HERVÉ PIERRE GOURDEL, esploratore: camminando tra le montagne del mondo – In memoria di un alpinista ucciso da fanatici estremisti – Ma LA PROTESTA ISLAMICA alla crudele violenza dell’IS ora SI FA SEMPRE PIÙ SENTIRE: solo gli arabi e i musulmani potranno scacciare l’integralismo e la guerra planetaria

 

Residente a Nizza, HERVÉ PIERRE GOURDEL, 55 anni, era arrivato sabato 20 settembre in Algeria per fare trekking. È stato «individuato» dai suoi assassini tramite il suo profilo Facebook, su cui l’appassionato alpinista riportava le tappe del suo viaggio a oltre duemila metri. Domenica, poco prima di essere sequestrato, ha parlato un’ultima volta con il figlio, dicendo che avrebbe cominciato «una camminata di un paio di giorni» e che sarebbe stato difficile contattarlo. -   ESPERTO DI MONTAGNA, con tanti viaggi tra Marocco, Nepal e Giordania, Gourdel ha creato nel 1987 un’agenzia di guide alpine a Saint-Martin-Vésubie, alle porte del parco nazionale del Mercantour, al confine con l’Italia, e organizzava stage fotografici nell’ATLANTE MAROCCHINO. Nel suo sito internet, dedicato ai paesaggi alpestri, Gourdel parla del suo grande amore. -   «QUELLA PER L’ALPINISMO - raccontava - È UNA PASSIONE CHE COLTIVO SIN DA GIOVANE» e che «mi ha permesso di guadagnare da vivere lontano dagli uffici, arrampicandomi, sciando, percorrendo fiumi, parlando della montagna e trasmettendo entusiasmo e conoscenza». (Paolo Levi da “la Stampa” del 26/9/2014)
Residente a Nizza, HERVÉ PIERRE GOURDEL, 55 anni, era arrivato sabato 20 settembre in Algeria per fare trekking. È stato «individuato» dai suoi assassini tramite il suo profilo Facebook, su cui l’appassionato alpinista riportava le tappe del suo viaggio a oltre duemila metri. Domenica, poco prima di essere sequestrato, ha parlato un’ultima volta con il figlio, dicendo che avrebbe cominciato «una camminata di un paio di giorni» e che sarebbe stato difficile contattarlo. – ESPERTO DI MONTAGNA, con tanti viaggi tra Marocco, Nepal e Giordania, Gourdel ha creato nel 1987 un’agenzia di guide alpine a Saint-Martin-Vésubie, alle porte del parco nazionale del Mercantour, al confine con l’Italia, e organizzava stage fotografici nell’ATLANTE MAROCCHINO. Nel suo sito internet, dedicato ai paesaggi alpestri, Gourdel parla del suo grande amore. – «QUELLA PER L’ALPINISMO – raccontava – È UNA PASSIONE CHE COLTIVO SIN DA GIOVANE» e che «mi ha permesso di guadagnare da vivere lontano dagli uffici, arrampicandomi, sciando, percorrendo fiumi, parlando della montagna e trasmettendo entusiasmo e conoscenza». (Paolo Levi da “la Stampa” del 26/9/2014)

LA GHIGLIOTTINA – di Massimo Gramellini, dala Stampadel 25/9/2014

   Stavolta non hanno tagliato la testa a un soldato, a un giornalista o a un volontario: qualcuno che avesse a che fare con la guerra. Stavolta, e per la prima volta, a venire macellato come simbolo dell’Occidente è una persona che passava di lì per motivi suoi. HERVÉ PIERRE GOURDEL era un alpinista e fotografo di paesaggi: stava facendo trekking sui monti d’Algeria.

   I masnadieri lo hanno localizzato, sequestrato e giustiziato nel giro di quarantott’ore, non prima di averlo costretto al rito surreale e stalinista dell’autoaccusa. Nel video si vede un uomo con i capelli bianchi – un nonno giovane o un padre vecchio – in ginocchio davanti alla telecamera mentre ripete a pappagallo delle frasi contro Hollande. E appena la sua voce ha un sussulto di esitazione, il miliziano gli avvicina il fucile alla testa per fargli paura.

   Si percepisce il senso di straniamento, la totale incoerenza tra il contesto dell’azione e il personaggio principale: a tutti gli effetti un turista. E anche se né a me né a voi verrebbe mai in mente di scalare montagne infestate da tagliagole, è impossibile non avvertire la sensazione che al suo posto avrebbe potuto esserci uno di noi. (Massimo Gramellini)

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LE MONTAGNE DEL DJUDJURA
LE MONTAGNE DEL DJUDJURA

   Era in Algeria per scalare e magari aprire una via nuova nel Djurdjura, gruppo montuoso la cui cima più alta raggiunge i 2308 metri. HERVÉ GOURDEL, il cittadino francese rapito e decapitato dagli jihadisti del gruppo Jund al Khilafah (i soldati del Califfato) affiliato all’Isis, era una Guida alpina. Stando alla stampa francese, la parte algerina della catena montuosa dell’Atlante sarebbe tana di diversi gruppi di estremisti islamici.

   Hervé Gourdel aveva 55 anni, era Guida alpina dal 1987 e faceva parte del gruppo delle Guide del Mercantour. Era originario di Nizza e aveva alle spalle una lunga esperienza extraeuropea, anche come formatore di Accompagnateur en moyenne montagne nella parte marocchina della catena di Atlante.

   Era arrivato in Algeria sabato scorso, e aveva avuto l’ultimo contatto con la madre domenica, prima di iniziare il trekking di avvicinamento di 2 giorni al Djurdjura: secondo quanto riferito da L’Express, la Guida era insieme a un turista – forse il suo cliente -, aveva davanti un viaggio di una decina di giorni durante i quali voleva aprire una via nuova di roccia, non è chiaro esattamente in quale parte dal gruppo del Djurdjura.

“Il diploma di guida mi ha permesso di guadagnarmi da vivere lontano dagli uffici, arrampicando, sciando, scendendo dai torrenti, parlando di montagna…trasmettendo agli altri passione e conoscenza!” aveva scritto sul suo sito web.

   Il rapimento di Gourdel risale a domenica 21 settembre, mercoledì 24 l’esecuzione diffusa mediaticamente in tutto il mondo. Secondo il quotidiano Le Point, la porzione algerina della catena dell’Atlante ospiterebbe da tempo gruppi islamici in lotta con il governo di Algeri. Nelle grotte tra le montagna si sarebbero rifugiati anche in passato, già nel decennio del terrorismo tra il 1992 e il 2002. (da LA MONTAGNA.TV DEL 25/9/2014 http://www.montagna.tv/ )

La CATENA MONTUOSA dell'ATLANTE  è un sistema montuoso dell'AFRICA NORD-OCCIDENTALE, che si estende per circa 2.500 km. tra MAROCCO, ALGERIA e TUNISIA
La CATENA MONTUOSA dell’ATLANTE è un sistema montuoso dell’AFRICA NORD-OCCIDENTALE, che si estende per circa 2.500 km. tra MAROCCO, ALGERIA e TUNISIA (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

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   “Quali tempi sono questi, quando discorrere d’alberi è quasi un delitto…. e l’uomo che ora traversa tranquillo la via mai più potranno raggiungerlo dunque gli amici…” vengono in mente versi di Brecht (“A coloro che verranno”) nell’immaginare e parlare di Hervé Gourdel, esploratore alpinista andato in Algeria per scalare montagne; rapito e decapitato dagli jihadisti del gruppo JUND AL KHILAFAH (i soldati del Califfato) affiliato all’Isis. I jihadisti di Jund al-Khilafa sono annidati nelle montagne della CABILIA e l’alpinista francese è finito nella loro trappola micidiale.

   Appassionato di fotografia, pubblicava scatti dei paesaggi e dei luoghi che visitava sul suo sito internet e sulla sua pagina face book. E’ stato rapito il 20 settembre scorso mentre faceva trekking a TIZI-OUZOU, nella regione montagnosa di DJUDJURA in CABILIA, regione dell’ALGERIA a est della capitale.

La CABILIA è una regione dell'ALGERIA, che ha inizio ad un centinaio di chilometri ad est di Algeri e che si estende lungo la costa da DELLYS fino oltre BUGIA comprendendo, nell'interno, l'elevata catena del DJURDJURA. La sua popolazione (CABILI, in berbero Leqbayel) parla il cabilo, che è un dialetto berbero. Il PARCO NAZIONALE DEL DJURDJURA è uno dei parchi nazionali algerini. Tra le città vicine vi sono Tizi Ouzou (a nord) e Bouira (a sud)
La CABILIA è una regione dell’ALGERIA, che ha inizio ad un centinaio di chilometri ad est di Algeri e che si estende lungo la costa da DELLYS fino oltre BUGIA comprendendo, nell’interno, l’elevata catena del DJURDJURA. La sua popolazione (CABILI, in berbero Leqbayel) parla il cabilo, che è un dialetto berbero. Il PARCO NAZIONALE DEL DJURDJURA è uno dei parchi nazionali algerini. Tra le città vicine vi sono Tizi Ouzou (a nord) e Bouira (a sud)

   Nell’esprimere pietas e tristezza dell’atroce assassinio di Gourdel (un pacifico e curioso esploratore…. di cui chi qui legge sicuramente si riconosce…), nell’analisi oltre ogni commozione, colpiscono in particolare due cose di questa tragica vicenda: la prima è che è stato ucciso una persona che “passava di lì”, un esploratore – alpinista, non un “operatore” in zona di guerra (come può essere un giornalista, o un rappresentante volontario di associazioni internazionali che operano per l’assistenza o lo sviluppo in quei paesi); la seconda “diversità” è che l’assassinio mediatico di Hervé Gourdel non ha avuto luogo in Iraq, bensì in Algeria, sulla riva meridionale del «nostro» Mediterraneo.

   Se si vuole un’altra cosa che si sta sempre più scoprendo è che il califfato dell’ISIS, con «capitale » a Raqqa, nel Nord della Siria, ha militanti provenienti da tanti angoli del mondo, Europa compresa (da qui tremila, si quantifica): persone ben radicate in Occidente, cittadini europei o nordamericani; e il califfato quindi dispone di uomini che possono agire al rientro nei paesi di residenza.

   Se andiamo a vedere il contesto algerino, geograficamente vicinissimo a noi, sicuramente i gruppi di terrore che lì ci sono, sono nati durante la guerra civile in Algeria, scoppiata all’inizio degli anni Novanta, in seguito alla vittoria elettorale del FIS (Fronte islamico della salvezza). Cosa del tutto inaspettata allora alle prime elezioni veramente democratiche in Algeria: vinse il gruppo-partito politico più integralista ed estremista, antidemocratico per definizione. L’intervento dell’esercito (che annullò le elezioni) per impedire uno stato islamico confessionale, ha prodotto tanti gruppi estremisti dediti a un terrorismo cronico. Uno di questi, JUND AL-KHILAFA, è appunto quello che ha rapito e decapitato Hervé Pierre Gourdel. Gruppo estremista algerino che si ispira al califfato dell’Isis. E tanti altri gruppi islamisti formatisi clandestinamente in vari continenti seguiranno le tracce del gruppo algerino, cioè si uniranno ai terroristi dello Stato Islamico.

   Ma in questo post vi proponiamo alcuni scritti e analisi che vogliono ribadire come questo fenomeno terrorista di inaudita violenza è prima di tutto e innanzitutto una guerra nel mondo arabo, tra “primavere di libertà” (del sentirsi cittadini del mondo, dove ciascuno esprima se stesso riconoscendo pari diritti a tutti), e rivolte violente ed integraliste di chi non crede a questa possibilità di “mondo libero”.

   E fa impressione che ci siano arabi o musulmani europei e americani tra i terroristi: con chi di quel mondo occidentale si sente forse marginale, respinto, o forse solo con un desiderio di “avventura”, di denaro (i mercenari ci son sempre stati) e magari di odio assoluto da esprimere. E così nei video delle esecuzioni si vedono gli incappucciati boia-speaker, con perfetto accento inglese o americano da dove viene la loro provenienza e il loro vissuto “prima”.

LE MONTAGNE DEL NORD - E' meglio visitare le montagne, le foreste e i villaggi della CABILIA e dell'AURES in primavera o in autunno, quando la vegetazione si fregia di colori straordinari. La CABILIA, raggiungibile da TIZI OUZOU, ospita il MASSICCIO DEL DJURDJURA, dove, in inverno, sono in funzione alcune piste di sci. Gli Aures, a sud di Constantine, sono solcati da magnifici passi e scanalature, principalmente nella regione di Batna. Nel nord dell'Algeria, nel cuore delle montagne di Cabilia, la temperatura è compresa tra i 3 e i 7 gradi. D'inverno è quindi possibile vedere la neve. (da http://www.easyviaggio.com/ )
LE MONTAGNE DEL NORD – E’ meglio visitare le montagne, le foreste e i villaggi della CABILIA e dell’AURES in primavera o in autunno, quando la vegetazione si fregia di colori straordinari. La CABILIA, raggiungibile da TIZI OUZOU, ospita il MASSICCIO DEL DJURDJURA, dove, in inverno, sono in funzione alcune piste di sci. Gli Aures, a sud di Constantine, sono solcati da magnifici passi e scanalature, principalmente nella regione di Batna. Nel nord dell’Algeria, nel cuore delle montagne di Cabilia, la temperatura è compresa tra i 3 e i 7 gradi. D’inverno è quindi possibile vedere la neve. (da http://www.easyviaggio.com/ )

   Altra cosa impressionante è che nella nuova guerra integralista tutto avviene senz’alcuna effettiva rivendicazione politica: il Califfato non è vissuto come un atto di vendetta rispetto al presente e al passato, all’Occidente. Il Califfato è vissuto come l’inizio di un’epoca che non intende misurarsi con niente che riguardi un processo politico seppur farneticante: si tagliano le teste degli occidentali, perché l’Occidente non si arrende, e basta.

   Ma su tutto un fatto nuovo e positivo è che in queste settimane, in questi giorni, il dissenso alla guerra e all’estremismo si sta allargando ed esprimendo sempre di più nel mondo arabo. Sempre più manifestazioni di arabi-mussulmani si schierano apertamente contro l’Isis, contro ogni violenza; affermano che la cultura islamica è pacifica, e nulla ha a che vedere con quella violenza che accade oggi; e nulla li accomuna allo Stato Islamico.

   Interessante poi la comprensione di studiosi islamisti della crisi che il mondo islamico sta vivendo al suo interno. Crisi “letta” proprio da studiosi, storici, giornalisti islamici che incominciano a riflettere positivamente su quel che accade nel mondo arabo, e sulle soluzioni per una via pacifica e di sviluppo. Proviamo a darvene conto in questo post. (s.m.)

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I BARBARI ALLE NOSTRE PORTE. LA CIVILTÀ ARABA È CROLLATA. NON SI RIPRENDERÀ NELL’ARCO DELLA MIA VITA

di HISHAM MELHEM, da POLITICO MAGAZINE del 18/9/2014 (traduzione di Raffaele Deidda) (Hisham Melhem è capo redattore a Washington di AL-ARABIYA NEWS CHANNEL e corrispondente del quotidiano libanese AN NAHAR)

   Con la decisione di usare la forza contro gli estremisti violenti dello Stato Islamico, il presidente Obama sta facendo qualcosa di più che entrare consapevolmente in una palude. Sta facendo di più che giocare con i destini di due paesi semi-distrutti, Iraq e Siria, le cui società sono state fatte a pezzi prima che gli americani apparissero all’orizzonte. Obama sta avanzando ancora una volta, e comprensibilmente con grande riluttanza, nel caos di una civiltà intera che si è frantumata.

Profughi curdi in Turchia (a Suruc,, provincia di Sanliurfa, Turchia) 23 settembre 2014 (foto da PANORAMA_IT)
Profughi curdi in Turchia (a Suruc,, provincia di Sanliurfa, Turchia) 23 settembre 2014 (foto da PANORAMA_IT)

   La civiltà araba, così come l’abbiamo conosciuta, è praticamente defunta. Il mondo arabo oggi è più violento, instabile, frammentato e guidato dall’estremismo – l’estremismo dei governanti e degli oppositori – più che in ogni altro tempo, fin dal crollo dell’Impero Ottomano un secolo fa.

   Ogni speranza della storia araba moderna è andata delusa. La promessa di una crescita politica, il ritorno delle politiche, il ripristino della dignità umana annunciata dalla stagione di rivolte arabe nelle loro recenti primavere – tutto ha dato origine a guerre civili ed etniche, a settarie e regionali divisioni e alla riaffermazione dell’assolutismo, sia nelle sue forme militari che ataviche.

   Con l’eccezione equivoca delle monarchie antiquate e degli emirati del Golfo – che per il momento si stanno tenendo fuori dalla marea del caos – ed eventualmente della Tunisia, non c’è nessuna legittimità riconoscibile rimasta nel mondo arabo.

   È forse elemento di sorpresa che, come i parassiti che prendono possesso di una città in rovina, gli eredi di questa auto-distrutta civiltà siano i criminali nichilisti dello Stato Islamico? E che non c’è nessun altro che può fare ordine nell’enorme sfacelo che noi arabi abbiamo creato nel nostro mondo, se non gli americani e i paesi occidentali?

   Nessun paradigma o teoria può spiegare quali sono stati gli errori nel mondo arabo nell’ultimo secolo. Non c’è nessun insieme ovvio di ragioni per i fallimenti colossali di tutte le ideologie e dei movimenti politici che hanno messo sottosopra la regione araba: Il nazionalismo arabo, nelle sue forme Ba’athiste e Nasserite; vari movimenti islamici; Socialismo arabo; stati “rentier” e monopoli rapaci, che lasciano al risveglio una sequenza di società frantumate. Nessuna teoria può spiegare la marginalizzazione dell’Egitto, una volta centro di gravità politica e culturale nell’Est Arabia, e la sua breve e tumultuosa esperienza con un pacifico cambio politico prima di regredire di nuovo a guida militare.

   Non è adeguata neppure la definizione di “odi settari antichi” per spiegare la paurosa realtà che, lungo l’estensione da BASRA alla BOCCA DEL GOLFO PERSICO fino a BEIRUT sul Mediterraneo, vi è un MASSACRO QUASI CONTINUO TRA SUNNITI E SHIA (la seconda più grande confessione dell’Islam, n.d.r). Pubblica manifestazione di un’epica, geopolitica battaglia per il potere e il controllo che coinvolge l’Iran, il patria della Shia contro L’Arabia Saudita, il centro dei Sunniti e dei loro mandatari.

   Non vi è una unica, onnicomprensiva spiegazione per quell’affresco di orrori in SIRIA e in IRAQ, dove negli ultimi cinque anni più di 250.000 persone sono morte, dove città famose come ALEPPO, HOMS e MOSUL sono state aggredite dal terrore moderno delle arma chimiche di Assad e dalla violenza brutale dello Stato Islamico. Come potrebbe la Siria spaccarsi e diventare – come la Spagna nel 1930 – l’arena per Arabi e Musulmani dove ri-combattere le loro vecchie guerre civili?

   La guerra intrapresa dal regime siriano contro i civili nelle aree in mano ai ribelli ha combinato l’uso dei missili Scud, di barili di bombe anti-uomo, con tattiche medievali contro città e quartieri quali l’assedio e la presa per fame. Per la prima volta dalla Prima Guerra Mondiale i siriani stavano morendo a causa della malnutrizione e dell’inedia.

   La storia dell’Iraq negli ultimi decenni è la cronaca di una morte annunciata. La morte lenta cominciò con la decisione fatale di Saddam Hussein di invadere l’Iran nel settembre del 1980. Gli iracheni hanno vissuto in purgatorio sin da allora, con ogni guerra che ne generava un’altra.

   Nel mezzo di questo caos sospeso, l’invasione degli USA nel 2003 è stata solo un catalizzatore che ha permesso al caos violento di ricominciare con forza piena. Le polarizzazioni in Siria e in Iraq – politiche, settarie ed etniche – sono così profonde che è difficile immaginare come questi paesi, una volta importanti, possano tornare ad essere stati unitari.

   In LIBIA, 42 anni di regno del terrore di Muammar al-Gaddafi hanno reso il paese politicamente desolato e hanno spezzato la sua già fragile unità. Le fazioni armate che hanno ereditato il paese esausto l’hanno posto in una condizione di disgregazione – ancora, senza sorprese – dentro crepe tribali e regionali. Lo YEMEN ha tutti gli ingredienti di un stato fallito: divisioni politiche, settarie, tribali, nord-sud, con lo sfondo del deterioramento economico e di un depauperamento idrico tale che potrebbe trasformarlo nel primo paese al mondo privo di acqua potabile. (HISHAM MELHEM)

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LA PIOVRA ISLAMISTA NEL MEDITERRANEO

di Franco Venturini, da “il Corriere della Sera” del 25/9/2014

   Stesso orrore, stessa macabra scenografia da trasmettere con le tecnologie del mondo globalizzato. Ma qualcosa di nuovo c’è, ed è proprio questo che non deve sfuggirci. L’assassinio mediatico di Hervé Gourdel non ha avuto luogo in Iraq, bensì in Algeria, sulla riva meridionale del «nostro» Mediterraneo.

   Risulta atrocemente scontata la risposta di sangue che il fanatismo islamista ha dato ieri ai bombardamenti che aerei francesi hanno condotto in Iraq a fianco di quelli americani. L’escursionista Hervé Gourdel è stato decapitato come lo sono stati prima di lui due giornalisti statunitensi e un volontario britannico. Stesso orrore, stessa macabra scenografia da trasmettere con le tecnologie del mondo globalizzato.

   Ma qualcosa di nuovo c’è, ed è proprio questo che non deve sfuggirci. L’assassinio mediatico non ha avuto luogo in Iraq, bensì in Algeria, sulla riva meridionale del «nostro» Mediterraneo. E a lordarsi le mani di sangue non è stato un uomo di quell’Isis di cui abbiamo imparato a conoscere la ferocia, bensì l’affiliato di una semisconosciuta organizzazione alleata.

   In altri termini la morte di Hervé Gourdel dimostra a chi ancora ne dubitava che L’ISIS DELL’IRAQ E DELLA SIRIA È SOLTANTO LA TESTA DI UNA PIOVRA ISLAMISTA CHE HA MOLTISSIMI TENTACOLI, ANCHE VICINI A NOI. E dimostra altresì che non esistono vie di fuga, che non è possibile sottovalutare il fenomeno cullandosi in una falsa sicurezza.

   Nessuno al mondo nega oggi che le forme deliranti di estremismo predicate e poste in pratica dall’Isis rappresentino la più grave minaccia esistente contro gli equilibri internazionali e gli sforzi (spesso inutili) volti a contenere le crisi regionali. I sunniti ultraradicali dell’Isis non si limitano a uccidere e a martirizzare le minoranze religiose a cominciare da quella cristiana.

   La creazione di un loro «Califfato» a cavallo tra Iraq e Siria può preludere alla fine delle frontiere uscite dalla Prima guerra mondiale, alla disgregazione sia dell’Iraq che della Siria, alla nascita di un Kurdistan iracheno indipendente che innescherebbe altre reazioni, a una totale perdita di controllo nella lotta interislamica tra sunniti e sciiti, alla proliferazione nucleare se l’Iran nelle nuove condizioni si dotasse dell’arma atomica.

   Ma non è tutto. L’ISIS VUOLE COLPIRE CON IL TERRORISMO L’AMERICA E L’EUROPA, OLTRE A ISRAELE. Tremila europei hanno raggiunto i suoi ranghi con in tasca passaporti della Ue, e possono tornare addestrati a compiere attentati. E ora, sulla pelle di Hervé Gourdel, abbiamo anche la prova che di Isis ce ne sono tanti, forse anche a due passi da casa nostra (in LIBIA, per esempio).

   Se il termine minaccia ha un senso, l’Isis lo riassume alla perfezione. E davanti alle minacce si possono fare due cose: cedere sperando di salvarsi, o reagire per vincere la sfida. Siamo della seconda scuola, quando la minaccia è indubbiamente autentica. Anche il pacifismo a zigzag di Barack Obama ha dovuto arrendersi all’evidenza di un clear and present danger e premere il grilletto.

   Nella coalizione araba che ha affiancato gli Usa attaccando l’Isis nelle sue retrovie in Siria si sono visti sunniti che sparavano su sunniti, Assad che si accontentava di essere stato informato in anticipo, l’Iran sciita che dialogava con l’America e aiutava ad ammorbidire Damasco. Non sono questi segni di una estrema gravità e urgenza, a prescindere dalle colpe di ognuno, anche recenti?    Quanto agli europei, dei francesi abbiamo detto e dobbiamo loro solidarietà. Gli inglesi ci stanno pensando su, e alla fine faranno come i francesi. L’Olanda medita di schierare sei F-16, come il Belgio. La Germania è impegnata sul piano umanitario, ma forse farà di più. L’Italia ha offerto addestratori e un aereo da rifornimento in volo. Di altri poco si sa. E poi (sia chiaro che la Mogherini non c’entra, e peraltro non è ancora in carica) si discute di politica estera e di sicurezza comune.

   Pur notoriamente spaccata, l’Europa adotta all’unanimità le sanzioni antirusse energicamente «consigliate» dall’America. Ma quando l’America scende in campo, e lo fa contro la più indiscutibile e riconosciuta minaccia globale del mondo odierno, allora l’Europa esita, pensa, non sa se mettere o non mettere il piede nell’acqua. Beninteso si tratta di decisioni nazionali, visto che una politica estera comune non esiste e non può esistere senza un balzo in avanti integrazionista. Ma questo sottolinea, semmai, un imbarazzo transatlantico e intereuropeo destinato a crescere.

   Nessuno ha la certezza di poter battere l’Isis e i suoi imitatori. Anzi, una campagna aerea senza «stivali sulla sabbia» oltre a durare anni potrebbe non raggiungere l’obbiettivo di battere o almeno di contenere i discepoli di al Baghdadi. La guerra, come ha detto Obama, si annuncia difficile e molto lunga. Ed è vero che non dobbiamo e non possiamo dimenticare i nostri ostaggi e il pericolo che essi corrono. Ma se nessuno pensa di mettere stivali sulla sabbia, evitiamo almeno di mettere la testa sotto la sabbia. (Franco Venturini)

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L’ALTRO ISLAM IN PIAZZA “FERMIAMO I BOIA DELL’IS”

di Tahar Ben Jelloun, da “la Repubblica” del 27/9/2014

– CHISSÀ se le migliaia di musulmani che ieri hanno partecipato alla manifestazione davanti alla grande moschea di Parigi, chiedendo che si metta fine alla barbarie dell’Is, hanno pensato che le catastrofi storiche non accadono per caso. E che neppure possiamo vederle come incidenti della storia. – Un musulmano contro Is a Nantes, Francia, con lo slogan “Non nel mio nome” –

   SONO state preparate, talora annunciate. Basta cercare un po’ per trovarne le origini, riconoscerne le premesse, individuare gli elementi che le hanno permesse e favorite. Eppure, ogni volta ci si stupisce e si grida all’orrore, come se non avessimo né passato né memoria.

   La “Stato islamico” jihadista del sinistro Abu Bakr Al Baghdadi, autoproclamatosi Califfo, viene da lontano, da un tempo in cui quell’individuo non era ancora nato. Per semplificare, potremmo far coincidere la sua origine con la data del 29 agosto 1946, quando il presidente egiziano Nasser fece impiccare l’oppositore Sayd Qotb, un intellettuale, leader del movimento dei Fratelli musulmani. Un martire.

   All’epoca, l’islam non era ancora utilizzato come arma di guerra; i suoi valori si contrapponevano a quelli del progressismo marxistizzante, ma soprattutto totalitario. Nasser reprimeva ferocemente migliaia di oppositori, sia islamisti che democratici. La Siria e l’Iraq seguivano l’ideologia baathista, vagamente socialista e decisamente laica.

   Ma nessuno degli Stati arabi era democratico. Il potere si tramandava di padre in figlio, o si conquistava con la violenza dei colpi di Stato. Fu questo il modo in cui il 29 settembre 1969 il giovane Gheddafi, grande ammiratore di Nasser, si impadronì del potere. Ma lungi dal trasformare il suo Paese in uno Stato moderno, lasciò immutata la sua struttura tribale, e per di più finanziò i movimenti terroristici di varie parti del mondo.

   La seconda data importante è quella della nascita della Repubblica islamica iraniana, con l’arrivo dell’ayatollah Khomeini, che nel 1978 dichiara: «L’islam è politico o non è». In quello stesso periodo, in nome dell’islam gli afgani cacciano gli occupanti sovietici.

   Il seguito è noto: l’intervento americano e la comparsa dei Taliban, precursori della barbarie, culminata nella distruzione, nel 1998, dell’arte greco-buddhista, detta del Gandhara; poi, nel marzo 2001, i Taliban fanno saltare in aria le grandi statue del Buddha nella valle di Bamiyan. Scarse le proteste; e nessuna reazione ufficiale da parte del mondo musulmano.

   È dalla fine degli anni 1970 che le nozioni di jihad e di Repubblica islamica compaiono con crescente insistenza nei conflitti, fino a contaminare la rivoluzione palestinese, che in precedenza non usava la religione, e men che meno l’islam, come ideologia di lotta. Nell’intento di isolare Yasser Arafat, Ariel Sharon incoraggia con discrezione la creazione di Hamas.

   Sciiti e sunniti si contrappongono, segnatamente in Libano, dove Hezbollah è molto attivo, armato e finanziato dall’Iran tramite il suo alleato siriano, presente sul territorio libanese. Oggi questo movimento dà man forte a Bashar al Assad contro i ribelli laici e democratici. E sembra che vi sia un accordo tra Assad e i leader jihadisti, risparmiati dai suoi bombardamenti.

   Ecco come l’assenza di una vera democrazia nel mondo arabo e musulmano, l’autoritarismo di capi illegittimi, l’accumularsi di ingiustizie sociali in un contesto di corruzione e di arbitrio convergono per far nascere un’aberrazione come l’attuale “Stato islamico”, che ha preso possesso di una parte dell’Iraq e della Siria e minaccia i Paesi della regione.

   Ma senza l’invasione dell’Iraq da parte delle truppe americane, nel marzo 2003, questo Paese non si sarebbe trasformato in quella distesa di rovine che oggi serve da piattaforma al terrorismo internazionale. Il discorso di Al Baghdadi, la barbarie dei suoi metodi, l’uso che sa fare dei media e delle reti sociali hanno affascinato e attratto molti giovani, di origine non solo araba ma anche europea.

Profughi curdi in Turchia (a Suruc, provincia di Sanliurfa, Turchia), 23 settembre 2014 (foto da  PANORAMA_IT)
Profughi curdi in Turchia (a Suruc, provincia di Sanliurfa, Turchia), 23 settembre 2014 (foto da PANORAMA_IT)

   Sentiamo sollevare spesso un interrogativo che brucia: questa violenza è insita nell’islam? Si potrebbe rispondere ricordando la storia del cattolicesimo; ma sarebbe un modo per eludere una domanda imbarazzante. Evidentemente, l’islam predica la pace e la tolleranza e coltiva valori dell’umanesimo; ma al tempo stesso parla anche di jihad, di lotta contro i miscredenti, di apostasia e di molte altre cose, interpretate in maniere diverse.

   Tutto è relativo, tutto dipende dall’interpretazione che viene data di questo o quel versetto. Di fatto però, l’islam non ha mai postulato il suicidio finalizzato a provocare massacri; non ha mai incitato a catturare ostaggi e a decapitarli. E neppure ha diffuso l’ignoranza per confondere le menti dei deboli e dei malintenzionati. Quanti crimini si commettono in nome dell’islam! Spetta ai musulmani mobilitarsi per smascherare questi barbari; ma non lo fanno, o lo fanno poco, perché sono in preda ai dubbi o alla paura; o peggio ancora, approvano in silenzio ciò che sta accadendo.

   Lo “Stato islamico” jihadista è una seria minaccia per tutto il mondo arabo, ma anche per l’Europa. Migliaia di giovani europei, in parte di origine maghrebina, ma spesso anche convertiti, si trovano attualmente sul fronte della guerra condotta dallo pseudo-califfo. Un giorno torneranno in Europa senza essere riconosciuti o individuati, e passeranno all’azione. Perché nella testa di Al Baghdadi e dei suoi pari, la lotta contro l’Occidente è inevitabile, non meno di quella contro gli Stati arabi non islamisti.

   Resta da sapere chi arma e finanzia questo «Stato» sanguinario. Non dimentichiamo che alcuni movimenti sono stati aiutati in via ufficiosa da vari Stati del Golfo. Solo di recente l’Arabia Saudita ha condannato ufficialmente quel selvaggio «califfato ». Ma qualche facoltoso privato del Qatar o dell’Arabia Saudita è stato generoso con chi ha deciso di combattere per un islam oscurantista e totalitario.

   Che fare? Se l’America e l’Europa esitano, come hanno fatto nei confronti della Siria, tra qualche mese vedremo i jihadisti europei seminare il terrore nelle città dell’Ue, così come nel Maghreb. L’islamismo radicale ha dichiarato guerra sia all’Europa che al Maghreb. I primi attacchi americani e francesi sono iniziati; ma sarebbe un errore credere che basteranno a porre in condizioni di non nuocere Al Baghdadi e i suoi seguaci. Per prevenire le loro criminali aberrazioni servirebbe una politica comune tra il mondo arabo e l’Occidente.

   Il discorso di Al Baghdadi va preso sul serio. L’uomo ha dato prova di ciò che è capace di fare, decapitando quattro infelici ostaggi. Se non lo si combatterà con le armi del caso, se non sarà annientato militarmente, fisicamente, continuerà ad avanzare. Getterà nella sventura i Paesi vicini, manderà i suoi sbirri a massacrare persone innocenti ovunque nel mondo. Al di là del ruolo che viene attribuito all’islam in queste vicende, è urgente che i Paesi musulmani prendano coscienza di un fatto: questo Stato jihadista è destinato a destabilizzarli, a rovinarli, a trasformarli in veri e propri inferni.

   Si dovrebbe condurre un’inchiesta rigorosa per risalire ai finanziatori di questo Stato, dato che le rapine commesse ai danni delle banche di Mossul non sono certo sufficienti a mantenere un esercito così potente. Bisogna che gli Stati arabi si risveglino e si uniscano — una volta tanto — per isolare i barbari, disarmarli e giudicarli. Altrimenti non vi sarà più un solo luogo sicuro sul pianeta. (Tahar Ben Jelloun, traduzione di Elisabetta Horvat)

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IL TERRORISMO EREDE DEL FIS E LA NUOVA MINACCIA SEMPRE PIÙ VICINA A NOI

di Bernardo Valli, da “la Repubblica” del 25/9/2014

– “NON NEL MIO NOME” – Sta diventando virale su Twitter la campagna #Notinmyname dei giovani musulmani che si schierano contro l’Is denunciando come le efferatezze compiute dai seguaci di al Baghdadi non rappresentino tutto il mondo islamico –

PARIGI – IL TERRORE ha compiuto un grande balzo. Non è più soltanto nella valle del Tigri e dell’Eufrate. Si è avvicinato all’Europa. L’avvertimento inquietante arriva dall’altra sponda del Mediterraneo, dall’Algeria, dove Hervé Pierre Gourdel, un alpinista francese di 55 anni, sequestrato mentre viaggiava tra gli altipiani della Cabilia, è stato decapitato.

   E per provare che gli è stata mozzata la testa sul serio, come è ormai loro abitudine, gli assassini hanno mostrato il video dell’esecuzione. La micidiale patologia islamista si è manifestata ancora una volta e ci ha fatto sapere che ha la capacità di scatenarsi anche lontano dalla guerra in corso nel Levante. Può colpire, e abbandonarsi a un macabro esibizionismo, anche vicino a noi, e forse domani anche tra di noi. Pur evitando le vampate di allarmismo, il nuovo omicidio accende qualche fantasma.

   Prima gli americani James Foley e Steven Sotlof, poi il britannico David Hines e adesso il francese Hervé Pierre Gourdel sono stati sgozzati perché nonostante le intimazioni dello Stato islamico non sono cessati i bombardamenti sui luoghi controllati dal califfato terrorista in Siria e in Iraq. Alle bombe sganciate sulle zone di guerra i jihadisti rispondono tagliando le teste degli ostaggi. E invitano ad attaccare gli americani, i francesi, gli occidentali in generale con tutti i mezzi e in qualsiasi luogo.

   La decapitazione del pacifico viaggiatore nizzardo, che ha pagato con la vita l’amore per la montagna, fa pensare che quelle minacce lanciate da lontane province possono concretizzarsi a due passi da noi. Non perché lo Stato islamico abbia il braccio tanto lungo da poter agire a migliaia di chilometri di distanza, ma perché l’azione dei gruppi terroristi stimola l’emulazione.

   Il califfato, con « capitale » a Raqqa, nel Nord della Siria, ha militanti provenienti da tanti angoli del mondo, Europa compresa, e quindi dispone di uomini che possono agire al rientro nei paesi di residenza. Questo è un pericolo reale di cui tutte le forze di sicurezza occidentali sono consapevoli.

   Il terrorismo islamista è cosmopolita. Se il denominatore comune è l’adesione all’estremismo jihadista, tante nazionalità si mischiano nei movimenti islamisti dediti al terrorismo. Le origini dello Stato islamico risalgono alla ribellione provocata dall’invasione americana del 2003, quando al disperso esercito di Saddam Hussein si unirono via via i veterani delle guerre afgane, prima contro i sovietici e poi contro gli americani. Tra di loro c’erano egiziani, libici, algerini, sauditi, yemeniti. Aderenti al fondamentalismo sunnita e sensibili al mito di Al Qaeda.

   Quelle sono le radici dello Stato islamico formatosi più tardi per iniziativa di un chierico iracheno che si fa chiamare ABU BAKR AL BAGHDADI, e sulla cui testa gli americani hanno messo una taglia di dieci milioni di dollari. Al Baghdadi ha preso l’abitudine di tagliare le teste degli ostaggi dal giordano Zarqawi, suo capo e maestro, ucciso durante un’incursione aerea americana nel 2006.    Un tempo chiamati “afgani” i veterani jihadisti si sono dispersi nel mondo, dall’Iraq al Sinai egiziano, dalla Libia di Gheddafi al Mali, dallo Yemen alla Siria. La guerra civile in Algeria, scoppiata all’inizio degli anni Novanta, in seguito alla vittoria elettorale del FIS (Fronte islamico della salvezza) annullata dall’esercito, ha lasciato tanti gruppi estremisti dediti a un terrorismo cronico.

   Uno di questi, Jund al-Khilafa, ha rapito e decapitato Hervé Pierre Gourdel, ubbidendo ai sinistri insegnamenti dello Stato islamico. Del quale dichiara di essere una componente, un’appendice, non tanto perché parte della sua organizzazione ma per emulazione. Jund al-Khilafa si ispira insomma al califfato di al Baghdadi.

   Quanti altri gruppi islamisti formatisi clandestinamente in vari continenti hanno la stessa vocazione? Una volta Al Qaeda era l’esempio da seguire, oggi è lo Stato islamico.

   I jihadisti di Jund al-Khilafa sono annidati nelle montagne della Cabilia e l’alpinista francese è finito nella loro trappola micidiale. La realizzazione e la trasmissione dei video, prima per lanciare l’ultimatum a Parigi poi per esibire la decapitazione, rivelano che quel gruppo clandestino dispone di non poche complicità. Ed anche di buoni nascondigli poiché è sfuggito ai più di mille uomini dell’esercito algerino che gli davano la caccia.

   Come Barack Obama quando furono uccisi i cittadini americani, cosi François Hollande ha detto con fermezza ieri che la Francia continuerà a partecipare alle operazioni aeree in Iraq. Non cederà ai ricatti. Nel frattempo a Parigi sono arrivati i messaggi di solidarietà dei paesi arabi impegnati più o meno direttamente nel conflitto contro lo Stato islamico.

   Questa solidarietà pesa più dei discorsi occidentali. È essenziale nella lotta al terrorismo. Senza il contributo dei governi musulmani, delle loro forze armate e dei loro servizi di sicurezza, l’azione degli americani e degli europei rischia di dare scarsi risultati. E quel contributo è apparso piuttosto sofferto in questi giorni, mentre la guerra si estendeva alla Siria.

   Anche le capitali che hanno partecipato alle incursioni aeree, dunque le più zelanti, hanno diffuso dichiarazioni lapidarie nel darne notizia. Alcuni si sono addirittura ben guardati dall’annunciare il loro impegno militare. Quasi non volessero suscitare reazioni negative nella popolazione. Insomma la grande alleanza contro il terrorismo creata da Barack Obama è apparsa piuttosto di circostanza. (Bernardo Valli)

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LA COSCIENZA DEGLI ARABI

di Thomas L. Friedman, da “la Repubblica” del 25/9/2014

   NEL cuore della campagna del presidente Barack Obama contro lo Stato Islamico si annida una tensione. Ed essa spiega perché gli risulti così difficile formulare e concretizzare la sua strategia. In termini semplici, si tratta della tensione tra due obbiettivi cruciali.    IL primo è promuovere l’«esame di coscienza » che l’affermarsi dello Stato Islamico ha innescato nel mondo arabo- musulmano, l’altro è procedere all’«individuazione» e all’«annientamento » del gruppo estremista nelle sue roccaforti in Siria e in Iraq.

   Sarà meglio abituarsi all’idea, perché questa tensione non sparirà dalla sera alla mattina. Obama dovrà sapersi barcamenare in mezzo a essa. Una buona notizia c’è: l’ascesa dello Stato Islamico, ha dato il via a un processo di riflessione, un «esame di coscienza» — da tempo atteso e atrocemente schietto — da parte di arabi e musulmani SU COME ABBIA POTUTO EMERGERE IN MEZZO A LORO UN CULTO SUNNITA DELLA MORTE DI COSÌ VASTA PORTATA E COSÌ VIOLENTO.

   Del resto, è sufficiente pensare a pochi esempi, a cominciare dall’articolo intitolato “I BARBARI A CASA NOSTRA” scritto da Hisham Melhem, direttore a Washington di Al-Arabiya, il canale satellitare arabo, e pubblicato su “Politico” la settimana scorsa.

   «Con la sua decisione di fare ricorso alla forza contro gli estremisti violenti dello Stato Islamico, il presidente Obama […] mette ancora una volta piede — con comprensibile enorme riluttanza — nel caos di un’intera civiltà al collasso. La civiltà araba, così come la conoscevamo, è pressoché scomparsa. Il mondo arabo oggi è violento, instabile, frammentario e spinto dall’estremismo — l’estremismo di chi comanda e di chi è all’opposizione — , molto più che in qualsiasi altro periodo da cent’anni a questa parte, quando crollò l’Impero ottomano».   

   «Tutte le speranze della storia araba moderna sono andate tradite», ha aggiunto Melhem. «La promessa del conferimento di poteri politici, le conquiste della politica, il ripristino della dignità umana sbandierata dalla stagione delle Primavere arabe nei primi tempi… Ogni cosa ha lasciato il posto a guerre civili, a lacerazioni etniche, settarie e regionali, alla riaffermazione dell’assolutismo, sia nella sua forma militare sia in quella atavica… I jihadisti dello Stato Islamico, in altre parole, non sono spuntati fuori dal nulla. Si sono arrampicati su un guscio vuoto marcescente — tutto ciò che restava di una civiltà collassata».

   L’analista saudita progressista Turki al-Hamad ha risposto sul quotidiano “Al-Arab” che ha sede a Londra all’invito a contrastare l’ideologia dello Stato Islamico formulato dal re Abdullah ai leader religiosi sauditi. «Come possono farlo?», si è chiesto al-Hamad. «Abbracciano tutti la medesima ideologia sunnita wahabita anti-pluralistica e puritana che l’Arabia Saudita ha diffuso, in patria e all’estero, nelle moschee che hanno incoraggiato lo Stato Islamico».

   «Sono incapaci di affrontare i gruppi che praticano la violenza, l’estremismo, le decapitazioni, e non perché siano svogliati o procrastinatori, ma perché condividono tutti quella medesima ideologia », ha scritto al-Hamad. «Come potrebbero dunque contrastare una dottrina che loro stessi condividono e che rientra nel loro modo di pensare?».

   In un intervento pubblicato in agosto sul sito libanese “Now”, lo scrittore sciita libanese Hanin Ghaddar ha scritto: «Per combattere lo Stato Islamico e altri gruppi radicali, per scongiurare l’ascesa di nuovi despoti assolutistici, dobbiamo assumerci la responsabilità dei fallimenti collettivi che hanno generato questi atroci tiranni e i fanatici. Responsabili dei mostri che abbiamo contribuito a generare sono i nostri media, i nostri sistemi della pubblica istruzione…Dobbiamo insegnare ai nostri figli come imparare dai nostri stessi errori, e non come padroneggiare l’arte del diniego. Quando i nostri educatori e i nostri giornalisti inizieranno a comprendere il significato dei diritti dell’individuo, e ammetteranno che abbiamo fallito, che non siamo cittadini, allora potremo iniziare a sperare nella libertà, anche se la si raggiungerà lentamente».

   Promuovere e incoraggiare questo esame di coscienza è una componente essenziale — e intelligente — della strategia di Obama. Decidendo di impegnare l’America esclusivamente in una campagna di bombardamenti aerei contro gli obbiettivi dello Stato Islamico in Siria e in Iraq, Obama di fatto ha dichiarato che la guerra sul terreno dovrà essere combattuta dagli arabi e dai musulmani, non solo perché QUESTA È LA LORO GUERRA e dovrebbero essere loro a sostenere l’impatto più grave delle perdite, ma anche perché L’ATTO STESSO DI ORGANIZZARSI TRA DI LORO, TRA SCIITI, SUNNITI E CURDI, e superare le loro debilitanti divergenze politiche e settarie — fattore indispensabile per sconfiggere lo Stato Islamico sul terreno — è l’ingrediente necessario per la creazione di un qualsiasi tipo di governo dignitoso, frutto di consenso, che sarebbe in grado di sostituire lo Stato Islamico in modo auto-sostenibile.

   La tensione nasce dal fatto che lo Stato Islamico è una macchina omicida, e ne occorrerà un’altra per cercare di snidarla e annientarla sul terreno. È impossibile che i siriani “moderati” che stiamo addestrando riescano da soli a combattere il gruppo militante e contemporaneamente il regime siriano. Anche l’Iraq e la Turchia, anche i vicini stati arabi dovranno schierare i loro combattenti.    Dopo tutto, QUESTA È UNA GUERRA CIVILE CHE SI COMBATTE SIA PER IL FUTURO DELL’ISLAM SUNNITA, SIA PER QUELLO DEL MONDO ARABO. Certo, noi possiamo scalfire e svilire lo Stato Islamico bombardandolo dall’alto — e sono contento che in Siria abbiamo colpito questi psicopatici — , ma SOLTANTO GLI ARABI E I TURCHI POTRANNO ANNIENTARE LO STATO ISLAMICO SUL TERRENO.

   In questo stesso momento il presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan sta incoraggiando il despotismo, le intimidazioni alla stampa, il capitalismo clientelare e il tacito sostegno agli islamisti, incluso lo Stato Islamico. Non ci autorizza neppure a utilizzare la nostra base in Turchia per colpire lo Stato Islamico dall’alto. Che cosa ha in mente? Che cosa hanno in mente i regimi arabi che sono pronti a unirsi a noi nel bombardare dal cielo gli estremisti in Siria, ma escludono di fare intervenire le loro truppe di terra? Questa è una civiltà al collasso e, a meno che essa non si decida ad affrontare direttamente le patologie che hanno dato vita al mostro dello Stato Islamico, qualsiasi vittoria riusciremo a conseguire, dal cielo o sul terreno, sarà solo momentanea. (Thomas L. Friedman – traduzione di Anna Bissanti) dal “New York Times”)

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OBAMA E LA LEGITTIMA DIFESA DEGLI INERMI CONTRO I BARBARI

di Furio Colombo, da “Il Fatto Quotidiano” del 24/9/2014

– L’Onu, e anche l’Italia, stanno a guardare. il Nobel per la pace si muove da solo contro dei jihadisti che vogliono annientare tutti i nemici e che non tratteranno mai –    Su ciò che sta accadendo nel cuore del mondo, cioè il Medio Oriente, ci sono due domande rimaste senza risposta.

   Perché il Califfato ha un interesse così forte e ostinato di mostrare (mostrare, non annunciare) la sua ferocia? Che risposta si deve dare a una minaccia fondata sulla forza, sulla ricchezza e su una capacità di vincere che sembra difficile da fermare? Per rispondere bisogna sgombrare il campo da alcuni luoghi comuni.

   No, non è la rivolta dei poveri. Gli uomini in nero controllano gran parte di un Paese prodigiosamente ricco (l’Iraq) e sono in grado di espandersi, nella conquista e nella ricchezza.

LO STATO ISLAMICO (da LIMES) (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)
LO STATO ISLAMICO (da LIMES) (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Sì, è una conseguenza del disastro americano, nei tre pilastri della cieca visione di George Bush (mai dimenticare però Blair): distruzione totale di ogni struttura fisica, dalle caserme alle dighe, messa allo sbando di ogni forma di aggregazione sociale, mano libera ai mercenari, senza regole e senza limiti. Eppure sarebbe fuorviante dire che c’è un rapporto di causa-effetto.

   Il Califfato (ci dicono fatti, gesti e tracotanti parole) non è vissuto come il secondo atto, la vendetta. Il Califfato è vissuto come l’inizio di un’epoca che non intende misurarsi con ciò che viene prima neppure come processo di accusa, imputazione, esecuzione. Le teste degli ostaggi vengono tagliate perché devono essere tagliate, con il pretesto di fatti che stanno comunque avvenendo adesso.

   Si invade e depreda un popolo per provocare una risposta (il bombardamento) e si taglia la testa perché il bombardamento è avvenuto. È bene notare che le impressionanti esecuzioni dei “bianchi” che ci vengono mostrate, sono poca cosa rispetto alle migliaia d’esecuzioni di cui i boia-speaker, con accento inglese o americano, ci parlano ogni giorno, dalle tv o dalle radio. E sono poca cosa rispetto ad alcune realizzazioni, come lo sterminio della popolazione di interi gruppi etnici e religiosi (tutti i cristiani, tutti gli yazidi) e l’uso, esibito, di fosse comuni.

   NON FAREMO FINTA di credere che il Califfato sia, nella caccia a donne e bambini, più crudele di altri. Da decenni le guerre, tutte, sono guerre ai civili. RESTA PERÒ L’ESIBIZIONE CHE DIVENTA UN PROGRAMMA DI PRESENTAZIONE E DI PROPAGANDA, UNA SORTA DI NUOVA MORALITÀ. Rovescia la scala dei “valori” mettendo al primo posto la morte e lasciando aperta e mobile la definizione di nemico e l’occasione dell’offesa da lavare col sangue. Tutto questo non serve per dirci l’un l’altro come sono cattivi gli uomini e le donne del Califfato. Serve però a dire a noi in modo perentorio: non avvicinatevi per parlare. Qui nessuno vuole parlare. Questo è il quadro di fronte al quale si trova Obama, premio Nobel per la Pace e autore del discorso del Cairo. Se agisce, è l’imperialista americano di sempre, è il “potere bianco” (pensate l’ironia) causa di tutto. Se non agisce è un imbelle che non merita rispetto. Il messaggio ci dice che non merita rispetto soprattutto da parte dei suoi nemici, che dedicheranno presto a lui qualcosa di crudele e clamoroso.

   Purtroppo Obama è solo. Dell’Onu non c’è traccia. L’Europa, quella vecchia, quella nuova, e quella del semestre italiano, non fiata. Neppure quando il portavoce del Califfato prevede la presa di Roma, forse l’unica svista di un sistema comunicativo finora molto accurato.

   Qui molti di noi si fermano sull’orlo di una contraddizione senza fine. Non vuoi la guerra ma la guerra vuole te, si muove come un potente meccanismo impersonale che uccide comunque. La fuga di 140 mila curdi che si presentano alla frontiera turca dice la vastità della paura che sappiamo (anche a cura del protagonista) fondata su fatti. Il vuoto e la cecità politica (aver lasciato l’Iraq distrutto e allo sbando) si pagano. Ma non si può lasciare il pagamento a carico d’intere popolazioni che ormai sono o stanno per esser braccate da una feroce persecuzione.

   Bisognerà difenderle adesso e subito. Non siamo di fronte al realizzarsi del sogno degli xenofobi, ma alla reazione tempestiva e necessaria contro un grande potere che cresce. Non è guerra giusta. È legittima difesa in nome di coloro che muoiono da soli perché non possono difendersi da soli. NON È SCONTRO DI CIVILTÀ, PERCHÉ LA CIVILTÀ DEI TAGLIATORI DI TESTE NON ESISTE. È scontro inevitabile contro una colonna di barbarie che, pur munita della migliore comunicazione, viene avanti da un oscuro passato pieno di sangue e ha un progetto di deportazione. Impossibile fingere che il destino di tanti non ci riguardi e restare inerti e tranquilli. (Furio Colombo)

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LA PRESA DI ROMA L’ULTIMO INCUBO PER L’OCCIDENTE

di Adriano Prosperi, da “la Repubblica” del 24/9/2014 –

Preoccupa la minaccia alla città simbolo della cristianità – Il tentativo di incitare i combattenti musulmani evocando il nemico storico che simboleggia da millenni il potere imperiale. E che l’Is punta ad abbattere –

   «SPEZZEREMO le croci e faremo schiave le vostre donne». Il nome di Roma si è materializzato all’improvviso nel comunicato dell’Is. E così l’impero è tornato sui colli fatali. Ma questa volta non di un sogno si tratta. Quello che ci si para davanti sembra piuttosto l’incarnazione di un incubo, il ritorno di fiamma di un cupo riflesso periodicamente reviviscente della volontà di potenza: si tratta di fanatizzare i combattenti alla conquista ricorrendo al nome più ovvio, quello che simboleggia da millenni il potere imperiale.

   E’ da Roma che sono nate le scansioni degli imperi storici — la seconda, la terza Roma — è dal nome di Cesare che sono gemmate le denominazioni del potere autocratico russo — lo zar — o germanico (il kaiser). Il nuovo impero islamico dovrebbe dunque nascere saccheggiando la città che incarna quel simbolo.

   Una cosa è certa: il linguaggio di quel comunicato, per quanto fatto di citazioni catechistiche elementari, ha creato un ponte di comunicazione tra loro e noi. E’ stato facile notare che chi ha usato queste parole lo ha fatto riprendendole dal Corano e dalla tradizione islamica più antica: ma non dobbiamo dedurre da questo che siamo davvero davanti alla rinascita dell’Islam combattente, di quell’incubo che per secoli ha turbato i sonni dell’Occidente cristiano, quando i pirati turcheschi cercavano di rapire la bella Giulia Gonzaga e a Roma si cantava «A tocchi a tocchi la campana sona/Li turchi so’arrivati alla marina».

   Maometto aveva parlato del Jihad: ma questa parola non aveva per lui il significato militare che doveva assumere in seguito durante l’espansione islamica. Come hanno osservato gli studiosi più esperti, il termine indicava piuttosto la lotta interiore del credente che investe le sue energie nella ricerca della perfezione.

   Tra i detti di Maometto c’era — è vero — anche la profezia che un giorno Roma sarebbe stata conquistata. Quella profezia sembrò prossima a realizzarsi quando i saraceni saccheggiarono Lampedusa nell’812, e ancor più quando poco dopo nell’846 risalirono il Tevere con ben settanta navigli e giunsero fino a San Pietro. Ma quella che era in atto allora non era il compimento di un disegno profetico, un intervento divino sul mondo. Era, come dimostrò Henry Pirenne nel suo classico «Maometto e Carlomagno», la grande svolta della storia del mondo occidentale, il mutamento dei rapporti di forza nel Mediterraneo, maturata lentamente e irresistibilmente con la fine dell’unità romana del mondo conosciuto e la nascita della moderna Europa degli stati.

   Ancora alle parole del Corano si ispirarono i combattenti vittoriosi quando nel 1453 i Turchi conquistarono Costantinopoli. Perché fra i detti di Maometto c’era stato anche l’annuncio della futura conquista di quella capitale dell’Impero romano che anzi, secondo lui, doveva essere la prima ad accogliere la rivelazione del Profeta.

   Chi oggi ricorre alle parole del libro sacro tenta di risollevare una bandiera antica: di fatto ricorre all’antica pratica del mascheramento sacrale delle ambizioni politiche. E’ la stessa strategia dei predicatori cristiani delle crociate medievali o degli autori di quei manuali del soldato cristiano che furono stampati nel ‘500 per incitare al massacro i combattenti delle guerre di religione all’interno dell’Europa moderna. La Bibbia veniva saccheggiata per mettere in fila una dopo l’altra le incitazioni più feroci.

   Sappiamo quante guerre e quanti stereotipi dell’alterità e dell’intolleranza segnarono da allora in poi i rapporti tra i popoli. La tesi del «Dio lo vuole», l’imposizione del dovere sacro di versare il sangue per conto di Dio e in suo nome, furono lo strumento di una smisurata volontà di potenza mirata all’obbiettivo di fare del popolo una massa compatta e obbediente agli ordini dei sovrani benedetti dal clero.

   Non che mancassero voci più caute e razionali. Basterà ricordare come il massimo teologo della Compagnia di Gesù Francisco Suarez nelle sue lezioni sulla guerra agli allievi del Collegio Romano di fine Cinquecento (oggi appena edite e tradotte da Quodlibet), provasse a ragionare a freddo sul problema della guerra giusta: una questione che aveva fatto versare fiumi di sangue e di inchiostro . Suarez levava la sua voce contro i predicatori che brandivano la croce e si mettevano a capo di folle fanatizzate urlando che bisognava vendicare l’offesa fatta a Dio: Dio — osservava il gesuita — non aveva bisogno di uomini per vendicare le ingiurie: se voleva, poteva farlo benissimo da solo. (Adriano Prosperi)

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QUELLE GUERRIERE PESHMERGA CHE FANNO PAURA AI JIHADISTI

di Maurizio Molinari, da “la Stampa” del 23/9/2014

– Gli islamisti rinunciano alla lotta perché temono di non andare in Paradiso se uccisi da una donna – In Siria 130 mila profughi curdi in fuga verso la Turchia –

   Tagliateste sanguinari, capaci di eccidi di massa e di trasformare bambini in kamikaze ma intimoriti dalla sola vista di una donna in divisa: a svelare un possibile tallone d’Achille dei miliziani jihadisti dello Stato Islamico (Isis) sono i servizi d’intelligence americano e britannico che hanno rilevato una ricorrente anomalia nei movimenti delle unità fedeli al Califfo Al-Baghadadi.

   Ad alzare il velo sui contenuti dei rapporti militari è Ed Royce, presidente californiano della commissione Affari Internazionali della Camera dei Rappresentanti di Washington, facendo sapere che «i soldati di Isis sembrano credere che se vengono uccisi in battaglia da un uomo vanno in Paradiso accolti da 72 vergini mentre se a ucciderli è una donna la sorte è differente perché non trovano le vergini». È stata l’osservazione dei movimenti delle unità di Isis nel Nord della Siria e soprattutto dell’Iraq a portare a tale deduzione perché in più occasioni quando i jihadisti si sono trovati di fronte unità femminili di peshmerga curde hanno preferito evitare rischi.

   Le prime a notare tale anomalia nel comportamento di un nemico altrimenti spietato e apparentemente indomabile sono state proprio le donne-peshmerga, comunicando ai comandi di Erbil e Suleymania la «propria soddisfazione per essere riuscite a fermare l’avanzata di Isis» quasi senza colpo ferire. In alcuni casi, le combattenti curde hanno testimoniato di aver visto con i loro occhi «i combattenti di Isis voltare le spalle e andare via». Alla base di tali comportamenti vi sarebbero dei sermoni di imam salafiti fedeli ad Isis che avrebbero detto ai jihadisti di «non essere sicuri» sulla destinazione «in un Paradiso con 72 vergini» per «chi viene ucciso in combattimento dalle mani di una donna».

   Per Usa, Gran Bretagna e Francia, impegnate ad accelerare l’invio di armamenti pesanti ai curdi iracheni, si tratta di una notizia che può avere conseguenze tattiche, ovvero portare ad addestrare e dunque schierare un maggior numero di donne-peshmerga. Al momento i jihadisti del Califfo infatti premono sulle aree controllate dai curdi tanto in Iraq quando in Siria, dove l’offensiva attorno alla città di Kobani ha portato nelle ultime 72 ore oltre 130 mila civili a cercare rifugio oltre il confine turco.

   Il reggimento femminile dei peshmerga è uno dei punti di forza della difesa del Kurdistan iracheno dal 1996, quando venne creato con appena 11 reclute dall’Unione patriottica del Kurdistan di Jalal Talabani per sottolineare la volontà di integrare le donne nel nascituro Stato. Ora il reggimento conta quattro battaglioni, con un comandante per brigata e un corpo ufficiali fino al grado di colonnello.

   Lamiah Mohammed Qadir è uno dei comandanti più popolari, tiene le sue donne-soldato schierate nella provincia di Dyala e spiega così le mansioni svolte: «Siamo in prima linea a Daquq, Jalawla e Khanaqin, partecipiamo alle battaglie e contribuiamo anche a trasportare equipaggiamenti ai reggimenti di uomini».

   Finora le donne-pershmerga non hanno subito vittime e Chelan Shakhwan, una delle veterane, descrive così la formazione all’arte del combattimento: «È un addestramento duro, con esercizi su armi, resistenza fisica e preparazione intellettuale». Il soldato Shaimaa Khalil spiega alla Bbc che «la nostra motivazione contro Isis è forte, vogliamo combattere per difendere il Kurdistan e anche difendere noi stesse perché da quanto visto a Mosul i jihadisti attaccano proprio noi donne». Non poche delle donne-pershmerga sono tiratori scelti ed hanno alle spalle la guerra del 2003 contro le truppe di Saddam. «Molte di noi hanno figli e mariti aggiunge Shakhwan ma sono felice di fare il mio dovere proteggendo il Kurdistan». D’altra parte le prime donne curde combattenti di cui si ha notizia risalgono al XII secolo quando fu il Saladino a volerle al suo fianco, apprezzandone dedizione e addestramento. (Maurizio Molinari)

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