SCOZIA tra SECESSIONISTI e UNIONISTI (e INCERTI): il REFERENDUM dagli esiti difficili – il desiderio di affermare l’indipendenza da un’Inghilterra chiusa al mondo, contrapposto alle ragioni del mantenimento della stabilità – la FRAMMENTAZIONE COME UNICA STRADA? – Un’Europa dei popoli fatta di MACROREGIONI e CITTÀ STATO, con minor valore degli STATI NAZIONE, risolverebbe l’inadeguata situazione attuale?

 

EDIMBURGO - VICTORIA STREET (da Wikipedia)
EDIMBURGO – VICTORIA STREET (da Wikipedia)

   In SCOZIA giovedì 18 settembre ci sarà il referendum perché i cittadini scozzesi decidano se continuare a stare con la Gran Bretagna (l’Inghilterra con il Galles, l’Ulster, cioè l’Irlanda del nord), oppure se fare una naziona autonoma. Il quesito a cui gli elettori e le elettrici dovranno rispondere è: “SIETE D’ACCORDO CHE LA SCOZIA DIVENTI UNA NAZIONE INDIPENDENTE?”. A proposito di questo quesito c’è da dire che il governo scozzese locale, promotore del referendum, aveva insistito per dare ai cittadini la possibilità di scegliere una forma di autonomia radicale ma senza la completa indipendenza, qualcosa di molto FEDERALISTA, un’ipotesi che avrebbe attratto molti elettori; il Regno Unito era contrario e ha permesso solo un referendum secco sull’indipendenza.granbretagna

   Va subito detto che noi, se fossimo coinvolti come elettori, saremmo in un bel guaio: cioè non sapremo cosa votare. Nel senso che la frammentazione in piccoli staterelli in quest’epoca dove necessita “incontrarsi”, aggregarsi (pur mantenendo le proprie specificità culturali, economiche…) non è una cosa per niente buona…. Ma rileviamo che nel caso dell’Inghilterra, della sua politica antieuropea ed isolazionista, e di una Scozia terra di grande tradizione culturale e politica (la Scozia con l’Atto di Unione del 1707 ha mantenuto un distinto sistema giuridico, un suo sistema di istruzione…), la situazione è molto più complessa, e ogni decisione di voto ha i suoi pro e i suoi contro… (cerchiamo di sciogliere il nodo negli articoli di questo post eventualmente sentendo voi che leggete cosa ne pensate).

   L’eventuale vittoria dei secessionisti scozzesi al referendum metterebbe molto nei guai l’Inghilterra: non si tratta solo di perdere l’appellativo di “Regno Unito” visto che non ci sarebbe più la Scozia ma solo l’Inghilterra (con aggiunta dell’Ulster, l’Irlanda del Nord, che comunque nominativamente adesso viene ad aggiungersi nel cosiddetto “Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord”. Si tratta di effetti economici sicuramente molto forti: un riequilibrio dell’economia inglese con difficoltà anche organizzative da entrambe le parti. Ma ancor di più l’Inghilterra perderebbe l’autorevolezza mondiale che ora ha, sarebbe una stato “più piccolo”, meno influente.

PAESAGGIO SCOZZESE (da pegasoviaggi.wordpress.com)
PAESAGGIO SCOZZESE (da pegasoviaggi.wordpress.com)

   E la stessa permanenza in Europa dell’Inghilterra sarebbe inesorabilmente compromessa: il premier Cameron, che ha promesso di rinegoziare l’adesione britannica all’Unione europea e ha annunciato un referendum per il 2017, per verificare se gli inglesi vogliono stare in Europa; ebbene se adesso se ne va la Scozia, nel 2017 il referendum su continuare o meno ad aderire alla Ue è sicuro che vincerebbero i “no”, essendoci la maggior forza filo-europea in Gran Bretagna proprio nel territorio scozzese.

   Paradossalmente accadrebbe che potremmo avere una Scozia nell’Unione Europea, e un’Inghilterra fuori, quest’ultima che si aggrappa al Commonwealth, ai fasti di un impero ex coloniale che oramai sempre più vede gli stati membri essersi resi autonomi se non concorrenti (vedi l’Australia) rispetto alla ex madre patria.

13 set. (TMNews) - A POCHI GIORNI DAL REFERENDUM SULL'INDIPENDENZA DELLA SCOZIA del 18 settembre, I SONDAGGI NON SCIOLGONO LA SUSPANCE e continuano a dare i "sì" e i "no" distanziati di pochissimo lasciando immaginare un finale da cardiopalma e un arrivo davvero sul filo di lana. - Un'inchiesta di YouGov da per la prima volta i "sì" in testa mentre un successivo messaggio Survation torna a vedere vincente il "no" con sei punti di vantaggio. SOLO COSA CERTA, LO SCARTO TRA I DUE CAMPI: RISTRETTO, ristrettissimo, con I SÌ CHE CONTINUANO A RECUPERARE TERRENO su terreno, segno evidente che I COSIDDETTI INDECISI STANNO SCIOGLIENDO LE LORO RISERVE SEMBRANO FARE NELLA DIREZIONE INDIPENDENTISTA (…) - Quanto ALL'AFFLUENZA PREVISTA, i sondaggi sembrano unanimi: MOLTI, MOLTISSIMI SCOZZESI HANNO VOGLIA DI DIRE LA LORO. Lo faranno giovedì e si vedrà come
13 set. (TMNews) – A POCHI GIORNI DAL REFERENDUM SULL’INDIPENDENZA DELLA SCOZIA del 18 settembre, I SONDAGGI NON SCIOLGONO LA SUSPANCE e continuano a dare i “sì” e i “no” distanziati di pochissimo lasciando immaginare un finale da cardiopalma e un arrivo davvero sul filo di lana. – Un’inchiesta di YouGov da per la prima volta i “sì” in testa mentre un successivo messaggio Survation torna a vedere vincente il “no” con sei punti di vantaggio. SOLO COSA CERTA, LO SCARTO TRA I DUE CAMPI: RISTRETTO, ristrettissimo, con I SÌ CHE CONTINUANO A RECUPERARE TERRENO su terreno, segno evidente che I COSIDDETTI INDECISI STANNO SCIOGLIENDO LE LORO RISERVE SEMBRANO FARE NELLA DIREZIONE INDIPENDENTISTA (…) – Quanto ALL’AFFLUENZA PREVISTA, i sondaggi sembrano unanimi: MOLTI, MOLTISSIMI SCOZZESI HANNO VOGLIA DI DIRE LA LORO. Lo faranno giovedì e si vedrà come

   I sondaggi scozzesi parlano di una situazione in bilico tra secessionisti ed unionisti, con forte preoccupazione in particolare di gruppi economici e finanziari (le banche) installati in Scozia, e che non immaginano cosa potrebbe accadere dopo, e minacciano di andarsene (questi ultimatum minacciosi sono aria viva per gli indipendentisti, punti percentuali loro regalati senza far nulla…).

   Altri sondaggi danno già in sorpasso i nazionalisti scozzesi; altri ancora prospettano una “ripresa del comando” da parte degli unionisti…. Quel che si capisce, comunque vada, è che molti scozzesi denotano una vera incertezza sul “che fare”, su cosa votare…

   E in Europa altri ci proveranno a “staccarsi”: per tutti l’esempio più realistico sono i catalani e i baschi in Spagna (ma nella stessa rimanente parte di Gran Bretagna, Galles e Irlanda del Nord, non ci penseranno molto a trarne le conseguenze). E poi Fiandre, Bretagna, paesi Baschi, Tirolo, Transilvania… e forse altre regioni d’Europa chiederebbero di emanciparsi dallo stato nazionale cui appartengono.

   Vecchi rancori tra etnie, motivi economici di regioni che si sentono sfruttate dallo stato centrale…… ma quasi sempre desiderio di recuperare uno spirito di popolo, ipernazionalista… in un momento nel quale gli stati nazionali mostrano tutti i loro limiti, sono in irreversibile declino, ma “resistono”, fanno la voce grossa nel contesto europeo (pur con difficoltà a controllare la situazione economica loro interna); guardano con soggezione nuove aree mondiali (altri stati nazionali che si consolidano…) che oramai stanno prendendo il predominio economico, politico, culturale, rispetto alla vecchia consunta Europa. Continente europeo che non riesce (e non vuole) risollevarsi dall’apatia, dai giochi appunto nazionalisti dove ognuno cerca di portare a casa qualcosa, senz’alcun desiderio di abbandonare poteri consunti e avviare una nuova fase concreta costituente (quell’idea di STATI UNITI D’EUROPA, un’idea FEDERALISTA, che aprirebbe nuove prospettive nella cultura, nei modi di essere e di fare dei cittadini europei, nell’economia e in uno sviluppo nuovo, nella politica rinnovata.

   Pertanto è da osservare con particolare attenzione questi nuovi confini europei che potrebbero crearsi tra Scozia ed Inghilterra, confini europei che già si stanno muovendo nella parte orientale d’Europa tra Ucraina e Russia, ma che potrebbero avvenire in tante altre parti.

   L’individuazione geografica di MACROREGIONI EUROPEE, di CITTA’ STATO….cose che di fatto già esistono (economicamente, culturalmente…), potrebbero sopperire alla fatiscenza malinconica degli stati nazionali. E tutto assumerebbe un aspetto interessante; una nuova prospettiva di vita comunitaria per ciascuno nel proprio territorio. Un virtuoso “ripensarsi”. (s.m.)

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ECCO COME CAMBIERÀ IL REGNO CHE RESTA UNITO

di Gennaro Malgieri, 19/9/2014, da www.formiche.net/

   Il Regno resta unito. La paura a Londra è svanita dopo i primi exit poll. Gli inglesi sono andati a letto un po’ più sollevati rispetto a quando si erano alzati. Poi, nella tarda notte, la sconfitta dei secessionisti è stata confermata dai dati reali. La bufera è passata, ma ha lasciato segni evidenti.

   Se gli unionisti cantano vittoria, gli indipendentisti sanno che da oggi il rapporto con il governo di Sua Maestà Britannica deve necessariamente cambiare. Insomma, se, come abbiamo sempre immaginato, il “distacco” aveva sì ragioni emotive, razionalmente si alimentava di pretese che gli scozzesi non avrebbero mai potuto ottenere trattando, come hanno fatto, per decenni.

   Dovevano usare le maniere forti. Ed ora Cameron e chi gli succederà a Downing Street dovrà onorare la cambiale che Alex Salmond metterà immediatamente all’incasso: maggiori poteri alla Scozia sempre meno integrata nel Regno Unito, ampliamento della devoluzione, riconoscimento di istanze economiche che impoveriranno il Paese e consentiranno allo “Stato” riottoso delle Highland di condizionare più o meno tutte le scelte strategiche che si affolleranno sul tavolo della politica britannica, a cominciare da quelle concernenti l’energia.

   Naturalmente l’insuccesso degli indipendentisti non verrà valutato come tale alla luce dei risultati ottenuti da chi ha promosso il referendum: le parole di Salmond sono state eloquenti al riguardo e naturalmente contrastano con le interpretazioni che ne danno gli unionisti, soprattutto nella capitale.

   Questi ultimo, comunque, potranno godere dello scampato pericolo e la monarchia gloriarsi di aver mantenuto integro un regno che rischiava di scaldarsi dopo 307 anni. L’anima di Maria Stuarda, insomma, riposi in pace e quella di Elisabetta I che la ridusse all’impotenza venga esaltata nella memoria di tutti coloro che nell’unità britannica hanno visto il fondamento di una potenza che negli ultimi tre secoli ha dispiegato il proprio ruolo con grande successo anche se la storia le ha sottratto l’Impero, ma non l’influenza su quei domini dei quali la Gran Bretagna (a differenza di altri Paesi, a cominciare dall’Italia) non si mai vergognata e mai si è pertanto sentita in dovere di chiedere scusa ai popoli sottomessi e non sempre dignitosamente governati.

   Alla Scozia, ovviamente, l’Inghilterra non ha mai riservato un trattamento “coloniale”. Era e resta uno dei tasselli della Corona anche se lo spirito del popolo è per sua natura ribelle ed ogni tanto deve farsi sentire. Nell’ultima occasione, quando il traguardo sembrava alla portata, la ragione ha prevalso sul sentimento e la maggioranza, per quanto esigua, degli scozzesi ha compreso che di uno staterello, sia pure abbastanza ricco e prospero, non avrebbero saputo che farsene nel quadro di un ordine mondiale che tende alle grandi aggregazioni non tanto per convinzione, quanto per necessità.

   Gli scozzesi che hanno scongiurato la separazione sono stati molto più saggi e avveduti dei conservatori, dei laburisti, dei liberal-democratici che hanno compreso la portata della posta in gioco soltanto nelle ultime settimane ed hanno, di conseguenza, cercato di correre ai ripari nell’unico modo dato ai demagoghi quando s’improvvisano statisti: promettendo perfino l’impossibile che adesso, a meno di non scatenare risentimenti difficilmente controllabili, sono costretti a mantenere.

   Si può dire che gli indipendentisti hanno, comunque, vinto parzialmente e devono accontentarsi (anche l’Unione europea dovrà prendere atto). Ma il movimento che hanno innescato in tutta Europa difficilmente si arresterà di fronte all’esito parzialmente insoddisfacente della consultazione. Sullo sfondo della disgregazione continentale e degli Stati nazionali non c’è soltanto la Catalogna… (Gennaro Malgieri)

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SCOZIA, CATALOGNA E GLI ALTRI

IL BINOCOLO ROVESCIATO

di Massimo Nava, da “il Corriere della Sera” del 13/9/2014

– Ovunque, il diritto dei popoli all’autodeterminazione suscita attese, speranze, valutazioni di possibili tornaconti –

   Sarà per il simpatico folklore del kilt o per la flemma britannica o per la sacralità del voto democratico che il referendum in Scozia viene percepito dall’Europa come se lo si osservasse con un binocolo rovesciato: si guarda il particolare scozzese e si trascura lo scenario più ampio, che meriterebbe il grandangolo, essendo pieno di rischi e potenziali tragedie. Già non mancano le avvisaglie. Sfilano per l’indipendenza due milioni di catalani. Sono sempre d’attualità le tensioni fra valloni e fiamminghi in Belgio e sono latenti quelle dei Paesi Baschi.

   Ovunque, il diritto dei popoli all’autodeterminazione suscita attese, speranze, valutazioni di possibili tornaconti: cambia il modo di esaltarlo, rispettarlo o reprimerlo. Con le bombe della Nato, come in Kosovo; con un atto di forza, come in Crimea; con la guerra civile, come in Ucraina. E non si sa come questo diritto potrebbe esaltarsi – dopo la Scozia – fra le tante minoranze dell’Unione europea e dei Paesi dell’Est. Senza voler considerare, per inciso, che la crisi irachena ha legittimato il nazionalismo curdo. Comunque lo si valuti, il diritto dei popoli non è eticamente negoziabile e non può essere rispettato a geometria variabile, come se avesse legittimità a Londra, ma non a Mosca o a Belgrado o a Pechino.    Ogni situazione fa storia a sé e le aspirazioni indipendentiste non vanno confuse con le spinte populiste e antieuropee che attraversano l’Europa, dalla Francia all’Olanda, o con il proliferare di movimenti xenofobi.

Ma c’è un denominatore comune, che è causa dello scenario generale: la diminuita legittimità degli Stati nazionali, la crisi del sistema di rappresentanza democratica, lo scarso riconoscimento dell’Europa come soggetto politico sovranazionale. Di conseguenza, prende corpo la dimensione della piccola patria, quasi come bene rifugio rispetto a politiche continentali lontane, incomprensibili, non rispondenti alle attese dei cittadini.

   Certamente, il Fronte nazionale di Marine Le Pen – primo partito in Francia – come molti movimenti populisti non condivide nulla con la genesi e la storia gloriosa dell’indipendentismo scozzese, ma la divisione della Gran Bretagna non resterebbe senza conseguenze per l’Unione europea e per quanti pensano di uscirne.

   Basti considerare la legittimità e il probabile risultato antieuropeo del referendum sull’adesione di Londra. Ci si può cullare nella convinta potenzialità di una «Scozia europeista», ma è facile immaginare il veto della Spagna, del Belgio, della Grecia per il timore di ripercussioni in casa propria.

   Se ci attendono effetto domino e una sorta di disgregazione del Vecchio Continente, stupiscono il distacco e il silenzio dell’Europa, quasi si trattasse di ingerenza negli affari interni della Gran Bretagna e non di questione di politica estera dell’Unione nel senso più alto. Problemi più gravi, come la crisi ucraina o l’instabilità in Medio Oriente, non giustificano la sottovalutazione di un futuro ravvicinato.

   Stupiscono i silenzi, ma in parte si spiegano con altre emergenze nelle maggiori capitali. Londra non può che rispettare il risultato, sperando che il carisma della Regina compia il miracolo. Parigi sta toccando il fondo di una crisi economica e politica che rischia di diventare anche istituzionale e che riduce peso specifico e margini d’iniziativa. Berlino resta chiusa nella miopia dei dati contabili, come se le politiche finanziarie di questi anni non fossero causa dei sentimenti antieuropei.    Così, il 18 settembre la contagiosa allegria dei variopinti kilt potrebbe svelare il colore fosco della «balcanizzazione». Comunque vada, nessun divorzio è indolore. (Massimo Nava)

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IL REFERENDUM SULL’INDIPENDENZA SCOZZESE E NOI EUROPEI

di Francesca Lacaita, da Linkiesta.it del 24/07/2013 (www.linkiesta.it/ ) (Francesca Lacaita é Italian Government Lector alla University of St Andrews)

   Il 18 settembre 2014 gli scozzesi andranno a votare sull’indipendenza della Scozia, in un referendum voluto dal first minister Alex Salmond, leader dello Scottish National Party (SNP), a seguito della vittoria alle elezioni del 2011, in cui il suo partito ha conquistato al Parlamento scozzese 69 seggi su 129.

   La questione ora attraversa il panorama politico nazionale, con la formazione di due coalizioni contrapposte: da una parte Yes Scotland, che comprende oltre all’SNP (ideologicamente paragonabile al PD italiano) i Verdi scozzesi e lo Scottish Socialist Party (sinistra anticapitalista); dall’altra Better Together, con laburisti, liberaldemocratici e conservatori (non mancano però dissidenti, ad esempio nel Partito Laburista, riuniti nel gruppo Labour for Independence, e tra i liberaldemocratici). Vari gruppi della società civile (tra cui donne, imprenditori, artisti e scrittori) si sono pronunciati a favore dell’indipendenza, mentre i sindacati hanno scelto di non prendere posizione.DAL CORRIERE_IT DEL 11_9_2014

   Ci si sbaglierebbe però a pensare che la questione nazionale sia un tema particolarmente divisivo nella società scozzese. Il fatto che non lo sia dà a tutta la campagna referendaria una valenza nuova, peculiare, si direbbe “postnazionale”. Innanzitutto il voto all’SNP non significa necessariamente volontà di separazione dal resto del Regno Unito. L’SNP ha la maggioranza assoluta al Parlamento scozzese, tuttavia i sondaggi danno all’ipotesi indipendentista mediamente poco più del 30% (ma con un’alta percentuale di incerti, attorno al 20%).

   Inoltre nel discorso nazionale oggi prevalente l’idea di “indipendenza” rifugge da contrapposizioni antagonistiche, non esclude la permanenza di legami culturali o istituzionali con il Regno Unito, evita la retorica dell’“identità”, accoglie la pluralità culturale e non è ostile all’immigrazione (che infatti è assente come tema dal dibattito sul referendum). Le ragioni indipendentiste si basano invece perlopiù sul rifiuto di continuare a subire decisioni prese da governi eletti “altrove” (attualmente la Scozia manda a Westminster un solo deputato conservatore su 59, anche i liberaldemocratici sono in calo e la competizione principale avviene tra l’SNP e il Partito Laburista, quindi all’interno del centrosinistra) che hanno inciso pesantemente e negativamente sul tessuto sociale scozzese.

   Nelle parole della Dichiarazione di Yes Scotland, “è fondamentalmente meglio per noi tutti se le decisioni sul futuro della Scozia sono prese da coloro a cui sta più a cuore la Scozia, ossia la gente di Scozia”. Avere a cuore la Scozia significa inoltre in questa prospettiva difendere un’idea di comunità, inclusione ed equità sociale dall’assalto neoliberista che è stato particolarmente devastante in un’area economicamente più fragile rispetto ad altre zone del Regno Unito.

   Queste due tematiche – la democrazia e lo stato sociale (a cui possono aggiungersi altre, come l’auspicato sfratto dei missili nucleari Trident in caso della vittoria degli indipendentisti) – danno slancio alla campagna di Yes Scotland ben al di là del consenso effettivo all’indipendenza. Alla fine tuttavia si giungerà molto probabilmente a una rinegoziazione degli assetti esistenti, che sarà tanto più ampia quanto maggiore sarà il successo dei sì. In ogni caso, e su questo concordano anche molti “unionisti”, ci si lascerà indietro l’attuale forma di devolution e si profilerà qualcosa di nuovo.

   Naturalmente il problema di avere il governo per cui si è votato, di autodeterminarsi a fronte di processi di svuotamento della democrazia, di ripensare il concetto di comunità riconoscendo da un lato le pluralità interne e resistendo dall’altro alla riduzione dei cittadini in meri soggetti economici, di potenziare un modello sociale improntato a equità e giustizia, di interrogarsi sul senso della difesa militare oggi, nonché eventualmente di rinegoziare gli attuali assetti istituzionali non riguarda solo gli scozzesi.

   In maggiore o minore misura tocca tutte le società europee, e in particolare costituisce proprio il nodo delle questioni che urge affrontare a livello europeo se si vuole rilanciare l’“Europa” e il progetto eurofederalista su nuove, più solide basi. Sorprende piuttosto la pressoché totale assenza in Scozia di ogni richiamo alle implicazioni della dimensione europea nel dibattito sull’indipendenza, in un senso o nell’altro.

   Non che l’“Europa” in quanto tale non abbia alcuna rilevanza. Proprio l’euroscetticismo dei conservatori o dell’UKIP, incluso il referendum prospettato dal premier Cameron, diventa un argomento degli indipendentisti che sottolineano la lontananza dall’Europa che subirebbero ad opera del governo britannico o il rischio di trovarsi fuori dalla UE “contro la nostra volontà”.

   Tuttavia l’indeterminatezza con cui vengono generalmente dibattuti i vari aspetti dell’indipendenza (i negoziati avranno luogo dopo il referendum, ora si sollevano le problematiche e si pongono i desiderata) non può non riflettersi anche sulle questioni europee (mai comunque molto presenti nel discorso pubblico britannico), tanto più che i recenti sviluppi all’interno dell’UE non invitano a una discussione ragionata chi è invece impegnato a rinegoziare e riaffermare la propria sovranità.

   Ma far finta di niente e rimandare tutto a “dopo” non aiuta in primo luogo la Scozia, che rischia di trovarsi poi in contesti e situazioni a cui la sua opinione pubblica non è affatto preparata. Viceversa, gli scozzesi e gli altri europei non potrebbero che beneficiare da un confronto su questi temi, la sovranità (e i suoi limiti) in un mondo sempre più interdipendente, la democrazia, la comunità, la giustizia e la coesione sociale. Da tali questioni comunque non si scappa – tantomeno per costruire la federazione europea. (Francesca Lacaita)

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SCOZIA, L’INDIPENDENZA UN AFFARE DI PORTAFOGLIO MA SOPRATTUTTO DI CUORE

da il Gazzettino del 4/9/2014

   E se giovedì 18, nel referendum scozzese sull’indipendenza vincessero i sì? I sondaggi hanno registrato soprattutto nelle ultime settimane una lenta ma costante erosione della maggioranza unionista fra gli elettori delle terre a nord del VALLO DI ADRIANO, il LIMES che segnava il confine storico fra la BRITANNIA romana e l’antica CALEDONIA. E nel governo di Londra è cresciuta di conseguenza la preoccupazione.

   Il premier David CAMERON si è speso molto per porre all’attenzione dei britannici, e degli scozzesi in particolare, gli svantaggi dell’indipendenza sotto il profilo economico. A proposito del greggio e del gas del Mare del Nord che in caso di secessione scozzese andrebbe spartito, non è chiaro come, col nuovo Stato, ci si comporterà. Cameron ha affermato che le riserve energetiche saranno gestite molto meglio da un Paese con le spalle larghe come il Regno Unito «una delle dieci maggiori economie mondiali, in grado di assicurare sgravi, investimenti per 100 milioni di sterline (166 milioni di euro) e una gestione a lungo termine» del settore. Ha aggiunto che la prevedibile estrazione di 3-4 miliardi di barili all’anno potrà fruttare al Regno Unito ben 200 miliardi di sterline nel prossimo ventennio.

   Alex SALMOND, primo ministro scozzese e leader separatista – uscito vittorioso dai due dibattiti televisivi pre-referendum, che hanno molto contribuito a ridurre il vantaggio unionista in termini di consensi – ha replicato mettendo in piazza le pecche della gestione britannica. «Il controllo scozzese sulle riserve del Mare del Nord assicurerà un’amministrazione a lungo termine più stabile di quella inglese che negli ultimi 17 anni ha alternato ben 14 ministri del petrolio e cambiato le regole fiscali del settore sedici volte in un decennio».

   LA SFIDA SUI PRO E I CONTRO ECONOMICI è stata senza esclusione di colpi: dall’uscita della Scozia dal sistema-sterlina e dalla Bbc minacciata dallo stesso governo Cameron, all’eventualità che resti fuori anche dell’Ue (e dell’euro) a causa del probabile veto britannico sull’adesione scozzese.

   A questo proposito mentre la Commissione europea a Bruxelles ha in sostanza avallato questo scenario, gli irredentisti scozzesi hanno replicato affermando che la Scozia non dovrà chiedere di entrare in Europa perché già ne fa parte.

   Ma nel rettilineo finale prima del traguardo referendario un peso non indifferente sugli indecisi lo hanno i fattori sentimentali ed emotivi: addio al glorioso UNION JACK, storica bandiera britannica issata nei cinque continenti all’epoca delle esplorazioni e delle colonie; addio alla regina e all’istituto monarchico, molto popolari anche in Scozia; appelli a «salvare l’Unione» di artisti famosi come PAUL MCCARTNEY e DAVID BOWIE, contrapposti ai repubblicani irredentisti duri e puri come lo scozzese SEAN CONNERY.

   Difficile calcolare quanto e come agiranno le ALCHIMIE DEI SENTIMENTI e degli INTERESSI, delle ataviche RIVALITÀ ma anche delle secolari condivisioni dei comuni destini prima durante e dopo l’impero.

   Se lo strappo dovesse avvenire sarebbe non solo fragoroso ma anche scivoloso per il resto dell’Europa. Rafforzerebbe le spinte indipendentiste a partire dalla Catalogna e dal Paese basco, in un processo di regionalizzazione di cui si può intuire il punto di partenza ma non certo l’esito finale.

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vallo-di-adriano

Il VALLO DI ADRIANO (in latino: Vallum Hadriani) era una FORTIFICAZIONE IN PIETRA, fatta costruire dall’imperatore romano ADRIANO nella prima metà del II SECOLO D.C., che segnava il confine tra la provincia romana occupata della BRITANNIA e la CALEDONIA (ovvero L’ATTUALE SCOZIA). Questa fortificazione divideva l’isola in due parti.

   Il vallo di Adriano faceva parte del LIMES ROMANO e venne costruito per prevenire le incursioni delle tribù dei Pitti che calavano da nord. Il nome viene ancor oggi talvolta usato come eufemismo per indicare il CONFINE TRA SCOZIA E INGHILTERRA, anche se IL MURO NON SEGUIVA IL CONFINE ATTUALE.

   Il muro rappresentò il confine più settentrionale dell’Impero Romano in Britannia per gran parte del periodo di dominio romano su queste terre; era inoltre il confine più pesantemente fortificato dell’intero impero. Oltre al suo impiego come fortificazione militare, si ritiene che le PORTE DI ACCESSO ATTRAVERSO IL VALLO siano servite come DOGANE per permettere la tassazione delle merci.

   UNA SIGNIFICATIVA PORZIONE DEL VALLO È ANCORA ESISTENTE, in particolare la parte centrale, e per gran parte della sua lunghezza il percorso del muro può essere seguito a piedi. Esso costituisce la principale ATTRAZIONE TURISTICA dell’Inghilterra settentrionale, dove è noto semplicemente come ROMAN WALL (muraglia romana). Il Vallo di Adriano è diventato PATRIMONIO DELL’UMANITÀ dell’UNESCO nel 1987. (da Wikipedia)

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REGINA, PETROLIO E PASSAPORTI: COSA ACCADRÀ ALLA SCOZIA SOVRANA

di Michele Farina, da “il Corriere della Sera” del 11/9/2014

– GUIDA PRATICA per affrontare il giorno dopo la secessione –

   Se vince il sì, dopo 307 anni la Gran Bretagna cessa di esistere. Ecco cosa dovrebbe accadere alla nuova Scozia.

1 Quando sarà proclamata l’indipendenza?

La data prevista: marzo 2016. Dopo due mesi si terranno le prime elezioni.

2 Quale sarà la moneta del nuovo Stato?

Ci terremo la sterlina, dicono gli indipendentisti. Impossibile, ribattono gli unionisti. Anche la Banca d’Inghilterra si è schierata: «Unione monetaria incompatibile con la sovranità». Usare la sterlina senza una propria unione monetaria vorrebbe dire non avere un prestatore di ultima istanza a cui votarsi in caso di gravi crisi. Altre due opzioni: battere nuova moneta, adottare l’euro. In entrambi i casi, tempi lunghi e costosi.

3 Sarà il 29° Paese dell’Unione Europea?

Sì, ma ci vorrà molto più tempo dei 18 mesi previsti dagli indipendentisti. Secondo Bruxelles almeno 5 anni: la nuova Scozia dovrà richiedere l’ammissione, per cui serve l’ok di tutti i Paesi membri. Alcuni, alle prese con la febbre separatista come Spagna e Belgio, potrebbero puntare i piedi.

4 Elisabetta ancora regina?

Sì, almeno fino a un successivo referendum costituzionale su monarchia o repubblica. Elisabetta II sarà la terza Regina di Scozia della storia. Prima di lei Maria Stuarda, decapitata per ordine di Elisabetta I.

5 Come sarà regolata la questione passaporti e confini?

Gli scozzesi potranno tenere il vecchio passaporto (fino a scadenza) o passare subito a quello scozzese.

6 Servirà il passaporto per attraversare i nuovi confini?

Questione dibattuta. Gli indipendentisti pensano a frontiere «invisibili» come quelle tra Repubblica d’Irlanda e Regno Unito. Ma se, come pare, Edimburgo adotterà politiche più aperte sull’immigrazione, Londra potrebbe imporre controlli alla frontiera. Per evitare che i migranti che vogliono entrare in Inghilterra usino la Scozia come ponte.

7 Dove andranno i sottomarini nucleari?

La Scozia non li vuole alla base di Faslane, così Londra dovrà scegliere: spostare i 4 sottomarini in un porto inglese o ricollocarli in basi comuni a Francia e Usa. Per spostare tutto l’arsenale ci vorranno un decennio e miliardi di euro.

8 A chi andrà il petrolio?

I confini di pertinenza saranno tracciati con i principi usati per la pesca: la Scozia dovrebbe avere il 91% dei proventi. Le stime su riserve e nuovi giacimenti variano (in base alla convenienza politica).

9 Come si dividerà il debito pubblico?

Quei mille e trecento miliardi di sterline (il 75% del pil) si dovrebbero dividere in base alla popolazione: la Scozia, che ha l’8% degli abitanti (il 9% del pil), si accollerebbe 108 miliardi di sterline (135 miliardi di euro).

10 La Scozia declasserà il Regno Unito all’Onu?

Questione intricata. Londra manterrebbe il seggio permanente al Consiglio di Sicurezza solo se i governanti scozzesi non dichiareranno che i due Paesi sono due nuovi Stati. Sembra un cavillo, ma potrebbe rivelarsi un’arma di scambio nelle mani di Edimburgo per strappare concessioni da Londra per esempio sulla moneta. Paesi come Brasile e India sono pronti ad approfittare delle debolezze British.

11 Medaglieri divisi alle Olimpiadi?

Per gli sport di squadra come calcio e rugby l’indipendenza è già realtà. La fuga della Scozia dalla squadra GB si noterà alle prossime Olimpiadi (in tempo per Rio 2016): a quelle di Londra gli atleti scozzesi (il 10% del totale) hanno portato il 20% delle medaglie. Addio Andy Murray: l’Inghilterra, come nota il quotidiano The Guardian , dovrà cercarsi un altro campione del tennis in grado di vincere Wimbledon. (Michele Farina)

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In attesa del referendum del 18 settembre

DIECI CAMBIAMENTI STORICI CHE IL REGNO UNITO AFFRONTERÀ SE LA SCOZIA DIVENTA INDIPENDENTE

di Veronica Fernandes, da RaiNews del 11/9/2014

– Il Paese della Regina rischia di non chiamarsi più Gran Bretagna. E anche lei stessa potrebbe modificare il titolo. L’economia trema: a rischio posti di lavoro –

   Il 18 settembre la Scozia voterà per l’indipendenza. Se prevarrà il sì, ecco dieci cambiamenti epocali che avverranno in quel che resterà del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord.

1 La Gran Bretagna cambierà nome dopo 300 anni

Dal 1707, con l’Atto di Unione, il termine Gran Bretagna comprende il territorio di Inghilterra e Scozia. Se quest’ultima diventerà indipendente, l’intero Paese dovrà cambiare nome.

2 La regina cambierà titolo

Se non ci sarà più il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord anche Elisabetta II sarà costretta a modificare il titolo di sovrana che detiene dal 1952.

3 David Cameron potrebbe dimettersi

La secessione scozzese potrebbe causare un terremoto politico. L’attuale premier britannico potrebbe essere costretto a lasciare il posto. Si parla già, come possibile successore, di Boris Johnson, attuale sindaco di Londra.

4 Sotto i piedi ci sarà il 30% di terra in meno

Senza la Scozia la Regina sarà sovrana di uno stato del 32% più piccolo.

5 Quanti abitanti in meno?

L’8% della popolazione non sarebbe più cittadino britannico. Ma ad “andarsene”, oltre alle persone fisiche, saranno anche molte aziende, per continuare a gravitare intorno alla City e alla Bank of England.

6 Economia: -10% (e tanta paura per il whiskey)

Ad oggi la Scozia vale 150 miliardi dell’economia britannica. La “ri-localizzazione” a Londra di aziende, servizi pubblici e finanziari – che alla neonata Scozia potrebbe costare cara in termini di posti di lavoro – svaluterebbe l’economia della Regno Unito almeno del 10%. E gli stipendi potrebbero scendere di una quota tra il 5 e il 10%. Gli indipendentisti stimano invece che i loro aumenterebbero. I produttori di whiskey temono una contrazione dell’export.

7 Il nodo del petrolio

Alla Scozia resterebbero la maggioranza dei pozzi del Mare del Nord, con gravi danni per la bilancia commerciale del Regno Unito – che fino ad ora è sostenuta dall’export dell’oro nero: il deficit del PIL crescerebbe del 2-3%.  La Scozia stima di mantenersi con il petrolio: 57 miliardi di sterline di entrate fiscali fino al 2018.

8 Meno tasse nelle casse del Regno

Le stime parlano di un calo degli introiti dell’8,2%. La Scozia dovrebbe però prendersi la sua quota del debito britannico: 143 miliardi di sterline (su 1700) anche se i nazionalisti si oppongono.

9 Braccio di ferro sulla sterlina

La Scozia vorrebbe mantenere la sterlina. Ma il governatore della Bank of England è stato chiaro: “è incompatibile con la sovranità”. Per entrare eventualmente nell’euro la Scozia dovrebbe ottenere il sì di tutti i 28.

10 Addio Labour?

Senza il suo storico e solido bacino elettorale, il partito guidato da Ed Miliband potrebbe parcheggiarsi a lungo all’opposizione. (Veronica Fernandes)

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IL 18 SETTEMBRE IL REFERENDUM SULLA SCOZIA

8/9/2014, da IL POST http://www.ilpost.it/

   Con il referendum che si svolgerà in Scozia per decidere l’indipendenza politica dal Regno Unito, viene al nodo una questione complicata e importante, che potrebbe avere grandi conseguenze politiche ed economiche; e che potrebbe portare a richieste simili non solo da parte delle altre nazioni costitutive del Regno Unito (Galles e Irlanda del Nord) ma anche nel resto dell’Europa. Quella che segue è una breve guida, per capirci qualche cosa.

Cose pratiche Il referendum si svolgerà il prossimo 18 settembre. Il quesito a cui gli elettori e le elettrici risponderanno sarà:

“SIETE D’ACCORDO CHE LA SCOZIA DIVENTI UNA NAZIONE INDIPENDENTE?”

Il governo scozzese locale, promotore del referendum, aveva insistito per dare ai cittadini la possibilità di scegliere una forma di autonomia radicale ma senza la completa indipendenza, un’ipotesi che avrebbe attratto molti elettori; il Regno Unito era contrario e ha permesso solo un referendum secco sull’indipendenza.

   Se alla fine dovessero vincere i “sì”, la Scozia diventerebbe indipendente dal Regno Unito il 24 marzo del 2016 ma manterrebbe la regina Elisabetta come capo di Stato.

   L’età minima di partecipazione è stata abbassata a 16 anni (normalmente è 18 per le altre elezioni). Oltre agli scozzesi, possono votare tra i residenti in Scozia anche i cittadini britannici, i cittadini dei paesi del Commonwealth (l’associazione delle ex colonie britanniche) con diritto di permanenza nel Regno Unito e i cittadini dell’Unione Europea.

Gli ultimi sondaggi Lo scorso fine settimana è stato pubblicato un sondaggio condotto dall’istituto YouGov per il giornale britannico Sunday Times, secondo cui per la prima volta in Scozia i favorevoli all’indipendenza sarebbero in vantaggio e avrebbero raggiunto e superato di un punto la maggioranza degli elettori: il 51 per cento degli scozzesi voterebbe sì, mentre voterebbe no soltanto il 49 per cento. Altri sondaggi, come quello di Panelbase, danno ancora i “no” in vantaggio, anche se per pochi punti percentuali. Quello che è significativo è che il fronte dei “sì”, nelle ultime settimane, sembra aver acquisito parecchi punti: alla fine di agosto erano ancora il 39 per cento, a dodici punti di distanza dai “no”.

Reazioni al sondaggio Dopo la pubblicazione del sondaggio il valore della sterlina è sceso ai livelli più bassi degli ultimi dieci mesi. Secondo diversi analisti il calo potrebbe peggiorare ancora in caso di una vittoria dei sì. Il Telegraph ha pubblicato di recente in prima pagina un articolo intitolato: «Sì, il voto potrebbe portare al crollo della sterlina». Il Financial Times ha intervistato l’Amministratore Delegato dei Lloyd’s di Londra, John Nelson, che ha detto come «sia nell’interesse di tutta la popolazione scozzese e di tutta la popolazione britannica che l’unione venga mantenuta».

   Ci sono insomma molti aspetti ancora incerti che riguardano l’ipotetica indipendenza della Scozia (e che sono stati i principali argomenti della campagna referendaria a favore dei “no”): ci sarebbero aumenti sostanziali nei costi di gestione del welfare, dell’energie e di ogni altro settore? La Scozia aderirà alla NATO e all’Unione Europea? Quale sarà la moneta scozzese? Come verrà ripartito il debito pubblico? E il petrolio del Mare del Nord i cui investimenti, finora, sono stati fatti principalmente dal governo britannico?

   Nel frattempo, dopo gli ultimi sondaggi, il cancelliere dello scacchiere britannico George Osbourne (cioè il ministro delle Finanze) ha reagito promettendo nuovamente alla Scozia una maggiore autonomia in materia fiscale, di spesa pubblica e welfare in caso di voto contrario all’indipendenza. Non ci sono però notizie più precise su queste concessioni e resta da vedere se si tratta di proposte nuove rispetto a quelle già sottoscritte all’inizio di agosto dai tre principali leader dei partiti britannici (David Cameron, primo ministro del Regno Unito, Ed Miliband, laburista, e Nick Clegg, vice primo ministro esponente del partito liberal democratico).

   Per recuperare voti il fronte del “no”, la cui campagna elettorale si chiama “Better together” (“meglio insieme”) ed è condotta dal laburista e membro della Camera dei Comuni Alistair Darling, sta puntando sul fatto che anche in caso di voto contrario all’indipendenza gli scozzesi non rimarranno nell’attuale situazione, ma otterranno una maggiore autonomia senza dover affrontare i rischi però di un’indipendenza totale.

Perché? Le richieste di un’indipendenza politica della Scozia dal Regno Unito arrivano da lontano: lo Scottish National Party (SNP), il maggior partito che la chiede, fu fondato nel 1934 e per larga parte della storia recente scozzese ha esteso il suo consenso elettorale sottraendolo alle emanazioni locali dei due maggiori partiti britannici. Nel 1979 l’SNP riuscì ad organizzare un referendum per la formazione di un parlamento scozzese, ma non raggiunse il quorum (avrebbe dovuto votare per il sì almeno il 40 per cento dell’elettorato, ma l’affluenza fu piuttosto bassa).

(La storia dell’indipendentismo scozzese)

   Fu un secondo referendum sul tema tenuto nel 1997 a portare alla formazione di un parlamento locale scozzese, la cui prima seduta si tenne il 12 maggio del 1999. Negli ultimi anni, anche grazie alla vittoria elettorale dell’SNP alle elezioni politiche del 2011, si è posta con maggiore insistenza la questione di un’indipendenza completa dal Regno Unito: nell’ottobre del 2012 il primo ministro inglese David Cameron e quello scozzese Alex Salmond – che è anche l’attuale capo dell’SNP, che complessivamente si trova su posizioni più vicine a quelle dei Labour che dei Conservatori – si accordarono per un referendum sull’indipendenza da tenere nell’autunno del 2014. Cameron, che teme che una vittoria del sì possa avere notevoli conseguenze politiche sul proprio governo – oltre che sul Regno Unito in generale – sta facendo un’intensa campagna.

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LA SCOZIA TRA EDIMBURGO E GLASGOW

10/92014, da IL POST (http://www.ilpost.it/ )

– Secondo i sondaggi le due più grandi città scozzesi la pensano in modo diverso sull’indipendenza –

   Il primo ministro conservatore del Regno Unito David CAMERON, il laburista Ed MILIBAND, il vice primo ministro e capo del partito liberal democratico Nick CLEGG si trovano oggi in SCOZIA per difendere la campagna a favore della permanenza della Scozia nel Regno Unito che si voterà in un referendum il prossimo 18 settembre: «Il nostro messaggio al popolo scozzese è semplice: vogliamo che restiate», hanno detto. (…..)

   Che Cameron si recasse in Scozia non era previsto fino alla settimana prossima, ma la decisione è stata presa dopo che lo scorso fine settimana è stato pubblicato un sondaggio secondo cui per la prima volta i favorevoli all’indipendenza sarebbero in vantaggio e avrebbero raggiunto e superato di un punto la maggioranza degli elettori: il 51 per cento degli scozzesi voterebbe sì, mentre voterebbe no soltanto il 49 per cento. Altri sondaggi, come quello di Panelbase, danno ancora i “no” in vantaggio anche se per pochi punti percentuali. Quello che è significativo è che il fronte dei “sì” nelle ultime settimane sembra aver recuperato parecchio: alla fine di agosto erano ancora il 39 per cento, a 12 punti di distanza dai “no”.

   Cameron e Miliband hanno concordato – per questioni di opportunità politica – di non apparire insieme. Cameron ha deciso di parlare a EDIMBURGO e Miliband a GLASGOW, due città che potrebbero decidere l’esito del prossimo referendum e che hanno mostrato intenzioni di voto completamente diverse: per questi stessi motivi il Guardian si chiede se la scelta da parte dei due leader sia casuale e conclude che entrambi avranno comunque delle difficoltà.

   EDIMBURGO è la CAPITALE DELLA SCOZIA, è la sede del Parlamento scozzese ed è storicamente considerata una città borghese. Qui le intenzioni di voto, secondo i dati Ipsos MORI citati dal Guardian, mostrano che NELLA CAPITALE PREVALGONO GLI ANTI-INDIPENDENTISTI: Cameron potrebbe in questo senso essere facilitato per la sua campagna a favore del no, ma rappresenta comunque un esponente conservatore e dunque poco gradito: la Scozia è infatti da sempre considerata una roccaforte del partito laburista. Questo è vero soprattutto per quanto riguarda GLASGOW, che è LA PIÙ GRANDE CITTÀ DELLA SCOZIA, la più densamente popolata e la terza più grande del Regno Unito. Secondo i dati Ipsos, GLASGOW PROPENDE DECISAMENTE A FAVORE DELL’INDIPENDENZA.

   Nel frattempo è arrivata una notizia favorevole al fronte dei no e che potrebbe influenzare notevolmente l’esito del voto: una delle questioni più discusse dell’ipotesi di un’indipendenza riguarda infatti la MONETA. La Banca d’Inghilterra ha fatto sapere che la proposta scozzese di continuare a usare la sterlina sarebbe «incompatibile con la sovranità». L’unione monetaria richiederebbe infatti complessi accordi di frontiera sulla tassazione, sulla spesa e sulle regole bancarie, «tutte cose che al momento non sono attuabili».

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 LE RAGIONI DEL NO

LE CONSEGUENZE DELL’INDIPENDENZA SCOZZESE

di Bernard Guetta, da INTERNAZIONALE, 10/9/2014

(Bernard Guetta è un giornalista francese esperto di politica internazionale. Ha una rubrica quotidiana su Radio France Inter e collabora con Libération)

   Non è ancora detto che il sì trionferà. Nelle ultime due settimane il fronte del no ha perso terreno in modo clamoroso, ma non per questo il 18 settembre la Scozia si pronuncerà inevitabilmente a favore dell’indipendenza. Resta però il fatto che lo slancio della campagna per il sì è talmente forte che tutte le capitali stanno valutando le conseguenze di una sua vittoria.

   Il Regno Unito è uno dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, e lo resterebbe anche senza la Scozia. Nessuno potrebbe strappare a Londra il suo seggio, ma è difficile che possa conservarlo a lungo se non sarà più ciò che è oggi e non essendo più ciò che era dopo la fine della guerra, ovvero una delle potenze vincitrici il cui vasto impero non era ancora svanito.

   Prima o poi Londra si ritroverebbe priva del suo posto all’interno del Consiglio, e di conseguenza bisognerebbe affrontare il problema della riorganizzazione dell’Onu, una questione talmente destabilizzante che finora nessuno ha osato sollevarla.

   Se sulla scena internazionale le conseguenze dell’ipotetica indipendenza della Scozia sarebbero enormi, lo stesso si può dire per i futuri rapporti tra Edimburgo e Londra. Dopo la secessione bisognerebbe infatti dividere (su quali basi?) i debiti e i beni, oltre a decidere se mantenere o no la sterlina come valuta nazionale. Ci vorrebbe del tempo e un esercito di giuristi, economisti e avvocati. In ogni caso, è sulla scena politica britannica ed europea che il “sì” avrebbe gli effetti più colossali.

   Senza la Scozia e il suo elettorato di sinistra, il Regno Unito resterebbe a lungo ancorato alla destra. Senza la Scozia e il suo attaccamento all’Europa, un referendum britannico sull’uscita dall’Unione sarebbe quasi certamente vinto dagli euroscettici. Tanto meglio, diranno quelli che sono stanchi di vedere Londra bloccare ogni proposta di avanzamento dell’Unione europea. Ma l’uscita del Regno Unito potrebbe provocarne altre, in un momento in cui l’Europa unita non è certo al massimo della popolarità.

   Per l’Unione europea, l’indipendenza della Scozia sarebbe un sisma di rara violenza, a breve, medio e lungo termine.

   Senza solide basi giuridiche a cui appoggiarsi, Bruxelles dovrebbe decidere se chiedere alla Scozia di avviare una procedura di adesione o se considerarla già parte dell’Europa unita in quanto nazione costituente del Regno Unito.

   Il problema è che in Belgio, Spagna, Italia e altrove il caso della Scozia potrebbe incoraggiare altre secessioni. Inoltre l’Unione europea dovrebbe adattarsi ai cambiamenti dei rapporti di forza al suo interno, perché lo schieramento liberale sarebbe inevitabilmente indebolito.

   I federalisti europei sarebbero rafforzati, ma lo stesso varrebbe per il neutralismo di molti europei, perché, insieme alla Francia, il Regno Unito è l’unico paese dell’Unione europea ad avere una visione globale del mondo e un vero esercito. (Bernard Guetta, traduzione di Andrea Sparacino)

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LE RAGIONI DEL SI

GORDON MACINTYRE-KEMP: 200 IMPRENDITORI SCOZZESI DICHIARANO LA LORO ADESIONE AL SI

[da www.businessfoScotland.co.uk del 28 agosto 2014]

   Si riporta in seguito la lettera aperta firmata da circa duecento imprenditori scozzesi che vedono nell’indipendenza l’opportunità per un futuro migliore. La lettera è in risposta ad un’altra firmata da circa centotrenta imprenditori britannici  per mettere in guardia sui rischi dell’indipendenza dal punto di vista economico.

   «Siamo imprenditori scozzesi di differente natura e sparsi in tutto il mondo. Crediamo che l’indipendenza sia nel pieno interesse dell’economia della Scozia e del suo popolo.

   Una Scozia indipendente riconoscerebbe le sue imprese, piccole o grandi che siano, come fonte di salute e di lavoro per il futuro economico della nazione. Avvierebbe un processo in cui l’innovazione, la ricerca e l’imprenditorialità sono sempre incoraggiate. L’indipendenza farà passare il potere nelle mani del popolo scozzese, che potrà canalizzare le enormi risorse del paese nell’interesse dei suoi abitanti.

   Avremmo il potere di valorizzare i punti di forza della nostra economia e di poter affrontare un mondo sempre più competitivo. Ci saranno sempre più opportunità per i nostri giovani di talento e determinati per restare in Scozia e trovare il meritato successo.

   Pensiamo che Westminster non abbia mai prestato sufficiente attenzione agli interessi economici della Scozia. Le incursioni fiscali sull’industria petrolifera e sui fondi pensione da parte sia dei laburisti che dei conservatori sono dei chiari esempi di come la politica britannica si concentri solo sul breve termine senza pensare agli effetti di lungo termine. L’economia scozzese è spesso trattata come una vacca da mungere piuttosto che una parte strategicamente importante di una società più prosperosa e giusta.

   La reale minaccia per la Scozia è l’uscita del Regno Unito dal mercato unico europeo. La Scozia ha bisogno di aprirsi al mondo e di cogliere le opportunità che esso offre. Votare Sì rappresenta un’opportunità per chi fa impresa o cerca lavoro per questa generazione e quelle future.» (tratto da http://www.inchiestaonline.it/ )

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INDIPENDENZA SI O NO? LA SCOZIA POTREBBE TRASCINARE I MOVIMENTI SEPARATISTI EUROPEI

11/9/2014 (http://it.euronews.com/ , Affari europeithe network )

   Il referendum sull’indipendenza della Scozia del 18 Settembre potrebbe avere ampie ripercussioni sui movimenti separatisti europei come quelli nelle Fiandre, Bretagna, paesi Baschi, Tirolo e Transilvania.

   IAN HUDGHTON membro britannico del Parlamento Europeo e Presidente del Partito Nazionalista Scozzese sostiene che il referendum scozzese sia unico perché è stato concordato su base legale come attuale membro del Regno Unito. “Noi non siamo separatisti. Al contrario vogliamo aderire su basi positive all’Unione Europea e al resto della comunità internazionale. Penso che questo sarebbe un beneficio per l’Unione Europea così come per la Scozia” dice Hudghton.

   Intanto si parla di referendum in Catalogna nonostante il governo spagnolo abbia detto che sarebbe illegale. “Invece è legale perché si basa sulle norme del parlamento catalano. Se questo è legittimo e fa leggi valide, perché il referendum non dovrebbe esserlo?— sostiene JOSEP MARIA TERRICABRAS parlamentare europeo della Catalogna e Presidente della European Free Alliance — Il referendum non è legale per le leggi spagnole ma lo è secondo quelle catalane.”

   VIVIEN PERTUSOT, capo dell’ufficio di Bruxelles dell’IFRI (Istituto Francese per le Relazioni Internazionali) non pensa che il referendum in Scozia e il voto in Catalogna avranno molte ripercussioni in Francia giusto perché il sistema politico è molto diverso da quello del Regno Unito e dalla Spagna. “Abbiamo movimenti in Corsica, in Bretagna e nei Paesi Baschi ma allo stesso tempo il referendum scozzese da noi non avrà lo stesso impatto che forse susciterà in Catalogna” afferma Pertusot.

   Al di là dalle questioni emotive sull’indipendenza i timori sono che il voto scozzese potrebbe scuotere i mercati; che sono fluttuanti sostanzialmente “perché i partiti unionisti del Regno Unito hanno fatto la ridicola illazione che la Scozia non avrà diritto ad una equa quota di attivi e passività — dice Ian Hudghton — Hanno detto no, non potete usare la sterlina nonostante questa sia anche la nostra moneta. Penso che per quel che riguarda i mercati, l’incertezza possa essere attribuita alla posizione che hanno preso a Londra, ma credo che evaporerà con un voto democratico per il SI.”

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LE RAGIONI DEL NO

“CINQUANT’ANNI DI BENESSERE COSTRUITI INSIEME A LONDRA CAMBIARE SAREBBE UN ERRORE”

di GORDON BROWN, da “la Repubblica” del 8/9/2014 (Gordon Brown è stato primo ministro di Gran Bretagna, laburista, dal 2007 al maggio 2010)

   EPPURE ancora oggi, nell’epoca dei mercati globali e dei brand globali come Starbucks, McDonald’s, Twitter e Facebook, il nazionalismo non è scomparso. Anzi, rielaborando la vecchia idea secondo cui “piccolo è bello”, i movimenti secessionisti, dalla Scozia e la Catalogna alle Fiandre e la Lombardia, stanno impegnandosi a far rinascere piccoli Stati indipendenti dotati di maggiore adattabilità e omogeneità culturale, tanto da renderli — a loro avviso — esempi di successo economico e di giustizia sociale.

   Nell’arco di appena cinquant’anni, il Partito nazionale scozzese è balzato dalla totale irrilevanza — avendo ottenuto lo 0,5 per cento dei voti scozzesi nel 1955 — al centro del palcoscenico come governo di maggioranza nel Parlamento scozzese.

   A cambiare, nel frattempo, non è stato il “senso d’identità scozzese” della Scozia — infatti l’identità caratteristica del Paese è sempre stata un tratto costante della sua vita culturale e civica per tutto il tempo dell’Unione con l’Inghilterra, fin dal 1707.DA http___www.inchiestaonline_it_

   Benché la Scozia non sia mai diventata la “Gran Bretagna del Nord”, per tre secoli il patriottismo scozzese non ha sentito il bisogno di esprimersi in uno stato separato.

   La vera novità, invece, deriva dall’impatto del cambiamento globale. La Scozia è stata trasformata: prima era una delle officine del mondo, ora è un’economia dei servizi. A un certo punto i cantieri navali scozzesi producevano un quinto delle navi di tutto il mondo; e il settore manifatturiero e le miniere davano impiego a oltre il 40 per cento dei lavoratori scozzesi. Oggi questi due settori danno occupazione soltanto all’8 per cento dei lavoratori.

   La Scozia per cinquant’anni ha dovuto cercarsi nuove maestrie, impieghi e una nuova prosperità, tanto che dovrebbe prendersela con la globalizzazione, anziché l’Inghilterra. E tuttavia, proprio come accadde durante la Rivoluzione industriale quando nacquero movimenti nazionalisti per proteggere le proprie comunità da una crescita iniqua, gli europei tornano a mobilitarsi attorno a identità tradizionali, stavolta mossi dalle insicurezze della globalizzazione.

   Perciò gli scozzesi si chiedono cosa possa fare per loro la Gran Bretagna post- imperiale e in particolare dubitano che il Paese ora guidato dai conservatori — il quale a sua volta prepara un referendum sull’adesione alla Ue e prepara tagli alla sicurezza sociale — sia in grado di unire la Gran Bretagna intorno a un progetto comune per l’era globale.

   La Gran Bretagna non è mai stata unita dal fattore etnico. Siamo quattro nazioni in uno Stato. Sempre pragmatici, non abbiamo mai strillato ai quattro venti le idee che ci uniscono, come fanno in America (terra di opportunità e libertà) o in Francia ( liberté, égalité, fraternité ). Invece, la Gran Bretagna ha le sue istituzioni — dalla monarchia e l’esercito alla Camera dei Comuni e alla Bbc — e però nessuna ora in grado da inorgoglire gli scozzesi al punto di garantire la vittoria dei “no”. A molti il “Regno Unito” oggi sembra “unito” solo di nome.

   Però, a uno sguardo più attento, nel Regno Unito esistono le fondamenta di una partnership basata sui valori che puntellano il nostro Servizio sanitario nazionale e il welfare, che sono unici. È l’idea che raccogliendo e condividendo le risorse attraverso quattro nazioni, noi garantiamo a scozzesi, inglesi, gallesi e nord irlandesi i diritti all’assistenza sanitaria, l’istruzione, il welfare e gli standard minimi sul posto di lavoro, a prescindere dalla nazionalità.

   Gli americani possono condividere i medesimi diritti civili e politici, l’Unione europea un mercato unico, ma Scozia, Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord sono andate ben oltre, condividendo gli stessi diritti sociali ed economici. Il Regno Unito deve dimostrare che l’unione è la migliore piattaforma a disposizione degli scozzesi per affrontare con successo le sfide del mondo attuale. (GORDON BROWN – @ The New York Times La Repubblica, traduzione Anna Bissanti)

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LE REAGION DEL SI

SE L’INDIPENDENZA DELLA SCOZIA FA BENE ALL’EUROPA

di Nicola Vallinoto, da Micromega del 4/8/2014

   Il 18 settembre gli scozzesi si recheranno alle urne per decidere in un referendum se il loro paese debba o no rescindere il suo legame con il Regno Unito e diventare indipendente. In Italia, come altrove, non si hanno le idee molto chiare sulle ragioni che motivano le istanze indipendentiste.

   Generalmente si pensa a Braveheart e allora ci si prova a spiegarsele con il richiamo romantico a un’era ormai sepolta nel passato, oppure con l’impulso esclusivista a creare una comunità in cui “siamo tutti fra di noi”. Ovvero, la materia di cui sono fatti i “micronazionalismi”.

   Per questo molti in Europa si dicono preoccupati. Un eventuale successo del referendum scozzese non darà la stura a tutte le rivendicazioni separatiste del continente? Non risveglierà tutti i micronazionalismi solo sopiti e non-morti che balcanizzerebbero l’Europa sconquassando definitivamente le basi, in apparenza alquanto precarie, della sua integrazione? In ogni caso, non rappresentano questi separatismi una regressione rispetto non solo al progetto europeo, ma anche allo stesso stato nazionale moderno?

   Le élite europee hanno perlopiù teso a scoraggiare tali tendenze, specie nei confronti di scozzesi e catalani, che paiono più in grado a metterle in pratica, senza lasciarsi commuovere dalle professioni di europeismo degli uni e degli altri.

   L’ex presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso, ad esempio, ha ripetutamente avvertito gli scozzesi che un’eventuale Scozia indipendente si porrebbe automaticamente fuori dalla UE e per ricongiungersi dovrebbe, come un qualsiasi altro stato, attivare la procedura di adesione secondo l’articolo 49 del Trattato sull’Unione Europea, negoziare ex novo le condizioni per la sua accettazione, e sottoporsi al parere favorevole di tutti gli altri 28 stati membri. Un’impresa “difficile, se non impossibile”, che comunque durerebbe anni.

   Altre personalità europee si sono espresse in simili termini. Non intralciato da remore di natura diplomatica, il giurista Joseph Weiler ha usato a proposito della Catalogna (ma con la Scozia ben presente sullo sfondo) toni ancora più drastici. Le rivendicazioni separatiste rifletterebbero una mentalità da inizio Novecento, quando si riteneva che stato e nazione dovessero coincidere e che a uno stato spettasse a una sola nazione. Proprio tale ethos nazionalista “regressivo e antiquato”, che rifiuta la solidarietà e la coesistenza tra diversi, squalificherebbe di per sé, “moralmente e politicamente”, uno stato separatista dall’appartenenza all’Unione Europea.

   Se uno stato membro, per ragioni politiche, non avesse il coraggio di fronteggiare la minaccia secessionista al proprio interno, toccherebbe agli altri stati, in primo luogo alla Francia, riaffermare i principi sottostanti al processo di integrazione europea e tenere chiusa ai reprobi la porta della UE. Chi vuole stare solo con i suoi simili, affronti il suo destino da solo con i suoi simili . .È un’opinione abbastanza diffusa e rappresentativa; molti europeisti sottoscriverebbero queste parole. Per questo vi faccio riferimento qui, nonostante non sia stata espressa in tempi recentissimi.

   Ho considerato altrove le ragioni specifiche del referendum sull’indipendenza scozzese e spero di aver mostrato che tra di esse non c’è né la nostalgia romantica per un passato soffuso nelle nebbie, né l’esclusivismo che fa rifiutare la diversità, la solidarietà o la collaborazione con gli altri.

   Anzi, proprio la storia della Scozia, caratterizzata nei secoli per un verso da dolorose fratture e conflitti interni (religiosi, sociali, culturali, regionali, ecc.), e per l’altro, dopo l’Atto di Unione del 1707, dalla partecipazione in prima persona a tutti i momenti dello stato britannico, fa sì che l’“identità” scozzese appaia frammentata e variamente declinata, sostanzialmente inservibile per una mobilitazione o un antagonismo nazionalista di tipo “tradizionale”.

   Altrettanto inservibile è ogni retorica sulle “memorie condivise”. Se ad esempio in Irlanda le vicende storiche hanno reso possibile una narrazione che contrapponeva (in maniera certamente rozza e semplificatoria, quando non falsa) irlandesi a inglesi o britannici, cattolici a protestanti, la lingua gaelica alla lingua inglese, ecc., ma che tuttavia “aveva senso” da un punto di vista storico e politico, per la Scozia una tale contrapposizione corrisponderebbe ben poco all’esperienza passata e presente.

   La pluralità delle situazioni è sempre stata troppo vasta per ridursi alle semplificazioni; ogni tragedia storica specificamente scozzese ha visto tra i perpetratori altri scozzesi. Le ragioni dell’indipendenza allora non stanno nel passato bensì nel presente e nel futuro, e riguardano IL DESIDERIO DI PERCORRERE LA VIA, divergente da quella intrapresa nel resto del Regno Unito, Di Una Democrazia Più Vicina Ai Cittadini E Di Sviluppo Dello Stato Sociale, e la percepita impossibilità strutturale a percorrerla all’interno del Regno Unito. Se sia solo l’indipendenza a poter assicurare il perseguimento di questo progetto, a cui peraltro gli scozzesi hanno già dato chiaramente e ripetutamente il loro consenso, o se per esso valga la pena di fare il salto nel buio dell’indipendenza, sarà appunto il referendum a deciderlo.

   In questo articolo intendo invece sostenere che, contrariamente a quanto affermano Weiler o Barroso, L’INDIPENDENZA DELLA SCOZIA NON FAREBBE MALE AL PROGETTO EUROPEO bensì gli gioverebbe, anzi, lo danneggerebbe invece ancora di più l’attività di una santa alleanza degli stati nazionali contro l’attuazione del voto popolare.

   Innanzitutto, e questo potrà ben apparire singolare in paesi come l’Italia o la Francia, il referendum del 18 settembre, lungi dall’essere un’iniziativa unilaterale, avviene invece nell’ambito del diritto costituzionale del Regno Unito. Esso è stato infatti concordato tra il governo scozzese e il governo britannico nei termini espressi dall’Accordo di Edimburgo del 2012, che impegna le parti a rispettare il risultato qualunque esso sia.

   SAREBBE ALLORA QUANTOMENO BIZZARRO SE UN INTERO CORPO DI CITTADINI VENISSE PUNITO CON L’ESPULSIONE DALL’UNIONE EUROPEA per aver democraticamente esercitato la propria volontà popolare secondo modalità considerate legali e costituzionali dallo stesso stato di appartenenza. Ne uscirebbe a pezzi ogni credibilità da parte della UE per quanto riguarda il rispetto della democrazia e del governo della legge, nonché la sua legittimazione come organizzazione di stati e di popoli.

   In che senso “modalità legali e costituzionali”?, potrebbe chiedersi qualcuno. Il governo britannico sarebbe allora uno di quei governi cacasotto al cui soccorso Weiler chiama a raccolta gli altri stati europei? Invero quale stato nazionale concorderebbe una secessione di una parte così rilevante del proprio territorio?

   Ma il Regno Unito non è uno stato nazionale come altri in Europa, tantomeno è una “repubblica una e indivisibile”. È invece appunto un regno unito, quel che resta di uno stato imperiale in cui le nazioni che lo compongono, come le colonie, hanno sempre intrattenuto con il centro metropolitano rapporti disuguali e disomogenei tra loro.

   La Scozia con l’Atto di Unione ha mantenuto un distinto sistema giuridico, la sua chiesa di stato (la chiesa presbiteriana, che successivamente ha rescisso i propri legami con il potere politico, pur rimanendo “chiesa nazionale”), il suo sistema di istruzione. Anche le banconote sono differenti. In questo contesto fa parte della storia la presenza costante di rivendicazioni nazionali che ovviamente cambiano con l’evolversi dei tempi, la rinegoziazione dei rapporti con il centro metropolitano, o anche la loro dissoluzione.

   IN PASSATO, come è noto, LA RIDEFINIZIONE DEGLI ASSETTI STATUALI È STATA SPESSO ACCOMPAGNATA DALLA VIOLENZA. Tuttavia una volta placatasi quest’ultima, il raggiungimento dell’indipendenza non ha necessariamente cancellato quelle che si possono definire “relazioni speciali”: anche dopo la proclamazione della Repubblica d’Irlanda e la sua uscita dal Commonwealth nel 1949 i cittadini irlandesi non furono mai considerati aliens nel Regno Unito.

   IN SCOZIA OGGI non solo NON C’È ALCUNA VIOLENZA, ma non si avverte neppure ciò che “normalmente” farebbe parlare di “conflitto nazionale”. La questione è semplicemente se gioverà a un popolo che ha mantenuto una riconosciuta fisionomia nazionale riprendersi una statualità riconosciuta dal diritto internazionale oppure se continuare a essere nazione in un regno unito. In ogni caso, la prospettiva di una propria statualità indipendente non comporta affatto la fine dei rapporti sociali e civili con il resto del Regno Unito.

   Sarebbe ancora una volta paradossale che fosse proprio l’Unione Europea a rescindere i rapporti sociali e civili tra la Scozia e gli altri paesi europei espellendo la Scozia dal mercato unico, cancellando il programma ERASMUS per gli studenti scozzesi, rendendo “EXTRACOMUNITARI” DALL’OGGI AL DOMANI I CITTADINI UE RESIDENTI IN SCOZIA e i cittadini scozzesi residenti nella UE, e così via, con effetti che colpirebbero negativamente tutti gli europei. Più che da organizzazione nata per abbattere le barriere e unire i popoli, questo sembrerebbe la rappresaglia di un bilioso stato imperiale contro una provincia ribelle, e pazienza se a rimetterci fosse l’intera popolazione. Rappresaglia poi perché?

   Come rilevano i sondaggi, la percentuale dei sostenitori dell’indipendenza scozzese cresce notevolmente se si prospetta la fuoriuscita del Regno Unito dall’Unione Europea. È SOLO IN SCOZIA, IN TUTTO IL REGNO UNITO, CHE SUSSISTE UNA MAGGIORANZA PIÙ O MENO STABILE FAVOREVOLE ALLA PERMANENZA IN UN’EUROPA INTEGRATA. “NON VOGLIAMO ESSERE BUTTATI FUORI DALLA UE contro la nostra volontà” è un argomento forte degli indipendentisti, destinato ad avere tanta più rilevanza in quanto incombe il referendum sull’appartenenza alla UE voluto dal premier David Cameron.

   Di nuovo in un grottesco paradosso, a dar ragione a certi esponenti delle élite europee la Scozia verrebbe punita per aver voluto pure restare nell’Unione Europea giocando le carte che la storia del suo paese le ha messo in mano, e pazienza se nel contesto del Regno Unito, tendenzialmente euroscettico, correrebbe concretamente il rischio di uscirne fuori. La salvezza dell’Europa dai micronazionalismi e dai secessionismi esige in ogni caso i suoi costi.

   Ci sarebbe però da chiedersi se, al di là delle battute, davvero si pensa che la minaccia al progetto europeo venga dalla piccola Scozia che esercita il suo diritto all’autodeterminazione (tra l’altro per “restare in Europa”) e non dal Regno Unito stesso, che agita lo spauracchio del suo distacco dalla UE per bloccare ogni ulteriore passo avanti nell’integrazione del continente, attacca il principio della libera circolazione delle persone e in generale la cittadinanza europea, si oppone alla Carta dei Diritti Fondamentali e ora medita addirittura, tra i Tories, di abbandonare la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, di cui è stato membro fondatore, per trovarsi in splendido isolamento con la Bielorussia di Lukashenko.

   A proposito del Regno Unito, però, le critiche, se ci sono, si fanno improvvisamente blande, senza allusioni all’“effetto domino” o ai pericoli per l’Unione, e non solo da parte dei dirigenti europei, com’è comprensibile che sia, ma anche da parte di chi non è soggetto a protocolli diplomatici e infatti non ha remore a strillare contro le minacce secessioniste rappresentate pure dalla Scozia.

   Che cosa determinerà mai questo doppio standard: il fascino discreto e irresistibile della statualità sovrana e indipendente? Questioni di stazza? Oppure un’inveterata antipatia per quelli che pretendono di “autodeterminarsi” e una corrispondente indulgenza invece verso quanto arriva dalle “cancellerie”? Beh sì, almeno in parte. È purtroppo ancora diffusa l’idea, nonostante le vicissitudini degli ultimi tempi ne abbiano provato tutta la fallacia, che il modo più efficace di governare l’“Europa” e perseguire il progetto europeo sia tenere il più possibile a distanza i cittadini, farli pronunciare il meno possibile, e limitare il più possibile il numero dei decisori.

   Il “buon europeo” è, in tale visione, acquiescente per definizione (“ce lo chiede l’Europa”). Il sospetto nei confronti dell’espressione della volontà popolare traspare anche nell’apprensione, giusta se non fosse così incongruamente esagerata, che se si rispondesse positivamente una volta alle istanze nazionali come in Scozia, ecco che la furia secessionista imperverserebbe dappertutto, in ogni provincia, in ogni contrada, a Canosa di Puglia come a Castelletto sopra Ticino. Se il superamento dei particolarismi è certamente essenziale alla costruzione europea, si direbbe che molti ritengono che particolarismi e ossessione per l’omogeneità etnoculturale (i “micronazionalismi”, appunto) siano lo stato a cui tenderebbero naturalmente i popoli se solo avessero la possibilità. Ma è sempre necessariamente così?

   Chi sono gli scozzesi che avranno diritto di autodeterminarsi nel referendum di settembre? Tutti quelli che hanno diritto di votare per il Parlamento scozzese, e in più i sedicenni e i diciassettenni. E chi ha diritto di votare per il Parlamento scozzese? I cittadini britannici, i cittadini dei paesi del Commonwealth con diritto di permanenza nel Regno Unito, I CITTADINI DELL’UNIONE EUROPEA CHE SONO RESIDENTI IN SCOZIA. I cittadini “comunitari” possono cioè votare per il Parlamento scozzese e quindi al referendum sull’indipendenza, e ciò non è un diritto conferito dalla cittadinanza europea, che prevede il voto alle elezioni locali ed europee (gli stranieri “comunitari” in Italia non possono votare alle regionali o alle provinciali, così come in Germania non possono votare per i Länder), ma è UNA SCELTA DEL GOVERNO SCOZZESE.

L’indipendenza della Scozia avrà cioè luogo se si saprà convincere delle sue ragioni un numero sufficiente di residenti provenienti da altre parti del Regno Unito, cittadini del Commonwealth e cittadini europei. E NASCEREBBE ALLORA IL PRIMO STATO EUROPEO DETERMINATO DALLA VOLONTÀ DEI SUOI RESIDENTI, a prescindere, almeno in parte, dall’origine “etnica” o nazionale. E questo non farà certo male all’Europa.

   L’esclusione della Scozia dall’Unione Europea, che Weiler avrebbe sostenuto da un punto di vista ideologico e politico, è stata motivata da dirigenti europei come Barroso, Van Rompuy e altri, nonché dallo stesso governo britannico, con motivazioni di carattere giuridico che si richiamano al diritto internazionale.

Diventando la Scozia uno stato sovrano e indipendente decadrebbero i trattati stipulati a suo tempo dal Regno Unito e con essi la sua appartenenza a una organizzazione internazionale come la UE. Da qui la necessità di un processo di adesione ex novo che comporterebbe, come si è detto, il consenso di tutti gli stati membri, compresi quelli, come la Spagna, ostili per principio agli stati secessionisti.

   Questa posizione ribadisce UNA VISIONE DELLA UE in cui GLI STATI SONO “I SIGNORI” NON SOLO “DEI TRATTATI”, MA DI TUTTA LA COSTRUZIONE EUROPEA, di tutto il processo europeo. Si sta tuttavia facendo avanti anche un’altra posizione, rappresentata ad esempio da giuristi come David Edward, ex giudice britannico alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, Almut Peters o Sionaidh Douglas-Scott, docente all’Università di Oxford.

   In questa prospettiva vengono sottolineate LA SPECIFICITÀ E LA PECULIARITÀ DEL DIRITTO EUROPEO, riconosciute anche da sentenze della Corte di Giustizia Europea, rispetto allo stesso diritto internazionale, proprio per l’attenzione rivolta ai diritti e agli obblighi degli individui, e non solo degli stati. Nel “nuovo ordine giuridico” sviluppatosi nell’ambito della UE, LA CITTADINANZA EUROPEA, pur derivata da quella di uno stato membro, È VENUTA ASSUMENDO UNA SUA PARTICOLARE CENTRALITÀ E RILEVANZA, specialmente nel godimento per l’individuo dei diritti da essa accordati, tale da non poter più essere considerata un mero epifenomeno di un trattato fra stati. Di conseguenza diventerebbe non solo problematico, ma pure di per sé “antieuropeo” privare gli scozzesi contro la loro volontà di quei diritti di cittadinanza su cui loro possono contare, producendo quelle situazioni invero paradossali che si sono illustrate sopra.

   In questa prospettiva, il fatto che l’articolo 50 del Trattato sull’Unione Europea, che tratta dell’abbandono della UE da parte di uno stato membro, preveda un’uscita negoziata e nessuna espulsione automatica o unilaterale, prospetta scenari del tutto diversi da quelli avanzati da Barroso o da Van Rompuy. L’adesione della Scozia indipendente alla UE avverrebbe dunque non in base all’articolo 49, bensì secondo l’articolo 48 del Trattato sull’Unione Europea, cioè con un emendamento ai Trattati che consentirebbe l’APPARTENENZA ININTERROTTA ALLA UE. Certo, anche l’articolo 48 richiede l’unanimità degli stati membri. Ma, sostiene Almut Peters, costatato il soddisfacimento da parte della Scozia dei criteri di Copenaghen, che stabiliscono i requisiti che uno stato deve avere per aderire alla UE, e il procedimento concordato e consensuale del distacco dal Regno Unito (che scongiurerebbe il moltiplicarsi all’infinito delle secessioni), sarebbe un dovere degli stati membri, peraltro previsto dagli stessi Trattati, cooperare perché l’Unione Europea svolga senza intralci o impedimenti le sue funzioni, dal mercato unico ai diritti di cittadinanza, anche a beneficio dei cittadini di una Scozia indipendente che comunque vogliono restare europei.

   Può ben derivare da quest’altra prospettiva L’ATTEGGIAMENTO PIÙ RISPETTOSO DELLA VOLONTÀ POPOLARE DEGLI SCOZZESI ESPRESSO RECENTEMENTE DAL NUOVO PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE EUROPEA JEAN-CLAUDE JUNCKER, o DALLA PRESIDENZA ITALIANA DEL CONSIGLIO DELL’UNIONE EUROPEA ad opera del sottosegretario SANDRO GOZI.

   Abbiamo visto come lo schemino secondo cui le “nazioni senza stato” sarebbero di per sé più esclusiviste, scioviniste e antieuropee dello stato nazionale di appartenenza non sia vero per nulla nel caso della Scozia. Ma PERCHÉ UNA SCOZIA INDIPENDENTE DOVREBBE FAR BENE ALL’EUROPA, come si sostiene nel titolo? Ecco a mo’ di conclusione alcune risposte che riprendono e sintetizzano quanto detto sopra:

1) Perché sarebbe il primo stato europeo “determinato dalla volontà dei suoi residenti indipendentemente”, almeno in parte, dall’origine “etnica” o nazionale, e privilegiando semmai la comune appartenenza a organizzazioni internazionali “significative”. Gli altri stati europei comincino a seguirne l’esempio e si proceda poi insieme su quella strada.

2) Perché sarebbe uno stato con un ricco e vivace patrimonio culturale nazionale senza che nessuno però possa accampare monopoli o privilegi in termini di “radici”, memorie storiche o di tradizioni linguistiche, religiose, ecc. Proprio come dovrebbe essere in Europa, se si vuole mantenere fede al motto “unità nella diversità”.

3) Perché accordando agli scozzesi, secondo la loro volontà, la permanenza ininterrotta nella UE, si rafforzerebbe quel processo che pone al centro la cittadinanza europea e i suoi diritti così come sono fruiti individualmente dai cittadini europei, e si rafforzerebbe al tempo stesso la legittimità della stessa Unione Europea quale garante di quei diritti. Per converso, si indebolirebbe la visione che vede nella UE un’associazione di stati nazionali gelosi della loro centralità.

4) Perché del pari s’indebolirebbe la visione che vede nell’integrazione europea soprattutto una scuola di acquiescenza (“ce lo chiede l’Europa”).

5) Perché stimolerebbe gli europei ad accostarsi con maggiore interesse, partecipazione e creatività alle questioni riguardanti l’“autodeterminazione dei popoli” (che sono numerose nel mondo e ben più tragiche del processo di indipendenza scozzese) senza confidare nel caso, nei rapporti di forza, nella virtù della propria indifferenza, e nemmeno nel progresso luminoso dell’integrazione europea che con le sue pratiche e i suoi esempi confonderebbe i nazionalisti e scaccerebbe le nubi dei conflitti, senza trincerarsi dietro partiti presi per presunte affinità ideologiche, e neppure evocare lo spettro della secessione di Arquata Scrivia.

6) Perché, direbbe qualcuno, costringerebbe il resto del Regno Unito (sommariamente, l’“Inghilterra”) a prendere atto della sua piccolezza e debolezza e a rivedere il senso del suo rapporto con l’Europa. No. Perché la storia e la cronaca dimostrano ripetutamente che uno stato, una comunità, un popolo che si sentono a ragione o a torto sconfitti e umiliati raramente reagiscono come auspicherebbero gli altri. Quindi no, non auspico che il resto del Regno Unito verrebbe costretto a nulla. Semplicemente, che diventi chiaro a tutti che autodeterminazione e coscienza della propria finitezza sono in fondo due facce della stessa medaglia. A tutti, per tutti. (Nicola Vallinoto)

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GEOGRAFIA DELLA SCOZIA (da http://www.scozia.at/geografia_scozia.html )

Capitale: EDIMBURGO – Superficie: 78.772 km² – Popolazione: (dati 2006) 5.116.600 ab. – Densità 65 ab./km². Va però precisato che questo è un dato medio.

La popolazione scozzese risulta infatti distribuita in maniera molto disomogenea sul territorio: ad esempio, nella Central Belt (l’area industriale a cavallo dell’asse Glasgow-Edimburgo) la densità raggiunge anche i  700 ab./km², mentre in alcune regioni delle Highlands, la densità scende drasticamente con punte di due abitanti per km².

Anticamente conosciuta come Caledonia, la Scozia (in inglese Scotland, in gaelico scozzese Alba) costituisce, con Irlanda del Nord, Inghilterra e Galles, il Regno Unito, di cui occupa il territorio più settentrionale.

La Scozia, bagnata dall’Oceano Atlantico, e ad est  dal mare del Nord, si estende fra le latitudine di Bergen (Norvegia) e quella di Flensburg (sul confine tra Germania e Danimarca). La lunghezza massima della Scozia, tra  Cape Wrath  e  Mull of Galloway  è di circa 360 chilometri;   la larghezza massima tra Adnamurchan Point a ovest e Peterhead ad est è di circa  225 chilometri

Le coste sono per generalmente alte (a Santa Kilda raggiungono anche i 430mt di altezza) e frastagliate. La Scozia è solcata da circa un centinaio di fiumi. I principali sono il Tay (198 km), il Clyde (176 km), lo Spey (170 km), il Tweed (156 km), il Dee (140 km), e il Forth (80 km). Tutti  questi fiumi sfociano nel mare del Nord, ad eccezione del Clyde  che raggiunge l’Oceano Atlantico. Tra i laghi – chiamati Loch – ricordiamo il  Loch Lomond (il più grande), il Loch  Fyne (che si estende per 65 km), il Loch Awe, il Loch Tay, il Loch Rannoch, il Loch Ericht, il Loch Lochy ed il celebre Loch Ness, profondo lago d’acqua dolce situato nelle Highlands, a Sud-Ovest di Inverness. Il territorio scozzese è in gran parte montuoso e dal punto di vista fisico si può suddividere in tre zone distinte: le Uplands a sud, le Lowlands al centro e le Highlands a nord. Le Highlands, alquanto suggestive  e scenografiche, sono formate da montagne di granito ed arenaria e caratterizzate da una natura incontaminata e selvaggia. Le Highlands sono la destinazione turistica scozzese più famosa, ma  sono al contempo tra le zone meno densamente popolate al mondo. Le Lowlands, in gran parte pianeggianti, sono formate dalle valli di tre fiumi il Tay, il Forth ed il Clyde; si trovano al centro della Scozia e sono le regioni più popolate e produttive della Scozia e sono.

Le Uplands, nella parte meridionale della Scozia sono costituite prevalentemente colline e piccoli rilievi. Numerosissime le isole: ben 790. Le più importanti sono le Shetland (all’estremo nord), le Orcadi (a nord ovest) e le Ebridi (a ovest).

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LA GIORNATA DELLA CATALOGNA

da INTERNAZIONALE, 11/9/2014, (http://www.internazionale.it/ )

   Sulla scia dell’entusiasmo per la rimonta dei sostenitori dell’indipendenza in Scozia, quasi due milioni di persone hanno invaso le strade di Barcellona l’11 settembre per chiedere la secessione dalla Spagna.

Nazionalisti catalani a Barcellona in Spagna l' 11 settembre 2014 (da Emilio Morenatt, Ap_Lapresse)
Nazionalisti catalani a Barcellona in Spagna l’ 11 settembre 2014 (da Emilio Morenatt, Ap_Lapresse)

In occasione della giornata nazionale della Catalogna, per il terzo anno consecutivo i separatisti catalani sono scesi in strada per sostenere le ragioni della secessione. Contrariamente al governo britannico che ha autorizzato un referendum per l’indipendenza della Scozia, il governo spagnolo non ha concesso alla Catalogna di tenere una consultazione per ragioni costituzionali.

   Nel 2012 una manifestazione di oltre un milione di persone aveva chiesto al governo di permettere che la consultazione avesse luogo. Nel 2013, nel giorno della Catalogna, gli attivisti hanno formato una catena umana lunga 400 chilometri, anche per questo il governo regionale ha fissato la data del referendum al 9 novembre.

   Quest’anno decine di migliaia di persone si sono impegnate a formare una gigantesca V, che significa vota e vinci. Gli organizzatori chiedono di “riempire le strade per riempire le urne”.

   Nel giorno della Catalogna si celebra il 300° anniversario della presa di Barcellona nel 1714 da parte delle truppe di Filippo V, che ha abolito le leggi e le istituzioni catalane.

   Il governatore della Catalogna Artur Mas ha detto che Madrid non può “impedire alla Catalogna di decidere del suo futuro”.

   “Se una nazione come la Scozia ha il diritto di decidere, perché non può farlo anche la Catalogna?”, chiede Mas. Una domanda posta da molti sostenitori dell’indipendenza.

   La Catalogna produce un quinto della ricchezza nazionale e ha più autonomia della Scozia. Tuttavia i catalani non accettano che la corte costituzionale abbia privato la regione del suo status di nazione nel 2010, riducendo notevolmente l’autonomia di cui aveva goduto dal 2006.

   “La nostra cultura, la nostra lingua e le nostre tradizioni devono essere rispettate e abbiamo visto che all’interno dello stato spagnolo è impossibile, è per questo che chiediamo l’indipendenza”, ha detto Bernat Pi, uno studente catalano durante il corteo.

   “Se vince il sì all’indipendenza in Scozia il 18 settembre questo ci favorirà, ma se non vince, andremo avanti e vinceremo lo stesso”, ha detto il ragazzo a Afp.

   Nei prossimi giorni il parlamento catalano potrebbe adottare una legge che gli permetta di organizzare il referendum, ma la corte costituzionale potrebbe sospendere la legge.

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“Bignami” Geo-Storia

BREVE STORIA DEL REGNO UNITO

di L.S., da http://geo2punto0.wordpress.com/

   Il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord è uno stato nato durante i secoli dalla fusione dei territori dell’Inghilterra con la Scozia, Galles ed Irlanda del Nord.

DALLA PREISTORIA ALLA CONQUISTA ROMANA.

Le ISOLE BRITANNICHE furono popolate fin dalla preistoria, testimoniato da vari siti archeologici come STONENGE.    L’Inghilterra, il Galles l’Irlanda e la Scozia vennero conquistate dai CELTI(popolo proveniente dall ‘Europa centrale) nel corso del primo millennio a.C. Queste popolazioni vennero chiamate BRITANNI.    Dal I° sec. A.C. i Romani tentarono di conquistare l’attuale Inghilterra (Giulio Cesare) che divenne una provincia romana dal 48 d.C. con l’Imperatore Claudio con il nome di BRITANNIA.

   L’IRLANDA, chiamata dai Romani HIBERNIA non fu conquistata, ma ebbe rapporti commerciali.    La SCOZIA chiamata CALEDONIA non fu mai definitivamente conquistata dai Romani.

   Durante il dominio romano nel territorio inglese furono costruite strade, ponti,sistemi fognari, numerose città tra cui LONDINIUM, lungo le sponde del Tamigi.    Tuttavia I Romani dovettero affrontare numerose rivolte e invasioni dei bellicosi Caledoni e Pitti (tribù della Scozia) per questo furono costruiti al confine con la Scozia due Limes IL VALLO ADRIANO (120 d.C.) e il VALLO DI ANTONINO IL PIO.    I Romani dovettero rinunciare alla provincia britannica nel 410 d.C. a causa delle continue incursioni dei popoli barbari.

LA CONQUISTA NORMANNA

Dopo i Romani l’attuale Inghilterra nel 4°-5° sec. fu invasa da popolazioni germaniche provenienti dal continente: gli ANGLI e i SASSONI. I BRITANNI cercarono di opporre resistenza (a questo periodo risale la leggenda di Re Artù), ma il territorio fu conquistato e diviso in 7 regni.    Tra il 9° e L’11° sec. Gli Anglosassoni dovettero affrontare l’invasione dei NORMANNI (provenienti dalla Scandinavia), che invasero il territorio inglese con GUGLIELMO IL CONQUISTATORE.    Questi, dopo la battaglia di HASTING (1066) fu incoronato a Westmister re d’Inghilterra e diede vita a un sistema di potere fortemente centralizzato, basato su una rigida divisione tra vincitori normanni e vinti anglosassoni.    Nello stesso periodo Irlanda, Scozia, Galles si organizzarono in unità politiche indipendenti.

LA DINASTIA dei PLANTAGENETI

Tra il 1154 e il 1485 (circa 400 anni) il Regno di Inghilterra fu governato dai Plantageneti.    Il primo sovrano fu ENRICO II estese il suo dominio in Francia con il ducato di Aquitania (portato in dote dalla moglie Eleonora), conquistò l’IRLANDA che nonostante le numerose rivolte rimase sotto l’influenza inglese..    Nel medioevo anche in Inghilterra si diffuse il feudalesimo: nel 1215 il re GIOVANNI SENZA TERRA (fratello di Riccardo Cuor di Leone partito per la 3° crociata) fu costretto dai nobili ad accettare la MAGNA CHARTA LIBERTATUM che limitava il potere del sovrano e dava libertà alla Chiesa, nobili e città.    Successivamente i re inglesi vennero affiancati nel governare da un’assemblea chiamata PARLAMENTO formata dai nobili, clero e ricchi borghesi.

LA DINASTIA TUDOR E STUART La GUERRA DEI 100 ANNI (1337-1453) avvenne tra Francia e Inghilterra perché il re inglese voleva la corona francese, ma l’Inghilterra perse e la Normandia e Aquitania passarono alla Francia.    La guerra civile delle DUE ROSE si concluse con arrivo al potere della dinastia TUDOR il cui rappresentante più famoso fu ENRICO VIII che nel 1537conquistò il GALLES e nel 1534 con l’ATTO DI SUPREMAZIA si staccò dalla Chiesa di Roma fondando L’ANGLICANESIMO.    Sotto ELISABETTA I° l’Inghilterra divenne una grande potenza marittima e coloniale.    A partire dal successore GIACOMO I°(figlio di Maria Stuart regina di Scozia) i REGNI di INGHILTERRA e SCOZIA rimasero separati, ma avevano lo stesso re.    Nel 1707 con L’ATTO DI UNIONE Inghilterra e Scozia furono unite in modo definitivo e si formò il REGNO DI GRAN BRETAGNA. Nel 1801, tramite un altro atto di Unione anche il REGNO D’IRLANDA entrò definitivamente a far parte del regno di Gran Bretagna che divenne REGNO UNITO DI GRAN BRETAGNA E IRLANDA.

LA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

Fu nel Regno Unito che iniziò la rivoluzione industriale a partire dalla fine del 1700 a tutto il 1800 che rese paese la prima potenza economica a livello mondiale grazie 1)alle materie prime provenienti dalle colonie 2)ai giacimenti di carbone(forniva il combustibile) e ferro(per la costruzione di macchinari) 3)manodopera a basso costo 4)abbondanza di legname LA SEPARAZIONE DALL’IRLANDA

Nel 1900 il Regno Unito diminuì la sua potenza economica con l’ascesa degli Stati uniti e Germania, con la perdita di molte colonie e la concorrenza di carbone a basso costo prodotto in altri paesi.    Agli inizi del 1900 questo paese dovette affrontare anche la richiesta spesso sfociata in rivolte del popolo irlandese che voleva separarsi dal Regno Unito .    Nel 1921 nacque la REPUBBLICA d’IRLANDA esclusa la parte nord- orientale che era rimasta profondamente legata alla Gran Bretagna: questa zona prese il nome di ULSTER (IRLANDA DEL NORD). Contemporaneamente il Regno unito partecipò alla I° GUERRA MONDIALE (1914-1918) e alla II° GUERRA MONDIALE(1939-45) uscendone vincitrice.

ATTUALMENTE

Dal dopoguerra il Regno Unito ha saputo risollevarsi come potenza economica sviluppando non solo il settore siderurgico, metallurgico ma anche chimico farmaceutico delle telecomunicazioni; ha iniziato a sfruttare i giacimenti di petrolio e gas naturali del Mare del Nord ed è diventata una delle potenze mondiali nel settore bancario e della finanza.

   Oggi il REGNO UNITO DI GRAN BRETAGNA E IRLANDA DEL NORD è una monarchia parlamentare. I tre partiti politici più importanti sono LABURISTI , CONSERVATORI E LIBERAL DEMOCRATICI. Dal 2010 è primo ministro DAVID CAMERON.    La regina ELISABETTA II° WINDSOR regna dal 1952.

   Il Regno Unito fa parte dell’UE dal 1973.    E’ stata una delle nazioni fondatrici della NATO e ONU, dove è membro permanente del Consiglio di Sicurezza con diritto di veto.    E’una delle maggiori potenze militari dotata di armi nucleari.

………………………………………………..

SCOZIA, LE STAFFILATE DEL NEW YORK TIMES SU CAMERON E LA “PICCOLA INGHILTERRA”

di Marco Andrea Ciaccia, da FORMICHE.NET (www.formiche.net/)

   Il New York Times non può certo essere preso come indicatore della posizione ufficiale del governo americano, ma certo un qualche peso all’interno della classe dirigente lo ha. Ebbene una delle firme di punta del giornale, il corrispondente estero Roger Cohen, ieri ha preso la penna per dire che, tutto sommato, se la Scozia abbandonasse l’Inghilterra non sarebbe una tragedia. Anzi: “il buon senso e la tolleranza che hanno contrassegnato l’unione alla fine prevarrebbero anche lungo il nuovo confine”.

   L’esito del referendum del 18 settembre è tutt’altro che scontato, ma per Cohen è chiarissimo che il responsabile numero 1 di questo “show-down” è David Cameron.

   Commenti al vetrolio quelli che l’osservatore americano riserva al leader conservatore, che pure aveva ricevuto al Vertice Nato del Galles un assist unionista (piuttosto di prammatica, a dire il vero) da parte di Obama. Il premier, nativo londinese, secondo Cohen è proprio “l’emblema della Londra rigonfia di danaro che ha perso contatto con il resto del Paese”.

   Per concludere che “la mancanza di connessione con la gente comune e la tendenza al garrulo monologo da venditore” di Cameron sanno di “protervia da piccola Inghilterra” e dunque gli “Scozzesi hanno tutto il diritto di rendere l’Inghilterra tanto piccola quanto dimostra di essere”.

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VI SPIEGO PERCHÉ IL REFERENDUM IN SCOZIA È RIVOLUZIONARIO

15-9-2014 di Alessandro Fugnoli, Estratto dalla newsletter settimanale Il Rosso e il Nero

   Il commento del capo strategist dei fondi Kairos, Alessandro Fugnoli, che non parla solo di economia e finanza

Il referendum scozzese del 18 settembre è il primo a basarsi su un’idea postmoderna di popolo. È popolo qualsiasi insieme di persone che voglia definirsi tale.

QUALCHE CENNO STORICO

Si dirà che una base oggettiva per definirsi nazione in questo caso c’è, perché gli scozzesi sono celti e pronunciano la erre, mentre gli inglesi sono un incrocio di celti e germanico-vichinghi e non pronunciano la erre. Anche i francesi del sud, però, sono celti e non pronunciano i suoni nasali, mentre quelli del nord sono celto-germanico-vichinghi e nasalizzano tutto quello che possono. I francesi del sud, oltretutto, furono annessi per via dinastica o militare, senza essere mai stati consultati. La borghesia scozzese fu invece ben lieta di unirsi all’Inghilterra perché Londra la salvò dalla bancarotta che la Scozia si era autoinflitta con una dissennata operazione coloniale in America Centrale.

A PRESCINDERE DAL RISULTATO

Qualunque sia il risultato del referendum, il solo fatto che si tenga crea un precedente di grande portata storica, perché da oggi qualsiasi gruppo di persone all’interno di una struttura statuale è legittimato a chiederne la disgregazione senza fare ricorso alla forza. Stratfor, un sito americano di intelligence e analisi strategica solitamente distaccato e blasé, sostiene che l’indipendenza scozzese avrà ripercussioni inimmaginabili sul sistema globale e in qualsiasi angolo del pianeta. Una volta stabilita la violabilità dei confini è come se si aprisse un vaso di Pandora.

SE VINCESSE L’INDIPENDENZA…

Dal canto suo Anatole Kaletsky, un autorevole commentatore sempre incline all’ottimismo, traccia un quadro cupo in caso di vittoria degli indipendentisti. Dimissioni immediate di Cameron (e, aggiungiamo, del capo dell’opposizione Miliband), nuovo governo laburista tutto tasse, recessione, crisi istituzionale per almeno due anni, uscita dell’Inghilterra dall’Unione Europea nel 2017.

GLI EFFETTI FINANZIARI

Il voto del 18, la sera prima della risposta premi trimestrale su tutte le borse, potrebbe dunque essere un buon pretesto per la tradizionale correzione d’autunno. Tutte le banche centrali saranno impegnate a frenare il più possibile la volatilità, prima sui cambi, poi su tassi e borse. Non potranno, però, fare miracoli.

In caso di vittoria degli unionisti, naturalmente, l’effetto sarà di segno opposto, ma in modo asimmetrico. Il rally di sollievo sarà infatti breve e modesto (tranne a Londra). Nel caso contrario la volatilità si prolungherà. Un’eventuale vittoria indipendentista darà qualche sostegno all’euro.

L’UNIONE EUROPEA

Poiché nel paese dei ciechi l’orbo è re, l’Unione Europea apparirà improvvisamente come un baluardo di stabilità e forza. I capitali in uscita dalla Scozia si parcheggeranno inizialmente a Londra e poi proseguiranno per altre destinazioni, tra cui l’euro. La Spagna sarà attaccata dai mercati. L’indipendentismo catalano si è radicalizzato negli ultimi anni e il dialogo con Madrid è sempre più difficile. L’aumento dello spread sulla Spagna coinvolgerà anche l’Italia, ma la Bce sarà pronta a contenere i danni.

THE DAY AFTER

Dal vaso di Pandora (nel caso) uscirà di tutto, ma in tempi lunghi e imprevedibili. The Day After sarà concitato, anche perché accompagnato dalle dimissioni di tutta la prima linea politica inglese. Sembrerà per qualche attimo la fine del mondo, ma tutto continuerà a funzionare. La stessa indipendenza scozzese arriverà al più presto nel 2016 e probabilmente più tardi.

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mappa da LIMES
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