Il MEDIO ORIENTE SCONVOLTO – Stravolta la mappa (di Picot e Sykes) della GRANDE GUERRA, in crisi gli assetti del SECONDO DOPOGUERRA – L’avanzata del crudele STATO DELL’ISIS; La resistenza del POPOLO CURDO; ISRAELE non più isolata, HAMAS rimasta sola… – L’inizio di un inedito riequilibrio geopolitico

La diga di MOSUL liberata dai curdi (di Alfonso Desiderio, foto da Ansa)
La diga di MOSUL liberata dai curdi (di Alfonso Desiderio, foto da Ansa)

  La crudelissima morte (con decapitazione) del giovane giornalista free-lance americano James Foley, vuole essere un messaggio all’America e a tutto l’Occidente di “guerra totale” dei jihadisti dell’ISIS (sigla che starebbe per “Stato islamico dell’Iraq e della Siria”, il cui acronimo si è già abbreviato in “IS”, stato islamico, oppure lo si chiama con il nome di “califfato” come proclamato agli inizi dell’estate).

   E non esiste nessuna rivendicazione, mediazione, possibilità di rapporto con “il nemico”: c’è un’impossibilità di ogni dialogo di chicchessia con l’integralismo violento islamico. Questo è un fatto nuovo nel corso della storia e degli avvenimenti geopolitici, anche se già praticato da Al Qaeda, ma con ISIS (IS) sembra esserlo ancor di più e concretamente: perché ora appunto si parla di Stato, territorio, islamico estremista.

A Nordest dell'IRAQ, in verde, la regione del KURDISTAN IRACHENO
A Nordest dell’IRAQ, in verde, la regione del KURDISTAN IRACHENO

   Pertanto è il declino definitivo dell’ordine e della centralità occidentali: ci si fa la guerra, ma con le trattative (più o meno rispettate), con eserciti o stati che si affrontano… non che i macelli delle due guerre mondiali del secolo scorso, la stragrande preponderanza dei milioni di civili morti, l’olocausto perpetrato dai nazisti e fascisti, le purghe staliniane, la Cambogia di Pol Pot, il massacro di Srebrenica… tutto questo e altro siano cose di gentiluomini rispettosi dei patti… ce ne passa…. Ma ora lo stato islamico estremista, l’IS, è un elemento ancor di più di incomunicabilità totale con ogni “regola” occidentale.

   E il nemico non è solo, appunto, l’Occidente, ma pare esserlo prima di tutto l’Islamismo moderato, dialogante, che nella stragrande maggioranza dei suoi aderenti sempre più si rapporta con tutti, pacificamente, nel villaggio-mondo.

James Foley ad Aleppo, in Siria, nel luglio 2012
James Foley ad Aleppo, in Siria, nel luglio 2012

   Sull’islamismo che, ad esempio vive e convive in Occidente, sorge però la contraddizione terribile che si fa avanti individuando l’accento spiccatamente londinese dell’assassino del giornalista americano. Esiste perciò un atipico contesto di terroristi islamici cresciuti nelle capitali occidentali europee…

   Sarà solo un problema del Medio Oriente e della sua geopolitica sconvolta da quanto sta accadendo? …non solo della creazione dello stato dell’ISIS tra Siria e Iraq, ma anche della probabile proclamazione di uno stato indipendente nel Kuridistan iracheno, quale riconoscimento dovuto e ottenuto per il ruolo di resistenza agli aguzzini dell’Isis che i curdi ora stanno portando avanti…e poi c’è Israele e Hamas, duellanti infiniti a suon di uccisioni, dove però gli equilibri geopolitici stanno cambiando, e Hamas perde alleati, mentre Israele ora dialoga con varie potenze arabe….

   Ecco, sui sommovimenti specie quelli più violenti del Medio Oriente, sul fatto che all’esercito degli estremisti islamici aderiscono anche molti musulmani occidentali, e che questi “occidentali” tornano poi nelle loro case, città europee (o americane) questo fa pensare che ci possa essere un pericolo di importazione della guerra anche da noi, attraverso un terrorismo diffuso…. (una guerra mondiale di stampo pseudo religioso…)

LA POSSIBILE SPARTIZIONE DELL'IRAQ IN TRE STATI: SCITI a sud, SUNNITI dell'ISIS a centro-nord, e CURDI a nordest (mappa ripresa da LIMES)
LA POSSIBILE SPARTIZIONE DELL’IRAQ IN TRE STATI: SCITI a sud, SUNNITI a centro-nord, e CURDI a nordest (mappa ripresa da LIMES)

   Resta comunque, anche se il conflitto fosse circoscritto al solo Medio Oriente, il dovere di intervenire contro gli aguzzini estremisti islamici che appartengono al conformarsi di questo nuovo stato “IS”. E’ un dovere di rispetto della legalità internazionale, o almeno un soccorso, difesa, dei deboli, dei soprafatti, di qualunque stato, etnia, religione essi appartengano.

   Alla scelta politica di dare senso concreto a una POLIZIA INTERNAZIONALE che intervenga a fermare le crudeltà, si fa sentire pure la necessità di un “progetto diverso” delle nostre comunità, della nostra vita sociale. Un rivedere i nostri schemi di vita: così tanta violenza e integralismo (non solo proveniente dall’estremismo islamico…) fa pensare che stiamo andando verso un inesorabile declino totale di valori, di “sentimenti”. Se sta avvenendo tutto questo caos nel pianeta, qualche responsabilità ce l’abbiamo pure noi.

   Pertanto la premessa a una guerra mondiale (che si può ben evitare) implica una nuova presa di possesso della propria vita sociale, collettiva, personale e, nel villaggio globale, un interesse e un “prendersi cura” (“to care” è il verbo intraducibile inglese) dei destini di milioni di innocenti, difendendoli e aiutandoli quando necessitano del nostro aiuto. (s.m.)

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L’INGANNO FEROCE DEL CALIFFATO

di Bernardo Valli, da “la Repubblica” del 21/8/2014

   TUTTO cambia, alleanze, confini, e tutto resta incerto. Le prime, le alleanze, non sono sempre le stesse, mutano secondo i conflitti. E i confini definitivi non sono ancora tracciati. Il francese FRANÇOIS GEORGES-PICOT e l’inglese MARK SYKES direbbero che IL LORO MEDIO ORIENTE è diventato un groviglio inestricabile. Sarebbero inorriditi. L’arroganza coloniale della loro epoca garantiva idee chiare. I due diplomatici ridisegnarono la regione con un accordo. L’ASIA MINOR AGREEMENT creava nuove frontiere. sykes-picot map in 1916

   QUINDI, creava nuove nazioni sulle spoglie dell’IMPERO OTTOMANO, dissoltosi durante la Grande Guerra (1914-1918). Si formò cosi UN EFFIMERO MEDIO ORIENTE secondo gli interessi di Inghilterra e Francia. Cent’anni dopo, in seguito a rivolte, conflitti, colpi di Stato, invasioni e rivoluzioni, il Medio Oriente è in preda a tanti drammi geopolitici simultanei che messi insieme fanno una guerra destinata a sconvolgere la mappa di Picot e Sykes. Con uno stile orientale, in cui POLITICA E RELIGIONE SI MISCHIANO, IL MEDIO ORIENTE CAMBIA FACCIA come accadde più volte all’Europa nel secolo scorso.

   L’ultima sanguinosa novità, LO STATO ISLAMICO, CHE SI VANTA DI TAGLIARE LA TESTA AI PRIGIONIERI, occupa un incerto spazio tra la Siria orientale e il cuore del limitrofo Iraq. È tutt’altro che stabile, soprattutto dopo l’intervento aereo americano, ma si stende all’incirca tra la provincia irachena di Diyala e la città siriana di Aleppo. Al-Baghdadi, il suo capo, si è autoproclamato califfo, cioè successore di Maometto. Ma la sua è una sinistra mascherata. Inganna pochi musulmani (un miliardo e mezzo) sparsi nel mondo.

   La sua forza militare si aggirerebbe sui CINQUANTAMILA UOMINI, se si calcolano anche i saddamisti, cioè gli irriducibili seguaci di Saddam Hussein, il defunto rais di Bagdad, unitisi allo Stato islamico per opportunismo. I SADDAMISTI sono sunniti come Al Baghdadi ma non islamisti. Non sono fanatici religiosi. Anzi, sono SEGUACI DEL BAATH, un partito laico. La loro speranza è di abbattere il potere sciita di Bagdad promosso dall’invasione americana. Pur sognando una rivincita, i sunniti laici starebbero già del resto abbandonando lo Stato islamico, considerando insopportabile la convivenza.

   IL CALIFFATO ESERCITA UNA GRANDE FORZA DI ATTRAZIONE TRA GLI JIHADISTI o aspiranti tali in Marocco, in Tunisia, in Egitto, nello Yemen, ansiosi di partecipare a “guerre sante” con l’obiettivo di provocare rivolte nel mondo arabo, abusando del richiamo all’Islam. E di estendere domani il terrore in Europa e in America. Il padre spirituale in Iraq è stato Abu Mussab Al-Zarqaui, ucciso in un attacco aereo americano nel 2006. Zarqaui si fece conoscere attraverso un video in cui lo si poteva ammirare mentre sgozzava con le proprie mani l’imprenditore americano Nicholas Berg.    L’ESIBIZIONE DI RITI MACABRI ha sempre distinto l’estremismo jihadista. Le esecuzioni pubbliche diventano cerimonie religiose. Gli stessi capi di Al Qaeda, pur venerati come pionieri dallo Stato islamico, hanno sempre deplorato quel vizio. L’accanimento contro le minoranze religiose, cristiane o considerate estranee all’ortodossia sunnita, è un’altra caratteristica del neo califfato autoproclamatosi a cavallo della Siria e dell’Iraq. Gli sciiti, pur dichiarandosi musulmani, sono degli eretici.

   Lo Stato islamico accelera il processo di disgregazione di due grandi paesi disegnati da Picot e Sykes un secolo fa. Si è imposto in SIRIA in preda alla guerra civile anche grazie alla tattica condiscendenza del regime di Damasco ansioso di vederlo entrare in conflitto con l’opposizione laica. La manovra del presidente Assad è in larga parte riuscita, poiché la lotta tra laici e islamisti ha frantumato l’opposizione, e soprattutto ha dissuaso gli occidentali a fornire veri aiuti militari ai nemici di Damasco, per il timore che finissero nelle mani degli estremisti religiosi. Meglio il detestato Assad che gli jihadisti al potere a Damasco. Gli europei hanno finanziato invece lo Stato islamico pagando milioni di dollari per liberare i loro cittadini rapiti.

   CONTRO LO STATO ISLAMICO SI SONO CREATE ALLEANZE INSOLITE. STATI UNITI e IRAN, avversari storici dall’avvento del khomeinismo a Teheran (1979), si sono trovati fianco a fianco nell’aiutare il regime di Bagdad minacciato dall’avanzata jihadista. La Russia e l’Iran, sostenitori del regime di Damasco e quindi in contrasto con gli Stati Uniti, si sono alleati con questi ultimi sulla questione irachena. UN IRAQ SPACCATO IN PIÙ TRONCONi (uno sciita, uno curdo e uno jihadista) NON RASSICURA né Washington, né Mosca, né Teheran.

   Forse senza concertarsi, ma allo stesso tempo e con la stessa urgenza, le tre capitali hanno agito al fine di spingere alle dimissioni Nuri al-Maliki, primo ministro iracheno da otto anni. Colpevole di avere drammatizzato il conflitto tra comunità all’origine della tragedia attuale, Maliki si comportava come l’intransigente capo della maggioranza sciita ed emarginava la minoranza sunnita (20 per cento della popolazione), accentuandone la frustrazione per il secolare potere perduto.

   L’arrivo alla testa del governo di Bagdad di HAIDER AL-ABADI, pure lui sciita ma meno settario, più aperto alla collaborazione con le minoranze, sia sunnita che curda, è uno dei risultati dell’alleanza tra gli avversari russi, iraniani e americani.    Nell’ALTRO CONFLITTO MEDIORIENTALE, quello ARABO–ISRAELIANO, si è creata una coalizione ancora più sorprendente. Comunque senza precedenti. Il terzo scontro in cinque anni tra Gerusalemme e Gaza è uno dei tanti sofferti capitoli della interminabile e sanguinosa tenzone tra due popoli che si contendono la stessa terra.

   Le altre volte, ancora nel 2012, lo Stato ebraico al termine della battaglia con i militanti di Hamas si trovava completamente isolato tra i paesi arabi vicini ansiosi di dimostrare la loro inimicizia per lo Stato ebraico. In quest’ultima occasione, non ancora conclusa, si è invece CREATA UNA INEDITA COALIZIONE di cui fanno parte di fatto, insieme a ISRAELE, l’ARABIA SAUDITA, la GIORDANIA, gli EMIRATI DEL GOLFO, e l’EGITTO. È attorno a quest’ultimo, il più grande paese arabo, che si è creata la nuova alleanza. Vicino alla quale si muove l’AUTORITÀ PALESTINESE, quella laica di CISGIORDANIA.

   A favorire la coalizione è stata anzitutto la cacciata dal potere, l’anno scorso, al Cairo, del presidente Morsi. Il quale era il capo dei Fratelli musulmani eletto alla testa dello Stato dal primo libero suffragio universale diretto nella storia del paese. Alla destituzione con la forza è seguita la rapida nomina al suo posto del maresciallo Abdel Fattah el Sisi, con un voto tanto vistoso da risultare singolare.

   L’esercito non ha perso tempo. Ha decimato i manifestanti. Li ha imprigionati. Ha messo all’indice la confraternita, di cui l’Hamas palestinese è un’emanazione. Ed è adesso una zattera isolata. L’ostilità per i movimenti islamisti si è riversata sul movimento palestinese di Gaza, classificato anche come terrorista, al punto da far dimenticare l’allergia suscitata un tempo da Benjamin Netanyahu. E cosi nel nuovo Medio Oriente, dall’avvenire incerto, ISRAELE NON È PIÙ ISOLATO. (Bernardo Valli)

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IRAQ: CHI SONO I CURDI CHE STANNO PER RICEVERE ARMI DALL’ITALIA

di Matteo Colombo, da PANORAMA, del 21/8/2014

– Guidato da MASOUD BARZANI, il KURDISTAN IRACHENO ha avuto una crescita del Pil superiore alla Cina negli ultimi vent’anni. E punta all’indipendenza grazie a un prossimo referendum. È forse l’unica entità governativa a funzionare come UN VERO STATO, anche se formalmente la chiamano “REGIONE AUTONOMA” –

   Il Kurdistan iracheno è un territorio montuoso e impervio, dove la sicurezza è garantita dai vecchi kalashnikov dei PESHMERGA curdi, unico ostacolo rimasto alla rapida avanzata dell’Isis nelle zone arabo-sunnite dell’Iraq settentrionale.

   Dietro la linea del fronte ci sono più di 7 MILIONI DI CURDI e QUASI 2 MILIONI DI ARABI. Molti di loro si sono trasferiti tra questi monti ormai da alcuni anni per sfuggire agli scontri tra sunniti e sciiti, mentre altri sono arrivati qui dopo l’avanzata dell’Isis. A TUTTI LORO IL KURDISTAN IRACHENO OFFRE UNA POSSIBILITÀ DI MIGLIORARE LA PROPRIA CONDIZIONE ECONOMICA, visto che da queste parti il Pil è cresciuto a una media superiore a quella cinese negli ultimi vent’anni, segnando addirittura un incremento del 12% nel 2012.

Un avamposto di milizie curde in Iraq foto da Panorama)
Un avamposto di milizie curde in Iraq (foto da Panorama)

   L’ARTEFICE di questo successo politico ed economico è stato MASOUD BARZANI, ex leader del Pdk (Partito democratico curdo), oggi Presidente del Kurdistan iracheno e oligarca ricco e potente. Dopo l’elezione dell’amico-rivale TALABANI a presidente dell’Iraq, Barzani è diventato il padrone assoluto di questa regione grazie al sostegno della maggioranza delle tribù che parlano KURMANJI, IL DIALETTO CURDO PIÙ DIFFUSO IN TURCHIA, SIRIA E IRAQ.

   I SUOI COMBATTENTI, che si erano scontrati con gli altri gruppi curdi (Pkk e Upk) e con l’esercito di Saddam Hussein negli anni ’90, SONO DIVENTATI LA MILIZIA UFFICIALE di questa regione, avendo ottenuto anche la legittimità costituzionale da parte del governo iracheno.

   Barzani rappresenta la conservazione ed è il GARANTE DEI POTENTI LEADER TRIBALI, che ormai preferiscono indossare il doppiopetto per fare affari con gli stranieri, soprattutto israeliani e turchi, invece che la divisa militare. Il suo GOVERNO è ACCUSATO dagli oppositori DI AUTORITARISMO E CORRUZIONE, ma HA GARANTITO DIVERSE RIFORME LAICHE come ad esempio l’abolizione del delitto d’onore e una generale promozione dell’educazione femminile e dei diritti delle minoranze.

   Le armi dei peshmerga risalgono alla fine degli Novanta e oggi non possono competere con l’Isis, che si è impadronito dei moderni carri armati e dei fucili di produzione statunitense in dotazione all’esercito iracheno. La possibilità di ottenere mezzi militari recenti potrebbe perciò ribaltare le sorti del conflitto, ma rischia di portare a gravi conseguenze per la regione.

   AL FRONTE non ci sono perciò soltanto le MILIZIE DEL PDK DI TALABANI, ma anche i GUERRIGLIERI DEL PKK, che fanno parte di un’organizzazione che Europa e Stati Uniti hanno inserito nella lista dei MOVIMENTI TERRORISTICI perché responsabile di sanguinosi attacchi sul territorio turco negli scorsi anni. Questi gruppi si sono addirittura scontrati tra loro in passato, ma oggi si sono uniti contro il nemico comune: nulla impedisce perciò che riescano a ottenere le moderne armi occidentali e tornino ad attaccare i militari di Ankara dopo avere deciso un cessate il fuoco negli ultimi mesi.

   Inoltre, è previsto UN REFERENDUM SULL’INDIPENDENZA DEL KURDISTAN IRACHENO entro un anno: questo potrebbe portare al definitivo abbandono dell’Iraq da parte di questa regione, visto che la debolezza di Baghdad e la centralità di questo gruppo nella guerra contro l’Isis offrono un’occasione unica per l’indipendenza dei curdi. La possibilità di difendere questa rivendicazione con armi moderne e cannoni antiaerei, come quelli che verranno forniti dall’Italia e dalle altre nazioni europee, rende il sogno dell’autodeterminazione ormai davvero prossimo a realizzarsi, ma potrebbe creare le condizioni per un nuovo conflitto. (…..) (Matteo Colombo)

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LA DECAPITAZIONE DEL REPORTER USA JAMES FOLEY

di Lorenzo Cremonesi, da “il Corriere della Sera” del 20/8/2014

– Lo stravolgimento dei valori imposto dai gruppi islamici radicali – Non importa ciò che pensi, conta solo il valore simbolico che puoi rappresentare –

ERBIL_ La decapitazione di James Foley ricorda lo stravolgimento dei valori imposto dai gruppi radicali islamici negli ultimi anni. Non importa ciò che pensano e sono le loro vittime. Non conta che siano giornalisti, volontari delle organizzazioni non governative, ufficiali delle Nazioni Unite o altro. Non importa neppure che magari personalmente siano contrari alle politiche dei loro Paesi di origine. Agli occhi dei loro assassini vale invece il valore simbolico che possono rappresentare.

Per noi giornalisti la cosa fu chiara per la prima volta di fronte al video dell’esecuzione dell’inviato del Wall Street Journal in Pakistan, Daniel Pearl, nel 2002. Era evidente che veniva decapitato di fronte alla telecamera per colpire non tanto lui, quanto l’Occidente non musulmano, la libera stampa, l’informazione, gli Stati Uniti e la loro forza militare. Il fatto poi che fosse ebreo era ancora più “utile” agli occhi dei suoi carnefici.

   Da allora questo processo di strumentalizzazione della simbologia delle vittime non ha fatto altro che aumentare e diffondersi. E sta diventando un problema sempre più vasto. Nel 1987, all’inizio dell’ ”intifada”, la popolazione palestinese dei campi profughi di Gaza aiutava i giornalisti a nascondere le loro auto alla vista dei soldati israeliani. Un reporter non veniva attaccato perché americano o occidentale.    Le cose però stavano già cambiando nel Libano sconvolto dalla guerra civile e dalla crescita del radicalismo sciita. Ma anche allora i rapimenti erano per lo più a scopo di estorsione.

   Tutto muta con l’11 settembre 2001, l’imporsi di Al Qaeda e l’irruzione del radicalismo musulmano. E’ allora che scatta la caccia all’occidentale in quanto tale. L’Iraq del periodo post invasione 2003 ne è stata l’arena più vasta, seguito dagli scenari aperti dall’incancrenirsi del problema talebano in Pakistan e Afghanistan.

   Oggi la discriminante religiosa conta, e tanto. La sua strumentalizzazione ancora di più. E’ il pericolo di cui deve essere cosciente ogni occidentale e non musulmano che opera in queste regioni. Lo possono prendere, imprigionare e uccidere non per ciò che fa, pensa, scrive, racconta o diffonde. Ma semplicemente per il fatto che è utile a lanciare un messaggio, è strumentale ad un piano che assolutamente non dipende da lui. (Lorenzo Cremonesi)

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QUEL COLTELLO PRONTO A UCCIDERE ANCORA

di Adriano Sofri, da “la Repubblica” del 21/8/2014

ERBIL – DOPO l’8 agosto, quando gli aerei americani avevano cominciato a bombardare le postazioni dello “Stato Islamico”, i suoi portavoce li hanno derisi e sfidati.

   «SIETE una banda di vigliacchi, scendete sulla terra e vediamocela da veri uomini». Più o meno così, le parole sono quelle di sempre fra “veri uomini”: «Scendi, se hai il coraggio!». I veri uomini dell’Is stavano appunto valorosamente sgozzando, gente inerme, violentando madri e sorelle davanti a figli e fratellini, sghignazzando delle implorazioni dei vecchi, e insomma tutta la vecchia eterna vigliaccheria dei veri uomini.

   James “Jim” Foley era stato rapito una prima volta in Libia, con un fotografo sudafricano, Anton Hammerl, rimasto ucciso subito, e una free-lance, Clare Morgana Gillis, che poi l’aveva descritto così: «A chiunque e dovunque Jim piace subito, appena incontrato ». A quasi chiunque, quasi dovunque. Rapito per la seconda volta in Siria, non dev’essere piaciuto a nessuno dei suoi successivi padroni, che se lo sono rivenduto lungo quasi due anni, finché è finito nelle mani dell’Is. La ferocia non è coraggiosa. L’Is ha vigliaccamente ucciso il proprio ostaggio.

  Niente barbarie primitiva, niente medioevo: siamo contemporanei. Il boia jihadista lavora di macelleria antica (coltello che sega, non colpo di scure o lama compassionevole di ghigliottina) e corre a completare la propria voluttà mettendo il film in Rete. In Rete, i genitori dell’uomo che hanno visto con la testa in grembo, come i martiri sulla facciata di una cattedrale, dicono: «Non siamo mai stati così orgogliosi di nostro figlio. Ha dato la vita nell’impegno di rivelare al mondo la sofferenza del popolo siriano».

   Il boia aveva fatto le cose a puntino, rivestito la sua vittima della casacca arancione d’ordinanza, ostentato il suo accento britannico, e infine intitolato l’impresa: “Messaggio all’America”. Il messaggio non era solo per l’America, e l’America non è una sola.

   Una, la prima, che ha dato la risposta più grave di futuro, è l’America della madre di James Foley, che chiede riguardo per il proprio dolore, ma ha la forza di «supplicare » i rapitori di «risparmiare la vita degli altri ostaggi. Sono innocenti, come era Jim». Occorre infatti una forza grandissima, meravigliosa.

   La seconda risposta l’ha data Barack Obama. L’America cui si rivolgevano i boia è infatti lui: che il loro condannato avesse dei genitori, una famiglia, non li toccava. Obama è la loro America, e aveva sperato probabilmente di finire il doppio mandato senza impegnare la sua potenza in un nuovo conflitto armato, e anzi ritraendola dai luoghi roventi in cui l’arroganza dei suoi predecessori o le circostanze l’avevano cacciata. Col passare e l’infuriare del tempo, la smobilitazione di Obama aveva sempre più indebolito l’aspirazione pacifica a vantaggio di un’inerzia disorientata e una sconfessione della propria parola. Il punto più grave era stato la rinuncia a un intervento internazionale quando la ribellione siriana era ancora una promessa. Il punto più mortificante era stato il ripudio della “linea rossa” fissata al ricorso di Assad alle armi chimiche.

   Ne venne un sarcastico domino di pezzi caduti: Putin, che in Siria difendeva il sacro accesso al Mediterraneo della propria flotta dal porto di Tartus, difese impunemente il sacro accesso al Mar Nero della propria flotta in Crimea.

   Una “guerra” tira l’altra. Fino all’8 agosto, quando Obama ha rotto l’incantesimo, e ordinato i bombardamenti sulla resistibile avanzata del Califfato. Il ritorno sul luogo di un doppio delitto, la “guerra” irachena di Bush e Blair, e il ritiro da quell’Iraq, nella finzione che la democrazia vi potesse vivere di vita propria, col paese abbandonato alla morsa fra la rivalsa sciita e la brutalità del jihadismo sunnita.

   Gli aerei americani si sono alzati quando l’avanzata dell’Is aveva travolto addirittura la città di Mosul e consegnato il controllo della diga che la sovrasta, con l’intera piana fino a Bagdad. I lugubri uomini mascherati che sembravano venire da un altro mondo di ferocia inaudita erano in realtà la mutazione di un esercito internazionale che da mesi, da anni faceva le sue prove sotto gli occhi chiusi del mondo, piantando la propria bandiera nera sopra la ribellione siriana e il cuore dell’Iraq. A Falluja quella bandiera è issata fin dal 5 gennaio.

   A Obama dunque, che aveva preferito non vedere — mentre i sunniti già alleati degli americani restavano senza armi né risorse alla mercé dei confratelli decapitatori — è rivolto il messaggio del boia di Jim Foley. Gli dice che bombardare, anche solo dall’alto, anche senza rompere il tabù del “non mettere i piedi sul terreno”, ha comunque un costo di sangue, e Foley ne è l’agnello sacrificale. «Ogni tuo tentativo, Obama, di negare ai musulmani il loro diritto di vivere sicuri sotto il Califfato, avrà come conseguenza lo spargimento del sangue della tua gente».

   Il prossimo, consorte di prigionia e torture, esibito nel video, è Steven Joel Sotloff, 31 anni, collaboratore di Time , scomparso a sua volta in Siria un anno fa. Se i raid non cesseranno, proclama il messaggio, toccherà a lui, e poi avanti. Che Obama ceda a un ricatto simile è impensabile perfino per l’Is. Obama ha risposto com’era inevitabile e giusto. Può darsi che i capibanda dell’Is si propongano di forzare l’America di Obama a tornare sul campo fino a restarne intrappolati e offrire loro la gloria di cui si beano. Questo pensiero si porta dietro due domande: se sia immaginabile arginare oggi, sconfiggere domani l’Is e le sue versioni concorrenti senza mettere nel conto i piedi per terra e il prezzo di proprie vite, e se questo riguardi davvero solo o soprattutto l’America.

 Il parlamento italiano ha votato per il sostegno in armi —e voglia l’intelligenza di coloro cui compete che non siano ferri vecchi — e ieri per la prima volta un capo di governo (o di Stato) europeo è venuto a Bagdad e in Kurdistan. Renzi e Obama hanno messo in rilievo la determinazione specificamente genocida di questo islamismo.

   Il genocidio non è tanto questione di numeri. I cristiani di Siria, o i cristiani e ancora più ferocemente gli yazidi d’Iraq, o i 12 mila turcomanni sciiti assediati da due mesi e minacciati di sterminio a Amerli, est di Tikrit, non sono “nemici”: sono creature inferiori, impure, da liquidare, e poi farsi il selfie. Ieri a Khanke, nel più commovente accampamento di scampati yazidi, un padre raccontava piangendo che lo chiamano col telefono delle sue figlie e gli dicono singhiozzando quante volte ne hanno abusato.

   Se Obama avesse continuato nella scelta di non intervenire, che cosa avremmo fatto noi, l’Italia, l’Europa? La domanda non è resa inutile dal fatto che Obama ha finalmente rinunciato all’omissione di soccorso. Forse è inutile perché la risposta è scontata: non avremmo mosso un dito, l’Italia, l’Europa.

   Esiste o no un’obbligazione alla legalità internazionale, o almeno al pronto soccorso? Gli Stati Uniti hanno mostrato di non voler più fare da poliziotto del mondo, e oltretutto di non farcela più. Tuttavia, come in uno di quei malinconici film in cui il veterano che non vuole più saperne viene richiamato ad affrontare una minaccia diventata micidiale, sono ancora loro a fermare (nell’unico modo possibile, papa Francesco) un’avanzata che semina morte e terrore e minaccia l’isola di relativa tolleranza e normalità che è il Kurdistan.

   L’Europa, coi suoi 28 eserciti, non è esistita, né a Gaza, né in Siria, né sui monti Sinjar. E qual è, oltre alla viltà, o al malinteso interesse nazionale (gli affari, o la tassa per tener lontani da sé gli attentati islamisti) la spiegazione di questa colossale omissione di soccorso? E’ l’infinita discussione sulla guerra, sulla guerra ingiusta o giusta, di difesa o di aggressione, sulla guerra ripudiata dalla Costituzione o autorizzata da qualche codice canonico.

   Ci si gingilla sulla guerra. Si accantona sprezzantemente la distinzione, l’opposizione anzi, fra la guerra e l’azione di polizia internazionale. Si ride della seconda, come di un’utopia, o di un eufemismo. Ma perché non si ride della polizia nazionale? Dunque la differenza decisiva starebbe nel fatto che l’uso della forza sul piano internazionale è comunque guerra? Ma è una pretesa senza senso.

   C’è un altro uomo minacciato di decapitazione: il dubbio riguarda l’accento col quale il boia registrerà il suo video. Ieri era un accento britannico per un messaggio all’America. Il messaggio suonava chiaro anche per noi. (Adriano Sofri)

James Foley, il reporter americano decapitato da Isis

GLI SGOZZATORI ISLAMICI

IL “MESSAGGIO ALL’AMERICA”. CON LA DECAPITAZIONE DEL REPORTER FOLEY ALLARMA ANCHE L’EUROPA: IL BOIA È ARABO BRITANNICO

di Stefano Citati, da “Il Fatto Quotidiano” del 21/8/2014

   Tutto orribilmente perfetto. Il video pieno di simboli allegorici e con una suspense che culmina nell’immagine della testa deposta sul busto riverso di James Foley e si chiude con lo sguardo obnubilato della prossima vittima sacrificale.

   A render ancor più letale il “massaggio all’America” dei jihadisti dell’Isis (Stato islamico dell’Iraq e della Siria, il cui acronimo si è già abbreviato in Is, stato islamico, ovvero il califfato proclamato agli inizi dell’estate) il linguaggio ferocemente tagliente del boia in nero accanto al condannato in tuta arancione (come i prigionieri di Guantanamo) e il suo accento: è quasi certamente un arabo londinese, che parla un inglese preciso e punta il coltello con il quale sta per sgozzare il free lance americano dritto verso la telecamera, ovvero la gola di Obama verso il quale si rivolge direttamente dopo le parole di accusa che lo stesso Foley, con un passato nell’esercito nei reparti di informazione, ripete meccanicamente.

   Secondo il Pentagono il video è autentico e l’intelligence americana cerca delle tracce per risalire all’identità dell’assassino.

  Il governo inglese si è riunito d’urgenza per affrontare la questione dell’evidente commistione tra gli estremisti islamici cresciuti nelle comunità britanniche e che a centinaia sono andati a combattere tra le fila dell’organizzazione guidata da al Baghdadi.

   IL PADRE PUTATIVO dei taglia-teste dell’Isis è stato Abu Musab al Zarqawi, il capo-guerrigliero giordano legato ad Al Qaeda che seminò il terrore in Iraq tra il 2003 e il 2006 anche per cercare di rubare la leadership del movimento integralista islamico a Bin Laden.

   Anche lui e i suoi uomini postavano su internet le immagini delle decapitazioni (l’americano Nick Berg, sgozzato nel 2004) e altri prigionieri ‘giustiziati’ (il contractor Quattrocchi & Co.). Erano video ‘primitivi’ ma l’impatto mediatico già efficacissimo.

   Ora sono tornate a rotolare le teste nella polvere del Medio Oriente e non solo (il giornalista americano Daniel Pearl fu scannato in Pakistan nel 2002), per mano dei ‘nipoti’ di Zarqawi (ucciso dagli americani non lontano da Baghdad nel 2006) che si sono evoluti mediaticamente e iconograficamente. Il connubio tra esecuzione medievale e social network occidentali produce un immaginario che ha un impatto potentissimo, e scatena effetti di vasta e lunga durata.

   Il reporter Steven Sotloff verrà sacrificato sull’altare della guerra santa nel momento in cui gli uomini dell’Isis riterranno più opportuno di questo conflitto – per “la libertà di noi credenti”, secondo le parole del boia in nero – che non è solo sul terreno ma si combatte su scala globale nell’immaginario mediatico. (Stefano Citati)

I FIGLI D’EUROPA STREGATI DALL’ODIO

di Renzo Guolo, da “la Repubblica” del 22 agosto 2014

   L’accento british del boia di Jim Foley materializza un incubo per governi e opinioni pubbliche occidentali: quello della guerra in casa. Già evocato da un video dell’IS, circolato nelle scorse settimane in Rete, che riprende immagini di città americane. E nel quale la voce narrante fa sapere: «Siamo già tra voi!». O meglio: «Siamo sempre stati qui!».

   Un incubo che non riguarda solo gli Stati Uniti. Ci sono migliaia di giovani europei, musulmani di seconda generazione, cittadini o residenti di Paesi dell’Unione, nelle file dello Stato Islamico. Non solo britannici, ma anche francesi, tedeschi, scandinavi, belgi. Oltre che italiani: come ha rivelato la morte in combattimento in Siria del convertito Giuliano Delnevo. E tra Mosul e Raqqa vi sono decine di nuovi italiani.

   Non poteva essere diversamente nel tempo della globalizzazione che trasforma le società occidentali in società multietniche e multiculturali. Significativamente il gruppo che gestisce il «circuito penitenziario» degli ostaggi dello Stato Islamico, e al quale appartiene «John» il carnefice di Foley, sono chiamati dagli jihadisti locali i «Beatles». Non certo perché, oltre a salmodiare versetti coranici, cantano Lucy in the Sky with Diamonds.

   Gli «scarafaggi» britannici, così come i loro compagni d’avventura partiti dalle banliues parigine o dai quartieri etnici tedeschi, fanno parte della quinta generazione panislamista. Seguita a quella, pionieristica, che ha praticato il jihad contro la potenza «atea» sovietica negli anni Ottanta; a quella che ha avuto il battesimo del fuoco in Bosnia a metà degli anni Novanta; a quella riunita attorno a Al Qaeda nell’Afghanistan dei Taleban; a quella che ha combattuto in Iraq durate l’epopea sanguinaria di Zarkawi.

   La novità è proprio questa: la quinta ondata registra una massiccia presenza di mujiahidin nati o cresciuti in Occidente. Alcuni dei quali giovanissimi e non solo maschi. Un dato che, purtroppo, non stupisce. Con il suo dogmatismo, le sue risposte nette all’indeterminatezza della vita, il suo richiamo alla dimensione comunitaria, l’islam radicale offre straordinarie certezze e, sia pure distorte, risposte di senso. Quelle che nel tempo della fine delle grandi ideologie, nessun altro sistema culturale è più in grado di offrire.

   In discussione, per questi membri della generazione del rifiuto e del rancore, non vi è solo una politica che, a loro dire, criminalizza sempre e comunque l’islam, ma anche un sistema di valori. Per questa generazione militante nessun passaporto può mettere in discussione la sola appartenenza riconosciuta: quella transnazionale alla comunità di fede e ideologica declinata secondo i principi radicali.

   Quella attuale è, però, una generazione, figlia del suo tempo. Nell’era del frammento e dell’individualizzazione, anche la partecipazione al jihad segue cicli temporali definiti da fattori impolitici. Così per parte di quei giovani è «normale », dopo aver partecipato alle campagne di Iraq o Siria, tornare nel Paese nel quale hanno vissuto e riprendere una vita quotidiana scandita da altri imperativi, come il lavoro o la famiglia.

   Per quelli che non sono stati catturati, o da eserciti ostili o da video che ne fissano per sempre il volto negli archivi d’intelligence, si presentano opzioni diverse. Alcuni, come i ludici, che hanno praticato l’esperienza essenzialmente come dimensione esistenziale legata ai loro vent’anni, ritengono il kalashnikov un momento fondamentale ma superato della loro biografia. Una realtà più diffusa di quanto si pensi tra gli europei che hanno combattuto in Mesopotamia.

   Anche se l’aggravarsi di conflitti internazionali, o la percezione di una criminalizzazione collettiva dell’islam, spesso maturata nelle dinamiche locali, non esclude che possano tornare in azione. Altri, invece, rimangono legati, più o meno organicamente, alla rete jihadista, che estende i suoi tentacoli nelle metropoli occidentali.

Sono gli jihadisti mascherati o « in sonno», non certo esposti nell’attivismo di quartiere. Hanno un alto profilo di rischio, sanno usare armi ed esplosivi, e possono colpire su input esterno o autonomamente. Il timore, oggi, è che il conflitto siro-iracheno trasformi le città occidentali in nuovo avamposto del fronte. A conferma che la distinzione tra globale e locale è, in questi casi, sempre più effimera. (Renzo Guolo)

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LA GUERRA IMPOSSIBILE ALLE TRIBÙ

di Maurizio Molinari, da “la Stampa” del 22/8/2014

   Quarantott’ore dopo aver annunciato la riconquista della diga di Mosul il Pentagono ha fatto sapere di aver realizzato 14 raid aerei per assicurarne il controllo agli alleati curdi.

   L’evidente contraddizione descrive la difficoltà per gli Stati Uniti, la più grande potenza militare esistente, di battersi contro la tribù jihadista di Abu Bakr al-Baghdadi, evidenziando il più vasto problema strategico in arrivo dalle dune del Medio Oriente.

   Dall’Anbar iracheno alla Striscia di Gaza, dal Mali alla Libia fino al Sinai sono le tribù le nuove interpreti del messaggio di guerra jihadista con cui Osama bin Laden sorprese New York e Washington l’11 settembre del 2001, obbligando l’America e l’Occidente ad iniziare una campagna militare in procinto di entrare nel 13° anno.

   Al Qaeda delle origini era un’organizzazione con un leader assoluto che godeva del sostegno di uno Stato – l’Afghanistan dei taleban del Mullah Omar – e dopo le sconfitte subite fra il 2001 e il 2007 si è trasformata in una galassia di organizzazioni locali – da Al Qaeda in Iraq ad Al Qaeda nel Maghreb Islamico – accomunate dall’ideologia ma questa versione dell’eredità di Bin Laden lascia ora il campo ad una Jihad 3.0 che ha per protagoniste le tribù, i clan e in ultima istanza le aggregazioni famigliari ovvero le componenti basilari delle società arabo-musulmane.

   Basta guardare la mappa dei conflitti in atto dalla Rocca di Gibilterra agli Stretti di Hormuz per accorgersi chi sono i nuovi protagonisti. Nel Sahel le tribù del Nord Mali sono sopravvissute all’intervento francese dello scorso anno contro Al Qaeda nel Maghreb, arricchendosi con traffici illeciti fino al punto da obbligare Parigi a nuovi raid – due settimane fa – per sostenere il traballante governo di Bamako.

   In Libia la sovrapposizione fra milizie e clan tribali, soprattutto in Cirenaica, è talmente pericolosa da aver obbligato l’esercito egiziano ad assumere il controllo informale di una fascia di territorio oltre frontiera. Nel Sinai sono le tribù beduine a gestire i traffici di armi iraniane e siriane dal Sudan a Gaza, sostenendo i jihadisti di Beit Al Maqqdis, e dentro Gaza i gruppi salafiti competono con Hamas e Jihad Islamica per il sostegno di grandi clan famigliari allettati dalle ingenti quantità di denaro liquido.

   Ma è nell’Anbar iracheno che lo Stato Islamico (Isis) vede le tribù sunnite aggregarsi attorno al progetto più avanzato, guidato dal «Califfo Ibrahim» Abu Bakr al-Baghdadi, che negli ultimi tre anni ha esteso il proprio potere dalla Siria Orientale all’Iraq Occidentale seguendo il corso del Tigri e dell’Eufrate, ovvero i grandi fiumi che significano energia, vita ed in ultima istanza potere in quest’area del Pianeta.

   Il suo «Califfato» non ha un territorio di tipo tradizionale – con porti, città, pianure, campi agricoli o zone industriali – ma si articola nel controllo di punti-chiave lungo i corsi d’acqua oppure i pozzi di petrolio. Così come Gengis Khan, circa 800 anni fa, portò le tribù mongole a conquistare l’Asia fino ad affacciarsi al Medio Oriente occupando le vie delle carovane verso Occidente. Allora Khan e oggi Abu Bakr puntano al controllo dell’origine della ricchezza in steppe e deserti.

   Combattere contro le tribù è la nuova, e più difficile, sfida asimmetrica che la Jihad ci impone. Perché non hanno territori definiti, centri urbani riconoscibili e spesso neanche leader ideologici carismatici: ciò che le tiene assieme sono interessi concreti – denaro e controllo di fonti di energia – e il terrore imposto da chi le guida. Sotto questo aspetto la decapitazione del reporter James Foley, le stragi di yazidi, le chiese violate e le fosse comuni di soldati iracheni sciiti servono al «Califfo Ibrahim» soprattutto per imporsi sulle tribù irachene come il più feroce dei Saladini, al fine di ottenerne la fedeltà assoluta.

   Contro le tribù jihadiste gli armamenti degli eserciti tradizionali servono a poco: il Pentagono adopera gli F-18 per eliminare «tubi usati come mortai» sulla diga di Mosul, gli egiziani schierano brigate corazzate contro le tribù beduine nel Sinai, i francesi ricorrono ai Mirage contro i trafficanti del Sahel e gli israeliani hanno bersagliato Hamas e salafiti a Gaza con gli F-16 per quattro settimane ma i risultati ovunque, sul piano militare, sono assai scadenti.

   La decomposizione degli Stati arabi moderni in Nord Africa e Medio Oriente trasforma le tribù jihadiste nel nemico più pericoloso dell’Occidente perché i nostri Stati li combattono con armi inadatte, sebbene assai potenti e altrettanto care.

   Gli unici esempi che la Storia moderna offre di campagne militari di successo contro le tribù arabe-musulmane in rivolta vengono da 2 altrettanti Imperi: Ottomano e Britannici, che in epoche diverse, riuscirono a domare ribellioni estese e brutali, impiegando ingenti forze militari per occupare i territori, disponendo così di strumenti – finanze e armi – per convincere le tribù a cooperare.

   In dimensioni assai più ridotte è stessa ricetta che il generale americano David Petraeus adoperò con successo nell’Anbar, fra il 2005 e il 2007, impiegando 20 mila marines e fiumi di dollari per convincere le tribù sunnite a voltare le spalle ad Abu Musab al Zarqawi, predecessore di Abu Bakr al-Baghdadi nella guida dei jihadisti iracheni.

   Ma oggi non vi sono, in America o in Europa, leader dotati di risorse economiche e volontà politiche tali da ripetere l’impresa di Petraeus, per non dire neanche dei precedenti ottomano o britannico.

   Da qui lo scenario di un orizzonte di medio periodo nel quale saranno le potenze regionali del Medio Oriente – Arabia Saudita, Iran, Israele, Egitto e Turchia – a confrontarsi con la sfida delle tribù, seguendo agende di interessi nazionali in forte contrasto. Destinate a moltiplicare numero ed entità dei conflitti sulle coste meridionali del Mar Mediterraneo. (Maurizio Molinari)IRAQ

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discorso in diretta tv

OBAMA: «L’ISIS VUOLE IL GENOCIDIO: FAREMO GIUSTIZIA PER JAMES FOLEY»

di Redazione Online “Corriere.it”, 20/8/2014

– Il Presidente degli Stati Uniti: «Nessun Dio potrebbe mai giustificare quel che è stato fatto. L’Isis non ha posto nel ventunesimo secolo». Il video giudicato «autentico» –

   «Lo Stato Islamico sta tentando di compiere un genocidio. Ma noi faremo giustizia». Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama è intervenuto da Martha’s Vineyard con un breve discorso in diretta tv sulla barbara uccisione di James Foley .

   «Il mondo è inorridito», ha detto Obama. «Gli Stati Uniti continueranno a fare tutto il possibile per proteggere il proprio popolo. Saremo vigili e determinati». Obama ha detto che «l’Isis è un cancro, per combatterlo è necessaria una cooperazione mondiale», e che non è animato da valori religiosi.

   «Le sue vittime sono per la maggioranza musulmane, e nessuna fede insegna alla gente a massacrare gli innocenti. Nessun Dio potrebbe mai giustificare quel che è stato fatto. L’Isis non ha posto nel ventunesimo secolo. I jihadisti», ha continuato Obama, «hanno ucciso innocenti con violenza e codardia, torturato uomini, stuprato donne, ucciso migliaia di sciiti e sunniti, cristiani e minoranze religiose. Quelli come loro falliranno, perché il futuro è sempre nelle mani di chi costruisce, e non di chi distrugge».

   Il presidente ha poi comunicato di aver parlato con la famiglia di Foley. «Abbiamo tutti il cuore spezzato per la loro perdita, e ci uniamo a loro per onorare Jim. Oggi diremo una preghiera per lui e per coloro che sono ancora in mano all’Isis».

   Mercoledì, i genitori del giornalista avevano ricevuto una comunicazione da parte dei sequestratori che il loro figlio sarebbe stato ucciso.

Le indagini

La portavoce del Consiglio nazionale per la Sicurezza della Casa Bianca, Caitlin Hayden, ha confermato che il video che mostra la decapitazione del giornalista «è autentico». L’intelligence Usa, ha spiegato, «ha analizzato il video in cui vengono mostrati i cittadini americani James Foley e Steven Sotloff» e «abbiamo raggiunto il giudizio che si tratta di un video autentico».

   Nel video «Messaggio all’America» diffuso dagli jihadisti sunniti dello Stato Islamico in cui viene decapitato il reporter americano James Foley il boia, totalmente vestito di nero, con il volto coperto, parla con uno spiccato accento londinese. Elemento questo che fa temere si possa trattare di uno dei tanti britannici aggregatisi agli jihadisti in Siria e Iraq.

   Tanto che il primo ministro David Cameron ha interrotto all’improvviso le vacanze in Portogallo per tornare a Londra. Appare «sempre più probabile» che la mano che ha ucciso Foley sia di un cittadino britannico, ha ammesso Cameron. «È una cosa scioccante, ma sappiamo che fin troppi britannici sono andati in Siria e in Iraq coinvolti in atti di estremismo e violenza e quello che dobbiamo fare è incrementare gli sforzi per fermarli».

   Il capo della diplomazia britannica ha precisato che «tutti i segni indicano che sia originale» e anche l’Fbi ritiene che il video sia autentico. Secondo funzionari britannici, alcune centinaia di cittadini del Regno Unito sono andate in Siria per unirsi all’opposizione armata e alcuni di loro hanno attraversato il confine dell’Iraq durante l’avanzata dello Stato islamico.

   Per il Guardian Foley sarebbe stato decapitato dal leader di una cellula di combattenti britannici che operano in Siria. Secondo un ex ostaggio, l’estremista, si fa chiamare John e si sospetta possa provenire da Londra.

   Oltre ai combattenti britannici, in Siria ci sarebbero anche 1.300 cittadini francesi e tedeschi che lottano al fianco dei ribelli. Il video, è l’opinione degli esperti, è di buona qualità e girato da qualcuno che conosce la tecnica.

Le immagini e le parole

Nelle immagini si vede Foley nel deserto in una località imprecisata. È in ginocchio, coi i capelli rasati e indossa una tuta arancione simile a quelle che fino a qualche tempo fa indossavano tutti i prigionieri del carcere cubano di Guantanamo (ora sarebbero bianche).

   Accanto a lui c’è un terrorista vestito di nero che appunto ha un forte accento inglese e dice: «Questo è James Foley, un cittadino americano… i vostri attacchi hanno causato perdite e morte tra i musulmani… non combattete più contro una rivolta, noi siamo uno Stato, che è stato accettato da un gran numero di musulmani in tutto il mondo. Quindi, ogni aggressione contro di noi è un’aggressione contro i musulmani e ogni tentativo da parte tua, Obama, di attaccarci, provocherà un bagno di sangue tra la tua gente».

   Poi Foley parla della guerra in Iraq, le sue parole sono chiaramente dettate dai terroristi, legge un testo probabilmente scritto dal suo stesso esecutore: «Mi rivolgo ai miei amici, alla mia famiglia, ai miei cari affinché si ribellino contro il mio vero uccisore, il governo americano, perché quello che mi succederà è solo il risultato della sua noncuranza e dei suoi crimini».

   In un secondo momento il reporter si rivolge al fratello John, membro dell’esercito americano: «Quel giorno in cui i tuoi colleghi hanno lanciato quella bomba su queste persone, hanno firmato la mia condanna a morte. Vorrei aver avuto più tempo, vorrei aver potuto avuto la possibilità di vedere la mia famiglia un’altra volta, ma è troppo tardi. Soprattutto, vorrei non essere stato Americano».

   Poi riprende la parola il boia identificandosi come membro dell’Isis: «Oggi il vostro esercito ci ha attaccato. Qualsiasi vostro tentativo di negare il diritto a vivere in piena serenità ai musulmani nel Califfato islamico sarà pagato col sangue della vostra gente». Infine il boia taglia la gola a James Foley e poi viene abbandonato il corpo decapitato.

L’altro giornalista

Prima di andarsene però il jihadista mostra l’immagine di un altro giornalista americano, Steven Sotloff (31 anni), anche lui in mano ai jihadisti. E la famiglia di Sotloff si è rivolta al presidente Obama implorando di salvare il figlio «con qualunque mezzo necessario» e ha aperto una petizione sul sito della Casa Bianca per salvare la vita al reporter.

   Nessuna menzione viene però fatta di Austin Tice, 33 anni, scomparso il 14 agosto 2012 a nord di Damasco e a ridosso del confine con il Libano, in una regione che all’epoca era contesa tra forze del regime di Bashar al Assad e ribelli locali.

I genitori di Foley

Distrutti dal dolore i genitori di Foley sono stati intervistati dalle tv americane. «Jim è morto da martire per la libertà», ha affermato il padre. «Ha mostrato coraggio e accettazione fino all’ultimo ed è morto portando testimonianza. Mi ha ricordato Gesù», ha detto la madre Diane trattenendo a stento le lacrime.

20 agosto 2014 | 13:18

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il reporter

DALLA PRIGIONE DI CHICAGO ALL’IRAQ, PER RACCONTARE STORIE E INSEGNARE

di Davide Frattini, da “il Corriere della Sera” del 20/8/2014

– Chi era James Foley, il freelance barbaramente ucciso dai miliziani dell’Isis –

   James Foley aveva insegnato a leggere e scrivere ai carcerati prima di voler tornare lui a studiare, a imparare un nuovo mestiere. A 35 anni aveva scelto di percorrere le strade impolverate del Medio Oriente, anche se l’idea gli era venuta mentre lavorava nella prigione alla periferia di Chicago, vite deragliate, storie da raccontare. Come quelle che era andato a cercare in Afghanistan, il primo servizio all’estero, con la 173esima Divisione, tra le montagne della provincia di Kunar, negli avamposti americani circondati dai combattenti talebani.

   In Afghanistan era rimasto mesi, con la telecamera girava i video che inviava al sito Globalpost, nell’agosto del 2010 aveva seguito la 101esima, le Aquile urlanti, durante l’offensiva nella valle dell’Arghandab, quella che avrebbe dovuto cambiare l’andamento della guerra e l’immagine dei soldati tra i contadini locali: sorrisi, riunioni con gli anziani dei villaggi, progetti per fare arrivare l’acqua potabile dove non c’era mai stata.

   Riprendeva i bambini che chiedevano le penne ai militari in pattuglia tra i muri di fango, ammetteva di essere un po’ deluso perché non era ancora riuscito a filmare uno scontro a fuoco: «Si vendono bene ai grandi network», diceva.

   Era un freelance, girava a spese sue. Come in Siria, dov’era stato più volte prima di essere rapito il 22 novembre del 2012 nella città di Taftanz, era entrato dal confine turco. Un’inchiesta condotta da Globalpost aveva sostenuto che fosse detenuto dal regime in un carcere vicino a Damasco. Ieri lo Stato Islamico ha diffuso il video della sua esecuzione, Viene mostrata una fotografia del periodo afghano: James indossa il giubbotto antiproiettile, color verde marcio, una maglietta mimetica.

   I fondamentalisti vogliono implicare che fosse legato all’esercito. Era un giornalista, come altri aveva accettato di essere «embedded», di accompagnare le truppe nelle missioni, l’unico modo di poter arrivare alla prima linea, di poter visitare aree altrimenti troppo pericolose, di vedere anche quello che l’esercito non vorrebbe mostrare.

   E’ il fratello John ad aver scelto la carriera militare, pilota d’aviazione. A lui James – vestito di una tuta arancione simile a quella dei prigionieri a Guantanamo – è costretto a rivolgersi dai suoi carnefici, le ultime parole che gli hanno imposto prima di decapitarlo: «Pensa a quel che stai facendo, pensa alle vite che distruggi, pensa a chi ha preso la decisione di bombardare l’Iraq. Sono morto quel giorno John, quando i tuoi commilitoni hanno sganciato le bombe sulla popolazione. Speravo di avere più tempo, la speranza della libertà e di rivedere la mia famiglia ancora una volta. Quella nave ha lasciato il porto, alla fine sarebbe stato meglio non essere americano».

   Il filmato è intitolato «Messaggio all’America» e le immagini finali mostrano un altro giornalista, indicato come Steven Joel Sotloff: «La vita di questo cittadino americano dipende dalla tua prossima decisione, Obama», proclama con accento britannico il terrorista mascherato e bardato di nero.

   James Foley era stato sequestrato anche in Libia, dove aveva seguito la rivolta contro Muhammar Gheddafi fin dall’inizio nel febbraio del 2011. I soldati del Colonnello avevano fermato l’auto su cui viaggiava con altri giornalisti (uno di loro era stato ucciso) e li aveva portati via. Allora la famiglia era stato in grado di rintracciare i suoi spostamenti, trascinato per il Paese dai carcerieri, e dopo 45 giorni di campagna per la liberazione, il regime aveva finito con il rilasciarlo.

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I KHMER VERDI DEL LEVANTE E L’ARGINE DEI MODERATI

di Bernard Henry Levy, da “il Corriere della Sera” del 20/8/2014

   Nel gennaio del 2011 avevo pubblicato un articolo intitolato «Come salvare i cristiani d’Oriente?». Poco tempo prima, papa Benedetto XVI aveva dichiarato che i cristiani erano divenuti, su scala planetaria, «il gruppo religioso esposto al più gran numero di persecuzioni a causa della loro fede».

   E osservando, dall’Egitto alla Nigeria – dove la setta Boko Haram cominciava a farsi conoscere -, dalle Filippine al Sudan e alla cattedrale di Bagdad funestata da una spaventosa carneficina, la serie di crimini anticattolici verificatisi nella sola notte di Natale, gli avevo evidentemente dato ragione. In quell’articolo spiegavo come un miscuglio di laicismo mal compreso, di odio di sé europeo e di antimperialismo alla Pavlov ci stesse rendendo ciechi di fronte al capovolgimento storico che trasformava una religione a lungo conquistatrice e dominante in una religione dominata, martirizzata, i cui fedeli venivano bollati di un’infamia mortale.

   E predicevo che, se non si fosse fatto nulla, se la comunità internazionale non avesse preso atto della situazione, se non avesse protestato – all’unanimità e soprattutto unendosi in una sola forza – contro l’ondata anticristiana, andavamo verso un disastro umano, un crimine contro lo spirito e la civiltà, da lungo tempo senza precedenti in quella parte del mondo.

CACCIA AI CRISTIANI

Ed ecco che, tre anni e otto mesi più tardi, l’antica città assiro-caldea di QARAQOSH è stata svuotata dei suoi cristiani, che non hanno avuto altra scelta se non la conversione, l’esilio o la morte. A MOSUL, l’antica Ninive, le case cristiane sono state contrassegnate da una «N», come nazareni: un invito ad andarsene per gli uni e un permesso di saccheggiare e depredare per gli altri.

   Nei borghi e nelle borgate circostanti, a Hamadanyia, Bartella, Tall Kayf, in tutta la parte settentrionale dell’Iraq adiacente al Paese curdo, come nelle regioni della Siria dove altri squadroni di folli di Dio e di banditi edificano il secondo lembo del loro Stato islamico, si parla – ma non è stato possibile verificare tutte le informazioni – di esecuzioni sommarie e di massa, di donne incinte sventrate, di giovani uomini crocifissi, insomma di intere comunità di fedeli cui si fa rivivere, duemila anni dopo, lo stesso martirio di Cristo.    Se a questo si aggiunge il caso degli yazidi di Sinjar, una minoranza i cui riti si ispirano a religioni dell’antica Persia e al sufismo, ma anche al cattolicesimo, e che per gli islamo-fascisti è un altro covo di Satana, è tutta la regione del Levante – la culla del Cristianesimo, che tanto ha fatto per la ricchezza spirituale dell’umanità e dove ancora si parla, nelle chiese, la lingua stessa di Gesù – che sta diventando non solo judenfrei , ma christlichfrei , «ripulita» dei suoi cristiani, dopo esserlo stata dei suoi ebrei. Allora, davanti a questa serie di crimini, di fronte a quella che possiamo chiamare la soluzione finale di una questione cristiana che da secoli ossessiona, checché se ne dica, la regione, cosa si può fare?

CHI REAGISCE

La Francia alza la voce, e va bene. Ban Ki-moon parla di crimine contro l’umanità, e va benissimo. Gli Stati Uniti di Barack Obama emergono infine dal loro sonno isolazionista per portare rinforzi ai peshmerga curdi, l’unica forza regionale, per il momento, che osa resistere e far fronte al nemico, e non possiamo che rallegrarcene.

   Ma nulla di tutto questo sarà sufficiente, lo sappiamo per certo, a far tornare a casa i cristiani perseguitati. E la verità è che l’essenziale dell’impegno, dell’azione di forza, dovrà venire dallo stesso mondo arabo-musulmano.

   Prendiamo ad esempio l’Arabia Saudita, che è alleata dell’Occidente, e dove da anni e anni si incoraggia e si finanzia una jihad cui gli uomini di Al-Baghdadi non hanno fatto altro alla fin fine che dare la sua forma più radicale: non è tempo di spingerla ad assumersi le proprie responsabilità?

   E il Qatar che, con una mano, compra club sportivi, luoghi di memoria o quanto di meglio esiste dell’apparato industriale di tale o talaltro Paese europeo e, con l’altra, pratica a domicilio un anticristianesimo ordinario che può solo incoraggiare gli assassini: non abbiamo i mezzi diplomatici, politici, economici per aiutarlo a chiarire le sue vere intenzioni?

   Non è urgente riflettere con tutte le capitali arabe – dove non sono molte, sia detto en passant , le autorità morali o religiose ad aver espresso il loro orrore per l’operazione di purificazione etnico-spirituale in corso a Mosul e a Qaraqosh – sul miglior modo di fermare, prima che sia troppo tardi, orde di assassini di cui si dovrebbe dire chiaramente che la bandiera nera non ha nulla a che vedere con la loro?

   Infatti la sfida è proprio qui. O i sostenitori dell’Islam tollerante e moderato sconfessano e combattono i khmer verdi del Levante; oppure non ne hanno il coraggio e la mistica della Umma prevarrà sull’amore per la vita e la propria sopravvivenza e andranno dritti alla guerra di civiltà che quei barbari hanno dichiarato, e di cui le loro donne, i loro figli ed essi stessi saranno, dopo i cristiani, il prossimo bersaglio. (Bernard Henry Levy, traduzione di Daniela Maggioni)

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DALLA PRATICA DELLA CRUDELTA’ ALLA STRATEGIA DEL PROGETTO

di Marco Emanuele, da http://strategiecomplesse.wordpress.com/

   L’editoriale di Bernard-Henry Lévy, I khmer verdi del Levante e l’argine dei moderati, pubblicato sul Corriere della Sera, apre una riflessione fondamentale. La tesi di Lévy, che l’islamismo moderato possa essere l’unico argine per fermare le violenze degli estremisti, è condivisibile; il vero problema è che siamo di fronte ad un problema ben più ampio di quello descritto dal filosofo.

   Ha ragione Papa Francesco; la crudeltà che percorre il mondo ha raggiunto livelli non più accettabili. Fatichiamo a riconoscere e ad accettare la gravità del problema, forse perché la crudeltà nasce dentro di noi, e limitiamo il nostro sguardo a ciò che ci fa comodo; difendiamo soltanto alcune vittime di azioni violente, come se fossero le uniche vittime della crudeltà dominante.

   Dobbiamo fare molti passi in avanti e smetterla con le finte lacrime del pianto alle “nostre” vittime. In un mondo civilizzato, infatti, non esistono vittime di parte, nessuno può morire per il bene di altri. Non possiamo pensare che la ragione sia l’ “avere ragione” e non, invece, il fondamento di processi storici che, com-prendendoci ciascuno come “differente umano”, ci superano; dobbiamo ricominciare ad intendere la ragione come una frontiera continuamente aperta, laddove si avverte quel vento dell’umano che oggi si è fermato.

La pratica della crudeltà può cessare se ogni persona investe sulla civiltà del progetto umano. Dobbiamo ripensare questo mondo fondato sull’assenza della politica e sull’imperare della legge della giungla.

   Dobbiamo ripensare il contesto nel quale ci muoviamo, al di là delle nostre appartenenze. Il disarmo deve partire da noi, laddove abbiamo troppe certezze che spacciamo per verità rivelate e laddove rifiutiamo l’incertezza che problematizza la condizione umana per ri-crearla.

   E’ proprio questa incertezza che ci rende profondamente umani e che ci permette di uscire dallo spettacolo indecente di un mondo che muore.

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Analisi

L’EPICENTRO DEL NUOVO CONFLITTO NELLE DIVISIONI DEL MONDO ISLAMICO

di Vittorio Emanuele Parsi, da “Avvenire” del 20/8/2014

   È senza alcun dubbio un’immagine dalla forte potenza evocativa quella impiegata da Papa Francesco durante il suo viaggio di ritorno dalla Corea di una «Terza guerra mondiale combattuta a pezzetti», al punto da aver conquistato i titoli di testa in molti dei quotidiani in edicola. Anche dal punto di vista concettuale, però, l’espressione è più che pregnante e, soprattutto, rimanda a DUE TENDENZE che concorrono a disegnare l’attuale fase DEL SISTEMA INTERNAZIONALE: la prima rappresentata dal DECLINO DELL’ORDINE E DELLA CENTRALITÀ OCCIDENTALI, la seconda costituita dall’ASCESA DEL MONDO ISLAMICO COME EPICENTRO PRINCIPALE DEL DISORDINE.

   L’attuale stagione dell’ordine internazionale sta registrando ormai il pressoché totale esaurimento della sua fase ultima, quella realizzata attraverso i due conflitti mondiali e poi stabilizzata attraverso la Guerra fredda e l’equilibrio del terrore termonucleare sovietico-americano. Persino i decenni definiti come «post-Guerra fredda», e la temporanea egemonia americana sull’intero mondo globalizzato, sono in realtà stati l’estremo spin-off, un’ultima conseguenza, di quell’ordine novecentesco.

   Il «declino dell’ Occidente» implica il VENIRE MENO DELLA CENTRALITÀ EUROPEA che negli ultimi tre secoli e mezzo si era progressivamente affermata, non solo e non tanto in nome di una logica ‘imperialista’, ma innanzitutto come stipite e centro regolativo del sistema. I due conflitti mondiali e la Guerra fredda segnano la sublimazione ‘occidentale’ di una centralità europea in via di esaurimento, che oggi è ormai esausta di fronte alla pressione del mondo.

   Non è un caso che l’istituzione che dalla logica dei conflitti intra-europei (mondializzati) è sorta – le Nazioni Unite – stia oggi attraversando una fase di crisi parallela a quella dell’ordine politico che l’aveva generata.  …

   In questo progressivo vuoto di potere, che l’intermittente attivismo militare americano e il balbettante  presenzialismo oratorio europeo a stento mimetizzano, altre regioni impongono le proprie divisioni e i propri conflitti al centro della ribalta.

   Tra le tante, quella maggiormente a rischio di dare avvio a un contagio molto peggiore di quello legato al virus dell’ebola, è la vasta regione in cui la religione islamica è maggioritaria o comunque dominante. Non è qualcosa che abbia a che vedere con il messaggio coranico in sé (ci mancherebbe altro) e neppure con presunte differenze di civilizzazione.

   Ma è un fatto che le divisioni che oggi rischiano di trascinare il mondo in una spirale di conflitti infiniti e selvaggi si trovano all’interno di quel mondo e nelle aree in cui esso insiste.

   Se nel 1914 ciò che fece deflagrare un sistema in cui gli imperi erano ancora una realtà (per quanto diversificata: l’impero britannico e quello russo, quello ottomano e quello asburgico, quello tedesco e l’impero coloniale francese) fu la scintilla del nazionalismo balcanico, oggi è il conflitto tra sciiti e sunniti, insieme alla fitna (la lacerazione) intra-sunnita, che tende a trascinare l’Occidente e il mondo in guerra.

   In altri termini, L’EPICENTRO DELLA ‘TERZA GUERRA MONDIALE’ È OGGI ESTERNO ALL’OCCIDENTE e alle tradizionali rivalità tra grandi potenze, mentre È INTERNO AL MONDO MUSULMANO e contrassegnato dalla lotta per far emergere nuove forme di aggregazione politica diverse e ostili all’ordine fondato sulla statualità di matrice (e importazione/imposizione) occidentale.

…È proprio LA MUTATA NATURA DEGLI ATTORI che si propongono di sfidare le regole del declinante ordine occidentale a doverci inquietare maggiormente. Non sarà l’abborracciato e sanguinario califfato dello ‘Stato islamico’ a prendere il posto degli Stati sorti negli anni 30 del secolo scorso nel Levante.

   Probabilmente altre e più raffinate forme di aggregazione politica – meno escludenti e meno settarie, e invece più includenti e capaci di mobilitare estese risorse di lealtà politica e appartenenza come per secoli han fatto gli Stati di modello euro-occidentale – prenderanno il posto degli attuali Stati mediorientali e dello stesso neocaliffato.

   Ma resta il fatto che, in questa fase, lo zelo religioso che si serve della politica, che strumentalizza il potere politico a fini ultra-politici, sta infiammando quel mondo a partire dalle sue regioni più tradizionalmente instabili. …    Insisto su un fatto: PENSARE CHE AL-BAGHDADI E QUELLI COME LUI SIANO INTERESSATI AL POTERE IN SÉ E UTILIZZINO LA RELIGIONE IN MANIERA STRUMENTALE È FUORVIANTE. È semmai vero l’esatto contrario.

   Dobbiamo abituarci a prendere molto sul serio i moventi religiosi dell’azione politica. Che poi l’interpretazione della religione islamica da parte dei tagliagole dell’Isis sia ‘una’ delle tante possibili, oltre che essere ragionevolmente la peggiore, è un altro paio di maniche.

   È questo che sta trasformando la differenza tra sciiti e sunniti (che esiste da circa 1.300 anni) in un ‘conflitto’: interno al mondo islamico, ma capace di coinvolgere tutti nel suo divampare.

   E di questo occorre ringraziare tutti quelli che nell’area, in tempi e modi diversi, hanno concorso a ‘infiammare’ il discorso religioso attraverso la sua declinazione ‘zelota’, saturando il discorso politico di riferimenti religiosi fondamentalisti: i sauditi, i qatarini e le varie monarchie sunnite del Golfo, certo; ma anche la Repubblica islamica dell’Iran che resta l’esempio realizzato di teocrazia contemporanea, e persino lo Stato di Israele, ancora laico eppure sempre più confessionalizzato. (Vittorio Emanuele Parsi)

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La questione degli interventi “umanitari”

UCRAINA E MEDIO ORIENTE, IN CERCA DI UNA LOGICA

di Stefano Silvestri, 19/08/2014, da www.affarinternazionali.it/

   Un convoglio di profughi è stato bombardato in Ucraina, mentre cercava di lasciare la zona dei combattimenti: forse sono stati i miliziani filo-russi, ma questi accusano l’Esercito ucraino. Il gigantesco convoglio di aiuti umanitari messo insieme dalla Russia è ai confini con l’Ucraina, ma ancora non passa, anche se sembra sia stato raggiunto un accordo sulle procedure di ispezione e distribuzione. Ma la Croce Rossa, che dovrebbe prendere il controllo dell’operazione, continua a parlare di tempi lunghi.

Nel frattempo cresce il coinvolgimento “umanitario” (ma anche esplicitamente militare) degli occidentali in Iraq, e forse in un futuro prossimo anche in Siria.

   Ci sono tutti gli elementi per suggerire il rischio di uno “scambio ineguale”, che lascia agli Usa ed alleati mano libera in Medio Oriente, e consente a Mosca di intervenire ancora più apertamente di quanto già non faccia (ma sempre per ragioni “umanitarie”) nella guerra civile ucraina.

ATTENZIONE ALL’USO DISTORTO DEI PRECEDENTI

Questo è il rischio dei “precedenti”, che possono essere piegati e strumentalizzati ai fini più diversi, ma in questo caso essi pongono un problema evidente ed irrisolto: come bloccare o almeno moderare i conflitti, in un mondo più multipolare e quando Russia e Stati Uniti non sono perfettamente allineati? E le altre potenze che fanno, in particolare la Cina?

   Il Consiglio Affari Esteri dell’Ue ha cercato di affrontare la questione, in una riunione straordinaria a Ferragosto, da un lato chiedendo a tutte le parti di facilitare l’accesso degli aiuti umanitari in Ucraina e dall’altro invitando la Russia a porre immediatamente fine alle sue attività ostili ai confini con la zona di crisi e a ritirare le forze che ha accumulato nell’area.

   In particolare ha ammonito la Russia chiedendole di rinunciare ad usare qualsiasi pretesto, incluso quello “umanitario”, per giustificare un suo intervento militare. In cambio ha proposto una conferenza di pacificazione con la partecipazione di tutti i maggiori attori (Usa, Russia, Ucraina, Ue e Osce).

   Nella stessa riunione peraltro il Consiglio ha lodato l’intervento militare americano in Iraq, ha chiesto un più sostenuto aiuto umanitario alle popolazioni, incluse operazioni per facilitare l’evacuazione di profughi, e ha appoggiato la decisione di fornire armamenti ai curdi.

   Nel contempo ha incoraggiato il nuovo premiere designato iracheno, Haider Al Abadi, a compiere ogni sforzo per formare un governo aperto a tutte le componenti politiche, religiose e etniche.

   È evidente la diversità politica delle due situazioni, ma anche la difficoltà di esplicitare una strategia del tutto coerente ed universalmente accettata.

LA DEFINIZIONE DEL TERRORISMO

Non è certo la prima volta che questo accade. Conflitti analoghi hanno diviso le Nazioni Unite negli anni della decolonizzazione, e per lunghissimo tempo hanno impedito la stessa formulazione di una definizione condivisa del termine “terrorista”, secondo la formula sin troppo abusata che il terrorista dell’uno può essere il combattente per la libertà dell’altro.

   C’è voluto l’arrivo del terrorismo internazionale in tutta la sua ferocia per spazzare via queste resistenze “politichesi” e arrivare all’apprezzamento della minaccia comune e condivisa. Ora l’IS cerca di confondere le acque dando una forma pseudo-statuale alla sua identità: ma in realtà la rivendicazione del “califfato” non ha limiti territoriali e non si distingue che tatticamente dal terrorismo internazionale degli altri gruppi jihadisti.

PIÙ TRADIZIONALE È IL PRINCIPIO DELLA IMMUTABILITÀ DELLE FRONTIERE MEDIANTE L’USO DELLA FORZA

Questo principio giustifica certamente (in aggiunta a tutte le altre ragioni) la sconfessione dell’IS, ma è già stato violato dalla Russia in Crimea (e, secondo il Presidente Putin, dalla Nato in Kosovo) e potrebbe creare problemi in futuro con i curdi.

   In effetti sembra difficile riuscire a trovare UNA SOLUZIONE che non sia in primo luogo POLITICA, e questo significa ARRIVARE AD UN ACCORDO CON PAESI QUALI LA RUSSIA E L’IRAN, che sia accettabile insieme per le maggiori potenze e per i paesi dell’area.

   Sino ad allora bisognerà prepararsi ad affrontare con decisione, e senza troppe illusioni, ogni sorta di distorsione tattica del diritto internazionale. Ciò NON DOVRÀ IMPEDIRE, QUANDO NECESSARIO, L’USO DELLA FORZA MILITARE.

   Al contrario: è in situazioni confuse di questo genere che è necessario riportare con decisione i fatti essenziali al centro della questione, spazzando via gli opportunismi collaterali. Tuttavia bisognerà anche ricordarsi di MANTENERE BENE APERTI E FUNZIONANTI TUTTI I CANALI POLITICI E DIPLOMATICI NECESSARI PER ARRIVARE A UNA SOLUZIONE DEL CONFLITTO CHE LE ARMI, DA SOLE, NON RIUSCIRANNO A GARANTIRE. (Stefano Silvestri è direttore di AffariInternazionali)

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L’accordo sull’Asia minore

IL RIGHELLO DELLA STORIA E I CONFINI TRA LE SABBIE DEL DESERTO

di Laetitia Méchaly, da “il Fatto Quotidiano” del 28/8/2014

IL 16 MAGGIO 1916, in piena Prima guerra mondiale, viene firmato a Londra l’accordo segreto Sykes-Picot (o Asia Minor Agreement) tra i governi della Francia e del Regno Unito. Durante la caduta dell’Impero Ottomano le due potenze hanno deciso di spartirsi i territori medio-orientali in cinque zone, senza consultare le popolazioni locali.

L’accordo, poi modificato nel 1918, prevedeva in particolare che il Libano, il sud-est della Turchia, una parte della Siria e dell’Iraq finissero sotto l’influenza francese, mentre il Kuwait, il sud della Siria, la Giordania e la Palestina sotto quella inglese.

A complicare la questione, secondo tale accordo, nella attuale Palestina si sarebbe dovuta formare una amministrazione di tipo internazionale in collaborazione con la Russia. Sono queste frontiere che l’Isis afferma di non riconoscere, così come l’accordo Sykes-Picot, cercando di superare quella fase storica con la creazione del Califfato.

L’accordo è sempre stato percepito da parte del mondo arabo – che non ne venne a conoscenza fino al 1917 – come lo specchio dell’imperialismo occidentale. L’accordo fu confermato durante la conferenza di Sanremo dell’aprile 1920.

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DAI BEDUINI AL JIHAD. CENT’ANNI DI STATI FANTASMA

di Giampiero Gramaglia, da “il Fatto Quotidiano” del 28/8/2014

NEL 1915, SYKES E PICOT DISEGNARONO LE AREE DI INFLUENZA DELLE POTENZE BRITANNICA E FRANCESE IN MEDIO ORIENTE. INVENZIONI GEOGRAFICHE CHE IN UN SECOLO HANNO PORTATO A UNA SERIE DI CONFLITTI NEL GRANDE GIOCO DELL’ASIA MINORE, TRA ETNIE, FEDI E LA SCOPERTA DELL’”ORO NERO“

Mi piacerebbe tracciare una linea dalla e di Akre (località dell’odierna Giordania, ndr) all’ultima k di Kirkuk”, la storica capitale dei curdi, in Iraq, di cui i peshmerga hanno ora ripreso il controllo: così, Mark Sykes, diplomatico britannico, diceva, il 16 dicembre 1915, a Downing Street, parlando con il collega francese François Georges Picot. In quella battuta, c’è la filosofia della sistemazione dei resti dell’Impero Ottomano, dopo la fine della Prima guerra mondiale: frontiere più rispettose di meridiani e paralleli che di etnie e religioni; scatolini di sabbia che si rivelano barili di petrolio; e nessuna attenzione al rispetto della parola data e, tanto meno, alle aspirazioni d’indipendenza dei popoli arabi.

Nonostante il contributo – spesso decisivo – da essi fornito durante il conflitto.    Stanno lì molte radici delle tensioni e delle violenze dei giorni nostri nella Regione. L’Occidente, del resto, non riservò al Mondo arabo la sua miopia colonialista: pure i confini africani erano stati tracciati, nell’Ottocento, con criteri analoghi, separando popoli fratelli e mettendo insieme atavici nemici. Gli spaventosi eccidi di hutu e tutsi tra Rwanda e Burundi ne sono una conseguenza. Con la paradossale conseguenza che turbolenze e barbarie – riconducibili alla lontana a quegli errori – contribuiscono, oggi, ad alzare una barriera di diffidenza e d’incomprensione, se un giornalista come Domenico Quirico, espertissimo d’Oriente, ma che ha sperimentato in prima persona l’asprezza del conflitto, scrive: “L’Occidente non vuole vedere che ci hanno dichiarato guerra… L’Islam moderato non esiste”.

LE LINEE IMMAGINARIE DELL’ACCORDO SYKES-PICOT E LE SFERE DI INFLUENZA

Tutto comincia da lì, da quella frase a Downing Street. Sykes e Picot negoziarono dal novembre 1915 al marzo 1916: il 16 maggio, venne firmato l’accordo che porta il loro nome, Sykes-Picot, l’Asia Minor Agreement, è un accordo segreto tra i governi del Regno Unito e della Francia, in assenza della Russia, che definiva le rispettive sfere di influenza nel Medio Oriente una volta sconfitto l’Impero Ottomano al termine della Prima guerra mondiale.    Al Regno Unito fu riservato il controllo dell’attuale Giordania, dell’Iraq e una piccola area intorno ad Haifa. Alla Francia fu destinato il controllo del Sud-Est della Turchia, della parte settentrionale dell’Iraq, della Siria e del Libano. La zona successivamente individuata come Palestina doveva passare sotto un’amministrazione internazionale, coinvolgente l’Impero russo e altre potenze.

L’accordo venne tenuto ben segreto ai capi arabi che si battevano contro l’Impero Ottomano, sperando nell’indipendenza, e anche agli ufficiali alleati che ne coordinavano le operazioni. Non ne sapevano nulla, naturalmente, Thomas Edward Lawrence, cioè Lawrence d’Arabia, e il suo amico Faysal, figlio dello sceriffo della Mecca. E, se lo avessero saputo, magari il cinema non avrebbe mai avuto modo di raccontare pagine tra epica e storia come la presa di Aqaba nel 1916.    Paladino per studi e cultura del nazionalismo arabo, Lawrence, uno 007, ufficiale dei servizi segreti di Sua Maestà, doveva porre al servizio della causa degli alleati l’insurrezione araba contro l’Impero Ottomano in atto tra l’Higiaz, la regione della Mecca e di Medina, e la Transgiordania. Al padre di Faysal, al-Husain ibn Ali, venne prospettata l’indipendenza della nazione araba, senza tuttavia mai precisarne le dimensioni geografiche. Ma Londra e Parigi avevano già concordato d’attuare la cosiddetta politica del ‘doppio binario’: fare promesse agli arabi, ma intanto spartirsi sulla carta i domini ottomani.

IL PRIMO DOPOGUERRA E LE FAIDE TERRITORIALI DELL’EX IMPERO OTTOMANO

Lawrence e Faysal se ne resero conto a vittoria acquisita e guerra ultimata. Alla Conferenza di Pace di Parigi nel 1919, Faysal guidò la delegazione araba che cercò di fare valere le promesse ricevute e riuscì almeno a ottenere che alcuni Paesi arabi fossero guidati dalla dinastia hascemita, la sua. A margine della conferenza, si ponevano le basi per altri conflitti che sono scoppiati un secolo dopo. Il 3 gennaio1919, Faysal e il presidente dell’Organizzazione sionista mondiale Chaim Weizmann firmarono un accordo – andato poi disatteso – secondo cui la Dichiarazione Balfour doveva costituire una base di discussione per il futuro dell’area alla fine del dominio britannico.

Negli anni successivi, le tappe furono serrate. Nel marzo1920, Faysal è proclamato re del Regno arabo di Siria, la Grande Siria, dal Congresso nazionale siriano. In aprile, la Conferenza di Sanremo dà alla Francia il mandato sulla Siria e scoppia la guerra franco-siriana. Un anno dopo, marzo 1921, alla Conferenza del Cairo, i britannici individuarono in Faysal il re dell’Iraq, sotto il loro protettorato.    L’assetto dell’area fra le due guerre era, alfine, definito. A turbarlo, senza però modificarlo, vennero sommosse religiose e anti-coloniali, fra cui, nella prima metà degli Anni Venti, la cosiddetta Grande rivoluzione siriana. Nel 1932, l’Iraq acquisì la piena indipendenza, prodromo al Massacro di Cibele, una strage di cristiani.

IL SECONDO DOPOGUERRA TRA GUERRE DI INDIPENDENZA, GOLPE E STRAGI

Nel secondo dopoguerra, le aspirazioni d’indipendenza sono pienamente realizzate. Ma la nascita d’Israele crea in tutta l’area nuove tensioni. Indipendente dal ’46, la Siria conobbe un periodo d’instabilità con colpi di Stato a raffica 13 – e l’effimera esperienza della Repubblica araba unita, con l’Egitto.    Dal 1963 il Paese è governato dal partito Bath, d’ispirazione socialista e panaraba; e, dal 1970, ha un presidente della famiglia al-Assad. Dalla Guerra dei Sei Giorni del ‘67, Israele occupa le Alture del Golan. La sommossa scoppiata nel 2011 ha fatto quasi 200 mila vittime, ridotto in macerie città, consegnato una parte della Siria all’estremismo integralista, ma non ha rovesciato il regime.

Più tormentate le vicende dell’Iraq, dove la monarchia venne rovesciata una prima volta nel 1941, su istigazione della Germania, ripristinata dagli alleati e poi di nuovo, definitivamente, esautorata nel 1958 con il colpo di Stato cruento degli Ufficiali Liberi. Per un decennio, i golpe si succedono fin quando, nel ’68, un quinto putsch insedia per 25 anni al potere il Bath e Saddam Hussein, sancendo la ‘dittatura’ della minoranza sunnita sulla maggioranza sciita.

IL DITTATORE DI BAGHDAD SALVATO NEL ‘91, VIENE FATTO FUORI COME DI AL QAEDA

Il laico Saddam spaventa l’Occidente quando nazionalizza il petrolio – l’Iraq ne è il 3° produttore mondiale –, ma fa il gioco dell’America nel 1980, quando dichiara guerra all’Iran integralista: quasi nove anni di conflitto, forse un milione e mezzo di caduti, ma né vincitori né vinti.    Nel 1991, l’occupazione e l’annessione del Kuwait innesca la Guerra del Golfo: l’Iraq è sconfitto, ma Saddam – divenuto un nemico – resta al potere. Nel 2003, l’invasione americana, giustificata con falsi pretesti, rovescia il regime e abbatte le statue del dittatore, trasforma il paese in una Repubblica parlamentare, ma non sana le tensioni tra sciiti, sunniti e curdi. Che, oggi, riesplodono, sotto la spinta jihadista.

LA I GUERRA MONDIALE

Dopo più di 600 anni, l’impero ottomano che andava dalla Turchia alle porte di Vienna si dissolve in piena Prima guerra mondiale, durante la quale era alleato con le potenze centrali (Impero di Germania, Austria-Ungheria e Regno di Bulgaria). Gli anni fatali per la sua scomparsa: dal 1912 al 1922.

EBREI E PALESTINA

La Palestina diventa un protettorato britannico nel 1917. Dalla fine della Prima guerra mondiale comincia l’esodo del popolo ebraico, intensificato dall’aumento dell’antisemitismo in Europa centrale dall’inizio del 1920, e che raggiunge il suo zenit sotto i regimi fascisti negli Anni 30. DOPOGUERRA E ISRAELE Il 14 maggio 1948 David Ben Gurion proclama la nascita dello Stato di Israele. Le truppe britanniche si ritirano: la guerra inizia lo stesso giorno. Segue la risoluzione 181 dell’Onu che prevedeva la costituzione di due Stati indipendenti, uno ebraico e l’altro arabo. S’intensifica l’esodo degli ebrei verso Israele. IL FRONTE ARABO: ‘67-‘73 La guerra d’attrito comincia nel 1967, fra Egitto e Israele. La guerra del Kippur, o guerra arabo-israeliana, inizia nell’ottobre 1973 e finisce lo stesso mese. Iniziò dopo l’attacco a sorpresa dell’Egitto e della Siria, nel Sinai e nel Golan, luoghi conquistati 6 anni prima da Israele durante la guerra dei 6 giorni.

LA II GUERRA DEL GOLFO

Inizia nel marzo 2003, con l’invasione dell’Iraq da parte di una coalizione guidate dagli Stati Uniti. L’obiettivo principale era la deposizione del dittatore Saddam Hussein, obiettivo raggiunto il 15 aprile 2003, anche se la guerra è proseguita sino al 2011 con le principali città conquistate dalla coalizione. LE PRIMAVERE ARABE La primavera araba descrive l’insieme di proteste nel mondo arabo, iniziate nel dicembre 2010 in Tunisia, dopo il sacrificio di Mohamed Bouazizi che si diede fuoco, per protestare contro le condizioni economiche del suo paese; sono seguite le rivoluzioni in Egitto, Libia, Siria e tumulti in gran parte del mondo arabo.

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GLOSSARIO DELLA CRISI

ISIS, CALIFFATO, YAZIDI: IL MEDIO ORIENTE FRA MITRA E PREGHIERE

di G. G., da “il Fatto Quotidiano” del 28/8/2014

MESOPOTAMIA – La ‘scena del crimine’: è la terra tra i fiumi (Tigri ed Eufrate) dei nostri studi classici, parte della Mezzaluna Fertile del Mondo Antico. Per millenni, la sua storia quasi coincide con la storia della civiltà: sumeri, assiri, babilonesi, persiani; ed i suoi popoli si ritrovano nella Bibbia. Oggi, il termine viene comunemente riferito a una zona più ampia di quella originaria.

ISIS, O ISIL, O IS – È, negli acronimi inglesi, lo Stato islamico (Is), che inizialmente veniva chiamato Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isil) o Stato islamico dell’Iraq e della Siria (Isis): una nuova entità creata dall’avanzata delle milizie integraliste d’osservanza sunnita, che profittano della rovina della Siria e della debolezza dell’Iraq, dove il potere centrale alimenta la contrapposizione fra sciiti e sunniti. Califfato – Geograficamente, per ora coincide con lo Stato islamico. Ma il progetto è di ripristinare l’autorità su tutto l’Islam di una figura che concentra potere religioso, in quando vicario del Profeta, e potere temporale. Esauritosi nel 1923, dopo quasi 13 secoli di vita, non sempre facile, il califfato è un polo d’attrazione dell’integralismo islamico. Jihad– La parola è araba ed esprime il concetto di “fare il massimo sforzo”. Oggi il termine è utilizzato quasi esclusivamente come sinonimo di “guerra santa”, ma ha pure risvolti individuali, nel senso dell’impegno interiore per attingere la fede perfetta.

BIN LADEN (E AL-ZAWAHIRI) – Osama bin Laden, il ricco saudita, ideatore e capo di al Qaeda, mente dell’attacco all’America dell’11 settembre 2001, e Ayman al Zawahiri, il medico egiziano, capo della rete dopo l’uccisione di Bin Laden il 1° maggio 2010, oggi fuori dai giochi. Al Qaeda è ormai un punto di riferimento per l’integralismo più storico che attuale.

AL-ZARQAWI – Abu Mus’ab al-Zarqawi, ucciso in Iraq da un raid americano il 7 giugno 2006, quando su di lui c’era una taglia da 25 milioni di dollari, era un giordano di origine palestinese: veniva da Zarqa, città di un campo profughi creato nel 1948. Comandante di al Qaeda in Iraq, come lo designò Bin Laden, è il terrorista che pratica la decapitazione degli ostaggi, protagonista d’azioni violente e crudeli. A lui, paiono ispirarsi gli uomini del Califfato.

AL-BAGHDADI – Abu-Bakr al-Baghdadi, che porta il nome del primo califfo, è il nuovo califfo, capo delle milizie jihadiste che hanno creato l’Is. Su di lui, le notizie sono poche e contraddittorie: imam in Iraq all’epoca dell’invasione americana, poi detenuto a Camp Bucca dal 2004 al 2009, esponente e dal 2010 leader di al Qaeda in Iraq, su di lui pende una taglia da 10 milioni di dollari.

SUNNITI – Sono nettamente maggioritari nell’Islam (circa il 90%, quasi 1,4 miliardi di persone, più dei cattolici), ma sono minoritari in Mesopotamia. Il nome viene da sunna (in arabo, consuetudine, quella che c’era tra il profeta Maometto e i suoi compagni. Il califfato è storicamente l’espressione della loro visione del rapporto integralista tra Stato e fede.

SCIITI – Sono la maggiore minoranza islamica –ma sono maggioritari in Iran e nella Mesopotamia- e sono, originariamente, il ‘partito di Ali’, cugino e genero del profeta Maometto, ai cui successori considerano riservata la guida dell’Islam. Lo scisma risale al 680 e attraversa, quindi, tutta la storia musulmana. Alauiti – Sono una frazione sciita (il nome rivela la deferenza ad Alì), presente soprattutto in Siria – circa 6 milioni, un quinto della popolazione -, ma pure in Libano. Alauita è la famiglia del presidente siriano Bassar al-Assad.

SALAFITI – Il salafismo è una scuola di pensiero sunnita ispirata a modelli esemplari di virtù religiosa della tradizione islamica, che può offrire all’integralismo giustificazioni teologiche. Il movimento è anti-occidentale, ma porta in sé germi di rinnovamento dell’Islam.

CURDI– Sono un gruppo etnico indoeuropeo di religione islamica e con una propria lingua e abitano il Kurdistan, territorio della Mesopotamia compreso tra Iran, Iraq, Turchia, Siria, Armenia. I curdi, discendenti dagli antichi medi, con apporti guerrieri di sciti e galati di stirpe celtica, sono oggi quasi 40 milioni: forse il più grande gruppo etnico a questo mondo senza unità nazionale.

CALDEI – Il termine si presta a confusione: i caldei, infatti, erano semiti della Mesopotamia, che finirono con il mescolarsi con le etnie della Regione. Oggi, i caldei sono i seguaci della Chiesa cattolica locale, circa un milione di fedeli, un quarto dei quali vive, o viveva, in Iraq. Il loro primate è il patriarca di Babilonia, con sede a Baghdad: Louis Raphael I Sarko.

YAZIDI – Pochi ne conoscevano l’esistenza. Sono un gruppo curdo, poche centinaia di migliaia di persone, metà delle quali in Iraq, altre in Turchia, Siria, Iran, Armenia contraddistinto dalla fede religiosa: la loro fede, che ricorda i culti pre-islamici curdi, è una combinazione di zoroastrismo, mitraismo, manicheismo, ebraismo, cristianesimo, islam; praticano il battesimo, la circoncisione, il digiuno e il pellegrinaggio.

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Tra mito e realtà

NELLA CAPITALE DEL CALIFFATO LE DONNE SOLDATO FANNO LE RONDE

di Valerio Cattano, da “il Fatto Quotidiano” del 28/8/2014

– RAQQA È LA CITTÀ SIMBOLO PER I JIHADISTI CHE AMMINISTRANO LA LORO GIUSTIZIA. QUI È STATA FILMATA (E FORSE COMPIUTA) LA DECAPITAZIONE DI FOLEY –

Raqqa – un milione di abitanti – per i miliziani dell’Isis è più che un simbolo. Non è un caso che gli esperti, analizzando il filmato della decapitazione del giornalista Foley, ritengono di aver individuato il luogo nelle colline attorno alla città siriana.

Ci sono voluti sei giorni di combattimenti intensi e centinaia di caduti – almeno 500 fra soldati di Assad e jihadisti – prima che Raqqa tornasse nel pieno controllo del Califfo. Il suo valore non è solo militare: è vero, il controllo del vicino aeroporto di Taqba è importante, ma i miliziani a Raqqa hanno messo in atto le loro leggi, il loro modo di vivere. È qui che è stata formata l’unica brigata femminile – chiamata al-Khansaa – con il compito di individuare le donne che non vivevano secondo la sharia: fra le regole da rispettare, restare integralmente coperte in pubblico ed essere accompagnate da un uomo.

UN UFFICIALE dell’Isis ha spiegato al magazine on line Syria Deeply che la brigata intende “aumentare la consapevolezza della nostra religione tra le donne, e punire quelle che non rispettano la legge. Jihad non è un dovere soltanto per l’uomo, pure le donne devono fare la loro parte”.

Syria Deeply ha raccolto una testimonianza sull’irruzione alla Hamida Taher Girls School: “Sono state arrestate dieci studentesse e due insegnanti perché alcune di loro indossavano veli troppo sottili; altre sono state accusate di avere fermagli per capelli e di mostrare troppo il viso”.

Raqqa è il luogo dove l’Isis fa le prove generali e dice non solo al resto del Medio Oriente: il nostro Califfato sarà così. I miliziani nelle scorse settimane si sono confrontati con aspetti pratici della gestione del territorio. Gestione che per certi versi è stata accettata da una popolazione che aspira alla possibilità di tornare a una vita normale.

Per questo i miliziani si sono battuti con il coltello fra i denti per riavere le strade di Raqqa: perché è lì che il sogno del Califfato diventa realtà nella vita quotidiana. Si ripristina il traffico con agenti di polizia agli incroci, si riattiva una raccolta delle tasse: nei negozi di alimentari torna il pane, riaprono le stazioni di servizio con il carburante.

Se qualcuno ruba, gli tagliano le mani in piazza. Il New York Times ha rilevato che lo stesso califfo al Baghdadi, consapevole che i suoi soldati sono più portati a violenze che non ad amministrare una città, ha invitato medici e ingegneri a trasferirsi. In nome di tutto questo, di una vita non scandita dalle esplosioni ma dal ritmo segnato dagli impegni di tutti i giorni – scuola, lavoro, rapporti sociali – gli abitanti di Raqqa devono accettare le statue dei leoni del parco Al Rasheed distrutte perché considerate blasfeme; oppure rinunciare al punto d’incontro, spesso meta di innamorati, come Al Amasy Square, circondata da recinzioni metalliche sulle quali sventolano le bandiere nere dell’Isis; ritenere inevitabili le amputazioni, in luoghi pubblici, di persone accusate di furto.

Eccola allora, la “normalità”: al reporter del New York Times un orafo ha dichiarato: “Faccio affari con esponenti di uno stato rispettabile, non con teppisti”, mentre una donna mandata dal marito comprava pezzi d’oro in contanti.

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Le esecuzioni pubbliche del venerdì

E L’ISIS ARRUOLA I BAMBINI DI 10 ANNI

I giudici internazionali: «Il terrore è lo strumento per gestire il potere»

di Lorenzo Cremonesi, da “il Corriere della Sera” del 28/8/2014

ERBIL — Domenica scorsa verso mezzogiorno i guerriglieri dello Stato Islamico hanno conquistato la base militare di Tabqa nella Siria nordorientale, dove si trova l’aeroporto della città di Raqqa. Appena due ore dopo le foto delle teste mozzate di decine di soldati e ufficiali dell’esercito di Bashar Assad circolavano già sulla rete. Si calcola che circa 350 lealisti siano stati presi, tra loro 250 sarebbero già morti, e di questi almeno una trentina appaiono nelle immagini dell’orrore.

Le avevano postate su Twitter e Facebook gli stessi carnefici. Poveri monconi di corpi branditi come trofei dai vincitori sghignazzanti, mostrati ai bambini per la strada, appesi alle cancellate lungo i giardini pubblici di Raqqa, che da circa due anni è assurta al ruolo di capitale del nuovo radicalismo sunnita a cavallo tra Siria e Iraq.

Proprio queste immagini sono ora parte dei capi di accusa contenuti nel rapporto diffuso ieri dalla Commissione Onu incaricata di investigare i crimini contro l’umanità commessi in Siria e nelle province irachene occupate al momento dalle brigate sunnite dell’autoproclamato «Califfato». La Commissione punta il dito contro lo Stato Islamico, ma non risparmia critiche al regime di Bashar Assad. Per la prima volta il documento Onu accusa infatti la dittatura di Damasco tra l’altro di avere utilizzato armi chimiche, specie le bombe al cloro, contro le popolazioni dei villaggi siriani settentrionali, per ben otto volte nel solo mese di aprile.

E fornisce dettagli specifici: le bombe sono state lanciate dagli elicotteri lealisti sulla città di Idlib e la provincia di Hama tra l’11 e il 29 aprile. I militari di Assad continuerebbero inoltre ad applicare sistematicamente la tortura e l’abuso sessuale nelle carceri. Gli assassini mirati e i desaparecidos tra gli oppositori del regime restano all’ordine del giorno.

Le pagine del documento dedicate ai crimini commessi dallo Stato Islamico sono ancora più fitte di dettagli e circostanze. I suoi autori si sono basati su 480 interviste e hanno fatto ricorso a vaste ricerche di archivio che testimoniano i quasi 200.000 morti in Siria denunciati dall’Onu negli ultimi tre anni, compresa la documentazione inquietante sul crescere delle esecuzioni pubbliche ad Aleppo e nella stessa Raqqa. I quattro autori del rapporto, presieduti dal diplomatico brasiliano Paulo Sérgio Pinheiro, affermano a chiare lettere che lo Stato Islamico si è inequivocabilmente macchiato di crimini contro l’umanità sia in Siria che in Iraq.

«Questa è la continuazione, e sistematica espansione, degli attacchi su larga scala contro le popolazioni civili», scrive tra l’altro Pinheiro con ovvio riferimento alla recente tragedia delle popolazioni cristiane, yazide, sciite e turcomanne nell’Iraq settentrionale. Tra i capitoli più inquietanti c’è quello relativo ai bambini. Non solo i minorenni (maschi e femmine) rapiti in massa in Iraq, le bambine yazide sparite, ma anche i ragazzini di dieci anni inquadrati nei campi di addestramento assieme ai volontari islamici per formare i futuri battaglioni della «guerra santa».

E, ancora, i bambini spinti a guardare e applaudire alle esecuzioni pubbliche, ai prigionieri colpiti da distanza ravvicinata, alle decapitazioni, alla violenza eletta a sistema e addirittura assurta a forma di spettacolo popolare. A detta dei giudici internazionali, le motivazioni per tanta brutalità sono evidenti: «Si vuole instillare terrore tra la popolazione per assicurare cieca obbedienza alla propria autorità». «In Siria trionfa l’impunità totale», dichiara Carla del Ponte, il giudice svizzero della Commissione che già in passato si è occupata di crimini di guerra.

«Crimini sono perpetrati quotidianamente, da ogni parte, e nessuno si sta occupando delle responsabilità di questi delitti», aggiunge. Non c’è fine alla brutalità. Violenza chiama violenza. E l’impunità vige sovrana.

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