IL PETROLIO, arma di finanziamento del potere globale ma anche del “terrorismo Isis”: ma IN CRISI NEL SUO PASSATO MONOPOLIO energetico, e IN DECLINO (dei prezzi) nella diversificazione energetica globale – In un mondo frammentato, controverso, contraddittorio e incomprensibile dove OGNI PAESE FA TUTTO E IL CONTRARIO DI TUTTO

UN MONDO NUOVO SENZA PETROLIO ? (dal sito www.imille.org)
UN MONDO NUOVO SENZA PETROLIO ? (dal sito http://www.imille.org)

   Dove sta andando il Mondo? Uno degli indicatori più affidabili per capire questa controversa difficile epoca, fatta di tante situazioni difficili, penose (la crisi economica, i profughi, le guerre…) e di qualche situazione nuova positiva (un nuovo “sentire” ecologico? Popoli da sempre affamati che si stanno pian pian affrancando?…), uno degli INDICATORI che possono essere usati come strumento utile per capire la complessità del momento è l’andamento del PETROLIO, a partire dalla sua quotazione in fortissima riduzione: 83 dollari il barile a metà ottobre (a fine settembre quotava ancora 100 dollari).

   Cioè il prezzo del petrolio si sta fortemente abbassando, nonostante le sanzioni alla Russia, la guerra in Medio Oriente, la Libia nel caos… tutto farebbe presupporre che in altra epoca il greggio sarebbe andato alle stelle, e invece…

   Pertanto per la prima volta da due anni il prezzo del petrolio è sotto i 100 dollari a barile, e le previsioni lo danno in ulteriore discesa. Gli esperti dicono che ciò accade per effetto dell’eccesso di offerta rispetto alla perdurante crisi economica (e di conseguenza anche produttiva, cioè c’è meno bisogno di petrolio).

   Abbiamo poi una diversificazione delle fonti energetiche, anche se non ecologicamente compatibile: il Nord America si avvia verso l’autosufficienza con la produzione massiccia di SHALE GAS e anche di SHALE OIL e TIGHT OIL (questi ultimi due sono un po’ l’argomento di questo post, e spieghiamo cosa sono nello loro diversificazioni).

OIL SHALE e SHALE OIL - Con il termine “OIL SHALE” si intende un sedimento di CHEROGENE: materiale organico depositatosi in milioni di anni nel sottosuolo in seguito alla decomposizione di alghe, plancton o altra materia organica: è un mix di sostanze di origine organica. Lo SHALE OIL non è altro che IL CHEROGENE TRASFORMATO IN PETROLIO. Il cherogene in sé è di solito allo stato solido e compatto e, per estrarre petrolio è necessario sottoporlo a complesse procedure chimiche: DAL CHEROGENE si produce BITUME, dal bitume PETROLIO PESANTE. In altre parole: lo shale oil non si estrae dal sottosuolo ma SI PRODUCE IN RAFFINERIA, partendo dall’oil shale. Pertanto LO SHALE OIL È ECOLOGICAMENTE, ECONOMICAMENTE ED ENERGETICAMENTE MOLTO PEGGIORE DEL PETROLIO CONVENZIONALE. Per produrlo, infatti, serve un costoso processo chimico con pesanti ripercussioni ambientali. Processo che, per di più, comporta un dispendio di energia. Un litro equivalente di shale oil, quindi, rende molta meno energia netta di un litro di petrolio vero. (da www.greenstyle.it/)   -   TIGHT OIL - Con TIGHT OIL si intende UN TIPO DI PETROLIO INTRAPPOLATO NELLE ROCCE O NELLE ARGILLE, che viene estratto in maniera molto simile allo SHALE GAS: si raggiunge il giacimento di tight oil con la trivellazione orizzontale e poi si procede alla sua estrazione con esplosivo e fratturazione idraulica, il famoso FRACKING. (da www.greenstyle.it/) - la foto: SHINING FUTURE_ QER_s trial shale oil project near Gladstone  (dal sito couriermail.com)
OIL SHALE e SHALE OIL – Con il termine “OIL SHALE” si intende un sedimento di CHEROGENE: materiale organico depositatosi in milioni di anni nel sottosuolo in seguito alla decomposizione di alghe, plancton o altra materia organica: è un mix di sostanze di origine organica. Lo SHALE OIL non è altro che IL CHEROGENE TRASFORMATO IN PETROLIO. Il cherogene in sé è di solito allo stato solido e compatto e, per estrarre petrolio è necessario sottoporlo a complesse procedure chimiche: DAL CHEROGENE si produce BITUME, dal bitume PETROLIO PESANTE. In altre parole: lo shale oil non si estrae dal sottosuolo ma SI PRODUCE IN RAFFINERIA, partendo dall’oil shale. Pertanto LO SHALE OIL È ECOLOGICAMENTE, ECONOMICAMENTE ED ENERGETICAMENTE MOLTO PEGGIORE DEL PETROLIO CONVENZIONALE. Per produrlo, infatti, serve un costoso processo chimico con pesanti ripercussioni ambientali. Processo che, per di più, comporta un dispendio di energia. Un litro equivalente di shale oil, quindi, rende molta meno energia netta di un litro di petrolio vero. (da http://www.greenstyle.it/) – TIGHT OIL – Con TIGHT OIL si intende UN TIPO DI PETROLIO INTRAPPOLATO NELLE ROCCE O NELLE ARGILLE, che viene estratto in maniera molto simile allo SHALE GAS: si raggiunge il giacimento di tight oil con la trivellazione orizzontale e poi si procede alla sua estrazione con esplosivo e fratturazione idraulica, il famoso FRACKING. (da http://www.greenstyle.it/) – la foto: SHINING FUTURE_ QER_s trial shale oil project near Gladstone (dal sito couriermail.com)

   Poi l’avanzata dell’Isis in Siria e in Iraq (e in territori dei curdi) avviene in luoghi dove c’è molta estrazione di petrolio e raffinerie, e se dapprincipio sembrava che il terrorismo islamico volesse distruggere queste infrastrutture energetiche, poi si è capito che esse sono motivo di finanziamento dell’esercito dei terroristi attraverso un forte contrabbando petrolifero che coinvolge i territori turchi e la Siria.

   E poi c’è la Cina, che 6, 7 anni fa era in pieno boom, cercava petrolio in tutto il mercato mondiale (e questo è stato uno dei motivi che nel 2008 il barile era a 150 dollari) e adesso invece lo sviluppo cinese è ben meno impetuoso di allora, e la ricerca del greggio si è di molto abbassata.

   Ma la caduta del prezzo del petrolio, secondo gli osservatori dei fenomeni geopolitici mondiali, può avere altre cause importanti: una di queste può essere l’atteggiamento ambiguo dei paesi del Golfo (l’Arabia Saudita, il Qatar…) che stanno immettendo nel mercato mondiale sempre più “prodotto” per far fuori lo shale gas e lo shale oil americano, mettendo in difficoltà le nuove produzioni petrolifere che a loro volta in questi ultimi tempi hanno portato in declino il petrolio “tradizionale”. Paesi arabi che appartengono alla coazione anti-Isis, ma molti sono certi che anche finanziano l’esercito dei terroristi… insomma, vien da dire che non vi sono più certezze nell’indirizzo geopolitico di molte nazioni (se mai vi fosse stato in passato) e l’ambiguità regna sovrana.

   Questo fa sì che altri paesi tradizionali esportatori di petrolio, VENEZUELA in testa e IRAN al suo fianco con una produzione potenziale stellare, e pure l’IRAQ, volevano limitare la produzione sostenendo in tal modo il prezzo anche in presenza di un calo della domanda. Ma non è nelle intenzione dell’Arabia Saudita, del Qatar.

   E alla fine tutti cercano di far cassa il più possibile: lo stesso Iraq, abbandonata ogni idea di limitare l’offerta, con la sua potenza petrolifera ora sostenuta paradossalmente dai “nemici” interni kurdi, vendono petrolio a tutti pur di far cassa; così come fa l’Isis, che si impossessa dei pozzi e ne trae vantaggio immediato alimentando un mercato nero sempre più grande. Un gioco assai complesso che potrebbe avere conseguenze devastanti.

LE TRIVELLAZIONI IN CORSO E PROPOSTE IN ITALIA (MAPPA DELLA LEGAMBIENTE DEL 2013)
LE TRIVELLAZIONI IN CORSO E PROPOSTE IN ITALIA (MAPPA DELLA LEGAMBIENTE DEL 2013)

   Su questo contesto petrolifero, energetico, globale, si può auspicare quel che di fatto sembra avvenire: una diversificazione di fonti di approvvigionamento così larga da poter evitare situazioni di impossibilità di mancanza di rifornimento energetico. Non va trascurato, in questo senso, che vi sono anche fonti energetiche non inquinanti che si stanno facendo avanti (come la crescita del solare), autoprodotte in loco. E questo ci sembra il messaggio vero da perseguire rileggendo gli articoli che vi proponiamo sulla complessità del momento, e di come la caduta del prezzo del petrolio non sia altro che una rappresentazione della necessità di avere il controllo della situazione geopolitica del pianeta, e perseguire una politica di mediazione verso la pace e la difesa da ogni aggressore (come l’Isis ora rappresenta). (s.m.)

……………………………………..

GUERRA DELL’ENERGIA: PETROLIO AI MINIMI

di Giulio Sapelli, da “il Messaggero” del 16/10/2014

– Crollano le Borse. Guerra dell’energia – Dove sta andando il mondo? Per tentare di comprenderlo aiuta l’andamento del prezzo del petrolio

   La quotazione del Brent, che funge da punto di riferimento per il prezzo globale del petrolio greggio non raffinato, sta cadendo rapidamente. Ieri (il 15 ottobre, ndr) ha toccato nuovamente 83 dollari il barile (a fine settembre quotava ancora 100 dollari) e le previsioni lo danno in ulteriore discesa. Gli economisti mainstream sostengono che CIO’ ACCADE PER EFFETTO DELL’ECCESSO DI OFFERTA PRODOTTO DALLA PERDURANTE CRISI ECONOMICA.

   Ciò è vero solo in parte. L’oligopolio petrolifero mondiale è profondamente diviso e sono le sue divisioni e non la teoria (a mio avviso un po’ infantile) delle imperfezioni del mercato a far crollare il prezzo dell’oil.

   Certamente il rallentamento dei Paesi emergenti, Cina in testa, ha la sua importanza; del resto, proprio la Cina è tra le cause della caduta delle principali commodities del mondo: i maiali cinesi mangiano meno e le industrie pesanti hanno meno bisogno dei minerali ferrosi e non ferrosi.

   Ma anche l’India, il Brasile, l’Indonesia e soprattutto l’Europa stanno vivendo una stagnazione secolare “da bunker”, per evocare il parallelo metaforico con Adolf Hitler asserragliato nel suo bunker mentre la Germania bruciava sconfitta.

   Quell’istinto primordiale di potenza stand alone, che qualche strascico ha lasciato nella Germania di oggi che non teme di affondare pur di non rinunciare alle sue convinzioni ordoliberiste, ebbene quell’istinto primordiale ora si ripresenta tra gli Stati wahabiti sunniti del Golfo.

   L’ARABAIA SAUDITA e il QATAR, infatti, stanno perseguendo una politica simile a quella del bunker. Ma con più spirito umano, ossia vergognandosi di perseguirla nicodemisticamente nel contesto delle triplici o quadruplici facce che la loro politica estera impone ai rispettivi governi. Dico ciò ricordando che gli stessi Stati semitribali aderiscono alla coalizione di Obama mentre contestualmente finanziano l’Isis e nel contempo ancora (nel campo petrolifero che qui ci interessa) rompono il fronte dell’Opec.

   Gli altri partner (VENEZUELA in testa e IRAN al suo fianco con una produzione potenziale stellare, seguiti dal grande reservoir dell’IRAQ) vorrebbero limitare la produzione sostenendo in tal modo il prezzo anche in presenza di un calo della domanda.

   I sauditi e i loro compagni del Golfo, pur profondamente divisi in merito a come condurre la guerra civile islamica contro gli sciiti (che dura da secoli, beninteso!), continuano invece a estrarre “a manetta”. La ragione? Vogliono tre cose.

   La prima: se il prezzo crolla, lo shale oil nordamericano tanto celebrato non diventa più conveniente, costando così tanto da non poter esser possibile estrarlo con profitto.

   Il secondo: se il prezzo crolla si tengono in pugno in un colpo solo tre avversari, anzitutto l’America, che dopo quarant’anni di alleanza con i sauditi ora dialoga con i peccatori sciiti negoziando sul nucleare; poi l’Iran, ossia la Persia da secoli avversaria degli arabi tutti e che ora minaccia i domini sauditi in ogni dove; infine la Russia, che con l’attivismo del ministro Sergej Lavrov e la mediazione vaticana ha fatto barriera su Assad in Siria, rafforzando di fatto (mentre tutto sprofonda) il potere sciita, statuale e non.

   Su tutto si staglia l’Iraq e la sua potenza petrolifera ora sostenuta (ironia della storia) dai kurdi, da un lato, che vendono petrolio anche ai loro nemici pur di fare cassa, così come fa dall’altro lato l’Isis, che si impossessa dei pozzi e ne trae vantaggio immediato alimentando un mercato nero sempre più immenso.

   Insomma, un gioco assai complesso che potrebbe avere conseguenze devastanti e che si svolge sotto il velo degli indici e dei prezzi, peraltro contribuendo a determinarli, in un’apparenza di normalità che sconcerta.

   Di fronte a tutto ciò, è quantomeno improprio continuare a parlare di mercato. Soprattutto, è opportuno che ai piani alti dei governi si cominci a fare i conti anche con questa nuova realtà. (Giulio Sapelli)

…………………………..

PERCHÉ AFFONDA IL PREZZO DEL PETROLIO?

di Luigi Grassia, da “la Stampa”, 16/10/2014

– PERCHÉ LA CRISI ECONOMICA HA RIDOTTO IL BISOGNO DI ENERGIA, E LE NUOVE TECNICHE DI ESTRAZIONE HANNO INONDATO IL MERCATO DI SHALE OIL – Nel 2008, quando la Cina aveva una sete inesauribile di petrolio e l’economia globale correva, si sono programmati investimenti e ricerca per estrarne di più. Ma sono operazioni a lungo termine, e ora che quel greggio arriva sui mercati, non serve più – Per gli esperti il prezzo è stato gonfiato dalla speculazione… –

   Il crollo della Borsa ha fra le sue cause il prezzo del petrolio che va giù e fa perdere punti ai titoli dell’energia. Ma questo pone due problemi di interpretazione.

1) Di solito, se ci sono crisi geopolitiche in zone delicate per il petrolio e il gas (come sta succedendo adesso in IRAQ, SIRIA e UCRAINA) il prezzo del barile sale, non scende.

2) Se il prezzo del petrolio scende, tutte le altre azioni, escluse quelle dell’energia, avrebbero spazio per salire, perché si prospettano mesi o anni di energia a buon mercato che favorisce la ripresa economica. E invece tutti giù per terra con il petrolio. C’è qualcosa che non quadra.

Perché il greggio si deprezza?

Una tensione al ribasso sui prezzi del petrolio e del metano viene dai NUOVI IDROCARBURI «SHALE» che hanno enormemente aumentato l’offerta mondiale. Ma fanno la loro parte anche gli idrocarburi convenzionali. «Nel 2008 il barile era a 150 dollari e la sete di greggio della Cina, in pieno boom, sembrava infinita» dice MASSIMO SIANO (di ETF SECURITIES), che a Londra negozia titoli sul petrolio e le materie prime. «Tutte le compagnie hanno fatto investimenti enormi in trivellazioni, con la certezza di essere remunerate. Ma negli idrocarburi ci vogliono 6 o 7 anni prima di raccogliere i frutti degli investimenti. Dal 2008 a oggi è passato il tempo giusto a inondare il mercato di nuovo greggio, come sta succedendo ora. Da qui una concausa del ribasso dei prezzi».

Ma perché il crollo proprio ora?

Rafforza il concetto DAVIDE TABARELLI, presidente di NOMISMA ENERGIA: «In Medio Oriente ci sono zone dove estrarre il greggio costa meno di 10 dollari al barile. Io sostengo che il prezzo sia troppo alto fin da quando ha superato i 40 dollari, e adesso siamo a 85. Ancora troppo». Ma perché il mercato se n’è accordo solo adesso? Semplicemente perché, secondo Tabarelli, «la finanza ha deciso di prenderne atto all’improvviso, come fa sempre. I soldi devono pur andare da qualche parte e per anni si è speculato al rialzo sul petrolio. Adesso si vende, poi quando i prezzi saranno allettanti la finanza ricomincerà a comprare, senza che la svolta sia giustificata da qualcosa successo nel frattempo. Va sempre così».

La guerra in Ucraina ha un ruolo?

Tabarelli concede che qualche evento giustifica in parte la svolta del mercato, sia pure senza determinarla. «La Russia ha vinto la guerra in Ucraina. È così, secondo i mercati. In estate, quando Kiev era al contrattacco, il petrolio un po’ rincarava. Ma l’offensiva è fallita, e gli investitori non credono più che ci possa essere una rivincita ucraina. La guerra è finita e il greggio va giù. Quanto all’Iraq e alla Siria, per i mercati, che sono cinici, si tratta di guerricciole: tanti poveri morti, ma solo pochi e vecchi pozzi coinvolti».

L’Arabia manovra il mercato?

Nessun credito all’ipotesi, diffusa sui mass media, che l’Arabia Saudita manovri la caduta dei prezzi per mandare fuori mercato gli idrocarburi «shale» (che hanno un costo di produzione di 65 dollari) o per deprezzare il greggio russo e quindi danneggiare Putin: dice Tabarelli che «quando l’Opec contava, produceva 32 milioni di barili su 60 nel mondo. Oggi sono solo 30 su 95, di cui 9,5 sauditi. No, quando l’Arabia dice che “il prezzo giusto del petrolio è fra 70 e 80 dollari” non determina il mercato, si limita a constatare che questo dicono i fondamentali. Anzi è già fin troppo, secondo me».

Che fare con i titoli dell’energia?

Massimo Siano invita a distinguere: «Quando le quotazioni sono in calo, lo speculatore vende oggi a 15 con la speranza di ricomprare in seguito lo stesso titolo a 10. Anche il piccolo risparmiatore può fare così, se vuole. Ma se invece segue la logica del cassettista, e tiene conto di quello che varrà fra cinque anni il titolo che oggi sta perdendo punti, farebbe bene a non vendere. Perché tutti i titoli dell’energia che in questi giorni precipitano hanno un forte valore a lungo termine, e anzi possono rimbalzare anche a breve».

Come mai? «Prendiamo quelli delle aziende che costruiscono infrastrutture per l’energia. Sono dei gioielli tecnologici italiani, con ricchi contratti in tutto il mondo. Costruiranno le reti dello shale gas e dello shale oil, faranno utili e dividendi». L’investitore coraggioso dovrebbe comprare, quando penserà che le quotazioni abbiano toccato il fondo. Quanto alle azioni degli altri comparti, Siano prevede «un recupero generale grazie anche al basso costo dell’energia, che favorirà la crescita». La «triste scienza» dell’economia a volte può anche regalare speranze. (…)

……………………….

IL PREZZO DEL PETROLIO E IL CALIFFO CONTRABBANDIERE

di Marzio Galeotti e Alessandro Lanza, 17/10/2014, da LA VOCE.INFO (www.lavoce.info/)

– Il prezzo del petrolio cala nonostante i vari focolai di crisi in Medio Oriente. L’Isis, per ora, non ha interesse a distruggere gli impianti perché ottiene finanziamenti importanti dal contrabbando di greggio. E la domanda è debole, mentre il Nord America si avvia verso l’autosufficienza. –

LO SCENARIO MEDIO-ORIENTALE

La situazione politica del Medio Oriente è sempre stata legata a doppio filo con l’andamento del prezzo del petrolio. Il momento attuale in quell’area è piuttosto complesso: un CONFLITTO IN SIRIA che, nato sull’onda della primavera araba nel 2011, si è trasformato rapidamente in una guerra civile in cui alla proteste organizzate per spingere alle dimissioni il presidente Assad si è sostituito un conflitto più ampio, che vede coinvolte molte potenze dell’area oltre a milizie di varia natura.

   Non meno intricata è la SITUAZIONE IN LIBIA. Il paese, che aveva abbozzato una transizione democratica nell’immediato post-Gheddafi, si ritrova a dover fronteggiare una guerra fra milizie, fazioni e bande, il cui risultato finale è al momento imprevedibile. E questa analisi potrebbe proseguire con l’EGITTO o con l’infinita CRISI ISRAELO-PALESTINESE.

   In queste settimane il palcoscenico è però monopolizzato dai miliziani dell’ISIS, una vera e propria GALASSIA DEL TERRORE che negli ultimi dieci anni ha assunto nomi e leadership diverse, ma che oggi, complice anche una straordinaria efferatezza, polarizza l’attenzione dei media di tutto il mondo. Alcuni osservatori hanno voluto vedere una certa incoerenza tra l’attività dell’Isis nell’area e, più in generale, la situazione di perdurante incertezza rispetto alla dinamica del prezzo del petrolio. Sembra quasi che il mercato viva un momento di contraddizione nell’assenza di una spiegazione tra le crisi in atto e la riduzione del prezzo del petrolio che si registra sui mercati internazionali.

DOMANDA E OFFERTA

A guardare con attenzione, tuttavia, la contraddizione può essere, se non risolta, almeno chiarita. Tre sono gli elementi principali. In questo momento il mercato è certamente lungo, ovvero gli investimenti in upstream fatti negli anni passati, e dunque il flusso di produzione che ne consegue, cozzano con una dinamica della domanda estremamente debole.

   La crisi economica prolungata si fa sentire sul mercato mondiale del petrolio, se è vero che il tasso di crescita 2014 su 2013 potrebbe essere intorno all’1 per cento o poco più. Si accentua perciò la discesa delle quotazioni del petrolio che, oltre a una domanda stagnante, scontano anche l’aumento dell’offerta. Nella settimana chiusa al 3 ottobre gli Stati Uniti hanno raggiunto la produzione più elevata dal 1986, mentre l’Opec, che fornisce circa il 40 per cento del greggio mondiale, sta aumentando a sua volta l’output (ai massimi dal 2013) in virtù della crescente concorrenza tra i Paesi membri per guadagnare quote di mercato. Due giorni fa l’Iea (International Energy Agency) ha rivisto al ribasso le stime di domanda globale di petrolio: ci si aspetta una crescita al ritmo più basso dal 2009, complice l’accentuata debolezza del quadro economico

figura 1
figura 1

UNA FONTE DI FINANZIAMENTO PER L’ISIS

La distruzione delle infrastrutture petrolifere da parte dell’Isis è stata minima. Da una parte, quel movimento non ha ancora preso il controllo degli impianti presenti nel sud dell’Iraq: la maggior parte dei campi petroliferi sono intorno a BASSORA, tra l’Iran e il Kuwait, e al momento non pare probabile che l’Isis possa dilagare in tutto il paese.

   Dall’altra, l’Isis non sembra voler attaccare direttamente i centri di produzione di petrolio del nord, in territorio curdo, da cui peraltro passa solo il 10 per cento circa delle recenti esportazioni irachene di greggio (figura 2 e 3). La ragione di ciò sta probabilmente in un dato assolutamente non trascurabile: IL CONTRABBANDO DI PETROLIO, CHE RAPPRESENTA UNA DELLE PRINCIPALI FONTI DI FINANZIAMENTO PER IL GRUPPO TERRORISTICO.

   La principale voce di entrate nel bilancio Isis (circa 100 milioni di dollari al mese) deriva infatti dalla vendita del petrolio curdo, passando per la Turchia, ironicamente proprio al satrapo siriano, colpito dalle sanzioni internazionali. SUL CONFINE FRA IRAQ, TURCHIA E SIRIA OPERANO, secondo le più recenti stime, OLTRE 200 AUTOBOTTI CHE TRASPORTANO GREGGIO (e in parte prodotti) VERSO LA SIRIA.

   Le vie dell’esportazione clandestina erano ben note ed erano state utilizzate dalla resistenza curda già ai tempi di Saddam. E non è un caso che i principali obiettivi dell’aviazione statunitense siano state le raffinerie che costituiscono il vero fulcro della vicenda perché l’esportazione del greggio, e non dei prodotti, pone una difficoltà in più agli uomini dell’Isis.

   Tra le linee di credito non certo trasparenti di Isis, le meno opache sono quelle che provengono dal traffico illegale di petrolio. E questa attività di contrabbando  – se ce ne fosse ancora bisogno – ci spiega ancor di più quanto controverso, contraddittorio e incomprensibile sia il nostro mondo.

figura 2
figura 2

L’ORO NERO DEGLI USA

CONTINUIAMO AD ASSISTERE A UNA CRESCITA DELLA PRODUZIONE DI GREGGIO SENZA PRECEDENTI NEL NORD AMERICA E NEGLI USA IN PARTICOLARE. Secondo l’Iea, entro la fine del decennio, il Nord America avrà la capacità di diventare un esportatore netto di liquidi petroliferi. Gli Stati Uniti non sono più legati in modo così stretto alle importazioni del petrolio medio-orientale e senza dubbio il BOOM dello SHALE GAS e del TIGHT OIL ha rappresentato un vero cambiamento di rotta.

   Grazie a questi incrementi di produzione interna, gli Stati Uniti non sono più vulnerabili come lo erano un tempo: nel corso di quest’anno importeranno circa 6,5 milioni di barili al giorno. È lo stesso livello che avevano registrato venti anni fa, cui però seguì una escalation progressiva che ha toccato il massimo nel 2005 con oltre 10 milioni di barili al giorno.

   Inoltre, sul lato dei costi, il momento favorisce gli Stati Uniti e sfavorisce al contempo Cina ed Europa. Da un lato, nessun paese al di fuori degli Stati Uniti offre il mix unico di caratteristiche sopra e sotto terra che hanno reso possibile il boom del fracking.

   Dall’altro, con il prezzo denominato in dollari, e un dollaro così forte, il mercato petrolifero diventa costoso per i mercati non americani e per l’Europa in particolare. Si sa che il prezzo del petrolio è determinato dai cosiddetti fondamentali. E questi ci narrano oggi una situazione di offerta abbondante e di una domanda debole.

   Ma il petrolio è una merce ormai molto finanziarizzata. Nel breve periodo il suo prezzo risente perciò anche delle aspettative di possibili repentini cambiamenti nella struttura dell’offerta, tipicamente innescati da eventi geopolitici nelle regioni più sensibili di produzione che possono determinare delle disruptions. Quando queste non sono immediatamente probabili, come sembra dimostrare la tattica dell’Isis nei confronti del petrolio nord-iracheno, ecco che allora il prezzo internazionale del petrolio può calare, nonostante lo stato di acuta belligeranza in quella sensibilissima e martoriata zona del mondo. (Marzio Galeotti e Alessandro Lanza)

figura 3

……………………………

SHALE OIL, TIGHT OIL, TAR SANDS: GLI IDROCARBURI NON CONVENZIONALI

da www.greenstyle.it/

   Parallelamente al gas non convenzionale, comunemente detto shale gas o gas di scisto in italiano, negli ultimi anni l’industria petrolifera si è buttata sul grande business del petrolio non convenzionale. Sulla stampa, di settore e non, hanno iniziato a circolare termini come “OIL SHALE”, “SHALE OIL”, “TIGHT OIL” e “TAR SANDS”. Sulle testate generaliste, o in articoli poco approfonditi e assai superficiali, tutti questi termini sono stati accostati frettolosamente alla parola “fracking“, che indica la tecnica della fratturazione idraulica ad alta pressione con solventi chimici e trivellazioni orizzontali.

   In realtà, però, le parole “oil shale”, “shale oil”, “tight oil” e “tar sands” non sono affatto dei sinonimi e non tutti gli oli non convenzionali richiedono l’uso del fracking per la loro estrazione. Per ragionare di idrocarburi non convenzionali, quindi, si deve partire dalle definizioni.

Oil shale, shale oil, tight oil e tar sands: definizioni

OIL SHALE

Con il termine “oil shale”, in italiano scisto bituminoso si intende UN SEDIMENTO DI CHEROGENE, detto anche KEROGENE: MATERIALE ORGANICO DEPOSITATOSI IN MILIONI DI ANNI NEL SOTTOSUOLO IN SEGUITO ALLA DECOMPOSIZIONE DI ALGHE, PLANCTON O ALTRA MATERIA ORGANICA. Visto che può derivare da centinaia di fonti, il cherogene non è mai uguale a sé stesso: non è una sostanza vera e propria, ma un mix di sostanze di origine organica.

SHALE OIL

Lo shale oil non è altro che IL CHEROGENE TRASFORMATO IN PETROLIO. La maggior parte di cherogeni, al loro interno, contengono idrocarburi liquidi o gassosi. Ma il cherogene in sé è di solito allo stato solido e compatto e, per estrarre petrolio dallo scisto-cherogene, è necessario sottoporlo a complesse procedure chimiche: DAL CHEROGENE si produce BITUME, dal bitume PETROLIO PESANTE. In altre parole: lo shale oil non si estrae dal sottosuolo ma SI PRODUCE IN RAFFINERIA, partendo dall’oil shale.

Questo vuol dire, tra le altre cose, che LO SHALE OIL È ECOLOGICAMENTE, ECONOMICAMENTE ED ENERGETICAMENTE MOLTO PEGGIORE DEL PETROLIO CONVENZIONALE. Per produrlo, infatti, serve un costoso processo chimico con pesanti ripercussioni ambientali. Processo che, per di più, comporta un dispendio di energia. Un litro equivalente di shale oil, quindi, rende molta meno energia netta di un litro di petrolio vero.

TIGHT OIL

Il tigh oil è quello che comunemente, ed erroneamente, viene chiamato “shale oil”. Con tight oil si intende UN TIPO DI PETROLIO INTRAPPOLATO NELLE ROCCE O NELLE ARGILLE, che viene estratto in maniera molto simile allo SHALE GAS: si raggiunge il giacimento di tight oil con la trivellazione orizzontale e poi si procede alla sua estrazione con esplosivo e fratturazione idraulica, il famoso FRACKING.

TAR SANDS

Le tar sands, o SABBIE BITUMINOSE, non sono altro che SABBIE IMPREGNATE DI PETROLIO MISTO AD ACQUA E ARGILLA. A differenza di tutti gli altri idrocarburi, convenzionali e non, che vanno ricercati ed estratti a migliaia di metri di profondità LE SABBIE BITUMINOSE SI TROVANO QUASI IN SUPERFICIE: in CANADA, maggior produttore al mondo di questo tipo di petrolio, si trovano a meno di cento metri dalla superficie.

Il PETROLIO che impregna queste sabbie è di solito molto denso, viscoso e DI SCARSA QUALITÀ. Sostanzialmente non differisce molto dal bitume e va estratto dalla sabbia con un processo chimico-meccanico: tramite un lavaggio delle sabbie con acqua o aria calda, solventi e soda caustica si stacca il bitume e lo si separa dal resto del materiale agitandolo. Con questa tecnica si riesce a estrarre circa un barile di bitume (e quindi molto meno di petrolio) da due tonnellate di sabbie bituminose.

Un metodo di estrazione del petrolio dalle tar sand con una rendita molto maggiore, ma che è anche molto più lento e costoso, è la Cyclic Steam Stimulation (CSS): si pompa vapore a 350 gradi sulle sabbie per un periodo di diverse settimane direttamente nel giacimento; poi si fa raffreddare la sabbia, che inizia a rilasciare il petrolio che scende verso il basso. Infine il petrolio viene pompato per l’estrazione vera e propria. Con questo metodo si usa molta più energia, ma non servono solventi chimici aggressivi.

Una evoluzione del CSS è lo Steam Assisted Gravity Drainage (SAGD), un metodo che accoppia il precedente alle trivellazioni orizzontali. Si fanno due trivellazioni nel giacimento, una quasi in superficie e un’alla base, e si pompa vapore dal foro in alto. Il vapore fonde il bitume intrappolato nella sabbia facendolo percolare verso il basso, dove verrà intercettato dalla seconda trivellazione che serve appunto per pomparlo in superficie.

Con questo metodo si riesce a estrarre oltre il 60% del bitume presente nel giacimento, con un costo economico ed energetico molto inferiori al CSS. Ma comunque ben più alti di quelli tipici dell’estrazione del petrolio convenzionale nei giacimenti sotterranei.

Altri metodi di estrazione prevedono l’uso massiccio di solventi chimici e una o più delle tecniche già descritte ma, in ogni caso, una volta estratto il bitume esso va lavorato in raffineria per ripulirlo dallo zolfo e da altre impurità. Al costo economico ed energetico dell’estrazione, quindi, vanno sommati quelli del trasporto e della raffinazione.

SULLE SABBIE BITUMINOSE DEL CANADA, e sui costi sociali, economici e ambientali della loro estrazione, hanno lavorato a lungo Debra J. Davidson (Associate Professor alla University of Alberta) e Michael Gismondi (Professor alla Athabasca University). Nel loro libro “Challenging Legitimacy at the Precipice of Energy Calamity” Davidson e Gismondi hanno pubblicato anche una serie di foto storiche e recenti relative a questa attività industriale che sono di grande aiuto per capire di cosa stiamo parlando. (…..)

LE RISERVE DI PETROLIO NON CONVENZIONALE

Tenendo presente la grande varietà di idrocarburi non convenzionali e i differenti metodi di estrazione, quindi, ogni stima su quali siano le reali riserve di tight oil, oil shale e tar sands e di quanto esse possano “rendere” realmente in petrolio equivalente è una stima destinata a essere facilmente smentita.

Usare una tecnica o un’altra può fare un’enorme differenza nella quantità di petrolio effettivamente estraibile dal sottosuolo o dalle sabbie bituminose. Spesso sono le stesse compagnie petrolifere a dichiarare minori, o maggiori, riserve di petrolio e gas non convenzionali per mere questioni fiscali.

Come mi spiegò nel 2005 il noto geologo Colin Campbell rispondendo assai gentilmente a una mia email in cui chiedevo lumi sulla differenza tra riserve “probabili” e “possibili”, “inattive”, “stimate”, “identificate” e “non scoperte” (tutti termini comunemente utilizzati dalle compagnie petrolifere nei loro report), la situazione è molto complessa.

Difficilmente potrei spiegarla meglio di Campbell e, per questo, riporto le sue parole. Aggiungo solo che non si riferiscono esclusivamente al petrolio e al gas non convenzionale, ma anche a quelli convenzionali. Gli idrocarburi non convenzionali, però, da qualche anno sono inseriti nelle stime ufficiali delle compagnie petrolifere e persino delle organizzazioni internazionali, causando quello che io chiamo “balletto delle riserve”: la quantità di petrolio e gas nei giacimenti sale o scende a seconda delle tecnologie prese in considerazione dai vari studi.

>> Leggi l’approfondimento sulle stime delle riserve di petrolio e gas

LE RISERVE SPIEGATE DA COLIN CAMPBELL

Questi sono, in sintesi, i passi principali per la messa in produzione di un giacimento:

– gli esploratori, ovvero i geologi, elaborano un prospetto iniziale del giacimento e fanno una stima scientifica delle sue possibili riserve basato su una prima mappatura della sua struttura e sui dati regionali, che non sono esatti;

– di solito devono esagerare le stime per assicurarsi il finanziamento della trivellazione del bacino, che inizialmente è praticamente sconosciuto. Queste sono informazioni riservate delle aziende, che non vengono pubblicate;

– se le prime trivellazioni del giacimento trovano petrolio, si sanno molte più cose sulle caratteristiche geologiche del bacino e sulle riserve d’idrocarburi che potrebbe contenere, ma è normale fare ulteriori trivellazioni per confermare l’estensione del bacino. A questo punto è normalmente possibile fare stime abbastanza precise delle dimensioni del bacino;

– se si decide di mettere il bacino in produzione la responsabilità passa in mano agli ingegneri che normalmente lavorano con metodologie passo dopo passo. All’inizio mettono in produzione la parte migliore del bacino, istallando le attrezzature necessarie. A questo punto è richiesto loro di fornire stime molto conservative al governo a fini fiscali, stime che vengono debitamente rese pubbliche;

– col passare del tempo gli ingegneri “sviluppano” il resto del bacino, annunciando periodicamente revisioni in alto delle riserve man mano che ogni fase della produzione viene completata;

– il bacino probabilmente conterrà un quantitativo maggiore o minore di petrolio di quanto le previsioni scientifiche del passo 1 avevano dichiarato.

   Questa è la situazione nel caso di un bacino off-shore, ad esempio un bacino del Mar del Nord.

Il caso di un bacino on-shore, ad esempio in Texas, è un po’ diverso: innanzitutto il bacino ha molti proprietari, ognuno che possiede una parte dello stesso bacino. Poiché non mancano gli speculatori la Securities & Exchange Commission (SEC) americana ha introdotto strette misure di sorveglianza su ciò che può essere riportato e dichiarato sulla quantità di petrolio presente nel giacimento. I dati che le compagnie devono consegnare alla SEC riguardano:

– Produzione provata: è una stima di quanto produrranno i pozzi già trivellati ottenuta basandosi sulla produzione giornaliera di tali pozzi;

– Produzione non sviluppata: è una stima di quanto potranno produrre ulteriori pozzi ancora non trivellati.

Inoltre vi sono le cosiddette riserve “probabili” e “possibili”, “inattive”, “stimate”, “identificate” e “non scoperte” che sono frutto di speculazioni non verificate sui bacini e non contano ai fini fiscali (la tassazione è solo sulla produzione).

   Evidentemente, in Texas o in posti del genere, le riserve dichiarate crescono man mano che vengono trivellati nuovi pozzi. È importante notare che le regole della SEC hanno il compito di impedire esagerazioni fraudolente delle stime, ma non impediscono affatto che vengano proposte delle caute sottostime.

   Consideriamo adesso le riserve dichiarate dall’industria internazionale. In pratica le grandi compagnie petrolifere dichiarano di possedere tante riserve quante ne servono per ottenere un soddisfacente risultato finanziario (per rassicurare il mercato), tenendosi da parte una considerevole quantità di riserve non dichiarate che possono poi dichiarare all’occorrenza per smussare le proprie performance commerciali quando è necessario. Ci sono inoltre ottime ragioni fiscali per sottostimare le riserve.

   Queste pratiche, però, sono oggi probabilmente finite perché le compagnie hanno ormai dichiarato completamente i loro stock di riserve non riportate. Inizialmente hanno tentato di nascondere questa situazione con le fusioni (che hanno reso difficile capire quanto petrolio non ancora dichiarato era presente nei bacini posseduti o gestiti dalle nuove società derivate dalle fusioni), ma adesso non si possono più nascondere.

   Per questo motivo è sbagliato proiettare nel futuro questa apparente crescita delle riserve: finiti gli stock, ci dovranno essere ulteriori scoperte per aumentare le riserve, non c’è più nulla da parte da dichiarare all’occorrenza. Ma le scoperte di nuovi giacimenti, specialmente di grossi giacimenti, si fanno sempre più rare.

(da www.greenstyle.it/)

………………………………

VIVERE SENZA PETROLIO

di Maurizio Ricci, da “la Repubblica” del 10/10/2014

   Presto, l’Europa non avrà più centrali elettriche. «Magari, non tutte quelle che ci sono oggi saranno scomparse fra 10 anni – precisano ad una delle più grandi banche globali, la svizzera Ubs – ma scommettiamo che non saranno sostituite». E, forse, non ci saranno più, o saranno molti di meno, i distributori di benzina.

   Il mondo dell’energia, come lo conosciamo, sta galleggiando su un gigantesco sommovimento. Avvertirlo oggi, nel tripudio per il boom dei nuovi metodi di trivellazione di SHALE OIL o SHALE GAS, non è facile. Ma i progressi della tecnologia che, da un lato, esaltano il futuro di gas e petrolio, dall’altro promettono di affondarlo.

   E l’inesorabile ticchettio dell’EFFETTO SERRA rischia di oscurarlo in un colpo. Gente dal naso fino avverte il cambio del vento. Gli analisti delle grandi banche – da Ubs a Barclays, da Citigroup a Hsbc, fino ai cervelloni della consulenza McKinsey – ma anche i superesperti internazionali della Iea (Ocse), i grandi investitori alla Rockefeller, fino ai grandi consumatori, tipo il gigante dei supermercati Walmart, sodali e amici da sempre di BIG OIL, ora ostentano freddezza, si tirano indietro: I ROCKEFELLER NON INVESTONO PIÙ NEL PETROLIO, WALMART ANNUNCIA IL PASSAGGIO DEI SUOI SUPERMERCATI AL 100 PER CENTO DI SOLARE. Persino la Lego abbandona la nave e rinuncia alla storica presenza (dagli anni ’60) sui “mattoncini” del logo della Shell per aderire a una campagna di Greenpeace contro le trivellazioni nell’Artico.

   L’incubo, per i grandi dell’energia, comincia con i NEGOZIATI PER IL CLIMA. Nelle stanze in cui si svolgono le interminabili trattative sulla lotta all’effetto serra, c’è, infatti, un elefante che, finora, Big Oil è riuscito a tenere nascosto, ma che non può restare invisibile per sempre. Se, infatti, la temperatura media del pianeta non deve salire più di 2 gradi entro il 2050, pena catastrofe, come tutti dicono, BISOGNA RIDURRE LE EMISSIONI DI CO2 , ma, per ridurre le emissioni, i tre quarti delle riserve di petrolio che oggi ci sono sottoterra, devono restarci.

   Gli scienziati dell’IPCC, nell’ultimo rapporto Onu, sono chiari: se quelle riserve vengono estratte e bruciate, nelle auto o nelle centrali, il mondo è destinato a friggere. I soliti scienziati visionari, creduloni, malati di ecologismo? Niente affatto. Gli esperti della IEA, L’AGENZIA INTERNAZIONALE DELL’ENERGIA, filiazione dell’Ocse, l’organizzazione dei paesi industrializzati, cioè tecnici che vivono quotidianamente gomito a gomito con gli uomini di Big Oil, arrivano a conclusioni poco diverse: PER CENTRARE L’OBIETTIVO DEI 2 GRADI, BISOGNA RINUNCIARE AD USARE ALMENO IL 66 PER CENTO DELLE RISERVE DI PETROLIO, CARBONE, METANO.

   Gli analisti che hanno fatto di conto dicono che sono 28 mila miliardi di dollari di patrimonio che svaniscono. Quasi 20 mila solo per il petrolio. Finanziariamente, una catastrofe che, nei quartier generali dei grandi del petrolio, conta assai di più del riscaldamento del Pianeta.    Infatti, Exxon e Shell, ad esempio, hanno già detto ai loro azionisti che questa storia dei 2 gradi è fin troppo pompata e, comunque, il mondo di petrolio non può fare a meno. E hanno prodotto i loro numeri. Secondo la Exxon, nel 2040 la domanda di energia sarà soddisfatta per il 75 per cento da gas, petrolio e carbone, con le rinnovabili confinate al 5 per cento.

   Per la Shell, i combustibili fossili forniranno il 66 per cento dell’energia. Presto, dunque, bisognerà scegliere fra i numeri di Big Oil e quelli degli scienziati. CI AVVIAMO AD UNO SCONTRO EPOCALE FRA CAPITALISMO ED ECOLOGIA. In qualche modo, peraltro, lo scontro è già in corso. Le grandi compagnie petrolifere hanno avuto l’occasione di salire sul treno delle rinnovabili, ma se ne sono tenute lontane o l’hanno abbandonato in fretta.

   Al contrario, nel mondo, fra il 2000 e il 2008, l’investimento in combustibili fossili, nonostante le polemiche, è raddoppiato e, nel 2013, ha sfiorato i mille miliardi di dollari. Con risultati, peraltro, scarsi. Nonostante il boom del fracking e dello shale, i costi sono triplicati, ma la produzione complessiva è salita solo del 14 per cento. Nella disperata ricerca di riserve che, forse, domani si riveleranno inutilizzabili, le compagnie accettano di far produrre pozzi che, per rientrare della spesa, pretendono prezzi del greggio sempre più alti. Ormai, non meno di 80 dollari a barile di costo alla produzione e, spesso, fino a 120.

   Rischia di rivelarsi un vicolo cieco. NONOSTANTE LE SANZIONI ALLA RUSSIA E LA GUERRA IN MEDIO ORIENTE, PER LA PRIMA VOLTA DA DUE ANNI IL GREGGIO È STABILMENTE SOTTO I 100 DOLLARI A BARILE. Ieri, poco sopra quota 90. Colpa della crisi e della recessione, ma non solo.

   I tecnici della Iea prevedono che, ancora per qualche anno, la domanda di petrolio continuerà ad aumentare, ma perderà velocità prima del 2020. Si aspettano una svolta: «La crescita della domanda — hanno scritto questa estate in un rapporto — può iniziare a rallentare, per il combinarsi di alti prezzi del greggio, preoccupazioni ambientali e combustibili alternativi meno cari e più puliti, che risulteranno in una rinuncia al petrolio e in risparmi complessivi di combustibile».

   Niente picco della produzione e neanche picco della domanda di petrolio, precisano prudentemente, ma picco nella crescita della domanda sì. In termini più espliciti, I GRANDI DEL PETROLIO HANNO IL FIATO CORTO. Non l’accetteranno con un sorriso. Ma, per fare un esempio, se il mondo vuole rispettare il limite dei 2 gradi, nei prossimi cinque anni deve mettere per strada tre milioni di auto elettriche. Nei corridoi dei ministeri che decidono la politica dell’energia, a cominciare dagli incentivi, la partita sarà senza esclusione di colpi.

   I grandi dell’energia rischiano di vincere qualche battaglia, ma di perdere, alla fine, la guerra. Perché, SE I PROGRESSI DELLA TECNOLOGIA HANNO DATO LORO IL FRACKING, STANNO ANCHE FACENDO VOLARE LE RINNOVABILI. Smentendo Exxon e Shell, la IEA calcola che, già FRA QUATTRO ANNI, LE RINNOVABILI (COMPRESO L’IDROELETTRICO) SARANNO IL 25 PER CENTO DELLA PRODUZIONE GLOBALE di energia, superando l’ex grande promessa di ieri, il nucleare, ma anche il gas.

   A tirare la volata è soprattutto la CRESCITA ESPONENZIALE DEL SOLARE, in particolare quello dei pannelli che ogni famiglia può mettersi sul tetto. Il costo sta crollando, i risultati sono sempre migliori. La Iea stima che, nel 2050, il 25 per cento dell’elettricità sarà prodotta dal sole.

   Sembra ancora poco? Non per i bilanci aziendali. Spiegano gli esperti di McKinsey che, in un mercato dell’energia competitivo, in cui i prezzi non si possono manipolare, gli incassi delle compagnie crescono soprattutto grazie ai nuovi contratti. E, qui, le percentuali minuscole del solare sul totale dei consumi, diventano, già oggi, impressionanti, anche nel cuore dell’America ecoscettica: fino al 50 per cento dei nuovi consumi. In posti come Florida e Colorado, le aziende tradizionali devono prepararsi a perdere il 10 per cento degli utenti nel giro di pochi anni. Quanto basta per metterle in ginocchio. (Maurizio Ricci)

…………………………….

RIFKIN: “VIVERE SENZA PETROLIO? SARÀ UNA RIVOLUZIONE COME QUELLA DI INTERNET”

di Antonio Cianciullo, da “la Repubblica” del 10/10/2014

– Il presidente della Foundation on Economic Trends commenta senza stupore l’annuncio dei Rockefeller di uscire dal business delle trivelle –

   “Non è la fine del petrolio, è il tramonto di un’era. La società gerarchizzata, fortemente accentrata nel potere e nelle ricchezze, si sta lentamente sgretolando. E al suo posto comincia a prendere forma un modello a rete, in cui centinaia di milioni di persone producono l’energia che serve alle loro case e alle loro attività. È una rivoluzione sociale, non solo energetica“. JEREMY RIFKIN, presidente della Foundation on Economic Trends, commenta senza stupore l’annuncio dei Rockefeller di uscire dal business delle trivelle.

   “Non mi meraviglio perché chi alza lo sguardo vede i trend“, continua Rifkin. “La transizione dal sistema produttivo basato sui combustibili fossili a quello basato sull’internet dell’energia è in atto e sarà inarrestabile come lo è l’espansione dell’internet della comunicazione. I due modelli sono simili: si basano sul passaggio da una logica verticale, in cui pochi godono di molti benefici, a una logica orizzontale, in cui i vantaggi e la conoscenza vengono distribuiti“.

Eppure gli Stati Uniti stanno puntando molto sullo shale gas, non è un rilancio dei combustibili fossili sotto altra forma?

“È una bolla che scoppierà presto: non ci sono le condizioni per uno sfruttamento conveniente in larga scala di una risorsa che è molto diluita, costosa nell’estrazione e con procedure estrattive ad alto impatto ambientale”.

Se il passaggio al nuovo modello è inarrestabile, come spiega la crescita di tensioni, anche geopolitiche, attorno ai giacimenti di fossili?

“Dire che il processo è inarrestabile non significa dire che scorrerà sul velluto. Le resistenze sono forti. Ma sono forti anche le tensioni competitive tra gruppi e tra Paesi che si contendono la leadership delle nuove tecnologie. Le grandi agenzie internazionali sull’energia prevedono che tra breve le rinnovabili scalzeranno il dominio dei fossili, ma non dicono quali Paesi saranno tra i vincitori e quali tra gli sconfitti perché questa partita è ancora in corso”.

L’Italia, che lei frequenta spesso, sarà dalla parte dei vincitori o da quella degli sconfitti?

“L’Italia ha il sole ma non ha il solare, la Germania non ha il sole ma ha il solare. I segnali che sono venuti dagli ultimi governi sono scoraggianti: per permettere la rivoluzione tecnologica basata sulle fonti rinnovabili e sull’efficienza ci vogliono continuità di indicazioni, costruzione di infrastrutture, manovre coerenti. La Germania lo ha fatto e ne sta traendo grandi benefici, anche dal punto di vista occupazionale. L’Italia si è fermata a metà strada e sembra voler tornare indietro, più interessata alle trivelle che all’energia pulita: se non metterà a punto una filiera nazionale dovrà continuare a comprare all’estero gli strumenti necessari per avere energia”.

Nel libro che ha appena pubblicato, La società a costo marginale zero, lei parla di internet delle cose. Qual è il nesso con l’energia?

“Il nesso è forte. Da una parte abbiamo il costo marginale dell’energia che tende a zero perché, una volta pagati i costi di costruzione degli impianti, il sole è gratis e il vento non manda la bolletta. Dall’altra il modello internet ha varcato il muro della vita reale modificando logistica e convenienze energetiche: oggi puoi progettare in un luogo e realizzare gli oggetti in un altro con stampanti a 3d. Evitando trasporti, cioè consumi energetici e inquinamento “. (Antonio Cianciullo)

………………………….

ECCO L’ITALIA DELLE TRIVELLE, CHE PUÒ RADDOPPIARE LA PRODUZIONE DI PETROLIO

di Luigi Grassia, da “la Stampa” del 1/9/2014

   Il premier Renzi: “Ce n’è tanto in BASILICATA, sarebbe assurdo rinunciare” – Il decreto SBLOCCA-ITALIA aspira anche a essere un decreto SBLOCCA-TRIVELLE: come rivelato ieri da La Stampa, TOGLIE ALLE REGIONI IL POTERE DI VETO SULLA RICERCA E SULLA TRIVELLAZIONE DI POZZI DI PETROLIO E DI METANO.

   La Strategia energetica nazionale (Sen) vuole più che raddoppiare entro il 2020 l’estrazione di idrocarburi in Italia, fino a 24 milioni di barili equivalente all’anno (l’unità di misura che omogeneizza petrolio e gas naturale). Si ipotizzano «investimenti per 15 miliardi di euro, 25 mila nuovi posti di lavoro e un risparmio sulla fattura energetica nazionale di 5 miliardi all’anno». Inoltre è atteso un miliardo di euro extra di introiti fiscali annui.

   Una manna, in teoria. Ma altro petrolio e altro metano da sfruttare in Italia ci sono? Gli esperti dicono di sì, mentre resta in sospeso la volontà di trivellare. Ieri Matteo Renzi ha ribattuto alla richiesta di cambiare il decreto arrivata da Legambiente, che teme gravi rischi: «Abbiamo preso provvedimenti molto seri – ha detto il presidente del Consiglio -. Se c’è il petrolio in Basilicata (la Regione più promettente, ndr) sarebbe assurdo, in questo momento, rinunciarvi».

   Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, giustifica le speranze: «In Italia c’è una dorsale del petrolio e del gas che parte da Novara e poi si distende lungo l’Appennino fino in fondo alla Calabria e prosegue in Sicilia.

   Nel Mare Adriatico c’è una dorsale parallela offshore, da Chioggia al Gargano. La produzione potrebbe facilmente raddoppiare, proprio come prevede la Strategia energetica nazionale: basta perforare dove già si sa che gli idrocarburi ci sono. Invece è tutto bloccato». Incalza Giulio Sapelli, già nel consiglio d’amministrazione dell’Eni: «Per cercare petrolio e gas, una volta in Italia venivano fatte da 600 a 700 trivellazioni all’anno. Adesso soltanto 5. Si potrebbe tornare a fare molto di più».

   Ribatte l’ambientalista Ermete Realacci: «Ma una volta in Italia si costruiva anche l’Italsider di Taranto. So bene che la Saipem italiana è la migliore al mondo nelle trivellazioni. Ma non mi pare che possa essere lì il futuro del nostro Paese».

   UN PICCOLO SCEICCATO ITALIANO DEL PETROLIO È (O POTREBBE ESSERE) LA BASILICATA citata da Renzi. Questa regione estrae da sola 5 degli 11 milioni di barili nazionali ma ha risorse non sfruttate per altri 400 milioni di barili accertati (e i tecnici valutano un potenziale di un miliardo di barili). Tabarelli si scandalizza perché «in Basilicata è stata bloccata addirittura la ricerca dei giacimenti, dico la pura e semplice ricerca».

   Ma ANCHE SULLA LUCANIA c’è un contro-parere ambientalista: «Io ho lavorato nell’industria petrolifera» dice il geologo Mario Tozzi. «E c’ero anch’io quando in Basilicata è stata tirata fuori la prima “carota” con il greggio. I danni ambientali sono risultati subito evidenti».

   Poi c’è il CAPITOLO DEGLI IDROCARBURI NON CONVENZIONALI, i cosiddetti «SHALE», cioè da scisto, che in realtà possono essere contenuti anche in argille, ma non solo; per esempio è «non convenzionale» anche il metano che ristagna nei giacimenti di carbone, cioè il famigerato e temuto grisù che rischia sempre di far esplodere le miniere. Se ne trova in Toscana e in Sardegna, ma sullo sfruttamento del grisù, che pure è stato ipotizzato, anche Davide Tabarelli è scettico: «Spero che non se ne faccia niente».

   Invece Giulio Sapelli (ex Eni) sottolinea i pochi danni che fa all’ambiente lo «shale» quando si tratta di petrolio: «Si tratta solo di trivellare orizzontalmente, con dei robottini, i pozzi già trivellati verticalmente e considerati esauriti. I robot vanno a scovare il greggio che si era depositato diversamente e quindi non era stato raccolto al primo passaggio».

   Più problemi invece per lo «shale gas», che va estratto con una tecnica di frantumazione delle rocce con getti d’acqua e additivi chimici inquinanti. I tecnici dicono che l’impatto ambientale si può gestire, come si fa negli Stati Uniti (peraltro con polemiche) mentre l’Europa è frenata dai divieti. Tabarelli sottolinea che «persino dalla Polonia, lo Stato europeo più promettente per lo shale gas, l’Exxon, l’Eni e altre compagnie se ne sono già andate».

   Massimo Siano, di Etf Securities, sull’Europa non è ottimista: «In America gli idrocarburi “shale” non sono stati sviluppati dalle grandi compagnie, ma da operatori che dieci anni fa erano piccoli come Amazon agli esordi, adesso sono molto cresciuti, e fra dieci anni saranno dei giganti. In Europa questo non sta succedendo. E chi farà le infrastrutture per portare lo shale gas dalla Polonia, in concorrenza con le reti degli attuali oligopolisti europei? Nessuno. Quindi noi non avremo le Amazon europee dell’energia. E continuerà a crescere lo spread fra il Brent (il petrolio europeo, più caro) e il Wti americano. Così l’elettricità in Europa costerà di più, e questo frenerà la nostra crescita».

……………

LA MAPPA DELLE TRIVELLAZIONI IN ITALIA:

http://notizie.virgilio.it/gallery/trivelle-pozzi-petroliferi-in-italia-mappa.html#6

……………………

SBLOCCA ITALIA, ESECUTIVA LA NUOVA NORMA SULLE TRIVELLAZIONI

di Giacinto Carvelli, 14/9/2014, da http://www.ilquotidianoweb.it/ giornale della CALABRIA

– Ambientalisti contro Renzi: «Rischio boom di pozzi e piattaforme» – Pubblicato il decreto che contiene le nuove norme sull’estrazione di petrolio e gas. (…) –

   SI scrive decreto “Sblocca Italia ma si legge “sblocca trivelle”. E’ quanto sostengono le associazioni ambientaliste, che sono sul piede di guerra, dopo la pubblicazione, avvenuta ieri, del decreto. Ciò che gli ambientalisti temono è un vero e proprio assalto alla diligenza, con nuove piattaforme e nuovi giacimenti da cui estrarre barili e barili di greggio, petrolio e metano, oltre quello che già si produce, e che non sono certo modiche quantità.

MILIONI DI METRI CUBI ALL’ANNO – Basta pensare che attualmente vengono estratti 12.827.700 metri cubi standard all’anno, relative alle sole concessioni Eni (Ionica gas) e solo davanti alla costa crotonese. Il colosso energetico ha già sei piattaforme e 28 pozzi in produzione. Sempre di fronte a Crotone, altre richieste  sono arrivate dalla Northen Petroleum Ltd, per la riapertura di istanze già rigettate e  l’approvazione di alcune istanze di ricerca in Zona F, su zone marine molto estese. Altre richieste sono Shell Eni Norten Enel Longanesi Developments, Nautical petroleum. Altre richieste sono state avanzate sul litorale di alcuni comuni del cosentino.

IL NODO DELLE ROYALTY – A lanciare l’allarme sono soprattutto la Organizzazione lucana ambientalista e, naturalmente, il movimento No Triv. Nel mirino delle critiche degli ambientalisti, in particolare, ci sono i due articoli che si riferiscono agli idrocarburi, il 36 e il 38. Come sottolinea la stessa Ola, l’articolo 36 del decreto sblocca Italia è una sorta di specchietto per le ellodole. Per gli ambientalisti, si tratta solo di una promessa da parte del Governo che le royalty concesse ai territori proprio per le estrazioni degli idrocarburi, non rientrano nell’ambito del patto di stabilità. Questa restrizione, ad esempio, non ha consentito, finora, agli 8 comuni costieri del Crotonese, di ricevere le annualità arretrate delle royalty, che l’Eni ha già versato al ministero e che lo stesso ha girato alla Regione; quest’ultima, però, non le eroga, pur avendole già incassate, per non sforare il patto di stabilità.

LE REGIONI NON POSSONO PIU’ DECIDERE – L’articolo maggiormente ostaggiato dagli ambientalisti, però, è il 38. Si tratta di una norma che taglia fuori, completamente le Regioni, riportando in capo ai ministeri le autorizzazioni ambientali per le concessioni offshore. Nello specifico, per le concessioni sulla terra ferma, invece, il decreto fa riferimento a generiche “intese” con le Regioni interessate. La competenza, comunque, è attribuita al Ministero dello Sviluppo economico; le procedure autorizzative (Via) per istanze di ricerca, i permessi di ricerca. le concessioni, invece, ritornano ad essere di competenza del ministero dell’ambiente e non più alle Regioni, come in passato.

   La conseguenza è che, se le Regioni non applicano il decreto “Sblocca Italia” entro il 31 dicembre di quest’anno, lo farà il Governo, applicando i poteri sostituitivi. Il tutto in base alla dichiarata strategicità del settore energia, di cui il Govermo ha avocato a se tutti i poteri. Si tratta di parole al miele per le multinazionali, che hanno già presentato numerose autorizzazioni in tutto il mar Jonio. (Giacinto Carvelli)

…………………………..

SBLOCCA ITALIA E TRIVELLAZIONI, IL DECRETO PIÙ DELETERIO

di Maria Rita D’Orsogna, 14/10/2014, da http://www.ilfattoquotidiano.it/

   Il giorni 15 e 16 Ottobre cittadini da ogni parte d’Italia si sono ritrovati davanti a Montecitorio per manifestare la propria contrarietà al decreto legge 133 che il governo ha chiamato Sblocca Italia. Sui social network questo decreto è stato soprannominato in vari modi – Sblocca Trivelle, Blocca Intelligenza, e c’è anche la campagna “Blocca lo Sblocca Italia“, con adesioni da varie parti dello stivale alle giornate romane di metà mese.

   Come sempre nei decreti c’è un po’ di tutto e questo non fa eccezione – inceneritori, cementificazione, trivelle facili, e in questi giorni pure il miraggio di aggiustare Genova sommersa dal fango. Addirittura Renzi e compari vorrebbero risuscitare le trivelle nelle acque della fragilissima costiera campana, fra Capri, Ischia ed Amalfi. Come se non avessero già abbastanza problemi!

Leggo il decreto, e mi viene una profonda tristezza per questa nazione.

   Vorrei dire a tutti quegli incoscienti che ci governano che non hanno veramente capito niente. Sono quindici anni che vivo a Los Angeles e in questi quindici anni non passa giorno in cui non mi viene ricordato il potenziale dell’Italia. Film, cibo, cinema, macchine, vino. Tutti i santi giorni la si cita sul Los Angeles Times, nei negozi scintillanti, sulle riviste di viaggi, al cinema, per i matrimoni di persone famose in Italia. E’ il sogno italiano che si perpetua, da solo, senza nessuno che in Italia sappia ne proteggerlo ne usarlo per farci cose buone. Spero che duri a lungo, prima che distruggano tutto. Possibile che con tutto quello che si potrebbe fare di sano ed efficace in Italia non si riesce a far altro che buchi e industria pesante a vantaggio dei soliti noti, distruggendo la democrazia, en passant? E si, sono certa che tutte quelle cose di cui sopra potrebbero portare molto di più nelle casse italiane, soprattutto in un ottica di sviluppo duraturo e lungimirante.

   Ma perché questo Sblocca Italia è deleterio, secondo me almeno?

   Nelle intenzioni di Renzi, lo Sblocca Italia riconosce “il carattere strategico delle attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi e quelle di stoccaggio sotterraneo di gas naturale, delineando quindi procedure chiare ma commisurate alla natura di pubblica utilità, urgenza e indifferibilità”

   Pubblica utilità, urgenza ed indifferibilità del petrolio. E l’indiferribilità della lotta alla corruzione? Alla mafia? Alle bonifiche dei territori malati? E l’indefferibilità del rilancio del turismo che ci vede crollare in tutte le statistiche? Alle rinnovabili? Alla ricerca? Alla difesa del territorio? Alla carta igienica nelle scuole?

Interessante poi che questo Sblocca Italia preveda che tutte le norme che difendano paesaggi ed ambiente possano essere scavalcate per opere di stoccaggio, trivellazione e compagnia varia. E se la terra è privata ed appartiene a qualcuno che non la vuole vendere perché non gliene importa niente della pubblica utilità petrolifera? Nessun problema, c’e’ l’esproprio!

   Lo Sblocca Italia prevede il “titolo concessorio unico” con cui sarà sufficiente una sola domanda per eseguire ricerche e sondaggi prima e trivellazioni permanenti dopo. Adesso ci vogliono almeno due permessi distinti. Lo Sblocca Italia cambia tutto questo in nome della semplicità. E che importa se fra i due eventi sono passati anni e magari le realtà territoriali sono cambiate? Interessante anche che se i progetti petroliferi comportano una “variazione degli strumenti urbanistici, il rilascio dell’autorizzazione ha effetto di variante urbanistica“.

   L’autostrada autorizzativa dunque.

   E chi darà questo titolo concessorio unico? Prima dello Sblocca Italia erano le regioni a decidere sulle trivellazioni in terra e Roma in mare. Adesso sarà Roma a decidere su tutto, una sorta di “ghe penso mi” di sapore berlusconiano. E’ evidente che questo non può essere costruttivo, perché centralizzando le decisioni zittisci le comunità a livello locale e impoverisci la democrazia. Ed è pure evidente che a Roma c’è molto più spazio per inciuci, lobby, calcoli e magna-magna a porte chiuse.

   Probabilmente ai governanti da fastidio che in questi anni abbiamo imparato a protestare e a far sentire la propria voce e quindi, invece di ascoltare e di rispettare le preoccupazioni dei residenti, si decide semplicemente di uccidere la partecipazione popolare. Tutto questo in barba a tutte le leggi europee che impongono la trasparenza e che ci siano canali affinché il pubblico possa dire la propria. Come dire, dove non arriva la propaganda dei petrolieri, arriva la man forte di Roma.

   Ma niente paura: “tutto verrà fatto nel rispetto del principio di leale collaborazione con i diversi livelli territoriali, nonché del principio costituzionale di tutela dell’ambiente.”

   In tutto questo ci sono però buoni segnali: spronati da cittadini, vari comuni e regioni hanno espresso la propria contrarietà allo Sblocca Italia, in maniera bipartisan e vari senatori hanno chiesto emendamenti per evitare scempi. (….) (Maria Rita D’Orsogna)

………..

Vedi il dossier 2013 “per un pugno di taniche”:

http://www.legambiente.it/contenuti/dossier/un-pugno-di-taniche

trivellazioni possibili in mare (da legambiente 2013)
trivellazioni possibili in mare (da legambiente 2013)
Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...