi e dare il suo sostegno al primo ministro designato Haider al-Abadi per formare un nuovo governo in linea con la Costituzione irachena. È un enorme passo verso l’unità del Paese», ha fatto sapere Rice. «L’impegno dimostrato da altri leader per formare un governo inclusivo e il sostegno internazionale sono segnali incoraggianti», ha aggiunto. L’Onu ha definito la decisione di Maliki «un passo storico», mentre il segretario di Stato americano John Kerry lo ha giudicato «un passo storico».

UNA VITTORIA PER WASHINGTON. Di certo si tratta di un’importante vittoria politica per Washington che da mesi ha fatto pressioni su Maliki perché si dimettesse. I rapporti tra Obama e l’ex premier erano ormai deteriorati da tempo proprio per le politiche discriminatorie di Maliki, causa principale dell’instabilità del Paese e dell’odio della minoranza sunnita, sfociata poi nello Stato islamico.

ALTRI MORTI NEL PAESE, ESCLUSA L’EVACUAZIONE DEGLI YAZIDI. Intanto continuano le violenze nel Paese: almeno quattro bambini sono morti in raid condotti dall’aviazione governativa irachena sulla città di Falluja, 60 chilometri a ovest di Baghdad, che dal gennaio scorso è controllata dai jihadisti dello Stato islamico.    Il presidente Obama ha annunciato che la minoranza degli yazidi, una delle più colpite dall’aggressione dei jihadisti sunniti, non dovrebbe essere evacuata dall’Iraq. L’opzione scelta dalla Casa Bianca è piuttosto uella del proseguimento dei raid aerei contro lo Stato islamico.

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GUERRA A ISIS, TREGUA CON BAGHDAD: LA STRATEGIA DEI CURDI D’IRAQ

di Emanuela C. Del Re, da LIMES, 10/8/2014

– Erbil aveva previsto mesi fa la crisi irachena. Pur subendo dei torti dal governo di al Maliki, non aveva reagito. Ora si inizia a capire perché. –

LA REGIONE CURDA IN IRAQ (da www_internazionale_it) - CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA
LA REGIONE CURDA IN IRAQ segnata nella mappa in verde a nord-est (da www_internazionale_it) 

   I curdi del Kurdistan iracheno temevano e prospettavano la crisi. Già dal 2013 avvertivano segnali e ne seguivano l’evolversi per decidere come intervenire, soprattutto per valutare costi e benefici.

   Alle forti provocazioni di Baghdad che bloccava gli stipendi statali nella regione del Kurdistan iracheno, i curdi sembravano non reagire. Il perché ora sembra più chiaro.

   “Fino alla morte”. Questo significa il nome dei soldati curdi peshmerga, che il governo regionale del Kurdistan (Krg) ha dislocato in questi giorni lungo tutto il confine con l’Iraq, creando così una zona-cuscinetto per proteggere la regione autonoma della Repubblica federale da eventuali attacchi di guerriglieri jihadisti dell’Isis.

   Erbil non ha tardato a rispondere all’offensiva dei jihadisti nel nord dell’Iraq: dinanzi all’eventualità, non poi così remota, della presa di Kirkuk da parte dell’Isis, i peshmerga sono entrati nella città petrolifera irachena e ne hanno assunto il controllo. È stato il governatore della città, Najm al-Din Karim, ad annunciare l’arrivo dei combattenti curdi, accorsi a Kirkuk per difendere dai miliziani di Abu Bakr al Baghdadi quella che è considerata la capitale storica del Kurdistan. Una mossa strategica perfetta, considerando che Kirkuk, ufficialmente parte della Repubblica dell’Iraq, è da anni al centro di un’aspra disputa tra Baghdad ed Erbil, che la rivendicano entrambe. Una disputa che causa morti e costanti tensioni, con ripercussioni in tutta la provincia.

   Situata a 83 chilometri da Erbil, Kirkuk è il più grande e importante centro petrolifero dell’Iraq, sede di oltre il 20% dei giacimenti, tutti sotto il controllo di Baghdad. È una città di poco meno di un milione di abitanti e vi convivono arabi sciiti e sunniti, curdi, turcomanni, assiri caldei e cristiani. Il controllo curdo di Kirkuk ha rimescolato le carte e lanciato una nuova triplice sfida a Baghdad: dimostrare al resto della regione chi tra i due governi è in grado di garantire pace, sicurezza e benessere alla popolazione; chi tra le forze di sicurezza irachene e quelle del Krg è capace di respingere l’avanzata dei jihadisti limitandone il raggio d’azione; chi tra il governo centrale e il parlamento regionale può porsi come l’interlocutore più valido e attendibile col quale discutere di energia e investimenti stranieri.

   I curdi hanno atteso il momento buono, perché al-Maliki è troppo impegnato ad arginare l’avanzata jihadista verso la capitale e a evitare il tracollo totale del fragile sistema iracheno per cercare di riprendersi Kirkuk e scipparla al controllo del Krg.

   Massoud Barzani – presidente della Regione autonoma curda – intanto trae grande vantaggio politico dall’aver riacquistato il controllo di Kirkuk, anche se la situazione è troppo incerta per affermare che questa sia una vittoria definitiva. Barzani ambisce a imporsi come personalità politica autonoma e più capace di al-Maliki. Lo storico incontro con il premier turco Erdoğan dello scorso gennaio ha mostrato che Barzani vuole e può ritagliarsi un ruolo di prim’ordine negli equilibri della regione. Il presidente ha firmato un importante accordo con la Turchia per l’approvvigionamento energetico di Ankara attraverso un gasdotto che consente al Kurdistan di trasportare il proprio petrolio e il proprio gas autonomamente, senza dover ricorrere alle infrastrutture irachene. Questo ha suscitato gravi scompensi con il governo centrale dell’Iraq: dallo scorso gennaio Baghdad, in risposta all’accordo tra Barzani ed Erdoğan, ha deciso di tagliare i fondi che spettano alla Regione autonoma.

   Erbil non riceve più soldi dalla capitale irachena, i dipendenti pubblici non ricevono stipendi da mesi e al governo regionale non sono più garantiti i proventi ricavati dalla vendita del petrolio curdo. Erbil ha bisogno di esportare circa 450 mila barili di petrolio al giorno per diventare economicamente e finanziariamente indipendente da Baghdad. I governatorati di Erbil, Duhok e Suleimani in Kurdistan stanno fronteggiando una crisi economica (con enormi risvolti sociali e politici) senza precedenti, proprio all’indomani delle elezioni di aprile.

   Una crisi causata volontariamente dal governo centrale. La questione degli stipendi è pesante: c’è chi si vede dimezzato lo stipendio o lo riceve decurtato di qualche migliaio di dinari, chi lo incassa a mesi alterni e chi non viene pagato dal dicembre 2013. Nonostante la mancanza di liquidità e il progressivo svuotamento delle casse della Regione autonoma, i curdi restano in silenzio. Vi sono state alcune iniziative di protesta, ma di basso profilo. Contro i tagli da parte di Baghdad nessuna manifestazione pubblica, nessun blocco totale delle attività. Che cosa si sta aspettando? Perché tanto silenzio?

   Dell’attuale crisi dell’Iraq si parlava in Kurdistan da tempo. Noi che lavoriamo nei campi dei rifugiati siriani con il progetto “My Future” di Epos finanziato dal ministero degli Esteri italiano, in costante contatto con la popolazione e le istituzioni curde irachene, sentivamo dire da più parti quanto fosse preoccupante che nel resto del paese si stessero “mangiando tra loro”. Ma si sentiva anche dire spesso “stiamo a guardare e vediamo cosa possiamo fare noi”.

   Il Kurdistan non ha esitato, in questi giorni, ad accusare le forze di sicurezza irachene e il goveno di al-Maliki di incompetenza e di mancanza di volontà di fronteggiare i militanti dell’Isis. Il portavoce dei peshmerga, il generale Jabbar Yawar, ha ricordato che da tempo il Kurdistan premeva su Baghdad perché facesse di più, affermando che specialmente a Nineveh [Ninive], Salaheddine e al-Anbar i governatorati e le forze militari si sono dimostrati indolenti.

   Baghdad non ha dato ascolto alle preoccupazioni del Kurdistan. Recentemente al-Maliki ha affermato di voler fare appello a una maggiore cooperazione con il Kurdistan per fronteggiare la crisi, ma Erbil ha molto da rivendicare rispetto al governo dell’Iraq, visti anche gli eventi degli ultimi mesi, e non sembra intenzionato a muoversi se non per i propri interessi, sia di difesa del territorio, sia a lungo termine. Al-Maliki dovrà fare concessioni al Kurdistan sul petrolio se vuole maggiore collaborazione, ed è questo il cadavere che i curdi si aspettavano di veder passare sul fiume.

   Ma il Kurdistan non è del tutto sereno. Accuse di corruzione al governo, un’economia apparentemente fiorente ma fragile per via di strutture finanziarie ed economiche ancora immature, politiche sociali che garantiscono poco l’individuo: non basta la fortissima ideologia nazionalista e il mito del padre della patria, Abdullah Ocalan, a garantire quell’unità che fa la forza, come peraltro è accaduto tra i curdi di Siria.

   Ufficialmente lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante non ha (ancora) mostrato interesse per la Regione autonoma del Kurdistan e pare non essere intenzionato a varcare i confini fortificati dal Krg. Erbil, tuttavia, non è intenzionata ad abbassare la guardia, soprattutto perché i focolai jihadisti non sono una realtà nuova per il Kurdistan iracheno. Basti pensare che il 23 maggio scorso è stato sventato un attacco terroristico a Suleimani ordito ai danni di esponenti governativi dell’Unione patriottica del Kurdistan da parte di Aram Ozair, ventenne originario di Halabja che era tornato in Kurdistan dopo aver combattuto per 8 mesi tra le file dell’Isis in Siria. Originari di Halabja erano pure i 9 ragazzi curdi che nel novembre 2013 sono morti in Siria durante feroci scontri tra i miliziani dell’Isis e l’esercito di Asad. I giovani, tutti di età compresa tra i 17 e i 24 anni, erano stati assoldati dalle milizie dell’Isis nel 2011 e si erano uniti alla guerriglia jihadista in Siria. Il clima di tensione e i controlli di sicurezza sono aumentati vertiginosamente nel paese, perché Suleimani è sulla strada da e verso l’Iran. Intanto i curdi iracheni stanno veicolando con un’attenta campagna mediatica proprio a partire da Halabja – teatro della tristemente nota strage con armi chimiche da parte di Saddam – la loro immagine di etnia vittima di genocidio.

   Secondo Mariwan Naqshbandi, ministro degli Affari religiosi del Kurdistan iracheno, molti uomini che si sono uniti all’Isis e combattono oggi in Siria sono stati membri attivi dell’organizzazione salafita curda Ansar al-Islam. Questo gruppo terroristico ha cominciato a operare in tutto il Kurdistan iracheno a partire dal 2001; tra le azioni più note, si ricorda l’assassinio nel febbraio 2002 di Franso Hariri, governatore di Erbil. Nel 2003, Ansar al-Islam fu bombardata durante un’azione militare congiunta tra peshmerga e Forze speciali americane. L’organizzazione si è sfaldata in più fazioni, la principale delle quali è Ansar al-Sunna, autrice di decine di attacchi suicidi, di cui il più clamoroso è stato quello all’interno della mensa di una base americana a Mosul il 21 dicembre 2004 che causò la morte di 14 militari americani.

   Alcuni giovani curdi di Halabja si sono arruolati tra le file dell’Isis per via dell’alto tasso di disoccupazione giovanile (7,7% nel 2012) e dell’analfabetismo (20,8% dei residenti sopra i 10 anni). Anche l’eredità ideologica di Ansar al-Islam e la glorificazione del jihad da parte di mullah curdi che avverrebbe tramite i canali televisivi locali sono ottimi volani per il reclutamento. Non vi è competizione con altre ideologie, perché non convincono in un Kurdistan in cui la tradizione curda, per certi versi più secolare rispetto all’islam saudita, resta comunque ancorata a valori predefiniti che lasciano poco spazio a iniziative autonome individuali.

   La pressione ideologica nelle scuole e nelle università è forte e volta alla formazione di personalità standardizzate. Per questo i non pochi religiosi curdi che incoraggiano il jihad in Siria presentandolo come un valore coranico raccolgono proseliti. Salim Shushkay, esponente di spicco dell’islam curdo, è stato recentemente accusato dai servizi segreti del Kurdistan di aver spinto ragazzi curdi ad arruolarsi tra le fila dell’Isis in Siria, accuse respinte fermamente. L’intelligence curda continua a indagare tra le moschee soprattutto della provincia di Halabja, che è considerata l’hub principale del fondamentalismo religioso in Kurdistan. È vero però che, tra i rifugiati siriani, alcuni giovani uomini che si sono trasferiti nel Kurdistan iracheno perché disertori o obiettori di coscienza vengono reclutati e addestrati in campi militari nella regione già dal 2012. La differenza sta non nella finalità ma nella mentalità.

   Il dipartimento di Stato americano sostiene che nel Kurdistan iracheno sarebbe attiva anche una cellula legata direttamente ad Al Qaida, nota come i “Battaglioni curdi di Al Qaida”. Non è chiaro quali siano le relazioni tra questi e i miliziani jihadisti dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, ma è evidente che il Kurdistan teme di essere attaccato dall’interno, ed è lampante anche il motivo della robusta mobilitazione militare da parte dei peshmerga dinanzi alla presa di Mosul da parte dell’Isis.

   Con un coup de théâtre, l’Isis potrebbe anche lanciare una nuova offensiva contro Kirkuk rivendicando l’appartenenza della città al califfato sunnita che esso mira a instaurare. Si andrebbe a creare un corridoio territoriale che, fungendo da zona-cuscinetto verso la roccaforte sciita rappresentata dall’Iran, si allargherebbe dal nord dell’Iraq verso ovest e, spingendosi fino al sud del paese, andrebbe a inanellarsi geograficamente all’Arabia Saudita – dalla quale oggi pare che i jihadisti siano sostenuti finanziariamente.

   Il vantaggio per i curdi resta. La zona sotto controllo dei peshmerga si estende ora dal confine occidentale con la Siria al confine con l’Iran a est. Quella che prima controllavano insieme all’esercito iracheno è ora controllata solo da loro perché i militari iracheni si sono spostati verso Baghdad (e molti hanno disertato). I peshmerga sono avanzati in aree come Dyala, conquistando città prima contese tra Baghdad e Erbil.

   Ma un Kurdistan indipendente non è ancora all’orizzonte. Iran e Turchia non lo vorrebbero. E i curdi sanno aspettare. Per adesso devono occuparsi dei mutevoli confini della Regione del Kurdistan.

Intanto due petroliere salpate da un porto turco che trasportano petrolio del Kurdistan iracheno hanno solcato il mar Mediterraneo, a lungo senza poter attraccare da nessuna parte per via della minaccia di azioni legali da parte di Iraq e Usa. Una di esse ha infine trovato accoglienza nel porto israeliano di Ashkelon.

   È una metafora di quello che sta accadendo ai curdi ora: sanno bene da dove partono e quanto lontano possono andare, ma non hanno ancora deciso la meta del loro periglioso viaggio. (Emanuela C. Del Re, ha collaborato Nicolamaria Coppola)

IL KURDISTAN tra Turchia, Iran. Iraq e Siria (mappa da www_fondazionecdf_it)
IL KURDISTAN tra Turchia, Iran. Iraq e Siria (mappa da www_fondazionecdf_it)

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DA DOVE VENGONO LE ENERGIE DELL’ISIS

di Tommaso Canetta, da LINKIESTA del 12/8/2014 (http://www.linkiesta.it)

– Gli jihadisti possiedono ingenti risorse economiche. Ma più di tutto conta la debolezza dei nemici –

   Circolano voci di golpe a Baghdad dopo la decisione del neo-presidente iracheno, il curdo Fuad Masum, di non dare l’incarico per formare un nuovo governo al premier uscente Al Maliki ma ad Haider Al Abadi, altro politico esponente della maggioranza sciita del Paese ed ex ministro. Al Maliki ha denunciato il presidente per violazione della Costituzione, e un tribunale gli ha dato ragione.

   Ora si teme che i suoi sostenitori possano ricorrere alla violenza. Ma non è questo – almeno secondo la percezione della comunità internazionale – il più grave dei problemi che affligge l’Iraq: i fanatici islamici sunniti dell’Isis stanno impegnando le milizie curde nel nord del Paese in uno scontro violento. Si parla di stragi di civili appartenenti alle minoranze religiose cristiana e yazida, mentre gli jihadisti starebbero guadagnando posizioni a sud di Baghdad.

   COME HA RACCOLTO TUTTA QUESTA FORZA ISIS? Diverse le risposte. Le armi pesanti e le ingenti risorse economiche ottenute conquistando MOSUL e altre città. Il vantaggio tattico di potersi muovere tra DUE STATI NEL CAOS (e le forze regolari irachene non si spingono fino in Siria e viceversa, mentre i guerriglieri sfruttano la porosità del confine); il PROBABILE (anche se non ancora dimostrato) SOSTEGNO DELL’ARABIA SAUDITA. Ma PIÙ DI TUTTI, PESA LO STATO DI DEBOLEZZA DI CHI SI OPPONE AI FANATICI JIHADISTI.

   L’esercito regolare iracheno che presidiava la regione di Niniveh si è dissolto ai primi scontri e le milizie curde non hanno armi pesanti o aviazione su cui poter contare. Alla debolezza sul campo si aggiunge poi anche quella politica: il premier uscente Al Maliki è percepito come settario, non ha aiutato i curdi quanto avrebbe dovuto in principio – con loro i rapporti erano tesi da quando hanno deciso di vendere il petrolio delle loro regioni in autonomia da Baghdad sfruttando un proprio oleodotto – e con la sua linea di scontro intra-religioso ha spinto le grandi tribù sunnite ad appoggiare l’Isil pur di opporsi a lui.

   Da quando è esplosa la minaccia dell’Isis (con la caduta di Mosul del 10 giugno), il premier iracheno è sembrato aspettare un intervento dall’esterno (più volte sollecitato) che indirettamente lo rinsaldasse al potere, mentre curdi, cristiani e altri venivano massacrati dai fanatici sunniti.

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“BASI IN TERRITORIO TURCO, SOLDI SAUDITI COSÌ L’ISIS HA COSTRUITO IL SUO ESERCITO “

di Maurizio Molinari, da “la Stampa” del 14/8/2014

Campi di addestramento, finanziamenti e armi: le retrovie dei jihadisti dello Stato Islamico (Isis) sono nella Turchia di RECEP TAYYIP ERDOGAN, dentro il territorio Nato. L’accusa è di alcuni parlamentari del Partito repubblicano del popolo – Chp, all’opposizione ad Ankara – secondo il quale il governo di Erdogan avrebbe consentito ai jihadisti di accedere a una serie di campi di addestramento che vanno dalle frontiere con Siria e Iraq alle porte di Istanbul.    «Il ministro dell’Interno Efkan Ala deve dare spiegazioni in merito ad un video di Isis – afferma il parlamentare Sezin Tanrikulu – in cui si vedono centinaia di jihadisti addestrarsi in Turchia e poi pregare nella festa di Id Al Firt». Altri deputati hanno scritto a Cemil Cicek, presidente del Parlamento, chiedendo «chiarimenti governativi» sui «camion senza insegne» avvistati ad Adana, Kilis, Gaziantep e Kayseri con probabili armi per Isis.

   Senza contare che i turchi sarebbero circa il 10 per cento dei componenti di Isis e Abu Muhammed, noto comandante Isis, è stato fotografato nell’ospedale turco di Hatay nell’aprile 2014.    Nelle scorse settimane indiscrezioni Nato avevano sollevato il sospetto di un sostegno non dichiarato della Turchia al califfo Abu Bakr al-Baghdadi, chiamando in causa Hikan Fidal, capo dell’intelligence fedelissimo di Erdogan. Il sospetto dell’opposizione è che Ankara abbia favorito la formazione di Isis per avere un efficace strumento di pressione sul regime di Assad in Siria ed ora Isis è cresciuto al punto da poter minacciare la Turchia. A dimostrarlo vi sono attacchi come quello al consolato turco di Mosul, dove in giugno 49 diplomatici sono caduti in ostaggio di Isis.    David Phillips, direttore del programma Diritti Umani della Columbia University di New York, in Turchia ha incontrato «parlamentari e politici» che gli hanno sottolineato «i legami fra Turchia, turchi e estremisti sunniti» partendo dall’esempio della Fondazione per i diritti umani (Ihh), che ha il figlio di Erdogan, Bilal, fra i più convinti sostenitori nella raccolta fondi per sostenere «gruppi all’estero». Cengiz Candar, fra i più apprezzati analisti turchi, ritiene che la Turchia abbia «fatto nascere Isis all’inizio del 2012» quando si accorse che «l’incapacità dell’Occidente di sostenere l’Esercito di liberazione siriana» poneva la necessità di avere altri strumenti.    Sarebbe questa l’origine della scelta di TURCHIA, ARABIA SAUDITA, QATAR ed EMIRATI di sostenere, con fondi ed armi, le cellule di Isis, Al-Nusra e del Fronte Islamico, portandole spesso a collidere per rafforzare i rispettivi interessi.

   Le singole potenze regionali musulmane si sono così create delle proiezioni paramilitari – spesso in competizione fra loro – e quella di maggiore successo è Isis grazie alle risorse: dalle basi ai confini con Siria e Iraq alla quantità di armi convenzionali disponibili fino all’efficienza di «Ihh», che raccoglie ogni anno donazioni per 100 milioni di dollari in 120 Paesi ed è già stata in prima fila nel sostegno ai Fratelli Musulmani in Egitto come anche a Hamas e Gaza.    Dietro questa strategia turca vi sarebbe la scelta di Erdogan e del ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu di diversificare le alleanze sostenendo gruppi islamici per sfruttare la decomposizione degli Stati arabi e riportare l’influenza di Ankara sui territori dell’ex Impero Ottomano. L’accordo Sikes-Picot del 1916, che vide Londra e Parigi spartirsi i possedimenti ottomani facendo nascere gli Stati arabi, è stato dichiarato «morto» da Al Baghdadi riportando il Medio Oriente in una stagione che consente ad Ankara di aspirare a tornare gendarme regionale. (Maurizio Molinari)

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LA VIOLENZA SULLE DONNE YAZIDI

BUSHRA E LE DONNE RUBATE ‘SI SONO PRESI LA MIA VITA’

di Lorenzo Cremonesi, da “il Corriere della Sera” del 15/8/2014

gli yazidi sfollati
gli yazidi sfollati

CAMPO ONU BAJET KANDALA — «Si sono presi la mia vita. Ti prego vienimi a liberare, vienimi a vendicare», dice per telefono Bushra al marito Dakhill. Lui scoppia a piangere, seduto con le gambe incrociate sul materasso impolverato nella tenda appena eretta dai funzionari delle Nazioni Unite, non riesce a trattenere i singulti.

   La ragazzina diciassettenne che aveva sposato meno di un mese fa gli ha appena comunicato in pochi secondi di frasi spezzate che è stata violentata. Vicino a lei sta l’uomo che la violerà ancora. Non sappiamo perché le permetta di telefonare. Forse per pietà, oppure per renderla più «cooperativa», più docile, o ancora per continuare a terrorizzare gli yazidi in fuga.

   «Dove sei?», le chiede lui. Ma subito si rende conto che lei non potrà mai dirlo. Allora aggiunge rapido: «Dimmi di sì, se menziono il villaggio giusto, Jazeera, Sinjar, Zumani, Tall Afar, Al Bi’aj…». Lei lo interrompe sull’ultimo. «Questo», sussurra. Ma poi la linea viene interrotta.

   Dakhill guarda sulla mappa, Al Bi’aj dista una ventina di chilometri dalla loro casa che hanno dovuto abbandonare nel villaggetto di Qatania la notte tra il 3 e 4 agosto sotto l’incalzare della soldataglia del cosiddetto Califfato.

   Ma sono quasi cento chilometri da qui e in mezzo ci sono le maledette montagne di Sinjar. Soprattutto ci sono i fanatici che vogliono convertire ogni minoranza all’Islam, c’è il riproporsi di una storia di violenze antichissima, eppure assurdamente attuale.

   Un capo delle milizie ha confermato il rapimento di cento tra donne e bambini: «Li porteremo a Mosul e li convertiremo». Dakhill non trattiene le lacrime, esce dalla tenda per non farsi vedere dai bambini, scoppia in un lamento ancestrale che fa pensare al Ratto delle Sabine, ai racconti remoti delle donne prese come bottino, alle torri di avvistamento sulle coste cristiane del Mediterraneo contro le razzie delle navi saracene. «Io vorrei che il mondo sapesse… Non vedo mia moglie da due settimane… me l’hanno portata via. E non so cosa fare. Ora avrà figli di altri. Non la vedrò più…».    E’ il momento più intenso del lungo incontro avuto ieri con gli sfollati yazidi raccolti nel campo in via di costruzione nell’Iraq settentrionale, presso la città curda di Dohuq, a meno di cinque chilometri dal confine con la Siria.

   Gli Usa proclamano che la fase più acuta dell’emergenza è finita. Si calcola che all’inizio fossero oltre 40 mila i disperati assetati e affamati sulle sue sommità aride, bruciate dal sole. Ma gli americani hanno trovato solo 4.500 persone, di cui meno della metà sfollati. Di questi una piccola parte sono vecchi e infermi. Gli altri intendono restare a combattere.

   Cancellato il progetto di ponte aereo e via terra per l’evacuazione. Ieri dal canale di fuga attraverso le regioni curde in Siria erano arrivati in Iraq meno di 1.500 civili, contro le medie quotidiane di oltre 15 mila dei giorni precedenti. «Tuttavia l’operazione umanitaria resta in piedi. Stiamo costruendo nuovi campi di accoglienza», ci dice Marzio Babille, responsabile delle operazioni Onu in Iraq. Ufficiosamente la stima dei morti tra gli yazidi in fuga varia tra 2 mila e 4 mila persone. Sconosciuta è la cifra delle vittime assassinate nei villaggi, dei giovani obbligati a convertirsi, delle donne prese per servire da «schiave sessuali».

   Il dramma del 24enne Dakhill Mahlo è indicativo. Quando chiedo se c’è qualcuno con una storia da raccontare, un suo cugino incontrato per caso mi porta da lui. Ha l’aspetto emaciato, la barba sfatta, le labbra screpolate.

   «Alle due di notte del 4 agosto le 14 famiglie che compongono il nostro clan, 106 persone in tutto, si sono messe assieme per fuggire verso le montagne. Ma gli islamici ci stavano alle calcagna. Tanti tra loro sono sunniti del nostro villaggio e del circondario. Conoscono benissimo le piste che conducono alle pendici di Sinjar evitando le strade asfaltate. Allora abbiamo abbandonato le nostre auto e proseguito a piedi. Io sono giovane, corro forte. Mio padre, mia madre e gli altri anziani con i bambini rallentavano la fuga. Già prima dell’alba erano stanchi, avevano sete. Ma i criminali del Califfato controllavano le sorgenti basse e dicevano che chi voleva bere doveva convertirsi. Abbiamo trovato un capanno. Allora mio padre mi ha detto: corri sulle cime, prendi cibo e soprattutto acqua. Noi ti aspettiamo qui e poi riprendiamo a salire assieme. Così ho fatto. Ma, sulla via del ritorno, dall’alto ho visto che gli arabi avevano circondato la catapecchia. Facevano uscire gli uomini, i miei fratelli, gli zii, i cugini, e uno a uno li obbligavano a stare in ginocchio, puntavano il mitra alla tempia, li obbligavano a offendere il nostro credo e promettere che sarebbero diventati buoni musulmani. Tre o quattro volte li hanno fatti entrare e uscire. Poi li hanno caricati sugli automezzi appena abbandonati dalla nostra gente e portati via. E’ stata l’ultima volta che ho visto mia moglie». Rovista nel portafoglio ed estrae un foglio spiegazzato: è la tessera da studentessa di Bushra Mojo, 17 anni, con la sua foto su sfondo azzurro che la fa sembrare quasi una bambina.

   Da allora si parlano per sms e con telefonate brevissime. Tanti tra gli sfollati yazidi in qualche modo mantengono rari contatti più o meno diretti con i loro cari. Qualcuno parla con il vicino di casa che li vede ancora, magari prigionieri nella moschea o nella scuola locale. Persino parlano con i loro aguzzini. Sono sprazzi di una società sconvolta che preserva segmenti di umanità.

Così Bushra ha raccontato al marito il calvario delle donne prigioniere. In un primo contatto già il pomeriggio del 4 agosto gli ha detto che si trovava nella stazione di polizia del villaggio di Jazeera assieme a centinaia di altre, per lo più ragazze giovani.

   «Vogliono che diventiamo tutte musulmane, dobbiamo indossare vestiti tradizionali arabi», ha aggiunto. Il giorno dopo era nel commissariato di Tall Afar. Ha specificato che le più carine erano state selezionate. Alle quattro della mattina un gruppo di uomini armati era venuto a cercare una certa Nazeh, pare che fosse particolarmente bella. E hanno picchiato qualcuna con i calci dei fucili perché sostenevano che non li aiutava a trovare Nazeh. Il quarto giorno dopo la cattura Bushra comunica di essere stata rinchiusa a Badush, il carcere maggiore di Mosul che le milizie del Califfato da metà giugno utilizzano come quartiere generale.

Qui avviene la separazione: «Le vergini da una parte, le sposate dall’altra». Le prime, da quanto lei lascia capire, sarebbero state violentate e poi fatte partire, forse per la Siria. Tra gli yazidi dicono che alcune sarebbero vendute per 1.000 dollari al «mercato delle donne di Mosul», ma non ci sono conferme. Lei viene invece condotta in un altro luogo e qui data a un uomo.

   «Continuava a dirmi che l’avrebbero violentata. E penso sia avvenuto il 9 agosto», dice Dakhill. Cercando di smorzare la tensione domando se ha qualche notizia dei suoi fratelli. «Jamal ha 26 anni. Kamaj 21. So che sono rinchiusi nella moschea di Tall Afar», risponde e prova a comporre il loro numero. Risponde in diretta un miliziano del Califfato. «Stanno pregando con noi, chi sei?», chiede questi. «Sono loro fratello», risponde Dakhill. «Cane infedele, convertiti e solo allora potrai parlarmi», replica l’altro interrompendo la comunicazione. Pochi minuti dopo arriva la chiamata di Bushra: «Si sono presi la mia vita…». (Lorenzo Cremonesi)

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Un POST di Geograficamente recente sulla stessa tematica:

https://geograficamente.wordpress.com/2014/06/23/isis-il-nuovo-stato-degli-ultra-estremisti-islamici-alla-conquista-delliraq-ma-con-ambizioni-su-tutto-il-mediterraneo-orientale-guerra-di-religione-e-di-potere-la-resa-dei-cont/

Mappa dell'Iraq (da dirittiglobali.it) - CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA
Mappa dell’Iraq (da dirittiglobali.it) 
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