L’ASSEDIO DI KOBANE, CITTA’ enclave CURDA in territorio siriano: l’ISIS che stermina la popolazione, nel colpevole silenzio della TURCHIA e dell’OCCIDENTE inerme (nostro) – L’ALLARME per un possibile massacro della popolazione curda, come accade a Srebrenica in Bosnia nel 1995

 

le fasi dell'assedio di KOBANE (dal sito formiche.net)
le fasi dell’assedio di KOBANE (dal sito formiche.net) (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   KOBANE è una città formalmente ancora in Siria, città curda enclave al confine con la Turchia, e sembra essere all’epilogo con il tragico assedio da parte dei jihadisti dell’Isis che stanno sterminando ora i combattenti curdi, uomini e donne. Combattenti curdi che vengono chiamati “peshmerga”: che significa soldato, anzi guerriero, che arriva fino al “fronte della morte” (questa è una traduzione del termine PESHMERGA: le origini di questo gruppo di combattenti risalgono alla fine dell’ottocento quando con l’impero ottomano in via di disgregazione, i Peshmerga lottarono per ricostruire lo Stato curdo che era stato distrutto).

ARIN MIRKAN, giovane combattente CURDA, si è fatta esplodere in Siria contro jihadisti dell'Is che assediano KOBANE, accanto a una postazione dei miliziani dello Stato Islamico PER NON DIVENTARE LORO OSTAGGIO: morti diversi jihadisti che cingono d'assedio l'enclave al confine con la Turchia
ARIN MIRKAN, giovane combattente CURDA, si è fatta esplodere in Siria contro jihadisti dell’Is che assediano KOBANE, accanto a una postazione dei miliziani dello Stato Islamico PER NON DIVENTARE LORO OSTAGGIO: morti diversi jihadisti che cingono d’assedio l’enclave al confine con la Turchia

   E tra non molto c’è il rischio reale che il massacro dei peshmerga, di questi combattenti curdi, accada con la popolazione rimasta a Kobane Tuttoo questo che sta accadendo assomiglia tragicamente a un altro avvenimento accaduto nei Balcani nel 1995: la “consegna” dell’inerme città di Srebrenica nella Bosnia all’esercito serbo-bosniaco, che praticò una vera e propria pulizia etnica uccidendo tutti i bosniaci mussulmani lì presenti (maschi, dai 12 ai 77 anni, tra gli 8mila e i 10mila le persone uccise).

   La differenza, forse secondaria, era che Srebrenica era una città ufficialmente “protetta” dalla comunità internazionale, dall’Onu, un’enclave, e lì si erano rifugiati i bosniaci-mussulmani “sicuri” della protezione dei caschi blu (olandesi): cosa per niente avvenuta con conseguenze che il massacro dei più di ottomila bosniaci resterà sempre una storica e dolorosa vergogna dell’Europa che lasciò che questo accadesse.

La guerra a Kobane vista dal confine turco (Epa)
La guerra a Kobane vista dal confine turco (Epa)

KOBANE è all’attenzione ora del mondo perché città curda in un territorio ufficialmente siriano ma di fatto ora simbolo dell’autonomia curda, vicina al confine con la Turchia, paese questo che sta a guardare il massacro della popolazione e la presa da parte dell’esercito crudele estremista dell’Isis, senza fare niente. Perché, nella realpolitik turca, è meglio avere come vicini di casa degli aguzzini tagliagole, che riconoscere un’autonomia curda che si ripercuoterebbe su parte del territorio turco di fatto storicamente avente la presenza al suo interno della popolazione curda.

La mappa di KOBANI con l'avanzamento-assedio dell'ISIS
La mappa di KOBANI con l’avanzamento-assedio dell’ISIS

   Da ciò lo stato inerme della Turchia ai massacri che stanno avvenendo; ma anche la scarsa efficacia degli occidentali (gli Stati Uniti, dell’Europa c’è poco da dire…) a voler evitare un’altra Srebrenica. Tutto questo mostra ancor di più la sofferenza continua e dolorosa delle popolazioni del Medio Oriente; sofferenze che devono sopportare per difendersi dall’integralismo violento dilagante, ora rappresentato da questa abnorme forma molto organizzata del crudelissimo Isis.

   Tra le tante analisi di questo tema, il primo che vi proponiamo, di Mimmo Candito da “la Stampa” ci pare il più esaustivo per descrivere la situazione… Ci vien da pensare se è mai possibile, nel villaggio mondo in cui ci troviamo, uscire da differenziazioni tra aree geografiche che non si parlano, non comunicano, non si aiutano… incomunicabilità che procura a volte “travasi” di profughi, immigrati, rifugianti politici…gente che scappa dalla guerra in cerca di sopravvivenza dignitosa.

   Se nei prossimi decenni il mondo si salverà dall’Isis (perché in ogni caso ci vorranno molti anni…) non mancherà di riapparire la storia curda e i soprusi di un popolo disconosciuto dalla Comunità internazionale… e altre situazioni di squilibrio e sofferenza vengono e verranno a galla.

   In quell’area mediorientale è da chiedersi quale è e quale sarà il ruolo della Turchia, una grande nazione legata in modo predominante al mondo occidentale (nel modo di vivere dei giovani, nelle attività sportive, nella cultura –andate a vedervi gli splendidi film di registi turchi per capire il legame “totale” con la vita europea…); la Turchia di fatto respinta dall’Unione europea cui lei chiedeva di aderire; la Turchia che è anche la porta d’Oriente, con uno stato di fatto ancora confessionale legato all’islamismo ma disposto a viverlo poco a poco in modo moderato e senza enfasi integraliste…

NELLA LOTTA STRADA PER STRADA A KOBANE, I CURDI RIMUOVONO LA BANDIERA SULLA COLLINA ISSATA DALLO STATO ISLAMICO (14/10/2014, da "La Stampa")
NELLA LOTTA STRADA PER STRADA A KOBANE, I CURDI RIMUOVONO LA BANDIERA SULLA COLLINA ISSATA DALLO STATO ISLAMICO (14/10/2014, da “La Stampa”)

   Ebbene la Turchia (con uno sviluppo economico dirompente in questi ultimi anni, ora però che risente anch’essa duramente della crisi internazionale…), la Turchia non riesce ad esprime una politica positiva nei confronti dei suoi vicini di casa, non riesce ad essere un “ponte di pace” con un ruolo di mediazione tra parti in conflitto; non riesce ad avere un approccio concreto con la comunità curda presente nel suo territorio (perché non può esserci una proposta federalista nella regioni della Turchia?); e il “problema curdo” per la Turchia si riversa sull’accondiscendenza assai pericolosa al lasciar avanzare lo stato dell’Isis… e questa mancanza di leadership “d’area” della Turchia è un bel problema per tutti (per tutto il mondo, in pericolo di pace e di sviluppo). (s.m.)

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KOBANE, NEL BORGO DIVENUTO SIMBOLO LA BATTAGLIA CHE CAMBIERÀ LA GUERRA

di Bernardo Valli, da “la Repubblica” del 25/10/2014

– Un luogo modesto, isolato, perfino un po’ poetico se regnasse la pace. – È il teatro di scontri senza sosta, una sfida in cui gli Usa e gli Alleati hanno impegnato il prestigio. – I curdi resistono, i jihadisti attaccano, i jet bombardano. – Se questo pugno di case cadesse l’America e la coalizione perderebbero la faccia. – E un fremito percorrerebbe tutto il mondo musulmano. – Fuoco e fiamme si alzano dagli edifici di KOBANE, la città siriana dove infuriano i combattimenti tra miliziani del sedicente Stato islamico e curdi – 

URFA (CONFINE TRA TURCHIA E SIRIA) – NON sembra una città siriana, pare piuttosto un borgo acquattato nell’Anatolia turca. Prima che il missile lanciato da un aereo invisibile esplodesse alle due del pomeriggio nel centro dell’abitato, coprendolo con un fumo accecante, il panorama era identico, calvo e ondulato, sui due versanti.

   Non c’era traccia di una frontiera, anche se sapevi che Kobane è subito oltre la linea di confine a fondo valle. Di solito nessun cartello o recinto segnala il passaggio, all’infuori di isolati posti di polizia. Adesso però è tutto più chiaro, brutale: raffiche e bombe formano un muro insuperabile. Il mio compagno di viaggio mi dà il binocolo e mi mostra, quando il fumo si dirada, la pista polverosa sulla quale passa ogni tanto un intrepido autista schiacciando l’acceleratore.

   È quello il confine? Potrei scendere a valle dalla collina su cui mi trovo e raggiungere in pochi minuti la linea ferroviaria. Quei binari mi sembrano la vera frontiera. In realtà sono le vestigia di una fallita idea di progresso. Li hanno posati dei pionieri tedeschi nei primi anni del Novecento con l’intenzione di unire Berlino a Bagdad. Sono la reliquia di una follia d’Oriente.

   Qui si sono accese tante fantasie occidentali; e si sono creati vasti cimiteri di progetti incompiuti e di imprese politiche fallite; Kobane è uno di questi.    Pensi a una tomba quando scopri col binocolo la sagoma di una chiesa armena cristiana abbandonata e trasformata in un bunker; o una moschea curda diroccata di cui non identifichi gli occupanti; o un edificio francese dell’epoca del protettorato traforato dai proiettili. I binari morti, sui quali riposano vagoni sventrati, imbottiti di schegge, sfiorano le prime case di Kobane.

   Se i soldati turchi mi consentissero di superarli sarei subito travolto dalla battaglia che impegna da più di un mese gli aggressori del califfato e i difensori curdi. Ma nessuno osa inoltrarsi troppo nella valle stretta per avvicinarsi al borgo che è come un bollente lago di pietre.    Qui, in bilico tra l’Anatolia sudorientale e la Siria settentrionale, un luogo modesto, isolato, persino un po’ poetico se regnasse la pace, è il teatro di una battaglia in cui il presidente degli Stati Uniti e i suoi ventidue non sempre fidati alleati hanno impegnato il prestigio.

   Gli sguardi del mondo sono puntati su un borgo vuotato dei suoi abitanti. Ne rimarrebbero un migliaio rintanati nelle case. Forse meno. Gli altri sono fuggiti in Turchia. I rifornimenti paracadutati dagli americani hanno attenuato negli ultimi giorni la fame e la sete. Le munizioni e le armi leggere hanno rincuorato i combattenti curdi. E se qualche lancio è finito per sbaglio in mano ai jihadisti non è cambiato molto. Attorno ai civili, i guerriglieri curdi, forse duemila, fanno da scudo, e si ammazzano ventiquattro ore su ventiquattro con quelli del califfato. Nessuno dei due campi ha finora prevalso.

   I curdi resistono, i jihadisti attaccano. E viceversa. Quartiere per quartiere. Casa per casa. Strada per strada.    Gli uni e gli altri aspettano rinforzi. I curdi contano sull’Esercito libero siriano, la formazione moderata, definita laica, che si batte al tempo stesso contro il regime di Damasco e contro gli islamisti. Si attendono quasi duemila uomini. Anzi millesettecento. Trecento in meno fanno la differenza. Ma per ora sono un miraggio.

   La strada è lunga e piena di imboscate tese dai jihadisti. Sarebbero in arrivo anche cento venti peshmerga, i curdi iracheni. Pare siano già in viaggio. I jihadisti ricevono invece rinforzi da Raqqa, la loro capitale, e da Mosul, seconda città dell’Iraq nelle loro mani. La battaglia si allarga. Per ora i jihadisti non ce l’hanno fatta a conquistare la città. Gli aerei di Barack Obama li hanno frenati.

   Quindi per ora il presidente americano ha salvato la faccia. La perderebbe, per un po’, se Kobane cadesse. Ha puntato molto su questo borgo. Se non riuscisse a salvarlo con i bombardamenti, i jihadisti trionferebbero. Per il peso che ha assunto la battaglia, l’intero mondo musulmano sarebbe percorso da un fremito. Un misto di orgoglio e di paura.

   In questo trascurabile angolo del Levante dove arabi, curdi, turcomanni, armeni, cristiani d’Oriente e musulmani più o meno devoti hanno vissuto a lungo i loro drammi, senza mai attirare troppo l’attenzione del mondo, adesso si gioca una partita armata destinata ad avere un forte impatto psicologico su una guerra che si annuncia lunga e destinata a cambiare fronti e alleati. Il posto, Kobane, non ha un’importanza strategica di grande rilievo. Alcuni esperti esagerano.

   Ma il valore simbolico della battaglia in questa fase del conflitto è superiore a quello di altri fronti, senz’altro più decisivi in Iraq e nella stessa Siria. La coalizione che abbraccia la super potenza e i suoi alleati, dall’Australia al Canada, dall’America all’Europa, e naturalmente l’Arabia nel suo insieme, quella Saudita e gli Emirati, il Qatar e la Giordania, sia pur incerta, riluttante, cerca di salvare Kobane. Se non ci riuscisse, più che una sconfitta militare sarebbe un’umiliazione.

   Il morale ne risentirebbe. Sarebbe preoccupante se la super potenza aerea non riuscisse a disperdere una banda di fanatici al suolo, dotati di armi strappate ai soldati sbaragliati nella provincia di Anbar, nella città di Mosul, e in altre località irachene occupate, e gonfi di dollari grazie al contrabbando di petrolio estratto dai pozzi conquistati.

   Guerriglieri non certo privi d’audacia. Motivati. Accor- si dai paesi musulmani o dalle periferie musulmane d’Europa. Di fronte a questa internazionale islamica, i curdi, uomini e donne, difendono soprattutto la loro città, e con essa la vita. Ma sono diventati soprattutto un esempio della lotta all’irrazionale, e alla barbarie che l’accompagna. La posta in gioco è grande nella piccola Kobane. Per questo la battaglia conta.

   Noi cronisti percorriamo puntuali i sessanta chilometri che separano la città turca di Urfa (o Sanhurfa) dalle colline in faccia a Kobane. E da quelle tribune naturali cerchiamo di scrutare quel che accade nelle strade strette del borgo in parte arrampicato su un’altura elegante, ben disegnata. Inseguiamo col binocolo un uomo o una donna col kalashnikov a tracolla o puntato contro un nemico che non vediamo; quindi non distinguiamo sempre il curdo dal jiha- dista; anche se quest’ultimo è spesso mascherato; e dall’intensità delle raffiche, dai ritmi dei mortai, cerchiano di intuire l’andamento dello scontro.

   Il ronzio insistente degli aerei annuncia un’esplosione e subito dopo segue il tuono e una colonna di fumo che si spande sulle case come una nebbia fitta. Ogni tanto c’è chi riesce a comunicare con l’interno tramite qualche satellitare. A volte sulla nostra collina arrivano dettagli sugli scontri in corso. Brevi testimonianze di donne curde che abbracciano il kalashnikov come gli uomini e suscitano ammirazione.

   Ma ci sono donne anche tra i combattenti del califfato. Ragazze di nemmeno vent’anni. Ci sono, pare, tunisini, algerini, sauditi, ed anche qualche occidentale convertito. Dai film propagandistici, che i jihadisti riescono a trasmettere, emergono volti scoperti, senza maschera, come se per orgoglio non ci si volesse nascondere.

   Una decina d’anni fa Kobane contava circa cinquantamila abitanti. La popolazione si era sfoltita nella prima metà del Novecento con l’esodo degli armeni. I curdi restavano maggioritari lungo la frontiera turca. Sono circa due milioni nella Siria settentrionale. Dal dieci al quindici per cento sul piano nazionale.

Nonostante il lungo contrasto con il regime di Damasco e la repressione subita nel 2004, hanno deciso di tenersi fuori dalla guerra civile per evitare di coabitare nell’opposizione con i Fratelli musulmani e di subire l’influenza turca. Erano soprattutto ansiosi di far avanzare i propri diritti, per quanto riguarda la lingua, la cultura, le tradizioni, ben distinte da quelle arabe.

   In seguito a un compromesso con Damasco, i curdi hanno ottenuto un ritiro parziale dell’ esercito siriano dalle loro regioni, benché non mancassero le manifestazioni contro il regime di Bashar al Assad. La popolazione ha cercato di sviluppare in particolare un sistema autonomo e subito si è scontrata con i gruppi jihadisti incompatibili con la moderata pratica musulmana locale. Il rapido e prepotente sviluppo del califfato ha poi condotto alla guerra aperta. (Bernardo Valli)

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ISIS, PERCHÉ I TURCHI NON SCENDONO IN CAMPO

di Mimmo Candito, da “la Stampa” del 13/10/2014

   Ma perché, dannazione, perché i turchi se ne stanno lì, con i loro carri armati, i loro cannoni, i loro soldati. Lì a godersi lo spettacolo dei jihadisti dell’Isis che davanti ai loro occhi scannano i peshmerga di Kobane, e nessuno si muove. Non un carro, non un fucile; nessuno. Ma è un pazzo quell’Erdogan, che dice e blatera che bisogna intervenire e però nemmeno ci pensa a ordinare ai suoi di attaccare quegli sgozzatori che pure si vedono lì di fronte, che quasi li tocchi?

   No, no, Erdogan non è per niente un pazzo, sa bene quello che vuole: parla per salvare la faccia, e però tiene il freno tirato. E comunque non si muove nessuno – non lui soltanto – perché a comandare l’inerzia di fronte al massacro c’è quella fredda bestia della Realpolitik, che non gliene potrebbe fregare di meno di tutti gli scuotimenti d’animo che tormentano questi giorni di immagini disperate.    I peshmerga «devono» morire, perché la Turchia deve salvare la propria identità kemalista, e perché i curdi sono una minaccia di destabilizzazione che perfino un Iraq e una Siria oggi al di fuori di qualsiasi stabilità appaiono, al loro confronto, un’oasi di tranquillità.

   La Turchia moderna, erede dell’Impero Ottomano sconfitto e smembrato nella Prima guerra mondiale, nasce negli Anni Venti con un’impronta ideologica molto rigorosa, dettata dal leader dei giovani ufficiali ribelli, Kemal Pasha Ataturk.

   Il Padre dei turchi volle che il nuovo Stato nazionale non avesse alcuna delle stimmate che, secondo lui, avevano portato alla sconfitta della Sublime Porta, due soprattutto: un eccesso incontrollabile di nazionalità e di etnie all’interno della sterminata geografia imperiale che andava dall’Atlantico fin quasi alla Cina; e poi (lui che ammirava l’Europa e aveva studiato con passione la pace di Vestfalia) una commistione teocratica inestricabile tra potere religioso e potere politico, che rendeva lenta, macchinosa, e indifendibile, ogni gestione efficace di un Paese a fronte alla modernità che stava cambiando la faccia del mondo.

   Dunque: LA NUOVA TURCHIA SAREBBE STATA FATTA SOLTANTO DA «TURCHI»; e quanto al potere politico – lui stesso, Kemal Pasha – questo non avrebbe avuto alcunché da spartire con il vecchio sultanato di Tokpapi. Il primo atto, la «Turchia dei turchi», comportava LA PULIZIA ETNICA e lo sterminio di ogni altra nazionalità residua ALL’INTERNO DEL NUOVO STATO, con il conseguente MASSACRO DEGLI ARMENI, L’ESILIO DEI GRECI DALL’ASIA MINORE, E LA CONDANNA DEI CURDI (diventeranno presto puri impegni di carta scritta l’accordo Sykes-Picot e il Trattato di Sèvres e di Losanna, che pure riconoscevano in qualche misura una nazionalità armena e una curda).

   E quanto alla rottura con il passato, Kemal cancellava ogni traccia pubblica dell’islamismo, aboliva il fez, il velo, perfino le lettere e i numeri dell’alfabeto arabo, sostituiti da quelli latini, e introduceva un codice di giustizia che ignorava la sharia e veniva elaborato sulla base giuridica degli Stati europei, soprattutto quello italiano e quello francese.

   Perciò, se oggi i peshmerga di Kobane, che pure si battono con eroismo e chiedono aiuto al mondo, possono però essere un elemento di eventuale contaminazione con la pulizia etnica imposta ai «turchi» un secolo fa, ebbene, allora che muoiano pure. I carri armati, i cannoni, e i soldati con i loro binocoli che guardano dalla collina, non si muoveranno di un solo centimetro da dove li stiamo fotografando ammutoliti e sconcertati.

   Ma la storia è, anche, assai più complessa. I curdi sono una popolazione di più di 30 milioni, sparsi in una rete di frontiere dopo il Sykes-Picot tra la Turchia (quasi 20 milioni), l’Iraq (5 milioni), l’Iran (6 milioni), la Siria (1 milione) più la diaspora europea. Un popolo che avrebbe – numericamente – ben più forza di rivendicazione degli appena 5 milioni di palestinesi, e però a differenza dei palestinesi, non ha voce pubblica perché Allah lo ha fatto nascere e vivere su un mare di petrolio, un mare da cui prendono fiumi di dollari un po’ tutti, ma soprattutto Iran (35 per cento della sua produzione) e Iraq (65 per cento).

   Lasciare un qualche spazio di manovra a un nazionalismo curdo aprirebbe le porte dell’inferno per le geostrategie globali, e scatenerebbe una guerra mondiale dell’energia, tanto più che nel caos ereditato dall’Iraq post-Saddam i curdi iracheni si sono già presi con l’aiuto americano una buona fetta di autonomia politica, possibile radice di un vero «nazionalismo» transfrontaliero; e, dunque, bisogna tenere i curdi sul filo, ma non fargli mai montare troppa speranza, per evitare la deflagrazione che nessun potere internazionale oserebbe mai immaginare, anche quando sbandiera difesa dei diritti umani e riconoscimento della sovranità dei popoli. Tutto ciò si chiama, appunto, Realpolkitik.

   A questi due fattori interni, si aggiungono poi le frammentazioni create dalla guerra ad Assad con le varie fazioni in guerra tra di loro, la lotta senza quartiere tra sunniti e sciiti, gli interessi strategici dell’Iran appostato sull’angolo, e anche la evidente perplessità americana a inguaiarsi troppo in una destabilizzazione che davvero accenderebbe il mondo.    A fronte di tutto questo, Kobane è appena un piccolo punto nero sulla carta geografica. Null’altro. (Mimmo Candito)

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L’ISIS AVANZA DENTRO KOBANE «SARÀ COME SREBRENICA»

di Lorenzo Cremonesi da “il Corriere della Sera” del 11/10/2014

– Allarme Onu. Centinaia di civili in trappola. Le foto dei massacri sui social media. L’inviato de Mistura «Non possiamo restare in silenzio» –

BOIDI (Confine Turchia-Siria) – Sono cominciati i massacri di curdi nella cittadina assediata di Kobane per mano dei fanatici guerriglieri dello Stato Islamico. L’epilogo della Alamo curda, che solo sino a qualche giorno fa era soltanto una minaccia, sta diventando realtà. L’Onu teme che almeno 700 civili, per lo più anziani rimasti nel centro, possano restare trucidati assieme a 12 mila altri intrappolati lungo il confine chiuso dai turchi. A loro si aggiungono alcune migliaia di guerriglieri curdi, tra cui molte donne.

   Sui social media locali circolano già le fotografie dell’orrore che riprendono gruppi informi di corpi insanguinati dei combattenti. Le diffondono a bella posta i loro carnefici con l’intento propagandistico di terrorizzare: il cadavere di un combattente appeso per i piedi al braccio di una ruspa; tanti riversi a terra, alcuni decapitati; altri ancora semisepolti dalle macerie e il terriccio provocati dall’esplosione di un’autobomba kamikaze contro la loro postazione.

   Colpisce il montaggio di due foto parallele. Nella prima compare una bella ragazza molto giovane dei gruppi femminili combattenti curdi (le Ypj, «Unità di difesa delle donne»). Sorride, è in mimetica, in una mano tiene il fucile, con l’altra fa la «V» di vittoria. Ma nella seconda immagine uno dei tagliagole islamici brandisce la sua testa decapitata come un trofeo, le lunghe trecce bionde pendono nel vuoto. Ieri i blogger curdi notavano che sarebbe la foto di una delle tre ragazze decapitate la settimana scorsa. Le immagini delle prime due erano state diffuse subito.

   Ancora giovedì avevamo osservato una debole ritirata delle teste di punta jihadiste bombardate ripetutamente dall’aviazione americana. Ma da ieri mattina la situazione è mutata: si combatte in pieno centro. Nonostante i raid Usa, i curdi si stanno ritirando. Mancano di munizioni. Pare che lo Stato Islamico controlli almeno il 40 per cento dell’area urbana, compreso il quartier generale delle milizie curde. Ma un disertore curdo riuscito ieri a scappare in Turchia ci ha detto che in realtà i suoi compagni sono intrappolati nel 30 per cento della città. A suo dire i morti curdi nelle ultime 24 ore sarebbero tra 150 e 250. Intanto le pattuglie nemiche si sono avvicinate all’ultimo punto di transito frontaliero con la Turchia, potrebbe venire preso da un momento all’altro. Tutto ciò avviene letteralmente sotto il naso dei soldati turchi, che però continuano a restare passivi.

   Un accorato grido di allarme è arrivato ieri dall’inviato speciale dell’Onu per la Siria, Staffan de Mistura, che ha paragonato il fatto di Kobane alla «vergogna» di Srebrenica, la cittadina bosniaca dove nel 1995 oltre 8 mila civili vennero trucidati dai serbi davanti agli occhi delle truppe Onu, le quali quasi nulla fecero per impedirlo. «Non possiamo restare in silenzio», ha dunque tuonato de Mistura, chiedendo tra l’altro ad Ankara di permettere il passaggio ai volontari curdi in Turchia «con le loro armi» per andare a combattere con i curdi siriani. (Lorenzo Cremonesi)

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KOBANE AL COLLASSO “SERVONO AIUTI” DIECIMILA JIHADISTI ALLE PORTE DI BAGDAD

di Alberto Stabile, da “la Repubblica” del 13/10/2014

– Nella città al confine con la Turchia acqua razionata e ambulanze ferme “Ormai scarseggiano anche i medicinali” –

SURUC – «Abbiamo parecchi feriti, alcuni molto gravi. Le medicine, soprattutto la morfina, cominciano a scarseggiare. Ci sono migliaia di civili intrappolati che sopravvivono con una razione di acqua e di cibo al giorno. La cosa più importante dal mio punto di vista di medico è che la Turchia apra il confine in modo che gli aiuti possano arrivare a Kobane».

   Mohammed fa parte di un piccola squadra di medici e infermieri curdi entrati a Kobane clandestinamente per portare aiuto alla gente. La loro, chiamiamola, sortita umanitaria ci era stata preannunciata qualche giorno fa da uno dei componenti della squadra. In realtà per molti di questi medici e infermieri si tratta di un ritorno, perché si trovavano a Kobane da mesi, e alcuni da una vita, ma quando è cominciata l’offensiva dei jihadisti e i tre ospedali della zona sono diventati impraticabili, anche loro si sono uniti al grande esodo della popolazione.

   «Abbiamo aspettato, invano, che le autorità di frontiera ci dessero il permesso di rientrare. Ma non è successo. Allora abbiamo deciso che dovevamo fare qualcosa e due sere fa siamo passati. Abbiamo trovato un disastro. Nel centro della città si combatte strada per strada, direi quasi casa per casa. L’energia elettrica è stata tagliata, l’acquedotto è stato fatto saltare. Un po’ d’acqua arriva soltanto da qualche pozzo privato».

   Per fare un esempio, domando, ieri quanti feriti avete ricevuto? «Non sono autorizzato a fornire numeri. Posso dirle soltanto che la nostra è una piccola struttura, niente di più che un posto di pronto soccorso che, a causa dei combattimenti, siamo costretti a spostare continuamente. Il dramma è che moti feriti non sono trasportabili perché rischierebbero di morire».

   Non avete ambulanze? «Le ambulanze ci sono, ma sono ferme alla frontiera». E le medicine: «Abbiamo bisogno di tutto, a cominciare dalla morfina».

   Si può dire che la famiglia di Mohammed sia passata attraverso le fiammate di questa guerra sin dal momento in cui i jihadisti dello Stato islamico hanno messo nel mirino i curdi siriani, accusati di avere complottato con il regime di Assad per ottenere una sorta di autonomia in cambio della loro neutralità nella rivolta contro Damasco. I parenti di Mohammed vivevano a Tal Abyad, una cittadina di 15mila abitanti, come Kobane, nei pressi del confine con la Turchia. «Quando i miliziani, 15 mesi fa, si sono presentati a Tal Abyad c’è stata una schermaglia con le unità curde di autodifesa. La casa di mio zio è stata bruciata. Quelle dei suoi figli sono state requisite e date come alloggio ai jihadisti stranieri». È così che per molti curdi, Kobane è diventata l’ultimo rifugio.

   Sull’altro fronte della grande avanzata dell’Is, l’Iraq, le ultime notizie le ha diffuse nella tarda serata di ieri il sito di Al Arabiya: «Circa 10mila jihadisti sarebbero alle porte di Bagdad, pronti a sferrare un attacco alla capitale irachena», riporta il sito che cita un alto funzionario governativo iracheno intervistato dal quotidiano britannico Telegraph .

   E l’ufficiale più alto in grado delle forze armate Usa, il generale Martin Dempsey, capo degli Stati Maggiori Riuniti, torna a rompere le righe rispetto alla Casa Bianca sulla natura della missione dei soldati in Iraq. Dempsey ha suggerito che i “consiglieri militari” (la dizione che indica le truppe americane schierate in Iraq) con ogni probabilità dovranno assumere un ruolo più diretto nelle operazioni di terra contro l’Is una volta che le truppe irachene saranno pronte ad andare all’offensiva contro il califfato. (Alberto Stabile)

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PERCHÉ KOBANE È STRATEGICA PER ISIS, USA E TURCHIA

di Carlo Jean da www.formiche.net/, 11/10/2014

   Kobane non è importante tanto dal punto di vista militare, quanto da quello simbolico, ad alta valenza politica e propagandistica. Tutti parlano della disperata resistenza dei circa 3.000 combattenti curdi che da tre settimane difendono la città dai miliziani dell’Isis. La spettacolarizzazione mediatica della tragedia della città ne ha aumentato l’importanza politico-strategica: per l’Isis, per gli Usa e per la Turchia.

LE MIRE ISIS

Per l’Isis la caduta della città, malgrado l’aumento dei bombardamenti americani, segnerebbe un grande successo. La sofisticata organizzazione mediatica del Califfato non mancherebbe di utilizzarla, rappresentandola come una grande vittoria sugli Usa e come prova dell’invincibilità del Califfato. Per aumentare e prolungare l’effetto propagandistico, la conquista della città sarà probabilmente seguita dalla strage degli abitanti, che non siano riusciti a fuggire in Turchia.

LA VISIONE AMERICANA

Per gli Usa, la conquista di Kobane renderebbe evidente al mondo intero il fallimento della politica americana in Siria e della strategia adottata nell’attacco all’Isis. Washington ha fatto proprio l’irrealistico assunto che fosse possibile colpire il Califfato in Siria, senza aiutare Assad e le forze governative.

da www.formiche.net del 11/10/2014
da http://www.formiche.net del 11/10/2014

   La strategia seguita “per degradare e poi distruggere l’ISIS” è stata basata sulla previsione di una lunga guerra di logoramento condotta solo dalle forze aeree. Essa è stata imposta dal presidente Obama ai suoi generali, che ritenevano necessario invece lo schieramento di almeno 25.000 soldati, quando l’intervento americano si prefiggeva solo fini difensivi, limitati al territorio iracheno.

   Con un incosciente ottimismo, Obama ha esteso le operazioni alla Siria, sentenziato che anche in essa bastassero le forze locali, in particolare quelle curde e le milizie sunnite moderate, che in realtà esistono solo nella fantasia del presidente americano.

   Le unità curdo-siriane di Protezione del Popolo, anche se rafforzate dagli sperimentati combattenti del PKK e da qualche peshmerga iracheno, sono troppo deboli non solo per sfruttare l’effetto dei bombardamenti aerei, ma anche per difendersi. Per di più, il loro rafforzamento preoccupa Ankara, da una trentina d’anni sotto attacco del PKK. Le unità curdo-siriane sono poi guardate con sospetto dagli altri insorti. Si dice infatti che abbiano concluso una specie di tregua con Assad. Non attaccherebbero le forze governative e, in cambio, non verrebbero attaccate da esse.

L’IMPOSTAZIONE DI ANKARA

Per la Turchia, le vicende di Kobane rappresentano un’opportunità. Erdogan aveva da anni criticato la politica americana in Siria. Non potendo dire di no agli americani, ha però posto TRE CONDIZIONI. Non potranno essere accettate da Washington, ma consentiranno a Erdogan di salvare la faccia.

   La prima è che l’intervento non riguardi solo l’ISIS, ma anche Assad.

   La seconda è che venga attaccato anche il PKK.

   La terza è che in prossimità del confine turco, ma in territorio siriano, vengano create zone di sicurezza per i rifugiati, protette anche da una no-fly zone, estesa su tutte le aree sotto controllo governativo. Le zone di sicurezza sarebbero collegate fra di loro e farebbero parte di una fascia cuscinetto a sud del confine turco.

Per inciso, la terza condizione comporta la distruzione preventiva delle potenti difese aeree siriane e la distruzione di quanto rimane dell’aeronautica del regime.

LA MALIZIA DI ERDOGAN

   La caduta di Kobane e l’umiliazione degli Usa vengono considerate con favore da Erdogan. Il presidente turco sembra persuaso che esse aumenteranno il peso regionale “neo-ottomano” della Turchia. Per tale motivo, le unità turche che, dall’alto delle colline a nord di Kobane, osservano senza muovere un dito lo spettacolo della tragedia della città, hanno avuto ordine di non muoversi, se non per bloccare l’afflusso dalla Turchia dei volontari curdi, che vorrebbero recarsi a combattere per difenderla.

   Erdogan sa di dover pagare un prezzo. Il 20% della popolazione turca è curda. Sta protestando contro il governo. I morti fra i dimostranti sono ormai un paio di dozzine. Un politico realista come il presidente turco le aveva sicuramente “messe nel conto”. Ormai si è giocato la possibilità di accordarsi con i curdi della Turchia e di avere il loro appoggio il prossimo anno, quando, dopo le elezioni politiche, cercherà di ampliare i poteri del presidente. Per questo, dal suo punto di vista, prima Kobane cade, meglio è. Nulla da dire!

   Machiavelli l’avrebbe applaudito e questo ha, per un politico realista come Erdogan, molta più importanza delle lamentazioni della Casa Bianca. (Carlo Jean)

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QUANDO LAWRENCE SOGNAVA UN CALIFFO A BAGHDAD

di Claudio Gorlier, da “la Stampa” del 14/10/2014

– I drammatici avvenimenti di oggi rievocano le vicende che portarono alla creazione dell’Iraq cento anni fa –

   Come andrà a finire l’Iraq neanche un indovino può prevederlo. Come il paese è nato invece lo sappiamo bene: nel maggio 1916, nel quadro dell’accordo Sykes-Picot (due esperti del Medio Oriente, uno inglese e l’altro francese) per la sistemazione degli interessi anglo-francesi nel Medio Oriente. Ma gli autentici inventori del nuovo Iraq erano due: T. E. Lawrence e Gertrude Margaret Bell, nata nel 1868, mancata nel 1926, figlia di un baronetto inglese, visitatrice instancabile appunto del Medio Oriente e agguerrita studiosa, autrice di raffinati libri, tra i quali spicca Safar-Nama.

   Mi sembra il momento giusto per riscoprire Lawrence detto d’Arabia (appellativo che personalmente detestava), e non soltanto per il suo assoluto capolavoro, The Seven Pillars of Wisdom, I sette pilastri della saggezza, uscito nel 1926. Militare inglese attivo tra l’altro nei servizi segreti in Medio Oriente, archeologo di vaglia, e naturalmente scrittore, Thomas Edward Lawrence, nato nel 1888, «un ponte fra due culture», e in questa prospettiva un personaggio inquieto e tormentato. Se si vuole, la grandezza di Lawrence sta proprio nelle sue drammatiche contraddizioni.

   Mandato in Arabia nei ranghi militari della Gran Bretagna, ne fu gradualmente ma irresistibilmente conquistato. Pensate: già nel 1909, in Siria dove raccoglieva materiale per la sua tesi di laurea, e dunque prima della sua militanza, scriveva alla madre: «… Mi sarà difficile ridiventare inglese, qui ho abitudini arabe». Nel capitolo introduttivo dei «Sette Pilastri», Lawrence confessa quanto sia pericoloso sognare di giorno, perché si rischia di recitare il sogno a occhi aperti, per renderlo possibile. «E’ ciò che io feci», ricorda.    Ma il sogno non gli impedì affatto di comprendere limpidamente i termini drammatici, persino tragici, della situazione del Medio Oriente dopo la cacciata dei turchi, la spartizione dell’influenza tra Gran Bretagna e Francia, la decisione Balfour, nel 1917, di venire incontro ai sionisti consentendo l’emigrazione ebraica in Palestina, con la furibonda reazione, appunto, dei paesi arabi.

   Già, il sogno. Lawrence sognava un impero ben diverso, a cui dedicare tutto se stesso, una vera e proprio costellazione di città quasi mitiche, tra le quali, naturalmente, occupava un posto privilegiato Baghdad. In questo modo, Lawrence cominciò a crearsi nemici, specie quando cominciò a scrivere sui giornali a partire dal 1920. Il 20 agosto di quell’anno, sul Sunday Times, parla di vero e proprio tradimento. «I comunicati da Baghdad sono in ritardo, non sono sinceri, sono incompleti… È una vergogna per la nostra storia imperiale, e potrà presto essere troppo tardi per una cura ordinata. Oggi, non siamo lontani dal disastro».

   Poco per volta, nel corso degli anni la figura di Lawrence entra nel mito, nella leggenda. Ma lui opera nella cruda realtà, una realtà che rinnega. Un giorno, invitato a una riunione a Buckingham Palace, si presenta vestito da arabo. Questa immagine è divenuta proverbiale grazie all’interpretazione di Peter O’Toole nel film di David Lean. Aveva combattuto a spada nuda contro i turchi, ma ora voleva, senza essere ascoltato nella miglior delle ipotesi, che un’autentica rivoluzione araba si concretizzasse. L’Iraq ne costituiva, per così dire, il gioiello, ma ecco riaffacciarsi il sogno, ecco il tormento di vivere una doppia personalità, che forse soltanto Gertrude poteva, almeno in parte, condividere.

   Nasce così quella che è stata chiamata sindrome di Lawrence, che alla luce di quanto sta accadendo oggi si trasforma in un incubo.

   Quasi per un segno del destino, Lawrence muore nel 1935 in un incidente motociclistico sul quale aleggia, ultimo suggello del destino, un margine di mistero. Aveva rivelato che l’esperienza araba lo aveva addirittura spogliato della sua personalità inglese. Come si troverebbe, oggi, a Baghdad assediata da Califfo Ibrahim? (Claudio Gorlier)

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“BIRMINGHAM NON È MALALA. SIAMO NOI ISLAMICI LE VITTIME”

di Francesca Paci, da “la Stampa” del 13/10/2014

– La radicalizzazione dilaga nella città dove vive la premio Nobel colpita dai taleban –

   Lui, 24 anni, barba importante, inglese impeccabile: «Ero partito con un convoglio di aiuti umanitari. Ad Aleppo ho trovato cadaveri nelle case, sangue, panico. Dopo 20 giorni ho fatto retromarcia». Lei, 23 anni, ex studentessa modello: «Sono andata in Siria pensando al paradiso ma lì c’è l’inferno». Riusciti a tornare, i due, che non si conoscono, si celano all’ombra di Birmingham, la prima città anglosassone per numero di extracomunitari dove nel 2020 potrebbe non esserci più una maggioranza bianca.

   Lui e lei hanno paura. Tutti ne hanno nei ghetti dell’ex capitale della rivoluzione industriale in cui la manifattura pesa meno del 10%, la disoccupazione è oltre la media e invece dei pub trovi bazar tipo All Hijab. Da quando gli 007 di Londra hanno definito i connazionali arruolati in Siria «la peggior minaccia dal 2003» i musulmani, 1 ogni 4 abitanti, sono in trincea. Le donne, velate senza eccezioni, affrettano il passo. I pochi uomini che parlano abbassano la voce.

   «I crimini dell’Isis mi ripugnano ma non è giusto incolpare l’intera comunità» nota il commesso di Amsons Islamic Lifestyle, sorta di Harrods halal su Coventry road, una galassia aliena a 5 fermate d’autobus dal futuristico Selfridges di Downtown. Sull’altro marciapiede la libreria islamica Ipci offre testi contro il terrorismo.

   A differenza dei negozi del centro non ha nulla su Malala, la neo Nobel per la pace trasferitasi nel non lontano quartiere di Edgbaston dopo l’agguato talebano. Amin, pachistano come lei e la maggioranza dei musulmani di Birmingham, ignora chi sia l’eroina di Swat e taglia corto: «L’Isis l’avete creato voi». Certo, i ragazzi partono da qui, ammettono al Caffè Pastry. Già 100, si dice, sui 500 legionari britannici. Ma il cinquantenne Nader fa spallucce: «Perché non dovrebbero? Hanno coraggio. I musulmani sono massacrati ovunque e ci chiedete di scusarci per l’Isis. Israele però non si scusa mai».

   L’atmosfera è più tesa che in Belgio. La Siria ha riaperto la ferita degli attentati del 2005 a Londra, spiega Imran Awan, esperto d’intelligence della City University: «Allora fu lanciato Prevent, un programma che, d’intesa con le moschee, monitorava i soggetti a rischio. È ancora attivo ma i musulmani non amano sentirsi spie. Inoltre la radicalizzazione non passa più dalle moschee. Così davanti alla nuova emergenza si moltiplica la sorveglianza su Birmingham che però, satura, si sta chiudendo. In pochi mesi abbiamo avuto 200 telecamere montate nelle zone musulmane all’insaputa delle comunità e tolte in seguito alle proteste, l’operazione Cavallo di Troia con 25 scuole pubbliche accusate d’inculcare la sharia rivelatasi un falso, tolleranza zero per chi torna dalla Siria». All’aeroporto è comparso anche il body-scanner, il dispositivo di sicurezza in funzione al confine tra Israele e Gaza.

   Assam Baig è nato da genitori pachistani tra i mattoni rossi di Coventry, uno dei rari cronisti di cui la gente si fidi: «I giovani cercano nell’islam radicale un’identità alternativa a quella britannica da cui si sentono esclusi. In Scozia invece, i musulmani si dicono scozzesi».

   Come ai tempi del Londonistan, il Regno Unito scruta Birmingham per capire le falle del modello multiculturale. Le comunità «protette» cedono alla re-islamizzazione dei giovani che secondo lo studioso John-Paul Rantac non nasce più in famiglia ma da scelte individuali.

   «Ci sono gruppi chiusi perché c’è una forte presenza dell’islam deobandi che scoraggia l’integrazione, ma chi va in Siria non ha background religioso» nota Innes Bowen autrice di «Medina in Birmingham, Najaf in Brent: Inside British Islam». Prima d’arruolarsi per il jihad i locali Yusuf Sarwar e Mohammed Ahmed avevano comprato online «Islam for Dummies».

   «La radicalizzazione si batte agendo sulla rabbia giovanile, non sull’islam, tra chi parte c’è di tutto, da chi cerca la redenzione per i propri “peccati” ai “turisti del jihad” interessanti allo spettacolo dal vivo ma non a combattere» insiste l’analista Jahan Mahmood. La rabbia è sempre covata nei ghetti Balsall Heath e Sparkhill, dove in 13 anni ci sono state 40 condanne per terrorismo. Volontari per lo Yemen partivano da qui già nel ’99 e qui aveva sede la libreria islamica di Moazzam Begg, l’ex prigioniero di Guantanamo beniamino dei paladini dei diritti appena scagionato dall’accusa di aver addestrato mujaheddin in Siria nel 2012. La rabbia odierna però pare meno prevedibile.

   Nella moschea centrale di Birmingham, una delle tante schierate contro il Califfato, l’imam 26enne Usman Mahmood si occupa dei giovani. È solido ma tradisce difficoltà: «Mi chiedono quale sia il vero islam, spiego loro che la sharia non è in Siria ma dentro di noi ed è compatibile con la vita in Gran Bretagna. Sono confusi. Abbiamo bisogno dell’aiuto delle famiglie, la crisi inizia di solito come rivolta contro i genitori».    Gli adolescenti musulmani sono ovunque. Ad Alum Rock, dove il 70% delle famiglie vive di assistenza sociale; nella scuola pubblica ebraica King David a Moseley, dove i programmi sono buoni, il cibo conforme all’Islam e pazienza per Yom Kippur; negli shisha lounge dove si fuma la pipa a acqua ascoltando Lil Wayne Euro. «Parlano tutti di noi ma non ci conoscono» dice la 21enne Noor sul divano del Layla.

   Sa chi è Malala, la rispetta, ma come tanti crede che sia «usata» dall’Occidente. Non andrà in Siria. E però: «Molti vanno a fin di bene per difendere i civili ma noi musulmani risultiamo sempre i cattivi. Sono nata qui e non porto il velo: quando smetteranno di chiamarmi musulmana e sarò britannica? La lotta agli estremisti ok, ma allora anche contro gli xenofobi della English Defence League».    Rabbia, frustrazione, paranoia: la ricetta della radicalizzazione made in Birmingham. Il direttore dell’associazione «Radical Thinking» Kashan Amar mostra uno studio su 400 giovani «a rischio» che dichiarano di essere arrabbiati per l’islamofobia, la politica estera britannica, la disoccupazione, l’ego umiliato e sublimato in glorificazione della violenza: «Invece del contro-terrorismo serve una contro-narrativa che sfidi i reclutatori sul web svelandone le carenze religiose».

   In una comunità confusa i pifferai dell’odio giocano facile. Se un benestante della chic Hall Green come il 44enne leader dell’Islamic Society Wahid Anwar afferma di sentirsi «additato perché musulmano» e cita «Il fondamentalista riluttante» del connazionale Mohsin Hamid, immaginate chi ha 20 anni e molto meno. Lo spiega Shahid Butt che negli anni ’90 ha reclutato migliaia di jihadisti britannici per la Bosnia. Dopo vari lustri in cella, Butt, pacificato e critico dell’Isis, vive a Birmingham: «Allora usavamo i videotape ora c’è Internet, ma si lavora ancora sui grandi numeri perché nel 90% dei casi è tempo perso. Oggi in Siria non vanno solo i pazzi, c’è un forte desiderio giovanile di aggiustare un’ingiustizia. I ragazzi sono come caffettiere pronte sotto cui basta accendere il fuoco». (Francesca Paci)

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Guerra all’Isis

DISPERAZIONE CURDA: “IRAN SALVACI TU”

di Cosimo Caridi, da “Il Fatto Quotidiano” del 12/10/2014

– Kobane resiste ma è allo stremo – Appello allo storico nemico – SURUC (confine turco siriano) –

   In medioriente non ci sono amici, ma solo nemici di nemici. Il Califfato Islamico si è ormai guadagnato il ruolo di entità ostile in tutti i paesi della regione, almeno a parole. La Turchia e il Qatar, ambiguo più di ogni altro, sembrano voler approfittare dell’avanzata delle bandiere nere.

Anche Teheran ha iniziato a far pressioni su Ankara per tentare di convincere Erdogan a bloccare l’Isis prima che conquisti Kobane. Persiani e Ottomani hanno posizioni opposte su buona parte delle politiche dell’area, in particolare sul futuro della Siria. L’Iran è il grande alleato di Assad, mentre la Turchia, da anni, sta appoggiando chiunque tenti di rovesciarlo.

   Un punto su cui però Ankara e Teheran sono sempre andati d’accordo è L’AVVERSIONE ALLA COSTITUZIONE DI UNO STATO CURDO, che si estenderebbe su parte di Turchia, Iraq e Iran. “Abbiamo bisogno di aiuto. Anche venisse dall’Iran, ma abbiamo bisogno di uomini e armi per combattere l’Isis”.

   Burcu è una delle donne che hanno portato a spalle il feretro, seppellito ieri mattina, di una combattente curda. L’Isis controlla già metà Kobane e avanza di giorno in giorno. L’ipotesi di un intervento di terra, osteggiato dagli stessi curdi, che vedono nelle truppe della coalizione guidate da Ankara, una minaccia, sembra accantonata definitivamente.

   “La guerra contro il terrorismo in Iraq e in Siria è diventata molto complicata – ha affermato Larijani, il presidente del Parlamento iraniano – ma la soluzione non è militare”. La stessa coalizione rischia di spaccarsi. Arabia Saudita, Giordania e Emirati Arabi Uniti si sono lamentati con la Casa Bianca del doppio gioco del Qatar, che “pubblicamente sostiene lo sforzo degli Usa, ma segretamente aiuta i suoi nemici”. L’accusa arriva dalle colonne del Wall Street Journal dove alcuni funzionari arabi puntano il dito contro il flusso di denaro e i finanziamenti verso lo Stato Islamico, che dicono arrivino da Doha. (Cosimo Caridi)

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KOBANE, DODICIMILA CIVILI INTRAPPOLATI DAGLI ISLAMISTI

di Marta Ottaviani, da “la Stampa” del 12/10/2014

– L’Isis ora controlla mezza città. Offensiva anche verso Kirkuk e Baghdad –

   L’assedio di Kobane è diventato una lotta all’ultimo sparo per la libertà e contro la morte. Da metà settembre, quando è iniziata l’aggressione alla cittadina curdo siriana al confine con la Turchia, i morti nella battaglia fra combattenti curdi e Isis sono stati 550.

   Di più: secondo fonti siriane, nella città ci sarebbero ancora 500 persone non ancora in salvo, per la maggior parte anziani. A questi vanno aggiunte altre 12mila persone che vivono a ridosso della frontiera e che stanno cercando di scappare dal Califfato.

   I combattenti curdi siriani stanno facendo tutto il possibile per respingere i terroristi e ieri, secondo fonti curde, un gruppo di donne avrebbe liberato un accesso a ovest della città. Ma è ancora troppo poco per tornare a sperare. L’Isis in questo momento controlla il 40-50% dell’abitato, incluso l’ex quartier generale curdo, e avanza rapidamente anche verso Baghdad e Kirkuk.

   A Suruc, la cittadina che ospita quasi 200mila rifugiati siriani, l’attesa è diventata uno stillicidio. C’è chi ha lasciato a combattere un marito, un padre o un fratello. I colpi di mortaio e le sparatorie ormai si sentono anche la notte. Le condizioni di vita sono sempre più precarie. L’acqua inizia a scarseggiare e il caldo ancora torrido dell’Anatolia rende la quotidianità sempre più difficile. Il cuore di tutti è rivolto verso Kobane, dove i curdi siriani combattono fieramente strada per strada. Ma la città ormai è accerchiata su tre lati. Il quarto è rappresentato dal confine con la Turchia, dove ora stazionano decine di carri armati della Mezzaluna, ma che rimangono immobili.

   L’ATTEGGIAMENTO INDECISO DELLA TURCHIA SUSCITA LA RABBIA DELLA MINORANZA CURDA CHE VIVE NEL PAESE, circa 15 milioni di abitanti. In quattro giorni di proteste sono morte 37 persone. Vittime di una pericolosa guerra fra bande che rischia di incendiare il Paese e dove da una parte ci sono i curdi più o meno simpatizzanti con il Pkk, dall’altra gruppi ultra nazionalisti e islamici.

   Ankara è nell’occhio del ciclone per aver vietato la creazione di un corridoio umanitario che avrebbe permesso il passaggio di combattenti, da Turchia e Iraq, anche se ha dato la disponibilità ad addestrare forze anti-Isis nel suo territorio. Un atto gravissimo secondo i curdi, che non hanno esitato a chiamare Erdogan «assassino» accusandolo di avere accordi con l’Isis fin da quando, il mese scorso, sono stati liberati 46 ostaggi nelle mani dei terroristi in cambio di 180 jihadisti. (Marta Ottaviani)

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combattimenti strada per strada continuano da giorni, pochi risultati dai raid

NALIN ASSEDIATA A KOBANE DALL’ISIS DI ABU KHATTAB: CURDI DIVISI AL FRONTE

di Guido Olimpio da “il Corriere della Sera” del 12/10/2014

– Una donna curda comanda le milizie YPG-Pkk in difesa della città siriana al confine con la Turchia. L’altro, anche lui curdo, guida i combattenti del «califfato islamico» –

WASHINGTON – Sono i due leader che guidano gli opposti schieramenti nella battaglia di Kobane. A coordinare la resistenza dei guerriglieri curdi YPG-Pkk, secondo fonti del movimento, c’è una donna, NALIN AFRIN.

   Sull’altro fronte, con le colonne Isis, il curdo ABU KHATTAB AL KURDI. Le donne rappresentano una componente importante tra gli autonomisti del Kurdistan siriano-turco. Nelle file del Pkk hanno sempre avuto un ruolo storico, fornendo militanti alle unità combattenti e dirigenti. Una presenza testimoniata, in questi giorni, dal sacrificio di molte guerrigliere, alcune protagoniste di “missioni senza ritorno”. Una si sarebbe fatta saltare in mezzo ai jihadisti, altre hanno resistito sino all’ultima pallottola. Lo confermano le foto diffuse non solo dalla propaganda YPG – che insiste molto su questo dato – ma anche dall’Isis quando mostra corpi dei nemici uccisi.

   Non meno significativo il ruolo di Abu Khattab al Kurdi. Notizie non confermate sostenevano che i capi dell’offensiva su Kobane fossero dei «caucasici», probabilmente ceceni apparsi anche in alcuni video. L’Isis, invece, ha affermato che è al Kurdi l’emiro dell’operazione, un militante originario di HALABJA, la cittadina che, nel 1988, fu attaccata con le armi chimiche dall’esercito di Saddam Hussein.

   Insieme ad Abu Khattab opera anche un contingente di alcune centinaia di curdi islamisti. Un modo questo per sottolineare come l’offensiva non abbia carattere etnico ma sia una lotta tra «credenti» e «infedeli». Nella serata di sabato, simpatizzanti dell’YPG hanno sostenuto su twitter che il leader sarebbe stato ucciso da un cecchino. Una notizia inverificabile e forse parte della guerra di propaganda tra i contendenti.

   LA PRESENZA DI NUCLEI CURDI TRA I JIHADISTI NON È CERTO UNA NOVITÀ. Uno dei primi gruppi a operare nel nord dell’Iraq prima dell’invasione americana dell’Iraq era composto da elementi del Kurdistan e volontari stranieri. Una realtà molto vicina al famoso ABU MUSAB AL ZARKAWI che in quell’area ha operato. Ancora. Il primo attacco suicida del conflitto iracheno da parte di una fazione è stato proprio nella zona curda. E la tradizione è proseguita con lo “Stato Islamico” del Califfo. (Guido Olimpio)

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Sotto assedio è l’Occidente

IL CALIFFATO CADRÀ SE EUROPA E AMERICA TORNERANNO INSIEME

di Angelo Panebianco, da “il Corriere della Sera” del 12/10/2014

Quanto può valere, in termini di reclutamento di altri combattenti in tutto il mondo, oltre che di nuovi simpatizzanti per la «causa» (la guerra santa), la sempre più probabile caduta di Kobane nelle mani dello Stato islamico?

Kobane, la città curda assediata (e già in gran parte conquistata dal Califfo) i cui abitanti combattono per sfuggire a morte certa, sta diventando una prova dell’impotenza occidentale. Le analogie storiche funzionano solo in parte ma la battaglia di Kobane sta assumendo un rilievo simbolico che ricorda quello di battaglie decisive in certe guerre del passato.

Come Stalingrado. I curdi ce l’hanno soprattutto con il presidente turco Erdogan che non muove i carri armati, né permette ai curdi di attraversare il confine con la Siria per andare a salvare gli abitanti di Kobane. Ma la tragedia della città è, prima di tutto, il frutto degli errori degli occidentali, della loro passività, durata troppo a lungo, di fronte alla nascita e alle vittorie del Califfato.

I bombardamenti americani hanno rallentato l’avanzata dei jihadisti ma, secondo lo stesso Pentagono, non basteranno né a salvare Kobane né a bloccare l’ulteriore espansione dello Stato islamico. Per fare quel lavoro occorrono le truppe di terra. Esattamente ciò che Obama non è disposto a impegnare.

Si scontano anche in questo caso gli effetti di una politica americana in Medio Oriente giudicata fallimentare da critici dello stesso campo democratico cui appartiene il presidente: dall’ex segretario di Stato e futura candidata alla presidenza Hillary Clinton all’ex segretario alla Difesa sotto Obama, Leon Panetta.

Il problema è che una coalizione di guerra contro lo Stato islamico che comprende le potenze sunnite dell’area è un’ottima cosa sulla carta ma non funziona o funziona male di fatto perché ciascuna di quelle potenze ha nella partita interessi e obiettivi propri, e la leadership americana è troppo debole e troppo poco credibile: non può imporre la coesione necessaria per ottenere decisive vittorie militari sul terreno.

Non è nemmeno sicuro che le potenze sunnite coinvolte (la Turchia per prima) vogliano davvero spingersi fino a distruggere il Califfato. Intendono certamente colpirlo e fermarlo poiché si tratta di un fenomeno sfuggito di mano a tutti.

Ma non è sicuro che vogliano anche distruggerlo se ciò significa regalare la vittoria ad Assad in Siria, consentire che il suo regime si perpetui. Mentre è certo, almeno dal punto di vista occidentale, che la sconfitta definitiva dello Stato islamico è necessaria non solo per stabilizzare la regione ma anche per spegnere gli entusiasmi che i suoi successi e la sua sanguinaria capacità mediatica hanno suscitato fra molti giovani sunniti in Medio Oriente, in Europa e altrove.

Non sembra neppure funzionare l’idea fin qui accarezzata (implicitamente) dalla Casa Bianca: quella di coinvolgere l’Iran con lo scopo non solo di sconfiggere lo Stato islamico, ma anche di costituire, in prospettiva, una sorta di «equilibrio di potenza» fra Stati sunniti e Stati sciiti sotto sorveglianza occidentale per assicurare stabilità al Medio Oriente.

In linea di principio, favorire un simile equilibrio ridando rispettabilità e riconoscimento all’Iran, soprattutto attraverso l’accordo nucleare, sembrava, fino a qualche tempo fa (prima che emergesse la minaccia dello Stato islamico), una buona idea. Oltre a tutto, è vero che l’Iran post rivoluzione del ‘79 ha spesso favorito movimenti e azioni terroriste ma è altrettanto vero che è stato nel mondo sunnita, non in quello sciita, che ha preso corpo ed è decollata, da Al Qaeda al Califfato, la grande guerra condotta simultaneamente contro l’Occidente, gli sciiti e i sunniti non coinvolti nella jihad .

Ma quella che era forse un tempo una buona idea, un progetto praticabile, oggi non lo è più. Non solo la nascita del Califfato ha complicato enormemente il quadro ma, per giunta, quel progetto avrebbe richiesto, per funzionare, anche un coordinamento e una intesa fra le grandi potenze: in concreto, sarebbe stato necessario l’appoggio della Russia. Un’ipotesi che è definitivamente tramontata a causa della crisi ucraina.  Il Corriere ha ieri ospitato un interessante intervento di due politici italiani, Pier Ferdinando Casini e Fabrizio Cicchitto, giustamente allarmati per gli sviluppi in corso e che proponevano il coinvolgimento dell’Onu per fermare lo Stato islamico.

In queste ore, anche altri in altre capitali europee, consapevoli della debolezza dell’attuale coalizione di guerra, propongono soluzioni simili. C’è da temere, però, che quella non sia la strada. L’Onu può servire (come accadde nel 1991 durante la prima guerra del Golfo contro Saddam Hussein) per dare copertura politico-diplomatica a una potenza americana dotata di volontà d’intervento e di strategia militare. Difficilmente può essere il surrogato o il sostituto di quella volontà e di quella strategia. Per dire che, sfortunatamente, non c’è alternativa a un impegno diretto degli Stati Uniti e a una loro ritrovata capacità di guidare e dare coesione alla coalizione di guerra.

L’EUROPA CORRE RISCHI GRANDISSIMI. Siamo sulla linea di tiro. Le ripetute minacce del Califfo all’Europa non sono sbruffonate. Nella sua tragicità la situazione è semplice: o i jihadisti verranno fermati in Medio Oriente o la guerra, prima o poi, ci raggiungerà.

La principale ragione per cui ciò continua ad apparire inverosimile a tanti europei occidentali è semplicemente il riflesso dell’eccezionalità della storia europea dopo il ’45, della felicissima anomalia (almeno fino alle guerre iugoslave) di un lunghissimo periodo di pace. Essi faticano a comprendere che la sicurezza europea, in questo come nei passati frangenti, dipende da due condizioni: la disponibilità di americani ed europei a coordinare i loro sforzi, e la presenza di una America i cui dirigenti possiedano la capacità e la volontà di esercitare la leadership . Le nuove minacce alla sicurezza obbligano a rettificare molti giudizi del passato. Per anni, da una parte e dall’altra dell’Atlantico, in tanti hanno pensato che America e Europa potessero felicemente andarsene ciascuna per la propria strada. Che l’Europa non sia in grado di farlo dovrebbe essere ormai evidente. La si osservi con attenzione. Qualcuno pensa che sia capace di difendersi da sola? Si guardi al disastro che è riuscita a combinare in Libia.

Ma anche gli Stati Uniti, come hanno sperimentato con la presidenza Obama, la meno interessata, rispetto a tutte quelle che l’hanno preceduta nell’ultimo mezzo secolo, a mantenere la «relazione speciale» con l’Europa, non hanno nulla da guadagnare da un indebolimento eccessivo del legame transatlantico. È forse dai tempi di Jimmy Carter (fine anni Settanta) che il prestigio e l’influenza degli Stati Uniti non cadevano così in basso. Bisogna sperare che il prossimo presidente abbia l’energia e la capacità di rovesciare la tendenza. Nell’attesa, è vitale che, in Medio Oriente soprattutto, gli occidentali (gli americani in primo luogo ma anche gli europei) la smettano di accumulare solo errori. (Angelo Panebianco)

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PERCHÉ LA TURCHIA NON SUPPORTA I GUERRIGLIERI CURDI CONTRO LO STATO ISLAMICO?

di Stefano Consiglio, da http://it.ibtimes.com/ del 8/10/2014

   Fin dall’inizio dell’offensiva lanciata dallo Stato Islamico, i combattenti curdi, i cosiddetti Peshmerga, hanno giocato un ruolo fondamentale nel fungere da barriera contro l’avanzata dell’IS. Nonostante ripetute sconfitte e ingenti perdite in termini sia di uomini che di equipaggiamenti i guerriglieri curdi, tra cui vanno annoverate anche diverse donne, hanno continuano a difendere i propri territori dalla furia degli jihadisti.

   Il popolo curdo, tuttavia, sembra essere stufo di stare in prima linea mentre gli altri Stati forniscono un contributo considerato assolutamente insufficiente. Negli ultimi giorni diverse manifestazioni sono state organizzate da simpatizzanti della “causa curda” per contestare la politica di inazione adottata da diversi paesi. Le principali critiche sono state rivolte contro la Turchia, che da anni si trova in un rapporto di altalenante tensione con le autorità curde a causa delle spinte secessioniste che caratterizzano i leader di questo gruppo etnico.

   Martedì 7 ottobre una manifestazione organizzata in Turchia si è conclusa con un bilancio finale di 12 morti. Le autorità turche hanno riferito di 8 persone decedute nella città di Diyarbakir, situata nella Turchia orientale. Le altre 4 persone sarebbero morte anch’esse durante gli scontri tra manifestanti e polizia, che ha disperso la folla utilizzando gas lacrimogeni e cannoni ad acqua. In risposta a queste proteste la Turchia ha imposto il coprifuoco in sei città, tutte situate nella provincia sud-orientale di Mardin. Ciò su cui maggiormente insistono i manifestanti è la necessità della Turchia di inviare immediato supporto alla città siriana di Kobani, attualmente assediata dai miliziani dell’IS.

Una mappa che rappresenta l'estensione del Kurdistan
Una mappa che rappresenta l’estensione del Kurdistan

   Ma qual è il motivo per cui diversi Stati, in particolare la Turchia, mostrano un’estrema riluttanza quando si parla di aiutare i curdi nella loro lotta contro lo Stato Islamico? La risposta risiede, ovviamente, nella storia del Kurdistan e nelle sue aspirazioni indipendentiste.

   Il Kurdistan, infatti, è considerato a livello internazionale una nazione, in quanto abitato da una popolazione che presenta caratteristiche condivise quali la lingua, una storia comune, dei simboli di riferimento. La stragrande maggioranza della popolazione del Kurdistan, tuttavia, auspica la creazione di uno Stato indipendente per i circa 30 milioni di curdi che abitano in quest’area.

   In questo contesto diversi Stati hanno il timore che aiutando eccessivamente le milizie curde queste possano, una volta respinta la minaccia dell’IS, rivolgere le armi contro il governo di Baghdad, al fine di vedersi riconosciuta la propria indipendenza. La Turchia, inoltre, ha un diretto interesse nella questione dal momento che buona parte delle rivendicazioni territoriali avanzate dai curdi riguardano proprio il territorio turco. E’ interessante notare è che i curdi hanno stretto da tempo ottimi rapporti con gli Stati Uniti, verso i quali hanno maturato una certa riconoscenza da quando nel 1991 gli USA sono intervenuti contro Saddam e la sua politica di genocidio. I curdi, inoltre, sono filo-occidentali e decisamente democratici se comparati con altri governi presenti in Medio Oriente.

   Per quale motivo, dunque, non viene fornito maggior supporto ai Peshmerga? Diverse Nazioni, tra cui gli USA, ritengono che un’eventuale indipendenza del Kurdistan causerebbe una degenerazione della crisi irachena, trasformando questo Stato in una seconda Somalia. La possibilità che i curdi decidano di approfittare di questo momento per ottenere l’indipendenza del Kurdistan, inoltre, non è remota. La Siria, infatti, è sconvolta da tre anni di guerra civile, che la rendono un terreno ideale per una simile rivendicazione. In Iraq le regioni settentrionali sono controllate quasi totalmente dall’IS che condivide un confine di 600 km con i curdi. Solo l’Iran e la Turchia, dunque, rappresentano un serio ostacolo alla creazione di uno Stato curdo.

   A ciò bisogna aggiungere che non è la prima volta che nazionalisti curdi cercano di costituire uno Stato indipendente. Nel 1946 venne fondata la Repubblica del Kurdistan, che fu tuttavia conquistata dopo pochi mesi dall’esercito iraniano. Un famoso Peshmerga, chiamato Mustafa Barzani, guidò una campagna militare nell’Iraq settentrionale tra il 1961 e il 1970 ma senza avere successo. Nel 1983 Massoud Barzani, figlio di Mustafa, guidò nuovamente i curdi nella loro guerra di indipendenza dall’Iraq. La risposta di Saddam fu il tragico genocidio di cui abbiamo già parlato. A partire dal 2003, cioè dopo la Seconda guerra del golfo, l’Iraq è stato organizzato come uno Stato federale, in cui il Kurdistan iracheno gode di autonomia politica, economica e militare.

   Ciò che sta accadendo in questi giorni in Turchia, dunque, non è altro che l’ultimo esempio di un conflitto più o meno evidente che da decenni contrappone i turchi ai curdi. Il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (meglio noto con l’acronimo di PKK) ha condotto dal 1984 al 2013 una campagna politica e militare volta a riconoscere al popolo curdo il diritto all’indipendenza, corollario stando alla loro interpretazione del diritto all’autodeterminazione.

   A partire dal 2012 una serie di negoziati tra il Governo turco e il leader del PKK, Abdullah Ocalan, ha condotto ad un cessate il fuoco e ad una progressiva ritirata dei guerriglieri Peshmerga dal territorio curdo. Questa misura provvisoria, che il Governo di Ankara aveva interpretato come un primo passo verso la pace, ha cessato di essere in vigore proprio a causa degli scontri recentemente registrati lungo il confine della Turchia tra l’esercito turco e i guerriglieri curdi. Il futuro del Kurdistan, data l’attuale situazione, appare decisamente incerto. Le spinte indipendentiste, per quanto messe in secondo piano dinanzi alla necessità di difendersi contro gli attacchi dell’IS, rappresentano il fine ultimo di ognuna delle organizzazioni curde operanti in Siria, Iraq e Turchia. (Stefano Consiglio)

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L’Isis in LIBIA

L’INCUBO DELLA BANDIERA NERA DELL’ISIS

di Roberto Bongiorni, da “il Sole 24ore” del 12/10/2014

– Le alleanze della jihad. Le divisioni e il vuoto di potere in Libia creano terreno fertile per gli estremisti –

   L’ultima cosa da augurare alla tormentata Libia era vedere la bandiera dello Stato islamico sventolare per le strade di una grande città. Il video diffuso alcuni giorni fa da un’emittente araba è inquietante. Un lungo convoglio di miliziani armati – apparentemente del gruppo estremista Ansar al-Sharia – sfoggia la bandiera nera dell’Isis, inneggiando al Califfo Abu Bakr al-Baghdadi e promettendogli fedeltà.    È un macabro avvertimento non solo alla Nuova Libia, impantanata in una difficilissima transizione e ancora incapace di ricostruire le istituzioni, ma anche ai Paesi europei che si affacciano sul Mediterraneo. Dopo il Magreb, lo Yemen, le Filippine e in parte Algeria e Tunisia, gli appelli all’unità lanciati dal al-Baghdadi sembrano aver trovato un fertile terreno anche nelle aree più islamiche dell’ex colonia italiana. Il fatto che l’alleanza – controversa perché non c’è stata ancora risposta dell’Isis – sia stata annunciata a DERNA non è casuale.

   Da mesi, nell’indifferenza del mondo, questa CITTÀ STRATEGICA DI 80MILA ABITANTI, che si affaccia su una baia della Cirenaica a 200 km da Bengasi, era divenuta una sorta di città-Stato, sfuggita al controllo del governo di Tripoli. Tanto che il 25 giugno, giorno delle elezioni parlamentari, tutti i seggi di Derna erano rimasti chiusi. La città è sempre stata una spina nel fianco di Gheddafi. Dal 2005 al 2007 era stata la fucina degli jihadisti libici pronti a immolarsi in Iraq. Ma era una fenomeno marginale.

   Nell’ultimo anno le cose sono cambiate, drasticamente. La Libia è divisa, dilaniata da un conflitto ormai polarizzato tra anti-islamisti e islamisti. In quest’ultima fazione agiscono tuttavia forze diverse. C’è Ansar al Sharia Libya, sigla divenuta nota nel settembre del 2012 quando rivendicò l’attentato all’ambasciata Usa di Bengasi in cui trovò la morte l’ambasciatore Christopher Stevens. Ma ci sono anche la potente milizia di Misurata, che di fatto controlla la capitale Tripoli dopo i combattimenti dei mesi scorsi, e il suo alleato, la Fratellanza musulmana, una forza più moderata e pragmatica. Una situazione esplosiva che ha generato due Parlamenti e due Governi: il nuovo e più “laico” Parlamento “galleggiante”, spostato per ragioni di sicurezza su un traghetto greco ancorato nel porto di Tobruk, vicino al confine con l’Egitto. E quello insediato di fatto a Tripoli, composto in gran parte dagli “onorevoli” della Fratellanza. È un vuoto di potere che rischia di far precipitare nuovamente la produzione petrolifera nazionale. E per un Paese che di petrolio vive – rappresenta il 95% dell’export – preservare l’industria energetica è indispensabile. La priorità per il Governo legittimo è dunque combattere l’offensiva jihadista, ma al contempo accompagnare l’iniziativa militare al dialogo con tutte le tribù del Paese. Non sarà facile. Le prove di forza dell’Isis contro la coalizione internazionale -nonostante i raid aerei sono riusciti a circondare la città siriana di Kobane – stanno raccogliendo molti simpatizzanti tra le file degli estremisti. Già in luglio, a Derna, il sedicente gruppo Majlis Shura Shababa al-Islam aveva annunciato l’alleanza al Califfato. E da alcune settimane attraverso i porosi confini del Paese un massiccio flusso di combattenti libici rientrano in patria da Siria e Iraq. Sostenuto dall’Egitto e dagli Emirati, guardato con benevolenza da alcuni Paesi occidentali, il generale rinnegato Khalifa Haftar è rientrato dagli Usa per opporsi ad Ansar al-Sharia. Ed evitare che questa organizzazione jihadista, che il 31 luglio aveva proclamato Bengasi un «Emirato islamico”, conquisti davvero la capitale della Cirenaica. Sarebbe un tragico epilogo.

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PER LA TURCHIA MEGLIO L’ISIS DEL POPOLO CURDO?

Pubblicato: 10/10/2014 di Carlo Cattaneo

da http://www.huffingtonpost.it/

   “Ho fotografato per non dimenticare. Per non smettere di guardare”. Faccio mio il pensiero espresso da Daniel Pennac mentre osservo, rapito, due scatti distinti che sintetizzano, drammaticamente, ciò che sta accadendo a Kobane, città siriana a un passo dal confine turco. La prima è quella di Arin Mirkan, giovane combattente curda che, pur di non diventare ostaggio dei terroristi dell’Isis ha deciso di farsi esplodere nei pressi di una postazione controllata dagli ‘uomini in nero’. L’altra, inserita in un servizio trasmesso da Rai News 24, il 10 ottobre, dove viene immortalato un soldato turco, sorridente, in compagnia di due soldati dello Stato Islamico. In queste pose è condensato il significato di un assedio cui nessuno, realmente, vuole porre rimedio e che si concluderà, ovviamente, sia con la sconfitta delle milizie curde sia degli organismi internazionali che volgono lo sguardo altrove pur di non sentirsi complici dell’eccidio in corso. Si tratta di immagini che confermano le pesanti responsabilità di Recep Tayyip Erdogan, e del suo governo, nei confronti di questa guerra.

   Mentre donne e uomini curdi combattono strenuamente ed eroicamente, col solo sostegno di armi leggere i ‘men in black’, l’esercito turco guarda, immobile, statico, inerte, imbambolato, la carneficina che si sta consumando a pochi passi dalla linea di confine. Se da un lato risultano evidenti i vantaggi (geopolitici e di controllo del territorio) per gli jihadisti dall’altro la comunità europea si domanda per quale motivo la Turchia non intervenga di fronte a un massacro annunciato. Insomma, appare evidente la contraddizione tra l’atteggiamento sostenuto dal Parlamento turco teso a supportare (a parole) la coalizione voluta da Obama e l’indifferenza dello stesso su quanto sta accadendo al di là della frontiera. I motivi sono ormai chiari. Da un lato i produttivi traffici legati al petrolio tra il Califfato e Ankara e dall’altro una scelta, quasi paradossale, che ormai appare inequivocabile: i turchi, preferiscono ‘confrontarsi’ con Abu Bakr al-Baghdadi piuttosto che rischiare la nascita di una zona cuscinetto (autonoma) in Siria controllata dai curdi. In soldoni meglio l’Isis del Pkk.

   Una nuova Srebrenica è alle porte, come proclamato da Staffan de Mistura inviato dell’Onu in quei territori, e sarà condita dalle solite sequenze di immagini brutali che accompagnano da tempo ogni edizione dei telegiornali nazionali. D’altra parte Ankara non è nuova ad attività disumane. Basti pensare al massacro armeno (le stime indicano in 1.500.000 i morti per mano turca nel periodo 1915-16). Ai sostenitori di Erdogan in Europa basterebbe, dunque, ricordare questi due momenti storici (massacro degli armeni prima e dei curdi ora) per decretarne l’esclusione dall’Europa, nunc et semper, non avendo i requisiti per entrarvi come, peraltro, evidenziato anche dal rapporto annuale di Bruxelles. Chi favorisce l’estremismo jihadista e il suo fruttifero neocolonialismo in salsa coranica non merita genuflessioni da parte dei governi del Vecchio continente.

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E SE LAWRENCE D’ARABIA AVESSE AVUTO RAGIONE?

di Giuseppe Cucchi*, da LIMES del 9/1072014

– Ristrutturare il Medio Oriente creando un grande Stato arabo sunnita: idea vecchia di un secolo che, in funzione anti-Is, può tornare d’attualità. –

Sono parecchie le difficoltà con le quali deve confrontarsi l’eterogenea e numerosa coalizione che gli Usa sono riusciti a schierare contro le forze del califfato, ormai saldamente in controllo di pressoché tutta l’area sunnita della Siria e dell’Iraq.

La prima difficoltà è insita nella natura stessa di tale coalizione, pronta ad accogliere tutti coloro che vogliano partecipare e allo stesso tempo disposta a lasciare ognuno dei suoi membri libero di decidere in merito alla natura del proprio contributo. Così si impedisce la concentrazione degli sforzi, rendendo aleatoria ogni speranza di efficace coordinamento e dando vita a ridondanze in alcuni settori cui corrispondono lacune – anche gravi – in altri. Essa si delinea quindi come un caos potenziale che potrà essere tenuto a freno soltanto se gli Stati Uniti saranno disposti a dispiegare tutta la loro leadership, per ora in buona parte inespressa, riconoscendo al problema dello Stato Islamico (Is) la priorità che esso meriterebbe.

La seconda difficoltà consiste nella natura del conflitto, che di sicuro presenta caratteristiche confessionali dominanti, ma associate ad attriti etnici di livello non trascurabile. Da un lato infatti gli scontri in atto si inseriscono nel filone del plurisecolare contrasto fra l’anima sunnita e quella sciita dell’Islam. Dall’altro dietro gli sciiti siriani e iracheni si profila chiaramente l’ombra del Grande Fratello iraniano.

Gli scontri possono essere interpretati – molti arabi lo fanno – come episodi del contrasto arabo/persiano, anch’esso plurisecolare. Una situazione che rende difficile, se non impossibile, recuperare sottraendole al califfato le tribù sunnite irachene che ai tempi dell’accordo con il generale Petraeus avevano chiaramente dimostrato la loro avversione all’estremismo, ma che il governo settario dell’ex premier Al Maliki ha finito col gettare fra le braccia del califfo.

In questo teatro operativo, la coalizione anti-Is riuscirà probabilmente a contenere con il fuoco ogni ulteriore velleità di espansione degli estremisti sunniti, ma ogni riconquista del terreno perduto resterà un’illusione fino a quando essa non disporrà di solide fanterie da dispiegare sul terreno.

Napoleone, che pure era un artigliere, riconosceva che “anche se è l’artiglieria che conquista, è la fanteria che occupa”. Oggi il fuoco aereo, integrato da quello guidato a distanza, ha sostituito il fuoco dell’artiglieria con effetti nettamente più letali, ma la sostanza della guerra rimane quella cui l’imperatore faceva riferimento. Per vincere – in questo caso distruggere un avversario e controllare un territorio – occorre poter disporre di una fanteria sperimentata, tanto numerosa da fare il peso contro un nemico che può schierare circa 30 mila combattenti e tanto solida da riuscire a vincere tutte quelle resistenze che le bombe degli aerei non sono riuscite a cancellare.

Difficile trovarla, ma l’impresa non sarebbe impossibile se non ci fosse da tener conto del fatto che questa fanteria dovrebbe anche essere araba e sunnita. In tal modo godrebbe in partenza di buone speranze di poter conquistare il cuore delle popolazioni locali, sottraendo al “pesce califfato” l’acqua in cui in questo momento esso si muove e prospera.

Scorrendo il breve elenco delle fanterie della coalizione, non è possibile trovarne alcuna che sia al medesimo tempo araba e sunnita. L’esercito di Baghdad è arabo ma sciita; i peshmerga del Kurdistan iracheno sono sunniti ma curdi; poi ci sono i turcomanni di Mosul, gli yazidi, di nuovo i curdi ma questa volta siriani; infine i turchi, ammesso che mantengano la loro tardiva promessa di santuarizzare con le armi le aree prossime alla frontiera.

Cercansi quindi, con urgenza, fanterie sunnite e arabe che dovrebbero per di più essere agli ordini di qualcuno che l’Occidente consideri un amico fidato e rispettabile.

A questo punto conviene fare un balzo indietro di quasi 100 anni. Nel 1915, Sir Henry Mc Mahon, alto commissario britannico per l’Egitto, prometteva allo sceriffo della Mecca Hussein bin Alì la creazione di un regno arabo indipendente nel caso in cui la popolazione araba si fosse sollevata contro i turchi. La promessa che Sir Henry dichiarava di essere stato autorizzato a fare si riferiva a tutta l’area compresa fra la penisola arabica, la Turchia e l’Iran, con l’esclusione della zona costiera mediterranea. Hussein aderì all’invito e Lawrence, poi chiamato d’Arabia, sposò senza esitazioni la causa guidando una carica beduina travolgente che partì da Akaba nel 1917 e non si fermò che con la resa di Damasco, nell’autunno del 1918.

Nel frattempo francesi e inglesi avevano firmato l’accordo segreto di Sykes-Picot che divideva il Medio Oriente in zone di influenza delle due potenze. Quando gli arabi presentarono il conto, esso non venne di conseguenza onorato e le loro speranze rimasero disattese. Come contentino, alla famiglia dello sceriffo (gli hascemiti) venne assegnata dagli inglesi la sovranità sull’Iraq e sul neonato emirato di Transgiordania.

Si trattava di una sovranità sotto stretta tutela, al punto che quasi tutti gli ufficiali della Legione Araba, il corpo d’elite delle Forze armate giordane, erano britannici e tali rimasero sino agli anni Cinquanta. Fra i delusi da questo comportamento disonesto vi fu Lawrence stesso, che non ne fa mistero nel suo I sette pilastri della saggezza, ove in chiusura preconizza – con accenti che ora suonano quasi profetici – il sorgere di un’ondata di risentimento arabo capace di rimettere definitivamente in discussione l’intera struttura dell’area.

Sin qui la storia.  Tornando all’attualità ci accorgiamo che l’area promessa da Mc Mahon e da Lawrence alla sovranità araba coincide più o meno con l’area sunnita di Iraq e Siria occupata attualmente dall’Is, più il territorio dell’attuale Regno di Giordania, anch’esso sunnita e con un sovrano che gli occidentali considerano un amico fidato e rispettabile.

Non suona familiare quest’ultima frase? Sì, forse è follia pensare che la riconquista del terreno sotto il controllo del califfato possa essere affidata a terra al re di Giordania e ai suoi beduini, appoggiati dal fuoco aereo della coalizione. È arduo pensare che sia possibile un impegno così forte da parte di un piccolo regno che già deve affrontare tante difficoltà per riuscire a sopravvivere.

È forse follia anche pensare a una ristrutturazione complessiva dell’intero Medio Oriente che consenta la nascita di uno Stato sunnita molto simile a quello vagheggiato da Lawrence d’Arabia e promesso da Mc Mahon. Illudersi che Israele permetta la creazione di un’entità araba potenzialmente forte ai propri confini è altrettanto folle. E avanti di questo passo!

Ogni tanto però bisogna lasciare campo libero alla fantasia e permettersi di sognare. Insieme a Lawrence e ai beduini howeitat di Auda Abu Taib, sulla strada di Wadi Rum…

Per approfondire: Le maschere del califfo

….

*Generale della riserva dell’Esercito. Già direttore del Centro militare di studi strategici, consigliere militare del presidente del Consiglio, rappresentante militare permanente dell’Italia presso Nato, Ue e Ueo. Consigliere scientifico di Limes.

(9/10/2014)

…………………..

“I PAESI DEL GOLFO DIETRO L’ISIS L’OCCIDENTE APRA GLI OCCHI”

Lo scrittore AL ASWANI: assurdo allearsi con chi istruisce gli imam dell’odio

intervista di Giordano Stabile, da “la Stampa” del 14/10/2014

Nessuna fiducia nell’islam politico, tanto meno nei Fratelli musulmani (il finto «volto pulito» della stessa ideologia che alimenta l’Isis). Molta nell’Egitto e nei suoi «50 secoli di storia», nello spirito cosmopolita, nella sua anima che alla fine uscirà dalla lunga transizione verso la democrazia.

ALA AL ASWANI è a Torino per presentare l’ultimo romanzo, «CAIRO AUTOMOBILE CLUB» (Feltrinelli), al Salone Off 365. Ma sta anche per partire per Parigi dove lancerà una raccolta di saggi politici. Un duplice ruolo, di scrittore e attivista, che ha ritagliato sulla sua personalità energica ed espansiva. Senza dimenticare le gerarchie: «La letteratura non dà risposte, fa le domande. Che sono più importanti».

Lei è stato impegnato in prima linea prima nella rivoluzione contro Mubarak, poi nella sollevazione popolare contro Morsi che ha portato la sua destituzione a opera del generale Al Sisi. Ha scelto però di ambientare il suo romanzo nell’Egitto degli Anni Quaranta. Perché?

«Il libro che scrivi non lo scegli. È come un amore. A un certo punto scatta un click. Ci pensavo già dai tempi di “Yacoubian”. Ho cominciato nel 2008. Poi c’è stata la rivoluzione. L’ho finito dopo. Ma ci sono tante analogie fra quegli anni, che ho vissuto attraverso i racconti di mio padre, e oggi. Un vecchio regime già morto, ma che resiste. Allora era la monarchia dello stanco re Faruk. Oggi è la dittatura».

L’Egitto ha abbattuto Mubarak. Ma la democrazia non è ancora compiuta.

«La dittatura è una malattia cronica, non un’infezione. Ci vuole tempo per curarla. L’organismo si deve abituare. E spesso rimpiange il vecchio stato. Per gli egiziani, e non solo loro, il dittatore era anche un padre, che li proteggeva. In tanti ne hanno nostalgia. Non si può passare di colpo alla democrazia. Ci vuole una transizione».

Cioè Al Sisi? Ma è stato giusto deporre un presidente comunque eletto, Morsi?

«Morsi aveva sospeso la democrazia, in pochi mesi, abrogando la Costituzione. È la strategia dei Fratelli musulmani. Credono nella democrazia, ma una volta sola. È come una siringa usa e getta, io sono medico-dentista, mi viene questo esempio. Lasciano votare una volta, vanno al potere e poi attuano il programma, che è quello di una teocrazia: solo loro possono decidere, fare le scelte giuste, perché sono ispirati da Dio. Per tutti gli altri non c’è spazio. È questo l’islam politico. Alla fine si arriva allo Stato islamico che vediamo all’opera in Iraq e Siria».

Morsi come il califfo Al Baghdadi, non è troppo?

«L’ideologia è la stessa. Il primo a parlare di Stato islamico, di califfato, è stato il fondatore dei Fratelli, Hasan Al Banna, nel 1928».

Ma nei Paesi arabi c’è la possibilità di uno sviluppo democratico in armonia con l’islam?

«Sì, c’è. Basta separare politica e religione. E devo dire che l’Egitto, dopo la caduta del re, con Nasser, era sulla buona strada. Ma già nell’800 abbiamo avuto un grande pensatore, Mohammed Abdou, che predicava la tolleranza e diceva che il velo non è islam».

E poi che cosa è successo?

«Colpa del petrolio. Le monarchie del Golfo si sono arricchite enormemente. E sono legate a doppio filo all’ideologia salafita, wahabita. Chiusa e intollerante. Dagli Anni Sessanta hanno cominciato a finanziare le scuole, le moschee e a imporre la loro visione dell’islam. Anche in Europa. Formano predicatori che creano giovani-bombe. Basta solo innescarli. Lo vediamo in Siria».

L’Occidente ha le sue colpe?

«Non ci si può alleare con chi finanzia il fanatismo e poi andare a bombardare qualche villaggio in Pakistan per fermare il terrorismo. Questa contraddizione la deve risolvere l’Occidente». (Giordano Stabile)

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Altri post di Geograficamente sull’argomento:

https://geograficamente.wordpress.com/?s=peshmerga

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