LE NUOVE VIE DEL GAS saranno le nuove VIE DELLA SETA? – IL GASDOTTO DALL’AZERBAIGIAN: non solo sicurezza energetica, energia pulita, strategia geopolitica: anche CANALE CULTURALE di scambio e comunicazione tra i popoli – Riusciranno i gasdotti ad essere anche strumenti di pace e sviluppo?

BAKU CAPITALE DELL’AZEIRBAIGIAN – Baku e il suo traffico – “Baku: Con il suo centro storico patrimonio dell’Unesco – il palazzo degli Shirvanshah, la Torre della Vergine -, lo sfavillio delle sue Flame Towers e delle sue architetture ardite e bellissime, con il suo infinito lungomare e la sua contagiosa voglia di vivere, con i suoi boulevard in cui non ce n’è uno che non guidi come un pazzo…” (Carlo Vulpio, da “il Corriere della Sera” del 17/8/2014)
BAKU CAPITALE DELL’AZEIRBAIGIAN – Baku e il suo traffico – “Baku: Con il suo centro storico patrimonio dell’Unesco – il palazzo degli Shirvanshah, la Torre della Vergine -, lo sfavillio delle sue Flame Towers e delle sue architetture ardite e bellissime, con il suo infinito lungomare e la sua contagiosa voglia di vivere, con i suoi boulevard in cui non ce n’è uno che non  guidi come un pazzo…” (Carlo Vulpio, da “il Corriere della Sera” del 17/8/2014)

   L’interdipendenza globale energetica è cosa ormai acquisita (cioè accettata): l’autoproduzione, il minor consumo, possono sì essere virtuosamente perseguite, ma non basterà mai ai nostri consumi. Almeno nel contesto del presente. Allora, se proprio dobbiamo cercare approvvigionamenti energetici lontani da noi, questi possono essere un motivo positivo per fare una geopolitica di pace mondiale: anche cercando Paesi e multinazionali che non sfruttino le persone, non guardino al solo profitto, o potere di dominio, ma perseguano uno sviluppo compatibile, solidale….

   Da qui l’idea di una diversificazione verso l’Asia (l’Azeirbaigian) delle importazioni di metano (energia pulitissima) è qualcosa che, in tutti gli aspetti negativi e difficili della geopolitica attuale, ci pare invece idea positiva.

VIA LIBERA AL PROGETTO TAP, IL GASDOTTO CHE DALL'AZERBAIJAN ATTRAVERSERÀ LA GRECIA, L'ALBANIA E IL MAR ADRIATICO PER SBARCARE NEL SALENTO, lungo la costa di San Foca nella marina di Melendugno. L'ok è arrivato dalla commissione nazionale Via del ministero dell'Ambiente ed è un SÌ CON PRESCRIZIONI. La parte in Adriatico del gasdotto sarà off shore, mentre quella on shore, nel Salento, si svilupperà per un tratto di circa 8 chilometri cui vanno aggiunti 1,5 chilometri di microtunnel che attraverseranno da sotto la spiaggia di San Foca per connettersi con la condotta sottomarina. Da San Foca il gasdotto si dirigerà poi verso Mesagne, in provincia di Brindisi, per il collegamento alla rete nazionale. (da www.quotidianodipuglia.it/ del 29/8/2014)
VIA LIBERA AL PROGETTO TAP (Trans Adriatic Pipeline), IL GASDOTTO CHE DALL’AZERBAIJAN ATTRAVERSERÀ LA GRECIA, L’ALBANIA E IL MAR ADRIATICO PER SBARCARE NEL SALENTO, lungo la costa di San Foca nella marina di Melendugno. L’ok è arrivato dalla commissione nazionale Via del ministero dell’Ambiente ed è un SÌ CON PRESCRIZIONI. La parte in Adriatico del gasdotto sarà off shore, mentre quella on shore, nel Salento, si svilupperà per un tratto di circa 8 chilometri cui vanno aggiunti 1,5 chilometri di microtunnel che attraverseranno da sotto la spiaggia di San Foca per connettersi con la condotta sottomarina. Da San Foca il gasdotto si dirigerà poi verso Mesagne, in provincia di Brindisi, per il collegamento alla rete nazionale. (da http://www.quotidianodipuglia.it/ del 29/8/2014)

   Cerchiamo energia pulita (e il metano lo è) e incentiviamo questo scambio come possibilità di conoscenza con nuovi mondi, scopriamo luoghi e realtà dove cerchiamo di portare a loro il meglio di noi e per andare a vedere il meglio di loro: appunto UNA NUOVA VIA DELLA SETA.

Per VIA DELLA SETA si intende il RETICOLO, che si sviluppava per circa 8.000 km, costituito da ITINERARI TERRESTRI, MARITTIMI E FLUVIALI lungo i quali nell'antichità si erano snodati i commerci tra l'impero cinese e quello romano. LE VIE CAROVANIERE attraversavano L'ASIA CENTRALE e IL MEDIO ORIENTE, collegando Chang’an (oggi Xi'an), in CINA, all’ASIA MINORE e al MEDITERRANEO attraverso il MEDIO ORIENTE e il VICINO ORIENTE. Le diramazioni si estendevano poi a est alla Corea e al Giappone e, a Sud, all’India. Il nome apparve per la prima volta nel 1877, quando il geografo tedesco FERDINAND VON RICHTHOFEN (1833-1905) pubblicò l'opera TAGEBUCHER AUS CHINA. Nell'Introduzione von Richthofen nomina la SEIDENSTRAßE, la «VIA DELLA SETA». (da Wikipedia)
Per VIA DELLA SETA si intende il RETICOLO, che si sviluppava per circa 8.000 km, costituito da ITINERARI TERRESTRI, MARITTIMI E FLUVIALI lungo i quali nell’antichità si erano snodati i commerci tra l’impero cinese e quello romano. LE VIE CAROVANIERE attraversavano L’ASIA CENTRALE e IL MEDIO ORIENTE, collegando Chang’an (oggi Xi’an), in CINA, all’ASIA MINORE e al MEDITERRANEO attraverso il MEDIO ORIENTE e il VICINO ORIENTE. Le diramazioni si estendevano poi a est alla Corea e al Giappone e, a Sud, all’India. Il nome apparve per la prima volta nel 1877, quando il geografo tedesco FERDINAND VON RICHTHOFEN (1833-1905) pubblicò l’opera TAGEBUCHER AUS CHINA. Nell’Introduzione von Richthofen nomina la SEIDENSTRAßE, la «VIA DELLA SETA». (da Wikipedia)(CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   La definitiva approvazione del governo italiano (cioè della commissione di valutazione impatto ambientale: e speriamo che le prescrizioni per lo sbarco in Salento del gasdotto siano serie e “vere”: cosa che spesso non fa la commissione Via!) (ne parliamo con due articoli in questo post), l’approvazione, se eviterà ogni danno ambientale, ci pare una cosa buona. E’ così che TAP (Trans Adriatic Pipeline) trasporterà in Italia e dalla Puglia in tutta Europa 10 miliardi di metri cubi di gas all’anno a partire dal 2019.

   Questa diversificazione energetica (rispetto ai ricatti di Putin impegnato a ricostruire l’Unione Sovietica, alla vicina Libia che ancora deve trovare una sua strada di pace…) può anche essere un buon motivo per far capire che il nostro “piccolo” Paese è poco adatto a perforazioni impattanti (in terraferme e nei mari che lo circondano) per cercare petrolio o gas. E’ quantomeno opinabile l’approvazione, sempre governativa, di iniziare l’iter per perforazioni alla ricerca di petrolio (sicuramente di scarsa qualità) in Adriatico (solo perché lo fa la Croazia, e noi non possiamo farci sfuggire “la nostra parte” di petrolio).azeiabigian CARTA

   Se il progetto è quello di aumentare l’impiego di metano al posto di carbone, olio combustibile e petrolio, questa nuova Via del Gas così non è soltanto un nuovo asse energetico-commerciale, e quindi geopolitico, della massima importanza. E’ anche un grande canale culturale. Noi e loro.

   Se l’antica VIA DELLA SETA, iniziata nell’epoca dell’impero romano (fino ai ricordi della Repubblica veneziana, Marco Polo alle fine del tredicesimo secolo…), era la scoperta delle culture, dei prodotti, delle genti d’Oriente da parte dell’occidente, ora il rapporto può essere molto più reciproco: sono “loro” a venire da noi portandoci una fonte importante per la nostra vita. Ci chiediamo: riusciremo noi a offrire a loro qualcosa di veramente utile, importante, della nostra cultura, del nostro modo di essere, cui possano positivamente usufruirne? (speriamo) (s.m.)

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LA VIA DEL GAS

di Carlo Vulpio, da LA LETTURA de “il Corriere della Sera” del 17/8/2014

BAKU (AZERBAIGIAN) – Tutti lo chiamano CORRIDOIO MERIDIONALE EUROASIATICO e sembrano «vederlo» per la prima volta soltanto oggi, ma la linea, quasi una retta, che unisce BRINDISI a BAKU, la capitale dell’AZERBAIGIAN sulle rive del MAR CASPIO, è una «strada» che esiste da duemila anni ed è lunga quattromila chilometri.

   Terminata la VIA APPIA, che collegava ROMA a BRINDISI, cominciava, attraversato il mar ADRIATICO all’altezza di DURAZZO, in ALBANIA, la VIA EGNAZIA, che si fermava alle porte di ISTANBUL, allora ancora BISANZIO.

   Da qui, nei secoli successivi alla fondazione di COSTANTINOPOLI, «la Nuova Roma» che aveva sostituito Bisanzio, si sarebbero diramate una serie di altre strade verso l’Oriente, tutte rientranti nella mitologica definizione di Via della Seta, che sarebbe diventata famosa con i viaggi di Marco Polo nella seconda metà del 1200.

   Una di queste Vie della Seta è quella che, appunto, dalla fine della Via Egnazia corre longitudinalmente per tutta la TURCHIA, fino a ERZURUM – Arzen per i Romani, Teodosiopoli per i bizantini e infine Arz-e-Rum, cioè il valore dei Romani, in persiano –, e dopo aver attraversato la GEORGIA termina in Azerbaigian. Precisamente nella regione del GOBUSTAN, tra i blocchi di pietra millenaria e i meravigliosi petroglifi paleolitici della montagna di Boyukdash, a circa cinquanta chilometri da Baku, dove si trova la prova di quanto stiamo dicendo, una roccia con questa incisione: «All’epoca dell’imperatore Domiziano Cesare Augusto Germanicus. Il centurione Lucio Giulio Massimo, XII Legione Fulminata».

   L’incisione risale agli anni tra l’84 e il 96 dopo Cristo ed è la più orientale (e quindi la più lontana da Roma) epigrafe latina che si conosca. Probabilmente l’unica in tutto il CAUCASO, poiché i Romani si erano spinti fin quaggiù per controllare l’unico passo esistente tra Caucaso meridionale e settentrionale. Insomma, geopolitica anche allora, nulla di nuovo sotto il sole.

LA NUOVA VIA DELLA SETAGASDOTTO BTE-TANAP-TAP

Oggi, questo stesso cammino è tornato di grande interesse, ma in senso inverso. Da Baku a Brindisi (o meglio, a MELENDUGNO, LECCE). La stessa Via della Seta, la stessa Via Egnazia, fuse senza soluzione di continuità in un’unica, grande VIA DEL GAS. Il gas dell’Azerbaigian.

   Uno dei cinque Paesi – con IRAN, RUSSIA, KAZAKISTAN e TURKMENISTAN – che si affacciano sul mar Caspio e che si dividono l’enorme quantità di gas (il 46 per cento delle riserve mondiali) stivato nei suoi fondali. E’ GAS METANO, di gran lunga il meno inquinante tra i combustibili fossili (non c’è paragone con carbone e petrolio), il più economico, il più facile da trasportare anche attraverso lunghi gasdotti – tubi interrati, anche sotto il fondale marino, del diametro di poco più di un metro -, il più abbondante in natura.

Per l’Unione Europea, che è il terzo consumatore mondiale di energia, dopo Usa e Cina, e il cui «paniere energetico» nel 2035 sarà riempito per ben il 30 per cento dal gas, un’ancora di salvezza. Per l’Italia in particolare, che dopo la crisi libica è diventato il primo importatore di petrolio dall’Azerbaigian, un’opportunità doppia, anzi tripla, visto che si potrebbe CONVERTIRE A GAS (anzi, si dovrebbe, in base a un accordo del 2001, governo Prodi) sia la centrale elettrica di CERANO (la più grande d’Europa), sia quella di BRINDISI NORD e persino produrre una parte dell’acciaio dell’Ilva con centrali termoelettriche alimentate a gas, già diffuse sia in Azerbaigian, sia nel resto d’Europa.

   Dice il ministro azerbaigiano dell’Energia, Natig Aliyev: «Questo progetto è davvero la nuova Via della Seta, perché cambia in radice la mappa dell’energia mondiale e porta sul palcoscenico nuovi attori, come il nostro Paese, finora considerato poco e comunque meno di Iraq e Iran».

   I giacimenti di gas azerbaigiano del Caspio si chiamano Shah Deniz I e II. Il secondo, ancora tutto da sfruttare, vale non meno di 45 miliardi di dollari. Il gasdotto progettato, e in parte già costruito, è composto da TRE «TRONCONI», BTE (Baku-Tblisi-Erzurum), TANAP (Trans Anatolian Pipeline) e TAP (Trans Adriatic Pipeline). Sarà concluso nel 2018 e già l’anno successivo trasporterà dieci miliardi di metri cubi di gas, che potranno essere raddoppiati.

   Una quantità di gas pari al 15% dell’attuale consumo annuo dell’Italia (70 miliardi di metri cubi), che potrà quindi AUMENTARE L’IMPIEGO DI METANO AL POSTO DI CARBONE, OLIO COMBUSTIBILE E PETROLIO e potrà smistarlo anche ai Paesi vicini, evitando così inutili e dannose perforazioni alla ricerca di petrolio di scarsa qualità in Adriatico e consentendo all’Unione Europea di avere un forno in più (e di quale portata) da cui comprare il pane, senza l’ansia di dover dipendere dal buon cuore della Russia o dalle sorti di Libia e Algeria. Il gasdotto servirà, con altrettante diramazioni, anche i Paesi balcanici e persino Israele e Iran, che certo non si scambiano affettuosità.

NON SOLO PETROLIO E GAS

BAKU, capitale dell'Azeirgaigian
BAKU, capitale dell’Azeirgaigian

   QUESTA VIA DEL GAS però non è soltanto un nuovo asse energetico-commerciale, e quindi geopolitico, della massima importanza. E’ ANCHE UN GRANDE CANALE CULTURALE, un fascio di nervi e di neuroni che per lungo tempo è rimasto pressoché inattivo, e invece percorre e lega due mondi diversi, che da secoli hanno in comune molto più di ciò che essi stessi credono. Che sia stata progettata da diverse società multinazionali riunitesi in consorzio – tra le quali, la società di Stato azerbaigiana Socar – non vuol dire che sia opera del demonio.    Significa, più semplicemente, che OGGI STA AVVENENDO CON IL GAS CIÒ CHE, sempre qui, AVVENNE GIÀ IERI, quando, era il 1995, da poco implosa l’Unione Sovietica, l’Azerbaigian inaugurò la cosiddetta «POLITICA DELLE PORTE APERTE» e per sfruttare al meglio il proprio petrolio (trattenendo per sé il 30 per cento dei ricavi, fatto che è già passato alla storia come «il contratto del secolo») coinvolse nel medesimo consorzio tredici compagnie di OTTO PAESI DIVERSI, meritandosi l’appellativo di «ONU IN MINIATURA» e assicurandosi così l’indipendenza vera, quella economica, che gli avrebbe procurato anche quella politica.

   Significa, inoltre, non dimenticare nemmeno ciò che è avvenuto l’altro ieri, quando, meravigliati davanti ai gusher, le fontane spontanee di petrolio che sgorgano dal sottosuolo, si decise di fare la prima trivellazione al mondo (era il 1848), e poi il primo oleodotto (1879), e poi la prima raffineria per ottenere il cherosene, merito del grande Dmitrij Mendeleev, quello della tavola periodica degli elementi, e poi la prima società petrolifera, che i fratelli Robert e Ludwig Nobel, quelli del premio omonimo, crearono proprio a Baku, da dove salpò anche la prima petroliera, che i Nobel chiamarono Zoroaster, perché qui, quindici o forse diciotto secoli prima di Cristo, nacque Zarathustra e da qui si diffuse lo zoroastrismo in tutta la Persia e in gran parte dell’Asia centrale.

   Con il suo CULTO DEL FUOCO, forza creatrice e purificatrice. Da cui il nome stesso AZERBAIGIAN, che letteralmente significa «GUARDIANO DEL FUOCO», e la definizione «Terra del Fuoco» che il Paese – centrato in anticipo l’obiettivo Onu, previsto per il 2015, di «RIDUZIONE DELLA POVERTÀ», DAL 49 AL 5 PER CENTO -, ha scelto per farsi conoscere all’estero.

ALLA SCOPERTA DELLA TERRA DEL FUOCO

Yanar Dagh, i fuochi spontanei con il gas dal sottosuolo
Yanar Dagh, i fuochi spontanei con il gas dal sottosuolo

Il fuoco c’è davvero, in Azerbaigian, e brucia spontaneamente sulla terra argillosa della collina di Yanar Dagh, alimentato dal GAS INVISIBILE CHE FUORIESCE DAL SOTTOSUOLO. Uno spettacolo unico, incredibile, che spiega meglio di mille parole perché gli ateshparasti, gli adoratori del fuoco, non potessero che nascere qui. E perché, nonostante il Paese sia musulmano all’85 per cento, i tre quarti dei quali sciiti – benché piuttosto laico per mentalità e Costituzione -, non siano scomparsi.

   E’ stato a partire da queste fiamme di questa collina poco fuori Baku, che ci siamo spinti all’interno del Paese – fin quasi al confine con la Georgia, lungo il tragitto del gasdotto che arriverà in Italia – per capire meglio cosa sta succedendo qui, quali nuovi processi si stanno mettendo in moto.

   Perché UNA COSA È BAKU, con il suo centro storico patrimonio dell’Unesco – il palazzo degli Shirvanshah, la Torre della Vergine -, lo sfavillio delle sue Flame Towers e delle sue architetture ardite e bellissime, con il suo infinito lungomare e la sua contagiosa voglia di vivere, con i suoi boulevard in cui non ce n’è uno che non guidi come un pazzo appena uscito dal manicomio, e poi con i suoi alberghi e i ristoranti e i negozi e persino i pozzi di petrolio che pompano greggio a pochi metri dalle case.

   Ma UN’ALTRA COSA È IL RESTO DEL PAESE, quello più autentico, che certamente è più povero della capitale, però ha più voglia di lei, ha più «fame», e non si accontenta del riconoscimento Unesco che ha inserito i tappeti azerbaigiani nel patrimonio immateriale dell’umanità, né di aver raddoppiato il reddito annuo pro capite negli ultimi sette anni da 3.800 a 7.500 dollari, ma PUNTA, sulla spinta di una crescita «cinese» del pil (15 per cento negli ultimi dieci anni), AL TASSO ZERO DI POVERTÀ e chiede conoscenza, studi, formazione. E apertura al mondo. Si tratti dell’Eurofestival della canzone, tenutosi qui nel 2012, o dei primi Giochi olimpici europei, l’anno prossimo, sempre qui.24_HOURS_IN_XINALIQ.22

   Quella azerbaigiana (DIECI MILIONI di persone) è una popolazione giovane – l’età media è di 28,2 anni – che negli ultimi vent’anni, dopo il crollo dell’Urss, è cresciuta di due milioni. Centomila all’anno, e non come media statistica, ma come incremento costante. I FUOCHI DI YANAR DAGH, dunque, bruciano anche altrove, anche oltre il CAMPO PETROLIFERO DI SURAKHANI, uno dei primi e più suggestivi del Paese, un vero museo industriale in attività, dove è vietato riprendere o fotografare e, se lo fai, arrivano i poliziotti (ma abbiamo giocato d’anticipo e per fortuna ci è andata bene).

   I fuochi di Yanar Dagh bruciano anche ad Ateshgah, il Tempio del fuoco, ancora affascinante nonostante l’eccessiva opera di restauro, e nel Caravanserraglio che lo circonda, con le sue stele e le sue scritte in persiano, in arabo e in ebraico, con le sue croci cristiane e i suoi cenobi per gli asceti e gli eremiti indù,  o le celle in cui i mercanti in viaggio sulla Via della Seta concludevano i propri affari.

   E’ solo un’anticipazione della pluralità di lingue e di etnie che incroceremo. Ventisei lingue, secondo STRABONE, nel solo Azerbaigian, che lui chiama ATROPATENE, da Atropate, luogotenente di Alessandro Magno nominato satrapo del luogo. E addirittura trenta etnie, se si considera anche l’area del Daghestan, un po’ più a Nord.

   E quante religioni? Più o meno tutte quelle maggiormente note, in questo CROCEVIA DEL MONDO, disseminate in luoghi di grande bellezza, di raffinato fascino, di antichissima storia, a testimoniare una convivenza, un rispetto e una parità di trattamento codificati anche nelle leggi e difficilmente rintracciabili in altri Paesi islamici e post sovietici.

   A Baku, con la MOSCHEA DI TEZEPIR, la più grande dell’Azerbaigian, che è anche la sede del dipartimento centrale di tutti i musulmani del Caucaso, convive tranquillamente la SINAGOGA DEGLI «EBREI DELLA MONTAGNA» DI GUBA, mentre a MARAZA, di fronte allo stupendo MAUSOLEO del 1402 DI DIRI BABA, dove chiunque può fermarsi in contemplazione per il tempo che ritiene necessario, si trova uno dei più antichi cimiteri arabi.

   E a KHANAQA, sul fiume PIRSA’AT, nella regione dello SHIRVAN, c’è un piccolo cenobio sufi tra i più frequentati e venerati del Paese. E poi, più avanti, dopo aver strabuzzato gli occhi davanti ai vulcani di fango, un altro fenomeno naturale unico del sottosuolo azero, ecco la città di Gabala, di cui ancora si vedono le poderose mura romane del I secolo dopo Cristo, e la chiesa di Nich che, assieme a quella bellissima di Kiş, è tra le chiese cristiane albaniche più antiche.

   Perché anche questo è accaduto qui, che nel REGNO DI ALBÀNIA (sorto nel IV-III secolo avanti Cristo, da non confondere con l’odierna Albania) si affermasse il cristianesimo, al punto che l’anno successivo all’editto di Costantino (313 d.C.) qui per la prima volta la religione cristiana venne proclamata religione di Stato. Mentre a SHEKI, la città della seta, del meraviglioso palazzo di Sheki Khan dalle finestre di mille colori costruito alla fine del 1700 e del Karavansaray, c’è ancora Tofiq Rasulov che fabbrica le stesse finestre del palazzo del Khan con l’antica tecnica şebeke, cioè quattordicimila pezzi di vetro (all’epoca, provenienti da Venezia) per ogni metro quadrato di finestra, incastrati in minuscoli tasselli di legno senza uso di colla.

Infine, GANJA, la più antica capitale dell’Azerbaigian, e NAFTALAN, il cui nome dice tutto, perché in questa cittadina, fin dai tempi di Marco Polo, vengono da mezzo mondo a fare i fanghi terapeutici immergendosi nel pregiato PETROLIO LOCALE, che è PRIVO DI AZOTO E PARAFFINA.

QUELL’ULTIMO MIGLIO

NON SOLO GAS, DUNQUE, SCORREREBBE NELLE CONDOTTE DELLA VIA DEL GAS. Eppure, questa grande opera per nulla «impattante» (è un tubo, non un grande rigassificatore) trova l’ostacolo maggiore proprio nell’ultimo tratto – una decina di chilometri -, e proprio in Puglia, cioè la regione dello scempio eolico e fotovoltaico industriali su vasta scala e delle arcaiche centrali a carbone.

   Il no, che il governo trasformerà in un sì tra un mese, è venuto da quelle stesse istituzioni locali che diedero parere positivo a un altro progetto di gasdotto, poi abbandonato, che doveva approdare a OTRANTO. Quasi che Otranto fosse meno «delicata» di MELENDUGNO, che fra l’altro è pure nell’entroterra. Nulla di nuovo sotto il sole, dunque. E’ sempre lo stesso Grande gioco dei contrapposti interessi geopolitici. I Romani lo capirono subito e per il Corridoio meridionale euroasiatico tirarono diritto. (Carlo Vulpio)

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TAP, DA ROMA IL VIA LIBERA AL PROGETTO DEL GASDOTTO

Renzi: «Il 20 andrò a Baku per firmare e sbloccare l’opera»

da www.quotidianodipuglia.it/ del 29/8/2014

   Via libera al progetto Tap, il gasdotto che dall’Azerbaijan attraverserà la Grecia, l’Albania e il Mar Adriatico per sbarcare nel Salento, lungo la costa di San Foca nella marina di Melendugno. L’ok è arrivato dalla commissione nazionale Via del ministero dell’Ambiente ed è un sì con prescrizioni. A gennaio il comitato regionale Via si era espresso contro la scelta di San Foca ma il parere della Regione Puglia non era vincolante.    Il verdetto della commissione sarà trasmesso al ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, che firmerà il decreto. Successivamente si aprirà la fase che dovrà portare al rilascio dell’Autorizzazione unica, necessaria per far partire i lavori, fase che è gestita dal ministero dello Sviluppo economico.    Il sì della commissione nazionale era nell’aria, nel senso che era atteso già da qualche settimana. Adesso, però, c’è nero su bianco. L’annuncio ufficiale è stato dato dallo stesso presidente del Consiglio Matteo Renzi: “Il 20 settembre sarò a Baku in Azerbaingian per il via libera al tap che oggi è definitivamente sbloccato”.    L’opera è stata sempre definita strategica dal Governo, soprattutto per diversificare le fonti di approvvigionamento del gas, e in questo senso vanno una serie di dichiarazioni rilasciate di recente, dal ministro Galletti al sottosegretario alla presidenza, Graziano Del Rio. L’investimento è di 40 miliardi di provenienza privata, il gasdotto si sviluppa per oltre 800 chilometri, i metri cubi di gas trasportati dall’Azerbaijan saranno 10 miliardi l’anno, raddoppiabili. Attualmente Tap ha lanciato la fase di prequalificazione per le imprese candidate a fornire i componenti dell’opera.

   La parte in Adriatico del gasdotto sarà off shore, mentre quella on shore, nel Salento, si svilupperà per un tratto di circa 8 chilometri cui vanno aggiunti 1,5 chilometri di microtunnel che attraverseranno da sotto la spiaggia di San Foca per connettersi con la condotta sottomarina. Da San Foca il gasdotto si dirigerà poi verso Mesagne, in provincia di Brindisi, per il collegamento alla rete nazionale che sarà costruito da Snam. Tap, pur non chiudendo la porta ad altre localizzazioni nell’area (negli ultimi giorni è stata rilanciata la candidatura Brindisi), ha sempre ritenuto San Foca come il sito più idoneo anche dal punto di vista della tutela ambientale.    Molto prevedibilmente il parere della commissione nazionale riaprirà adesso il fronte del no nel Salento, dove in questi mesi ci sono state le proteste di Comuni, associazioni locali e del movimento “No Tap”. Fronte molto articolato e che ha preso posizione in forme clamorose. E c’è stata anche un’intimidazione verso Confindustria Lecce con scritte tracciate sul portone della sede con della vernice nera.

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LA CRISI DEL METANO RILANCIA IL CORRIDOIO SUD DELL’ITALIA

di Jacopo Giliberto, da “il Sole 24ore”del 8/3/2014

   La crisi ucraina – più grave delle precedenti – consolida i grandi progetti internazionali del corridoio sud, “southern corridor”, per portare il gas dall’Azerbaijan fino all’Europa via Puglia. La crisi del metano pone l’Italia in vantaggio sul resto d’Europa, continente che dipende in gran parte dal gas siberiano portato attraverso l’Ucraina. Il corridoio sud è il percorso che sfugge al controllo russo, è la conduttura che nel passaggio attraverso la Turchia potrebbe raccogliere anche metano iracheno (i contatti con Baghdad sono avviati) e – chissà – anche quello persiano e in futuro anche il gas dei nuovi succosi giacimenti scoperti in Israele, Libano, Cipro.

Oggi rimangono solo due dei tanti progetti per il corridoio sud che c’erano pochi anni fa. Per esempio, ormai è sfumato il progetto Igi-Itgi-Poseidon che avrebbe traversato l’Adriatico fra la Grecia e Otranto. Nei Balcani resiste il Nabucco nella variante Ovest (l’austriaca Ömv con l’ungherese Mol, la Bulgargaz e altri) e attraverso l’Italia si rafforza il Tap-Tanap (la norvegese Statoil, la Bp e la compagnia statale azera Socar al 20% ciascuna, più quote minori a Total, Fluxys, Eon e Axpo). Insieme, questi due grandi progetti formeranno un anello attorno all’Adriatico, il sistema Interadriatic.

Secondo i tratti, la tubazione del costo di 45-50 miliardi di dollari assume nomi e partner leggermente diversi, come il Tanap (Trans anatolian natural gas pipeline) nel percorso turco, Iap nei Paesi balcanici non ancora metanizzati (già firmati gli accordi) e infine il Tap (Trans Adriatic Pipeline), che è il tratto fra Grecia, Albania e Italia verso l’Europa continentale.

All’origine c’è il giacimento di Shah Deniz, il cui gas oggi finisce tutto nella rete monopolista della Gazprom. La scelta del Governo di Baku è stata sofferta: la Gazprom offriva all’Azerbaijan prezzi appetitosissimi (prezzi che pagano i consumatori) pur di convincere la Socar a non cercare alternative alla via russa.

Il metano attraverserà Georgia, Turchia, Grecia, un breve tratto d’Albania per immergersi in Adriatico sulla costa di Fier, non lontano da Valona, e riemergerà a San Foca, in comune di Melendugno, nel Salento. Da lì, dopo 8 chilometri, la tubazione si collegherà con la dorsale adriatica della Snam per entrare nella rete europea.

Il primo tratto, il Tanap, arriverà a 24-25 miliardi di metri cubi (più i 6 per i mercati locali), cioè più della produzione di Shah Deniz perché si conta già su apporti di giacimenti di altri Paesi vicini. L’ultimo tratto, il Tap, avrà la capacità di 10 miliardi di metri cubi l’anno raddoppiabile a 20 miliardi.

Nel frattempo la domanda italiana negli ultimi cinque anni ha perso una quindicina di miliardi di metri cubi di metano all’anno e i concorrenti del consorzio Tap non sembrano gradire questa nuova offerta sul mercato, il quale già subisce la concorrenza dei rigassificatori di Rovigo e, ora, Livorno; un mercato dove non trovano spazio i rigassificatori Enel a Porto Empedocle e Sorgenia-Iride a Gioia Tauro. Ma l’Europa è assetata di metano e l’ennesima crisi ucraina del gas ha reso urgentissimo lo sviluppo del progetto. Non a caso importanti quote di metano azero sono già state prenotate dall’Enel, dalla Hera e dalla Suez Gaz de France. L’Italia che importa gas dall’Algeria e dalla Libia «con questa tubazione – osserva l’analista Carlo Capè della Bip – diventerà quel nodo europeo del gas della Strategia energetica nazionale tratteggiata un anno fa dagli allora ministri Corrado Passera e Corrado Clini».

Oltre ai concorrenti, sembrano malgradire il progetto alcuni comitati pugliesi del no. Sono i “no-tap”, che s’ispirano ai no-tav del Piemonte. La Regione Puglia pare sensibilissima al consenso degli elettori, e così in dicembre, pochi giorni le conferme al progetto assicurate dall’allora ministro degli Esteri Emma Bonino, è arrivato un parere regionale di valutazione di impatto ambientale contrario. E gli azionisti del Tap sono impazziti per cercare di capire quest’Italia incomprensibile che può approvare e al tempo stesso mandare all’aria un progetto intercontinentale che dev’essere in ogni tratto sincronizzato con precisione. (Jacopo Giliberto)

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LA QUESTIONE DEL GAS RUSSO

di Davide De Luca, da IL POST (http://www.ilpost.it/) (6/3/2014

   Secondo una diffusa lettura della crisi in Ucraina, uno dei principali fattori che dovrebbero spingere l’Europa a trattare con prudenza la Russia è la dipendenza che il vecchio continente ha dal gas russo (se ne parla qui, ad esempio). Alle sanzioni europee, infatti, la Russia potrebbe rispondere con un taglio delle forniture di gas che ci farebbe sprofondare in un gelido inverno nel quale non potremmo più riscaldare le nostre case, far funzionare le nostre industrie e riscaldare i nostri pasti.

   È una strategia che il presidente russo Vladimir Putin potrebbe decidere di intraprendere, e se lo facesse le economie europee subirebbero certamente dei danni. Ma ne subirebbero molti meno rispetto a qualche anno fa e, probabilmente, chi pagherebbe di più per questa scelta sarebbe proprio la Russia.

   Questo per almeno due motivi: il primo è che l’Europa da diversi anni non è più così dipendente dal gas russo e la seconda è che la Russia è almeno altrettanto dipendente dai ricavi che ottiene dalla vendita del gas.

   Non è sempre stato così. In passato ci sono state diverse crisi energetiche, durante le quali la Russia – per brevi periodi – ha interrotto le forniture di gas all’Europa gettando nel panico diversi governi europei. Durante l’ultima crisi, nel 2009, diversi paesi dell’Europa centrale dichiararono lo stato di emergenza e in Bulgaria e Slovacchia scuole ed edifici pubblici vennero chiusi per diversi giorni. Negli ultimi cinque anni, però, sono cambiate parecchie cose.

   Come potete vedere in questa infografica realizzata da @ginoselva, i principali paesi europei sono dipendenti dalle importazioni di gas russo per una quantità non superiore a circa un terzo del totale (il paese più dipendente è la Germania, con il 39 per cento, mentre Spagna e Regno Unito fanno completamente a meno del gas russo, qui trovate tutti i dati a pagina 22). (…..)

   E poi sul mercato oggi sono disponibili molti più fornitori di gas rispetto al passato. Come ha scritto su Forbes Christopher Coats, un giornalista ed esperto di questioni energetiche, un’interruzione delle forniture russe porterebbe certamente ad un incremento dei prezzi, ma gli stati europei potrebbero continuare a rifornirsi da paesi come Norvegia e Algeria. Il recente boom dello shale gas negli Stati Uniti, infatti, ha “liberato” una serie di produttori di gas che ora sono in cerca di mercati dove vendere il gas che non viene più acquistato dagli americani.

   A questo bisogna aggiungere che la dipendenza è reciproca. Anzi: da un certo punto di vista, la Russia dipende dalle vendite di gas ancora più dell’Europa. Circa un terzo del gas prodotto da Gazprom (la società che esporta la maggiore quantità di gas russo ed è controllata dal governo federale) viene venduto all’Europa. Se a queste esportazioni sommiamo quelle che riceve l’Ucraina arriviamo alla metà del totale delle vendite di Gazprom.

   L’Unione Europea, inoltre, è anche il principale destinatario delle esportazioni di petrolio russo, con una quota intorno all’80 per cento. Il totale delle esportazioni di gas e petrolio genera, attraverso i ricavi di Gazprom e le imposte, la metà di tutte le entrate del governo federale russo. Questo significa che poco meno di un terzo delle entrate del governo federale russo dipendono dalla vendita di gas e petrolio all’Europa e all’Ucraina.

   Tagliare per rappresaglia queste forniture significherebbe per il governo russo perdere dall’oggi al domani circa 100 milioni di dollari al giorno, secondo Coats. Questo salasso non farebbe che peggiorare una situazione già grave. Il bilancio russo si è sforzato in maniera considerevole per pagare l’organizzazione delle olimpiadi di Sochi e già oggi – con i ricavi dalla vendita di gas ancora al sicuro – diversi analisti dubitano che il governo abbia le risorse necessarie a mantenere in piedi per un lungo periodo l’esercito necessario a invadere e occupare la Crimea e i territori orientali dell’Ucraina. (Davide De Luca)

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TAP, IL GRANDE RISIKO DEI GASDOTTI IN PUGLIA

di Francesco Clemente, da LINKIESTA http://www.linkiesta.it/

– Inchieste e burocrazia, fra il Salento e Brindisi si litiga su dove arriverà il tracciato –

PARTE DA SHAH DENIZ NEL MAR CASPIO

C’è un gasdotto, il Trans Adriatic Pipeline (Tap), che vince a Sud la partita dell’oro azzurro dell’Azerbaijan e riporta gli analisti sull’equilibrio geopolitico del Corridoio meridionale dell’Europa. Poi c’è un altro, il Nabucco Gas Pipeline International Gmbh (Nabucco), che si è battuto per spuntarla a Nord partendo da Est, ma è stato fatto fuori con buona pace dei concorrenti russi che lì si chiamano Gazprom e dalle cui fonti (ma anche da quelle dell’Iran) l’Unione Europea ha deciso di affrancarsi dal 2020.

   Ma se a lungo termine non si sa se e come il Mediterraneo sarà più stabile di Mosca e Teheran, in questo groviglio da miliardi di euro ora ci sarebbe un problema più urgente, forse il più delicato tra quelli sorti da quando la gara è stata bandita dai sette padroni del gas del bacino Shah Deniz in mar Caspio – la compagnia inglese British Petroleum (BP, 25,5%), la norvegese Statoil (25,5%), la nazionale azera Socar (10%), la russa Lukoil (10%), la francese Total (10%), l’iraniana Nico (10%) e la turca Tpao (9%) – e cioè dove agganciare la coda di questo tubo lungo quasi 800 chilometri e che costerà ad altri tre big dell’energia – gli svizzeri Axpo (42,5%), la stessa Statoil (42,5%) e i tedeschi E.On (15%) – 1,5 miliardi di euro, meno però dei circa 8 miliardi di Nabucco da 3.300 chilometri.

La “grana” riguarda l’Italia

TAP, CHE IL 28 GIUGNO SCORSO HA OTTENUTO IN VIA UFFICIALE LA COMMESSA PER TRASPORTARE NEL VECCHIO CONTINENTE 10 MILIARDI DI METRI CUBI DI GAS ALL’ANNO DAL 2019 (potenziale fino a 20 miliardi), prevede di spuntare davanti alle COSTE DEL SALENTO dopo aver attraversato mar Adriatico (circa 105 km offshore), Albania (circa 204 km) e Grecia (circa 478 km), ma prima ancora Turchia e Georgia dai gasdotti lì già operativi (rispettivamente Trans-Anatolian gas pipeline, Tanap, e Baku-Tbilisi-Erzurum, BTE).

   Ma proprio sull’APPRODO IN PUGLIA dell’impianto, la cui scelta è stata svelata già due giorni prima dell’ufficialità dall’austriaca Omv col 16,7% in Nabucco – stessa quota di Bulgarian Energy Holding, la turca Botas, l’ungherese Magyar Olaj e la rumena Transgaz – la vicenda potrebbe intrecciarsi con un’altra ancora più complessa. Quella del RIGASSIFICATORE DI BRITISH GAS A BRINDISI, archiviata dopo dieci anni di stand–by, tra permessi a metà, dichiarati abusivismi e processi per presunte tangenti, che se realizzato avrebbe dovuto ridurre proprio la dipendenza dai gasdotti.

   Tap ha fatto sapere di non escludere del tutto un ennesimo cambio di rotta del tracciato proprio nella zona occupata fino a pochi mesi fa DA BRINDISI Lng (incaricata da Brindisi Gas) da quella finora scelta davanti ALLE COSTE DEL LECCESE, tra San Foca e Torre Specchia nel comune di Melendugno. Qui previsti un micro tunnel di quasi 50 chilometri (5 interrati e 45 in mare) e un «terminale di ricezione» con stazione di misura e controllo (a circa 800 metri dagli edifici abitati più vicini e in uno spazio occupato da strutture per 9 ettari), da allacciare alla rete nazionale Snam che col sì a Tap vede ora decollare il raddoppio (altrettanto discusso) del proprio metanodotto di Minerbio che parte proprio da Brindisi (+1,04% in Borsa tra l’ufficiosità e l’ok finale azero).

   L’eventuale trasloco, come ha detto di recente il country manager Tap per l’Italia Gianpaolo Russo in un’intervista alla salentina Telerama, sarebbe nella colmata realizzata per il rigassificatore in località Capobianco all’esterno del porto, ritenuta «adeguata» per i propri tubi forse sin dallo studio di fattibilità tra il 2009 e il 2011, ma che poi, come spiegato, è stata scartata in particolare per il «clima politico» contro British Gas.

   A Brindisi, in realtà, Tap ha archiviato quattro ipotesi di sbocco per nodi tecnici importanti: a nord di Lendinuso e nell’area di Cerano l’attraversamento della Posidonia oceanica, pianta protetta della rete Natura 2000; nell’area industriale i rischi di sicurezza legati agli impianti petrolchimici; a nord dell’aeroporto di Casale i piani urbanistici di sviluppo del Comune.

   Nel Leccese però la storia sembra la stessa. Quasi come in Val di Susa per la Tav, DA ANNI ORMAI TAP È CONTRASTATO DA AMMINISTRAZIONI LOCALI – interesserebbe 6 Comuni tra Melendugno, Lizzanello, Cavallino, Castrì, San Donato e Vernole – CITTADINI E ASSOCIAZIONI AMBIENTALISTE, quest’ultime riunite nel comitato «No Tap», preoccupati per i presunti RISCHI che la struttura arrecherebbe alla sicurezza e al turismo del territorio (nel 2012 l’unico in positivo col Tarantino, Bankitalia), anche se, stando all’attuale piano, l’azienda s’impegna a rispettare vincoli ambientali e paesaggistici.

   Nell’area di studio «Le Cesine», zona a protezione speciale (Zps) e sito di importanza comunitaria (Sic), ma anche Sic come «Palude dei Tamari», «Torre dell’Orso», «Specchia dell’Alto» e «Alimini». Il “no” più pesante, oltre a Melendugno e Vernole, l’ha dato la Regione Puglia il 18 settembre 2012 in fase di Valutazione di impatto ambientale (Via): documentazione ritenuta «non sufficientemente dettagliata» su terminale, localizzazione, impiego di tecnologie e rischi di incidente rilevante. Il parere vincolante spetta però solo al ministero dell’Ambiente che entro settembre prossimo dovrà vagliare altri dettagli richiesti dopo lo Studio di impatto ambientale e sociale (Esia) ricevuto a marzo 2012.

   «Il progetto – dice a Linkiesta l’assessore all’Ambiente della Regione Puglia Lorenzo Nicastro – ha avuto una serie di osservazioni dettagliate dal Comitato Via, che è un organo tecnico, non politico. Sappiamo dal Ministero e da Tap che ci sono modifiche da presentare, ma ad oggi (15 luglio, ndr) nulla è arrivato negli uffici né in riferimento a Brindisi, quando arriveranno ne esamineremo di nuovo l’impatto ambientale e, anche se il nostro parere pur obbligatorio non è vincolante, valuteremo che sia accettato e accettabile dai territori».

   Sul punto Tap ha proposto al Comune di Melendugno 5 milioni di euro per un piano di mitigazione dell’erosione costiera (colpita soprattutto la falesia Sant’Andrea). Gli altri benefici? Per Nomisma Energia, nei quattro anni di costruzione tra il 2015 e il 2018 l’opera contribuirà direttamente al Pil della Puglia per circa 320 milioni di euro e un totale di 600 occupati (tra contratti part–time e full–time), ma con gli ulteriori effetti indiretti e indotti fino a 2.170 annui.

   Portare il “rubinetto” finale a Brindisi è il diktat del «No Tap» da anni. In un’area industriale che ha tre centrali termoelettriche – due a carbone come Enel a Cerano e Edipower a Costa Morena e una a ciclo combinato quale EniPower nel petrolchimico – l’impatto, dicono, sarebbe più sostenibile.

   Sull’ipotesi, pur sempre dentro un Sito inquinato di interesse nazionale (Sin) sottoposto a bonifica, poco o nulla dice Legambiente che invece dice sì al gasdotto per riconvertire in futuro le stesse centrali a carbone. «Vigileremo rispetto alla soluzione proposta – ha scritto il presidente regionale Francesco Tarantini – Tap può essere una delle risposte per garantire la sicurezza degli approvvigionamenti poiché utilizza giacimenti non gestiti dalla compagnia russa Gazprom».

   In ogni caso, se Tap decidesse di spostarsi, ad oggi, oltre a rifare tutti gli atti per una nuova Via, finirebbe in un pasticcio burocratico: la colmata Capobianco è stata infatti confiscata con sentenza del Tribunale di Brindisi il 13 aprile 2012 a conclusione del processo penale scattato dopo l’inchiesta del 2007 sul presunto giro di tangenti intorno alle autorizzazioni del rigassificatore che, tra le altre cose, l’aveva posta sotto sequestro.

   I giudici, oltre ad aver processato 11 imputati, tra società, manager ed ex amministratori pubblici, accusati a vario titolo di corruzione (reati tutti poi prescritti), hanno bollato come occupazione abusiva proprio l’area ricavata sul mare.

   A che punto sono le carte? British Gas, dopo aver speso 250 milioni di euro in dieci anni, ha rinunciato una volta per tutte all’investimento il 28 gennaio scorso: ha chiesto all’Autorità portuale il recesso unilaterale della concessione demaniale siglata il 4 febbraio 2003 per trent’anni. Come risulta a Linkiesta, l’Autorità non l’ha presa in consegna poiché nel frattempo attende ancora il parere tecnico chiesto all’Avvocatura di Stato sulla competenza al ripristino dei luoghi e su presunti rischi di risarcimento danni e nell’attesa nessuno sogna di rimuoverla come a Bagnoli.

   Poi c’è un’altra grossa grana: per il sindaco Cosimo Consales (Pd) l’ipotesi contrasta con un piano per il rilancio turistico del porto che prevede di spostare proprio lì le navi della Marina militare oggi nell’area interna. Dal Comune confermano a Linkiesta che «nei giorni scorsi Tap è stata nei nostri uffici, ma per dire che il gasdotto non si fa qui». Proprio il porto locale però, scrive la società, potrebbe essere «parco di posa per le tubazioni e per altri materiali e forniture necessarie per la costruzione offshore».

   E mentre Tap assicura che il «micro tunnel consentirà di passare sotto la “Posidonia Oceanica” (habitat protetto) presente nell’area e sotto la linea di costa per evitare qualsiasi impatto visivo sulle spiagge e sulle scogliere» e che per tubi di spessore oltre i 25 millimetri come questo «in base alle statistiche dell’associazione europea specializzata, la EGIG (European Gas pipeline Incident Data Group), non si sono mai verificati incidenti negli ultimi 41 anni, ovvero da quando le statistiche sono disponibili», l’attenzione resta sull’inchiesta che la procura di Lecce (condotta dal pubblico ministero Antonio Negro) ha aperto contro ignoti per il presunto danneggiamento del fondale marino che sarebbe avvenuto con le ispezioni condotte da Saipem per conto di Tap tra gennaio e febbraio scorsi, almeno secondo le ipotesi dei pescatori di San Foca che hanno denunciato la rottura delle reti e attività troppo vicine alla costa (autorizzate dalla Capitaneria di Porto).

   Si farà luce però pure sui campioni di sedimenti marini raccolti mesi fa e sulla cui validità è nato uno scontro tra la stessa Saipem e l’Agenzia per la prevenzione e la protezione dell’ambiente della Puglia (Arpa) poiché, stando a quanto spiegato ai pm, tutte le operazioni sarebbero dovute avvenire in presenza o sotto la direzione di tecnici regionali o da terzi autorizzati solo se l’Agenzia avesse dichiarato la propria indisponibilità. L’incarico invece è stato affidato al Cnr di Taranto senza l’ok di Arpa e Tap, come confermato da Russo, sarà costretta a ripetere i sondaggi dopo l’estate.

   Nel 2009, stando all’inchiesta della procura di Bari sull’ipotizzato giro di escort nelle residenze romane di Silvio Berlusconi, sarebbe finito nell’orbita di presunti interessi di “Gianpi” Tarantini che, come già dettagliato da Linkiesta, ne fa riferimento in conversazioni intercettate con l’amico–imprenditore Roberto De Santis vicino a Massimo D’Alema.

   «Nelle more che il progetto di Finmeccanica–Protezione Civile prendesse forma – annota la Finanza in un’informativa – Tarantini discuteva con Roberto De Santis circa l’opportunità di far intervenire Berlusconi per sostenere la realizzazione di un progetto non meglio specificato nel settore dell’energia, probabilmente un gasdotto dall’Albania all’Italia».

   Ma proprio su questo, il numero uno di Tap in Italia, Russo, ha fatto sapere che né lui né il management abbia mai conosciuto Tarantini, ma non ha escluso che “Gianpi” «avesse un suo progetto che aveva in animo di rivenderci, cosa mai avvenuta».

   Il progetto è sostenuto dall’Ue (Comunicazione sulle priorità per le infrastrutture energetiche per il 2020) e dai governi di Roma, Atene e Tirana. «Progetto di interesse comune» in linea col piano di rete trans–europea di energia (Ten–E) per Parlamento e Consiglio europeo. Interconnettore nell’ambito di un sistema regolatore unificato tra Italia, Grecia e Albania, per la Commissione che tra il 2005 e il 2009 ha dato l’ok a due finanziamenti per studio di fattibilità e basic engineering. Da sempre di «interesse prioritario» per l’Italia che da ultimo col governo Letta ha ratificato i patti a operativi presi in passato dall’esecutivo Monti con Grecia e Albania (Accordo intergovernativo di Atene del marzo 2013 e Memorandum di New York del settembre 2012).

   In realtà, dal 2005 fino allo scorso anno, quando Shah Deniz vagliava in tutto quattro opzioni (a Nord pure il South east europe pipeline, Seep, di BP), l’Italia ha sempre appoggiato l’altro tubo in lizza contro Tap a Sud: l’Interconnessione Turchia-Grecia-Italia (Itgi) di Edison (Francia), Botas e Depa (Grecia), lungo quasi 2.500 chilometri e fino a 10 miliardi di metri cubi annui, ma soprattutto con l’arrivo dal 2015 della sezione Igi Poseidon sempre nel Salento, a Otranto, oggi con tutti i sì ministeriali e il via libera dai territori (restano incerte le fonti). Qui era poi previsto l’approdo del South Stream di Eni (20%), Edf e Basf-Wintershall (15% a testa) e in particolare Gazprom (50%) che ha deciso di portarlo in Friuli, a Tarvisio, perché «nel Sud Italia non c’è abbastanza mercato e nel gas esistono già progetti concorrenti».

   E gli inglesi? Se in Puglia perdono il rigassificatore, presto avranno proprio il gasdotto Tap. La società svizzera-norvegese-tedesca ha siglato infatti un accordo per vendere metà tubo entro dicembre: a Bp e Socar il 20% a testa, a Total il 10%, ma si aspettano mosse pure da Enel già in trattativa per le forniture con gli azeri. Tap va quindi ai supplementari, ma nel risiko dei progetti se la vedrà pure con altri due: a Torchiarolo, sempre nel Brindisino, è previsto dal 2015 l’Eagle Lng della Trans-European Energy e richiesto da Burns Srl, che unirà l’Italia a un rigassificatore in Albania; e in una zona ancora top secret del Salento, come ha reso noto l’Autority per l’energia di Cipro, dovrebbe sbarcare l’East Med che dovrebbe portare il gas da Cipro e Israele via Grecia e che l’Ue inserirà nella lista dei progetti finanziabili. Riusciranno tutti a ridurre la bolletta del gas?  (Francesco Clemente)

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LE VIE DEL GAS

di Michele Guerriero, 23/5/2014, da http://www.abo.net/oilportal/topic/

– La sfida energetica che deve affrontare l’Europa è quella di differenziare le sue fonti di approvvigionamento energetico. Nel 2013, il Vecchio continente ha importato più di 270 miliardi di metri cubi di gas, di cui 167 provenienti direttamente dalla Russia –

   La tensione nata tra Bruxelles e Mosca a seguito della crisi ucraina ha avuto l’effetto di rimettere in discussione gli attuali assetti energetici europei. In un frangente storico nel quale difficilmente si fa ricorso alle armi, l’energia diventa, o potrebbe diventare, un’arma strategica con la quale far valere i rapporti di forza. Essere un Paese produttore ed essere in condizioni di controllare le pipeline mette nella possibilità di poter “chiudere i rubinetti”.    I rapporti tra Russia ed Europa si muovono su questi binari e sarebbe opportuno aggiungere che gli attori europei giocano la loro partita prevalentemente come attori nazionali. L’Europa assomiglia ad un grande gigante se visto come consumatore di gas, ma, allo stesso tempo, è simile a tanti piccoli nani, tanti quanti sono i Paesi, che puntano su strategie diverse in fatto di approvvigionamenti di gas.    La sfida energetica ha sullo sfondo il grande tema della DIFFERENZIAZIONE DELLE IMPORTAZIONI DEL GAS NATURALE: nel 2013 più di 270 miliardi di metri cubi di gas, di cui 167 provenienti direttamente dalla Russia (fonte: Iea).

   L’EUROPA DEVE CAPIRE E SCEGLIERE, da continente prevalentemente consumatore qual è, COME DIVERSIFICARE IL PROPRIO APPROVVIGIONAMENTO. Questo significa comprendere A QUALI CORRIDOI ENERGETICI COLLEGARSI o contribuire a dare vita.

   In questa direzione vanno le dichiarazioni del portavoce del commissario europeo all’Energia, Gunther Oettinger, Sabine Berger: “La nostra priorità è raggiungere nuovi Paesi fornitori per rafforzare la diversificazione, per esempio attraverso il Corridoio meridionale del gas, che fornisce un collegamento con la regione del Caspio”. Queste parole hanno un particolare significato, in quanto dimostrano la volontà europea di rendere difficile la vita al progetto SOUTH STREAM, puntando su pipeline alternative che allevino la dipendenza del Vecchio continente da un solo Paese.

Il South Stream e il Nabucco Gli azionisti del South Stream sono la russa Gazprom (50%), l’italiana Eni (20%), i francesi di Edf (15%) e i tedeschi di Wintershall (15%). Il primo tratto del South Stream passa sotto il Mar Nero e dalla costa russa raggiunge la Bulgaria per poi transitare in Serbia, Ungheria, Slovenia e  raggiungere Tarvisio, in Italia.    Il SOUTH STREAM nasce in concorrenza con un altro progetto europeo. Il progetto NABUCCO WEST, accolto inizialmente con grandissimo entusiasmo, avrebbe dovuto bilanciare il ruolo importante della Russia e connettere la Bulgaria ai giacimenti azeri. Il progetto nasceva con l’interesse di evitare il riproporsi di crisi energetiche, come quelle del 2009, che avevano visto la Bulgaria a secco di gas per 13 giorni.

   Nabucco aveva però dei limiti, per i volumi di capacità. Sebbene connesso con uno dei giacimenti più grandi del mondo, quello di SHAH DENIZ, non avrebbe raggiunto la capacità di 30 mmc (stima della sua versione originaria denominata solo Nabucco), fermandosi a 15 mmc.

   Il South Stream invece fornirà, a pieno regime, un volume di 63 mmc di gas. L’inizio dei lavori di South Stream, la scelta del consorzio Shah Deniz 2 di vendere il gas a beneficio del GASDOTTO TAP (e non più del Nabucco), nell’estate del 2013, ha fatto venir meno l’importanza strategica di Nabucco West, lasciando aperto il problema della differenziazione degli approvvigionamenti di gas in Europa.

   Il South Stream punta a ridurre i rischi derivanti dal transito del gas verso l’Europa attraverso l’Ucraina e proprio per questo è complementare al North Stream, che connette attraverso il Mar Baltico Vyborg, in Russia, con la Baia di Greifswald, in Germania.

Il Trans Adriatic Pipeline La ricerca di rifornimenti energetici alternativi è quindi una delle priorità sia dei governi nazionali sia dell’Europa. Proprio in questa direzione va il progetto del gasdotto TRANS ADRIATIC PIPELINE (TAP).

   Il Tap  potrebbe trasformare il Meridione d’Italia in un hub energetico, connettendo i giacimenti dell’AZERBAIJAN, con la greca Komotini, passando per l’Albania, attraversando l’Adriatico e giungendo sino in Puglia.    L’impianto, fortemente sostenuto dalla Commissione Europea è ANCORA IN FASE DI PIANIFICAZIONE. Trasporterebbe inizialmente 10 MILIARDI DI METRI CUBI DI GAS IN EUROPA e potrebbe, a pieno regime, raggiungere i 20 mmc. Gli azionisti del progetto sono la norvegese Statoil (20%), l’inglese BP (20%), l’azera Socar (20%), la belga Fluxys (16%), la francese Total (10%), la svizzera Axpo Holding (5%) e la tedesca E.ON (9%).

   Il progetto prevede anche la costruzione di rigassificatori per importare gas naturale liquefatto da Qatar, Egitto, Norvegia, Stati Uniti. IL TAP  SI CONNETTEREBBE CON IL CORRIDOIO TURCO, LA TRANS ANATOLIAN PIPELINE (TANAP), accedendo potenzialmente anche alle risorse iraniane, irachene e israeliane.

   Sulle risorse iraniane ci sarebbero però delle riserve da parte della comunità internazionale dovute al mancato rispetto dell’Accordo di Non Proliferazione Nucleare, che vieta l’esportazione di gas. Invece, il gas israeliano potrebbe giungere in Europa attraversando la Turchia: questo segnerebbe un RIAVVICINAMENTO STORICO TRA ISRAELE E LA STESSA TURCHIA, dopo l’incidente del 2010 della nave Mavi Marmara. E sempre la Turchia ha da poco stretto un accordo con Gazprom per potenziare il gasdotto BLUE STREAM, passando da 16 a 19 miliardi di mc annui di gas da importare dalla Russia. (Michele Guerriero)

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IL GAS RUSSO PER LA CINA _ da limes

LA RUSSIA E IL “SUO” GAS (VERSO LA CINA?)

da LIMES, 1/9/2014

“La missione a Pechino, con cui il 21 maggio Putin, sotto la pressione occidentale in Ucraina, ha deciso di rivolgersi all’ingombrante vicino asiatico per battezzare insieme a Xi Jinping l’inatteso accordo sul gas (a condizioni per lui non strepitose), ha messo sotto i riflettori di chi preferiva non vederle la profondità delle connessioni energetiche, militari e tecnologiche russo-cinesi, impensabili senza il doppio «no» americano ad entrambi”.

La carta prova a rappresentare gli sviluppi dell’accordo che legherà energeticamente Russia e Cina (in viola), diversificando il mercato cinese del gas.

In particolare due sono le possibili pipeline di collegamento Russia-Cina (linee gialle): il primo, ad ovest, fra Gorno-Altaisk e Ürumqi, che si innesterebbe poi sul gasdotto già esistente (linea rossa continua) che porta alla Cina il gas del TURKMENISTAN; l’altro ad est convoglierebbe gas russo nella città cinese di Harbin.

La carta indica anche i giacimenti di gas (stilizzazione bianco e nera) e i 4 centri di produzione gasifera nella SIBERIA orientale: KRASNOJARSK, IRKUTSK, JACUZIA e SAKHALIN (tondi numerati verdi).

Se diversi sono i gasdotti già esistenti, molti altri sono in fase di costruzione (tratteggio grande rosso e bianco) e quelli in progettazione (tratteggio piccolo rosso e bianco).

La Cina dispone anche di un consistente approvvigionamento via mare di gnl, come mostrano le frecce rivolte verso le sue coste.

(da LIMES, 1/9/2014, carta di Laura Canali,

http://temi.repubblica.it/limes/ )

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SCARONI: «SUL GAS L’ITALIA È AL SICURO PUTIN HA QUEL CHE VOLEVA»

di Osvaldo De Paolini, da “il Messaggero” del 4/9/2014

Paolo Scaroni, quanto durerà la tregua annunciata ieri da Kiev e Mosca?

«E’ importante che Putin e Poroshenko si siano parlati e che abbiano decretato uno stop al conflitto. Anzi, a questo punto sono meno pessimista su una soluzione della crisi non lontana».

Nel senso che finisce qui?

«Non dico questo, le tensioni per placarsi davvero hanno bisogno di tempo. Intanto c’è una tregua militare che ci auguriamo venga rispettata e poi a me pare che Putin possa essere quietato dei risultati ottenuti».

A quali risultati si riferisce?

«Ne vedo almeno tre. Anzitutto la Crimea, con il porto strategico di Sebastopoli, ora è inequivocabilmente sotto controllo russo. Un altro obbiettivo che Mosca perseguiva, e che mi sembra in via di raggiungimento, era la creazione di un’Ucraina federale che desse rappresentanza e dignità agli ucraini russofoni. Infine, il problema dei pagamenti del gas venduto all’Ucraina da Gazprom sarà risolto perché alla fine provvederà l’Europa».

E che cosa porterà a casa l’Europa che tanto si è spesa?

«L’adesione dell’Ucraina. Milioni di ucraini potranno vivere gli ideali di libertà e democrazia dell’Europa integrando la loro economia con quella del nostro continente. Il prezzo non sarà modesto, ma ne vale la pena».

Solo 18 mesi fa sembrava che Europa e Russia fossero sul punto di dare il via a una grande alleanza. Come si è arrivati a questa disastrosa escalation?

«Alla fine del 2013 il tema sul tappeto era: firmerà l’Ucraina il trattato per l’adesione all’Unione europea nonostante la forte contrarietà di Mosca? Io ero pessimista. Anzi, ero quasi certo che l’allora presidente Janukovic, malgrado gli estenuanti negoziati con Bruxelles, avrebbe alla fine preferito l’abbraccio di Mosca. Il 28 novembre a Vilnius, in quella che doveva essere la riunione finale per l’intesa, Janukovic non firmò e subito esplosero le manifestazioni contro il governo di Kiev. I manifestanti godevano dell’appoggio degli Usa e dell’opinione pubblica europea».

Che avevano entrambi il loro tornaconto. Dopo qualche mese Janukovic venne cacciato, ma quella che avrebbe potuto diventare una nuova primavera si è presto tradotta in un conflitto internazionale, politico e militare.

«Pure energetico, aggiungo io. Da anni Mosca proponeva ai governi che si sono succeduti a Kiev due opzioni: l’adesione all’unione doganale russa con sostegno finanziario immediato e un prezzo del gas di favore (260 dollari per mille metri cubi) oppure un prezzo molto più elevato (più di 400 dollari) uguale a quello che pagano gli europei se Kiev avesse aderito all’Ue. L’Ucraina, che dipende quasi interamente dal gas russo, faticava a saldare i debiti con un prezzo di 260 dollari, figuriamoci davanti a 400 dollari. Era quasi inevitabile che finisse in quel modo».

Questo fu l’inizio.

Ora l’inverno si avvicina e se il braccio di ferro non cesserà sarà un brutto inverno per l’Ucraina. E poiché Gazprom ha interrotto le forniture di gas a Kiev in attesa di essere pagata, anche per i paesi europei che dipendono dalla rete ucraina non saranno giorni facili.

Perché Mosca mette nei guai anche chi paga regolarmente?

«Di fronte all’emergenza (l’inverno in quelle regioni la temperatura può andare a – 30) è possibile che l’Ucraina esaurisca gli stoccaggi e attinga al gas russo destinato all’Europa senza pagare. E’ già accaduto nel 2006 e nel 2009 a fronte di dispute sui pagamenti. Ebbene, per qualche settimana in quei due inverni Gazprom interruppe i flussi di gas attraverso l’Ucraina ed alcuni paesi europei restarono al gelo».

Chi sono i paesi che rischiano maggiormente se i flussi di gas attraverso l’Ucraina dovessero venire nuovamente interrotti?

«Quelli che ricevono il gas attraverso i tubi ucraini, vale a dire Ungheria, Slovacchia, Slovenia, Romania, Bulgaria e Austria».

E l’Italia?

«L’Italia ha molte fonti di approvvigionamento. Oltre al gas russo, che transita attraverso l’Ucraina, può contare sul gas algerino, su quello libico e su quello che arriva dall’Olanda, dalla Norvegia e dai tre rigassificatori. C’è poi la produzione nazionale e i grandi stoccaggi completati quest’estate. Insomma, l’Italia dovrebbe essere in sicurezza nel prossimo inverno anche di fronte a scenari pessimisti».

Di ciò dobbiamo dire grazie alla lungimiranza dell’Eni, che lei ha guidato a lungo?

«Grazie del complimento, ma dell’Eni non voglio parlare. Lo troverei indelicato».

Torniamo all’Ucraina. Lei sostiene di non aver avuto dubbi che le cose si sarebbero complicate se Kiev si fosse avvicinata alla Ue. Perché?

«L’Ucraina è stata per secoli un cuore pulsante della Grande Russia. E per i russi il suo distacco è questione che scatena passioni e reazioni forti. Non è solo un fatto politico, si tratta di sentimenti nazionalisti molto radicati in quelle regioni. Non a caso quando Putin parla alla sua gente in difesa degli interessi russi riceve tanti applausi».

Washington, qual è il suo ruolo nella vicenda? Secondo i russi sarebbe l’America la principale ispiratrice della rivolta contro il vecchio regime di Kiev.

«Gli Stati Uniti da anni spingevano per un avvicinamento dell’Ucraina all’Occidente che, tra l’altro, corrisponde al desiderio della grande maggioranza degli ucraini. Ma anche a Bruxelles si è lavorato nella stessa direzione, sebbene alcuni Stati membri vivano con preoccupazione la crescente conflittualità con Mosca visti gli interessi commerciali in gioco. Alla fine sanzioni e controsanzioni non fanno che aggravare l’economia europea che già vive un periodo difficile».

C’è chi pensa che a differenza dell’Europa gli Usa hanno poco da perdere da una situazione conflittuale con la Russia.

«Probabilmente hanno ragione, almeno nel breve termine».

Libia, Siria, Irak e Ucraina: un tempo tanto caos avrebbe generato tensioni nel prezzo del petrolio. Che cosa impedisce al barile di schizzare verso l’alto?

«Quattro ragioni. Innanzitutto gli Stati Uniti, grazie allo shale gas e allo shale oil, sono passati da importatori ad esportatori di idrocarburi. In secondo luogo il progresso tecnologico dei motori a scoppio ha ridotto di molto i consumi. Terzo, l’economia europea non va bene e consumi di petrolio e gas sono in calo. Infine, non necessariamente guerre e rivoluzioni rallentano le produzioni di petrolio. Anzi, guerre e rivoluzioni hanno bisogno di denaro. E il petrolio è denaro. Basti dire che persino il nuovo Califfato dà l’assalto ai pozzi irakeni non per distruggerli ma per appropriarsi delle produzioni». (Osvaldo De Paolini)

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IL GASDOTTO TRA SLOVACCHIA E UCRAINA

2/9/2014, da IL POST.IT (http://www.ilpost.it/

– È stato inaugurato il 2 settembre e porta metano dalla UE verso est, per aiutare l’Ucraina in caso di sospensioni delle forniture russe –

   Martedì 2 settembre a VEĽKÉ KAPUŠANY, una città nell’est della SLOVACCHIA a pochi chilometri dal confine ucraino, è stato inaugurato un gasdotto che servirà per rifornire di gas naturale l’Ucraina e a compensare eventuali prolungati tagli delle forniture di metano da parte della Russia.

Il primo ministro ucraino, Arseny Yatsenyuk, tiene un discorso durante l'inagurazione del gasdotto, Veľké Kapušany, Slovacchia (AP Photo/Petr David Josek)
Il primo ministro ucraino, Arseny Yatsenyuk, tiene un discorso durante l’inagurazione del gasdotto, Veľké Kapušany, Slovacchia
(AP Photo/Petr David Josek)

   Il gasdotto è uno dei pochi a portare il gas da occidente verso oriente dall’Unione Europea, e a pieno regime dovrebbe permettere di coprire circa il 20 per cento della domanda di gas da parte dell’Ucraina.

L’apertura dell’impianto è considerata un importante passo avanti dalle autorità dell’Unione Europea, che vuole mantenere la sua influenza sull’Ucraina ora che il paese è impegnato in un difficile conflitto con la Russia, che lo scorso marzo ha portato all’annessione della Crimea da parte del governo russo.

   Durante la cerimonia di inaugurazione, il primo ministro dell’Ucraina, Arseny Yatsenyuk, ha detto che il gasdotto dimostra quanto il suo paese sia sempre più vicino all’Unione Europea: “Oggi l’Ucraina può dire di avere compiuto il primo passo insieme con i nostri amici slovacchi e con quelli della Commissione Europea per diversificare le forniture di energia e per ridurre la dipendenza energetica” dalla Russia.

   A inizio estate il gestore delle forniture di gas russo, la società Gazprom, ha tagliato le forniture verso l’Ucraina, a causa di una disputa ancora non risolta sul pagamento di vecchie forniture e in seguito alla crisi nell’est del paese.

   Come ricorda l’agenzia di stampa Reuters, la Russia aveva già tagliato in passato le forniture di gas verso l’Ucraina, nel 2006 e poi nel 2009, con ripercussioni anche sulle forniture di alcuni paesi dell’Unione Europea. Il taglio di quest’anno interessa, invece, la sola Ucraina, attraverso la quale continuano a transitare i milioni di metri cubi di gas consumati in Europa occidentale.

   Secondo gli esperti, le cose per l’UE non dovrebbero cambiare nei prossimi mesi, anche perché il governo russo ricava molto denaro dalla vendita del suo gas, mentre senza gasdotti di appoggio come quello inaugurato in Slovacchia potevano esserci problemi per l’Ucraina nei mesi freddi, nel caso del perdurare dei tagli alle forniture.

   Il Commissario per le politiche energetiche dell’Unione Europea, Günther Oettinger, ha comunque detto che nel caso di tagli più generalizzati decisi dal governo russo “ci sarà solidarietà nell’Unione verso i paesi del blocco sud-orientale”. La Germania sarà probabilmente il principale fornitore di gas, in caso di emergenza, grazie alle riserve di cui dispone e al fatto di potere contare su forniture da nord e ovest, grazie ai gasdotti che la collegano agli impianti del Mare del Nord. Il paese dispone inoltre delle infrastrutture necessarie per gestire l’arrivo di gas in forma liquida dai paesi del Nordafrica e del Medio Oriente, scaricato nei Paesi Bassi e in Belgio.

   Come spiegava l’Economist lo scorso aprile, quando fu stretto l’accordo tra Ucraina e Slovacchia, parte del gas pompato verso il territorio ucraino sarà inevitabilmente di origine russa: “Buona parte del gas naturale sarà con ogni probabilità della Russia (anche se a prezzo più basso), proveniente dal gasdotto che passa sotto il Mar Baltico e che poi raggiunge la Germania prima di essere pompato verso sud”.

   Il gasdotto inaugurato il 2 settembre è stato realizzato migliorando e ingrandendo una precedente infrastruttura, rimasta a lungo inutilizzata, e può portare fino a 10 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Altri due gasdotti, uno in Polonia e l’altro in Ungheria, sono collegati con l’Ucraina e potranno fornire altro gas per ridurre ulteriormente la dipendenza energetica del paese dalla Russia. (da IL POST.IT)

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PERCHÉ GLI USA INVESTONO SUL FRACKING. E PERCHÉ LO SHALE GAS PUÒ ESSERE PERICOLOSO

di Federico Gennari Santori, da: http://www.pagina99.it/

(ripreso dal sito SCENARI GLOBALI http://www.scenariglobali.it/ del 5/7/2014)

   Il fracking è il sistema estrattivo del momento. Quello necessario a tirare fuori dalla roccia shale gas e petrolio. Ma non mancano rischi per la salute dei cittadini e l’ambiente, che i governi tendono ad ignorare.

   A dirlo stavolta, oltre alle organizzazioni ambientaliste, è un’indagine del Congresso americano. La notizia, rilanciata dall’Associated Press e comparsa solo su agenzie e giornali stranieri, ha come sfondo l’impegno del governo Obama per l’export di gas naturale liquefatto (Gnl).

   Mentre il partito repubblicano spinge sul fracking, proponendo di bloccare preventivamente le norme preventive che potrebbero varare i singoli stati.

fracking, immagine da scenari globali
fracking, immagine da scenari globali

   I giacimenti che il fracking permette di sfruttare si sono guadagnati l’appellativo di “non convenzionali”, proprio come è questa tecnica. La fratturazione idraulica consiste nella perforazione orizzontale, e non verticale, di uno strato roccioso nelle profondità del terreno (1500-6000 metri), estremamente permeabile e contenente gas naturale. Per estrarlo, vengono aperte delle fratture tramite piccole esplosioni, poi allargate pompando acqua e sostanze chimiche a pressioni elevate. Da lì, il gas confluisce nella condotta del pozzo e arriva in superficie.

   Una tecnica costosa, che richiede perforazioni e fratturazioni continue. E rischiosa a causa di perdite di gas, contaminazione delle falde acquifere e sismicità indotta, come raccontato dal film del 2012 “Promised Land”. Ma vale la pena, dicono analisti e petrolieri. Perché proprio le risorse fossili da shale ci permetteranno di utilizzare per decine di anni le fonti energetiche che credevamo in esaurimento.

   E’ la prima volta che un’istituzione importante come il Congresso si pronuncia in maniera decisa sulle implicazioni della fratturazione idraulica e sulle autorizzazioni concesse. Chiamato in causa è l’Interior Department’s Bureau of Land Management (BLM), l’istituzione americana deputata alla gestione dei territori che definisce anche le regole per l’estrazione di petrolio e gas.

   L’indagine congressuale riscontra, come sintetizzato dalla Associated Press,«lacune sostanziali nella soveglianza delle terre federali e dei nativi americani». La ragione è chiara: normative vecchie sull’estrazione, non aggiornate dal 1999 e dunque «non al passo con le nuove tecnologie». Ma anche limiti strutturali dello stesso BLM, «privo di risorse sufficienti e di uno staff adeguato».

   Il BLM avrebbe fallito le ispezioni su più di 2.100 pozzi di petrolio e gas sul totale dei 3.702 pozzi trivellati tra il 2009 e il 2012, ed esaminati dal Congresso. Come se non bastasse, quegli stessi pozzi erano stati classificati dal BLM come ad “alta priorità” per il rischio di contaminazione delle acque a altre ragioni di tutela ambientale.

   L’indagine del Congresso si è concentrata su 14 stati: Arkansas, California, Colorado, Louisiana, New Mexico, North Dakota, Ohio, Oklahoma, Pennsylvania, South Dakota, Texas, Utah, West Virginia e Wyoming. Qui si trovano aree in cui «dal 2007 al 2012 – afferma il report – la produzione annuale da depositi di scisto (shale) e sabbie bituminose è incrementato più di 6 volte per il petrolio e 5 per il gas».

   In che cosa consiste il fallimento del BLM? Nell’incapacità di riscontrare o prevenire casi di inquinamento dalle conseguenze evidenti e confermate da altri. Per questo «il governo deve prestare attenzione all’ambiente, e proteggere la salute pubblica e le sorgenti d’acqua dai rischi dell’estrazione di petrolio e gas», ha affermato Amy Mall del natural Resouces Defense Council.

   L’Associated Press, ad esempio, ha svolto un’inchiesta sullo stato della Pennsylvania, che solo nel 2013 ha ricevuto 398 denunce legate alla contaminazione di pozzi d’acqua privati, dovuta all’estrazione di shale gas. Più di 100 casi, inoltre, erano stati confermati nel corso degli ultimi 5 anni. Come mostra l’infografica dell’organizzazione State Impact, la Pennsylvania è uno degli “stati-groviera”, dove il fracking va per la maggiore da diversi anni.

   Il risultato dell’indagine congressuale è un macigno per il presidente Obama, deciso a sfruttare le opportunità commerciali offerte dall’esportazione di shale gas nel pieno della crisi russo-ucraina. Lo shale gas è un trend mondiale e, in linea con l’analisi di pagina99 sull’ultimo G7 Energia, gli Usa non possono restarne fuori. Non a caso, è in corso di approvazione una legge che dà il via all’export di gas naturale liquefatto estratto dal suolo nazionale.

   «L’America è ora il primo produttore al mondo di gas naturale – ha affermato Jack Gerard, a capo dell’America Petroleum Institute – e aprire le porte al mercato ci permetterà di sfruttare questo potere sulla scena internazionale, portando a casa migliaia di posti di lavoro e rafforzando la nostra economia». Secondo Obama, i posti sarebbero 600mila. Un’opportunità da cogliere, ha detto, a patto che le compagnie comunichino quali sostanze chimiche utilizzano nell’estrazione. Sarebbe utile, visto che istituzioni come il BLM non lavorano poi così bene.

   Il fracking è già largamente impiegato negli States, ma certamente la spinta data all’export contribuirà a diffonderlo ancora di più. Mentre i controlli non funzionano.

fracking da scenari globali
fracking da scenari globali

   Sembra che il partito repubblicano, intanto, stia cercando di spianare la strada all’implementazione del fracking sul suolo nazionale. Una proposta di legge, il Chemicals in Commerce Act, vorrebbe proibire ai singoli stati americani di rispettare le leggi che hanno emanato su sostanze chimiche già oggetto di provvedimenti della Enviroment Public Agency (EPA).

   In sostanza, se l’EPA autorizza l’utilizzo e il commercio di un certo agente chimico, uno stato non può regolamentarne in altro modo l’utilizzo. Eppure, generalmente le leggi in materia sono fatte dagli stati e non dall’EPA, che ha margini di manovra limitati.

   Questo, come alcuni hanno sottolineato, invaliderebbe la stragrande maggioranza delle leggi riguardanti il fracking e il provvedimento non sarebbe affatto in linea con i risultati della recente indagine del Congresso. Del resto, i rischi ambientali ci sono e parte dell’opinione pubblica lo sa. Gasland, ad esempio, è un documentario che ha fatto il giro d’America ed ha avuto un ruolo cruciale nel far crescere la consapevolezza sul fracking negli Usa.

   Il quadro è completo. Gli Usa puntano sull’esportazione di gas liquefatto. E questo richiederà un aumento della produzione, di qui la spinta di Obama sulle autorizzazioni. Più gas significa ricorrere allo shale, e quindi un’ulteriore diffusione del fracking. Mentre i controlli non funzionano, come denunciato dal Congresso, e contestualmente si limita la possibilità degli stati di legiferare sui pericoli delle sostanze chimiche usate nell’estrazione.

   Sarà un’occasione, ma «abbiamo anche bloccato il futuro energetico dell’America in un gas sporco e lontano da eolico, solare e alternative sostenibili» ha detto il procuratore John Rumpler, del gruppo di avvocati Enviroment America. (Federico Gennari Santori)

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LA BOLLA DELLO SHALE GAS

di Demostenes Floros, da LIMES 4/9/2014

(http://temi.repubblica.it/limes/ )

– Il gas da argille forse può essere l’energia del futuro per gli Stati Uniti, ma non per il resto del mondo. Nella crisi ucraina, l’Italia e l’Europa non stanno facendo i loro interessi. –

   In agosto, il prezzo del greggio è diminuito sulla scia del mese di luglio mentre il dollaro si è apprezzato sull’euro (da 1.3395€/$ a 1.3188€/$). Il costo del Brent è passato dai 105.33$/b (01.08) ai 103.04$/b (31.08); il Wti è calato da 96.72$/b a 95.86$/b.

   A dispetto dell’avvio dei raid statunitensi sull’Iraq, tale diminuzione è stata costante per entrambe le qualità durante le prime due decadi di agosto (trend inverso per l’oro che ritornava sopra quota 1318$/oncia), mentre la chiusura in leggero rialzo del riferimento Usa (Wti) è risultata lievemente più accentuata rispetto a quella del benchmark europeo (Brent).

   Malgrado l’intensificarsi delle guerre in Iraq, Ucraina e Libia, il petrolio continua ad incorporare solo in minima parte il grave rischio geopolitico in corso: per quale motivo?

   Certamente la solidità dell’offerta, ulteriormente rafforzata dal nuovo record raggiunto dalla produzione americana grazie allo shale oil (8.4 milioni di barili al giorno – b/d – a fronte di 7.5 milioni di b/d importati), e la revisione al ribasso dell’incremento della domanda – secondo l’International Energy Agency in aumento di 1 milione di b/d in conseguenza di una crescita più debole del pil globale – sono indicatori tendenzialmente ribassisti.

   Detto ciò, è opportuno precisare che in base alle conclusioni fornite a luglio dal British Geological Survey, “l’Inghilterra non possiede significative quantità di gas da argille (shale gas) e solo limitate riserve di shale oil difficilmente sfruttabili” ( video, minuto 5’:45’’).

   I problemi riguarderebbero anche la futura sostenibilità economica del fracking Usa: il boom della produzione iniziale, il cui picco si stima verrà raggiunto nel biennio 2017/18 (video, 11’:01’’), sarebbe figlio di enormi investimenti nel settore “nonostante i pozzi shale abbiano un costo doppio rispetto a quelli convenzionali” (video, 9’:01’’). In aggiunta, secondo sicurezzaenergetica.it (08.08), “il governo cinese avrebbe rivisto al ribasso le stime di produzione di gas da argille al 2020. La produzione interna dovrebbe raggiungere i 30 miliardi di m³, invece dei 60 previsti; a marzo, si parlava addirittura di 100 miliardi di m³ ma sono evidentemente emerse delle difficoltà tecniche e si sta facendo largo la consapevolezza dell’eccezionalità del caso statunitense […..]. Saggiamente, proseguono i preparativi per aumentare la capacità di importazione e la diversificazione delle fonti (convenzionali), dall’Asia centrale alla Russia, dalla Birmania al gnl”.

   A luglio scrivemmo che “forse, se i mercati internazionali – che non sono neutrali ed esprimono un determinato rapporto di forze tra poteri in competizione – incorporassero il rischio geopolitico, favorirebbero la transizione a un nuovo ordine mondiale, che invece alcuni temono”. Secondo Oliver Jakob (Petromatrix) l’intervento statunitense in Iraq avrebbe un impatto ribassista “perché finalmente ha tracciato la linea che non dev’essere oltrepassata (dall’Is), rafforzando in questo modo la stabilità sia nel Sud dell’Iraq che nel Kurdistan”.

   In virtù delle alleanze anti Bashar al-Assad precedentemente promosse da Washington in Siria, tale affermazione potrebbe dar luogo a diverse interpretazioni riguardanti i reali rapporti – funzionali? – tra una parte dell’establishment Usa e l’Is, soprattutto date le foto che ritraggono il Senatore John McCain insieme ad Abu Bakr Al Baghdadi (già prigioniero a Guantanamo tra il 2004 ed il 2009).

   Sarà una coincidenza, ma Vladimir Putin non ha perso l’occasione per prolungare la permanenza di Edward Snowden in Russia per altri tre anni. Il 7 agosto, mentre calava il silenzio sulle cause della tragedia del Boeing 777 della Malesian Airlines, il presidente russo – emanando un decreto che “vieta o limita per un anno l’ingresso nel territorio della Federazione russa di prodotti agricoli, materie prime e alimentari prodotti dai paesi i cui governi hanno preso la decisione di introdurre sanzioni economiche nei confronti di persone fisiche o giuridiche russe” – chiariva a Usa e Ue che non ha alcuna intenzione di fare un solo passo indietro nella vicenda ucraina.

   Per il made in Italy, stando a stime molto prudenti, l’impatto sull’export varrebbe circa 200 milioni di euro all’anno. Per Coldiretti invece, i danni ammonterebbero ad almeno 700 milioni di euro. Dopo anni di austerità e di politiche nazionali e comunitarie che hanno distrutto la domanda interna italiana ed europea nella pia illusione di poter imitare il neomercantilismo tedesco, è grave che le élite del nostro paese (nuovamente in recessione) non riescano ad abbozzare un progetto politico che tenti di coniugare gli interessi economici e geopolitici dell’Italia.

   “Non esiste più un partenariato strategico fra Unione europea e Russia per scelta di Mosca”: queste le parole di Federica Mogherini poco dopo essere stata eletta rappresentante della politica estera dell’Ue. Invitiamo la (presto) ex ministro a valutare attentamente l’evolversi dei rapporti di forza tra le opposte fazioni in Ucraina.

   Da qui dipenderanno una serie di dossier che coinvolgono anche l’Europa, a partire dall’energia. D’altro canto, il direttore generale di Omv, Gerhard Roiss, aveva da tempo definito i tentativi dell’Unione Europea di arrestare la costruzione del gasdotto South Stream “uno sparo contro se stessi” (Profil). (Demostenes Floros)

Per approfondire: Qualcuno prova a spezzare l’egemonia degli Usa

DEMOSTENES FLOROS è un analista geopolitico ed economico. Insegna presso il Master di 1° Livello in “Relazioni Internazionali di impresa: Italia-Russia” (Modulo: Energia) dell’Università di Bologna”. (4/09/2014)

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ITALIA: LA GEOPOLITICA DEI GASDOTTI

di Daniel Pescini

da http://geopoliticaitaliana.wordpress.com/ (5/4/2013)

   Costretta AD IMPORTARE IL 90% DEL GAS NATURALE necessario al proprio mercato energetico, l’Italia non vuol rimanere esclusa dalla partita per distribuire il gas naturale del MAR CASPIO in Europa senza passare dalla Russia.

   Una partita che si gioca a BAKU, in AZERBAIJAN, dove il consorzio di sfruttamento del giacimento di Shah Deniz 2 dovrà decidere se utilizzare il GASDOTTO TAP (che terminerà in PUGLIA) oppure il GASDOTTO WEST NABUCCO (che esclude il passaggio in territorio italiano) per distribuire 1.200 miliardi di metri cubi di gas in Europa. Intanto, i russi portano avanti la realizzazione del GASDOTTO SOUTH STREAM, che non passerà dall’Italia, che modificherà l’attuale sistema di forniture europee, e che mette a rischio la realizzazione di alcuni gasdotti in progetto nel Mediteranneo.

DA CHI IMPORTA IL GAS NATURALE L’ITALIA

L’Italia è il QUARTO PAESE AL MONDO PER IMPORTAZIONI di gas, preceduto da Stati Uniti, Germania e Giappone e nel 2010 (ultimo anno su cui esistono dati verificati) ha avuto a disposizione per i propri consumi 83,6 miliardi di metri cubi di gas, di cui 27,6 miliardi importati dall’ALGERIA, 14,8 dalla RUSSIA, 9,4 miliardi dalla LIBIA.

   Altri paesi fornitori con quote significative sono stati il QATAR con 6,2 miliardi, l’OLANDA con 3,2 miliardi, la NORVEGIA con 3 miliardi. La PRODUZIONE NAZIONALE è stata di 8,4 miliardi di metri cubi. Nel 2011 la guerra civile in Libia ha fatto diminuire le importazioni da Tripoli a 2,2 miliardi, la quota dell’Algeria si è abbassata a 23 miliardi, mentre È AUMENTATA L’IMPORTAZIONE DI GAS DAI PAESI DELL’EX URSS fino a 19,7 miliardi. I piccoli aumenti di quote importate da Olanda e Norvegia hanno portato la disponibilità di gas per l’Italia a 78,6 miliardi di metri cubi, 5 in meno rispetto al 2010.

Gasdotti e impianti di rigassificazione operativi.

Il gas naturale arriva in Italia attraverso QUATTRO GASDOTTI e DUE IMPIANTI DI RIGASSIFICAZIONE. Nel 2010 sono stati importati via gasdotto 66,6 miliardi di metri cubi di gas (l’88%), mentre le importazioni attraverso gli impianti di rigassificazione sono state pari a 8,7 miliardi metri cubi).

   IL TRANSMED È IL GASDOTTO CHE TRASPORTA IL GAS ALGERINO. E’ lungo 2.220 chilometri, di cui 370 in Tunisia, 380 sul fondo del mare e 1.470 in Italia. Il primo tratto di 550 km porta il gas dal giacimento di Hassi R’Mel fino al confine con la Tunisia, dove entra nella linea Transmed. Il punto di arrivo in Italia è a Minerbio, vicino a Bologna, dove il gas entra nel sistema di distribuzione italiano. Proprietaria del gasdotto è la Transmed S.p.A, partecipata al 50% dall’Eni  e dalla Sonatrach, la compagnia petrolifera di stato algerina. Attualmente l’Eni, attraverso la Snam, sta realizzando un ampliamento del Transmed che aumenterà la sua capacità di 3,3 miliardi di metri cubi annui.

   IL GREENSTREAM È IL GASDOTTO SOTTOMARINO LUNGO 520 CHILOMETRI, che collega l’impianto di trattamento di MELLITAH, sulla COSTA LIBICA, con il terminale di ricevimento alla rete nazionale del gas di Gela. Il gasdotto può portare in Italia dagli 8 ai 10 miliardi di metri cubi all’anno. Il complesso di Mellitah (realizzato dall’Eni nel 2004 per circa 12 miliardi di dollari) lavora il gas naturale proveniente da due giacimenti: il primo, Bahr Essalam, è offshore, a 110 chilometri dalla costa; il secondo, Wafa, è nel deserto libico, vicino al confine con l’Algeria. L’Eni è operatore per lo sviluppo congiunto dei due giacimenti con una quota del 50%; l’altro partner è la National Oil Corporation, società di stato libica.

   IL TRANS AUSTRIA GASLEITUNG FA ARRIVARE IN ITALIA IL GAS DAI GIACIMENTI RUSSI. Il gasdotto transaustriaco, che rifornisce anche Austria, Slovenia e Croazia, è posseduto dalla Trans Austria Gasleitung Gmbh. Fino alla fine del 2011 questa società è stata controllata all’89% dall’Eni e all’11% dalla Omv Gas Gmbh. Dal 22 dicembre 2011 la quota dell’Eni è passata alla Cassa depositi e prestiti, mentre la Omv Gas Gmbh ha cambiato nome in Gas Connect Austria Gmbh.  La Cassa depositi e prestiti è una società per azioni a controllo pubblico: il Ministero dell’economia e delle finanze italiano detiene il 70% del capitale, il restante 30% è posseduto da un nutrito gruppo di fondazioni bancarie italiane e gestisce una parte consistente del risparmio nazionale, il risparmio postale. La Cassa è il principale azionista di Eni (di cui detiene il 25,76%) e della Snam (di cui detiene il 30%).

   IL TRANSITGAS È INVECE IL GASDOTTO CHE ATTRAVERSA LA SVIZZERA e arriva in Italia attraverso la Val d’Ossola, trasportando 15,5 miliardi di metri cubi di GAS PROVENIENTI PREVALENTEMENTE DA PAESI BASSI E NORVEGIA. La pipeline è lunga 293 chilometri, parte da Wallbach (sul confine tedesco-svizzero) dove si connette al gasdotto Trans Europa Naturgas Pipeline, e termina a Passo Gries (sul confine italo -svizzero). L’infrastruttura è gestita dalla Transitgas AG, società controllata al 51% da Swissgas, e partecipata al 46% da Fluxswiss Sa (che dal 2011 ha preso il posto di Eni Gas Transport International Sa quale successore legale) e al 3% da E.ON Rhurgas Ag.  Nel dicembre 2012 Italia e Svizzera hanno siglato un nuovo patto per migliorare lo sfruttamento del gasdotto ad un duplice scopo: migliorare la gestione delle situazioni di emergenza, dopo che nel 2011 alcuni guasti tecnici interruppero le forniture; rafforzare il ruolo dell’Italia quale hub del gas per l’europa. L’intesa, infatti, prevede anche un più stretto coordinamento del sostegno congiunto al progetto Trans Adriatic Pipeline.

   GLI IMPIANTI DI RIGASSIFICAZIONE OPERATIVI IN ITALIA SONO DUE: QUELLO DI PANIGAGLIA (LA SPEZIA) dove arriva GAS IMPORTATO DALL’ALGERIA E DALLA NORVEGIA, e quello di PORTO LEVANTE (ROVIGO), dove attraccano le navi gasiere provenienti da QATAR, EGITTO, TRINIDAD & TOBAGO, GUINEA EQUATORIALE e NORVEGIA.

Gasdotti e impianti di rigassificazione in progetto. 

IL GALSI È IL GASDOTTO IN PROGETTO CHE CHE COLLEGHERÀ L’ALGERIA ALLA SARDEGNA E ALLA TOSCANA attraverso un percorso lungo quasi 900 km, di cui circa 600 in mare. La pipeline avrà una capacità di trasporto di 8 miliardi di metri cubi all’anno e sarà realizzata dalla Galsi spa, società fondata nel 2003 e sostenuta da Sonatrach (41,6%), Edison (20,8%), Enel produzuone (15,6%), Gruppo Hera (10,4%) e dalla Regione Sardegna che partecipa attraverso la finanziaria Sfirs (11,6%).

   Dal 2007 anche Snam Rete Gas collabora con Galsi alla realizzazione del progetto avendo siglato un accordo con il quale diverrà realizzatore, operatore e proprietario del tratto italiano del gasdotto.

   Sebbene più volte riconosciuto come una infrastruttura strategica a livello europeo, il progetto per realizzare il gasdotto trova molte difficoltà alla sua realizzazione. Dopo nove anni di rinvii e ritardi, l’Unione Europea ha recentemente richiesto ulteriori garanzie sull’impatto ambientale dell’opera, cui ha vincolato la concessione dei propri fondi.

   L’Algeria ha minacciato di ritirasi dal progetto se l’Italia appoggerà la realizzazione di altri progetti, ovvero il Trans Adriatic Pipeline. (…..) Le autorità algerine hanno aperto un’indagine sulle presunte tangenti versate dall’Eni ad esponenti del governo algerino per assegnare a Saipem (controllata da Eni al 43%) contratti e forniture per 11 miliardi di euro. L’indagine, omologa a quella condotta in Italia dalla Procura di Milano e che vede tra gli indagati Paolo Scaroni, ad di Eni, si concentrerà anche sul ruolo svolto dalal Sonatrach nella vicenda.

   IL TRANS ADRIATIC PIPELINE (TAP) È IL PROGETTO PER COSTRUIRE IL GASDOTTO DA 800 CHILOMETRI CHE DA KOMOTINI, IN GRECIA, ATTRAVERSO L’ALBANIA E L’ADRIATICO, PUNTA A PORTARE IL GAS DAI GIACIMENTI AZERI DI SHAH DENIZ 2 (NEL MAR CASPIO) IN PUGLIA e da lì ai mercati europei.

   A Komotini, al confine turco-greco il gasdotto sarà collegato al TRANS ANATOLIAN PIPELINE (TANAP) che attraverserà tutta la Turchia fino alla Georgia, dove si innesterà sul SOUTH CAUCASUS PIPELINE EXPANSION che, attraverso Georgia e Azerbaijan, arriverà ai giacimenti di Shah Deniz, al largo di Baku.

Una volta completato, il Tap potrà trasportare 10 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno, con la possibilità di ampliarne la capacità a 20. Gli azionisti del progetto sono la norvegese Statoil, la svizzera Swiss Axpo e la tedesca E.ON. Il gasdotto terminerà in corrispondenza di un terminale di ricezione situato a 5 chilometri dalla costa pugliese, dove Tap si collegherà alla rete italiana di trasporto del gas.

   Attualmente, il TAP si trova ancora nella fase di pianificazione iniziale. Molto dipenderà da quale soluzione sceglierà il consorzio di sfruttamento di Shah Deniz 2 per trasportare i 1.200 miliardi di metri cubi di gas del giacimento in Europa.

   Oltre al Tap, infatti, il consorzio può optare anche per il gasdotto NABUCCO WEST. Il consorzio Nabucco (composto dalla Bulgarian Energy Holding, dalla turca Botas, dall’ungherese Fgsz Ltd, dalla OMV, e dalla Romena Tranzgas) ha infatti proposto la realizzazione di un gasdotto che, come il Tap, si collegherà ai terminali europei del Tana, ma sul confine turco-bulgaro, e da lì proseguirà per 1.300 chilometri attraverso Bulgaria, Romania, Ungheria e Austria, con una capacità di trasporto variabile tra i 10 e i 23 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Sia il Nabucco West, sia il Tap offrono la possibilità di far arrivare nell’Europa centrale e occidentale il gas del Caspio senza passare dall’Iran o dall’Ucraina.

   Un TERZO TERMINAL DI RIGASSIFICAZIONE si aggiungerà a quelli già esistenti: l’ OFFSHORE LNG TOSCANA (OLT) CHE SARÀ REALIZZATO AL LARGO DI LIVORNO.  Il progetto prevede la conversione di una nave metaniera in un terminale galleggiante a circa 22 chilometri dalla costa. A regime il terminale avrà una capacità di rigassificazione di 3,75 miliardi di metri cubi annui (circa il 4% del fabbisogno nazionale), una capacità media di rigassificazione di 11 milioni di metri cubi al giorno e una capacità di stoccaggio di 137.500 metri cubi di gnl.

   Nel febbraio 2010 sono partiti i lavori di realizzazione del gasdotto sottomarino al largo della costa e attualmente sono in corso di ottenimento l’autorizzazione integrata ambientale da parte del Ministero dell’ambiente e l’approvazione del rapporto di sicurezza definitivo da parte del Comitato tecnico regionale), entrambi necessari per l’entrata in esercizio del terminale. (…..)

Intanto, i russi….

IL SOUTH STREAM È INVECE IL GASDOTTO PROMOSSO DA GAZPROM per far arrivare il gas russo all’Unione europea senza passare dall’Ucraina. Il South Stream partirà da Anapa, città russa sul Mar Nero. Il primo tratto, lungo 925 chilometri, sarà sottomarino e attraverserà il Mar Nero fino a Varna, in Bulgaria. Il secondo tratto, lungo 1.455 chilometri, attraverserà Bulgaria, Serbia, Ungheria e Slovenia per terminare a Tarvisio, in Italia (11 i chilometri che la pipeline percorrerà sul suolo italiano).

   La realizzazione è affidata a una serie di joint venture che la Gazprom ha promosso per ogni tratto della pipeline. Il tratto off shore sarà realizzato dalla South Stream Transport Ag, partecipata al 50% da Gazprom, al 20% dall’Eni, al 15% dalla francese Edf e al 15% dalla Winterstall Holding Gmbh (compagnia tedesca parteciapata dal gruppo Basf). Il tratto on shore, invece, sarà realizzato con joint venture di cui Gazprom deterrà il 50%, mentre l’altra metà sarà partecipata dalle aziende energetiche nazionali degli stati attraversati dal gasdotto.

   Nel dicembre scorso a Milano, il consiglio di amministrazione della South Stream Trasnsport Ag ha varato la decisione finale di investimento per il tratto off shore. Nei mesi precedenti hanno fatto altrettanto i governi dei paesi attraversati dal gasdotto. Sebbene non sia stato dato ancora avvio ai lavori, il comitato di gestione di South Stream continua a garantire l’avvio delle forniture entro la fine del 2015. QUANDO IL SOUTH STREAM SARÀ A REGIME (NEL 2018-2019) AVRÀ UNA CAPACITÀ DI TRASPORTO DI 63 MILIARDI DI METRI CUBI DI GAS ALL’ANNO, di cui 24 potenzialmente destinati al mercato italiano.

Le opzioni strategiche dell’Italia.

La prossima entrata in attività del South Stream può rendere del tutto inutile per l’Italia importare gas dalla Russia attraverso il Trans Austrian Gasleitung. Il South Stream sarà una infrastruttura più avanzata, più sicura dal punta di vista tecnologico e non passerà dal territorio dell’Ucraina, che ha creato in passato diverse instabilità alle forniture dalla Russia. Allo stesso tempo, però, il nuovo gasdotto della Gazprom non garantisce all’Italia la diversificazione dei fornitori di gas.

   Il Trans Adriatic Pipeline, invece, avrebbe sia IL VANTAGGIO DI AGGIUNGERE L’AZERBAIJAN TRA I PAESI DA CUI IMPORTARE IL GAS NATURALE, sia quello di essere una struttura costruita con tecniche moderne e lungo un tragitto che è interesse di tutti gli attori coinvolti, compresa al Russia, mantenere geopoliticamente sicuro e stabile. Ecco perché il governo italiano negli ultimi tempi ha manifestato a più riprese, con atti concreti, la propria preferenza per la realizzazione del Tap.

   ITALIA, GRECIA E ALBANIA HANNO FIRMATO UN ACCORDO INTERGOVERNATIVO CHE IMPEGNA I TRE PAESI A COOPERARE STRETTAMENTE IN FAVORE DEL TAP, creando standard comuni relativi agli aspetti tecnici, di sicurezza, ambientali, sociali e di risorse umane e definendo anche le basi giuridiche, legali e fiscali per la soluzione di eventuali dispute. Dal luglio 2012 L’Enel sta valutando il suo eventuale ingresso nel consorzio che vuol realizzare il gasdotto.

   L’Italia non vuol restare tagliata fuori dalle rotte dei gasdotti nel corridoio sud. Perché se il consorzio di sfruttamento di Shah Deniz 2 scegliesse il Nabucco West, le principali  forniture di gas dalla Russia e quelle dall’Azerbaijan arriverebbero in Europa con due gasdotti provenienti dalla penisola balcanica, senza ricadute di investimenti sull’Italia. D’altra parte, l’appoggio italiano alla realizzazione del Tap scontenta molto l’Algeria, che risulterebbe la vera perdente della partita,  e porrebbe probabilmente fuori gioco la costruzione del Galsi. (Daniel Pescini)

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TRIVELLAZIONI PETROLIFERE IN ADRIATICO: È SUBITO CONCORRENZA CON LA CROAZIA

di Luca Cifoni, da “il Gazzettino” del 3/9/2014

– È un aggiustamento al decreto prima della pubblicazione per evitare di essere superati dai paesi confinanti che hanno avviato le perforazioni –

   Piano nazionale per la realizzazione di inceneritori, via libera alle trivellazioni petrolifere comprese quelle in Adriatico, procedure di urgenza per l’edilizia scolastica. E anche spinta all’aggregazione nel settore dei servizi pubblici locali, con l’aggiunta di una norma che prevede la possibilità del fallimento anche per le società a capitale interamente pubblico. Sono alcune delle novità presenti nell’ultima versione del decreto sblocca-Italia: il testo approvato venerdì (29 agosto, ndr) in Consiglio dei ministri – come già accaduto per altri provvedimenti – non è ancora arrivato in Gazzetta ufficiale e dunque sono possibili ulteriori aggiustamenti e ritocchi nelle prossime ore.

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PETROLIO IN ADRIATICO – In campo energetico accanto allo SBLOCCO DEL GASDOTTO TAP sono state introdotte misure «per la valorizzazione delle risorse energetiche nazionali».

   Le attività di ricerca e coltivazione di idrocarburi e quelle di stoccaggio di gas avranno carattere di «interesse strategico e di pubblica utilità». Inoltre il ministero dell’Ambiente potrà autorizzare progetti sperimentali di coltivazione di giacimenti «al fine di tutelare le risorse di idrocarburi in mare localizzate in ambiti posti in prossimità delle aree di altri paesi rivieraschi oggetto di attività di ricerca e produzione».

   IL RIFERIMENTO È EVIDENTEMENTE AL CASO DEL PETROLIO IN ADRIATICO oggetto dell’attenzione della Croazia. (…) (Luca Cifoni)

 

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altri post su geograficamente sull’argomento

https://geograficamente.wordpress.com/2012/10/11/lo-shale-gas-spremere-la-terra-piu-del-petrolio-fin-qui-estratto-la-politica-mondiale-energetica-mette-in-campo-il-nuovo-gas-estratto-dalla-disintegrazione-delle-rocce-profonde-e/

https://geograficamente.wordpress.com/2012/03/16/politica-energetica-tra-rigassificatori-e-gasdotti-cose-meglio-il-trasporto-marittimo-con-la-creazione-di-grandi-rigassificatori-o-la-costruzione-di-grandi-gasdotti-dalla-russia-algeria/

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CHE DIFFERENZA C’E’ TRA GPL E METANO

di Alessio Ciarnella, da http://www.omniauto.it/

   Il prezzo di benzina e gasolio alle stelle, i blocchi della circolazione nelle grandi città a causa dell’inquinamento, il rinnovo degli incentivi statali, una sana e matura attenzione verso le problematiche ambientali ed energetiche, tutti questi motivi stanno spingendo sempre più automobilisti verso le motorizzazioni a gas. E proprio di gas, in particolare di metano e GPL, vi parliamo ora.    IL METANO è il più semplice degli idrocarburi, non derivato da processi di raffinazione del petrolio, la cui molecola è formata da un atomo di carbonio e quattro di idrogeno (la formula chimica è CH4). E’ anche il principale costituente di quello che è noto come GAS NATURALE, RICAVABILE SIA DA GIACIMENTI NEL SOTTOSUOLO CHE attraverso la decomposizione di alcune sostanze organiche, ed è perciò classificato come BIOGAS.

   Il GPL è l’acronimo di GAS DI PETROLIO LIQUEFATTO (e non, come alcuni dicono, di Gas Propano Liquido) in quanto è una MISCELA formata, in proporzioni variabili, essenzialmente da PRO  PANO E BUTANO, e come dice il nome deriva dal petrolio, pertanto non può essere considerato una fonte energetica rinnovabile.

   Entrambi presentano interessanti aspetti per applicazioni automobilistiche: la loro combustione è “pulita” sia perché non contengono sostanze estranee e nocive (come lo zolfo, composti del piombo, idrocarburi aromatici), sia perché si miscelano molto bene con l’aria, essendo già in forma gassosa e non dovendo passare, quindi, attraverso la fase intermedia di evaporazione, come accade per i combustibili liquidi (benzina e gasolio); consentono una forte riduzione di tutte le sostanze inquinanti, sia di quelle già regolamentate che non, e limitano la formazione del cosiddetto “smog estivo” che causa la produzione di ozono; infine, hanno un basso costo e, nel caso del metano, può essere approvvigionato da fonti diverse e rinnovabili. Diversa è l’unità di misura adottata: LITRI per il GPL, CHILOGRAMMI per il METANO.

   Il maggior ostacolo alla diffusione di questi combustibili gassosi, senza scomodare, in questa sede, gli interessi delle “solite” lobby, è dovuto, dal punto di vista tecnico, a problemi relativi all’immagazzinamento e al trasporto. Sotto questo aspetto, la natura gassosa è uno svantaggio: infatti un gas ha una densità molto inferiore a quella di un liquido, cioè a parità di volume occupato c’è meno “materia” (ad esempio, un litro di benzina pesa circa 740 grammi, un litro di metano o GPL circa mille volte meno) e quindi anche meno “energia” da utilizzare in un motore, ed è pure sensibile alla temperatura (riscaldandolo si espande e la sua densità diminuisce ancora, e perciò in estate si riesce a caricarne meno).

   Per poter garantire un’autonomia ragionevole ad una automobile (almeno 300 km), bisogna far entrare tanto gas in volume di circa 100 litri (come quello delle normali bombole) e il modo più efficacie è quello di comprimerlo: nel caso del metano, si arriva ad una pressione molto elevata, fino a 200 atmosfere, che necessita di robuste e pesanti bombole (realizzate in acciaio o in costosi materiali compositi), ed anche così l'”energia” disponibile è la metà rispetto a quella ottenibile dallo stesso volume di benzina. In teoria è possibile portare il metano allo stato liquido e a pressioni molto più basse, ma sarebbe necessario raffreddarlo fino ad una temperatura di -160 °C, il che implica difficoltà tecniche anche superiori.

   Sotto questo punto di vista, il GPL si trova in una situazione di vantaggio: infatti, può essere facilmente liquefatto a pressioni relativamente basse (8-10 atmosfere), sempre a temperatura ambiente, e immagazzinato in serbatoi più semplici e leggeri, e quindi meno costosi, che possono assumere forme tali da non sottrarre spazio al bagagliaio, come nel caso delle bombole toroidali (cioè a “ciambella”) alloggiate al posto della ruota di scorta. I serbatoi per il metano, invece, per ragioni di sicurezza sono di forma cilindrica.

   Un altro aspetto negativo, soprattutto per gli automobilisti, è la carenza di distributori, ancora piuttosto pochi, specie per il metano, anche se, in futuro, si potrebbe sfruttare la capillare rete che già porta il gas domestico nelle case (immaginate che comodità fare il pieno nel proprio box…); il GPL, invece, essendo presente da molti anni sul mercato italiano (chi non ha mai sentito la classica “puzza” di gas?), può contare su una rete di distribuzione che, sebbene ancora limitata, è senz’altro più estesa di quella del metano (il numero di stazioni di servizio è, ad oggi, quattro volte maggiore, e lo squilibrio cresce sulle autostrade).

    Tutti questi fattori, quindi, sommati al costo non trascurabile per la trasformazione, al “fastidio” per il maggior tempo richiesto per un pieno (qualche minuto), alla limitata autonomia e ad una certa iniziale diffidenza verso queste potenziali “bombe” (ma vedremo che questo, oggi, è un pericolo infondato), ha ostacolato in passato il diffondersi di queste intelligenti, oggi più che mai, fonti di energia.

 Mentre l’adozione di un impianto GPL sulla propria autovettura a benzina è stata una pratica piuttosto diffusa in passato e che continua ancora, da qualche anno cominciano ad essere disponibili nei listini di molti costruttori modelli con doppia alimentazione benzina-GPL o benzina-metano: in alcuni casi la trasformazione avviene direttamente in fabbrica, in altri le industrie si appoggiano ad aziende esterne specializzate (come la Opel con la Landi Renzo).

   Ciò tutela l’automobilista sia dal punto di vista della bontà della trasformazione, sia dal punto di vista della conservazione della garanzia che altrimenti, qualora il montaggio dell’impianto fosse effettuato da un installatore non autorizzato, decadrebbe immediatamente, in tutto o in parte.

   Gli impianti a GPL e a metano sono concettualmente molto simili (abbiamo già parlato in passato delle varie tipologie e delle caratteristiche), la maggiore differenza risiede nelle bombole che nel caso del metano sono più robuste e pesanti, dovendo sopportare una pressione molto più alta. In ogni caso, tutti i serbatoi devono essere sottoposti a test di omologazione e, nel caso del GPL, prevedere la presenza di ben tre valvole di sicurezza: una che si chiude in caso di incidente bloccando l’alimentazione al motore, e comunque ogni volta che si toglie la chiave dal quadro, un’altra che si apre automaticamente se la pressione sale oltre i 27 bar facendo sfogare il gas per evitare sovrappressioni, l’ultima che in caso di incendio o di temperature oltre i 120°C libera in maniera controllata il gas che può bruciare senza causare danni più gravi (come una esplosione); è presente, infine, un dispositivo per non permette di caricare le bombole oltre l’80% del volume disponibile, per evitare un eccessivo aumento della pressione a causa, ad esempio, di un riscaldamento che tende a far dilatare il gas.

   Tutte queste precauzioni sono dovute al fatto che una perdita di GPL dalla bombola è potenzialmente molto più pericolosa di una perdita di metano, poiché il GPL è più pesante dell’aria e tende a ristagnare in basso, mentre il metano, più leggero, tende a disperdersi nell’atmosfera.

   Per questo motivo, fino all’introduzione obbligatoria, nel 2001, delle bombole moderne, era vietato il parcheggio alle autovetture alimentate a GPL nei box o nei garage interrati (invece sempre consentita se l’alimentazione è a metano), perché il gas eventualmente fuoriuscito poteva appunto formare un vero e proprio lago estremamente infiammabile.

   Oltre alla sua “leggerezza”, il metano possiede altre caratteristiche fisiche tali da renderlo più sicuro rispetto ai combustibili liquidi e al GPL stesso in caso di fughe: per bruciare spontaneamente richiede temperature doppie e una miscelazione con l’aria in concentrazioni molto alte. Una eventuale perdita di gas è comunque avvertibile poiché, pur essendo per loro natura inodori, vengono entrambi “odorizzati”.    Un altro aspetto legato alla sicurezza riguarda la scelta della posizione dove collocare le bombole all’interno dell’automobile. In un test svolto in Germania dall’ente tedesco di certificazione Dekra, sono stati valutati i rischi, in caso di incidente, per gli occupanti dell’abitacolo derivanti dalle bombole poste nel bagagliaio.

   L’auto oggetto del test è stata una Opel Vectra Station Wagon, nel cui vano bagagli sono stati collocati tre serbatoi per metano, quindi estremamente robusti, ed è stato simulato il tamponamento da parte di un pesante veicolo. I risultati sono allarmanti: le rigide bombole, indeformabili, sebbene saldamente ancorate, vengono spinte contro lo schienale del divano posteriore, scaricando sui malcapitati passeggeri delle sollecitazioni anche doppie rispetto a quelle che si avrebbero su un’auto normale; nessun rischio, invece, per i passeggeri anteriori. Appare logico, quindi, preferire le soluzioni che prevedono il posizionamento delle bombole sotto al pianale, dove non possono nuocere agli occupanti, ed infatti molti modelli realizzati direttamente dalle Case seguono questa strada.    Dal punto di vista motoristico, una delle caratteristiche più importanti dei nostri gas è l’elevato numero di ottano: per entrambi abbiamo un NO superiore a 100 (addirittura fino a 120-130 per il metano), contro 95 di una benzina, che consentirebbe di adottare rapporti di compressione molto più alti che nei motori a benzina, senza incorrere nel rischio di detonazione, con benefici effetti sul rendimento del motore (e quindi su prestazioni e consumi); purtroppo, la necessità di mantenere anche l’alimentazione a benzina a causa della scarsità di distributori, non rende praticamente percorribile questa strada, anzi limita il pieno sfruttamento delle potenzialità di questi combustibili.

   Sebbene, quindi, un motore a gas sia teoricamente più efficiente di un suo simile a benzina, nella realtà dei fatti quando si passa dall’alimentazione a benzina a quella a gas si avverte un calo delle prestazioni di circa il 10% con il metano e del 2-3%, quindi pressoché inavvertibile, con il GPL negli impianti più moderni; dal lato consumi, con il GPL si ha un aumento di circa il 20% (a causa della minor quantità di energia disponibile rispetto alla benzina a parità di volume, 10000 kcal/kg contro 10300) mentre con 1 kg di metano, grazie a un contenuto energetico di 11600 kcal/kg, si percorrono gli stessi chilometri che si percorrerebbero con 1,7 litri di benzina o 2 litri di GPL.    Un esempio pratico di come un motore ottimizzato per funzionare solo a gas non sia inferiore, in termini di prestazioni, al motore a benzina da cui deriva, è stato dato nel 1992 da una Bugatti EB110 alimentata a metano che erogava 60 CV in più del modello a benzina, permettendole di stabilire il record mondiale di velocità per auto di serie sul circuito di Nardò con 344,7 km/h.

   Senza avere tali velleità, una soluzione tecnica per migliorare il rendimento di un propulsore a gas è quella di adottare alti rapporti di compressione (13 e oltre), ad esempio anche tramite un turbocompressore, che permettono di sfruttare l’elevato numero di ottano del gas, e ritardare il momento in cui scocca la scintilla (il cosiddetto anticipo dell’accensione) attraverso la centralina quando si va a benzina, per evitare il rischio di detonazione.

   Ovviamente, un motore così concepito sarà più prestante ed efficiente a gas che a benzina, una ragione in più per avere le bombole sempre piene…Il massimo si avrebbe abbinando alla sovralimentazione l’iniezione diretta nei cilindri (una specie di common-rail a gas), e in questa direzione stanno lavorando sia molte Case sia le aziende che producono gli impianti, segno che ci sono ancora molti margini su cui lavorare e molte difficoltà tecniche da risolvere prima di riuscire a sfruttare pienamente le potenzialità del gas.    Per quanto riguarda la salute del motore, adottare un impianto a gas porta molteplici vantaggi: la combustione è ottimale, si riducono le incrostazioni e i depositi carboniosi e l’olio motore dura di più, non essendo inquinato dagli inevitabili trafilamenti di benzina attraverso le guarnizioni del pistone. Ma c’è un inconveniente: il gas non esercita alcuna azione lubrificante sugli organi meccanici e ciò, unitamente alle più elevate temperature raggiunte in fase di combustione, stressa in particolare le valvole e le loro sedi (cioè quelle superfici su cui si poggiano per “chiudere” ermeticamente il cilindro) che dopo qualche migliaio di km necessitano di una costosa revisione.

   Tali problemi non si verificano generalmente se l’impianto è ben regolato né sui motori già pensati con la doppia alimentazione. E’ buona regola, tuttavia, specie con le vetture più anziane, percorrere di tanto in tanto qualche km a benzina, per dar una “oliata” al motore.    Un’interessante applicazione del metano riguarda i motori Diesel dei mezzi pubblici: questi propulsori possono essere modificati per avere un’alimentazione mista, con il gas mescolato all’aria che entra nei cilindri e una piccola iniezione di gasolio (10-25% del totale) che avvia la combustione, oppure per essere alimentati esclusivamente a gas e in tal caso il Diesel è trasformato in motore ad accensione comandata sostituendo gli iniettori con delle candele. Si ottiene così una notevole riduzione degli inquinanti, soprattutto particolato, e una minore rumorosità.    L’installazione di un impianto a gas è una spesa onerosa, una autovettura che esce già dalla fabbrica con la doppia alimentazione costa almeno un 10% in più dell’analogo modello a benzina, e allora affinché questi carburanti, sottolineiamolo ancora, ecologici si diffondano sempre più, è importante che il loro prezzo d’acquisto, già lievitato notevolmente in questi ultimi anni, non raggiunga valori tali da rendere la loro adozione anti-economica e vani gli studi e le ricerche portati avanti dalle Case. Sarebbe veramente un’occasione persa per migliorare l’aria che respiriamo… (Alessio Ciarnella)

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L’INIZIO DEL SECOLO ASIATICO

di Dario Di Vico, da “il Corriere della Sera” del 6/9/2014    Mai a Cernobbio l’Asia si era fatta sentire con questa forza. Ogni anno sono presenti al workshop Ambrosetti uno o più economisti cinesi ma il dibattito è rimasto prevalentemente sul terreno delle ricognizioni e delle ricette economiche.

   Ieri invece Kishore Mahbubani, ex ambasciatore ed accademico di Singapore, ha lanciato alla platea LA SFIDA DEL «SECOLO ASIATICO» usando toni perentori, in qualche passaggio anche provocatori. Il messaggio, alla fine, non poteva essere più secco: «Cari amici occidentali, vi dovete rassegnare alla novità: questo alla fine sarà il secolo asiatico». E’ terminata l’era della dominazione occidentale della storia mondiale, che non vuol dire «la fine dell’Occidente» ma la chiusura di un ciclo storico basato sul primato assoluto di americani ed europei. «Ci sono oggi altre civiltà di successo e il Pil cinese a breve supererà quello statunitense. Sarebbe la prima volta in 200 anni».

   Il mondo visto da Singapore è in rapido mutamento, diventa poliarchico e mai come adesso sarebbe decisivo rafforzare la personalità delle istituzioni internazionali di governance. «Gli americani – ha continuato imperterrito Mahbubani – hanno invece sempre preferito avere organismi deboli, segretari generali dell’Onu fragili e influenzabili. Chissà se quando capiranno di non essere più la potenza economica numero uno, allora cambieranno idea. Comunque cari amici, non potete più continuare a spartirvi tranquillamente tra americani ed europei le presidenze del Wto, del Fondo Monetario e della Banca Mondiale. Quell’epoca è finita, tocca ad altri».

   La prospettiva del secolo asiatico è resa credibile non solo dalla straordinaria avanzata delle economie emergenti sull’onda della globalizzazione ma anche dai processi di riforma avviati dai leader lungimiranti che, a parere di Mahbubani, oggi guidano India, Cina e Indonesia. «Non è più possibile che l’Europa abbia il 7% della popolazione, il 25% del Pil e il 50% della spesa sociale mondiale. E’ un equilibrio che non si tiene più».

   Così come c’è bisogno di elaborare una politica nuova, da parte dell’Occidente, nei confronti del mondo islamico. «Va capito e abbracciato. La civiltà occidentale non può apparire agli occhi dei musulmani solo quella che lancia bombe». Deve essere, invece, capace di parlare alle nuove classi medie dei Paesi asiatici che vogliono copiare i valori occidentali, «ma smettete di dare lezioni dopo quello che è accaduto a Guantanamo, ci vuole un dialogo bi-univoco sui valori e non lezioni dalla cattedra. L’ascolto deve essere reciproco».

   Mahbubani ha citato l’influenza del Giappone nel Sud-est asiatico come un caso positivo di esportazione «del virus della modernizzazione». E poi rivolto agli imprenditori italiani presenti in sala l’ambasciatore ha tirato fuori dal cilindro anche una proposta: «Scegliete un Paese del Nord Africa e fatene un test di questo tipo di dialogo e di avanzamento della modernizzazione. Se volete, vi suggerisco anche quale: la Tunisia». (Dario Di Vico)

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