Il FAI, Fondo Ambiente Italiano, domenica 12 ottobre, ci invita negli itinerari-passeggiate di “RICORDATI DI SALVARE L’ITALIA” – E il FAI, con queste 120 iniziative, propone la bellezza di paesaggi e città – Ma anche critica il DECRETO “SALVA ITALIA”: Ok a “meno burocrazia”, ma perché grandi opere costose, inutili e di devastazione ambientale?

 

FAIMARATHON a MILANO nell'ottobre dello scorso anno
FAIMARATHON a MILANO nell’ottobre dello scorso anno

   FAI MARATHON: riconquistare le città, osservarle nei luoghi che nella fretta quotidiana non ci accorgiamo della loro bellezza; essere turisti per un giorno a pochi chilometri da casa nostra: riabituare l’occhio al gusto del bello, dell’armonioso. E’ in definitiva quel che vuole il FAI (Fondo Ambiente Italiano) nel riproporre, ogni anno, una “maratona in lentezza”, un camminare in un percorso guidato per riprendere coscienza della bellezza di molti dei nostri luoghi.fai

   E’ così che Vi invitiamo, se potete, ad andarci domenica 12 ottobre nei posti dove si svolgerà una delle 120 iniziative in Italia più vicini a dove abitate (l’elenco degli itinerari, orari e punti di ritrovo lo trovate su www.faimarathon.it ). E’ un’iniziativa riservata alle persone curiose di esplorare i tesori, spesso sorprendenti, nascosti nei territori del nostro vivere quotidiano.    Queste passeggiate, rigorosamente non competitive (basta partecipare per vincere), sono organizzate. Come dicevamo, dal Fai, nell’ambito della campagna nazionale «RICORDATI DI SALVARE L’ITALIA».

   Ma nel proporre questa giornata, questa “presa di coscienza” della bellezza di certi luoghi vicini a noi, il Fai non dimentica la “dura realtà” di minaccia che pervade il nostro ambiente. Cioè denuncia il grave pericolo che, in questa fase politica di trasformazione (l’epoca delle riforme, della necessità di risollevarsi dalla crisi economica…,) il paesaggio, l’ambiente, rischia molto dai provvedimenti governativi in corso.

   Parliamo in particolare del DECRETO “SBLOCCA ITALIA” (approvato dal governo a fine agosto): un meccanismo legislativo che «trasforma la deroga in regola» e «minaccia di equivalere a un condono perpetuo» (citando la denuncia del Fai).

(NELLA FOTO LA SALA SUPERIORE DELLA SCUOLA GRANDE DI SAN ROCCO A VENEZIA CON I DIPINTI DEL TINTORETTO) DOMENICA 12 OTTOBRE DELLA FAI MARATHON 2014 - ESEMPI DI ITINERARI: VENEZIA, SCUOLE GRANDI E SCUOLE PICCOLE DI DEVOZIONE E DI ARTI E MESTIERI - Un itinerario alla scoperta di una Venezia inconsueta, quella delle SCUOLE.   - Nate a partire dal Medioevo sotto l’egida di un Santo, non solo per ragioni di culto, ma anche per la reciproca assistenza e per opere di carità materiali e spirituali, venivano distinte tra SCUOLE GRANDI, di carattere devozionale, e SCUOLE PICCOLE, di Arti e Mestieri. - In origine il termine SCOLA indicava il luogo delle riunioni, in seguito finì per identificare la Confraternita come figura giuridica: ogni Scola si provvedeva di una MARIEGOLA (raccolta delle norme per la gestione della  Comunità) che doveva essere approvata dal CONSIGLIO DEI DIECI. - Il percorso della FAIMARATHON prenderà avvio dall’ARCHIVIO DI STATO, antica sede delle SCOLE DEI FIORENTINI e DI SANT’ANTONIO, per snodarsi poi sulle tracce di questo patrimonio culturale minore che rivestì un importante ruolo nel contesto artistico, religioso, culturale e sociale della Serenissima. - Tra le tappe di maggior fascino la SCUOLA DI SAN ROCCO, magnificata dallo splendido ciclo di teleri del TINTORETTO che orna la pregevole Sala dell’Albergo, la SCUOLA GRANDE DEI CARMINI, con gli affreschi del Tiepolo, e ancora la visita alla Scuola dei mercanti da vin e travasadori (normalmente chiusa al pubblico) con un notevole soffitto decorato con tele di Gaspare Diziani.
(NELLA FOTO LA SALA SUPERIORE DELLA SCUOLA GRANDE DI SAN ROCCO A VENEZIA CON I DIPINTI DEL TINTORETTO) DOMENICA 12 OTTOBRE DELLA FAI MARATHON 2014 – ESEMPI DI ITINERARI: VENEZIA, SCUOLE GRANDI E SCUOLE PICCOLE DI DEVOZIONE E DI ARTI E MESTIERI – Un itinerario alla scoperta di una Venezia inconsueta, quella delle SCUOLE. – Nate a partire dal Medioevo sotto l’egida di un Santo, non solo per ragioni di culto, ma anche per la reciproca assistenza e per opere di carità materiali e spirituali, venivano distinte tra SCUOLE GRANDI, di carattere devozionale, e SCUOLE PICCOLE, di Arti e Mestieri. – In origine il termine SCOLA indicava il luogo delle riunioni, in seguito finì per identificare la Confraternita come figura giuridica: ogni Scola si provvedeva di una MARIEGOLA (raccolta delle norme per la gestione della Comunità) che doveva essere approvata dal CONSIGLIO DEI DIECI. – Il percorso della FAIMARATHON prenderà avvio dall’ARCHIVIO DI STATO, antica sede delle SCOLE DEI FIORENTINI e DI SANT’ANTONIO, per snodarsi poi sulle tracce di questo patrimonio culturale minore che rivestì un importante ruolo nel contesto artistico, religioso, culturale e sociale della Serenissima. – Tra le tappe di maggior fascino la SCUOLA DI SAN ROCCO, magnificata dallo splendido ciclo di teleri del TINTORETTO che orna la pregevole Sala dell’Albergo, la SCUOLA GRANDE DEI CARMINI, con gli affreschi del Tiepolo, e ancora la visita alla Scuola dei mercanti da vin e travasadori (normalmente chiusa al pubblico) con un notevole soffitto decorato con tele di Gaspare Diziani.

   E’ da notare come in questi anni di difficoltà economica e confusione generale, appaia più che mai la discrasia tra annunci di STOP AL CONSUMO DEL TERRITORIO e provvedimenti di RILANCIO DELLE GRANDI OPERE (e spesso inutili) che si mettono ancora una volta in cantiere (dispendiosissime).

   Nel contesto di questo governo (nella mano del ministro ai lavori pubblici Lupi), quel che appare pericoloso è la modifica “concettuale” della LEGGE URBANISTICA nel principio (stabilito ancora nel 1942) del “pubblico” dominante, cioè che decide i piani regolatori, cosa farne di un territorio; ora si propone legislativamente una specie di concertazione tra pubblico e privato (proprietario delle aree) su cosa fare: una dismissione di potere assai pericolosa dello Stato sul governo del territorio.

   Non che fino adesso sia andata bene: nel senso che il privato molto spesso ha prevalso nel decidere cosa fare in determinati luoghi, e lo sventramento di centri storici e l’edilizia grossolana e speculativa sorta in posti di pregio ne è testimonianza: ma lo si faceva di nascosto, spesso in modo illegittimo (con poteri mafiosi, spesso corrompendo politici), o con forme di pressione, previste addirittura in normativa urbanistiche regionali, di scambio (ti faccio la biblioteca comunale e mi concedi di costruire, ampliare le cubature di un quartiere, di tot condomini…), come è accaduto negli ultimi anni prima dell’inizio della crisi del 2008 che ha di fatto bloccato l’edilizia espansiva.fFAIMARATHON

   Ma cosa prevede a questo proposito, in termini di edilizia espansiva, il decreto “Sblocca Italia” (45 articoli, uscito a fine agosto, tutt’altro che finanziato e operativo)?

   Innanzitutto non vi è traccia dell’assioma di “zero consumo di suolo”, al contrario. Si parla sì, all’articolo 17, di incentivazioni fiscali da dare al recupero del patrimonio edilizio esistente. Poi però l’articolo 25 consente ai comuni di rilasciare l’autorizzazione edilizia in aree vincolate anche in assenza del parere della soprintendenza; ci possono essere concessioni edilizie in deroga al piano urbanistico comunale (con una «contrattazione privatistica» tra amministrazione e imprenditore); c’è l’esclusione del ministero per i Beni e le attività culturali dalle procedure di autorizzazione dei gasdotti; si passa a una stretta «gestione privatistica» per la nuova destinazione degli immobili pubblici inutilizzati.

   Di rilevanza poi l’articolo 3 (commi 2 e 3) che ha come titolo «SILENZIO ASSENSO TRA AMMINISTRAZIONI». In pratica un meccanismo per cui se un’amministrazione locale chiede un parere a un’altra amministrazione (anche amministrazioni preposte alla tutela ambientale, paesaggistico-territoriale, dei beni culturali e della salute dei cittadini, etc.) per un progetto edilizio o urbanistico anche di forte rilevanza ambientale o che può incidere sulla salute dei cittadini, ebbene, dopo 60 giorni può considerare un eventuale silenzio come un assenso, quindi un via libera. Questo può essere assai pericoloso.

   Pertanto va bene che ci sia molto meno burocrazia, più sveltezza nelle pratiche, ma bisogna stare un po’ attenti di non creare delle mostruosità, delle deregulation che potrebbero portare a disastri ambientali assai gravi.

   Ed è anche pur vero che provvedimenti rigidi, forti, ingessati, poco (nulla) hanno fatto in questi decenni per la salvaguardia dell’ambiente, del paesaggio, delle città e delle campagne… ma si deve agire con circospezione, regola, razionalità…

   Poi il decreto “Sblocca Italia” rilancia il trasporto stradale con grandi autostrade, gallerie etc, che si erano bloccate come esecuzione nel tempo per troppi soldi occorrenti, o perché inutili, o per problemi di denunce, illegalità: la Gronda di Genova e l’autostrada Nuova Romea da Mestre a Orte, l’Aurelia da trasformare nella nuova autostrada Tirrenica da Civitavecchia a Livorno, la Valdastico da completare dalla provincia di Vicenza (Piovene Rocchette) fino a Trento (con il Trentino che non la vuole assolutamente, ma tant’è…). Si prevedono inceneritori per lo smaltimento dei rifiuti, e ancor di più si parla di trivellazioni in Adriatico per cercare petrolio e gas, seguendo l’esempio della Croazia (ne abbiamo recentemente parlato in uno dei nostri post).

   Nell’articolo 45 dello “Sblocca Italia” la gestione del demanio pubblico viene affidata a fondi immobiliari e alla Cassa depositi e prestiti. Gli impianti industriali che non hanno rispettato i limiti precedenti per gli scarichi a mare avranno deroghe proporzionali alle loro capacità produttive (e questo sotto la “supervisione” del Ministero dello Sviluppo e non più dell’Ambiente). Sono diventati meno restrittivi i valori di contaminazione del suolo per i siti militari, e come detto prima, le Soprintendenze non conteranno quasi più niente come poteri di condizionamento, modifica ed eventuale opposizione su trasformazione di paesaggi tutelati. Si riducono i poteri delle Autorità di Bacino dei fiumi, sparisce il Corpo forestale inglobato nella polizia provinciale e di stato……

   Insomma, ribadiamo che le regole fin qui avute non hanno prodotto molto nello sviluppo edilizio scomposto dei decenni passati, ma tutti speravamo che potesse svilupparsi un progetto ecologicamente e geograficamente nuovo, del quale entusiasmarsi, rispetto alla solita storia (che non funziona) che si fa sviluppo e ricchezza incentivando grandi opere e allargando ancora di più la deregulation urbanistica. Ci chiediamo qui se si fa ancora in tempo a rilanciare su progetti nuovi eco-compatibili… Noi pensiamo di sì. (s.m.)faimarathon

LA MARATONA DELLA BELLEZZA IN 120 CITTÀ

di Renato Rizzo, da “la Stampa” del 9/10/2014

– È domenica (12 ottobre), organizzata dal Fai. Il traguardo: scoprire i tesori del nostro vivere –

   Diventare turisti per un giorno, a casa nostra, e ritrovare quell’attenzione che è la chiave per scoprire la Bellezza: è questo lo spirito della «maratona» più rilassata del mondo che si disputa domenica in 120 città italiane, riservata alle persone curiose di esplorare i tesori, spesso sorprendenti, nascosti nei luoghi del nostro vivere quotidiano.

   A organizzare la passeggiata, rigorosamente non competitiva (basta partecipare per vincere), è il Fai, Fondo per l’ambiente italiano, nell’ambito della campagna nazionale di raccolta fondi «Ricordati di salvare l’Italia».

   Tremila volontari appartenenti alle 116 delegazioni regionali guideranno i maratoneti lungo itinerari di stupore con oltre mille tappe: palazzi e giardini, teatri e cortili, chiese e piazze, scuole e vicoli da ammirare e, in certi casi, da visitare. Ma anche edifici normalmente chiusi al pubblico che, per una manciata di ore, sveleranno i loro segreti sfaceli denunciando, così, le promesse mancate o i misfatti delle istituzioni.

   Tra i percorsi a tema – 10 euro l’iscrizione, 29 con l’adesione annuale al Fai – spicca quello di MILANO, «Piazze visibili e invisibili», con l’eccezionale apertura del Teatro Lirico, chiuso dal 1999. NAPOLI nel suo viaggio «Verso le origini», dalla città settecentesca alla mitica Partenope, offre la possibilità di salire sino alle splendide terrazze di Villa Carafa della Spina con vista a 360° sulla città. «Amori e delitti» è il soggetto proposto da VERONA: partendo dalla casa di Giulietta ci si addentra nei luoghi che rievocano la storia di Alboino e Rosmunda e le vicende drammatiche delle prostitute giustiziate nell’Arena.

   TORINO si specchia nel suo passato di città-culla del cinema: «A spasso tra portici e cinema» condurrà i maratoneti alla balconata della Galleria Sabauda dove sono state girate scene della «Donna della domenica», in piazza Cln («Profondo Rosso»), in Galleria San Federico («Italian Job») e in Piazzetta Reale («Il divo»). E il viaggio continua attraverso cento altre meraviglie (elenco degli itinerari, orari e punti di ritrovo su www.faimarathon.it o sul sito del gioco del Lotto, sponsor dell’iniziativa) a disposizione di chi, come osserva il vicepresidente esecutivo del Fai, Marco Magnifico, «vorrà “correre” il più lentamente possibile circondato da bellezza, musica, degustazioni. Non è necessario essere allenati, basta avere voglia di lasciarsi sorprendere». (Renato Rizzo)

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«Paesaggio a rischio con lo sblocca Italia»

L’ALLARME DEL FAI – APPELLO DI CARANDINI. IL 12 MARATONA IN 120 CITTÀ

di Paolo Conti, da “il Corriere della Sera” del 7/10/2014

   «Il decreto “sblocca Italia”, in una parte dei provvedimenti, svela una tendenza pericolosa che, invece di inaugurare una stagione di modernità come è nelle intenzioni del governo, rischia di trascinare l’Italia, ancora una volta, nella spirale degli errori inveterati».

   L’archeologo ANDREA CARANDINI parla da presidente del Fai, il Fondo Ambiente Italiano. L’occasione è la campagna «RICORDATI DI SALVARE L’ITALIA», la raccolta fondi che andrà avanti fino al 26 ottobre con la FAIMARATHON del 12 ottobre, domenica, in partnership con Il Gioco del Lotto-Lottomatica. Ma il presidente del Fai è allarmatissimo per la sorte del paesaggio italiano tutelato dall’articolo 9 della Costituzione: a suo avviso si sta attivando un meccanismo che «trasforma la deroga in regola» e «minaccia di equivalere a un condono perpetuo».

   Carandini (che chiede al presidente Napolitano di vigilare «perché c’è materia di incostituzionalità») annuncia quattro no e un sì. Sì all’articolo 17 per l’incentivazione fiscale al recupero del patrimonio edilizio esistente. No all’articolo 25 che consente ai comuni di rilasciare l’autorizzazione edilizia anche in assenza del parere della soprintendenza (si prospettano ricorsi a catena), no alle concessioni edilizie in deroga al piano urbanistico comunale (con una «contrattazione privatistica» tra amministrazione e imprenditore), no all’esclusione del ministero per i Beni e le attività culturali dalle procedure di autorizzazione dei gasdotti, no alla «gestione privatistica» per la nuova destinazione degli immobili pubblici inutilizzati».

   La prima risposta del governo a Carandini arriva dallo stesso tavolo, cioè da Ilaria Borletti Buitoni, ex presidente del Fai e sottosegretario ai Beni culturali con delega al paesaggio: «Semplificare burocrazia e procedure non può tradursi in un rischio per il nostro patrimonio paesaggistico, assicuro il mio impegno».

   La campagna «Ricordati di salvare l’Italia» è invece all’insegna della «felicità che provoca la bellezza del nostro Paese» e della speranza per il futuro. Fino al 26 ottobre sarà possibile donare due euro al numero 45506 (inviando un sms con il telefono mobile o chiamando da rete fissa).

   Per il 12 ottobre è fissata la Faimarathon in 120 città italiane: una passeggiata non competitiva, una maratona culturale adatta a persone di tutte le età. A MILANO, per esempio, ci saranno appuntamenti a largo Augusto (dove si svolgeva il mercato ortofrutticolo nell’Ottocento) o a piazza Santo Stefano (che ospitava la darsena), al teatro Lirico e alla Casa dei Grifi. A NAPOLI si andrà alla scoperta di palazzo Serra di Cassano, villa Carafa della Spina, della chiesa della Nunziatella, della sezione militare dell’Archivio di Stato. A ROMA visite guidate al complesso di San Michele a Ripa, alla chiesa di San Benedetto in Piscinula, ai dintorni di via Anicia. Orari e altri particolari su www.fondoambiente.it.

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BATTAGLIA SULLE NORME ANTIPAESAGGIO

di Paolo Conti, da “il Corriere della Sera” del 10/10/2014

– Carandini: dare il via ai cantieri con il silenzio assenso è un rischio per l’ambiente –

   «Se questo governo vuole direttamente abolire la tutela del nostro paesaggio e del nostro patrimonio, che lo dica apertamente… Non c’è più spazio per una semplice preoccupazione, è ormai allarme rosso per il paesaggio e per il nostro patrimonio urbanistico e monumentale». Andrea Carandini, presidente del Fondo Ambiente Italia ed ex presidente del Consiglio superiore dei beni culturali, ha appena analizzato il disegno di legge Madia sulla riforma della Pubblica amministrazione in discussione al Senato.

   L’allarme rosso di cui parla Carandini (che non esclude un appello al presidente Napolitano, suo e di altri intellettuali impegnati nell’universo della tutela, se le cose non cambieranno) riguarda l’articolo 3 comma 2 e 3 sotto il titolo «Silenzio assenso tra amministrazioni».

   Ovvero quel meccanismo per cui se un’amministrazione locale chiede un parere a un’altra amministrazione per un progetto edilizio o urbanistico, dopo 60 giorni può considerare un eventuale silenzio come un assenso, quindi un via libera (ed ecco il passaggio che intimorisce Carandini e molti altri) «anche ai casi in cui è prevista l’acquisizione di assensi, concerti o nulla osta comunque denominati di amministrazioni preposte alla tutela ambientale, paesaggistico-territoriale, dei beni culturali e della salute dei cittadini, per l’adozione di provvedimenti normativi e amministrativi di competenza di amministrazioni statali o di altre amministrazioni pubbliche». La prima parte riguarda direttamente gli uffici delle soprintendenze e i loro compiti istituzionali di tutela.

   Carandini ritiene «gravissima e senza precedenti» questa formulazione: «So che sarà possibile presentare emendamenti fino al 17 ottobre e mi auguro che si intervenga senza indugio. Voglio essere chiaro. Il governo fa bene a voler snellire le procedure, a “sbloccare” questo Paese. Ma se un iter prevede un parere sul paesaggio, su un bene urbanistico o architettonico, la macchina del ministero dei Beni culturali deve essere in grado di esprimerlo per evitare devastazioni».

   E allora, Carandini? Non è uno sprone a darsi da fare? «Le soprintendenze sono state svuotate di personale e mezzi. Sono state volutamente prosciugate e azzoppate. Negli uffici delle soprintendenze milanesi, sempre più impoverite, è stato calcolato che ogni funzionario avrebbe 3-4 minuti per esaminare le pratiche contenenti un parere, se si dovesse osservare il termine di legge. Ma se si azzoppa un’amministrazione non le si può poi chiedere di correre. Vedo, insomma, l’intenzione di togliere di mezzo ciò che viene visto come un intralcio, appunto la tutela e il sistema delle soprintendenze, mentre parliamo invece di un sistema che assicura l’applicazione dell’articolo 9 della Costituzione, cioè la tutela del paesaggio e del nostro immenso patrimonio storico-artistico».

   Proprio citando l’articolo 9, c’è chi sta progettando un appello al Quirinale per evitare che il silenzio assenso metta i Comuni nelle condizioni di costruire anche in aree vincolate, per non parlare dei centri storici.

   Positivo, invece, il parere di Carandini sull’articolo 17 dello sblocca Italia che introduce misure fiscali che favoriscono il recupero del patrimonio edilizio esistente, disincentivando il consumo di suolo: «Il provvedimento appare positivo, ma andrebbe inserito in un intervento più generale, che vincoli lo sviluppo alla pianificazione dell’uso del territorio che manca da due generazioni». (Paolo Conti)

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DAL WWF A SLOW FOOD, LA RIVOLTA VERDE CONTRO IL CEMENTO: “COSÌ ASFALTATE L’ITALIA”

di Corrado Zunino, da “la Repubblica” del 9/10/2014

– Le associazioni storiche dell’ambientalismo accusano il governo. “Inceneritori e trivelle: via libera a un mare di scempi” –

   L’esecutivo Renzi si è già guadagnato l’etichetta di governo meno ambientalista mai espresso dal centrosinistra in Italia. I Verdi, polverizzati in tante sigle, inesistenti da sei anni in Parlamento e quindi politicamente fragili, sono pronti ad azioni comuni. Su molti fronti. Non c’è decreto, raccontano, dove in nome dello sviluppo rapido, della ricchezza da estrarre oggi e produrre domani, non si autorizzino nuovi buchi, cemento fresco, una deregulation su tutta la materia ambientale. «Renzi non ha asfaltato solo Berlusconi, sta asfaltando l’Italia», dice Angelo Bonelli, portavoce dei Verdi rimasti. Lui sostiene diverse iniziative politiche del premier, «ma sull’ambiente è un disastro».

   Catalizzatore delle cento proteste ecologiste è diventata un’iniziativa intellettual-satirica edita (gratis) da L’Altra Economia. Sedici personalità della politica e della cultura hanno pubblicato ROTTAMA ITALIA , libro corredato da tredici vignette (Staino, Altan, Ellekappa, Vauro, Giannelli, Vincino, Bucchi) che analizza i 45 articoli del decreto Sblocca Italia disvelato a fine agosto, tutt’altro che finanziato e operativo.

   L’archeologo Salvatore Settis, l’inventore dello slow food Carlo Petrini, l’ex ministro dalemiano dei Beni culturali Massimo Bray, celebri urbanisti come Vezio De Lucia e Paolo Berdini — l’idea è di Sergio Staino, la cura dello storico dell’arte Tomaso Montanari — chiedono di fermare il decreto che, nel tentativo di rilanciare l’economia italiana, «rischia di diventare un pesante contributo alla devastazione del paesaggio e un regalo alle lobby».

   Il decreto, per esempio, rilancia il trasporto su strada: la Gronda di Genova e l’autostrada Romea da Mestre a Orte (tira le fila dell’opera Vito Bonsignore sopravvissuto di Tangentopoli, amministratore della società promotrice è il piduista ottantaduenne Gioacchino Albanese). Il viceministro Riccardo Nencini vuole trasformare l’ultima consolare intonsa, l’Aurelia, nella nuova autostrada Tirrenica da Civitavecchia a Livorno.

   Ecco, contro il decreto di sviluppo il gruppo Rottama Italia è pronto a raccogliere le firme per un referendum abrogativo: «Il territorio non è un bene liberamente disponibile da parte del governo, ma è nella superproprietà del popolo», dice Paolo Maddalena, vicepresidente emerito della Corte costituzionale. «Questo atto del governo Renzi è la clonazione del primo Tremonti e della proliferazione di capannoni industriali oggi abbandonati», dice invece Petrini.

   Se un fresco sondaggio Swg dice che l’ambiente è in cima alle priorità degli italiani, il mondo dell’ambientalismo italiano, che ha  associazioni storiche floride, altre piccole e diffuse, si sta ricompattando di fronte alla velocità di produzione di atti di governo invasivi, filo-industriali, semplificatori. Il premier, di suo, liquida questi oppositori ecologisti come «quattro comitatini». Il suo ministro dell’Ambiente, l’ex sottosegretario all’Istruzione Gian Luca Galletti, appare sempre più marginale.

   L’allarme inceneritori lo hanno fatto scattare tutte le agenzie regionali per l’ambiente: «Puntando sul riciclo si guadagnerebbero 195 miliardi », hanno scritto. Il governo, invece, ha prorogato al 2020 l’obiettivo del 65 per cento per la raccolta differenziata nazionale: oggi siamo al quaranta, sei anni di crescita lenta. È forte l’impegno del ministro Maurizio Lupi per trivellare il mare italiano alla ricerca di petrolio («da raddoppiare») e gas. Wwf, Legambiente e Greenpeace hanno chiesto alla Commissione ambiente della Camera di fermarlo. In questi giorni all’isola di Favignana, luogo protetto e di richiamo turistico, tecnici dell’Eni stanno organizzando le trivellazioni di domani.

   Con una pubblica denuncia Angelo Bonelli ha ricordato come all’articolo 45 dello Sblocca Italia la gestione del demanio pubblico venga affidata a fondi immobiliari e alla Cassa depositi e prestiti. Gli impianti industriali che non hanno rispettato i limiti precedenti per gli scarichi a mare avranno deroghe proporzionali alle loro capacità produttive, Ilva compresa. E per la prima volta nella storia dell’ambiente questo ampliamento — che è già in Gazzetta ufficiale con il decreto 91, crescita e competitività — è stato affidato al ministero dello Sviluppo. Ancora, sono diventati meno restrittivi i valori di contaminazione del suolo per i siti militari: «Il pentaclorobenzene sarà tollerato in quantità 500 volte più alte».

   Facendo leva sui Beni culturali di Dario Franceschini, «si stanno limitando i poteri di opposizione ai progetti delle soprintendenze » (lo sottoscrivono anche gli Amici della Terra). Il disegno di legge ambientale proposto dal governo e in discussione al Parlamento azzera, poi, le strutture direttive dell’autorità di Bacino nominando un commissario ad acta per le future autorità di distretto: anche qui un uomo solo, un burocrate, al comando.

   E nella riforma della pubblica amministrazione il ministro Marianna Madia prevede la soppressione del Corpo forestale e il suo riassorbimento nelle polizie provinciali o nella polizia di Stato. Il ministro dell’Agricoltura, Maurizio Martina, fin qui non ha protestato. (Corrado Zunino)

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PETRINI GELA RENZI: «CI ASPETTA UNA COLATA DI CEMENTO»

di Luca Sappino, da l’Espresso del 9/10/2014

– Il fondatore di Slow food è tra gli autori di “Rottama Italia”, un libro denuncia sul decreto Sblocca Italia. Lo scritto di Petrini, che è possibile leggere integralmente scaricando gratuitamente il pdf del libro o acquistando l’ebook dal sito di Altreconomia, raccoglie alcuni passaggi molto critici rispetto al governo Renzi. – 

«C’è stato un momento in cui in molti hanno sperato che la “rottamazione”, al di là delle persone, avrebbe finalmente riguardato un certo modo di fare della politica e di quella parte di mondo dell’economia e delle imprese che vive in simbiosi con essa», scrive Petrini, «certo, nessuno si aspettava un Governo della decrescita felice: sembrava però prossima almeno l’apertura di una stagione politica in cui finalmente, anche nei palazzi di governo, fosse possibile criticare i fondamentali di un sistema che da anni non genera più benessere e ricchezza e a causa del quale, anzi, si è manifestata la più lunga crisi del secondo dopoguerra».

Una delusione, è Renzi per Petrini, che evidentemente aveva sperato. Non che si fosse, illuso, sia chiaro: «Qualcuno, pur scettico, aveva concesso un minimo credito a questa paventata ondata di novità; qualcuno ci ha creduto un po’ più a lungo». Poi, però, «a mettere d’accordo tutti, a sgombrare qualsiasi dubbio, a svelare la distanza abissale tra gli auspicati buoni propositi e la realtà, ci ha pensato lo Sblocca Italia, in modo particolare per quanto concerne le misure dedicate all’edilizia e alla gestione di beni comuni».

Carlo Petrini
Carlo Petrini

Il giudizio di Petrini è netto e può apparire paradossale: «Oggi persino il Governo Monti, grazie all’iniziativa dell’allora Ministro dell’Agricoltura Mario Catania, può apparire più progressista e innovatore dell’esecutivo guidato da Matteo Renzi». Il fondatore di Slow food ripercorre l’iter, mai concluso, della legge Catania.

E poi dell’iniziativa del governo Letta, arenata come la precedente: «il 3 febbraio 2014, riprendendo in buona sostanza l’impianto della proposta di Catania, fece la sua comparsa un nuovo disegno di legge, ancora una volta promosso dal titolare del dicastero dell’Agricoltura, Nunzia De Girolamo».

«Di nuovo» continua Petrini, «non eravamo ancora all’impianto normativo ideale, quello su cui ancora insistono i cittadini che animano i forum per la protezione di quel bene che i padri costituenti vollero scolpito nell’articolo 9 della Carta», ma «sembrava confermarsi quell’indiscutibile cambio di rotta che per anni era stato inseguito senza esito, da tutti quei soggetti che ora iniziavano a partecipare ad audizioni parlamentari e incontri pubblici, dove almeno era possibile confrontarsi sulle diverse ricette che dovevano portarci al traguardo di azzerare il consumo di suolo: l’unico obiettivo credibile per un Paese, come il nostro, che ogni giorno divora 100 ettari di superficie agricola».

Ora, lo Sblocca Italia di Matteo Renzi, è «uno shock assoluto, un ritorno al passato che non ci riporta solo a prima dell’estate 2012: in realtà siamo saliti su una macchina del tempo destinata a farci rivivere tutti i momenti più brutti di una certa storia d’Italia». «Nello Sblocca Italia», spiega Petrini, «non vi è traccia di zero consumo di suolo», né c’è traccia, stranamente, di ciò che ci chiede l’Europa, «degli obiettivi che l’Unione Europea pone agli Stati Membri in termini di gestione del territorio: per Bruxelles si dovrà raggiungere l’occupazione di terreno pari a zero entro il 2050».

«Il Paese che Renzi racconta quando va all’estero a caccia di investitori, di credibilità», nota infine Petrini, «è il Paese fondato sulla bellezza dei nostri paesaggi, sulla diversità dei territori, sulla ricchezza di un patrimonio culturale, che si fondano in larghissima parte nella storia straordinaria, unica e irripetibile della nostra agricoltura e della nostra alimentazione». E come si combina il paese del Made in Italy con quello dello Sblocca Italia?

«Il condensato di opere proposte in blocco senza appello, di forzature, di deroghe alla normativa ordinaria, mi chiedo dove incroci anche solo una delle vocazioni del nostro Paese. Come può motivare un giovane a intraprendere un qualsiasi mestiere legato all’agricoltura, all’artigianato alimentare, alla piccola pesca, al turismo di qualità, tutti quanti messi definitivamente al bando dalla colata di cemento terminale che nel giro di pochissimi anni sarà scatenata dall’approvazione dello Sblocca Italia?». (Luca Sappino)

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PER 8 ITALIANI SU 10 IL FUTURO DELL’AMBIENTE DIPENDE DA OGNUNO DI NOI

di Francesco Paniè, della redazione di RINNOVABILI.IT, da http://www.repubblica.it/ambiente/ del 1/10/2014

– Dalla raccolta differenziata all’attenzione agli sprechi: secondo il sondaggio della società di ricerca Swg, il nostro Paese è pronto ad affrontare le sfide della sostenibilità. E la politica? –

   CHI HA DETTO che quella dell’ambiente è soltanto una moda? Per tre quarti degli italiani la questione è seria. Almeno secondo quanto emerge da uno studio della società di ricerca Swg, commissionato da Assorel, che prende in esame opinioni e comportamenti in tema di sostenibilità e consumo responsabile.

   I dati di Swg rivelano che, nel nostro Paese, l’interesse per il “vivere green” esiste ed è in aumento: le risposte degli intervistati potrebbero fornire indicazioni alla classe dirigente, che finora non ha dimostrato grande permeabilità a queste istanze.

   A partire dalla raccolta differenziata: 7 persone su 10 sono dell’idea che sia fondamentale per salvaguardare l’ambiente e il 55% giura di separare sempre carta, vetro e plastica (i dati Ispra 2012 stimano però al 39% la media della differenziata nazionale). La metà fa molta attenzione, inoltre, alle sostanze che versa negli scarichi, così come nel 40% dichiara di limitare lo spreco di acqua.

   Unico neo, i trasporti: gli italiani sono ancora troppo legati all’automobile. Solo il 21% considera fondamentale ridurre l’utilizzo di auto e motocicli, più del 50% dice di farlo, ma poi il 62% ammette che il mezzo con cui si sposta sempre è l’automobile (se si fa la somma con chi la utilizza spesso, saliamo al 95%).

   Tra le soluzioni per una miglior tutela ambientale gli intervistati scelgono l’educazione a uno stile di vita attento agli sprechi (52%), maggiori controlli sugli scarichi industriali (39%), il ricorso alle energie rinnovabili (34%) e incentivi all’utilizzo di materiali ecosostenibili (32%). Par di capire, a questo punto, che fra i nostri concittadini sia sbocciato il desiderio di orientarsi verso consumi più sostenibili, anche a livello energetico: fatto che sembra sfuggire al governo italiano, più orientato verso l’approvvigionamento da fonti fossili. Non è un mistero che le compagnie petrolifere siano sui blocchi di partenza, in attesa del via libera di Renzi alla trivellazione in Sicilia e Basilicata, mentre si votano tagli retroattivi sugli incentivi alle rinnovabili e si scoraggia lo sviluppo dell’efficienza energetica.

   Quel che stupisce di più, tuttavia – smentendo in parte il luogo comune che vede l’italiano scaricare sempre le colpe sul malgoverno – è la grande importanza attribuita ai comportamenti individuali. I cittadini sembrano aver compreso che le loro scelte personali, se sommate, possono avere impatto globale. Sono più dell’80% gli intervistati che considerano il singolo individuo capace, con le sue azioni quotidiane, di contribuire alla salvaguardia dell’ambiente e della natura.

   Si tratta di un’opinione che, se tradotta in comportamento, potrebbe davvero dare adito a mutamenti significativi. Alla buona volontà degli italiani, tuttavia, deve sommarsi un impegno delle istituzioni, così da permettere a queste buone intenzioni di tradursi in altrettanto buone pratiche. (Francesco Paniè)

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QUELLE CATTEDRALI A PAGAMENTO

di Philippe Daverio, da QN (Quotidiano Nazionale) del 7/10/2014

   QUANDO entrate nella moschea di Cipro dovete togliervi le scarpe, quando entrate a Notre Dame di Parigi dovete togliervi il cappello. Perché mai se entrate in una chiesa italiana con dipinti importanti dovete togliervi i soldi di tasca e pagare come se entraste in un museo?

   In alcune chiese di Palermo si paga perché sono edifici di culto ormai derubricati e le cooperative che le tengono aperte ben hanno il diritto ad una remunerazione: succede a Santa Caterina che era chiusa da anni e che un gruppo di volontari tiene aperta. A Milano in Duomo l’ingresso è gratuito e talvolta viene separata l’area di celebrazione da quella aperta al pubblico più curioso che partecipativo; in cambio si paga per salire sul tetto e girare fra le guglie e la cosa è assolutamente corretta in quanto quello non è luogo di culto e i danari così raccolti servono alla conservazione del monumento.

   QUI sta il cuore della questione: le chiese d’Italia sono da un lato edifici delle fede e dall’altro monumenti che narrano la storia dell’architettura e della pittura in modo encomiabile. Il patrimonio storico che esse vanno a formare è unico al mondo e i soldi per conservarlo sono oggi purtroppo scarsissimi. Sicché la richiesta d’un sostegno economico a chi le visita non appare affatto fuori luogo. Ci sono ovviamente casi bizzarri e non pochi.

   Ad Arezzo nella chiesa di San Francesco, per evitare che si possa vedere gratuitamente il noto affresco di Piero della Francesca, v’è un muro di separazione poco elegante nell’abside oltre il quale si passa solo con l’obolo pagato: genera un certo imbarazzo pensando a Francesco il poverello e al della Francesca suo emulo. Pure a Palermo in cattedrale si paga per vedere la tomba del laico Federico II.

   La soluzione più pragmatica in questo senso è stata adottata dal Metropolitan Museum di New York che essendo municipale rappresenta la città stessa e come tale svolge una funzione di servizio culturale. Non c’è biglietto obbligatorio, almeno in linea teorica, ma si devolve una cifra fissa per la quale si riceve un pin da appendere sulla giacca: ogni visitatore diventa un fiero donatore. Il servizio culturale e quelle cultuale non sono in effetti la medesima cosa, ma sarebbe bello se anche nelle chiese si devolvesse, in maniera non obbligatoria, un obolo per la conservazione. Al buon cuore. (Philippe Daverio)

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DECRESCITA: DOBBIAMO CAMBIARE L’IMMAGINARIO PER VIVERE MEGLIO

di SERGE LATOUCHE, da “Il Fatto Quotidiano” del 27)7)2014

– Pubblichiamo un estratto dell’introduzione a “DECOLONIZZARE L’IMMAGINARIO” di Serge Latouche, pubblicato da Emi –

Non ho mai utilizzato il termine decrescita prima che uscisse il numero speciale della rivista Silence dedicato a questo tema, nel febbraio del 2002 (…) Se l’utilizzo del termine decrescita è molto recente (…) l’origine delle idee che tale termine veicola ha una storia più lunga (…). Per me, già da prima del 2002 c’era “obiezione alla crescita” ma non ancora “decrescita” in quanto tale. La fusione delle due forme di critica ha fatto emergere il progetto della decrescita (…)

Dinanzi al trionfo dell’ultraliberismo e della proclamazione arrogante del “Tina” (There is no alternative, Non c’è alternativa) di Margaret Thatcher, il piccolo gruppo antisviluppista degli amici e discepoli di IVAN ILLICH, nato negli Anni 70 – e di cui anch’io facevo parte –, non poteva più accontentarsi di una critica (…) dibattuta all’interno della propria cerchia ristretta.

L’altra faccia del trionfo del pensiero unico era lo slogan condiviso dello “sviluppo sostenibile”, al quale il movimento no global sembrava aderire perfettamente. Diventava, dunque, urgente opporre a ciò un altro progetto, o più esattamente dare visibilità a un progetto in gestazione da molto tempo (…). Lo slogan della “decrescita” è apparso come una “bomba semantica” o un “termine esplosivo” (dixit Paul Ariès) capace di spezzare il debole consenso della sottomissione all’ordine produttivista dominante, o in altre parole di avviare una decolonizzazione dell’immaginario (…).

A TORTO o a ragione, spesso mi si attribuisce la paternità dell’espressione “DECOLONIZZARE L’IMMAGINARIO”. Poiché lavoravo sul Terzo mondo e sui rapporti Nord/Sud, la forma dello sradicamento di una credenza si esprimeva efficacemente ai miei occhi attraverso la metafora della decolonizzazione. (…) Se, infatti, la crescita è una credenza e lo sviluppo un sistema di significati legati all’immaginario sociale, come il progresso e l’insieme delle categorie fondatrici dell’economia, per tirarsene fuori, abolirle e oltrepassarle (la famosa Aufhebung hegeliana), bisogna porre in essere un cambiamento di immaginario.

La realizzazione di una società della decrescita comporta necessariamente la decolonizzazione del nostro immaginario al fine di cambiare veramente il mondo, prima che il cambiamento del mondo ci condanni alla sofferenza.

Affinché si realizzi una simile rivoluzione è necessario che cambiamenti profondi abbiano luogo nell’organizzazione psicosociale dell’uomo occidentale, rispetto al suo atteggiamento nei confronti della vita, in parole povere, nel suo immaginario. È necessario che l’idea secondo cui l’unica finalità della vita è produrre e consumare – idea allo stesso tempo assurda e degradante – sia abbandonata; è necessario che l’immaginario capitalista di uno pseudo-controllo pseudo-razionale, di una espansione illimitata, sia abbandonato.

Soltanto gli uomini e le donne possono realizzare tutto questo. Un uomo solo o un’organizzazione può al massimo preparare, criticare, incitare (…). Un numero crescente di persone non crede al progresso. Tutti vogliono acquisire qualcosa in più per l’anno prossimo, ma nessuno crede che il benessere dell’umanità risieda nella crescita del 3% per anno del livello dei consumi.

L’immaginario della crescita (…) è (…) l’unico a sopravvivere nel mondo occidentale. L’uomo occidentale non crede più a nulla se non al fatto che potrà presto avere un televisore ad alta definizione. Ed è proprio questo ciò che tuttora impedisce a un gran numero di persone di aderire alla decrescita. (SERGE LATOUCHE)

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LA SFIDA DELLA CRESCITA ECO-FELICE

di Carlo Jaeger – Il Sole 24 Ore, 23/9/2014

   Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-Moon, nel Summit sul clima a New York (tenutosi martedì 23 settembre, ndr), ha sottolineato l’urgenza di ridurre le emissioni di CO2 per evitare disastri climatici. E questo nella possibilità di farlo nel quadro di una «crescita verde».

E in effetti i successi dei prodotti verdi su molti mercati sono impressionanti. In Italia, il consumo di alimentari biologici dall’anno scorso è aumentato del 17,3 per cento, mentre nello stesso periodo il consumo di prodotti alimentari non è cresciuto affatto, si è anzi ridotto dell’1,1 per cento.

   A livello globale, la domanda per moduli fotovoltaici nel 2013 è aumentato del 20 per cento mentre la domanda per l’energia solo dello 0,6 per cento. Allo stesso tempo, grandi compagnie multinazionali fanno sforzi notevoli per diventare più verdi: l’IBM per esempio nel 2013 ha ridotto le sue emissioni di gas serra dell’11 per cento. Negli ultimi anni organizzazioni internazionali come la Banca mondiale o l’OCSE hanno proposto la crescita verde come strategia globale. Molti governi hanno pubblicato piani nazionali di crescita verde e, proprio in questi giorni, la Commissione globale per economia e clima ha pubblicato un rapporto che insiste sulla necessità e possibilità di tale crescita.

   Ma è inutile farsi illusioni: il G-20 ha appena lanciato l’allarme sulla crescita mondiale insufficiente e per di più vulnerabile. L’Europa sta imboccando la strada della stagnazione economica e così facendo rischia di innescare la fine del progetto europeo. Questo progetto ha fatto dell’Europa l’unica grande area economica dove negli ultimi decenni vi è stata una vera convergenza delle economie regionali e la crescita economica era abbinata all’aumento del tempo libero e all’approfondimento di uno spirito di tolleranza e pluralismo.

   Altre nazioni hanno avuto successi di altro tipo e continuano ad averli riprendendosi dalla scossa della crisi finanziaria globale. In Europa invece stiamo disfacendo in pochi anni quel che è stato costruito in decenni. La questione di come tradurre i successi di prodotti e tecnologie verdi in una crescita verde dell’economia complessiva sta diventando inquietante. Se la Cina non trova una sua risposta a questo interrogativo i problemi ambientali a livello globale diventeranno davvero disastrosi. E se in Europa non troviamo una nostra risposta l’Europa sarà soltanto l’ombra di se stessa.

   Ma l’Europa è paralizzata e senza idee nuove lo rimarrà. Per fortuna c’è chi lavora su tali idee. Mi riferisco a ricerche sui sistemi globali. Dal 22 al 26 settembre, all’Istituto di Alti Studi di Lucca, gli specialisti in materia si sono riuniti al Congresso Europeo di Ricerca sui Sistemi Complessi. Tra i più in vista non pochi sono italiani, alcuni attivi in Italia come Guido Caldarelli, altri all’estero come Stefano Battiston in Svizzera o Alessandro Vespignani in America. La questione di come sviluppi parziali, quali le dinamiche degli alimenti biologici o delle energie rinnovabili, possano tradursi in dinamiche globali, quali la crescita verde, è stata una delle tematiche privilegiate del convegno di Lucca. (Carlo Jaeger)

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CLIMA, IL MONDO SCENDE IN PIAZZA: “NOI CITTADINI STIAMO GIÀ CAMBIANDO, L’ONU DEVE STARE AL PASSO”

di Raffaella Menichini, da “la Repubblica” del 21/9/2014

– Oltre 300mila persone a New York, per il vertice delle Nazioni Unite sul clima, del 23 settembre. Oltre 1500 gruppi di base, dai nativi americani agli scienziati, a Manhattan in una festa colorata e arrabbiata. Centinaia di migliaia di persone scese in strada in tutto il pianeta –

NEW YORK – A New York la People’s Climate March, la più grande marcia mai organizzata per la difesa del clima, ha visto riempirsi le strade di Manhattan vicino a Columbus Circle e Broadway. Nella Giornata mondiale di mobilitazione contro il cambiamento climatico si sono svolte oltre 3 mila manifestazioni in 166 Paesi per chiedere ai 125 capi di Stato e di governo che si riuniscono all’Onu di prendere impegni precisi contro i gas serra. A Londra sono scese in piazza 40 mila persone: tra di loro l’attrice Emma Thompson e la star della musica Peter Gabriel. A Melbourne, in Australia, in 10 mila hanno chiesto al premier di cambiare rotta e di difendere l’atmosfera.

NEW YORK,  21/9/21014, N PIAZZA CONTRO IL CAMBIAMENTO CLIMATICO
NEW YORK, 21/9/21014, N PIAZZA CONTRO IL CAMBIAMENTO CLIMATICO

La manifestazione di New York ha richiamato oltre trecentomila persone da tutti gli Stati – un risultato inatteso anche per gli organizzatori che avevano previsto circa 100mila partecipanti – con il sostegno di oltre 1500 organizzazioni di base – la galassia dell’ambientalismo sociale che si è riversata con i colori e i suoni di una festa gioiosa e consapevole, ma anche con qualche nota di rabbia verso l’immobilismo delle autorità, nelle strade di Manhattan. Dai nativi americani, alle scuole, ai sindacati, ai ricercatori scientifici, famiglie, studenti, orchestre e animali. Le personalità erano poche e selezionate, in prima fila il sindaco Bill De Blasio, applauditissimo al suo arrivo, che porta in piazza l’impegno della municipalità di New York a diventare portabandiera dello sviluppo urbano sostenibile. Un ambizioso piano per ridurre le emissioni di gas serra da parte degli edifici di proprietà comunale dell’80% entro il 2050 rispetto ai livelli del 2005.

Un livello indicato proprio dalle Nazioni Unite come obiettivo per tutti i paesi ad alta industrializzazione. New York diventerà così la più grande città del mondo ad avere raggiunto i livelli di efficienza raccomandati. Al fianco del sindaco democratico, il segretario generale dell’Onu Ban ki-Moon che ha dichiarato: “Cammino fianco a fianco con chi è dalla parte giusta in questo tema chiave per il nostro futuro comune”. Al summit di martedì 23 settembre, ha detto Ban, i leader mondiali dovranno mostrare una “volontà politica sostanziale di raggiungere un accordo al vertice di Parigi sul clima il prossimo anno” e individuare “nuovi passi per la riduzione dei gas serra”. Il suo testimonial per questa impresa, è Leonardo DiCaprio: “Una stella globale, connubio perfetto per questa sfida globale”.

Ma nella piazza newyorchese è risuonato anche il malcontento per un susseguirsi di summit e impegni che non sembrano tenere il passo con la rapidità degli sconvolgimenti ambientali. “Siamo stanchi di aspettare che l’Onu risolva i nostri problemi – dice dal palco all’inizio del corte Marie Rose Taruc, attivista filippina di Oakland – Noi cominciamo a trovare soluzioni locali, come i pannelli solari nelle nostre scuole, il centro di risorse energetiche per tutta la comunità. E’ l’Onu che si deve mettere al passo con noi”.

Le fa eco Bill Aristovolus, sovrintendente di un grande condominio di New York, che durante l’uragano Sandy ha avviato con la comunità locale un progetto per garantire efficienza energetica alle case colpite dal disastro: “Ora stiamo facendo training ai palazzi dei quartieri vicini, abbassiamo i consumi e i costi. I leader devono sapere che la gente comune, come noi, è parte della soluzione del problema non la sua causa”. Kathy Jetnil-Kijiner, giovane mamma delle Isole Marshall, denuncia l’emergenza in cui vive la popolazione di un’area della terra che rischia di essere spazzata via dall’innalzamento dei livelli del mare dovuto all’effetto serra. Parlerà all’Onu martedì, ma oggi ha dedicato il suo racconto alle migliaia di madri che sono in piazza con i loro bambini.

La manifestazione si è snodata ordinatamente – solo qualche protesta all’arrivo di una serie di politici – e suddivisa in segmenti “tematici”: in testa al corteo “la prima linea della crisi, l’avanguardia del cambiamento”, ovvero le popolazioni indigene e le altre comunità di frontiera; a seguire i “costruttori del futuro”: sindacati, famiglie, studenti, anziani; “noi abbiamo la soluzione”: attivisti delle energie rinnovabili, operatori dell’alimentazione e per l’acqua, organizzazioni ambientaliste; “sappiamo chi è responsabile”: le organizzazioni anti-corporation, i pacifisti; “il dibattito è finito”: azione per l’emergenza, scienziati, ricercatori, organizzazioni interreligiose; e infine, “per cambiare tutto abbiamo bisogno di tutti”: le associazioni di quartiere, la comunità LGBT, comuni, Stati, delegazioni straniere. Perché in piazza a New York c’era un vero microcosmo del mondo che vuole prendere in mano la responsabilità del pianeta.

In Italia ci sono stati appuntamenti in 150 città. A Roma centinaia di persone hanno formato accanto al Colosseo un cuore verde – che è stato immortalato dall’alto, con un drone, in un grande selfie collettivo – per ricordare ai grandi della Terra che “siamo sull’orlo della catastrofe ecologica”. La marcia in bicicletta con comizio finale a via dei Fori Imperiali è stata organizzata da Avaaz, Legambiente, Kyoto Club e altre associazioni ambientaliste.

Nel gruppo dei ciclisti c’era anche il presidente della Camera Laura Boldrini: “Dall’estero studiosi come Rifkin ci chiedono come mai noi, che siamo il Paese del sole e del vento, non usiamo al meglio le energie naturali, e ci ricordano che né il sole né il vento ci mandano la bolletta. Ci può essere un’economia verde e un lavoro verde: non è vero che tutelare l’ambiente significhi sacrificare i temi economici e l’occupazione”. Tra i manifestanti anche Ermete Realacci, presidente della commissione Ambiente della Camera: “Chiunque pensa che si risolva il tema dell’ambiente con l”adda passa a nuttatà di De Filippo, si sbaglia. Dobbiamo mutare la rotta del progresso”.

Oggi è “il giorno della globalizzazione della speranza”, ha aggiunto Mariagrazia Midulla, responsabile clima del Wwf, “E’ da ieri che in tutto il mondo si stanno moltiplicando manifestazioni di tutti i tipi per la difesa del clima. Ci aspettiamo che martedì a New York i governi della Terra divengano davvero ‘Grandi’, tutti insieme, rinunciando agli egoismi e scegliendo l’interesse di tutti contro quello dei pochi”.

Anche il ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, ha partecipato alla marcia da New York: “Chiediamo al mondo di ridurre del 40% le emissioni entro il 2030. Se non agiamo subito mettiamo in discussione il pianeta, il futuro nostro e dei nostri figli. Durante questa crisi l’unico settore che ha aumentato fatturato e posti di lavoro è quello dell’economia verde”. (Raffaella Menichini)

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CLIMA, IL MONDO A CONSULTO. MA I LEADER DI CINA E INDIA NON CI SONO

di Antonio Cianciullo, da “la Repubblica” del 23/9/2014

– Si è aperto a New York il vertice Onu dei capi di stato e di governo sui cambiamenti climatici. Renzi:  “Accordo Parigi su clima sia vincolante, non c’è più tempo”. “Italia pronta a contributo significativo a fondo verde Onu” –

   “Leader del mondo, io fingo per vivere, ma voi no. Ora tocca a voi, il momento per rispondere alla più grande sfida dell’umanità è ora. Il riscaldamento globale non è una fiction”. Ci voleva un attore come Leonardo Di Caprio per inserire, davanti a 120 capi di Stato e di governo arrivati per l’assemblea delle Nazioni Unite sul clima, un tocco di realismo nella telenovela della trattativa sul clima. A 24 anni dal solenne impegno preso all’Earth Summit di Rio de Janeiro per difendere l’atmosfera, le emissioni serra continuano a crescere, la concentrazione di CO2 sopra la nostra testa è a livelli da brivido, alluvioni e uragani lasciano segni sempre più profondi.

LONDRA, 21/9/2014, N PIAZZA CONTRO IL CAMBIAMENTO CLIMATICO
LONDRA, 21/9/2014, N PIAZZA CONTRO IL CAMBIAMENTO CLIMATICO

   Sarà la volta in cui, tornando a casa, i capi di governo terranno fede alle promesse? Dopo la marcia che domenica scorsa ha visto scendere più di un milione di persone nelle strade di tutto il mondo (300 mila solo a New York) le probabilità sono cresciute. “Oggi siamo qui per fare la storia. Il costo umano e ambientale del cambiamento climatico sta diventando insopportabile”, ha dichiarato il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon. “Per questo chiedo a tutti i governi di impegnarsi per un accordo universale e significativo a Parigi nel 2015 e di fare la loro parte per tenere l’incremento della temperatura globale sotto i 2 gradi”.

   Certo, il quadro non è ancora compatto: l’assenza dei leader di Cina e India indica la principale difficoltà ancora da risolvere. Pechino chiede di contare l’inquinamento pro capite, scendendo così di molte posizioni nella classifica delle emissioni serra che la vede come il paese inquinatore numero 1. E l’India è insofferente rispetto ai vincoli internazionali sulla crescita. Eppure, soprattutto in Cina, l’attenzione all’inquinamento continua a crescere perché il prezzo pagato in termini di smog urbano e desertificazione avanzante è altissimo.

   Inoltre a New York si è cominciato a parlare di economia, un passaggio fondamentale per dare concretezza ai proclami ambientali. E se ne è parlato in maniera nuova, mettendo assieme risorse pubbliche e private nel Green Climate Fund. I leader dei governi, gli investitori e le istituzioni finanziarie mobiliteranno oltre 200 miliardi di dollari in asset finanziari per sostenere azioni concrete per il clima. Il nuovo finanziamento sarà disponibile entro la fine del 2015 quando, a Parigi, si starà mettendo a punto l’accordo globale per la riduzione delle emissioni serra. La Francia darà un miliardo di dollari al fondo verde che dovrà aiutare i paesi più poveri a ridurre le emissioni di gas serra. L’Unione europea 2,5 miliardi di dollari nel 2014-2015 come parte di un impegno complessivo di 18 miliardi di dollari da versare entro il 2020.

SIDNEY, 21/9/2014, N PIAZZA CONTRO IL CAMBIAMENTO CLIMATICO
SIDNEY, 21/9/2014, N PIAZZA CONTRO IL CAMBIAMENTO CLIMATICO

   Inoltre una coalizione di investitori istituzionali si è impegnata a decarbonizzare impegni economici per 100 miliardi di dollari e a misurare e comunicare l’impronta di carbonio prodotta da almeno 500 miliardi di dollari del patrimonio in gestione. Le banche commerciali forniranno 30 miliardi di dollari in nuovi finanziamenti per il clima entro la fine del 2015 mediante l’emissione di obbligazioni verdi e altri strumenti di finanziamento innovativi. Le banche di sviluppo nazionali, bilaterali e regionali del International Development Finance Club hanno annunciato che sono sulla buona strada per portare il loro finanziamento per il clima a 100 miliardi di dollari all’anno entro la fine del 2015. Il settore delle assicurazioni si è impegnato a raddoppiare i suoi investimenti verdi portandoli a 82 miliardi di dollari entro la fine del 2015.

   Anche l’Italia farà la sua parte. Lo ha annunciato all’Onu il premier Matteo Renzi: “Quella dei cambiamenti climatici è la sfida del nostro tempo, lo dice la scienza, non c’è tempo da perdere. I nostri figli attendono che a Parigi l’accordo sia vincolante e che i posti di lavoro della green economy siano veri”. Renzi ha poi sottolineato “l’importante lavoro della Ue con l’obiettivo di arrivare ai goal 2020 ma anche, entro il 2030, ad un meno 40% di emissioni di gas serra rispetto ai livelli del 1990 ed entro il 2050 ad una riduzione dell’80-90% rispetto ai livelli del 1990”.

   “Peccato”, hanno osservato Greenpeace e Movimento 5 stelle, “che finora le politiche del governo Renzi siano andate esattamente in direzione opposta. E’ stata impressa all’economia una svolta fossile frenando la crescita dell’energia pulita e dell’efficienza e  incentivando l’estrazione di idrocarburi. L’ecobonus per la riqualificazione energetica degli edifici non è stato stabilizzato fino al 2020 e abbiamo perso migliaia di posti di lavoro per l’aggravio burocratico sulle rinnovabili”. (Antonio Cianciullo)

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CLIMA E AFFARI

di Giorgio Nebbia, da “la Gazzetta del Mezzogiorno” del 29/9/2014

– Nelle conferenze sul clima i governanti da anni ripetono le stesse cose; analizzano le cause del riscaldamento globale, e dichiarano con fermezza che ciascun paese ha intenzione di limitare le emissioni di “gas serra” compatibilmente con le necessità economiche, cioè mai. –

   Se non fosse una cosa così seria verrebbe quasi da sorridere a pensare alle migliaia di persone che ogni anno da venti anni si trascinano da un paese all’altro a discutere senza risultati su come fermare i peggioramenti climatici.

   Da Berlino, a Kyoto nel 1997, a Marrakesh, a New Dehli, a Nairobi, alla fascinosa Bali, a Cancun, alla favolosa Doha, a Lima nel Peru, con un supplemento a New York la settimana scorsa. Sono ministri, capi di governo, funzionari ministeriali, esperti, ambientalisti e soprattutto lobbysti, quei funzionari che le grandi industrie mandano in giro ad accertarsi che non venga presa qualche decisione che danneggi i loro affari. Perché di soldi e di merci e di affari, si tratta.

   Il peggioramento del clima, che da anni è sotto i nostri occhi, con piogge quando dovrebbe esserci il sole, con grandinate quando dovrebbe piovere gentilmente, con siccità nei suoli agricoli, in attesa che improvvise tempeste li riempiano di acqua, con tranquilli fiumiciattoli che allagano intere città, è dovuto al cambiamento della composizione chimica dell’atmosfera provocato dalle attività “economiche” umane. La quantità dell’anidride carbonica CO2 presente nell’atmosfera è aumentata, in cinquanta anni, da 2400 a 3000 miliardi di tonnellate, con un inesorabile continuo aumento annuo di circa 15 miliardi di t; è questo gas, insieme ad alcuni altri “gas serra”, che trattiene sulla superficie dei continenti e degli oceani una crescente frazione della radiazione solare.

Da un parte all’altra del pianeta, terre e mari vengono così scaldati e si alterano i cicli naturali di evaporazione e di condensazione dell’acqua e la circolazione del calore attraverso gli oceani. La modificazione chimica dell’atmosfera è direttamente proporzionale ai consumi delle fonti di energia fossili, petrolio, carbone e gas naturale, le quali a loro volta servono per fabbricare e tenere in moto tutte le meraviglie della società moderna: automobili e materie plastiche, aerei e telefoni cellulari, cemento e condizionatori d’aria, perfino prodotti agricoli e zootecnici che forniscono il cibo quotidiano. Una qualche attenuazione della crisi si potrebbe avere piantando più alberi, i quali “portano via” un po’ della CO2 dell’atmosfera, tanto che è stato inventato un meccanismo economico per cui chi immette CO2 nell’atmosfera può continuare ad inquinare pagando qualche paese sottosviluppato perché pianti un po’ di alberi, una specie di commercio delle indulgenze.

   Purtroppo la crisi climatica viene aggravata perché, in molti paesi poveri, su grandi superfici le foreste vengono tagliate per recuperare terreni agricoli e pascoli e legname e per aprire miniere, nella speranza di guadagnare qualche soldo e qualche posto di lavoro. In tutte le conferenze internazionali sul clima i governanti da venti anni ripetono le stesse cose; analizzano le cause, ormai notissime, del riscaldamento globale, e dichiarano con fermezza che ciascun paese ha intenzione di limitare le emissioni di “gas serra” compatibilmente con le necessità economiche, cioè mai. Le economie di tutti i paesi, di quelli di antica industrializzazione (del primo mondo), di quelli del secondo mondo di recente industrializzazione e di quelli del terzo mondo, poveri e poverissimi, vogliono più cibo, più acqua, più energia, più merci, tutte cose che inevitabilmente comportano un aumento dell’inquinamento ambientale e non solo di quello responsabile dei peggioramenti climatici.

   I governanti di alcuni paesi, come quelli europei, promettono di introdurre innovazioni tecnologiche “verdi” per diminuire le emissioni di gas serra, limitandole ai valori di qualche anno fa; ma anche così la quantità di gas serra che si accumulano nell’atmosfera — ed è la loro quantità totale che conta ai fini del riscaldamento globale — aumenta. Poco favorevoli a forti limitazioni del consumo di combustibili sono i paesi come India e Cina e anche i paesi poveri che chiedono ai paesi ricchi, Stati Uniti ed Europa, forti inquinatori, di dare per primi il buon esempio limitando le loro emissioni. I mutamenti climatici hanno un duplice effetto: costano soldi, pubblici e privati, a causa dei danni apportati dalle frane e dalle alluvioni, dalla distruzione dei raccolti, e provocano l’aumento dei prezzi delle merci. Ma sono anche fonti di violenza e di dolori umani; milioni di persone, soprattutto dai paesi più poveri, emigrano dalle terre rese sterili dalla siccità, o sommerse dalle acque, ma trovano le porte sbarrate dall’egoismo dei paesi più ricchi che, con i loro consumi enormi, sono stati la vera causa delle loro disgrazie climatiche.

   Il problema è aggravato dal fatto che sta inesorabilmente aumentando il numero di persone che aspirano alla crescita economica. Secondo recenti previsioni delle Nazioni Unite la popolazione mondiale sta passando dagli attuali 7 a dieci o più miliardi di persone nei prossimi decenni. Persone che sono consumatori affamati di cibo e acqua e di merci essenziali, ma avidi anche di merci inutili offerte da quella stesse imprese, più o meno verdi, che dichiarano a gran voce quanto amano il pianeta. E’ inevitabile che la popolazione mondiale aumenti ancora per molti anni, fonte di ulteriori conflitti per spazio e materie prime scarsi, di avvelenamento e di mutamenti della stessa struttura chimica, fisica e biologica del pianeta. Potrà andare avanti a lungo questa corsa di corridori ciechi, incapaci di vedere verso quali crisi planetarie stanno andando? (Giorgio Nebbia)

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RICONQUISTARE IL SENSO DELLE CITTA’

 L’ESEMPIO DI ITALO CALVINO A NEW YORK – “A CAVALLO PER LE VIE DI NEW YORK”: Ho capito come dominare New York: andare a cavallo

di ITALO CALVINO (da “la Stampa” del 9/10/2014)    

   “ Nei primi giorni non sapevo. Volevo affittare o comprare usata una di queste auto dalla coda lunghissima, solo per avere il senso dell’inserimento nella vita americana; ma tutti mi sconsigliano, quella è la via sbagliata, avere una macchina a New York è un disturbo: se per miracolo trovi da parcheggiare la notte davanti a casa, di mattina presto devi scendere a spostare l’auto sul marciapiede opposto perché è scaduto il tempo consentito: i newyorkesi veri vanno tutti in taxi. Giusto: ma non si risolveva il mio problema.    

   Adesso, finalmente ho capito qual è la prima cosa che deve fare uno straniero a New York: affittare un cavallo. È, oltre tutto, la giusta via d’approccio all’America, la via storica, perché partendo dal cavallo potrò seguire l’evoluzione dei mezzi di trasporto che hanno caratterizzato la storia americana, e, se è il caso, arrivare alla Cadillac.    

   Il guaio è che questa è la prima volta che monto a cavallo in vita mia. Per arrivare a Central Park, siccome la scuderia è piuttosto lontana, nel West Side (una delle poche superstiti tra le molte scuderie che erano qui intorno), devo cavalcare per una via piena di traffico e attraversare due avenues.    

   Dall’alto della sella, domino i tetti delle auto, obbligate a rallentare dietro il passo del cavallo, prudente sull’asfalto. Sprovvisti di senso epico, i monelli portoricani che giocano sui marciapiedi mi danno la baia.    

   A Central Park, buon fondo un po’ fangoso; per i prati corrono i soliti scoiattoli; intorno, nell’aria meravigliosamente serena s’alzano i grattacieli; rimbalzo in arcioni cercando invano di prendere il ritmo del trotto; l’amazzone che mi accompagna, leggera in sella, mi grida istruzioni tecniche che non capisco; il mio cavallo s’invischia in pantani o si caccia sotto fronde basse in cui m’impiglio; la bianca scia d’un reattore si perde sopra i grigi grattacieli che sfumano downtown; e questa città, che è sempre stata degli ultimi venuti, da oggi è mia. (Italo Calvino)

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