FRONTEX PLUS nel MEDITERRANEO, per i profughi e immigrati al posto di MARE NOSTRUM: ma non sono due cose diverse? (da soccorso in mare a controllo delle frontiere) – La necessità di CREARE UN CORRIDOIO UMANITARIO – La vera questione di UNA POLITICA CHE MANCA SUI PROFUGHI E L’IMMIGRAZIONE – La proposta di UN COMMISSARIO EUROPEO AL MEDITERRANEO

NEL MAR MEDITERRANEO SONO MORTI 1.600 MIGRANTI DA GIUGNO -   Secondo l’alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (Unhcr), malgrado l’operazione di soccorso della marina militare italiana MARE NOSTRUM da giugno sono morti 1.600 MIGRANTI, mentre cercavano di attraversare il CANALE DI SICILIA. Dall’INIZIO DEL 2014 sono morte quasi DUEMILA PERSONE. Dall’inizio dell’anno sono stati SOCCORSI CENTOMILA MIGRANTI. Centinaia di migranti in fuga DALLA SIRIA, DALL’ERITREA, DAI PAESI DEL NORDAFRICA raggiungono ogni anno le coste italiane. (da INTERNAZIONALE del 26/8/2014 - www.internazionale.it/) (CLICCARE SUL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)
NEL MAR MEDITERRANEO SONO MORTI 1.600 MIGRANTI DA GIUGNO – Secondo l’alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (Unhcr), malgrado l’operazione di soccorso della marina militare italiana MARE NOSTRUM da giugno sono morti 1.600 MIGRANTI, mentre cercavano di attraversare il CANALE DI SICILIA. Dall’INIZIO DEL 2014 sono morte quasi DUEMILA PERSONE. Dall’inizio dell’anno sono stati SOCCORSI CENTOMILA MIGRANTI. Centinaia di migranti in fuga DALLA SIRIA, DALL’ERITREA, DAI PAESI DEL NORDAFRICA raggiungono ogni anno le coste italiane. (da INTERNAZIONALE del 26/8/2014 – http://www.internazionale.it/)

   L’Europa (ma probabilmente l’Italia sempre protagonista in primis) sostituirà, dal prossimo novembre, l’operazione governativa italiana di salvataggio MARE NOSTRUM. Operazione nata all’indomani della morte di 366 eritrei il 3 ottobre 2013 al largo di Lampedusa (a poche decine di metri dall’isola dei Conigli).

   Mare Nostrum è stato uno strumento fondamentale che ha permesso di risparmiare tante altre vittime (ha portato in salvo almeno 70mila migranti), ma che ha, secondo il governo italiano, “costi insostenibili”: 9 milioni di euro al mese.

   Pertanto un’operazione umanitaria che ha dato finora risultati encomiabili in termini di vite umane, ma troppo costosa per rimanere a carico solo dell’Italia (ci sono cinque unità navali impegnate ogni giorno nell’attività di SAR -search and rescue-). E poi, cosa ancor più problematica, il farsi carico dei migranti non è cosa da poco: molti di questi, peraltro, più o meno legalmente, subito si dirigono verso altre nazioni del centro-nord dell’Europa.

Il 27 agosto scorso CECILIA MALMSTRÖM la commissaria europea agli Affari interni, annuncia con il ministro degli Interni italiano ANGELINO ALFANO l’operazione FRONTEX PLUS che nelle intenzioni italiane dovrebbe sostituire l'operazione MARE NOSTRUM e potrebbe partire a novembre. Il condizionale è d'obbligo poiché, come ha ripetuto Malmström lungo l'intera conferenza stampa, IL SUCCESSO DELLA FRONTEX PLUS DIPENDERÀ SOPRATTUTTO DALLA GENEROSITÀ DEI 28 PAESI EUROPEI nel versare un contributo alla causa e nel mettere a disposizione mezzi aerei e marittimi (da www.huffingtonpost.it/, 27/8/2014)
Il 27 agosto scorso CECILIA MALMSTRÖM la commissaria europea agli Affari interni, annuncia con il ministro degli Interni italiano ANGELINO ALFANO l’operazione FRONTEX PLUS che nelle intenzioni italiane dovrebbe sostituire l’operazione MARE NOSTRUM e potrebbe partire a novembre. Il condizionale è d’obbligo poiché, come ha ripetuto Malmström lungo l’intera conferenza stampa, IL SUCCESSO DELLA FRONTEX PLUS DIPENDERÀ SOPRATTUTTO DALLA GENEROSITÀ DEI 28 PAESI EUROPEI nel versare un contributo alla causa e nel mettere a disposizione mezzi aerei e marittimi (da http://www.huffingtonpost.it/, 27/8/2014)

   FRONTEX PLUS prende il nome da un’agenzia europea che si chiama FRONTEX. Frontex è l’Agenzia intergovernativa istituita dall’UE nel 2005 per la gestione delle frontiere esterne all’Unione europea, di fatto votata prima ai respingimenti, poi alla mera segnalazione delle imbarcazioni di migranti in mare.

   FRONTEX PLUS si baserà sulla fusione delle due missioni in corso che sta svolgendo la sua madrina FRONTEX: e cioè AENEAS (dallo Ionio verso le coste nordafricane) e HERMES (un sostegno all’Italia per fronteggiare l’enorme afflusso di migranti nel canale di Sicilia).

   L’idea e il progetto è quello di fermare in primis il mercato clandestino del trasporto di immigrati, anche con la distruzione, una volta raggiunti e trasbordati gli immigrati, dei barconi da requisire: questi barconi, incredibilmente, adesso capita molto spesso che vengono più volte utilizzati: tornati nelle coste africane, diventano quasi delle imbarcazioni ”di linea”, dei traghetti, cioè fanno più viaggi.

Don MUSSIE ZERAI, SACERDOTE ERITREO che con la sua associazione HABESHIA si occupa di dar voce a chi scappa dall’Eritrea e dall’Etiopia: “FRONTEX PLUS NON SARÀ LA PANACEA è sotto gli occhi di tutti, perché continua a lavorare sul problema dei viaggi in mare senza affrontare IL VERO NODO DELLA QUESTIONE, OVVERO LA CREAZIONE DI UN CORRIDOIO UMANITARIO che parta da paesi limitrofi a quelli da cui si scappa, come SUDAN o NIGER, ovvero prima che entrino in azione i trafficanti in LIBIA. Come? ISTITUENDO LUOGHI DI TRANSITO sicuri, APRENDO LE AMBASCIATE ai casi più vulnerabili, per esempio” (la foto di DON MUSSIE ZERAI è tratta dal documentario MARE CHIUSO, di STEFANO LIBERTI e ANDREA SEGRE)
Don MUSSIE ZERAI, SACERDOTE ERITREO che con la sua associazione HABESHIA si occupa di dar voce a chi scappa dall’Eritrea e dall’Etiopia: “FRONTEX PLUS NON SARÀ LA PANACEA è sotto gli occhi di tutti, perché continua a lavorare sul problema dei viaggi in mare senza affrontare IL VERO NODO DELLA QUESTIONE, OVVERO LA CREAZIONE DI UN CORRIDOIO UMANITARIO che parta da paesi limitrofi a quelli da cui si scappa, come SUDAN o NIGER, ovvero prima che entrino in azione i trafficanti in LIBIA. Come? ISTITUENDO LUOGHI DI TRANSITO sicuri, APRENDO LE AMBASCIATE ai casi più vulnerabili, per esempio” (la foto di DON MUSSIE ZERAI è tratta dal documentario MARE CHIUSO, di STEFANO LIBERTI e ANDREA SEGRE)

   MA QUI STA a nostro avviso IL PROBLEMA: Frontex Plus è un’operazione di controllo delle frontiere, MARE NOSTRUM era (è ancora fino a novembre) di soccorso in mare. E non si capisce bene chi e come coprirà il ruolo del salvataggio, che inesorabilmente (a queste condizioni di “incontro in mare” con le carrette di navigazione con su i migranti) si riproporrà.

   Pertanto tutto questo è un po’ difficile da capire: sperare che il controllo più severo (che è la missione principale di Frotex Plus) riduca i viaggi (specie estivi) dal sud del Mediterraneo, è cosa poco credibile. Vien poi assicurato (almeno…) che non si farà nessun respingimento pericoloso per le persone nei barconi (almeno questo si dice), però li si farà capire che sono poco benvenuti…. E si spalmerà la spesa di questa immigrazione su vari paesi europei (sperando nella partecipazione…), e così non dovrà essere solo l’Italia a farsene carico…..Tutte ragioni buone se si vuole, ma si capisce che sono deboli, senza una prospettiva, un progetto.

MAPPA DEI FLUSSI MIGRATORI NEL MEDITERRANEO (da www.reporternuovo.it) (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)
MAPPA DEI FLUSSI MIGRATORI NEL MEDITERRANEO (da http://www.reporternuovo.it) (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Il vero nodo della questione è un altro, cioè che così non cambierà molto nel flusso senza regole e limiti di immigrati e profughi (in balìa di bande criminali). Cioè noi pensiamo che sia molto più confacente e concreta la proposta di chi dice che servirebbe (serve) la CREAZIONE DI UN CORRIDOIO UMANITARIO che parta da paesi limitrofi a quelli da cui i migranti, i profughi, scappano, come SUDAN o NIGER (ma anche ETIOPIA e ERITREA). Cioè rapportarsi a queste persone ben prima che entrino in azione i trafficanti in LIBIA.

   Come? Istituendo luoghi di transito sicuri, aprendo le Ambasciate ai casi più vulnerabili, coinvolgendo strutture internazionali in quei luoghi, organismi di volontariato….Questa è la proposta di Don MUSSIE ZERAI, SACERDOTE ERITREO che con la sua ASSOCIAZIONE HABESHIA si occupa di dar voce a chi scappa dall’Eritrea e dall’Etiopia. Ma è anche la proposta del deputato LUIGI MANCONI (presidente della Commissione per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato) e della SINDACA di LAMPEDUSA GIUSI NICOLINI: cioè stabilire presìdi di registrazione e smistamento gestiti nei paesi rivieraschi direttamente dalle Nazioni Unite e dall’Ue.

   Solo un coinvolgimento di quei territori specie del nord Africa, possono permettere di rapportarsi ai singoli migranti: a chi ha reali problemi di persecuzione politica, di violenza e guerra nei propri paesi, di miseria e sopraffazione. Come e in che modo aiutarli è lì che si può stabilire e programmare: con quote di entrata nella UE, con progetti straordinari in loco, con creazione di opportunità nei paesi d’origine ove sia possibile.

   E una delle questioni più difficili è anche che, proprio nei territori della costa nordafricana, il disinteresse europeo a quanto lì sta accadendo tra le popolazioni, le etnie, che ci vivono, non può essere più dimenticata: ci riferiamo allo stato di anarchia e guerra civile in LIBIA, in una condizione di “tutto contro tutti” (dopo la fine del regime autoritario di Ghedaffi non si è creata una situazione stabile e migliore). Anche su questo l’Europa può fare molto.

Un  gommone di migranti soccorsi dalla Marina militare ( da www.reporternuovo.it)
Un gommone di migranti soccorsi dalla Marina militare ( da http://www.reporternuovo.it)

   Nei millenni trascorsi (con Roma, Cartagine…) la sponda sud del Mediterraneo non è stata mai vissuta come qualcosa di completamente diverso ed estraneo, “un altro pianeta”, ma di fatto esisteva uno scambio continuo tra le varie sponde mediterranee. Per questo è necessario ora che una POLITICA MEDITERRANEA COMUNE recuperi quel “filo interrotto” storico di rapporto tra i due continenti, che veda l’Europa coinvolta in prima persona nel cercare di valorizzare in tutti i modi l’area del Mediterraneo, creando flussi di merci, di traffico, di economie, turismo, di scambi culturali.

   Ad esempio un “Erasmus” per gli studenti africani ed europei, di reciproca conoscenza e soggiorno in realtà agricole, economiche varie, turistiche, di tutti i biotopi che entrambi i continenti offrono (vivere un’esperienza nel deserto marocchino, libico una volta pacificato… non sarebbe male per i nostri giovani, ma anche nelle comunità rurali, nelle organizzazioni comunitarie africane…)

   Tutto fa pensare che FAR RIVIVERE IL MEDITERRANEO (come anche lo descrive FERNAND BRAUDEL, nella sua colossale fondamentale opera, un libro che vi consigliamo caldamente di leggere, “CIVILTÀ E IMPERI DEL MEDITERRANEO NELL’ETÀ DI FILIPPO II”, ed. Einaudi… costa sui 50 euro però li vale molto di più…), tutto questo eliminerebbe alla radice questo stato di “problema irrisolto e irrisolvibile” che pare essere la grande spinta di popolazioni dai paesi poveri e in guerra verso il Nord.

   Tra le voci e le proposte più interessanti per metter fine a questa tragedia quotidiana degli annegati in mare, ma anche a questo “vissuto” dell’immigrazione clandestina come impossibilità di accettare un flusso continuo di persone nel vecchio continente europeo, come vera svolta concreta iniziale, ci pare assai interessante l’idea dell’ex Ministro agli esteri ed esponente radicale EMMA BONINO di istituire un COMMISSARIO EUROPEO AL MEDITERRANEO.

   Pertanto un “ministro europeo” dotato di mezzi e poteri, che finalmente si dedichi a una integrazione geografica, politica, economica, culturale di quest’aerea che antropologicamente e storicamente, nei secoli rappresenta un flusso continuo di rapporti tra “noi e loro”. E viene in mente non solo le economie che potrebbero svilupparsi, ma la valorizzazione di culture, paesaggi, ambienti… che al solo pensarci fanno sognare una nuova età per l’Europa, l’Africa, i Balcani, e una prospettiva di pace anche per l’attuale disastrato Medio Oriente. (s.m.)

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ZERAI: FRONTEX PLUS? UNA PEZZA, MA SERVE UNA SOLUZIONE RADICALE

di Daniele Biella da VITA.IT 28/8/2014 http://www.vita.it/mondo/

– Il religioso, punto di riferimento internazionale per tutti gli eritrei in fuga dalle persecuzioni, analizza a caldo il nuovo accordo per il salvataggio in mare dei migranti, che “non fermerà la brutalità dei trafficanti, servono azioni concrete nei paesi africani. Ue e Unione africana devono collaborare come non hanno mai fatto”. Tante le questioni aperte –

   “Frontex plus? È un’altra pezza che limita i danni, ma non sarà la soluzione alle stragi nel Mediterraneo”. Abba Mussie Zerai, religioso eritreo che vive in Italia da decenni, noto per essere da sempre il punto di riferimenti per i propri connazionali e non solo al momento di compiere la disperata traversata del mare in fuga da guerra e persecuzioni (il suo numero di telefono è in cima alla lista per le chiamate di aiuto dai campi di detenzione libici, nei quali i migranti sono spesso taglieggiati e su cui proprio pochi giorni fa Zerai, presidente dell’AGENZIA HABESHIA per la cooperazione allo sviluppo, ha lanciato una forte denuncia, ripresa dai media di varie parti del mondo), è un uomo abituato a pochi proclami e tanti fatti.

   Per questo abbiamo raccolto le sue ponderate parole, poco dopo l’annuncio entusiasta del ministro Angelino Alfano che ha portato l’Europa a sostituire, dal prossimo novembre, l’Operazione governativa italiana di salvataggio MARE NOSTRUM (che ha permesso di portare in salvo almeno 70mila migranti ma che ha “costi insostenibili”, 9 milioni di euro al mese) con l’azione europea FRONTEX PLUS. Che rispetto alla sua ‘madrina’, Frontex, l’agenzia intergovernativa lanciata nel 2005 per la gestione delle frontiere esterne all’Unione europea, di fatto votata prima ai respingimenti, poi alla mera segnalazione delle imbarcazioni di migranti, in mare, prevede regole di ingaggio più incisive nel salvataggio delle persone, anche se in acque più lontane dalla costa libica di quanto si è sempre spinta Mare Nostrum.

Quanto cambia lo scenario con l’arrivo di Frontex plus? Di sicuro verrà finalmente riformata Frontex, che si è rivelata un grande spreco di soldi e tempo, perché, a conti fatti, il loro lavoro di segnalazione di imbarcazioni è lo stesso che faccio io da anni, spesso in anticipo, perché i migranti mi chiamano dal mare e io lancio un Sos avvisando immediatamente le capitanerie di porto.

   Ma che Frontex plus non sarà la panacea è sotto gli occhi di tutti, perché continua a lavorare sul problema dei viaggi in mare senza affrontare il vero nodo della questione, ovvero la creazione di un corridoio umanitario che parta da paesi limitrofi a quelli da cui si scappa, come Sudan o Niger, ovvero prima che entrino in azione i trafficanti in Libia. Come? Istituendo luoghi di transito sicuri, aprendo le Ambasciate ai casi più vulnerabili, per esempio.

   TRAFFICANTI CHE FANNO PARTIRE BARCHE SEMPRE PIÙ PRECARIE, TANTO SANNO CHE QUASI SEMPRE (nel terribile naufragio del 2 agosto, di cui si è parlato molto poco se non raccogliendo negli ultimi giorni gli appelli strazianti di persone che hanno perso figli e parenti) ARRIVA MARE NOSTRUM. Ma con Frontex plus il raggio d’azione dei salvataggi arretra… Cosa negativa?

SE LA SPIEGAZIONE È QUELLA CHE COSÌ SI DISINCENTIVANO LE PARTENZE, NULLA DI PIÙ SBAGLIATO: in questi mesi, a conti fatti, la stessa Mare nostrum, Operazione nata all’indomani della morte dei 366 eritrei il 3 ottobre 2013 al largo di Lampedusa e strumento fondamentale che ha permesso di risparmiare tante altre morti, ha raggiunto meno spesso di prima le acque libiche, fermandosi in quelle internazionali.

   Ma le partenze sono continuate a ritmo serrato, tanto che la gran parte delle tragedie  che hanno fatto perdere la vita ad almeno 1600 persone è avvenuta con l’arrivo dell’estate. Ciò significa solo una cosa: i trafficanti sono gente senza scrupoli, a cui non interessa niente della vita umana. Ma Frontex plus viene accolta dal Governo italiano come una propria vittoria. Sì, per certi versi, oltre al risparmio, c’è la consapevolezza che L’EUROPA NON LASCERÀ PIÙ SOLO L’ITALIA A FARSI CARICO DEL PESO INSOSTENIBILE DEL SALVATAGGIO in mare. MA ribadisco, per risolvere il problema CI VUOLE UNA SOLUZIONE RADICALE, non un cerotto dopo l’altro: l’Unione europea e l’Unione africana si devono sedere attorno a un tavolo e lavorare alla COSTRUZIONE DI VIAGGI SICURI PER CHI FUGGE, in paesi limitrofi meno pericolosi da quelli da cui si scappa.

   Invece finora l’Europa si è sempre dimostrata più interessata a difendere i propri confini piuttosto che accogliere in modo sistematico i profughi, mentre gli esponenti degli Stati africani hanno chiuso gli occhi di fronte al dramma delle migliaia di morti assurde dei propri fratelli. I DUE CONTINENTI DOVREBBE COLLABORARE anche alla RIMOZIONE DELLA CAUSA PRIMARIA di tutto questo esodo, ovvero LA FINE DELLE GUERRE nei paesi in questione.

Perché l’Unione europea non recepisce la richiesta italiana di riforma incisiva del regolamento di accoglienza ora in vigore, “Dublino III”? La richiesta italiana non è mai stata troppo convinta riguardo all’accoglienza, o comunque molto meno rispetto a quella del pattugliamento del mar Mediterraneo.

   Mi spiego meglio: gli Stati del Sud Europa, Italia compresa, sono stati per tanto tempo riluttanti nel cedere sovranità alla Ue per le politiche di gestione dell’accoglienza, essendo di fatto spesso paesi di transito e non la meta finale, che il più delle volte è il Nord Europa, dove in effetti vive la grande maggioranza dei richiedenti asilo.

   Per questo motivo, nel momento in cui si mettesse mano a una vera riforma, la redistribuzione del numero dei profughi avverrebbe in base agli abitanti, con Spagna, Italia e Grecia obbligate a riceverne molti più di quelli attuali.

   Dall’altra parte, gli Stati di centro Nord non hanno alcun interesse a cambiare le cose dato che il loro singolo lavoro lo fanno già e non avrebbero nessun giovamento da un cambio legislativo. Fin quando si rimarrà sui rispettivi egoismi, non cambierà nulla. Ora, la priorità resta comunque l’istituzione del corridoio umanitario. (Daniele Biella)

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La missione

SBARCHI, PARTE FRONTEX PLUS

di Giovanni Maria Del Re, da “AVVENIRE” del 28/8/2014

– Parte a novembre la missione Frontex Plus di pattugliamento del Mediterraneo, e al contempo si avvia alla conclusione Mare Nostrum –

   È l’esito dell’incontro a Bruxelles tra il ministro dell’Interno Angelino Alfano e il commissario europeo agli Affari Interni Cecilia Malmström. Un incontro di circa un’ora e mezza che si può ben dire sia stato fruttuoso, grazie anche al lavoro dei tecnici Ue e italiani che si erano incontrati a Roma martedì.

   «Oggi – ha detto Alfano – è un giorno molto importante perché parte la nuova operazione, con il presidio della frontiera sud che og gi è l’emergenza europea». Soprattutto «l’annuncio dell’operazione Frontex Plus è una grande soddisfazione ma è anche un premio per la fatica e gli sforzi che l’Italia ha compiuto. Oggi ci sono tutte le basi per superare Mare Nostrum».    FRONTEX PLUS si baserà sulla fusione di due missioni in corso di FRONTEX (L’AGENZIA DELLE FRONTIERE UE), e cioè AENEAS (DALLO IONIO VERSO LE COSTE NORDAFRICANA) e HERMES (UN SOSTEGNO ALL’ITALIA PER FRONTEGGIARE L’ENORME AFFLUSSO DI MIGRANTI NEL CANALE DI SICILIA).

   Anche Malmström ha spiegato che «è chiaro che l’Italia non può continuare a sostenere da sola l’enorme pressione migratoria». In realtà in un primo tempo Roma aveva chiesto che l’Ue si facesse carico tout court di Mare Nostrum; Bruxelles aveva sempre detto che questo non è possibile. Ieri si è trovata la linea di compromesso che consente ad Alfano di dire che «Mare Nostrum è destinata ad essere sostituita da Frontex Plus. Il nostro obiettivo è avviare Frontex Plus e quindi, immediatamente ritirare Mare Nostrum».

  Si gioca un po’ sulla parola «sostituire»: come ha spiegato Alfano, «non vuol dire che farà esattamente lo stesso lavoro, non coinciderà con Mare Nostrum, non ne sarà la fotocopia». «Posso dire – ha confermato anche Malmström – che Frontex Plus subentrerà a Mare Nostrum, anche se non farà le stesse cose».

   In effetti, Frontex Plus sarà una missione molto diversa e decisamente più ridotta, non avrà i compiti di ricerca dei barconi in difficoltà a ridosso delle coste nordafricane, ma si concentrerà molto di più sulla protezione delle frontiere europee, che è il mandato dell’agenzia Frontex.

   In altre parole finirà quel servizio di “traghetti informali” per i trafficanti di uomini che involontariamente era diventata Mare Nostrum, anche se naturalmente saranno salvati i naufraghi. Era in effetti l’obiettivo non solo italiano, ma anche di Bruxelles e vari stati membri, che consideravano Mare Nostrum di fatto più controproducente che altro. Alfano, peraltro, ha sottolineato che «NAVI E BARCHE UTILIZZATE DAI TRAFFICANTI SARANNO DISTRUTTE, visto che ci sono le prove che spesso le imbarcazioni vengono riutilizzate. La Commissione ci ha detto che ci darà aiuto per recuperarle e distruggerle a terra».

   Ancora da chiarire CHI GUIDERÀ FRONTEX PLUS, ma sono in molti a scommettere che sarà l’Italia, paese in primissima linea i cui enormi sforzi sono stati elogiati anche ieri da Malmström. Si vedrà nelle prossime settimane.

   L’obiettivo è partire già a novembre, come ha spiegato il commissario. «Ci siamo dati pochi giorni – ha detto Alfano – per mettere a punto nel dettaglio un piano precisando le nostre esigenze di navi, elicotteri, personale che chiederemo all’agenzia Frontex». Malmström ha spiegato che «non appena l’Italia avrà fornito queste indicazioni, l’agenzia FRONTEX AVVIERÀ UNA RICHIESTA DI CONTRIBUTI A TUTTI GLI STATI MEMBRI. Noi speriamo che tutti partecipino». Perché finora, ha ammesso, «abbiamo avuto molta solidarietà verbale, ora serve quella concreta».

   Un esempio? «SU 28 STATI MEMBRI SONO SOLO 10 QUELLI CHE ACCETTANO I PROFUGHI», ha lamentato. In effetti Frontex Plus, come ha spiegato il commissario «deve poter contare su più personale e più risorse e più stati membri, ed è dagli stati membri che dipenderà il suo successo». Per ora si sente parlare di Francia, Spagna, Germania, Finlandia, forse la Grecia, ma Bruxelles spera che aumenti il numero; ieri sera è arrivata la conferma che la Francia parteciperà, come ha detto il ministro dell’Interno francese Bernard Cazeneuve, il quale ha precisato che «bisognerà discutere le modalità con gli altri stati membri».

   Certo è che l’Italia, come ha spiegato Alfano, ha intenzione di porre fine a Mare Nostrum non appena in un modo o nell’altro sarà partita Frontex Plus. Cruciale sarà il Consiglio dei ministri dell’Interno Ue del 9 ottobre a Lussemburgo» (Giovanni Maria Del Re)

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NICOLINI: “UN ERRORE ABOLIRE I SOCCORSI IN MARE, SI RISCHIA UN RITORNO AL PASSATO”

di Alessandra Ziniti, da “la Repubblica” del 29/8/2014

– La paura del sindaco di Lampedus: “Frontex plus non potrà mai prendere il posto di Mare nostrum visto che hanno obiettivi del tutto diversi” –

   “NON ci accontentiamo dei soldi dell’Europa, è quello che è sempre successo dopo ogni grande tragedia del mare. Con Frontex plus l’Italia porta a casa un risultato politico, ma solo se cambierà nome e soprattutto obiettivi”. A Lampedusa, il sindaco Giusy Nicolini è al lavoro con il Comitato 3 ottobre per preparare la kermesse che, in occasione dell’anniversario del naufragio che diede l’avvio all’operazione Mare nostrum, farà il bilancio su un anno di soccorsi alle 115 mila persone che hanno attraversato il Canale di Sicilia.

Sindaco, cos’è che non va in Frontex plus?

“Frontex plus non potrà mai prendere il posto di Mare nostrum visto che hanno obiettivi del tutto diversi. La prima è un’operazione di controllo delle frontiere, la seconda è di soccorso in mare. E visto che non ci troviamo di fronte ad un’invasione (perché chi arriva non è armato, sono donne, bambini), ma di fronte ad una grande emergenza umanitaria, è chiaro che Frontex plus dovrà cambiare il suo obiettivo”.

I mezzi di soccorso non andranno più a prendere i profughi in acque internazionali.

“È una follia. Con Mare Nostrum ci sono stati 2000 morti nel Mediterraneo, non si è riusciti a fermare i naufragi ma sono state salvate più di 100.000 vite e quasi tutte in acque internazionali. Si rischia un ritorno al passato. E bisogna anche dire che non è possibile che l’adesione a Frontex sia su base volontaria. Il mare è di tutti e non solo quando c’è da tirarne fuori petrolio o pescato. Non si può scegliere se aderire o no. E dico di più: se una nave spagnola soccorre un barcone è giusto che si porti i profughi in Spagna, non è che ce li deve lasciare per forza in Italia”.

Ma come fare se l’Europa pone dei paletti così stretti?

“Non bisogna far salire questa gente sui barconi. Offriamo asilo con le nostre ambasciate sull’altra sponda del Canale di Sicilia e se in Libia non è possibile perché c’è la guerra facciamolo in Sudan. Tutti passano da lì. Facciamo campi profughi gestiti dall’Onu e decidiamo noi come e quando farli venire”. (Alessandra Ziniti)

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LA DOPPIA SOLITUDINE DEI MIGRANTI

di Tito Boeri, da “la Repubblica” del 26/08/2014.

– IL SEMESTRE europeo dell’Italia non deve essere mai iniziato. Il turno del nostro Paese alla presidenza dell’Unione è probabilmente stato saltato.

SI VEDE che i Greci hanno passato il testimone direttamente alla Lettonia, approfittando di una nostra qualche distrazione, senza darci il tempo di reagire. Fatto sta che il problema che ci tocca più da vicino e, al contempo, quello su cui l’Europa può fare di più nell’immediato, quello degli sbarchi dei disperati in Sicilia, sembra essere stato derubricato dall’agenda dell’Unione. Si procede solo con i reciproci scambi d’accuse quando non si arriva agli insulti a mezzo stampa.

   Da inizio luglio la contabilità dei morti nell’attraversamento del Canale di Sicilia ha subito una ulteriore e brusca accelerazione. Siamo passati da due a quasi tre morti al giorno, secondo la macabra contabilità di FORTRESS EUROPE. C’È ORMAI UN VILLAGGIO DI 7.000 ANIME SEPOLTO IN FONDO AL MARE, RICOSTRUENDO QUANTO ACCADUTO NEI NAUFRAGI DEGLI ULTIMI 10 ANNI DI CUI SI HA NOTIZIA.

   La richiesta dell’Italia all’Unione continua ad essere principalmente quella di condividere i costi dell’operazione Mare Nostrum, istituita nell’ottobre 2013 all’indomani della strage dell’isola dei Conigli a Lampedusa. Questa operazione avrebbe dovuto rendere il Mediterraneo un mare sicuro, impiegando quasi mille militari, una nave anfibia, due fregate, due pattugliatori, aerei ed elicotteri oltre che potenziando la rete radar costiera, per individuare e soccorrere imbarcazioni in difficoltà in mare aperto o addirittura in prossimità delle coste africane.

   L’obiettivo conclamato di Mare Nostrum era quello di minimizzare, se non azzerare, il numero di morti in mare. Se questo era anche il vero obiettivo dell’operazione, è chiaro che ha fallito. Mare Nostrum ha fatto moltiplicare il numero di persone che si mettono in mare su imbarcazioni di fortuna con il rischio, alla fine, di aumentare il numero dei morti anziché ridurlo. Gli scafisti sanno infatti che, messa in acqua un’imbarcazione a rischio, il soccorso è molto più probabile di prima. Il mare sarà più sicuro, ma è anche più affollato e non sempre purtroppo si riesce a prestare i soccorsi col tempismo che sarebbe necessario perché il monitoraggio, per quanto accurato, non riesce a identificare piccole imbarcazioni alla deriva, specie quando il mare è agitato. Per queste ragioni un finanziamento più equo di Mare Nostrum non risolve il problema delle stragi del Mediterraneo, anzi rischia addirittura di aggravarlo.

   L’operazione è servita, questo sì, ad aumentare il flusso di chi può esercitare il diritto d’asilo, una volta sopravvissuto all’attraversamento. È questo il vero obiettivo che ci si propone? Se sì, è opportuno ammetterlo e capire che la vera posta in gioco non è certo quella di una ripartizione più equa dei costi dei pattugliamenti tra gli Stati Membri.

   Ciò che, al di là della retorica, preoccupa di più gli altri Paesi è la condivisione di un flusso di rifugiati destinato ad aumentare fortemente in virtù di queste operazioni ai confini. Non è un caso il fatto che la Germania accusi l’Italia di violare le norme Ue, che impongono di procedere immediatamente all’identificazione dello straniero sbarcato, con conseguente responsabilità per l’Italia dell’esame della domanda di asilo. La ritardata identificazione (con rilevamento delle impronte) degli stranieri sbarcati può servire a spingere una parte dei rifugiati verso il nord Europa perché il mancato riconoscimento immediato dello statuto di rifugiato non impone al Paese di arrivo di accogliere queste persone.

   Se mai il semestre italiano dell’Unione inizierà davvero, non potrà che aprirsi con un’agenda di incontri volti a garantire lo stato di protezione temporanea per i teatri di guerra ai confini dell’Unione. Purtroppo non siamo i soli ad essere geograficamente vicini a un’area di conflitto, dove si consumano veri e propri genocidi. Possiamo perciò trovare importanti alleati in questa battaglia, magari rinunciando a pretese solo di facciata.

   In ogni caso, bisogna essere i primi ad accettare il principio del burden sharing a tutti i livelli, non solo riguardo ai costi dei pattugliamenti. Ad esempio, se vogliamo permettere la libera circolazione all’interno della Ue di quanti abbiano ottenuto il riconoscimento del diritto alla protezione in un qualsiasi Stato membro, bisogna esser pronti a condividere il costo di un’assistenza sociale di base, garantita su tutto il territorio dell’Unione, per tutta la fase in cui lo straniero non è autosufficiente. (Tito Boeri)

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DA FRONTEX A FRONTEX PLUS (MA COS’E’ FRONTEX?)

GLI STRETTI CONFINI DI FRONTEX

di Pietro Vallone, da LA VOCE.INFO (www.lavoce.info/) del 26/8/2014

– Nel 2004, per coordinare gli interventi operativi di controllo dei confini dell’Unione Europea, la Commissione europea costituisce un’Agenzia sovrannazionale denominata Frontex. Oggi di fronte al continuo fenomeno degli sbarchi clandestini, ed ancora di più, di fronte alle tragedie che avvengono nel Mediterraneo, ci si domanda quale sia il ruolo dell’Unione Europea e in particolare quali siano le evoluzioni  del processo di armonizzazione del controllo delle frontiere posto in essere con la costituzione di Frontex. –

   Negli anni, i differenti interessi degli stati membri dell’UE, la forte pressione migratoria, e lo spostamento a est dei confini dell’Unione, hanno creato i presupposti per l’istituzione di un’Agenzia sovranazionale che fornisse assistenza tecnica volta a rafforzare la cooperazione operativa nel controllo delle frontiere dell’Unione.

   Dalle intenzioni della Commissione Europea è nata l’Agenzia sovranazionale Frontex.

GLI SCOPI DELL’AGENZIA

Frontex non si sostituisce agli stati ma, come viene indicato nelle premesse del regolamento costitutivo, si occupa di come il controllo e la sorveglianza delle frontiere esterne ricadono sotto la responsabilità degli stati membri.”

   Gli Stati non delegano il controllo, piuttosto si affidano all’Agenzia perché armonizzi e semplifichi l’applicazione delle misure comunitarie presenti e future in materia di gestione delle frontiere esterne, garantendo il coordinamento delle azioni intraprese dagli stati membri nell’attuare tali misure.

   Gli stati membri collaborano con Frontex per migliorare la cooperazione nella gestione delle frontiere esterne, poiché, come ci mostrano i recenti scontri tra Italia e Malta sul controllo dei confini marittimi, la cooperazione può avere risultati migliori se sviluppata a livello comunitario.    In base al rapporto redatto dalla Commissione Europea nel 2007, l’Agenzia tra il 2006 e il 2007 ha dato il via a 30 operazioni congiunte svolte tra più stati membri. In queste operazioni congiunte sono stati respinti o trattenuti alla frontiera circa 53.000 immigrati illegali.

   Questo dato va confrontato con le azioni di respingimento fatte dai singoli stati membri (nel 2007 sono stati respinti 163.903 immigrati irregolari). Se poi rapportiamo il dato alle stime dell’immigrazione irregolare presente nei paesi negli stati membri dell’UE è evidente che le azioni congiunte hanno prodotto ben poco in termini di risultati effettivi.

   Si stima che nel 2008 in Italia fossero presenti 650.000 immigrati irregolari. Nonostante ciò, il processo di armonizzazione del controllo dei confini ha fatto degli ulteriori passi in avanti, infatti, le 30 operazioni congiunte hanno consentito lo scambio di migliori prassi e informazioni tra stati membri e l’incentivazione alla cooperazione quotidiana tra autorità nazionali di controllo delle frontiere.”.

LE RESISTENZE DEGLI STATI

L’obiettivo della Commissione Europea è quello di fare di Frontex il cardine su cui costruire un sistema europeo unico di sorveglianza delle frontiere. Le implicazioni di questa espansione farebbero con molta probabilità sfociare l’azione di Frontex nelle competenze territoriali proprie degli stati membri, e ciò fa pensare che le prospettive di una delega totale degli stati membri all’Agenzia sia ancora incerta.

   In futuro è fondamentale che il ruolo dell’Agenzia venga ampliato, seguendo un approccio graduale e rafforzando progressivamente la sua capacità amministrativa, anche e soprattutto in relazione alle resistenze degli stati membri.

   Gli obiettivi della Commissione, però, sono la semplificazione e l’efficienza dei sistemi di controllo delle frontiere. Ad esempio, è totalmente impossibile pensare ad una gestione integrata dei confini marittimi dell’UE se a d operare sono gli otto stati membri la cui sorveglianza di frontiera è affidata a circa 50 autorità appartenenti a 30 diverse istituzioni, spesso con competenze e sistemi paralleli.

  Ciò fa presumere che l’azione della Commissione sarà quella di puntare verso la costituzione di un sistema uniforme della gestione delle frontiere.    Nel tentativo di forzare le resistenze degli stati membri, la Commissione ha emanato il regolamento Rabit, che costituisce delle squadre di intervento rapido alle frontiere. Nel regolamento è prevista la costituzione di un team sovrannazionale, alle dipendenze di Frontex, formato da personale selezionato composto da 500-600 guardie di frontiera.

   UNO STATO CHE PRESENTI AI CONFINI UNA SITUAZIONE CRITICA NELLA GES TIONE DEI FLUSSI MIGRATORI PUÒ RICHIEDERE ALL’AGENZIA L’INTERVENTO DELLE SQUADRE RABIT, che saranno formate da guardie di frontiera di altri stati membri.

  Le SQUADRE DI FRONTIERA possono, nei casi in cui vengono chiamate ad intervenire, svolgere compiti di controllo delle persone alle frontiere esterne e di sorveglianza di tali frontiere.    Nonostante in alcuni casi, come in Italia, ci siano state   delle emergenze ai confini, mai NESSUNO STATO MEMBRO HA CHIESTO L’INTERVENTO DEI RABIT, e ciò fa riflettere sul fatto che, benché sia uno strumento di contenimento dei flussi migratori accettato dagli stati membri, risulta evidentemente una POSSIBILE LIMITAZIONE DELLA SOVRANITÀ DELLO STATO MEMBRO RICHIEDENTE.

   Un altro punto importante su cui fino ad ora l’Agenzia ha fatto ben poco è quello della cooperazione con gli stati terzi. Frontex ha un mandato molto limitato, che non le consente di poter intervenire con progetti diretti nei paesi terzi. Fino ad ora Frontex ha solamente concluso accordi di lavoro per istituire una cooperazione a livello tecnico con le autorità preposte al controllo delle frontiere in Svizzera, Croazia, Russia, Georgia e Moldavia. I paesi terzi hanno partecipato direttamente alle attività operative.

 Si ritiene quindi che la cooperazione con i paesi terzi sia fondamentale per ottenere dei risultati contro l’immigrazione irregolare. E’ quindi imprescindibile che la Commissione e gli stati membri diano la possibilità all’Agenzia di partecipare alle missioni europee di controllo delle frontiere svolte nei paesi terzi. (Pietro Vallone)

Fonti:

  1. http://www.frontex.europa.eu/annual_report
  2. Council regulation (EC) No 2007/2004, “Che istituisce un’Agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione europea, 26 October 2004;
  3. COM(2008) 67, Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo e al Consiglio, al Comitato Economico e Sociale Europeo e al Comitato delle Regioni; Relazione sulla valutazione e sullo sviluppo futuro dell’Agenzia FRONTEX, Bruxelles, 13.2.2008;
  4. Regolamento  (CE) N. 863/2007 del Parlamento europeo e del Consiglio dell’11 luglio 2007 che istituisce un meccanismo per la creazione di squadre di intervento rapido alle frontiere e modifica il regolamento (CE) n. 2007/2004 del Consiglio limitatamente a tale meccanismo e disciplina i compiti e le competenze degli agenti distaccati; Lords FRONTEX: the EU external borders agency, 9th Report of Session 2007, 08 Report with Evidence, Authority of House of Lords, London, 2008;

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PERCHÉ NON CREDO A FRONTEX PLUS, E ALLE PROTESTE ITALIANE PRIVE DI PROPOSTE

di Oscar Giannino, da http://www.leoniblog.it/ del 27/8/
   Mi spiace, ma non credo molto anzi per nulla all’annuncio odierno, e cioè che da autunno-inverno una missione “Frontex Plus” sostituirà i mezzi italiani impegnato nel Mediterraneo nella missione Mare Nostrum.

Era ottobre del 2013, quando dopo una terrificante strage nel mare fuori Lampedusa l’Italia portava al Consiglio Europeo la necessità di un cambio di marcia nei confronti dell’emergenza migranti dalla sponda Sud del Mediterraneo.

   Il cambio di marcia non è mai avvenuto. Ho scritto all’inizio del semestre di presidenza italiana Ue che il tema andava riaffermato al centro del tavolo europeo. Nel frattempo, quasi duemila morti in mare solo da inizio anno. E oltre 123 mila salvati dall’Italia da sola, dalla nostra Marina Militare, Guardia costiera, dai mezzi delle Capitanerie di Porto, Guardia di Finanza, Polizia e Carabinieri. Un flusso gigantesco che entrando in Italia affanna le stremate strutture residue dei Cie, dei Comuni, della Protezione civile, della CRI e dei volontari delle ONG italiane.

   Nell’incontro odierno con il ministro Alfano, la commissaria europea (uscente) agli Affari Interni Cecilia Malmström ha ribadito la verità. Frontex, l’agenzia europea alle frontiere, non ha risorse e mezzi per affiancare l’Italia. Figuriamoci per sostituirla.  Sono i Paesi della Ue, nazionalmente, che dorranno decidere se impegnarsi o meno. Finora non l’hanno fatto. E il perché è scontato.

   Attualmente, se a salvare i disperati nel Mediterraneo fosse un mezzo militare tedesco o francese, a loro poi spetterebbe occuparsi anche del destino successivo dei salvati, in assenza di nuove regole europee che oggi mancano, in materia di comuni indirizzi su immigrazione, asilo e meri trattamenti umanitari.

   E’ politico, il problema. Finora Alfano e altri hanno strillato contro l’Europa.  Sui soldi. Ma – almeno per quanto è noto – non hanno stilato un pacchetto di norme che identifichi UN CODICE COMUNE EUROPEO A FRONTE DEI MIGRANTI E DEI TRAFFICANTI DI CARNE UMANA.

   Il governo italiano deve portare al Consiglio dei ministri degli Affari Interni Ue, il 9 e 10 ottobre, un pacchetto di proposte su cui o si schioda il consenso politico dei 28 Paesi dell’Unione, oppure l’Italia deve essere pronta a una strategia alternativa. Già nel prossimo summit europeo dedicato alla scelta di alcuni componenti essenziali della nuova Commissione Juncker, Renzi dovrebbe porre il punto.

   E’ ovvio che l’optimum sarebbe una compartecipazione di mezzi e risorse dei maggiori paesi Ue: proprie unità navali a fianco alle nostre, con turni plurimensili per aree assegnate come si fa nella task force internazionale antipirateria operante al largo del Corno d’Africa.

   Ma per una missione simile manca la cosa fondamentale: stabilire PRIMA chi dovrebbe farsi carico poi dei salvati. E c’è un altro fattore, che dovrebbe far alzare il tiro politico all’Italia. Quanto si è letto da alcune fonti europee in questi ultimi giorni, e cioè che l’operazione Mare Nostrum italiana ha il difetto di apparire ai trafficanti di carne umana come un incentivo, cioè la scontata garanzia che tanto c’è chi salva anche in alto mare gli schiavi trasportati, la dice lunga non sul cinismo della politica estera di altri Paesi Ue, bensì sulla totale mancanza di consapevolezza di quanto sta avvenendo in queste settimane.

   Non è più solo il costo finanziario proibitivo per la sola Italia, l’argomento di Renzi ed Alfano al tavolo europeo. Nel frattempo è riesploso l’intero Medio Oriente. E’ questa, la terribile realtà dietro il flusso che si abbatte su Mare Nostrum. Berlino e Parigi è meglio riflettano bene su una Libia ormai in preda alle bande islamiste. Contro le quali Egitto ed Emirati Arabi bombardano senza alcuna informazione condivisa né con gli Usa né con Ue, tenendo rapporti riservati solo con Tunisia e Algeria. Mentre Obama non sa che fare in Siria, visto che deve colpire l’ISIS ma contemporaneamente non può farlo a fianco di Assad.

   E mentre centinaia di migliaia di nuovi profughi tentano di sopravvivere fuggendo nel Mediterraneo dal nord dell’Iraq, dal presunto nuovo Califfato, da Gaza. Aree su cui Iran (e Qatar) hanno interessi distinti dall’Egitto di al-Sisi, contro Isis da una parte, con Hamas dall’altra.

   E’ L’ESPLOSIONE MEDIORIENTALE OGGI LA VERA RAGIONE POLITICA E GEOSTRATEGICA CHE DOVREBBE SMUOVERE LE CAPITALI EUROPEE. L’imbarazzato silenzio di Bruxelles su quanto avviene in Medio Oriente può essere superato se al prossimo vertice europeo davvero c’è un’intesa su chi guiderà la politica estera comune. E se sarà il ministro Mogherini, come ormai sembra e nel caso per Renzi è una buona vittoria, a maggior ragione occorre che abbia un mandato chiaro.

   Se fino a ieri mancavano i presupposti internazionali per un vero intervento extraterritoriale di contenimento dei flussi di carne umana, la richiesta rivolta ieri all’ONU da quanto resta del parlamento libico eletto offre una cornice da raccogliere, che legittimi una presenza internazionale sulle coste libiche a fianco all’Egitto e alle monarchie moderate islamiche, che a differenza del Qatar temono la deriva neoislamista.

   L’esperienza deve renderci duri. In caso di mancata risposta europea bisogna essere allora pronti a dire che useremmo tutto ciò che il diritto internazionale marittimo consentisse alle autorità italiane, a cominciare dal disporre alle navi battenti bandiera estera transitanti nel canale di Sicilia di prestarsi non al salvataggio, ma a ospitare i salvati fino al regolare porto di arrivo ma non su coste italiane.

   E’ una misura durissima, ma fattibile. L’extrema ratio, per far ragionare l’Europa: visto che alzerebbe i noli per tutti i maggiori porti spagnoli e francesi, colpendo i traffici anche verso il Centro Europa, Germania e Austria comprese. Non possono essere i tecnici di Frontex, a compiere una svolta politica tanto radicale. Bisogna porla al centro della scelta del nuovo Mr o Miss Pesc, e come priorità della nuova commissione Juncker.

   LA SPIRALE RIAVANZANTE DEL TERRORISMO ISLAMISTA È LA NUOVA EMEGENZA. Ma è la reciproca convenienza, ciò che all’Europa sfugge. Sinora in realtà è mancata una comune politica dell’immigrazione, come fattore essenziale della crescita e stabilità economica complessiva.

   I diversi Paesi membri dell’Unione hanno legislazioni diverse sulle procedure di ammissione temporanea, sui requisiti di lavoro, sul diritto al ricongiungimento delle famiglie e sulla cittadinanza. Ma oggi sono le vie nazionali a superare una frontiera comune, a non funzionare più. Erano figlie di un’era in cui ciascuno pensava alla propria crescita economica, ai diversi retaggi coloniali, a confliggenti teorie e prassi giuridiche della cittadinanza. E a fabbisogni di manodopera, contributi sociali e tasse, completamente slegati da paese a paese.

   La drammatica crisi dell’Europa ha mostrato in questi anni che non è più così. La devastante curva demografica italiana e l’invecchiamento della popolazione tedesca sono due facce di una stessa medaglia. Più l’Italia è lasciata sola nel salvataggio e nel filtro impossibile di duecentomila disperati l’anno, meno potrà concentrarsi su una politica di “scelta” di migranti per qualità dell’offerta, come invece da tempo hanno iniziato a fare i paesi nordeuropei.

   Ma meno lo faremo noi, più metteremo anche gli altri paesi europei nelle stesse condizioni. Perché nessuno tra chi viene ripescato in mare, oggi, vuole restare nel nostro impoverito paese. Amaro dirlo, ma giusto riconoscerlo. E farlo presente a tutti, con la dovuta chiarezza. (Oscar Giannino)

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BUIO SULLA LIBIA CADUTA NEL CAOS

di Gad Lerner, da “la Repubblica” del 25/8/2014

   Sul confine meridionale dell’Italia è in corso un conflitto armato avvolto nel mistero, di cui registriamo le migliaia di morti in mare e le decine di migliaia di profughi monopolizzati da mafie sempre più potenti: è la guerra di Libia, i cui effetti irrompono sotto forma di emergenza umanitaria, energetica e militare nella nostra politica interna.

   Ci siamo dentro fino al collo ma continuiamo a far finta di nulla perché ignoriamo perfino chi siano le milizie in campo e quale sia l’intento dei loro burattinai.

   L’enigma Libia è la propaggine ovest, per noi la più pericolosa perché limitrofa all’Europa, del conflitto che insanguina Iraq e Siria. Ma nonostante lambisca le coste italiane e rovesci i suoi cadaveri nel Canale di Sicilia, la guerra di Libia ci risulta ancor meno decifrabile dell’offensiva scatenata dal sedicente califfo Abu Bakr al-Baghdadi .

   E’ mai possibile tutta questa ignoranza? Eppure la Libia è un paese che conosciamo benissimo. Tuttora vi operano centinaia di manager, ingegneri e tecnici italiani. Comprendiamo la delicatezza della loro posizione, i pericoli che corrono, gli interessi in ballo, ma siamo sicuri che l’opacità con cui si proteggono alcuni colossi della nostra economia insediati laggiù, o partecipati da azionariato libico, non finisca per nuocere a una strategia di salvaguardia nazionale e europea?

   Ufficialmente non sappiamo neppure se davvero, dal 23 agosto, l’aeroporto internazionale di Tripoli sia caduto, come pare, nelle mani di milizie islamiste reclutate nella regione di Zentan. Le quali a loro volta sarebbero state oggetto di bombardamenti aerei i cui autori restano ignoti. Mentre il parlamento libico, o ciò che ne resta, si riunisce lontano dalla capitale, a ridosso del confine egiziano. E l’esercito del generale Haftar, un ex fedelissimo di Gheddafi, ultima pedina “laica” (si fa per dire) sostenuta dagli occidentali per contrastare i clan islamisti, sembra ridotto all’impotenza.

   Non fingerò di saper distinguere fra le diverse forze in campo, dagli affaristi di Misurata ai miliziani che a Bengasi il 1° agosto hanno proclamato la nascita di un Emirato sul modello dello Stato islamico. In apparenza ciascuno dei clan si concentra in una lotta di mera sopravvivenza, usufruendo di armi e finanziamenti che come al solito giungono, insieme ai propagandisti incendiari, dai ricchissimi paesi del Golfo. Cioè da sovrani assisi su bolle speculative pericolanti che investono nelle nostre economie e al tempo stesso ci minacciano col terrorismo.

   E’ un fatto, però, che tali milizie non si limitano a combattere fra loro. Prosperano disponendo di risorse cospicue e –grazie alla dissoluzione dello Stato libico- controllano le coste su cui hanno scatenato il triste commercio degli scafisti: le partenze delle carrette del mare nel 2014 sono quintuplicate, trasportando più di centomila persone.

   Indifferenti al proporzionale incremento dei naufragi che, secondo l’AGENZIA HABESHIA, in otto mesi avrebbero già causato duemila morti. I profitti del traffico di migranti verso l’Italia, spogliati di ogni avere nel tragitto fra il deserto e il Canale di Sicilia, probabilmente rimpinguano le stesse organizzazioni criminali che controllano anche il commercio delle armi e delle materie prime dell’energia. La nostra inerzia li trasforma in potentati eversivi pronti a ricattarci sfruttando il controllo territoriale concessogli.

   Non dimentichiamo che lo stesso tratto di Mediterraneo su cui spadroneggia la nuova pirateria tenendo in ostaggio i disperati in cerca di salvezza è percorso anche dalle condotte di GREENSTREAM, il più lungo gasdotto sottomarino mai realizzato, fra MELLITAH e GELA.

   Risulta così evidente che la doverosa prosecuzione dell’opera di salvataggio “Mare Nostrum”, per la quale l’Italia rivendica con ragione una partecipazione comune di tutta l’Unione europea, rappresenta solo un tassello, per quanto essenziale, di una strategia ancora tutta da elaborare.

   Per debellare le mafie che monopolizzano il flusso dei rifugiati, Luigi Manconi e la sindaca di Lampedusa, Giusi Nicolini considerano imprescindibile stabilire presìdi di registrazione e smistamento gestiti nei paesi rivieraschi direttamente dalle Nazioni Unite e dall’Ue. Impensabile attuare un simile piano di smantellamento delle mafie dei trafficanti senza esercitare un minimo di controllo anche sulle coste libiche, cioè in quella che oggi è una zona di guerra.    Si tratta di un’operazione rischiosa, piena di incognite in quel ginepraio. Ma ogni giorno d’attesa peggiora la situazione. La prudenza rischia di trasformarsi in un attendismo che non ci possiamo permettere perché la guerra di Libia ci è già entrata in casa.

   Dal governo è lecito attendersi innanzitutto UNA RELAZIONE VERITIERA SUL DRAMMA CHE SI STA CONSUMANDO AI NOSTRI CONFINI. Gli stessi amministratori delegati delle imprese italiane che intrecciano relazioni d’affari con la Libia, sotto forma di rifornimento energetico (l’Eni importa da lì circa il 15% del nostro fabbisogno di gas e petrolio), di esportazione di armi (Finmeccanica), di grandi infrastrutture (Salini Impregilo) o di partecipazioni azionarie (Unicredit), debbono contribuire a un quadro veritiero delle condizioni in cui operano.

   Nessuno può trincerarsi dietro al rimpianto dell’epoca in cui trafficavamo con un dittatore, il colonnello Gheddafi, rimasto al potere per più di quarant’anni. La sua caduta era inevitabile, e l’illusione di contenere l’incendio della sponda sud del Mediterraneo ricorrendo al terrore dei rais si è rivelata non solo cinica, ma perdente.

   Vero è che l’intervento militare del 2011, affrettato dissennatamente da Sarkozy, si è tradotto in un disastro. Ma questo non ci esime dal dirimere la matassa libica. Non solo perché i naufragi con centinaia di vittime innocenti pesano anche sulle nostre coscienze e favoriscono una rotta di collisione fra due continenti separati solo da un ristretto braccio di mare. Ma anche per una banale constatazione: se non sarà l’Italia, direttamente coinvolta, a prendere subito l’iniziativa e a trascinare nell’azione il resto d’Europa, nessuno lo farà al posto nostro. Tripoli ci è molto, molto più vicina di Bagdad. (Gad Lerner)

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IL QATAR E GLI ALTRI

INTEGRITÀ, ASCOT E COSTA AZZURRA: IL CRINALE AMBIGUO DEI PAESI DEL GOLFO

di Antonio Armellini, da “il Corriere della Sera” del 24/8/2014

   Nella tragedia che insanguina il mondo arabo e minaccia l’Occidente, modernità e medioevo si intrecciano in una relazione perversa. La definizione di «Beatles» (del terrore) per i quattro assassini di origine britannica ne è una rappresentazione orribile: quella musica è la stessa che hanno ascoltato i carnefici e le loro vittime, accompagnandoli entrambi nella loro formazione di giovani adulti.

   I Paesi in cui operano alcune centrali finanziarie del terrorismo fondamentalista hanno acquistato grandi proprietà nel centro di Parigi e di Londra, in Sardegna e nella Costa Azzurra, e hanno preso il controllo di fette importanti della finanza e dell’industria internazionale del lusso.

   Lo Sceicco Al Makthoum è di casa nelle corse di Ascot care alla regina Elisabetta; i centri finanziari di Dubai e Abu Dhabi sono paradisi dello shopping in cui folle di turisti si muovono in piena libertà. In Qatar gli Al Thani hanno costruito grandi musei e si preparano a ospitare i mondiali di calcio. Per non parlare di Bahrein, oasi non dichiarata dove dare libero corso alle «debolezze» occidentali.

   Occidente dunque: nell’architettura, nella globalizzazione, nei consumi e nell’assunzione di modelli di vita sconosciuti solo un paio di generazioni fa. E al tempo stesso luogo in cui alligna una minaccia mortale per la sua sopravvivenza.   

   Le istituzioni di questi Paesi sono perlopiù recenti e fragili e hanno importato modelli politici e di comportamento piegandoli strumentalmente alla loro natura. Il meglio di due mondi per certi versi: il rispetto formale per le regole da un lato, la spregiudicatezza di un potere privo di reali controlli dall’altro.

   Tutte esprimono una ambiguità che consente di vivere dell’Occidente, e nell’Occidente, nella proiezione esterna mantenendo una dimensione di chiusura quasi feudale all’interno.

   In questo coacervo di sedimenti antichi e di sovrastrutture nuove, l’Islam rappresenta il riferimento capace di definire comunque una identità autonoma. La rinascita del sentimento panislamico in Paesi che hanno tutti un passato di dipendenza coloniale rappresenta, oltreché un fatto religioso significativo, una affermazione di riscatto collettivo fortemente condiviso.   

   Quella in corso presenta delle guerre di religione una delle caratteristiche classiche: la lotta per la supremazia politica perseguita sotto le insegne della vera fede. Non tanto per quel che riguarda le migliaia di aspiranti terroristi, figli di emigrati di seconda o terza generazione pronti a lasciare una esistenza senza slanci ma garantita, per vivere l’avventura del martirio: per questi l’attrazione risiede nel fallimento dei modelli di integrazione avviati nei vari Paesi e nella promessa che il messaggio totalizzante dell’Islam da un lato, e la dimensione politica di una rivincita «contro» dall’altro, rappresentano.

   Costituiscono un pericolo tanto forte quanto subdolo: non basta rafforzare i meccanismi di intelligence , che sono in ritardo rispetto al fenomeno. È indispensabile approfondire le ragioni della crisi che ha coinvolto l’insieme dei processi di inclusione che si era ritenuto potessero, sia pure con ritardi e difficoltà, promuovere una ragionevole omogeneizzazione di società sempre più multiculturali.    Religione e politica si intersecano nei comportamenti degli attori principali della regione, in maniere difficili da decifrare senza tenere a mente entrambe.

   Il primo livello, fra Iran sciita e Arabia Saudita sunnita-wahabita è quello di uno scontro di religione in cui particolarmente forte è l’impegno di Riad, che vede messo in discussione il suo ruolo di tutore della fede. Esso riguarda in cascata la sorte dell’Iraq e quella della Siria di Assad, con il coinvolgimento di Paesi «laici» come l’Egitto e la Turchia, per cui il vessillo della fede riveste un’importanza più strumentale.

   Trasversale è la posizione dei Fratelli musulmani, appoggiati o combattuti a seconda del rischio che presentano per la stabilità di regimi nei quali l’aspetto religioso può avere carattere dirompente. Il quadro si complica ulteriormente quando si esamini il fondamentalismo sunnita, che Qatar e Arabia Saudita (con il sostegno degli Emirati) appoggiano in chiave anti-Assad, ma sul quale si dividono per quel che riguarda l’Isis (Islamic State of Iraq and Syria, lo Stato islamico), dichiarato fuorilegge da Riad e appoggiato – senza dirlo – dal Qatar in funzione anti-saudita.   

   Doha ospita ad un tempo la più importante base militare Usa della regione e finanzia anche i Fratelli musulmani e Hamas. Un piccolo Paese dalle grandi ambizioni deve fare i conti con vicini molto ingombranti: l’Iran in primo luogo, con cui la dirimente religiosa funziona egregiamente, e l’Arabia Saudita, confratello nella fede ma avversario nel potere. Per riuscirvi ha giocato in maniera spregiudicata sulla discrasia fra modernità e medioevo, perseguendo obiettivi «antichi» attraverso gli strumenti della diplomazia del denaro e della comunicazione.

   Da Al Jazeera che, nata come un clone della Bbc, si è trasformata in una macchina informativa e di propaganda dall’impatto eccezionale, ad una politica di acquisizioni che, passando dal turismo al calcio e alla finanza, ha dato allo Sceicco Al Thani un potere di condizionamento sui Paesi occidentali che, usato con discrezione, conta, eccome.

   È un gioco pericoloso su cui – specie sulla scacchiera dell’ Isis – il Qatar potrebbe bruciarsi le dita ma, dal suo punto di vista, l’alternativa ad una politica di movimento costante non può essere che quella del cedimento a vicini più forti. Anche se si sono fatti studi sofisticati a Oxford o Harvard, l’eredità di una terra che ha vissuto per secoli di mercanzia e di pirateria influenza mentalità e comportamenti.   

   Guerra di religione dunque? Sì, ma al tempo stesso conflitto in cui la geopolitica gioca un ruolo fondamentale. Agitare il vessillo della risposta cristiana (fra l’altro, difficilmente sostenibile) non servirebbe a molto; per disarticolare la minaccia – a parte gli interventi militari necessari, e immediati – dovremmo cominciare da casa nostra, per capire come estirpare la gramigna di una suggestione che mina dall’interno la nostra società e porta agli orrori che stiamo vivendo. (Antonio Armellini)

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LA BARACCOPOLI DEI «PENDOLARI» AFRICANI

di Roberto Galullo, da “il Sole 24ore” del 27/8/2014

– Nella piana di Gioia Tauro. Sorta nel 2012 nell’area industriale, tra sbarchi e arrivi in concomitanza della raccolta di frutta tra un mese ospiterà migliaia di persone –

GIOIA TAURO (RC). Tutto puoi aspettarti tranne che un’area industriale ingoi, al suo interno, anche una baraccopoli di africani disperati. Oggi una quarantina di persone. Tra un mese diventeranno migliaia.

   Accade a San Ferdinando, nella piana calabrese di Gioia Tauro (Rc). Quando entriamo nel campo attrezzato alla meglio, soprattutto grazie alla solidarietà di cittadini, Chiesa, associazioni e sindacati, è pieno agosto. Ironia della sorte, il “servizio di sicurezza” interno alla baraccopoli dorme sonni profondi e così nessuno, sulle prime, si accorge della presenza di un giornalista capitato lì per caso, mentre svolge un’inchiesta sul porto di Gioia (si veda Il Sole-24 Ore del 14 agosto).

   Si tratta di tre ragazzi nigeriani che trovano riparo dal solleone sotto una copertura improvvisata. Sono loro a garantire, nei momenti di “piena”, che nella baraccopoli – messa su nell’inverno 2012 dal ministero dell’Interno con circa 80 tende e ben presto diventata una calamita per disperati in cerca di lavoro, con centinaia di tende fatte di teli di plastica e lamiera – regni un minimo di ordine. E la “piena” sta per arrivare.

   Gli sbarchi di questi giorni lungo le coste calabresi porteranno diversi “transfughi” anche qui ma il grosso del flusso arriva autonomamente da altre regioni, anche settentrionali, per la raccolta di mandarini e arance nella zona di Rosarno, per poi spostarsi in primavera in Campania, Puglia e Sicilia. Molti di loro sono in Italia da anni, grazie a questo pendolarismo geografico.

   «Seguono il ciclo delle terra» spiega Celeste  Logiacco, segretario generale Flai-Cgil Piana di Gioia Tauro, che presta un’assistenza continua. «Tra qualche giorno sarà l’inferno nel Commissariato di Gioia Tauro – spiega Logiacco – perché chi rinnova il permesso di soggiorno, e quasi tutti lo hanno per motivi umanitari, ha bisogno della residenza ma il sindaco di San Ferdinando non è in grado di garantire chi risiede o meno e ha ragioni da vendere nel sentirsi abbandonato dallo Stato». Chi può biasimare, dunque, il sindaco Domenico Madafferi, se continua a chiedere lo sgombro dell’area?    A guidarci all’interno della baraccopoli – bruciata dal sole, per forza di cose maleodorante, con tonnellate di rifiuti smaltiti all’area aperta – e attratto dalla presenza di una giovane nigeriana in stato interessante, c’è un liberiano intorno ai 30 anni, Anthony, che alla pulizia della sua tenda ci tiene. Dentro 4 letti (tre vuoti, ma è questione di giorni) e due fornelletti. Lui, insieme agli altri 40 amici di sventura, è rimasto nella piana di Gioia perché la crisi colpisce duro anche i precari come lui. Nessun viaggio fuori dalla Calabria per cercare un impiego saltuario. Al massimo qualche puntatina agli incroci di Gioia, San Ferdinando o Rosarno, per racimolare qualche euro. Sempre che la salute aiuti lui e gli altri. No, l’ebola non c’entra nulla, anche se lui ci scherza, visto che la sua nazione è l’epicentro dell’infezione. Parlandogli, la sensazione è che nel campo girino droghe da sballo a pochi centesimi, come la colla, che debilita e distrugge.

   Anthony è pronto, tra una settimana, a curare la terra e poi a raccogliere mandarini e arance per 3 o 4 euro al giorno, per 10, 12 ore di fatica. Tolte le spese per il cibo, l’alcol e gli “sfizi”, non rimangono che pochi spicci con i quali tirare avanti. E poco o nulla fa, per molti di loro, che i “caporali” rosicchino altre risorse. «I proprietari terrieri – dice in un italiano stentato, dopo tre anni di permanenza – ci aiutano. Grazie. Grazie Italia».

   Lo ripete due volte e a poco vale ricordargli che nel dicembre 2010 centinaia di africani come lui si ribellarono ad alcuni di questi “generosi” proprietari, rispondendo con violenza alla violenza.    Gli sbarchi continuano, l’area industriale 2 di San Ferdinando si gonfierà di regolari, irregolari e richiedenti asilo, pronti a restare qui fino ad aprile per poi ripartire e infine ritornare nelle stesse condizioni di precarietà e sopravvivenza a stenti. La sensazione è che i 5 euro allungati ad Anthony sulla soglia del campo a poco o a nulla servano se non a lavarsi, ipocritamente e per 5 minuti, la coscienza cristiana. (Roberto Galullo)

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L’Europa non basta

“MARE MIO”: 300 MIGRANTI SALVATI DALLA MISSIONE PRIVATA

di Chiara Daina, da “il Fatto Quotidiano” del 31/8/2014

Martedì 25 agosto, dall’isola di Malta è salpata la prima nave privata in soccorso dei migranti in pericolo, finanziata da un’imprenditrice italiana, Regina Catrambone, e dal marito americano Christofer. Phoenix I, questo è il nome dell’imbarcazione, è lunga 40 metri, c  on un team di 16 persone, due gommoni, due droni che pattugliano il mare, cibo, bevande e coperte a bordo.

Sabato ha messo in salvo 300 migranti, di cui la maggior parte in fuga da Siria e Palestina, e un centinaio dall’Africa sub-sahariana. Ieri mattina sono stati tutti trasferiti sulla nave italiana “San Giusto” per sbarcare sulle nostre coste.    MA IL MINISTRO dell’Interno Angelino Alfano, preso dalla fretta di chiudere Mare Nostrum e di scaricare la gestione dell’emergenza profughi all’Ue, troppo abituato a lamentarsi che l’Italia da sola non è in grado di farsi carico dei “barconi della morte”, non si è minimamente preoccupato dell’iniziativa. Eppure costituisce un esempio virtuoso di collaborazione tra pubblico e privato per far fronte alle tragedie nel Mediterraneo. E una mano tesa al nostro Paese.

“Abbiamo incontrato due volte l’ambasciatore italiano a Malta per avvisarlo del progetto e tentare di coinvolgere il governo italiano – spiega Catrambone, che da sette anni vive sull’isola maltese occupandosi di assicurazioni-, ma nessuno ci ha mai risposto”.

Non poteva essere il silenzio intorno a frenare la missione che avevano in mente. Battezzata Moas (Migrant offshore aid station), per adesso potrà durare settanta giorni, cioè fino alla data di inizio di Frontex Plus, la versione europea di Mare Nostrum annunciata mercoledì dal commissario Malmström.    L’idea del Moas risale all’anno scorso, quando il Papa lanciò un appello per i migranti da Lampedusa. Regina Catrambone e il marito l’hanno preso alla lettera. In meno di un anno hanno messo a punto il progetto .

“Non è un’impresa impossibile. È vero, abbiamo delle disponibilità economiche che non tutti hanno, ma ce ne sono altri come noi, e più di noi, che se lo potrebbero permettere”.

La coppia ha investito circa 800 mila euro. La nave è a noleggio e un’equipe di esperti legali e umanitari li ha seguiti passo passo. Chi fosse interessato a contribuire alla missione con delle donazioni può farlo sul sito web Moas.eu. A guidare la missione è Martin Xuereb, ex-capo di stato maggiore delle forze armate di Malta: “Ci muoviamo nelle acque internazionali di competenza maltese, in tutto 250mila km quadrati, dove è attivo anche Mare Nostrum, e se avvistiamo vite umane in pericolo allertiamo subito la centrale operativa della guardia costiera dell’isola”.

Alla domanda “chi glielo ha fatto fare?”, l’imprenditrice risponde: “Noi non rappresentiamo nè Malta, ma nemmeno l’Italia. Ma non è giusto che l’Italia rimanga sola a gestire le morti in mare. Noi dimostriamo che anche il privato può andarle incontro”. (Chiara Daina)

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CINQUE NAVI, DUE AEREI E PIÙ FONDI, IL PIANO PER IMPEDIRE I NAUFRAGI

– Immigrazione, le richieste di Alfano all’Europa. Le resistenze di Berlino e Madrid –

di Fiorenza Sarzanini, da “il Corriere sella Sera” del 1/9/2014

Almeno cinque navi e due aerei per pattugliare il Mediterraneo e affiancare i mezzi che già ci sono in modo da disporre di una flotta di dieci unità in mare e quattro in aria. Il Viminale mette a punto il piano di intervento da sottoporre all’Europa per affrontare l’ondata migratoria sempre più imponente.

E calcola pure lo stanziamento economico necessario a sostenere la missione che dovrà sostituire «Mare Nostrum», garantendo il soccorso di quelle persone che si affidano agli scafisti e sempre più spesso non ce la fanno a coprire la traversata dal Nordafrica all’Italia. Il rischio altissimo è infatti quello di trasformare «Frontex Plus» in una operazione esclusivamente di polizia che mira a respingere, anziché accogliere i migranti.

E invece quanto fatto finora — con una missione costata all’Italia 300 mila euro al giorno — ha dimostrato l’importanza di creare una linea avanzata di controllo per cercare di evitare i naufragi. Anche se questo comporta un impegno per l’accoglienza che non ha precedenti e che la stessa Unione Europea è stata costretta a riconoscere dopo aver sottolineando le difficoltà di farsene carico direttamente. Nuovo allerta per altri 10 mila posti

L’ultimo telegramma spedito due giorni fa dal Viminale allerta i prefetti per l’assistenza degli immigrati, ormai ben oltre la soglia delle 115 mila persone. Stranieri, la maggior parte richiedenti asilo, che il responsabile del Dipartimento Immigrazione Mario Morcone deve sistemare nelle strutture messe a disposizione dagli enti locali, tra mille difficoltà e resistenze.

Gli sbarchi non accennano in alcun modo a fermarsi e anzi rischiano di aumentare nelle prossime settimane con l’acuirsi delle situazioni di crisi in Africa e Medio Oriente. Ormai la media è di 5 mila arrivi a settimana, ben 70mila sono stati i migranti sbarcati sulle nostre coste tra giugno e agosto.

I «BILATERALI» CON SPAGNA E GERMANIA Il negoziato del ministro dell’Interno Angelino Alfano con gli Stati europei comincia domani con la missione a Berlino e Madrid. Obiettivo del ministro è quello di «ottenere il consenso politico a una condivisione tecnica dell’emergenza in modo da creare un dispositivo stabile e dunque efficace». La Francia ha già risposto positivamente alla richiesta di partecipazione alla missione, con Germania e Spagna la strada potrebbe essere più in salita.

L’atteggiamento del governo spagnolo è infatti di «chiusura» rispetto ai flussi che arrivano dal Nordafrica, mentre i tedeschi hanno più volte sottolineato di aver già il proprio carico di stranieri, dovendo fronteggiare gli arrivi attraverso le frontiere terrestri. Non a caso la strategia italiana è quella di sollecitare uno sforzo anche minimo che però consenta di poter contare sulla partecipazione di tutti gli Stati confinanti.    Resta però da sciogliere il nodo di chi ha raggiunto alcuni Paesi europei senza essere stato «identificato» dalle nostre autorità attraverso il «fotosegnalamento».

Nei giorni scorsi le autorità della Svezia e della Svizzera affiancate da quelle di Germania e Francia, hanno annunciato la volontà di applicare il trattato di Dublino e riaccompagnare alla frontiera italiana gli stranieri richiedenti asilo che erano approdati sulle nostre coste e poi avevano varcato il confine senza un documenti di identificazione, cioè il permesso provvisorio che viene rilasciato a chi presenta istanza di asilo. La decisione, che dovrebbe essere discussa nei prossimi giorni cercando di arrivare a una mediazione sulla distribuzione dei profughi, riguarda tra i 5mila e i 10mila migranti.

IL COSTO DELLE NAVI: 500 EURO L’ORA La trattativa che impegnerà Alfano a partire da domani riguarderà anche gli stanziamenti economici che ogni Stato e più in generale l’Unione Europea sono disponibili ad affrontare per gestire il problema dei profughi. Anche tenendo conto che le stime degli analisti non prevedono alcuna diminuzione dei flussi per le prossime settimane.

Il progetto studiato dal Viminale prevede di impiegare i mezzi navali e aerei attualmente impegnati nelle spedizioni «Hermes» (nel tratto di mare antistante la Sicilia) ed «Eneas» (che coinvolge la zona di fronte alla Calabria) attualmente finanziati dall’Ue, che scadono il 30 novembre.

Gli esperti coordinati da Giovanni Pinto, il direttore dell’Immigrazione e della polizia di frontiera, hanno calcolato che ai sei mezzi navali e ai due aerei già utilizzati si dovrebbero aggiungere dalle tre alle cinque navi oltre a due aerei che possono sorvolare l’area spingendosi in prossimità delle coste africane.

Il costo stimato per la messa in mare dei mezzi è di 500 euro l’ora e su questo è presumibile si scatenerà la battaglia più pesante all’interno dell’Unione visto che il commissario per gli Affari interni Cecilia Malmström aveva già evidenziato la mancanza di fondi.

Proprio per tentare di aggirare queste resistenze Alfano appare intenzionato a trattare direttamente con i governi la messa a disposizione degli stanziamenti. Consapevole che l’esito positivo appare tutt’altro che scontato. (Fiorenza Sarzanini)

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Lettere al Corriere 1.9.14

LE NOBILI CONTRADDIZIONI DELL’OPERAZIONE MARE NOSTRUM

risponde Sergio Romano

Kenia, Sudafrica, Namibia, sono gli unici tre Stati con un minimo di stabilità. Il resto del continente africano è un pentolone in ebollizione: carestie, regimi dittatoriali, corruzione, guerre tra etnie ecc. ecc. Dovremo accogliere in un prossimo futuro 800 milioni di africani? Gli Stati Uniti hanno schierato la Guardia nazionale ai confini con il Messico. Perché non seguiamo il loro esempio? E cioè la Marina militare salva i naufraghi, ma li riporta indietro senza farli approdare sul suolo italiano. Perché gli africani sub sahariani non emigrano negli Stati sopra menzionati? Barbara Gulinelli Cara Signora, Qualche precisazione.

In primo luogo, la Guardia nazionale è stata voluta dal governatore del Texas e verrà schierata verosimilmente soltanto lungo il tratto di frontiera che separa il Messico dal suo Stato. Il New Mexico non sembra avere la stessa intenzione.

In secondo luogo, l’emigrazione verso gli Stati Uniti attraverso le sue frontiere meridionali è prevalentemente sociale, mentre quella che proviene dalle coste meridionali del Mediterraneo è composta soprattutto da uomini, donne e bambini che fuggono da Paesi in cui si combatte o in cui non esistono garanzie di sicurezza.

In terzo luogo, tutte le misure adottate dagli Stati Uniti per controllare la frontiera del Rio Grande (fra cui la costruzione di un muro zeppo di sensori e visori notturni) non ha impedito che vi siano oggi sul loro territorio circa undici milioni di immigrati irregolari che il presidente Obama cerca di legalizzare progressivamente scontrandosi con l’opposizione dei repubblicani.

Il caso dell’Italia e degli altri Paesi dell’Unione europea che si affacciano sul Mediterraneo è alquanto diverso. Prima delle rivolte arabe potevamo contare, entro certi limiti, sulla collaborazione dei governi locali. Dal 2011 questa collaborazione si è considerevolmente ridotta e il numero dei rifugiati provenienti soprattutto da zone di guerra è enormemente aumentato: quelli giunti in Italia durante l’anno in corso sono 102.000.

L’operazione Mare Nostrum è stata la immediata risposta, a caldo, del governo Letta alla catastrofe di Lampedusa (più di trecento morti nell’ottobre 2013) e forse alla parola «vergogna», uscita allora dalle labbra di papa Francesco. Le intenzioni erano nobili e la Marina italiana ha avuto il merito di strappare alla morte alcune migliaia di persone; e di questo gli italiani dovrebbero andare orgogliosi.

Ma l’operazione si è rivelata, per molti aspetti, una trappola. Quanto più le nostre navi pattugliavano le acque del Mediterraneo, tanto più cresceva il numero dei profughi e degli scafisti obiettivamente incoraggiati a tentare la traversata con barche sempre meno adeguate e attrezzate. Continuare così è chiaramente impossibile. Ma chiudere le porte dell’Europa o addirittura, come lei sembra suggerire, riportare i profughi nei luoghi da cui sono partiti, è oggi, nelle presenti condizioni dell’Africa del nord, moralmente e politicamente inaccettabile.

L’incontro del ministro Alfano con il commissario europeo agli Affari interni Cecilia Malmström, a Bruxelles negli scorsi giorni, dovrebbe preludere alla sostituzione di Mare Nostrum con una formula basata su una maggiore responsabilità collettiva dei Paesi dell’Unione europea. Ma sarà anche quella, sino al ritorno della normalità nei Paesi in guerra, una soluzione parziale e insufficiente. – Sergio Romano

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precedenti post su Geograficamente:

https://geograficamente.wordpress.com/2011/04/14/l%E2%80%99immigrazione-dal-nord-africa-che-l%E2%80%99europa-rifiuta-e-il-sintomo-della-crisi-dell%E2%80%99europa-stessa-%E2%80%93-possibili-scenari-di-un%E2%80%99europa-virtuosa-con-il-fenomeno-migra/

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https://geograficamente.wordpress.com/2009/08/28/una-politica-per-limmigrazione-che-parta-dal-guardare-solidale-al-mondo-come-villaggio-globale/

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