NUOVI AMBITI TERRITORIALI geografici (CITTÀ?) da definire: dove non poterono i referendum tra comuni o lo Stato centrale con leggi, sarà la trasformazione antropologica della crisi economica a ridefinire e superare i COMUNI fondendoli in CITTÀ? – Un breve excursus di EPISODI AGGREGATIVI che stanno accadendo nel mondo

SMART CITY come? - “Una vera «CITTÀ INTELLIGENTE» non è quella che può fare di più con meno — un ottimo slogan per i tempi di austerità — ma quella che è cosciente, e anche orgogliosa, dei propri limiti e imperfezioni, quella che rispetta le minoranze e le loro diversità innocue e non viola i diritti dei suoi abitanti, compreso quello di usufruire della città” (Evgeny Morozov, LA CITTA’ INTELLIGENTE E’ UN PO’ SCEMA, da “il Corriere della Sera” del 29/6/2014) (nella foto: Padova, Piazza dei Sgnori)
SMART CITY come? – “Una vera «CITTÀ INTELLIGENTE» non è quella che può fare di più con meno — un ottimo slogan per i tempi di austerità — ma quella che è cosciente, e anche orgogliosa, dei propri limiti e imperfezioni, quella che rispetta le minoranze e le loro diversità innocue e non viola i diritti dei suoi abitanti, compreso quello di usufruire della città” (Evgeny Morozov, LA CITTA’ INTELLIGENTE E’ UN PO’ SCEMA, da “il Corriere della Sera” del 29/6/2014) (nella foto: Padova, Piazza dei Signori)

   Delle elezioni che si tengono per le “nuove Province” non se ne accorge nessuno, tranne il personale politico che va a votare, che cerca di “conquistarle” (le Amministrazioni provinciali). Perché, per chi non lo sapesse, sono iniziate ufficialmente le elezioni provinciali 2014. Per la prima volta, i consigli delle Province sono rinnovati non già dal popolo elettorale, ma possono solo votare tutti i sindaci e i consiglieri comunali del territorio, e il loro voto è ponderato in base all’ampiezza del Comune da cui provengono.

   Ci sono due schede: una per eleggere il Presidente (sono candidabili tutti i sindaci più, solo in questa tornata, i consiglieri provinciali uscenti), e una per eleggere i consiglieri (sono candidabili sindaci, consiglieri comunali e consiglieri provinciali uscenti).

   La riforma che vorrebbe iniziare a eliminare le Province (previste in Costituzione), approvata nell’aprile scorso che prende il nome dal ministro che la propose (Delrio), ha ridefinito assetto e funzioni delle Province italiane. Cambiano le funzioni, che vengono ridotte. Ma gli enti continueranno ad occuparsi di questioni come pianificazione territoriale, trasporto locale, costruzione e gestione delle strade provinciali, edilizia scolastica. E dieci di queste Province, dal 2015 diventeranno città metropolitane (Torino, Milano, Venezia, Bologna, Genova, Roma, Firenze, Napoli, Bari e Reggio Calabria).

   Le Province che dovrebbe poco a poco scomparire (ma per ora non scompaiono!) pongono, oltre ad aspetti positivi di risparmio di spesa e di eliminazione di apparati obsoleti, pongono anche alcuni aspetti di necessità di nuova organizzazione dei servizi territoriali che né piccoli e medi comuni (di come è fatta in buona parte l’Italia) né le regioni possono farsi carico, cioè questi enti (comuni e regioni) “non sono adatti” a gestire determinati servizi. Per questo si parla insistentemente e sempre di più, nel dibattito politico organizzativo ma che assume una veste fortemente e prevalentemente geografica, di AMBITI TERRITORIALI ottimali, da ricercare.

Se le PROVINCIE saranno pian piano effettivamente eliminate, si parla insistentemente e sempre di più, nel dibattito politico organizzativo ma che assume una veste fortemente e prevalentemente geografica, di AMBITI TERRITORIALI OTTIMALI, da ricercare
Se le PROVINCIE saranno pian piano effettivamente eliminate, si parla insistentemente e sempre di più, nel dibattito politico organizzativo ma che assume una veste fortemente e prevalentemente geografica, di AMBITI TERRITORIALI OTTIMALI, da ricercare

   Nelle dieci aree d’Italia dove le province si trasformano in Città metropolitane, tutto appare risolto (ma non sarà così). Negli altri territori (la maggior parte) si spera che la progressiva riduzione dell’importanza delle Province (che come detto non sono più elette dal popolo ma permangono quasi come consorzio tra le amministrazioni comunali), qui la situazione è più delicata: si vede una discrasia, una troppa lontananza tra la regione e la sua forza (in questi anni cresciuta a dismisura, mentre la Costituzione le assegnava solo un compito programmatorio) e gli innumerevoli comuni, quasi tutti medio piccoli, deboli e senza soldi, non in grado di gestire servizi allargati, né tantomeno che da loro partano iniziative di fusione, iniziative quasi sempre bocciate dalla popolazione (che nei referendum che vengono indetti, va a votare “contro” il mettersi assieme ad altre comunità) (passa solo qualche “associazione di servizi comunali”, e neanche tanto…).

Nella foto ALDO BONOMI - LA “CITTÀ DISTRETTO”, NUOVA OPPORTUNITÀ – “…ci sono tracce di un nuovo Rinascimento che convivono con i segnali di declino. Il che mi fa pensare all’uso di una provocatoria metafora storica. Se la mezzadria è stata la base socio economica della nascita dei distretti, oggi, gli elementi di forza e di innovazione della metamorfosi distrettuale disegnano una geografia dello sviluppo fatta di gran ducati e signorie distrettuali nell’Italia aperta ai flussi della globalizzazione…” (da LA METAMORFOSI DEI DISTRETTI INDUSTRIALI di ALDO BONOMI, da “il Sole 24ore” del 27/4/2014)
Nella foto ALDO BONOMI – LA “CITTÀ DISTRETTO”, NUOVA OPPORTUNITÀ – “…ci sono tracce di un nuovo Rinascimento che convivono con i segnali di declino. Il che mi fa pensare all’uso di una provocatoria metafora storica. Se la mezzadria è stata la base socio economica della nascita dei distretti, oggi, gli elementi di forza e di innovazione della metamorfosi distrettuale disegnano una geografia dello sviluppo fatta di gran ducati e signorie distrettuali nell’Italia aperta ai flussi della globalizzazione…” (da LA METAMORFOSI DEI DISTRETTI INDUSTRIALI di ALDO BONOMI, da “il Sole 24ore” del 27/4/2014)

   IL MONDO E’ RADICALMENTE CAMBIATO, anche nella geografia delle istituzione locali (ne accenniamo nella seconda parte di questo post) ma in Italia non si deroga dal voler portare avanti politiche (urbanistiche, fiscali, di controllo sanitario-ambientale….) in mano a 8.100 comuni, che ognuno fa come li pare: solo per fare un esempio, in questi giorni più di 5mila comuni su 8mila sono interessati dall’applicazione dell’imposta TASI, sulla casa e sui servizi erogati alle abitazioni, e ogni amministrazione comunale presenta regolamenti e tassazioni diverse l’uno dall’altro, più di 5.000 modi di decidere sulla stessa tassa… E non parliamo dei Piani regolatori (cioè dei PAT e “Piani di interventi dei sindaci” programmatori, che solo la crisi economica ha ridotto nelle pretese di urbanizzazioni assurde….ma non va bene che a decidere sia una crisi che vorremmo fosse superata).

E allora non si può che parlare del CAOS DEI COMUNI. E vien da pensare che la progressiva riduzione dei poteri delle Province potrebbe essere l’occasione giusta e irripetibile per arrivare a una riduzione della quantità dei Comuni, cioè quello che ora si cerca disperatamente di fare nel voler stabilire nuovi AMBITI TERRITORIALI in grado di gestire i servizi (ma anche con autorevolezza politica, culturale, etc. nei propri territori).

PALMANOVA (UDINE): CITTA’ DEL PASSATO? NO, DEL FUTURO - Edilizia a consumo zero: Palmanova "think tank" dell'innovazione - Edilizia a consumo zero: Palmanova "think tank" dell'innovazione „Palmanova si candida a diventare "think tank" dell'innovazione nel campo dell'edilizia, con la proposta di ospitare un convegno annuale internazionale sui temi della rigenerazione urbana, delle smart cities e dei processi di innovazione urbanistica ed edile. L'idea è emersa oggi nel corso del seminario formativo che si è svolto nella città stellata ed intitolato "Edifici da vivere" promosso da ANCE Friuli Venezia Giulia e ANCE Veneto con  gli ordini provinciali degli ingegneri, architetti, periti e geometri delle due regioni.“ (18/9/2014, da www.udinetoday.it/ )
PALMANOVA (UDINE): CITTA’ DEL PASSATO? NO, DEL FUTURO – Edilizia a consumo zero: Palmanova “think tank” dell’innovazione – “Palmanova si candida a diventare “think tank” dell’innovazione nel campo dell’edilizia, con la proposta di ospitare un convegno annuale internazionale sui temi della rigenerazione urbana, delle smart cities e dei processi di innovazione urbanistica ed edile. L’idea è emersa oggi nel corso del seminario formativo che si è svolto nella città stellata ed intitolato “Edifici da vivere” promosso da ANCE Friuli Venezia Giulia e ANCE Veneto con gli ordini provinciali degli ingegneri, architetti, periti e geometri delle due regioni.“ (18/9/2014, da http://www.udinetoday.it/ )

   Ambiti territoriali che potrebbero chiamarsi CITTÀ, nuove città che si costituiscono e riuniscono municipi di una stessa area omogenea (pur essi mantenendo una loro specificità storica), almeno da arrivare a creare città di 50-60.000 abitanti (in aree isolate, come quelle montane, potrà anche essere meno; in aree densamente abitate può ben di molto superare le 60mila, ma questa media si adatterebbe alla maggior parte degli attuali territori).

   Merita qui ricordare (nel terzo articolo che appare in questo post) l’esempio che il Friuli Venezia Giulia sta dando, realizzando entro il 2015 il superamento degli attuali comuni con “ambiti territoriali”, “supercomuni”, di almeno 50mila abitanti. Pertanto in Friuli, una volta superate le Province, lo schema sarà duale. Da una parte LA REGIONE, dall’altra i COMUNI, MA aggregati per AMBITI OMOGENEI.

   Che noi, più realisticamente, piuttosto che la brutta parola di “Ambiti”, proporremmo di unire ancora di più, e chiamare CITTÀ.

   E se accadde dappertutto, in tutte le regioni d’Italia, fatte le NUOVE CITTÀ, per iniziare, tre possono essere i temi di sviluppo da subito mettere in atto:

1) idee concrete per l’ECONOMIA COME RILANCIO DELLO SVILUPPO del luogo, del territorio, della propria nuova città, compresa quella attività manifatturiera che ogni luogo ha la sua, e che “deve tornare” nei nostri territori, seppur radicalmente innovata, di qualità, specialistica, quel che si vuole… cioè rincominciare a fare delle cose, produrle.

2) Poi le nuove città dovrebbero essere sempre più attente nell’utilizzo del suolo e delle altre risorse ambientali, il proprio paesaggio, sia l’architettura come l’ambiente naturale;

3) E poi un ESSERCI NEL MONDO che è proprio delle città, in grado di essere autorevoli nella loro nuova grandezza anche di rappresentanza di cittadini (60mila abitanti è meglio che 5.000 o15.000 o 20.000…), in grado cioè di ascoltare “il mondo” ed essere interlocutori credibili (essere ascoltati) (superare ogni forma corporativa serve a salvare i nostri territori e tutti quelli che ci vivono, presenti da sempre o arrivati da pochi mesi). (s.m.)

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LA RIFORMA DELLE PROVINCE O DEI COMUNI?

di Sergio Maset, da Venezie Post del 23/9/2014 http://www.veneziepost.it/

   Non si può leggere la riforma delle province senza tener presente l’iter che in questi anni ha accompagnato le (tentate) riforme per la razionalizzazione della spesa degli enti locali.

   Il punto su cui si è per lungo tempo focalizzato il dibattito è stato quello di come applicare concretamente il principio di adeguatezza ponendo un limite al “municipalismo” inteso come applicazione in senso autonomista della sussidiarietà.

   I decreti succedutisi dal 2010 hanno provato ad intervenire sulla creazione di AMBITI OTTIMALI entro i quali i comuni devono produrre in forma associata i servizi. Questa discussione si è articolata intorno a due opzioni: RIDEFINIZIONE DELLE CIRCOSCRIZIONI COMUNALI e ASSOCIAZIONISMO INTERCOMUNALE.

Ovvero, ACCORPARE I COMUNI e renderli più grandi OPPURE rispondere ai bisogni di maggior scala attraverso una GESTIONE ASSOCIATA DELLE FUNZIONI. La discussione non ha prodotto alcuna cesura con il passato.    Da un lato NON È EMERSO UN CONSENSO per procedere ad un ridisegno ampio delle circoscrizioni e dunque arrivare alla creazioni di nuovi grandi comuni via accorpamento delle municipalità preesistenti alla stregua di quanto avvenuto nei decenni scorsi in Germania. La Germania Federale tra il 1968 e il 1978 aveva infatti ridotto le sue municipalità da oltre 24 mila a 8518. LE FUSIONI sono state pertanto incentivate ma NON POSTE COME OBIETTIVO di una riforma generale.    Dall’altro lato L’OPZIONE DELLA GESTIONE ASSOCIATA INTERCOMUNALE, lasciata alla assoluta volontarietà dei comuni, ha prodotto negli anni RISULTATI a macchia di leopardo, complessivamente NON SIGNIFICATIVI SE NON addirittura (in molti casi, non in tutti) DI MERA FACCIATA.

   Il decreto Legge 78/2010 ha introdotto l’obbligo alla gestione associata per i comuni più piccoli (sotto i 5.000 o sotto i 3.000 se montani) ma ha mancato (poteva essere altrimenti?) di indicare tra quali comuni avrebbe dovuto realizzarsi la gestione associata. La normativa nazionale stabiliva infatti che “spetta alle Regioni individuare, con propria legge, la dimensione territoriale ottimale per lo svolgimento in forma associata delle funzioni fondamentali dei comuni. In questo quadro alcune regioni si sono spinte avanti nel percorso di ri-articolazione del territorio ma in prevalenza sono rimaste in attesa.    L’INDIVIDUAZIONE DEGLI AMBITI PER LA GESTIONE ASSOCIATA delle funzioni comunali SI  INTRECCIA ora strettamente con LA QUESTIONE DELLA ATTRIBUZIONE da parte dello stato e delle regioni DELLE FUNZIONI PROVINCIALI, altre rispetto a quelle fondamentali. Nella legge, in relazione alla attribuzione delle funzioni provinciali si fa infatti nuovamente riferimento all’obiettivo di conseguire efficacia nello svolgimento delle funzioni fondamentali da parte dei comuni.

   Il punto centrale sembra essere (ancora) questo: dove collocare il baricentro dell’intercomunalità tra il livello provinciale (ancorché nel nuovo assetto) e quello degli ambiti sub-provinciali (governati da Unioni di comuni?). Se la fine del percorso è ancora tutta da scrivere resta però una constatazione: per semplificare i livelli degli enti locali tra regioni, province e comuni se n’è dovuto inserire uno nuovo, gli AMBITI DI AREA VASTA. (Sergio Maset)

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ELEZIONI PROVINCIALI 2014, AL VIA IL VOTO DOPO LA LEGGE DELRIO

da www.leggioggi.it/ del 29/9/2014

– Partite le consultazioni elettorali di sindaci e consiglieri comunali –

   Iniziate ufficialmente le elezioni provinciali 2014. Per la prima volta, i consigli delle Province sono rinnovati non già dal popolo elettorale, ma dagli eletti stessi, che nomineranno i nuovi presidenti e consiglieri.

   Si tratta di un cambiamento epocale, che arriva a pochi mesi dalla conversione in legge del ddl Delrio, la riforma contestata che ha abolito le province come organo elettivo, lasciandole, però, in vita per le altre funzioni.

   Mentre, infatti, il processo di migrazione delle responsabilità amministrative dell’ente provinciale è ancora indietro e dovrebbe concludersi non prima di fine anno, la riforma entra ora nella fase due, che vede le assemblee provinciali elette da sindaci e consiglieri comunali del territorio su cui la giurisdizione dell’ente continua ad avere effetto.

Ai blocchi di partenza

A rompere gli indugi sono state Bergamo, Lodi, Foggia, Taranto e Vibo Valentia, che il 28 settembre hanno rinnovato gli incarichi. Il 29 è toccato a Ferrara: obiettivo, è quello di chiudere le elezioni entro il 12 ottobre, data entro cui saranno rinnovati i consigli di ben 64 province. Si tratta in gran parte delle amministrazioni che hanno saltato la tornata di maggio, in contemporanea alle europee e comunali: per la prima volta, infatti, le elezioni alle Province non hanno eletto un nuovo consiglio: saranno gli stessi eletti a doverci pensare, in questi giorni.

   Si tratta dell’aspetto della riforma che ha attirato più polemiche: se da una parte il governo ha difeso la novità, ricordando i risparmi che derivano da centinaia di eletti in meno che svolgono il mandato senza percepire alcuna indennità, i critici rispondo che i veri sprechi siano rimasti immuni dalla nuova legge.

Vai al calendario completo

Vai al testo del ddl Delrio

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FRIULI VENEZIA GIULIA: ADDIO PROVINCE, NASCONO I “SUPER COMUNI”

di Marco Ballico, da “il PICCOLO di Trieste” del 18/6/2014

– La giunta Serracchiani ridisegna la mappa degli enti locali. Territorio suddiviso in 18 Ambiti fino a 50mila abitanti. Trieste viaggia da sola –

TRIESTE. Le comunità montane spariranno. Stavolta davvero, a quanto pare. E con esse associazioni e unioni comunali che erano state introdotte dalla legge 1 del 2006, quella targata Franco Iacop, allora assessore della giunta Illy. Al loro posto, con un nome forse ancora da perfezionare, nascono gli Ambiti, la nuova suddivisione, anche geografica, del Fvg.

GLI AMBITI

La maggioranza di centrosinistra, in un percorso che lo stesso Paolo Panontin definisce «ancora da condividere in alcune parti», sta abbozzando la riforma degli enti locali. L’assessore alla Funzione pubblica ha ben chiara la filosofia ma non vuole anticipare più di tanto dei dettagli. Gli Ambiti, a quanto risulta, potrebbero essere 18, uno di questi vedrebbe Trieste in solitaria. Ma le conferme, appunto, non arrivano, non prima di un vertice di coalizione fissato nell’ultima settimana di giugno.

I CONTENUTI

Ma come funzioneranno questi Ambiti? Che competenze gestiranno? Come saranno governati? Premesso che, prima delle ufficializzazioni, «è corretto e opportuno trovare il consenso più ampio possibile all’interno della maggioranza per poi confrontarsi anche con le opposizioni», Panontin chiarisce che numero e perimetri degli Ambiti non sono ancora definiti, così come vanno ulteriormente raffinate la rappresentatività dei territori (in questo tema rientra la questione minoranze) e la quantità, oltre che l’intensità delle funzioni da attribuire ai nuovi organismi.

GLI ENTI DA CANCELLARE

Sono i tre temi cardine su cui la maggioranza è impegnata a chiudere una prima bozza di testo. Nella convinzione già acquisita peraltro che questi Ambiti andranno a sostituire, cancellandole, le comunità montane e le diverse CONVENZIONI, ASSOCIAZIONI e UNIONI INTERCOMUNALI partorite dalla legge 1.

Si trattava, nello spirito della legge, di favorire comunioni d’intenti tra Comuni contermini inseriti in contesti omogenei dal punto di vista territoriale e socio-economico, finalizzate alla gestione associata di una pluralità di funzioni e servizi. Qualche esempio? L’esercizio congiunto poteva riguardare finanza e contabilità, tributi, commercio e attività produttive, urbanistica, servizi tecnici, gestione del personale e polizia municipale.

GLI ABITANTI

L’intento è ora di far nascere, sotto la veste degli Ambiti, aggregazioni sovracomunali più ampie di quanto poi concretizzato con la legge Iacop. Sulla carta, stando alle volontà già espresse di Panontin, si punta a METTERE INSIEME FINO A 50MILA ABITANTI, fatte salve le deroghe per la montagna ma con un sistema istituzionale che funzionerà allo stesso modo in Alto Friuli come in pianura.

SISTEMA DUALE

Di certo, una volta superate le Province, lo schema sarà duale. Da una parte LA REGIONE, dall’altra I COMUNI, aggregati per ambiti omogenei, rimarranno i due soli livelli istituzionali a dividersi le competenze della pubblica amministrazione in Fvg. Comprese quelle ancora nelle mani degli organi provinciali: mobilità, ambiente, viabilità, edilizia scolastica e lavoro. Con la Regione che ne uscirà presumibilmente alleggerita rispetto a oggi e i Comuni più responsabilizzati (e finanziati).

L’ITER

Uno schema che la giunta intende portare in Consiglio nel 2014, per poi farlo diventare operativo entro il 2015. «Siamo ancora in una fase in cui le diverse tematiche vanno digerite dai gruppi di maggioranza – aggiorna Panontin -, conto che la giunta possa approvare in via preliminare il ddl prima della pausa estiva».

Dopo di che si tratterà anche di evitare il “traffico” autunnale: «Siamo impegnati anche su altri fronti importantissimi, dalla sanità alla cultura. E dunque andrà evitato di portare in una stessa seduta consiliare provvedimenti così rilevanti in contemporanea». In ogni caso, dopo il percorso consiliare e il confronto con i diretti interessati, quindi il Consiglio delle Autonomie, la riforma dovrebbe approdare in aula prima della maratona della Finanziaria di fine anno. (Marco Ballico)

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SVUOTATE MA ANCORA OPERATIVE: LA SECONDA VITA DELLE PROVINCE

di Marco Bresolin, da “la Stampa” del 23/9/2014

– dal 28 settembre al 12 ottobre si rinnovano le amministrazioni: votano solo i sindaci e i consiglieri. La formazione delle liste ha prodotto alleanze inedite e divisioni. Ma non dovevano essere abolite? –

   No, non sono ancora «morte». Esistono e resistono, le Province. Svuotate (ma fino a un certo punto) delle loro competenze dalla legge Delrio approvata nell’aprile scorso, in attesa di essere cancellate definitivamente dalla riforma costituzionale (quando arriverà), continueranno ad avere un presidente e un consiglio. Solo che non saranno i cittadini ad eleggerli, ma gli amministratori locali con un’elezione indiretta. Proprio come succede con il Presidente della Repubblica e come dovrebbe succedere con il nuovo Senato. E le alleanze che si sono formate in alcune città sono l’ennesima dimostrazione che, nelle politica italiana, destra e sinistra sono due concetti sempre meno distinti.

COSA

La riforma ha ridefinito assetto e funzioni delle Province italiane. Cambiano le funzioni, che vengono ridotte. Ma gli enti continueranno ad occuparsi di questioni come PIANIFICAZIONE TERRITORIALE, TRASPORTO LOCALE, COSTRUZIONE E GESTIONE DELLE STRADE PROVINCIALI, EDILIZIA SCOLASTICA. DIECI di queste, dal 2015 diventeranno CITTÀ METROPOLITANE. Per il sottosegretario Delrio, il risparmio globale sarà di 3,5 miliardi. Per l’Unione Province «solo 32 milioni».

QUANDO

Tranne alcune eccezioni, nella stragrande maggioranza delle città la votazione è dal 28 settembre al 12 ottobre. A fare da apripista, il 28 settembre, sono state le Province di Bergamo, Lodi, Sondrio, Taranto e Vibo Valentia.

DOVE

Urne aperte in 64 Province. Non si vota nelle Regioni a statuto speciale, escluse dalla riforma, e in altre tredici province. Elezioni (ma con date diverse) anche nelle CITTÀ METROPOLITANE TORINO, MILANO, BOLOGNA, GENOVA, ROMA, FIRENZE, NAPOLI, BARI, mentre dovranno attendere REGGIO CALABRIA e VENEZIA (entrambe commissariate).

CHI

Possono votare tutti i sindaci e i consiglieri comunali del territorio, il loro voto è ponderato in base all’ampiezza del Comune da cui provengono. Nelle Province, ci sono due schede: una per eleggere il Presidente (sono candidabili tutti i sindaci più, solo in questa tornata, i consiglieri provinciali uscenti), una per eleggere i consiglieri (sono candidabili sindaci, consiglieri comunali e consiglieri provinciali uscenti).

   Il candidato presidente più votato viene automaticamente eletto e resta in carica 4 anni, mentre il consiglio (che viene rinnovato ogni due anni) si formerà in modo proporzionale rispetto ai consensi ottenuti dalle singole liste (che possono, ma non è obbligatorio, appoggiare un candidato presidente). Sono previste le preferenze, in base alla quale verranno scelti i consiglieri.

   NELLE CITTÀ METROPOLITANE, invece, NON ESISTE LA FIGURA DEL PRESIDENTE: IL SINDACO METROPOLITANO È automaticamente IL SINDACO DEL COMUNE CAPOLUOGO. Per il consiglio, valgono grossomodo le regole della Provincia. Il numero dei consiglieri varierà in base alla popolazione: da un minimo di 10 negli enti più piccoli a un massimo di 24 nelle Città Metropolitane più estese. Presidente e consiglieri non percepiranno un’indennità. (…..) (Marco Bresolin)

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PROVINCE, I NUMERI DELLE CLIENTELE

di Sergio Rizzo da “il Corriere della Sera” del 3/9/2014

– Con la riforma 20 mila da ricollocare – In Calabria un «esubero» ogni 1.200 abitanti, il triplo che in Lombardia –

   Graziano Delrio dice che per portare a casa i risultati non basta far passare un provvedimento. Ma «bisogna stare sul pezzo». Vale anche per l’abolizione delle Province elettive, trasformate in enti di area vasta da una legge nota ormai con il suo nome. Dovrebbero essere poco più che agenzie nominate dai sindaci, in attesa che la riforma costituzionale faccia sparire definitivamente la parola «Province» dalla nostra carta fondamentale. (…..)

   Nel frattempo una società del Tesoro e della Banca d’Italia, la Sose, ha fatto con il centro studi bolognese Nomisma una simulazione del personale e dei costi necessari a questi enti di area vasta. Arrivando alla conclusione che dei 47.862 dipendenti provinciali censiti nel 2010 nelle sole quindici Regioni a statuto ordinario basterebbero, per assolvere le funzioni demandate loro dalla legge Delrio, 27.269: ipotizzando che la situazione rimanga tale e quale a quella attuale nelle dieci Province di cui è previsto il passaggio a città metropolitane. Un elenco che oltre a Roma, Milano, Bologna, Firenze, Bari, Genova, Venezia, Napoli e Torino include anche (curiosamente) Reggio Calabria per un numero totale di 13.392 dipendenti.

   Tenendo presente che il fabbisogno di personale in tutte le altre è valutato in 13.611 unità, più le 266 ritenute ottimali per le tre ex Province qualificate come «montane», ovvero Sondrio, Belluno e Verbano-Cusio-Ossola, il risultato è che ci sarebbero almeno 20.593 persone di troppo. E senza considerare l’impatto della riforma nelle cinque Regioni a statuto autonomistico come Sicilia, Sardegna, Friuli-Venezia Giulia, Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta: ancora tutto da valutare. Le prime tre dovranno adeguarsi entro un anno a partire dall’8 aprile scorso. Per le ultime due la legge Delrio sarà applicabile solo «compatibilmente con le norme dei rispettivi statuti». Il che lascia, com’è ovvio, margini enormi di sopravvivenza del vecchio sistema. Basta dire che mentre la legge si discuteva in Parlamento la Provincia di Udine andava tranquillamente alle elezioni senza porsi minimamente il problema: il consiglio provinciale scade nell’aprile 2018.

   Almeno 20.593 persone da licenziare, dunque? Nemmeno per idea. «Da riallocare», precisa lo studio di Sose e Nomisma in perfetta sintonia con quanto a suo tempo precisato dal governo, «fra Regioni e Comuni». E sono numeri che oltre a dare l’idea delle dimensioni del taglio inferto alle vecchie Province, fanno anche capire la portata delle clientele locali. Per 2.955 esuberi nelle Province lombarde, (Milano a parte), ce ne sono 1.620 in quelle calabresi (Reggio Calabria a parte). Un esubero ogni 3.364 abitanti in Lombardia, uno ogni 1.208 in Calabria. Ma anche uno ogni 1.201 residenti nelle Marche, ogni 1.551 nel Molise, ogni 1.621 in Toscana, ogni 2.060 in Emilia Romagna. Sorprende il dato del Lazio, dove c’è un esubero ogni 5.746 abitanti. Ma è un numero evidentemente collegato al peso nella Regione della Provincia di Roma, che ha 3.106 dipendenti: cifra paragonabile a quella del personale dell’intera Regione Lombardia.

   Va anche detto che la Provincia di Milano compila ogni mese 1.889 buste paga. Con un rapporto di un dipendente provinciale ogni 1.681 abitanti, inferiore del 17 per cento appena alla Provincia di Roma, che ne ha uno ogni 1.391 residenti. Divario in parte giustificabile con il fatto che la superficie romana è più che tripla rispetto a quella milanese. Ciò che invece nessun parametro fisico può spiegare è come mai la Provincia di Reggio Calabria abbia in proporzione ai suoi abitanti un numero di dipendenti dieci volte superiore alla Province di Roma o Torino, e addirittura dodici volte a quella di Milano. Sono 1.057, uno ogni 135 abitanti. Circostanza che rafforza ancora di più, se possibile, le legittime perplessità manifestate sulla trasformazione in città metropolitana dagli esperti della spending review.

   Meno dipendenti e funzioni ridotte, senza più i vecchi apparati politici significa ovviamente anche minori costi. Prima della riforma la spesa corrente delle quindici Regioni a statuto ordinario ammontava (dato 2010) a 8 miliardi e 58 milioni l’anno. La previsione con il nuovo assetto è di un miliardo 524 milioni; ma sempre senza considerare le famose dieci città metropolitane, le cui uscite correnti sono pari a 2 miliardi 679 milioni. La differenza è quindi pari a 3 miliardi 855 milioni. Ma guai a chiamarlo risparmio. Il rapporto Sose-Nomisma lo definisce: «spesa da ricollocare fra gli altri enti territoriali». Perché c’è pur sempre il personale in esubero. E volete che con questi chiari di luna Regioni e Comuni rinuncino a spartirsi le altre spoglie? (Sergio Rizzo)

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Smart land come declinazione italica del concetto di Smart city

NELLE SMART LAND DOVE LA MANIFATTURA INTRECCIA LA CULTURA

di Aldo Bonomi, da “il Sole 24ore” del 6/7/2014

   A partire dalla seconda metà degli anni 90 ho cominciato ad occuparmi della nuova composizione sociale al lavoro nel ciclo terziario che emergeva dall’innescarsi di quella che veniva chiamata NEW ECONOMY, A FORTE CONNOTAZIONE URBANA, dalla proliferazione del terzo settore cresciuto sui processi di esternalizzazione del welfare, dall’esplosione di figure professionali “attivi senz’opera” nel circuito del loisir, della cura della persona, delle cosiddette arti minori, della comunicazione.

   Si trattava di un processo nascente che, in quanto tale, aveva alcuni precisi riferimenti territoriali. A quell’epoca pochi si definivano “precari” o “proletaroidi”, molti si definivano “professionisti” o “imprenditori”, quasi tutti rivendicavano la propria estraneità alle categorie di classe.    Uno dei laboratori territoriali più significativi dell’epoca era quello che ho chiamato DISTRETTO DEL PIACERE, alludendo a quel poligono territoriale compreso tra GARDALAND, VENEZIA, RIMINI, CATTOLICA e BOLOGNA, nel quale operavano 150mila addetti, molti più di quanti ne impiegasse la Fiat dell’epoca. Quando chiedevi, come feci io, a 165 operatori della creatività cosa facevano per campare ottenevi 165 risposte diverse. Pr, cubiste, body guards, cacciatori di tendenze, direttori artistici, dj, vj, eventologi, designer, rappresentavano le avanguardie di una terziarizzazione che si intrecciava con quella prodotta nelle città dall’Ict con l’avvento della net economy 1.0.    La terziarizzazione delle forme dei lavori ha successivamente contaminato tutta l’economia legata alla cura della persona, alla qualità della vita sino a scomporre il turismo di massa nei tanti turismi di nicchia sui quali un po’ tutti i territori oggi cercano di riposizionarsi avendo come denominatore comune l’economia dell’esperienza.

   Nell’arco del decennio ’00 quelle che erano avanguardie terziarie sono diventate una moltitudine che ha innervato i territori a partire dalle principali aree urbane del Paese. Poi con la crisi questa moltitudine è incappata in un vortice di bassa depressione che ne ha depotenziato la spinta innovatrice, soprattutto nella sua componente più giovane andata effettivamente proletarizzandosi, demotivandosi o prendendo la via dell’esodo verso l’estero.    Nel corso del mandato di Massimo Bray al Ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo mi è stato possibile ritornare a tastare il polso ad un pezzo di questa composizione sociale, quella impegnata in forma professionale o volontaria nella cultura e nel turismo. Il campione di 500 soggetti che hanno voluto partecipare alla rilevazione era composta in massima parte da laureati (76,6%), dei quali poco più del 60% under 40 anni, spesso donne.

   Moltissimi tra questi (73,5%) vengono dai ranghi di quel bacino di 1,7 milioni di volontari della cultura (Istat 2011) organizzati in oltre 100mila soggetti no profit, distribuiti su tutto il territorio nazionale. Interessante scomporre il dato anagrafico che pone in evidenza come ci sia stato un tempo in cui lavorare nella cultura e nel turismo significava essere dipendenti pubblici (più di 50 anni), poi ha significato lavorare in forma indipendente (35-50 anni), oggi significa lavorare per lo più in forma precaria e intermittente o coltivare la passione per la cultura nella sfera del volontariato.    Ma a prescindere dal contesto operativo di riferimento gli ultimi tre anni sono stati difficili con una maggiore tenuta in termini di entrate economiche degli operatori non profit rispetto a quelli operanti sul mercato o inquadrati in strutture pubbliche. Con la crisi del mercato interno e del turismo tradizionale e grazie alla forte competenza nell’uso delle tecnologie digitali chi si occupa di cultura e di turismo cerca di intercettare sempre più la domanda estera diversificando l’offerta e valorizzando l’intreccio tra beni culturali, beni ambientali, enogastronomia e wellness, a testimonianza del fatto che la cultura del distretto del piacere ha fatto scuola diluendosi e articolandosi nei territori.    Qui ha cominciato a sviluppare anche un interessante fenomeno autoriflessivo. Personalmente è nel partecipare a festival come Città-impresa a Schio, o Comodamente a Vittorio Veneto, che ho elaborato il concetto di SMART LAND COME DECLINAZIONE ITALICA DEL CONCETTO DI SMART CITY, poiché proprio in questi contesti ho visto gli attori locali interrogarsi sul significato e sull’uso del paesaggio, dei beni culturali, non solo come dispositivi di marketing territoriale, ma come elementi sostanziali di un’identità socioeconomica che guarda al mondo come riferimento della propria azione.

   Per quanto quindi ancora avvolti nelle spirali della crisi quei 500 operatori della cultura rappresentanti dell’attuale stato di sofferenza stanno forse trovando buoni alleati in una manifattura che sempre più incorpora il senso del limite, in amministrazioni locali sempre più attente nell’utilizzo del suolo e delle altre risorse ambientali, in un tessuto della rappresentanza spinto ad essere un po’ meno corporativo per salvarsi, in un maggiore attivismo dei parchi, in una crescente consapevolezza da parte di chi produce e distribuisce energia.    Occorre quindi continuare nell’intreccio e nel percorso di riconoscimento collettivo che una nuova ed inedita fase dello sviluppo sia possibile, ridando così ruolo propulsivo al territorio, che rimane fattore centrale per una metamorfosi di sistema adatta al nuovo mondo che è venuto avanti. (Aldo Bonomi)

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«DOBBIAMO ADATTARE LE CITTÀ AL NUOVO CLIMA»

di Serena Gasparoni, da “la Tribuna di Treviso” del 17/8/2014

TREVISO – Il clima sta mutando, in maniera sempre meno decifrabile. Piogge violente mettono letteralmente in ginocchio l’Italia. Le istituzioni a livello locale e europeo sono alla ricerca di soluzioni: da un lato attraverso interventi di mitigazione (la riduzione dell’emissione dei gas serra, ad esempio); dall’altro si cerca di ridurre la vulnerabilità del territorio rendendolo più resiliente a questi fenomeni con soluzioni di adattamento.

   Insomma, la natura è cambiata, si è fatta più violenta nelle sue manifestazioni e l’imperativo ora è ridurre il rischio di disastri ambientali attraverso interventi di adattamento del nostro territorio.

   ROBERTO CARIANI, economista ambientale per Ambiente Italia sta lavorando a un progetto, finanziato da fondi europei, per mettere in sicurezza alcune zone della città di Bologna.(…..).

Cosa s’intende per interventi di adattamento?

«Il cambiamento climatico in corso è sotto gli occhi di tutti: facciamo i conti con fenomeni atmosferici violenti, disomogenei e imprevedibili. Le infrastrutture del nostro territorio non sono più adatte a sopportarli. Parlare di adattamento del territorio significa proprio questo: fare in modo che le nostre infrastrutture possano far fronte a questo clima, senza il rischio di disastri ambientali. Ma anche lavorare per il futuro, per fare in modo di non incorrere ancora in certi errori».

Alcuni esempi?

«Ad esempio creare fasce sempre più frequenti di aree verdi all’interno dei centri urbani, nelle quali possa defluire l’acqua. Nelle aree industriali e urbane ogni intervento deve avvenire cercando di impermeabilizzare il meno possibile il suolo. Strade e parcheggi dovrebbero essere realizzati attraverso sistemi drenanti, che riducano la necessità di realizzare tubazioni sotto terra. Quest’ultime, poi, devono essere rese più capienti. Dobbiamo ripristinare un habitat naturale oramai perso, anche nelle coltivazioni, che devono essere più variegate, per non stressare eccessivamente il territorio.

Anche il privato ha delle responsabilità?

«A Bologna ad esempio stiamo facendo una sorta di corsi di formazione con i cittadini dei vari quartieri. Anche il privato può adottare soluzioni per prevenire certi disastri: ad esempio se ho due metri quadrati davanti a casa dove parcheggio l’auto, magari evito di cementificarli».

Quali interventi immagina nella provincia di Treviso?

«Soprattutto interventi di rinaturalizzazione, come la creazione di fasce di contenimento che possano assorbire questi eventi così violenti e improvvisi. Bisogna puntare su una maggiore permeabilità del suolo. L’Unione Europea finanzia anche interventi tecnologici che permettono di mettere in allerta la popolazione, in caso di fenomeni violenti, anche nel brevissimo periodo. La loro adozione potrebbe rivelarsi importante».

I Comuni italiani capiscono l’urgenza di questo tipo di interventi?

«Attualmente in tutta Italia ad aver chiesto accesso a questi fondi europei sono solo una decina di Comuni. Invece si tratta di un tema importante sul quale ritengo dovrebbero concentrarsi molti degli investimenti».

Questi interventi basteranno per salvare il territorio?

«Potranno tamponare nel breve, ma non saranno la soluzione a tutti i mali. Il problema della cementificazione esasperata non si risolve costruendo un parcheggio con asfalto drenante. Ma è il punto giusto da cui partire per intavolare una discussione più ampia». (Serena Gasparoni)

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Emilia

LA METAMORFOSI DEI DISTRETTI INDUSTRIALI

di ALDO BONOMI, da “Microcosmi”, Il Sole 24 Ore, 27/4/2014

– Come tutte le crisi, anche quella che stiamo attraversando, in tutta la sua gravità, nel mentre distrugge, anche crea. Distrugge spietatamente le imprese, le iniziative, che non hanno saputo rispondere alle sfide della globalizzazione. Ma crea anche spazio, opportunità, per quelle che questa sfida vogliono e sanno raccogliere. È il casi di molti distretti industriali italiani che, dopo essere stati duramente colpiti dalla crisi, sembrano in grado di dare vita a un nuovo Risorgimento produttivo –

   È molto utile il rapporto Unioncamere sulle imprese operanti in cento distretti industriali con in più un’appendice sulle eccellenze distrettuali nell’agroalimentare da utilizzare per l’Expo. Per capire le radici territoriali profonde della specificità distrettuale che i ricercatori indicano nelle tradizioni produttive del territorio, nella qualità dei prodotti e dei processi, nella presenza dell’impresa familiare e della dimensione locale, abbiamo spesso sovrapposto la geografia della mezzadria alla mappa dei distretti.

Spiegandoci così la lunga deriva dell’industrializzazione senza fratture del contado delle cascine e dei borghi disseminato poi da capannoni industriali simbolo del distretto che veniva avanti. Tumultuosamente, mangiando territorio.    Allo stato nascente questo sincretismo territoriale fu definito da Giorgio Foa con la figura idealtipica del metalmezzadro, che teneva assieme l’identità del borgo con il capannone. Nella sua fase rampante ed espansiva divenne il «casannone», sincretismo dell’architetto Bertorelli che spiega la simbiosi tra casa e capannone che delinea la «infinita», né città né paese, della via Emilia della pedemontana lombarda e veneta ove si diluiva il borgo e il locale nell’indistinto delle villette a schiera. Sostengo da tempo che questa antropologia locale fatta da campanile-capannone-comunità non basta più.

   Tirata come un elastico nella competizione globale si è incrinata nei suoi fondamentali: crisi della famiglia, insufficienza dei saperi contestuali del fare, lievitazione e crisi delle banche del territorio, dissolvenza della comunità che nello stress competitivo genera sempre meno solidarietà e sempre più invidia sociale e rancore. Purtroppo il rapporto Unioncamere conferma questa mia analisi, che guarda più alle società locali, con dati economici.

   Gli imprenditori hanno segnalato le criticità e gli elementi di debolezza che hanno interessato i distretti negli ultimi anni: difficoltà di ricambio generazionale 60,4%,fuga di investimenti in altre provincie o all’estero 47,1%, mancanza di capitale umano qualificato 40,8%, concorrenza sleale di imprenditori stranieri localizzati nel distretto industriale 36,5%.

   Questo ultimo dato evoca il declino di un distretto storico come Prato dove la tragedia dei lavoratori cinesi bruciati nel rogo di un capannone ha fatto apparire il lavoro servile e la schiavitù. Guardando al futuro gli imprenditori si sentono sul «filo del rasoio»: il 37,5% ha indicato un aumento del giro di affari, il 35,5% ne ha indicato la riduzione, un quarto delle imprese ha ridotto l’occupazione e solo il 18,7% l’ha aumentata. Numeri che si spiegano non solo con la crisi evolutiva del sistema distrettuale ma ovviamente anche con l’attraversamento della grande crisi.

   Che induce e produce la metamorfosi dei distretti. Per fortuna ben evidenziata dal rapporto Unioncamere che indica anche gli elementi di forza e di innovazione e i cambiamenti positivi intervenuti nei distretti negli ultimi anni. Maggiore apertura all’estero delle imprese locali 65,5%, innalzamento della qualità dei prodotti 49,4%, maggiore collaborazione tra imprese di distretto 30,7%, avvio di nuove produzioni in nuovi settori/diversificazione produttiva 12,2%, nuove imprese leader 8,4%.

   Ultimo dato che segnala la nascita delle medie imprese leader a reti lunghe, vere avanguardie agenti nei sistemi territoriali come lo sono gli imprenditori che puntano sullo sviluppo di una cultura produttiva basata sulla qualità, sulla bellezza, sulla sostenibilità. Sono il 19% quelli che usano questa parola chiave di una green economy che ha radici nell’humus distrettuale, non dimenticando il ruolo sociale dell’impresa che per il 28% degli imprenditori ha come scopo creare occupazione e benessere per il territorio.    Tracce di un nuovo Rinascimento che convive con i segnali di declino. Il che mi fa pensare all’uso di una provocatoria metafora storica. Se la mezzadria è stata la base socio economica della nascita dei distretti, oggi, gli elementi di forza e di innovazione della metamorfosi distrettuale disegnano una geografia dello sviluppo fatta di gran ducati e signorie distrettuali nell’Italia aperta ai flussi della globalizzazione.

   Se prendiamo l’elenco dei primi venti distretti per performance economiche raccontate nel rapporto e se vi aggiungiamo le dieci eccellenze dell’agroalimentare censite, si avrà una mappa disignorie economiche che competono nella globalizzazione che va dalle Alpi al Mediterraneo.

   Tracce e speranze di un nuovo rinascimento economico che verrà avanti solo se la coscienza di luogo del distretto saprà assumere la metafora del granducato.

   Come a Sassuolo, storico e mitico distretto della piastrella dove dopo essersi confrontati con «l’invasione dello straniero», l’impresa Marazzi acquisita dagli americani, oggi la parola d’ordine è andare oltre il distretto, costruire la città distretto dei ceramici evoluti. Facendo città distretto, granducato, aggregando l’area vasta, otto comuni che fanno insieme 100mila abitanti: Sassuolo, Castellarano, Scandiano, Casalgrande, Rubiera, Formigine, Fiorano Modenese, Maranello. Si rappresentano nel mondo con il Cersaie, salone internazionale della ceramica architettura e arredobuilding tenendo assieme il sistema ceramico con quello meccanico e la logistica.

   Si pensa alla valorizzazione del fiume Secchia, si parla di turismo e di patrimonio storico. Come in un nuovo Rinascimento, si punta sull’arte e la cultura, sulla rivalutazione del patrimonio agricolo e dell’enogastronomia, si progetta una green economy del territorio con architetti urbanisti e designer avendo come obiettivo il «ReMade in Italy». (Aldo Bonomi)

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I GEOGRAFI BOCCIANO VIVRRO. UNO STUDIO AFFOSSA LA PROPOSTA

della Redazione di VENEZIEPOST del 9/1/2014 (www.nordesteuropa.it/)

   Smorza i sogni di Flavio Tosi e Achille Variati lo studio della Società geografica Italiana sul riordino territoriale del nostro Paese. L’ipotesi di Vi.V.Ro, l’area metropolitana costituita da Verona, Vicenza e Rovigo ai geografi appare debole e inconsistente da innumerevoli punti di vista.

   Lo sottolinea a gran voce il Presidente della commissione bilancio del Consiglio regionale del Veneto, Costantino Toniolo (Pdl-Ncd), dopo aver analizzato lo studio della SGI (ente esistente dal 1867) e la correlata proposta di legge costituzionale di revisione del Titolo V della Costituzione.

   Uno studio realizzato da un’equipe di esperti insediata presso il Ministero degli affari regionali. «L’iniziativa è seria e approfondita», spiega Toniolo, «e attraverso criteri geografici, demografici, culturali, infrastrutturali e sociali, riordina il territorio dell’Italia ridisegnando le regioni e presentando fondamentalmente due soluzioni distinte».

   Per i geografi italiani infatti non basterà abolire le province per  risparmiare e rimettere in ordine il sistema degli enti locali, ma va rivisitato il ruolo delle regioni tenendo presenti comunque tre sotto dimensioni di pari livello: le Comunità territoriali (aggregazioni di comuni), l’Area metropolitana di Venezia e le Polarità urbane (i capoluoghi attuali con il loro hinterland).

   «Tutte considerazioni condivisibili», prosegue Toniolo, «anche se per l’area metropolitana di Venezia si intende quella attuale e non estesa alle altre due province limitrofe come vorrebbero i sindaci di Pa.Tre.Ve.» «Per quanto riguarda il Veneto nella sua parte occidentale in entrambe le soluzioni prospettate – sottolinea Toniolo – è previsto che Verona, e la sua attuale provincia, sia aggregata alla regione del Garda (con Brescia e Mantova). Mentre Vicenza fa parte del nucleo centrale del Veneto con Padova, Treviso e Venezia».

   Anche i collegamenti infrastrutturali in costruzione (la SPV) sancirebbero una uniformità economica e sociale e culturale delle aree pedemontane di Vicenza e Treviso come avevamo già verificato grazie ai dati statistici della Regione e ad altri studi realizzati da realtà venete.    «Sono molti gli spunti positivi di questo studio – conclude Toniolo – che richiede però l’abolizione totale delle attuali province al fine di giungere ad un risparmio nazionale vicino ai 3 miliardi di euro l’anno, di cui uno solo dalla redistribuzione delle funzioni delle province». Con buona pace dei presidenti provinciali di Treviso Leonardo Muraro e di Venezia Francesca Zaccariotto.

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LA CITTA’ INTELLIGENTE E’ UN PO’ SCEMA

di Evgeny Morozov, da “la Lettura” supplemento domenicale da “il Corriere della Sera” del 29/6/2014

– RIO, SINGAPORE, BARCELLONA e MILANO vogliono diventare «smart city» cablate e tecnologiche. L’alternativa è il ritorno al villaggio. Ma forse è meglio accontentarsi di un po’ di confusione. –

   Poche idee hanno catturato con tanta forza l’immaginazione degli urbanisti quanto quella della smart city, la città intelligente: l’utopia di una metropoli completamente cablata e regolata da sensori, che elimini le incongruenze in nome dell’efficienza. Il termine «catturato» è appropriato: la recente moda delle smart city è infatti anche il risultato delle strategie aggressive di società come Ibm, Cisco e Microsoft per vendere le loro soluzioni — costose e macchinose — a sindaci di tutto il mondo, a corto di soldi ma avidi di innovazione.

   E anche se le prime smart city — MASDAR in Arabia Saudita e SONGDO in Corea del Sud — sembrano avere più affinità con il taylorismo che con l’urbanistica, l’entusiasmo non si spegne. Sono molte le città — da SAN JOSE a BARCELLONA a RIO DE JANEIRO a MILANO — che stanno cercando di diventare più smart.

   La CITTÀ-STATO di SINGAPORE ha recentemente annunciato il progetto di dotare le fermate degli autobus, i parchi e gli incroci stradali di sensori installati da diversi uffici governativi. L’obiettivo è consentire sempre più ai servizi pubblici di «prevedere» i problemi urbani, in modo da evitarli, con sensori e telecamere che registrino la lunghezza delle code per i taxi, la pulizia delle aree pubbliche, i casi di parcheggio illegale. In questo modo, ad esempio, si possono mandare gli spazzini solo nelle zone che ne hanno bisogno. Non si sa ancora se i sensori segnaleranno anche chi sputa la gomma da masticare, cosa che a Singapore è sanzionabile.

   Il consenso sulle «CITTÀ INTELLIGENTI» — sul fatto che le città dovrebbero essere efficienti, prive di intralci e gestite da grandi aziende tecnologiche — è lontano dall’essere unanime. Alcuni critici — come il designer e artista britannico Usman Haque — difendono LE VIRTÙ DELLA CONFUSIONE, sostenendo che gli sforzi per prevenire i conflitti con strumenti tratti dai Big Data sono incompatibili con la vita urbana.

   Anthony Townsend, anch’egli critico delle città intelligenti, nel suo libro del 2013 Smart Cities le giudica utili sotto molti aspetti, ma sostiene che si debba permettere agli abitanti di intervenire e apportare modifiche — altrimenti si rischia di farle diventare inaffidabili e limitanti come il nostro software. Adam Greenfield, un altro autore di tecnologia, ha recentemente scritto AGAINST THE SMART CITY, un pamphlet tagliente, in cui avverte che la stessa denominazione smart city è un espediente retorico che serve a mascherare la privatizzazione dei servizi pubblici.

   Queste critiche mettono giustamente in evidenza quegli aspetti della vita urbana — serendipità, spontaneità, comunità — che l’attuale dibattito trascura. Una vera «città intelligente» non è quella che può fare di più con meno — un ottimo slogan per i tempi di austerità — ma quella che è cosciente, e anche orgogliosa, dei propri limiti e imperfezioni, quella che rispetta le minoranze e le loro diversità innocue e non viola i diritti dei suoi abitanti, compreso quello di usufruire della città.

   Ma COME TRADURRE UN TALE APPROCCIO UMANISTICO IN SPECIFICHE TECNOLOGIE? A questo proposito anche chi è critico non dice molto. Un buon modo per iniziare, forse, è cercare di definire gli antipodi della città intelligente gestita dalle multinazionali.

   Qual è l’opposto ideologico della smart city, capace di rivelarcene, per contrasto, vantaggi e limiti? È la DUMB CITY, LA CITTÀ STUPIDA? Oggi, quando i bidoni della spazzatura traboccano di sensori e i lampioni sono muniti di sofisticate telecamere, il desiderio di un’organizzazione urbana analogica è perfettamente comprensibile, soprattutto sulla scia dello scandalo della National Security Agency.

   Purtroppo questo atteggiamento ignora la storia: le città hanno sempre accolto tecniche audaci e sono sempre state un banco di prova per straordinarie invenzioni, che si tratti di fognature, vaccini o metropolitane. Una città priva di tecnologia non è credibile.

   Se la città stupida non è una soluzione, potrebbe forse esserlo il «VILLAGGIO INTELLIGENTE», un insediamento rurale ma completamente tecnologizzato? Quest’idea si inserirebbe nella ricca tradizione intellettuale di critica feroce alle città: odiare la città non ha mai voluto dire abbracciare una vita senza impianti idraulici, di fatiche senza fine e di eroico ascetismo.

   Come lo storico Steven Conn mostra nel suo nuovo libro Americans Against the City: Anti-Urbanism in the Twentieth Century, IL RAPPORTO TRA TECNOLOGIA E VITA URBANA È SEMPRE STATO AMBIGUO: da un lato la tecnologia ha prodotto rumore, congestione e sovrappopolazione, dall’altro in molti casi — dall’energia elettrica alle auto — permette di abbandonare la città in tutta comodità. Molti utopisti radicali speravano che le nuove tecnologie permettessero di prescindere dalla produzione industriale e di soddisfare i propri bisogni in campagna.

   Come ha detto Ralph Borsodi, uno dei principali fautori di queste teorie, nel suo bestseller Flight from the City (1933), «la produzione locale… non solo cancellerebbe la fabbrica, poco piacevole e non essenziale, privandola di un mercato per i suoi prodotti, ma renderebbe gli uomini e le donne padroni delle macchine invece che loro schiavi … li renderebbe liberi di acquisire comfort, bellezza e conoscenza».

   E dire che non poteva conoscere il potenziale degli spazi per il fai-da-te, delle stampanti 3D e dei termostati intelligenti! Oggi, quando possiamo stamparci i vestiti, gli strumenti e persino il cibo in cantina — e con la disponibilità di un’auto che si guida da sola — l’opzione di andare a vivere in campagna sembra ancora più attraente.

   Prendiamo OPEN SOURCE ECOLOGY, un collettivo di appassionati di scienza e tecnologia del Missouri che sta realizzando il Global Village Construction Set: una serie di apparecchiature — come trattori e forni per il pane — facili da assemblare per metter su nuovi insediamenti comunitari in poco tempo e senza grandi spese. Oggi poi la vicinanza alla «cultura» non è più un problema, dato che ereader e tablet immagazzinano migliaia di libri e YouTube e Netflix offrono una quantità infinita di spettacoli e di approfondimenti.

   Certo il «villaggio intelligente» potrebbe scadere in una «periferia intelligente», fornendo tutte le comodità della vita cittadina, ma nessuna delle esperienze comunitarie e spirituali che in città scarseggiano. Un iPad, una stampante 3D e un’auto a guida automatica non fanno un villaggio intelligente: come aveva scoperto la precedente generazione di detrattori della città, se si bloccano le riforme economiche e sociali, l’emancipazione fornita dalla tecnologia è molto limitata. Una stampante 3D è liberatoria solo quando riesce a darci una vita comoda — e anche allora, ha bisogno di rifornimenti costosi.

   L’altro pericolo è che il villaggio intelligente replichi la città intelligente, anche se con più alberi e con il canto degli uccelli. Anche questa sarebbe una strada sbagliata. Se le città intelligenti ci fanno trovare ovunque il wi-fi, IL VILLAGGIO INTELLIGENTE POTREBBE PRENDERE UNA STRADA DIVERSA, sfruttare il crescente disagio creato dalla connettività permanente e imporre delle ZONE LIBERE DA INTERNET — magari con l’aiuto di sensori intelligenti che disabilitino temporaneamente tutti i dispositivi che non si adeguano — per rendere più interessanti le aree pedonali.

   L’obiettivo è quello di distribuire la tecnologia in modo accorto — non pervasivo — creando una zona temporale e spaziale governata da regole diverse.

   Il «villaggio intelligente» non dovrebbe neanche aspirare a essere il «villaggio globale» di Marshall McLuhan: il campanilismo, a piccole dosi, può essere positivo. Il villaggio dovrebbe essere orgoglioso della sua cultura locale. Lo spirito di comunità è importante: non è la rete di «case elettroniche» immaginata da Alvin Toffler nel suo bestseller del 1980, The Third Wave. Il punto non è lavorare di più in un contesto più piacevole, ma mettere in discussione la quantità di lavoro che facciamo. Esplorare i ritmi temporali, i modelli di connettività e i rituali di lavoro del «villaggio intelligente» dovrebbe farci riconsiderare la visione attuale della «città intelligente». Efficienza, produttività e soluzione preventiva dei problemi sono obiettivi apprezzabili per le autoritarie hi-tech di Singapore e i sales manager di Ibm.

   Ma le città hanno sempre incentivato molto di più del solo commercio. Hanno ospitato festival — attività ricreative e per il tempo libero antitetiche al paradigma efficientista del taylorismo della smart city. Una città aperta al tempo libero non è meno «intelligente» di Singapore. Ci pentiremo di esserci fatti convincere del contrario dai fanatici della tecnologia — ovviamente solo SE AVREMO IL TEMPO DI AVERE TEMPO LIBERO. (Evgeny Morozov, traduzione di Maria Sepa)

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NY E ISTANBUL, LE CITTÀ GRIDANO

di Salvatore Settis, da “il Fatto Quotidiano” del 26/9/2014

– Un estratto dell’intervento che l’autore ha pronunciato al Festival del Diritto a Piacenza –

   Pensata per la vita associata e costruita per durare, la città è il luogo deputato della progettazione del futuro. Perciò la dissoluzione della città storica e la messa al bando della diversità dei modelli urbani incidono sul comportamento delle donne e degli uomini, impongono nuove rotte alle pratiche della cittadinanza, trasformano il discorso pubblico sulla democrazia, sull’economia, sull’eguaglianza.

   Perciò le proteste popolari degli ultimi anni, da Istanbul a New York, hanno uno spiccato carattere urbano. Protestare in città, protestare per la città: fra le matrici di questo nuovo orizzonte ha un ruolo centrale la tematica del diritto alla città come teatro della democrazia. A quasi cinquant’anni dal Droit à la ville di Henri Lefevbre (1968), questa riflessione aveva bisogno di un radicale ripensamento: Rebel Cities di David Harvey (2012, trad. it. 2013) ci permette di dare al diritto alla città, attraverso l’universo dei beni comuni, la dimensione di una cittadinanza consapevole dei propri diritti sovrani: primo passo per intendere come e da chi essi sono calpestati, e per organizzare una riscossa.

   Nata e cresciuta per il suo valore d’uso, la città riflette la forma della società. Ma la mercatizzazione del mondo condanna questo valore originario e trasforma il valore d’uso in valore di scambio: la città vale quel che rende, dunque è perennemente in vendita. Ma il diritto alla città ha un solido fondamento antropologico: la città storica risponde al bisogno di luoghi qualificati, che possano suscitare attività creative, circolazione di idee, simbolismi.    In essa, lo scambio di esperienze, di culture e di emozioni avviene grazie al luogo e non grazie al prezzo. Diritto alla città è anche diritto alla sua trasformazione secondo un progetto che la veda come culla dell’alterità e patria delle nuove cittadinanze; perché la città è fatta di “spazi sociali dove ‘qualcosa di diverso’ costituisce il fondamento per definire la traiettoria dell’innovazione” (Harvey).

   Al contrario della monocultura di una piatta urbanizzazione “globale” che sta invadendo il pianeta, la città storica è una topografia di diversità, un dispositivo di accoglienza, una macchina per pensare. Per pensare l’altro da sé, e dunque se stessi. Creazione collettiva di tutte le classi sociali, la città è fondata sul lavoro delle generazioni passate, sulla capacità di creare lavoro per le generazioni future.

   I movimenti per il diritto alla città innescano spesso rivolte urbane di gruppi sociali emarginati, che occupando zone-chiave delle loro città reclamano una modalità del vivere diversa da quella imposta dai meccanismi di mercato. Perciò il diritto alla città ne rivendica la proprietà collettiva, esige controllo democratico e orientamento al bene comune: temi tornati di attualità nei movimenti degli urban commons.

   In BRASILE, le lotte popolari e la riflessione etica e giuridica hanno portato a riconoscere esplicitamente IL DIRITTO ALLA CITTÀ (legge 10.257 del 2001), “inteso come diritto a città sostenibili, al risanamento ambientale, alle infrastrutture urbane, ai trasporti e ai servizi pubblici, al lavoro e al tempo libero per le generazioni presenti e future; come gestione democratica dei programmi di sviluppo urbano, con partecipazione della popolazione e delle associazioni”. Il principio generale, affermato con forza nella Costituzione brasiliana, è “ordinare il pieno sviluppo delle funzioni sociali della città e garantire il benessere dei suoi abitanti” (art. 182), stabilendo la priorità dell’interesse collettivo sui diritti individuali dei proprietari e il predominio del valore d’uso degli spazi e degli edifici urbani sul valore di scambio.

   Il movimento per il diritto alla città in Brasile si fonda sul riconoscimento della funzione sociale della proprietà, previsto dalla Costituzione del 1988. Ma in Europa questo tema ha una storia assai più lunga. Nella Costituzione della Repubblica di Weimar (1919) l’art. 154 recita: “La proprietà comporta obblighi. Il suo uso dev’essere al tempo stesso un servizio reso nell’interesse generale”.    Fu questo il punto di partenza per una appassionata discussione nell’Assemblea costituente della Repubblica italiana, che portò all’art. 42 della nostra Costituzione: “La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti”.

   E secondo la nostra Costituzione funzione sociale della proprietà e diritto al lavoro (art. 4) sono strettamente uniti da un nesso non solo giuridico, ma etico, economico e funzionale. Lavoratori del quotidiano e creatori del futuro, i cittadini devono riappropriarsi del diritto alla città: che non è arrestare lo sviluppo, ma progettarlo secondo il bene comune; non conservare passivamente, ma mutare rispettosamente. Insomma, il diritto di ripensare la città risponde alla sfida più dura: rilanciare la centralità del cittadino-lavoratore, assicurando alle nuove generazioni dignità sociale e pieno sviluppo della persona. (Salvatore Settis)

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CINA, LA MEGALOPOLI CHE IMPRESSIONA IL MONDO. L’IDEA DI XI JINPING PER RINNOVARE I FASTI DELLA GRANDE MURAGLIA

di Guido Santevecchi, da “il Corriere della Sera” del 28/6/2014

PECHINO — Si chiamerà Jing-Jin-Ji. Sembra uno scioglilingua, ma è il nome della megalopoli da oltre 110 milioni di abitanti che nei disegni dei pianificatori cinesi servirà da modello per una nuova forma di urbanizzazione e di sviluppo dell’economia. Si tratta di fondere Pechino con Tianjin e lo Hebei, la provincia che circonda la capitale.

   «Jing» riassume Beijing; «Jin» sta per Tianjin e «Ji» è un’abbreviazione di Hebei. Il progetto Jing-Jin-Ji ha avuto la benedizione del presidente Xi Jinping, che lo dirige. Il nuovo agglomerato sta prendendo forma: intorno alla capitale è in fase avanzata di costruzione un anello autostradale che collegherà la super area urbana; Pechino è già contornata da sei tangenziali, che qui si chiamano anelli, a partire dal quadrilatero della Città proibita, ma questo settimo sarà lungo 940 chilometri per collegare e integrare la nuova regione cittadina. L’apertura al traffico è prevista nel 2015.

   Oltre all’impatto sociale e allo stupore per un progetto così enorme, la megalopoli ha un significato politico: i politologi cinesi dicono che Xi l’ha immaginata come impronta ed eredità della sua presidenza. Una tradizione che risale all’era imperiale: l’ordine di innalzare la Grande Muraglia venne dal primo imperatore, Qin, due secoli prima di Cristo; il Grande Canale d’acqua che collega Hangzhou nel Sud a Pechino fu fatto scavare dall’imperatore Sui Yang nel settimo secolo. Nel nuovo impero globalizzato in cui si è trasformata la Repubblica popolare, Deng Xiaoping ha costituito la zona economica speciale di Shenzhen nel 1978, lanciando il «mercato con caratteristiche cinesi»; Jiang Zemin ha spinto l’industrializzazione del delta dello Yangtze designando Shanghai come il centro finanziario della Cina.

   E l’era Xi sarà segnata da Jing-Jin-Ji, che oltre a proporre una forma di urbanizzazione centrata sui trasporti ferroviari ultraveloci e le superstrade a otto corsie, dovrà servire da vetrina per la nuova riforma dell’economia. L’area intorno a Pechino interessata dal progetto si estende per 216 mila chilometri quadrati, circa due terzi della superficie italiana; con i suoi 110 milioni di abitanti (21 a Pechino, 14 a Tianjin, 73 nello Hebei) si avvicina alla popolazione del Giappone; ha un Prodotto interno lordo combinato di oltre sei trilioni di yuan, quasi mille miliardi di dollari, ossia il 10 per cento del totale cinese.

   Di Jing-Jin-Ji si è cominciato a parlare da anni, perché le gigantesche pianificazioni sono la specialità di questa Cina. Ma ora la realizzazione rapida sembra vitale. Anzitutto bisogna trovare una cura per le malattie urbane che rischiano di rendere invivibile la capitale: il traffico pazzo di quasi sei milioni di automobili, gli ingorghi chilometrici, l’inquinamento cronico e il costante aumento della popolazione (Pechino sta crescendo di 600 mila abitanti l’anno). Anche Tianjin, con i suoi 14 milioni di anime, soffre su scala lievemente ridotta degli stessi mali.

   Per questo viene coinvolta la provincia dello Hebei. Il governo ha deciso che alcuni dipartimenti ministeriali, università e ospedali verranno spostati dalla capitale a Baoding, 150 chilometri a sudovest. E per convincere cinque milioni di abitanti a spostarsi subito almeno di qualche decina di chilometri, le autorità pechinesi hanno già cominciato ad abbattere dei grandi mercati di periferia che richiamavano decine e decine di migliaia di lavoratori migranti.    Pechino e Tianjin distano 130 chilometri, ma in realtà si fa prima a muoversi tra le due città che da un capo all’altro della capitale. Con il treno superveloce, dalla modernissima stazione Sud di Pechino che somiglia a un aeroporto, si impiegano 33 minuti esatti per sbarcare nel centro di Tianjin, dove all’inizio del secolo scorso sorgeva la concessione italiana in Cina.

   Ora, intorno alle nostre vecchie palazzine coloniali (che vengono restaurate per ospitare sedi di società del terziario e locali pubblici) stanno sorgendo grattacieli di vetro e acciaio ispirati al modello Manhattan. Poi c’è la questione economica. Xi ha detto che integrare e coordinare lo sviluppo della regione intorno a Pechino in termini di funzioni amministrative, di distribuzione delle industrie, trasporti, servizi urbani, eviterà doppioni, sprechi, inefficienze dovuti all’inutile concorrenza tra città vicine per gli stessi settori di business.

   Presentato così, il futuro di Jing-Jin-Ji sembra roseo. Ma naturalmente ci sono urbanisti che contestano l’idea, sostenendo che è una finzione. Le città dell’area intorno a Pechino sono già quasi contigue, i benefici reali della fusione saranno minimi, dice Ray Kwong del China Institute presso la University of Southern California: «Usando il criterio che i cinesi sostengono di voler inventare con “Jing-Jin-Ji” si potrebbe già chiamare l’area tra Boston e Washington “Bosington”». (Guido Santevecchi)

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GLOBALIZZAZIONE, SE SPETTA AI SINDACI GOVERNARE

di Carlo Bordoni, 18/1/2014, da “Il Fatto Quotidiano

   I sindaci governeranno il mondo? Se lo chiede Benjamin Barber nel suo provocatorio saggio If Mayors Ruled the World: Dysfunctional Nations, Rising Cities (Yale University Press, 2013).

   Un’eventualità possibile se si guarda all’importanza che le città stanno assumendo nel contesto mondiale, negli Stati che hanno perduto la loro funzione, delegittimati dalla crisi del modello post-Westfaliano (che delimitava la sovranità nazionale all’interno di un territorio) e dalla separazione tra politica e potere, cioè la competenza di prendere decisioni e la capacità di realizzarle.

   Nonostante le città riassumano in sé i valori positivi della comunità – il legame perduto col territorio, le tradizioni culturali, la solidarietà sociale – devono fare i conti con i problemi creati dai flussi migratori e dalla conseguente urbanizzazione.

   Le città sviluppate o in via di sviluppo attirano ampie fasce di popolazione, sia dall’interno che dall’estero, attratte dal miraggio di un miglioramento esistenziale. Sono luci nel buio, fari nella nebbia della crisi economica.

   Donald Kaberuka, presidente dell’African Development Bank, in un intervento sul Social Europe Journal, rivela che megalopoli come Mumbai, Nairobi e Kinshasa sono in realtà piccole città circondate da immense baraccopoli – “sacche di ricchezza in un mare di disperazione” – dove si accumula un numero crescente di persone in condizioni di emarginazione, senza alcuna speranza di miglioramento. Una tendenza che interessa da vicino tutte le metropoli mondiali, senza risparmiare New York, Tokio, Londra, Parigi o Roma.

L’effetto più appariscente è la drastica diminuzione della differenza tra nazioni diverse: ma non si tratta di un miglioramento, perché a questo livellamento delle differenze internazionali corrisponde un aumento della disuguaglianza interna.

   Per imbattersi in scenari di degrado e miseria non è più necessario recarsi nelle periferie di Mombasa o nelle favelas brasiliane: è sufficiente inoltrarsi ai margini di una metropoli.

Anche di questo sono chiamati a farsi carico i sindaci e le loro città, impegnati a risolvere localmente e con limitati mezzi a disposizione le enormi sfide di un mondo globalizzato, multiculturale e privo di centralità, prossimi a ricreare qualcosa di simile alla struttura organizzativa delle “Città-stato” della Grecia arcaica. (Carlo Bordoni)

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IL RITORNO POTENTE DELLA GEOPOLITICA, E CON ESSA DELLE MAPPE, È IL SEGNO DELLA DIVISIONE DELL’UMANITÀ

di Danilo Taino, pubblicato il 20/7/2014 su “la Lettura”, inserto culturale domenicale de “il Corriere della Sera”.

   Samuel Huntington aveva ragione. Francamente, però, non c’è granché da rallegrarsi.

   Più di vent’anni dopo il suo famoso articolo su Foreign Affairs (1993), seguito da un celebratissimo libro, il mondo si sta adattando alla sua previsione: nel dopo Guerra Fredda, SONO LA GEOGRAFIA, LE IDENTITÀ CULTURALI E LE GRANDI CIVILTÀ LE FORZE POTENTI CHE PRODUCONO DIVISIONI E COESIONE, NUOVE ALLEANZE E CONFLITTI. Che disegnano le nuove mappe del pianeta.

   Ci sono voluti due decenni per poterlo dire con certezza, ma non solo la Storia non è finita: anche la Geografia è più che mai in forma.

   Nelle università proliferano le nuove carte geografiche: cancellano i vecchi confini e immaginano il pianeta ridisegnato secondo linee culturali, linguistiche, storiche, religiose.

   Soprattutto, sul terreno prendono spazio e territorio califfati, si creano nuovi assi di alleanza, Stati che crollano: i confini disegnati in Medio Oriente alla fine della prima guerra mondiale e in Africa negli anni della decolonizzazione sono sempre più instabili, sotto i colpi di guerre di religione, di tensioni etniche, di rivendicazioni storico-nazionaliste.

   NEL MONDO SI RIFANNO GLI ATLANTI, c’è da preoccuparsi. Nel suo libro fondamentale del 1996, ‘The Clash of Civilizations and the Remaking of the World Order’, Huntington individua CINQUE TENDENZE DEL FUTURO.

   Per la prima volta nella storia – dice – le politiche globali sono multipolari: la modernizzazione non significa necessariamente occidentalizzazione.

   Secondo: l’influenza relativa dell’Occidente declina di fronte alle civiltà asiatica e musulmana (non era ovvio a metà Anni Novanta con l’Ovest trionfante sull’Est comunista).

   Terzo: il nuovo ordine mondiale si sta riorganizzando attorno alle civiltà, i diversi Paesi tendono ad aggregarsi con al centro un leader o un gruppo che è il cuore dell’entità storico-culturale.

   Quarto: la visione universalista dell’Occidente si scontra sempre di più con le altre, in particolare con quelle dell’Islam e della Cina.

   Quinto: la sopravvivenza dell’Occidente dipende dalla capacità dell’America di riaffermare la propria identità e dall’accettazione dell’idea che la sua civiltà non è universale ma unica e quindi va difesa dalle sfide esterne.

COROLLARIO: una guerra globale tra civiltà si può evitare solo se i leader politici coopereranno in una logica di accettazione delle diversità; il che non è al momento scontato.

   Di fronte agli eventi geopolitici in corso, si può forse rifiutare l’analisi di Huntington, si può discutere la quinta tendenza: ma non si può dire che i fatti abbiano smentito uno solo dei suoi ventennali cinque punti cardinali.

   IL RITORNO DELLA GEOPOLITICA, dopo la fase che si può definire della globalizzazione americana seguita al crollo dell’Unione Sovietica, È FORSE IL FENOMENO PIÙ DIROMPENTE DEGLI ULTIMI ANNI E DEGLI ULTIMI MESI.

   Il Medio Oriente è il teatro dove è più evidente: il cuore stesso della rinascita delle vecchie civiltà.

Complessivamente inteso, il territorio dell’Islam corre dall’Atlantico per tutto il Nord Africa, compresa parte della Somalia, passa per la Penisola Arabica, sale sull’altopiano dell’Iran e arriva ai confini della Cina e dell’India, con una propaggine popolosa (e ideologicamente moderata) in Indonesia.

   Ma nella logica di chi divide il mondo secondo plateau di civiltà, come gli estremisti islamici, all’interno stesso di una grande famiglia si creano differenziazioni, divisioni, conflitti, come quelli tra sciiti e sunniti.

   La mappa della parte orientale del Medio Oriente, disegnata dal tenente-colonnello americano Ralph Peters nel 2006 e usata al Pentagono di Washington e alla Nato, dà l’idea dei cambiamenti statuali e di confine possibili nel vasto mondo islamico, immaginati a partire dai conflitti intra-religiosi in essere.

   La Penisola Arabica viene completamente ridisegnata: attorno al regno saudita, ridimensionato e al quale è quasi precluso l’accesso al mare, nasce uno stato islamico sacro con al cuore la Mecca; lo Yemen si espande e così pure la Giordania.

   L’Iraq si divide in tre, una parte sciita al confine con l’Iran, una parte sunnita e, a Nord, un Grande Kurdistan con territori presi da Iraq, Siria e Turchia.

   E poi nasce il Belucistan, a scapito soprattutto del Pakistan.

   Non è scritto da nessuna parte che succeda così: che la tendenza del momento spinga verso qualcosa del genere, però, è difficile da negare.

   Le tensioni mediorientali, inoltre, arrivano fino all’Europa, soprattutto nella Penisola balcanica.

Che in questo momento è un confine geopolitico doppiamente delicato.

   Non solo per i venti dell’Islam ma anche per la nuova assertività della Russia di Putin che sta cercando di riconquistare uno spazio per la civiltà di carattere slavo che prende tutte le Russie, dallo stretto di Bering verso Ovest fino ai confini dell’Europa.

   In una mappa (preveggente) del suo libro, Huntington fa passare un confine quasi invalicabile tra la faglia slava, o meglio cristiano-ortodossa, e la faglia occidentale: attraverso la Bielorussia, dividendo tra Est e Ovest l’Ucraina e giù fino a spaccare in due la Romania e a lasciare la Bulgaria fuori dalla sfera occidentale.

Così come fuori resta la Serbia, oggi attraversata da tensioni e da instabilità provocate dalle influenze provenienti dal Medio Oriente e da Mosca, proprio nel momento in cui cerca di avvicinarsi alla Ue.

Nell’Estremo Oriente e nel Mare Cinese Meridionale, è l’emergere della Cina e della sua propensione ad affermare la propria civiltà nella regione a proporre il “modello Huntington”.

   E con esso a sollevare tensioni con il Giappone e con il Sud-Est asiatico diviso tra Islam e buddismo.

In prospettiva, forse dispute anche con l’India, in questo caso più per ragioni commerciali e di protezione delle rotte marittime nell’Oceano Indiano che per questioni di egemonia di civiltà.

   In forme diverse, decisamente più pacifiche ma non meno sorprendenti, spaccature di carattere culturale sono apparse di recente anche in Europa: sia essa una differenza più legata al ceppo linguistico d’origine o alla religione, fatto sta che la cosiddetta divisione tra Paesi del Nord e del Sud della Ue non manca di caratteri culturali e religiosi, pur all’interno di una indiscutibile appartenenza all’Occidente.

   Insomma, se oggi vogliamo tracciare la mappa di come sarà il mondo tra cinquant’anni, è probabilmente dalla geografia, dall’etnia, dalla cultura, dalla storia e dalla religione che dovremmo partire: dallo scontro di civiltà.

   Il ritorno potente della geopolitica, e con essa delle mappe, è il segno della divisione dell’umanità.

Da sempre, e oggi non è diverso: la tecnologia e la globalizzazione dell’economia hanno cancellato i confini commerciali e di informazione ma non sembrano avere indebolito i sensi di appartenenza, gli Stati e i nazionalismi.

   Concettualmente, è un ritorno al passato, alla geopolitica intesa come ricerca della supremazia tra Stati.

Ed è l’affermazione della visione “realista” delle relazioni internazionali, di chi guarda le mappe e apprezza le civiltà e le loro radici più delle idee e degli ideali: con basse aspettative, perché di fronte ai corsi lunghi della storia non moltissimo si può fare.

   Un approccio che oggi ha fondamento nei fatti e che ha preso nuova forza anche dal fallimento dell’intervento americano in Iraq, evocato dalla scuola di pensiero opposta, idealista.

   Ma anche il realismo, soprattutto un realismo geopolitico estremo che si nutre di inevitabilità storiche, può portare disastri.

   La Geopolitk, con le sue mappe, è un’elaborazione nata in Germania, Paese ossessionato dalla geografia e dallo spazio, non avendo confini forti naturali a Ovest come a Est.

   Un sentiero ottocentesco che porta alla Lebensraum, la ricerca dello spazio vitale, e poi alle elaborazioni di Karl Haushofer, il “geopolitico del nazismo”.

   Già nel 1953, Isaiah Berlin criticava a fondo il “realismo” dell’inevitabilità storica: lo riteneva codardo e immorale perché dietro al paravento delle forze “impersonali” – geografia, ambiente, etnia, storia, cultura, religione – cerca di determinare la politica eliminando il ruolo delle persone, delle loro scelte, della loro morale.

   E dunque delle istituzioni che l’umanità si dà e che sono il cuore del rapporto tra la civiltà e la realizzazione dell’individuo.

   Le nuove mappe che si stanno immaginando nelle università e quelle che si impongono sul terreno, in Crimea come in Siria, sono in qualche modo il segno del mondo che ci aspetta.

E sono il tracciato sul quale l’Occidente potrebbe davvero prendere la via del declino, perdere l’egemonia culturale e ritirarsi, una tra le altre civiltà.

   Pur con punti di vista diversi, Huntington e Berlin non ne sarebbero contenti: certe mappe hanno un fascino che ghiaccia il sangue. (Danilo Taino)

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