GLI OMBRELLI DI HONG KONG e le PROTESTE DEI GIOVANI – Primavere arabe semifallite, disoccupazioni giovanili nei paesi occidentali, stati pseudo-islamici nati specie contro la libertà delle giovani donne: NON E’ UN MONDO PER GIOVANI, la contemporaneità sembra a loro sfavore in ogni luogo geografico del pianeta

MESSAGGI SU OMBRELLI A SOSTEGNO DELLA PROTESTA A HONG KONG
MESSAGGI SU OMBRELLI A SOSTEGNO DELLA PROTESTA A HONG KONG

    Parliamo di Hong Kong e delle proteste giovanili che si sono verificate (si stanno verificando) in queste settimane e mesi, perché è un fenomeno di grande interesse per la protesta così originale, nonviolenta, fortemente giovanile, e a nostro avviso di rilevanza geopolitica in quell’area asiatica dominata dalla Cina.

HONG KONG, mappa (da IL POST.IT)
HONG KONG, mappa (da IL POST.IT)

   Ricordiamo che HONG KONG è una delle due Regioni Amministrative Speciali della Cina. La Cina è suddivisa in province, regioni autonome e municipalità, ma appunto ha anche due “regioni amministrative speciali” che sono HONG KONG e MACAO (Macao si trova ad ovest di Hong Kong). Le due regioni amministrative speciali sono state costituite nel 1997 e nel 1999 quando la sovranità delle due entità venne trasferita alla Repubblica Popolare Cinese rispettivamente dal Regno Unito e dal Portogallo (Macao, ex colonia portoghese, si trova immediatamente a ovest di Hong Kong).

HONG KONG - L’ex colonia britannica, oggi REGIONE AUTONOMA SPECIALE DI HONG KONG (HKSAR, che include l'isola omonima, KOWLOON, l'ISOLA di LANTAU e i NUOVI TERRITORI) è una delle più importanti piazze finanziarie al mondo, gode di una serie di privilegi politici, sociali ed economici che la Cina continentale non ha. Tuttavia, il suo complesso sistema politico determina inevitabilmente un esecutivo fedele a Pechino. Ciò la rende una democrazia monca. (da Limes, Giorgio Cuscito, 11/7/2014)
HONG KONG – L’ex colonia britannica, oggi REGIONE AUTONOMA SPECIALE DI HONG KONG (HKSAR, che include l’isola omonima, KOWLOON, l’ISOLA di LANTAU e i NUOVI TERRITORI) è una delle più importanti piazze finanziarie al mondo, gode di una serie di privilegi politici, sociali ed economici che la Cina continentale non ha. Tuttavia, il suo complesso sistema politico determina inevitabilmente un esecutivo fedele a Pechino. Ciò la rende una democrazia monca. (da Limes, Giorgio Cuscito, 11/7/2014)

   Ma concentriamoci sulla prima, al centro della contestazione e protesta studentesca. HONG KONG è una METROPOLI di quasi SETTE MILIONI DI ABITANTI su un’area di 1.100 CHILOMETRI QUADRATI, il che fa della città una delle aree più densamente popolate al mondo.

   Esiste urbanisticamente ad Hong Kong una (a nostro avviso virtuosa) separazione netta fra aree naturali e aree urbanizzate: e dove si è urbanizzato si è sfruttato ogni metro quadrato. E così ci sono grattacieli ovunque. E raramente sono grattacieli singoli, più spesso sono gruppi di cinque, dieci e talvolta più grattacieli, tutti uguali.

MAPPA DI HONG KONG CON I SUOI 18 DISTRETTI (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)
MAPPA DI HONG KONG CON I SUOI 18 DISTRETTI (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Come detto in base ad accordi internazionali, nel 1997 la città passò da essere una delle ultime colonie britanniche a far parte della Cina. L’ex colonia britannica, oggi Regione autonoma speciale di Hong Kong (HKSAR, che INCLUDE L’ISOLA OMONIMA, KOWLOON, L’ISOLA DI LANTAU e I NUOVI TERRITORI) è una delle più importanti piazze finanziarie al mondo, gode di una serie di privilegi politici, sociali ed economici che la Cina continentale non ha. In base alla formula YIGUO LIANGZHI (UN PAESE, DUE SISTEMI), che regola il rapporto tra Pechino e la regione, il sistema capitalista della Hksar dovrà essere mantenuto INALTERATO FINO AL 2047. In questo modo il governo centrale si assicura il consenso dell’élite economica, tycoon locali, liberi professionisti, proprietari terrieri e categorie lavorative che beneficiano del mantenimento dello status quo.

   Su decisione della leadership cinese, nel 2017 gli hongkonghesi eleggeranno a suffragio universale il CHIEF EXECUTIVE (il capo di governo della regione) da una lista di due o tre candidati selezionati da un nominating committee: di fatto un accordo da elites economiche e finanziarie di questa regione metropolitana e il governo centrale cinese, entrambi per il reciproco tornaconto di controllo del potere economico e politico. UNA CONDIZIONE CHE I GIOVANI STUDENTI OGGI IN STRADA NON INTENDONO ACCETTARE.

HONG KONG, scontri nella "RIVOLTA DEGLI OMBRELLI"
HONG KONG, scontri nella “RIVOLTA DEGLI OMBRELLI”

   Le proteste sono iniziate in modo evidente e con una manifestazione svolta continuativamente in più giorni e notti dal 26 settembre scorso: ci sono state grandi manifestazioni, con migliaia di persone che hanno occupato piazze e strade per chiedere libere elezioni al governo cinese; e la polizia che ha aperto scontri con feriti e arresti, ma in un contesto dove i manifestanti si caratterizzano per un atteggiamento pacifico, nonviolento. Per dire: tanti manifestanti hanno dormito sui marciapiedi e nelle piazze, e poi hanno ripulito le strade dai rifiuti… tanto che vengono chiamati i “dimostranti più educati”. Questa gentilezza verso gli altri e la loro città  rende evidente il carattere non violento del movimento. Ma questo preoccupa ancor di più il governo filo-cinese che c’è adesso ad Hong Kong, e le autorità centrati cinesi.

   C’è chi teme che la situazione possa degenerare (cosa che finora non è accaduto) e che la repressione, finora esercitata dalla polizia locale, possa andare nelle mani ben più dure dell’esercito cinese (nessuno ha dimenticato “PIAZZA TIENANMEN”, la protesta in quella piazza di Pechino avvenuta dal 15 aprile al 4 giugno 1989, che si chiuse in quel giorno di giugno con il massacro degli studenti da parte dell’esercito cinese: la Croce Rossa disse che ci furono 2.600 morti).

“In una delle innumerevoli variazioni grafiche — hanno fatto un concorso per il logo dell’ombrello, con risultati fantastici — c’è un ragazzo con l’ombrello aperto sulla testa che fronteggia la colonna dei carri armati: è una citazione del 4 GIUGNO 1989 della TIENANMEN, e fissa una parentela con QUEL MERAVIGLIOSO GIOVANE DI PECHINO CHE IPNOTIZZÒ LA FILA DI TANK COL SUO SACCHETTO DI PLASTICA IN MANO. Così è toccato alla Cina di offrire due immagini delle migliori della storia contemporanea: il giovane che ballava davanti al carro armato nell’89, e i ragazzi degli ombrelli nel 2014” (A. Sofri, da “la Repubblica”)
“In una delle innumerevoli variazioni grafiche — hanno fatto un concorso per il logo dell’ombrello, con risultati fantastici — c’è un ragazzo con l’ombrello aperto sulla testa che fronteggia la colonna dei carri armati: è una citazione del 4 GIUGNO 1989 della TIENANMEN, e fissa una parentela con QUEL MERAVIGLIOSO GIOVANE DI PECHINO CHE IPNOTIZZÒ LA FILA DI TANK COL SUO SACCHETTO DI PLASTICA IN MANO. Così è toccato alla Cina di offrire due immagini delle migliori della storia contemporanea: il giovane che ballava davanti al carro armato nell’89, e i ragazzi degli ombrelli nel 2014” (A. Sofri, da “la Repubblica”)

   La protesta di Hong Kong mira non solo a conservare le libertà, ma anche ad ampliarle, nella logica di sentirsi CONFEDERATI alla grande Cina (una popolazione di un miliardo e trecento milioni di persone) e NON SUDDITI, senza sulla testa un potere assoluto accentrato. E’, come dicevamo, UNA PROTESTA GIOVANE (uno dei suoi leaders è un diciassettenne, JOSHUA WONG), pacifica, colorita. Ed è DIVENTATA NOTA COME «RIVOLUZIONE DEGLI OMBRELLI».

   Ma questa protesta giovanile, nonviolenta, ci fa venire in mente altre forme di protesta di giovani nel mondo arabo accadute a partire dal dicembre 2010: l’inizio era stato in Tunisia il 17 dicembre 2010. Quel giorno a Tunisi l’ambulante Mohamed Bouazizi si era dato fuoco per protestare contro il sequestro da parte della polizia della sua merce. Quel gesto ha innescato una serie di rivolte popolari e giovanili, che partendo dalla richiesta dei tunisini delle dimissioni del rais Ben Ali, si sono estese a Egitto, Libia, Bahrein, Yemen, Marocco, Algeria, Giordania e Siria. Con sommovimenti che ancora adesso concretamente avvengono, e sono andati non nel verso che quei giovani che hanno iniziato le proteste speravano: una società più libera, vicina alla mondialità di un pianeta dove altri giovani possono spostarsi senza problemi, viaggiare. E dove solo l’avanzare della crisi economica sta impedendo di esprimere un modo di vivere libertario, liberatorio, libero… che è nel diritto riconosciuto ai giovani (e a tutti) nel mondo occidentale; e che in occidente ora solo la non opportunità economica impedisce.

LO SKYLINE, il PANORAMA URBANO, di HONG KONG
LO SKYLINE, il PANORAMA URBANO, di HONG KONG (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   La peculiarità della protesta di Hong Kong (rispetto alle primavere) è che è basata sui diritti democratici e niente sull’economia, il benessere. E’ anche per questo che il 18 per cento della popolazione di Hong Kong che vive sotto la soglia di povertà non si identifica con una protesta riferita a questioni politico-elettorali e non a tematiche socio-economiche.

   C’è da sperare che resti qualcosa della protesta di Hong Kong; ma molto spesso delle proteste giovanili altri si impossessano della piazza, in modo strumentale, e a volte a fini diametralmente contrari (pensiamo in Egitto ad esempio, dove subito dopo l’inizio della “primavera”, c’è stata la scalata al potere, peraltro democraticamente, dei fratelli mussulmani per la costituzione di uno stato confessionale, l’esatto contrario dei motivi della protesta).

   Pertanto qui, nel proporvi alcuni articoli a nostro parere interessanti sul contesto di quanto sta accadendo ad Hong Kong pur individuando contesti ben diversi, tentiamo una sintesi: vogliamo fare un piccolo tentativo di porre il discorso alle libertà giovanili in generale di vivere il meglio possibile la propria vita. In particolare nell’esprimere quella mobilità geografica, cioè di viaggiare, che pare un elemento importante. E che ora assume un carattere più greve, difficile, con la necessità di viaggiare, pensare di cambiare Paese non per conoscere nuove cose, culture, persone… ma in particolare per trovare lavoro, e pertanto trovare i mezzi per condurre autonomamente la propria vita e le proprie aspirazioni. Condizione economica e sviluppo delle libertà democratiche si coniugano nelle varie parti del mondo.

   Ma ci preme sottolineare qui la specificità ad Hong Kong del metodo nonviolento nel condurre la protesta (cioè si può sperare di ottenere molto, in termini di libertà, senza usare violenza). (s.m.)

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QUEI 50 GIORNI DI HONG KONG TRA STUDENTI, MAFIA E ILLUSIONI

di Federico Varese, da “la Stampa” del 19/11/2014

– Iniziati gli sgomberi in alcune zone, la rivolta sembra segnare il passo – Un membro delle Triadi: ci offrivano solo 80 euro per creare il caos –

Sono passati cinquanta giorni da quando, il 28 settembre, un gruppo di studenti ha occupato alcune strade del centro di Hong Kong. Il movimento degli Ombrelli mostra adesso segni di smarrimento. Mentre la questione ucraina è stata al centro dell’agenda dell’ultimo G20, nessuno vuole irritare il presidente della Cina Xi Jinping con domande scomode su Hong Kong. I ragazzi e le ragazze di questa città affrontano da quasi due mesi la seconda potenza mondiale, le botte della polizia e le incursioni della mafia locale con la sola forza delle loro convinzioni.

Ma possono essere fieri di se stessi: sono l’ultimo anello di una catena che inizia con la Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti e comprende tutti coloro che hanno combattuto per un principio semplice e universale, la democrazia rappresentativa.

Nonviolenza

A differenza di altri protagonisti di una storia benemerita iniziata tre secoli fa, gli studenti di Hong Kong hanno adottato il metodo della nonviolenza e tra i loro leader vi sono donne coraggiose.

Yvonne Leung è la presidente dell’associazione degli studenti dell’Università di Hong Kong, dove si sta laureando in giurisprudenza, e ha partecipato agli inconcludenti incontri col governo. Porta i capelli lunghi sciolti e un paio di occhiali neri che inquadrano uno sguardo insieme attento e timido. Indossa jeans cortissimi e una maglietta nera con stampato il nastro giallo simbolo del movimento.

La incontro a Mong Kok, uno dei tre punti della città occupati dalle proteste. Mong Kok è un quartiere molto diverso dall’elegante zona di Admiralty, di fronte agli uffici del governo, dove è accampato il grosso degli studenti. Qui gli occupanti non arrivano al centinaio, guardati a vista da decine di poliziotti. Le tende di notte non sono più di venti. A Mong Kok la mafia locale gestisce centinaia di bordelli e i mercati degli ambulanti. Controlla anche i minibus privati che, per pochi dollari, scorrazzano tra la penisola di Kowloon e l’isola di Hong Kong.

La battaglia di Mong Kok

Una delle ultime iniziative dell’amministrazione inglese è stata quella di riqualificare alcune strade della zona, promuovendo la costruzione di grandi magazzini e hotel di lusso. Ma le principali attività criminali si sono solo spostate di qualche centinaio di metri e le Triadi continuano a riscuotere il pizzo sulla maggior parte delle attività economiche.

Appena può, Yvonne viene a Mong Kok e si siede nella tenda che serve come quartiere generale della Federazione degli Studenti. «Ero proprio su questo incrocio anche il 3 ottobre, quando centinaia di energumeni coperti di tatuaggi ci hanno attaccato». Quel giorno la polizia lasciò che studenti e cittadini venissero malmenati da bande organizzate.

Molte ragazze erano nella prima fila del cordone che proteggeva lo spazio occupato e sono state aggredite, palpeggiate e picchiate. «Non abbiamo reagito con altra violenza, siamo rimaste a braccia conserte per proteggere il seno e abbiamo cercato di sorridere, e di parlare». La battaglia di Mon Kok è durata diverse ore, senza che nessuno degli aggressori venisse fermato. «In quei momenti ho visto cose terribili e ho avuto paura».

Pochi giorni dopo l’incontro con Yvonne, un esponente delle Triadi di Mong Kok ha accettato di farsi intervistare. Il mio contatto passa attraverso l’industria cinematografica, che notoriamente ha legami con la criminalità organizzata. Tak – questo il nome di fantasia – riscuote il pizzo nella zona. Ci tiene a far sapere che non è affatto contrario al movimento per la democrazia, anzi spesso si ferma di notte nelle aree occupate per dare una mano agli studenti. «Nelle Triadi ci sono persone di tutti i tipi, alcuni hanno una coscienza, altri pensano solo a fare soldi».

Pagati per picchiare

In ogni caso conferma di aver ricevuto, la mattina del 3 ottobre, un sms da un boss molto importante. «Ci offriva dagli 800 ai 1.200 dollari di Hong Kong (80-120 euro) per partecipare agli scontri». Poiché la cifra era irrisoria, nessuno del suo gruppo si è mobilitato. «Solo dei teppisti che risiedono vicino al confine con la Cina – nei cosiddetti Nuovi Territori – hanno accettato. Sono certo che erano tutti originari di Hong Kong, ma nessuno è venuto di sua spontanea volontà. Era un attacco organizzato e pagato dai grossi boss».    Wing Chung, professore di scienze sociali alla City University di Hong Kong ed esperto di movimenti collettivi, mi spiega che una tattica delle autorità cinesi consiste nell’utilizzare piccoli delinquenti per aggredire manifestazioni pacifiche. «Invece di usare la polizia, preferiscono mobilitare le gang, e lo stesso è accaduto a Mong Kok».

I soldi per l’attacco furono offerti dai boss, ma molti sospettano che dietro vi fossero dei ricchi imprenditori con favori da restituire al governo. Osservatori come Ho Wing Chung puntano il dito contro i costruttori che hanno di recente ottenuto il permesso di edificare su terreni espropriati ai residenti dei Nuovi Territori, una vicenda scandalosa narrata in maniera molto efficace nel film «Overheard 3» (Tak sostiene che il film è accurato in ogni particolare).

Eppure l’aggressione mafiosa a Mong Kok non ha avuto l’effetto sperato. Tak conferma che le Triadi sono rimaste stupite dalla reazione degli studenti. «La violenza contro i ragazzi non ha funzionato. Si sono stretti tra loro, hanno preso le botte e il cordone di difesa non si è rotto. Alla fine gli attaccanti si sono dovuti ritirare. La polizia era molto arrabbiata perché hanno fatto una figuraccia e ci hanno fatto sapere di non fare più cose simili, altrimenti ci chiudono i locali di Mong Kok».

Il «villaggio»

Dopo la visita a Mong Kok sono tornato ad Admiralty, di fronte al palazzo del governo, dove per una settimana ho incontrato gli studenti. Lì, hanno costruito un vero e proprio villaggio con centinaia di abitanti. Ogni tenda ha un numero che permette a un rudimentale sistema postale di distribuire lettere e messaggi. Di giorno ragazzini con il vestito della cerimonia di laurea si fanno fotografare sotto lo scalone dedicato a John Lennon. Verso le sei di ogni sera, un leader del movimento racconta gli eventi della giornata, poi ognuno fa qualcosa di utile.

C’è chi fa lezione, chi organizza discussioni sui classici della filosofia politica, chi si prende cura di un piccolo orto creato su un marciapiede. Un falegname ripara le barricate e costruisce dei piccoli mobili, mentre uno studente della mia Università distribuisce un sondaggio. Il movimento non accetta donazioni in denaro ma solo beni materiali, come coperte, batterie elettriche e cibo. Di notte i ragazzi fanno i compiti nella zona studio, rifocillati dai pasticcini offerti da una signora di mezza età.

Piccoli cartelli gialli, in decine di lingue, recitano: «Sostieni la democrazia a Hong Kong», di fianco a testi di Nelson Mandela e Gandhi.    Nonostante le molte banalità che si leggono sui giovani nati con l’Ipad, assorbiti da chiacchiere virtuali, questa generazione non conosce alcuna contraddizione tra impegno diretto e presenza sul web. Tutti hanno un cellulare o un computer dove scrivono, leggono, ascoltano musica, riprendono se stessi e il mondo che li circonda. Di notte un proiettore rilancia sul muro di un palazzo governativo i messaggi Twitter indirizzati ad #OccupyCentral.

I rischi non mancano. Una sera un gruppo di giovani che indossano la maschera degli hacker Anonymous fa irruzione nel villaggio della democrazia e cerca di forzare il cordone di sicurezza. La polizia carica colpendo anche chi si trova in mezzo.

L’impasse

Vi sono anche rischi strategici e di lungo periodo. Il movimento ha raggiunto un’impasse e non sembra sapere come affrontare il futuro. Nel frattempo le strade vengono sgomberate dalla polizia. Ma qualunque sarà l’epilogo, un obiettivo è stato raggiunto. Da cinquanta giorni mafia, malaffare e una superpotenza sono impotenti di fronte alla richiesta ferma e gentile di Yvonne e delle sue compagne: una persona, un voto. (Federico Varese)

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I FRAGILI OMBRELLI DI HONG KONG

di Roberto Toscano, da “la Stampa” del 20/10/2014

   Le strade di Hong Kong sono teatro, ormai da settimane, di una protesta pacifica di cittadini che chiedono più democrazia e meno autoritarismo. In concreto, esigono – richiamandosi agli accordi sulla cui base nel 1997 la città passò da essere una delle ultime colonie britanniche a far parte della Cina – di potersi governare sulla base di un suffragio universale e diretto.

   Si scontrano per questo motivo con un sistema elettorale che vede le candidature, in particolare quella per l’elezione del CHIEF EXECUTIVE (il governatore che dovrà essere rinnovato nel 2017), sottoposte a un vaglio preventivo da parte di un comitato di Grandi Elettori composto da rappresentanti dei vertici economici e notoriamente allineato sulle posizioni del governo cinese.

   QUELLO CHE È IN GIOCO, al di là dei meccanismi elettorali, è il difficile equilibrio fra i due aspetti di un assetto istituzionale definito con la formula «UN PAESE, DUE SISTEMI».

   Mentre LA PROTESTA DI HONG KONG MIRA NON SOLO A CONSERVARE LE LIBERTÀ fin qui preservate anche dopo la riunificazione con la Cina, MA AD AMPLIARLE IN UNA LOGICA DI FATTO CONFEDERALE, a Pechino non si vuole abbandonare il meccanismo di vaglio delle candidature, necessario – secondo quanto dichiarato da un alto funzionario del governo centrale – «a garantire che il Chief Executive ami la Cina, ami Hong Kong e tuteli la sovranità, la sicurezza e lo sviluppo del Paese».

   La protesta ha suscitato l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale. È UNA PROTESTA GIOVANE (uno dei suoi leaders è un mingherlino e occhialuto diciassettenne, Joshua Wong), PACIFICA, COLORITA. È diventata nota come «RIVOLUZIONE DEGLI OMBRELLI», visto che i dimostranti portano ombrelli multicolori, più per proteggersi dai lacrimogeni che dalla pioggia.

   Si capisce quindi che sia una PROTESTA CHE SUSCITA SIMPATIA E ANCHE SOLIDARIETÀ. Ci vuole molto coraggio per opporsi al potere schiacciante di un Paese poderoso, di un governo impegnato con assoluta determinazione a non perdere il controllo su una popolazione di un miliardo e trecento milioni di persone. NESSUNO HA DIMENTICATO TIENANMEN, e non sono pochi a temere che la repressione, finora esercitata dalla polizia locale, potrebbe – se la situazione degenerasse – essere affidata all’Esercito Popolare Cinese.

   Ma anche senza questa ipotesi estrema, possibile ma improbabile dati i costi politici ed economici che comporterebbe per la Cina, le prospettive di successo della «rivoluzione degli ombrelli» appaiono esigue. Lo sono innanzitutto PERCHÉ GLI ABITANTI DI HONG KONG SONO MOLTO DIVISI e anzi, secondo alcuni sondaggi di opinione, si registrerebbe una prevalenza di chi è contrario alla protesta. I GRUPPI FAVOREVOLI AL GOVERNO CENTRALE SONO NUMEROSI (uno dei principali si chiama «Maggioranza silenziosa per Hong Kong»), e sono scesi in piazza con contromanifestazioni imponenti che in alcuni casi sono degenerate in scontri con i giovani della protesta democratica.   Occupy-central-ombrelli

   Non basta dire, anche se in parte è senz’altro vero, che questi gruppi sono promossi e manovrati da Pechino. Più interessante sembra invece chiedersi chi, nelle strade e piazze di Hong Kong, siano gli uni e gli altri.

   IL DATO GIOVANILE che caratterizza la protesta È SENZ’ALTRO IMPORTANTE, ma A QUESTO VA AGGIUNTO QUELLO SOCIALE. Il movimento è sostanzialmente UN MOVIMENTO DI CLASSE MEDIA, E DI CLASSE MEDIA ISTRUITA. A Hong Kong sia i potenti vertici del mondo economico che gli strati meno abbienti e meno colti della popolazione vedono invece con preoccupazione e ostilità una protesta che minaccia la stabilità e la prosperità – stabilità e prosperità che, assieme al nazionalismo, sono la base del consenso che il regime di Pechino continua ad essere in grado di raccogliere.

   Mentre il grande business teme che più democrazia possa significare instabilità e disordine, IL 18 PER CENTO DELLA POPOLAZIONE DI HONG KONG CHE VIVE SOTTO LA SOGLIA DI POVERTÀ NON SI IDENTIFICA CON UNA PROTESTA RIFERITA A QUESTIONI POLITICO-ELETTORALI E NON A TEMATICHE SOCIO-ECONOMICHE.

   Vengono in mente la caratterizzazione sociale, e i limiti, delle MANIFESTAZIONI DI TEHERAN CONTRO LA FRODE ELETTORALE DEL 2009, e anche le ragioni del SOSTANZIALE ISOLAMENTO MINORITARIO DELLA PROTESTA DEL 2012 nella PIAZZA BOLOTNAYA DI MOSCA contro l’autoritarismo putiniano. Anche in quei casi, la protesta era fortemente caratterizzata dal punto di vista sociale e del livello di istruzione, rivelandosi incapace di costruire – rimanendo minoritaria – più vaste convergenze democratiche sia sociali che politiche.

   Speriamo che gli ombrelli di Hong Kong non vengano schiacciati dai carri armati, ma si può comunque prevedere che – purtroppo – finiranno comunque per chiudersi – come le rivoluzioni colorate dell’Est Europa, la protesta moscovita o il «dov’è il mio voto?» di Teheran. (Roberto Toscano)

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Il principale accampamento dei manifestanti a Hong Kong, sotto una forte pioggia. (Paula Bronstein/Getty Images)
Il principale accampamento dei manifestanti a Hong Kong, sotto una forte pioggia.
(Paula Bronstein/Getty Images)

Il simbolo della generazione Occupy

DA HONG KONG AL MESSICO LE RIVOLUZIONI DEGLI OMBRELLI

di Adriano Sofri, da “la Repubblica” del 20/10/2014

   FRA i manufatti umani, l’ombrello è dei più antichi e versatili, e il suo rilievo simbolico fu universale. Si legge di un antico sovrano birmano che si attribuiva il titolo di “Re dell’elefante bianco e Signore dei ventiquattro ombrelli”. Da noi oggi, fabbricati in Cina, si comprano da benedetti venditori africani o asiatici al primo accenno di acquazzone, a una tariffa usa e getta. E di colpo i giovani di Hong Kong ne fanno l’insegna della propria impresa.

   IL BELLO delle rivoluzioni è che si trovano i loro simboli per una felice combinazione fra il caso e l’inventiva. A Hong Kong fa caldo, e bisogna proteggersi dal sole. Poi gli agenti speciali, nelle loro uniformi marziane, cominciano a usare spray al pepe e lacrimogeni, e viene fatto di proteggersi dietro gli ombrelli.

   Poi a un ragazzo, più esilarato degli altri, viene di mettersi a saltare in mezzo alla nube di gas con due ombrelli spalancati, e lo fotografano e lo battezzano “l’uomo-ombrello”, e di lì a poco è già un manifesto planetario.

   Un giorno ero al capezzale di Elsa Morante e le dissi che fuori c’era una pioggia noiosa; «Sì — disse — ma gli ombrelli sono bellissimi quando si aprono». Se avesse visto aprirsi gli ombrelli di Hong Kong! Anche i giovani di Hong Kong sono incerti se chiamare la cosa “RIVOLUZIONE” o “MOVIMENTO”. Il primo nome sembra troppo solenne, e anche troppo canonico, il secondo promette di preservarne la duttilità, ma le cose poi finiscono, o comunque tornano a inabissarsi.

   Ora che le rivoluzioni politiche, quelle che si proponevano di conquistare il potere, non si fanno più, e così sia, le rivoluzioni si riprendono il loro diritto: che è quello di irridere la menzogna del potere, di denunciarne la violenza, e di proporre, almeno per un po’, un altro modo di vivere insieme. Sbucano all’improvviso, non più come vecchie talpe pazienti che hanno saputo scavarsi la loro occasione: e tuttavia sotterraneamente, misteriosamente si ricordano le une delle altre, senza antenati ed eredi, come nella storia politica, ma per citazioni creative, come nella storia dell’arte.

   In una delle innumerevoli variazioni grafiche — hanno fatto un concorso per il logo dell’ombrello, con risultati fantastici — c’è un ragazzo con l’ombrello aperto sulla testa che fronteggia la colonna dei carri armati: è una citazione del 4 giugno della Tienanmen, e fissa una parentela con quel meraviglioso giovane di Pechino che ipnotizzò la fila di tank col suo sacchetto di plastica in mano. Così è toccato alla Cina di offrire due immagini delle migliori della storia contemporanea: il giovane che ballava davanti al carro armato nell’89, e i ragazzi degli ombrelli nel 2014. (Però la migliore, quest’anno, è della bambina che estrae dalle macerie di casa a Gaza il libro di scuola). Le rivoluzioni si ricordano l’una dell’altra, senza preoccuparsi di essere in linea.

   “Occupy Central” è la traduzione di Hong Kong di “Occupy Wall Street”, e la canzone che ne è diventata l’inno, “Do U hear the people sing …”, viene dal musical sui Miserabili, e le barricate montate ordinatamente con le transenne dai ragazzi di Hong Kong sono cugine di quelle parigine sulle quali muore Gavroche, senza finire la sua canzone.

   Nel riadattamento in cantonese per la rivoluzione degli ombrelli l’inno dice più o meno: “Nessuno ha il diritto di restare indifferente di fronte alle migliaia di fiammelle di candele che luccicano in ogni mano: noi ci battiamo audacemente per il diritto a votare il futuro che ci appartiene”. Victor Hugo sarebbe stato entusiasta, tanto più se avesse potuto vederlo quel firmamento di telefonini-candela luccicanti sollevati nella notte in tutta la città, e la miriade di ombrelli colorati.

   I simboli delle rivoluzioni sopravvivono loro, e le valgono. Sapete perché la rivoluzione portoghese del 25 aprile 1974 si chiama “dos cravos”, dei garofani? Mentre i militari ribelli e la folla occupavano Lisbona, una sontuosa festa di matrimonio in un locale del centro dovette essere rinviata, e i titolari regalarono i garofani che l’avrebbero addobbata ai soldati, che li infilarono nelle canne dei fucili. La rivoluzione dei garofani.

   In Tunisia si chiamò dei Gelsomini, nel 2010, e l’anno dopo il governo cinese fu così spaventato dal contagio da censurare su Twitter la comparsa della parola: gelsomino.

   Gli ombrelli hanno qualcosa di più domestico e cattivante, specialmente quando sono rotti, rivoltati, storti, dopo aver fatto da scudo alle botte da orbi delle squadre speciali. Ce n’erano anche nelle fotografie di sabato sugli scontri di Bologna: l’emulazione è veloce, ma l’analogia finiva troppo presto. E ce ne erano a Berlino, dove gli ombrelli sono stati agitati dagli attivisti che manifestavano contro il traffico di essere umani. E infine TRA I MESSICANI CHE CHIEDEVANO GIUSTIZIA PER 43 STUDENTI FATTI SPARIRE DOPO SCONTRI CON LA POLIZIA.

   Per militanti che siano, gli ombrelli sono del tutto non-militari. Nei giorni scorsi, grazie al meticoloso Cottarelli, si è saputo che il regolamento proibisce agli ufficiali di coprirsi dalla pioggia con un ombrello. Regola universale, a quanto pare, visto che anche Obama ha dovuto scusarsi con un cadetto cui aveva chiesto di tenerglielo aperto sulla testa.

   L’ombrello è stato a lungo un accessorio femminile, e anche questo ha giovato al movimento di Hong Kong, che li ha scelti colorati, e ne ha mostrato la somiglianza con dei grandi fiori che si aprano e richiudano.  La serietà e il coraggio di un movimento che sfida la prepotenza di un impero colossale e lo fa danzando con gli ombrelli, abitandoci sotto e scrivendoci sopra, e drizzandoli a testuggine, ecco un capitolo che il gran libro delle rivoluzioni cucirà con orgoglio tra le proprie pagine.

   «Altre mani si leveranno e impugneranno le nostre armi», scriveva il Che. «Se un ombrello si strappa — dice uno dei manifestanti di Hong Kong — un altro arriverà a rimpiazzarlo». I tempi cambiano e si fanno la rima. Gli ombrelli poi hanno qualcosa del paracadute, ma di un paracadute alla rovescia, specialmente quando vento o manganelli li rivoltano, e sembrano poter portare le ragazze e i ragazzi in alto, come aquiloni.

   Hanno anche citato la Grande Rivoluzione Culturale, a Hong Kong: mettendo in mano alla giovane Guardia Rossa dei manifesti di allora che doveva spazzar via il Quartier Generale… un ombrello. E riempiendo la metropoli di minuscoli e minuziosi post-it, versione ingentilita dei tazebao di allora, ed espressione di una moltitudine composta di altrettanti individui manoscriventi. Uno dice: «Sono così arrabbiato che l’ho scritto».

   Una moltitudine di persone che ha preso le sue legnate, ha curato la raccolta differenziata, ha fatto della propria città minacciata un’arca di Noè, e l’ha provvisoriamente salvata dal diluvio. Una Fahrenheit degli ombrelli. (Adriano Sofri)

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LA LATITUDINE DI HONG KONG
LA LATITUDINE DI HONG KONG

CHE COS’È HONG KONG

– La storia speciale della regione speciale della Cina, dal suo passato britannico a Bruce Lee, ora che se ne riparla per le grandi manifestazioni contro il governo cinese –

29 settembre 2014, da IL POST (www.ilpost.it/)

   Dal 26 settembre a Hong Kong ci sono grandi manifestazioni, con migliaia di persone che hanno occupato piazze e strade per chiedere libere elezioni al governo cinese. Ci sono stati scontri tra manifestanti e polizia locale con il ferimento di una quarantina di persone nel fine settimana, mentre gli agenti hanno fermato in tutto circa 150 persone. Lunedì le manifestazioni sono proseguite causando la chiusura di diverse banche, di uffici e delle scuole nelle aree centrali di Hong Kong, e si prevedono nuove grandi manifestazioni in settimana. Le proteste sono la conseguenza di anni di limitazioni democratiche nella regione speciale della Cina, che derivano da una storia molto complicata che risale ai tempi coloniali del diciannovesimo secolo.

Il periodo britannico La Cina perse il controllo su Hong Kong in tempi relativamente recenti, dopo la prima Guerra dell’Oppio, che fu combattuta tra il 1839 e il 1842. In quegli anni il gigantesco impero cinese era devastato dalla corruzione e dal malgoverno, impoverito dopo secoli di ricchezza e pesantemente costretto tra le volontà di espansione militare e commerciale dei paesi europei, con in testa l’impero britannico. Il Trattato di Nanchino mise fine alla guerra: i britannici ottennero l’apertura al commercio di cinque porti della Cina, compreso quello di Shanghai, senza dovere più fare riferimento a intermediari per trattare con i mercanti cinesi. L’accordo prevedeva inoltre che Hong Kong, una piccola isoletta nel delta del fiume delle Perle, nella Cina meridionale, passasse sotto il controllo del Regno Unito.

Negli anni seguenti, grazie ad altri trattati di pace, la colonia britannica si espanse e nel 1898 la Cina cedette i Nuovi Territori: quasi mille chilometri quadrati di isole e terraferma. Si trattava però di un prestito della durata di 99 anni. A parte il periodo della Seconda guerra mondiale, Hong Kong rimase per decenni sotto il controllo del Regno Unito, instaurando una propria economia, molto più aperta al capitalismo rispetto a quella del sistema cinese.

La restituzione Non è del tutto chiaro come si avviarono i colloqui tra il Regno Unito e la Cina per la restituzione di Hong Kong. Secondo alcuni storici, furono proprio le questioni di rinnovo di questo prestito a spingere l’allora governatore di Hong Kong Murray MacLehose, uno scozzese che era già stato ambasciatore a Pechino, a porre una domanda sul futuro di Hong Kong durante una visita ufficiale nella Repubblica Popolare Cinese. La domanda fu posta, nel marzo 1979, direttamente al leader supremo Deng Xiaoping. Secondo alcuni, Deng fu colto impreparato dalla questione e espresse la necessità del ritorno di Hong Kong alla Cina, al termine del prestito.

Il problema doveva comunque essere risolto, per evitare incertezze nei contratti e negli accordi commerciali. Nel 1982 il governo di Margaret Thatcher mandò in Cina l’ex primo ministro Edward Heath, con l’incarico di avviare negoziati con la Cina su Hong Kong. Deng disse chiaramente che la questione doveva essere chiarita con negoziati ufficiali. La speranza del governo Thatcher era riuscire a mantenere il governo britannico sul territorio: ma la Cina rifiutò categoricamente questa opzione, non solo per i Nuovi Territori, ma anche per l’isola e per la penisola di Kowloon.

La Cina restò intransigente: disse di non riconoscere i trattati con cui gli altri due territori erano stati ceduti “in perpetuo”, definendoli “disonesti e disuguali”; aggiunse di riconoscere solo l’amministrazione britannica a Hong Kong ma non la sua sovranità.

Vista l’impossibilità di mediare, il primo ministro cinese e quello britannico firmarono insieme la Dichiarazione Congiunta Sino-Britannica il 19 dicembre 1984, a Pechino. Con questa si stabiliva che tutti i territori di Hong Kong sarebbero tornati a far parte della Cina a partire dal primo luglio 1997, anche se la Cina si impegnava a non instaurare immediatamente il sistema socialista, lasciando invariato il sistema economico e politico della città per almeno 50 anni.

Con una grande cerimonia organizzata il primo luglio 1997, terminarono i 156 anni di dominio coloniale britannico di Hong Kong, che divenne la prima Regione Amministrativa Speciale della Cina. Erano presenti le massime autorità dei due stati: per la Cina era presente il presidente Jiang Zemin, mentre in rappresentanza della regina Elisabetta II era presente il principe Carlo, con il primo ministro Tony Blair e l’ultimo governatore britannico di Hong Kong, il politico conservatore Chris Patten.

Come funziona Hong Kong oggi Dal punto di vista amministrativo, Hong Kong è una delle due Regioni Amministrative Speciali della Cina. È una metropoli di quasi sette milioni di abitanti su un’area di 1.100 chilometri quadrati, il che fa della città una delle aree più densamente popolate al mondo.

Il sistema politico di Hong Kong non è una piena democrazia, ma è comunque molto più libero del rigido monopartitismo cinese. Molti partiti concorrono alle elezioni, ma il capo del governo di Hong Kong (formalmente il Capo dell’Esecutivo) è scelto dal ristretto numero di persone che compongono il Comitato Elettorale.

Questo è formato da 1.200 persone, scelte con un meccanismo molto complesso che si basa principalmente sull’assegnazione di un certo numero di rappresentanti a ordini professionali e settori economici della società e sul quale interviene pesantemente il governo cinese. Questo sistema, e la ripartizione tra le varie sezioni, garantisce che i settori più vicini agli interessi cinesi siano sovrarappresentati.

Ma oltre al sistema elettorale, ci sono altre differenze notevoli. Il sistema giudiziario della “città-stato” è indipendente e si basa sulla common law, il principio del diritto consuetudinario tipico dei paesi anglosassoni. La Legge Fondamentale di Hong Kong, scritta dopo il passaggio delle consegne tra Regno Unito e Cina, stabilisce che la città avrà “un alto grado di autonomia” in tutti i campi eccetto le relazioni estere e la difesa.

Super capitalismo Grazie alla sua distinzione amministrativa dal resto della Cina, Hong Kong nel periodo britannico e negli anni seguenti ha potuto sviluppare un’economia molto florida, caratterizzata da un capitalismo estremamente libero e dinamico. Il paese, considerato un paradiso fiscale, è da anni indicato come l’economia capitalista più libera al mondo dall’Index of Economic Freedom, classifica realizzata dal Wall Street Journal in collaborazione con la conservatrice Heritage Foundation degli Stati Uniti.

La borsa di Hong Kong è la settima per grandezza al mondo e molte società negli ultimi anni hanno deciso di quotarsi nei suoi listini, contribuendo al suo successo e alla sua crescita.

Come si vive a Hong Kong Hong Kong è densamente abitata, soprattutto nell’area della sua metropoli, ma ci sono grandi parchi e riserve naturali, la cui esistenza è in parte dovuta alla conformazione del territorio, collinare e in alcuni punti con rilievi piuttosto scoscesi dove è difficile costruire nuovi edifici. La montagna più alta, il Tai Mo Shan, supera di poco i 950 metri di altitudine.

Il clima è subtropicale senza la presenza di una stagione secca e con livelli di umidità che raggiungono picchi piuttosto alti. Per tipologia è simile al clima che si ha nella Pianura padana in Italia, seppure con inverni più miti e raramente sotto zero. Queste condizioni e l’alta densità abitativa contribuiscono al problema dell’inquinamento dell’aria, che in alcuni periodi dell’anno è praticamente irrespirabile. Le cose sono migliorate negli ultimi anni grazie a politiche ambientali più rigide, e all’utilizzo di tecnologie che permettono di ridurre le emissioni.

Il sistema dei trasporti pubblici di Hong Kong è probabilmente uno dei migliori al mondo. Si stima che il 90 per cento degli spostamenti giornalieri, circa 11 milioni, siano effettuati attraverso i trasporti pubblici. Il sistema su rotaia è integrato tra trasporto locale e metropolitano, con una rete di oltre 150 stazioni nelle quali transitano ogni giorno 3,5 milioni di persone. A queste si aggiungono oltre 700 linee di autobus e i trasporti via traghetto.

Popolazione e cultura Degli oltre 7 milioni di persone che vivono a Hong Kong, circa il 94 per cento degli abitanti è di origini cinesi; il restante 6 per cento è composto da persone provenienti da diverse parti del mondo, a partire da altri paesi orientali come Vietnam e Nepal, e naturalmente da britannici. L’aspettativa di vita è di 79 anni per gli uomini e di 85 anni per le donne, tra le più alte al mondo.

I cinesi della Cina continentale non hanno il diritto di risiedere a Hong Kong e non possono nemmeno muoversi liberamente entro i suoi confini. Per farlo devono ottenere un particolare permesso, paragonabile a un visto. I flussi di cinesi continentali sono calmierati, ma costanti, e riguardano annualmente circa 45mila persone, che contribuiscono al progressivo aumento della popolazione.

Dal punto di vista culturale, Hong Kong è diventata un interessante misto tra Oriente e Occidente, in seguito al suo lungo periodo come colonia britannica. Le rispettive tradizioni non si sono prettamente mescolate, ma si sono comunque sfumate a vicenda. Per strada piccoli ristoranti tradizionali si alternano a fast food delle più grandi multinazionali internazionali, e qualcosa di analogo avviene per musica e film.

A Hong Kong tra gli anni Sessanta e i Settanta è nato il genere dei film sulle arti marziali, che ha reso famosi in tutto il mondo attori come Bruce Lee e Jackie Chan. Le televisioni via cavo offrono cataloghi con numerosi film e serie tv occidentali, prodotte soprattutto negli Stati Uniti.

Nel 2005 è stato inaugurato l’Hong Kong Disneyland, il primo parco divertimenti Disney in Cina, di proprietà per metà della società statunitense e per metà dello stesso governo di Hong Kong.

Crisi e gabbie Negli ultimi anni però la crisi finanziaria e alcune decisioni del governo locale hanno determinato un sensibile impoverimento dei suoi cittadini. Il settore immobiliare ha patito più di altri le conseguenze della crisi, con un aumento significativo dei prezzi delle case. Molte persone sono state costrette a trasferirsi in appartamenti più piccoli o più vecchi o anche in fabbriche dismesse, aggravando un fenomeno che comunque esisteva già da decenni.

Tra le sistemazioni più impressionanti ci sono alcuni appartamenti fatiscenti nel quartiere operaio di West Kowloon, nel distretto di Yuam Tsim Mong, allestiti con delle gabbie di rete metallica di circa 1,5 metri quadrati posizionate una sopra all’altra. Ogni appartamento arriva a contenere anche 20 gabbie, che hanno costi diversi a seconda della loro posizione. Quelle appoggiate a terra sono solitamente le più costose, perché ci si può quasi stare in piedi.

Le proteste Le migliaia di manifestanti che in questi giorni stanno occupando le strade di Hong Kong chiedono maggiori aperture democratiche e autonomie, con il superamento delle pesanti influenze da parte del governo centrale cinese per quanto riguarda l’elezione dei suoi amministratori locali. Chiedono inoltre che l’attuale governatore Leung Chun-ying, ritenuto troppo vicino al governo centrale, si dimetta.

Le elezioni sono previste per il prossimo 2017, ma secondo i manifestanti i meccanismi di selezione dei candidati che lasciano piena discrezionalità al governo cinese non permetteranno di eleggere democraticamente i loro rappresentanti.

Lo scorso giugno il movimento locale Occupy Central aveva organizzato un referendum, non ufficiale, per chiedere elezioni libere. Ora è la principale organizzazione che coordina le proteste, che si sono estese a parti più ampie della popolazione, che guardano con curiosità alle iniziative del movimento e alla possibilità del cambiamento.

Anche se ci sono stati alcuni scontri, nel complesso le manifestazioni sono pacifiche e la polizia locale non ha usato più di tanto la forza. A Hong Kong è presente una guarnigione dell’Esercito popolare di liberazione che conta circa 6mila soldati e ha sostanzialmente incarichi di difesa dell’isola. Nel fine settimana sono circolate voci circa un suo possibile coinvolgimento per reprimere le proteste, condizione smentita dal governo centrale e da quello locale. Il governo di Pechino ha infatti ripetuto più volte di confidare nel governatore per risolvere la situazione, senza violenze.

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HONG KONG, mappa (da Wikipedia)
HONG KONG, mappa (da Wikipedia)

Geopolitica

LA GIOVANE RIVOLUZIONE DEGLI OMBRELLI DI HONG KONG CHE NON PIACE PER NIENTE A PECHINO

di Umberto Mazzantini, da GREEN REPORT del 30/9/2014 (http://www.greenreport.it/)

   Da qualche giorno decine di migliaia di manifestanti armati di ombrelli, nel silenzio minaccioso dei media ufficiali della Repubblica popolare cinese, occupano Hong Kong per chiedere più democrazia e rifiutare le elezioni farsa proposte dal regime comunista a questo territorio a statuto speciale nel quale, quando venne ammainata la bandiera britannica, aveva promesso di mantenere una parvenza di democrazia.

   Anche l’Unione europea, sempre molto loquace quando si tratta di piccoli Paesi, è molto prudente sulla rivolta pacifica di quella che pure è una delle metropoli più grandi e importanti del mondo, dove probabilmente si sta giocando la partita di una possibile democratizzazione della Cina.

   Per questo Europe ecologie le verts oggi esprime il suo pieno appoggio ad “Occupy Central with Love and Peace“, come i sui giovanissimi e coraggiosi animatori hanno battezzato questo movimento collettivo di sindacati, studenti e cittadini.  Per Eelv, «Le violente repressioni di questo week-end, sostenute dalle autorità cinesi, possono far temere il peggio» e per questo chiedono alla Francia, all’Unione europea, al ministro degli esteri francese Laurent Fabius ed alla responsabile in pectore della politica estera dell’Ue  Federica Mogherini  di fare come il Canada e «manifestare il loro sostegno a questa mobilitazione democratica e sostenere il suffragio universale e le aspirazioni democratiche del popolo di Hong Kong».

   Anche perché la situazione, con i giovanissimi leader della “rivoluzione degli ombrelli” arrestati ed intimiditi, somiglia sempre di più a quella che culminò nella strage di Piazza Tienanmen, dove nacque davvero nel sangue degli studenti la Cina autoritaria del turbocapitalismo gestito dal Partito comunista.  Oggi il capo dell’esecutivo di Hong Kong, il filo-cinese Leung Chun-ying, ha chiesto la fine “immediata” delle proteste di  pro-democratiche di “Occupy Central with Love and Peace”  che da due giorni bloccano la principale strada di comunicazione tra le isole che formano Hong Kong e la Cina, i manifestanti continua invece a chiedere le sue dimissioni.

   Asia News sottolinea che «Quello di stamane è il primo intervento pubblico di Leung, dopo che gli studenti, in sciopero da una settimana, avevano chiesto un incontro con lui – da lui rifiutato – e dopo che la polizia li aveva attaccati con gas lacrimogeni, spray urticanti, manganelli e idranti». Questa violenza contro giovani indifesi e pacifici ha solo fatto aumentare le proteste, portando all’occupazione di molte zone del centro della metropoli e della penisola di Kowloon. Ieri sera una folla impressionante è sfilata in sostegno ai manifestanti ad  Admiralty, Gloucester Road, Mong Kok, Argyle Street, illuminando la notte con i telefonini in segno di solidarietà.

   Una cosa pericolosissima per il regime di Pechino, anche perché, a differenza di Piazza Tienanmen, la popolazione sembra in gran parte apertamente solidale con i giovani della “rivoluzione degli ombrelli” e, come scrive ancora Asia News, «persone portano ai giovani frutta e cibo; alcuni hanno perfino piazzato un barbecue portatile per offrire salsicce; piccoli imprenditori portano migliaia di bottigliette d’acqua, sandwich, maschere per ripararsi dai gas lacrimogeni».

   Non mancano però le provocazioni di squadracce filo-cinesi che attaccano i manifestanti o tentano di investirli con le auto. Ma ad Hong Kong sta accadendo qualcosa di molto diverso e il movimento sta dimostrando anche un’anima ambientalista: stamattina i tanti manifestanti che hanno dormito sui marciapiedi e nelle piazze, hanno ripulito le strade dei rifiuti, tanto che vengono chiamati i “dimostranti più educati”.

   Questa gentilezza verso gli altri e la loro città  rende evidente il carattere non violento del movimento, ma Leung (il capo dell’esecutivo di Hong Kong, il filo-cinese Leung Chun-ying, ndr) ed il governo di Pechino continuano ad accusare gli studenti e a Occupy Central di attaccare la polizia, che quindi sarebbe costretta a reagire con violenza, mente il governo cinese parla di «attività illegali che minano lo stato di diritto e mettono in crisi l’armonia sociale», una formula che di solito precede un brutale giro di vite per impedire che la situazione prenda una strada diversa da quella voluta dalla casta comunista.

   Per la maggioranza degli abitanti di Hong Kong  sono invece il regime comunista e il fedelissimo Leung ad aver ingannato l’opinione pubblica del territorio: «Leung non ha mai presentato ai capi cinesi la reale situazione della popolazione e il loro desiderio di piena democrazia – spiega Asia News – Pechino ha soffocato questi slanci deliberando una struttura elettiva in cui essa decide i candidati».

   In realtà Pechino, che diffonde in pompa magna il libro bianco del presidente è terrorizzata perché teme che l’infezione democratica e progressista da Hong Kong  possa diffondersi alle altre metropoli cinesi dove sono già esplosi movimenti di protesta legati soprattutto ad alcune questioni ambientali e per la dignità del lavoro. I media cinesi censurano le immagini delle manifestazioni di Hong Kong, ma questa volta i social media sono la cassa di risonanza interna che mancò a Tienanmen.

   Oggi ad Hong Kong sono in corso o ci sono state manifestazioni a Central, Wan Chai, Causeway Bay e Mong Kong, a Yau Ma Tei e a Des Voeux Road e molte scuole, una quarantina di banche e diverse industrie sono chiuse perché i manifestanti hanno bloccato il traffico, chi invece raggiunge il lavoro a piedi solo dopo una lunga camminata non si lamenta più di tanto: «Questa piccola scocciatura non è nulla perché penso che la causa per cui si sta dimostrando è molto importante – ha detto un cittadino ad Asia News – E’ bello che la gente mostri che ha a cuore la democrazia».

   Tra i lacrimogeni e le pallottole di gomma sparati dalla polizia, i cittadini di Hong Kong hanno capito che lo scontro è tra due tipi di concezione della società e, di fronte alle pretese di Pechino di privarli delle conquiste democratiche che avevano ereditato dalla colonia britannica, si sono uniti intorno ai loro coraggiosi giovani per difendere lo stile di vita del territorio che il regime cinese vede come una pericolosa eresia, come ha detto Helen, una giovane manifestante, «Siamo orgogliosi di essere di Hong Kong e orgogliosi che i suoi abitanti siano scesi in piazza a difendere la nostra identità che sentiamo profondamente diversa in tutti i sensi, emotivi, culturali, ereditari da quelli che dominano la Cina continentale». (Umberto Mazzantini)

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HONG KONG DI SERA
HONG KONG DI SERA

A HONG KONG MOLTI OMBRELLI, POCA RIVOLUZIONE

di Giorgio Cuscito, da LIMES, 9/10/2014, http://temi.repubblica.it/limes/

– La lotta per la democrazia nel “Porto profumato” prosegue ma con minore intensità. Difficilmente Pechino rinuncerà al suo controllo, da cui dipende la stabilità della Cina –    A Hong Kong, il movimento di protesta Occupy Central for Love and Peace prosegue ma con minor intensità la sua lotta contro la riforma elettorale voluta da Pechino, che impedisce ai cittadini di eleggere in maniera “genuinamente” democratica il capo del governo locale. Conformemente al testo quasi-costituzionale dell’ex colonia britannica questi potranno votarlo a suffragio universale, ma la scelta sarà ristretta solo a una rosa di candidati graditi alla leadership cinese. Le autorità locali hanno sospeso l’incontro con la Federazione degli Studenti di Hong Kong previsto per venerdì 10 ottobre dopo che quest’ultima aveva indetto nuove manifestazioni.

LA RIVOLUZIONE DEGLI OMBRELLI

La settimana scorsa, le arterie principali di Hong Kong, in particolare in prossimità dei palazzi governativi, sono state completamente ostruite dai manifestanti. Si sono verificati anche alcuni momenti di tensione e la polizia si è servita di gas lacrimogeni e spray al peperoncino. La folla si è protetta con mascherine, impermeabili e, soprattutto, ombrelli. Questi ultimi sono diventati il simbolo della protesta, che sui social media ha preso il nome di “umbrella revolution”.

   Il Chief Executive (il capo del governo locale) Leung Chun Ying, cui i manifestanti hanno chiesto senza successo di dimettersi entro la mezzanotte del 2 ottobre (pena l’occupazione degli edifici governativi), ha detto di essere disponibile al dialogo con i leader della protesta. Occupy Central non ha gradito inizialmente la soluzione, ma il malcontento non si è tradotto in un’azione organizzata.

   Cittadini appartenenti alla fazione filo-Pechino hanno cercato di allontanare con la forza i giovani dalle strade. Per questo motivo diciannove persone, di cui alcune legate alle triadi (la mafia cinese), sono state arrestate. Gli episodi di violenza hanno spinto la Federazione degli studenti di Hong Kong, che fa parte del movimento di protesta, ad accantonare (temporaneamente) il dialogo con Leung. Il Chief Executive ha detto ai manifestanti di liberare le strade entro lunedì 6 ottobre, per consentire il regolare funzionamento di uffici governativi, scuole, negozi eccetera. Altrimenti, sarebbe stato necessario l’intervento della polizia. Le strade sono state parzialmente liberate e il livello di partecipazione alle manifestazioni è diminuito.

   Il governo locale ha sospeso l’incontro con la Federazione degli studenti di Hong Kong fissato per il 10 ottobre, dopo che i suoi leader hanno indetto una nuova manifestazione prima dell’evento per mettere pressione alle autorità.

   Al momento, la rigida posizione di Leung (e quindi di Pechino) sta avendo la meglio sulle proteste dei giovani hongkonghesi.

L’ORIGINE DELLE PROTESTE

L’ex colonia britannica, oggi Regione autonoma speciale di Hong Kong (Hksar, che include l’isola omonima, Kowloon, l’isola di Lantau e i Nuovi Territori) e una delle più importanti piazze finanziarie al mondo, gode di una serie di privilegi politici, sociali ed economici che la Cina continentale non ha. In base alla formula yiguo liangzhi (un paese, due sistemi), che regola il rapporto tra Pechino e la regione, il sistema capitalista della Hksar dovrà essere mantenuto inalterato fino al 2047.

   In questo modo il governo centrale si assicura il consenso dell’élite economica, tycoon locali, liberi professionisti, proprietari terrieri e categorie lavorative che beneficiano del mantenimento dello status quo.

   Su decisione della leadership cinese, nel 2017 gli hongkonghesi eleggeranno a suffragio universale il Chief Executive da una lista di due o tre candidati selezionati da un nominating committee. Questo dovrebbe ricalcare la struttura dell’attuale election committee, cui oggi spetta il compito di scegliere il capo del governo locale. I suoi membri sono eletti per due terzi da associazioni socio-professionali. Ciò conferisce un ruolo decisivo all’élite economica locale e consente a Pechino di controllare il sistema politico dell’Hksar. Una condizione che i giovani studenti oggi in strada non intendono accettare.

SPIONAGGIO ALL’OPERA

Secondo l’azienda privata di sicurezza mobile Lacoon i cellulari dei manifestanti sarebbero stati infettati da “Xsser mRat”, uno spyware che consente al suo creatore di monitorare il contenuto dei dispositivi. La sua diffusione sarebbe avvenuta con un link inviato tramite il social network Whatsapp, che doveva reindirizzare a un’applicazione per coordinare le proteste. La sofisticatezza dello spyware (capace di colpire più tipi di piattaforme) e il fatto che sia stato creato da pirati informatici cinesi fanno pensare che sia stato sviluppato da Pechino.

   Ciò non deve sorprendere, considerate le note capacità cibernetiche dell’intelligence mandarina. Inoltre, pur non essendo ufficialmente presente a Hong Kong, il Partito comunista cinese (Pcc) monitora i suoi abitanti attraverso due canali.

   Il primo è ufficiale. Pechino comunica con la Hksar attraverso il Liaison Office of the Central People’s Government in the Hong Kong Special Administrative Region e l’Hong Kong and Macao Affairs Office of the State Council. Il Liaison Office gestisce le relazioni con il presidio dell’Esercito popolare di liberazione a Hong Kong e con il commissario del ministero degli Esteri nella regione. Inoltre, agevola le relazioni con le aziende con sede nella Cina continentale, facilita gli scambi culturali, economici e favorisce la cooperazione con il governo centrale. L’Hong Kong and Macao Affairs Office invece promuove il rispetto della Basic Law e delle politiche governative riguardanti la Hksar e supporta il primo ministro cinese nella gestione delle questioni riguardanti Hong Kong e nelle relazioni con il Chief Executive.

   Il secondo canale è ufficioso. Il Pcc, attraverso il dipartimento Propaganda e il dipartimento Fronte Unito, promuove segretamente il patriottismo dei cittadini verso la madrepatria. Uno impartisce le linee guida sull’immagine del Partito agli altri uffici. L’altro stabilisce rapporti personali con personaggi influenti di Hong Kong (intellettuali, manager, amministratori, tecnici e artisti non legati al Partito) per persuaderli ad appoggiare le politiche di Pechino.

   L’attività dei due canali è strettamente correlata e ha consentito al governo cinese di sviluppare a Hong Kong un articolato sistema di monitoraggio e persuasione che coinvolge cultura, media, editoria, istruzione eccetera. È probabile che il Pcc abbia un qualche ruolo nel coordinamento dei manifestanti “anti-Occupy”.

  Quello di Pechino potrebbe non essere l’unico governo a operare segretamente nell’ex colonia britannica. Nei giorni scorsi i media cinesi hanno affermato che il diciassettenne Joshua Wong, uno degli elementi di spicco della protesta, sarebbe stato finanziato dagli Stati Uniti per fomentare i suoi concittadini. Nei mesi scorsi il regime ha condotto delle indagini riguardo l’operato di organizzazioni non governative straniere in alcune regioni della Cina, tra cui il Guangdong, che confina con la Hksar.

LA STABILITÀ DELLA CINA E I DIRITTI DI HONG KONG

L’inflessibilità di Pechino di fronte alla “rivoluzione degli ombrelli” dipende da una ragione strategica. Concedere un sistema pienamente democratico a Hong Kong potrebbe spingere il resto della Cina a pretendere gli stessi diritti.

   La Rpc (Repubblica Popolare di Cina) è ancora caratterizzata da numerose difficoltà sul piano economico e da notevoli problemi etnici e sociali. In queste condizioni, una riforma del sistema politico tout court potrebbe metterne in crisi la stabilità, il cui mantenimento è la priorità geopolitica di Pechino. Pertanto, conformemente alla filosofia confuciana, l’armonia collettiva (quella della Rpc) prevale sui diritti del singolo (Hong Kong).

   Non a caso, nella Cina continentale i quotidiani hanno criticato i manifestanti, le immagini delle proteste nell’ex colonia non sono state diffuse e la censura sui social media si è particolarmente intensificata.

   Gli scontri tra manifestanti pro e contro la democratizzazione potrebbero essere usati per dimostrare che Hong Kong non è completamente favorevole a un cambiamento del sistema elettorale. Per non perdere credibilità, Occupy Central dovrà restare un movimento coeso e soprattutto pacifico. Un obiettivo arduo, dato che “la rivoluzione degli ombrelli” non ha al momento un vero leader e che il governo ha deciso di sospendere il negoziato, rischiando di far aumentare nuovamente la tensione nell’ex colonia britannica.

   Difficilmente il dialogo tra Leung e i rappresentanti di Occupy Central (se e quando avverrà) porterà a riforme drastiche. È più probabile che il governo locale proponga modifiche marginali del sistema elettorale tali da mantenere immutato il controllo di Pechino sulla regione. Una soluzione che non darebbe soddisfazione alle aspirazioni democratiche degli hongkonghesi. (Giorgio Cuscito)

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HONG KONG, IL MIRAGGIO DELLA DEMOCRAZIA E L’OMBRA DELLA CINA

di Giorgio Cuscito, da LIMES, 11/7/2014

– La regione autonoma speciale manifesta contro Pechino. Nel 2017 il capo del governo locale potrebbe essere eletto direttamente dal popolo, ma difficilmente sarà un processo democratico. La perdita di competitività come hub finanziario indebolisce l’eco delle sue proteste –

– Aggiornamento del 2/10/2014: Da giorni migliaia di hongkonghesi guidati dal movimento Occupy Central for love and peace protestano in tutta la città. I loro desideri di democrazia “genuina” sono stati disattesi dal governo di Pechino, che ha deciso che questi potranno eleggere il capo del governo locale scegliendo da una lista di candidati di fatto fedeli alla leadership mandarina. Nei giorni scorsi si sono verificati alcuni momenti di tensione e la polizia, impegnata nel disperdere i manifestanti, avrebbe utilizzato anche gas lacrimogeni e spray al peperoncino. Il primo ottobre, ad Hong Kong i festeggiamenti per la festa nazionale della Repubblica Popolare Cinese sono stati cancellati e le proteste continuano, per ora, pacificamente. Il capo del governo locale Leung Chun Ying ha affermato che non si dimetterà, ma si è detto disponibile a dialogare con i rappresentanti del movimento di protesta. –

   A Hong Kong, centinaia di migliaia di persone hanno manifestato contro il governo di Pechino in occasione del diciassettesimo anniversario della restituzione dell’ex colonia britannica alla Repubblica Popolare Cinese (1 luglio 1997). Alla base delle manifestazioni che annualmente si svolgono in questo periodo vi è la richiesta di parte della popolazione di eleggere direttamente l’esecutivo e il legislativo, “obiettivo finale” della Basic Law, il testo quasi-costituzionale  del “Porto profumato” – questo significa il suo nome in cinese.

   L’ex colonia britannica, oggi Regione autonoma speciale di Hong Kong (Hksar, che include l’isola omonima, Kowloon, l’isola di Lantau e i Nuovi Territori) e una delle più importanti piazze finanziarie al mondo, gode di una serie di privilegi politici, sociali ed economici che la Cina continentale non ha. Tuttavia, il suo complesso sistema politico determina inevitabilmente un esecutivo fedele a Pechino. Ciò la rende una democrazia monca.

   Su concessione di Pechino, nel 2017 gli hongkonghesi potrebbero eleggere a suffragio universale il Chief Executive (il capo del governo locale) tra una rosa di candidati selezionati da un “nominating committee”. Probabilmente la struttura favorirà i partiti locali vicini al governo centrale cinese. Per questo motivo, circa due settimane fa il movimento Occupy central with love and peace ha organizzato un referendum per proporre un metodo di selezione genuinamente democratico. Il governo cinese ha considerato illegale il procedimento. Inoltre, il sito Internet del referendum (si poteva votare anche sul Web) è stato colpito da alcuni attacchi cibernetici.

   Una votazione simile potrebbe tenersi nei prossimi mesi a Macao che, come l’ex colonia britannica, è oggi una regione autonoma speciale della Repubblica popolare cinese.

   A inizio giugno, Pechino ha pubblicato un libro bianco per ricordare ai cittadini dell’ex colonia che “l’alto livello di autonomia di Hong Kong non è un potere intrinseco, dipende solo dall’autorizzazione data dal governo centrale”.

   Questi eventi rendono la situazione nella Hksar particolarmente tesa.

POCHE SPERANZE DI DEMOCRATIZZAZIONE

   Hong Kong ha un legislativo e un giudiziario autonomi, ma quattro fattori ostacolano la sua democratizzazione: il forte legame tra l’élite economica locale e il governo di Pechino; il meccanismo delle Functional Constituencies (Fc) e dell’Election Committee (Ec); il ruolo del comitato permanente del Congresso Nazionale del Partito come unico interprete della Basic Law; la radicata presenza del Partito comunista cinese nella regione.

   In base alla formula yiguo liangzhi (un paese, due sistemi), che regola il rapporto tra Pechino e Hong Kong, nella regione il sistema capitalista e lo stile di vita precedente al 1997 devono essere mantenuti inalterati fino al 2047.

   Ciò ha permesso al governo centrale di conquistare il consenso dell’élite economica, tycoon locali, liberi professionisti, proprietari terrieri e di quelle categorie lavorative che beneficiano del mantenimento dello status quo.

   Il Legislative council (Legco, il parlamento locale) è composto da 60 membri, di cui 30 eletti in collegi elettorali a base distrettuale e 30 in collegi determinati in base all’occupazione professionale (Functional constituencies). Questo sistema, che assegna il diritto di voto anche alle persone giuridiche, ne fornisce uno addizionale a determinate categorie lavorative e valorizza il forte legame tra l’élite economica locale e il governo di Pechino.

   L’Election committee ha il compito di eleggere il capo del governo. Su 1.200 membri che lo compongono, 900 sono esponenti dell’élite economica, di organizzazioni religiose e membri ex officio del governo cinese. I restanti 300 provengono dal Legco, dai Consigli distrettuali e dal Congresso nazionale del popolo della Repubblica popolare cinese. Il sistema fa sì che il Chief Executive sia sempre quello gradito alla Cina comunista.

   Questa vuole che il “nominating committee” che dovrebbe determinare i nomi dei candidati per le prossime elezioni ricalchi la medesima struttura dell’Election committee. In tal caso, cambierebbe poco per gli abitanti dell’ex colonia, costretti a scegliere solo tra politici filo-Pechino.

   Il Pcc non considera il suffragio universale come un mezzo per garantire la formazione di un sistema democratico in stile occidentale, ma una “procedura democratica” per stabilire il metodo di selezione dei candidati e di svolgimento delle elezioni. Ciò deriva dal fatto che, secondo Pechino, Cina e Occidente hanno una diversa concezione di democrazia. Hong Kong vive in maniera diretta il confronto tra queste due dimensioni.

L’OMBRA DI PECHINO

Nel “Porto profumato”, il governo centrale cinese è rappresentato dal “Liaison Office of the Central People’s Government in the Hong Kong Special Administrative Region” e dal “Hong Kong and Macao Affairs Office of the State Council”. Il primo è responsabile delle relazioni con il presidio dell’Esercito popolare di liberazione a Hong Kong e con il commissario del ministero degli Esteri nella Hksar. Inoltre, agevola le relazioni con le aziende con sede nella Cina continentale, facilita gli scambi culturali, economici e favorisce la cooperazione con il governo centrale. Il secondo promuove il rispetto della Basic Law e delle politiche governative riguardanti la Hksar e supporta il primo ministro cinese nella gestione delle questioni riguardanti Hong Kong e nelle relazioni con il Chief Executive.

   L’ex colonia britannica è caratterizzata da sistema multipartitico, ma il Partito comunista cinese (Pcc) non è presente ufficialmente. Per il Pcc, partecipare alla competizione elettorale significherebbe mettere in discussione il sistema monopartitico in vigore nel resto del paese. Dato che Hong Kong è autonoma anche sul piano giuridico, qui il governo centrale non può operare ufficialmente alcun tipo di censura. Perciò, per esempio, l’accesso a Internet è completamente libero.

   Il Pcc opera segretamente attraverso il dipartimento Propaganda e, soprattutto, il dipartimento Fronte Unito. Il primo impartisce le linee guida agli altri dipartimenti sull’immagine del Pcc. Il secondo stabilisce rapporti personali con intellettuali, manager, amministratori, tecnici e artisti non legati al Partito, e li persuade affinché ne appoggino le politiche. Secondo una fonte citata da Reuters, il Liaison office collaborerebbe a stretto contatto con il dipartimento Fronte Unito.

   Grazie a questa struttura a due livelli (ufficiale e ufficioso), Pechino ha sviluppato nell’ex colonia britannica un articolato sistema di controllo e persuasione che coinvolge cultura, media, editoria, istruzione eccetera. Ciò non deve sorprendere. In epoca coloniale Hong Kong è stata un importante terreno di scontro tra spie di tutto il mondo. E’ in quel periodo che il dipartimento Fronte Unito ha cominciato a operare per diffondere il sentimento patriottico tra gli hongkonghesi e agevolare la restituzione dell’ex colonia britannica alla Cina.

HONG KONG VS SHANGHAI

Parte dell’attenzione mediatica ricevuta dalle richieste democratiche di Hong Kong deriva dal suo ruolo d’importante hub finanziario e di porta d’accesso privilegiata al mercato cinese. Tuttavia, la competitività del “Porto profumato” sta lentamente diminuendo, in gran parte a causa dell’ascesa di Shenzhen, Guangzhou e, soprattutto, Shanghai. Il governo cinese vuole fare di quest’ultima – dove è stata avviata la creazione di una nuova Free trade zone – la punta di diamante dell’economia dell’Impero del Centro.

   Per Pechino, ridimensionare il ruolo internazionale di Hong Kong significa affievolire l’eco delle sue richieste democratiche all’estero e (cosa più importante) in Cina. In questo modo, il governo comunista potrebbe gestirle più agevolmente e impedire che inneschino proteste nel resto del paese.

   Nonostante ciò, al 2047 manca molto, Hong Kong è ancora importante per l’economia cinese e Pechino non può impedire ai cittadini dell’ex colonia di esprimere il loro dissenso. Date le circostanze, è lecito aspettarsi che le manifestazioni nel “Porto profumato” diventino sempre più intense. (Giorgio Cuscito)

Per approfondire: Con la Free trade zone di Shanghai, la Cina vuole colpire Hong Kong

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LA DISOCCUPAZIONE GIOVANILE IN ITALIA

LA GENERAZIONE DELLA CRISI, SOGNATORI E SENZA LAVORO

di Lidia Baratta, da LINKIESTA del 16/10/2014 (www.linkiesta.it/)

– Gli under 30 italiani accettano lavori sottopagati ma sperano ancora di realizzare i propri desideri –

   La vittima per eccellenza della crisi economica in Italia ha tra i 20 e i 30 anni, una laurea o forse anche qualche titolo in più, una forte voglia di emergere e un lavoro (quando ce l’ha) per niente soddisfacente.

   Di solito le possibilità che ha sono due: restare in Italia, con il rischio di perdersi per strada, o andare via, molte volte senza tornare più. DAL 2007 AL 2013 la quota di under 30 sul totale degli occupati è scesa dal 16,6 al 12,3 per cento, e non solo per effetto del calo demografico.

   Nello stesso periodo, 94MILA RAGAZZI HANNO DECISO DI LASCIARE DEFINITIVAMENTE L’ITALIA. «I giovani sono senza dubbio la categoria più colpita dalla crisi», dice Alessandro Rosina, professore associato di Demografia all’Università Cattolica di Milano. «In Italia esiste un divario sempre più ampio tra i desideri e la possibilità di realizzarli. Chi resta posticipa per il momento il sogno di fare il lavoro che piace e ogni altro progetto di vita nella speranza che qualcosa prima o poi cambierà, senza però rassegnarsi del tutto. E questo è un elemento distintivo dei Millennials».

Guardiamo ai numeri

Gli ultimi dati Istat dicono che ad agosto 2014 la disoccupazione giovanile, cioè la quota di giovani disoccupati sul totale di quelli attivi, era al 44,2 per cento. Da questa percentuale sono esclusi gli inattivi, quelli che non sono occupati e non cercano lavoro, perché magari stanno ancora studiando, che in Italia in questa fascia d’età sono 4 milioni 372mila.

   Già prima della crisi eravamo uno dei Paesi meno capaci di offrire alle nuove generazioni possibilità di arricchimento e benessere. In una fase recessiva, come quella che stiamo vivendo, le cose sono peggiorate. Negli ultimi sei anni tra i giovani under 30 si sono persi oltre un milione di posti di lavoro. Non solo il calo della domanda di lavoro ha ridotto la possibilità di ingresso nel mercato per chi è alla ricerca del primo impiego, ma i giovani sono anche quelli che perdono più facilmente il lavoro sia per la scadenza dei contratti a termine sia perché la prospettiva di trasformazione di questi rapporti di lavoro in contratti a tempo indeterminato si è ridotta drasticamente.

   Dall’inizio della crisi, nel 2008, il tasso di disoccupazione giovanile è raddoppiato. E il 53% di chi cerca lavoro lo fa ormai da almeno 12 mesi. Peggio di noi in Europa hanno fatto solo Spagna, Grecia e Croazia.

   La condizione più critica è quella della fascia dei 25-29enni, quelli che vivono la fase di transizione dall’università al mercato del lavoro: in questo gruppo l’occupazione è diminuita dell’11,6 per cento. L’unico segno più si ha nel numero dei Neet, i giovani che non lavorano e non partecipano a nessun ciclo di istruzione o formazione, aumentati del 31,4%, attestandosi a quota 2,4 milioni nel 2013, la più alta in Europa dopo Bulgaria e Grecia.

   Questa quota comprende anche i disoccupati, cioè coloro che un lavoro lo cercano eccome: e sono loro che nel bacino dei Neet aumentano più degli inattivi, mostrando come esista una quota sempre maggiore di giovani “involontariamente Neet” e sfatando l’idea dei ragazzi che rimangono sul divano, nel limbo di non occupazione e non studio, per scelta di vita.

Sogni e progetti di vita vengono per il momento congelati nella speranza che qualcosa prima o poi cambierà

   Tra i laureati, certo, la disoccupazione è più contenuta. L’istruzione assicura ancora maggiori chance, ma non è tutto. La condizione più problematica non sembra essere legata di per sé alla bassa istruzione di partenza, come si legge nel Rapporto Giovani 2014 dell’Istituto Toniolo, ma a un rischio maggiore che i meno istruiti entrino nella spirale negativa di una prolungata condizione di inattività.

   D’altra parte chi ha titoli di studio più alti ha sì con maggiori opportunità di trovare un lavoro, ma tende anche a prolungare i tempi di stabilizzazione rischiando più degli altri di dover adattare al ribasso le proprie aspettative e di restare intrappolato in una condizione di sottoinquadramento professionale.

L’Italia d’altronde è tra gli ultimi Paesi comunitari per impiego di capitale umano qualificato nel processo produttivo: la quota di laureati (che nel nostro Paese sono solo il 16,3% contro il 28,4 della media Ue28) sul totale dell’occupazione supera di poco il 20 per cento.

   Non solo: la laurea ha anche uno scarso rendimento economico. Cosa che spinge, tra le altre cose, i giovani più formati al trasferimento verso Paesi in grado di valorizzare meglio le competenze acquisite. Secondo l’ultimo Rapporto italiani nel mondo della Fondazione Migrantes, nel 2013 quasi 95mila italiani sono emigrati all’estero: il 36,2% ha tra i 18 e i 34 anni, il 26,8% tra i 35 e i 49.

Il gap tra i desideri e la possibilità di realizzarli

«Negli ultimi anni le generazioni che più hanno subito il deterioramento delle loro prerogative sono due», spiega Alessandro Rosina. La prima è la “generazione x”, entrata nel mondo del lavoro nella seconda metà degli anni Novanta, «quando il rapporto tra il debito pubblico e il Pil ha superato il 100% e si è messo mano al mercato del lavoro, con il pacchetto Treu, aprendo a una maggiore flessibilità senza però investire nelle politiche attive. Questo ha spiazzato i giovani e li ha portati a difendersi anziché a dare il meglio di sé, costringendoli ad appoggiarsi alle famiglie».

   La seconda è la generazione dei “Millennials”, quelli nati dal 1982 in poi, che oggi tentano di entrare nel mondo del lavoro, «i cosiddetti nativi digitali, abituati a un mondo globalizzato e a cooperare in Rete, convinti di avere migliori competenze rispetto alle generazioni precedenti. Il vantaggio di cui godono è di aver visto già le difficoltà della precarietà sui fratelli. Rispetto alla “generazione x”, già alle superiori questi sapevano che ad aspettarli c’era una realtà difficile».

   Ma tra loro è anche «più forte la voglia di emergere e mostrare quanto valgono. La sfortuna è che hanno incontrato la crisi economica e la realtà che si sono trovati davanti è peggiore di quanto si aspettassero».

   E se inizialmente pensavano che la crisi fosse qualcosa di temporaneo, arrivati quasi alla fine del 2014 con scarsissimi segni di ripresa, «si sono anche resi conto che non è più solo una situazione di passaggio. Ma non vogliono ancora rassegnarsi a vedere al ribasso i propri obiettivi».

   La novità è che, almeno per ora, i progetti vengono congelati. I sogni restano nel cassetto, ma solo temporaneamente. I ragazzi sono disincantati, ma non completamente rassegnati. «Fare il lavoro dei propri sogni è stato spostato come obiettivo di lungo periodo», spiega Alessandro Rosina. «Nel medio periodo, si punta alle scelte di vita importanti, come creare una famiglia e avere dei figli. Nel breve periodo, invece, si accettano anche lavori sottopagati e non proprio in linea con i propri studi pur di lavorare».

   Se infatti all’inizio della crisi tra un lavoro pagato meglio e uno più stimolante veniva scelto il secondo, ora «sono diventati più pragmatici, accettando anche lavori che non c’entrano niente con il proprio percorso di studi. Sono scelte adattive. Ma questo non vuol dire che rinunciano al lavoro che hanno sempre sognato».

   Semplicemente spostano i sogni più avanti nel tempo, affidandosi ancora per molto tempo alle famiglie, nella speranza che qualcosa possa cambiare. Per non rischiare troppo tempo in panchina, ancora una volta i giovani giocano in difesa, anche se avrebbero capacità, titoli e voglia di andare all’attacco. Oltre l’80% svolge un lavoro che non considera pienamente soddisfacente, uno su due si accontenta di un salario più basso rispetto a uno che considera adeguato e quasi la metà si adatta a svolgere un’attività che considera non del tutto coerente con il proprio percorso di studi.

   Sono diventati pragmatici e accettanno anche lavori non in linea con i propri studi, ma non si sono ancora rassegnati

   In un momento di crisi, avere un lavoro è considerato già un successo di per sé, anche se non pienamente in linea con le proprie aspettative. Aumentano così tra i giovani i lavori part time, di cui la maggior parte è composta da part time involontari, cioè lavori accettati in mancanza di occasioni di impiego a tempo pieno e che quindi non permettono una totale autonomia economica. Ma aumentano anche coloro che puntano a mettersi in proprio, non come vocazione imprenditoriale ma come scelta alternativa per chi non trova il lavoro che sogna nel mondo del lavoro subordinato.

   Tutto, in ogni caso, viaggia sul filo dell’incertezza e della assenza di uno sguardo di lungo termine. Senza contare che avere un lavoro non è più una assicurazione di benessere: i working poor sono più di 2 milioni e sono soprattutto giovani. Il lavoro atipico riguarda il 25,4% dei 15-34enni e il 31,7% dei laureati. Come emerge dai dati contenuti nell’Indagine sulle famiglie della Banca d’Italia, si vede come la situazione lavorativa degli under 40 di fine anni Ottanta, retribuzione compresa, fosse decisamente migliore di quella attuale.

   Non a caso, tra il 2007 e il 2011 i matrimoni in Italia sono calati a un ritmo del 4,8 per cento annuo. E il 2013 è stato l’anno in cui si è toccato il punto più basso delle nascite nella storia della Repubblica italiana.

   Colpa anche di «una flessibilità introdotta nel mercato del lavoro senza politiche adeguate di sostegno al reddito. Siamo stati i più bravi a trasformare la flessibilità in precarietà. Non è stata introdotta la flexsecurity, ma la flessibilità è stata associata a insicurezza e instabilità. L’unico investimento serio e organico indirizzato ai giovani è stato quello della Garanzia giovani, ma non sta funzionando».

   Questi continui fallimenti hanno portato anche un marcato risentimento nei confronti delle generazioni precedenti, accusate da più parti di essersi chiuse nella difesa del loro benessere senza lasciare spazi di crescita per i giovani. Nello stesso tempo, però, la pensione o lo stipendio dei genitori per molti ragazzi restano l’unico sostegno in una situazione di instabilità.

   Chi non accetta di vivere questa instabilità e di posticipare la realizzazione dei propri desideri ha solo un scelta: andare all’estero. «Molti dei giovani che vanno all’estero, anche solo per fare una esperienza di studio, alla fine decidono di restare. Il problema è che nel nostro Paese esiste un divario tra i desideri e la possibilità di realizzarli, così come esiste un gap tra i giovani che vanno all’estero e l’incapacità del nostro Paese di attrarli di nuovo».

   I talenti non circolano, ma scappano. La paura più forte è quella di «rimanere in Italia e vedere deteriorare le proprie competenze», in un Paese che investe poco in sviluppo e innovazione. «Finché l’Italia offrirà di meno, i giovani non torneranno. Ci sono giovani che dicono che se solo ci fosse un minimo di possibilità, tornerebbero anche a nuoto».

   Il profilo di chi se ne va è vario, ma «in proporzione se ne vanno di più quelli con un livello culturale più elevato e competenze maggiori. Chi ha studiato di meno, coglie di meno le occasioni all’estero. Non a caso, ad esempio, i dottorandi hanno una più alta propensione ad andarsene. Anche perché più è alto il capitale umano più vengono accolti favorevolmente nel Paese di destinazione. E questa è una perdita enorme per l’Italia».

   In compenso il nostro Paese non è in grado di attirare talenti dall’estero. «Non riusciamo ad attirare i nostri giovani, figuriamoci gli stranieri».

   Quelli che si possono riattrarre più facilmente sono coloro che sono andati via da poco, che nella maggior parte dei casi sono disponibili a prendere in considerazione la possibilità di tornare e in un caso su tre pensano di farlo nel breve periodo. Le possibilità diminuiscono per chi all’estero ha già creato una famiglia. «Non basta solo un posto di lavoro per riportarli in Italia», dice Rosina, «in questo caso servono servizi di welfare adeguati, asili nido, e anche in questo siamo carenti».

   Allora ecco perché l’80% dei giovani sostiene che la scelta più giusta per migliorare la propria condizione sia quella di andarsene all’estero. «Alcune volte», spiega Rosina, «i ragazzi esagerano nel criticare il sistema Paese per fare uscire la frustrazione. Tendono a essere ipercritici nella speranza di essere ascoltati. Non è che l’80% è davvero disposto a partire, ma il fatto che lo dicono è un indicatore della loro profonda insoddisfazione». (Lidia Baratta)

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DOVE ANDARE A VIVERE

DIECI PAESI DOVE VALE LA PENA EMIGRARE

di Nicola Persico e Giuseppe Russo, da LA VOCE.INFO del 28/8/2014

– Molti giovani italiani cercano migliori opportunità di vita e di lavoro all’estero. Ma come scegliere il paese di destinazione? La classifica dei più interessanti per reddito pro capite, prospettive di crescita, facilità di fare business e accettazione degli immigrati. Non mancano le sorprese. –

CERVELLI IN FUGA

Da anni ormai in Italia si parla della perdita di capitale umano. In inglese si chiama “brain drain”, da noi “fuga dei cervelli”, e nel nostro paese è un fenomeno di entità significativa. (1) Il dibattito pubblico sul tema è centrato sulle conseguenze per il “sistema Italia”: per lo più, la fuga dei cervelli è vista come un fenomeno negativo, anche se alcuni sostengono che ciò non è necessariamente ovvio, giacché molti dei cervelli in fuga finiscono per rientrare portando con sé un patrimonio di esperienza acquisita all’estero. (2)                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                     Il dibattito, seppur interessante, ha limitate conseguenze pratiche per i protagonisti dell’esodo – cioè i ragazzi.

   Se la Costa Concordia sta affondando, ai passeggeri poco importa di sapere se la nave potrà essere recuperata, quello che bisogna sapere è dove sono localizzate le scialuppe. Fuori di metafora, i ragazzi (almeno alcuni) necessitano di una scheda di istruzioni di emergenza per l’evacuazione. (3) In questo spirito, il nostro articolo non si rivolge alla politica né alle università, ma ai giovani (e anche ai meno giovani) che stanno considerando la possibilità di partire.

QUATTRO PARAMETRI DA CONSIDERARE

Partire sì – ma per dove? A chi si è fatto, magari a tempo perso, questa domanda, vogliamo qui offrire una possibile risposta in una forma provocatoria, ma speriamo divertente. Proponiamo una classifica delle destinazioni per l’emigrante, da noi elaborata. La nostra classifica tiene conto di quattro parametri.

   IL PRIMO È IL PIL PRO CAPITE DEL PAESE DI DESTINAZIONE. Questo ci sembra pacifico: nessuno vuole emigrare in un paese povero.

   IL SECONDO PARAMETRO È IL RAPPORTO DEBITO/PIL. Secondo noi è un parametro importante perché predice se il paese continuerà a essere ricco nel medio periodo. Paesi con alto debito pubblico saranno costretti – a meno di improbabili scatti di crescita – a tassare molto e quindi la crescita ne soffrirà (vedi, appunto, l’Italia negli ultimi vent’anni). Non sono quindi destinazioni desiderabili per un italiano.

   IL TERZO CRITERIO considerato nella nostra classifica È UN INDICE DI “EFFICIENZA” DEL SISTEMA ECONOMICO, cioè quanto è facile “fare business” in quel paese. L’indice è il cosiddetto “business freedom index” compilato dalla Heritage Foundation e tiene conto della facilità di aprire e chiudere un’attività e quella di ottenere una licenza. (4) Per chi emigra, infatti, le barriere all’entrata nel paese di destinazione sono deleterie, e quindi sono più desiderabili quelli con barriere più basse.

   IL QUARTO CRITERIO concerne i valori dei cittadini del paese di destinazione, con riferimento alla loro L’APERTURA ALL’IMMIGRAZIONE. A questo scopo utilizziamo la World Value Survey, una indagine campionaria di carattere sociologico. Abbiamo calcolato la percentuale di individui che, in risposta alla domanda “non mi piacerebbe avere un vicino di casa che sia …”, non ha risposto “lavoratore immigrato”. Una alta percentuale di intervistati in un dato paese che non menziona gli immigrati è considerata indice di accettazione dell’immigrazione in quel paese.

I DIECI PAESI DOVE EMIGRARE

Sulla base di questi quattro indicatori, calcoliamo l’indice di desiderabilità semplicemente sommando tutti gli indicatori (il rapporto debito/Pil entra con segno negativo.) I primi dieci paesi di questa speciale classifica sono riportati qui sotto. (5)

CLASSIFICA EMIGRAZIONE 2014

In classifica spicca la presenza di DUE PAESI ARABI (QATAR E KUWAIT) nei primi quattro posti. Il risultato, forse inatteso, è dovuto al basso debito pubblico e al fatto che il loro Pil pro capite è tra i più alti al mondo grazie al petrolio. Tuttavia, l’indice di accettazione degli immigrati in Qatar (0,54) è uno dei più bassi del nostro campione, mentre il valore per il Kuwait è 0,63, comunque inferiore alla media (0,754).

   L’AUSTRALIA risulta una destinazione molto appetibile rispetto a tutti i parametri considerati, con alta accettazione de gli immigrati (0,89), alta libertà economica e basso debito pubblico. La NUOVA ZELANDA ha indicatori sovrapponibili all’Australia, a parte il Pil pro capite (40.842 dollari contro 67.468).

   Il MODELLO SCANDINAVO ottiene a sua volta un ottimo piazzamento con la SVEZIA, caratterizzata da elevato Pil pro capite, altissima accettazione degli immigrati (0,96) e buona libertà economica. (6)

   Per quanto riguarda l’ASIA, SINGAPORE primeggia per Pil e, soprattutto, libertà economica (l’indice è 89,4, il più alto del nostro campione). Tuttavia, l’indice di accettazione è solo di 0,64 e preoccupa il rapporto debito/Pil al 105 per cento. TAIWAN è forse una destinazione più sicura nel lungo periodo; garantisce infatti alta accettazione (0,8) e un debito pari al 38,9 per cento del Pil.    Gli STATI UNITI si confermano una delle migliori destinazioni; è interessante notare che il loro indice di libertà economica (75,5) non è molto lontano da quello svedese (73,1).

   OLANDA e GERMANIA, infine, si segnalano come le migliori destinazioni in Europa centrale grazie a un buon punteggio in tutti i parametri considerati.    In conclusione – e più seriamente: è chiaro che la decisione di dove emigrare è molto personale, e dipende in gran parte dalle opportunità disponibili per il singolo individuo. Però, pensiamo che sia interessante sapere quali paesi, in linea generale, sono più “attraenti”; specialmente perché alcuni di quelli in testa alla nostra “classifica provocatoria” sono forse inaspettati, e anche perché sette su dieci non sono europei. (Nicola Persico e Giuseppe Russo)

(1) Per una panoramica non tecnica si veda http://espresso.repubblica.it/inchieste/2014/02/27/news/fermate-l-esodo-dei-laureati-migliori-1.155235#gallery-slider=1-155371 (2) Si veda “Brain Drain and Brain Return: Theory and Application to Eastern-Western Europe” di Karin Mayr e Giovanni Peri disponibile a http://www.sopol.at/get_file.php?id=1299 (3)Siti come http://www.cervelliinfuga.com/ testimoniano la domanda di queste “informazioni di emergenza”. (4) Per una descrizione dell’indice si veda http://www.heritage.org/index/business-freedom . Questo indice e’ basato su un’elaborazione dei dati forniti dall’indagine “Doing Business” della World Bank. (5) La classifica completa si trova su http://www.nicolapersico.com/lascelta/Classifica Completa 2014.pdf. Per chi volesse ricalcolare la classifica usando pesi diversi, i dati sono disponibili su http://www.nicolapersico.com/lascelta/classificaemigrazione2014.xls (6) Nella World Value Survey sono purtroppo assenti Danimarca e Norvegia. Se l’accettazione degli immigrati non è molto dissimile da quella svedese, anche questi paesi nordici dovrebbero porsi ai vertici della nostra classifica, in particolare la Norvegia grazie al suo Pil.

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IL REPORTAGE – TUNISIA ALLE ELEZIONI.

L’INVERNO DI TUNISI TRA RABBIA E SPERANZA: “COSÌ LA RIVOLUZIONE È RIMASTA A METÀ”

di Giampaolo Cadalanu, da “la Repubblica” del 24/10/2014

– L’economia stenta a decollare – I giovani sono stretti fra disoccupazione e il richiamo della jihad – Domenica si vota e il Paese si chiede: la primavera è già finita? –    TUNISI QUANDO i blindati della polizia montano sui marciapiedi di Avenue Bourghiba, per allontanare i dimostranti assiepati di fronte al ministero dell’Interno, sembra una scena già vista. Ma i giorni della rivoluzione, tre anni e mezzo fa, sono lontani: non ci sono urla, sassi, e tanto meno lacrimogeni o spari. Tutto si svolge nella calma.

   «Ora andiamo via. Abbiamo chiesto l’autorizzazione per due ore di manifestazione. È questione di rispetto delle regole», dice senza scomporsi Radhia Nasraoui, avvocatessa specializzata in diritti umani e moglie di Hamma Hammemi, leader del Fronte popolare. Cammina rapida, quasi lasciando indietro il robusto poliziotto in borghese che la scorta. Entrambi i coniugi vivono sotto protezione dopo gli omicidi di Chokri Belaïd e Mohamed Brahmi, due politici laici colleghi nel fronte della sinistra.

   Le foto dei politici assassinati sono quelle brandite più in alto dai militanti che si ritrovano a chiedere giustizia davanti al ministero una volta alla settimana, accanto a quelli che vogliono la fine della tortura nelle carceri. «Dal punto di vista della repressione è cambiato poco. In Tunisia c’è un regime di impunità», dice la Nasraoui: «Non ci sono punizioni nemmeno per chi ha commesso abusi ai tempi di Ben Ali. Il nuovo regime non vuole che la gente usi i suoi diritti fino in fondo. Insomma, la rivoluzione non è finita, dobbiamo continuare».

   In vista delle elezioni politiche, domenica prossima, e in attesa delle presidenziali di novembre, in Tunisia è il momento di un primo bilancio della rivoluzione nata dal sacrificio di Mohamed Bouazizi, il venditore che si era dato fuoco a fine 2010 e aveva dato via all’incendio dei paesi arabi.

   «I giornali l’hanno chiamata rivolta dei Gelsomini, a me piace chiamarla rivoluzione della dignità», dice la blogger Lina Ben Mhenni, protagonista di quei giorni del 2011, e aggiunge: «Sento sempre più persone rimpiangere Ben Ali, venditori del mercato ma anche docenti all’università ».

   La democrazia ha portato tanto entusiasmo, ma anche minore sicurezza e prezzi alti. Persino il tradizionale tè alla menta è diventato un lusso, perché i pinoli che lo guarnivano adesso costano troppo. E sotto i ficus del centro i caffè con i tavolini preferiscono servire bibite importate.    Accanto all’avvocatessa in tailleur, le madri dei detenuti morti in carcere sfilano in abito tradizionale, tenendo le foto basse, con maggior timidezza ma uguale determinazione. Anche per loro la rivoluzione ha cambiato poco.

   È così per Zakia Gazmi, madre di Ali Khemais Louati, lavoratore a giornata con qualche precedente per piccoli furti, morto a 27 anni nel carcere di Borj el Amri. Zakia non ha quasi più lacrime, si lamenta piano mostrando le foto del figlio, nella casa poverissima di Hammam Lif. A lei le autorità carcerarie hanno detto che Ali ha avuto un ictus, no, un infarto, no, si è suicidato tagliandosi i polsi con la stagnola dello yogurt. Chi ha lavato il corpo dice di non aver visto nessun segno sulle braccia. E il caso di Ali, denunciano Amnesty International e Human Rights Watch, è solo uno dei tanti.    Se non è finita la conquista dei diritti civili, è incompleta anche la transizione verso l’economia di mercato. Persino la Banca Mondiale ha voluto intitolare il suo rapporto sulla Tunisia «la rivoluzione incompiuta». Vi si legge che il paese ha le potenzialità per diventare una “Tigre del Mediterraneo”, ma l’esplosione economica è rallentata da fattori storici ancora decisivi: la burocrazia asfissiante, la corruzione diffusa e la mancanza di reale concorrenza.

   Il sistema è semplice: le aziende statali e quelle che appartenevano al clan del dittatore Ben Ali godevano di facilitazioni assolute, e anche adesso che sono passate di mano, in parte persino ri-privatizzate, non devono affrontare meccanismi di mercato corretti. In altre parole, chi non ha “buoni contatti” si scontra con il muro di gomma della autorizzazioni e alla fine con continue richieste di pagamenti “extra”.    «Questa situazione non ha solo conseguenze economiche, ma anche sociali, molto significative», spiega Antonio Nucifora, che firma il rapporto della World Bank: «È un sistema che di fatto esclude chi non ha contatti politici e crea risentimenti. È stato così anche per Bouazizi: questo senso di esclusione è una delle ragioni principali della rivolta ».

   Insomma, all’economia tunisina serve un’apertura vera, rivolta all’interno, non soltanto agli investitori internazionali che finora avevano la possibilità di produrre in Tunisia a condizioni favorevoli purché destinassero la produzione ai mercati internazionali e lasciassero in pace il feudo di Ben Ali e il suo mercato interno. Il documento della Banca Mondiale sottolinea anche l’altissima disoccupazione giovanile, che supera la metà fra i diplomati e raggiunge il 65 per cen- to fra le ragazze.

   È fra i 350 mila giovani senza lavoro né prospettive che vanno a pescare gli imam radicali in cerca di carne da cannone per la guerra santa in Iraq e Siria. Tremila combattenti tunisini tra Is e Fronte al Nusra, novemila bloccati alle frontiere ma comunque pronti al sacrificio, segnali di irrequietezza anche interna (è di ieri l’ultimo scontro fra uomini armati e forze di sicurezza, con un morto a Oued Ellil, nella periferia della capitale): la Tunisia è il primo fornitore di aspiranti martiri per l’integralismo islamico. Ma la spinta iniziale non è certo quella del fanatismo, in un paese diventato simbolo dell’islam moderato.

   «Le partenze numerose verso il fronte sono un risultato delle politiche di tre anni di governo Ennahda», dice senza mezzi termini Beji Caïd Essebsi, leader dei centristi di Nidaa Tounes e candidato favorito per la presidenza della Repubblica, a novembre: «Il partito islamico ha incoraggiato politicamente i movimenti jihadisti ed estremisti, e si è svegliato solo quando questi hanno cominciato a minacciare il suo potere».

   E quando i giovani ritorneranno, addestrati militarmente e dunque molto più pericolosi, secondo il leader centrista la prima risposta per neutralizzarli non può che essere «uno Stato di diritto, giusto ma forte».

Essebsi lo ripete con chiarezza: «Non è solo un problema di sicurezza, è un problema politico e sociale, che va affrontato su più piani: serve una strategia a livello regionale, di tutto il Maghreb, magari con il sostegno dell’Europa».

   Per bloccare la deriva fanatica dei più fragili, e allo stesso tempo frenare le partenze dei più disperati verso l’Europa, Essebsi conta su un piano di rinascita economica sostenuto dai paesi del G8 che dovrebbe creare 450 mila posti di lavoro e una crescita fino all’8 per cento entro il 2019. Essebsi conta sulla delusione degli elettori di Ennahda per puntare alla poltrona presidenziale ed è favorito nei sondaggi.

   Ma nella Tunisia di oggi, libera dalle censure di Ben Ali, le stime troppo ottimistiche sono accolte con un sorriso: nel caso di Essebsi è una risata, quella di Hatem Karoui, protagonista in teatro e nello “slam”, le gare di poesia improvvisata in musica.

   Dopo la rivoluzione, Karoui ha portato in giro i suoi spettacoli in tutta l’Europa francofona, sghignazzando sulle paranoie dei militanti di Ennahda. Adesso prende di mira il grande favorito delle elezioni con un irresistibile video su YouTube in inglese che ironizza sul «candidato sexy, nato all’inizio dell’umanità» (Essebsi è del ‘26). Dice Karoui: «Altro forse non avremo avuto dalla rivoluzione, ma la libertà di espressione ormai non ce la possono più togliere». (Giampaolo Cadalanu)

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